Preghiera e Vangelo in famiglia!


Per tutti noi!


L'Angolo di nonna Liliana

Dio abita dove lo si fa entrare

Ascolta con amore chi vuol renderti migliore

 

Le grandi anime sono come le nuvole, raccolgono per versare



"Santi della porta accanto"

Giovane focolarina, una delle Sante più giovani e amate della Chiesa cattolica, beatificata nel 2010 al Santuario del Divino Amore di Roma, Chiara Badano morì per un tumore il 7 ottobre 1990 a 19 anni pronunciando queste parole: «Mamma sii felice, perché io lo sono. Ciao!», a coronamento di una sofferenza vissuta nella luce radiosa e consolante della fede.  Una forza della fede che lei conobbe già a nove anni. Trovava Gesù nei lontani, negli atei e tutta la sua vita è stata una tensione all’amore concreto per tutti. Ogni sua giornata fu una gemma da innalzare a Dio, dando un senso eterno ad ogni gesto. Dinamica, sportiva, bella, Chiara si sente amata da Dio e lo vuole portare a tutti coloro che incontra sulla sua strada. Animata da profondo rispetto per ognuno, manifesta con schiettezza il proprio pensiero di credente, ma evita di prevaricare sulla libertà e coscienza dell’interlocutore: ben più efficace dei ragionamenti è infatti la sua testimonianza di serenità e di generosa disponibilità.

 

L’INCONTRO CON IL MOVIMENTO DEI FOCOLARI

Chiara nasce a Sassello, in provincia di Savona della diocesi di Acqui, dopo undici anni di attesa dei suoi genitori, Maria Teresa Caviglia e Ruggero Badano. È il 29 ottobre 1971. Cresce nella vivacità e nell’intelligenza, è simpatica e trainante, è leader, ma non lo lascia apparire, perché mette sempre in risalto gli altri. Poi avviene un incontro importante, è in terza elementare quando conosce il Movimento dei Focolari, fondato da Chiara Lubich. Entra così fra le Gen (Generazione nuova). Lei non parla di Gesù agli altri, lo porta con la sua vita. Dice infatti: «Io non devo dire di Gesù, ma devo dare Gesù con il mio comportamento» e così si ripensa allo straordinario insegnamento di sant’Ignazio di Antiochia: «È meglio essere cristiani senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo». La gioia di vivere, l’entusiasmo per le piccole cose, la contemplazione del creato, la felicità di godere dell’amicizia erano il nutrimento delle sue giornate.

 

LA SCOPERTA DEL TUMORE E LA VITALITÀ NELL’AFFRONTARLO

 

Alla fine della quinta ginnasio Chiara appare pallida, sorride meno, è stanca. Nell’estate, durante una partita di tennis sente un lancinante dolore alla spalla. Medici, ospedali… e la Tac. Chiara ha un cancro maligno: «processo neoplastico di derivazione costale (7ª di sinistra) con invasione dei tessuti molli adiacenti». Affetta dunque da un tumore osseo di quarto grado, il più grave. Ha 17 anni. Inizia il pellegrinaggio negli ospedali di Torino, una vera e propria via crucis. Deve subire un intervento e prima di entrare nella sala operatoria dice alla mamma: «Se dovessi morire, celebrate una bella messa e di’ ai Gen che cantino forte». Si sottopone alla chemioterapia e alle sedute di radioterapia, affrontando tutto come identificazione con i dolori di Cristo. Si abbandona e allora la malattia diventa per lei fatto marginale, vivendolo in Gesù. «Sono sempre stato impressionato», ha raccontato a Maria Grazia Magrini il dottor Brach, «dalla forza di accettazione della malattia da parte di Chiara e dei suoi familiari. Lei conosceva la gravità del male che l’aveva colpita e fui io stesso a spiegarle quanto fosse grave la sua situazione, e che quindi avrebbe incontrato crisi di vomito, avrebbe perso i capelli e sarebbe andata incontro ad infezioni, emorragie ed altre conseguenze». Eppure, accanto a lei, parenti e amici continuano a respirare aria di festa. Chiacchiera volentieri, gioca, scherza. Non c’è odore di malattia, né di prossima morte. La vita continua a fuoriuscire da lei e gli altri si abbeverano a questa straordinaria fonte. Si consuma e si offre per amore di Gesù ai dolori della Chiesa, al Movimento dei Focolari e ai giovani. È molto dimagrita, fatica a respirare e ha forti contrazioni agli arti inferiori. Avrebbe bisogno di morfina, ma non la vuole perché le toglierebbe la lucidità, la consapevolezza. 

 

 

«MI PREPARO ALL’INCONTRO CON LO SPOSO»

Nessun risultato, nessun miglioramento. La malattia avanza nell’impotenza sanitaria. Tutti depongono le armi, non c’è più nulla da fare. La giovane scrive a Chiara Lubich, informandola della decisione di interrompere la chemioterapia: «Solo Dio può. Interrompendo le cure, i dolori alla schiena dovuti ai due interventi e all’immobilità a letto sono aumentati e non riesco quasi più a girarmi sui fianchi. Stasera ho il cuore colmo di gioia… Mi sento così piccola e la strada da compiere è così ardua, spesso mi seno soprafatta dal dolore. Ma è lo Sposo che viene a trovarmi». La fondatrice dei Focalarini nel risponderle le assegna un nuovo nome: «Chiara Luce», è da qui che tutti prendono a chiamarla così. Chiara predispone tutto per il suo prossimo funerale, che chiama la sua messa, le sue nozze con Gesù. Dovrà essere lavata con l’acqua, segno di purificazione e pettinata in modo molto giovanile e chiede alla mamma di non piangere perché «quando in cielo arriva una ragazza di diciotto anni, si fa festa!».  Il suo vestito da sposa lo vuole bianco, lungo, semplice, con una fascia rosa in vita. La sua amica del cuore, Chicca, lo prova di fronte a lei: le piace molto, è semplice come lo desiderava. Chiara Luce muore alle 4,10 del 7 ottobre 1990, festa della beata Vergine Maria del Rosario. Ma la luce del suo incantevole sguardo non si spegnerà perché i suoi occhi saranno donati a due ragazzi. Dichiarata venerabile il 3 luglio 2008, è stata proclamata beata il 25 settembre 2010. 

 

«SI SENTIVA IN LEI LA PRESENZA DELLO SPIRITO»

 

 

La sua cameretta, in ospedale prima e a casa poi, diventa una piccola chiesa, luogo di incontro e di apostolato: «L’importante è fare la volontà di Dio...è stare al suo gioco...Un altro mondo mi attende...Mi sento avvolta in uno splendido disegno che, a poco a poco, mi si svela...Mi piaceva tanto andare in bicicletta e Dio mi ha tolto le gambe, ma mi ha dato le ali...». Chiara Lubich, che la seguirà da vicino, durante tutta la malattia, in un’affettuosa lettera le pone il soprannome di “Luce”. Mons. Livio Maritano, vescovo diocesano, così la ricorda: «Si sentiva in lei la presenza dello Spirito Santo che la rendeva capace di imprimere nelle persone che l’avvicinavano il suo modo di amare Dio e gli uomini. Ha regalato a tutti noi un’esperienza religiosa molto rara ed eccezionale».


#unaletturapernoi


#eppureunfilm

Film "Remi"

Film "Mio fratello rincorre i dinosauri"


Genitori e ragazzi..riflettiamoci su!

 

 

 

 

LEGALIZZARE NON SERVE, MEGLIO IL SERVIZIO CIVILE OBBLIGATORIO

 

 

 

Rendiamolo obbligatorio e ripartiamo dall’educazione e dalla formazione, insegnando ai nostri figli la forza di dire i “no” e i “sì” detti al momento giusto che salvano la vita

Se leggessimo con un po’ più di coraggio e un po’ più umiltà la condizione nella quale si trovano i nostri figli, farebbe ridere il solo sentir parlare ancora di droghe leggere e di legalizzazione. Tornare ai tempi del Parco Lambro non mi pare sia la strategia vincente. La situazione è talmente degenerata e generalizzata che dovremmo, se siamo persone seriamente impegnate, ritrovare la voglia di iniziare tutto da capo e magari dalle caricature di Altan. Sono spariti dalla nostra società concetti fondamentali: educazione, conoscenza di sé e del proprio corpo, coscienza dei diritti e dei doveri e un minimo di regole di vita.

Davanti al crollo dei valori personali e sociali, ridurre il dibattito alla legalizzazione mi pare voler asciugare l’oceano con il cucchiaio.

Non può una società darsi per vinta e liquidare come “stupidaggine” il selfie che quattro ragazzini volevano farsi sui binari dei treni ad alta velocità. Il falso divertimento, il bisogno di soddisfare ogni capriccio, quale che ne sia il costo, portando a giocare la vita, la morte, la galera, la disabilità, tutto. La totale mancanza di orientamenti ha permesso alla follia di diventare normalità e a considerare l’omicidio una specie di diritto alla vendetta.

Senza educazione e formazione non esiste democrazia, società, amicizia, sacrificio, autocontrollo. La vita esige limiti, obblighi e significati profondi ed interiori.

La legge rende i genitori responsabili dei figli minori, (solo a parole però), perché se vai di sera nelle discoteche o nei pub, di minori ne trovi a “brancate”. Dobbiamo sentirci responsabili tutti. La frase che dicevano i vecchi parroci a catechismo “Sono tutti nostri figli”, dobbiamo ripetercela ogni giorno e non limitarci alle parole, perché stiamo superando ogni decenza umana. Tutti dobbiamo spiegare e testimoniare ai nostri figli che per affrontare la vita occorre coraggio.

 

E per coraggio non serve a giocarsi la vita per una foto sui binari o il futuro imbottendosi di sostanze, ma a costruire, giorno dopo giorno, il carattere e la fortezza necessari a dire di no e i sì che fanno dei nostri figli persone degne di stare al mondo, rendendolo migliore. Se invece di legalizzare le droghe leggere, legalizzassimo il servizio civile obbligatorio per tutti, a 18 anni o a 16 anni, non sarebbe meglio?

Incontrare Dio dentro la vita

 

 

 

 

Paola Bignardi

 

(NPG 2018)

 

 

È difficile parlare di preghiera: o lo si fa in modo superficiale e alla fin fine insignificante, o lo si fa senza mettere in gioco la propria esperienza di vita. Il risultato è sempre una riflessione astratta e di scarsa attrazione.

 

Idee di preghiera

 

Ognuno si è fatto la propria idea di preghiera. La maggior parte delle persone la identifica con la messa della domenica e con le preghiere del mattino e della sera, che una certa generazione ha imparato a considerare abitudini del buon cristiano; altri la identificano con esperienze di solitudine e di silenzio che, essendo impossibili nella vita ordinaria dei cristiani comuni, finiscono con identificare la preghiera con esperienze un po’ straordinarie e alla portata di pochi.

Oggi sono presenti sostanzialmente due modelli di preghiera: quella liturgica delle parrocchie e quella monastica.

Se si pensa alla Messa della domenica in qualsiasi parrocchia, viene in mente un rito ben strutturato, un’assemblea fatta da un piccolo gruppo – quando c’è – di persone che collaborano e tutti gli altri che assistono, come spettatori a teatro; vengono in mente canti più o meno moderni; omelie di vario livello spirituale e culturale. Quasi sempre questa esperienza liturgica registra un’assemblea costituita da due componenti: una passiva e l’altra impegnata a costruire un senso di comunità, un essere insieme partecipe e vivace. La Parola di Dio è spesso ascoltata distrattamente perché se qualcuno non introduce ad essa non è di immediata comprensione; la preghiera dei fedeli vede qualche volta il tentativo di assumere situazioni di attualità e problemi locali. Nell’insieme, una preghiera che rispecchia la maturità della comunità che la esprime, ma nella quale si coglie lo sforzo di immettervi la vita delle persone; operazione non facile, stante la rigidità rappresentata del rito, ma non impossibile a chi ci si voglia provare.

L’altro modello è quello che definirei monastico, che vive la liturgia uno stile completamente diverso, nel quale hanno ampio spazio il silenzio e motivi che orientano verso un certo allontanarsi dalla esistenza. La vita monastica è caratterizzata da silenzio e solitudine entro cui avviene la ricerca di Dio e la comunione con Lui. L’orientamento prevalente non è verso la vita, ma verso l’assoluto di Dio.

Attualmente il “modello monastico” riscuote un certo interesse verso un mondo laicale esigente, che apprezza le liturgie ben curate, i canti ben eseguiti, i riti ordinati di un eremo o di un monastero. Segno di un laicato che sta acquisendo una maggiore maturità spirituale e che diventa insofferente di liturgie sciatte e formali. Un laicato che non sempre comprende che vi è un disordine che riflette la complessità di una vita che si cerca di far entrare nella preghiera e di un’esperienza di comunità che ha il respiro non sempre regolare della vita, considerando che nella comunità entrano giovani, adulti, bambini, anziani; persone interessate e altre annoiate; persone che desiderano quel momento e altre che lo sopportano… La preghiera di una comunità si sviluppa dentro un’esperienza dinamica: l’essere comunità non è un punto di partenza per la liturgia, ma è dalla preghiera che la comunità stessa viene a poco a poco costruita. Si tratta di una prospettiva impegnativa, che molti laici non accettano, soprattutto quelli che cercano una preghiera che funga un po’ da rifugio, da riparo dalla complessità della vita di ogni giorno.

 

Pensare a Dio amandolo

 

Vi è una definizione della preghiera che trovo essere una sintesi illuminante (e flessibile): quella di Charles De Foucauld: “pregare è pensare a Dio amandolo”. Trovo che vi siano in essa due elementi fondamentali della preghiera: la razionalità e il cuore, in una sintesi che esprime il rapporto quasi di identità tra preghiera e fede: la preghiera come voce della fede, in cui mente e cuore; obbedienza e stupore; parola e silenzio; ascolto e presenza danno forma all’affidamento a Dio. Amore e pensiero sono gli elementi costitutivi di una relazione che crea tra due persone un legame, un dialogo, un interesse, un desiderio. La preghiera dà espressione ad una fede che è fiducia e reciproca appartenenza. Ma come dare forma a questo rapporto, nel giorno per giorno? Sembra una questione secondaria, eppure è decisiva soprattutto per i laici che non hanno regole rigide o ritmi di vita regolari. Per loro, la forma –parole, riti, orari, impostazione…- è fondamentale perché deve interpretare la loro esistenza che è complessa, spesso senza nessuna regolarità, con un ordine che spesso non è stato scelto ma imposto dalla vita e che della vita assume la mutevolezza, i dinamismi e anche la confusione.

Se la preghiera è espressione di una relazione con Dio, fatta di affidamento e di protezione, di fiducia e di cura provvidente, allora anche la vita dei laici può trovare in essa la propria forma: non sarà quella stabilita da norme impersonali e rigide, ma avrà la forza e la fragilità di un amore, di un dialogo che si snoda dentro la vita con le sue irregolarità. La sfida, casomai, è quella di tenere viva la relazione, di alimentare l’amore, di tenere aperto il dialogo perché la preghiera vera, nel caso dei laici, non potrà sostenersi per la forza rigida delle norme ma per la forza interiore della relazione con il Signore.

Come ogni relazione, anche quella con il Signore deve porre attenzione ad alcuni criteri, ma i criteri indicano un’esigenza e un percorso, non prescrivono un obbligo. Ad esempio, per alimentare una relazione occorre parlarsi e ascoltarsi, spesso, ma non è importante il quando e il come; occorre frequentarsi e dedicarsi del tempo buono; occorre tener vivo il desiderio dei momenti della comunione, della parola e dell’incontro; occorre fidarsi e fare memoria dei motivi di fiducia; e quando si è troppo presi da mille cose e non c’è il tempo per lunghe condivisioni, basta un pensiero fugace, purché sia vero e carico di amore… Questo modo di pregare è alla portata di ogni laico perché ha il suo centro nel cuore e sta dentro la vita. Certo, come in ogni relazione occorrono anche i tempi di uno stare insieme pacato, tranquillo, in cui si possa sperimentare la gioia dello stare insieme. Gesù con i suoi usava proprio questo metodo: alternava giornate in cui non avevano nemmeno il tempo di mangiare a momenti in cui Gesù portava i suoi in un luogo appartato, per uno stare insieme calmo e disteso. Salvo poi rendersi disponibili, se la folla scopriva dove si erano ritirati e li raggiungeva.

I giovani sono predisposti a vivere questa esperienza di preghiera. La testimonianza di questa ragazza va in questa direzione: “«La preghiera è qualcosa di intimo. È come quando tu parli privatamente con una tua amica, con una persona cara, hai delle cose da dire che magari preferisci tenere per te e per quella persona. Preferisco sempre la preghiera in camera mia o comunque in posti privati e preferisco le preghiere non prestabilite… l’ave Maria, il padre nostro sono preghiere bellissime, e ovviamente non si toccano, però mi piace anche un discorso diretto con Dio.”[1] La testimonianza di questa diciottenne è più radicale: “Io mi sento di vivere la mia fede come piace a me, nel senso che sono assolutamente certa che non sia necessario andare in Chiesa tutte le domeniche per credere, è necessario il pensiero di un minuto e mezzo nella giornata, mi basta il pensiero”: mentre esprime l’esigenza di una preghiera personale, non riesce a capire che bisogno ci sia di andare a Messa la domenica per vivere il suo rapporto con il Signore. Accade che soprattutto i più giovani, quando non sono accompagnati da un’azione educativa adeguata, pongano in alternativa la dimensione personale e quella comunitaria della preghiera e rifiutino quelle forme di preghiera, che possono avere un significato profondissimo ma che i giovani non sono stati aiutati a comprendere. Basti pensare alla liturgia, che si esprime con un linguaggio simbolico e raffinato, e che tuttavia risulta la preghiera più difficile da capire per i giovani.

Giovani e adulti, pur in forme diverse, hanno bisogno di capire che per alimentare la relazione con il Signore vi è bisogno di una comunità. Solo quando è vissuta insieme la preghiera prende forza e diventa alimento di una vita in cui sia possibile leggere in filigrana il rapporto di amore che la sostiene. È così dell’Eucaristia della domenica, che un numero sempre maggiore di cristiani sta abituandosi a disertare, perché ritiene inutile la “pratica”. Se l’Eucaristia è una “pratica” non è un problema disertarla, ma se è l’alimento indispensabile di una vita evangelica, allora “senza domenica non possiamo vivere”, come dicevano i primi cristiani.

 

La preghiera dentro la vita

 

Il laico sperimenta una vita che non gli appartiene, divisa com’è tra lavoro, famiglia, responsabilità, relazioni…. La preghiera deve imparare a stare insieme a tutto questo; a stare insieme ad una vita che acquista ritmi sempre più oggettivi, sempre meno affidati alle nostre scelte e alle nostre preferenze, ma agli altri: le giornate hanno orari che non ci scegliamo; hanno una scansione veloce; occorre imparare a tenere insieme tante cose diverse, in una ricchezza che dà spesso una percezione di complessità e di confusione, ma anche di pienezza e di realizzazione di sé.

La preghiera diventa la scelta di ogni giorno. In una vita senza campanelli e senza routine, o si è capaci di scegliere la preghiera ogni giorno o si finisce con il non pregare più, o con il pregare quando si ha tempo o quando “ci si sente”.

Si è laici perché si sa accettare la realtà e costruire in rapporto con essa il proprio progetto di vita; anche la preghiera sta dentro questo progetto, che è personale e che può cambiare nel tempo. Questo non significa che ogni giorno si improvvisi la propria preghiera, ma ciascuno sa e sceglie quali sono i punti fermi di essa e quali sono gli elementi che devono adattarsi al ritmo e alla complessità della sua esistenza quotidiana.

Penso che si è superata la prova della maturità laicale il giorno in cui si comincia a incontrare Dio dentro questa ricchezza di vita, nel mistero della vita, mistero dentro il Mistero. Dio abita dentro la vita, nello scorrere delle cose di ogni giorno; parla attraverso l’esistenza, dentro le vicende quotidiane. Le più umili non sono la monotona ripetizione di eventi già accaduti, ma possono svelare dimensioni sempre nuove dell’esistenza, del Signore Gesù, del senso dell’essere cristiani… La vita quotidiana diventa pesante quando è routine grigia e senza senso; ma quando in essa si conosce la dimensione della profondità, dell’ascolto, dell’interrogare continuo, della disponibilità a lasciarsi provocare da essa, allora acquista i tratti di una continua novità, che è interiore, che è nostra, che non dipende dalle cose, dai fatti, dalle vicende esterne.

Con le parole della fede, penso si possa dire che lo Spirito guida la coscienza in un "viaggio interiore" alla scoperta della profondità di noi stessi e del mistero della nostra stessa vita, ci porta a scoprire che il Dio che cerchiamo abita nel cuore della nostra esistenza e del mondo.

Trovo che questo sia uno dei tratti qualificanti del percorso spirituale e di preghiera di chi è laico, vive nel mondo, dentro le ordinarie condizioni dell’esistenza di tutti. E che stia qui la chiave per vivere di fede nel mondo, senza intenderlo come l’impedimento permanente ad un cammino di fede che deve compiersi nonostante la nostra vita di tutti i giorni.

La vita – così come la storia umana – è uno dei luoghi in cui Dio si rende presente, incontrabile per quanti lo cercano. Ci sono i momenti in cui la nostra vita ha la luminosa chiarezza del giorno e Dio sembra a portata di mano, una presenza vivissima; e quelli in cui il suo silenzio sembra così denso da farci percepire la sua assenza: sono i tempi in cui la vita sembra diventare muta, buia, senza senso. Anche il dialogo con il Signore, come i dialoghi della vita, è fatto di parole e di silenzi; anche la vita con Lui è fatta di luce e di notte, di incontro e di attesa…

Un incontro mai scontato, mai troppo facile, ma quando è realizzato dentro la vita, le dà orizzonti impensati e impensata intensità.

 

 

NOTE

 

 

1 Le testimonianze presentate qui sono tratte dall’indagine dell’Istituto Toniolo sui giovani italiani e la fede e pubblicata nel volume di Bichi R. –Bignardi P., Dio a modo mio, VeP, 2015.


Educare alla santità

 

 

 

 

Piera Ruffinatto

 

(NPG 2007-03-35)

 

 

Le prospettive con le quali il Convegno Ecclesiale di Verona segna la storia della Chiesa italiana sono varie e molteplici. Ciascuna di esse può aprire cammini di futuro e di speranza per l’inculturazione del Vangelo nel terzo millennio. Ad esempio, il tema della santità, che è l’altro nome della testimonianza cristiana, è stato riproposto con forza non soltanto attraverso gli interventi in aula e le meditazioni, ma anche con la presentazione di splendide figure di uomini, donne, giovani e ragazze che hanno saputo raccontare con la vita la bellezza della loro fede, lasciando nella Chiesa un’impronta di santità affascinante e attuale, perfettamente riproponibile anche ai giovani e alle giovani di oggi.

Nella Novo Millenium Ineunte il Papa Giovanni Paolo II afferma con forza: «La santità è un impegno che non riguarda solo alcuni cristiani. Tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla perfezione della vita cristiana e alla perfezione della carità».[1] Se la santità è la meta, l’educazione ne è la naturale mediazione pedagogica, cioè lo «strumento umano privilegiato» per lo sviluppo delle potenzialità presenti in ogni giovane.[2]

Il fascino della santità è sempre attuale, ma richiede di essere mediato da comunità cristiane mature e da educatori esperti che lo sappiano far gustare non solo attraverso l’appello a diventare santi, ma anche con la proposta di figure giovanili che hanno raggiunto questa vetta, per poi passare gradualmente a porsi come vere guide nella vita spirituale dei giovani e, infine, creare le condizioni personali e ambientali, che come un microclima permettano alle grandi scelte della vita di germinare, maturare e fruttificare.[3]

Accanto a giovani santi vi sono sempre educatori che allo stesso modo si sono lasciati contagiare dallo splendore della bellezza di Dio e non hanno esitato a coinvolgere altri in questa avventura. La realizzazione della loro santità è la migliore conferma che l’adolescenza e la giovinezza non sono tempo di attesa, ma stagioni per sviluppare l’immenso potenziale di bene e di possibilità creative al servizio delle proprie scelte coraggiose, che rispondono cioè ai grandi interrogativi sul senso della vita.[4]

Tra i molti volti che testimoniano la santità giovanile nella Famiglia Salesiana, Domenico Savio è uno dei più conosciuti e amati. Il suo nome è intimamente legato a quello di san Giovanni Bosco che fu il suo educatore e biografo,[5] e la sua beatificazione e canonizzazione costituiscono il primo caso in cui la chiesa ha elevato alla gloria degli altari un adolescente confessore.[6]

 

Una figura di adolescente santo

 

Sin dal primo incontro con don Bosco, avvenuto il 2 ottobre 1854, Domenico dimostra di possedere «buona stoffa». Di fatto è un adolescente intelligente, vivace, di grande sensibilità e di cuore delicato che ha trovato in mamma Brigida e papà Carlo una famiglia povera di mezzi, ma ricca di fede e di amore.

Quando giunge a Valdocco, il 29 ottobre 1854, Domenico trova un ambiente ben organizzato e strutturato. Non erano più i tempi della ricerca di una sede stabile per l’oratorio, quando l’ideale che don Bosco andava maturando era ancora un sogno. Gli anni Cinquanta, infatti, corrispondono all’età d’oro dell’oratorio nel quale le attività formative delle scuole serali e domenicali, i laboratori e la legatoria sono ormai realtà.

Il giovane non trova difficoltà ad inserirsi e, osservando con esattezza le regole dell’ambiente, ne penetra il significato profondo riempiendole di amore. La prima ad accorgersi del valore di Domenico è la madre di don Bosco, Margherita, la quale dice un giorno al figlio: «Tu hai tanti giovani buoni, ma nessuno supera la bellezza del cuore e dell’animo di Domenico Savio».

Un giorno don Bosco rivolgendosi ai giovani parla della santità affermando con forza che è dovere di ciascun cristiano il farsi santo e che non è difficile riuscirvi. Quelle parole raggiungono Domenico come una folgorazione, e sono la scintilla di cui il suo cuore aveva bisogno per infiammarsi di amore per Dio e per i fratelli. Egli prende così sul serio il discorso che rivolgendosi al suo educatore lo sollecita con forza: «Mi dica adunque come debbo regolarmi per incominciare tale impresa».[7]

Ciò che fa scattare in Domenico il desiderio della santità, oltre evidentemente all’azione dello Spirito Santo, è la presa di coscienza che la santità è per tutti, in qualunque stato di vita essi si trovino, quindi anche per lui, e che la realizzazione di tale impresa è facile in quanto consiste nella corrispondenza docile e costante all’azione della Grazia di Dio.

In effetti, la santità che viene proposta a Domenico dal suo educatore è «nuova» rispetto ai tempi, in quanto non consiste in pratiche speciali o mortificazioni particolari, ma più concretamente in un progetto di vita cristiana che si concretizza nelle vicende ordinarie della vita e richiede una costante e moderata allegria, la perseveranza nell’adempimento dei propri doveri di preghiera e di studio e nella partecipazione attiva e serena alla ricreazione.[8]

Il biografo del giovane, che è lo stesso don Bosco, fa rilevare come, dopo aver compreso e la necessità e la facilità di farsi santi, è lo stesso Domenico ad insistere ripetutamente perché l’educatore gli mostri la via per raggiungere tale meta. Don Bosco rimane addirittura sorpreso nel notare tale insistenza. Un giorno, ad esempio, volendo dare ai giovani un segno di speciale affetto, dà loro la possibilità di chiedergli qualunque cosa sia in suo potere concedere loro e di segnare questo su un biglietto. Ebbene, fra le «ridicole e stravaganti» richieste pervenute a don Bosco vi è quella di Domenico che, come una spada, inchioda l’educatore alla sua responsabilità: «Dimando che mi salvi l’anima e mi faccia santo».[9]

 

Il compito dell’educatore

 

Di fronte a tale richiesta don Bosco non indietreggia, anzi, si rivela un vero «costruttore» di giovani santi, di cittadini del cielo, ma di un cielo conquistato faticosamente nella città terrena, impegnati in essa.[10] La santità, infatti, è il vertice della gerarchia dei fini proposta da don Bosco ai giovani ed è realizzabile da tutti nel proprio stato di vita, dunque facile, anche se la si conquista attraverso una dura lotta nell’adempimento dei propri doveri, e attraverso la fiducia nel confessore che orienta a discernere il progetto di Dio sulla propria vita. Tale progetto concretizza il fine del Sistema Preventivo e cioè, formare «buoni cristiani e onesti cittadini». È dunque una santità concreta, aderente alla propria realtà personale e che orienta all’impegno verso il prossimo, ma anche ricca di gioia e letizia come atteggiamento salesiano e cristiano di chi si è consegnato nelle mani del Signore, e rimane continuamente nella sua santa Grazia.

Il percorso che porta alla santità, pur sembrando semplice e praticabile, necessita quindi di guide esperte e sagge. L’intervento dell’educatore, allora, senza spegnere l’ardore e l’entusiasmo dei giovani, dischiude i percorsi più adatti per vivere la carità verso Dio e verso il prossimo. L’educatore di Valdocco non mortifica l’entusiasmo del suo piccolo alunno, che rivela un’autentica volontà di bene e di verità: al contrario lo comprende, lo aiuta, lo dirige, lo apre, infine, ad orizzonti sempre più elevati e alti.[11]

La storia di santità del giovane Savio, indissolubilmente intrecciata con le vicende dell’Oratorio di Valdocco e con il progetto educativo del Sistema Preventivo di don Bosco, raggiunge e interpella gli educatori cristiani di oggi. Essi, infatti, sono chiamati ad affinare lo sguardo e ad aprire il cuore per saper leggere nelle potenzialità dei giovani che sono loro affidati l’implicita domanda di santità che viene loro posta. Il bisogno di senso di cui sono assetate le giovani generazioni è il terreno ideale per ricevere proposte forti e farle germinare. D’altra parte, però, questa esigenza di radicalità invoca una proposta educativa chiara, precisa, efficace, cioè integrale. In un tempo nel quale la «Parola di Dio scarseggia» per mancanza di annunciatori coraggiosi e audaci e di profeti santi e felici, i giovani hanno il diritto di trovare proposte in grado di «infiammare il loro cuore per la santità» e di essere aiutati ad abbandonare le «cisterne screpolate» alle quali troppo spesso sono costretti a rivolgersi per spegnere la loro sete di vita e di speranza. Don Bosco, educatore santo, non ha lasciato cadere nel vuoto le straordinarie domande del giovane Domenico, anzi, ha saputo rispondervi con genialità pedagogica, adattando l’ideale a misura del ragazzo senza sminuire il primo e rispettando il secondo.

Questa è anche la missione di ogni educatore cristiano. La scommessa sul bene presente in ogni giovane, insieme all’incrollabile fiducia nell’azione potente dello Spirito Santo, infatti, è promessa di futuro e garanzia di vitalità per la Chiesa del terzo millennio.

 

 

 

NOTE

 

[1] Giovanni Paolo II, Novo Millenium Ineunte 30.

 

[2] Cf Chávez Villanueva Pascual, Riproponiamo a tutti i giovani con convinzione la gioia e l’impegno della santità come misura alta di vita cristiana ordinaria, Roma, Istituto FMA 2004, 5.

 

[3] Cf ivi 11.

 

[4] Cf ivi 12.

 

[5] Domenico Savio era nato a Riva di Chieri presso Castelnuovo d’Asti il 2 aprile 1842, morì il 9 marzo 1857. Don Bosco lo conobbe nel 1854 e lo accolse a Valdocco per studiare. Qui, a contatto con un ambiente oratoriano ricco di proposte e di valori umani e cristiani Domenico compì un rapido e sorprendente cammino. Rimase all’oratorio per due anni e quattro mesi, ammalatosi tornò a Mondonio in famiglia dove morì santamente. Fu canonizzato da Papa Pio XII il 12 giugno 1954 (Bosco Giovanni, Vita del giovanetto Savio Domenico, allievo dell’Oratorio di San Francesco di Sales, Torino, G.B. Paravia 18806. Le biografie di Domenico ebbero numerose riedizioni vivente don Bosco).

 

[6] Cf Bozzolo Andrea, Missione e santità di Domenico Savio. Lettura teologica della «Vita», in Giraudo Aldo (a cura di), Domenico Savio raccontato da don Bosco. Riflessioni sulla Vita. Atti del Simposio, Università Pontificia Salesiana, 8 maggio 2004, Roma, LAS 2005, 108).

 

[7] Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico 41.

 

[8] Cf l. cit.

 

[9] Bosco, Vita del giovanetto Domenico Savio 31.

 

[10] Cf Braido Pietro, Il sistema preventivo di don Bosco, Zürich, PAS Verlag 1964, 122.

 

 

[11] Cf Brocardo Pietro, Verso un nuovo tipo di santità eroica, in AA.VV., Domenico Savio. Studi e conferenze in occasione della sua Beatificazione, Torino, SEI 1950, 34


 

 

Giovani: vocazione laici 

 

Paola Bignardi

 

(NPG 2018-08-70)

 

 

Il termine servizio non ha buona fama oggi; ancor meno ne ha il termine che da esso deriva: servo. Richiama un rapporto di subordinazione e di dipendenza, fa pensare ai lavori umili e di scarso valore che normalmente vengono riservati ai servi. Insomma: è una parola che non piace! Eppure connota la natura e l’identità del cristiano! D’altra parte, forse in ragione di questa caratteristica, è uno dei termini che vengono più disinvoltamente usati nel linguaggio della comunità cristiana e nei contesti pastorali. Convinti che sia lo stile autentico di un cristiano che vuole fare sul serio, il servizio viene continuamente citato, benché non sempre all’uso del termine corrisponda un’effettiva esperienza. Bisogna anche considerare che il servizio, più che essere identificato con cose concrete da fare, è uno spirito, è una disposizione interiore! E si sa che su questi aspetti è fin troppo facile barare! Quante volte ci è capitato di trovarci di fronte a persone che hanno dichiarato “servizio” il loro attaccamento al loro ruolo e ai loro compiti?!

Servizio è una parola umile: si adatta anche ad essere utilizzata per coprire arroganze, attaccamenti, affermazione di sé. Ma quelle sono caricature del servizio vero.

 

Servo perché cristiano!

 

Il servizio è un’esperienza identificativa del cristiano: del laico e del prete, del monaco e del politico, del giovane e dell’adulto, di chi opera nella Caritas e di fa il professionista… perché' il servizio è lo stile di Gesù; il cristiano è colui che nella sua vita fa suoi i tratti del comportamento di Gesù, che si è fatto umile servo dell’umanità. Papa Francesco lo ha fatto notare in diverse omelie: se uno vuole essere discepolo di Cristo deve riprodurre l’esempio di Lui, diventando come Lui “servo”. In Gesù il servizio definisce l’identità della sua missione: è nel servizio che si rivela il volto autentico di Dio, che esce da se stesso, va in cerca dell’uomo e lo salva amandolo. Dunque non si può essere cristiani senza collocarsi alla sequela del Servo, facendo come Lui, che ad un gesto di servizio ha dedicato le ultime ore della sua vita, prima di essere arrestato e crocifisso. Nel cenacolo in cui i suoi hanno assistito al vertice dell’insegnamento che il Maestro ha impartito loro, Gesù ha lavato loro i piedi, compiendo il gesto del servo; e ha ordinato loro di fare quello che lui aveva fatto, di farsi anche loro servi, oltre quel momento e per sempre. Lavando i piedi, Gesù ha dato la chiave per interpretare tutta la sua vita: mille gesti diversi, concreti, intessuti di un unico spirito: il dono di sé, totale e radicale, quello che non teme di farsi come il chicco di grano che scende nella terra a morire perché nasca nuova vita. Mille gesti, accompagnati da parole, insegnamenti, dialoghi tutti orientati a far capire che quello è l’unico stile secondo cui vale la pena vivere. La vita di Gesù è tutta per gli altri, fino ad apparire divorata dalle persone che lo cercano; il Vangelo dice che non aveva tempo nemmeno per mangiare e che doveva ogni tanto sfuggire alla folla per respirare e per conservare il suo dialogo con il Padre. E quando ha dovuto spiegare gli impegni che la vita da discepolo comporta, lo ha fatto insegnando il comandamento dell’amore, in cui ha riassunto l’impegno della vita cristiana: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti” (Mt 22,37-40).

Alla base di ogni comandamento Gesù mette lo spirito dell’amore, unico nella sua duplice espressione: Dio e il fratello. Non si può amare Dio che non si vede se non sappiamo amare quel fratello per il quale il Signore Gesù ha dato la sua vita; e d’altra parte non possiamo amare in modo adeguato i nostri fratelli se non guardando a Dio, se non immergendoci nel suo stesso amore, che ha assunto tutte le modulazioni esistenziali del dono di sé. L’amore evangelico, che è un atteggiamento di fronte alla vita prima di farsi gesto o scelta, ha un’originalità che non va appannata: quella di essere un riflesso dell’amore con cui Dio ci ama.

L’amore evangelico si declina in molti modi diversi: vi è quello che si distende lungo la vita di ogni giorno, con i suoi atteggiamenti semplici fatti di benevolenza, di prossimità, di attenzione cordiale e solidale alle persone. Vi è quello che assume le forme consapevoli ed esplicite del servizio, attraverso la mediazione delle istituzioni: la politica, il bene comune assunto dentro la città e per la città. Vi è l’amore per la crescita delle persone nel loro cammino verso la verità, cioè quella “carità intellettuale” che è accompagnare soprattutto le nuove generazioni a scoprire nelle verità e nella Verità il senso dell’esistenza. Infine vi è quello che passa attraverso l’attenzione verso i poveri e che è fatto di condivisione, di impegno per la giustizia, di solidarietà. Nelle fasi della crescita della persona, per scoprire la grammatica del servizio è fondamentale sperimentare l’incontro con il povero, con il suo bisogno, con la sua sofferenza.

 

Il servizio, via alla fede

 

Qualcuno potrebbe pensare che prima si crede e poi ci si pone a servizio degli altri. È un percorso che molti hanno compiuto: scoprire che il chinarsi con amore e con disponibilità sugli altri nasce dalla consapevolezza che questo è l’esempio che il Signore ci ha dato e che noi dobbiamo seguire per non tradire il Maestro e per essere fedeli al Vangelo. Ma vi sono anche coloro che hanno fatto il percorso inverso: che hanno avuto il coraggio di guardare le piaghe di Lazzaro; di lasciarsi cambiare i programmi dall’incontro con un malcapitato incontrato lungo la via; di lasciarsi invadere il cuore dalla compassione per il dolore dei propri fratelli. Per questa strada hanno trovato la loro umanità più profonda e in essa la via ad una fede più personale.

Il mettersi a disposizione degli altri, vissuto con convinzione e con fedeltà, a poco a poco libera il cuore dalla preoccupazione per se stessi, aiuta a dare alla propria vita un’impostazione aperta, sensibile al prossimo. La via dell’apertura della coscienza alle esigenze dell’altro è anche la via della fede. Lungo la strada del servizio al povero si maturano gli atteggiamenti che aprono il cuore anche al Signore: si impara ad essere umili, a non costruire la vita attorno a se stessi e ai propri bisogni, a misurare la propria piccolezza. Sono gli atteggiamenti della fede, di quella profonda, personale, che incide sulla vita. Vi sono giovani credenti, che sono arrivati alla fede attraverso il percorso consueto dell’educazione familiare, e poi della catechesi e della parrocchia. Il passo verso la maturazione di una fede in cui la persona si compromette, accettando che la fede dia impronta alla vita quotidiana e ne ispiri le scelte, spesso avviene attraverso l’esperienza del servizio: dapprima vissuto con gli amici del proprio gruppo di formazione, e poi impegno assunto in prima persona. Allora quella fede, che prima era rimasta alla superficie, mette le radici in profondità; spesso da quelle esperienze un giovane esce educato a pensare la relazione con Dio in un rapporto imprescindibile con la solidarietà, la condivisione, l’aiuto fraterno.

Il Vangelo ci insegna che il comandamento dell’amore potrebbe restare un bell’enunciato teorico, se non passa al vaglio del gesto concreto, che nella sua umiltà verifica l’autenticità del dono di sé. È quanto si legge anche nell’Esortazione Apostolica Gaudete et Exsultate: “La santità a cui il Signore ti chiama andrà crescendo mediante piccoli gesti. Per esempio: una signora va al mercato a fare la spesa, incontra una vicina e inizia a parlare, e vengono le critiche. Ma questa donna dice dentro di sé: “No, non parlerò male di nessuno”. Questo è un passo verso la santità. (…). Poi esce per strada, incontra un povero e si ferma a conversare con lui con affetto. Anche questo è un passo avanti” (n. 16).

 

Laico e servizio

 

È il servizio che capiterà più frequentemente al laico: compiere piccoli gesti dentro grandi orizzonti, cioè vivere con amore, come ci invita a fare nello stesso documento Papa Francesco. L’amore si fa servizio, nell’esistenza semplice di ogni giorno, e si realizza in quello stile che sembra fatto di niente –niente di clamoroso, niente che faccia notizia, nulla che possa essere notato…- ma che costruisce la trama buona dell’esistenza. Basti pensare - dice Papa Francesco - al ruolo che ricoprono in famiglia le nostre mamme; chi è che si mette seduto per ultima alla tavola dopo aver “servito” tutti? Sicuramente la mamma umile serva della famiglia, ma è lei che nello stesso tempo è la persona più importante del nucleo famigliare, il punto di riferimento, il faro.

Fede e servizio non si possono separare, anzi sono strettamente collegati, annodati tra di loro, come ha spiegato Papa Francesco nell’omelia del 2 ottobre 2016 a Baku: “Ogni tappeto, voi lo sapete bene, va tessuto secondo la trama e l’ordito; solo con questa struttura l’insieme risulta ben composto e armonioso. Così è per la vita cristiana: va ogni giorno pazientemente intessuta, intrecciando tra loro una trama e un ordito ben definiti: la trama della fede e l’ordito del servizio. Quando alla fede si annoda il servizio, il cuore si mantiene aperto e giovane, e si dilata nel fare il bene. Allora la fede, come dice Gesù nel Vangelo, diventa potente, fa meraviglie. Se cammina su quella strada, allora matura e diventa forte, a condizione che rimanga sempre unita al servizio”.

I gesti concreti di servizio sono la verifica di una fede che diviene stile quotidiano, testimonianza che questo è l’amore più grande, sull’esempio di quello del Signore Gesù.

Esso non può essere identificato con la Caritas o con il volontariato, cioè con scelte che solo alcuni compiono, ma è lo stile ordinario di ogni cristiano, che sull’esempio del suo Signore sa di non poter vivere per se stesso, ma nel dono di sé. Non è un percorso facile. Sappiamo quanto amiamo noi stessi e quanto ci risulta difficile liberarci dall’ingombro del piccolo amore con cui facciamo del nostro io un idolo. Tuttavia è l’unica strada per costruire in pienezza un’umanità come quella del Signore Gesù.

 

Il servizio, compimento del percorso della fede

 

Il servizio è un’esperienza nella quale sembra trovare compimento il percorso di crescita nella fede di una persona. Parafrasando l’inno alla carità di Paolo, si può dire che il servizio è sollecito, si dà da fare per aiutare, sostenere, incoraggiare, accompagnare: desidera che la fatica dell’altro sia alleviata senza indugi.

Il servizio è lieve, nasce da un cuore libero da se stesso e per questo totalmente capace di darsi.

Il servizio è concreto; non si accontenta di discorsi astratti, ma è disposto a immergersi nella polvere della vita e crede nei pensieri che cambiano la storia.

Il servizio è umile; per questo non costruisce gerarchie tra impegni importanti o no. Si dedica a ciò di cui gli altri hanno bisogno.

Il servizio è premuroso: si muove con il passo di Maria di Nazareth che si affretta dalla cugina Elisabetta per rivelarle il segreto che porta nel grembo.

Si legge in una bellissima poesia di Tagore, che tutti dovremmo poter dire alla fine della nostra vita: “Io dormivo e sognavo che la vita non era che gioia; mi svegliai e ho visto che la vita non era che servizio. Io ho servito e ho visto che il servizio era la gioia”. Sarebbe bello che ogni giovane potesse credere che servire è gioia e che potesse incontrare adulti ed educatori capaci 


Rubrica " Eppur Educo" ( vedi apposita area)

Incontro con  Franco Nembrini Lunedi 19 Marzo 2018

 Incontro numero 2 del Cammino “ Eppur Educo”.

 

EPPUR EDUCO: INCONTRO CON FRANCO NEMBRINI

di Riccardo Fiori

 

“I nostri figli non hanno bisogno di genitori perfetti, ma di genitori affamati di verità e di bellezza” (Monsignor Camisasca – 2014)

Dopo l’entusiasmante incontro dello scorso Febbraio, la macchina organizzativa della Natività di Maria ci regala un secondo appuntamento che definirei, se mai si potesse dire, semplicemente “arricchente”.

E’ la sera della festa del papà, la ricorrenza di San Giuseppe; insomma il 19 marzo e mai data poteva essere più indovinata per farci raccontare da Franco Nembrini, il bello di essere padre ed il ruolo di quest’ultimo nella sfida educativa.

Appassionato di Dante (riguardo al quale ha scritto diversi libri e tenuto più di qualche lezione e conferenza), riscopre intorno ai 21 anni, una favola per bambini, meravigliosamente dedicata e destinata anche a ben altra cornice di pubblico: Pinocchio di Collodi.

Racconta anche che la medesima esperienza è stata vissuta e raccontata da Monsignor Biffi: l’aver letto quel Pinocchio sì da piccolo, riprendendolo continuamente per il resto della sua vita senza praticamente riuscire più a staccarsene.

Il mio pensiero torna immediatamente a quando, in tempi non sospetti, intorno ai 13 anni, avevo voluto riprendere anche io quella favola letta da bambino per vedere quali spunti o sensazioni potesse riservare ad una lettura più “attenta”.

Beh allora il mio risultato non fu affatto lo stesso. Lo trovai nuovamente piacevole, sì, ma lo relegai, confermando la mia sensazione iniziale, ad un libro assolutamente per bambini.

Evidentemente non era così ed è particolarmente entusiasmante scoprirlo oggi [meglio tardi che mai] e rileggerne i significati grazie al prezioso supporto del nostro ospite.

La prima cosa che mi colpisce, a tal proposito, è sentir dire che rileggere Collodi, volenti o nolenti, ripercorre, attraverso Pinocchio, il corso della vita.

“Educare significa anche correre il rischio di educare” ed è forse per questo che il professor Nembrini cita Charles Péguy che agli inizi del ‘900 definisce la figura del padre come quella dell’unico e vero avventuriero del mondo.

Pinocchio e Dante sono due libri che porterebbe sempre con sé su un’isola deserta qualora gli fosse concesso di sceglierne.

Perché? Cerchiamo di capire.

La favola di Pinocchio nasconde aspetti di verità ben più speciali di altre favole.

Pinocchio è un linguaggio cifrato dove Collodi racconta la storia dell’umanità.

Quando all’età di 21 anni propongono a Nembrini di insegnare Religione, oltre che felice per la proposta, egli si innamora di un libro (di Giacomo Biffi) che fornisce un commento teologico alle avventure di Pinocchio.

36 capitoli che avrebbe potuto tranquillamente riproporre ai suoi studenti nelle 32 settimane di scuola.

Viene rapito da questa pubblicazione che gli consente di scoprire la perfetta analogia di questa favola con la Bibbia; Pinocchio è un racconto cifrato dei Vangeli e della stessa Bibbia.

A cominciare dal quasi epilogo della favola di Collodi: la morte di Pinocchio.

“Padre mio, Padre mio, perché mi hai abbandonato?” grida Gesù dalla croce poco prima di spirare e la descrizione della morte di Pinocchio riporta davvero a tanto.

Pinocchio, seppure di legno, è fin da subito figlio di Geppetto.

E anche alla conclusione, il burattino risorge da pezzo di legno divenendo bambino in carne ed ossa.

Ecco la prima analogia: Collodi ci propone una morte ed una resurrezione.

Ci racconta Nembrini che la storia di Collodi terminava con la morte del protagonista. Una volta consegnati i materiali all’editore, questi venne travolto dalle tantissime lettere di bambini contrariati per il tipo di fine che la storia aveva avuto.

L’editore fu costretto a richiamare immediatamente Collodi chiedendogli di riprendere il racconto con una resurrezione.

E nonostante l’autore fosse ateo e laicista, questi riesce ad inventarsi una storia che parla di un uomo, del suo destino, della Chiesa.

Particolarità non indifferente è quella che Collodi, quando inizia a scrivere il suo racconto per i bambini, ha circa 50 anni.

Ha quindi necessità di ritrovare un linguaggio che sia consono al suo pubblico di piccoli lettori e, per farlo, egli deve tornare ai suoi ricordi di bambino.

Chiaro che l’influenza di una mamma (a sua differenza) religiosissima, lo avrebbero riportato, in quella ricerca, al tipo di educazione avuto in tenera età.

Con tutta probabilità quell’educazione, dal profondo, è tornata su, offrendo una storia che sembra ricalcata dal Vangelo (sebbene senza un minimo riferimento religioso al suo interno).

Un’altra stranezza potrebbe essere rappresentata dal fatto che i primi 2 capitoli sono dedicati ad una figura decisamente poco importante: quella di Mastro Ciliegia (o Maestro, come lo chiama Biffi).

Se tutto fosse cominciato direttamente nella bottega di Geppetto, 2 capitoli dopo, cosa sarebbe cambiato?

Ma il diktat è proprio quello di NON essere come Mastro Ciliegia.

Se sarete come lui diventerete violenti e con “il sedere per terra”.

In altre parole, il fallimento totale.

“C’era una volta un re …” è chiaramente un richiamo a “In principio era il verbo”: Dio.

Quando ogni mattina ci svegliamo (e veniamo al mondo), in qualità di uomini ci troviamo davanti ad una meravigliosa realtà.

La realtà è il mezzo con il quale Dio parla di umanità. La vera paternità si gioca qui.

Noi possiamo solo testimoniare ai nostri figli l’amore per la verità. Non dobbiamo insegnare loro chissà cosa di altro.

Se Dio si fida a farci mettere al mondo dei figli, evidentemente si fida anche di come li educhiamo.

Il problema è un altro: tuo figlio che ti guarda, quanta felicità vede?

I figli son disposti a perdonarci tutti gli sbagli, ma non l’assenza di speranza.

E Mastro Ciliegia non ha speranza. Si trova un pezzo di legno ed esclama: “Questo legno è capitato a tempo e voglio servirmene per fare una gamba di tavolino”.

Figuriamoci se fosse stato il figlio.

Ma quello che hai davanti non è mai [solo] quello che sembra. Così, quando dal ciocco arrivano le prime vocine di lamentela, lo stupore è enorme.

“Che la vocina sia uscita da questo pezzo di legno? Io non lo posso credere”.

Eccolo, l’ateismo puro. E, non contento, cerca di usare violenza su quel ciocco, fino a provare paura e ritrovarsi con il sedere a terra.

Si ha paura di educare? La paura è il peggior nemico dell’educazione.

L’arrivo di Geppetto è, per contro, il rivivere la Creazione.

Non più “mi è capitato”, ma “ ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino, meraviglioso, che sappia cantare, ballare, tirar di scherma, … , con cui voglio girare il mondo”.

Porta via il pezzo di legno dalle grinfie di Mastro Ciliegia e nel fargli la testa, gli occhi cominciano a muoversi e guardarlo.

Pinocchio non ha ancora la bocca, ma lo sguardo di Geppetto sul suo burattino appena cominciato (ma già “vivo”) è uno sguardo di uomo e, soprattutto, di padre.

Geppetto poi, guarda caso, altro non è che il diminutivo di Giuseppe …

La ribellione è imminente; dapprima con la creazione della bocca (il burattino lo canzona immediatamente) e poi con le braccia. Pinocchio non perde tempo nel fargli cadere la parrucca e farlo cadere. Eppure Geppetto gli risponde “birba d’un figliolo”.

Non c’è dubbio; nel suo cuore è già suo figlio: “Non sei neanche finito che fai già del male al tuo babbo”.

E ancora: “E’ colpa mia; dovevo pensarci prima, ma ormai è troppo tardi”. E sugli occhi del falegname spunta una lacrima.

Il richiamo a Gesù che ormai vede la croce, è evidente.

Quando mettiamo al mondo figli, nessuno ci garantisce nulla. E’ un puro atto d’amore.

E’ un atto di fedeltà il motivo per cui mettiamo al mondo i nostri figli, che durerà per sempre.

Geppetto gli insegna a camminare tenendolo per mano, ma Pinocchio trova la porta aperta e scappa di casa.

E’ il peccato originale.

Quando Pinocchio è libero e Geppetto in carcere, il burattino dice che “finalmente” quella casa è sua.

Compare il grillo parlante (“Cacciato Dio dalla porta resta qualcosa di Dio che non puoi cacciare”), che cerca di far capire a Pinocchio che non è proprio come lui crede: questa non è libertà né di corpo né di spirito.

E nonostante Pinocchio lo schiacci al muro, il grillo comparirà sempre in tutta la favola (neanche il figlio più bestia può uccidere completamente la voce di Dio).

Di questa presunta libertà, Pinocchio fa un’esperienza pessima ed il bisogno di bene che ha, resta irrisolto.

Non trova nulla neanche da mangiare, finché non vede, su un cumulo di immondizia, un uovo.

Già triste l’immagine di andare a cercare un filo di felicità nella spazzatura. Ancor di più se poi, da quell’uovo esce un pulcino che sbeffeggiandolo scappa via.

Disperato corre in paese facendo quello che qualunque ragazzo in cerca di felicità probabilmente avrebbe fatto: ma il risultato è il nulla. Trova tutto chiuso.

Suggestiva la frase che a questo punto Franco Nembrini ci regala: se non c’è un padre gli uomini non riescono ad essere fratelli.

Ci vuole un padre, altrimenti non c’è bene e non c’è male.

Pinocchio è sconsolato; torna a casa e stanco si addormenta al fuoco del camino, che gli brucia i piedi.

La salvezza arriverà dall’esterno; da quel padre (Geppetto) che torna ed è come Dio che bussa alla nostra porta per salvarci da una vita che rischiamo continuamente di buttare via.

Anche Pinocchio ha ora capito che il bello della vita sarebbe riavere il padre ed entrambi vogliono incontrarsi nuovamente. Ma Pinocchio ha i piedi bruciati e la prima mossa spetta sempre a noi genitori.

Al grido del figlio (“Signore Salvami”), Geppetto risponde inventandosi la strada per raggiungere il figlio: la porta non si butta giù e bisogna affrontare la finestra.

Altra figura estremamente importante è la Fata Turchina (non a caso azzurra).

Rappresenta la mamma; la Chiesa. E le medicine sono i Sacramenti.

Pinocchio continua a rifiutarli.

Fino a tramutarsi in un asino, che poi si azzoppa. E’ la fine.

Un asino zoppo non lascia al suo padrone che una scelta: quella di ucciderlo per venderne la sua pelle da cui si possano ricavare dei tamburi.

E prima di questo triste fato quell’asino ha ricevuto l’applauso degli spettatori del circo in cui si è esibito. Applausi che rappresentano la spaventosa pressione sociale a cui i nostri figli sono sottoposti.

La Chiesa [la madre] non può girargli le spalle e lo perdona. Pinocchio riconosce nel medaglione l’immagine della fata e la chiama o fa per chiamarla. Dalla gola però esce solo un raglio che fa morire tutti dalle risate.

L’educatore, il padre, la madre, riconoscono in quel raglio, il grido di disperazione e la richiesta d’aiuto del figlio: “Fatina mia … / Babbino mio …”

Ed è proprio quando i nostri ragazzi bevono, si drogano e si buttano via che stanno ragliando e stanno implorando aiuto.

Noi abbiamo sempre fatto di tutto per lui, chiediamoci però perché lui ha sempre capito il contrario o qualcosa di diverso.

“Quanto bene ti vorrei se tu …” non equivale di certo a “Quanto bene ti voglio”.

Siamo ai saluti e l’augurio che Nembrini fa a tutti i papà (e alle mamme) è che accada loro quello che ne “Le avventure di Pinocchio” succede alla fine.

Quando Pinocchio ritrova Geppetto nella pancia del pescecane, gli chiede immediatamente perdono, ma soprattutto, cerca di portare in salvo il padre, ormai vecchio.

Geppetto è titubante e Pinocchio ricorda Gesù: dobbiamo fuggire (fuggendo dal demonio) ed è come se dicesse “Provatemi e vedrete”.

Dalla bocca del pescecane si vede chiaro il cielo stellato (“Uscimmo fuori a riveder le stelle”) e finalmente Pinocchio prende il padre e lo salva.

Ma tu continua ad essermi padre; continua ad indicarmi la strada.

Ed è proprio quando saremo come Geppetto, quando passeremo il testimone ai nostri figli, quando saremo vecchi e bisognosi di loro, che si compirà (speriamo) l’augurio più grande che si possa fare.

Quello di diventare figli dei nostri figli e vederli diventare i nostri padri.

Finisce un incontro di assoluta ricchezza che lascia in me una grande sensazione di speranza.

Ho solo un piccolo cruccio. Quello di non aver avuto spazio per una domanda.

Sarei tornato volentieri al principio e con il pieno di speranza appena fatto avrei domandato: ma allora rappresenta davvero così tanto un rischio, educare?

 

 

 

22 Marzo 2018


EPPUR EDUCO: INCONTRO CON COSTANZA MIRIANO

di Riccardo Fiori

 

Venerdì sera, 2 Febbraio, nella cornice della Natività di Maria in Roma, prende il via il primo di 3 incontri dal tema “Eppur educo”: la sfida educativa e la bellezza di educare.

La Parrocchia organizza il tutto alla perfezione e l’ospite d’onore, Costanza Miriano, regala a tutti noi un’esperienza di quelle che arricchiscono davvero.

Giornalista (prima di Rai 3, ora di Rai Vaticano), scrittrice e autrice di libri come “Sposati e sii sottomessa” (tradotto e divenuto un caso), fino ad arrivare al suo 5° libro “Si salvi chi vuole”, ma, soprattutto, madre di quattro figli.

L'introduzione alla serata suscita in me, fin da subito, una certa curiosità.

“Papà, mamma, fatemi capire che vale la pena essere al mondo” è la citazione usata per introdurre i temi di cui, di lì a poco, dibatteremo.

“Si salvi chi vuole” (che, premetto, non ho ancora avuto la fortuna di leggere) viene definito un libro profondo e divertente e mai definizione poteva essere più indovinata.

Costanza incarna tutto questo, regalandoci una serata ricca di contenuti, Fede e Amore.

La nostra ospite parte da alcune certezze, prima tra le quali quella che i figli non sono i nostri.

C'è qualcuno che li ama più di noi. Colui che lei definisce il Capo Supremo.

Lo stesso che ci ha prestato i nostri figli e ai quali noi stiamo assicurando un passaggio.

Nel profondo della nostra fede, chi più chi meno tutti, abbiamo pregato meno di quanto avremmo dovuto e potuto e l'invito [ora che i figli sono in una età in cui cominciano ad andare con le loro gambe sempre un po' più via da noi] è quello di utilizzare il maggior tempo a disposizione per pregare maggiormente.

Nella presentazione del suo libro mi piace leggere: “Recintare uno spazio per l'incontro con Dio, il Totalmente Altro e cercare di difenderlo a ogni costo, è decisivo per la nostra felicità”.

Ciononostante si chiede come si possa riuscire ad organizzare una vita spirituale nelle nostre giornate a dir poco frenetiche.

Un'altra certezza che individua, sempre relativamente ai figli, è che bisogna semplicemente amarli.

Sembra scontato, ma bisogna amarli anche se “brutti, sporchi e cattivi”. Con i loro difetti, apparenti negatività o troppe precisioni.

Fa sorridere non poco quando, parlando di una delle figlie precisa e pignola, la definisce “ansia e sapone”.

Ecco: amarli anche se sono così. Se ci provocano, se sbagliano. Come se noi non sbagliassimo mai nei loro confronti.

Quanto è fondamentale saper chiedere loro scusa quando è necessario.

Riesce anche a farmi commuovere: mi torna alla mente un aneddoto con protagonista mia madre che carezzandomi una sera nel darmi la buonanotte, a letto, si interrogava a voce alta chiedendosi come riuscissero alcune madri a non dire mai un “ti voglio bene” ai propri figli.

E oggi quando i miei 2 figli mi abbracciano e mi dicono quel “ti voglio bene” (per fortuna succede spesso) oltre all’amore di padre, torno a provare l’amore di figlio verso una mamma che pur non essendoci più, è sempre con me.

L'amore deve essere al centro del rapporto familiare.

Si arriva a Dio se i figli vedono l'amore che c'è tra moglie e marito. Ecco perché è importante investire nel rapporto; trovare tempo per la coppia senza pensare [erroneamente] di togliere tempo e spazio ai figli.

Se i genitori si vogliono ancora bene questo rappresenta per i figli una sorta di autorizzazione ad esistere.

La serata scorre velocemente, segno evidente di quanto piacevole questa sia e Costanza si sofferma su un’ulteriore sua certezza.

C’è un codice paterno ed uno materno all’interno della coppia.

La mamma accoglie; il padre rappresenta la regola ponendo i giusti limiti.

Probabilmente perché l’uomo riesce meglio a dividere i vari ambiti, mentre la donna è in ogni momento mamma, anche se è fuori di casa, al lavoro o in ogni altro possibile “dove”.

Ed è importantissimo che la madre sia d’accordo ed in un certo senso autorizzi il padre ad essere padre.

Che la mamma, in altre parole, riesca a staccare questo cordone ombelicale e che moglie e marito si “accreditino” l’un l’altro davanti ai figli.

Resta però, che il nostro amore non sarà mai sufficiente rispetto a quello di Dio.

Nessun genitore riesce ad essere perfetto.

L’augurio è che i nostri figli possano avere un incontro autentico con il Signore, soprattutto nel periodo di individualismo e relativismo sfrenato che stiamo vivendo.

La donna si sente indispensabile quando i figli sono piccoli; poi, pian piano, crescendo, questo sentore viene meno e la mamma, generalmente più del papà, sente forte questo senso di vuoto.

 

Quando la mamma parla dobbiamo ascoltarla.

La Chiesa che è mamma, siamo in grado e capaci di ascoltarla?

Siamo in grado di mettere Cristo al centro di tutto?

Quanto siamo pronti a gestire la nostra  spiritualità un po' come credevamo di poterla “aggiustare”?

Costanza Miriano Individua cinque pilastri: Parola di Dio - Preghiera - Confessione - Eucarestia – Digiuno.

5 dogmi, che poi spiegherà essere 5 capisaldi dati dalla Madonna a Medjugorje.

Molti questa regola cercano di viverla magari a modo loro; ognuno nella propria imperfezione.

Siamo tutti i monaci di un immaginario monastero Wi-Fi nel quale, senza fili, tutti siamo connessi, legati e collegati.

D’altronde, dice Costanza, si può essere monaci mentre si fa jogging, mentre si va in metro, mentre si fa la spesa.

Un piccolo esercito di mendicanti scalcagnati, fragili e incoerenti, ma innamorati di Dio.

Dovremmo educare la nostra libertà, perché questo equivale ad educare il nostro desiderio.

Cercare di agganciare questo incontro.

Non possiamo fare in modo che il sole sorga, ma possiamo fare in modo di trovarci lì, quando il sole sorgerà.

 

 

 

 

03 Febbraio 2018



Archivio

Sabato 29

 

ORE 17,00  SS. COMUNIONI PER I BAMBINI

DEL GRUPPO DI STEFANIA  E ALESSANDRA

 

 

“Per la nostra parrocchia dove abbiamo trovato persone che ci guidano nel cammino verso la fede e l’amore, che ci insegnano ad essere generosi verso gli altri affinchè il Signore li ricompensi e li aiuti sempre.”

 

 

“Perché aumenti in noi il desiderio di avere sempre un posto privilegiato per Gesù nella nostra casa, a scuola e nella vita di ogni giorno”



"Camposcuola è"

"Questi giorni sono stati intensi: abbiamo pregato, abbiamo giocato, abbiamo riso, abbiamo pianto e ci siamo consolati come una grande famiglia, 

E' stato bello condividere le emozioni in nome di Colui che ci ha riuniti qui. Mi auguro di poter continuare il cammino iniziato insieme anche a Roma."

grazie P. Francesco

 

"Siamo ormai giunti  al termine di questa settimana ed è stato bello sorridere e scherzare insieme a voi , a volte difficile asciugare le vostre lacrime o guarire le vostre ferite e tanto impegnative soddisfare la vostra fame.......

Tutto questo ci ha permesso di vivere tantissime emozioni grazie anche alla guida di te, P. Francesco, che hai reso tutto più speciale.

Bambino tra bambini e maestro di fede per tutti noi , sei una persona speciale e non smetteremo mai di ringraziarti perchè quest'esperienze ci permettono di poter essere migliori, anche solo con un piccolo gesto.

Grazie a te abbiamo, ancora una volta, imparato qualcosa da questi ragazzi, ci hai insegnato cosa significa scalare una montagna. Perchè la vita è questo: una montagna da scalare con una vetta da conquistare per poter poi finalmente godersi il piacere della discesa . Questo campo è stato  per noi , proprio come quelle montagne e la nostra piacevole discesa è il sorriso di tutti, perchè felici di aver vissuto questa fantastica esperienza. Grazie "prete" , come ti chiamano i ragazzi e grazie di cuore a tutti bimbi, ragazzi e animatori, in particolare Stefania e Gabriele, sempre disponibili e pronti a sopportare quella piccola peste della nostra mascotte Davide. vi vogliamo bene!"




"Volevo ringraziare qualche persona: Padre Francesco che ci aViuta sempre e ci dimostra la sua agilità e ogni volta che parla mi avvicina a Dio. Gli animatori che ci sopportano, ci aiutano e ci vogliono bene (almeno spero) che invani credono che li ascolteremo. Le cuoche che invece di giocare stanno ai fornelli per darci un pasto buonissimo. Ma soprattutto voi ragazzi che accettate la gente per quello che è, e che vi volete bene a vicenda. Voi, in questo istante, siete stati come una  famiglia: le prime persone che vedo quando apro gli occhi e le ultime che vedo quando li chiudo. Ci sono di più simpatici e di meno simpatici, ma ha tutti è riservato uno spazio nel mio cuore. Imbocca a lupo. ( MAtteo , 11 anni)"


Tutto questo e'..Grest! 2015

"Ma perché questo grest è durato così poco?” una domanda sincera  di un bimbo ospite del  grest organizzato dalla parrocchia Natività di Maria. “durato così poco” non è proprio esatto  perché di settimane ne sono passate ben tre…ma forse il nostro piccolo interlocutore voleva sottolineare di come il tempo vola quando si sta bene accolti in un luogo così ospitale  e immersi  in un clima di amicizia davvero straordinario.

I cento quaranta fanciulli e adolescenti protagonisti dell’”estate” esplosa immediatamente dopo la chiusura dell’anno scolastico,  hanno animato gioiosamente i  luoghi di questa Parrocchia: i campi da gioco, il parco, il sagrato, il salone, le sale, i corridoi…e anche la Chiesa. Tempo per il gioco, per nutrirsi, per pregare insieme, per crescere insieme, per investire nel divertimento e nella condivisione il germogliare di una gioventù destinata a dare molto frutto.

Sbaglia chi crede che il”grest” sia solo una pratica occasione, per genitori e famiglie impegnate nel lavoro, utile a sistemare i figli liberi dagli impegni scolastici: infatti non si mandano mica i figli a scuola perché non si sa dove sistemarli.  Aver scelto la Parrocchia Natività di Maria è stato frutto di una consapevole convinzione che, anche qui, i loro figli avanzano nella via della migliore  crescita  che per essi si desidera.

Il grazie che spontaneamente va rivolto agli organizzatori (Parroco e nessuno escluso) ai giovani animatori (perle di questa comunità) alle generose persone che volontariamente hanno cucinato (menù da maestri chef) pulito, gestito il bar, allestito la sala da pranzo e tanto altro, bene, questo grazie sincero forse è tutto contenuto nella domanda del bambino “Ma perché questo grest è durato così poco?”


Foto Grest 2015


Il Vangelo nelle famiglie

 

Chiusura anno pastorale 201-2015 Lectio divina

 

I nostri incontri legati alla lettura del Vangelo nelle famiglie si sono conclusi e proprio quest’anno Papa Francesco, nel suo messaggio ecclesiale, ha messo al centro “la Famiglia” …ambiente privilegiato dell’incontro nella gratuità dell’amore…luogo dove si impara a parlare, a pregare, a convivere nelle differenze e a fare esperienza del legame e delle relazioni…”

Non vogliamo compiacerci, per vanità, della nostra costanza a portare avanti questa iniziativa che da anni si muove, senza troppo clamore, nelle case di questo quartiere, ma vorremmo porre l’attenzione sull’elenco contenuto in queste pagine. Non si tratta solo di una ordinata cronologia di nomi e di vie: quei luoghi indicati sono muri entro i quali abbiamo ascoltato il Vangelo di Cristo e abbiamo pregato, il “Canto al Vangelo” ne è la traccia.

Il senso della cortesia, lo spirito di accoglienza e la generosa apertura delle nostre porte agli altri possono indicare i segni di una fede viva; così come la curiosità della ricerca, il desiderio del sapere, possono vincere con la luce della “Parola” le tenebre dell’ignoranza.

Dal nucleo domestico può scaturire un impulso missionario:  il Papa, Santo Giovanni Paolo II, nell’istituire la grande missione cittadina in preparazione dell’Anno Santo del 2000, così esortava “far risuonare nella coscienza e nella vita di tutti gli abitanti di Roma, in ogni famiglia e ambiente, lo stesso annuncio e la stessa professione di fede in Gesù Cristo…il Vangelo in ogni casa, per offrire ad ogni famiglia il libro fondamentale della missione …e accogliere la buona notizia in esso contenuta, con spirito di fede e di conversione…”

Tante parole vengono spese oggi sulla “famiglia”, ma da uno sguardo obiettivo affiora purtroppo che la realtà familiare non gode di quei privilegi che meriterebbe, anzi spesso non viene rispettata e protetta nella sua fisionomia e nei suoi diritti.

I nostri incontri sono un umile sforzo di testimoniare come da una piccola comunità domestica si possa trasmettere l’intensa passione della cristianità.






 A tutto Grest 2015 !


Il Dono più grande.

 

“L’amore di un figlio non si può descrivere perfettamente a parole, è qualcosa che tocca l’anima, il cuore, i pensieri.” Se mi volto indietro quanti ricordi e quante benedizioni! Dolcissimo amore mio, quando sei arrivata ho pensato “sei davvero bellissima, sei il dono più bello e più grande che potessimo ricevere”, un angelo venuto dal cielo. Quante volte mi hai chiesto “ma come sono nata?” ed io ti ho sempre risposto che eri un angelo in cielo che il nostro Padre Celeste decise di donarci; un angelo bellissimo e dolcissimo, con un sorriso meraviglioso, “te, il sorriso infinito di Dio”. Da allora ci hai rapiti in un immenso “disegno d’amore”, quello di Dio per noi, quello di un Padre Celeste che, come un papà, ci ama e ci guida in ogni nostro passo.

Il giorno della tua Prima Comunione è stata una bellissima giornata, un’esperienza ricca di emozioni e di spiritualità. I principali “protagonisti” siete stati tutti voi bambini che, riuniti insieme ai “coprotagonisti”, noi genitori, i sacerdoti, le catechiste e all’ “attore” principale, Gesù, (Colui che è il “vero protagonista”), avete “messo in scena” la più bella delle “sceneggiature”, il vostro incontro con Gesù nell’incontro con l’Eucarestia. Ma tutto questo è stato molto di più di una semplice sceneggiatura, di una semplice “messa in scena”; è stata la Messa, la vostra Prima Comunione, ed in particolare, è stata la tua Prima Comunione. In chiesa siete entrati vestiti di bianco, puri come il fiore che portavate in mano, con un sorriso e una luce negli occhi davvero straordinari e diversi dal solito. Una luce che vi rendeva, nonostante la vostra piccola età, già grandi e consapevoli di quanto di meraviglioso stava per accadere; nei vostri occhi si leggeva la consapevolezza e la gioia dell’incontro con Gesù.

Ancora oggi quando vedo i tuoi occhi penso “sei cambiata, risplendi di una luce nuova, bella e luminosa”. Non sei più tu ma un’altra persona, perché con Gesù dentro di te sei diventata una persona migliore. Ricorda dolcissimo amore mio che Lui è e sarà sempre la forza, la luce, la vita e il pane in questo meraviglioso viaggio perché, come dice Papa Francesco, “la vita con Gesù diventa molto più piena e con Lui è più facile trovare il senso di ogni cosa”. (E.G. 266)

In questi anni ti sei preparata grazie all’aiuto amorevole delle catechiste e dei parroci che ti hanno guidata nel cammino spirituale per ricevere e incontrare Gesù. Ricordo con quanto entusiasmo un giorno mi hai riferito le parole che padre Lorenzo vi aveva detto: “le cose materiali non hanno valore, non rimangono per sempre, mentre l’amore rimane per sempre”. Portalo sempre con te perché è uno degli insegnamenti più belli e veri di vita. In questo cammino ti ho seguita, accompagnata, felice e grata di aver nuovamente incontrato anche io Gesù. E la festa è stata una giornata ricca di significati; è stata un’occasione di incontro con Gesù perché, anche nei momenti di quotidianità, se vissuti come momenti e atti di condivisione, momenti fatti d’amore e con amore, Gesù si rivela a noi.

Quante emozioni e quante parole ancora avrei voluto dirti. Lo faccio ora perché voglio che tu sappia che con la Comunione hai ricevuto un Dono, quello più grande, un dono vero, un dono d’amore fatto per amore, un dono come “pane di vita”.  Ma forse di questo tu ne hai preso atto in quel momento perché tutta entusiasta dicevi “oggi ricevo il Corpo di Gesù, oggi ricevo un grande Dono” e nei tuoi occhi splendeva una luce radiosa. Tutto risplendeva e l’emozione era così forte che travolgeva tutti noi; la stessa giornata, grigia e nuvolosa, ad un tratto si è aperta di una luce folgorante, quasi a significare l’ingresso di Gesù, attraverso lo Spirito Santo, nei nostri cuori, e in modo particolare nel tuo cuore e in quello di tutti i bimbi. Non poteva verificarsi una “sceneggiatura” migliore e tutto questo perché non esiste migliore “artefice” di Dio Padre Celeste. Lui, per mezzo di suo Figlio Gesù Cristo, ci viene a ricordare quanto grande e immenso è il suo amore per noi. Ci viene a ricordare che da oggi Gesù, Suo Figlio, grazie alla Santa Comunione, entra nella tua vita e che anche per te sarà una Amico speciale, fedele, un compagno di viaggio e una guida spirituale sempre vicino, che non si separerà mai. È l’inizio di un cammino fatto insieme a Gesù. È un legame che nessuno potrà più spezzare, come un “sigillo sul tuo cuore”.  È un Dono d’amore che vale più di tutto nella vita e da questo momento comincia una nuova tappa della tua vita. Da oggi “Lui sarà con te e tu sarai con Lui”.

Voglio che ti rimanga quanto, di bello per me, ho trovato scritto affinché tu possa comprendere che “quando il pane e il vino da noi offerti a Dio sull’altare, si convertono nel Corpo e Sangue di Cristo, simbolizzano il nostro corpo e il nostro sangue convertiti nel Corpo e Sangue di Gesù. E, se il pane, il vino, a contatto con te diventano tua carne, tu a contatto con Gesù diventi suo Corpo, suo Sangue….Tutto ciò è un grande miracolo proprio come la nostra vita…. Ed ora tu vedrai le cose, le persone in un altro modo perché vedrai con gli occhi di Gesù che è dentro di te”.

Ma ricorda, non tenere solo per te la gioia di aver incontrato Gesù. Devi trasmetterla anche agli altri. Perché, come ha detto Papa Benedetto XVI, “chi ha scoperto Gesù deve portare altri verso di Lui. Una grande gioia non si può tenere per sé. Bisogna trasmetterla”. E quando incontrerai momenti bui non scoraggiarti mai, e se dovesse accadere, troverai sempre nel Signore tutto il suo Amore, il tuo più grande Amico e “Consolatore perfetto”.

“Dio è diventato padrone del tuo cuore”, e tu dovrai stare vicino a Lui sempre, impegnandoti ad essere sempre amorevole, gentile, premurosa, generosa, umile e attenta verso chi ti sta a fianco perché, come dice la mia cara nonna, le “buone maniere pagano sempre e tutto il bene che farai ti ritornerà”. E vedrai che bella sorpresa quando a ritornare sarà tutto l’amore, lo stesso amore che tu hai donato! Altrettanto io mi impegnerò come te, perché tanto cammino ho ancora da percorre e se lo conduciamo insieme sarà ancora più bello, in fondo anche tu hai tanto da insegnarmi!

Con immenso amore, la tua mamma.






SS.Trinità Domenica 31 Maggio

Mercoledi 27 Maggio

 

ORE 8,45-16 RITIRO E CELEBRAZIONE DEL SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE PER I BAMBINI DEL I^ ANNO DELLA CATECHESI

Pentecoste


Un «evento, che cambia il cuore e la vita degli Apostoli e degli altri discepoli, si ripercuote subito al di fuori del Cenacolo. Infatti, quella porta tenuta chiusa per cinquanta giorni finalmente viene spalancata e la prima Comunità cristiana, non più ripiegata su sé stessa, inizia a parlare alle folle di diversa provenienza delle grandi cose che Dio ha fatto, cioè della Risurrezione di Gesù, che era stato crocifisso. E ognuno dei presenti - prosegue Francesco - sente parlare i discepoli nella propria lingua. Il dono dello Spirito ristabilisce l'armonia delle lingue che era andata perduta a Babele e prefigura la dimensione universale della missione degli Apostoli. La Chiesa - dice il Papa - nasce universale, una e cattolica, con una identità precisa ma aperta, che abbraccia il mondo intero, senza escludere nessuno».

 

 

 

Maggio,Mese Mariano!

 

"Amate,onorate,servite Maria. Procurate di farla conoscere,amare e onorare dagli altri”


 

San Giovanni Bosco

 

24 Maggio Maria Ausiliatrice


 Dedicato dalle catechiste dei bambini che hanno fatto la comunione! 

 

 

Lettera di Dio ai genitori 

 

 

Carissimo papà,carissima mamma,

oggi per tuo figlio non è un giorno come tutti gli altri,ma un giorno speciale,ha incontrato per la prima volta Gesù,il mio figlio prediletto.

Da oggi per lui inizia una nuova storia.

Tuo figlio fino a ieri ha imparato a sapere che cosa ha fatto Gesù,quello che ha detto come ha cambiato la vita di molte persone che si sono fatte sante seguendo il suo insegnamento,ha visto che ci sono uomini e donne nel mondo che donano la propria vita agli altri nel suo nome,In altre parole ha imparato a conoscere chi è Gesù.

Da oggi come ti dicevo,inizia una nuova storia,da oggi tuo figlio dovrà incominciare a scoprire chi è Gesù per lui,quello che Egli dice proprio a lui,cosa Egli fa ogni giorno nella sua esistenza e come tutto questo può orientare la sua vita e per farlo,ricordati che l’incontro speciale con Gesù l’avrà sempre nell’Ascolto della Parola,nella Confessione e nell’Eucarestia.

Stagli vicino,aiutalo in questo suo cammino spirituale,perché sarà lui a doverlo compiere,infatti solo se lo vorrà,potrà scoprire il Vero Amore che ha voluto donargli per poi imparare a restituirlo alle persone che incontrerà.

Non permettere che siano altri ad occupare il suo cuore e a formare i suoi desidere: tu lo sai quanto ingannevoli sono i richiami del mondo,quanto dolore spargono in tante famiglie,non abbandonarlo nelle grinfie di chi fa finta di essere interessato a lui,ma è solo del proprio tornaconto che è in cerca.

Mi chiedi come puoi fare in un mondo come questo?

Ricordati che anche tu hai avuto un giorno speciale come quello che oggi sta vivendo tuo figlio nel quale anche tu hai incontrato per la prima volta il mio figlio prediletto. Anche per te quel giorno iniziò una nuova storia:a che punto è arrivata?Spero tu sia riuscita a scoprire chi è Gesù per te.Se non è così,ricordati che l’incontro speciale con Lui puoi averlo nell’Ascolto della sua Parola,nella Confessione e nell’Eucarestia.

Solo se saprai incontrare Gesù ogni giorno,riuscirai a capire gli inganni e le illusioni del mondo e ad aiutare tuo figlio nella ricerca della vera felicità.

Io ti sarò vicino,chiedi il mio aiuto e sarò sempre pronto ad abbracciarti e a sorreggerti in questo tuo cammino.

 

Con amore infinito,Tuo Padre che è nei cieli.


Sabato 9 Maggio S.Comunioni Bambini Gruppo Antonella e Gabriella 

 

 

"Gesù ti preghiamo perché la nostra vita sia una continua e sincera ricerca di te,senza mai stancarci,senza mai abbandonare la tua strada,i tuoi insegnamenti.

Aiutaci a non voltarci indietro anche quando la tua Luce sembra affievolirsi."

 

 

"Gesù aiutaci a comprendere meglio il suono della tua voce,il significato delle tue parole,la ragione della tua venuta sualla terra e del tuo sacrificio sulla croce per essere portatori di pace nel mondo"

 

 

prosegue in area eventi!

  

Sabato 9

ORE 17,00  SS. COMUNIONI PER I BAMBINI

 

DEL GRUPPO GRUPPO DI ANTONELLA E GABRIELLA

 

 

 

 




 

 


 Domenica 26 Aprile 2015

 

 “Io sono il buon pastore conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”

 

Cartellone gruppo comunione


Ritiro Giovani 25/26 aprile 2015

 

Segni(Rm)





Grest 2015!

Cartellone Domenica 12 Aprile 2015 dei Bambini Gruppo Anno Eucaristico 


 

Incontro Famiglie Sabato 21 Marzo

 

Nella serata del 21 marzo u.s. si è svolto l’incontro mensile delle Famiglie della Comunità, incontro che ha avuto per tema: la MADRE.

 

Dopo aver cenato insieme, l’incontro è proseguito con la lettura della Catechesi di Papa Francesco del 7 gennaio scorso che aveva come tematica proprio quella della Madre Chiesa e della Maternità. Il ruolo della madre nella società civile e in quella cristiana, le difficoltà di coniugare in questi tempi il lavoro con le attenzioni ai figli sono i punti trattati dal Papa il quale ha indicato la maternità come una profonda scelta di vita, una scelta che dà la vita.

Ci siamo poi divisi in due gruppi (donne e uomini) e abbiamo lavorato su delle tracce preparate da P. Gigi. Ci è stato chiesto di dare, raccontandolo, un profilo alle nostre mamme, identificandolo con una parola, un aggettivo: Testimonianza, tenerezza, disponibilità al sacrificio, presenza, dedizione totale, organizzazione , valori della famiglia e fede sono state le parole più gettonate. Abbiamo poi analizzato il ruolo della mamma sia in ambito civile che in ambito religioso evidenziando le differenze tra le nostre mamme e quelle di oggi.

Dopo aver ascoltato un brano tratto da ”lettera di una mamma ad un figlio sulla Croce” di Giacomo Poretti del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, brano dove l’attore parlava della nostra Mamma celeste in particolare della madonnina di Milano, l’incontro si è chiuso con una bellissima preghiera di affidamento delle nostre famiglie alla Mamma Santissima.

 




Quinta Domenica di Quaresima





"Se uno mi vuole servire, mi segua, dice il Signore,
e dove sono io, là sarà anche il mio servitore."

 

Preghiere dei ragazzi del 2 anno cresima

 

"Per la Chiesa, perchè sia fedele messaggera della meravigliosa alleanza, dono d'amore , che Dio Padre rinnova con l'umanità attraverso la morte e resurrezione di suo Figlio Gesù."

 

"Per il giubileo straordinario indetto da papa Francesco, sia per tutti i cristiani l'occasione propizia per un rinnovato slancio nella fede, per un autentica conversione di vita e per una piena adesione al disegno d'amore misericordioso che Dio Padre ha sull'umanità."

 

"O Signore, la tua croce innalzata sul mondo attiri tutti gli uomini e tutti i popoli, e diventi segno di unità e di pace per tutti i popoli."

 

"Per suor Serena , a trenta giorni della sua morte, che possa continuare il suo cammino nella vita eterna vicino al Padre, affinchè ci stia accanto per intercedere e sostenerci nel nostro cammino."

 

"Per ognuno di noi , perchè rivolga lo sguardo verso Gesù crocifisso e si lasci coinvolgere, attirare e amare da Lui."

E' Lui..

 

«Non ti dimenticherò mai. / E’ lui che, questa frase, la ripete a te, a me, a tutti. Fin da quando siamo stati concepiti nel grembo materno. / Lui che, come dice il profeta Baruch, chiama le stelle per nome, ed esse gli rispondono “eccomi” brillando di gioia! Lui che non deposita negli archivi i nostri volti, ma li sottrae all’usura delle stagioni illuminandoli con la luce dei suoi occhi. Lui che non seppellisce i nostri nomi nel parco delle rimembranze, ma li evoca da uno ad uno dalla massa indistinta delle nebulose e, pronunciandoli, con la passione struggente dell’innamorato, li incide sulle rocce dei colli eterni...»

(don Tonino Bello)



 

 

 

Incontri del sabato delle famiglie 



Nell'incontro di Sabato 28 febbraio abbiamo concluso il punto sulla figura del "Padre". 
Dopo aver tirato le fila delle caratteristiche dei nostri Padre individuate nel precedente incontro (dove Presenza, Sacrificio, Rispetto, Onestà sono state le qualifiche più gettonate), abbiamo provato a confrontare, dopo aver ascoltato due brani di Giorgio Gaber "I Padri miei" e "I Padri tuoi") le caratteristiche dei nostri genitori con le nostre caratteristiche di genitori moderni.

Padre Gigi ha poi illustrato con una serie di slides ciò che dice sulla figura del Padre lo psichiatra e scrittore italiano Vittorio Andreoli attraverso il suo scritto "Costruzione di un Padre". Il Padre visto come un progetto che gestisce una relazione che muta nel tempo in funzione dei bisogni dei figli. Il bisogno dei figli, il bisogno dei padri. Un padre deve avere, secondo Andreoli, una costante disponibilità alla relazione con i flgli, una coerenza affettiva, deve saper mantenere un segreto, deve impegnarsi per un'atmosfera familiare di serenità, evitando le baruffe di famiglia ed evitando le bugie. Il padre (insieme alla madre) deve avere soprattutto una strategia educativa nei confronti dei figli.

Successivamente abbiamo presentato quello che dice la Chiesa sui Padri attraverso le parole di Francesco e del Papa Emerito Benedetto XVI. Papa Francesco ha sottolineato nel suo secondo intervento sul Padre, nella catechesi del 4 febbraio u.s. alcune caratteristiche fondamentali per la figura del padre come l'amore per la moglie, la presenza, la pazienza, il saper attendere, correggere con fermezza ma senza avvilire, ricordando la Parabola del figliol prodico o meglio del padre Misericordioso come la chiama Francesco.

Il Papa Emerito nella Sua udienza del 30 gennaio 2013, partendo dall'analisi della criticità della figura del Padre in questi tempi, ci indica come esempio per svolgere al meglio la nostra la figura della Paternità di Dio che è, dice il Santo Padre emerito, "amore infinito, tenerezza che si china su di noi, figli deboli, bisognosi di tutto". Noi, dice ancora BXVI,  vorremmo un’onnipotenza divina secondo i nostri schemi mentali un Dio che risolva i problemi, che intervenga per evitarci le difficoltà, che annulli il dolore ma l'onnipotenza di Dio è diversa: non si esprime come forza automatica o arbitraria, ma è segnata da una libertà amorosa e paterna. In realtà, Dio, creando creature libere, dando libertà, ha rinunciato a una parte del suo potere, lasciandoci il potere della nostra libertà e così ci dimostra che questo è il vero modo di essere potente. 
E così la chiave del ruolo del Padre è proprio la LIBERTA', lasciare liberi i figli. Nostro obbligo è quello di

dare ai nostri figli, attraverso la nostra testimonianza di vita,  gli strumenti per non perdersi dentro questa LIBERTÀ che sappiamo tutti non essere vera libertà ma quello che il mondo impone e una volta fatto questo, con l'aiuto di Dio, lasciare che facciano le loro scelte sapendo aspettare e pronti ad accoglierli nel momento in cui torneranno.


Abbiamo chiuso la serata con un decalogo di Don Mazzi, decalogo con le richieste che un figlio fa ad un padre. Ognuno di noi intimamente ha scelto una/due frasi di questo decalogo come impegno quaresimale da portare nelle rispettive famiglie.

Terza Domenica di Quaresima


QUARESIMA E'...



Incontro delle famiglie Sabato 28 Febbraio 2014

 

 

 

INCONTRO DELLE FAMIGLIE..un cammino insieme

 

Cosa abbiamo fatto...

 

 22/11/2014

 

L’incontro di 22/11/2014 ha avuto come tema LE PERSONE ANFORA.

L’Esortazione Evangelica Evangelii Gaudiuum 86 di Papa Francesco ci chiama ad essere PERSONE ANFORA.

Come un’anfora che ha la capacità di svuotarsi, riempirsi e svuotarsi di nuovo anche noi dobbiamo farci ANFORA con lo stesso ritmo

 

SVUOTARSI: disponibilità, ricerca sete di sapienza

RIEMPIRSI: accoglienza e riempimento di Sapienza

SVUOTARSI ANCORA: svuotamento, dono e offerta agli altri

 

Tutto questo per tutti abbiamo un:

UN TESORO DA CONSERVARE perché non vada disperso, perché maturi e sia protetto

UN TESORO DA TRASPORTARE nella ns esperienza quotidiana

UN TESORO DA OFFRIRE, perché realizzi il suo compito, perché sia utile agli altri e apra spazio ad essere nuovamente riempito

 

 

 

INCONTRO DELLE FAMIGLIE – 20/12/2014

L’incontro di 20/12/2014 ha avuto come tema DA PERSONE ANFORA a FAMIGLIE ANFORA a COMUNITÀ di FAMIGLIE.

La Famiglia come “scuola di umanità dove le diverse generazioni si incontrano, si aiutano a vicenda a raggiungere una saggezza umana completa e a comporre convenientemente i diritti della persona con le esigenze sociali” (Gaudium et Spes – Vaticano II)

Seguendo l’esortazione papale dell’Evangelii Gaudium si sono individuate le caratteristiche della FAMIGLIA ANFORA, una famiglia che

·        PRENDE L’INIZIATIVA Famiglie che, come disse BXVI in un Angelus dell’ottobre 2006,  senza lasciarsi travolgere da moderne correnti culturali (..) siano pronte piuttosto a compiere con generosa dedizione la loro missione nella Chiesa e nella società;

·        SI COINVOLGE, SI SPORCA LE MANI per accogliere la carne ferita del prossimo, SANTI SEMPLICI, come li chiama BXVI, persone buone che nella loro bontà di ogni giorno testimoniamo la Verità della Fede verso i fratelli in difficoltà;

·        ACCOMPAGNA con positività, pazienza e amore i propri figli educandoli, tirando fuori ciò che di infinito DIO ha messo dentro di loro. Molto bella, in questo senso, la testimonianza di Monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia, dove il Monsignore sottolinea che “lo scopo della famiglia non è dare competenze ma rendere umani, aiutare cioè l’altro a diventare persona compiuta”, educare senza paura “perché i nostri figli non hanno bisogno di genitori perfetti, che non esistono, ma di adulti che come loro siano affamati di verità e bellezza, di significato e di felicità (..) dando la vita per qualcosa di grande” (discorso del 24 novembre 2014);

·        FRUTTIFICA ... il seme che cade porta sempre frutto secondo il disegno di DIO, secondo i tempi di DIO che non sono i nostri tempi. E’ stata sottolineata la figura di CHIARA CORBELLA e di suo marito ENRICO … una storia incredibile, una testimonianza di completo affidamento a DIO che sia nella vita di CHIARA che dopo la Sua morte ha prodotto molto frutto;

·        FESTEGGIA … la famiglia fa memoria di momenti importanti perché il ricorso consolida e fa storia e valori condivisi.

Il percorso della FAMIGLIA ANFORA, messo a fattor comune con altre famiglie crea inesorabilmente una COMUNITA’ di FAMIGLIE che sulla falsariga delle FAMIGLIE ANFORA, condivide, si sostiene, si apre e si dona agli altri, partecipa attivamente alla vita sociale difendendo e rilanciando i nostri principi, senza accidia spirituale che a volte ci caratterizza e non dà gusto alla nostra missione

Perché solo insieme possiamo farcela, solo insieme in una COMUNITÀ DI FAMIGLIE possiamo pensare di affrontare e provare a cambiare con i nostri limitati mezzi questa nostra società così distratta verso i valori fondanti dell’uomo.

 

LA BELLEZZA SALVERA’ IL MONDO dice Dostoevskij – la bellezza delle FAMIGLIE sarà protagonista davvero ... ne dobbiamo essere consapevoli, agire, difenderci, aiutarci, farci missionari della Verità

 

 

 

INCONTRO DELLE FAMIGLIE – 31/01/2015

L’incontro del 31/01/2015 avuto come tema il PADRE. Partendo dal PADRE NOSTRO abbiamo insieme approfondito la prima parte della Catechesi di Papa Francesco sulla figura del Papa’, catechesi svolta mercoledì 28 gennaio scorso.

Nella Sua udienza il Papa ha evidenziato le problematiche emerse dalla evoluzione della figura paterna, una figura paterna ormai molto assente nella vita dei figli, una figura paterna che abdica alla sua essenza di guida e porto sicuro per diventare amico dei figli. “I giovani ormai rimangono orfani”, di strade sicura, di maestri cui fidarsi.

Ci ricorda comunque il Papa che Gesù ha promesso ai suoi discepoli “Non vi lascerò mai orfani” … è Lui la strada, il Maestro da seguire sempre.

La seconda parte della Catechesi sui Padri, Papa Francesco la svolgerà il prossimo mercoledì 4 febbraio, una catechesi che il Papa promette essere incentrata sulla bellezza della Paternità.

Dopo la lettura della Catechesi di Sua Santità, ci siamo confrontati noi Famiglie sulla figura del Papà. Divisi in 3 gruppi di 10 persone, ognuno di noi, ha raccontato brevemente la propria storia personale in rapporto alla figura paterna evidenziando le principali qualità umane e spirituali del proprio padre e che si sono fatto bagaglio per ognuno di noi.

Onestà, pazienza, rispetto, severità, presenza, generosità sono state le caratteristiche più ricordate dell’esperienza paterna.

 

La serata si è chiusa con una preghiera comune 

 

 

 

 

 

 

 


 


 Maria,Giuseppe,Gesù

 "In quella notte tutta vostra"..

 

Il loro   sguardo appoggiato su quell’ennesimo uscio sbattuto…lo sguardo di lei  che accarezza quello di lui..  sempre tenace..”anche in capo al mondo” le aveva detto mesi prima..

Il loro passo si fa più lento ma segue come sempre  un unico sentiero..Maria  si perde ad un tratto nel pensiero di uno speciale  ricordo..

Il ricordo di quel giorno che le cambiò la vita..una Luce  si era affacciata nella sua esistenza..Rivelazione e poi Adesione.

Il resto di quella giornata a pensare a come dirlo a Giuseppe,quell’amore fiorito nella gioia e nella sincerità…e poi la notte passata a combattere con un sonno che non giungeva mai.Il giorno successivo ad attendere i passi di lui strappando qualche ciuffo d’erba e stringendolo tra le mani e i pensieri…

Finalmente tutta la Verità...lo sguardo di lui divenuto a un tratto buio…Non l’aveva presa  bene..l’aveva lasciata da sola a guardare quel tramon che erano abituati a condividere da tempo…lui con il suo passo tenace si era allontanato senza girarsi,  carico di incredulità e di cuore ferito..Giuseppe

 

E tu Maria

 

Le tue giornate successive passate  tra le  faccende domestiche e dolci preghiere  in un  tempo che proprio  non passava mai per te ma non  per ciò che custodivi nel cuore e nel tuo grembo…chiedendoti a cosa saresti andata incontro per il tuo SI..

Poco tempo dopo: il cielo a cui ti rivolgevi non ha dimenticato il suo compito.. ha portato risposta,rivelazione,Verità anche a  Giuseppe. Nel dolce velo di un cielo profumato di stelle è stato raggiunto anche lui da quella Luce…così svegliandosi di soprassalto in una mattina non ancora pronta a svegliarsi…ha raggiunto la tua casa e ti ha chiamata,il tuo nome “Maria” chiamato dall’unica Voce che attendevi da giorni…e tu nella tua splendida e immacolata bellezza gli sei corsa incontro  impaurita e felice nello stesso tempo… lui ti ha sollevato e tu  hai abbandonato il tuo sguardo nel suo... E  tutta la vostra Adesione ha preso vita in quella parola sussurrata insieme “anche in capo al mondo” quella parola che proprio ora  ti ha aperto alla mente a tutti quei ricordi…

 

Giorni e giorni   passati insieme attendendo,camminando in un tempo avvolto di  parole e silenzio ,paure,fermezza e  stanchezza..

 

Eccovi che dopo tanto cammino  trovate un piccolo  posto…Maria sei allo stremo e ti senti persa in tutta  la tua fragilità..il momento è arrivato.Lo sa Giuseppe che ti aiuta attorniandoti di panni e paglia.. ti guardi attorno e incroci lo sguardo di quegli animali…in quella stalla, posto così insolito per Colui che un giorno salverà il mondo.. tuo Figlio.

 

 

 Finalmente eccoLo tra le vostre braccia…LUI la brezza rivelata da quell’angelo nove mesi prima, venuto  alla vita,  al mondo per il mondo. Le stelle sembrano richiamare quelle casette che respirano sonnolente in quel paesaggio montagnoso e una stella molto speciale  varca il cielo senza stancarsi portando l’ Annuncio  in quel posto sperduto agli occhi degli uomini ma scelto da Dio.Vi raggiungono pastori accorsi con la sapienza del cuore per accogliere e adorare.

Maria,Giuseppe  Il vostro sorriso più trepidante di quella stella che vi indica e vi custodisce assieme a Gesù  in questo posto così insolito..ma divenuto in questa  notte..tutta vostra il posto più bello al mondo..

 

 

Editoriale "La voce del Prossimo" Associazione Gabriele Perea-i piccoli figli di Maria Ausiliatrice



Capaci di simboli

..L'educazione immediata ad un adeguato comportamento simbolico di corpo ed anima,deve iniziare presto già nel bambino che deve imparare a esprimere nell'azione religiosa tutte le sue capacità e di realizzazione.Gli educatori devono portarlo a sperimentare gli atti e gli eventi liturgici in modo tale da comprendere il significato naturale di movimento e azione dei gesti liturgici,e,al tempo stesso,il contenuto religioso in tutte le sue caratteristiche essenziali e la sua forza.
Se una madre vive veramente con il suo bambino,se un insegnante è veramente tale saprà cogliere questo momento.Il più avviene grazie all'esempio vissuto;se questo c'è,il bambino si inserisce da sè nel complesso degli atti liturgici."

Romano Guardini,Formazione Liturgica 1923


MIO FRATELLO È FIGLIO UNICO..



Io stavolta vorrei parlarvi di una persona.

Egli é un uomo  a me molto vicino pur nella sua lontananza, una cosa che ci accomuna é che siamo entrambi dei ...grandi peccatori e fratelli .

L ' avrete capito che stó parlando di mio fratello :padre luigi al secolo padre Gigi .

Lui é creduto da tutti santo e io veramente non mi capacito di questo errore . Vorrei scendere in strada e gridare al mondo  " guardate che lui non è santo anzi!" 

Ma ho sempre qualcosa di più utile da fare che star li a gridare in strada ... Tipo... Mangiare ,Dimagrire .....o dormire ...l 'ideale sarebbe dimagrire dormendo 

Non so ..  Comunque 

Quest'anno ricorre il ventesimo della sua ordinazione sacerdotale !

Nei miei numerosi tre o quattro viaggi a Roma , ove lui presta servizio ho conosciuto molti dei suoi parrocchiani e ho notato che é molto amato e stimato. 

E anche di questo io non mi capacito e vorrei correre per le strade di Roma a gridare ...ma anche in questo caso ho altro di meglio da fare.... 

Alcuni suoi animatori storici hanno manifestato il desiderio di un viaggio qui a Brescia , la terra che a lui  diede i natali ..........e a me le quaresime!

Io per quel giorno ho già preparato un piccolo itinerario...

Ritrovo  a San Zeno

Visita ai luoghi dell'infanzia di padre Luigi : ove nacque e maturò la scelta della sua vocazione( certo molto influenzato dal fratello ).

Visita al giardino , ove sorgeva il fico , su cui cadendo si infilzó, in tenera età , durante un gioco ( da bambino era assai vivace).

La ringhiera da cui  pendeva un cappio, da  dove il Nostro pendeva , era un gioco  ...fu salvato per miracolo ,dalla vicina  che  taglió la  corda che lo stringeva .... La vicenda é tuttora avvolta dal mistero ( io avevo un alibi di ferro ).

La porta  contro la quale il bambino Luigi si buttó di testa per fuggire dal fratello arrabbiato( io ) ..   c 'era una tenda che impediva di vedere se la porta fosse aperta o chiusa...lui che aveva già una grande fede confidava fosse aperta ..( o meglio lui  l'aveva lasciata aperta ma la mamma la chiuse) 

La camera da letto originale! con i suppellettili  originali!

Letto , comodino e armadio!

Purtroppo le abatjour sono andate in frantumi ,vittime del tempo!!

Visita all 'oratorio un tempo chiamato :" Casa del Giovane" oggi " oratorio San Giovanni Bosco "

qui Luigi si formó come animatore .

Visita  alla Chiesa parrocchiale dove ricevette tutti i sacramenti e fu ordinato sacerdote.

Testimonianze:

Incontro con Piero il tranviere l 'uomo che più di tutti lo aiutó a comprendere come il mondo può essere vario e variegato! 

Incontro col suo migliore amico Carlo !

Testimonianza del fratello Paolo ( l 'uomo che per primo lo influenzò ! 

Testimonianza dei genitori mamma Paola e papà Emilio !

Piccolo aneddoto .

Quando io nacqui, Luigi intuendo  la minaccia subito si fece  venire la febbre a 40 .I nostri genitori tornando a casa con me ancora in fasce lo  trovarono  a letto ,col termometro sotto l'ascella e un certificato medico sotto il cuscino!!! (Il primo miracolo!!)

Incontro con Angela Franchini la sorella ,(non nel senso di suora) suo marito Enrico e i suoi figli ,nipoti prediletti di  Padre Gigi .

Pellegrinaggio da San Zeno a Montichiari con la sua bicicletta dell epoca !! 

A Montichiari visita al suo seminario , al campetto dove imparó  a giocare a calcio; visita all ' aula studio e la famosa sala giochi con :i bigliardini ,le scacchiere,i tavoli da ping pong e quintali di riviste del calibro de  : il giornalino, mondo erre ,nuove dimensioni ecc ecc .

Visita alle scuole medie dove resistette alle tentazioni  che minavano il suo celibato( le ragazze monteclarensi sono note per la loro intraprendenza!).....

E ne ho in serbo altre divertentissime!!


Caro Luigi 

son passati 20 anni dalla tua ordinazione a Sacerdote. Non ringrazierò  mai abbastanza il Signore per averti chiamato, infatti da quando sei a Roma litighiamo un po' meno. Io speravo che tu andassi missionario in Australia , Roma é molto vicina ,ma non si può aver tutto.

Ah fermi!

Ci sarebbe un altro piccolo aneddoto .. Nell' anno del giubileo ,agosto 2000 , Luigi mi invitó  a vivere l ' evento con lui nella sua bellissima parrocchia ..

Insomma prendo il treno con mio cugino Giovanni e arriviamo in serata nella capitale.Dopo una cena frugale andiamo a dormire. La notte stessa il mio povero fratello viene ricoverato in ospedale per una influenza fortissima.

La famosa influenza del fratello Paolo !

Per questo motivo prima di andare a trovarlo ( a Roma ),lo avviso sempre un po' prima  e lui prende un antibiotico speciale , preparato in Vaticano, mi sembra si chiami antinfluenzalepaolino.

Caro padre Gigi 

Tutte le volte che vieni a a trovarci e dopo te ne torni a Roma ,io resto qui impalato ,con un buco nello stomaco stavolta non per la fame!

E  in verità , in verità ti dico ,anche se sei un peccatore e non sei ancora santo mi manchi sempre molto ..

Ciao Luigi . 

L 'uomo che più di tutti ti ha influenzato tuo fratello Paolo.

LO SPIRITO SANTO MUOVE IL NOSTRO CUORE..

 

Quest'anno,il 18 ottobre 2014,dei ragazzi della nostra comunità hanno ricevuto un sacramento importantissimo:il sacramento dello Spirito Santo ovvero la Cresima.Per molti ragazzi la Cresima è stata la conferma del proprio Battesimo cioè la conferma che Gesù ci ha reso partecipi della sua Pasqua,della sua morte e Resurrezione:ci ha liberati dal peccato e ci ha fatto risorgere con Lui a vita nuova.

E' stata la conferma del cammino che in questi anni oguno ha fatto raggiungendo così,una delle tappe più importanti.Con la Cresima abbiamo ricevuto lo Spirito Santo:un dono che abbiamo chiesto di ricevere per essere più vicini al Signore.

Lo Spirito Santo ci assiste,ci fortifica,soccorre la nostra debolezza e la nostra fragilità.Abita in noi,nei nostri cuori,ci educa all'obbedienza e alla fiducia verso chi ci educa,come i nostri genitori,i nostri sacerdoti,le nostre suore anche a tutti quelli che ci vogliono bene.

Lo Spirito Santo muove il nostro cuore ad incontrare i nostri amici che si sono allontanati dalla parrocchia e fa sì che il nostro cuore si incendi d'amore,con LUI riusciremo a perdonare gli uomini,a pregare e a trasmettere agli altri la Parola di Dio.

La sera della Cresima eravamo tutti emozionati,alcuni più di altri,eravamo preoccupati di sbagliare qualcosa ma per fortuna è andato tutto bene.Per tutti i ragazzi è stato un momento bellissimo e alla maggior parte è piaciuto molto il momento dell'unzione.

E' stata un'esperienza unica e viverla in prima persona è stata ancora più bella e emozionante

 

CHIARA