Un pensiero per Lei..Mamma di tutti!

Maria, la vogliamo sentire cosi’. Di casa. Mentre parla il nostro dialetto. Esperta di tradizioni antiche e di usanze popolari. Che, attraverso le coordinate di due o tre nomi, ricostruisce il quadro delle parentele, e finisce col farti scoprire consanguineo con quasi tutta la città.

 

 

Vogliamo vederla così. Immersa nella cronaca paesana. Con gli abiti del nostro tempo. Che non mette soggezione a nessuno. Che si guadagna il pane come le altre. Che parcheggia la macchina accanto alla nostra. Donna di ogni età: a cui tutte le figlie di Eva, quale che sia la stagione della loro vita, possano sentirsi vicine.

 

 

 

La vogliamo nelle nostre liste anagrafiche. Nei sogni festivi e nelle asprezze feriali. Sempre pronta a darci una mano. A contagiarci della sua speranza. A farci sentire, con la sua struggente purezza, il bisogno di Dio. E a spartire con noi momenti di festa e di lacrime. Fatiche di vendemmie e di frantoi. Profumi di forno e di bucato. Lacrime di partenze e di arrivi.

 

Come una vicina di casa, dei tempi antichi. O come dolcissima inquilina che si affaccia sul pianerottolo del nostro condominio. O come splendida creatura che ha il domicilio sotto il nostro stesso numero civico. E riempie di luce tutto il cortile.

 

 

 

Santa Maria, donna dei nostri giorni, vieni ad abitare in mezzo a noi. Tu hai predetto che tutte le generazioni ti avrebbero chiamata beata. Ebbene, tra queste generazioni c’è anche la nostra, che vuole cantarti la sua lode non solo per le cose grandi che il Signore ha fatto in te nel passato, ma anche per le meraviglie che egli continua a operare in te nel presente.

 

Fa’ che possiamo sentirti vicina ai nostri problemi. Non come Signora che viene da lontano a sbrogliarceli con la potenza della sua grazia o con i soliti moduli stampati una volta per sempre. Ma come una che, gli stessi problemi, li vive anche lei sulla sua pelle, e ne conosce l’inedita drammaticità, e ne percepisce le sfumature del mutamento, e ne coglie l’alta quota di tribolazione.

 

Santa Maria, donna dei nostri giorni, liberaci dal pericolo di pensare che le esperienze spirituali vissute da te duemila anni fa siano improponibili oggi per noi, figli di una civiltà che, dopo essersi proclamata postmoderna, postindustriale e postnonsoché, si qualifica anche come postcristiana.

 

Facci comprendere che la modestia, l’umiltà, la purezza sono frutti di tutte le stagioni della storia, e che il volgere dei tempi non ha alterato la composizione chimica di certi valori quali la gratuità, l’obbedienza, la fiducia, la tenerezza, il perdono. Sono valori che tengono ancora e che non andranno mai in disuso. Ritorna, perciò, in mezzo a noi, e offri a tutti l’edizione aggiornata di quelle grandi virtù umane che ti hanno resa grande agli occhi di Dio.

 

Santa Maria, donna dei nostri giorni, dandoti per nostra madre, Gesù ti ha costituita non solo conterranea, ma anche contemporanea di tutti. Prigioniera nello stesso frammento di spazio e di tempo. Nessuno, perciò, può addebitarti distanze generazionali, né gli è lecito sospettare che tu non sia in grado di capire i drammi della nostra epoca.

 

Mettiti, allora, accanto a noi, e ascoltaci mentre ti confidiamo le ansie quotidiane che assillano la nostra vita moderna: lo stipendio che non basta, la stanchezza da stress, l’incertezza del futuro, la paura di non farcela, la solitudine interiore, l’usura dei rapporti, l’instabilità degli affetti, l’educazione difficile dei figli, l’incomunicabilità perfino con le persone più care, la frammentazione assurda del tempo, il capogiro delle tentazioni, la tristezza delle cadute, la noia del peccato. ..

 

Facci sentire la tua rassicurante presenza, o coetanea dolcissima di tutti. E non ci sia mai un appello in cui risuoni il nostro nome, nel quale, sotto la stessa lettera alfabetica, non risuoni anche il tuo, e non ti si oda rispondere: «Presente!».

 

 

Come un’ antica compagna di scuola.

 

 

 


"Aggrappatevi al rosario come l'edera si attacca all'albero, perchè senza la Vergine non possiamo reggerci in piedi"

 

Santa Teresa di Calcutta


Film e letture in famiglia..


Film "10 giorni d'oro"

Film "Ci alzeremo all'alba"

Film "Jumanji"


Di musica..un po'


Una finestra sui giovani!

I giovani vogliono adulti

 

testimoni credibili

 

e in ascolto

 

Sergio Massironi e Alessandra Smerilli

 

Nella 'Christus vivit' il Papa ridisegna i ruoli. Con più reciprocità e comprensione

 

Chi è l’adulto? Participio passato del verbo adolescere, è sinonimo di "cresciuto": in quasi tutte le culture è apparso desiderabile giungere a una reale maturità, e così il passaggio verso il mondo delle responsabilità è stato ritualizzato in una festa.

Invece sono in molti a rilevare come oggi, almeno in Occidente, essenziale sia rimanere o ritornare giovani, se possibile per tutta la vita. A livello antropologico si tratta di una deregulation senza precedenti. Non è più definito che cosa sia proprio di ogni generazione e ciò che ci si debba aspettare dalle diverse età. Ognuno può prendersi il ruolo dell’altro. Le possibilità di ciascuno si moltiplicano, così come una competizione in cui chiunque può rivelarsi avversario. Per il cristianesimo si tratta dell’implosione di un rapporto tra le generazioni apparentemente imprescindibile per la trasmissione della fede: in famiglia e poi in comunità gerarchicamente strutturate i grandi educano i piccoli alla vita, introducendo a un ordine spirituale che si vorrebbe riflesso in quello sociale.

Sebbene in qualche angolo del pianeta sembri funzionare ancora, internet materializza ovunque lo scardinamento di quel modello, connettendo ormai "orizzontalmente" ragazzi e adulti a ogni latitudine, senza distinzione di ruoli e identità. Non deve dunque sorprendere che, in ambito cattolico, persino il Sinodo dei vescovi si orienti a non concepire più i giovani semplicemente come "destinatari" della fede: non c’è semplicemente un messaggio da trasmettere da chi sa a chi non sa, ma un’esigenza continua di convertirsi insieme alla novità del Vangelo. Potremmo allora legittimamente chiederci: i giovani hanno ancora bisogno degli adulti? In che cosa possiamo aiutarli? Come ci interpella questo tempo?

Ci sono questioni che investono la fede stessa in cui i millennials stanno evidentemente facendo da apripista e come da enzimi nel corpo sociale. Intensa, ad esempio, è generalmente la loro sensibilità per la cura della casa comune, nelle sfide che riguardano il rispetto per il creato e la necessità di cambiamento nei nostri comportamenti quotidiani. Durante un incontro sul rapporto tra economia e ambiente, ad esempio, un ragazzino di 12 anni interviene raccontando a tutti che quest’anno in quaresima ha vissuto il digiuno dalla plastica. Alla domanda: «Ma cosa vuol dire?», così risponde: «Ogni sabato vado a fare la spesa con mia mamma e vigilo su come fa gli acquisti, chiedendole con insistenza di limitare la plastica, in modo da scegliere confezioni ecologiche e materiali riciclabili». D’altra parte, gli adolescenti che fanno notare al loro prete come i foglietti della preghiera avrebbero potuto esser stampati fronte-retro e su carta riciclata sono gli stessi che vanno sollecitati con un certo vigore affinché non trasformino in una discarica lo scenario alpino in cui stanno pranzando al sacco. L’adulto, insomma, rimane determinante a strutturare in habitus ciò da cui mente e cuore sono attratti, favorendo e accompagnando il passaggio dall’entusiasmo a convinzioni che muovono poi i comportamenti reali.

Il punto, forse, è riconoscere la circolarità delle sollecitazioni: anche dal più piccolo, sempre più spesso, si è messi in questione e chiamati a crescere ancora. In questo il contesto contemporaneo si dimostra realmente nuovo. Più si trascorre tempo incontrando i ragazzi e i giovani del nostro Paese, più ci si rende conto che verso i loro adulti di riferimento essi costituiscono una costante provocazione al confronto e all’apertura. Dove le gerarchie si sono indebolite e i ruoli sono diventati sempre più interscambiabili, la sostanza delle parole e dei comportamenti è la vera questione. In questo, spazzando via molte formalità, i giovani esercitano a propria volta una propria maieutica, che chiede a chi li ha preceduti di venire nuovamente o maggiormente alla luce. Durante una conferenza sui temi della finanza due adolescenti si stavano dimostrando attentissimi. Erano collaboratori di Radio Immaginaria, un network dei ragazzi. Dialogando con loro a margine dei lavori arrivano importanti domande: «Che cosa possiamo dire ai nostri genitori per convincerli ad essere più consapevoli di come usano il denaro? Come possiamo far capire loro che non possono lamentarsi di un mondo che non funziona, se poi loro stessi con le loro scelte contribuiscono a farlo andare così? Si dice che noi giovani non siamo interessati ai grandi temi, per esempio all’economia e della finanza, ma quanto dipende dal modo in cui ci vengono trasmessi?». Domande a degli adulti, sugli adulti: l’incontro tra generazioni rimane quindi imprescindibile, a condizione che includa l’interlocutore e divenga uno scambio.

In realtà, il cambiamento d’epoca ci riconduce così ai fondamentali dell’educazione. Adulto è chi si assume la responsabilità di ciò che dice e di ciò che fa, del mondo così come è configurato, della sua bellezza e delle sue miserie. Sa di non sapere, riconosce il proprio potere e i suoi limiti: quelli strutturali, ma anche quelli necessari a dare agli altri spazio e respiro. Fragile, limitato, in movimento, l’adulto fa una proposta, si posiziona, si colloca con un carattere proprio nella complessità. È il contrario del bambino che scalpita, si gonfia e grida pretendendo di esser tutto e di ottenere tutto. Non è rigido, perché della realtà conosce le sfumature e l’instabilità: la sua coerenza non è ostentazione di principi, ma duttilità e costanza, partecipazione ai problemi altrui, affidabilità. Di fronte alle domande dei giovani, l’esortazione Christus Vivit (CV) di papa Francesco lancia un appello alla Chiesa che per essere credibile ai loro occhi «a volte ha bisogno di recuperare l’umiltà e semplicemente ascoltare, riconoscere in ciò che altri dicono una luce che la può aiutare a scoprire meglio il Vangelo. Una Chiesa sulla difensiva, che dimentica l’umiltà, che smette di ascoltare, che non si lascia mettere in discussione, perde la giovinezza e si trasforma in un museo. Come potrà accogliere così i sogni dei giovani?» (n. 41).

La prima generazione del nuovo millennio non vuole fare a meno o liberarsi di noi adulti, anzi. Il punto è che molte volte non riusciamo a interagire, perché le aspettative reciproche non si incrociano. Vorremmo che fossero pronti ad ascoltare quello che abbiamo da dire e da trasmettere e loro si aspettano, piuttosto, di trovarsi davanti a persone che li comprendano, che li guardino con fiducia e che li sollecitino nelle loro potenzialità e nel superamento di difficoltà e disagi. È capitato durante una lezione con diverse classi di licei e di istituti tecnici di Matera. Ci eravamo preparati, volevamo dare il meglio di noi; abbiamo cercato di arrivare con una presentazione ben fatta e accattivante; rischiavamo di parlare troppo. Fino a quando una insegnante ha chiesto la parola: possiamo mostrarvi quel che abbiamo realizzato noi? I ragazzi hanno cominciato, allora, a condividere la loro preparazione al nostro evento: in modo più originale e innovativo si sono fatti portavoce, gli uni verso gli altri, dei principali messaggi che noi adulti intendevamo trasmettere. E allora, perché chiamare dei relatori? La risposta non ha tardato a venire, con un momento di dialogo insieme ai ragazzi. Domande precise, puntuali, profonde: chiedevano una testimonianza credibile, aiuto, speranza e racconti di vita. «Siamo chiamati a investire sulla loro audacia ed educarli ad assumersi le loro responsabilità» (DF 70): a questo ci richiama il Sinodo. «Si tratta prima di tutto di non porre tanti ostacoli, norme, controlli e inquadramenti obbligatori a quei giovani credenti che sono leader naturali nei quartieri e nei diversi ambienti. Dobbiamo limitarci ad accompagnarli e stimolarli, confidando un po’ di più nella fantasia dello Spirito Santo che agisce come vuole» (CV230).

 

Avvenire - 13 agosto 2019


 

Giovani,

 

era digitale, Chiesa

 

Tonino Cantelmi *

 

 

1. Introduzione: la Rete delle Reti ed il suo impietoso fascino sulla mente umana

 

Il fascino impietoso e seduttivo di Internet non sembra lasciar scampo: la Rete delle Reti è ora demonizzata ed assimilata ad un invincibile mostro divorante, ora invece esaltata e beatificata per le sue immense potenzialità. No, non c’è dubbio: la Rete delle Reti rappresenta comunque la vera, straordinaria novità del III millennio: presto gran parte dell’umanità sarà in Rete. Stiamo assistendo dunque ad un cambiamento radicale e siamo forse di fronte ad un passaggio evolutivo. L’uomo del terzo millennio, in altri termini, sarà diverso: la mente in Internet produrrà eventi e cambiamenti che non potremo ignorare.

Tuttavia Internet è solo uno dei tanti cambiamenti indotti dalla rivoluzione digitale, la cui tecnologia non può essere semplicemente interpretata come “strumenti”: la rivoluzione digitale è tale perché la tecnologia è divenuta un ambiente da abitare, una estensione della mente umana, un mondo che si intreccia con il mondo reale e che determina vere e proprie ristrutturazioni cognitive, emotive e sociali dell’esperienza, capace di rideterminare la costruzione dell’identità e delle relazioni, nonchè il vissuto dell’esperire.

Come per ogni innovazione tecnologica, accanto agli iniziali entusiasmi giustificati dalle enormi potenzialità di questo media, sempre più specialisti si sono interrogati sui rischi psicopatologici connessi all’uso e soprattutto all’abuso della Rete. In particolare si è ipotizzata l’esistenza di una forma di dipendenza dalla Rete, definita IAD: Internet Addiction Disorder. In realtà non dovremmo trascurare il fatto che tutto nacque per un fantastico scherzo planetario: uno psichiatra americano fece girare in Rete i criteri diagnostici per la dipendenza da Internet, mutuati dal DSM IV. Come spesso succede in Rete, la fantasia fu superata dalla realtà, sia pure virtuale: la dipendenza divenne un argomento straordinariamente attuale. Dibattuta, demonizzata, esaltata: la Rete non colse la differenza fra realtà e scherzo. Altra beffa clamorosa fu l'invenzione di gruppi on line di auto-aiuto per retomani. L’Internet Addiction Disorder, quella vera e non la beffa, divenne un fenomeno noto al di fuori della Rete quando nel 1996 la dottoressa statunitense Kimberly Young, dell’Università di Pittsburg, pubblicò la ricerca “Internet Addiction: the emergence of a new clinical disorder” (1996), relativa allo studio di un campione di soggetti dipendenti dalla Rete. Da allora ad oggi sulla stampa vengono continuamente riportate le vicissitudini dei soggetti affetti da questa nuova patologia. Anche le ricerche che ho presentato in Italia dal 1998 hanno avuto una eco sorprendente sulla stampa, amplificata dalle TV e dalle radio. L’eccessivo clamore dato dai mass media a tale argomento ha giustamente irritato gli utilizzatori di Internet, che hanno percepito una sorta di ingiustificato attacco alla Rete. Cosicché ho scoperto di essere stato oggetto di discussioni e in alcune chat, ora nei blog e di subire insulti ed attacchi sui più noti social network. Questa reazione, se da un lato è assolutamente comprensibile, dimostra anche che le ricerche sulle cosiddette condotte psicopatologiche on line hanno un reale interesse. Tuttavia, al di là del sensazionalismo, i problemi psicopatologici Internet-correlati sono per alcuni psichiatri e psicologi (sempre più numerosi), tra cui me, affascinanti e nuovi, ma questo non vuol dire affatto che la Rete sia un qualcosa di pericoloso e da evitare: più semplicemente ritengo che sia inevitabile studiare l’impatto che un mezzo così straordinario e, direi, così vitale ha sulla mente umana. Fenomeni che per ora sono descritti come psicopatologici potrebbero in realtà essere gli indicatori di una curiosa ed a tratti incomprensibile evoluzione dell’uomo del terzo millennio (homo tecnodigitalicus).

In effetti le nuove tecnologie mediatiche, oltre ad essere uno straordinario motore di cambiamento sociale e di trasformazione culturale, stanno aprendo territori sconfinati di studio e di ricerca per antropologi, sociologi, psicologi e psichiatri.

La Rete delle Reti, dunque, è l’unica, vera ed inarrestabile novità del terzo Millennio: come ogni novità porta con sé inevitabili contraddizioni ed ineludibili problematiche. L’effetto dell’incontro tra l’uomo e tecnologie così straordinarie è senza dubbio un oggetto di studio interessante: gli psichiatri non hanno saputo resistere al suo fascino. Ecco perché ci incuriosiscono i net-dipendenti, i depressi della realtà virtuale, i cybersex-dipendenti, i cybertravestiti, i prigionieri delle MUD, gli innamorati in chat e tanti altri ancora, dai protagonisti delle flame wars, le liti furibonde in chat, a coloro che non possono smettere di informarsi, affetti come sono da quella strana patologia definita “Information Overload Addiction”.

La ragnatela mondiale cattura, avanza inarrestabile, esalta ed eccita: è lei la straordinaria protagonista dell’epoca della rivoluzione digitale. Che cos’è la Rete, se non un immenso e sconfinato labirinto, luogo senza centro, anarchicamente disegnato e ridisegnato, spazio di ricerca al servizio di un’impresa conoscitiva straordinaria, ma anche dimensione dello smarrimento del sé e del percorso, attraverso la perdita del fine e dello scopo?

È dunque in atto una rivoluzione, la rivoluzione digitale, che, inaugurando affascinanti universi di conoscenza e di esperienza, ha già da ora modificato il registro delle nostre possibilità mentali e sensoriali, contribuendo a plasmare una nuova cultura e differenti forme e modalità di sentire il rapporto con se stesso, con l’altro da sé e con il mondo. Proprio perché cariche di fascino, queste possibilità devono indurci a percepire ed a riflettere criticamente circa i loro effetti sulla vita psichica e relazionale. Le dinamiche della vita reale si possono rivelare insufficienti ed inadeguate ad una vita in Rete che è davvero tutta da inventare.

La comunicazione virtuale è caratterizzata da ipertestualità, ipermedialità, elevata velocità, sostanziale anonimato, giochi di identità, superamento dei normali vincoli spaziotemporali, parificazione dello status sociale, accesso a relazioni multiple, insorgenza di emozioni imprevedibili, anarchia e libertà di trasgressione: ingredienti straordinari per trasformare il cyberspazio in un’affascinante dimensione del nostro stesso vivere. In Rete, dunque, è possibile amare, studiare, comprare, sognare, è possibile, in altre parole, vivere.

Le caratteristiche della comunicazione virtuale possono rendere la Rete più agevole della realtà, anzi tanto gradevole da instaurare una sorta di dipendenza. Alcuni studi, che ho condotto con la collaborazione di molti psichiatri e psicologi, indicano che il 10% dei navigatori è esposto a questo rischio: un dato inquietante e a mio parere eccessivo. È necessario studiare questo strano fenomeno dei net-dipendenti quando Internet non sarà più un evento ma una ineludibile realtà. Alcuni soggetti poi presentano curiose regressioni. Ecco allora l’insorgere di un ritiro autistico, che prelude a fenomeni dissociativi anche gravi: la Trance Dissociativa da videoterminale, patologia rara, almeno per ora, che in Italia ha colpito poche decine di irriducibili navigatori. Fragilità pregresse impietosamente esaltate dalla Rete? Forse. Potenza straordinaria della Rete stessa? Forse. I prossimi studi definiranno meglio la faccenda. Intanto osserviamo alcune forme di navigazione patologica: cybersex addiction, compulsive on line gambling, cyber relationship addiction, MUDs addiction, information overload addiction. E ancora: come interpretare il diffusissimo fenomeno del cybertravestitismo? I mondi virtuali consentono la creazione di identità talmente fluide e multiple da trasformare i limiti del concetto stesso di identità. L’esperienza del cyberspazio è la concretizzazione di un altro modo di considerare il sé, non più come unitario, ma multiplo. Esperienza questa non del tutto negativa, visto che può consentire al nostro io di accedere ed elaborare i nostri molti sé. Il concetto di addiction non mi sembra che possa esaurire un fenomeno così complesso come le condotte psicopatologiche on line. Per questo preferisco parlare di Internet Related Psychopathology (IRP), nella quale comprendere una costellazione di disturbi e di comportamenti molto lontani dall’essere sistematizzati e definiti. Tuttavia tutti questi segnali indicano qualcosa di nuovo: siamo cioè alle soglie di una mutazione dell’umano, che, forse, più che psicologica e sociale, è antropologica.

Tanti sono ancora gli aspetti da chiarire, tuttavia è prevedibile che in futuro, in considerazione dell’inarrestabile diffusione della Rete, fenomeni, per così dire, “psicopatologici” connessi ad Internet potranno assumere dimensioni più ampie e contorni più definiti. Inoltre presto Internet riguarderà non solo giovani-adulti (la maggioranza degli utenti oggi in Italia), ma anche adolescenti e bambini. È perciò ineludibile la necessità di studiare con attenzione l’impatto che una così potente tecnologia ha sulla psiche dell’uomo.

Non possiamo dunque non chiederci “dove stiamo andando?”: l’espansione della ragnatela è di per sé inarrestabile ed apportatrice di novità straordinarie. Nessuno vorrà rinunciare agli enormi benefici che ne derivano. L’uomo scopre tuttavia nuove ed altrettanto potenti gratificazioni, connesse con le caratteristiche stesse della comunicazione virtuale ed interattiva propria della Rete. Non allarmismi: il popolo della Rete ha protestato contro il clamore che stampa, TV e radio hanno dato agli studi condotti da me e dai collaboratori. Mi sono attirato le critiche del popolo di Facebook quando ho dichiarato che FB è un luogo per “occidentali viziati e narcisisti”, dove il concetto di “amicizia” viene banalizzato in modo estremo e dove prevale la necessità di esporre in vetrina se stessi in modo inconcludente e superficiale. Le critiche sono in parte giustificate: i nostri dati sono ancora incerti, mal definiti e nebulosi e la Rete è un fenomeno così complesso da apparire indescrivibile. E in definitiva non è detto che i “paradisi telematici” siano più dannosi di quelli “artificiali” dell’oppio: anzi, per certi versi, aprono prospettive affascinanti attraverso le quali è possibile intravedere potenzialità davvero interessanti. La Rete delle Reti si propone come una sorta di cervello planetario, dai confini incerti ed indefinibili e dalle potenzialità straordinarie.

Siamo dunque alle soglie di una fase evolutiva dell’umanità, caratterizzata da tecnologie sempre più umanizzate e da uomini sempre più tecnologizzati. I fenomeni che osserviamo e che per ora percepiamo come psicopatologici potrebbero essere i segni di un cambiamento: l’uomo del III millennio, comunque, sarà diverso.

 

2. La tecnomediazione della relazione nell’epoca della modernità liquida

 

Molti osservatori hanno evidenziato come l’inizio del III millennio sia stato contrassegnato dalla più straordinaria ed epocale crisi della relazione interpersonale. Cosa ha determinato la crisi della relazione interpersonale? In fondo la tecnologia digitale ne è la risposta e forse anche una concausa, come se, in una sorta di causalità circolare, l’esplodere della rivoluzione digitale avesse intercettato una crisi della relazione in parte già esistente e al tempo stesso ne avesse accelerato drammaticamente lo sviluppo. Tuttavia sostengo che alla base della crisi della relazione interpersonale ci siano almeno tre fenomeni, essi stessi amplificati a dismisura dalla inarrestabile rivoluzione digitale.

I tre fenomeni sono i seguenti:

- l’incremento del tema narcisistico nelle società postmoderne (di cui gli innamoramenti in chat e le amicizia in facebook sembrano essere i corrispettivi telematici), sostenuto da una civiltà dell’immagine senza precedenti nella storia dell’umanità;

- il fenomeno del sensation seeking, caratterizzato da una sorta di ricerca di emozioni, anche estreme, capace di parcellizzare e scomporre l’esperienza interumana facendola coincidere con l’emozione stessa (è come se tutta la relazione interpersonale coincidesse con l’emozione);

- il tema dell’ambiguità, cioè la rinuncia all’identità e al ruolo in favore di una assoluta fluidità dell’identità stessa e dei ruoli, con la conseguente rinuncia alla responsabilità della relazione ed alle sue caratteristiche generative.

Il trionfo dell’ambiguità e della fluidità dell’identità impedisce una stabile assunzione di identità (esserci), che a sua volta si riflette nella instabilità della relazione (esserci con), la quale infine mina profondamente le possibilità generative e progettuali della relazione stessa (esserci per).

Questi fenomeni, unitamente al tema della “velocità”, sono alla base della profonda crisi della relazione interpersonale, che sempre più acquista modalità “liquide”, indefinite, instabili e provvisorie. In questo senso la tecnomediazione della relazione (chat, blog, sms, social network) offre all’uomo del III millennio una risposta formidabile e affascinante: alla relazione si sostituisce la “connessione”, che costituisce la nuova privilegiata forma di relazione interpersonale. È fluida, consente espressioni narcisistiche di sé, esalta l’”emotivismo”, è provvisoria, liquida e senza garanzie di durata, è ambigua e indefinita: la connessione (cioè l’insieme della tecnomediazione della relazione grazie alla tecnologia digitale) è dunque la più straordinaria ed efficace forma di relazione per l’uomo “liquido”.

 

3. La crisi dell’identità nella società postmoderna e la tecnologia digitale

 

Esserci, esserci-con, esserci-per: questa è la “progressione magnifica” che permette di partire da un Io (l’esserci), per passare ad un Tu (l’esserci-con) e infine giungere ad un Noi (l’esserci-per), dimensione ultima e sola che apre alla generatività, alla creatività ed all’oblatività. Il punto di partenza della “progressione magnifica” è l’esserci, che in ultima analisi richiama all’identità. Nella “cultura del narcisismo”, per usare la definizione di Christopher Lash, anche le espressioni più progressiste dell’identità sono contaminate da una straordinaria enfatizzazione dell’ego, dalla elefantiasi dei bisogni di autoaffermazione e da una sorta di emergenza di uomini e donne “senza qualità”, come direbbe Robert Musil. Ma cosa vuol dire “esserci” nella società liquida di cui parla Baumann? Esserci vuol dire rinunciare ad una identità stabile, per entrare nell’unica dimensione possibile: quella della liquidità, ovverossia dell’identità mutevole, difforme, dissociata e continuamente ambigua di chi è e al tempo stesso non è. In fondo la tecnologia digitalica consente all’uomo ed alla donna del terzo millennio di essere senza vincoli, di tecnomediare la relazione senza essere in relazione, di connettersi e di costruire legami liquidi, mutevoli, cangianti e in ogni istante fragili, privi di sostanza e di verifica, pronti ad essere interrotti. Cosicché si è passati dall’uomo-senza-qualità di Musil all’uomo-senza-legami di Baumann in una sorta di continuità-sovrapposizione che viene a definire il nuovo orizzonte del tema identitario. Ed ecco che l’esserci è minato alla sua origine. La crisi dell’identità maschile e femminile, per esempio, ne è l’espressione più evidente. L’identità, cioè l’idea che ognuno di noi ha di se stesso e il sentirsi che ognuno di noi sente di se stesso, è dunque in profonda crisi, e il nuovo paradigma è l’ambiguità. La crisi dell’esserci ha una prima conseguenza. Se all’uomo d’oggi è precluso il raggiungimento di una identità stabile, che si articola e si declina nelle varie dimensioni, come in quella psicoaffettiva e sessuale, la conseguenza prima è che l’esserci-con (per esempio la coppia) assume nuove e multiformi manifestazioni. L’esserci-con non è più il reciproco relazionarsi fra identità complementari (maschio-femmina per esempio), sul quale costruire dimensioni progettuali nelle quali si dispiegano legittime attese esistenziali, ma diviene l’occasionale incontro tra bisogni individuali che vanno reciprocamente a soddisfarsi, per un tempo minimo, al di là di impegni reciproci e di progetti che superino l’istante. L’esserci-con è fatalmente legato alla soddisfazione di bisogni individuali che solo occasionalmente e per aspetti parziali corrispondono. In altri termini l’incontro tra due persone è fondamentalmente basato sulla soddisfazione narcisistica, individuale e direi solipsistica di un bisogno che incontra un altro bisogno, altrettanto narcisistico, individuale e solipsistico. Questo incontro si dispiega per un tempo limitato alla soddisfazione dei bisogni e l’emergere di nuovi e contrastanti bisogni determina inevitabilmente la rottura del legame e la ricerca di nuovi incontri. La fragilità dell’essere-con dei nostri tempi si evidenzia attraverso la estrema debolezza dei legami affettivi, che manifestano una ampia instabilità ed una straordinaria conflittualità. Se l’identità è liquida, anche il legame interpersonale è liquido, cangiante, mutevole, individualista e fragile. L’uomo del terzo millennio sembra rinunciare alla possibilità di un futuro e concentrasi sull’unica opzione possibile, quella del presente occasionale, del momento, dell’istante.

Fatalmente, il trionfo dell’ambiguità identitaria, la rinuncia al ruolo ed alla conseguente responsabilità, il ridursi dell’esserci-con all’istante ed al bisogno, fatalmente tutto questo mina l’esserci-per, cioè la dimensione generativa e oblativa dell’uomo e della donna. Per esempio, se decliniamo tutto ciò nell’ambito psicoaffettivo e psicosessuale, la rinuncia all’esserci (identità sessuale e relativi ruoli) non può non trasmettersi in una inevitabile mutazione critica della dimensione coniugale (esserci-con), che a sua volta precipita in una crisi senza speranze la dimensione genitoriale (esserci-per). Ed infatti la transizione al ruolo genitoriale sembra divenire una sorta di utopia: la rinuncia alla genitorialità o il suo semplice rimandarlo nel tempo sono un fenomeno sociale tipico dei nostri tempi. Perciò identità liquide fanno coppie liquide, che a loro volta fanno genitori liquidi, dove per liquido possiamo intendere molte cose, ma una soprattutto, la debolezza del legame. La “progressione magnifica”, di cui parlavo all’inizio, diviene dunque una progressione “liquida”. Ma il punto di partenza è nell’esserci, ovvero nel tema dell’identità. Nell’epoca di Facebook, l’identità si virtualizza, come anche le emozioni, l’amore e l’amicizia. La virtualizzazione è la forma massima di ambiguità, perché consente il superamento di vincoli e di confronti, aprendo a dimensioni narcisistiche imperiose e prepotenti. Eppure qualcosa non funziona. Lo avvertiamo dall’incremento del disagio psichico, dal sempre più pressante senso di smarrimento dell’uomo liquido, dalla ricerca affannose di vie brevi per la felicità, dall’aumento del consumo di alcol e stupefacenti negli stessi opulenti ragazzi della società di Facebook, dall’affermarsi di una cupa cultura della morte, dall’inquietante incremento dei suicidi, dal malessere diffuso. Qualcosa dunque non funziona: la liquidità dell’identità, con tutte le sue conseguenze, non aumenta il senso di felicità dell’uomo contemporaneo. Alcuni studi sul benessere fanno osservare che la felicità non è correlata con l’incremento delle possibilità di scelta. Questi dati fanno saltare una convinzione che sembrava imbattibile. La felicità dunque non è correlata con l’incremento delle possibili scelte dell’uomo (una visione ovviamente molto legata al capitalismo). Gli stessi studi correlano la felicità con il possedere invece un “criterio” per scegliere. Avere un criterio per scegliere rimanda ad altro: avere un progetto, delle idee, una identità. Ed ecco che il cerchio si chiude: il tema della liquidità è sostanzialmente il tema della rinuncia ad avere criteri (cioè dimensioni di senso). Ma questa rinuncia ha un prezzo: l’infelicità. Ecco perché la “magnifica progressione” mantiene anche oggi, e direi soprattutto oggi, un alto valore, proprio per il suo portato anti-liquidità. Costruire dimensioni identitarie stabili e non ambigue, instaurare relazioni solide e che si dispiegano lungo progetti esistenziali che consentono l’apertura alla generatività ed all’oblatività, sono ancora, in ultima analisi, l’unico orizzonte di speranza che si apre per l’uomo del terzo millennio, immerso nel cupo e doloroso paradigma della liquidità.

 

4. Predigitali, generazione di mezzo, nativi digitali: il silenzio degli adulti e la sfida educativa

 

Come ho già detto nei paragrafi precedenti, il III millennio sembra essere caratterizzato dalla più clamorosa crisi della “relazione interpersonale”, alla quale sembra rispondere la tecnologia attraverso tutte le nuove modalità di relazione (sms, chat, social network, ecc…). La relazione interpersonale face-to-face sembra lasciare il passo a forme di tecnomediazione della stessa, che l’uomo e la donna sembrano gradire di più. Questa tecnomediazione ha rapidamente guadagnato terreno in molte forme di relazione: l’amicizia, l’amore, l’apprendimento, l’informazione e molti altri ambiti dei rapporti interumani sono profondamente sconvolti dall’incursione della tecnologia digitale. La rivoluzione digitale sembra inoltre essere alla base di una sorta di mutazione antropologica: per questo ho definito gli adulti di oggi “generazione-di-mezzo” (affascinati dalla tecnologia ed alti utilizzatori della stessa, ma dotati di un sistema mente-cervello predigitale e figli di una generazione pre-digitale oggi in estinzione) e i bambini di oggi “nativi-digitali” (cresciuti cioè in costanti immersioni telematiche attraverso i videogiochi, il cellulare, il computer, l’MP3 e pertanto dotati di nuove organizzazioni cognitive-emotive e forse di un cervello diverso). Dal mio punto di vista siamo alle soglie di una sorta di mutazione antropologica. Chi sono dunque i “nativi digitali”?

In alcuni precedenti lavori ho definito “nativi digitali” quanti nati nel III millennio e sottoposti a profonde, pervasive e precoci immersioni nella tecnologia digitale ed ho dichiarato che le osservazioni attuali già ci consentono di notare vere e proprie mutazioni del sistema cervello-mente. I nativi digitali imparano subito a manipolare parti di sé nel virtuale attraverso gli avatar e i personaggi dei videogiochi, sviluppano ampie abilità visuospaziali grazie ad un apprendimento prevalentemente percettivo, viceversa non sviluppano adeguate capacità simboliche (con qualche modificazione di tipo metacognitivo), utilizzano il cervello in modalità multitasking (cioè sanno utilizzare più canali sensoriali e più modalità motorie contemporaneamente), sono abilissimi nel rappresentare le emozioni (attraverso la tecnomediazione della relazione), un po’ meno nel viverle (anzi apprendono a scomporre l’esperienza emotiva e a viverla su due binari spesso non paralleli, quello dell’esperienza propria e quello della sua rappresentazione), sono meno abili nella relazione face-to-face, ma molto capaci nella relazione tecnomediata, e, infine, sono in grado di vivere su due registri cognitivi e socioemotivi, quello reale e quello virtuale. Inoltre non hanno come riferimento la comunità degli adulti, poiché, grazie alla tecnologia, vivono in comunità tecnoreferenziate e prevalentemente virtuali, nelle quali costruiscono autonomamente i percorsi del sapere e della conoscenza.

È in questo contesto che si assiste ad un fenomeno straordinario: il silenzio degli adulti e lo smarrimento dei figli, che potremmo definire “figli orfani di maestri”. I “figli orfani di maestri” sono però “nativi digitali”, dunque capaci costruire comunità tecnoreferenziate di bambini e di adolescenti, dotate di tecnologie e saperi propri, che non hanno più bisogno di adulti. Ed ecco profilarsi una nuova emergenza: l’emergenza educativa.

Ho definito i genitori di oggi, utilizzando una metafora altrui divenuta ormai famosa, quella della liquidità, “genitori liquidi”. Si tratta di genitori che appartengono alla generazione-di-mezzo, capaci di utilizzare la tecnologia digitale ed anzi da essa affascinati, che hanno un profilo su facebook come i loro figli, che scimmiottano i figli stessi utilizzando il dialetto tecnologico degli adolescenti e che sono pienamente avvolti dalle dinamiche narcisistiche del contesto attuale. Sono genitori affettuosi, preoccupati per i loro figli, accudenti, ma hanno rinunciato ad educare, cioè a trasmettere visioni della vita, narrazioni, assetti valoriali e di significato, riflessioni di senso. In altri termini vogliono bene ai loro figli, sono affettuosi, accudenti ma non educanti. Il rapporto educativo è sempre l’incontro tra due libertà, tuttavia nell’ambito del rapporto genitori-figli esiste uno sbilanciamento, progressivamente riequilibrato, proprio dei due ruoli. Il genitore liquido però subisce il tema dell’ambiguità, della fluidità dei ruoli, del narcisismo e del bisogno di emozioni e la relazione educativa ne risulta sbiadita proprio nella sua essenza. In questo senso il genitore liquido è un genitore silente, che rinuncia a narrare e a narrarsi, rinuncia a trasmettere una visione della vita, a dare criteri di senso per le scelte, limitandosi ad offrire una molteplicità di scelte che non possono non determinare un profondo smarrimento nel figlio.

D’altro canto la generazione attuale vive due fenomeni a tenaglia, capaci di spegnere progressivamente la fiducia e la speranza. Il primo fenomeno è il silenziamento del desiderio: il bambino “viziato” è quel bambino i cui desideri sono soddisfatti prima ancora che li possa manifestare, sono cioè prevenuti e pertanto privi di desideri. Il secondo fenomeno è caratterizzato dall’affermarsi di una visione del futuro nella quale il futuro stesso è percepito come una minaccia e non come una attesa. I due fenomeni sono alla base di un nichilismo psicologico, che si aggira fra i giovani come un fantasma inquietante e che penetra nelle profondità dell’anima. In questo senso potremmo definire questa epoca come l’epoca delle passioni tristi, in cui sta crescendo una generazione orfana di maestri, profondamente segregata dal mondo degli adulti e, però, capace di riorganizzarsi attraverso comunità tecnoreferenziate, dotate di propri saperi, percorsi, costruzioni della conoscenza e visioni grazie ad una tecnologia capace di costruire ragnatele relazionali nuove, liquide, leggere e infinite.

A proposito dell’educazione si parla oggi di “emergenza educativa”. Gli adulti da almeno un decennio hanno progressivamente rinunciato ad educare. Ma cosa significa educare, se non farsi carico dell’altro attraverso una relazione autentica, piena, autorevole e aperta alla trasmissione di una visione valoriale e densa di significati della vita? In questo senso educare vuol dire riscoprire il valore della relazione e avviene attraverso la riscoperta della narrazione. Narrare se stessi, la propria vita, la vita della famiglia e della società nella quale viviamo significa trasmettere valori e visioni della vita. Questo richiede agli adulti una capacità innanzitutto di stare con i figli, di essere-per e di essere-con, di entrarci in relazione, di essere significativi ed anche affascinanti. Educare vuol dire anche accettare il rischio della libertà dell’altro, che può determinare momenti difficili e conflittuali. Educare vuol dire trasmettere qualcosa che ci è proprio, che è fatto nostro e dunque significa anche mettersi in discussione, perchè educare vuol dire essere autorevoli, e quindi competenti, esperti, ma soprattutto coerenti e responsabili. Se dopo il tempo della liquidità, tornerà il tempo della riscoperta del valore del legame e della relazione, questo sarà perché alcuni adulti coraggiosi avranno accettato la sfida dell’educazione, restituendo così all’umanità del terzo millennio la fiducia nella vita e la speranza nel futuro.

 

5. Chiesa e byte

 

In una recente indagine ho analizzato i numerosi siti cattolici, istituzionali e non, presenti in Rete. La Chiesa Cattolica si propone dunque in Rete con già una evidente efficacia, anche se il popolo on line sembra per certi versi ignorare questo sforzo. In Internet, come è noto, c’è tutto ed il contrario di tutto. Cosicché proliferano siti più o meno ambiguamente “religiosi”. Se da una parte la Chiesa Cattolica ha senz’altro colto l’importanza di una pastorale in Rete e non mancano tentativi di evangelizzare la Rete, d’altro canto Internet è come un mondo parallelo, dove accadono cose piuttosto strane, che si declinano nel virtuale con modalità narcisistiche, ambigue ed emozionali proprie di una visione antropologica che sembra appartenere all’abitante della società liquida postmoderna. Per esempio in Rete c’è una sorta di tentativo di dar vita a forme religiose nuove, più adatte alla tecnomediazione: la ricerca di emozioni, che la Rete esalta, può dar corso a varie forme di pseudoreligioni intriganti e inquietanti, senza contare il proliferare degli psicosantoni on line e di tante altre proposte confusive. Osservando però il popolo dei navigatori, credo che potremmo leggere quelle forme esasperate di abuso della Rete come una inconsapevole domanda di senso: è come se l’uomo d’oggi, attraverso forme di ipertecnologia, si interrogasse sul senso profondo della vita. La realtà virtuale costituisce una sorta di sfida e, a modo suo, esprime il perenne bisogno di senso dell’uomo. Tuttavia il senso di onnipotenza che la Rete può far provare può essere un profondo inganno per l’uomo e la rivoluzione digitale promette, in ultima analisi, di sollevare l’uomo dal peso fastidioso di relazioni interpersonali reali e di consegnargli narcisistiche illusioni di felicità.

Poiché dunque il rapporto con i tecnomondi oggi disponibili è ineludibile e nessuno potrà fermare la rivoluzione digitale, la domanda sul tappeto è: come è possibile abitare i mondi telematici e interagire con i nativi digitali senza scolorire o contaminare in modo fatale l’annuncio del vangelo? Il rischio infatti quello di cedere alle modalità narcisistiche, emozionali e ambigue della tecnologia digitale, rinunciando all’autenticità della relazione interpersonale e alla sua feconda generatività.

 

6. Quale sarà il futuro prossimo venturo?

 

L’intrecciarsi della rivoluzione digitale con il tema della liquidità appare come un abbraccio fatale tra due fenomeni profondamente complementari, capaci di sostenere una sorta di mutazione antropologica, che ho cercato di descrivere nei paragrafi precedenti e che trova il suo cortocircuito nell’impatto tra il sistema mente-cervello e la tecnologia digitale, disegnando così l’emergere di una generazione che ho definito “nativi digitali”. La tecnomediazione del vangelo, come modalità semplice di interazione con i nativi digitali, ha in sé un rischio: quello di assimilare alla liquidità l’annuncio evangelico, contaminandolo forse in modo fatale con la visione antropologica narcisistico-emotiva propria della rivoluzione digitale. Ovviamente questo non significa ignorare le enormi potenzialità comunicative della tecnologia digitale, ma piuttosto piegarle alle esigenze di un uso più strumentale che collusivo. Tuttavia rimane necessario individuare su quali pilastri rifondare una possibile trama che consenta di articolare risposte risananti ai bisogni dell’uomo, che i paradisi telematici prossimi venturi non potranno comunque colmare. In più circostanze, sollecitato a dare risposte a questo interrogativo, ho sostenuto che occorre puntare su tre processi irrinunciabili:

la necessità di ricostruire percorsi narrativi dell’identità, che consiste nel dare la possibilità di elaborare trame narrative nelle quali connettere i tanti frammenti identitari dell’uomo liquido: questo significa che dopo l’impatto emotivo di ogni risposta-proposta occorre recuperare la fascinazione della narrazione di sé, del proprio gruppo e del mondo, come modalità propria per la costruzione dell’identità;

la necessità di recuperare il gusto del bello: la tecnologia manifesta tutto e utilizza la percezione in modo esaustivo, il bello rimanda sempre a qualcos’altro e utilizza la percezione in modo simbolico e metaforico;

la necessità, questa sì assoluta ed irrinunciabile, di accogliere l’altro nell’ambito di relazioni interpersonali sane e risananti, riscoprendo la potenzialità terapeutica della relazione umana.

Su questi tre punti a mio parere vanno ricostruiti mondi, anche telematici, oltre che reali, che declinino queste necessità nei luoghi, nel tempo e nell’organizzazione sociale.

 

* Docente di Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione alla LUMSA (Roma) e docente di Psicopatologia alla Pontificia Università Gregoriana (Roma).

 

 

Bibliografia

 

Cantelmi T., Putti S., Talli M., “@Psychotherapy”, EUR, Roma 2001

Cantelmi T., Talli M., D’Andrea A., Del Miglio C., “La mente in Internet”, Piccin Editore, Padova 2000

Caretti V., “Psicodinamica dela Trance Dissociativa da videoterminale”, in Cantelmi T. et al., “La mente in Internet”, Piccin Editore, Padova, 2000

Young K.S. “Caught in the Net” John Wiley & Sons, New York, 1998, edizione italiana: “Presi nella Rete”, a cura di T. Cantelmi, Calderini Edizioni, 2000

Cantelmi T., Giardina Grifo L., “La mente virtuale”, San Paolo Edizioni, 2003

Cantelmi T., Orlando F., “Psicologia del trading on line”, Centro Scientifico Editore, 2002

Cantelmi T., Orlando F., “Narciso siamo noi”, San Paolo Edizioni, 2005

Cantelmi T., Carpino V., “Il tradimento on line”, Franco Angeli Editore, 2005

Cantelmi T., Barchiesi R., “Amori difficili”, San Paolo Edizioni, 2006

 

Parsi MR, Cantelmi T., “L’immaginario prigioniero”, Mondatori, 2009


Giovani nel digitale

 

 

 

«Nel nome dell’App.

 

Fede e preghiera

 

a portata di smartphone»

 

Giacomo Ruggeri

 

Dalla carta allo schermo e viceversa

 

Premessa: nulla in contrario a usare lo smartphone per la preghiera, consapevole che lassismo e divieto non producono nulla di buono. Il punto che voglio mettere a fuoco, invece, è il seguente: nel lungo periodo quali possono essere le conseguenze della preghiera vissuta unicamente su smartphone, iPad, pc portatile.

Uno dei criteri che ha guidato gli ideatori della Liturgia delle Ore mediante un App è la praticità. Avere nello smartphone (e altri supporti) l’intero breviario per poter pregare Lodi, Vespri, ecc. è, certamente, comodo e pratico. Un secondo possibile criterio può essere quello della diffusività: offrire a più persone la possibilità di darsi del tempo per pregare ovunque esse si trovino senza portarsi dietro il libro. Il tomo dei 4 volumi della Liturgia delle Ore, o il piccolo bignami in un unico volume è, di fatto, concentrato in una sola App nello schermo del proprio smartphone. Il libro della Liturgia delle Ore in mano agli “addetti ai lavori” (mi si passi l’espressione) è sdoganato e fruibile da tutti mediante una sola App.

La pervasività dei dispositivi digitali, a dire degli esperti, ha mutato radicalmente l’accesso alla lettura da parte delle persone: si legge sempre meno e si registra un forte calo nell’acquisto di quotidiani, riviste di carta. È in aumento, e lo sarà sempre più in futuro, la migrazione della lettura dalla carta allo schermo. Va da sé che gli amanti del cartaceo saranno un solido zoccolo resistente e non senza validi motivi. La lettura digitale cerca di conquistarsi spazio e affiliati. La lettura tradizionale, per suo conto, non può non ripensarsi e cambiare nel modo di proporsi rispetto al passato.

 

Ieri, la radio e il giornale…

 

Nel tempo della guerra era nella sala del cinema in paese che davano notizie e informazioni al pubblico (prima, durante, dopo la proiezione). La radio e la televisione erano merce rara e solo i ricchi potevano permettersi questi arredi di lusso da esporre ed ostentare nel salotto di casa. Il giornale era letto dal barbiere, al bar, nei luoghi di pubblico ritrovo e spesso nei paesi vi erano delle bacheche di legno dove venivano esposte le pagine dei quotidiani (soprattutto quelli dei partiti politici).

Non solo. In passato ciò che accadeva nel mondo rimaneva, per l’appunto, nel “proprio mondo” ovvero in casa propria. Le notizie erano più scarse e raramente diffuse.

 

… oggi multitasking h24

 

Oggi non è più così. Ciò che avviene nel più piccolo villaggio sperduto dell’Amazzonia, arriva in tempo reale nel tuo smartphone. Da una carenza di notizie si è passati ad un eccesso di informazioni, sia come contenuti, sia come dispositivi personali e collettivi. In merito a quest’ultimi è sufficiente attraversare lo spazio fisico di grandi snodi di traffico e concentrazione di persone (stazioni ferroviarie, aeroporti, porti navali, metropolitane) per essere bagnati a pioggia costante da notizie, informazioni, previsioni del tempo, dirette televisivi di eventi speciali. Ovunque vai trovi la notizia in real time e la notizia trova te in real time. La scelta di installare schermi formato gigante ad altissima risoluzione visiva nei luoghi a massiccia concentrazione di persone ha il seguente obiettivo: la notizia non è solo un fatto, ma è un pensiero perforante e performante. Ti entro dentro come per possederti e non lasciarti più, per farmi pensiero nei tuoi pensieri e per sollecitarti a non pensare troppo sulle notizie.

 

Nel nome dell’App, del…

 

Alla riflessione e alla discussione su questo tema contribuisco con questa espressione: pregare con lo smartphone come eccezione, non come prassi. Non è la difesa del cartaceo a scapito dello schermo. Niente di tutto ciò. Faccio tesoro, invece, delle conclusioni alle quali giungono esperti cognitivi, psicologi e psichiatri.

Avere in mano un libro cartaceo e averlo sul formato digitale muta l’attenzione, la comprensione, la recezione. Il testo di carta è come la porta che si apre sul sentiero: entri nel libro quasi in carne ed ossa, a piccoli passi percorri le pagine come un sentiero di montagna, ti senti coinvolto. Ma l’aspetto determinante della lettura tenendo in mano la carta è il passo con il tratto adagio, non di corsa, tranquillo, consapevole che andar veloce significa mangiare senza nutrirsi, ingoiare senza gustare.

Avere in mano smartphone e iPad, o scorrere con il mouse il testo nel computer, è come esporsi sull’imbocco di una centrifuga, dove parole e pensieri sono schizzati nella mia mente. Mi colpiscono senza capirli, mi attraggono senza darmene senso e spessore di ciò che leggo. La centrifuga, o turbina, è l’immagine che soggiace a internet e ai social: veloce, rapido, subito, procedere avanti senza soffermarsi. Il carico cognitivo è molto elevato in una lettura con smartphone e iPad. I testi su internet sono spesso costruiti per facilitare l’ipertestualità (tantissimi testi di rimando in un unico testo, a volte, in una sola espressione e/o parola).

Quando accedo a smartphone, iPad, computer sono motivato da lavoro, informazione, studio, scrittura, visione di video, ascolto di musica e file audio (conferenze, incontri, ecc.). A tutto questo si aggiunge tutta la valanga di sms, profili social, App da accudire, custodire, nutrire, curare, aggiornare con foto. Per non parlare della proliferazione di gruppi social su WhatsApp. In tutto questo contento si mette in moto, a velocità altissima, un insieme di connessione e disconnessioni perpetue, repentine, che nascono e muoiono in un nano secondo, trascinandomi nel gorgo informativo che non fa differenza tra Bergoglio, Belen, Bisio!

Ecco, in tutto questo scenario, mi pongo questa riflessione: se sono in treno e desidero pregare le Lodi mattutine (o altro) non ho difficoltà ad aprire una delle App con la Liturgia delle Ore, leggo il testo entrando in preghiera, medito ed esco dalla preghiera. È un tempo breve, limitato che inizia e finisce per pura praticità. Invece, nello scegliere lo smartphone come unico strumento per la mia preghiera quotidiana in camera, in cappella, in chiesa con la gente, all’incontro del clero, ecc., sento resistenze e paletti interiori. Perché?

 

Preghiera disturbata: rischio concreto

 

Primo, perché lo smartphone – e gli altri dispositivi – mi rimanda alle dinamiche digitali e al pensare digitale. Mi si può obiettare: ciò che conta è il testo con il quale prego e la relazione personale con il Signore. Giusto. Eppure, personalmente, lo smartphone proprio perché non è neutrale in ciò che significa nemmeno nel tenerlo in mano, fatico a vivere la preghiera nel lungo periodo continuato dentro un’App.

Secondo, il motivo più oggettivo: può essere è una preghiera disturbata da sms, notifiche, chiamate in ingresso, aggiornamenti di messaggi da leggere su WhatsApp e su altri social. Avverto che nel lungo periodo, l’esposizione della preghiera nella sola modalità con lo smartphone può inquinare la relazione con il Signore, o quanto meno disturbarla. Se c’è una dimensione che voglio arginare dall’onda digitale, è proprio la relazione con il Signore. Almeno questa, si!

Terzo, l’App della Liturgia delle Ore è una tra tante altre di natura totalmente diversa. Ribadisco la praticità e la funzionalità in determinate occasioni, ma vedo debordante il pensiero digitale che si genera nello smartphone, in sé, nella mia relazione con il Signore. Almeno per quel tempo che dedico alla relazione con il Signore, che non abbia il cellulare in mano (visto che è sempre nel mio palmo). Una persona malata fisicamente un giorno mi ha detto: “Don, fatico anche a pregare perché non riesco più a leggere. Ora, grazie all’App della preghiera con il breviario in file audio recitato da altre persone, mi aiuta a pregare e a stare con il Signore”. Questo è un servizio prezioso.

 

Ricordarmi di Ezechiele, mi può far bene

 

“Figlio dell'uomo, mangia ciò che ti sta davanti, mangia questo rotolo, poi va' e parla alla casa d'Israele”. Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo, dicendomi: “Figlio dell'uomo, nutri il tuo ventre e riempi le tue viscere con questo rotolo che ti porgo”. Io lo mangiai: fu per la mia bocca dolce come il miele (Ezechiele 3,1-3).

Sin da piccolo mi è rimasta nella mente questa frase tratta dal libro del profeta Ezechiele. “Mangia questo rotolo”. La relazione con il Signore, vissuta nello specifico del tempo della preghiera, è stare a tavola, nutrirmi della sua Parola. La pagina cartacea mi rimanda alla tavola, a non mangiare veloce, né di corsa. L’accelerazione e lo scrolling1, invece, sono attività mentale (la prima) e fisica (la seconda) che richiede internet, i social, lo smartphone. Scelgo, dunque, di non lasciarmi inquinare la preghiera né da accelerazione (veloce, rapido, fast), né da scrolling, se non costretto da esigenze pratiche e contingenti. Ricordarmi, dunque


«Figli&Genitori

connessi.

Internet ridefinisce

l’educare»

Giacomo Ruggeri


Social formato famiglia

Quando entri in un centro commerciale comprendi subito i cosiddetti “prodotti civetta” (quelli per far attirare le persone all’acquisto): la maggior parte di essi sono rivolti alle famiglie. Dai detersivi ai biscotti, dai pannolini alla pasta, dal sapone… allo smartphone.
Il cellulare è diventato un bene di consumo formato famiglia. Se in passato erano pochissimi a possederlo, oggi sono pochissimi quelli che non l’hanno. I genitori hanno bisogno del cellulare per motivi (dicono) di lavoro; papà e mamma non possono non avere il cellulare per le esigenze quotidiane (quali!). I figli chiedono ai genitori di comperare loro il cellulare per i seguenti motivi:

“guarda, che a scuola ce l’hanno tutti”;
“la prof.ssa ha detto che in altri Paesi europei il cellulare sta sostituendo il libro”;
“le mie amiche mi chiedono perché ho un modello così vecchio e loro ultra moderno”;
“i miei amici hanno messo da parte i soldi di numerose paghette per averlo”;
“siamo nel futuro papà, non vorrai mica lasciarmi nel passato senza il cellulare”;
“senza il cellulare non mi han fatto entrare nel gruppo di amici”.

L’elenco può andare avanti all’infinito e trovare tante altre espressioni di “presunta necessità”. Sta di fatto che il cellulare è il figlio aggiunto in una famiglia. Ogni componente della famiglia si prende cura del cellulare perché questi si prenda cura di loro, lo gratifica, lo fa sentire meglio, lo consola, gli dice che va tutto bene anche quando le cose non vanno (e se qualcosa non va un motivo ci sarà).

Tra il “si” e il “no”: il patto di sperimentazione

Ricordo quando ero giovanissimo vice parroco nella mia prima parrocchia di servizio sacerdotale (1994), la bella storia di una famiglia con numerosi figli. I genitori avevano fatto la scelta di non avere la televisione in casa, adducendo motivi validi e che non facevano una piega. Nel giro di qualche settimana i primi due figli - che andavano alle scuole elementari - ogni giorno ritornavano con una nozione televisiva in più presa in prestito dai loro compagni. Sapevano a memoria tutte le sigle dei cartoni animati di allora, come si evolvevano le puntate, nomi e soprannomi dei protagonisti, ecc.
La televisione era entrata in casa direttamente con i figli. Ricordo che dopo un paio d’anni gli stessi genitori mi comunicarono che avevano acquistato una televisione, con la scelta di guardare alcuni programmi assieme ai loro figli. È fuori discussione che i “si” e i “no” servono, sono la pasta cementante in un rapporto educativo unitamente alla motivazione che sta alla base. Eppure, anche la stessa motivazione che fonda un “si” e un “no” detto, può essere insufficiente. La motivazione ha bisogno del vissuto, della polvere, del sudore, della strada, dell’esperienza quotidiana, delle cadute e delle riprese, degli slanci e delle frenate.
Un figlio arriverà a capire (forse) il perché di una cosa, quando ne fa esperienza diretta (anche pagandone in prima persona, incluso lo sbatterci la testa). Se tutto ciò si può evitare, tanto di guadagnato; ma a volte non basta. Penso alle tante raccomandazioni (fondamentali) che un genitore dà al figlio e alla figlia in merito all’uso/abuso dello smartphone e sono immediatamente ritrattate e contrattate quando si trovano in una dinamica di gruppo alla pari tra adolescenti. È difficile trovare «la» formula educativa nella relazione genitori-figli in merito al cellulare nel tempo attuale. Siamo nel campo e nel tempo della sperimentazione: chi sperimenta vissuti buoni e percorribili è bene condividerli, farli conoscere. Non tutto può andar bene a tutti, ma perlomeno si percorrono sentieri concreti.

Se queste frasi circolano in casa…

Se per il 18enne la macchina rappresenta l’inizio dell’indipendenza e dell’autonomia, per il 13enne lo smartphone è indice di quella che definisco «nano-indipendenza» sempre più anticipata e precoce. Le nanotecnologie, dette che con parole da inesperto della materia, lavorano con materiali estremamente microscopici per poter dar vita a strumenti infinitamente ancor più ridotti e compatti. È già realtà avere 0.5 mm di titanio sotto la pelle (zona polso) con il quale posso fare pagamenti, aprire porte automatizzate, prenotare un volo, arrivare al gate senza dovere far la fila, ecc.
Ogni genitore dice (spero) al proprio figlio neo patentato: “quando arriva la multa, la paghi tu”; “se rovini la macchina, paghi i danni di tasca propria”; “la macchina non è fatta per far baldoria con gli amici come se fosse una stalla”, ecc. Nel consegnare in mano il primo smartphone al figlio e alla figlia un genitore dice (o spero che dica): “se fai stupidaggini ci dovrai mettere la faccia perché mamma e papà non ti coprono per i tuoi errori”; “se posti un video sulla rete e nei social commettendo un reato penale, farai esperienza di cosa significhi il prezzo delle stupidaggini o di un gioco finito male”; “il tuo corpo è prezioso, un dono e non lo svendi-vendi sui social per avere tanti like, follower e ricariche di telefono gratis”.
Quando la cronaca quotidiana ci restituisce tristi episodi di genitori che malmenano gli insegnanti per un rimprovero dato al figlio, per un voto positivo negato facendogli rovinare la media, per aver detto allo studente di spegnere il telefono durante la lezione, ecc. mi domando: che genitori e insegnanti hanno avuto questi genitori? Eppure a volte, come dicevo sopra, non è sufficiente nemmeno avere avuto una buona dritta iniziale, perché successive amicizie, storie, conoscenze, esperienze al limite, vissute lungo la vita, possono dirottare verso comportamenti impensabili. Un genitore mette al mondo un figlio e poi lo consegna alla vita al meglio di quanto può e come può. Un genitore consegna al figlio lo smartphone ben consapevole che in esso c’è un bosco fitto e folto di relazioni sulle quale può fare ben poco. Qui, entrano in gioco intelligenza e stupidità del figlio e della figlia. Intelligenza e stupidità nei social vanno a braccetto: la prima ha l’occhio vigile che valuta; la seconda ha l’occhio cieco che preme il piede sull’acceleratore.

Ho dato a mia figlia il cellulare per sapere…

Se a tua figlia consegni il cellulare agendo sotto mentite spoglie, sappi che – prima o poi – la pagherai cara. E il prezzo è la fiducia. Se a mia figlia do delle motivazioni nel darle il suo primo cellulare e alle mamme delle sue amiche ne do altre, il rapporto è già malato. Usare il cellulare come investigatore privato h24 nel rapporto genitore-figlio/a è molto pericoloso. Se il genitore si lascia guidare dalla paura (chi sono gli amici di mia figlia, chi frequenta, con chi chatta, di chi è questa foto su Instagram e WhatsApp, ecc.) la relazione educativa è già rotolata giù per il dirupo. Internet e i social hanno ridefinito la voce del verbo educare. Basta affacciarsi sulla porta dell’oratorio, nelle Messe di Prime Comunioni e Cresime per vedere giovani genitori con figli giovanissimi, al punto da non riconoscere se sono tra loro sorelle (mamma e figlia)! Questi giovani genitori sono cresciuti anche loro in fretta, respirando un clima di indipendenza. È frequente trovare generazioni di giovani genitori altamente permissivi con i loro figli, a mo’ di rivincita/riscatto/semi-vendetta nell’aver avuto un padre rigido e una madre esigente. Educare è stato sempre difficile. Oggi ancor di più, perché le dinamiche digitali hanno spaccato gli argini dell’educare e del crescere nel recinto di casa (di una volta).

Mamma, papà, fratello/sorella, smartphone, internet

Ecco i membri della famiglia di oggi. Se a educare sono in primis dei genitori, a dare una forma sono tanti altri soggetti, specie il mondo digitale dello smartphone. Un genitore sa che non può (e non deve) venire meno nei contenuti, nei princìpi, nei valori fondanti. Lo dice, lo ridice, lo ribadisce, spesso lo ricorda con toni forti e di punizione. Un genitore, però, sa (ed è bene che ne sia consapevole) che la sua parola educativa arriva sulla soglia della responsabilità che il figlio e la figlia decidono di esercitare. All’inizio è una «responsabilità di risposta-tappo»: “si, mamma, tranquilla, non ti preoccupare (tradotto, non stressarmi)”. Poi, nel tempo c’è una «responsabilità di scottatura»: “ho fatto una cavolata, papà, scusa; e me lo avevi pure detto…”, ha sperimentato che in determinate relazioni ci si fa male. In alcuni casi estremi si arriva alla «responsabilità di non-ritorno»: farsi molto male con l’obiettivo di far del male ai genitori e alle persone loro vicine. A volte il figlio e la figlia non possono più raccontarlo, perché si sono tolti la vita.
Sono in forte aumento i genitori che riescono a parlare in forma intima e profonda con i propri figli solo passando per smartphone e social. Lo schermo scherma, come spesso dico. Nell’era educativa ante cellulare erano ridotte le possibilità di fuga: o si parlava o si usciva di casa sbattendo la porta (sapendo che a sera si era costretti a rientrare per mangiare e dormire). I social network sono la moltiplicazione di infiniti collegamenti arrivando, per assurdo, a scomparire, a non farsi più trovare. Perdersi, volutamente, nella rete.

Conosco (davvero) mio figlio, mia figlia?

Un genitore, nel tempo attuale, arriva a questo paradosso molto reale: in casa ho un figlio che conosco (o così mi pare) e nei social ho un figlio totalmente diverso da quello che conoscevo (o pensavo di conoscere). Le dinamiche digitali facilitano e alimentano l’attivarsi di vite parallele e clandestine. Nei social sono un certo di tipo di ragazza e di ragazzo, a casa un'altra/o (quello che vogliono i miei genitori). Mi strutturo, come figlio, in base alle relazioni che intreccio e che desidero coltivare.
Se, dunque, questo è il criterio adottato, è facile pensare che proprio internet e i social mi offrono su un piatto d’argento la possibilità di essere il figlio e la figlia senza regole, a briglie sciolte, sentendo tutto il potere di fare quello che voglio, come lo voglio, con chi lo voglio senza sentirmi giudicato/a.
Nulla e niente, però, è perduto. Se ho usato toni forti e reali – per una sana consapevolezza –
è anche vero che quello che ricevo e ricerco da una relazione digitale, non potrà mai essere dello stesso sapore e spessore che un genitore consegna e riceve, in una feconda reciprocità con i figli. Ogni cellulare ha una sua vita breve, poi lo cambi con uno nuovo. Una relazione genitore-figli non si sostituisce, si trasforma. A volte può spezzarsi e ferirsi, ma la vita trova sempre il suo percorso, dove germogliare e portare frutto.
In definitiva: se internet e i social ridefiniscono l’educare, ovvero, il venire fuori anche in modo inedito (rispetto al passato) come persone che maturano nel corso della vita è altresì vero che la vera maturazione della relazione genitore-figlio si gioca nel terreno del vissuto concreto, dell’esperienza a presa diretta. Non di foto postate e selfie in real time, ma di stare a sedere l’uno di fronte all’altro sentendo il respiro, vedendo il volto dal vivo, prendere e lasciarsi prendere per mano, stringerla per contatto di ciccia e non per connessione di fibra. E dire grazie. Lo smartphone, questo, (ancora), non lo fa.


 

EDUCATORI, REMIXATE SEMPRE LE VOSTRE ABILITA'

 

 

 

Un “Laboratorio di Senso” con il pedagogista Davide Fant per gli Educatori

 

Fondazione Exodus- Progetto Don Milani 2

 

 

 

La relazione tra educatori e insegnanti potrebbe sembrare scontata, ma non lo è: «Queste due figure», spiega Fant, «sono le risorse principali della scuola. L’insegnante ha uno sguardo sulla didattica, l’educatore riesce a tenere lo sguardo attento sulla persona, sulla crescita globale del ragazzo. A volte le due figure possono entrare in conflitto, invece è bene che questi due poli si parlino sempre, perché solo attraverso il loro dialogo costante la scuola può veramente fare il salto di qualità di cui ha bisogno».

 

La scuola è ancora legata ad una struttura classica e ottocentesca e non corrisponde più ai ragazzi di oggi. «Per educatori e insegnanti», dice Davide Fant durante la giornata di formazione, «imparare a stare in un contenitore diverso, per ragazzi attuali, è sia una sfida che una ricerca».

 

I ragazzi e gli insegnanti non devono cambiare ma si devono aggiornare: «Bisogna», continua Fant, «fermarsi, guardare, leggere, studiare. Sentire con la testa ed anche con la pancia per essere capaci non di reinventarci e buttare via tutto quello che eravamo prima ma per essere capaci di mixare tutte le nostre esperienze e conoscenze passate con le nuove cose che – necessariamente – dobbiamo apprendere per lavorare accanto ai ragazzi».

 

Ma attenzione: «Il rischio che corrono gli educatori», chiosa il pedagogista Davide Fant, «è quello di essere “troppo buonisti”. Non bisogna cercare sempre il lato positivo delle cose, non bisogna voler risolvere “adesso e subito” tutti i problemi che i ragazzi stanno vivendo. Anche gli educatori devono stare nella situazione problematica insieme al ragazzo. Reggere il suo sguardo di dolore ed esplorarlo insieme quel dolore.

 

 

Come educatori, ed anche come insegnanti, dobbiamo esplorare insieme le ombre del vissuto».

 

 


 

 

 

«Discernenti digitali.

 

Nuova consapevolezza

 

giovanile»

 

Giacomo Ruggeri

 

 

Discernimento: per tutti, non più per pochi

 

Discernimento. Ciò che era relegato per gli addetti ai lavori, ora non lo è più. Non può più esserlo nemmeno nella pastorale giovanile parrocchia, diocesana, in Oratorio. Discernimento è uno di quei termini che ha trovato esercizio in chi, sino a oggi, ne vive la profondità, la saggezza, la ricchezza, la necessità. Nella vita ordinaria di una parrocchia, di un gruppo giovanile, di un Oratorio (e della pastorale in genere di una diocesi), il termine discernimento è stato relegato alla sfera vocazionale. Cammino e percorso di discernimento è il linguaggio usato per chi desidera capire e vagliare una potenziale chiamata vocazionale da parte di Dio. Tutto qui? Troppo poco.

Il termine discernimento, complice anche la formazione ignaziana di Bergoglio, da puro termine di concetto sta diventando criterio esigente e necessità per il tempo attuale. La complessità è il clima che respiriamo ogni giorno e in tale contesto sapersi muovere con passi intelligenti e scelte sagge, richiede l’esercizio costante di discernere. Lo scenario umano globalizzato e globalizzante all’interno del quale la persona si situa, e cerca di situarsi, facilita e nel contempo, accelera il mutamento delle dinamiche relazionali. Sta cambiando il concetto stesso di relazione, di comunità ecclesiale, di parrocchia e, all’interno di tali contesti, la visione di persona. Il mutamento antropologico non è più un orizzonte verso il quale stiamo camminando, ma è divenuto il terreno sul quale le nostre vite si animano, crescono, credono, maturano, muoiono.

 

Viviamo di frammenti accelerati

 

La società è in velocissimo mutamento, rimodulando stili di vita, modelli etici, criteri culturali sui quali si erano finora costruite la realtà sociale e le corrispettive – per quanto differenziate – identità sociali, religiose e di genere. È sempre più evidente, soprattutto nel mondo giovanile, una frammentazione sociale generata dai processi di individualismo da un lato e di localismo centrifugo sull’io dall’altro. Frammentato è l’individuo e frammentata è la persona in contemporaneità temporale su più piattaforme digitali (motori di ricerca, social network come Facebook, Twitter, WhatsApp, Instagram, Linkedin, Myspace, Viadeo, Netlog per citarne alcuni) in perpetuo movimento.

La prima conseguenza derivante dalla complessità è lo spezzettamento del tempo in tanti frammenti, ognuno autosufficiente in sé. Ne scaturisce uno scenario umano nuovo nel quale imparare a muoversi. L’idea del tempo vissuto come un’unica storia è oramai labile; di fatto, la persona si ritrova a vivere più storie di vita. Si è come alla presenza di infiniti tasselli nel mosaico quotidiano, la persona avverte la pesantezza e la fatica di accostarli l’uno accanto all’altro cercandone una connessione che ne abbia senso. Accostamento alquanto difficile. Questa frammentazione del tempo porta con sé, inoltre, il rischio di azzerare da un lato la memoria e dall’altro il desiderio di futuro. È come se le parole “ieri, oggi, domani” oppure “passato, presente, futuro” ridotte a una formulazione moderna dell’hic et nunc: qui e ora, adesso. L’accelerazione della socialità digitalizzata moltiplica un pullulare di momenti presenti, di istantanee vissute come assolute, eterne, atomi infiniti e slegati di emozioni da ciò che precede e da ciò che segue.

Il tempo attuale vive una realtà radicalmente mutata, perché tutte le opportunità e le novità che sono approdate sul mercato si sono trasformate in sfide senza ritorno, in modo particolare per la Chiesa. Una di queste è Internet e i social network. Dove c’è la persona, lì vi è un’esistenza in relazione, in interazione, sempre e comunque. Per questo sono convinto che Internet e le reti social-media siano un mondo totalmente nuovo per la Chiesa e ciò che significa, comporta porre in atto in esso l’agire ecclesiale. Prima ancora della pastorale è il concetto stesso di fede e di credere nel tempo attuale che pone seri interrogativi alla Chiesa. L’uomo e la donna di oggi non vivono in un mondo parallelo come quello di Internet, ma si sentono profondamente a casa nella socialità digitalizzata. Se la persona si sente se stessa quando è social-on e mancante, invece, quando è social-off, questo tipo di sentire social-on è il terreno del nuovo apostolato e della nuova pastorale per la Chiesa.

 

Ci sono per te, qui e ora. Pastorale con i giovani

 

Apostolato è sinonimo di presenza, di esserci per condividere, senza mire di proselitismo o chissà di quali azioni fini e sottili per sottrarre la persona a Internet. La realtà di Internet è reale per l’uomo nel tempo attuale e ogni tipo di discernimento muove i suoi passi da ciò che è reale e concreto. Accettare Internet nella struttura dell’azione ecclesiale come qualcosa che si aggiunge e con il quale fare i conti significa non capire la logica dell’incarnazione. L’incarnazione non è stata solo un evento mirabile circoscritto nel tempo e nello spazio, ma è lo stile dell’agire stesso di Dio. È più che maturo il tempo perché la rete digitale entri nella prassi giovanile ecclesiale italiana e, in essa, l’agire della Chiesa, un agire che non ripete – né potrebbe – l’azione di Gesù, ma che si realizza hic et nunc al fine di edificare la Chiesa, annunciare il Vangelo e il Regno agli uomini del tempo attuale, esercitare la carità pastorale nella forma del formare, dell’educare, del prendersi cura della persona.

Il colpo di reni che la Chiesa – specie la pastorale giovanile nel tempo attuale – riceve in consegna, da Internet, è molto profondo: non si tratta solo di riconoscere la presenza di Dio nella rete digitale (perché in essa le persone sono presenti), e nemmeno la necessità di esserci pastoralmente per intercettare le persone, ma la capacità di renderle consapevoli del bene, del male, dell’agire della grazia di Dio e dell’agire del male che corre nelle vie social. Più che una sfida è la base per avviare una nuova prassi ecclesiale nel digitale. I cosiddetti nativi digitali vivono una trasformazione e una mutazione interna perché in essi vedo una migrazione: da nativi digitali a digitali discernenti. Se i primi rappresentano le generazioni nate e cresciute nella proliferazione e capillarizzazione delle nuove tecnologie, i secondi sono la generazione attuale alla quale affiancarsi perché sia aiutata e accompagnata nell’esercitare il discernimento nel digitale. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo» (Lc 24,15-16).

 

Compagni come discernenti digitali

 

Credo che sia l’icona biblica che meglio rappresenti cosa significhi esercitare il discernimento con me stesso e al fianco dei digitali discernenti. Tutti, allora, siamo digitali di- scernenti: giovani e adulti, bambini e anziani, credenti e in ricerca. Ciò che compie Gesù con i due discepoli incamminati a Emmaus è quanto spetta alla Chiesa nel nuovo ministero di accompagnamento nel digitale: è il servizio della consapevolezza profonda, quell’invito ad aprire gli occhi nel flusso delle connessioni digitali su ciò che scrivo, nella foto che posto, nel commento che lascio, nel profilo che apro perché imparo a decifrare, riconoscere, distinguere, capire, riflettere, accettare, accogliere, scegliere, decidere e agire con digitale intelligenza.

I contenuti della fede si trovano in rete e per bambini e adolescenti la questione non è né di libro, né di sussidio; non è nemmeno di catechisti perché la voragine tra genitori analfabeti nella fede e catechisti frustrati per i risultati scarsi, e l’inadeguatezza di sentirsi tali, è sempre più abissale. Non è questione neppure di sdoganare la tecnologia nell’iniziazione cristiana, perché i ragazzi sono diventati docenti e i catechisti, loro malgrado, semi ignoranti in materia. Quella che è chiamata l’educazione alla fede e la preparazione ai sacramenti è racchiusa nel recinto di cinquanta minuti scarsi tra grida, minacce, urla, confusione e ansia di concludere da ambo le parti (per assistere poi a genitori chiacchieranti tra loro che attendono fuori della canonica ad attendere i fi- gli come se uscissero dalla piscina, dalla palestra, dal rientro pomeridiano scolastico). Dentro la ‘classe di catechismo’ il catechista lotta a far passare il messaggio del Vangelo, fuori il genitore si rilassa nel passare il tempo ad inviare messaggi sul gruppo di WhatsApp. Il vaso è rotto, la crepa è ampia, l’acqua si perde.

 

Il vissuto vero corre nei social

 

L’esercizio del discernimento nel digitale è un paradigma per come ripensare e rifondare l’esperienza della fede in Gesù di Nazareth, morto e risorto, alle generazioni dei digitali discernenti. Quindi, di tutti. Dovrò pur interrogarmi profondamente se, come parroco, la vita interiore delle persone della parrocchia attraversa sempre meno il sacramento della riconciliazione, l’accompagnamento spirituale tradizionale, la partecipazione attiva alle liturgie, gli incontri di formazione per gli adulti sulla Bibbia! Questo fiume di vita interiore e intima, estatica, estetica ed esposta scorre altrove, nei fiumi carsici dei profili social, nelle cascate dei blog d’opinione per andare a tuffarsi nel mare della rete. Gridare dall’altare battaglie contro Internet significa essere fuori dal mondo. Dal quel nuovo mondo dove la gente, la tua gente come parroco, c’è e si tuffa nella rete portando vita, speranza, dolore, rabbia, ansia, fede, violenza e tutto quel bailamme che è dentro di sé.

 

Se la persona si tuffa, la Chiesa non può starsene a riva, e nemmeno navigare con una barca gettando salvagenti per invitare a uscire dalla rete e vivere nella vita reale. La persona nella rete si sente a casa più di quanto non lo sia nelle mura domestiche. È qui che si incarna l’esercizio del discernimento: l’esercitarsi nella consapevolezza di vincere se stesso, mettere ordine nella propria vita senza prendere decisioni in base ad alcuna affezione che sia disordinata. L’istinto, l’impulso, la reazione, la risposta, lo stimolo: sono tutte dinamiche attive e reattive nella vita social-digitale. Soprattutto i profili social hanno la capacità di tenere costantemente attivo negli altri il prurito urticante, al fine di suscitare la reazione immediata, sanguigna, viscerale, di pancia e di dita roventi. In questo mondo digital-relazionale dove la persona si trova a suo agio, senza distinguere tra confusione e trasparenza, verità e menzogna, va esercitato il dono prezioso del discernimento.


«H24 connesso sui profili.

Perché apro un profilo»

Giacomo Ruggeri


Mi metto… di profilo

Domanda tra un giovanissimo e l’educatore: “Sei sui social? Quali profili hai?”. L’educatore si ferma alcuni secondi e poi risponde: “Ho l’indirizzo di posta elettronica; al momento non ho aperto nessun profilo sui social”. La risposta del giovanissimo arriva prima con lo sguardo (stupito) e poi con le parole: “Non ci credo, ma allora tu sei out”. Avere un profilo social è diventato pane quotidiano per tantissime persone, dagli adolescenti agli anziani. Con questo articolo desidero andare dietro le quinte e cercare di riconoscere alcune coordinate che mettono in moto l’apertura di un profilo sui social network. Ne parlo da osservatore esterno, considerato che non ho nessun profilo social (per scelta e al termine dell’articolo spiego il perché).

Sentirmi tagliato fuori: out

Uno dei primi motivi, credo, che spinge un giovanissimo ad aprire un proprio account in un profilo social sia da ritrovarsi nel timore di sentirsi tagliato fuori: out. Nello sport del pugilato quando l’arbitro grida «out» vuol dire che uno dei due avversarsi è fuori combattimento. Nelle dinamiche social funziona un po’ allo stesso modo: se non ho un mio profilo social sono fuori dal ring del combattimento. E per combattimento intendo entrare nella piattaforma del mio profilo caricando foto, video, pensieri, parole, emoji a supporto di quello che posto. L’esclusione dai social network è una questione seria del tempo attuale. Nella mente di un adolescente di oggi, figlio del nativo digitale, si accende una lampadina con la seguente scritta: i miei amici hanno tutti il profilo su Instagram, per cui lo voglio anch’io. Sullo sfondo del profilo c’è il bisogno di essere accettato. Senza il mio profilo social non sono visto, rimango cieco, nessun mi vede, sono un fantasma. In un certo senso credo che sia così: il profilo social è come un abito che vesto per vivere assieme agli altri. Se non ho il mio profilo social sono nudo.

Non sono mai sola!

Se in passato dicevo ci vediamo in piazza o ai giardinetti, oggi dico: ci vediamo su FB. I profili social sono la piazza e i giardinetti dell’era digitale. È un incontrarsi fatto di dita che cliccano, pollici che scivolano sullo schermo dello smartphone da destra a sinistra e viceversa, su e giù, giù e su, occhi catalizzati e ipnotizzati sul proprio cellulare. Lo spazio di incontro è racchiuso in 7x12 cm del mio smartphone (a seconda dei modelli in commercio). Il bisogno di sentirsi, vedersi, parlarsi, scriversi sui social è più forte dell’alzarmi e vedermi di persona con gli altri. Questo passo, avviene dopo. I profili social hanno partorito la «generazione pollice». Pollice e occhio vanno alla ricerca di presenza, compagnia, voglia di sentire e vedere cosa fa il mio amico e la mia amica, dov’è, cosa mangia, quale musica ascolta, che maglietta indossa prima di uscire di casa, ecc. Il tutto real time (in tempo reale).

Che cosa significa per me il profilo social?

Questa è la domanda delle domande. Farmi questa domanda mi aiuta a capire quali sono le vere motivazioni che mi spingono ad aprire (o non aprire) un profilo social. Accontentarmi nel dire tutti hanno un profilo è una motivazione epidermica. È un primo passo utile per scendere sempre più in profondità, andando a ricercare altre motivazioni. Chi ha creato il profilo social non si pone la domanda profonda, si accontenta “di stare a galla”. Conosce le vere motivazioni che mi portano ad aprire un mio personale profilo sui social mi aiuta a capire anche chi sono, chi voglio essere e chi voglio diventare. Dare significato alla scelta del mio profilo è dare senso. Andare in automatico (solo) perché tutti sono sui social è una risposta corta. Ho bisogno, invece, di farmi domande profonde per avere uno sguardo lungo, ampio, vero. Nella scelta di aprire un profilo social vi possono essere anche motivazioni che agli occhi di un genitore e di un educatore possono essere deboli. Non importa. Come primo passo va bene. Ciò che conta è che giorno dopo giorno mi costruisco la mia casa motivazionale. Metto le fondamenta alle mie scelte (e non scelte), alle mie decisioni (e non decisioni), ecc. Per questo ritengo che una via preferenziale sia quella del confronto, dello scambiarsi pareri e opinioni sulle personali scelte. Non si deve essere forzatamente d’accordo (questa si chiama omologazione). Fa bene a tutti, invece, ascoltarsi nella propria diversità motivazionale sui social come via di crescita e maturazione.

C’è profilo e profilo

Facebook non è Instagram, Snapchat non è Youtube. Scegliere di aprire un profilo, rispetto ad un altro, fa la differenza. Dice tanto di me, dice tanto di chi sono agli altri e di chi voglio essere e come essere visto/a. Instagram, ad esempio, si basa sulla potenza delle immagini. Con la foto voglio dire agli altri chi sono e con quali occhi guardarmi. La logica del profilo social si fonda, essenzialmente, su questo principio nel dire: ogni istante mi devi dar da mangiare e tu sei il mio cibo. Con quello che scrivo, carico, posto, condivido sul mio personale profilo social nutro la mia persona. Il profilo social mi scava nell’inconscio, andando a pescare la mia parte ancora sconosciuta. Instagram mi scava con le immagini; Facebook con il bisogno di istantaneità; Snapchat con un soffio di secondi (perché dopo 10 secondi il video si autodistrugge nel cellulare della persona che lo ha ricevuto). Ogni profilo parla di me, mi identifica, io mi identifico in lui e, soprattutto, diventa la carta d’identità per gli altri. Ogni profilo partecipa alla costruzione della mia identità. Nella scelta di aprire un profilo social, rispetto ad un altro, imparo a conoscere chi sono.

Dipendente dal profilo social

Di profilo social mi posso ammalare e “morire”. Diventare dipendente, e non poterne fare a meno, è quanto mai di più facile e possibile possa accadere. Il profilo social crea dipendenza perché io ho bisogno di lui e lui ha bisogno di me. Che tipo di bisogno è? Di essere riconosciuti, apprezzati, valorizzati, stimati, amati, capiti, accettati, coccolati. Come vedi sono tutte parole che, come un puzzle, costruiscono la mia personalità. Dietro ogni bisogno c’è un desiderio e il desiderio si nutre di bisogni. La dipendenza, se non riconosciuta come tale e fermata in tempo, può degenerare in patologia e malattia. In Italia sono in aumento i centri per la cura delle patologie derivate da Internet e dalle dinamiche digitali. Assieme alla cura del tumore oggi c’è la professione del medico per i disturbi creati dalla rete di Internet, come isolamento, fuga, esclusione da tutto e da tutti (quelli che in Giappone sono chiamati hikikomori, persone che vivono h24 in camera davanti al computer, non uscendo mai).
Come mi accorgo che sto diventando dipendente da Internet e dai social?
1) Accendo lo smartphone ogni 20 secondi non per telefonare o risponde a una chiamata ma per aprire il mio profilo e vedere chi c’è, chi non c’è, cosa ha scritto, quale foto a caricato e quale foto carico io, ecc.
2) Sento in me una voglia incontenibile di scrivere qualcosa, qualsiasi, sulla mia bacheca anche se non c’è un reale e serio motivo, ma solo per il bisogno di dire cosa faccio, dove sono, con chi sono, cosa mangio, ecc.
3) Provare angoscia e senso di smarrimento quando non trovo il mio smartphone, con la paura reale di averlo perduto o lasciato sbadatamente da qualche parte (peggio ancora se me l’hanno rubato).
4) Sentirmi abitato da una smania di curiosare in modo morboso i profili social degli altri, solo per il gusto di vedere cosa fanno, dove sono, con chi sono, cosa dicono e come, con che cosa lo dicono (foto, emoji, video, ecc.).
5) Avvertire rabbia e dissenso quando un adulto (genitore, educatore, don) mi invita a chiudere il telefono e parlare assieme agli altri senza essere ipnotizzati dallo schermo dello smartphone.
6) Se nell’arco della giornata il numero delle ore che passo sui social supera il tempo dove faccio totalmente altro.
7) Quando il mio ego e il mio narcisismo non sono nutriti sufficientemente e ho bisogno di cercare altre vie e modalità per dire al mondo che ci sono, che esisto e voglio essere come dico io e decido io.
8) Quando i miei genitori sono costretti a togliermi lo smartphone dalle mani e ‘mettermi in punizione’ perché non li ascolto più, faccio quello che mi pare e mi metto in un atteggiamento di guerra quotidiana.
9) Se sui social è caricato un video dove si bullizza una persona, la si carica di insulti e botte e da parte mia non provo particolari sentimenti di disgusto, anzi, mi sento attratto a sperimentare cosa voglia dire caricare un video di questo tipo sul mio profilo e ricevere tanti like. Questo è un livello di dipendenza molto pericoloso che può chiamare in causa anche denunce penali e risvolti giudiziari pericolosi.
10) Se la prima cosa che faccio quando mi sveglio è aprire i profili social e mi addormento alla sera con lo smartphone sotto il cuscino e la mano che lo tiene ben stretto. Se qualcuno mi fa notare questo mi sta solo salvando da un possibile dirupo dove mi faccio male, ne faccio ad altri. Quello che posso prevenire è tutto di guadagnato rispetto a quanto, poi, devo curare.


Perchè le nostre vite devono essere vetrinizzate

 

Giacomo Ruggeri


Starnutisco? Lo carico subito in rete…

Come si fa a caricare su Internet, e nei social, un mio starnuto? Questo arriva all’improvviso, non ti avvisa e, per quanto sia veloce con lo smartphone, non riesco a ‘selfizzarmi’ mentre starnutisco. Al di là della battuta, la questione è seria. Uno dei pilastri delle dinamiche digitali è l’immagine. Questa è più forte della parola perché non richiede ragionamento, ma arriva fiondata nell’impatto altrui. Leggere una frase, un pensiero, un paragrafo o – addirittura – un articolo, richiede impegno, scelta nel volerlo leggere presumendo di ricevere nutrimento per il cervello e l’anima, perseverare nel leggere, resistere alle sirene dell’abbondono passando ad altra notizia, arrivare sino in fondo all’articolo, fermarmi a riflettere per ricevere un primo input da quanto ho appena letto.
Ecco, tutti questi passaggi – importanti, necessari, basilari per formarsi un pensiero – sono letteralmente centrifugati e melassati dall’immagine. Per elaborare un pensiero devo riflettere, darmi tempo, non avere fretta, capire cosa dire e non dire, valutare l’importanza di una parola rispetto ad un'altra, ponderare le parole sapendo che hanno un loro peso. Con l’immagine tutto ciò è contratto, ridotto, accartocciato. L’immagine ha una sua potenza intrinseca perché prima parla all’istinto, poi agli affetti e in ultimo alla ragione. Infatti, dico: mi piace e la carico in rete. Poi, dopo (e solo dopo) ci rifletto, ci ripenso e valuto di toglierla.

“Mio” profilo? È di tutti

Decidere di aprire un profilo social è una scelta di non poco conto. È illusorio pensare che l’aggettivo possessivo “mio” valga per le dinamiche social network. Dire “ho un mio profilo” significa – invece – che è di tutti, appartiene a tutti, tutti entrano ed escono come e quando vogliono. Nella rete di Internet non vi è nulla di privato e personale. Anzi, tutto ciò che risiede nella sfera del privato e del personale lo lancio come un missile nella digitalsfera della rete. I social hanno la potenza di attivare un prurito interiore facendomi sentire il reale bisogno di dire a tutto il mondo quello che faccio, come lo faccio, con chi sono, dove sono, cosa mangio, come mi vesto, ecc.
Più considero un fatto come privato, e intimo, e più avverto l’adrenalina di gettarlo nell’arena dei social. È sufficiente pensare al raccontarsi, in Internet, di persone (sconosciute e note) che hanno un tumore, devono affrontare la chemio, la perdita di una persona cara, ecc. Dirlo a tutti è dirlo a me stesso. Parlarne a perfetti sconosciuti (a parte le persone che mi conoscono) mette in moto un processo di progressiva realizzazione (e successiva accettazione, non scontata) di quanto ho vissuto in prima persona, o di persone care a me vicine. Vomitarlo al mondo è dire a me stesso: è successo, è vero, è accaduto a me. Tenermelo dentro scatena i demoni della colpa, del rimorso, della rabbia, della paura, della vendetta, della voglia di farla finita.

Il social psicologo

Potrà sembrare strano, ma è così: il profilo social ha preso il posto del lettino dallo psicologo. Non ne parlo a qualcuno, ma a tutti. Non mi confido con qualcuno che mi può aiutare, ma con tutti che mi possono ascoltare. Le dinamiche digitali attivano processi mentali che mi portano ad avere fame e sete di qualcuno che mi ascolti. So bene che quanto scriverò, posterò, caricherò sul mio profilo social con foto, video, emoji andrà nel tritacarne di favorevoli, contrari, neutrali, stupiti, arrabbiati, nevrotici, scettici, faciloni, deridenti, giustizialisti, moralizzatori, crocerossine, ecc. Non importa: ciò che conta è in tanti mi ascoltino, leggano quello che scrivo, vedano quello che filmo in tempo reale, diano il loro like o meno, rilancino ad altri e virilizzino a tamburo battente (con tanti altri profili) in una sorta di delirio socialpower. E a me cosa ne viene? Che ho vomitato quello che mi fa star male e che mi genera dolore. L’ho detto non a uno, ad alcuni, ma nei social. Da una persona cara posso sentirmi giudicato, cosa devo fare o non fare; lo psicologo mi dice di ritornare la prossima volta e, nel contempo, sono 100 € a seduta (di 30 minuti); i miei amici mi danno una pacca sulla spalla, mi consolano (ma non ho bisogno di questo); le persone della famiglia non mi capiranno (mai) perché non c’è spazio tra me e loro, e la troppa vicinanza rende incapaci a vedere in profondità.
Esercitare il discernimento, in questo preciso contesto, significa distinguere tra il bisogno di essere ascoltato e la necessità di essere accompagnato in un percorso serio e progressivo (sia in ambito psicologico, sia in ambito spirituale sapendo che sono cammini che possono integrarsi, ma totalmente diversi tra loro, per natura, sostanza, finalità). L’istantaneo, subitaneo, repentino rovesciamento nei social della mia intimità risponde a molteplici esigenze tra cui la paura di rimanere da soli implosi nell’urlante solitudine, andando a pescare nella pancia dell’istinto, nelle viscere dell’immediatezza. Non importa cosa dico e come lo dico: ciò che conta è dirlo.

Morbosi, curiosi, socialosi

Vi sono dei profili social che mi avvisano (con notifica, suono, ecc.) ogni qualvolta è aggiornato il profilo delle persone che ho nei miei contatti. Provo solo a immaginare quale foresta di suoni, voci e vocine, sibili e trilli elettrizzano lo smartphone ogni 15” come minimo (dipende dai contatti caricati). A volte mi chiedono perché non ho WhatsApp! Perché vedo gli effetti sugli altri e me ne guardo bene dall’esserne travolto. È una scelta tra altre scelte. Vi sono persone che sono diventate morbose e curiose dopo aver aperto un profilo social (prima non lo erano). Curiosare nei profili social degli altri è oramai equiparato al caffè della mattina. Brioche, cappuccino e una visitina sui social altrui. Discernere, pertanto, significa chiedermi: perché ho bisogno di andare su FB, su Instagram e altro social della tal persona? Cosa si attiva in me (nell’inconscio) sentendo il bisogno di dopaminizzarmi? E dopo aver curiosato (per non poco tempo, sottratto ad altro) cosa me ne torna? Un vento di confusione, una cascata di disordine, una diga di morbosità che si autoalimenta nell’aggiornare costantemente il mio profilo (quasi ogni respiro o giù di lì).
Il profilo nutre il mio essere socialoso: trovare benessere nelle relazioni social. Vi sono persone che dicono: «vado sempre a leggere ciò che scrive quella persona (anche sconosciuta) perché le sue parole mi fanno star bene, ciò che scrive è quello che penso anch’io, mi aiuta a dare senso alla giornata spesso grigia e con poche soddisfazioni». E molte persone hanno capito che cosa si mette in moto nelle retrovie di Internet, capendo che il proprio profilo social è fonte di denaro, business, soldo veloce e con poca fatica. All’inizio è gratis, poi nel tempo mi creo un piccolo zoccolo di aficionados, affiliati dei social. I loro ritorni sono fondamentali perché mi servono per profilizzarli sempre più a me e io a loro.
Se quello che cerco è di qualità, è utile al mio lavoro, mi aiuta a entrare in dinamiche della rete che ignoro, sono disposto anche a pagare. È così che nascono gli «imprenditori di me stesso»: uomini e donne che fanno della propria specifica professionalità una fonte economica e di business (con cifre molto alte). Ogni giorno, un video di pochi minuti sul proprio profilo social per coltivare la profilizzazione con i propri clienti digitali. Il negozio sotto casa si è trasformato nel proprio profilo social dove compero, vendo, conosco, prendo, lascio, conosco, ecc. Con un dettaglio non secondario: nel negozio sotto casa stringo la mano della persona; nel profilo social basta il dito indice a cliccare sullo schermo e la “relazione” è fatta. Già, a quale prezzo?

Tutti di tutto. Individualità vetrinizzate

Il concetto di relazione si fonda, per dirla in parole povere, su un sentiero che va da una casa all’altra. La terra la devi calpestare per andare ad incontrare la persona e per essere incontrato. La relazione è quel terreno che non appartiene alle persone che lo percorrono, ma è loro donato. Nelle dinamiche digitali è l’esatto contrario: il profilo social è il mio giardino di casa che curo e custodisco con passione, tenacia, impegno, impiego di tempo, energie, denaro. Vetrinizzare la mia vita non ha un valore e un significato per me, ma lo ha per gli altri. Il profilo social sono gli occhi con i quali desidero essere visto, pensato, considerato, apprezzato, cercato, amato dagli altri. Il significato profondo, e poco confessato, sono le aspettative che ripongo nel creare il mio profilo social con foto selezionate, parole scelte, video studiati. Nulla è lasciato al caso perché in gioco c’è l’immagine (digitale) che gli altri coltivano di me (reale). Nel profilo social – spesso – c’è la persona che vorrei essere. Il profilo social è un ottimo canale dove far crescere apparenze, aspettative, desideri.
Poi c’è la realtà, l’uomo e la donna che sono tutti i giorni come genitore, figlio, prete, insegnante, nonno, educatore, ecc. Esercitare il discernimento significa capire quali bisogni interiori mi inducono a dare tanta attenzione alla cura del mio profilo social. Se discernere significa distinguere, e poi anche decidere, è bene per me riconoscere le vere dalle false motivazioni nell’essere così socialoso/a. Un saggio discernimento mi aiuta a dare il giusto valore a tutto e a tutti, incluso il mio profilo in rete.


Relazioni comunicative

 

e affettive dei giovani

 

nello scenario digitale

 

Una ricerca

 

Chiara Giaccardi *

 

 

Qualche premessa sulla ricerca

 

Quando dalla Cei mi hanno chiesto di immaginare e realizzare una ricerca sui giovani nello scenario digitale, oltre al grande piacere e onore di poter collaborare a un lavoro esplorativo, potenzialmente utile alla comprensione e interpretazione di un aspetto cruciale per la contemporaneità, ho avuto subito due pensieri: il primo, “c’è troppo poco tempo”; il secondo, più in positivo, è stato “sarebbe bello coinvolgere anche i colleghi dell’Università che si occupano di comunicazione, sia nella definizione del disegno della ricerca che nella sua realizzazione” (sapendo che questo, ovviamente, avrebbe dilatato i tempi ulteriormente). Ho comunque deciso di seguire questa strada, e non me ne sono affatto pentita. Mi fa piacere quindi ricordare tutte le persone che hanno contribuito, a livello di ideazione e realizzazione, a questo lavoro. Per la fase di costruzione del quadro di riferimento e di messa a fuoco degli elementi da ricercare attraverso l’indagine empirica sono stati preziosi i contributo di Piermarco Aroldi, Fausto Colombo, Ruggero Eugeni, Silvano Petrosino, Massimo Scaglioni, Nicoletta Vittadini, oltre che del collega e amico Alessandro Zaccuri. Sulla parte empirica della ricerca, e sulla periodica discussione dei risultati via via emersi, sono stati coinvolti i diversi centri di ricerca sulla comunicazione dell’Università Cattolica (Osscom, Certa, Arc, Almed), che hanno messo a disposizione ricercatori e, nel caso di Osscom, strutture.

Mi piace ricordare tutti i nomi dei giovani ricercatori che con grande impegno e capacità hanno svolto la parte empirica della ricerca e collaborato all’interpretazione dei risultati: Simone Carlo, Elisabetta Locatelli, Sara Sampietro, Silvia Tarassi, Matteo Tarantino.

Dopo il “chi” (che è sempre l’aspetto più importante), qualche parola sul “come”.

Considero questa ricerca 1 una sorta di “studio pilota”, suscettibile di espansione sia in senso quantitativo (attraverso una survey che restituisca alcune informazioni di sfondo in modo più accurato) che qualitativo (attraverso un’etnografia che renda conto delle pratiche nel loro farsi e nel loro intrecciarsi con le relazioni e le attività quotidiane, auspicabilmente per un periodo di tempo sufficientemente prolungato – almeno un anno – per raggiungere risultati significativi).

Uno studio-pilota che però, nonostante i suoi limiti, ha consentito di raggiungere alcuni importanti risultati. Innanzitutto i limiti. C’è prima di tutto un limite numerico: nonostante l’attenzione a distribuire le interviste su tutto il territorio nazionale, e la cura di mantenere l’intervista di una durata non inferiore ai 60 minuti, con la possibilità di scavare quindi piuttosto in profondità sui temi di nostro interesse, il numero di 50 non consente delle generalizzazioni, ma tutt’al più suggerisce delle tendenze da verificare e delle questioni da approfondire. Va comunque detto che, a supporto delle interviste e proprio per avere uno sfondo più ampio sul quale leggere i nostri risultati, abbiamo pensato di sempLificare la traccia dell’intervista trasformandola in un questionario, che abbiamo distribuito a 300 studenti di due diverse università milanesi (ricordo che la fascia di età indagata era quella dai 18 ai 24 anni, e che il campione delle interviste era equamente distribuito tra lavoratori e studenti: quindi almeno per la parte degli studenti, che è quella che frequenta in modo più massiccio e costante il continente digitale, i dati risultano particolarmente attendibili). Va anche aggiunto che gli intervistati, significativamente poco preoccupati della privacy, hanno accettato i ricercatori come amici su FB 2, consentendo così qualche incursione digitale utile allo scopo di verificare la congruenza tra dichiarazioni rilasciate nell’intervista e pratiche effettive (che è di fatto emersa anche da questo ulteriore approfondimento sul versante online).

I pregi, spero, emergeranno nel corso di questa esposizione.

Il mio intervento si articola in due parti.

Nella prima, cercherò di dar conto degli aspetti più interessanti emersi dalla nostra indagine, dove l’interesse è legato soprattutto a tre caratteristiche: 1) in grado di “falsificare” alcuni luoghi comuni sullo spazio digitale o sul rapporto tra online e offline; 2) in grado di aggiungere qualche elemento ulteriore rispetto alle recenti ricerche sul tema (penso per esempio all’Ottavo rapporto sulla comunicazione del Censis); 3) in grado di offrire appigli e spunti per un’umanizzazione del continente digitale.

Nella seconda parte, più ridotta, cercherò appunto di evidenziare le “buone notizie” che emergono dall’esplorazione del continente digitale 3, o almeno di questa sua significativa porzione, per poter indicare, cosa che era fin dall’inizio tra gli obiettivi della ricerca, gli elementi sui quali innestare un’azione educativa, o a partire dai quali facilitare pratiche di comunicazione autentica, alla luce di quel nuovo umanesimo auspicato da S.S. Benedetto XVI nella Caritas in Veritate, e richiamato da S.E. Mons. Giuliodori nella sua introduzione a questa giornata.

 

ASPETTI PECULIARI DELLA RICERCA

 

Stare in relazione nel continente digitale: i giovani dai 18 ai 24 anni

 

Anche qui, una premessa importante:

La cecità di fronte al nostro mondo-ambiente digitalizzato rischia di trasformarci in “idioti tecnologici” secondo la nota espressione di McLuhan, che, per un eccesso di prossimità ai media che plasmano il nostro sensorio, non si rendono conto di quello che fanno. ll continente digitale richiede forme specifiche di adattamento e tende a stabilizzare disposizioni durevoli, basate sul primato della percezione, sulla circolazione di etichette che orientano la valutazione, sulla costruzione di “corpi socializzati” ai modelli di esibizione di sé e riconoscimento sociale, che sollecitano forme imitative. Più che di mutamenti antropologici, si tratta di mutamenti ambientali che richiedono adattamento. Ma adattarsi alla nuove condizioni esperienziali e relazionali non comporta necessariamente un appiattimento: un approccio “ecologico” al mondo digitale, quale quello tentato attraverso la nostra indagine qualitativa, consente di rendere conto delle pratiche comunicative come atti dotati di senso e capaci di produrre senso, dando forma all’ambiente attraverso un adattamento creativo e orientato alla relazione.

Come scriveva McLuhan infatti, “Gli ambienti non sono contenitori, ma processi che mutano completamente il contenuto” (McLuhan 1998, p 21).

E ancora, “Il presente è sempre invisibile perché ambientale. Nessun ambiente è percettibile, semplicemente perché satura l’intero campo dell’attenzione” (1967 (percez 22) 4.

Tra i numerosi aspetti emersi dalla ricerca, e tenendo conto che alcuni saranno approfonditi nelle relazioni che mi seguiranno (come gli usi, le pratiche, e i significati delle diverse piattaforme), ho scelto di soffermarmi qui soprattutto su tre questioni di rilevante significato antropologico: la trasformazione dello spazio; la trasformazione del tempo; le caratteristiche della relazione. Un’ultima precisazione: alla luce dei risultati emersi penso che si possa dire, anche se con cautela, che ci sono buone notizie dal continente digitale; e per una volta, non sono d’accordo con McLuhan, quando affermava “Le cattive notizie rivelano il carattere del cambiamento, le buone notizie no”. Credo che queste buone notizie siano in grado di cogliere alcuni cambiamenti in atto, e possano invece aiutarci a dare forma al nostro abitare il continente digitale.

 

Oltre la contrapposizione: bassa discontinuità e transitività spaziale nel continente digitale

 

Un aspetto a mio avviso estremamente importante, che emerge con chiarezza dalla ricerca, è quella che chiamerei una “bassa discontinuità” tra offline e online, che si configurano come due livelli di un’esperienza unitaria (unificata dal soggetto in relazione) e non come due mondi paralleli, alternativi, in relazione problematica tra loro – uno il surrogato dell’altro, uno ostacolo all’altro etc.).

La discontinuità tra i due livelli dell’esperienza è in realtà estremamente ridotta, mentre prevalgono gli elementi di continuità.

Tale continuità precede addirittura l’utilizzo dei new media, dato che si esprime innanzitutto a livello di quelle che abbiamo definito “precondizioni” d’accesso allo spazio digitale (distinguendo tra precondizioni strutturale e socioculturali); emerge poi, con grande chiarezza, a livello delle pratiche, che mettono in atto forme di transitività bidirezionale tra i due livelli dello spazio di esperienza.

Con precondizioni strutturali intendiamo tutti gli elementi che precedono l’accesso allo spazio digitale, e che definiscono la prospettiva offline del soggetto. Abbiamo distinto in particolare tra status (studenti o lavoratori); territorialità (grande città o piccolo centro) e dotazione tecnologica. A differenza di quanto le retoriche sulla smaterializzazione, democratizzazione e delocalizzazione della rete tendono ad affermare, abbiamo notato una forte incidenza delle variabili strutturali sui tempi e i modi di accesso allo spazio digitale. Per esempio, i giovani lavoratori fanno un uso molto più circoscritto e strumentale dei nuovi media, a differenza degli studenti, che hanno tempi di connessione più lunghi e modalità di presenza più differenziate per livelli di coinvolgimento; così come il fatto di abitare in un piccolo centro rende da un lato più consapevoli a attenti sulla dimensione della privacy, dall’altro rende più stretta la relazione tra offline e online, dato che si ha maggiore occasione di incontrare nella quotidianità le persone con cui si conversa in rete. Il radicamento territoriale è anche molto evidente rispetto ai gruppi amicali, che hanno radici spaziali ben precise e che vengono “importati” nella dimensione online (gli amici del quartiere, o gli amici della palestra, o i compagni di università..). In tutti i casi, esiste una “materialità” dell’esistenza che non solo non viene completamente scavalcata, ma si riflette nelle forme di presenza digitale.

Con precondizioni socioculturali abbiamo invece indicato la varietà e quantità dei consumi culturali offline, e la varietà e composizione delle reti relazionali offline, che abbiamo osservato intrattenere una relazione significativa con le pratiche online.

Anche i processi di costruzione di identità e le modalità di management e manutenzione delle relazioni, come si vedrà meglio in seguito, rivelano una stretta relazione e una continuità tra online e offline, tanto che si può dire che la diffusione pervasiva dei social media (rispetto ai personal media - FB ha superato Google -, ma anche a una prima fase di modelli più “virtualizzati” di relazione online – come Second Life, in nettissimo calo di popolarità) inaugura un modo decisamente “socialmente orientato” di abitare il continente digitale.

Per questo si può evidenziare, come elemento positivo, una continuità tra le dimensioni online e offline: gli spazi della rete non sono luoghi “utopici”, dove proiettare il desiderio di un mondo totalmente altro, ma neppure, per usare l’espressione di Foucault, “eterotopie”, luoghi totalmente discontinui e autonomi dalla dimensione esistenziale concreta. Più che di contrapposizione tra reale e virtuale (come due dimensioni ontologicamente e qualitativamente diverse, quasi incommensurabili, dell’esperienza), si può forse parlare di analogico e digitale (nel senso di “continuo” e “discontinuo”, in quanto richiede la mediazione di un’interfaccia), o, più semplicemente, di online e offline come di due articolazioni dello spazio di esperienza e relazione, unificato dalla soggettività che in esso si muove secondo traiettorie di transitività, di attraversamento dei confini nelle due direzioni, e non secondo rapporti patologici di sostituzione o colonizzazione.

 

Un nuovo senso del luogo

 

Già all’inizio degli anni ’90, dalla sua prospettiva antropologica Marc Augé dichiarava: “Abbiamo bisogno di re imparare a pensare lo spazio” (Augé 1993:37). Se l’oggetto dell’antropologia sono “gli spazi significanti (…) gli universi di senso all’interno dei quali gli individui e i gruppi si definiscono in rapporto agli stesi criteri, agli stessi valori e alle stesse procedure di interpretazione” (ivi, 35), allora, oggi, è impossibile escludere lo spazio digitale dagli spazi significanti.

In un contesto caratterizzato da “sovrabbondanza spaziale (mutamenti di scala, accelerazione della mobilità, moltiplicazione dei riferimenti immaginifici e immaginari), i parametri spaziali si ridefiniscono continuamente: non soltanto si riarticola la relazione tra “vicino” e “lontano”, ma anche , come si è visto, quella tra online e offline.

Questo insieme di considerazioni, confermate dai risultati della nostra ricerca, costituisce uno stimolo a ripensare il luogo: alla parziale smaterializzazione (il luogo non è più un “contenitore” stabile di eventi e relazioni; non è più “mappabile” in modo preciso; non ha più una consistenza territoriale e dei confini certi) corrisponde però una sua “umanizzazione”, che lo vede configurarsi come l’intreccio stabile, a geometria variabile, di relazioni nel tempo. Tempo, spazio e relazione sono le variabili che, nel loro intreccio, definiscono la pluralità dei luoghi in cui si iscrivono le pratiche quotidiane, fatte di prossimità relazionali e negoziali (De Certeau 1980).

La dimensione online consente la costituzione di “luoghi antropologici” (relazionali, identitari e storici, secondo la celebre definizione di Augé) 5 e, benché non immune dal rischio del non-luogo (la contiguità solitaria, la pluralità senza sintesi, l’autoreferenzialità, una interazione anonima mediata da interfacce testuali, l’accumulo di identità provvisorie…) è orientata da chi la abita decisamente verso la prima possibilità. In particolare, attraverso la stabilità, la costruzione di familiarità, la fiducia come condizione dell’accesso alle cerchie sociali, la manutenzione delle relazioni e l’organizzazione di attività e incontri offline.

Quindi si può dire che tutti gli spazi, sia quelli offline e quelli online, sono reali: cambia la qualità della relazione, occorre un equilibrio nell’articolazione, ed è auspicabile la salvaguardia di entrambe le dimensioni, e della transitività dall’una all’altra: oggi, infatti, una relazione che vive principalmente online è disincarnata e può diventare patologica, ma anche una che si lascia intrappolare nei vincoli dell’offline senza sfruttare le possibilità di prossimità digitale, di condivisione e manutenzione delle familiarità offerta dall’online si impoverisce e inaridisce, come ogni cosa viva che non viene coltivata, e resta schiacciata dagli eccessi di tempo e di spazio che caratterizzano la contemporaneità 6.

 

Oltre il presente assoluto: estasi e cronotopi

 

Per quanto riguarda le pratiche della comunicazione mediata, oltre alla considerazione sulla contiguità e “bassa discontinuità” degli spazi online e offline, è interessante quanto emerge sulla dimensione del tempo, altra coordinata antropologica fondamentale dell’esperienza. Posto che lo status incide moltissimo sulla struttura del budget temporale (chi lavora, come si è detto, fa un uso molto più contenuto e finalizzato dei nuovi media), complessivamente si possono riconoscere alcuni aspetti interessanti:

un uso consapevole della risorsa temporale: anche se il modello di organizzazione temporale non può essere definito strettamente “monocronico” (orientato all’obiettivo piuttosto che alla relazione, scandito in attività in sequenza lineare, una cosa alla volta), con i suoi caratteri di efficienza ma anche di strumentalità e di scarsa considerazione della relazione, non si può nemmeno dire che emerga un modello “policronico” 7 puro (orientato alla relazione ma senza capacità organizzativa, caratterizzato dalla sovrapposizione delle attività e da una certa dispersività): piuttosto, si assiste a un’interessante gestione della risorsa temporale, che si configura come consapevole, organizzata, gerarchizzata, orientata alla relazione. Consapevole perché tematizza la rilevanza dei vincoli esterni (orari di lavoro, tempi da dedicare allo studio, tempi in cui l’uso dei new media va limitato o azzerato per consentire lo svolgimento di altre attività) e anche la ricerca di “tattiche di gestione” che consentano il rispetto dei vincoli (come “nella settimana degli esami non si usa FB”); organizzata, perché la giornata feriale, e diversamente il week-end, è modellata su un palinsesto di molteplici attività (dall’incastro di attività lavorative precarie ai diversi impegni sportivi) che richiedono il rispetto dei tempi e la capacità di gestire una complessità notevole di ruoli, attività e relazioni; gerarchizzata perché, anche quando si è online e l’orientamento è multitasking all’interno di un tipo di utilizzo dei new media che abbiamo definito “ambientale”, ci sono diverse gradazioni di coinvolgimento, e, a seconda del momento della giornata e dell’attività principale in corso, lo spazio online passa in primo piano o resta sullo sfondo (per esempio con la modalità “invisibili”, un atteggiamento “monitorante”, per vedere cosa succede senza farsi coinvolgere se non c’è il tempo di farlo), che è una modalità “gestaltica” interessante di articolare lo spazio online e quello offline (dove la rilevanza, e quindi il criterio della valutazione, è stabilita principalmente dall’offline); e infine, orientata alla relazione, poiché tanto nell’online quanto nell’offline, se si esclude la dimensione lavorativa in senso stretto, le attività hanno tutte una forte componente sociale e l’uso dei new media, pur nelle diverse forme che assume, è tendenzialmente relazionale: essi contribuiscono in modo decisivo alla gestione di una complessità crescente, e al mantenimento delle relazioni in un regime di attività molteplici e frenetiche sovrapposizioni (quello che Augé chiama “eccesso di tempo”) che renderebbero altrimenti molto difficile coltivare i rapporti.

Una rilevanza significativa della “durata” come dimensione delle relazioni altamente investite, che si radicano in un passato non necessariamente recente, e quella della “potenzialità” come riserva relazionale non attualizzata e non investita, ma passibile di attivazione nel futuro. Non si verificherebbe quindi quella “mancanza di avvenire” che per molti autori caratterizza la vita sociale contemporanea (Bourdieu 2000:246), con effetti gravemente limitanti sulle dimensioni della responsabilità e della libertà. Il futuro è, in ogni caso, un “futuro breve” (Leccardi), per una serie di condizioni strutturali ineludibili (precarietà, mutevolezza del mercato del lavoro, crisi) oltre che culturali; ciononostante, la dimensione del futuro è tutt’altro che assente, anche se non esplicitamente tematizzata.

In entrambi i casi (il permanere del passato e l’apertura verso il futuro) la dimensione temporale sfugge ai limiti di quel “presente assoluto” che caratterizza la declinazione iperindividualista della soggettività contemporanea (Bauman 2000) e il tempo riacquista pienamente la sua dimensione “estatica”, dove quelle che Ricoeur chiama “le tre estasi del tempo” (passato, presente e futuro) svolgono un ruolo significativo e dove, al di là del presente immediato, il passato e il futuro definiscono rispettivamente un repertorio di esperienza significativa che va custodita e un orizzonte di attesa. Va aggiunto, come nota problematica, il fatto che il passato è considerato soprattutto un ambito che dà spessore e garantisce autenticità al presente, ma meno come un vincolo che prefigura traiettorie preferenziali di comportamento; così, il futuro è visto come un ambito di potenzialità sul quale affacciarsi, possibilmente senza vincoli. Ma questo è un aspetto su cui è possibile avviare una riflessione anche in termini educativi.

Una stretta intersezione tra dimensione spaziale e temporale, che richiama alla memoria l’idea di “cronotopo” usata da Bachktin a proposito del romanzo 8 pare utile anche per interpretare gli “account” dei soggetti intervistati.

Secondo Bachtin “Ogni ingresso nella sfera dei significati avviene soltanto attraverso la porta dei cronotopi” ( p. 405). Il cronotopo è infatti un tempo incarnato in un luogo, un concetto fisico prima ancora che letterario o sociologico, che si afferma in polemica con uno spazio e tempo astratti di tipo euclideo, raccogliendo le sollecitazioni della teoria della relatività di Einstein. Il tempo è sempre “embedded”, come già ricordava S. Agostino: non è mai una dimensione astratta, standardizzata, disancorata, secondo il modello spazializzato e meccanico della modernità 9. Il continente digitale, con le possibilità di mantenere una pluralità di livelli in relazione tra loro, consente, più che altri “habitat” che lo hanno preceduto, il superamento dell’astrazione spaziotemporale e anche dell’astrazione meccanizzante dei tempo frammentato. Il cronotopo, usato come chiave interpretativa della nostra analisi, non rappresenta solo una sintesi di spazio e tempo, ma di diversi spazi e diversi tempi (biografici, relazionali e sociali).

Se si mantiene il cronotopo come unità di analisi dell’esperienza e della relazione, è possibile rileggere anche la dimensione dell’evento, che non si caratterizza come unità esperienziale intensa ma puntuale, in una logica di assolutizzazione del presente, dentro un tempo discontinuo a “stagni e pozzanghere”, come lo definiva Bauman, ma come un momento denso che rimanda a un prima e a un dopo, che sintetizza in sé i vari spazi e i vari tempi, contribuendo alla “tessitura” dell’identità e della vita relazionale del soggetto. L’esistenza non si caratterizza quindi per una radicale “evenemenzialità” (nel segno del trionfo della cronaca, dell’autonomia degli eventi, della giustapposizione e collezione che preclude l’intelligibilità): nel cronotopo ogni evento include tutto lo spazio e tutto il tempo, è una sorta di “Aleph” di borgesiana memoria.

Nel cronotopo, inoltre, spazio e tempo hanno sempre una coloritura valutativo-emozionale, poiché sono legati alla dimensione dell’esperienza come vissuto: non sono solo dunque qualcosa che “ci accade” in modo contingente, , così come capita che piova o ci sia il sole, ma qualcosa che ha un legame con la nostra storia, la costruisce e viene valutato in rapporto ad essa.

Dalle interviste realizzate, ci è parso che il tempo fosse radicato (nell’esistenza offline, nelle relazioni), e non disancorato, e, inoltre, esteso e non “istantaneizzato”.

Secondo Bachtin, poi, in letteratura è possibile cogliere dei “valori cronotopici”, ovvero delle figure in grado di cogliere il cronotopo in tutta a sua pienezza. Per esempio, il cronotopo dell’”incontro”, dove predomina la sfumatura temporale (promessa di futuro) e l’alto grado di intensità valutativo-emozionale (positivo-intenso per la ricchezza e l’apertura delle nuove possibilità 10): un cronotipo molto presente nelle nostre interviste, come “potenziale relazionale” attivabile nel tempo (ma anche come suo corrispettivo, il “distacco”, nel caso in cui venga negata l’amicizia, o si elimini qualcuno dai propri contati a seguito di un “raffreddamento” della relazione); “la strada” (il luogo della casualità,della sollecitazione sensoriale e percettiva, anche se di intensità valoriali ed emozionale minore) si configura come possibile luogo di incontro e scontro dei destini diversi, di persone che sono lontane biograficamente ma contigue fisicamente o “comunicativamente” (la “cerchia” relazionale, in uno spazio molto frequentato, funziona da dispositivo di riduzione della casualità o di casualità controllata). La strada diventa anche la metafora del passare del tempo e della progressione personale (“cammino”), e il cronotopo della riduzione della distanza (s) nell’istante (t).

Caratteristico del cronotopo, e della comunicazione nello spazio digitale, è poi l’“Intrecciarsi dello storico e del pubblico-sociale col privato e con l’intimo” (Bachtin 394). La “Soglia” è un altro cronotopo importante e denso dal punto di vista valutativo-emozionale, poiché ha a che fare con la possibilità di accesso (a un mondo, a una nuova cerchia) e quindi con il tema del cambiamento, ma anche con il senso di incertezza (entrare? lasciar entrare?). Nel cronotopo della soglia il tempo è un “momento sospeso”, un intervallo “liminale”11 che può segnare un mutamento (legato al’accettazione in una nuova cerchia relazionale) oppure un’attesa, che può anche trasformarsi in rifiuto.

Il cronotopo è sempre metaforico e simbolico, poiché implica un allargamento dello spazio-tempo, una dilatazione del qui-ora verso le altre estasi del tempo. È un centro organizzativo degli eventi, una unità di contesto, un “morfema abitativo”. (397). È il punto in cui si allacciano, sciolgono, alimentano le relazioni.

Rappresenta una materializzazione del tempo nello spazio, una condensazione e concentrazione del tempo della vita e del tempo storico in determinate porzioni di spazio. Si configura quindi come una unità di significato, capace a sua volta di unificare, ma non come un punto chiuso, bensì come un luogo di rimandi ad altri spazi e altri tempi. Svolge quindi una funzione connettiva fondamentale. Il cronotopo è un dispositivo di management della complessità, di gestione degli “eccessi di spazio” e degli “eccessi di tempo”.

Il cronotopo è anche un dispositivo di “mobilità del confine” (delle cerchie, delle stesse piattaforme): identifica infatti un rassicurante “dentro”, una safe zone, rimuovendo il minaccioso e lasciando l’incerto fuori, ma senza rigidità assolute.

Quello che Bachtin afferma a proposito del rapporto tra mondo raffigurante e mondo raffigurato dell’opera letteraria può applicarsi al rapporto on-line/offline: “Per quanto distinti tra loro (…), per quanto immancabile sia la presenza di un confine rigoroso tra di essi, essi sono indissolubilmente legati tra loro e si trovano in un rapporto di costante azione reciproca, simile all’ininterrotto metabolismo tra l’organismo vivente e il mondo che lo circonda” (401).

Oltre ai cronotopi, un ruolo cruciale nel continente digitale è svolto dagli “eventi connettivi” (il passarsi informazioni su un evento, il condividere materiali…).

La “chiacchiera” è un evento connettivo fondamentale nel continente digitale, poiché serve alla manutenzione delle relazioni, e a rafforzare il senso “gratuito” dell’essere-con.

 

Oltre la connessione: “stay tuned” e identità relazionali

 

Viviamo in un’epoca di “rimediazione” (Bolter, Grusin), in cui, come già affermava McLuhan, “il contenuto di un medium è sempre un altro medium” e in cui i nuovi media non sostituiscono i vecchi, ma li costringono a riformulare il loro ruolo. Anche la televisione, quindi non scompare, ma si modificano le condizioni della fruizione e il suo significato sociale 12.

Come non si evidenzia una netta separazione tra dimensione offline e online dell’esperienza, così le tecnologie non possono essere analizzate separatamente, ma solo nel modo congiunto in cui danno forma, e diversi gradi di spessore e densità, al continente digitale. L’elemento unificante, che consente alle diverse piattaforme di disporsi in modo convergente, è la relazione. Se, come scriveva McLuhan, il medium è il messaggio, si può dire che il messaggio dei social network è la relazione. Dentro questo tratto comune si verificano poi diverse accentuazioni 13.

La vera novità degli ultimi anni è l’esplosione dei social network (secondo il Censis, il 67% dei giovani tra i 14 e i 29 anni utilizza FB), il che significa che più che desiderare di abitare mondi virtuali, o di trovare nuovi palcoscenici per l’espressione e l’esibizione di sé, le persone sono interessate a stare in relazione: come si legge nell’ Ottavo rapporto sulla comunicazione, “L’analisi delle motivazioni che hanno spinto gli utenti a iscriversi a FB mostra che tra le ragioni principali non figurano né il desiderio di mettersi in mostra, né la speranza di intrecciare una relazione intima.. Il motivo che con frequenza maggiore viene indicato alla base dell’adesione a FB è la possibilità di mantenere i contatti con gli amici” (p. 144).

E questo ha una serie di implicazioni sulla priorità della presenza in rete (in cui l’altro è sempre tenuto in considerazione), sull’etichetta della partecipazione ai luoghi pubblici online, sull’equilibrio tra l’espressione di sé e l’attenzione al contesto, sulla fiducia nei confronti di chi accede allo spazio comune: implica, in altre parole, una postura relazionale in cui l’individuo non è in assoluto al centro della scena 14.

Venendo ai risultati della nostra ricerca, rispetto alla questione della relazionalità online, si è evidenziata una continuità tra la composizione delle reti sociali offline e quella online: in particolare, si è visto come i modelli caratteristici della relazione offline (unitarie – basate su una cerchia prevalente -, frammentate – costituite da “galassie” relazionali indipendenti, “gruppocentriche” – tenute insieme da un nucleo stabile di soggetti in relazione, o “egocentriche” – tenute insieme dall’individuo) siano in stretta relazione con le pratiche relazionali nel continente digitale.

E se si evidenza per chi vive nei piccoli centri una contiguità tra le due articolazioni dell’offline e dell’online, con una prevalenza della seconda come ambito privilegiato e “ultimo” della relazione, mentre nei grandi centri le relazioni significative sono più massicciamente “trasferite” nell’online, per la difficoltà di gestire numeri generalmente più alti e distanze spaziali più vincolanti, in tutti i casi non emerge il modello relazionale della “sostituzione” o del “surrogato”.

Per quanto riguarda l’uso degli ambienti digitali, abbiamo distinto tra:

Usi principalmente orientati alla relazione, e in particolare: usi relazionali-organizzativi, orientati al management delle relazioni; e all’organizzazione di incontri ed eventi principalmente offline; usi relazionali-referenziali, dove l’accento è sui contenuti di cui si parla; usi relazionali-monitoranti, finalizzati a vedere “cosa fanno gi altri”; usi relazionali-fatici, dove si enfatizza il contatto e la chiacchiera come collante relazionale.

Usi principalmente orientati alla produzione, alla condivisione non focalizzata e al consumo come modalità più “individuali” , in particolare: usi orientati alla performance – produzione e scambio di materiali, orientati alla consultazione – con scopo informativo-conoscitivo, e orientati all’intrattenimento – videogiochi, visione di video divertenti su YouTube.

Gli usi del secondo tipo, pur presenti, risultano meno significativi sia quantitativamente che qualitativamente (come investimento affettivo e temporale).

Scendendo più nel dettaglio nella gestione delle reti di relazione, possiamo evidenziare una serie di elementi interessanti:

Le piattaforme, tendenzialmente, definiscono diversi livelli di uno “spazio prossemico” che ha il soggetto in relazione come proprio centro, da cui si allargano cerchie dove l’estensione è inversamente proporzionale all’attaccamento e all’investimento. Distinguiamo quindi una sfera “intima”, un nucleo relazionale stabile e generalmente di vecchia data, che costruisce precipuamente attraverso MSN lo spazio dell’interazione (e/o il cellulare o, in misura minore, Skype), con un interessante slittamento di significato dal radicamento nel passato della piattaforma (quella che si usava quando si era adolescenti) e delle relazioni (quelle più radicate nel passato, gli amici di sempre) 15; e cerchie più ampie, generalmente “ancorate” a luoghi offline (gli amici della palestra, i compagni dell’università), delimitate da confini presenti ma non totalmente impermeabili, oppure presenti nella forma meno investita di “riserve di contatti”, in attesa di verifica e breve termine o passibili di attivazione nel futuro. FB è lo spazio delle cerchie più ampie, dove il regime comunicativo è quello della pubblicità e della visibilità. Se MSN è maggiormente deputato al “management in profondità” delle relazioni, FB è il luogo del mantenimento e dell’ampliamento delle cerchie relazionali.

La sicurezza: poiché il mondo di FB è un mondo ad accessibilità controllata, viene percepito come uno spazio tendenzialmente sicuro e privo di pericoli; gli scrupoli maggiori riguardano piuttosto la salvaguardia della propria privacy (specialmente in chi lavora), evitando di condividere argomenti e informazioni troppo personali 16.

La fiducia e l’intersezione tra le cerchie: a parte il contatto MSN e il numero di cellulare, che sono forniti solo alle persone con le quali esiste già un rapporto di fiducia, l’accesso a FB è relativamente controllato, generalmente attraverso due tipi di filtri: se qualcuno “chiede l’amicizia” si può lasciarlo in sospeso, per capire nel frattempo qualcosa in più (soprattutto attraverso osservazione offline), oppure capire se esistono amici in comune: molto tipicamente essere “amici dell’amico” (la forma digitale del passa-parola, o una sorta di “two-step flow” nelle relazioni) costituisce una sorta di garanzia di affidabilità. Quindi se è vero che l’accesso a FB non è indiscriminato e che entra in gioco la questione della fiducia, è anche vero che i criteri di verifica sono piuttosto superficiali e deboli: per accettare un nuovo amico spesso l’unica verifica è la “prima impressione” sulla base della foto; per “importare” un gruppo di amici è sufficiente la “garanzia” di qualcuno che si conosce.

La dimensione relazionale è centrale anche rispetti all’adozione delle tecnologie e delle piattaforme, che spesso seguono un percorso “imitativo”.

Riguardo a questa dimensione relazionale vorrei approfondire soprattutto un aspetto, che mi pare significativo: la costruzione di uno spazio pubblico prevalentemente fatico, caratterizzato dalla centralità dell”essere-con”, e il prevalere di una modalità relazionale più empatica e orientata all’armonia che finalizzata all’esibizione di sé o all’argomentazione (sul modello della sfera pubblica di Habermas): lo spazio digitale è un ambiente dove ci si “accorda” reciprocamente più nel senso della sintonia e del vibrare all’unisono che nel senso di una capacità deliberativa. In questa “musica pratica”, per usare una bella espressione di Barthes, si esprime una socialità in cui, comunque, non si può non tener conto degli altri.

 

La parola come chiacchiera e la parola come dono

 

Frasi molto ricorrenti nelle interviste effettuate, del tipo “Ci parliamo, due chiacchiere senza dirci niente, così…” oppure “MSN io lo uso per chiacchierare con i miei amici, parliamo di scemenze, cavolate…” e molte altre analoghe, dove ci si parla per sentirsi, per rimanere in contatto, rientrano, dal punto dell’analisi linguistica, in quella che Jakobson ha definito “funzione fàtica”, una sorta di uso residuale e marginale della comunicazione usato per verificare che il contatto si attivo, prima ancora che per dire qualche cosa. È l’unica funzione che l’essere umano ha in comune con gli animali (che si trasmettono, attraverso l’emissione di segnali, la reciproca presenta) e che caratterizza uno stadio “primitivo” della comunicazione, quale quello dei bambini molto piccoli, che prima ancora di poter pronunciare delle parole atte a comunicare, emettono suoni e vocalizzi in grado di rassicurarli sulla propria capacità espressiva e sulla possibilità di “farsi sentire”, pur senza dire qualcosa di comprensibile. Scrive infatti Jakobson: “Questa accentuazione del contatto può dare luogo a uno scambio sovrabbondante di formule stereotipate, a interi dialoghi, il cui unico scopo è prolungare la comunicazione (…) È anche la prima funzione verbale che viene acquisita dai bambini, nei quali la tendenza a comunicare precede la capacità di trasmettere e ricevere un messaggio comunicativo” 17. Quella che Jakobson considera una curiosità semipatologica del linguaggio, acquista oggi un ruolo centrale. Con quale significato?

La risposta va ricercata non nella linguistica, ma nell’antropologia. È stato Malinowsky 18, infatti, a fornire un’interessante interpretazione del ruolo sociale di quella che, significativamente, chiama “comunione fàtica”: non parola come “veicolo di significato”, ma parola come “atto”, come “evento” e come “dono” che crea un luogo comune da abitare insieme. La pragmatica precede la semantica. Infatti “Fàtico deriva dal greco phatikos (da phatizo) che significa ‘affermato’, detto’, ma detto senza prova, irresponsabilmente, come quando si dice qualcosa così, per il puro piacere di dire- Questa comunicazione fine a se stessa, questa glossolalia insignificante, viene posta da Malinowski letteralmente al centro della vita del villaggio primitivo. Essa risulta centrale non solo perché ha luogo ‘attorno al fuoco di un villaggio’, nei momenti di ozio, quando la comunità si ritrova ‘a godere della compagnia reciproca’. Essa è centrale anche per una ragione etica. Il tipo di azione che si fa chiacchierando di niente (…) è l’azione fondamentale per la costituzione e la ricostituzione della comunità” (Ronchi 2003:41-42) 19.

Se è vero che “ogni prassi comunicativa presuppone un tipo di comunità” (Ronchi 2003:5), è anche vero che la prassi comunicativa va valutata sullo sfondo delle più ampie condizioni esistenziali di un gruppo sociale. In un mondo, come lo definisce Augé, di eccesso di spazio, e di eccesso di tempo, dove il rischio dello sfilacciamento del legame sociale è altissimo e dove la moltiplicazione degli spazi e la complessificazione dei tempi rende sempre più difficile l’incontro, la comunione fatica continuamente ritesse il luogo comune e gli dà stabilità, configurandosi come una risposta non individualistica all’angoscia per quella che De Martino chiamava la “labilità della presenza”.

Anche la parola scambiata in rete con funzione fatica possiede questo potere “topogenetico” 20, piuttosto che referenziale, capace di creare e stabilizzare un luogo di incontro e convivialità prima ancora che di comunicazione (in senso “semantico”, come condivisione di contenuti). E se è vero che, in grandissima parte, “non si comunica nulla, si comunica “per comunicare’” (Ronchi 2003:39), la verifica del contatto assume una fondamentale funzione di tessitura della trama della quotidianità. La “comunità della rete” si insedia dunque nello spazio pubblico della comunicazione fatica, anziché in quello habermasiano dell’agire comunicativo razionale, e mira a un’intesa fondata sull’armonioso essere-con piuttosto che sul libero e critico consenso, come nella teoria dell’azione comunicativa. Se si possono cogliere gli aspetti positivi di questa risposta non individuale alle criticità contemporanee, non sfugge tuttavia l’ambivalenza di una condizione che per quanto positiva, non può proporsi come orizzonte ultimo della comunicazione; casomai, come costituzione delle condizioni di possibilità, come premessa forse necessaria, date le condizioni di complessità del nostro ambiente di esperienza, ma certo non sufficiente. La parola allestisce una prossimità, rompe un’estraneità, trasforma lo spazio in un luogo. Non costruisce però ancora un vincolo, un legame (non è parola-logos). E i rischi e le derive sono ben chiari, come riconosce lo stesso Ronchi: “La vuota chiacchiera risponde all’esigenza di fondare una micro comunità occasionale tra estranei che restano estranei. Per questo il bravo conversatore occasionale sa come evitare determinati argomenti che potrebbero produrre divergenze nel momentaneo luogo comune e, se si tratta di fare affermazioni, si attiene prudentemente a quanto pensa la maggioranza (…).La chiacchiera, insomma, ha una sua grammatica” (2003:40).

Se la funzione fatica svolge il ruolo di collante relazionale e di stabilizzatore del luogo dell’interazione (un luogo, come si è visto, sempre meno definito da coordinate spaziali, e sempre più da coordinate relazionali, quindi “a geometria variabile” poiché le cerchie sono mutevoli), è vero che il prevalere di questa funzione nella comunicazione dei giovani ha le sue “grammatiche”. In particolare, a seconda del livello di coinvolgimento che si mette in gioco (che si accompagna spesso alla scelta di una piattaforma piuttosto che un’altra 21), si verificano diversi modelli di “costruzione di familiarità”, e alcuni soggetti sono in grado di agire come “costruttori di familiarità”, facilitando la costruzione di “luoghi comuni“ allargati. Il modello prevalente della socialità pare proprio quello della costruzione della familiarità, sia nell’accezione minimale di “riduzione della distanza” (trasformando un contatto occasionale in un “amico”), sia nella forma più investita della “comunione fatica” 22.

E l’etichetta dell’essere-con prevede (a differenza delle retoriche dominanti, e anche delle nostre aspettative) la limitazione dell’espressività individuale per non rompere l’equilibrio del gruppo: un orientamento all’armonia che è tipico delle culture collettiviste, e che, unitamente al prevalere della funzione fatica, ci aveva inizialmente fatto pensare, in termini Mcluhaniani, a una sorta di “neotribalismo”, ma che in realtà rivela piuttosto i caratteri di una individualità relazionale, consapevole della presenza degli altri, preoccupata che il luogo intessuto dalla comunicazione resti veramente “comune”. Per questo le appartenenze, quando si verificano, sono estremamente deboli (i vari gruppi vengono fondati su aspetti curiosi, più per fare gruppo attorno a sé e per sentirsi parte con altri di qualcosa che per l’adesione a un principio, a un’idea o a un’iniziativa: è significativo che la stragrande maggioranza degli intervistati non ricorda nemmeno uno dei gruppi a cui è iscritta). L’essere con prevale sul configgere (chi esprime posizioni polemiche viene allontanato; si tende a non toccare questioni che possono generare contrapposizioni e divisioni, come quelle legate alla politica o alla religione. Appare evidente come questo bisogno, che rappresenta certamente un positivo sforzo di superamento de’individualismo radicale, richiede però risposte più alte 23. Anche perché la regola implicita di evitare ciò che può generare conflitto, produce, oltre a un dilagare della banalità, anche un effetto “spirale del silenzio”: piuttosto che affrontare questioni potenzialmente controverse, si eclissano tutta una serie di questioni dal parlare comune.

 

Costruzione e gestione dell’identità

 

Sulla presentazione del sé in rete i risultati dell’indagine hanno smontato alcune aspettative legate a un uso “narcisistico”, esibizionista e autoreferenziale o, viceversa, di un nascondimento e di un mascheramento del sé. Intanto, proprio per la forma che il social network assume data la sua finalità relazionale, non ha senso “nascondersi” dietro enigmatici nickname, perché lo scopo è quello di rintracciare ed esser rintracciabili. Inoltre, data la natura pubblica dello spazio di FB, l’eccesso appare inopportuno, pur nella ricerca di una rappresentazione del sé il più gradevole possibile (la foto è il primo “biglietto da visita” e spesso assume un ruolo decisivo rispetto alla fiducia). I profili sono tendenzialmente essenziali e non sono oggetto di investimento particolare: la presentazione di sé è subordinata alla relazione, non è un fine in se stessa.

L’ingresso in FB svolge per molti la funzione di “rito di passaggio” dall’età adolescenziale a quella adulta (e traduce la volontà di avere un maggiore controllo sulla propria identità sociale), o dallo spazio ristretto degli amici intimi a uno spazio pubblico allargato, spesso a seguito di una svolta esistenziale (come l’accesso all’università) 24.

D’altra parte, il modo di “stare” su FB è molto legato alle condizioni di vita offline, e per chi lavora o vive in u piccolo centro dove tutti si conoscono c’è maggiore consapevolezza che le azioni on line possono avere dirette ed esplicite conseguenze sulla propria quotidianità off line.

Rispetto alla presentazione del sé on line si possono riconoscere alcune strategie comuni:

- Controllo (soprattutto femminile): esprime il desiderio di controllare in maniera diretta e strategica la propria identità on line, per cui si sceglie e si confeziona con attenzione il materiale da pubblicare; si cerca di dare di sé informazioni chiare, univoche, complete; si monitora. e quando necessario si “censurano” interventi altrui nel proprio profilo

Tale atteggiamento si collega al desiderio di dare di sé un’immagine desiderabile, alla paura di finire vittime di equivoci, di interpretazioni erronee, al timore di creare delle discrasie tra la propria immagine off line e on line

- Marginalizzazione: soprattutto maschile, consiste in una riduzione o trattamento minimalista del “discorso sul sé” nelle pratiche di utilizzo della piattaforma e in particolare ci si limita a toni ludici, ironici; ci si focalizza per lo più su temi, personaggi al centro dei discorsi sociali (per esempio personaggi tv); ci si limita a commentare, “linkare” contenuti prodotti da altri; anche quando il discorso ricade su aspetti della propria vita privata, si tende ad inserirsi in un gruppo, in una precisa cerchia relazionale (gli amici, i compagni di classe, di squadra) piuttosto che esporsi in maniera individuale (si preferiscono, per esempio, le foto di gruppo a quelle personali).

Questo atteggiamento sembra dettato da un lato dalla paura di poter essere giudicato anche in contesti off line (soprattutto nei centri piccoli dove le cerchie relazionali off line e on line tendono a sovrapporsi), dall’altro dal desiderio di non connotare eccessivamente un profilo sociale e/o lavorativo che è ancora in via di definizione

- Omologazione: trasversale a maschi e femmine. Si presta grande attenzione alle azioni, ai comportamenti della maggioranza dei propri contatti per imitarli. In particolare si cerca di comprendere qual è l’etichetta della piattaforma, e si tende a rispettarla; si mostra un atteggiamento allineato, di modo da evitare di essere criticati e giudicati, preferendo il passare inosservati al divenire oggetto di critiche o curiosità eccessiva.

In particolare all’interno di questa modalità si precisano in maniera chiara le linee di una “etichetta” dello spazio virtuale, definendo i “paletti” entro cui si iscrive un comportamento “corretto” attraverso la stigmatizzazione e la critica (spesso anche aspra) di tutti i comportamenti “eccentrici”, o eccessivamente individualizzati e quindi non condivisibili (per esempio: chi commenta ogni azione della sua giornata, chi parla di cose troppo personali).

La diffusione di questo atteggiamento è interessante perché, come già sottolineato, va nella direzione contraria all’individualismo spinto che caratterizza il mondo sociale contemporaneo ( e che forse appartiene più alla generazione degli adulti, dei loro genitori) e rilegge in chiave “digitale” il tema del monitoraggio reciproco, del “controllo sociale”, della capacità del gruppo di disciplinarsi privilegiando l’armonia e l’equilibrio complessivo piuttosto che l’espressività individuale, confermando l’ipotesi di una “individualità relazionale” piuttosto che “narcisista”.

 

PER UN NUOVO UMANESIMO DEL CONTINENTE DIGITALE

 

Nella realizzazione della nostra ricerca ci ha guidato, certamente, un interesse “scientifico”: capire cosa sta succedendo nell’ambiente mediatizzato, quali sono le forme di adattamento e modellamento che stanno prendendo forma nel modo digitale. Ma la motivazione che ci guida non è distaccata e neutrale, bensì partecipe e coinvolta, e la finalità non è puramente esplorativa, ma antropologica nel senso più profondo: quali sono, nel nuovo contesto sempre in divenire, le condizioni per un nuovo umanesimo, per azioni, relazioni e pratiche che siano capaci di accrescere la nostra umanità, che promuovano la persona nella sua integrità, che lascino aperto quello spazio della trascendenza senza il quale l’umanesimo diventa disumano 25.

Dalla nostra indagine emergono alcuni aspetti che, pur conservando una certa ambivalenza, rappresentano un correttivo rispetto alle derive antiumanistiche della cultura contemporanea (l’individualismo spinto, l’implosione nel presente assoluto, il rifiuto del vincolo e della durata) e aprono delle prospettive nelle quali un umanesimo attento alla totalità della persona può trovare spazio. I possibili correttivi scaturiscono da due fonti: quella dello studioso, che analizzando la situazione e le dinamiche in corso, può identificare aree di criticità e opportunità di promozione umana; ma, siamo contenti di poterlo dire, anche dalle pratiche di frequentazione del continente digitale da parte degli stesi “attori” che, pur con diversi gradi di consapevolezza, “rispondono” alle ovvietà culturali ormai divenute normative con comportamenti che, a livello della prassi, mettono in campo un primo abbozzo di critica costruttiva attraverso un agire non allineato agli imperativi della contemporaneità.

Dal punto di vista del nostro ruolo di scienziati sociali, possiamo affermare in conclusione che la ricerca ci ha consentito sia di superare alcune dicotomie che impedivano di cogliere le dinamiche in atto, sia di ridefinire alcuni concetti fondamentali per le scienze sociali in termini nuovi, più relazionali e dunque più compatibili con una “nuova sintesi umanistica”.

Tra le dicotomie che risultano a nostro avviso ormai inutili, quando non fuorvianti, per interpretare la dimensione relazionale in rete possiamo includere individuale/collettivo, pubblico/privato, particolare/universale. In luogo di una contrapposizione (che rende sempre difficile la composizione senza cadere in una qualche forma di determinismo), abbiamo potuto rilevare una disposizione relazionale dei soggetti nell’ambiente digitale (un ambiente tessuto narrativamente e attraverso una comunicazione “fatica”, quindi intrinsecamente intersoggettivo), una sorta di “intersoggettività pratica” che definisce la modalità di presenza in rete: né individuo né tribù, quindi, ma cerchie che si intersecano, gradazioni di prossimità in un ambiente strutturalmente relazionale, dove essere significa essere-con. In questo quadro, le dimensioni del pubblico e del privato non sono contrapposte, ma rappresentano un continuum in divenire, a seconda dei gradi di prossimità e del trasformarsi delle relazioni (stabilizzazione, management in profondità, raffreddamento relazionale…). Poiché nell’universo del web è fondamentale il coinvolgimento personale, in un certo senso tutto è “particolare”, ma le pratiche di condivisione, il monitoraggio reciproco, il sintonizzarsi anche non esplicitamente su un’etichetta della relazione online compongono una costellazione di regole che vanno ben al di là del comportamento del singolo o della contingenza della comunicazione.

Tra i concetti che i risultati della ricerca ci hanno costretto a ridefinire ci sono certamente quelli di spazio e di tempo. Il primo perde tutta l’astrazione euclidea che già McLuhan aveva contestato, per radicarsi nella relazionalità: proprio perché non si definisce come un supporto o un contenitore “dato”, va continuamente alimentato, ritessuto, riconosciuto. L’espressione della filosofa Sheila Benhabib, “viviamo in reti di interlocuzioni e di storie” 26 appare oggi particolarmente appropriata. Come abbiamo notato, 27 la prevalenza della dimensione narrativa e di quella fatica è assolutamente evidente, e questa prevalenza rappresenta una risposta – e quindi una critica implicita - allo sfilacciamento delle relazioni, all’erosione del capitale sociale 28, alla frammentazione e all’individualismo ma anche alla contrapposizione tra online e offline, la cui discontinuità è suturata, appunto, dalla coralità della narrazione e dalla transitività che le pratiche relazionali consentono.

Dalla centralità dell’azione individuale, che rende difficile arrivare alla composizione, abbiamo spostato quindi l’attenzione alla tessitura di spazi per l’interazione, e ai diversi livelli di coinvolgimento che essi richiedono. L’unità di analisi è quindi la persona nei suoi molteplici coinvolgimenti e i con i diversi gradi d’impegno messi in gioco 29. La dimensione pragmatica acquista quindi preminenza rispetto alla semantica dell’azione. Il problema non è quindi analizzare chi sono i soggetti, com’è l’ambiente e come si comportano i soggetti nell’ambiente, ma quali pratiche dei soggetti in relazione (con gli altri, con l’ambiente che attraverso le relazioni prende forma) configurano un universo comune e abitabile, dove “abitare” è il modo propriamente umano di esistere nel mondo 30.

Anche rispetto al tempo, come si è visto, è necessario un ripensamento e un re-embedding nelle pratiche, capaci di gestire la “complessità degli eccessi” attraverso figure spazio-temporali che organizzano, danno stabilità e visibilità al proprio universo relazionale. Come si è visto, possiamo identificare, nelle pratiche, dei “cronotopi” che legano spazio, tempo e relazione, superando la frammentazione degli spazio e l’implosione del tempo nell’istante 31 e riaprendo l’arco delle tre “estasi” del tempo.

Il focalizzarsi sui regimi di impegno nel mondo condiviso, e sulle grammatiche della prossimità che questo comporta, ci ha consentito di rileggere altri termini chiave dell’analisi sociale, come quello di “autonomia”: crediamo che alla luce di un nuovo umanesimo l’idea liberista di autonomia come libertà dai vincoli vada ripensata, e che la ricerca offra, seppure in embrione, gli elementi per pensare a un’autonomia in chiave intersoggettiva e relazionale, come capacità di esercitare libertà e responsabilità precisamente dentro i vincoli (relazionali e ambientali) che caratterizzano l’abitare: l’attenzione agli altri (sia nell’evitare eccessi nella presentazione di sé, sia nel rifuggire argomenti potenzialmente conflittuali, sia semplicemente nel posizionarsi rispetto a un mondo che si trova già organizzato dalle relazioni preesistenti, solo per fare qualche esempio, evidenziano una consapevolezza relazionale ed ecologica, oltre che consentire al mondo comune, attraverso i reciproci aggiustamenti continui e gli sforzi di sintonizzazione, di restare perennemente in divenire. Come scrive Irigaray ““[La libertà] è, in ogni istante, costretta a ri-definirsi o modularsi in funzione degli enti o esistenti, umani o non, che la circondano. Non deve, nondimeno, rinunciare al suo impulso proprio, ma scoprirgli un’economia compatibile con quella dell’altro (…) La libertà deve , in ogni momento, limitare la sua espansione per rispettare gli altri esistenti e, ancor più, trovare il modo di formare con loro un mondo sempre in divenire” (Irigaray 2009: 16). E ancora: “La prossimità all’altro, si scopre nella possibilità di elaborare con lui, o lei, un mondo comune che non distrugga il mondo proprio a ciascuno. Questo mondo comune è sempre in divenire” (Ivi, 27).

L’autonomia, dunque, non solo non è incompatibile con i vincoli della relazione, ma non può esprimersi al di fuori di essa; di più, non può esprimersi fuori della costruzione relazionale di un mondo comune.

Se la comunicazione “fatica”, così abbondantemente presente nelle modalità di abitare la rete, può sembrare a prima vista un chiacchiericcio fine a se stesso, un accessibile e poco impegnativo riempitivo del vuoto esistenziale (e occorre vigilare perché non si riduca a questo, che è un rischio sempre presente), guardata più da vicino può svolgere la funzione di “manutenzione del luogo comune”, preliminare alla costruzione di una comunanza più consapevole, o addirittura di una prossimità 32.

Le pratiche che abbiamo potuto ricostruire a partire dalla prospettiva scelta ci hanno confermato l’importanza della dimensione del “comune” sul “proprio” 33. Più in particolare, ci hanno consentito di identificare, a partire dall’intensità di coinvolgimento e dalle loro gradazioni 34, diversi regimi di spazio-temporalità, diversamente investiti dal punto di vista emotivo-valutativo e collegati a diverse grammatiche comunicative (per esempio nascondimento-disvelamento, tipo di accessibilità etc.). In particolare penso si possano distinguere tre regimi di impegno e intensità relazionale-esperienziale, che definirei prossimo (o intimo), comune e pubblico. Mi pare che la dimensione della “commonality” sia particolarmente rilevante perché, anche se si esprime attraverso forme “leggere” e prevalentemente ludiche come appartenenze deboli a gruppi o delimitazione flessibile di cerchie relazionali stabili ma implementabili, esprime un bisogno di superamento dell’atomizzazione sociale, e mette in campo risorse, ancorché limitate, per rispondervi.

Naturalmente fin qui si sono evidenziate soprattutto le opportunità, e le possibili premesse, per lo sviluppo di un nuovo umanesimo digitale. I rischi non mancano, e ne elenco solo qualcuno: il rischio della banalità (nel linguaggio, nei contenuti, che rischia di rendere “povero” il luogo comune che si costruisce insieme, tanto povero da impedire, anziché agevolare, l’incontro 35; il rischio che la dimensione della nostalgia, molto presente sia in riferimento alle relazioni, che alle tecnologie come marcatori di una fase rimpianta del sé, finisca con l’assumere una funzione regressiva e consolatoria, facendo nuovamente implodere le tre dimensioni del tempo, anziché nel presente assoluto, in una mitica età dell’oro 36; una certo sbilanciamento della relazione sulla dimensione della philìa, dell’affinità con il simile, che potrebbe limitare le potenzialità di costruzione di prossimità nell’ambiente digitale, e impoverire la comunicazione lasciando ai margini ciò che più propriamente la costituisce, ovvero il rapporto con l’alterità (e, auspicabilmente, anche con l’Alterità con la A maiuscola, almeno come orizzonte di possibilità: senza di essa, infatti, è difficile fondare una fraternità con chi è totalmente “altro”). Quella alterità che sola, come scrive Lévinas, inaugura la possibilità di prossimità e di fratellanza: “L’alterità che infinitamente obbliga fende il tempo con un intervallo – un frattempo – insuperabile: l’”uno” è per l’altro di un essere che si dis-tacca, senza fare di sé il contemporaneo dell’altro, senza potersi mettere accanto a lui in una sintesi esponibile come un tema; l’uno-per-l’altro, in quanto l’uno-guardiano-di-suo-fratello, in quanto l’uno-responsabile-dell’altro. Tra l’uno che io sono e l’altro di cui rispondo, che è anche la non-indifferenza della responsabilità, significanza del significato, irriducibile a un sistema qualsiasi, si spalanca una differenza senza fondo. Non-in-differenza che è la prossimità stessa del prossimo, nella quale soltanto si delinea uno sfondo di comunanza tra l’uno e l’altro, l’unità del genere umano, tributaria alla fratellanza degli uomini. (Lévinas 2009: 24).

Tuttavia, a fronte di queste ambivalenze, ci pare di poter affermare che i presupposti per un nuovo umanesimo sono più favorevoli rispetto alla cultura di cui è portatrice la generazione degli adulti.

Se è vero che il risultato più significativo della nostra ricerca è stata la centralità della dimensione relazionale ( e la sua capacità di operare una serie di ricomposizioni, prima fra tutte quella tra online e offline) , questo rappresenta una buona notizia: come scrive Benedetto XVI, infatti “La rivelazione cristiana sull’unità del genere umano presuppone un’interpretazione metafisica dell’humanum in cui la relazionalità è un elemento essenziale” (CV 55).

Come è sempre stato, ma oggi più che mai, sono allora i giovani la speranza per un futuro più umano:

“Giovane sta a indicare il sovrappiù del senso rispetto all’essere che lo regge (…) La giovinezza è autenticità. Giovinezza però definita dalla sincerità, che non è la brutalità della confessione, né la violenza dell’atto, ma è il farsi incontro agli altri, farsi carico del prossimo, sincerità che nasce dalla vulnerabilità umana. Capace di ritrovare le responsabilità sotto la spessa coltre delle letterature che ce ne assolvono, la gioventù (…) cessa di essere l’età della transizione e del passaggio, per rivelarsi l’umanità dell’uomo” (Lévinas 2009: 156).

 

 

NOTE

 

1) Ricordo che la ricerca è basata su 50 interviste telefoniche semistrutturate, della durata di 60-75 minuti, somministrate a un campione di 50 ragazzi (25 maschi e 25 femmine) tra i 18 i 24 anni, su tutto il territorio nazionale, equamente ripartiti tra studenti e lavoratori, abitanti i piccoli centri e grandi città.

2) D’ora in avanti si utilizzeranno le seguenti abbreviazioni: Facebook = FB; Messenger = MSN.

3) Non potendo riferire qui in modo esaustivo su tutti gli aspetti della ricerca, rimando in ogni caso al sito di Testimoni Digitali, dove è possibile trovare una nota metodologica, i file audio delle interviste, la codifica delle interviste secondo una griglia focalizzata sugli aspetti di interesse della ricerca e il rapporto di ricerca completo. Ricordo inoltre che le relazioni dei giovani ricercatori che mi seguiranno, e che saranno parimenti a disposizione sul sito, offrono ulteriori approfondimenti rispetto a importanti aspetti emersi.

4) Mi pare moto pertinente a questo riguardo quanto affermava Bourdieu a proposito della coincidenza tra “habitus” e “habitat”, tra le disposizioni e le consuetudini che sviluppiamo in relazione all’ambiente e il nostro senso di essere “a casa propria”: “Il fascino indiscutibile delle società stabili e poco dfiferenziate, luoghi per eccellenza, secondo Hegel, della libertà concreta come ‘essere-a-casa-propria in ciò che è, trova la sua origine e il suo fondamento nella coincidenza quasi perfetta tra habitus e habitat, per esempio tra gli schemi della visione miitica del mondo e la struttura dello spazio domestico, organizzato secondo le stesse opposizioni” (Bourdieu, 2000:155).

5) M. Augé, Non-luoghi, Milano, Eleuthera, 1983.

6) Inoltre, le modalità online e offline della relazione, ed eventualmente il prevalere della componente affettivo-relazionale su quella funzionale-strumentale non sono sempre nettamente separabili: mentre ci si trova online per organizzare un incontro offline, per esempio, si compie un’azione strumentale che nel contempo cementa la relazione e sottolinea la “transitività” (come attraversabilità nei due sensi, passaggio reversibile) tra i due livelli dell’esperienza, mentre quando si commentano online eventi o incontri offline si usa l’esperienza faccia a faccia per nutrire e animare lo spazio digitale.

7) “Monocronico” e “policronico” sono due modelli di organizzazione temporale identificati dall’antropologo E.T. Hall nella sua analisi cross-culturale: il modello monocronico è più tipico delle società occidentali e dei mondi industrializzati, dove prevale l’individualismo; quello policronico delle culture orientali o latine e dei mondi più “tribali”, dove prevale il collettivismo. Per una trattazione più approfondita mi permetto di rimandare a C. Giaccardi, Comunicazione interculturale, Bologna, Il Mulino, 2006, cap. 2.

8) M. Bachkin, L’estetica del Romanzo, Torino, Einaudi. Il cronotopo è in realtà un concetto di derivazione fisica, che utilizza un approccio quadridimensionale, dove alle tre classiche dimensioni altezza, lunghezza, profondità si aggiunge quella del tempo. Il cronotopo, nella fisica di Einstein, è l’unità di misura dello spazio-tempo definito dalle 4 dimensioni.

9) L. Mumford in Tecnica e cultura scriveva che gli orologi sono macchine per produrre ore, minuti e secondi, una celebre definizione ripresa poi anche da McLuhan in Gli strumenti del comunicare.

10) È l’atteggiamento che Augé definisce “lo splendore dei ricominciamenti”, in M. Augé, La memoria e l’oblio,

11) Ricordiamo che nello schema dei “riti di passaggio”, quelli che segnano il cambiamento irreversibile di status nel mondo sociale la fase liminale è la più delicata, perché il soggetto vive un momento di separazione dalla sua condizione abituale, ma non è ancora “riaggregato” a un nuovo ordine di riferimento (cfr. A. van Gennep, I riti di passaggio,Torino, Bollati Boringhieri e V. Turner, Dal rito al teatro, Bologna, Il Mulino).

12) Per questo aspetto rimando all’interevento di Massimo Scaglioni.

13) Su questo si veda l’intervento di Matteo Tarantino.

14) Si riconosce infatti una differenza di postura tra gli adulti, tendenzialmente iperindividualisti e giovani, molto più socio-oriented. Come riporta la ricerca del Censis (2009), con il web 2.0 i giovani usano la rete per fare rete.

15) Su questo aspetto scenderà in maggiori dettagli l’intervento di Matteo Tarantino.

16) Come si è detto, l’attenzione per la privacy è comunque generalmente molto più bassa di come ci saremmo aspettati, soprattutto per chi vive nei grandi centri urbani.

17) R. Jakobson, Poetica e linguistica, 1958, cit. in R. Ronchi, Teoria critica della comunicazione, Milano, Bruno Mondadori, 2003, p. 38.

18) B. Malinowski, “Il problema del significato nei linguaggi primitivi” (1923), in C.K. Odgen, I.A. Richards, Il significato del significato, Milano, Il Saggiatore, 1966, cit. in Ronchi 2003.

19) Le parole di Malinowski a riguardo sono estremamente significative: “La rottura del silenzio, la comunione delle parole il primo atto per stabilire quei vincoli di amicizia che si consolidano durevolmente solo con la rottura del pane e con la condivisione del cibo” (1923, p. 354, cit. in Ronchi 2003:42).

20) L’espressione è di Ivan Illich, che però la riferisce esclusivamente alla parola pronunciata, o anche al suono (come quello della campana della chiesa).

21) Si veda a riguardo l’intervento di MatteoTarantino.

22) Lo stesso modello di costruzione di familiarità si verifica anche rispetto ai personaggi mediali, in particolare attraverso il fenomeno del fandom, che collega l’uso dei vecchi e dei nuovi media (si veda a riguardo l’intervento di Massimo Scaglioni).

23) La bassa normatività, e un essere-con fondato più sulla dimensione ludico-relazionale piuttosto che valoriale, ci hanno fatto abbandonare l’ipotesi di un “neotribalismo”: piuttosto, si verifica un forte investimento personale nel “luogo comune”, senza percepire una contraddizione tra questi due livelli, ma anzi fondando sul secondo la “autenticità” del primo.

24) Su questi aspetti scenderà in maggiori dettagli l’intervento di Simone Carlo.

25) Caritas in Veritate 11: “L’autentico sviluppo dell’uomo riguarda unitariamente la totalità della persona in ogni sua dimensione (…) Un tale sviluppo richiede, inoltre, una visione trascendente della persona, ha bisogno di Dio: senza di Lui lo sviluppo o viene negato, o viene affidato unicamente alle mani dell’uomo, che cade nella presunzione dell’auto-salvezza e finisce per promuovere uno sviluppo disumanizzato”

26) S. Benhabib, The claims of culture.

27) E questo si riflette anche nei consumi culturali, cfr. l’ intervento di Scaglioni.

28) Al n. 32 della CV si parla appunto di “progressiva erosione del ‘capitale sociale’, ossia quell’insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili a ogni convivenza civile”.

29) Ci atteniamo qui alla definizione di Impegno (engagement) proposta da Laurent Thevenot, come “rapporto a un mondo attualizzato dalla persona (Thevenot 2006: 238).

30) Come scrive Ivan Illich “In numerose lingue, ‘vivere’ è sinonimo di abitare. Chiedere ‘dove vivi?’ significa chiedere qual è il luogo dove la tua esistenza quotidiana forma il mondo. Dimmi come abiti e ti dirò chi sei. Questa equazione di abitare e vivere risale a tempi in cui il mondo era ancora abitabile e gli esseri umani erano abitanti. Abitare allora significava essere presenti nelle proprie tracce, lasciare che la vita quotidiana iscrivesse la rama della propria biografia nel paesaggio” (Illich 1992: 53), enfasi mia.

31) Uno dei cronotopi individuati è quelo di “soglia”, sulle cui implicazioni relazionali vorrei riferire le parole di Luce Irigaray: ““Più che di traiettorie intersecantesi all’infinito (…) sarebbe meglio parlare della costruzione di aperture deliberatamente allestite per l’accesso all’altro – di soglie, dunque” (…) Costruire simili aperture, richiede attività, ma anche passività: un’economia poco nota nella nostra tradizione occidentale, che l’incontro con l’altro ci costringe a scoprire, a coltivare. (…) Fidarci dell’apporto che la sua alterità ci fornirà, accettare di ricevere fino aesseren modificati, senza però rinunciare a noi stessi, ecco ciò a cui la soglia deve darci accesso. Aprendoci all’ospitalità grazie a un lavoro di appropriamento a noi stessi di raccoglimento in noi” (Irigaray 2009: 27-28).

32) Come scrive anche Irigaray: “La prossimità all’altro non può ridursi alla condivisione di un territorio, a una vicinanza spaziale. L’altro come altro ci resta lontano, qualunque sia la vicinanza dove ci collochiamo. Ed è nella misura in cui riconosceremo di essere lontani l’un l’altro che potremo cominciare ad avvicinarci” (Irigaray 2009: ).

33) Che, lo ripeto, sono due modalità diverse rispetto a individuale e collettivo, poiché entrambe hanno una forte componente relazionale e si collocano in una temporalità diacronica, nella dimensione del durare, del permanere.

34) Che tendono a corrispondere anche all’utilizzo di certe piattaforme, o di certe applicazioni all’interno delle diverse piattaforme, cfr. intervento di Tarantino.

35) Anche su questo aspetto mi sembrano pertinenti alcune osservazioni di Irigaray: “Nessuna parola raggiungerà il ritmo, o meglio la melodia, che consente l’approccio dell’altro se essa proviene da un discorso già esistente. Rischia anche di perdere ogni significato e di diventare una culla non di vita, di crescita e di amore, ma solo di illusioni e sortilegi. In ogni momento, la parola deve articolare, per ciascuno e in ciascuno, quanto ha di terrestre e di celeste, di umano e di divino.”(Irigaray 2009:31). E ancora, è opportuno tenere presente il rischio di restare prigionieri di “un cerchio già definito del discorso in cui ciascuno di noi deve prendere posto (…) Se non riusciamo a liberarcene, l’incontro con l’altro in quanto altro ci resta inaccessibili. Non possiamo farne esperienza.I luoghi dell’incontro, in origine possibili, non esistono più. Certo, possiamo chiacchierare entro un orizzonte determinato dal medesimo” (Ivi, 34).

36) D’altra parte, la nostalgia può avere una funzione positiva, se serve a mantenere vivo il ricordo “caldo” di ciò che appartiene al passato ma entra nella costituzione del nostro sé presente; se ci aiuta, in altre parole, a permanere in quella “fedeltà a noi stessi”, pur nel cambiamento, senza la quale anche la relazione con l’altro non è più possibile: come scrive Irigaray, infatti, “Prima di cominciare ad avvicinare l’altro conviene interrogarsi su sé e sul soggiorno dove si abita. Importa scoprire a quale fedeltà ci atteniamo rispetto a quanto ci è proprio. E sarà spesso necessario rifare il cammino per interrogare ciò dove già ci situiamo. Se non stiamo laddove dovremmo essere (…) non siamo preparati a un incontro con l’altro” (Irigaray 2009: 27).

 

 

 


Rubrica " Eppur Educo" ( vedi apposita area)

Incontro con  Franco Nembrini Lunedi 19 Marzo 2018

 Incontro numero 2 del Cammino “ Eppur Educo”.

 

EPPUR EDUCO: INCONTRO CON FRANCO NEMBRINI

di Riccardo Fiori

 

“I nostri figli non hanno bisogno di genitori perfetti, ma di genitori affamati di verità e di bellezza” (Monsignor Camisasca – 2014)

Dopo l’entusiasmante incontro dello scorso Febbraio, la macchina organizzativa della Natività di Maria ci regala un secondo appuntamento che definirei, se mai si potesse dire, semplicemente “arricchente”.

E’ la sera della festa del papà, la ricorrenza di San Giuseppe; insomma il 19 marzo e mai data poteva essere più indovinata per farci raccontare da Franco Nembrini, il bello di essere padre ed il ruolo di quest’ultimo nella sfida educativa.

Appassionato di Dante (riguardo al quale ha scritto diversi libri e tenuto più di qualche lezione e conferenza), riscopre intorno ai 21 anni, una favola per bambini, meravigliosamente dedicata e destinata anche a ben altra cornice di pubblico: Pinocchio di Collodi.

Racconta anche che la medesima esperienza è stata vissuta e raccontata da Monsignor Biffi: l’aver letto quel Pinocchio sì da piccolo, riprendendolo continuamente per il resto della sua vita senza praticamente riuscire più a staccarsene.

Il mio pensiero torna immediatamente a quando, in tempi non sospetti, intorno ai 13 anni, avevo voluto riprendere anche io quella favola letta da bambino per vedere quali spunti o sensazioni potesse riservare ad una lettura più “attenta”.

Beh allora il mio risultato non fu affatto lo stesso. Lo trovai nuovamente piacevole, sì, ma lo relegai, confermando la mia sensazione iniziale, ad un libro assolutamente per bambini.

Evidentemente non era così ed è particolarmente entusiasmante scoprirlo oggi [meglio tardi che mai] e rileggerne i significati grazie al prezioso supporto del nostro ospite.

La prima cosa che mi colpisce, a tal proposito, è sentir dire che rileggere Collodi, volenti o nolenti, ripercorre, attraverso Pinocchio, il corso della vita.

“Educare significa anche correre il rischio di educare” ed è forse per questo che il professor Nembrini cita Charles Péguy che agli inizi del ‘900 definisce la figura del padre come quella dell’unico e vero avventuriero del mondo.

Pinocchio e Dante sono due libri che porterebbe sempre con sé su un’isola deserta qualora gli fosse concesso di sceglierne.

Perché? Cerchiamo di capire.

La favola di Pinocchio nasconde aspetti di verità ben più speciali di altre favole.

Pinocchio è un linguaggio cifrato dove Collodi racconta la storia dell’umanità.

Quando all’età di 21 anni propongono a Nembrini di insegnare Religione, oltre che felice per la proposta, egli si innamora di un libro (di Giacomo Biffi) che fornisce un commento teologico alle avventure di Pinocchio.

36 capitoli che avrebbe potuto tranquillamente riproporre ai suoi studenti nelle 32 settimane di scuola.

Viene rapito da questa pubblicazione che gli consente di scoprire la perfetta analogia di questa favola con la Bibbia; Pinocchio è un racconto cifrato dei Vangeli e della stessa Bibbia.

A cominciare dal quasi epilogo della favola di Collodi: la morte di Pinocchio.

“Padre mio, Padre mio, perché mi hai abbandonato?” grida Gesù dalla croce poco prima di spirare e la descrizione della morte di Pinocchio riporta davvero a tanto.

Pinocchio, seppure di legno, è fin da subito figlio di Geppetto.

E anche alla conclusione, il burattino risorge da pezzo di legno divenendo bambino in carne ed ossa.

Ecco la prima analogia: Collodi ci propone una morte ed una resurrezione.

Ci racconta Nembrini che la storia di Collodi terminava con la morte del protagonista. Una volta consegnati i materiali all’editore, questi venne travolto dalle tantissime lettere di bambini contrariati per il tipo di fine che la storia aveva avuto.

L’editore fu costretto a richiamare immediatamente Collodi chiedendogli di riprendere il racconto con una resurrezione.

E nonostante l’autore fosse ateo e laicista, questi riesce ad inventarsi una storia che parla di un uomo, del suo destino, della Chiesa.

Particolarità non indifferente è quella che Collodi, quando inizia a scrivere il suo racconto per i bambini, ha circa 50 anni.

Ha quindi necessità di ritrovare un linguaggio che sia consono al suo pubblico di piccoli lettori e, per farlo, egli deve tornare ai suoi ricordi di bambino.

Chiaro che l’influenza di una mamma (a sua differenza) religiosissima, lo avrebbero riportato, in quella ricerca, al tipo di educazione avuto in tenera età.

Con tutta probabilità quell’educazione, dal profondo, è tornata su, offrendo una storia che sembra ricalcata dal Vangelo (sebbene senza un minimo riferimento religioso al suo interno).

Un’altra stranezza potrebbe essere rappresentata dal fatto che i primi 2 capitoli sono dedicati ad una figura decisamente poco importante: quella di Mastro Ciliegia (o Maestro, come lo chiama Biffi).

Se tutto fosse cominciato direttamente nella bottega di Geppetto, 2 capitoli dopo, cosa sarebbe cambiato?

Ma il diktat è proprio quello di NON essere come Mastro Ciliegia.

Se sarete come lui diventerete violenti e con “il sedere per terra”.

In altre parole, il fallimento totale.

“C’era una volta un re …” è chiaramente un richiamo a “In principio era il verbo”: Dio.

Quando ogni mattina ci svegliamo (e veniamo al mondo), in qualità di uomini ci troviamo davanti ad una meravigliosa realtà.

La realtà è il mezzo con il quale Dio parla di umanità. La vera paternità si gioca qui.

Noi possiamo solo testimoniare ai nostri figli l’amore per la verità. Non dobbiamo insegnare loro chissà cosa di altro.

Se Dio si fida a farci mettere al mondo dei figli, evidentemente si fida anche di come li educhiamo.

Il problema è un altro: tuo figlio che ti guarda, quanta felicità vede?

I figli son disposti a perdonarci tutti gli sbagli, ma non l’assenza di speranza.

E Mastro Ciliegia non ha speranza. Si trova un pezzo di legno ed esclama: “Questo legno è capitato a tempo e voglio servirmene per fare una gamba di tavolino”.

Figuriamoci se fosse stato il figlio.

Ma quello che hai davanti non è mai [solo] quello che sembra. Così, quando dal ciocco arrivano le prime vocine di lamentela, lo stupore è enorme.

“Che la vocina sia uscita da questo pezzo di legno? Io non lo posso credere”.

Eccolo, l’ateismo puro. E, non contento, cerca di usare violenza su quel ciocco, fino a provare paura e ritrovarsi con il sedere a terra.

Si ha paura di educare? La paura è il peggior nemico dell’educazione.

L’arrivo di Geppetto è, per contro, il rivivere la Creazione.

Non più “mi è capitato”, ma “ ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino, meraviglioso, che sappia cantare, ballare, tirar di scherma, … , con cui voglio girare il mondo”.

Porta via il pezzo di legno dalle grinfie di Mastro Ciliegia e nel fargli la testa, gli occhi cominciano a muoversi e guardarlo.

Pinocchio non ha ancora la bocca, ma lo sguardo di Geppetto sul suo burattino appena cominciato (ma già “vivo”) è uno sguardo di uomo e, soprattutto, di padre.

Geppetto poi, guarda caso, altro non è che il diminutivo di Giuseppe …

La ribellione è imminente; dapprima con la creazione della bocca (il burattino lo canzona immediatamente) e poi con le braccia. Pinocchio non perde tempo nel fargli cadere la parrucca e farlo cadere. Eppure Geppetto gli risponde “birba d’un figliolo”.

Non c’è dubbio; nel suo cuore è già suo figlio: “Non sei neanche finito che fai già del male al tuo babbo”.

E ancora: “E’ colpa mia; dovevo pensarci prima, ma ormai è troppo tardi”. E sugli occhi del falegname spunta una lacrima.

Il richiamo a Gesù che ormai vede la croce, è evidente.

Quando mettiamo al mondo figli, nessuno ci garantisce nulla. E’ un puro atto d’amore.

E’ un atto di fedeltà il motivo per cui mettiamo al mondo i nostri figli, che durerà per sempre.

Geppetto gli insegna a camminare tenendolo per mano, ma Pinocchio trova la porta aperta e scappa di casa.

E’ il peccato originale.

Quando Pinocchio è libero e Geppetto in carcere, il burattino dice che “finalmente” quella casa è sua.

Compare il grillo parlante (“Cacciato Dio dalla porta resta qualcosa di Dio che non puoi cacciare”), che cerca di far capire a Pinocchio che non è proprio come lui crede: questa non è libertà né di corpo né di spirito.

E nonostante Pinocchio lo schiacci al muro, il grillo comparirà sempre in tutta la favola (neanche il figlio più bestia può uccidere completamente la voce di Dio).

Di questa presunta libertà, Pinocchio fa un’esperienza pessima ed il bisogno di bene che ha, resta irrisolto.

Non trova nulla neanche da mangiare, finché non vede, su un cumulo di immondizia, un uovo.

Già triste l’immagine di andare a cercare un filo di felicità nella spazzatura. Ancor di più se poi, da quell’uovo esce un pulcino che sbeffeggiandolo scappa via.

Disperato corre in paese facendo quello che qualunque ragazzo in cerca di felicità probabilmente avrebbe fatto: ma il risultato è il nulla. Trova tutto chiuso.

Suggestiva la frase che a questo punto Franco Nembrini ci regala: se non c’è un padre gli uomini non riescono ad essere fratelli.

Ci vuole un padre, altrimenti non c’è bene e non c’è male.

Pinocchio è sconsolato; torna a casa e stanco si addormenta al fuoco del camino, che gli brucia i piedi.

La salvezza arriverà dall’esterno; da quel padre (Geppetto) che torna ed è come Dio che bussa alla nostra porta per salvarci da una vita che rischiamo continuamente di buttare via.

Anche Pinocchio ha ora capito che il bello della vita sarebbe riavere il padre ed entrambi vogliono incontrarsi nuovamente. Ma Pinocchio ha i piedi bruciati e la prima mossa spetta sempre a noi genitori.

Al grido del figlio (“Signore Salvami”), Geppetto risponde inventandosi la strada per raggiungere il figlio: la porta non si butta giù e bisogna affrontare la finestra.

Altra figura estremamente importante è la Fata Turchina (non a caso azzurra).

Rappresenta la mamma; la Chiesa. E le medicine sono i Sacramenti.

Pinocchio continua a rifiutarli.

Fino a tramutarsi in un asino, che poi si azzoppa. E’ la fine.

Un asino zoppo non lascia al suo padrone che una scelta: quella di ucciderlo per venderne la sua pelle da cui si possano ricavare dei tamburi.

E prima di questo triste fato quell’asino ha ricevuto l’applauso degli spettatori del circo in cui si è esibito. Applausi che rappresentano la spaventosa pressione sociale a cui i nostri figli sono sottoposti.

La Chiesa [la madre] non può girargli le spalle e lo perdona. Pinocchio riconosce nel medaglione l’immagine della fata e la chiama o fa per chiamarla. Dalla gola però esce solo un raglio che fa morire tutti dalle risate.

L’educatore, il padre, la madre, riconoscono in quel raglio, il grido di disperazione e la richiesta d’aiuto del figlio: “Fatina mia … / Babbino mio …”

Ed è proprio quando i nostri ragazzi bevono, si drogano e si buttano via che stanno ragliando e stanno implorando aiuto.

Noi abbiamo sempre fatto di tutto per lui, chiediamoci però perché lui ha sempre capito il contrario o qualcosa di diverso.

“Quanto bene ti vorrei se tu …” non equivale di certo a “Quanto bene ti voglio”.

Siamo ai saluti e l’augurio che Nembrini fa a tutti i papà (e alle mamme) è che accada loro quello che ne “Le avventure di Pinocchio” succede alla fine.

Quando Pinocchio ritrova Geppetto nella pancia del pescecane, gli chiede immediatamente perdono, ma soprattutto, cerca di portare in salvo il padre, ormai vecchio.

Geppetto è titubante e Pinocchio ricorda Gesù: dobbiamo fuggire (fuggendo dal demonio) ed è come se dicesse “Provatemi e vedrete”.

Dalla bocca del pescecane si vede chiaro il cielo stellato (“Uscimmo fuori a riveder le stelle”) e finalmente Pinocchio prende il padre e lo salva.

Ma tu continua ad essermi padre; continua ad indicarmi la strada.

Ed è proprio quando saremo come Geppetto, quando passeremo il testimone ai nostri figli, quando saremo vecchi e bisognosi di loro, che si compirà (speriamo) l’augurio più grande che si possa fare.

Quello di diventare figli dei nostri figli e vederli diventare i nostri padri.

Finisce un incontro di assoluta ricchezza che lascia in me una grande sensazione di speranza.

Ho solo un piccolo cruccio. Quello di non aver avuto spazio per una domanda.

Sarei tornato volentieri al principio e con il pieno di speranza appena fatto avrei domandato: ma allora rappresenta davvero così tanto un rischio, educare?

 

 

 

22 Marzo 2018


EPPUR EDUCO: INCONTRO CON COSTANZA MIRIANO

di Riccardo Fiori

 

Venerdì sera, 2 Febbraio, nella cornice della Natività di Maria in Roma, prende il via il primo di 3 incontri dal tema “Eppur educo”: la sfida educativa e la bellezza di educare.

La Parrocchia organizza il tutto alla perfezione e l’ospite d’onore, Costanza Miriano, regala a tutti noi un’esperienza di quelle che arricchiscono davvero.

Giornalista (prima di Rai 3, ora di Rai Vaticano), scrittrice e autrice di libri come “Sposati e sii sottomessa” (tradotto e divenuto un caso), fino ad arrivare al suo 5° libro “Si salvi chi vuole”, ma, soprattutto, madre di quattro figli.

L'introduzione alla serata suscita in me, fin da subito, una certa curiosità.

“Papà, mamma, fatemi capire che vale la pena essere al mondo” è la citazione usata per introdurre i temi di cui, di lì a poco, dibatteremo.

“Si salvi chi vuole” (che, premetto, non ho ancora avuto la fortuna di leggere) viene definito un libro profondo e divertente e mai definizione poteva essere più indovinata.

Costanza incarna tutto questo, regalandoci una serata ricca di contenuti, Fede e Amore.

La nostra ospite parte da alcune certezze, prima tra le quali quella che i figli non sono i nostri.

C'è qualcuno che li ama più di noi. Colui che lei definisce il Capo Supremo.

Lo stesso che ci ha prestato i nostri figli e ai quali noi stiamo assicurando un passaggio.

Nel profondo della nostra fede, chi più chi meno tutti, abbiamo pregato meno di quanto avremmo dovuto e potuto e l'invito [ora che i figli sono in una età in cui cominciano ad andare con le loro gambe sempre un po' più via da noi] è quello di utilizzare il maggior tempo a disposizione per pregare maggiormente.

Nella presentazione del suo libro mi piace leggere: “Recintare uno spazio per l'incontro con Dio, il Totalmente Altro e cercare di difenderlo a ogni costo, è decisivo per la nostra felicità”.

Ciononostante si chiede come si possa riuscire ad organizzare una vita spirituale nelle nostre giornate a dir poco frenetiche.

Un'altra certezza che individua, sempre relativamente ai figli, è che bisogna semplicemente amarli.

Sembra scontato, ma bisogna amarli anche se “brutti, sporchi e cattivi”. Con i loro difetti, apparenti negatività o troppe precisioni.

Fa sorridere non poco quando, parlando di una delle figlie precisa e pignola, la definisce “ansia e sapone”.

Ecco: amarli anche se sono così. Se ci provocano, se sbagliano. Come se noi non sbagliassimo mai nei loro confronti.

Quanto è fondamentale saper chiedere loro scusa quando è necessario.

Riesce anche a farmi commuovere: mi torna alla mente un aneddoto con protagonista mia madre che carezzandomi una sera nel darmi la buonanotte, a letto, si interrogava a voce alta chiedendosi come riuscissero alcune madri a non dire mai un “ti voglio bene” ai propri figli.

E oggi quando i miei 2 figli mi abbracciano e mi dicono quel “ti voglio bene” (per fortuna succede spesso) oltre all’amore di padre, torno a provare l’amore di figlio verso una mamma che pur non essendoci più, è sempre con me.

L'amore deve essere al centro del rapporto familiare.

Si arriva a Dio se i figli vedono l'amore che c'è tra moglie e marito. Ecco perché è importante investire nel rapporto; trovare tempo per la coppia senza pensare [erroneamente] di togliere tempo e spazio ai figli.

Se i genitori si vogliono ancora bene questo rappresenta per i figli una sorta di autorizzazione ad esistere.

La serata scorre velocemente, segno evidente di quanto piacevole questa sia e Costanza si sofferma su un’ulteriore sua certezza.

C’è un codice paterno ed uno materno all’interno della coppia.

La mamma accoglie; il padre rappresenta la regola ponendo i giusti limiti.

Probabilmente perché l’uomo riesce meglio a dividere i vari ambiti, mentre la donna è in ogni momento mamma, anche se è fuori di casa, al lavoro o in ogni altro possibile “dove”.

Ed è importantissimo che la madre sia d’accordo ed in un certo senso autorizzi il padre ad essere padre.

Che la mamma, in altre parole, riesca a staccare questo cordone ombelicale e che moglie e marito si “accreditino” l’un l’altro davanti ai figli.

Resta però, che il nostro amore non sarà mai sufficiente rispetto a quello di Dio.

Nessun genitore riesce ad essere perfetto.

L’augurio è che i nostri figli possano avere un incontro autentico con il Signore, soprattutto nel periodo di individualismo e relativismo sfrenato che stiamo vivendo.

La donna si sente indispensabile quando i figli sono piccoli; poi, pian piano, crescendo, questo sentore viene meno e la mamma, generalmente più del papà, sente forte questo senso di vuoto.

 

Quando la mamma parla dobbiamo ascoltarla.

La Chiesa che è mamma, siamo in grado e capaci di ascoltarla?

Siamo in grado di mettere Cristo al centro di tutto?

Quanto siamo pronti a gestire la nostra  spiritualità un po' come credevamo di poterla “aggiustare”?

Costanza Miriano Individua cinque pilastri: Parola di Dio - Preghiera - Confessione - Eucarestia – Digiuno.

5 dogmi, che poi spiegherà essere 5 capisaldi dati dalla Madonna a Medjugorje.

Molti questa regola cercano di viverla magari a modo loro; ognuno nella propria imperfezione.

Siamo tutti i monaci di un immaginario monastero Wi-Fi nel quale, senza fili, tutti siamo connessi, legati e collegati.

D’altronde, dice Costanza, si può essere monaci mentre si fa jogging, mentre si va in metro, mentre si fa la spesa.

Un piccolo esercito di mendicanti scalcagnati, fragili e incoerenti, ma innamorati di Dio.

Dovremmo educare la nostra libertà, perché questo equivale ad educare il nostro desiderio.

Cercare di agganciare questo incontro.

Non possiamo fare in modo che il sole sorga, ma possiamo fare in modo di trovarci lì, quando il sole sorgerà.

 

 

 

 

03 Febbraio 2018



Archivio

Sabato 29

 

ORE 17,00  SS. COMUNIONI PER I BAMBINI

DEL GRUPPO DI STEFANIA  E ALESSANDRA

 

 

“Per la nostra parrocchia dove abbiamo trovato persone che ci guidano nel cammino verso la fede e l’amore, che ci insegnano ad essere generosi verso gli altri affinchè il Signore li ricompensi e li aiuti sempre.”

 

 

“Perché aumenti in noi il desiderio di avere sempre un posto privilegiato per Gesù nella nostra casa, a scuola e nella vita di ogni giorno”



"Camposcuola è"

"Questi giorni sono stati intensi: abbiamo pregato, abbiamo giocato, abbiamo riso, abbiamo pianto e ci siamo consolati come una grande famiglia, 

E' stato bello condividere le emozioni in nome di Colui che ci ha riuniti qui. Mi auguro di poter continuare il cammino iniziato insieme anche a Roma."

grazie P. Francesco

 

"Siamo ormai giunti  al termine di questa settimana ed è stato bello sorridere e scherzare insieme a voi , a volte difficile asciugare le vostre lacrime o guarire le vostre ferite e tanto impegnative soddisfare la vostra fame.......

Tutto questo ci ha permesso di vivere tantissime emozioni grazie anche alla guida di te, P. Francesco, che hai reso tutto più speciale.

Bambino tra bambini e maestro di fede per tutti noi , sei una persona speciale e non smetteremo mai di ringraziarti perchè quest'esperienze ci permettono di poter essere migliori, anche solo con un piccolo gesto.

Grazie a te abbiamo, ancora una volta, imparato qualcosa da questi ragazzi, ci hai insegnato cosa significa scalare una montagna. Perchè la vita è questo: una montagna da scalare con una vetta da conquistare per poter poi finalmente godersi il piacere della discesa . Questo campo è stato  per noi , proprio come quelle montagne e la nostra piacevole discesa è il sorriso di tutti, perchè felici di aver vissuto questa fantastica esperienza. Grazie "prete" , come ti chiamano i ragazzi e grazie di cuore a tutti bimbi, ragazzi e animatori, in particolare Stefania e Gabriele, sempre disponibili e pronti a sopportare quella piccola peste della nostra mascotte Davide. vi vogliamo bene!"




"Volevo ringraziare qualche persona: Padre Francesco che ci aViuta sempre e ci dimostra la sua agilità e ogni volta che parla mi avvicina a Dio. Gli animatori che ci sopportano, ci aiutano e ci vogliono bene (almeno spero) che invani credono che li ascolteremo. Le cuoche che invece di giocare stanno ai fornelli per darci un pasto buonissimo. Ma soprattutto voi ragazzi che accettate la gente per quello che è, e che vi volete bene a vicenda. Voi, in questo istante, siete stati come una  famiglia: le prime persone che vedo quando apro gli occhi e le ultime che vedo quando li chiudo. Ci sono di più simpatici e di meno simpatici, ma ha tutti è riservato uno spazio nel mio cuore. Imbocca a lupo. ( MAtteo , 11 anni)"


Tutto questo e'..Grest! 2015

"Ma perché questo grest è durato così poco?” una domanda sincera  di un bimbo ospite del  grest organizzato dalla parrocchia Natività di Maria. “durato così poco” non è proprio esatto  perché di settimane ne sono passate ben tre…ma forse il nostro piccolo interlocutore voleva sottolineare di come il tempo vola quando si sta bene accolti in un luogo così ospitale  e immersi  in un clima di amicizia davvero straordinario.

I cento quaranta fanciulli e adolescenti protagonisti dell’”estate” esplosa immediatamente dopo la chiusura dell’anno scolastico,  hanno animato gioiosamente i  luoghi di questa Parrocchia: i campi da gioco, il parco, il sagrato, il salone, le sale, i corridoi…e anche la Chiesa. Tempo per il gioco, per nutrirsi, per pregare insieme, per crescere insieme, per investire nel divertimento e nella condivisione il germogliare di una gioventù destinata a dare molto frutto.

Sbaglia chi crede che il”grest” sia solo una pratica occasione, per genitori e famiglie impegnate nel lavoro, utile a sistemare i figli liberi dagli impegni scolastici: infatti non si mandano mica i figli a scuola perché non si sa dove sistemarli.  Aver scelto la Parrocchia Natività di Maria è stato frutto di una consapevole convinzione che, anche qui, i loro figli avanzano nella via della migliore  crescita  che per essi si desidera.

Il grazie che spontaneamente va rivolto agli organizzatori (Parroco e nessuno escluso) ai giovani animatori (perle di questa comunità) alle generose persone che volontariamente hanno cucinato (menù da maestri chef) pulito, gestito il bar, allestito la sala da pranzo e tanto altro, bene, questo grazie sincero forse è tutto contenuto nella domanda del bambino “Ma perché questo grest è durato così poco?”


Foto Grest 2015


Il Vangelo nelle famiglie

 

Chiusura anno pastorale 201-2015 Lectio divina

 

I nostri incontri legati alla lettura del Vangelo nelle famiglie si sono conclusi e proprio quest’anno Papa Francesco, nel suo messaggio ecclesiale, ha messo al centro “la Famiglia” …ambiente privilegiato dell’incontro nella gratuità dell’amore…luogo dove si impara a parlare, a pregare, a convivere nelle differenze e a fare esperienza del legame e delle relazioni…”

Non vogliamo compiacerci, per vanità, della nostra costanza a portare avanti questa iniziativa che da anni si muove, senza troppo clamore, nelle case di questo quartiere, ma vorremmo porre l’attenzione sull’elenco contenuto in queste pagine. Non si tratta solo di una ordinata cronologia di nomi e di vie: quei luoghi indicati sono muri entro i quali abbiamo ascoltato il Vangelo di Cristo e abbiamo pregato, il “Canto al Vangelo” ne è la traccia.

Il senso della cortesia, lo spirito di accoglienza e la generosa apertura delle nostre porte agli altri possono indicare i segni di una fede viva; così come la curiosità della ricerca, il desiderio del sapere, possono vincere con la luce della “Parola” le tenebre dell’ignoranza.

Dal nucleo domestico può scaturire un impulso missionario:  il Papa, Santo Giovanni Paolo II, nell’istituire la grande missione cittadina in preparazione dell’Anno Santo del 2000, così esortava “far risuonare nella coscienza e nella vita di tutti gli abitanti di Roma, in ogni famiglia e ambiente, lo stesso annuncio e la stessa professione di fede in Gesù Cristo…il Vangelo in ogni casa, per offrire ad ogni famiglia il libro fondamentale della missione …e accogliere la buona notizia in esso contenuta, con spirito di fede e di conversione…”

Tante parole vengono spese oggi sulla “famiglia”, ma da uno sguardo obiettivo affiora purtroppo che la realtà familiare non gode di quei privilegi che meriterebbe, anzi spesso non viene rispettata e protetta nella sua fisionomia e nei suoi diritti.

I nostri incontri sono un umile sforzo di testimoniare come da una piccola comunità domestica si possa trasmettere l’intensa passione della cristianità.






 A tutto Grest 2015 !


Il Dono più grande.

 

“L’amore di un figlio non si può descrivere perfettamente a parole, è qualcosa che tocca l’anima, il cuore, i pensieri.” Se mi volto indietro quanti ricordi e quante benedizioni! Dolcissimo amore mio, quando sei arrivata ho pensato “sei davvero bellissima, sei il dono più bello e più grande che potessimo ricevere”, un angelo venuto dal cielo. Quante volte mi hai chiesto “ma come sono nata?” ed io ti ho sempre risposto che eri un angelo in cielo che il nostro Padre Celeste decise di donarci; un angelo bellissimo e dolcissimo, con un sorriso meraviglioso, “te, il sorriso infinito di Dio”. Da allora ci hai rapiti in un immenso “disegno d’amore”, quello di Dio per noi, quello di un Padre Celeste che, come un papà, ci ama e ci guida in ogni nostro passo.

Il giorno della tua Prima Comunione è stata una bellissima giornata, un’esperienza ricca di emozioni e di spiritualità. I principali “protagonisti” siete stati tutti voi bambini che, riuniti insieme ai “coprotagonisti”, noi genitori, i sacerdoti, le catechiste e all’ “attore” principale, Gesù, (Colui che è il “vero protagonista”), avete “messo in scena” la più bella delle “sceneggiature”, il vostro incontro con Gesù nell’incontro con l’Eucarestia. Ma tutto questo è stato molto di più di una semplice sceneggiatura, di una semplice “messa in scena”; è stata la Messa, la vostra Prima Comunione, ed in particolare, è stata la tua Prima Comunione. In chiesa siete entrati vestiti di bianco, puri come il fiore che portavate in mano, con un sorriso e una luce negli occhi davvero straordinari e diversi dal solito. Una luce che vi rendeva, nonostante la vostra piccola età, già grandi e consapevoli di quanto di meraviglioso stava per accadere; nei vostri occhi si leggeva la consapevolezza e la gioia dell’incontro con Gesù.

Ancora oggi quando vedo i tuoi occhi penso “sei cambiata, risplendi di una luce nuova, bella e luminosa”. Non sei più tu ma un’altra persona, perché con Gesù dentro di te sei diventata una persona migliore. Ricorda dolcissimo amore mio che Lui è e sarà sempre la forza, la luce, la vita e il pane in questo meraviglioso viaggio perché, come dice Papa Francesco, “la vita con Gesù diventa molto più piena e con Lui è più facile trovare il senso di ogni cosa”. (E.G. 266)

In questi anni ti sei preparata grazie all’aiuto amorevole delle catechiste e dei parroci che ti hanno guidata nel cammino spirituale per ricevere e incontrare Gesù. Ricordo con quanto entusiasmo un giorno mi hai riferito le parole che padre Lorenzo vi aveva detto: “le cose materiali non hanno valore, non rimangono per sempre, mentre l’amore rimane per sempre”. Portalo sempre con te perché è uno degli insegnamenti più belli e veri di vita. In questo cammino ti ho seguita, accompagnata, felice e grata di aver nuovamente incontrato anche io Gesù. E la festa è stata una giornata ricca di significati; è stata un’occasione di incontro con Gesù perché, anche nei momenti di quotidianità, se vissuti come momenti e atti di condivisione, momenti fatti d’amore e con amore, Gesù si rivela a noi.

Quante emozioni e quante parole ancora avrei voluto dirti. Lo faccio ora perché voglio che tu sappia che con la Comunione hai ricevuto un Dono, quello più grande, un dono vero, un dono d’amore fatto per amore, un dono come “pane di vita”.  Ma forse di questo tu ne hai preso atto in quel momento perché tutta entusiasta dicevi “oggi ricevo il Corpo di Gesù, oggi ricevo un grande Dono” e nei tuoi occhi splendeva una luce radiosa. Tutto risplendeva e l’emozione era così forte che travolgeva tutti noi; la stessa giornata, grigia e nuvolosa, ad un tratto si è aperta di una luce folgorante, quasi a significare l’ingresso di Gesù, attraverso lo Spirito Santo, nei nostri cuori, e in modo particolare nel tuo cuore e in quello di tutti i bimbi. Non poteva verificarsi una “sceneggiatura” migliore e tutto questo perché non esiste migliore “artefice” di Dio Padre Celeste. Lui, per mezzo di suo Figlio Gesù Cristo, ci viene a ricordare quanto grande e immenso è il suo amore per noi. Ci viene a ricordare che da oggi Gesù, Suo Figlio, grazie alla Santa Comunione, entra nella tua vita e che anche per te sarà una Amico speciale, fedele, un compagno di viaggio e una guida spirituale sempre vicino, che non si separerà mai. È l’inizio di un cammino fatto insieme a Gesù. È un legame che nessuno potrà più spezzare, come un “sigillo sul tuo cuore”.  È un Dono d’amore che vale più di tutto nella vita e da questo momento comincia una nuova tappa della tua vita. Da oggi “Lui sarà con te e tu sarai con Lui”.

Voglio che ti rimanga quanto, di bello per me, ho trovato scritto affinché tu possa comprendere che “quando il pane e il vino da noi offerti a Dio sull’altare, si convertono nel Corpo e Sangue di Cristo, simbolizzano il nostro corpo e il nostro sangue convertiti nel Corpo e Sangue di Gesù. E, se il pane, il vino, a contatto con te diventano tua carne, tu a contatto con Gesù diventi suo Corpo, suo Sangue….Tutto ciò è un grande miracolo proprio come la nostra vita…. Ed ora tu vedrai le cose, le persone in un altro modo perché vedrai con gli occhi di Gesù che è dentro di te”.

Ma ricorda, non tenere solo per te la gioia di aver incontrato Gesù. Devi trasmetterla anche agli altri. Perché, come ha detto Papa Benedetto XVI, “chi ha scoperto Gesù deve portare altri verso di Lui. Una grande gioia non si può tenere per sé. Bisogna trasmetterla”. E quando incontrerai momenti bui non scoraggiarti mai, e se dovesse accadere, troverai sempre nel Signore tutto il suo Amore, il tuo più grande Amico e “Consolatore perfetto”.

“Dio è diventato padrone del tuo cuore”, e tu dovrai stare vicino a Lui sempre, impegnandoti ad essere sempre amorevole, gentile, premurosa, generosa, umile e attenta verso chi ti sta a fianco perché, come dice la mia cara nonna, le “buone maniere pagano sempre e tutto il bene che farai ti ritornerà”. E vedrai che bella sorpresa quando a ritornare sarà tutto l’amore, lo stesso amore che tu hai donato! Altrettanto io mi impegnerò come te, perché tanto cammino ho ancora da percorre e se lo conduciamo insieme sarà ancora più bello, in fondo anche tu hai tanto da insegnarmi!

Con immenso amore, la tua mamma.






SS.Trinità Domenica 31 Maggio

Mercoledi 27 Maggio

 

ORE 8,45-16 RITIRO E CELEBRAZIONE DEL SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE PER I BAMBINI DEL I^ ANNO DELLA CATECHESI

Pentecoste


Un «evento, che cambia il cuore e la vita degli Apostoli e degli altri discepoli, si ripercuote subito al di fuori del Cenacolo. Infatti, quella porta tenuta chiusa per cinquanta giorni finalmente viene spalancata e la prima Comunità cristiana, non più ripiegata su sé stessa, inizia a parlare alle folle di diversa provenienza delle grandi cose che Dio ha fatto, cioè della Risurrezione di Gesù, che era stato crocifisso. E ognuno dei presenti - prosegue Francesco - sente parlare i discepoli nella propria lingua. Il dono dello Spirito ristabilisce l'armonia delle lingue che era andata perduta a Babele e prefigura la dimensione universale della missione degli Apostoli. La Chiesa - dice il Papa - nasce universale, una e cattolica, con una identità precisa ma aperta, che abbraccia il mondo intero, senza escludere nessuno».

 

 

 

Maggio,Mese Mariano!

 

"Amate,onorate,servite Maria. Procurate di farla conoscere,amare e onorare dagli altri”


 

San Giovanni Bosco

 

24 Maggio Maria Ausiliatrice


 Dedicato dalle catechiste dei bambini che hanno fatto la comunione! 

 

 

Lettera di Dio ai genitori 

 

 

Carissimo papà,carissima mamma,

oggi per tuo figlio non è un giorno come tutti gli altri,ma un giorno speciale,ha incontrato per la prima volta Gesù,il mio figlio prediletto.

Da oggi per lui inizia una nuova storia.

Tuo figlio fino a ieri ha imparato a sapere che cosa ha fatto Gesù,quello che ha detto come ha cambiato la vita di molte persone che si sono fatte sante seguendo il suo insegnamento,ha visto che ci sono uomini e donne nel mondo che donano la propria vita agli altri nel suo nome,In altre parole ha imparato a conoscere chi è Gesù.

Da oggi come ti dicevo,inizia una nuova storia,da oggi tuo figlio dovrà incominciare a scoprire chi è Gesù per lui,quello che Egli dice proprio a lui,cosa Egli fa ogni giorno nella sua esistenza e come tutto questo può orientare la sua vita e per farlo,ricordati che l’incontro speciale con Gesù l’avrà sempre nell’Ascolto della Parola,nella Confessione e nell’Eucarestia.

Stagli vicino,aiutalo in questo suo cammino spirituale,perché sarà lui a doverlo compiere,infatti solo se lo vorrà,potrà scoprire il Vero Amore che ha voluto donargli per poi imparare a restituirlo alle persone che incontrerà.

Non permettere che siano altri ad occupare il suo cuore e a formare i suoi desidere: tu lo sai quanto ingannevoli sono i richiami del mondo,quanto dolore spargono in tante famiglie,non abbandonarlo nelle grinfie di chi fa finta di essere interessato a lui,ma è solo del proprio tornaconto che è in cerca.

Mi chiedi come puoi fare in un mondo come questo?

Ricordati che anche tu hai avuto un giorno speciale come quello che oggi sta vivendo tuo figlio nel quale anche tu hai incontrato per la prima volta il mio figlio prediletto. Anche per te quel giorno iniziò una nuova storia:a che punto è arrivata?Spero tu sia riuscita a scoprire chi è Gesù per te.Se non è così,ricordati che l’incontro speciale con Lui puoi averlo nell’Ascolto della sua Parola,nella Confessione e nell’Eucarestia.

Solo se saprai incontrare Gesù ogni giorno,riuscirai a capire gli inganni e le illusioni del mondo e ad aiutare tuo figlio nella ricerca della vera felicità.

Io ti sarò vicino,chiedi il mio aiuto e sarò sempre pronto ad abbracciarti e a sorreggerti in questo tuo cammino.

 

Con amore infinito,Tuo Padre che è nei cieli.


Sabato 9 Maggio S.Comunioni Bambini Gruppo Antonella e Gabriella 

 

 

"Gesù ti preghiamo perché la nostra vita sia una continua e sincera ricerca di te,senza mai stancarci,senza mai abbandonare la tua strada,i tuoi insegnamenti.

Aiutaci a non voltarci indietro anche quando la tua Luce sembra affievolirsi."

 

 

"Gesù aiutaci a comprendere meglio il suono della tua voce,il significato delle tue parole,la ragione della tua venuta sualla terra e del tuo sacrificio sulla croce per essere portatori di pace nel mondo"

 

 

prosegue in area eventi!

  

Sabato 9

ORE 17,00  SS. COMUNIONI PER I BAMBINI

 

DEL GRUPPO GRUPPO DI ANTONELLA E GABRIELLA

 

 

 

 




 

 


 Domenica 26 Aprile 2015

 

 “Io sono il buon pastore conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”

 

Cartellone gruppo comunione


Ritiro Giovani 25/26 aprile 2015

 

Segni(Rm)





Grest 2015!

Cartellone Domenica 12 Aprile 2015 dei Bambini Gruppo Anno Eucaristico 


 

Incontro Famiglie Sabato 21 Marzo

 

Nella serata del 21 marzo u.s. si è svolto l’incontro mensile delle Famiglie della Comunità, incontro che ha avuto per tema: la MADRE.

 

Dopo aver cenato insieme, l’incontro è proseguito con la lettura della Catechesi di Papa Francesco del 7 gennaio scorso che aveva come tematica proprio quella della Madre Chiesa e della Maternità. Il ruolo della madre nella società civile e in quella cristiana, le difficoltà di coniugare in questi tempi il lavoro con le attenzioni ai figli sono i punti trattati dal Papa il quale ha indicato la maternità come una profonda scelta di vita, una scelta che dà la vita.

Ci siamo poi divisi in due gruppi (donne e uomini) e abbiamo lavorato su delle tracce preparate da P. Gigi. Ci è stato chiesto di dare, raccontandolo, un profilo alle nostre mamme, identificandolo con una parola, un aggettivo: Testimonianza, tenerezza, disponibilità al sacrificio, presenza, dedizione totale, organizzazione , valori della famiglia e fede sono state le parole più gettonate. Abbiamo poi analizzato il ruolo della mamma sia in ambito civile che in ambito religioso evidenziando le differenze tra le nostre mamme e quelle di oggi.

Dopo aver ascoltato un brano tratto da ”lettera di una mamma ad un figlio sulla Croce” di Giacomo Poretti del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, brano dove l’attore parlava della nostra Mamma celeste in particolare della madonnina di Milano, l’incontro si è chiuso con una bellissima preghiera di affidamento delle nostre famiglie alla Mamma Santissima.

 




Quinta Domenica di Quaresima





"Se uno mi vuole servire, mi segua, dice il Signore,
e dove sono io, là sarà anche il mio servitore."

 

Preghiere dei ragazzi del 2 anno cresima

 

"Per la Chiesa, perchè sia fedele messaggera della meravigliosa alleanza, dono d'amore , che Dio Padre rinnova con l'umanità attraverso la morte e resurrezione di suo Figlio Gesù."

 

"Per il giubileo straordinario indetto da papa Francesco, sia per tutti i cristiani l'occasione propizia per un rinnovato slancio nella fede, per un autentica conversione di vita e per una piena adesione al disegno d'amore misericordioso che Dio Padre ha sull'umanità."

 

"O Signore, la tua croce innalzata sul mondo attiri tutti gli uomini e tutti i popoli, e diventi segno di unità e di pace per tutti i popoli."

 

"Per suor Serena , a trenta giorni della sua morte, che possa continuare il suo cammino nella vita eterna vicino al Padre, affinchè ci stia accanto per intercedere e sostenerci nel nostro cammino."

 

"Per ognuno di noi , perchè rivolga lo sguardo verso Gesù crocifisso e si lasci coinvolgere, attirare e amare da Lui."

E' Lui..

 

«Non ti dimenticherò mai. / E’ lui che, questa frase, la ripete a te, a me, a tutti. Fin da quando siamo stati concepiti nel grembo materno. / Lui che, come dice il profeta Baruch, chiama le stelle per nome, ed esse gli rispondono “eccomi” brillando di gioia! Lui che non deposita negli archivi i nostri volti, ma li sottrae all’usura delle stagioni illuminandoli con la luce dei suoi occhi. Lui che non seppellisce i nostri nomi nel parco delle rimembranze, ma li evoca da uno ad uno dalla massa indistinta delle nebulose e, pronunciandoli, con la passione struggente dell’innamorato, li incide sulle rocce dei colli eterni...»

(don Tonino Bello)



 

 

 

Incontri del sabato delle famiglie 



Nell'incontro di Sabato 28 febbraio abbiamo concluso il punto sulla figura del "Padre". 
Dopo aver tirato le fila delle caratteristiche dei nostri Padre individuate nel precedente incontro (dove Presenza, Sacrificio, Rispetto, Onestà sono state le qualifiche più gettonate), abbiamo provato a confrontare, dopo aver ascoltato due brani di Giorgio Gaber "I Padri miei" e "I Padri tuoi") le caratteristiche dei nostri genitori con le nostre caratteristiche di genitori moderni.

Padre Gigi ha poi illustrato con una serie di slides ciò che dice sulla figura del Padre lo psichiatra e scrittore italiano Vittorio Andreoli attraverso il suo scritto "Costruzione di un Padre". Il Padre visto come un progetto che gestisce una relazione che muta nel tempo in funzione dei bisogni dei figli. Il bisogno dei figli, il bisogno dei padri. Un padre deve avere, secondo Andreoli, una costante disponibilità alla relazione con i flgli, una coerenza affettiva, deve saper mantenere un segreto, deve impegnarsi per un'atmosfera familiare di serenità, evitando le baruffe di famiglia ed evitando le bugie. Il padre (insieme alla madre) deve avere soprattutto una strategia educativa nei confronti dei figli.

Successivamente abbiamo presentato quello che dice la Chiesa sui Padri attraverso le parole di Francesco e del Papa Emerito Benedetto XVI. Papa Francesco ha sottolineato nel suo secondo intervento sul Padre, nella catechesi del 4 febbraio u.s. alcune caratteristiche fondamentali per la figura del padre come l'amore per la moglie, la presenza, la pazienza, il saper attendere, correggere con fermezza ma senza avvilire, ricordando la Parabola del figliol prodico o meglio del padre Misericordioso come la chiama Francesco.

Il Papa Emerito nella Sua udienza del 30 gennaio 2013, partendo dall'analisi della criticità della figura del Padre in questi tempi, ci indica come esempio per svolgere al meglio la nostra la figura della Paternità di Dio che è, dice il Santo Padre emerito, "amore infinito, tenerezza che si china su di noi, figli deboli, bisognosi di tutto". Noi, dice ancora BXVI,  vorremmo un’onnipotenza divina secondo i nostri schemi mentali un Dio che risolva i problemi, che intervenga per evitarci le difficoltà, che annulli il dolore ma l'onnipotenza di Dio è diversa: non si esprime come forza automatica o arbitraria, ma è segnata da una libertà amorosa e paterna. In realtà, Dio, creando creature libere, dando libertà, ha rinunciato a una parte del suo potere, lasciandoci il potere della nostra libertà e così ci dimostra che questo è il vero modo di essere potente. 
E così la chiave del ruolo del Padre è proprio la LIBERTA', lasciare liberi i figli. Nostro obbligo è quello di

dare ai nostri figli, attraverso la nostra testimonianza di vita,  gli strumenti per non perdersi dentro questa LIBERTÀ che sappiamo tutti non essere vera libertà ma quello che il mondo impone e una volta fatto questo, con l'aiuto di Dio, lasciare che facciano le loro scelte sapendo aspettare e pronti ad accoglierli nel momento in cui torneranno.


Abbiamo chiuso la serata con un decalogo di Don Mazzi, decalogo con le richieste che un figlio fa ad un padre. Ognuno di noi intimamente ha scelto una/due frasi di questo decalogo come impegno quaresimale da portare nelle rispettive famiglie.

Terza Domenica di Quaresima


QUARESIMA E'...



Incontro delle famiglie Sabato 28 Febbraio 2014

 

 

 

INCONTRO DELLE FAMIGLIE..un cammino insieme

 

Cosa abbiamo fatto...

 

 22/11/2014

 

L’incontro di 22/11/2014 ha avuto come tema LE PERSONE ANFORA.

L’Esortazione Evangelica Evangelii Gaudiuum 86 di Papa Francesco ci chiama ad essere PERSONE ANFORA.

Come un’anfora che ha la capacità di svuotarsi, riempirsi e svuotarsi di nuovo anche noi dobbiamo farci ANFORA con lo stesso ritmo

 

SVUOTARSI: disponibilità, ricerca sete di sapienza

RIEMPIRSI: accoglienza e riempimento di Sapienza

SVUOTARSI ANCORA: svuotamento, dono e offerta agli altri

 

Tutto questo per tutti abbiamo un:

UN TESORO DA CONSERVARE perché non vada disperso, perché maturi e sia protetto

UN TESORO DA TRASPORTARE nella ns esperienza quotidiana

UN TESORO DA OFFRIRE, perché realizzi il suo compito, perché sia utile agli altri e apra spazio ad essere nuovamente riempito

 

 

 

INCONTRO DELLE FAMIGLIE – 20/12/2014

L’incontro di 20/12/2014 ha avuto come tema DA PERSONE ANFORA a FAMIGLIE ANFORA a COMUNITÀ di FAMIGLIE.

La Famiglia come “scuola di umanità dove le diverse generazioni si incontrano, si aiutano a vicenda a raggiungere una saggezza umana completa e a comporre convenientemente i diritti della persona con le esigenze sociali” (Gaudium et Spes – Vaticano II)

Seguendo l’esortazione papale dell’Evangelii Gaudium si sono individuate le caratteristiche della FAMIGLIA ANFORA, una famiglia che

·        PRENDE L’INIZIATIVA Famiglie che, come disse BXVI in un Angelus dell’ottobre 2006,  senza lasciarsi travolgere da moderne correnti culturali (..) siano pronte piuttosto a compiere con generosa dedizione la loro missione nella Chiesa e nella società;

·        SI COINVOLGE, SI SPORCA LE MANI per accogliere la carne ferita del prossimo, SANTI SEMPLICI, come li chiama BXVI, persone buone che nella loro bontà di ogni giorno testimoniamo la Verità della Fede verso i fratelli in difficoltà;

·        ACCOMPAGNA con positività, pazienza e amore i propri figli educandoli, tirando fuori ciò che di infinito DIO ha messo dentro di loro. Molto bella, in questo senso, la testimonianza di Monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia, dove il Monsignore sottolinea che “lo scopo della famiglia non è dare competenze ma rendere umani, aiutare cioè l’altro a diventare persona compiuta”, educare senza paura “perché i nostri figli non hanno bisogno di genitori perfetti, che non esistono, ma di adulti che come loro siano affamati di verità e bellezza, di significato e di felicità (..) dando la vita per qualcosa di grande” (discorso del 24 novembre 2014);

·        FRUTTIFICA ... il seme che cade porta sempre frutto secondo il disegno di DIO, secondo i tempi di DIO che non sono i nostri tempi. E’ stata sottolineata la figura di CHIARA CORBELLA e di suo marito ENRICO … una storia incredibile, una testimonianza di completo affidamento a DIO che sia nella vita di CHIARA che dopo la Sua morte ha prodotto molto frutto;

·        FESTEGGIA … la famiglia fa memoria di momenti importanti perché il ricorso consolida e fa storia e valori condivisi.

Il percorso della FAMIGLIA ANFORA, messo a fattor comune con altre famiglie crea inesorabilmente una COMUNITA’ di FAMIGLIE che sulla falsariga delle FAMIGLIE ANFORA, condivide, si sostiene, si apre e si dona agli altri, partecipa attivamente alla vita sociale difendendo e rilanciando i nostri principi, senza accidia spirituale che a volte ci caratterizza e non dà gusto alla nostra missione

Perché solo insieme possiamo farcela, solo insieme in una COMUNITÀ DI FAMIGLIE possiamo pensare di affrontare e provare a cambiare con i nostri limitati mezzi questa nostra società così distratta verso i valori fondanti dell’uomo.

 

LA BELLEZZA SALVERA’ IL MONDO dice Dostoevskij – la bellezza delle FAMIGLIE sarà protagonista davvero ... ne dobbiamo essere consapevoli, agire, difenderci, aiutarci, farci missionari della Verità

 

 

 

INCONTRO DELLE FAMIGLIE – 31/01/2015

L’incontro del 31/01/2015 avuto come tema il PADRE. Partendo dal PADRE NOSTRO abbiamo insieme approfondito la prima parte della Catechesi di Papa Francesco sulla figura del Papa’, catechesi svolta mercoledì 28 gennaio scorso.

Nella Sua udienza il Papa ha evidenziato le problematiche emerse dalla evoluzione della figura paterna, una figura paterna ormai molto assente nella vita dei figli, una figura paterna che abdica alla sua essenza di guida e porto sicuro per diventare amico dei figli. “I giovani ormai rimangono orfani”, di strade sicura, di maestri cui fidarsi.

Ci ricorda comunque il Papa che Gesù ha promesso ai suoi discepoli “Non vi lascerò mai orfani” … è Lui la strada, il Maestro da seguire sempre.

La seconda parte della Catechesi sui Padri, Papa Francesco la svolgerà il prossimo mercoledì 4 febbraio, una catechesi che il Papa promette essere incentrata sulla bellezza della Paternità.

Dopo la lettura della Catechesi di Sua Santità, ci siamo confrontati noi Famiglie sulla figura del Papà. Divisi in 3 gruppi di 10 persone, ognuno di noi, ha raccontato brevemente la propria storia personale in rapporto alla figura paterna evidenziando le principali qualità umane e spirituali del proprio padre e che si sono fatto bagaglio per ognuno di noi.

Onestà, pazienza, rispetto, severità, presenza, generosità sono state le caratteristiche più ricordate dell’esperienza paterna.

 

La serata si è chiusa con una preghiera comune 

 

 

 

 

 

 

 


 


 Maria,Giuseppe,Gesù

 "In quella notte tutta vostra"..

 

Il loro   sguardo appoggiato su quell’ennesimo uscio sbattuto…lo sguardo di lei  che accarezza quello di lui..  sempre tenace..”anche in capo al mondo” le aveva detto mesi prima..

Il loro passo si fa più lento ma segue come sempre  un unico sentiero..Maria  si perde ad un tratto nel pensiero di uno speciale  ricordo..

Il ricordo di quel giorno che le cambiò la vita..una Luce  si era affacciata nella sua esistenza..Rivelazione e poi Adesione.

Il resto di quella giornata a pensare a come dirlo a Giuseppe,quell’amore fiorito nella gioia e nella sincerità…e poi la notte passata a combattere con un sonno che non giungeva mai.Il giorno successivo ad attendere i passi di lui strappando qualche ciuffo d’erba e stringendolo tra le mani e i pensieri…

Finalmente tutta la Verità...lo sguardo di lui divenuto a un tratto buio…Non l’aveva presa  bene..l’aveva lasciata da sola a guardare quel tramon che erano abituati a condividere da tempo…lui con il suo passo tenace si era allontanato senza girarsi,  carico di incredulità e di cuore ferito..Giuseppe

 

E tu Maria

 

Le tue giornate successive passate  tra le  faccende domestiche e dolci preghiere  in un  tempo che proprio  non passava mai per te ma non  per ciò che custodivi nel cuore e nel tuo grembo…chiedendoti a cosa saresti andata incontro per il tuo SI..

Poco tempo dopo: il cielo a cui ti rivolgevi non ha dimenticato il suo compito.. ha portato risposta,rivelazione,Verità anche a  Giuseppe. Nel dolce velo di un cielo profumato di stelle è stato raggiunto anche lui da quella Luce…così svegliandosi di soprassalto in una mattina non ancora pronta a svegliarsi…ha raggiunto la tua casa e ti ha chiamata,il tuo nome “Maria” chiamato dall’unica Voce che attendevi da giorni…e tu nella tua splendida e immacolata bellezza gli sei corsa incontro  impaurita e felice nello stesso tempo… lui ti ha sollevato e tu  hai abbandonato il tuo sguardo nel suo... E  tutta la vostra Adesione ha preso vita in quella parola sussurrata insieme “anche in capo al mondo” quella parola che proprio ora  ti ha aperto alla mente a tutti quei ricordi…

 

Giorni e giorni   passati insieme attendendo,camminando in un tempo avvolto di  parole e silenzio ,paure,fermezza e  stanchezza..

 

Eccovi che dopo tanto cammino  trovate un piccolo  posto…Maria sei allo stremo e ti senti persa in tutta  la tua fragilità..il momento è arrivato.Lo sa Giuseppe che ti aiuta attorniandoti di panni e paglia.. ti guardi attorno e incroci lo sguardo di quegli animali…in quella stalla, posto così insolito per Colui che un giorno salverà il mondo.. tuo Figlio.

 

 

 Finalmente eccoLo tra le vostre braccia…LUI la brezza rivelata da quell’angelo nove mesi prima, venuto  alla vita,  al mondo per il mondo. Le stelle sembrano richiamare quelle casette che respirano sonnolente in quel paesaggio montagnoso e una stella molto speciale  varca il cielo senza stancarsi portando l’ Annuncio  in quel posto sperduto agli occhi degli uomini ma scelto da Dio.Vi raggiungono pastori accorsi con la sapienza del cuore per accogliere e adorare.

Maria,Giuseppe  Il vostro sorriso più trepidante di quella stella che vi indica e vi custodisce assieme a Gesù  in questo posto così insolito..ma divenuto in questa  notte..tutta vostra il posto più bello al mondo..

 

 

Editoriale "La voce del Prossimo" Associazione Gabriele Perea-i piccoli figli di Maria Ausiliatrice



Capaci di simboli

..L'educazione immediata ad un adeguato comportamento simbolico di corpo ed anima,deve iniziare presto già nel bambino che deve imparare a esprimere nell'azione religiosa tutte le sue capacità e di realizzazione.Gli educatori devono portarlo a sperimentare gli atti e gli eventi liturgici in modo tale da comprendere il significato naturale di movimento e azione dei gesti liturgici,e,al tempo stesso,il contenuto religioso in tutte le sue caratteristiche essenziali e la sua forza.
Se una madre vive veramente con il suo bambino,se un insegnante è veramente tale saprà cogliere questo momento.Il più avviene grazie all'esempio vissuto;se questo c'è,il bambino si inserisce da sè nel complesso degli atti liturgici."

Romano Guardini,Formazione Liturgica 1923


MIO FRATELLO È FIGLIO UNICO..



Io stavolta vorrei parlarvi di una persona.

Egli é un uomo  a me molto vicino pur nella sua lontananza, una cosa che ci accomuna é che siamo entrambi dei ...grandi peccatori e fratelli .

L ' avrete capito che stó parlando di mio fratello :padre luigi al secolo padre Gigi .

Lui é creduto da tutti santo e io veramente non mi capacito di questo errore . Vorrei scendere in strada e gridare al mondo  " guardate che lui non è santo anzi!" 

Ma ho sempre qualcosa di più utile da fare che star li a gridare in strada ... Tipo... Mangiare ,Dimagrire .....o dormire ...l 'ideale sarebbe dimagrire dormendo 

Non so ..  Comunque 

Quest'anno ricorre il ventesimo della sua ordinazione sacerdotale !

Nei miei numerosi tre o quattro viaggi a Roma , ove lui presta servizio ho conosciuto molti dei suoi parrocchiani e ho notato che é molto amato e stimato. 

E anche di questo io non mi capacito e vorrei correre per le strade di Roma a gridare ...ma anche in questo caso ho altro di meglio da fare.... 

Alcuni suoi animatori storici hanno manifestato il desiderio di un viaggio qui a Brescia , la terra che a lui  diede i natali ..........e a me le quaresime!

Io per quel giorno ho già preparato un piccolo itinerario...

Ritrovo  a San Zeno

Visita ai luoghi dell'infanzia di padre Luigi : ove nacque e maturò la scelta della sua vocazione( certo molto influenzato dal fratello ).

Visita al giardino , ove sorgeva il fico , su cui cadendo si infilzó, in tenera età , durante un gioco ( da bambino era assai vivace).

La ringhiera da cui  pendeva un cappio, da  dove il Nostro pendeva , era un gioco  ...fu salvato per miracolo ,dalla vicina  che  taglió la  corda che lo stringeva .... La vicenda é tuttora avvolta dal mistero ( io avevo un alibi di ferro ).

La porta  contro la quale il bambino Luigi si buttó di testa per fuggire dal fratello arrabbiato( io ) ..   c 'era una tenda che impediva di vedere se la porta fosse aperta o chiusa...lui che aveva già una grande fede confidava fosse aperta ..( o meglio lui  l'aveva lasciata aperta ma la mamma la chiuse) 

La camera da letto originale! con i suppellettili  originali!

Letto , comodino e armadio!

Purtroppo le abatjour sono andate in frantumi ,vittime del tempo!!

Visita all 'oratorio un tempo chiamato :" Casa del Giovane" oggi " oratorio San Giovanni Bosco "

qui Luigi si formó come animatore .

Visita  alla Chiesa parrocchiale dove ricevette tutti i sacramenti e fu ordinato sacerdote.

Testimonianze:

Incontro con Piero il tranviere l 'uomo che più di tutti lo aiutó a comprendere come il mondo può essere vario e variegato! 

Incontro col suo migliore amico Carlo !

Testimonianza del fratello Paolo ( l 'uomo che per primo lo influenzò ! 

Testimonianza dei genitori mamma Paola e papà Emilio !

Piccolo aneddoto .

Quando io nacqui, Luigi intuendo  la minaccia subito si fece  venire la febbre a 40 .I nostri genitori tornando a casa con me ancora in fasce lo  trovarono  a letto ,col termometro sotto l'ascella e un certificato medico sotto il cuscino!!! (Il primo miracolo!!)

Incontro con Angela Franchini la sorella ,(non nel senso di suora) suo marito Enrico e i suoi figli ,nipoti prediletti di  Padre Gigi .

Pellegrinaggio da San Zeno a Montichiari con la sua bicicletta dell epoca !! 

A Montichiari visita al suo seminario , al campetto dove imparó  a giocare a calcio; visita all ' aula studio e la famosa sala giochi con :i bigliardini ,le scacchiere,i tavoli da ping pong e quintali di riviste del calibro de  : il giornalino, mondo erre ,nuove dimensioni ecc ecc .

Visita alle scuole medie dove resistette alle tentazioni  che minavano il suo celibato( le ragazze monteclarensi sono note per la loro intraprendenza!).....

E ne ho in serbo altre divertentissime!!


Caro Luigi 

son passati 20 anni dalla tua ordinazione a Sacerdote. Non ringrazierò  mai abbastanza il Signore per averti chiamato, infatti da quando sei a Roma litighiamo un po' meno. Io speravo che tu andassi missionario in Australia , Roma é molto vicina ,ma non si può aver tutto.

Ah fermi!

Ci sarebbe un altro piccolo aneddoto .. Nell' anno del giubileo ,agosto 2000 , Luigi mi invitó  a vivere l ' evento con lui nella sua bellissima parrocchia ..

Insomma prendo il treno con mio cugino Giovanni e arriviamo in serata nella capitale.Dopo una cena frugale andiamo a dormire. La notte stessa il mio povero fratello viene ricoverato in ospedale per una influenza fortissima.

La famosa influenza del fratello Paolo !

Per questo motivo prima di andare a trovarlo ( a Roma ),lo avviso sempre un po' prima  e lui prende un antibiotico speciale , preparato in Vaticano, mi sembra si chiami antinfluenzalepaolino.

Caro padre Gigi 

Tutte le volte che vieni a a trovarci e dopo te ne torni a Roma ,io resto qui impalato ,con un buco nello stomaco stavolta non per la fame!

E  in verità , in verità ti dico ,anche se sei un peccatore e non sei ancora santo mi manchi sempre molto ..

Ciao Luigi . 

L 'uomo che più di tutti ti ha influenzato tuo fratello Paolo.

LO SPIRITO SANTO MUOVE IL NOSTRO CUORE..

 

Quest'anno,il 18 ottobre 2014,dei ragazzi della nostra comunità hanno ricevuto un sacramento importantissimo:il sacramento dello Spirito Santo ovvero la Cresima.Per molti ragazzi la Cresima è stata la conferma del proprio Battesimo cioè la conferma che Gesù ci ha reso partecipi della sua Pasqua,della sua morte e Resurrezione:ci ha liberati dal peccato e ci ha fatto risorgere con Lui a vita nuova.

E' stata la conferma del cammino che in questi anni oguno ha fatto raggiungendo così,una delle tappe più importanti.Con la Cresima abbiamo ricevuto lo Spirito Santo:un dono che abbiamo chiesto di ricevere per essere più vicini al Signore.

Lo Spirito Santo ci assiste,ci fortifica,soccorre la nostra debolezza e la nostra fragilità.Abita in noi,nei nostri cuori,ci educa all'obbedienza e alla fiducia verso chi ci educa,come i nostri genitori,i nostri sacerdoti,le nostre suore anche a tutti quelli che ci vogliono bene.

Lo Spirito Santo muove il nostro cuore ad incontrare i nostri amici che si sono allontanati dalla parrocchia e fa sì che il nostro cuore si incendi d'amore,con LUI riusciremo a perdonare gli uomini,a pregare e a trasmettere agli altri la Parola di Dio.

La sera della Cresima eravamo tutti emozionati,alcuni più di altri,eravamo preoccupati di sbagliare qualcosa ma per fortuna è andato tutto bene.Per tutti i ragazzi è stato un momento bellissimo e alla maggior parte è piaciuto molto il momento dell'unzione.

E' stata un'esperienza unica e viverla in prima persona è stata ancora più bella e emozionante

 

CHIARA