Difficile condensare in poche righe le emozioni e la bellezza di “EppurEduco” i 3 incontri sulla bellezza di educare e la sfida educativa” che la Parrocchia Natività di Maria ha proposto da febbraio a aprile 2018 …  difficile.  Un compito bello, una responsabilità alta .. quella di educare

Il leitmotiv delle 3 serate ? una magnifica frase pronunciata da Monsignor Massimo Camisasca, all’interno di un magistrale discorso alla Sua diocesi nel 2014 (https://www.tempi.it/i-nostri-figli-non-hanno-bisogno-di-genitori-perfetti-ma-di-adulti-affamati-di-verita-e-bellezza#.Wt7aEW6FOpo) , una frase che dice:

 “I nostri figli non hanno bisogno di genitori perfetti ma di genitori affamati di Verità e di bellezza”.

Perché è proprio così …. perché è provato sull’esperienza quotidiana … i nostri figli hanno bisogno di qualcuno che, nell’educarli, li assecondi nel loro desiderio innato di Verità (giungere a Cristo che è Via, Verità e Vita dice Gesù) e di bellezza e non li affossi nelle difficoltà quotidiane.. hanno bisogno di genitori che desiderano e dimostrino dare la vita per qualcosa di grande.

Ma cosa significa davvero educare ?

“Prendete un bambino, intelligente che entrando in una stanza trovi sul tavolo una grossa sveglia. Egli è intelligente e curioso, perciò afferra la sveglia e pian piano la smonta tutta. Alla fine davanti a sé egli ha 50, 100 pezzi. Davvero bravo ma a questo punto egli si smarrisce e piange: ha lì tutta la sveglia, ma la sveglia non c’è più: gli manca l’idea sintetica per ricostruirla”.

Questo brano che ho proposto come introduzione al percorso, tratto dal libro “La Sfida Educativa” di Don Giussani, mi ha fatto venire in mente dei parallelismi… la sveglia come il mondo di oggi, il bambino come i nostri ragazzi che vengono al mondo ieri come oggi, come 1000 anni fa con quello stesso di desiderio di ricerca del bello, di grande, di vero … e quel bambino sta di fronte alla sveglia come i nostri ragazzi sono di fronte al mondo…pensano di possederlo, con i loro smartphone sempre connessi … lo smontano questo mondo per capire, per cercare ..e poi come quel bambino sente forte l’idea di sintesi, così i nostri ragazzi prima o poi, specie di fronte alle difficoltà, sentono forte il desiderio di dare un senso a tutto ciò che fanno e faticano spesso a rimettere insieme i pezzi, confusi come sono da questa società relativista come ricordava spesso Benedetto XVI, e faticano a capire la grandezza e la unicità del loro vivere nella grandiosità del disegno divino e alcuni si perdono. In questo quadro il nostro compito di genitori, di educatori è fondamentale: educare non significa solo introdurre alla realtà…..dare nozioni, dare la sola cassetta degli attrezzi per riparare la sveglia serve a poco … serve proporre un progetto di vita, serve dare senso alla realtà, papà dimostrami che vale la pena essere al mondo, con le parole e con l’esempio … dare ai figli quell’idea di vita, nel nostro caso cristiana, di un Dio che si è fatto uomo in Cristo facendoci l’immenso dono della Verità.

E proprio per portare a compimento questo difficile compito di educatori che noi genitori siamo chiamati a fare rete, a confrontarci, a approfondire, a conoscere. E il confronto con persone belle, vere, autentiche aiuta davvero tutti noi. E allora ecco questi tre straordinari appuntamenti che hanno sicuramente raggiunto questo risultato.

A partire da Costanza Miriano (il 2 febbraio) che, seppur influenzata, non ha voluto mancare all’impegno preso e ci ha guidato con la sua profondità, con la sua esperienza (mamma di 4 figli) e con la sua simpatia nel mondo dell’universo materno e del suo rapporto con l’educazione, non disdegnando momenti profondi di riflessione e d’alto respiro. Come dimenticare per esempio l’esperienza propostaci da Costanza, e sperimentata dal maggiore dei suoi 4 figli, di Padre Aldo Trento con la sua Vita e la sua missione tra i bambini in Paraguay? Toccante e indimenticabile

https://costanzamiriano.com/2018/03/16/sabato-17-marzo-padre-aldo-trento-al-tg3/

E poi il 19 marzo proprio la Festa di San Giuseppe e dei Papà, l’incontro con il Professor Franco Nembrini  e il suo viaggio nella vera libertà che è il Padre, viaggio che ha preso le mosse dal suo ultimo libro ““L’avventura di Pinocchio: rileggere Collodi e scoprire che parla della vita di tutti” e dal commento teologico “Contro Mastro Ciliegia” del compianto Cardinal Biffi. Il Prof. Nembrini ci ha accompagnato alla scoperta di come, volontariamente o meno, Collodi riproponga in Pinocchio le vicende della vita e dell’uomo così come le presenta la tradizione cristiana. Ed è proprio dalla storia di Pinocchio quindi e in particolare da Geppetto che Nembrini ha preso le mosse per entrare nel rapporto di noi Padri putativi con l’educazione, un’educazione che deve necessariamente andare oltre il nozionismo e che sappia rispondere alla domanda di senso della vita che ci fanno i ns figli. Essere affamati di Verità e di bellezza, donare con l’esempio ai nostri figli quel fuoco e attendere che lo sperimentino, affrontando il necessario e doveroso rischio educativo perché, disse BXVI in una splendida lettera sull’educazione del 2008, “il rapporto educativo è sempre l’incontro di due libertà”.

E infine Padre Maurizio Botta (20 Aprile), degna conclusione di un percorso splendido. La tematica affrontata è certamente una tematica sfidante e centrale del nostro esser cristiani: il Perdono…di Dio, verso gli altri e verso noi stessi.

Perdonare significa come disse Papa BXVI “un qualcosa del tutto diverso da un debole "lasciar correre". Il perdono è esigente e chiede ad entrambi - a chi lo riceve ed a chi lo dona - una presa di posizione che concerne l'intero loro essere .. perdonare quindi non è ignorare ma lasciarsi trasformare dall’amore di Dio”…altrimenti è falso buonismo di cui il mondo è pieno.

I singoli resoconti degli incontri li potrete trovare, per chi ne avrà voglia, nel sito della Parrocchia nell’area CARE FAMIGLIE, redatti magistralmente, e lo ringrazio, dal nostro amico Riccardo Fiori.

A chi può interessare ci sono anche i video di due incontri su tre sul canale “#eppureduco” su You Tube, video realizzati dal nostro amico Claudio Pace e del suo prezioso collaboratore Marco.

Insomma 3 serate indimenticabili dove, chi ha partecipato, non ha potuto che trovare spunti di riflessione e di crescita interiore in funzione di una proposta alta e cristiana.

Prima di chiudere permettetemi dei ringraziamenti: ai sacerdoti della nostra Parrocchia che hanno permesso la realizzazione di questo sogno, a Marco Foti, un mio carissimo amico e persona eccezionale, che è stato il punto di contatto fondamentale tra noi e Costanza, a tutti quelli che hanno partecipato e costruito con entusiasmo, insieme a me questo percorso, ai tanti presenti nelle diverse serate e un grazie anche a chi ha avanzato spunti di miglioramento perché, se costruttive e non ideologiche, alcune critiche possono solo far crescere e migliorare la proposta.

 

 

Massimo Cicero

 

 

 


EPPUR EDUCO: INCONTRO CON PADRE MAURIZIO BOTTA

di Riccardo Fiori

 

E’ venerdì sera. 20 Aprile e la Natività di Maria in Roma ospita il terzo e ultimo incontro di “Eppur educo”: la sfida educativa e la bellezza di educare.

Protagonista della serata Padre Maurizio Botta, personaggio di assoluto spicco nel panorama della catechesi capitolina (ma non solo).

Il suo ciclo di catechesi, denominato “Cinque Passi al Mistero” si tiene nella Chiesa di Santa Maria in Vallicella, in pieno centro a Roma.

Argomento della serata è il Perdono.

Perdono di Dio verso gli altri e verso se stessi.

E introduce l’argomento ricordandoci come Gesù sulla Croce, in punto di morte, chiedesse al Padre pietà e perdono per i suoi assassini: “Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Il perdono verso gli altri.

Racconta del suo timore verso il fatto che Dio non sia poi così buono e clemente come si possa pensare.

Dio perdonerà le nostre colpe, ma non sarà disposto a perdonarle tutte.

Ancor meno chi pensa di potersi pentire usando un  modello “fai da te” di auto-confessione perenne.

Cita un passo del Vangelo: “Tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno. Ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna”.

Concetto, questo, che sottolinea più volte.

La bestemmia contro lo Spirito Santo non potrà mai essere perdonata, né in questo secolo, né nei secoli futuri.

“Tutto è stato dato a me dal Padre mio”.

Ciononostante, noi siamo sempre in fuga da Dio, come a dimostrazione del fatto che infondo non crediamo così profondamente alla sua magnanimità e la nostra continua auto-giustificazione ne è la prova.

L’esperienza Cristiana insegna che i grandi Santi sono grandi “perdonati”.

San Paolo (nella Lettera a Timoteo) dice che Cristo è venuto a salvare i peccatori, “primo dei quali sono io”.

Pietro, prima di diventare Papa, ha gustato fino alla fine il suo “nulla”.

Dio ha voluto un uomo da nulla come primo Papa.

Gli Atti degli Apostoli ci dicono chiaramente che la Chiesa delle origini non è mai stata così pulita e integra.

Al contrario: ci sono litigi, asti e anche gli Apostoli scelti dal Signore appaiono come uomini di certo non così pregevoli.

Quando Gesù parla del Regno dei Cieli, viene paragonato ad un prisma con tante facce. Ed ogni parabola illumina una faccia.

Il primo Papa, Pietro, arriva a rinnegare Gesù. E non lo fa sotto tortura, ma davanti ad una semplice serva che gli chiedeva se lui fosse con il Maestro.

“Così il Padre mio farà con Voi se non perdonerete i vostri fratelli”.

Il perdono non è qualcosa di sentimentale e Dio presenta il conto a San Paolo: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti”?

Con Pietro avviene lo stesso e Gesù lo fa guardandolo profondamente negli occhi. Sguardo da cui Pietro scoppia a piangere.

Padre Botta è convinto del fatto che il perdono si può elargire quando qualcuno è disposto a chiedertelo, riconoscendo l’errore e chiedendo scusa.

E tu, allora, puoi scegliere o di schiacciare o di accogliere e perdonare.

Non è possibile che un giornalista chieda ad una madre a cui hanno violentato una figlia, se riesce a perdonare. Quello non è perdonare.

Il perdono si può ottenere quando qualcuno ti ha chiesto perdono.

Ma noi pensiamo davvero di poter andare in Paradiso se nella nostra vita terrena non abbiamo perdonato qualcuno?

Impensabile.

Se noi morissimo ora, con astio o odio nei confronti di qualcuno, potremmo dimenticarci di accedere al Paradiso.

Se noi avessimo rifiutato il perdono di qualcuno che ce lo ha chiesto, non potremmo mai accedere al Paradiso.

L’invito è di godere già in questa vita di avere Cristo per Re.

“Non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo”, ci ammonisce Matteo.

E ancora: “Non tramonti il sole sopra la vostra ira”, ci ricorda Padre Maurizio.

Concedere il perdono è diverso dal pregare per i nemici (cosa che Gesù chiede).

“Amate i vostri nemici e pregate quelli che vi perseguitano” e “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro”, anche se si tratta di un’impresa apparentemente impossibile per un’anima umana; anche se ci appare come qualcosa di davvero innaturale.

E poi ci siamo noi: perdonare se stessi.

Secondo Padre Maurizio, Gesù è il più grande realista che c’è.

Segui il cuore; ti dirà lui la strada. Il tuo cuore non mente.

Ciò che esce dall’uomo è ciò che rende impuro l’uomo.

“Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e cattiveria. Stolti. Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro ed ecco, per voi tutto sarà puro”.

Dare in elemosina quanto di sporco ed impuro sono dentro di noi equivale ad abbracciare la purezza; la santità.

Ci esorta a ricordare che la continua alimentazione dell’odio e del rancore è la continua alimentazione di Satana.

Liberaci dal malvagio. Ecco perché pregare per il nemico, come Gesù domanda è scegliere ciò che Dio ci chiede per combattere il male (Satana).

Porgi l’altra guancia, infondo, è un invito a vivere come Gesù ha fatto.

Quando dice: “Se ho parlato male dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” equivale a dire di non rispondere alla violenza con altra violenza.

Ed infine una domanda, una risposta, una linea guida:

Come si può perdonare? Obbedendo!

 

 

 

 

27 Aprile 2018


EPPUR EDUCO: INCONTRO CON FRANCO NEMBRINI

di Riccardo Fiori

 

“I nostri figli non hanno bisogno di genitori perfetti, ma di genitori affamati di verità e di bellezza” (Monsignor Camisasca – 2014)

Dopo l’entusiasmante incontro dello scorso Febbraio, la macchina organizzativa della Natività di Maria ci regala un secondo appuntamento che definirei, se mai si potesse dire, semplicemente “arricchente”.

E’ la sera della festa del papà, la ricorrenza di San Giuseppe; insomma il 19 marzo e mai data poteva essere più indovinata per farci raccontare da Franco Nembrini, il bello di essere padre ed il ruolo di quest’ultimo nella sfida educativa.

Appassionato di Dante (riguardo al quale ha scritto diversi libri e tenuto più di qualche lezione e conferenza), riscopre intorno ai 21 anni, una favola per bambini, meravigliosamente dedicata e destinata anche a ben altra cornice di pubblico: Pinocchio di Collodi.

Racconta anche che la medesima esperienza è stata vissuta e raccontata da Monsignor Biffi: l’aver letto quel Pinocchio sì da piccolo, riprendendolo continuamente per il resto della sua vita senza praticamente riuscire più a staccarsene.

Il mio pensiero torna immediatamente a quando, in tempi non sospetti, intorno ai 13 anni, avevo voluto riprendere anche io quella favola letta da bambino per vedere quali spunti o sensazioni potesse riservare ad una lettura più “attenta”.

Beh allora il mio risultato non fu affatto lo stesso. Lo trovai nuovamente piacevole, sì, ma lo relegai, confermando la mia sensazione iniziale, ad un libro assolutamente per bambini.

Evidentemente non era così ed è particolarmente entusiasmante scoprirlo oggi [meglio tardi che mai] e rileggerne i significati grazie al prezioso supporto del nostro ospite.

La prima cosa che mi colpisce, a tal proposito, è sentir dire che rileggere Collodi, volenti o nolenti, ripercorre, attraverso Pinocchio, il corso della vita.

“Educare significa anche correre il rischio di educare” ed è forse per questo che il professor Nembrini cita Charles Péguy che agli inizi del ‘900 definisce la figura del padre come quella dell’unico e vero avventuriero del mondo.

Pinocchio e Dante sono due libri che porterebbe sempre con sé su un’isola deserta qualora gli fosse concesso di sceglierne.

Perché? Cerchiamo di capire.

La favola di Pinocchio nasconde aspetti di verità ben più speciali di altre favole.

Pinocchio è un linguaggio cifrato dove Collodi racconta la storia dell’umanità.

Quando all’età di 21 anni propongono a Nembrini di insegnare Religione, oltre che felice per la proposta, egli si innamora di un libro (di Giacomo Biffi) che fornisce un commento teologico alle avventure di Pinocchio.

36 capitoli che avrebbe potuto tranquillamente riproporre ai suoi studenti nelle 32 settimane di scuola.

Viene rapito da questa pubblicazione che gli consente di scoprire la perfetta analogia di questa favola con la Bibbia; Pinocchio è un racconto cifrato dei Vangeli e della stessa Bibbia.

A cominciare dal quasi epilogo della favola di Collodi: la morte di Pinocchio.

“Padre mio, Padre mio, perché mi hai abbandonato?” grida Gesù dalla croce poco prima di spirare e la descrizione della morte di Pinocchio riporta davvero a tanto.

Pinocchio, seppure di legno, è fin da subito figlio di Geppetto.

E anche alla conclusione, il burattino risorge da pezzo di legno divenendo bambino in carne ed ossa.

Ecco la prima analogia: Collodi ci propone una morte ed una resurrezione.

Ci racconta Nembrini che la storia di Collodi terminava con la morte del protagonista. Una volta consegnati i materiali all’editore, questi venne travolto dalle tantissime lettere di bambini contrariati per il tipo di fine che la storia aveva avuto.

L’editore fu costretto a richiamare immediatamente Collodi chiedendogli di riprendere il racconto con una resurrezione.

E nonostante l’autore fosse ateo e laicista, questi riesce ad inventarsi una storia che parla di un uomo, del suo destino, della Chiesa.

Particolarità non indifferente è quella che Collodi, quando inizia a scrivere il suo racconto per i bambini, ha circa 50 anni.

Ha quindi necessità di ritrovare un linguaggio che sia consono al suo pubblico di piccoli lettori e, per farlo, egli deve tornare ai suoi ricordi di bambino.

Chiaro che l’influenza di una mamma (a sua differenza) religiosissima, lo avrebbero riportato, in quella ricerca, al tipo di educazione avuto in tenera età.

Con tutta probabilità quell’educazione, dal profondo, è tornata su, offrendo una storia che sembra ricalcata dal Vangelo (sebbene senza un minimo riferimento religioso al suo interno).

Un’altra stranezza potrebbe essere rappresentata dal fatto che i primi 2 capitoli sono dedicati ad una figura decisamente poco importante: quella di Mastro Ciliegia (o Maestro, come lo chiama Biffi).

Se tutto fosse cominciato direttamente nella bottega di Geppetto, 2 capitoli dopo, cosa sarebbe cambiato?

Ma il diktat è proprio quello di NON essere come Mastro Ciliegia.

Se sarete come lui diventerete violenti e con “il sedere per terra”.

In altre parole, il fallimento totale.

“C’era una volta un re …” è chiaramente un richiamo a “In principio era il verbo”: Dio.

Quando ogni mattina ci svegliamo (e veniamo al mondo), in qualità di uomini ci troviamo davanti ad una meravigliosa realtà.

La realtà è il mezzo con il quale Dio parla di umanità. La vera paternità si gioca qui.

Noi possiamo solo testimoniare ai nostri figli l’amore per la verità. Non dobbiamo insegnare loro chissà cosa di altro.

Se Dio si fida a farci mettere al mondo dei figli, evidentemente si fida anche di come li educhiamo.

Il problema è un altro: tuo figlio che ti guarda, quanta felicità vede?

I figli son disposti a perdonarci tutti gli sbagli, ma non l’assenza di speranza.

E Mastro Ciliegia non ha speranza. Si trova un pezzo di legno ed esclama: “Questo legno è capitato a tempo e voglio servirmene per fare una gamba di tavolino”.

Figuriamoci se fosse stato il figlio.

Ma quello che hai davanti non è mai [solo] quello che sembra. Così, quando dal ciocco arrivano le prime vocine di lamentela, lo stupore è enorme.

“Che la vocina sia uscita da questo pezzo di legno? Io non lo posso credere”.

Eccolo, l’ateismo puro. E, non contento, cerca di usare violenza su quel ciocco, fino a provare paura e ritrovarsi con il sedere a terra.

Si ha paura di educare? La paura è il peggior nemico dell’educazione.

L’arrivo di Geppetto è, per contro, il rivivere la Creazione.

Non più “mi è capitato”, ma “ ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino, meraviglioso, che sappia cantare, ballare, tirar di scherma, … , con cui voglio girare il mondo”.

Porta via il pezzo di legno dalle grinfie di Mastro Ciliegia e nel fargli la testa, gli occhi cominciano a muoversi e guardarlo.

Pinocchio non ha ancora la bocca, ma lo sguardo di Geppetto sul suo burattino appena cominciato (ma già “vivo”) è uno sguardo di uomo e, soprattutto, di padre.

Geppetto poi, guarda caso, altro non è che il diminutivo di Giuseppe …

La ribellione è imminente; dapprima con la creazione della bocca (il burattino lo canzona immediatamente) e poi con le braccia. Pinocchio non perde tempo nel fargli cadere la parrucca e farlo cadere. Eppure Geppetto gli risponde “birba d’un figliolo”.

Non c’è dubbio; nel suo cuore è già suo figlio: “Non sei neanche finito che fai già del male al tuo babbo”.

E ancora: “E’ colpa mia; dovevo pensarci prima, ma ormai è troppo tardi”. E sugli occhi del falegname spunta una lacrima.

Il richiamo a Gesù che ormai vede la croce, è evidente.

Quando mettiamo al mondo figli, nessuno ci garantisce nulla. E’ un puro atto d’amore.

E’ un atto di fedeltà il motivo per cui mettiamo al mondo i nostri figli, che durerà per sempre.

Geppetto gli insegna a camminare tenendolo per mano, ma Pinocchio trova la porta aperta e scappa di casa.

E’ il peccato originale.

Quando Pinocchio è libero e Geppetto in carcere, il burattino dice che “finalmente” quella casa è sua.

Compare il grillo parlante (“Cacciato Dio dalla porta resta qualcosa di Dio che non puoi cacciare”), che cerca di far capire a Pinocchio che non è proprio come lui crede: questa non è libertà né di corpo né di spirito.

E nonostante Pinocchio lo schiacci al muro, il grillo comparirà sempre in tutta la favola (neanche il figlio più bestia può uccidere completamente la voce di Dio).

Di questa presunta libertà, Pinocchio fa un’esperienza pessima ed il bisogno di bene che ha, resta irrisolto.

Non trova nulla neanche da mangiare, finché non vede, su un cumulo di immondizia, un uovo.

Già triste l’immagine di andare a cercare un filo di felicità nella spazzatura. Ancor di più se poi, da quell’uovo esce un pulcino che sbeffeggiandolo scappa via.

Disperato corre in paese facendo quello che qualunque ragazzo in cerca di felicità probabilmente avrebbe fatto: ma il risultato è il nulla. Trova tutto chiuso.

Suggestiva la frase che a questo punto Franco Nembrini ci regala: se non c’è un padre gli uomini non riescono ad essere fratelli.

Ci vuole un padre, altrimenti non c’è bene e non c’è male.

Pinocchio è sconsolato; torna a casa e stanco si addormenta al fuoco del camino, che gli brucia i piedi.

La salvezza arriverà dall’esterno; da quel padre (Geppetto) che torna ed è come Dio che bussa alla nostra porta per salvarci da una vita che rischiamo continuamente di buttare via.

Anche Pinocchio ha ora capito che il bello della vita sarebbe riavere il padre ed entrambi vogliono incontrarsi nuovamente. Ma Pinocchio ha i piedi bruciati e la prima mossa spetta sempre a noi genitori.

Al grido del figlio (“Signore Salvami”), Geppetto risponde inventandosi la strada per raggiungere il figlio: la porta non si butta giù e bisogna affrontare la finestra.

Altra figura estremamente importante è la Fata Turchina (non a caso azzurra).

Rappresenta la mamma; la Chiesa. E le medicine sono i Sacramenti.

Pinocchio continua a rifiutarli.

Fino a tramutarsi in un asino, che poi si azzoppa. E’ la fine.

Un asino zoppo non lascia al suo padrone che una scelta: quella di ucciderlo per venderne la sua pelle da cui si possano ricavare dei tamburi.

E prima di questo triste fato quell’asino ha ricevuto l’applauso degli spettatori del circo in cui si è esibito. Applausi che rappresentano la spaventosa pressione sociale a cui i nostri figli sono sottoposti.

La Chiesa [la madre] non può girargli le spalle e lo perdona. Pinocchio riconosce nel medaglione l’immagine della fata e la chiama o fa per chiamarla. Dalla gola però esce solo un raglio che fa morire tutti dalle risate.

L’educatore, il padre, la madre, riconoscono in quel raglio, il grido di disperazione e la richiesta d’aiuto del figlio: “Fatina mia … / Babbino mio …”

Ed è proprio quando i nostri ragazzi bevono, si drogano e si buttano via che stanno ragliando e stanno implorando aiuto.

Noi abbiamo sempre fatto di tutto per lui, chiediamoci però perché lui ha sempre capito il contrario o qualcosa di diverso.

“Quanto bene ti vorrei se tu …” non equivale di certo a “Quanto bene ti voglio”.

Siamo ai saluti e l’augurio che Nembrini fa a tutti i papà (e alle mamme) è che accada loro quello che ne “Le avventure di Pinocchio” succede alla fine.

Quando Pinocchio ritrova Geppetto nella pancia del pescecane, gli chiede immediatamente perdono, ma soprattutto, cerca di portare in salvo il padre, ormai vecchio.

Geppetto è titubante e Pinocchio ricorda Gesù: dobbiamo fuggire (fuggendo dal demonio) ed è come se dicesse “Provatemi e vedrete”.

Dalla bocca del pescecane si vede chiaro il cielo stellato (“Uscimmo fuori a riveder le stelle”) e finalmente Pinocchio prende il padre e lo salva.

Ma tu continua ad essermi padre; continua ad indicarmi la strada.

Ed è proprio quando saremo come Geppetto, quando passeremo il testimone ai nostri figli, quando saremo vecchi e bisognosi di loro, che si compirà (speriamo) l’augurio più grande che si possa fare.

Quello di diventare figli dei nostri figli e vederli diventare i nostri padri.

Finisce un incontro di assoluta ricchezza che lascia in me una grande sensazione di speranza.

Ho solo un piccolo cruccio. Quello di non aver avuto spazio per una domanda.

Sarei tornato volentieri al principio e con il pieno di speranza appena fatto avrei domandato: ma allora rappresenta davvero così tanto un rischio, educare?

 

 

 

22 Marzo 2018


EPPUR EDUCO: INCONTRO CON COSTANZA MIRIANO

di Riccardo Fiori

 

Venerdì sera, 2 Febbraio, nella cornice della Natività di Maria in Roma, prende il via il primo di 3 incontri dal tema “Eppur educo”: la sfida educativa e la bellezza di educare.

La Parrocchia organizza il tutto alla perfezione e l’ospite d’onore, Costanza Miriano, regala a tutti noi un’esperienza di quelle che arricchiscono davvero.

Giornalista (prima di Rai 3, ora di Rai Vaticano), scrittrice e autrice di libri come “Sposati e sii sottomessa” (tradotto e divenuto un caso), fino ad arrivare al suo 5° libro “Si salvi chi vuole”, ma, soprattutto, madre di quattro figli.

L'introduzione alla serata suscita in me, fin da subito, una certa curiosità.

“Papà, mamma, fatemi capire che vale la pena essere al mondo” è la citazione usata per introdurre i temi di cui, di lì a poco, dibatteremo.

“Si salvi chi vuole” (che, premetto, non ho ancora avuto la fortuna di leggere) viene definito un libro profondo e divertente e mai definizione poteva essere più indovinata.

Costanza incarna tutto questo, regalandoci una serata ricca di contenuti, Fede e Amore.

La nostra ospite parte da alcune certezze, prima tra le quali quella che i figli non sono i nostri.

C'è qualcuno che li ama più di noi. Colui che lei definisce il Capo Supremo.

Lo stesso che ci ha prestato i nostri figli e ai quali noi stiamo assicurando un passaggio.

Nel profondo della nostra fede, chi più chi meno tutti, abbiamo pregato meno di quanto avremmo dovuto e potuto e l'invito [ora che i figli sono in una età in cui cominciano ad andare con le loro gambe sempre un po' più via da noi] è quello di utilizzare il maggior tempo a disposizione per pregare maggiormente.

Nella presentazione del suo libro mi piace leggere: “Recintare uno spazio per l'incontro con Dio, il Totalmente Altro e cercare di difenderlo a ogni costo, è decisivo per la nostra felicità”.

Ciononostante si chiede come si possa riuscire ad organizzare una vita spirituale nelle nostre giornate a dir poco frenetiche.

Un'altra certezza che individua, sempre relativamente ai figli, è che bisogna semplicemente amarli.

Sembra scontato, ma bisogna amarli anche se “brutti, sporchi e cattivi”. Con i loro difetti, apparenti negatività o troppe precisioni.

Fa sorridere non poco quando, parlando di una delle figlie precisa e pignola, la definisce “ansia e sapone”.

Ecco: amarli anche se sono così. Se ci provocano, se sbagliano. Come se noi non sbagliassimo mai nei loro confronti.

Quanto è fondamentale saper chiedere loro scusa quando è necessario.

Riesce anche a farmi commuovere: mi torna alla mente un aneddoto con protagonista mia madre che carezzandomi una sera nel darmi la buonanotte, a letto, si interrogava a voce alta chiedendosi come riuscissero alcune madri a non dire mai un “ti voglio bene” ai propri figli.

E oggi quando i miei 2 figli mi abbracciano e mi dicono quel “ti voglio bene” (per fortuna succede spesso) oltre all’amore di padre, torno a provare l’amore di figlio verso una mamma che pur non essendoci più, è sempre con me.

L'amore deve essere al centro del rapporto familiare.

Si arriva a Dio se i figli vedono l'amore che c'è tra moglie e marito. Ecco perché è importante investire nel rapporto; trovare tempo per la coppia senza pensare [erroneamente] di togliere tempo e spazio ai figli.

Se i genitori si vogliono ancora bene questo rappresenta per i figli una sorta di autorizzazione ad esistere.

La serata scorre velocemente, segno evidente di quanto piacevole questa sia e Costanza si sofferma su un’ulteriore sua certezza.

C’è un codice paterno ed uno materno all’interno della coppia.

La mamma accoglie; il padre rappresenta la regola ponendo i giusti limiti.

Probabilmente perché l’uomo riesce meglio a dividere i vari ambiti, mentre la donna è in ogni momento mamma, anche se è fuori di casa, al lavoro o in ogni altro possibile “dove”.

Ed è importantissimo che la madre sia d’accordo ed in un certo senso autorizzi il padre ad essere padre.

Che la mamma, in altre parole, riesca a staccare questo cordone ombelicale e che moglie e marito si “accreditino” l’un l’altro davanti ai figli.

Resta però, che il nostro amore non sarà mai sufficiente rispetto a quello di Dio.

Nessun genitore riesce ad essere perfetto.

L’augurio è che i nostri figli possano avere un incontro autentico con il Signore, soprattutto nel periodo di individualismo e relativismo sfrenato che stiamo vivendo.

La donna si sente indispensabile quando i figli sono piccoli; poi, pian piano, crescendo, questo sentore viene meno e la mamma, generalmente più del papà, sente forte questo senso di vuoto.

 

Quando la mamma parla dobbiamo ascoltarla.

La Chiesa che è mamma, siamo in grado e capaci di ascoltarla?

Siamo in grado di mettere Cristo al centro di tutto?

Quanto siamo pronti a gestire la nostra  spiritualità un po' come credevamo di poterla “aggiustare”?

Costanza Miriano Individua cinque pilastri: Parola di Dio - Preghiera - Confessione - Eucarestia – Digiuno.

5 dogmi, che poi spiegherà essere 5 capisaldi dati dalla Madonna a Medjugorje.

Molti questa regola cercano di viverla magari a modo loro; ognuno nella propria imperfezione.

Siamo tutti i monaci di un immaginario monastero Wi-Fi nel quale, senza fili, tutti siamo connessi, legati e collegati.

D’altronde, dice Costanza, si può essere monaci mentre si fa jogging, mentre si va in metro, mentre si fa la spesa.

Un piccolo esercito di mendicanti scalcagnati, fragili e incoerenti, ma innamorati di Dio.

Dovremmo educare la nostra libertà, perché questo equivale ad educare il nostro desiderio.

Cercare di agganciare questo incontro.

Non possiamo fare in modo che il sole sorga, ma possiamo fare in modo di trovarci lì, quando il sole sorgerà.

 

 

 

 

03 Febbraio 2018