"Perché dove è il tesoro, c'è anche il cuore". (Matheus 6,21)

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Proprio in questi giorni estivi, un anno fa, eravamo in un luogo molto lontano geograficamente, ma vicino spiritualmente e caritativamente alla nostra parrocchia: il Brasile.

Per tutti i partecipanti al viaggio è stata un’esperienza unica ( ma non irripetibile, per fortuna!): sia per coloro che ci andavano per la prima volta (p.Gigi, Stefania, Emanuele, Paolo, Francesca) come per quelli che vi erano già stati (p.Lorenzo, Patrizia).

A distanza di un anno e a bocce ferme, volando sulle ali del ricordo e della nostalgia mi permetto di scrivere alcune suggestioni che la “missione Brasile” mi ha lasciato.

 

La GRANDEZZA, prima di tutto.

Mentre sbarcavamo all’aereoportoJ.F.Kennedy di New York per lo scalo di raccordo in attesa di imbarcarci per San Paolo (Brasile), pensavo fra me: “Eccoci in America: il grosso è fatto”. Ma non sapevo che il volo da New York a San Paolo è ancora più lungo e che sorvolare l’Atlantico è in realtà poca cosa rispetto all’immensità del continente americano. “Grande” è stato tutto ciò che i nostri occhi hanno contemplato: le foreste e le pianure, i fiumi e i deserti, le piante e gli animali, le città e i villaggi, le distanze soprattutto. Ma anche, anzi particolarmente, la grandezza dell’uomo che in ogni angolo della terra ed in ogni situazione in cui si trovi a vivere è sempre capace di sentirsi padrone e custode di quella terra che è infinitamente più forte ed enorme di lui. Là dove non arriva con tecnologia e scienza ci arriva con astuzia, tradizione e fantasia. Viene proprio da dire “la gloria di Dio è l’uomo vivente”.

 

Le CONTRADDIZIONI poi.

Sono tante infatti quelle che abitano lo stato brasiliano. Abbiamo visto distese infinite di terra, più o meno coltivata, ma ancora oggi si lotta e si deve legiferare per un’equa distribuzione di questa terra. Di fronte a case che farebbero nascere invidia in molti di noi, sorgono quartieri, periferie, tuguri che faremmo fatica a pensare abitabili anche solo da animali: eppure sono piene di bambini (perché la vita ha certo bisogno di “quattro mura” ma anche, e soprattutto, di “amore” unica realtà che le mura le abbatte). La flora offre ogni ben di Dio quanto a frutta, verdura, bevande eppure le tavole , anche quelle dei più  poveri, si ostinano ad essere apparecchiate con le bottiglie di Coca Cola e si moltiplicano le grandi catene dei McDonald e dei BurgerKing: gli States tanto vituperati ed osteggiatidal popolo brasiliano sono gli invitati principali sui loro tavoli.

 

La FEDE. Ma quale fede?

Sicuramente quella genuina e semplice delle piccole comunità che abbiamo incontrato e con le quali abbiamo pregato. Una Fede ove si mescolano spesso superstizione, folklore, sapere antico e vangelo vissuto con semplicità. Ma anche fede che diventa strumentodi guadagno, di separazione anche a causa del pullulare di movimenti e di sette che sorgono come funghi in città e villaggi (solo a Goianira, una parrocchia tenuta dai nostri padri, se ne contano più di 50 diverse). Una fede che viene vissuta e celebrata da tutti con entusiasmo e partecipazione: che brividi partecipare ad eucarestie dove la voce degli uomini risuona senza vergogna nel canto come nelle risposte. Se in Europa la chiesa è “donna”, qui in terra di missione è veramente “di tutti” e tutti si sentono responsabili e protagonisti dell’evangelizzazione;  in modo particolare gli uomini, i padri.

 

Infine i BAMBINI.

 

Quanti bambini si incontrano e si sentono ridere, piangere, gridare, cantare, pregare. Non c’è posto dove non si incontrino i loro sguardi: a volte supplichevoli, a volte furbetti ma sempre solari. Mi fa riflettere che “povertà” vada sempre a braccetto con “vita”: certo a volte sofferta, a volte strappata e conquistata a fatica, a volte offesa; ma dove c’è povertà la vita si tocca con mano. A differenza del nostro occidente che la vita, oggi, spesso la ritiene uno scomodo incidente di percorsoche viene ad infrangere i nostri progetti personali, a mettere a repentaglio le nostre “presunte” e “presuntuose” ricchezze, oppure un diritto così egoistico da non tenere più a mente che la vita è un dono e come tale va accolto e mai strappato di mano. E poi questi bambini che rincorrono i loro aquiloni fatti in casa: l’immagine più bella che mi porto del Brasile perché mi ricorda sempre il senso delle nostre esistenze. Siamo delle anime “ammalate di Dio”: Lo desideriamo e cerchiamo sempre anche quando non lo sappiamo. La fede è quel debole filo che ci guida verso di lui ma che basta poco perché si spezzi o si incagli nei fili dell’alta tensione. Allora i bambini brasiliani con pazienza costruiscono un altro aquilone e via, … di nuovo a sfidare il cielo quasi a voler toccare il sole. Così possa essere della nostra fede: un continuo ricominciare senza stancarsi.

 

Padre Gigi