La Catechesi ci aspetta! Dalle ore 10 alle 10.45!

Nella crescita dei figli,voi genitori avete la fortuna e la vocazione di essere loro accompagnatori e avete l'autorevolezza di rendere vera ogni parola-testimonianza vissuta e accolta dai ragazzi nella comunità. Infatti con la vita di ogni giorno e con le parole del rapporto genitori-figli svolgete una catechesi che ha una fortissima incidenza.

Questa scelta educativa è certamente anche un'occasione preziosa per ripensare, da adulti,il valore della fede.Per questo ci saranno particolari incontri come la lettura del Vangelo nelle famiglie e la Catechesi della Domenica.

 

 

L'iscrizione dei bambini e dei ragazzi a ricevere i Sacramenti dell'Eucarestia e della Cresima impegna in maniera consapevole e precisa a partecipare alla Messa domenicale e agli incontri di catechesi che la Parrocchia dispone per loro e per tutta la Comunità.

Il programma che qui potete leggere sottolinea la bellezza,l'attualità,l'importanza che hanno gli argomenti trattati nel dare ai genitori e agli adulti gli strumenti necessari per capire e accompagnare e trasmettere la Fede ai loro figli!


Programma 2017-2018


 

Catechesi  domenicale alle famiglie 2017-2018

 

I sacramenti dell’iniziazione cristiana. Battesimo e Confermazione

 

 

Domenica 5 Novembre 2017

 

Abituati a considerare la celebrazione come un susseguirsi di cerimonie prescritte, il vero senso  dell’agire rituale nella Liturgia cristiana sfugge a molti ministri e fedeli, che spesso soffrono il disagio di una certa estraneità a tutto ciò che si svolge intorno all’altare. La riforma invece suppone una  indispensabile “ conversione” al progetto e allo stile di Dio che ha voluto attuare e comunicare la sua salvezza attraverso il “sacramento” delle cose più comuni e delle azioni più quotidiane. Conforme a questo stile dell’agire divino, la Chiesa guidata dallo Spirito Santo, per costruire la sua Liturgia ha assunto alcune azioni proprie delle culture umane.. Ma per risultare significativi i riti da una parte devono conservare la loro autenticità senza essere banalizzati con un cerimonialismo che ne estenua l’originale senso umano, dall’altra devono risultare evocativi di ciò che Dio ha fatto per la salvezza del suo popolo e ancor oggi opera nella celebrazione. E’ necessario che i ministri conoscano il valore dei gesti che compiono e dei segni che pongono; che sappiano valorizzarli pienamente secondo le sue esigenze dell’assemblea e le peculiarità delle culture locali; che facciano risaltare la ricchezza di significato che tali riti rivestono per la vita e la fede dell’assemblea, rifuggendo allo stesso tempo dalla prolissità verbosa e dalla frettolosa approssimazione ,favorendo invece una totale disponibilità a ricevere la ricchezza del dono di Dio.

 

Il rito nella sua semplicità e essenzialità costituisce il nucleo elementare dell’agire umano, custodisce e tramanda le dimensioni fondamentali e essenziali della vita, addita l’orizzonte a cui aspirare. E’, dunque, questione profondamente seria poiché restituisce all’orizzonte del sogno nella drammaticità del reale. Compito del rito è generare il sogno, elevare al di sopra della mediocrità e opacità del reale, spingere oltre il limite in cui spesso la nostra esistenza è imprigionata.

Come afferma Romano Guardini la liturgia deve far “pensare alle stelle”: al loro corso eternamente uguale, alle loro leggi inviolabili, al loro profondo silenzio, all’ampiezza infinità in cui si trovano. Sembra, però, soltanto che la liturgia si preoccupi così poco delle azioni e aspirazioni e della condizione morale degli uomini. Poiché in realtà essa sa  assai bene provvederci: chi infatti vive solamente in essa si assicura la verità,la santità e la pace nell’intimo dell’essere.

 

 

 

 

 

( Esercizio di sguardo)

 


 

All’inizio del nostro percorso ci lasceremo accompagnare dall’opera di Van Gogh “ I mangiatori di patate”.

La tela è testimone del periodo di tempo che il pittore trascorse in Belgio condividendo la vita durissima dei minatori del  Boriange(…)  attraverso la pittura, Van Gogh accende una lampada nelle tenebre di questo tugurio, avvolge nella tenerezza del suo sguardo dei poveracci che sembrano destinati alla polvere dell’esistenza, per farci vedere che se guardiamo bene, vediamo nella penombra farsi avanti delle vite umane, la cui dignità si conserva intatta anche sotto il velo della miseria, celebrando la propria resistenza nella liturgia di un pasto striminzito. Allora succede che anche questa rappresentazione di una famiglia miserabile appare bella. Il quotidiano rito del mettersi a tavola, nel quale a ognuno è assicurato un posto è il potente atto simbolico nel quale l’umano, comunque sia, può sempre esser tratto in salvo( G. Zanchi “ Celebrare è umano”. Riti ed esperienza umana supplemento a Evangelizzare 1/10).

Per Romano Guardini la formazione liturgica è un esercizio dello sguardo che conduce il fedele a scorgere gradualmente “ la realtà che giace dietro le cose”. La liturgia infatti non si esprime per concetti ma per realtà: parole, gesti,oggetti,spazio. Essa è un mondo di vicende misteriose divenute figura sensibile. Purtroppo il nostro tempo sembra aver smarrito la capacità di vedere; i simboli diventano così muti, oscuri e insignificanti.

 

 

 

(  da La liturgia, forma trasformante di Morena Baldacci 153,154,155,156)


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Programma 2016-2017

Catechesi Domenica 2 Aprile 2017 Padre Stefano

CREDO LA REMISSIONE DEI PECCATI

Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”(Gv 20,22-23)

Un solo Battesimo per la remissione dei peccati: l’acqua purifica, ci mette in comunione con Dio, ci dona una vita nuova (da figli di Dio).

Non ci esime dalla tentazione (come per Gesù, subito dopo il battesimo) e dalla fragilità: ne consegue che, nella lotta contro il male, possiamo cadere e ferirci e che per curare tali cadute e ferite ci sia bisogno di una grazia speciale che è data nel sacramento del perdono o della riconciliazione (che verrà approfondito il prossimo anno, ma che i vostri figli riceveranno per la prima volta fra pochi giorni).

Benedetto XVI:

è molto utile confessarsi con una certa regolarità. È vero, di solito, i nostri peccati sono sempre gli stessi, ma facciamo pulizia delle nostre abitazioni, delle nostre camere, almeno ogni settimana, anche se la sporcizia è sempre la stessa. Per vivere nel pulito, per ricominciare; altrimenti, forse la sporcizia non si vede, ma si accumula. Una cosa simile vale anche per l'anima, per me stesso, se non mi confesso mai, l'anima rimane trascurata e, alla fine, sono sempre contento di me e non capisco più che devo anche lavorare per essere migliore, che devo andare avanti.

 

CREDO LA RESURREZIONE DELLA CARNE (non nella reincarnazione)

C’è una resurrezione “immediata”, nello Spirito, che ci fa vivere “spiritualmente” dopo la morte, ma c’è anche una resurrezione definitiva, nell’ “ultimo giorno” (nel suo ritorno glorioso, “Parusia”), che coinvolgerà anche la nostra carne, tutta la nostra storia: (Rom 8,11)

“se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi”.

Enzo Bianchi:

Sembra che la resurrezione della carne, la resurrezione dei nostri corpi, sia l’elemento più strano che la fede cristiana chiede di credere. Non a caso, dalle analisi sociologiche condotte sulla fede degli italiani risulta che, se la maggior parte della popolazione crede in Dio, neanche il 20% crede nella resurrezione della carne… Eppure ogni domenica nella professione di fede che i cattolici fanno all’interno della celebrazione eucaristica si confessa: «Credo la resurrezione della carne, la vita eterna» (Simbolo apostolico), oppure: «Aspetto la resurrezione dei morti» (Simbolo niceno-costantinopolitano)…

La fede nella resurrezione della carne è il cuore della fede cristiana, perché indissolubilmente legata alla fede nella resurrezione di Gesù Cristo. Già l’apostolo Paolo, di fronte alle difficoltà mostrate a questo riguardo dai primi cristiani provenienti dal mondo greco, asseriva con forza: «Se i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede … Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini» (1Cor 15,16-17.19)… Seppellito nella tomba la vigilia di Pasqua, il 7 aprile del 30 d.C., Gesù è stato richiamato alla vita eterna da Dio. Quell’evento della resurrezione non fu la rianimazione di un corpo cadaverico, non fu un ritorno alla vita fisica, ma fu un evento in cui Dio attraverso la potenza dello Spirito santo vinse la morte e trasfigurò il corpo mortale di Gesù in un corpo vivente per l’eternità…

È significativo che, nelle diverse manifestazioni del Risorto ai discepoli, questi fanno fatica a riconoscere Gesù: un giardiniere? Un pescatore? Uno spirito? Un viandante? La presenza di Gesù risorto non era più quella abituale che i discepoli avevano conosciuto… Ma alla fine i discepoli nonostante i loro dubbi giungono a riconoscerlo vivente…

È Gesù, è sempre Gesù il figlio di Maria, quel Gesù il cui corpo i discepoli hanno visto e toccato, eppure è un Gesù che ormai è in Dio, glorificato quale Signore e Dio…

i corpi dissolti nella terra, ridotti allo stato di germi, potranno risorgere? Questa carne che è carne di peccato, questo corpo che ha, anzi è una pesantezza sulla quale il nostro spirito eccede, potrà risorgere?

Sì, proclama la fede cristiana, con la sua ottica di benedizione e di approvazione divina del corpo, della materia… Scriveva Tertulliano: «Dio ama la carne plasmata dalle sue mani: come potrebbe dunque questa non risorgere dai morti?». Il linguaggio umano è insufficiente, mancante, ma ormai non si può più pensare Dio senza cogliere la nostra umanità risorta e glorificata in lui. Qui dobbiamo accettare di fare silenzio, di non trovare le parole adatte, di metterci una mano davanti alla bocca e non dire di più. Come risorgeremo? Che corpo avremo? Le parole di Gesù e degli apostoli ci devono bastare: alla fine dei tempi, quando il Signore Gesù verrà nella sua gloria, la sua potenza trasfigurerà i nostri corpi mortali in corpi gloriosi.

Nulla di ciò che ha costituito la nostra vita, la nostra persona, andrà perduto… resurrezione della carne indica lo stesso evento nel quale ciò che è corruttibile si rivestirà di incorruttibilità e ciò che è mortale di immortalità. Il nostro corpo mortale è infatti seme del nostro corpo risorto. Saremo un corpo il cui principio vitale non sarà più quello biologico, ma un corpo animato dallo Spirito santo: il corpo del Figlio di Dio! E non possiamo dimenticare che la fede nella resurrezione della carne, oltre a costituire una speranza di vittoria sulla morte, cambia il nostro vivere oggi nel mondo: perché il corpo è il luogo di salvezza per ciascuno di noi, perché il corpo dell’altro è chiamato alla vita eterna, perché il corpo è il luogo del nostro rapporto con l’altro, con Dio e con il mondo…

Io sono convinto che per ridestare e rinnovare la fede dei cristiani nella resurrezione della carne basterebbe che questi comprendessero la liturgia dei morti: il cero pasquale acceso che fa segno alla presenza del Risorto, «il primogenito di quelli che risorgono dai morti»; l’incensazione del corpo del morto, vera proclamazione e celebrazione del tempio terrestre dello Spirito santo e pegno della futura resurrezione; l’aspersione con l’acqua battesimale che attesta una «vita nascosta con Cristo in Dio» ma destinata alla gloria eterna. Sì, il desiderio di Giobbe è fede per noi cristiani: «Questa mia carne vedrà il Salvatore!».


CREDO LA VITA ETERNA

La vita eterna e la storia di due gemelli nel grembo materno

C’erano due gemellini, un maschietto e una femminuccia, così intelligenti e precoci che, ancora nel grembo della madre, parlavano già tra di loro. La bambina domandava al fratellino: “Secondo te, ci sarà una vita dopo la nascita?”. Lui rispondeva: “Non essere ridicola. Cosa ti fa pensare che ci sia qualcosa al di fuori di questo spazio angusto e buio nel quale ci troviamo? La bimba, facendosi coraggio: “Chissà, forse esiste una madre, qualcuno insomma che ci ha messi qui e che si prenderà cura di noi.”. E lui: “Vedi forse una madre tu da qualche parte? Quello che vedi è tutto quello che c’è”. Lei di nuovo: “Ma non senti anche tu a volte come una pressione sul petto che aumenta di giorno in giorno e ci spinge in avanti?”. “A pensarci bene, rispondeva lui, è vero; la sento tutto il tempo”. “Vedi, concludeva trionfante la sorellina, questo dolore non può essere per nulla. Io penso che ci sta preparando per qualcosa di più grande di questo piccolo spazio”.

 

In margine:

-      Giudizio “particolare” e giudizio “finale” (nell’ultimo giorno); “saremo giudicati sull’amore”; “tutto passa, solo l’amore resta”;

-      La morte conseguenza del peccato? La morte cristiana come pienezza di vita (dalla gestazione alla vita eterna che costruiamo qui);

-      Il paradiso (“cielo”: visione beatifica di Dio; “eterno riposo” o “eterna gioia”), il purgatorio (di purificazione) e l’inferno (“vuoto”?; “la geenna”); l’immagine del banchetto;

-      La preghiera (e il suffragio per i defunti): la comunione dei santi;

 

-      I “cieli nuovi e la terra nuova”: la fine del (nostro) mondo come realizzazione dei progetti di Dio. “Il male non prevarrà”;


IL SACRAMENTO DEL MATRIMONIO

 

337. Qual è il disegno di Dio sull'uomo e sulla donna?  

Dio, che è amore e che ha creato l'uomo per amore, l'ha chiamato ad amare. Creando l'uomo e la donna, li ha chiamati nel Matrimonio a un'intima comunione di vita e di amore fra loro, «così che non sono più due, ma una carne sola» (Mt 19,6). Benedicendoli, Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi» (Gn 1,28).

 

338. Per quali fini Dio ha istituito il Matrimonio?

L'unione matrimoniale dell'uomo e della donna, fondata e strutturata con leggi proprie dal Creatore, per sua natura è ordinata alla comunione e al bene dei coniugi e alla generazione ed educazione dei figli. L'unione matrimoniale, secondo l'originario disegno divino, è indissolubile, come afferma Gesù Cristo: «Quello che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi» (Mc 10,9).

 

339. In qual modo il peccato minaccia il Matrimonio?

A causa del primo peccato, che ha provocato anche la rottura della comunione tra l'uomo e la donna, donata dal Creatore, l'unione matrimoniale è molto spesso minacciata dalla discordia e dall'infedeltà. Tuttavia Dio, nella sua infinita misericordia, dona all'uomo e alla donna la sua grazia per realizzare l'unione delle loro vite secondo l'originario disegno divino.

 

340. Che cosa insegna l'Antico Testamento sul Matrimonio?

Dio, soprattutto attraverso la pedagogia della Legge e dei profeti, aiuta il suo popolo a maturare progressivamente la coscienza dell'unicità e dell'indissolubilità del Matrimonio. L'alleanza nuziale di Dio con Israele prepara e prefigura l'Alleanza nuova compiuta dal Figlio di Dio, Gesù Cristo, con la sua sposa, la Chiesa.

 

341. Qual è la novità donata da Cristo al Matrimonio?

Gesù Cristo non solo ristabilisce l'ordine iniziale voluto da Dio, ma dona la grazia per vivere il Matrimonio nella nuova dignità di Sacramento, che è il segno del suo amore sponsale per la Chiesa: «Voi mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa» (Ef 5,25).

 

342. Il Matrimonio è un obbligo per tutti?

Il Matrimonio non è un obbligo per tutti. In particolare Dio chiama alcuni uomini e donne a seguire il Signore Gesù nella via della verginità o del celibato per il Regno dei cieli, rinunciando al gran bene del Matrimonio per preoccuparsi delle cose del Signore e cercare di piacerGli, diventando segno dell'assoluto primato dell'amore di Cristo e dell'ardente attesa della sua venuta gloriosa.

 

343. Come si celebra il Sacramento del Matrimonio?

Poiché il Matrimonio stabilisce i coniugi in uno stato pubblico di vita nella Chiesa, la sua celebrazione liturgica è pubblica, alla presenza del sacerdote (o del testimone qualificato della Chiesa) e degli altri testimoni.

 

344. Che cosa è il consenso matrimoniale?

Il consenso matrimoniale è la volontà, espressa da un uomo e da una donna, di donarsi mutuamente e definitivamente, allo scopo di vivere un'alleanza di amore fedele e fecondo. Poiché il consenso fa il Matrimonio, esso è indispensabile e insostituibile. Per rendere valido il Matrimonio, il consenso deve avere come oggetto il vero Matrimonio ed essere un atto umano, cosciente e libero, non determinato da violenza o costrizioni.

 

 

345. Che cosa si richiede quando uno degli sposi non è cattolico?

Per essere leciti, i matrimoni misti (fra cattolico e battezzato non cattolico) richiedono la licenza dell'autorità ecclesiastica. Quelli con disparità di culto (fra cattolico e non battezzato) per essere validi hanno bisogno di una dispensa. In ogni caso, è essenziale che i coniugi non escludano l'accettazione dei fini e delle proprietà essenziali del Matrimonio, e che il coniuge cattolico confermi gli impegni, conosciuti anche dall'altro coniuge, di conservare la fede e di assicurare il Battesimo e l'educazione cattolica dei figli.

 

346. Quali sono gli effetti del Sacramento del Matrimonio?

Il Sacramento del Matrimonio genera tra i coniugi un vincolo perpetuo ed esclusivo. Dio stesso suggella il consenso degli sposi. Pertanto il Matrimonio concluso e consumato tra battezzati non può essere mai sciolto. Inoltre questo Sacramento conferisce agli sposi la grazia necessaria per raggiungere la santità nella vita coniugale e per l'accoglienza responsabile dei figli e la loro educazione.

 

347. Quali sono i peccati gravemente contrari al Sacramento del Matrimonio?

Essi sono: l'adulterio; la poligamia, in quanto contraddice la pari dignità tra l'uomo e la donna, l'unicità e l'esclusività dell'amore coniugale; il rifiuto della fecondità, che priva la vita coniugale del dono dei figli; e il divorzio, che contravviene all'indissolubilità.

 

348. Quando la Chiesa ammette la separazione fisica degli sposi?

La Chiesa ammette la separazione fisica degli sposi quando la loro coabitazione è divenuta per motivi gravi praticamente impossibile, anche se auspica una loro riconciliazione. Ma essi, finché vive il coniuge, non sono liberi di contrarre una nuova unione, a meno che il loro Matrimonio sia nullo, e tale venga dichiarato dall'autorità ecclesiastica.

 

349. Qual è l'atteggiamento della Chiesa verso i divorziati risposati?

Fedele al Signore, la Chiesa non può riconoscere come Matrimonio l'unione dei divorziati risposati civilmente. «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio» (Mc 10,11-12). Verso di loro la Chiesa attua un'attenta sollecitudine, invitandoli a una vita di fede, alla preghiera, alle opere di carità e all'educazione cristiana dei figli.

 

350. Perché la famiglia cristiana è chiamata anche Chiesa domestica?

 

Perché la famiglia manifesta e attua la natura comunionale e familiare della Chiesa come famiglia di Dio. Ciascun membro, secondo il proprio ruolo, esercita il sacerdozio battesimale, contribuendo a fare della famiglia una comunità di grazia e di preghiera, una scuola delle virtù umane e cristiane, il luogo del primo annuncio della fede ai figli.


Catechesi Domenica 5 Marzo 2017 Padre Stefano

Credo nello Spirito Santo,

la santa Chiesa cattolica,

la comunione dei santi.

 

Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita,

e procede dal Padre e dal Figlio.  Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti.

 

Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono! (Lc 11,13)

 

PREGHIERA SUI SETTE DONI dello Spirito Santo

RIT. (si ripete dopo ogni strofa):

          Padre santo, nel nome di Gesù

          manda il Tuo Spirito a rinnovare il mondo!

 

Vieni, SPIRITO DI SAPIENZA, che procedi dal Padre e dal Figlio, Tu, dolcezza del cuore, liberaci dalla schiavitù delle cose e facci gustare l’Amore che il Padre ha per noi.  RIT.

 

Vieni, SPIRITO DI INTELLETTO, che hai ispirato i Profeti,

Tu, luce della nostra mente, accresci la nostra fede,

facci leggere nella storia e nella creazione la presenza del Regno di Dio, e facci capire il senso vero e personale della parola di Dio, per attuare il progetto del Padre su noi e su tutta l’umanità.   RIT.

 

Vieni, SPIRITO DI CONSIGLIO, che ci fai diventare

offerta viva in Cristo, a lode e gloria del Padre;

Tu, Consolatore dolcissimo, donaci discernimento e saggezza nelle decisioni, aiutaci ad aderire alla chiamata di Gesù, a dirigere le azioni secondo il progetto del Padre,

e a vivere la scelta e la sequela di Cristo, Signore nostro,

come opzione fondamentale, per gustare il Regno di Dio.      RIT.

 

Vieni, SPIRITO DI FORTEZZA, che ci fai diventare in Cristo un solo corpo e un solo Spirito, Tu forza dei deboli e Potenza d’amore, donaci di testimoniare Cristo sempre e dovunque, di servire i fratelli nella sofferenza e nel bisogno, e di resistere all’egoismo e agli istinti passionali.                  RIT.

 

Vieni, SPIRITO DI SCIENZA, che ci conduci alla pienezza della verità, Tu, Maestro interiore, aiutaci ad abbattere gli idoli di moda; insegnaci a vedere le creature come gradini per salire al Padre,

facci vedere la creazione come opera che canta la gloria di Dio, facci cantare Cristo, Cuore del mondo!RIT.

 

Vieni, SPIRITO DI PIETA’, che ci hai rigenerati come figli del Padre, e ci hai resi Tuo tempio sulla terra, Tu ospite dell’anima, dimora nel nostro cuore e infiammaci d’amore filiale, di tenerezza e di affetto, cosi che impariamo ad amare il Padre sopra ogni cosa, e a diventare, in Cristo, un cuor solo ed un’anima sola!          RIT.

 

Vieni, SPIRITO DI SANTO TIMORE, Tu che sei comunione d’Amore del Padre e del Figlio, semina nel nostro cuore il timore di perderti, imprimi fortemente dentro di noi delicatezza di coscienza, per vivere un rapporto delicato d’amore e per essere disposti a soffrire ogni male, anzichè peccare.         RIT.

 

Benedetto XVI risponde:

Andrea: «La mia catechista, preparandomi al giorno della mia Prima Comunione, mi ha detto che Gesù è presente nell'Eucaristia. Ma come? Io non lo vedo!»

Sì, non lo vediamo, ma ci sono tante cose che non vediamo e che esistono e sono essenziali. Per esempio, non vediamo la nostra ragione, tuttavia abbiamo la ragione. Non vediamo la nostra intelligenza e l'abbiamo. Non vediamo, in una parola, la nostra anima e tuttavia esiste e ne vediamo gli effetti, perché possiamo parlare, pensare, decidere ecc... Così pure non vediamo, per esempio, la corrente elettrica, e tuttavia vediamo che esiste, vediamo questo microfono come funziona; vediamo le luci. In una parola, proprio le cose più profonde, che sostengono realmente la vita e il mondo, non le vediamo, ma possiamo vedere, sentire gli effetti. L'elettricità, la corrente non le vediamo, ma la luce la vediamo. E così via. E così anche il Signore risorto non lo vediamo con i nostri occhi, ma vediamo che dove è Gesù, gli uomini cambiano, diventano migliori. Si crea una maggiore capacità di pace, di riconciliazione, ecc... Quindi, non vediamo il Signore stesso, ma vediamo gli effetti: così possiamo capire che Gesù è presente.

Senza lo Spirito Santo

Dio è lontano, Cristo rimane nel passato,

il Vangelo è lettera morta, la Chiesa è una semplice organizzazione, l’autorità è una dominazione,

la missione una propaganda, il culto una evocazione,

e l’agire dell’essere umano una morale da schiavi.

Ma nello Spirito Santo:

il cosmo è sollevato e geme nella gestazione del Regno,

Cristo risorto è presente, il Vangelo è potenza di vita,

la Chiesa significa comunione trinitaria,

l’autorità è un servizio liberatore, la missione è una Pentecoste,

la liturgia è memoriale e anticipazione,

l’agire umano è divinizzato.

(Patriarca Atenagora)

Ho detto a Dio

che la sua Pentecoste non valeva gran cosa

e che il suo Spirito Santo non era tanto efficace

con tutte queste guerre, queste divisioni, questa gente che muore di fame, questa droga e tutti questi omicidi.

Ma Dio mi ha risposto:

E’ a te che ho donato Il mio Spirito. Che cosa ne hai fatto?

Chi farà la giustizia se tu non incominci ad essere giusto?

Chi farà la verità se tu stesso non sei vero?

Chi farà la pace se tu non sei in pace con te stesso e con i tuoi fratelli? Sei tu che io ho inviato per portare la buona notizia.

Credo la Chiesa,

una santa cattolica e apostolica.

Cristo sì, Chiesa no?

Quanto mi hai fatto soffrire, Chiesa, eppure... 

Carlo Carretto

Quanto sei contestabile, Chiesa, eppure quanto ti amo!

Quanto mi hai fatto soffrire, eppure quanto a te devo!

Vorrei vederti distrutta, eppure ho bisogno della tua presenza.

Mi hai dato tanti scandali, eppure mi hai fatto capire la santità!

Nulla ho visto al mondo di più oscurantista, più compresso, più falso e nulla ho toccato di più puro, di più generoso, di più bello.

Quante volte ho avuto la voglia di sbatterti in faccia la porte della mia anima, quante volte ho pregato di poter morire tra le tue braccia sicure.

No, non posso liberarmi di te, perché sono te, pur non essendo completamente te.

E poi, dove andrei? A costruirne un'altra?

Ma non potrò costruirla se non con gli stessi difetti, perché sono i miei che porto dentro. E se la costruirò, sarà la mia Chiesa, non più quella di Cristo. Sono abbastanza vecchio per capire che non sono migliore degli altri.

L'altro ieri un amico ha scritto una lettera ad un giornale: "Lascio la Chiesa perché, con la sua compromissione con i ricchi, non è più credibile". Mi fa pena!

O è un sentimentale che non ha esperienza, e lo scuso; o è un orgoglioso che crede di essere migliore degli altri.

Nessuno di noi è credibile finché è su questa terra...

La credibilità non è degli uomini, è solo di Dio e del Cristo.

Forse che la Chiesa di ieri era migliore di quella di oggi? Forse che la Chiesa di Gerusalemme era più credibile di quella di Roma?

 

 

« Noi crediamo alla comunione di tutti i fedeli di Cristo, di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la loro purificazione e dei beati del cielo; tutti insieme formano una sola Chiesa; noi crediamo che in questa comunione l'amore misericordioso di Dio e dei suoi santi ascolta costantemente le nostre preghiere ». (Paolo VI)

Catechesi Domenica 26 Febbraio 2017 Padre Angelo

Catechesi Domenica 19 Febbraio 2017


Catechesi Domenica 29 Gennaio 2017  Padre Lorenzo


Catechesi Domenica 23 Gennaio 2017 Padre Stefano

I SACRAMENTI DELLA GUARIGIONE

 

 

Ovvero il SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE e DELL’UNZIONE DEGLI INFERMI

 

 

 

Sacramenti che trasmettono il potere di Gesù Cristo venuto come MEDICO dell’anima e del corpo (che formano una sola realtà).

Il SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE viene anche chiamato:

S. della CONVERSIONE: ci chiama a continua CONVERSIONE = VOLGERE LO SGUARDO, i passi… verso Dio che è vicino a noi, ma che, per la suggestione del peccato, sentiamo lontano, indifferente, assente. “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”

S. della PENITENZA: il penitente è colui che è pentito dei suoi peccati, che è disposto a cambiare vita, a fare atti di penitenza che lo aiutino a ritrovare la retta via.

S. della CONFESSIONE: richiede di confessare i propri peccati, cioè di riconoscerli e accusarsi di essi davanti ad un sacerdote che media la presenza e l’azione di Gesù Cristo. E riconoscere la misericordia di Dio.

S. del PERDONO: dona il perdono dei peccati attraverso l’assoluzione del sacerdote.

S. della RICONCILIAZIONE con Dio.

Perché un S. della R. dopo il BATTESIMO?

Il battesimo ci ha tolto il “peccato originale”, ovvero il potere del male che ci rende suoi schiavi. Siamo liberi, ma liberi anche di sbagliare, di cedere alla tentazione che mai viene meno (e che ha coinvolto anche nostro Signore). Siamo liberi, ma fragili, deboli e influenzati (non determinati) dal male che è interiore ed esteriore.

 

Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio (Rm 7,15-19).

San Paolo dice di non capire quello che fa, perché sperimenta, come tutti noi, che ci sono in lui delle spinte che lo inclinano al male e che non riesce a dominare.

L’esperienza di san Paolo è anche la nostra: quante volte ci siamo proposti di rimanere calmi e pazienti, di non dire neanche una parola e invece, subito dopo, abbiamo perso la pazienza e abbiamo detto quello che non volevamo dire? Quante volte si vorrebbe dominare qualche impulso sensuale e invece ci troviamo coinvolti, nonostante la nostra volontà contraria? Siamo allora schiavi dei nostri istinti e dei nostri bisogni? No, ma non possiamo neanche minimizzarne le forze.

Siamo chiamati ad un COMBATTIMENTO SPIRITUALE che richiede FORZA INTERIORE (= ASCESI = ALLENAMENTO) e la GRAZIA DIVINA (l’aiuto che ci viene da Dio e che ci è trasmesso in modo particolare da questo sacramento).

Il volto autentico di Dio non è quello di un giudice implacabile e un po’ cinico che condanna i nostri errori, ma un padre e una madre che ci ama e non smette di amarci per il fatto che noi ci comportiamo male. Che ci incoraggia dicendoci: “Tu puoi fare di meglio!” (non tanto “tu devi…, ma tu puoi!”).

“L’atto di dolore” ci fa dire che a causa dei nostri peccati abbiamo offeso Dio e “abbiamo meritato” i suoi “castighi”. Certo, ci ricorda che è “infinitamente buono e degno di essere amato”, ma forse non così tanto se è pronto a castigarmi e si offende a causa delle mie fragilità. Castighi “educativi”, si obietterà, a fin di bene, ma poco coerenti con la testimonianza di Gesù su Dio. Non dimentichiamo inoltre che la nuova traduzione CEI della Bibbia del 2008 è passata dal “non ci indurre in tentazione” a favore di un “non abbandonarci alla tentazione”, perché – scrive san Giacomo nella sua lettera – “Dio non tenta nessuno. Ciascuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni, che lo attraggono e lo seducono” .

“Dio ci ama così come siamo, e nessun peccato, difetto o sbaglio gli farà cambiare idea”, così twittava papa Francesco il 31 luglio 2016. E un lettore subito commentava: “E il giudizio di Dio? Attenti: così si giustifica ogni peccato!”.

Perché bisogna confessare a un sacerdote i propri peccati e non lo si può fare direttamente a Dio? Certamente, è sempre a Dio che ci si rivolge quando si confessano i propri peccati. Che sia, però, necessario farlo anche davanti a un sacerdote ce lo fa capire Dio stesso: scegliendo di inviare Suo Figlio nella nostra carne, egli dimostra di volerci incontrare mediante un contatto diretto, che passa attraverso i segni e i linguaggi della nostra condizione umana. Come Lui è uscito da sé per amore nostro ed è venuto a “toccarci” con la sua carne, così noi siamo chiamati ad uscire da noi stessi per amore Suo e andare con umiltà e fede da chi può darci il perdono in nome Suo con la parola e col gesto. Solo l’assoluzione dei peccati che il sacerdote ti dà nel sacramento può comunicarti la certezza interiore di essere stato veramente perdonato e accolto dal Padre che è nei cieli, perché Cristo ha affidato al ministero della Chiesa il potere di legare e sciogliere, di escludere e di ammettere nella comunità dell’allean¬za (cf. Mt 18,17). Perciò, confessarsi da un sacerdote è tutt’altra cosa che farlo nel segreto del cuore, esposto alle tante insicurezze e ambiguità che riempiono la vita e la storia. Da solo non saprai mai veramente se a toccarti è stata la grazia di Dio o la tua emozione, se a perdonarti sei stato tu o è stato Lui per la via che Lui ha scelto. Assolto da chi il Signore ha scelto e inviato come ministro del perdono, potrai sperimentare la libertà che solo Dio dona e capirai perché confessarsi è fonte di pace.

Il Signore risorto ha istituito questo Sacramento quando la sera di Pasqua si mostrò ai suoi Apostoli e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi» (Gv 20,22-23).

Data la delicatezza e la grandezza di questo ministero e il rispetto dovuto alle persone, ogni Confessore è obbligato, senza alcuna eccezione e sotto pene molto severe, a mantenere il sigillo sacramentale, cioè l'assoluto segreto circa i peccati conosciuti in confessione.

Dio, Padre di misericordia, che ha riconciliato a sé il mondo nella morte e Risurrezione del suo Figlio, e ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei peccati, ti conceda, mediante il ministero della Chiesa, il perdono e la pace. E io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

 

Poretti: confessione fai da te? Meglio di no

di Giacomo Poretti (fonte: Avvenire)

… il rito di riconciliazione, come ha ricordato il Papa Francesco, ha i suoi perché; egli ci rammenta quanto sia importante riconoscere i propri errori, fallimenti, e «cercare nel proprio cuore ciò che è gradito a Dio».

L’epoca moderna verrà ricordata anche per le pratiche "fai da te" della confessione: e cioè la consuetudine di ritenere inutile andare in chiesa, trovare un confessionale, e rivolgersi a un sacerdote per raccontare lo stato delle nostre ferite da medicare.

È più smart, trendy e modern oriented fare un rapido esame di coscienza una volta al mese e auto assolversi prima di addormentarsi.

Queste pratiche di riconciliazione autogestite in genere non prevedono né penitenze, né ammonimenti, salvo i peccati (che parola antica ed urticante, meglio dire disordini), disordini della gola, che non vanno confusi con la raucedine o la faringite, o della sfera sessuale, anche qua non travasabili con le cistiti o prostatiti; ecco in questi generi di disordini, il peccatore autogestito si infligge due giorni senza vino, derogati poi a mezza giornata, e una settimana senza amante, di solito quando lei è in vacanza con il marito legittimo.

Se qualcuno avesse intenzione di difendere queste pratiche riferendosi alla magnanimità misericordiosa del Papa, faccio umilmente notare che Francesco non si è mai espresso dicendo «Chi sono io per giudicare un peccatore che si confessa da solo?», ma che invece ha scritto: «Se tu non sei capace di parlare dei tuoi sbagli con il fratello, sta sicuro che non sei capace di parlare neanche con Dio e così finisci per confessarti con lo specchio, davanti a te stesso. Siamo esseri sociali e il perdono ha anche un risvolto sociale perché anche l’umanità e la società vengono ferite dal mio peccato. Confessarsi davanti a un sacerdote è un modo per mettere la mia vita nelle manie nel cuore di un altro, che in quel modo agisce in nome e per conto di Gesù».

Ancora una volta Francesco ci prende per mano lungo questa faticosa scalata verso la vetta della Misericordia, indicandoci i falsi sentieri dell’auto referenzialità, dell’io autarchico, e della necessità invece di aprirsi alle relazioni con i nostri fratelli, condizione prima per relazionarsi a Lui.

P.S.: per i portatori di disordini di gola ed altri apparati: non temete è prevista la comprensione ed il perdono pure per loro, basta dirlo a... Qualcuno.

 

Benedetto XVI:

devo confessarmi tutte le volte che faccio la Comunione? Anche quando ho fatto gli stessi peccati? Perché mi accorgo che sono sempre quelli.

Direi due cose: la prima, naturalmente, è che non devi confessarti sempre prima della Comunione, se non hai fatto peccati così gravi che sarebbe necessario confessarsi. Quindi, non è necessario confessarsi prima di ogni Comunione eucaristica. Questo è il primo punto. Necessario è soltanto nel caso che hai commesso un peccato realmente grave, che hai offeso profondamente Gesù, così che l’amicizia è distrutta e devi ricominciare di nuovo. Solo in questo caso, quando si è in peccato "mortale", cioè grave, è necessario confessarsi prima della Comunione. Questo è il primo punto. Il secondo: anche se, come ho detto, non è necessario confessarsi prima di ogni Comunione, è molto utile confessarsi con una certa regolarità. È vero, di solito, i nostri peccati sono sempre gli stessi, ma facciamo pulizia delle nostre abitazioni, delle nostre camere, almeno ogni settimana, anche se la sporcizia è sempre la stessa. Per vivere nel pulito, per ricominciare; altrimenti, forse la sporcizia non si vede, ma si accumula. Una cosa simile vale anche per l'anima, per me stesso, se non mi confesso mai, l'anima rimane trascurata e, alla fine, sono sempre contento di me e non capisco più che devo anche lavorare per essere migliore, che devo andare avanti.

Andrea: «La mia catechista, preparandomi al giorno della mia Prima Comunione, mi ha detto che Gesù è presente nell'Eucaristia. Ma come? Io non lo vedo!»

Sì, non lo vediamo, ma ci sono tante cose che non vediamo e che esistono e sono essenziali. Per esempio, non vediamo la nostra ragione, tuttavia abbiamo la ragione. Non vediamo la nostra intelligenza e l'abbiamo. Non vediamo, in una parola, la nostra anima e tuttavia esiste e ne vediamo gli effetti, perché possiamo parlare, pensare, decidere ecc... Così pure non vediamo, per esempio, la corrente elettrica, e tuttavia vediamo che esiste, vediamo questo microfono come funziona; vediamo le luci. In una parola, proprio le cose più profonde, che sostengono realmente la vita e il mondo, non le vediamo, ma possiamo vedere, sentire gli effetti. L'elettricità, la corrente non le vediamo, ma la luce la vediamo. E così via. E così anche il Signore risorto non lo vediamo con i nostri occhi, ma vediamo che dove è Gesù, gli uomini cambiano, diventano migliori. Si crea una maggiore capacità di pace, di riconciliazione, ecc... Quindi, non vediamo il Signore stesso, ma vediamo gli effetti: così possiamo capire che Gesù è presente.

Papa Francesco:

Dio mai si stanca di perdonarci, mai! “Eh, padre, qual è il problema?”. Eh, il problema è che noi ci stanchiamo, noi non vogliamo, ci stanchiamo di chiedere perdono. Lui mai si stanca di perdonare, ma noi, a volte, ci stanchiamo di chiedere perdono. Non ci stanchiamo mai, non ci stanchiamo mai! Lui è il Padre amoroso che sempre perdona, che ha quel cuore di misericordia per tutti noi. E anche noi impariamo ad essere misericordiosi con tutti. Invochiamo l’intercessione della Madonna che ha avuto tra le sue braccia la Misericordia di Dio fatta uomo.

 

IL SACRAMENTO DELL’UNZIONE DEGLI INFERMI

 

Non si parla più di “estrema unzione”, perché non è il sacramento per i moribondi che non hanno già più consapevolezza della propria condizione, ma unzione dei malati in pericolo di morte.

 

1500 La malattia e la sofferenza sono sempre state tra i problemi più gravi che mettono alla prova la vita umana. Nella malattia l'uomo fa l'esperienza della propria impotenza, dei propri limiti e della propria finitezza. Ogni malattia può farci intravvedere la morte.

1501 La malattia può condurre all'angoscia, al ripiegamento su di sé, talvolta persino alla disperazione e alla ribellione contro Dio. Ma essa può anche rendere la persona più matura, aiutarla a discernere nella propria vita ciò che non è essenziale per volgersi verso ciò che lo è. Molto spesso la malattia provoca una ricerca di Dio, un ritorno a lui.

 

Il Cristo è venuto come medico per sanare i peccatori e chiede la fede/fiducia per operare guarigioni che sono sempre prima spirituali e poi anche fisiche.

E’ un sacramento che dona CONFORTO per coloro che si trovano ad affrontare una condizione di grave malattia.

San Giacomo: “Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e, se ha commesso peccati, gli saranno perdonati”.

La Liturgia non ha mai tralasciato di pregare il Signore affinché il malato riacquisti la salute, se ciò può giovare alla sua salvezza.

Viene conferito da un sacerdote ai malati in grave pericolo, ungendoli sulla fronte e sulle mani con olio debitamente benedetto - olio degli infermi - dicendo: “Per questa santa unzione e per la sua piissima misericordia ti aiuti il Signore con la grazia dello Spirito Santo, e liberandoti dai peccati, ti salvi e nella sua bontà ti sollevi”.

La grazia fondamentale di questo sacramento è una grazia di conforto, di pace e di coraggio per superare le difficoltà proprie dello stato di malattia grave o della fragilità della vecchiaia. Questa grazia è un dono dello Spirito Santo che rinnova la fiducia e la fede in Dio e fortifica contro le tentazioni del maligno, cioè contro la tentazione di scoraggiamento e di angoscia di fronte alla morte.

 

Può essere ricevuto più volte.


Catechesi Domenica 15 Gennaio 2017. Padre Francesco


Domenica  11 Dicembre 2016

Catechesi  Domenicale  alle famiglie  e in  particolare per i bambini del  I Biennio Comunione,insieme ai loro genitori  e agli adulti della Comunità

 

Padre Lorenzo

        

 

 

 

 

Patì sotto Ponzio Pilato,fu crocifisso,morì e fu sepolto,discese all’infero

 

“Mio Dio,mio Dio perché mi hai abbandonato?”

(Mc 15,34=Mt 27,46). ” Padre,nelle tue mani affido il mio spirito”(Lc 23,46).

Le parole di Gesù in Croce ci invitano ad accostarci al mistero  del Suo abbandono sulla croce scorgendovi la presenza premurosa e partecipe del Padre celeste,che non oscura in alcun modo la concretezza e la tragicità di quest’evento storico , richiamato dalla frase “patì sotto Ponzio Pilato” . Sulla croce si incontrano il tempo e l’eternità: al Dio sovrano,Gesù morente chiede “perché?”(in greco:”a qual fine?”). La domanda è carica del tormento che attraversa ogni sofferenza, il travaglio di non comprendere il senso.

All’abbandono doloroso,però il Crocifisso risponde con l’offerta! Le parole riportate da Luca lasciano trasparire quest’altra dimensione del dolore del Figlio. Gesù si rivolge a Dio col dolce nome di “Padre “,il perché” diventa il grido fiducioso  “nelle Tue mani” l’esperienza dell’abbandono di sé  fra le braccia di Lui. Gesù vive insomma il suo dolore in profonda comunione con tutti i crocifissi della terra e insieme in oblazione fiduciosa al Padre,per amore del mondo. Consegnando lo Spirito al Padre (cfr.Gv 19,30), IL Crocifisso entra nella solidarietà con tutti coloro che per loro colpa sono stati privati dello Spirito e hanno sperimentato l’esilio dellla separazione da Dio. Proprio così, il Figlio crocifisso rende possibile ai peccatori la riconciliazione con Padre grazie al dono della Spirito effuso su di Lui a Pasqua e da Lui risorto offerto a ogni carne.Nell’abbandono del Figlio,l’Eterno raggiunge gli abbisi della morte e li inghiotte;la “ discesa agli inferi” dell’Amato è “annunzio di salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione” ( 1 Pt 3,19), garanzia che Egli ha riconciliato col Padre l’universo intero. La possibilità di salvezza offerta a tutti è il Vangelo liberante della croce e della risurrezione di Cristo.

 

 

(Da  “La porta della Fede”,aut Bruno Forte, casa ed.San Paolo)


Catechesi Domenica 4 Dicembre. Padre Stefano

Catechesi Domenica 27 Novembre 2016 Padre Angelo

Catechesi Domenica 21 Novembre di Padre Francesco


Catechesi Domenica 13 Novembre 2016. Padre Lorenzo


Catechesi

LA VITA IN CRISTO (II parte): “LA COMUNITA’ UMANA e LA SALVEZZA DI DIO” nn.1877-2051

 

Padre Stefano

 

Capitolo II: LA COMUNITA’ UMANA

Art.1: La persona e la società

I-       Il carattere comunitario della vocazione umana

“Noi siamo gli altri” e siamo chiamati a santificarci a vicenda (a partire dalla vocazione matrimoniale e sacerdotale, sacramenti del servizio).

Abbiamo un passato  (ricevuto come EREDITA’/DONO/TESTIMONE) e prepariamo il futuro: viviamo nell’attimo presente, ma senza dimenticarci le altre due dimensioni.

“Non è bene che l’uomo sia solo” (Gen): ha bisogno degli altri e di Dio, è costituzionalmente un “mendicante”: l’uomo non basta a sé stesso!

Non c’è cristiano senza Chiesa, senza una comunità, una famiglia composta da tante famiglie con cui condivide la fede in Dio e con cui cammina sostenendosi e sperimentando l’amore reciproco. “Dove due o più sono uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”.

"Noi anziani siamo stati spiritualmente degli individualisti, data la nostra provenienza e la nostra formazione. (...)Io penso che in una spiritualità del futuro l'elemento della comunione spirituale fraterna, di una spiritualità vissuta insieme, possa giocare un ruolo più determinante, e che lentamente ma decisamente si debba proseguire lungo questa strada".  (K. Rahner)

Un tempo si pensava che per arrivare all’unione con Dio fosse sufficiente dire le preghiere, fare penitenze, digiuni, rinunzie, fuggire dai fratelli; tutte cose che la singola persona compiva da sola come se il fratello non esistesse. Poi, il fratello, è diventato oggetto di carità, di opere di misericordia, di elemosina. Lo Spirito ci spinge oggi verso la comunione: il fratello non è più un ostacolo, o solo oggetto di carità, ma diviene la strada privilegiata per trovare Dio, per vivere l’unione con Dio.

 

Seguendo un’immagine di Gregorio Magno, si può rileggere l’azione dello Spirito nella storia della cristianità, come un albero di cui, nel primo millennio, si formano le radici dell’amore di Dio e, nel secondo millennio, si sviluppa l’albero, simbolo dell’amore per il prossimo: continua certo la ricerca di Dio, accentuando però l’attenzione verso il prossimo. Nascono così le spiritualità del servizio caritatevole. E’ l’epoca di Camillo di Lellis, Giovanni di Dio, Vincenzo de’ Paoli, Giovanni Bosco…

Arriviamo così al terzo millennio che stiamo vivendo, nel quale riscontriamo come sia diventato centrale il comandamento “nuovo” di Gesù in cui troviamo sintetizzato l’amore di Dio e l’amore del prossimo in una dimensione nuova, trinitaria.

Vanno in questa direzione:

-        la REGOLA D’ORO (“fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”) e

-        il COMANDAMENTO NUOVO DI GESU’ (“amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”).

La fede cristiana non è mai un fatto privato (è personale, intimo, ma non privato): è una fede comunitaria o di comunione, che ci apre agli altri, che ci fa camminare con gli altri, che è chiamata ad incidere sulla società per la ricerca del bene (comune).

II-      La conversione e la società

La società è costituita dalle SINGOLE PERSONE UMANE che devono essere rispettate (> dignità di ogni persona) e mai sacrificate al bene comune: IL FINE NON GIUSTIFICA MAI I MEZZI (e attenzione a non confondere i mezzi – come l’autorità e il potere – come fini). Le dittature hanno sempre privilegiato la collettività, sacrificando il singolo, giustificando violenze e soprusi.

La società si costituisce inoltre a partire dalle FAMIGLIE che ne costituiscono le cellule e si arricchisce attraverso la partecipazione in ASSOCIAZIONI che la sviluppano in ambito culturale, sportivo, musicale, ricreativo… di VOLONTARIATO (es. del nord Italia).

PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETA’ (se un ente inferiore è capace di svolgere bene un compito, l'ente superiore non deve intervenire, ma può eventualmente sostenerne l'azione).

Gesù Cristo non è stato un RIVOLUZIONARIO POLITICO, una sorta di Che Guevara, ma colui che chiede una continua RIVOLUZIONE del cuore (chiamata CONVERSIONE): si può cambiare il mondo solo cambiando la mentalità della persona, partendo da me.

Art. 2: La partecipazione alla vita sociale

I-       L’autorità

Il cristiano rispetta l’AUTORITA’ come voluta da Dio (come mezzo per il bene comune: abbiamo bisogno di chi guidi “legittimamente” la società, così come i figli hanno bisogno dell’autorità dei genitori, non dell’autoritarismo, ma dell’autorevolezza), ma dando “a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Il ’68 ci ha segnati con il rifiuto o il pregiudizio nei confronti di ogni autorità (in nome della libertà). Con quali esiti?

Siamo chiamati al rispetto, “obbedienza” (= ascolto vero, non obbedienza cieca, ma critica, senza cioè che annulli la coscienza umana), gratitudine e benevolenza verso chi esercita il difficile compito dell’autorità. Senza togliere valore al discernimento, alla valutazione critica, al dovuto rispetto delle leggi “giuste” e ai principi fondamentali. Il primato và alla coscienza umana (> obiezione di coscienza) che valuta la vera ricerca del bene comune attraverso mezzi moralmente leciti e le forme democratiche di controllo e di partecipazione. Soprusi e ingiustizie vanno smascherate e condannate.

II-      Il bene comune

Ho cura del bene comune? Degli spazi condivisi? Ciò che è di tutti è di nessuno? Educo (e dunque vivo) al rispetto dell’ambiente (non butto le cose per terra, faccio la raccolta differenziata…), delle norme di civile convivenza (mi fermo davanti alle strisce, non parcheggio dove è proibito, pago le tasse, evito raccomandazioni…: “i bambini ci guardano” e ci imitano).

La ricerca della PACE richiede anche la salvaguardia della SICUREZZA e giustifica la LEGITTIMA DIFESA personale e collettiva.

C’è un bene comune “universale” che richiede di soccorrere i profughi e gli emigranti, di sostenere i poveri degli altri paesi, la giustizia e la pace lì dove è negata.

III-     Responsabilità e partecipazione

C’è una RESPONSABILITA’ comune (“Caino, dov’è tuo fratello Abele?” Rispose Caino: “Sono forse il guardiano di mio fratello?”) e un dovere di informazione e partecipazione (siamo “contempl-attivi”?)

Art.3: La giustizia sociale

I-       Il rispetto della persona umana

II-      Uguaglianza e differenze tra gli uomini

Lottiamo contro ogni tipo di discriminazione e diseguaglianza iniqua: ogni essere umano ha gli stessi diritti, ma non è uguale agli altri. La comunione si costruisce nel rispetto delle differenze reciproche. La chiesa parla di “uguaglianza nella diversità”, cioè riconosce pari dignità ad ogni essere umano, ma senza negare le diversità che ci sono tra di essi. Pari dignità non significa essere uguali così come essere diversi non significa essere migliori o peggiori. Negare le differenze e le reciproche complementarietà non è in fondo la vera discriminazione del nostro tempo?

III-     La solidarietà umana

 

Capitolo III: LA SALVEZZA DI DIO: LA LEGGE E LA GRAZIA

Art. 1: la legge morale

I-       La legge morale naturale

E’ quella iscritta da Dio nell’uomo che si sente spinto a fare il bene ed evitare il male. Essa è universale, immutabile ed eterna; conoscibile con “retta ragione”, ma oscurata dal peccato (e quindi necessita della grazia e della rivelazione).

II-      La Legge antica

Il DECALOGO indica cosa fare, ma da sé non dà la forza (la grazia dello Spirito) per osservarla.

III-     La nuova Legge o Legge evangelica

Porta a compimento (perfeziona) la legge antica (cfr. il discorso della montagna; la regola d’oro e il comandamento nuovo di Gesù). I consigli evangelici. Non tanto “tu devi”, ma “tu puoi”. La nuova legge è innanzitutto la grazia dello Spirito ricevuto mediante la fede in Cristo (e nei sacramenti) che opera attraverso la carità.

Art.2: Grazia e giustificazione

Lutero 500 anni fa parlava di “sola grazia”: la salvezza è donata in Cristo soltanto (Solus Christus), attraverso la sola grazia di Dio (Sola gratia), a cui l’essere umano risponde con la fede (Sola fide) riconoscendo la sola autorità della Scrittura (Sola Scriptura).

I-       La giustificazione (cosa ci rende giusti e ci salva?)

 

II-      La grazia

La grazia è l’aiuto divino: iniziativa gratuita di Dio in grado di santificarci: Dio ci precede, ma richiede la LIBERA RISPOSTA dell’uomo: Dio può tutto, ma nulla fa senza il consenso e la collaborazione dell’uomo.

E’ lo Spirito che ci giustifica e santifica. Lo fa attraverso i SACRAMENTI (> grazia sacramentale) e i CARISMI (> grazia speciale: doni particolari ordinati al bene comune della Chiesa). Esiste inoltre una grazia di STATO per coloro che hanno particolari responsabilità.

III-     Il merito

Non abbiamo meriti da accampare davanti a Dio (“non sono degno”; “siete servi inutili”): riceviamo tutto da Dio: anche il merito per le opere buone compiute è di Dio: è lui che ci dona forza, ci sostiene e illumina nel compierle. Tuttavia le OPERE sono importanti (“dai loro frutti li riconoscerete”): esse esprimono la coerenza e la consistenza della fede e ci fortificano attraverso una carità operosa. “Senza le opere la fede è morta”, è falsa.

 

IV-     La santità cristiana


Catechesi I Sacramenti Padre Lorenzo


CATECHESI PER ADULTI e genitori dei cresimandi. 9 ottobre 2016

Padre Stefano 

 

LA VITA IN CRISTO 1700-1869 (169 articoli)

1.       La dignità della persona umana (immagine di Dio)

2.       La libertà dell’uomo

3.       Moralità degli atti umani (e delle passioni)

4.       La coscienza morale

5.       Le virtù

6.       Il peccato

 

La dignità della persona umana (immagine di Dio)

Tu sei prezioso ai miei occhi, hai valore e io ti amo” (Is). Siamo esseri unici! Noi valiamo molto agli occhi di Dio: “non temete!”

Perché Dio ha creato l’uomo?

“Perché ci ha creati Dio?”: così suonava la seconda domanda del catechismo di una volta, e la risposta era: “Per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita e goderlo poi nell’altra in paradiso”. Risposta ineccepibile, ma parziale. Essa risponde alla domanda: “per quale scopo, a che fine ci ha creati Dio”; non risponde alla domanda: “perché ci ha creati, che cosa lo ha spinto a crearci”. A questa domanda non si deve rispondere: “perché lo amassimo”, ma “perché ci amava”.

Dio ci ha creati per un atto di amore libero e disinteressato”.

“Dio non plasmò Adamo perché avesse bisogno dell’uomo, ma per avere qualcuno nel quale deporre i suoi doni”(Ireneo di Lione)

Fondamentale è l’analisi del racconto della creazione dell’umanità riportato in due versioni differenti nella Genesi. Centrale è l’affermazione “E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschi e femmina li creò” (Gen.1,27).

L’uomo è l’unico essere fatto a immagine e somiglianza di Dio: la sua creazione segna il culmine all’interno dell’intera opera creazionale.

Ma che cosa significa che l’uomo è a immagine di Dio? Dio crea una creatura con cui possa parlare e che lo possa ascoltare: egli decide di creare chi può avere una relazione con lui, che può essere partner di un rapporto, di un dialogo. L’uomo è stato creato “a immagine di Dio”, capace di conoscere e di amare il proprio Creatore” (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 12).

E’ la coppia uomo-donna la realizzazione dell’immagine e somiglianza di Dio. Quindi è la coppia che porta l’immagine e la somiglianza di Dio ed è la realtà che più si avvicina e rappresenta Dio che è comunione. 

L’uomo (al singolare) è l’unico essere creato a immagine e somiglianza di Dio, in quanto libero, capace di vivere in comunione, di tendere alla perfezione… Quest’uomo creato ad immagine di Dio è creato maschio e femmina (al plurale): due generi distinti chiamati alla fecondità e all’unità; due metà che hanno bisogno l’uno dell’altra per trovare pienezza e senso.

Il CCC ci ricorda che è Cristo “l’immagine del Dio invisibile” (Col 1,15): è il Lui che l’uomo è stato creato a immagine di Dio.

 

 

LA LIBERTA’

L’essere umano si distingue dagli altri animali soprattutto per l’autoconsapevolezza e per la libertà di indirizzare, guidare, motivare gli istinti e le emozioni che lo abitano.

Se ha fame, può decidersi di attendere i tempi prefissati e condivisi con altri, cucinare il cibo in svariate maniere, servirlo a tavola e consumarlo seguendo determinate consuetudini e regole (mangiare con le posate, attendere alla fine del pasto per la frutta o il dessert, tenere la bocca chiusa mentre si mastica…). Un animale segue i suoi istinti ed è determinato da essi nel cercare di soddisfarli.

La libertà non è la possibilità di fare qualsiasi cosa io desideri: questa è utopia. Noi siamo influenzati dai nostri istinti e dai nostri sentimenti, dai nostri limiti fisici e psichici, dalla responsabilità assunta nei confronti di altre persone, dai limiti spazio temporali, dalla cultura e dalla società… Influenzati, ma non determinati.

Molti vi diranno che essere liberi significa fare quello che si vuole. Ma qui bisogna saper dire dei no. Se tu non sai dire di no, non sei libero. Libero è chi sa dire sì e sa dire no. La libertà non è poter sempre fare quello che mi va: questo rende chiusi, distanti, impedisce di essere amici aperti e sinceri; non è vero che quando io sto bene tutto va bene. La libertà, invece, è il dono di poter scegliere il bene: questa è libertà. E’ libero chi sceglie il bene, chi cerca quello che piace a Dio, anche se è faticoso, non è facile.

Papa Francesco, omelia per il Giubileo dei ragazzi, 24 aprile 2016

“Libero è chi sa dire sì” a qualcosa di grande per la quale vale la pena impegnarsi e impegnare la propria vita sapendo dire dei no a ciò che può allontanarmi, distrarmi, indebolirmi nel realizzare quello che ho nel cuore. Per esemplificare: se voglio imparare a suonare la chitarra devo impormi dei tempi per esercitarmi e dire dei no a mille tentazioni che mi spingerebbero a fare ben altro piuttosto che faticare esercitandomi. Dico dei no, perché ho detto prima un si più grande.

Fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. (Gal 5,13)

Gesù ci vuole liberi e capaci di amare veramente e pienamente:

Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi. (…) Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero”. Gv 8,31.36

La libertà va’ formata e maturata, non è data una volta per tutte: i figli lottano per conquistarsi spazi di libertà, ma devono averla gradualmente, maturando umanamente, dimostrando di essere in grado di gestire la libertà offerta. Così il “FIGLIOL PRODIGO” che fugge pensando così di godersi la sua libertà… Sappiamo come è andata a finire!

Tornando ad un livello più psicologico, è evidente come il marasma interiore, a volte autodistruttivo, ci porti a fare delle scelte che, come ci ricorda san Paolo, non sempre corrispondono a ciò che sentiamo e sappiamo essere la cosa giusta e buona da fare:

Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio (Rm 7,15-19).

San Paolo dice di non capire quello che fa, perché sperimenta, come tutti noi, che ci sono in lui delle spinte che lo inclinano al male e che non riesce a dominare.
L’esperienza di san Paolo è anche la nostra: quante volte ci siamo proposti di rimanere calmi e pazienti, di non dire neanche una parola e invece, subito dopo, abbiamo perso la pazienza e abbiamo detto quello che non volevamo dire? Quante volte si vorrebbe dominare qualche impulso sensuale e invece ci troviamo coinvolti, nonostante la nostra volontà contraria? Siamo allora schiavi dei nostri istinti e dei nostri bisogni? No, ma non possiamo neanche minimizzarne le forze. Abbiamo bisogno di regole che ci tengano in carreggiata, che ci aiutino a realizzare la nostra volontà, le scelte fatte, le decisioni prese. Abbiamo bisogno della “grazia”, cioè di un aiuto divino che ci sostenga e ci illumini nei momenti di buio e di prova (“non abbandonarci alla tentazione”, preghiamo secondo l’insegnamento del nostro Signore). San Paolo non vuole negare o diminuire la responsabilità dell’uomo, ma riconoscere la fragilità in cui egli si trova che è la causa per cui fa ciò che disapprova e riconosce come male.

MORALITA’ DEGLI ATTI UMANI e il PECCATO

Il peccato originale

Dio sa – insinua il tentatore - che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male”.

La prospettiva di poter divenire “come Dio”, di “conoscere il bene e il male” senza dover far più riferimento a quanto Dio ci indica come buono o cattivo per noi, è il sogno della società moderna e contemporanea: siamo persone mature, “illuminate”, dunque non abbiamo più bisogno di Dio. Siamo noi a decidere autonomamente e liberamente cosa fare o non fare, a scegliere cosa è bene e cosa è male: la morale è divenuta soggettiva, relativa al soggetto che fa le sue scelte senza doverne rendere conto a nessuno, alla sola condizione che non intacchino la libertà di altri individui.

Se i figli moderni chiedono: «Papà, cosa preferisci: la pasta o il riso?», loro rispondono: dipende...

Papà, ma tu voti a destra o a sinistra? Dipende...

Se i figli domandano se bisogna sempre dire la verità, i papà moderni rispondono: dipende...

Ma papà bisogna fermarsi per far passare i pedoni sulle strisce? Dipende...

Ma papi, è vero che fa male farsi uno spinello? Dipende...

Papà, ma a te piacciono le donne vero? Dipende...

Mio papà, a cui è sempre piaciuto il risotto, mi ha insegnato cose meravigliose: a fare il presepe, a tifare per l’Inter, a fare il nodo della cravatta, a fare la barba con la lametta, ad andare in bicicletta, a bere un bicchiere di vino tutto d’un fiato, a vestirsi bene la domenica, a essere bravo nel lavoro, a cercare di avere sempre un amico, a portare un mazzo di fiori ogni tanto a tua moglie, a ricordarsi dei nonni e dei nostri morti, perché noi senza di loro non ci saremmo, perché Giacomo è figlio di Albino il fresatore, che era figlio di Domenico il mezzadro, figlio di Adriano il ciabattino che era figlio di Giuseppe il falegname figlio di Giosuè lo stalliere...

(Giacomo Poretti)

Le cose proibite diventano spesso belle e desiderabili: la tentazione nasce dal riconoscere che il male sia in fondo anche portatore di un bene (immediato, di facile accesso, seducente). Che quello che è male lo sia in generale, non per me (che presumo di saperlo gestire, di essere capace di coglierne il bene evitando il male). Un esempio è offerto dagli adolescenti di oggi, “fragili e spavaldi”[1], i quali cadono facilmente in contraddizione presumendo di essere forti (e furbi), dimenticando le proprie fragilità. Sono loro - e con loro gli adulti che sognano di essere eternamente adolescenti – a rimettere in discussione ciò che, da piccoli, consideravano pacificamente proibito, pericoloso, negativo. E’ come se dicessero in cuor loro: “Può anche darsi che effettivamente questo sia male, però in questa situazione particolare mi aiuta farlo, desidero farlo. Perché allora non dovrei farlo? Che male c’è?” E lo fa. Pur sapendo che il male ci uccide, ci autoconvinciamo - ecco il serpente, l’inganno, l’astuzia - che invece, in questa particolare occasione, a me, non solo questa cosa non mi uccide, ma anzi mi fa bene. Nel momento in cui tu hai giudicato che ciò che è male invece per te è bene, il peccato tu l’hai già consumato.

Come aveva promesso il serpente, “si aprirono gli occhi di tutti e due”, ma non per conoscere tutto (“il bene e il male”): scoprono solo di essere nudi, di essere esposti, indifesi. Non si parla del comune senso del pudore: hanno vergogna non per pudore, ma – secondo il linguaggio biblico – perché sono stati smascherati, riconosciuti colpevoli.

Il peccato è “contagioso”: coinvolge chi ci sta vicino, ci chiude in noi stessi, ci separa da Dio (da cui ci nascondiamo) e ci divide dagli altri che riteniamo responsabili, colpevoli del male che abbiamo compiuto. Quale bambino non impara presto a giustificarsi e a dare la colpa agli altri? “Non sono stato io… è lui che…”.

Più che essere allontanati da Lui – Dio continua a prendersi cura di noi[2]– siamo noi ad allontanarci da Dio, a sentirlo distante, indifferente, inesistente. E lontano da Lui sperimentiamo il dolore e la fatica, la finitezza della nostra natura umana, la paura della morte, il predominio dell’uomo sulla donna che fa parte del peccato dell’uomo, non del progetto di Dio.

COSCIENZA

la coscienza morale viene indicata come la capacità di distinguere il bene e il male e di agire di conseguenza.

Il Concilio Vaticano II ne parla in questi termini:

Nell'intimo della coscienza l'uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce, che lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, quando occorre, chiaramente parla alle orecchie del cuore [...]. L'uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al suo cuore [...]. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell'intimità propria (Gaudium et Spes 16).

criteri fondamentali che possono aiutare a discernere la retta voce della coscienza:

·         Non è mai consentito fare il male perché ne derivi un bene.

·         La "regola d'oro": "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro (Matteo 7,12).

·         La carità passa sempre attraverso il rispetto del prossimo e della sua coscienza (nn. 1786-1789)

L'ultima sezione presenta i casi in cui la coscienza può essere erronea, e l'origine di questa situazione. In alcuni casi c'è una colpevolezza, "quando l'uomo non si cura di cercare la verità e il bene, e quando la coscienza diventa quasi cieca in seguito all'abitudine del peccato" (cit. di Gaudium et Spes 16; n. 1792).

VIRTU’

La virtù è una disposizione abituale e ferma a fare il bene. Essa consente alla persona, non soltanto di compiere atti buoni, ma di dare il meglio di sé. 

Le virtù umane sono disposizioni stabili dell'intelligenza e della volontà, che regolano i nostri atti, ordinano le nostre passioni e indirizzano la nostra condotta in conformità alla ragione e alla fede. Possono essere raggruppate attorno a quattro virtù cardinali: la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza.

Tre sono le virtù teologali: la fede, la speranza e la carità.

SUPERBIA/ UMILTA’  (sapienza)

INVIDIA/ CARITA’ FRATERNA (intelletto)

ACCIDIA/ FERVORE DI SPIRITO (fortezza)

AVARIZIA/ LIBERALITA’ (consiglio)

LUSSURIA/ CASTITA’ (scienza)

IRA/ PAZIENZA (pietà)

GOLA/ ASTINENZA (timor di Dio)

http://www.catechistiroma.it/

 



[1] E’ il titolo di un noto saggio di G. Pietropolli Charmet: Fragile e spavaldo. Ritratto dell'adolescente di oggi, Laterza 2009.

[2] Il Signore Dio fece all'uomo e a sua moglie tuniche di pelli e li vestì” (Gn 3,21)


Estratti Catechesi 2015-2016


Catechesi domenicale 1 Maggio 2016 

 

Padre Francesco

 

 

 

L'OTTAVO COMANDAMENTO: NON DIRE FALSA TESTIMONIANZA

 

521. Quale dovere ha l'uomo verso la verità? CCC2464-2470             2504

Ogni persona è chiamata alla sincerità e alla veracità nell'agire e nel parlare. Ognuno ha il dovere di cercare la verità e di aderirvi, ordinando tutta la propria vita secondo le esigenze della verità. In Gesù Cristo la verità di Dio si è manifestata interamente: egli è la Verità. Chi segue lui vive nello Spirito di verità, e rifugge la doppiezza, la simulazione e l'ipocrisia.

 

522. Come si rende testimonianza alla verità?  CCC 2471-2474                     2505-2506

Il cristiano deve testimoniare la verità evangelica in tutti i campi della sua attività pubblica e privata, anche, se necessario, col sacrificio della propria vita. Il martirio è la suprema testimonianza resa alla verità della fede.

 

523. Che cosa proibisce l'ottavo Comandamento?  CCC              2475-2487              2507-2509

L'ottavo Comandamento proibisce:

- la falsa testimonianza, lo spergiuro, la menzogna, la cui gravità si commisura alla verità che essa deforma, alle circostanze, alle intenzioni del mentitore e ai danni subiti dalle vittime;

- il giudizio temerario, la maldicenza, la diffamazione, la calunnia che diminuiscono o distruggono la buona reputazione e l'onore, a cui ha diritto ogni persona;

- la lusinga, l'adulazione o compiacenza, soprattutto se finalizzate a peccati gravi o al conseguimento di vantaggi illeciti.

Una colpa commessa contro la verità comporta la riparazione, se ha procurato un danno ad altri.

 

524. Che cosa chiede l'ottavo Comandamento?  CCC  2488-2492        2510-2511

L'ottavo Comandamento chiede il rispetto della verità, accompagnato dalla discrezione della carità: nella comunicazione nell'informazione, che devono valutare il bene personale e comune, la difesa della vita privata, il pericolo di scandalo; nel riserbo dei segreti professionali, che vanno sempre mantenuti tranne in casi eccezionali per gravi e proporzionati motivi. Cosi pure è richiesto il rispetto delle confidenze fatte sotto il sigillo del segreto.

 

525. Come deve essere l'uso dei mezzi di comunicazione sociale?  CCC 2493-2499       2512

L'informazione mediatica deve essere al servizio del bene comune e nel suo contenuto dev'essere sempre vera e, salve la giustizia e la carità, anche integra. Deve inoltre esprimersi in modo onesto e conveniente, rispettando scrupolosamente le leggi morali, i legittimi diritti e la dignità della persona.

 

526. Quale relazione esiste tra verità, bellezza e arte sacra?  CCC  2500-2503                2513

La verità è bella per se stessa. Essa comporta lo splendore della bellezza spirituale. Esistono, oltre alla parola, numerose forme di espressione della verità, in particolare le opere artistiche. Sono frutto di un talento donato da Dio e dello sforzo dell'uomo. L'arte sacra, per essere vera e bella, deve evocare e glorificare il Mistero di Dio apparso in Cristo e condurre all'adorazione e all'amore di Dio Creatore e Salvatore, Bellezza eccelsa di Verità e di Amore.

 

IL NONO COMANDAMENTO: NON DESIDERARE LA DONNA D'ALTRI

 

527. Che cosa richiede il nono Comandamento?  CCC 2514-2516      2528-2530

Il nono Comandamento richiede di vincere la concupiscenza carnale nei pensieri e nei desideri. La lotta contro tale concupiscenza passa attraverso la purificazione del cuore e la pratica della virtù della temperanza.

 

528. Che cosa proibisce il nono Comandamento?   CCC  2517-2519  2531-2532

Il nono Comandamento proibisce di coltivare pensieri e desideri relativi alle azioni proibite dal sesto Comandamento.

 

529. Come si giunge alla purezza del cuore?  CCC 2520

Il battezzato, con la grazia di Dio e lottando contro i desideri disordinati, giunge alla purezza del cuore mediante la virtù e il dono della castità, la limpidezza d'intenzione, la trasparenza dello sguardo esteriore ed interiore, la disciplina dei sentimenti e dell'immaginazione, la preghiera.

 

530. Quali altre esigenze ha la purezza?  CCC 2521-2527                   2533

La purezza esige il pudore, che, custodendo l'intimità della persona, esprime la delicatezza della castità, e regola sguardi e gesti in conformità alla dignità delle persone e della loro comunione. Essa libera dal diffuso erotismo e tiene lontano da tutto ciò che favorisce la curiosità morbosa. Richiede anche una purificazione dell'ambiente sociale, mediante una lotta costante contro la permissività dei costumi, basata su un'erronea concezione della libertà umana.

 

IL DECIMO COMANDAMENTO: NON DESIDERARE LA ROBA D'ALTRI

 

531. Che cosa richiede e che cosa proibisce il decimo Comandamento?  CCC 2534-2540        2551-2554

Questo Comandamento, che completa il precedente, richiede un atteggiamento interiore di rispetto nei confronti della proprietà altrui e proibisce l'avidità, la cupidigia sregolata dei beni degli altri e l'invidia, che consiste nella tristezza provata davanti ai beni altrui e nel desiderio smodato di appropriarsene.

 

532. Che cosa chiede Gesù con la povertà del cuore?  CCC 2544-2547                    2556

Ai suoi discepoli Gesù chiede di preferire Lui a tutto e a tutti. Il distacco dalle ricchezze - secondo lo spirito della povertà evangelica - e l'abbandono alla provvidenza di Dio, che ci libera dall'apprensione per il domani, preparano alla beatitudine dei «poveri in spirito, perché a loro appartiene già il regno dei cieli» (Mt 5,3).

 

533. Qual è il più grande desiderio dell'uomo?  CCC 2548-2550                   2557

Il più grande desiderio dell'uomo è vedere Dio. Questo è il grido di tutto il suo essere: «Voglio vedere Dio!». L'uomo realizza la sua vera e piena felicità nella visione e nella beatitudine di Colui che lo ha creato per amore e lo attira a sé con il suo infinito amore.

 

 

«Chi vede Dio, ha conseguito tutti i beni che si possono concepire» (san Gregorio di Nissa).

Catechesi 10 aprile 2016 - “Sursum corda”

 

Padre Angelo 

 

 

a)      Remissione dei peccati

Comp. 200: Come si rimettono i peccati?

Il primo e principale sacramento per il perdono dei peccati è il Battesimo. Per i peccati commessi dopo il Battesimo, Cristo ha istituito il Sacramento della Riconciliazione o Penitenza, per mezzo del quale il battezzato è riconciliato con Dio e con la Chiesa.

 

CCC 982: Non c’è nessuna colpa, per grave che sia, che non possa essere perdonata dalla santa Chiesa. «Non si può ammettere che ci sia un uomo, per quanto infame e scellerato, che non possa avere con il pentimento la certezza del perdono». Cristo, che è morto per tutti gli uomini, vuole che, nella sua Chiesa, le porte del perdono siano sempre aperte a chiunque si allontana dal peccato.

 

Papa Francesco (13 marzo 2015): Sono convinto che tutta la Chiesa, che ha tanto bisogno di ricevere misericordia, perché siamo peccatori, potrà trovare in questo Giubileo la gioia per riscoprire e rendere feconda la misericordia di Dio, con la quale tutti siamo chiamati a dare consolazione ad ogni uomo e ad ogni donna del nostro tempo. Non dimentichiamo che Dio perdona tutto, e Dio perdona sempre. Non ci stanchiamo di chiedere perdono.

 

Amoris letitia (19 marzo 2016):

296. Il Sinodo si è riferito a diverse situazioni di fragilità o di imperfezione. Al riguardo, desidero qui ricordare ciò che ho voluto prospettare con chiarezza a tutta la Chiesa perché non ci capiti di sbagliare strada: «due logiche percorrono tutta la storia della Chiesa: emarginare e reintegrare […]. La strada della Chiesa, dal Concilio di Gerusalemme in poi, è sempre quella di Gesù: della misericordia e dell’integrazione […]. La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero […]. Perché la carità vera è sempre immeritata, incondizionata e gratuita!». Pertanto, «sono da evitare giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni, ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione»

 

b)      Risurrezione della carne

Comp. 202: Che cosa si indica con il termine carne, e qual è la sua importanza?

Il termine carne designa l'uomo nella sua condizione di debolezza e di mortalità. «La carne è il cardine della salvezza» (Tertulliano). Infatti, noi crediamo in Dio creatore della carne; crediamo nel Verbo fatto carne per riscattare la carne; crediamo nella risurrezione della carne, compimento della creazione e della redenzione della carne.

 

Gioele 3,1: Dopo questo, io effonderò il mio spirito sopra ogni carne e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni.

 

Deus caritas est 1 (Benedetto XVI): All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Nel suo Vangelo Giovanni aveva espresso quest'avvenimento con le seguenti parole: « Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui ... abbia la vita eterna » (3, 16)

 

CCC 995: Essere testimone di Cristo è essere «testimone della sua Risurrezione» (At 1,22), aver «mangiato e bevuto con lui dopo la sua Risurrezione dai morti» (At 10,41). La speranza cristiana nella risurrezione è contrassegnata dagli incontri con Cristo risorto. Noi risusciteremo come lui, con lui, per mezzo di lui.

 

Come risuscitano i morti?

CCC 1000: Il «come» supera le possibilità della nostra immaginazione e del nostro intelletto; è accessibile solo nella fede. Ma la nostra partecipazione all’Eucaristia ci fa già pregustare la trasfigurazione del nostro corpo per opera di Cristo: “Come il pane che è frutto della terra, dopo che è stata invocata su di esso la benedizione divina, non è più pane comune, ma Eucaristia, composta di due realtà, una terrena, l’altra celeste, così i nostri corpi che ricevono l’Eucaristia non sono più corruttibili, dal momento che portano in sé il germe della risurrezione” (Sant’Ireneo di Lione, II secolo)

 

Prefazio dei defunti I: Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un'abitazione eterna nel cielo.

 

c)      Vita eterna

Youcat 156: Che cos'è la vita eterna?

La vita eterna ha inizio con il Battesimo; va oltre la morte e non avrà fine. Solo quando siamo innamorati vogliamo che questa condizione non abbia mai fine. «Dio è amore» dice la Prima Lettera di Giovanni (1 Gv 4,16); «l'amore - dice la Prima Lettera ai Corinzi - non avrà mai fine» (1 Cor 13,8) . Dio è eterno, poiché è l'amore; e l'amore è eterno poiché è divino. Quando noi siamo nell'amore entriamo nel presente senza fine di Dio.

 

Comp. 210: Che cos'è il purgatorio?

Il purgatorio è lo stato di quanti muoiono nell'amicizia di Dio, ma, benché sicuri della loro salvezza eterna, hanno ancora bisogno di purificazione, per entrare nella beatitudine celeste.

 

Comp. 211. Come possiamo aiutare la purificazione delle anime del purgatorio?

In virtù della comunione dei santi, i fedeli ancora pellegrini sulla terra possono aiutare le anime del purgatorio offrendo per loro preghiere di suffragio, in particolare il Sacrificio eucaristico, ma anche elemosine, indulgenze e opere di penitenza.

 

2 Mac 12,43 Poi fatta una colletta, con tanto a testa, per circa duemila dramme d'argento, le inviò a Gerusalemme perché fosse offerto un sacrificio espiatorio, agendo così in modo molto buono e nobile, suggerito dal pensiero della risurrezione. 44Perché se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti. 45Ma se egli considerava la magnifica ricompensa riservata a coloro che si addormentano nella morte con sentimenti di pietà, la sua considerazione era santa e devota. Perciò egli fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato.

 

Gaudium et spes 39 (Concilio Vaticano II): quei valori, quali la dignità dell'uomo, la comunione fraterna e la libertà, e cioè tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando il Cristo rimetterà al Padre « il regno eterno ed universale: che è regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace ».

 

d)      Amen.

 

Dossologia: Per Cristo, con Cristo e in Cristo a te, Dio Padre onnipotente nell'unità dello Spirito Santo ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Catechesi Padre Lorenzo Domenica 3 Aprile 2016

Catechesi " I sacramenti al servizio della comunione e missione.L'ordine sacro" di Padre Stefano


Catechesi 6 marzo 2016 –Catechesi di Padre Angelo 

“Credo nello Spirito Santo – Credo la Chiesa”

 

A) Credo nello Spirito Santo

 

136. Che cosa vuoi dire la Chiesa quando professa: «Credo nello Spirito Santo»?

 

Credere nello Spirito Santo è professare la terza Persona della Santissima Trinità, che procede dal Padre e dal Figlio ed è «adorato e glorificato con il Padre e il Figlio». Lo Spirito è stato «mandato nei nostri cuori» (Gal 4,6), affinché riceviamo la nuova vita di figli di Dio.

 

139. Con quali simboli si rappresenta lo Spirito Santo?

Acqua, unzione, fuoco, nube, imposizione delle mani, colomba, ecc.

 

Sinonimo di Spirito Santo: Dono, condizione di possibilità: cf. Comp. 142 Qual è l'opera dello Spirito in Maria? ………….

 

146. Come agiscono Cristo e il suo Spirito nel cuore dei fedeli?

Per mezzo dei sacramenti, Cristo comunica alle membra del suo Corpo il suo Spirito e la grazia di Dio che porta i frutti di vita nuova, secondo lo Spirito. Infine, lo Spirito Santo è il Maestro della preghiera.

 

B) Credo la Chiesa

 

147. Che cosa significa il termine Chiesa?

……………….

 

CCC 750: Credere che la Chiesa è “Santa” e “Cattolica” e che è “Una” e “Apostolica” (come aggiunge il Simbolo di Nicea-Costantinopoli) è inseparabile dalla fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. Nel Simbolo degli Apostoli professiamo di credere una Chiesa Santa (“Credo … Ecclesiam”), e non nella Chiesa, per non confondere Dio e le sue opere e per attribuire chiaramente alla bontà di Dio tutti i doni che egli ha riversato nella sua Chiesa.

 

Definizione della Chiesa (specialmente a partire dal Concilio Vat. II, ma anche con alcuni precursori, come Dom Gréa, il fondatore dei Canonici Regolari): mistero, comunione.

 

Note distintive (cf. Compendio 161-176: Una, Santa, Cattolica, Apostolica)

 

Comunione dei Santi (cf. Compendio 194-195): comunione alle cose sante (sancta), ossia alla fede, ai sacramenti, ecc.; ma anche comunione tra le persone sante (sancti), ossia i cristiani, quanti cioè per la grazia sono uniti a Cristo morto e risorto.

 

Domanda: Abbiamo qualche problema nel rapporto con la Chiesa? come superarlo?

 

Ascoltiamo cosa dice a proposito Sant’Agostino, Vescovo nel IV-V secolo (354-430):

 

« Nel momento in cui mi dà timore l’essere per voi, mi consola il fatto di essere con voi. Per voi infatti sono vescovo, con voi sono cristiano. Quel nome è segno dell'incarico ricevuto, questo della grazia; quello è occasione di pericolo, questo di salvezza» (Discorso 340,1)

 

 

« Riceviamo dunque anche noi lo Spirito Santo, se amiamo la Chiesa, se siamo compaginati dalla carità, se ci meritiamo il nome di cattolici e di fedeli. Siamo convinti, o fratelli, che uno possiede lo Spirito Santo nella misura in cui ama la Chiesa di Cristo» (Omelia sul Vangelo di Giovanni 32,8)

V comandamento: “Non uccidere”

 

Catechesi di Padre Stefano


La vita è un'opportunità, coglila.

La vita è bellezza, ammirala.

La vita è beatitudine, assaporala.

La vita è un sogno, fanne una realtà.

La vita è una sfida, affrontala.

La vita è un dovere, compilo.

La vita è un gioco, giocalo.

La vita è preziosa, abbine cura.

La vita è una ricchezza, conservala.

La vita è amore, godine.

La vita è un mistero, scoprilo.

La vita è promessa, adempila.

La vita è tristezza, superala.

La vita è un inno, cantalo.

La vita è una lotta, accettala.

La vita è un'avventura, rischiala.

La vita è felicità, meritala.

La vita è la vita, difendila."

(Madre Teresa di Calcutta)


 

E’ un comandamento centrale (per l’appunto il quinto), senza appelli, ma che condanna non solo dell’omicidio volontario, ma anche tutto ciò che rende precaria e difficile la vita: le condizioni di miseria, di sfruttamento, di malasanità, di violenza…

Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio (Mt 5,21-22). Chiunque si ADIRA uccide: no all’ira, all’odio, alla vendetta:

Non si può costruire una comunità fraterna limitandoci a “non uccidere” l’altro: occorre non solo eliminare ogni desiderio di eliminazione fisica dell’altro, ma anche una eliminazione verbale (l’adirarsi con l’altro, primo passo della violenza che potrebbe scaturirne) o affettiva (“per me non conti nulla”) o di valore (“sei uno stupido, un pazzo, dunque una persona che non vale niente, che non è degna neanche di essere ascoltata”). L’ira, l’insulto, la mancanza di stima, il disprezzo distruggono la fraternità. All’interno della comunità, chi vuol essere “fratello”, deve lavorare per la comunione ed evitare qualsiasi atteggiamento che sia causa di frattura e divisione.

«Chi non ama suo fratello è omicida» (1Gv 3, 15). Il disamore uccide. Non amare qualcuno è togliergli vita; non amare è un lento morire [1].

«Amare gli amici lo fanno tutti, i nemici li amano soltanto i cristiani» [2]. Il vertice dell’amore è rappresentato dal comando di amare i nemici, comando umanamente impossibile, ma reso possibile da Gesù che ci offre l’esempio e la grazia, cioè la capacità di compierlo. Gesù è morto perdonando i nemici che lo avevano messo in croce e, Risorto, ci dona il suo Spirito che ci rende capaci di fare come lui, anzi – dice - “voi farete cose più grandi di me” (Gv 14,12).

Davanti ad un’offesa, a un’ostilità nei tuoi confronti, tu non puoi chiedere alla tua natura di non provare ribellione e di salutare l’offensore alla prossima occasione, come se nulla fosse stato. Puoi però, con la preghiera, chiedere allo Spirito di farlo  in te e con te. (…) L’importante non è quello che senti, ma quello che vuoi; la volontà profonda, non l’istinto. Se vuoi perdonare e lo vuoi sul serio, hai già perdonato.

Che in questo modo sia possibile amare e perdonare i nemici, lo dimostra il fatto che innumerevoli discepoli di Cristo hanno avuto la forza di farlo[3].

 

-         La vita è un DONO (di Dio)

-         La vita è SACRA

2258 “La vita umana è sacra perché, fin dal suo inizio, comporta l'azione creatrice di Dio e rimane per sempre in una relazione speciale con il Creatore, suo unico fine. Solo Dio è il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine: nessuno, in nessuna circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente un essere umano innocente”

L'Antico Testamento ha sempre ritenuto il sangue come un segno sacro della vita. Per questo ancora oggi gli ebrei praticanti mangiano solo carne kasher[4].

 

 

LEGITTIMA DIFESA

2263 La legittima difesa delle persone e delle società non costituisce un'eccezione alla proibizione di uccidere l'innocente, uccisione in cui consiste l'omicidio volontario. “Dalla difesa personale possono seguire due effetti, il primo dei quali è la conservazione della propria vita; mentre l'altro è l'uccisione dell'attentatore. Il primo soltanto è intenzionale, l'altro è involontario”.

2264 L'amore verso se stessi resta un principio fondamentale della moralità. E' quindi legittimo far rispettare il proprio diritto alla vita. Chi difende la propria vita non si rende colpevole di omicidio anche se è costretto a infliggere al suo aggressore un colpo mortale: Se uno nel difendere la propria vita usa maggior violenza del necessario, il suo atto è illecito. Se invece reagisce con moderazione, allora la difesa è lecita.

-         La vita è BELLA: il valore immenso di ogni vita

Lo ha testimoniato recentemente il pianista affetto da SLA Ezio Bosso, commuovendo tutti.

«Sono così interessata, appiccicata, morbosamente ghiotta, obesa della vita che sono interessata anche della morte, che di essa è il finale, e non è detto». La famosa attrice comica Anna Marchesini (faceva parte del trio con Solenghi e Lopez) da qualche anno soffre di una grave forma di artrite reumatoide.

-         L’educazione alla vita

“Papà, assicurami che valeva la pena venire al mondo”.

“I figli, come gli allievi, ti guardano sempre, magari non capiscono le tue parole, ma sentono te, il tuo animo, le tue paure, le tue certezze, le tue convinzioni, lo sguardo che hai sulla vita”. Ecco quindi come porre la questione correttamente: non sono i figli a dover cercare i valori, gli ideali, ma i padri che soli possono trasmettere il senso della vita che vale per essi stessi. L’educazione è un rapporto e non è mai indifferente: o costruisce o distrugge. Il problema dei giovani d’oggi è che fanno fatica ad avere un padre, un maestro, un adulto da seguire, del quale possano dire: voglio essere come lui, perché vedono un positivo, un di più nella sua vita che affascina ed attira tanto da sentirsi sicuri seguendolo. La responsabilità reale degli adulti verso i propri figli è quindi quella che essi stessi hanno verso la propria vita. Ai propri figli, o agli allievi, si può trasmettere solo ciò in cui si crede, ciò per cui si impegna e si rischia la propria vita. Solo così si possono dare le ragioni, nell’articolarsi della vita quotidiana, del perché essere buoni, rispettare le leggi, lavorare, sacrificarsi per un ideale.

(F. Nembrini)

 

-         Gli ATTENTATI ALLA VITA

«Quando parliamo dell’uomo, non dimentichiamo mai tutti gli attentati alla sacralità della vita umana. È attentato alla vita la piaga dell’aborto. È attentato alla vita lasciar morire i nostri fratelli sui barconi nel canale di Sicilia. È attentato alla vita la morte sul lavoro perché non si rispettano le minime condizioni di sicurezza.

È attentato alla vita la morte per denutrizione. È attentato alla vita il terrorismo, la guerra, la violenza; ma anche l’eutanasia. Amare la vita è sempre prendersi cura dell’altro, volere il suo bene, coltivare e rispettare la sua dignità trascendente.
(Papa Francesco, 30 maggio 2015)

 

Non uccidere il tuo fratello

Non uccide solo la violenza dei terroristi...

uccide chi “strozzina” il povero...

chi prende milioni per guarire un malato

o per risolvere una causa giudiziaria...

Uccide chi procura aborto

e non difende la vita del più debole...

Uccide chi consuma troppo impedendo

ad altri di avere il necessario per vivere

o investendo le proprie ricchezze

in opere di morte anzichè a favore della vita.

Uccide chi giudica la ragazza madre,

uccide chi inquina

impedendo la vita al domani.

(Ernesto Olivero)

Ventuno modi per non uccidere, scoperti a nove anni.

1.    Non uccidere nessuno

2.    Non togliersi la vita

3.    Non chiedere la pena di morte

4.    Non bere se si deve guidare

5.    Non prendere droghe

6.    Non fare la guerra

7.    Aiutare i bambini poveri che muoiono di fame

8.    Non bere troppo (anche se non guidi)

9.    Non fare gli sciocchi in bicicletta

10.                      Dire a papà di non superare i limiti di velocità

11.                      Non inquinare

12.                      Non dimenticare la raccolta differenziata dei rifiuti

13.                      Non mangiare troppo

14.                      Curarsi se stai male e prendere le medicine

15.                      Curare i malati, e i vecchi anche se non guariscono

16.                      Non fumare

17.                      Non attraversare la strada senza guardare

18.                      Dire ai genitori di non guidare col telefonino

19.                      Non fare a botte e non litigare

20.                      Non offendere e non trattare male

21.                      Rispettare la vita di tutti, anche degli animali

Sull’aborto

“L’aborto non è un “male minore”. E’ un crimine. E’ fare fuori uno per salvare un altro. E’ quello che fa la mafia. E’ un crimine, è un male assoluto. (…) L’aborto non è un problema teologico: è un problema umano, è un problema medico. Si uccide una persona per salvarne un'altra – nel migliore dei casi – o per passarsela bene. E’ contro il Giuramento di Ippocrate che i medici devono fare. E’ un male in sé stesso, ma non è un male religioso, all’inizio, no, è un male umano. Ed evidentemente, siccome è un male umano – come ogni uccisione – è condannato”.

(Papa Francesco di ritorno dal viaggio in Messico)

 

In Europa si è discusso di un "diritto umano fondamentale" ad abortire. Io credo che l'unico diritto umano fondamentale sia quello di nascere. (…)

L'aborto non è un diritto. So che a noi maschi molte donne spiegano che addirittura non esisterebbe un nostro diritto a parlarne, che d'aborto possono parlare solo le donne. C'è un versante sensato di questa affermazione: solo una mamma conosce pienamente lo sconvolgimento che la vita che nasce crea nella vita che già c'è. Ma una mamma nell'intimo non può non sentire la voce della vita che ha in grembo, che le grida silenziosa: "Voglio te". Voglio la mamma. Non la donna. Una donna può chiedere di avere il diritto di abortire. Una mamma non può neanche immaginarlo. (…)

Se guardate la prima foto scattata nel grembo di mia moglie riconoscerete da subito il profilo sbarazzino e quel naso a patatina con cui mia figlia è venuta al mondo. Spiegatemi bene, signori che contate le settimane, fino a quale giorno ritenete che quell'essere umano possa essere eliminato dalla faccia della terra. (…) Non parlatemi di diritto all'aborto, parlatemi di tragedia del dover abortire.

… nessuna razionalità può segnare un momento in cui quella storia ha inizio che non sia l'istante del concepimento quando l'amore trasforma un uomo e una donna in una carne sola che si fa vita. Solo in quell'istante può essere rintracciato l'inizio della storia di ciascuno di noi, inventarsi la quattordicesima settimana o il novantesimo giorno per segnare un macabro confine tra morte possibile e vita inevitabile è semplicemente senza senso. O si ha un diritto di abortire sempre o non lo si ha mai. Io credo non lo si abbia mai. Va bene che una legge consenta di farlo, perché davanti a comportamenti sociali ormai invalsi non si risponde con l'oscurantismo della proibizione ricacciando alcune donne nello strazio ulteriore dell'aborto clandestino, ma non parlatemi di diritto. E la 194 applichiamola tutta, magari come stanno facendo in Spagna, tornando indietro dopo la sbornia di Zapatero, che aveva pensato di innalzare la libertà delle donne consentendo anche alle minorenni di abortire senza informare i genitori o per qualsiasi ragione a qualcuno passasse in mente, entro cento giorni dal concepimento. Ora in Spagna rimane la libertà di scelta, ma per ragioni che abbiano un minimo di senso: stupro, gravi motivi di salute della madre, gravi malformazioni del feto.

Non utilizzerò qui l'argomento secondo cui, se dotate di amniocentesi, le madri di Stephen Hawking e Michel Petrucciani avrebbero probabilmente privato il mondo della nascita di due dei più grandi geni del ventesimo secolo. Voglio però tornare a sottolineare un elemento a cui ho già precedentemente accennato. Un mio amico albino che ormai va per i cinquant'anni, docente universitario di intelligenza sopraffina che ha un fratello altrettanto intelligente e altrettanto albino, mi ha fatto notare che in Italia negli ultimi dieci anni il numero di albini nati si conta sulle dita di una mano. La cultura dell'amniocentesi e delle diagnosi pre-impianto fa sì che l'alterazione cromosomica che genera sindromi appunto come l'essere albini o Down porti quasi automaticamente alla decisione di abortire. E' accettabile una selezione eugenetica di questa portata? (…) Viene prima il suo diritto a nascere o il diritto della donna a non essere disturbata alla vista di un bambino anomalo?

(M. Adinolfi, Voglio la mamma)

 

Sull’eutanasia o “dolce morte”

è meglio aggiungere vita ai nostri giorni che aggiungere giorni alla nostra vita” (Rita Levi Montalcini)

 

Il rifiuto dell’accanimento terapeutico è legittimato dal magistero della Chiesa, come insegna il Catechismo: «L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’accanimento terapeutico. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire».

I mezzi terapeutici vanno distinti in proporzionati e sproporzionati rispetto ai loro effetti. I primi sono doverosi perché, anche se non guariscono, curano. Essi sono un valido sostegno al vivere della persona malata. Rinunciare a essi è atto soppressivo della vita: è eutanasia omissiva. Ai mezzi straordinari invece si può e, per non cadere nell’accanimento terapeutico, si deve rinunciare. Essi infatti danno luogo a un prolungamento forzoso e penoso della vita. L'accanimento teraupetico non consente alla vita di fare il suo decorso, fino al suo atto ultimo, il morire. L'eutanasia è invece interruzione della vita.
Per chiarire ancora meglio: l'eutanasia è "la morte ad ogni costo", l'accanimento terapeutico è "la vita ad ogni costo".

La morale cattolica, come ogni etica centrata sul valore indisponibile e inviolabile della persona, non può ammettere un diritto a morire. Ma un diritto a morire con dignità umana e cristiana sì.

 

EluanaEnglaro (1970 9 febbraio2009) a seguito di un incidente stradale, ha vissuto in stato vegetativo per 17 anni, fino alla morte sopraggiunta a seguito dell'interruzione della nutrizione artificiale.

La mia amatissima sorella si è suicidata a ventidue anni, dunque con il concetto del darsi volontariamente la morte ho dovuto fare i conti nel più tragico dei modi, vivendolo sulla pelle e con la psiche straziata. Perché una persona desidera porre fine ai suoi giorni? Fondamentalmente perché percepisce che la propria esistenza è piombata in una dimensione di non senso, di assurdo. Vivere diventa doloroso in termini estremi e la morte è vista come sollievo. E qui spunta la domanda decisiva: chi è attorno a una persona che è in questa condizione, cosa deve fare?

La risposta orrenda che la contemporaneità vorrebbe dare a queste persone addolorate è: ti aiutiamo a suicidarti. Chi il suicidio di una persona cara l'ha vissuto sulla pelle sa che invece la risposta a quell'assurdo è opposta: farei di tutto per riaverti qui, per darti l'amore di cui non sono stato capace, non abbastanza da renderti sensato il vivere tra noi.

La risposta dell'eutanasia come strumento per porre fine al dolore è terrificante, ancora più terrificante perché si nasconde terminologicamente nell'ipocrisia di una definizione convenzionale sconfinatamente distante dalla verità: la "dolce morte". Si vuole far pensare che accompagnare una persona in sofferenza al suicidio sia un atto caritatevole, che il varare leggi che rendano questo comportamento non solo legale ma anche socialmente encomiabile sia un atto progressista. Invece è un atto barbaro, nazista. Chi vive nel dolore ha semplicemente più bisogno di noi e del nostro amore. Dovremmo trasformarci tutti in una mamma, che coccola un figlio malato. Invece vogliono trasformarci in aguzzini, che eliminano il problema della sofferenza nella maniera più disumana: accompagnando al suicidio.

Vi dicono che l'eutanasia serve a accorciare le sofferenza fisiche insopportabili di chi ormai medicalmente non ha alcuna possibilità di salvezza. Che dunque è un atto di pietà per persone senza speranza, che non trarrebbero alcun beneficio dall'accanimento terapeutico. Ora, premesso che sono anche io contrario a qualsiasi accanimento terapeutico, c'è una grande differenza tra accompagnare una persona sofferente verso la fine e brutalmente "suicidarla".

(M. Adinolfi, Voglio la mamma)

 

Il Fatto quotidianoospitò un botta e risposta sul suicidio assistito in relazione al gesto di Lucio Magri, che nel 2011 andò in Svizzera per sottoporsi all’eutanasia.

Travaglio esordisce dicendo di non voler giudicare Magri, ma aggiunge di considerare «orrenda ipocrisia» la definizione di «suicidio assistito» che andrebbe invece chiamato «col suo vero nome: “Omicidio del consenziente”». Travaglio ricorda che Magri «non era un malato terminale, né tanto meno in coma vegetativo irreversibile tenuto artificialmente in vita da una macchina: era fisicamente sano e integro, anche se depresso». E afferma di voler trattare l’argomento dal punto di vista logico, giuridico, deontologico e pratico. «Dal punto di vista logico, non si scappa: chi sostiene il diritto al “suicidio assistito” afferma che ciascuno di noi è il solo padrone della sua vita. Ammettiamo pure che sia così: ma proprio per questo chi vuole sopprimere la “sua” vita deve farlo da solo; se ne incarica un altro, la vita non è più sua, ma di quell’altro. Dunque, se vuole farla finita, deve pensarci da sé». «Dal punto di vista giuridico– aggiunge Travaglio – c’è una barriera insormontabile: l’articolo 575 del Codice penale, che punisce con la reclusione da 21 anni all’ergastolo “chiunque cagiona la morte di un uomo”. Sono previste attenuanti, ma non eccezioni: nessuno può sopprimere la vita di un altro, punto. Se lo fa volontariamente, commette omicidio volontario. Anche se la vittima era consenziente, o l’ha pregato di farlo, o addirittura l’ha pagato per farlo. Non è che sia “trattato da criminale”: “È” un criminale. Ed è giusto che sia così. Se si comincia a prevedere qualche eccezione, si sa dove si inizia e non si sa dove si finisce». Dal punto di vista deontologico, il giornalista parla del «giuramento di Ippocrate» considerandolo un «muro invalicabile»: «Giuro di… perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale , ogni mio atto professionale; di curare ogni paziente con eguale scrupolo e impegno…».

«Come si può – osserva Travaglio – chiedere a un medico di togliere la vita al suo paziente, cioè di ribaltare di 180 gradi il suo dovere professionale di salvarla sempre e comunque? Sarebbe molto meno grave se chi vuole suicidarsi, ma non se la sente di farlo da solo, assoldasse un killer professionista per farsi sparare a distanza quando meno se l’aspetta: almeno il killer, per mestiere, ammazza la gente; il medico, per mestiere, deve salvarla. Se ti aiuta ad ammazzarti è un boia, non un medico».

Dal punto di vista pratico, aggiunge il popolare giornalista, «gli impedimenti alla legalizzazione del “suicidio assistito” sono infiniti. Che si fa? Si va dal medico e gli si chiede un’iniezione letale perché si è stanchi di vivere? O si prevede un elenco di patologie che lo consentono? E quali sarebbero queste patologie? Quasi nessuna patologia, grazie ai progressi della scienza medica, è di per sé irreversibile. Nemmeno la depressione. Ma proprio una patologia passeggera può obnubilare il libero arbitrio della persona che, una volta guarita, non chiederebbe mai di essere “suicidata”». «E se poi un medico o un infermiere senza scrupoli provvedono all’iniezione letale senza un’esplicita richiesta scritta, ma dicendo che il paziente, prima di cadere in stato momentaneo di incoscienza e dunque impossibilitato a scrivere, aveva espresso la richiesta oralmente? E se un parente ansioso di ereditare comunica al medico che l’infermo, prima di cadere in stato temporaneo di incoscienza, aveva chiesto di farla finita?».

«Se incontriamo per strada un tizio che sta per buttarsi nel fiume – conclude Travaglio – che facciamo: lo spingiamo o lo tratteniamo cercando di farlo ragionare? Voglio sperare che l’istinto naturale di tutti noi sia quello di salvarlo. Un attimo di debolezza o disperazione può capitare a tutti, ma se in quel frangente c’è qualcuno che ti aiuta a superarlo, magari ti salvi. Del resto, il numero dei suicidi è indice dell’infelicità, non della “libertà” di un Paese. E, quando i suicidi sono troppi, il compito della politica e della cultura è di interrogarsi sulle cause e di trovare i rimedi. Che senso ha allora esaltare il diritto al suicidio ed escogitare norme che lo facilitino? Il suicidio passato dal Servizio Sanitario Nazionale: ma siamo diventati tutti matti?».

-         Sulla pena di morte

“Nessuno tocchi Caino”

La vita umana è sacra e solo Dio ne è il Signore; Egli prende sotto la sua protezione la vita dell'uomo e ne vieta l'uccisione, anche quella di Caino; Gesù condanna e supera la legge del taglione ("Avete inteso che fu detto: occhio per occhio e dente per dente, ma io vi dico...") e si rifiuta di approvare la condanna a morte, legittima secondo la legge mosaica, della donna adultera.

-         Sul suicidio

Nel Cattolicesimo, il suicidio liberamente scelto è considerato un grave peccato mortale. La propria vita è proprietà di Dio, e distruggere tale vita vuol dire imporre il proprio dominio su ciò che è di Dio (CCC, n.2281). Tuttavia lo stesso catechismo sostiene che la persona che commette suicidio può non essere pienamente consapevole: "Gravi disturbi psicologici, angoscia, o una seria paura delle avversità, della sofferenza o della tortura possono diminuire la responsabilità di colui che commette il suicidio.” La Chiesa Cattolica prega per coloro che si sono suicidati, con la coscienza che Cristo (e non noi) giudicherà i defunti.

 

Quella voglia di morire

Aumentano, e sono sempre più giovani, i ragazzi (soprattutto maschi) che pensano al suicidio. Perché?

Ogni due giorni tre ragazzi si tolgono la vita. In Italia negli ultimi 25 anni il numero dei giovani che si suicidano è aumentato del 30 per cento. Anche se rimangono soprattutto gli anziani a ricorrere a questo gesto estremo, il 'male di vivere' sembra contagiare sempre più le nuove generazioni, mietendo vittime in particolare tra gli adolescenti. Nel 1996 si è abbassata ancora l'età a rischio che comincia oggi a dieci anni. Esistono anche studi relativi al suicidio e al tentato suicidio nell'infanzia.

Altri due dati. I maschi che si suicidano sono quattro volte più numerosi rispetto alle femmine, tra le quali si registra, però, un numero più elevato di tentati suicidi. Ogni giorno in Italia si consumano da otto a dieci tentativi di suicidio, ma è difficile avere cifre precise. La difficoltà di stimare esattamente il fenomeno deriva dal fatto che nella maggior parte dei casi il tentato suicidio non viene denunciato dai familiari per pudore, ipocrisia, senso di colpa o per evitare noie burocratiche.

'È diversa la psicologia degli adolescenti . Il ragazzo insegue modelli più forti, di riuscita, dove prevale la sfida ai confini della vita. Il maschio spesso si suicida per sfida, per mettere alla prova la famiglia. Le ragazze quando manca loro il consenso sociale; cioè, quando non si sentono belle o accettate dagli altri, preferiscono 'lasciarsi morire''. Ecco allora comportamenti parasuicidari come l'anoressia e la bulimia.

Sulle cause del suicidio è difficile indagare. I giovani hanno bisogno di essere amati, di essere degni di stima, di poter sperare di contare, hanno bisogno di poter trovare un senso, una prospettiva.

I ragazzi di oggi non soffrono più, come un tempo, la fame o la miseria, ma piuttosto di un diffuso malessere esistenziale. Il 7 per cento degli adolescenti italiani ammette di aver avuto pensieri e desideri di suicidio, specialmente verso i quindici o sedici anni. Aumentano i pensieri di suicidio nel periodo in cui esplode la vita.

Fatti di poco peso, come un insuccesso scolastico e un rimprovero dei genitori, a lui sembrano gravissimi. Altre cause vanno ricercate nel contesto sociale privo di ideali, nella società povera di valori o ancora nel tipo di compagnia o di gruppo. Ma bisogna anche tener conto dei soggetti in qualche modo predisposti al pessimismo nella vita.

Un aspirante suicida ha scritto: "Viviamo nella noia , e cerchiamo un altro bisogno, non appena ne appaghiamo uno, questo per noi significa altro dolore. La vita è un pendolo che oscilla tra la noia e il dolore, regalandoci soltanto attimi illusori di felicità."

Alcune persone non riescono a trovare un senso alla propria esistenza, niente le appassiona o le emoziona più. Non si sentono depresse, semplicemente si sentono vuote e spente. Apparentemente hanno una vita normale o addirittura soddisfacente, ma dietro la maschera di normalità, si nasconde una profonda insoddisfazione. Queste persone non credono più in niente e in nessuno: si sentono ciniche, disincantate, senza più sogni. La vita non è più un dono prezioso ma è un vano agitarsi prima della morte. La loro esistenza non è che una morte vivente e allora perché non affrettare l'inevitabile, risparmiandosi la fatica di vivere?

______________

I TERRORISTI ISLAMICI hanno offerto ai giovani un motivo valido per dare la vita.

Il nostro tempo invoca la testimonianza di persone radicali, che mostrino che l’uomo non è fatto per gustare effimeri e transitori piaceri, bensì è nato per qualcosa di grande, per una vocazione, come già i suoi genitori ed i padri dei padri, capaci di dare la vita e di dare un significato alla vita, capaci di mostrare alle nuove generazioni perché la vita sia grande e con un destino eterno.

Ciò che costituisce la sua forza di distruzione, pronta a esplodere in qualunque momento e luogo, non è la sua abilità militare, ma la sua sicurezza morale.

 



[1] E. Ronchi, omelia per la VI domenica del tempo ordinario (A), 13.2.2014

[2] Tertulliano, Ad scapulam, 1,3

[3] R. Cantalamessa, Gettate le reti, vol.1, p.197-198

[4] La macellazione ebraica prevede uccisione dell’animale con un solo taglio alla gola eseguito con un coltello affilatissimo, in modo da provocarne l’immediata morte e il completo dissanguamento (per il divieto di consumare il sangue che contiene il segreto della vita e dunque appartiene solo a Dio).

Catechesi 14 febbraio 2016

 

di Padre Angelo 

 

 

I sacramenti di guarigione: penitenza e unzione degli infermi

Comp. 295: Perché Cristo ha istituito i Sacramenti della Penitenza e dell'Unzione degli infermi?

Cristo, medico dell'anima e del corpo, li ha istituiti perché la vita nuova, da lui donataci nei sacramenti dell'iniziazione cristiana, può essere indebolita e persino perduta a causa del peccato. Perciò Cristo ha voluto che la Chiesa continuasse la sua opera di guarigione e di salvezza mediante questi due sacramenti.

 

Nell’orizzonte dei sacramenti della chiesa, proviamo a leggere l’Eucarestia al centro, come gesto fondante, da cui tra luce tutto il resto. Anche la Penitenza e l’Unzione degli infermi vanno capiti a partire dall’Eucarestia e consistono in una ferializzazione (ossia una applicazione per la vita di ogni giorno) di quanto ricevuto in modo rigenerativo nel Battesimo

 

 

 

a)    Penitenza, Riconciliazione, Perdono, Confessione, Conversione.

Breve storia del sacramento:

ü     Inizialmente una sola possibilità di penitenza nella vita;

ü     Poi si strutturò un percorso di penitenza pubblica (IV-V secolo), che ebbe anche delle distorsioni (chi era penitente, lo restava per tutta la vita);

ü     Dai Paesi germanici si diffuse l’idea della penitenza tariffata, ossia per ogni peccato c’era una pena corrispondente (libri penitenziali, VI secolo);

ü     Quindi gradualmente si passò da una forma comunitaria ad una individuale di penitenza (ossia la confessione auricolare dal sacerdote, che rimase poi l’unica forma praticata);

ü     Il concilio di Trento provo a spiegare il “come” della remissione dei peccati mediante la categoria dell’atto giudiziario

ü     Dal Concilio Vaticano II si è riscoperta l’importanza comunitaria del sacramento della Penitenza (due delle tre forme previste riguardano infatti una celebrazione comunitaria); cf. Rito della penitenza: Cap. I: riconciliazione dei singoli penitenti; Cap. II: riconciliazioni di più penitenti con la confessione e l’assoluzione individuale; Cap. III: riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione generale.

 

cf. Comp. 298: Quando fu istituito questo Sacramento?

La Penitenza come tutti i sacramenti affonda le sue radici nell’arco dell’intera esistenza di Gesù. Tutta la sua vita è consistita nel perdonare il mondo, nell’andare alla ricerca dell’umanità ferita per mostrare il volto pieno d’amore di Dio.

 

Comp.302. Quali sono gli elementi essenziali del Sacramento?

Sono due: gli atti compiuti dall'uomo, che si converte sotto l'azione dello Spirito Santo, e l'assoluzione del sacerdote, che nel Nome di Cristo concede il perdono e stabilisce le modalità della soddisfazione.

 

Comp.303. Quali sono gli atti del penitente?

Essi sono: un diligente esame di coscienza; la contrizione (o pentimento), che è perfetta quando è motivata dall'amore verso Dio, imperfetta se fondata su altri motivi, e che include il proposito di non peccare più; la confessione, che consiste nell'accusa dei peccati fatta davanti al sacerdote; la soddisfazione, ossia il compimento di certi atti di penitenza, che il confessore impone al penitente per riparare il danno causato dal peccato.

 

Comp.304. Quali peccati si devono confessare?

Si devono confessare tutti i peccati gravi non ancora confessati, dei quali ci si ricorda dopo un diligente esame di coscienza. La confessione dei peccati gravi è l'unico modo ordinario per ottenere il perdono.

Comp.305. Quando si è obbligati a confessare i peccati gravi?

Ogni fedele, raggiunta l'età della ragione, ha l'obbligo di confessare i propri peccati gravi almeno una volta all'anno, e comunque prima di ricevere la santa Comunione.

Conclusione sulla Penitenza:

Dopo essere stati perdonati nel Battesimo che ci ha rigenerati, la Penitenza ci serve per togliere come la polvere che accumuliamo lungo il cammino della vita ordinaria. È come un tornare a casa, da un Padre che ci accoglie. Ecco perché tra tutti i tempi dell’anno quello di Quaresima ci ricorda questa dimensione penitenziale della vita, intesa come un prepararci bene per arrivare a vivere insieme con Gesù. Più che l’aspetto della pena, occorre mettere in luce il primato della misericordia che fluisce dalla bontà divina.

Per gli stessi motivi per cui è bello e utile accostarsi al sacerdote per la riconciliazione, altrettanto siamo chiamati a vivere giorno per giorno nelle nostre famiglie, ricevendo e dando il perdono, a seconda delle situazioni che ci capitano. Dopo esserci scambiati il perdono (tra coniugi, tra genitori e figli) andiamo dal sacerdote, per stare attraverso di lui in pace con Dio e per riconciliarci con la comunità cristiana, una madre che ci accoglie.

 

b)   Unzione degli infermi

Comp.313. Come è vissuta la malattia nell'Antico Testamento?

Nell' Antico Testamento l'uomo durante la malattia sperimenta il proprio limite, e nello stesso tempo percepisce che la malattia è legata, in modo misterioso, al peccato. I profeti hanno intuito che essa poteva avere anche un valore redentivo per i peccati propri e altrui. Così la malattia era vissuta di fronte a Dio, dal quale l'uomo implorava la guarigione.

 

Comp.314. Quale significato ha la compassione di Gesù verso gli ammalati?

La compassione di Gesù verso gli ammalati e le sue numerose guarigioni di infermi sono un chiaro segno che con lui è venuto il Regno di Dio e quindi la vittoria sul peccato, sulla sofferenza e sulla morte. Con la sua passione e morte, egli dà nuovo senso alla sofferenza, la quale, se unita alla sua, può diventare mezzo di purificazione e di salvezza per noi e per gli altri.

 

Comp.315. Qual è il comportamento della Chiesa verso i malati?

La Chiesa, avendo ricevuto dal Signore l'imperativo di guarire gli infermi, si impegna ad attuarlo con le cure verso i malati, accompagnate da preghiere di intercessione. Essa soprattutto possiede un Sacramento specifico in favore degli infermi, istituito da Cristo stesso e attestato da san Giacomo: «Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio nel nome del Signore» (Gc 5,14-15).

 

Comp.316. Chi può ricevere il Sacramento dell'Unzione degli infermi?

Lo può ricevere il fedele, che comincia a trovarsi in pericolo di morte per malattia o vecchiaia. Lo stesso fedele lo può ricevere anche altre volte, quando si verifica un aggravarsi della malattia oppure quando gli capita un'altra malattia grave. La celebrazione di questo Sacramento deve essere possibilmente preceduta dalla confessione individuale del malato.

 

·        Non si chiama più ‘Estrema unzione’, perché non è il sacramento soltanto di chi si trova in estremo pericolo di vita.

·        Formula: Per questa santa Unzione e la sua piissima misericordia ti aiuti il Signore con la grazia dello Spirito Santo. R. Amen.

E, liberandoti dai peccati, ti salvie nella sua bontà ti sollevi. R. Amen.

 

Conclusione: dal primo Angelus di papa Francesco (17 marzo 2013)

 

Ricordo, appena Vescovo, nell’anno 1992, è arrivata a Buenos Aires la Madonna di Fatima e si è fatta una grande Messa per gli ammalati. Io sono andato a confessare, a quella Messa. E quasi alla fine della Messa mi sono alzato, perché dovevo amministrare una cresima. E’ venuta da me una donna anziana, umile, molto umile, ultraottantenne. Io l’ho guardata e le ho detto: “Nonna – perché da noi si dice così agli anziani: nonna – lei vuole confessarsi?”. “Sì”, mi ha detto. “Ma se lei non ha peccato …”. E lei mi ha detto: “Tutti abbiamo peccati …”. “Ma forse il Signore non li perdona …”. “Il Signore perdona tutto”, mi ha detto: sicura. “Ma come lo sa, lei, signora?”. “Se il Signore non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe”. Io ho sentito una voglia di domandarle: “Mi dica, signora, lei ha studiato alla Gregoriana?”, perché quella è la sapienza che dà lo Spirito Santo: la sapienza interiore verso la misericordia di Dio. Non dimentichiamo questa parola: Dio mai si stanca di perdonarci, mai! “Eh, padre, qual è il problema?”. Eh, il problema è che noi ci stanchiamo, noi non vogliamo, ci stanchiamo di chiedere perdono. Lui mai si stanca di perdonare, ma noi, a volte, ci stanchiamo di chiedere perdono. Non ci stanchiamo mai, non ci stanchiamo mai! Lui è il Padre amoroso che sempre perdona, che ha quel cuore di misericordia per tutti noi. E anche noi impariamo ad essere misericordiosi con tutti. Invochiamo l’intercessione della Madonna che ha avuto tra le sue braccia la Misericordia di Dio fatta uomo.

Catechesi Domenicale 7 Febbraio 2016 di

 

Padre Francesco 

IV  INCONTRO

GESÙ CRISTO DISCESE AGLI INFERI, RISUSCITÒ DAI MORTI IL TERZO GIORNO, SALÌ AL CIELO, SIEDE ALLA DESTRA DEL PADRE ONNIPOTENTE

SINTESI DEL PERCORSO FATTO:

1.      Le motivazioni dei partecipanti:  non una tassa da pagare per ottenere i sacramenti, ma un’opportunità di crescita spirituale per vivere meglio la nostra vita, per esercitare  al meglio il sacerdozio famigliare, per  testimoniare il mio essere padre/ madre che trasmette con convinzione ciò in cui crede.

2.      Il percorso di quest’anno è incentrato sulla riscoperta/ approfondimento della fede cristiana. Fede intesa non solo come dottrina, verità da sapere, ma come “conoscenza affettiva” come esperienza credibile di Dio, del Dio dei cattolici, del Dio di mia madre, di mio padre, dei miei catechisti, del mio prete, di papa Francesco… dei miei nonni, dei bisnonni, di San Francesco, di santa Rita, di S. Agostino, di San Paolo, di San Pietro… di Gesù Cristo.

3.      Il Dio di Gesù Cristo è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Mosè, di Davide, di Elia, di Giuseppe e di Maria.. il Dio che si è rivelato, che si è fatto conoscere nella storia degli uomini… servendosi di un popolo eletto

4.      Questo Dio di è rivelato non solo come il creatore dell’universoma come un Dio personale che si è voluto legare agli uomini come un Padre ed una Madre si prendono cura dei propri figli: non solo danno loro la vita, ma li accompagnano nella loro crescita, danno loro dei buoni consigli, educano  la loro libertà e quando è necessario si compromettono per loro…

5.      Ecco il Dio di Gesù Cristo è il Dio che si compromette così tanto per i suoi figli che si fa uno di loro in tutto e per tutto eccetto il peccato: nasce piangendo come tutti i bambini, ha bisogno di una mamma come tutti i bambini, di una famiglia, come tutti i bambini, di amici.. Tutto nella normalità fino a trent’anni..

6.      A trent’anni si fa battezzare da Giovanni nel fiume Giordano ed inizia, dopo l’arresto di costui la sua missione: predicare il Regno di Dio, predicare la Misericordia di Dio… fare dono della misericordia di Dio.. con il dono della sua vita

 

LA PUNTATA DI OGGI

Cosa sono gli inferi? (n.125)

Che posto occupa la risurrezione nella nostra fede ( C. n 126)

Qual è lo stato del corpo risorto di Gesù? (n 129)

Che cosa apporta la risurrezione di Gesù alla nostra vita? (n 131)

Ora Gesù dove sta?  Come ve lo immaginate? (n 132)

Perché nel credo si afferma che verrà a giudicare i vivi ed i morti? (nn 133-5)

 

 

Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica

125. Che cosa sono «gli inferi », nei quali Gesù discese?

Gli «inferi» - diversi dall'inferno della dannazione - costituivano lo stato di tutti coloro, giusti e cattivi, che erano morti prima di Cristo. Con l'anima unita alla sua Persona divina Gesù ha raggiunto negli inferi i giusti che attendevano il loro Redentore per accedere infine alla visione di Dio. Dopo aver vinto, mediante la sua morte, la morte e il diavolo «che della morte ha il potere» (Eb 2,14), ha liberato i giusti in attesa del Redentore e ha aperto loro le porte del Cielo.

 

126. Che posto occupa la Risurrezione di Cristo nella nostra fede?

La Risurrezione di Gesù è la verità culminante della nostra fede in Cristo e rappresenta, con la Croce, una parte essenziale del Mistero pasquale.

 

127. Quali «segni» attestano la Risurrezione di Gesù?

Oltre al segno essenziale costituito dalla tomba vuota, la Risurrezione di Gesù è attestata dalle donne che incontrarono per prime Gesù e l'annunciarono agli Apostoli. Gesù poi «apparve a Cefa (Pietro), e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta» (1 Cor 15,5-6) e ad altri ancora. Gli Apostoli non hanno potuto inventare la risurrezione, poiché questa appariva loro impossibile: infatti Gesù li ha anche rimproverati per la loro incredulità.

 

129. Qual è lo stato del corpo risorto di Gesù?

La Risurrezione di Cristo non è stata un ritorno alla vita terrena. Il suo corpo risuscitato è quello che è stato crocifisso e porta i segni della sua Passione, ma è ormai partecipe della vita divina con le proprietà di un corpo glorioso. Per questa ragione Gesù risorto è sovranamente libero di apparire ai suoi discepoli come e dove vuole e sotto aspetti diversi.

 

131. Quali sono il senso e la portata salvifica della Risurrezione?

La Risurrezione è il culmine dell'Incarnazione. Essa conferma la divinità di Cristo, come pure tutto ciò che Egli ha fatto e insegnato, e realizza tutte le promesse divine in nostro favore. Inoltre, il Risorto, vincitore del peccato e della morte, è il principio della nostra giustificazione e della nostra Risurrezione: fin d'ora ci procura la grazia dell'adozione filiale, che è reale partecipazione alla sua vita di Figlio unigenito; poi, alla fine dei tempi, egli risusciterà il nostro corpo.

 

« GESÙ SALÌ AL CIELO, SIEDE ALLA DESTRA DEL PADRE ONNIPOTENTE »

132. Che cosa rappresenta l'Ascensione?

Dopo quaranta giorni da quando si era mostrato agli Apostoli sotto i tratti di un'umanità ordinaria, che velavano la sua gloria di Risorto, Cristo sale al cielo e siede alla destra del Padre. Egli è il Signore che regna ormai con la sua umanità nella gloria eterna di Figlio di Dio e intercede incessantemente in nostro favore presso il Padre. Ci manda il suo Spirito e ci dà la speranza di raggiungerlo un giorno, avendoci preparato un posto.

 

« DI LÀ VERRÀ A GIUDICARE I VIVI E I MORTI »

133. Come regna ora il Signore Gesù?

Signore del cosmo e della storia, Capo della sua Chiesa, Cristo glorificato permane misteriosamente sulla terra, dove il suo regno è già presente come germe e inizio nella Chiesa. Un giorno ritornerà glorioso, ma non ne conosciamo il tempo. Per questo viviamo nella vigilanza… Dopo l'ultimo sconvolgimento cosmico di questo mondo che passa, la venuta gloriosa di Cristo avverrà con il trionfo definitivo di Dio nella Parusia e con l'ultimo Giudizio. Si compirà cosi il Regno di Dio.

 

135. Come Cristo giudicherà i vivi e i morti?

 

Cristo giudicherà con il potere che ha acquisito come Redentore del mondo, venuto a salvare gli uomini. I segreti dei cuori saranno svelati, come pure la condotta di ciascuno verso Dio e verso il prossimo. Ogni uomo sarà colmato di vita o dannato per l'eternità a seconda delle sue opere. Così si realizzerà «la pienezza di Cristo» (Ef 4,13), nella quale «Dio sarà tutto in tutti» (1 Cor 15,28).

 

 Catechesi Domenicale  31 Gennaio 2016

 

Padre Stefano 

 

IV comandamento: “ONORA IL PADRE E LA MADRE”

DALLE CATECHESI di papa Francesco sulla FAMIGLIA

(17 dicembre 2014-18 novembre 2015)

…Il quarto comandamento chiede ai figli – e tutti lo siamo! – di onorare il padre e la madre (cfrEs 20,12). Questo comandamento viene subito dopo quelli che riguardano Dio stesso. Infatti contiene qualcosa di sacro, qualcosa di divino, qualcosa che sta alla radice di ogni altro genere di rispetto fra gli uomini. E nella formulazione biblica del quarto comandamento si aggiunge: «perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore tuo Dio ti dà». Il legame virtuoso tra le generazioni è garanzia di futuro, ed è garanzia di una storia davvero umana. Una società di figli che non onorano i genitori è una società senza onore;  quando non si onorano i genitori si perde il proprio onore! È una società destinata a riempirsi di giovani aridi e avidi. Però, anche una società avara di generazione, che non ama circondarsi di figli, che li considera soprattutto una preoccupazione, un peso, un rischio, è una società depressa. Pensiamo a tante società che conosciamo qui in Europa: sono società depresse, perché non vogliono i figli, non hanno i figli,  il livello di nascita non arriva all’uno percento. Perché? …Non avere figli è una scelta egoistica. La vita ringiovanisce e acquista energie moltiplicandosi: si arricchisce, non si impoverisce! I figli imparano a farsi carico della loro famiglia, maturano nella condivisione dei suoi sacrifici, crescono nell’apprezzamento dei suoi doni…

Sulla figura della madre:

…Ogni persona umana deve la vita a una madre, e quasi sempre deve a lei molto della propria esistenza successiva, della formazione umana e spirituale. La madre, però, pur essendo molto esaltata dal punto di vista simbolico, - tante poesie, tante cose belle che si dicono poeticamente della madre - viene poco ascoltata e poco aiutata nella vita quotidiana, poco considerata nel suo ruolo centrale nella società. Anzi, spesso si approfitta della disponibilità delle madri a sacrificarsi per i figli per “risparmiare” sulle spese sociali…

Le madri trasmettono spesso anche il senso più profondo della pratica religiosa: nelle prime preghiere, nei primi gesti di devozione che un bambino impara, è inscritto il valore della fede nella vita di un essere umano. E’ un messaggio che le madri credenti sanno trasmettere senza tante spiegazioni: queste arriveranno dopo, ma il germe della fede sta in quei primi, preziosissimi momenti. Senza le madri, non solo non ci sarebbero nuovi fedeli, ma la fede perderebbe buona parte del suo calore semplice e profondo.

Sulla figura del padre:

…“Padre” è una parola nota a tutti, una parola universale. Essa indica una relazione fondamentale la cui realtà è antica quanto la storia dell’uomo. Oggi, tuttavia, si è arrivati ad affermare che la nostra sarebbe una “società senza padri”. In altri termini, in particolare nella cultura occidentale, la figura del padre sarebbe simbolicamente assente, svanita, rimossa…

Il problema dei nostri giorni non sembra essere più tanto la presenza invadente dei padri, quanto piuttosto la loro assenza, la loro latitanza. I padri sono talora così concentrati su se stessi e sul proprio lavoro e alle volte sulle proprie realizzazioni individuali, da dimenticare anche la famiglia. E lasciano soli i piccoli e i giovani. Già da vescovo di Buenos Aires avvertivo il senso di orfanezza che vivono oggi i ragazzi; e spesso domandavo ai papà se giocavano con i loro figli, se avevano il coraggio e l’amore di perdere tempo con i figli. E la risposta era brutta, nella maggioranza dei casi: “Mah, non posso, perché ho tanto lavoro…”. E il padre era assente da quel figliolo che cresceva, non giocava con lui, no, non perdeva tempo con lui…

… l’assenza della figura paterna nella vita dei piccoli e dei giovani produce lacune e ferite che possono essere anche molto gravi. E in effetti le devianze dei bambini e degli adolescenti si possono in buona parte ricondurre a questa mancanza, alla carenza di esempi e di guide autorevoli nella loro vita di ogni giorno, alla carenza di vicinanza, alla carenza di amore da parte dei padri. E’ più profondo di quel che pensiamo il senso di orfanezza che vivono tanti giovani…

A volte sembra che i papà non sappiano bene quale posto occupare in famiglia e come educare i figli. E allora, nel dubbio, si astengono, si ritirano e trascurano le loro responsabilità, magari rifugiandosi in un improbabile rapporto “alla pari” con i figli. E’ vero che tu devi essere “compagno” di tuo figlio, ma senza dimenticare che tu sei il padre! Se tu ti comporti soltanto come un compagno alla pari del figlio, questo non farà bene al ragazzo… 

Un padre sa bene quanto costa trasmettere questa eredità: quanta vicinanza, quanta dolcezza e quanta fermezza. Però, quale consolazione e quale ricompensa si riceve, quando i figli rendono onore a questa eredità! E’ una gioia che riscatta ogni fatica, che supera ogni incomprensione e guarisce ogni ferita.

La prima necessità, dunque, è proprio questa: che il padre sia presente nella famiglia. Che sia vicino alla moglie, per condividere tutto, gioie e dolori, fatiche e speranze. E che sia vicino ai figli nella loro crescita: quando giocano e quando si impegnano, quando sono spensierati e quando sono angosciati, quando si esprimono e quando sono taciturni, quando osano e quando hanno paura, quando fanno un passo sbagliato e quando ritrovano la strada; padre presente, sempre. Dire presente non è lo stesso che dire controllore! Perché i padri troppo controllori annullano i figli, non li lasciano crescere. (…)

I padri devono essere pazienti. Tante volte non c’è altra cosa da fare che aspettare; pregare e aspettare con pazienza, dolcezza, magnanimità, misericordia.

Un buon padre sa attendere e sa perdonare, dal profondo del cuore. Certo, sa anche correggere con fermezza: non è un padre debole, arrendevole, sentimentale. Il padre che sa correggere senza avvilire è lo stesso che sa proteggere senza risparmiarsi…

…i figli hanno bisogno di trovare un padre che li aspetta quando ritornano dai loro fallimenti. Faranno di tutto per non ammetterlo, per non darlo a vedere, ma ne hanno bisogno; e il non trovarlo apre in loro ferite difficili da rimarginare…

Sui figli:

…I figli sono un dono, sono un regalo: capito? I figli sono un dono. Ciascuno è unico e irripetibile; e al tempo stesso inconfondibilmente legato alle sue radici. Essere figlio e figlia, infatti, secondo il disegno di Dio, significa portare in sé la memoria e la speranza di un amore che ha realizzato se stesso proprio accendendo la vita di un altro essere umano, originale e nuovo. E per i genitori ogni figlio è se stesso, è differente, è diverso. Permettetemi un ricordo di famiglia. Io ricordo mia mamma, diceva di noi – eravamo cinque -: “Ma io ho cinque figli”. Quando le chiedevano: ”Qual è il tuo preferito, lei rispondeva: “Io ho cinque figli, come cinque dita. [Mostra le dita della mano] Se mi picchiano questo, mi fa male; se mi picchiano quest’altro, mi fa male. Mi fanno male tutti e cinque. Tutti sono figli miei, ma tutti differenti come le dita di una mano”. E così è la famiglia! I figli sono differenti, ma tutti figli.

Un figlio lo si ama perché è figlio: non perché bello, o perché è così o cosà; no, perché è figlio! Non perché la pensa come me, o incarna i miei desideri. Un figlio è un figlio: una vita generata da noi ma destinata a lui, al suo bene, al bene della famiglia, della società, dell’umanità intera…

Sui nonni:

In Occidente, gli studiosi presentano il secolo attuale come il secolo dell’invecchiamento: i figli diminuiscono, i vecchi aumentano. Questo sbilanciamento ci interpella, anzi, è una grande sfida per la società contemporanea. Eppure una cultura del profitto insiste nel far apparire i vecchi come un peso, una “zavorra”. Non solo non producono, pensa questa cultura, ma sono un onere: insomma, qual è il risultato di pensare così? Vanno scartati. E’ brutto vedere gli anziani scartati, è una cosa brutta, è peccato! Non si osa dirlo apertamente, ma lo si fa! C’è qualcosa di vile in questa assuefazione alla cultura dello scarto. Ma noi siamo abituati a scartare gente. Vogliamo rimuovere la nostra accresciuta paura della debolezza e della vulnerabilità; ma così facendo aumentiamo negli anziani l’angoscia di essere mal sopportati e abbandonati. (…)

Una volta da bambino, la nonna ci raccontava una storia di un nonno anziano che nel mangiare si sporcava perché non poteva portare bene il cucchiaio con la minestra alla bocca. E il figlio, ossia il papà della famiglia, aveva deciso di spostarlo dalla tavola comune e ha fatto un tavolino in cucina, dove non si vedeva, perché mangiasse da solo. E così non avrebbe fatto una brutta figura quando venivano gli amici a pranzo o a cena. Pochi giorni dopo, arrivò a casa e trovò il suo figlio più piccolo che giocava con il legno e il martello e i chiodi, faceva qualcosa lì, disse: “Ma cosa fai? – Faccio un tavolo, papà. – Un tavolo, perché? – Per averlo quando tu diventi anziano, così tu puoi mangiare lì”. I bambini hanno più coscienza di noi! (…)

 

 

SULLA FAMIGLIA (in tempi “sospetti” di family day)

Proteggere il matrimonio riconoscendo l’intenzione positiva degli “altri”

Non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione […]. La famiglia, fondata sul matrimonio indissolubile, unitivo e procreativo, appartiene al “sogno” di Dio e della sua Chiesa per la salvezza dell’umanità…

Per mezzo del matrimonio e della famiglia Iddio ha sapientemente unite due tra le maggiori realtà umane: la missione di trasmettere la vita e l’amore vicendevole e legittimo dell’uomo e della donna, per il quale essi sono chiamati a completarsi vicendevolmente in una donazione reciproca non soltanto fisica, ma soprattutto spirituale”…

La Chiesa con rinnovato senso di responsabilità continua a proporre il matrimonio, nei suoi elementi essenziali – prole, bene dei coniugi, unità, indissolubilità, sacramentalità –, non come un ideale per pochi, nonostante i moderni modelli centrati sull’effimero e sul transitorio, ma come una realtà che, nella grazia di Cristo, può essere vissuta da tutti i fedeli battezzati». (Papa Francesco, 22 gennaio 2016, alla Sacra Rota).

Altre forme di legami affettivi tra persone – anche omosessuali – sono per loro natura diverse e vanno, quindi, considerate diversamente dal rapporto d’amore tra un uomo e una donna che – nel matrimonio – creano famiglia e vivono un impegno stabile e disponibile alla procreazione. A chi vive altri legami affettivi vanno riconosciuti i diritti individuali della persona. Ma altra cosa sono i diritti propri dell’istituto matrimoniale.

I sostenitori del matrimonio omosessuale si appellano a più di una intenzione positiva: combattere l’emarginazione, promuovere la cultura dell’uguaglianza, favorire i legami umani.

Se permettere di sposarsi solo a un uomo e a una donna fosse una forma di discriminazione, che sulla base di un pregiudizio irrazionale esclude quanti non sono conformi alla maggioranza sociale, allora non c’è dubbio che ci troveremmo davanti a una proibizione sbagliata. Parimenti, se lo scopo del matrimonio fosse soltanto quello di promuovere e di incoraggiare i legami tra le persone, allora anche il matrimonio omosessuale assolverebbe questo compito e non ci sarebbe nessun motivo di escludere né gli omosessuali né altre categorie di adulti che conducano una relazione seria. Se l’intenzione che sta dietro alla richiesta di introdurre il matrimonio omosessuale fosse di incoraggiare questo tipo di rapporto amorevole, devoto, duraturo, è chiaro che si tratterebbe di un’intenzione positiva. Il punto è che ci sono altri, più importanti, aspetti da tenere in considerazione.

In contrasto con la visione di chi lo considera un patto privato, l’Occidente ha sempre tutelato il matrimonio in quanto pubblica istituzione sociale, riconosciuta e appoggiata dallo Stato per i suoi benefici nei confronti dei figli e della società nel suo insieme.

I cattolici ritengono che lo Stato debba continuare a promuovere il matrimonio tra un uomo e una donna non perché disapprovino o vogliano escludere un dato gruppo di individui ma perché:

1) «La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato» (Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo, 1948, art. 16);

2) al centro della famiglia c’è l’unione sessuale tra un uomo e una donna che si impegnano reciprocamente nel loro stesso interesse e per il bene dei loro figli;

3) il matrimonio tra un uomo e una donna è il contesto ideale e insostituibile in cui crescere i figli, che ne traggono benefici sotto l’aspetto psicologico ed emotivo, oltre che da molti altri punti di vista; per questo deve essere protetto e incoraggiato dallo Stato.

La Chiesa ritiene che le persone, proprio come non devono essere etichettate per la loro fede, le loro idee o il loro genere, così non devono essere bollate per le loro inclinazioni sessuali: le persone sono prima di tutto persone, esseri umani creati a immagine di Dio, e hanno il diritto di essere rispettate come tali, a prescindere dai loro orientamenti o dalle loro azioni.

Più che «contraria al diritto dei gay di sposarsi», la Chiesa è «favorevole a preservare la specialità del matrimonio tra uomo e donna». Ciò non significa affatto «discriminare». Riservare il matrimonio a un uomo e a una donna non è più discriminatorio che riservare l’accesso al trattamento pensionistico a coloro che ne abbiano i requisiti necessari.

Uguaglianza non vuol dire equivalenza. Ogni legge, di fatto, distingue. Gli Stati hanno sempre imposto delle ragionevoli restrizioni al matrimonio, per preservare l’essenza e il significato dell’istituzione: di conseguenza non possono sposarsi gli omosessuali così come non possono sposarsi i parenti stretti, i minorenni o le persone incapaci di intendere e di volere. Sempre per legge, chi contrae matrimonio deve essere in grado di assumersene gli obblighi (motivo per cui, ad esempio, è considerato impedimento la minore età) e deve farlo di sua spontanea volontà (per questo i vizi della volontà sono causa di invalidità). I coniugi devono essere due (e non un numero illimitato di persone) e devono essere un uomo e una donna. Il che esclude i bigami, le persone dello stesso sesso, la poliginia e la poliandria.

Ma se definiamo discriminatorio impedire di sposarsi alle persone dello stesso sesso, allora diventa discriminatorio escludere dal matrimonio tutte le persone che rientrano nelle altre categorie citate.

Per reinquadrare la questione bisogna dunque cambiarne i termini: non parlare di «uguaglianza dei diritti» ma del concetto di matrimonio, del suo fine e dei motivi per cui è sempre stato salvaguardato legalmente.

Paradossalmente anche l’uomo di oggi – che spesso ridicolizza questo disegno – rimane attirato e affascinato da ogni amore autentico, da ogni amore solido, da ogni amore fecondo, da ogni amore fedele e perpetuo. Lo vediamo andare dietro agli amori temporanei ma sogna l’amore autentico; corre dietro ai piaceri carnali ma desidera la donazione totale.(Papa Francesco, omelia del 4 ottobre 2015)

La famiglia attraversa una crisi culturale profonda, come tutte le comunità e i legami sociali. Nel caso della famiglia, la fragilità dei legami diventa particolarmente grave perché si tratta della cellula fondamentale della società, del luogo dove si impara a convivere nella differenza e ad appartenere ad altri e dove i genitori trasmettono la fede ai figli. Il matrimonio tende ad essere visto come una mera forma di gratificazione affettiva che può costituirsi in qualsiasi modo e modificarsi secondo la sensibilità di ognuno. Ma il contributo indispensabile del matrimonio alla società supera il livello dell’emotività e delle necessità contingenti della coppia. Come insegnano i Vescovi francesi, non nasce “dal sentimento amoroso, effimero per definizione, ma dalla profondità dell’impegno assunto dagli sposi che accettano di entrare in una comunione di vita totale” (Papa Francesco, EG, 66).

L’immagine di Dio è la coppia matrimoniale: l’uomo e la donna; non soltanto l’uomo, non soltanto la donna, ma tutti e due. Questa è l’immagine di Dio: l’amore, l’alleanza di Dio con noi è rappresentata in quell’alleanza fra l’uomo e la donna. E questo è molto bello! Siamo creati per amare, come riflesso di Dio e del suo amore. E nell’unione coniugale l’uomo e la donna realizzano questa vocazione nel segno della reciprocità e della comunione di vita piena e definitiva. Quando un uomo e una donna celebrano il sacramento del Matrimonio, Dio, per così dire, si “rispecchia” in essi, imprime in loro i propri lineamenti e il carattere indelebile del suo amore (Papa Francesco, udienza).

Gesù non sceglie la via della casistica ma risale all’intenzione del Legislatore e Creatore e nega ogni possibilità di rottura del vincolo nella storia d’amore tra un uomo e una donna: «Nell’in-principio non fu così... I due diventeranno una sola carne... L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto!». Linguaggio chiaro, esigente, radicale perché nel rapporto tra uomo e donna legati nell’alleanza della parola data, è significata l’alleanza fedele tra Dio e il suo popolo: se una fedeltà viene smentita, anche l’altra non è più credibile. Messaggio esigente e duro, che i presbiteri dovrebbero annunciare alle loro comunità mettendosi in ginocchio: «È una parola del Signore, non nostra, a chiedere questa fedeltà. Noi ve la ripetiamo perché è nostro dovere farlo, ma ve la annunciamo in ginocchio, senza presunzione né arroganza, perché sappiamo che vivere il matrimonio fedelmente e nell’amore rinnovato è difficile, faticoso, impossibile senza l’aiuto della grazia di Dio...».

Si confessi ancora l’indissolubilità del matrimonio, ma lo si faccia manifestando la misericordia di Dio, andando incontro a chi in questa esigente avventura è incorso nella contraddizione all’alleanza e invitandolo a camminare nella pienezza della vita ecclesiale. Il Dio cristiano ha un volto in cui la misericordia è immanente alla giustizia: è un Dio compassionevole che in Gesù ha camminato e cammina con chi è ferito, con chi è malato... è un Dio che vuole che tutti si convertano e vivano (E. Bianchi).

 

«mentre va espressa con chiarezza la dottrina, sono da evitare giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni, ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione» (FamiliarisConsortio).

24 gennaio 2016 – Catechesi II anno comunione

Il sacramento dell’Eucaristia - Dono offerto per amore

Padre Angelo  

 

Comp. 271. Che cos'è l'Eucaristia?

È il sacrificio stesso del Corpo e del Sangue del Signore Gesù, che egli istituì per perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il sacrificio della Croce, affidando così alla sua Chiesa il memoriale della sua Morte e Risurrezione.

Cf. Comp. 272. Quando Gesù Cristo ha istituito l'Eucaristia?

Provate a rispondere ……………

 

CCC 1324 L'Eucaristia è « fonte e culmine di tutta la vita cristiana ». « Tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere di apostolato, sono strettamente uniti alla sacra Eucaristia e ad essa sono ordinati. Infatti, nella santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua ».

 

L’evangelista Giovanni ci dice che Gesù ci ama “fino alla fine” (Gv 13,1): intendiamo questo fine non tanto come la morte di Gesù e dunque come un termine temporale, quanto piuttosto come un abbraccio di Gesù per noi, fino alle possibilità più estreme dell’amore.

 

 

  Letta in quest’ottica, l’Eucaristia si colloca al centro della prospettiva dei sacramenti                       

 

                                                   

 

 

 

Comp. 280: In che senso l'Eucaristia è memoriale del sacrificio di Cristo?

L'Eucaristia è memoriale nel senso che rende presente e attuale il sacrificio che Cristo ha offerto al Padre, una volta per tutte, sulla Croce in favore dell'umanità. Il carattere sacrificale dell'Eucaristia si manifesta nelle parole stesse dell'istituzione: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi» e «Questo calice è la nuova alleanza nel mio Sangue, che viene versato per voi» (Lc 22,19-20).

 

Tutto ciò è reso possibile dallo Spirito Santo, memoria vivente di Cristo (“fate questo in Memoria di Me”). Infatti grazie allo Spirito Santo – la cui azione sfugge alla nostra percezione immediata ma non per questo non è reale – entriamo in contatto con il Vivente, Gesù, e nell’Eucaristia partecipiamo a tutta la sua vita, che diventa anche la nostra (cf. Comp. 281). Così il dono che Gesù fa, diventa per noi, e non siamo più semplici spettatori o solo curiosi di un fatto storico del passato, ma veniamo catapultati al centro del mondo e della storia. Per la nostra esistenza umana questo è il massimo, perché riceviamo la possibilità di vivere un rapporto di intima e profondissima unione con Dio!

 

Cf. Comp. 277: Come si svolge la celebrazione dell’Eucaristia?

Fin dal secondo secolo, abbiamo la testimonianza di san Giustino martire riguardo alle linee fondamentali dello svolgimento della celebrazione eucaristica. Ecco ciò che egli scrive, verso il 155, per spiegare all'imperatore pagano Antonino Pio (138-161) ciò che fanno i cristiani:

 

« Nel giorno chiamato del sole ci si raduna tutti insieme, abitanti delle città o delle campagne.

Si leggono le memorie degli Apostoli o gli scritti dei profeti, finché il tempo consente. Poi quando il lettore ha terminato, il preposto con un discorso ci ammonisce ed esorta ad imitare questi buoni esempi.

Poi tutti insieme ci alziamo in piedi ed innalziamo preghiere » « sia per noi stessi [...] sia per tutti gli altri, dovunque si trovino, affinché, appresa la verità, meritiamo di essere nei fatti buoni cittadini e fedeli custodi dei precetti, e di conseguire la salvezza eterna.

Finite le preghiere, ci salutiamo l'un l'altro con un bacio. Poi al preposto dei fratelli vengono portati un pane e una coppa d'acqua e di vino temperato. Egli li prende ed innalza lode e gloria al Padre dell'universo nel nome del Figlio e dello Spirito Santo, e fa un rendimento di grazie (in greco: euxaristía), per essere stati fatti degni da lui di questi doni. Quando egli ha terminato le preghiere ed il rendimento di grazie, tutto il popolo presente acclama: Amen.

Dopo che il preposto ha fatto il rendimento di grazie e tutto il popolo ha acclamato, quelli che noi chiamiamo diaconi distribuiscono a ciascuno dei presenti il pane, il vino e l'acqua "eucaristizzati" e ne portano agli assenti » « I facoltosi e quelli che lo desiderano, danno liberamente ciascuno quello che vuole, e ciò che si raccoglie viene depositato presso il preposto. Questi soccorre gli orfani, le vedove, e chi è indigente per malattia o per qualche altra causa; e i carcerati e gli stranieri che si trovano presso di noi: insomma, si prende cura di chiunque sia nel bisogno » (S. Giustino, Apologia I,65. 67)

 

Comp. 281: In quale modo la Chiesa partecipa al sacrificio eucaristico?

Nell'Eucaristia, il sacrificio di Cristo diviene pure il sacrificio delle membra del suo Corpo. La vita dei fedeli, la loro lode, la loro sofferenza, la loro preghiera, il loro lavoro sono uniti a quelli di Cristo. In quanto sacrificio, l'Eucaristia viene anche offerta per tutti i fedeli vivi e defunti, in riparazione dei peccati di tutti gli uomini e per ottenere da Dio benefici spirituali e temporali. Anche la Chiesa del cielo è unita nell'offerta di Cristo.

 

Comp. 286. Quale tipo di culto è dovuto al Sacramento dell'Eucaristia?

È dovuto il culto di latria, cioè di adorazione, riservato solo a Dio sia durante la celebrazione eucaristica sia al di fuori di essa. La Chiesa, infatti, conserva con la massima diligenza le Ostie consacrate, le porta agli infermi e ad altre persone impossibilitate a partecipare alla Santa Messa, le presenta alla solenne adorazione dei fedeli, le porta in processione e invita alla frequente visita e adorazione del Santissimo Sacramento conservato nel tabernacolo.

 

 

Comp. 288. Che cosa significa l'altare?

L'altare è il simbolo di Cristo stesso, presente come vittima sacrificale (altare-sacrificio della Croce) e come alimento celeste che si dona a noi (altare-mensa eucaristica)

 

Possa Gesù illuminare e scaldare gli occhi del vostro cuore, per suscitare in voi sempre quella fame e sete di Lui:

« L’Eucaristia protegge il mondo e già segretamente lo illumina. L’uomo vi trova la sua filiazione perduta, attinge la propria vita in quella del Cristo, l’amico fedele che spartisce con lui il pane della necessità e il vino della festività. E il pane è il suo corpo e il vino è il suo sangue; e in questa unità più niente ci separa da niente e da nessuno. Che cosa può esservi di più grande? È la gioia di Pasqua, la gioia della trasfigurazione dell’universo. E noi riceviamo questa gioia nella comunione di tutti i nostri fratelli, vivi e morti, nella comunione dei santi e nella tenerezza della Madre.

Allora più niente ci può far paura. Abbiamo conosciuto l’amore che Dio ha per noi, siamo divenuti “dèi”.

Ormai tutto ha senso.

Tu, e tu ancora, hai un senso.

Tu non morirai.

Coloro che ami, anche se li credi morti, non moriranno.

Tutto ciò che vive, tutto ciò che è bello, fino all’ultimo filo d’erba, persino quel breve momento in cui hai sentito la vita palpitare nelle tue vene, tutto sarà vivo, per sempre.

Persino il dolore, persino la morte hanno un senso, divengono i sentieri della vita.

Tutto è già vivo.

Perché Cristo è risorto.

Esiste quaggiù un luogo dove non vi è più separazione, ma soltanto il grande amore, la grande gioia.

Quel luogo è il Calice, il santo Graal nel cuore della Chiesa. E da lì, nel tuo cuore. »

 

 

(Patriarca Atenagora di Costantinopoli, in O. Clément, Dialoghi con Atenagora, Torino 1972, p. 337)


Catechesi Domenica 17 Gennaio 2016

 

Padre Francesco "LA PROFESSIONE DI FEDE - Gesù Cristo patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fù sepolto"

DIECI COMANDAMENTI (1-3)

Padre Stefano 13 dicembre 2015

Riassunto dell’introduzione: i no che aiutano a crescere: no che dobbiamo sapere dire a noi stessi (= rinnegarsi), perché non tutto ci fa bene o fa bene agli altri; no che dobbiamo saper dire ai nostri figli perché la libertà devono imparare a gestirla, non nasciamo già in grado di gestire la nostra libertà, abbiamo bisogno di sapere quali sono i limiti, le regole.

Dio, come un padre, ci offre delle regole base per insegnarci a divenire liberi: iniziano con: “Io sono il Signore tuo Dio che ti fece uscire dalla terra d’Egitto, dalla casa degli schiavi”.

“I 10 comandamenti non sono l’imposizione arbitraria…Essi salvano l’uomo dalla forza distruttiva dell’egoismo, dell’odio, della menzogna. Evidenziano tutte le false divinità che lo riducono in schiavitù: l’amore di sé sino all’esclusione di Dio, l’avidità di potere e di piacere che sovverte l’ordine della giustizia e degrada la nostra dignità umana e quella del nostro prossimo” (Giovanni Paolo II)

Due parti: relazione con Dio (1-3) e relazione con gli altri (4-10)

TESTO biblico (Esodo):

[2] Io sono il Signore, tuo Dio[1], che ti fece uscire[2] dalla terra d'Egitto, dalla casa degli schiavi.

[3] non avrai altro Dio[3] all'infuori di me.

[4] Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra.

[5] Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso[4], che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano,

[6] ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.

[7] Non pronunzierai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano.

[8] Ricordati del giorno di sabato per santificarlo:

[9] sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro;

[10] ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te.

[11] Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro.

 

TESTO classico (di facile memorizzazione)

Ascolta Israele! Io sono il Signore Dio tuo:

1.   Non avrai altro Dio all'infuori di me.

2.   Non nominare il nome di Dio invano.

3.   Ricordati di santificare le feste.


 

1.    Non avrai altro Dio all'infuori di me

Chi non crede in Dio non è vero che non crede in niente perché comincia a credere a tutto. (frase attribuita a Gilbert Keith Chesterton)

Non credere in Dio, perché è una favola, ma credi negli oroscopi, nelle fattucchiere, nei maghi, nella fortuna… Le superstizioni, il fascino dell’esoterismo e occultismo (attenzione: sono vie al satanismo): il primo comandamento ci chiede di avere con Dio un rapporto esclusivo (che esclude tutto ciò che rischiamo di mettere al suo posto): proibisce la superstizione, la magia (se dico/faccio determinate cose ottengo un risultato: catena di sant’Antonio), la stregoneria, il satanismo e qualsiasi idolatria:

IDOLO= immagine, figura (“hanno orecchi, ma non odono; hanno bocca, ma non parlano…”). Gli idoli addormentano, incatenano.

Per essere liberi non occorre emanciparsi (“liberarsi”) dall’autorità di Dio, dei genitori, degli altri. Non sono loro a limitare la mia libertà, ma IO STESSO: sono io che, nell’illusione di vivere meglio senza Dio e senza gli altri, mi ritrovo più debole, in balia dei capricci e delle voglie, incapace di fare ciò che voglio, dipendente dai vizi e da sostanze che mi inebriano e che, per pochi istanti, sembrano liberarmi dal peso della vita.

Senza Dio mi ritrovo senza forze e in balia degli IDOLI: al posto di Dio metto il denaro, il potere, la carriera…il cellulare, lo sport, il computer… e divento schiavo loro, loro adulatore.

Solo davanti a Dio ci si prostra, ci si inchina, si adora… Non devo inchinarmi di fronte a nessun uomo o ad altro: questa è la mia dignità e la libertà.

ADORARE DIO = portarlo alla mia bocca: intimità, affetto, comunione. L’adorazione eucaristica.

NO ALLE IMMAGINI DI DIO o al culto delle immagini? Dio non vuole essere rappresentato (a differenza degli altri popoli): tu lo puoi pregare, ci puoi parlare, ma rimane invisibile: ci educa all’invisibile (non tutto è visibile, l’essenziale è visibile solo agli occhi del cuore), ad andare oltre alla materia, alle cose sensibili.

NO ALLA SUPERSTIZIONE, all’IDOLATRIA, al POLITEISMO

 

2°: NON NOMINARE IL NOME DI DIO INVANO

Il rispetto del nome di Dio, della sua santità e del mistero:  non può essere bestemmiato, usato per imprecare. Dio non può essere garante delle mie decisioni,dei giuramenti (tanto più nei falsi giuramenti). Il nome indica la persona, la rappresenta.

Per questo è importante l’episodio di Mosè che incontra Dio che gli si rivela nel roveto ardente. Gli chiede il nome, un nome impronunciabile per gli ebrei (YHWH, senza vocali, tetragramma sacro da non pronunciare, se non con “sinonimi” come Signore-Adonai): Dio si rivela come “Io sono colui che sono per te”.

“Sia santificato il tuo nome” (Padre nostro): sia riconosciuta la sua presenza (cosa che fanno anche i demoni!), la sua realtà: sia motivo di lode e di speranza, di affidamento, di rispetto e onore, per porre Lui prima di qualsiasi altra cosa.

L’importanza del nome cristiano (storiella della bambina Giada- una pietra!- e del cane Renato – un nome cristiano), legato alla sua dignità e identità (tanto che i nomi indicavano il progetto di vita, come “Gesù” = Dio salva). I cristiani cercano per i loro figli un nome nel registro dei santi, nella convinzione che il patrono sia un modello e che interceda in maniera particolare presso Dio (festeggiamo il giorno del Battesimo e l’onomastico?)

 

3°: RICORDATI DI SANTIFICARE IL GIORNO DEL SIGNORE!

La questione del Sabato, divenuto DOMENICA (= dies dominici= giorno del Signore). Il rispetto ebraico del giorno del Signore (Gesù: “il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato”).

“Senza la domenica noi non possiamo vivere” (martiri di Abitene). L’importanza di fermarci dal lavoro (per non fare del lavoro l’assoluto della mia vita), per lodare Dio, il creato, per vivere in famiglia momenti di comunione, per ringraziare il Signore di quanto mi ha donato (=Eucaristia= rendere grazie), ascoltare la sua parola e accogliere il suo alimento di vita eterna, per vivere con la mia comunità parrocchiale, famiglia di famiglie, compagni di viaggio nel pellegrinaggio eterno. Sono così santifico la domenica come giorno del Signore: la rendo santa, santificata dalla sua presenza.

Prima la questione era: date una domenica all’anima; ma ora è: date un’anima alla domenica” (P. Roseggen)

 



[1] Questa appartenenza (“sono tuo!”) indica il patto, la relazione che Dio ha stabilito con noi: vuole essere il mio Dio, vuole essere amato. Dio sta ponendo un patto di alleanza: “io sono tuo, tu sei mio”: come quando due si vogliono bene.

[2] E’ il LIBERATORE (che pone dei divieti per ricordarci che dalla legge, dalle regole viene la libertà). Non si presenta come l’Onnipotente creatore, ma come liberatore: la libertà è il più grande tesoro, ancora maggiore dell’amore (o unica condizione per amare). Ma la libertà viene dalla legge, dalle regole.

[3] Qui nasce il MONOTEISMO: Dio vuole l’esclusiva (si ama gli altri con Dio, per Dio, come Dio). Ma non possono esserci altri dei: “non si può servire Dio e il denaro – dice il Signore -: o amerai l’uno e odierai l’altro…”.

[4] Dio è geloso di me, come un amante appassionato


Catechesi Domenica 29 Novembre  

Piccola sintesi guida!


Padre Francesco 

 

II  Catechesi: Credo in Gesù Cristo, Figlio di Dio

Premessa e domande da porci  insieme :

1.      Perché partecipare a questi incontri? (Che cosa vi aspettate…  che cosa ci aspettiamo…)

Per accompagnare i vostri figli o per…  trovare un senso a questa vita… beatitudine 

2.      Io Credo, noi crediamo        che cosa?  a chi?  in chi?

 

3.      Qual è il cuore della fede cristiana:      

 

4.      Chi è Gesù di Nazaret?

 

5.      Qual è la missione di Gesù? Cosa è venuto a fare sulla terra?

 

6.      Era proprio necessario che si facesse uomo come noi?

 

7.      Perché muore in croce?

 

 

 

CREDO IN DIO

 

1.      CREDERE=  UNA RAGIONE PER…  VIVERE (andare oltre il non sopravvivere)

… dobbiamo adesso domandarci esplicitamente: la fede cristiana è anche per noi oggi una speranza che trasforma e sorregge la nostra vita? È essa per noi « performativa » – un messaggio che plasma in modo nuovo la vita stessa, o è ormai soltanto « informazione » che, nel frattempo, abbiamo accantonata e che ci sembra superata da informazioni più recenti? Nella ricerca di una risposta vorrei partire dalla forma classica del dialogo con cui il rito del Battesimo esprimeva l'accoglienza del neonato nella comunità dei credenti e la sua rinascita in Cristo. Il sacerdote chiedeva innanzitutto quale nome i genitori avevano scelto per il bambino, e continuava poi con la domanda: « Che cosa chiedi alla Chiesa? » Risposta: « La fede ». « E che cosa ti dona la fede? » « La vita eterna ». Stando a questo dialogo, i genitori cercavano per il bambino l'accesso alla fede, la comunione con i credenti, perché vedevano nella fede la chiave per « la vita eterna ». Di fatto, oggi come ieri, di questo si tratta nel Battesimo, quando si diventa cristiani: non soltanto di un atto di socializzazione entro la comunità, non semplicemente di accoglienza nella Chiesa. I genitori si aspettano di più per il battezzando: si aspettano che la fede, di cui è parte la corporeità della Chiesa e dei suoi sacramenti, gli doni la vita – la vita eterna…

Agostino, nella sua ampia lettera sulla preghiera indirizzata a Proba, una vedova romana benestante e madre di tre consoli, scrisse una volta: In fondo vogliamo una sola cosa – « la vita beata », la vita che è semplicemente vita, semplicemente « felicità ». Non c'è, in fin dei conti, altro che chiediamo nella preghiera. Verso nient'altro ci siamo incamminati – di questo solo si tratta. (Spe salvi 10-11)

"Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo" (Gv 17, 3). 

 

2.      IO CREDO, NOI CREDIAMO       CHE COSA?  A CHI?  IN CHI?

A.      La fede come luce che illumina la vita dell’uomo

Da dove veniamo?                        La creazione               fede

Dove andiamo a finire?                Inferno o paradiso?    speranza

Che ci facciamo su questa terra?      Ha un senso la nostra vita?  c’è un vangelo per me? carità vocazione: diventare santi  missione: realizzare il Regno

B.      La fede come incontro personale con Colui che ci libera dal male e ci riempie di Amore

“ La gioia del vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù sempre nasce e rinasce la gioia (papa Francesco Evangeli Gaudium 1 e ss)

 

3.      IL CUORE DELLA FEDE CRISTIANA:         

Il segno di croce

I misteri principali della fede: unità e trinità di Dio

Incarnazione, passione, morte e risurrezione di N.S.G.C

“Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo figlio unigenito perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna (Spirito Santo) cfr 1.  Pt 1,3; Ef 3,14-19

4.      DIO È PADRE DI TUTTI GLI UOMINI O SOLO DEI CRISTIANI?

 

CREDO IN GESÙ CRISTO, SUO UNICO FIGLIO, NOSTRO  SIGNORE

Gesù= Dio salva

Cristo= Messia, l’Unto del Signore per la missione di salvezza

Figlio unigenito di Dio: Figlio in senso unico e perfetto

Signore= Kyriovsovrano. Con il titolo di Signore si riconosce a Gesù di Nazaret la stessa dignità di Dio (alla destra del Padre)

 

PER NOI UOMINI E PER LA NOSTRA SALVEZZA…  SI È INCARNATO..

-  per farci conoscere il suo amore infinito (Rivelazione)

Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre. Il mistero della fede cristiana sembra trovare in questa parola la sua sintesi. Essa è divenuta viva, visibile e ha raggiunto il suo culmine in Gesù di Nazareth. Il Padre, « ricco di misericordia » (Ef 2,4), dopo aver rivelato il suo nome a Mosè come « Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà » (Es 34,6), non ha cessato di far conoscere in vari modi e in tanti momenti della storia la sua natura divina. Nella « pienezza del tempo » (Gal 4,4), quando tutto era disposto secondo il suo piano di salvezza, Egli mandò suo Figlio nato dalla Vergine Maria per rivelare a noi in modo definitivo il suo amore. Chi vede Lui vede il Padre (cfr Gv 14,9). Gesù di Nazareth con la sua parola, con i suoi gesti e con tutta la sua persona[1] rivela la misericordia di Dio. (papa Francesco in MisericordiaeVultus)

- per farci partecipi della natura divina (Salvezza)

“Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo figlio unigenito perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna (Spirito Santo) cfr 1.  Pt 1,3; Ef 3,14-19

“All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva”  (P.  Benedetto XVI, Deus caritas 1)

“ La gioia del vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù sempre nasce e rinasce la gioia… Invito ogni cristiano a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui: nessuno è escluso dalla gioia dal Signore. Chi rischia, il Signore non lo delude, e quando qualcuno fa un piccolo passo verso Gesù, scopre che Lui già aspettava il suo arrivo a braccia aperte(papa Francesco EvangeliiGaudium 1 e ss)

 

MOSTRACI IL PADRE E CI BASTA (Gv 14,9)

"Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo" (Gv 17, 3). 

“Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace. È condizione della nostra salvezza. Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato.

 

CHI VEDE ME VEDE IL PADRE

Nasce a Betlemme- Vive a Nazaret per trent’anni- Viene battezzato da Giovanni Battista-  E’ Tentato da satana- Annuncia ed inaugura il Regno di Dio in parole ed opere- Chiama i suoi discepoli a seguirlo e ne costuisce 12 come Apostoli-  Durante l’ultima cena si dona ai suoi come pane di vita.

Gesù  nasce  a Betlemme

viene  circonciso secondo l’uso ebraico

Vive per trent’anni a Nazaret  dove educato da Maria e Giuseppe cresce in età sapienza e grazia

A trent’anni lo ritroviamo presso il Giordano dove si fa battezzare da Giovanni Battista

Spinto dallo Spirito di Dio dimora per quanta giorni nel deserto tentato da Satana

Dopo l’arresto di Giovanni Battista inizia la sua predicazione del Regno di Dio

Parla in parabole

Compie miracoli

Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:

 

Lo Spirito del Signore è sopra di me;

per questo mi ha consacrato con l'unzione

e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,

a proclamare ai prigionieri la liberazione

e ai ciechi la vista;

a rimettere in libertà gli oppressi,

a proclamare l'anno di grazia del Signore.

 

Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all'inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: "Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato".

Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: "Non è costui il figlio di Giuseppe?". Ma egli rispose loro: "Certamente voi mi citerete questo proverbio: "Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!"". Poi aggiunse: "In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c'erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone. C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro".

Raccoglie i primi discepoli tra  i quali ne sceglie dodici che costituisce apostoli

Si Trasfigura davanti a loro

I DIECI COMANDAMENTI

 

13 Novembre


Padre Stefano

 

 

o DECALOGO = le 10 parole scritte, secondo la tradizione, sulle tavole della legge (di pietra) da Dio stesso sul monte Sinai e consegnate a Mosè e conservate nell’Arca dell’Alleanza.

Due versioni: Esodo 20,2-17 e Deuteronomio 5,6-21 (con poche varianti).

Due parti: relazione con Dio (1-3) e relazione con gli altri (4-10)

Contesto: Mosè (circa 2000 anni prima di Cristo), libro dell’Esodo: racconta il cammino di LIBERAZIONE dalla schiavitù d’Egitto (dove avevano tutto e che, a momenti alterni, rimpiangono mormorando contro Dio e contro Mosè), cammino che richiede di passare per 40 anni (una vita!) nel deserto (luogo delle tentazioni, dei bisogni, delle privazioni, ma anche luogo dell’intimità, della scoperta di sé, dove assaporano la prima esperienza di libertà e di protezione da parte di Dio che li guida verso la Terra Promessa.

Introduzione: “Io sono il Signore tuo Dio che ti fece uscire dalla terra d’Egitto, dalla casa degli schiavi”

1° lezione: I NO CHE AIUTANO A CRESCERE e a diventare liberi: non tutto ciò che vogliamo fa bene e ci fa bene. Non tutto ciò che vogliono i vostri figli fa loro bene. E’ gratificante farli contenti accogliendo le loro inesauribili richieste (un pedagogo parla di “piccoli tiranni” che sanno come ottenere tutto giocando spesso sui sensi di colpa dei genitori)

Ma quanti no dobbiamo dire per il loro bene, e che fatica!

“Oggi non voglio andare a scuola”. “NO, ci vai per il tuo bene, è il tuo dovere!”

“Esco e non so quando torno”. “NO, per il tuo bene devo sapere cosa fai, con chi ti vedi e devo darti un orario”

“A Messa non ci voglio andare perché mi annoio e preferisco dormire”. “NO, per il tuo bene tu ci vai e noi con te. Ci sono cose importanti che è giusto fare (perché ci fanno bene) anche se a volte sembrano noiose. Quando sarai indipendente allora sceglierai da solo cosa è bene per te. Fino a quel momento sono chiamato ad aiutarti a scegliere”.

Esempio del TIRO ALLA FUNE dove dobbiamo fare la nostra parte (e loro la loro) e mai lasciare di botto la presa, altrimenti dall’altra parte si fa un capitombolo.

Dobbiamo essere coerenti e costanti: fare ciò che si dice. Per il loro bene! Non alternare giornate di inflessibilità con altre in cui gli si permette tutto.

Il figlio cerca di capire qual è il limite e tenderà a spingere sempre di più per vedere se può andare oltre. Vi sfida, vi prova: è il mestiere dell’adolescente (fragile e spavaldo).

La libertà si conquista un po’ alla volta, con la maturazione che ci rende padroni dei nostri stessi capricci, emozioni, desideri, istinti, ma che sia il frutto ragionato di ciò che realmente voglio, credo, ritengo sia il mio bene (e quello degli altri).

Ci ricorda San Paolo: quante volte “non compio il bene che voglio, ma faccio il male che non voglio” (Rm 7,19).

Per essere liberi non occorre emanciparsi (“liberarsi”) dall’autorità di Dio, dei genitori, degli altri. Non sono loro a limitare la mia libertà, ma IO STESSO: sono io che, nell’illusione di vivere meglio senza Dio e senza gli altri, mi ritrovo più debole, in balia dei capricci e delle voglie, incapace di fare ciò che voglio, dipendente dai vizi e da sostanze che mi inebriano e che, per pochi istanti, sembrano liberarmi dal peso della vita.

Senza Dio mi ritrovo senza forze e in balia degli IDOLI: al posto di Dio metto il denaro, il potere, la carriera…il cellulare, lo sport, il computer… e divento schiavo loro, loro adulatore.

Dio ci invita ad un cammino di libertà e di umanizzazione, cioè capace di renderci più umani (e l’uomo vive in relazione con gli altri: con Dio, con i familiari, con chi ci sta accanto).

Ma devo avere di Dio una fede purificato: non credere in un Dio padrone che mi controlla dall’alto e che mi offre doni se faccio il buono, punizioni se faccio il cattivo. Dio non mi spadroneggia, ma mi ama come un padre buono; non cerca di servirsi di me (e del resto cosa potrei offrirgli che lui non ha?), ma si mette al mio servizio; non vuole nulla, ma mi dona tutto; non vuole limitare la mia libertà, ma desidera fare di me un figlio felice, libero, autentico. Tutto questo ci ha mostrato e insegnato, in parole ed opere, Gesù Cristo. E la solennità di Cristo Re dell’universo è proprio la dimostrazione lampante di questo discorso.

Tuttavia per avere relazioni autentiche e buone c’è bisogno di saper dire dei no, c’è bisogno di cura, fatica, perdono, sopportazione…

Non c’è spazio per vivere relazioni autentiche se rinneghiamo i nostri genitori (e il nostro passato), se uccidiamo (anche solo con la lingua e col disprezzo), se non rispettiamo la fedeltà promessa al coniuge, se usiamo dell’altro come fosse un oggetto a nostra disposizione, se rubiamo o inganniamo (o accusiamo) mentendo, se bramo di toglierti ciò che ti appartiene, prima di tutto il tuo coniuge..

Come posso in tutti questi casi fidarmi di te? E senza fede non c’è relazione.

Gesù indicherà i comandamenti relativi al rapporto con gli altri dicendo: “fai questo e vivrai”: sono comandamenti necessari per vivere umanamente. Per vivere da Figli di Dio (divinamente!), Gesù ci chiederà di andare ancora oltre e ci affiderà il COMANDAMENTO NUOVO (che, se vissuto, garantisce di vivere una esperienza di paradiso in terra): “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”, comandamento che parte dalla REGOLA D’ORO che solo lui pone in positivo (“Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”).

 

TESTO classico (di facile memorizzazione)

Ascolta Israele! Io sono il Signore Dio tuo:

1.      Non avrai altro Dio all'infuori di me.

2.      Non nominare il nome di Dio invano.

3.      Ricordati di santificare le feste.

4.      Onora il padre e la madre.

5.      Non uccidere.

6.      Non commettere atti impuri.

7.      Non rubare.

8.      Non dire falsa testimonianza.

9.      Non desiderare la donna d'altri.

10.    Non desiderare la roba d'altri.

 

TESTO biblico (Esodo):

[2] Io sono il Signore, tuo Dio, che ti fece uscire dalla terra d'Egitto, dalla casa degli schiavi.

[3] non avrai altro Dio all'infuori di me.

[4] Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra.

[5] Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano,

[6] ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.

[7] Non pronunzierai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano.

[8] Ricordati del giorno di sabato per santificarlo:

[9] sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro;

[10] ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te.

[11] Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro.

[12] Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio.

[13] Non uccidere.

[14] Non commettere adulterio.

[15] Non rubare.

[16] Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo.

[17] Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo.

 

COMANDAMENTI “IN POSITIVO”

 

Per approfondire:

CCC (Catechismo della Chiesa Cattolica): 2052-2557

Struttura del CCC:

1-      PROFESSIONE DELLA FEDE (CREDO)

2-      CELEBRAZIONE DEL MISTERO CRISTIANO (LITURGIA e sacramenti)

3-      VITA IN CRISTO (MORALE e comandamenti)

4-      PREGHIERA

 

RIFERIMENTI CULTURALI:

FILM: IL DECALOGO di Kieslowski

CANZONE: IL TESTAMENTO DI TITO di Fabrizio de Andrè

 

I DIECI COMANDAMENTI o DECALOGO = le 10 parole scritte, secondo la tradizione, sulle tavole della legge (di pietra) da Dio stesso sul monte Sinai e consegnate a Mosè e conservate nell’Arca dell’Alleanza.

Due versioni: Esodo 20,2-17 e Deuteronomio 5,6-21 (con poche varianti). Due parti: relazione con Dio (1-3) e relazione con gli altri (4-10)

Introduzione: “Io sono il Signore tuo Dio che ti fece uscire dalla terra d’Egitto, dalla casa degli schiavi”

Contesto: Mosè (circa 2000 anni prima di Cristo), libro dell’Esodo: racconta il cammino di LIBERAZIONE dalla schiavitù d’Egitto nel deserto verso la Terra Promessa.

I NO CHE AIUTANO A CRESCERE e a diventare liberi

Ci ricorda San Paolo: quante volte “non compio il bene che voglio, ma faccio il male che non voglio” (Rm 7,19).

Senza Dio mi ritrovo senza forze e in balia degli IDOLI. In quale Dio credo?

il COMANDAMENTO NUOVO: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”, e la REGOLA D’ORO: “Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”.

TESTO classico (di facile memorizzazione)

Ascolta Israele! Io sono il Signore Dio tuo:

1.      Non avrai altro Dio all'infuori di me.

2.      Non nominare il nome di Dio invano.

3.      Ricordati di santificare le feste.

4.      Onora il padre e la madre.

5.      Non uccidere.

6.      Non commettere atti impuri.

7.      Non rubare.

8.      Non dire falsa testimonianza.

9.      Non desiderare la donna d'altri.

10.    Non desiderare la roba d'altri.

TESTO biblico (Esodo):

[2] Io sono il Signore, tuo Dio, che ti fece uscire dalla terra d'Egitto, dalla casa degli schiavi.

[3] non avrai altro Dio all'infuori di me.

[4] Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra.

[5] Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano,

[6] ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.

[7] Non pronunzierai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano.

[8] Ricordati del giorno di sabato per santificarlo:

[9] sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro;

[10] ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te.

[11] Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro.

[12] Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio.

[13] Non uccidere.

[14] Non commettere adulterio.

[15] Non rubare.

[16] Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo.

[17] Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo.

 

COMANDAMENTI “IN POSITIVO”

 

Per approfondire:

CCC (Catechismo della Chiesa Cattolica): 2052-2557

Struttura del CCC:

5-      PROFESSIONE DELLA FEDE (CREDO)

6-      CELEBRAZIONE DEL MISTERO CRISTIANO (LITURGIA e sacramenti)

7-      VITA IN CRISTO (MORALE e comandamenti)

8-      PREGHIERA

 

RIFERIMENTI CULTURALI:

FILM: IL DECALOGO di Kieslowski

CANZONE: IL TESTAMENTO DI TITO di Fabrizio de Andrè

Ecco il Programma 2015-2016!

Il catechismo della Chiesa Cattolica

 

CATECHESI ADULTI E GENITORI

1° ANNO DEL

BIENNIO COMUNIONE

CATECHESI ADULTI E GENITORI

2° ANNO DEL

BIENNIO COMUNIONE

CATECHESI ADULTI E GENITORI –

 

BIENNIO CRESIME

 

La professione di fede

 

I sacramenti

 

La vita in Cristo (I parte)

 

8 novembre 2015

 

Io credo in Dio Padre – i simboli della fede – il cielo e la terra, l’uomo e la caduta

15 novembre 2015

 

Il mistero pasquale nel tempo della Chiesa: liturgia opera della Santissima Trinità. La celebrazione sacramentale del Mistero Pasquale

22 novembre 2015

 

I dieci comandamenti

29 novembre 2015 (+ ritiro)

 

Credo in Gesù Cristo, il Figlio unigenito di Dio

6 dicembre 2016 (+ ritiro)

 

I sacramenti dell’iniziazione cristiana. Battesimo e Confermazione

13 dicembre 2015 (+ ritiro)

 

Il primo, il secondo, il terzo comandamento

17 gennaio 2016

 

Gesù Cristo patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto

24 gennaio 2016

 

Il sacramento dell’Eucaristia

31 gennaio 2016

 

Il quarto comandamento: “Onora tuo padre e tua madre”

7 febbraio 2016

 

Gesù Cristo discese agli inferi, risuscitò dai morti il terzo giorno, salì al cielo, siede alla destra del Padre onnipotente

14 febbraio 2016

 

I sacramenti di guarigione: Penitenza e Unzione degli infermi

21 febbraio 2016 (+ ritiro)

 

Il quinto comandamento: “Non uccidere”

6 marzo 2016 (+ ritiro)

 

Credo nello Spirito Santo. Credo la santa Chieda cattolica – la Chiesa è una santa cattolica apostolica – Credo la comunione dei santi

13 marzo 2016 (+ ritiro)

 

I sacramenti al servizio della comunione e missione. L’Ordine sacro.

3 aprile 2016

 

Il sesto e il settimo comandamento: “Non commettere adulterio”, “Non rubare”

10 aprile 2016

 

Credo la remissione dei peccati. Credo la vita eterna. Amen.

17 aprile 2016

 

Il sacramento del Matrimonio. La famiglia.

1        Maggio

 

Ottavo, nono e decimo comandamento

22 maggio 2016

 

Catechesi mariana per tutti