Il Primato della lectio divina 

 

Franco Mosconi *

 

 

 

 

 

Credo opportuno richiamare alcuni principi sul significato, sul valore, sull'importanza della Lectio Divina.

 

Anche di questo si parla molto, ma non c'è niente di scontato neanche qui. Rivisitando questa prassi, si vede come non è una tecnica, ma è un reale cammino spirituale, una metodologia di vita spirituale cristiana. Ho scritto sul foglio di presentazione del corso: “Bisogna guardare al nuovo millennio aggrappandoci all'unica parola che saprà traghettarci verso la sponda della salvezza”. E questa parola va affrontata seriamente. E lo vedremo ora.

 

Perché questa importanza? Perché, nonostante nel nostro tempo ci sia un primato dell'occhio, della visione, dell'immagine, la Bibbia, il mondo semitico, ha sempre privilegiato l'udito rispetto alla vista. Dio incontra l'uomo, gli si manifesta specialmente attraverso la Parola. Il Dio dell'Antico Testamento è per definizione l'Invisibile, Colui che l'uomo non può vedere in faccia, non può raffigurare, farsene un'immagine. A Mosè che gli chiede di poter vedere la sua gloria, Dio risponde: “Tu non potrai vedere il mio volto. Nessuno può vedermi e restare vivo”. Potrà solo vederlo di spalle (Es. 33).

 

Ma se Dio è l'Invisibile, l'uomo può udirne la Parola. La religione biblica è fondata sulla Rivelazione di Dio. Dice la Dei Verbum: “Questa Rivelazione avviene attraverso eventi e parole intimamente connessi”. Questa è una frase del cap. 1 della Dei Verbum: la rivelazione di Dio avviene mediante eventi e parole intimamente connessi. E Dio interviene o agisce nella storia dell'uomo e spiega il senso del suo intervento. Dio parla all'uomo, lo chiama ad un rapporto di comunione, di vita con sé e per questo diviene di primaria importanza da parte nostra l'ascoltare. Quindi per la Bibbia, il vero credente è la persona che si apre all'ascolto, accoglie questa parola e poi risponde, c'è un coinvolgimento, risponde a questo invito. Paolo ai Romani dice che la fede nasce dall'ascolto (Rm 10). Nel Vangelo, la voce di Dio che si fa udire alla Trasfigurazione di Gesù, comanda: Ascoltatelo! Perché la sua è Parola di Vita, Parola di Verità, Parola di Salvezza.

 

Quindi se la fede nasce dall'ascolto, il pericolo più grave per noi diventa il non ascoltare, il non avere come metodologia di vita cristiana l'ascolto. Sottolineiamo al riguardo l'insistenza del Salmo 94 che la Chiesa ci fa dire ogni mattina nella Liturgia delle Ore: “Ascoltate oggi la sua voce, non indurite il vostro cuore”.

 

Questa importanza prioritaria dell'ascolto è stata ribadita nell'episodio di Marta e Maria proprio da Gesù. Maria, seduta ai piedi Gesù ascoltava le sue parole. Si è scelta la parte migliore che non le sarà tolta. Non è questione di discutere qui su Marta e Maria, ma qui c'è un'affermazione categorica: tutto il resto ci viene tolto, l'ascolto non ci viene tolto. Perché? Perché l'ascolto è l'inizio di un cammino quotidiano in cui tu interiorizzi la Parola, interiorizzi Dio stesso. E noi sappiamo che alla fine, Dio sarà tutto in tutti. Quindi l'ascolto è un processo di assimilazione di Dio, è un processo di divinizzazione. Maria ha scelto questa parte che non le sarà tolta.

 

Questo perché? Perché la Parola ha una sua carica intrinseca, non ne facciamo una magìa, ma ha una sua efficacia intrinseca:

 

1. È presentata, descritta come parola creatrice, da cui dipende la conservazione stessa del mondo, come dice il salmo 39.

 

2. È una Parola salvifica capace di risanare, rinnovare l'uomo: La tua parola Signore che tutto risana (Salmo 15).

 

3. È una Parola fedele, veritiera, perché Dio non può mutare: la tua Parola, Signore, è stabile come il cielo (Salmo 188).

 

4. È una parola che è vicina: questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca, è nel tuo cuore (Dt.); fa da luce e guida nella tua vita : Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino.

 

Questo solo per sottolineare la carica intrinseca che c'è in questa parola. Pensate al testo di Is. 55 (“Come la pioggia, come la neve…”), c'è veramente una fecondità assicurata, non ritorna senza aver irrigato la terra; così è della parola. Il Vangelo la paragona al seme che il contadino getta nel solco della terra: sia di notte che di giorno, che vegli o dorma, il seme germoglia e cresce. La lettera agli Ebrei la paragona ad una spada a doppio taglio, capace di penetrare a fondo, di mettere a nudo la coscienza dell'uomo, di svelarne i pensieri. Questo solo per sottolineare l'efficacia intrinseca di questa parola.

 

Però non agisce magicamente, ci vogliono delle disposizioni. Questa Parola di Dio, proprio perché rivolta e fa appello alla persona, come essere intelligente e libero, non fa violenza alla libertà della persona, né agisce in modo magico, cioè senza un nostro attivo coinvolgimento, ma richiede delle condizioni, delle disposizioni da parte nostra. E tutto questo è già stato messo in evidenza da Gesù stesso nella parabola spiegata ai discepoli da Gesù stesso, quella del seminatore. Dove il seme produce frutti differenti a seconda della qualità del terreno su cui cade. Quindi diventa molto importante il “come” si ascolta.

 

Quali possono essere queste disposizioni perché la parola possa risanarci, rinnovarci?

 

1. Una prima disposizione è che l'ascolto non sia semplicemente esteriore, superficiale, ma anche interiore, profondo. Molte volte la parola entra da una parte e esce dall'altra, scivola via; si ha un ascolto superficiale quando può produrre qualche emozione momentanea, passeggera, ma non è assimilata, non è scesa dentro in modo che diventi adesione del mio cuore. Da qui un discernimento critico.

 

2. Un'altra disposizione è che l'ascolto non sia semplicemente teorico, mentale, intellettuale, ma anche pratico, si traduca nella vita, diventi testimonianza coerente. Il pericolo di un ascolto a livello soltanto teorico è quello di un'adesione verbalistica, velleitaria; non basta ascoltare, direbbe S. Giacomo, non è sufficiente conoscere la Parola, bisogna anche viverla. San Giacomo dice: “Mettete in pratica la Parola, non vi accontentate di ascoltarla ingannando voi stessi con falsi ragionamenti”.

 

3. Un'altra disposizione è che sia un ascolto non selettivo, non riduttivo della Parola, ma rispettoso della sua integrità, della sua purezza. Tante volte mutiliamo questa Parola, accogliamo solo ciò che ci aggrada, oppure si prende a caso, si apre la Bibbia a caso e leggiamo a caso. Può anche essere vero che il Signore ci voglia dire una certa cosa, però c'è un rispetto della Scrittura, c'è un disegno in ogni libro: aprire a caso mi sembra poco rispettoso.

 

E poi nella Bibbia noi troviamo dei casi esemplari di reale ascolto della Parola con queste disposizioni, con questa disponibilità, con questa obbedienza alla Parola. Cito sempre il caso di Samuele che ancora giovane, nel cuore della notte sente una voce che lo chiama per nome. All'inizio non la riconosce come voce di Dio, riesce a riconoscerla attraverso il Sacerdote Eli che l'invita a rispondere: “Parla, o Signore, che il tuo servo ti ascolta”. E il libro dirà che Samuele “acquistò nella sua vita grande autorità di profeta presso il suo popolo perché non lasciò andare a vuoto una sola delle parole di Dio”.

 

Un altro caso emblematico è quello di San Paolo, quando è fulminato sulla via di Damasco: Paolo sente una voce: “Saulo Saulo perché mi perseguiti?”. Al che cosa risponde? “Che devo fare, Signore?” Come dire: ti ascolto, sono a tua disposizione. E il persecutore Saulo sotto l'azione di questa parola accolta, diventerà Paolo l'apostolo dei pagani, il testimone fedele di Cristo. E come non citare Maria, la Madre di Gesù che Luca ci presenta come la donna dell'ascolto, dell'accoglienza, della contemplazione della Parola di Dio, a cominciare dalla risposta che dà all'Angelo: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”.

 

Sono tutti casi esemplari che segnano, hanno segnato un orientamento nuovo di vita. Quindi, da quanto abbiamo già detto sull'importanza dell'ascolto della Parola, deriva veramente un bisogno di educarci all'ascolto. È sempre necessario questo educarci all'ascolto, ma forse lo è ancor più urgentemente oggi in cui viviamo in questa pseudo civiltà dell'immagine, del computer, dell'internet, immagini che ci bardano, ci sommergono; parole messaggi più diversi si moltiplicano e si sovrappongono, rendono più difficile un discernimento. Il ritmo vorticoso della vita ci toglie spazio, tempo, rende veramente sempre più arduo questo ascolto, a scapito della nostra fede.

 

Quindi in questa situazione si sente proprio il bisogno di promuovere una pastorale di ascolto, di creare anche una liturgia occasione di ascolto.

 

Come si impara ad ascoltare, che cosa favorisce e sviluppa una capacità di ascolto?

 

1. Volendo tentare alcune risposte, mi pare che dovremmo riservare il primo posto al silenzio, alla concentrazione, a stare un po' con se stessi. Penso che Dio faccia fatica a entrare nel nostro cuore nel frastuono; affaccendati e distratti come siamo, anche se sentiamo non ascoltiamo veramente! Per cui, nonostante tutto, non bisogna temere, non bisogna aver paura del silenzio. Trovare momenti, spazi di meditazione, anche durante il lavoro. Caterina da Siena parlava della sua “cella interiore”.

 

2. Ci si educa all'ascolto anche prendendo coscienza del bisogno che si ha di apprendere. È importante anche questo. Io ho bisogno di essere ammaestrato da Dio ogni giorno e chi crede di sapere non è aperto all'ascolto, e nemmeno al dialogo.

 

3. Ci si educa ancora all'ascolto coltivando la purezza del cuore, cioè una libertà interiore. Quanti piccoli attaccamenti abbiamo! A volte sono cose molto banali, che ci portano via un sacco di tempo. Se il nostro cuore non è sgombro, ma è ripieno di questi attaccamenti, piccoli idoli, non siamo in situazione seria di ascolto. Sono le “spine” della parola che finiscono per soffocare questo seme germogliato, impedendone la maturazione, la fruttificazione.

 

4. Ci si educa all'ascolto attraverso un'umile pazienza. Dare spazio e tempo da innamorati della Parola, lasciandola veramente lavorare nel cuore; e sapere anche accettare la propria debolezza, la propria sconfitta, ma senza venir meno a questo impegno.

 

Su questa base accenniamo a quella che chiamiamo “Lectio Divina” e che è realmente un cammino. Già gli antichi non avevano dei metodi molto rigidi, molto dettagliati. Era una specie di avvertimento discreto a non soffocare mai la spontaneità, la crescita del cammino di ciascuno verso la libertà e il dialogo dei figli con il Padre.

 

Nel corso della tradizione si è sviluppata una lettura sapienziale, meditata, che comunemente è chiamata la “Lectio Divina”, secondo la celebre lettera del Priore Guido II della Grande Certosa.

 

 

 

La “lectio”

 

 

 

Il punto di partenza è la lettura, anche perché la nostra fede è una storia di salvezza. Una lettura fatta dopo aver invocato lo Spirito Santo, quindi non è casuale il nostro canto iniziale. Bisogna credere nella presenza viva dello Spirito nella nostra Assemblea, perché noi siamo qui in ascolto di Dio che ci parla. È un momento di intensa esperienza religiosa anche questa preghiera allo Spirito, perché l'azione dello Spirito che ha ispirato i libri sacri continua anche in colui che legge. Forse non lo avvertiamo sempre, ma questa azione dello Spirito continua anche in colui che legge; e così il testo; l'uno e l'altro si trovano sotto il tocco dello stesso e medesimo Spirito. È veramente un momento di intensa esperienza religiosa!

 

In questo senso, l'azione rivelativa della verità da parte dello Spirito è tutt'altro che esaurita. Potremmo dire che l'ispirazione è un processo permanente nella vita dei credenti, nella vita della Chiesa e raggiunge chiunque nella fede si accosta alla Parola. E la Bibbia è parola ispirata non solo perché fu scritta nel passato sotto l'azione dello Spirito, ma anche perché nel presente si rivela come libro vivo capace di comunicare, rivelare le verità nascoste. È il dono di Dio da conoscere. “Se tu conoscessi il dono di Dio”, dice Gesù alla samaritana. Scegliendola, si sceglie la vita, dice il Deuteronomio. E prima ancora di riflettere, bisogna metterci in questo atteggiamento di preghiera, di ascolto, di disponibilità, di tranquillità interiore, senza fretta.

 

Il grande Ambrogio ricordava: “Quando preghi, sei tu che parli con Dio, ma quando leggi è Dio che ti parla!” e questo dialogo essenziale per la nostra vita è la Lectio! Un dialogo tra Dio che parla e tu che gli rispondi. È una lettura fatta in due. In questo rapporto dialogico di un amico con l'amico. “Non vi chiamo più servi, ma amici, perché conoscete tutto quello che ho udito dal Padre mio”. E San Giovanni ricorda con molta chiarezza il ruolo dello Spirito in rapporto alle parole di Gesù: “Ho ancora molte cose da dirvi, ma ora sarebbe troppo per voi, ma quando verrà lo Spirito di verità, vi guiderà verso tutta la verità. Non vi dirà cose sue, ma quelle che avrà udito e vi rivelerà le cose che stanno per venire.” (Gv 16). Queste parole mettono in luce la funzione dello Spirito, la sua missione specifica che sarà quella di condurre verso la pienezza della verità. È lo Spirito che ci rivelerà il senso vero, autentico della Parola che leggiamo. Ci aiuterà a comprenderla dal di dentro, col cuore, oltre che con l'intelligenza, ce la farà comprendere come rivelazione nuova, personale, in modo che diventi luce, forza, coraggio di testimonianza. Parola e Spirito. Il n. 8 della Dei Verbum dice: “Nella Chiesa, sotto l'azione dello Spirito Santo, la comprensione tanto delle cose, quanto delle parole trasmesse cresce, sia con la riflessione e lo studio di tutti i credenti”. Qui ci sarebbe un discorso da fare sul deposito della fede, sulla tradizione che cresce, continua a crescere attraverso la riflessione e lo studio di tutti i credenti. Questo n. 8 è molto importante. Per questo motivo nel momento dell'ascolto della Parola siamo invitati a pregare. E c'è una bellissima preghiera che risale al IX secolo – è un testo siriaco – che dice: domanda con insistenza a Dio di illuminare gli occhi della tua intelligenza, della tua anima, per essere capace di percepire la forza intima, nascosta nelle parole del Signore. Poi mettiti in piedi, prendi il santo Vangelo nelle tue mani, bacialo, posalo affettuosamente sui tuoi occhi, sul tuo cuore e pieno di sacro rispetto, pregalo così: o Cristo, nostro Signore, io che sono tanto indegno ti stringo nelle mie mani impure attraverso il tuo Santo Vangelo. Dimmi, te ne prego, le parole di vita e di consolazione, per la bocca e per la lingua del tuo santo Vangelo. Donami di ascoltarlo con orecchi interiori rinnovati e cantar la tua gloria con la lingua dello Spirito Santo. È quindi importante recuperare nella lettura questo senso vivo di una presenza e chiedere come Salomone: “Donami Signore un cuore sapiente, un cuore in ascolto”

 

Quindi non è sufficiente leggere, bisogna leggere ascoltando, ricevendo l'insegnamento della fede, attraverso una lettura metodica, regolare, quotidiana, magari fissando un tempo strategico nella mia giornata, che può influenzare il resto del giorno: il tempo dell'appuntamento con la Parola; magari anche in un luogo appartato – “quando preghi entra nella tua stanza…” – dove la Bibbia ci attende, ci dà appuntamento durante il giorno. Da qui nasce il senso della nostra vita.

 

S. Anselmo ci suggerisce di leggere non nel tumulto, ma nella calma, non in fretta, ma lentamente, poco alla volta, sostando in attenta riflessione. Allora il lettore sentirà che è capace di infiammare l'ardore della preghiera.

 

Questo solo per dire come ci si accosta alla lettura.

 

Ma, giustamente, non ci fermiamo qui. Perché la nostra fede non rimanga incompleta e superficiale, perché ci sia un'adesione più vitale, più personale al Signore, perché la Parola raggiunga il suo scopo, Gesù ci ammonisce che bisogna sostare, bisogna rimanere sulla Parola: è questa la condizione per diventare autentici discepoli.

 

“Se rimanete nella mia parola diventerete veramente miei discepoli.” (Gv 8, 30) E aggiunge: “conoscerete la verità…”, indicando così la necessità di una penetrazione profonda della Parola, di un progresso nella conoscenza della Sua Persona, Lui che è “la Verità”. Basta leggere Giovanni 8, 31-32; e rimanere sulla parola significa anche rimanere accanto a Gesù per diventare suoi discepoli. Pensate all'episodio dei discepoli che sono col Battista e passa l'Agnello di Dio. Il Battista indica Gesù: andarono con lui, lo seguirono per tutta la vita, videro dove abitava… è un colloquio molto interessante. Vedono Gesù e lui si volta: “Chi cercate?… Dove abiti?” Sono un po' imbarazzati e Gesù non può dire dove abita, perché Lui non ha un recapito, non ha dove posare il capo, la sua dimora è il Padre e non può spiegare, devono andare: “Venite e vedrete”. (v. Gv 1, 35-39). Fecero l'esperienza della sua intimità profonda col Padre, dei suoi orientamenti vitali, dei suoi interessi più profondi, della sua dimora abituale e abbandonarono tutto e lo seguirono.

 

Spesso non si può dire, non si può esprimere, è indicibile questo luogo, non lo si può spiegare a parole. Ecco che rimanere sulla parola, rimanere in Gesù, perché le sue parole trovino spazio in noi, vi dimorino in continuità.

 

Questo potrebbe essere l'obiettivo della lectio: sostare, rimanere sulla parola, che equivale rimanere in Gesù, perché le sue parole trovino spazio in noi e vi dimorino in continuità.

 

Ed è ancora attraverso la parola – ricorda Giovanni – che il discepolo rimane contemporaneamente nel Figlio e nel Padre (1a lettera di Giovanni, 2, 24-25).

 

 

 

La meditatio

 

 

 

Però questa parola bisogna accoglierla, assimilarla, interiorizzarla, in modo che diventi regola ispiratrice di vita.

 

È un esercizio tutt'altro che pietistico, non è una pia pratica. Origene dice: questo è il modo attraverso il quale Gesù cresce dentro di noi.

 

C'è una specie di equazione tra questo masticare questa parola e il crescere di Cristo in noi nel suo Regno. Se ci fermiamo vediamo l'importanza di quanto stiamo dicendo.

 

Questo esercizio consiste nel riprendere questa parola, nello sminuzzarla, renderla assimilabile, comprendendone le sue tematiche; è un lavoro paziente, laborioso, anche lungo, da svolgere con un minimo di tranquillità interiore.

 

La tradizione orientale dice infine che la ripetizione prolungata di certi passi lascia dei segni nel cuore del credente. In fondo la tradizione monastica ha imparato a ruminarla in continuità, facendola poi germogliare nella preghiera, nei gesti, nelle parole.

 

Silvano del monte Athos dice che se il cuore non medita la legge del Signore giorno e notte non può aver pace. Cosa voleva dire? Voleva dire che questa parola iscritta dallo Spirito, dalla Scrittura passa nel discepolo. E in chi ha la capacità di sostare a lungo si crea veramente questa osmosi fra lo Spirito che vibra nelle Scritture e il nostro Spirito e si realizza concretamente quello che dice Paolo in 2 Cor 3, 2-3: “a nostra lettera siete voi, lettera scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini. È noto infatti che voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con l'inchiostro, ma con lo spirito del Dio vivente; non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori”

 

È un testo formidabile. E i Corinti, nella misura in cui hanno accolto la parola di Paolo e l'hanno interiorizzata, sono diventati l'espressione di Cristo. Come ha potuto avvenire tutto ciò? Hanno incontrato la parola del Vangelo annunciata da Paolo, l'hanno accettata, l'hanno accolta, ora la riesprimono nella vita personale, comunitaria, in termini leggibili, perché sono diventati come una lettera. Quasi a dire che nella maturità dell'ascolto esprimono chiaramente il mistero di Gesù.

 

Questa dimensione cristologica della vita comincia proprio con l'ascolto della Parola. E questa parola poi viene incisa dallo Spirito che Paolo paragona all'inchiostro; cosa fa l'inchiostro? Ha il potere di rendere chiaro, leggibile un pensiero. Sembra dire: senza l'azione dello Spirito la Parola non prende carne nelle persone, non è leggibile, non affiora. Ecco l'importanza di sostare sulla parola invocando lo Spirito. Che rimane sempre un po' lo sconosciuto. Mentre qui emerge come figura straordinaria importantissima, perché la Parola si incida veramente nel nostro cuore. E certamente quando Paolo dice queste cose, ha tutto un suo retroterra veterotestamentario. Pensate al Sinai, quando Dio dà il Decalogo: c'è la versione del Targum, la versione che troviamo nell'Esodo: la Parola, quando uscì dalla bocca del Santo era come frecce, come fulmini, come dardi di fuoco che andavano ad incidere sulle tavole dell'Alleanza. Esodo 19 parla di tuoni, di lampi, di suoni di tromba. Il Targum esplicita il mistero del Sinai assimilando le dieci parole a lingue di fuoco. E noi conosciamo la rilettura che fanno gli Atti degli Apostoli alla Pentecoste: e lì è evocata questa pagina. Quindi il dono della nuova legge, della Parola, scende sotto forma di lingue di fuoco e va a incidersi sul cuore delle persone lì radunate. “Metterò dentro di voi uno spirito nuovo…” Così lo Spirito interiorizza il mistero della Parola, della volontà divina, del suo Regno e lo rende leggibile nella nostra vita.

 

Mi sembra legittimo pensare che dal momento in cui leggiamo la Parola nello Spirito, si rinnova questa Pentecoste nel nostro cuore e mediante la ripetizione cerchiamo di assimilarla più intensamente.

 

C'è quel famoso testo del Grisostomo che può essere paradossale ma rende l'idea: “quando in un'assemblea si legge un testo, chi non era presente, vedendo uscire la gente dall'assemblea, dovrebbe capire che testo è stato spiegato, dal volto delle persone”. Quasi a dire: Paolo dice che voi siete una lettera di Cristo e queste persone che hanno assimilato questa Parola escono dall'Assemblea con un certo volto che richiama il testo spiegato. È esagerata la cosa, ma rende l'idea. I medioevali chiamavano questo discorso “masticazione” della Parola.

 

Di Antonio il Grande si diceva che la sua maturità era talmente grande da non lasciare più cadere alcuna delle parole che leggeva o udiva. Un modello di tutto questo è Maria, nel testo dell'Annunciazione. Si domandava cosa potesse significare tale saluto. Maria, come Mosè, riflette sulla Parola: “Come avverrà tutto questo?… Lo Spirito Santo verrà su di te, la potenza dell'Altissimo ti coprirà…. Eccomi sono la serva del Signore, avvenga in me secondo la tua Parola”. (Lc 1, 34-38).

 

Origene commenta l'evento e fa parlare Maria: Ecco sono una pagina per essere scritta, su cui scrive il Signore dell'universo. E a questa Parola subentra anche l'atteggiamento meditativo di Maria. Maria serbava queste cose meditandole nel suo cuore. Non è un esercizio pietistico; è Cristo che matura, è Cristo che cresce, è Cristo che nasce.

 

Per quanto riguarda Maria vorrei toccare un altro breve testo: Luca 11: “Beato il ventre che ti ha portato e il petto che hai succhiato”. È una donna che grida. Gesù risponde: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la Parola e la custodiscono”. Cosa voleva dire? Non negare l'affermazione entusiasta di questa donna, ma orientarla verso un indirizzo nuovo, misterioso, affascinante. In altre parole Gesù fa questa analogia tra l'esperienza della maternità, dell'allattamento se vogliamo, e la delizia dell'ascolto, della custodia meditativa della Parola paragonabile al succhiare di un bimbo al seno della mamma. Una esperienza tutt'altro che meccanicistica, è il momento in cui il bimbo senso l'affetto vibrante, sensibile della madre ne assapora tutta la dolcezza, un'esperienza ricca di amore, non fredda, non abitudinaria. D'ora in poi dice Gesù, c'è un altro grembo che genera, c'è un altro seno che allatta, la cui beatitudine assomiglia alle delizie della maternità, assorbire la parola, ascoltarla, per custodirla, farla crescere nella meditazione, metterla in pratica.

 

Questo è un orizzonte nuovo.

 

 

 

La oratio

 

 

 

A questo punto, abbiamo invocato lo Spirito, abbiamo letto il testo, abbiamo sostato sulla Parola. A questo punto nasce la preghiera, necessariamente.

 

La preghiera non è un fatto volontaristico, a volte facciamo fatica a pregare, non sappiamo cosa dire. Facciamo parlare il Signore. Quindi a questo punto rispondo a tono, a Lui che mi ha parlato e gli restituisco la Parola. Dopo che l'ho incontrato, dopo che la Parola dentro si è fatta carico dei miei problemi, delle mie situazioni, delle mie ansie, anche delle mie gioie, cioè di tutto il mio mondo interiore. Questa Parola è entrata dentro, si è fatta carico di tutta la mia vita e ritorna come parola nostra, nella cui risonanza tutta la mia vita cerca di diventare quella Parola. Dio dice, Dio parla, la persona ascolta in silenzio, medita, cerca di far scendere nel proprio cuore ciò che ha ascoltato, magari mediante la ripetizione litanica di una parola chiave e quando questa si è radicata dentro, ritorna a Dio, portando a Dio tutta la mia vita. Come un grido, magari come un momento di disperazione o di lamento – i Salmi sono fatti anche di queste cose – ritorna a Lui come una lode, come una intercessione, cioè dal cuore la Parola germoglia sulle labbra, diventa voce. È questo il gemito dello Spirito. Ecco perché la preghiera è frutto dello Spirito. Quando è entrata dentro e ha preso possesso, ritorna come gemito dello Spirito, Parola da Lui scritta nel nostro cuore, luce interiore della fede, dono di preghiera in noi, forza trasformante la nostra esistenza. Quando la parola germoglia interiormente con questa ricchezza, vuol dire che veramente Dio ha deposto un germe vivo dentro di noi, una preghiera interiore profonda, non più a fior di labbra, distratta; potremmo dire che il segnale, la soglia è vicina: si è formata un'atmosfera spirituale in cui la nostra interiorità viene liberata da pensieri inutili e sottomessa alla verità di Gesù da cui sgorga, come da sorgente di acqua viva, questa parola che esce, questo canto, questa preghiera.

 

Agostino ammoniva: quando preghi, cerca di non dire niente senza di Lui. Così ci si educa anche alla preghiera che nella sua fase terrena sarà laboriosa, a volte anche dolorosa, però non dobbiamo mai stancarci, perché ha lo scopo di piegare il nostro cuore, renderlo idoneo a ricevere questo dono della preghiera frutto dello Spirito.

 

 

 

La contemplatio

 

 

 

E naturalmente a questo punto nasce la contemplazione che è imparare a vedere le cose come le vede Dio.

 

Non è un processo puramente tecnico. Se c'è questa prassi, necessariamente si arriva alla contemplazione, cioè a vedere le cose come le vede il Signore. La Parola poi deve diventare la nostra vita. Anche noi siamo questa lettera di Cristo scritta dallo Spirito. Si tratta di tradurre in conversione, collaborando per l'avvento sulla terra del suo Regno.

 

Questa parola alla fine nutre la preghiera, ci rende trasparenti di Cristo che ci comunica la sua forza attiva, che poi tende ad irradiarsi sulla nostra vita come spinta verso un di più, verso un meglio, verso Dio. È una parola che ci mette dentro degli ideali, degli stimoli, cioè tutta la ricchezza dinamica di Cristo Risorto. Questa parola è resa viva dallo Spirito e crea una perenne situazione di conversione, per cui nutrirsi di essa vuol dire mettere dentro di noi cibo solido che alimenta la crescita, ci conduce a quella preghiera che alla fine non è né voce, né immagini, né parole, ma è unicamente gioia dello Spirito, potremmo dire, tensione infuocata della mente, rapimento dell'anima che si effonde davanti a Dio con gemiti inenarrabili come dice Paolo.

 

 

 

Ho cercato soltanto di presentare un itinerario di vita spirituale, un cammino di fede, di vita di Gesù che cresce dentro di noi, in sapienza, in età e grazia, soprattutto cresce come testimonianza dentro di noi proprio mediante lo Spirito che tende ad attualizzare nella nostra vita queste realtà contenute nella Parola. Gregorio Magno dirà: l'intelligenza della Scrittura, la conoscenza della Parola segna il cammino di ogni credente nella ricerca del Dio vivente.

 

Mi sembrava opportuno recuperare questo discorso per affrontare i testi che vi offrirò con maggior consapevolezza e concentrazione, soprattutto invocando continuamente il dono dello Spirito; è Lui che l'ha ispirato, è Lui che ce la farà conoscere.

Giovedi 26 Gennaio 2017

Giovedi 12 Gennaio 2017

Conclusione Lectio Divina Giovedi 23 Giugno 2016!

SALVARE IN NOI UN PICCOLO PEZZO DI DIO

 

«Preghiera della domenica mattina. Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani - ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi. Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento - invece di salvare te, mio Dio. E altre persone, che sono ormai ridotte a semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo. Dicono: me non mi prenderanno. Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle tue braccia. Comincio a sentirmi un po’ più tranquilla, mio Dio, dopo questa conversazione con te. Discorrerò con te molto spesso, d’ora innanzi, e in questo modo ti impedirò di abbandonarmi. Con me vivrai anche tempi magri, mio Dio, tempi scarsamente alimentati dalla mia povera fiducia; ma credimi, io continuerò a lavorare per te e a esserti fedele e non ti caccerò via dal mio territorio».

 

 

 

«Sì, mio Dio, ti sono molto fedele, in ogni circostanza, non andrò a fondo e continuo a credere nel senso profondo di questa vita; so come devo continuare a vivere e ci sono in me, e in lui, delle certezze così grandi, ti sembrerà incomprensibile ma trovo la vita così bella e mi sento così felice. Non è meraviglioso? Non oserei dirlo a nessuno con così tante parole».

«Penso anche alla figura di Etty Hillesum, una giovane olandese di origine ebraica che morirà ad Auschwitz. Inizialmente lontana da Dio, lo scopre guardando in profondità dentro se stessa e scrive: "Un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso pietra e sabbia lo coprono: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri" (Diario, 97). Nella sua vita dispersa e inquieta, ritrova Dio proprio in mezzo alla grande tragedia del Novecento, la Shoah. Questa giovane fragile e insoddisfatta, trasfigurata dalla fede, si trasforma in una donna piena di amore e di pace interiore, capace di affermare: "Vivo costantemente in intimità con Dio"» (Benedetto XVI, Udienza generale 13 febbraio 2013).

 

 

 

 Biografia

 

 

 

Esther Hillesum conosciuta col nome di Etty, nasce il 15 gennaio 1914 a Middelburg in Olanda, in una famiglia della borghesia intellettuale ebraica.

Il padre, Levie (detto Louis), era un professore di lingue classiche e in seguito preside del liceo di Deventer, incarico che ricoprì fino al 1940, quando gli venne revocato a causa delle leggi razziali. La madre di Etty, Rebecca Bernstein (detta Riva) nacque a Potcheb, in Russia, nel 1881, ma nel 1907, travestita da soldato, si rifugiò in Olanda per scampare a un pogrom. Qui sposa Louis Hillesum: la coppia ebbe tre figli: Etty, Misha e Jaap, questi ultimi eccezionalmente dotati l'uno nel campo della musica, divenne un pianista di talento e l'altro nelle scienze, studiò medicina e durante la guerra lavorò, in qualità di medico, presso l'Ospedale israelitico di Amsterdam.

Nel 1926 Esther si iscrive al liceo classico di Deventer. Sei anni dopo si trasferisce ad Amsterdam, dove si laurea in giurisprudenza nel 1939. Si iscrive poi alla facoltà di lingue slave, impartisce lezioni di russo e si interessa anche agli studi di psicologia.

Nel marzo 1937 Etty va ad abitare presso la casa di Hendrik Wegerif (detto Han), nella quale anche suo fratello Jaap aveva vissuto per un certo periodo. Etty si occupa della gestione della casa, lavoro per il quale riceve una paga da Hendrik, anziano vedovo cristiano padre di quattro figli. I rapporti tra Esther e quest'uomo presto si trasformano in una relazione sentimentale.

Sarà proprio in quella casa che Etty inizierà a scrivere il suo Diario (dal marzo 1941) dove annota la sua trasformazione spirituale e le sue vicende umane prima del trasferimento al campo di Westerbork. Nel 1939 infatti il governo olandese, in accordo con la principale organizzazione ebraica presente in Olanda, decide di riunire lì i rifugiati ebrei, tedeschi o apolidi, che vivono nei Paesi Bassi, pensando ad una loro futura riemigrazione.

Il 10 maggio 1940 i tedeschi irrompono in Olanda: cinque giorni dopo la regina e il governo si rifugiano in Inghilterra.

Nel febbraio del 1941 avviene l'incontro più importante della vita di Etty: quello con lo psicanalista Julius Spier, allievo di Carl Gustav Jung e iniziatore della psicochirologia, la scienza che studia la psiche di una persona partendo dall'analisi delle mani. Ebreo tedesco fuggito da Berlino nel 1939, Spier tiene ad Amsterdam dei corsi serali durante i quali invita gli studenti a presentargli le persone che poi diventeranno oggetto del suo studio. Bernard Meylink, un giovane studente di biochimica che vive nella casa di Han, propone Etty. L'incontro con Spier è per Esther folgorante: decide subito di prendere un appuntamento privato con lui per cominciare una terapia. Diventa sua paziente e assistente, poi amante e compagna intellettuale, nonostante la notevole differenza di età (lei ha 27 anni e lui 54) e il fatto che entrambi siano già impegnati in una relazione.

Quest'incontro segnò il via all'evoluzione della sua sensibilità in direzione sempre più spirituale (sebbene laica e aconfessionale), come testimonia nel suo diario.

Tra i mesi di maggio e giugno 1942 nei Paesi Bassi viene portata a compimento l'attuazione delle leggi di Norimberga, che vietano agli ebrei, tra le altre cose, di usare trasporti pubblici, telefonare, sposarsi con persone non ebree. Dalla radio giunge la notizia (riportata da Etty nel suo diario, in data 29 giugno) che in Polonia sono stati uccisi 700.000 ebrei. Etty prende coscienza del piano nazista: lo sterminio della popolazione ebraica.

Il 1 luglio 1942 il campo di Westerbork passa sotto il comando tedesco, diventa luogo di raccolta e smistamento per gli ebrei prigionieri diretti ad Auschwitz.

Il 16 luglio Etty viene assunta come dattilografa al Consiglio Ebraico di Amsterdam, sezione assistenza alle partenze. L’ incarico non le piace, e venuta a conoscenza della decisione, da parte del Consiglio Ebraico di Amsterdam, di aprire una sezione nel campo di Westerbork, fa richiesta di trasferimento. La sua domanda è accettata: il 30 luglio 1942 comincia a lavorare al dipartimento di aiuto sociale alle persone in transito.

A Westerbork gode di una certa libertà, che le consente di mantenere contatti con l'esterno e di scrivere numerose lettere. Torna talvolta ad Amsterdam, e proprio durante uno dei suoi soggiorni nella capitale olandese le viene trovato un calcolo biliare, è perciò costretta a una lunga degenza presso l'ospedale israelitico.

Il 15 settembre 1942 Julius Spier muore per un tumore al polmone. Etty, che in quel momento si trova ad Amsterdam con lui, ha il permesso delle autorità tedesche di partecipare al funerale.

Il 5 giugno 1943 Etty torna al campo di Westerbork: rifiuta l'aiuto che molti suoi amici le offrono per nasconderla e sfuggire così alla persecuzione nazista. Affida ad una amica, Maria Tuinzing, gli 11 quaderni del diario, chiedendole di darli allo scrittore Klaas Smelik per pubblicarli alla fine della guerra, qualora lei non dovesse tornare più. Nello stesso mese arrivano a Westerbork anche i suoi genitori e il fratello Mischa, arrestati durante una retata.

A luglio le autorità tedesche decidono che metà dei membri del Consiglio Ebraico presenti nel campo di Westerbork. deve tornare ad Amsterdam, mentre gli altri devono rimanere perdendo però ogni libertà di circolazione e comunicazione. Etty decide di restare.

Il 7 settembre 1943 la famiglia Hillesum sale su un treno diretto in Polonia. Durante il viaggio Etty riesce a gettare un biglietto indirizzato ad un'amica ed è l'ultimo scritto di Esther. Verrà ritrovato lungo la linea ferroviaria e spedito.

I genitori di Esther muoiono qualche giorno dopo la partenza, non è chiaro se durante il tragitto o al loro arrivo uccisi in una camera a gas.

Etty muore ad Auschwitz il 30 novembre 1943.

Stessa sorte per suo fratello Mischa, il 31 marzo 1944.

Jaap Hillesum, deportato a Bergen Belsen nel febbraio 1944, muore il 27 gennaio 1945 sul treno che liberava i prigionieri del campo, vittima probabilmente di un’epidemia di tifo.

 

Nell’autunno del 1943 vengono pubblicate clandestinamente ad Amsterdam due lettere che Etty aveva scritto dal campo nel dicembre 1942 e il 24 agosto 1943. Ma per la pubblicazione complessiva delle sue opere bisognerà aspettare molti anni: il Diario viene pubblicato per la prima volta in Olanda nel 1981 dall'editore Gaarlandt. E nel 1982 vengono pubblicate le Lettere scritte a Westerbork col titolo Il cuore pensante della baracca.

Giovedi 11 Febbraio ORE 21,00

 

 

LECTIO DIVINA PRESSO LA

 

FAMIGLIA

 

 

PETROLLINI-PARMEGGIANI VIA

 

CASETTA MATTEI, 421

Giovedi 28

 

 ORE 21,00 LECTIO DIVINA PRESSO LA FAMIGLIA GALIETI – VINCI VIA DEGLI ESTENSI, 206

 

 

Lettura del Vangelo: 

 

 

Dio ci ha chiamati mediante il Vangelo, per entrare in possesso della gloria del Signore nostro Gesù Cristo.

(2Ts 2,14)

 

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO / C (Gv 2,1-11)

 

 

 

 

Signore Gesù, ti vogliamo pregare confidando molto nella tua premurosa solidarietà.

quando siedi alla tavola della nostra amicizia e ci vedi sopraffatti dal grigiore della stanchezza,

rinnova per noi il miracolo di Cana perchè possiamo ritrovare il sapore della vita.

ascolta le parole degli amici che ci vorrebbero salvare da ogni tristezza;

rendici a nostra volta generatori di gioia con i gesti della condivisione che tu ci hai insegnato.

sii sempre presente in mezzo a noi come lo Sposo che invita alla festa;

sii soprattutto nelle nostre famiglie quando manca il "vino" dell'amore e del perdono.

sii tu il vino del miracolo segretamente invocato dalla nostra inesausta sete di amore

e fa' che nessuna tristezza possa mai velare il sorriso che hai fatto sbocciare sul volto

 

di tante persone ridestando nel loro cuore la speranza della gioia. Amen

 

 

 Lettura del Vangelo:Riflessioni 

 

 

Lo Spirito del Signore è sopra di me, mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio.

(Is 61,1)

 

III DOMENICA DI AVVENTO / C (Lc 3,10-18)

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovedì 10 dicembre 2015 presso la famiglia Noto, con la guida del Parroco padre Francesco, si è svolto l’incontro di meditazione sulle letture della terza Domenicadi Avvento.

 

Dal libro del profeta Sofonia 3,14-17

Salmo Is 12,2-6

Lettera di S. Paolo ai Filippesi 4,4-7

Vangelo secondo Luca 3,10-18

“... le folle interrogavano Giovanni, dicendo: -che cosa dobbiamo fare?-…”.

 

 

L’Avvento, con l’annuncio del Battista, è il tempo nel quale dobbiamo ripartire dal nostro cuore e dal desiderio digiustizia che nel nostro cuore è presente. Quel desiderio deve diventare anche impegno.