Credere è saper pregare!


Il Vangelo in famiglia!

Credere è saper pregare!

Credere è saper pregare

 

XXIX Domenica (C)

 

a cura di Franco Galeone *

 

Vedova Giudice

 

1. La domenica “della preghiera”. Pregare sembra facile. Chi non prega quando ne ha bisogno? Basta avere una generica educazione cattolica, un rimasuglio di fede, ed eccoci a pregare nell’ora della paura, della necessità. Siamo tutti cristiani, diceva il filosofo B. Croce! Anche la vedova della parabola era pressata da un suo problema con la giustizia. Mai viste tante candele accese davanti ai santi come nel periodo di esami, di concorsi, di malattia! Non è forse lecito invocare chi ci è amico? Non è forse umano? E che cosa siamo noi se non uomini, cioè un misto di debolezza e di forza, di meschinità e di grandezza? Ben vengano quindi anche le candele e gli ex voto. Ma questa è la preghiera a intermittenza. Esiste invece una preghiera continua, una preghiera che i mistici paragonano al respiro, al battito del cuore, quella che rende la vita un continuo atto di ringraziamento, di fede, di perdono. Nietzsche ha scritto che pregare è vergognoso. Per A. Carrel invece “Pregare non è più vergognoso di quanto non sia vergognoso bere o respirare”. Pregare è riconoscere i limiti logici e ontologici dell’uomo, significa che la liberazione totale e definitiva non dipende dall’uomo, dalle astuzie della ragione umana: l’uomo non può salvare se stesso. Lo psicologo E. Fromm, tra le caratteristiche dell’uomo maturo, pone anche la preghiera: pregare fa vivere meglio.

 

 

2. Tra le costanti universali dell’uomo esiste la preghiera: è attestata dappertutto, in senso dia-cronico che sincronico, nelle culture antiche come in quelle evolute. Il più antico documento lette-rario che parla di pregare mattino e sera sembra quello di Esiodo: “Offri sacrifici agli dei immortali con mani pure, quando vai a dormire e quando di nuovo torna la luce santa”. Tutti gli aspetti della vita si ritrovano nella preghiera. La preghiera può essere invocazione, nostalgia, amore, grido, lamento … Ricordiamo Paolo VI ai funerali di A. Moro: “Tu, Dio, non ci hai ascoltato quando ti implorammo per la sua liberazione!”. Per questo è tradizione scandire le giornate con la preghiera: nella chiesa con la liturgia delle ore; presso gli ebrei è sacro il sabato, la sinagoga; il mussulmano si prostra cinque volte verso la Mecca, nella moschea. Oggi non crediamo più in Dio, in Cristo, nei santi, ma il loro posto viene riempito da surrogati e da succedanei come oroscopi, ideologie, esoterismi, consumismo.

 

3. Esiste una preghiera dei poveri, di cui parliamo poco, la cui caratteristica è la debolezza. Le pre-ghiere di noi, teologati e laureati, sono grammaticalmente perfette, ma forse inefficaci. I poveri pregano e sono la salvezza del mondo; i poveri, i sofferenti, i piccoli, gli analfabeti … che noi nella nostra sterile saggezza possiamo deridere come superstiziosi e gentuccia senza valore, sono invece molto cari a Dio. La preghiera dei poveri mantiene viva la speranza. Non esplode la collera di Dio solo perché in ogni città e paese esistono 5, 10 giusti che pregano, come Abramo, di non distruggere la Sodoma di ieri e di oggi. Pregare come i poveri non vuol dire rassegnarsi al fato, rinunciare al cambiamento; ogni vera preghiera è anche politica, non come il cappellano che benedice i soldati perché vincano, perché Dio sia con loro e contro i nemici, ma nel senso che la vera preghiera cerca la giustizia: “Fammi giustizia”. Non la preghiera per allargare i confini della chiesa, come i crociati in Terra Santa, ma per diffondere il regno di Dio, cioè i santi sulla terra; non per disegnare la croce sugli scudi e sulle divise, ma per prendere ogni giorno la croce e seguire Cristo. Noi siamo stati illusi e delusi, tante volte. Questi riferimenti alla storia ci ricordano che nessun atto di liberazione compiuto nella storia è mai stata veramente una liberazione: lo è stato nel relativo e nel provvisorio. Le piramidi dei faraoni si sono ricostruite anche nella Terra Promessa. Questa pagina del Vangelo ci apre gli occhi: noi cristiani possiamo essere come quel giudice: abbiamo il potere ma siamo corrotti e complici. I poveri invocano la giustizia di Dio: nella loro preghiera si effonde la loro utopia di fede. E’ nella preghiera che si mantiene la speranza.

 

4. Ci troviamo davanti ad una parabola sconcertante. Per capire come si deve pregare, Cristo ri-corre ad una vedova, e Dio viene paragonato a un giudice disonesto. Anzitutto un elogio alla vedo-va, alle donne, a tutte quelle donne che si riconoscono nella “vedova molesta”. Sono le donne ad accendere la speranza del mondo; donne perseveranti, determinate, con quella intelligenza della vita che le contraddistingue, che deriva dalla sapienza del cuore che la maternità fisica e spirituale trasmette; intelligenza che i sacrifici e le difficoltà di generazioni di donne, vissute nell’ombra della storia hanno esaltato. La speranza e la sopravvivenza stessa dell’umanità dipendono dalla loro generosità, dalla loro sete di verità e di giustizia. Come la vedova, che nell’umiltà della sua condizione, giganteggia per la sua fragilità onnipotente, e si impone al giudice disonesto. Chi sostiene che il Vangelo è misogino, è in mala fede!

 

5. Esaminiamo i due personaggi:

 

* il giudice è un tipaccio senza religione e senza umanità, la rappresentazione dell’arroganza del potere, tante volte denunciato dai profeti; su questa figura si potrebbe ricamare più di una rifles-sione. È un caso estremo di sfrontatezza giudiziaria. Ebbene, in questo modo la parabola porta le cose fino a tal punto di stravaganza narrativa che questo giudice così canaglia ha paura della vedova e teme persino che lo possa importunare. Con questo dettaglio così sorprendente la parabola vuole sicuramente sottolineare che la forza della preghiera di supplica supera tutto quanto si può immaginare. Ed effettivamente la richiesta della vedova finisce per essere ascoltata. Il giurista laico Piero Calamandrei si lamentava che il crocifisso fosse nella aule giudiziarie alle spalle dei giudici e davanti solo ai giudicati, e scriveva: “Dovrebbe essere collocato proprio in faccia ai giudici, ben visibile nella parete di fronte, perché lo considerino con umiltà mentre giudicano, e non dimentichino mai che incombe su di loro il terribile pericolo di condannare un innocente”;

* la vedova è l’altro personaggio della scena. In passato era la persona più esposta al sopruso, tant’è vero che Dio stesso è chiamato nell’Antico Testamento il “difensore delle vedove” ormai prive della tutela del marito. Ma la vedova della parabola ha una caratteristica: è certo una vitti-ma, non può pagarsi un avvocato, ma non si rassegna; la sua perseveranza non si infrange davanti alla porta chiusa, al rifiuto annoiato, alla reazione stizzita del giudice; a ben riflettere la vedova deve lottare su due fronti, il contendente e il magistrato, contro la prepotenza e contro l’inerzia. Non si arrende, comprende che anche il magistrato invincibile ha il suo tallone di Achille: l’egoismo, non vuole seccature, e lo vince non sul terreno della bontà ma dell’egoismo. La debo-lezza vince la prepotenza: questa è la prima lezione. Non ci dobbiamo lasciare impressionare dai ritardi, tanto più che dall’altra parte non c’è un giudice, ma un Padre. La forza di questa storia stravagante sta nel fatto che Gesù non paragona Dio ad un giudice “buono”, ma ad un giudice così “cattivo” e “canaglia” che è difficile immaginarsene uno peggiore. Poi, se persino il più canaglia non oppone resistenza alla supplica insistente, quanto più il Dio che per definizione è amore e bontà? Detto ciò, probabilmente l’insegnamento più forte di questa parabola consiste nel porci il problema della nostra fiducia in Dio. Ci fidiamo realmente di Lui? Dove più e meglio si nota questa fede è nelle situazioni più disperate che ci presenta la vita, quando non vediamo soluzione e tutta-via continuiamo a pregare.

Buona vita!

 

 

* Gruppo biblico ebraico-cristiano


"Santi della porta accanto"

Nicola D’Onofrio. Studente e religioso camilliano, morto di cancro a soli 21 anni, è stato dichiarato Venerabile da papa Francesco poco prima dell’inizio del Sinodo sui Giovani.

 

Il “pentecostale” Sinodo sui Giovani sta viaggiando per la Chiesa, per il mondo. Parrocchie, diocesi, conferenze episcopali, movimenti laicali, ordini religiosi, missioni e tutte le realtà “regionali” del Popolo di Dio stanno riflettendo sui documenti espressi dalle recenti assise romane, specie il documento finale. Ora si tratta di assorbire e applicare il messaggio del Sinodo, ascoltando (quante volte si è udito questo verbo nell’aula sinodale!) ben più che in passato la voce dei giovani e riconoscendo loro lo spazio, la fiducia e anche l’autorità a cui hanno diritto in tanti contesti ecclesiali. Da papa Woytjla all’ultimo Sinodo – 40 anni! – i giovani hanno fatto molta strada nella Chiesa, che ora li riconosce parte originale e preziosa di sé e vuol lavorare con loro nella vigna del Signore.

 

Perciò, forse, adesso che la Chiesa guarda ai giovani, e i giovani si concentrano per dare un contributo all’altezza, può esser utile scoprire dei modelli positivi di giovani o ragazzi cui ispirarsi per servire la Chiesa e la società. Secondo noi oggi uno di questi referenti validi è il Servo di Dio Nicola D’Onofrio, uno studente e religioso camilliano morto di cancro nel 1964 a soli 21 anni appena compiuti e dichiarato Venerabile da papa Francesco poco prima dell’inizio del Sinodo sui Giovani. Infatti Nicola è un modello per tutti i giovani e non solo per seminaristi, sacerdoti e religiosi.

 

Nato in Abruzzo da genitori contadini durante i bombardamenti e gli sfollamenti del ’43 e cresciuto fra i disagi del dopoguerra, faceva chilometri a piedi per andare a scuola e a servir messa, dopo di che sgobbava con il padre nei campi. Bucchianico è lì, la patria di Camillo de Lellis, il santo dei malati e degli ospedali, e per Nicola il modello fu presto lui: diventare sacerdote e religioso camilliano, per servire i sofferenti nel corpo e nello spirito.

 

Una scelta drammaticamente attuale, come si vede, da un lato per la malasanità e le disfunzioni che affliggono la nostra società, dall’altro per le ben più terribili tragedie anche sanitarie che sconvolgono il sud del mondo, fra esodi, naufragi, guerre e altre violenze, incluse le persecuzioni religiose e i martiri di cristiani. E in effetti Nicola, una volta camilliano, avrebbe voluto anche partire missionario.

 

Strappò, ma con la pazienza e il dialogo costruttivo, al padre, che si vedeva privato di due braccia preziose, il consenso di andare a Roma ed entrò nel 1955 nel Seminario Camilliano, a Monte Mario. Qui fece tutti i suoi studi, approdando alla facoltà di filosofia dell’Università Gregoriana in preparazione al sacerdozio. Intanto fu Novizio, vestì l’inconfondibile abito camilliano con la croce rossa sul petto ed emise i primi voti semplici, che per l’Ordine fondato da De Lellis includono, oltre ai soliti tre, un quarto voto di assistenza ai malati anche contagiosi, a rischio della vita.

 

In questi 6 anni, dal ‘55 al ’61, superiori, compagni, insegnanti e chiunque lo accostasse, com’è attestato nella Positio seguìta al processo canonico, scoprivano ogni giorno tutte le sue straordinarie doti morali, spirituali, umane e di carattere. Sempre dolce, umile, affabile, disponibile e soprattutto sorridente (il suo famoso sorriso a 100 Watt!), su Nicolino, come tutti lo chiamavano, si poteva contare: per un aiuto, un consiglio, una parola di comprensione, di conforto.

 

Viveva un’esistenza normalissima, faceva tutto il suo dovere, quanto meglio poteva, non solo studiando sodo ma curando la manutenzione della grande casa religiosa, svolgendo i servizi più umili e – qui era insuperabile, come ha dichiarato il medico dell’Ordine – facendo l’aiuto infermiere col massimo di amore, zelo e professionalità. «Come sarà bello un giorno – ripeteva, sognando la vita da sacerdote camilliano –, tornare dai fratelli stanco morto dopo aver servito tutto il giorno i malati!».

 

Ma Qualcuno aveva altri progetti. Colpito da un cancro ai genitali seguìto da metastasi ai polmoni, dopo un anno e mezzo di insuccessi terapeutici e chirurgici e di inesorabile deperimento, D’Onofrio morì in una stanzetta dell’infermeria del seminario il 12 giugno del 1964. Le sue ultime ore furono atroci, con dolori in tutto il corpo, i polmoni saturi di male e l’asfissia progressiva. Mentre Nicolino aderiva in pace alla volontà di Dio offrendogli il suo ultimo sacrificio (non sarebbe stato mai sacerdote!), come aveva fatto davanti a tutti i problemi e le contrarietà della vita.

 

Modello per tutti i giovani, abbiamo detto, Nicola D’Onofrio. Seminaristi, aspiranti, novizi e tutti i ragazzi che “studiano da prete” (per dirla col popolo) hanno in questo chierico ormai noto in tutti i continenti il loro modello più recente, moderno, attuale, e validissimo in quella sua miscela di pietas e carità, devozione e virtù umano-cristiane.

 

 

A tutti i giovani del mondo, invece, Nicola addita credibilmente la strada della verità e dei valoriche lui per primo ha incarnato giorno dopo giorno fino all’ultima fibra del suo essere: positività e ottimismo, amore per gli altri e per la vita, entusiasmo nello studio, nel lavoro, nel processo della conoscenza, nei rapporti con gli altri; e poi la serietà a prova di bomba (quanto bisogno ne abbiamo noi italiani!), la coerenza, la misericordia, il coraggio, la perseveranza… E potremmo continuare, come le quasi 1000 pagine della Positio testimoniano, con tanto di dati e documenti.


#unaletturapernoi


#eppureunfilm

Film "Il coraggio della verità"

Film "Il piccolo yeti"

Genitori e ragazzi..riflettiamoci su!

 

Il ritratto di un giovane credente

 

 

Domenico Sigalini, Vescovo di Palestrina

 

(NPG)  

 

 

È sempre difficile costruire una figura di giovane credente come un punto di arrivo statico di un impegno, preferisco offrire un tragitto. È dei giovani infatti mettersi sempre in cammino, continuare a interpretare ciò che vive, ascoltare la Parola e porsi sempre davanti una meta alta.

 

CHI È IL GIOVANE DI OGGI?

 

Prova a vedere in quali di queste affermazioni ti riconosci?

 

È BELLO ESSERE GIOVANI

• Essere giovani è avere un’età che ti permette di essere al massimo della salute, al massimo della voglia di vivere, al massimo dei sogni.

• Essere giovani è sentirsi liberi da ricordi, è alzarti una mattina deciso a conquistare il mondo e il giorno dopo stare a letto fino a quando vuoi, perché tanto c’è qualcuno che farà per te.

• Essere giovani è sapere di stare a cuore a qualcuno, magari anche solo papà e mamma, che ti rimproverano continuamente, ma che alla fine ti lasciano fare quel che vuoi e di fronte agli altri ti difendono sempre.

• Essere giovani è sballare e sapere di avere energie per uscirne sempre, anche se un po’ acciaccati.

• Essere giovani è sbagliare e far pagare agli altri.

• Essere giovani è trovare pronti i calzini, le camicie ben stirate e i jeans lavati e profumati.

• Essere giovani è parlare con i vestiti, perché ti mancano parole per dire chi sei.

• Essere giovani è passare per fuori di testa e accorgerti che gli adulti spesso sono più fuori di te.

• Essere giovani è portare i pantaloni bassi e vedere tua madre che ti imita e fa pietà.

• Essere giovani è sognare che oggi ci divertiremo al massimo, anche se qualche volta quando torni e chiudi la porta dietro le spalle ti sale una noia insopportabile.

• Essere giovani è trovare sempre in piazza qualcuno con cui stare a tirare sera sparando idiozie, senza problemi.

• Essere giovani è sgommare e sorpassare sperando che ti vada sempre bene.

• Essere giovani è avere il cuore a mille perché ti ha guardato negli occhi e ti senti desiderata.

• Essere giovani è avere un bel corpo, anche se qualche volta non hai il coraggio di guardarti allo specchio e stai con il fiato sospeso a sentire come ti dipingono gli altri.

• Essere giovani è il desiderio di vita piena che il giovane ricco ha espresso a Gesù e la sua debolezza nel non riuscire a distaccarsi da sé.

• Essere giovani è sentirsi fatti per cose grandi e trovarsi a fare una vita da polli.

• Essere giovani è sentirsi precari: oggi qui, domani là, un po’ soddisfatto e subito dopo scaricato.

• Essere giovani è aprire la mente, incuriosirsi delle cose belle del mondo, della scienza, della poesia, della bellezza.

• Essere giovani è affrontare la vita giocando, sicuri che c’è sempre una qualche rete di protezione.

• Essere giovani è sentirsi addosso un corpo di cui si vuol fare quel che si vuole, perché è tuo e nessuno deve dirti niente.

• Essere giovani è sentirsi dalla parte fortunata della vita, e avere un papà che tutte le volte che ti vede, gli ricordi che lui non è mai stato così spensierato, si commuove e stacca un assegno, allora non c’è più bisogno di niente e di nessuno.

• Essere giovani è sentire che nel pieno dello star bene ti assale un voglia di oltre, di completezza, di pienezza che non riesci a sperimentare. Hai un cuore che si allarga sempre più, le esperienze fatte non sono capaci di colmarlo.

• Essere giovani è sentirsi dentro un desiderio di altro cui non riesci a dare un volto, anche il ragazzo più bello che sognavi ti comincia a deludere, e la ragazza del cuore ti accorgi che ti sta usando.

• Essere giovani è alzarti un giorno e domandarti: ma dove sto andando, che faccio della mia vita, chi mi può riempire il cuore? Posso realizzare questi quattro sogni che ho dentro, c’è qualcuno che lassù mi ama? Che futuro ho davanti?

• Essere giovani è capire che divertirmi oggi per raccontare domani agli amici non mi basta più. È avere una sete che non ti passa con la birra; aver rotto tutti i tabù di ogni tipo: spinello, coca, ragazzo, ma sentire ancora un vuoto.

 

COME RISPONDE A QUESTA SITUAZIONE UNA VITA CRISTIANA MOLTO ALL’ACQUA DI ROSE?

 

Una galleria di quadri che ci aiuta a fissare la ricerca del volto di un giovane credente: dove sono le parole chiave di queste figure?

 

Il camaleonte (un colore per ogni sfondo)

Essere cristiani è un fatto interiore, spirituale; certo ci sono dei comportamenti esterni che devi assumere, ma questi sono legati alla tua coscienza.

Quando sei con gli amici non occorre dichiararsi, quando lavori, quando ti diverti, quando giri per la strada, quando studi non occorre continuamente fare professioni di fede. In parrocchia invece è diverso: lì ci vai apposta per crescere, per approfondire; tra amici che la pensano come te, che sono in ricerca come te è utile dialogare esplicitamente di fede. Gli altri sono completamente fuori, non capirebbero mai. Non devo sempre vivere sulla breccia. Sono in pizzeria con la mia ragazza, che c’entra la fede? sono allo stadio a vedere la partita, che c’entra Gesù Cristo? sono al cinema, che c’entra la Chiesa?

 

Il talebano (guardare Dio dritto negli occhi: la realtà non esiste, gli altri ancor meno, soprattutto se non credenti o di altre religioni)

A me piace essere tutto d’un pezzo: oggi la chiesa sta abbassando la guardia; chiede perdono a tutti, dialoga con tutti, si lascia costruire moschee dappertutto, si nasconde: occorre essere più grintosi.

La nostra è la verità e va rispettata. Siamo tutti dei codardi, con la scusa della pace svendiamo i nostri valori. Meglio un mondo diviso ma nella verità che un mondo unito nella menzogna. La fede è una bandiera da tenere alta; è più di una ideologia, ha la capacità di darti sicurezza, se la fai diventare una roccia su cui si sbriciola ogni falsità. La mia vita privata, i miei affari, i miei momenti di sfogo, le mie abitudini piccole, piccole, le mie vacanze alle Maldive sono fatti miei.

 

Il nuovo pagano della New Age (legge Dylan Dog, crede alla cometa, coltiva le zanzare per rispettare la natura, compera le vipere da distribuire nel giardino di casa per riportarsi alla naturalezza dell’Eden)

Qualcosa di misterioso deve esserci in qualche parte: è troppo intrigante la vita, ci sono troppe coincidenze per dire che tutto è un caso. C’è sicuramente qualcuno che tira le fila. Guarda la natura che regole, che prodigi, che misteri! Per me Dio è questa apertura all’aldilà, questa presenza di un essere superiore, magari legato alle costellazioni, magari scritto dentro i segreti della natura, o forse qualcosa come un fantasma.

È qualcuno che non si mescola a noi, ma che ci tiene ad avere contatti. Ecco! I contatti sono la vera ricerca da fare, non tanto i sacramenti; questi ci aiutano a cambiare le nostre storie. Devo comunque tenermelo buono, tanto più che spero di essere più fortunato nel prossimo giro di reincarnazione che mi tocca.

 

L’anima sul comodino (la vita col pilota automatico)

Molti giovani lasciano l’anima sul comodino la mattina quando si alzano e se la riprendono la sera quando vanno a letto. Lasciare l’anima sul comodino vuol dire che tutta la giornata è a sé, è una sequenza di casualità o di necessità, senza un orizzonte più ampio: è qualcosa da aspettare che finisca. La vera vita è quella che imposto io nella mia notte o nel mio giorno, col mio ipod, ma in luoghi lontani dalle imposizioni degli adulti o dalle “rotture” delle relazioni obbligate. Se ti metti in gioco, tutti te ne portano via un pezzo. Per vivere questa giornata basta inserire il pilota automatico in attesa di tempi migliori.

 

Il cammello (evviva i tempi forti)

Sono un praticante: mi piace fare i miei doveri di cristiano. Nel mondo di oggi non è possibile mantenersi credenti se non ci si procura qualche tempo forte per la preghiera, la riflessione. La vita che conduciamo è tutta sbagliata, non ha senso, ci fa perdere concentrazione. Purtroppo bisogna pur viverla. Meno male che periodicamente ci si può ricaricare: una messa alla settimana, un ritiro nei tempi forti, una confessione, senza essere troppo assidui. La vita insomma è divisa in due momenti: alcuni che mi uniscono a Dio e altri che me ne allontanano, con questo risultato: che durante l’attività mi nasce la nostalgia dei momenti di ricarica, e durante questi ultimi ha la meglio la distrazione e la preoccupazione per tutte le cose che sto trascurando e che bisogna pur fare.

 

Il cercatore di botole per tombini (qualche volta ci ho un gran “casino” e non capisco...)

Nella vita qualche volta ti prende una sorta di mal di stomaco e hai proprio giù la catena. Ti sembrava di avere trovato una certa calma, invece ti assalgono dubbi a non finire: è bastata una discussione, una trasmissione, una debolezza di comportamento.

Ti si apre dentro una inquietudine, dei desideri, delle domande e bisogna trovare risposta.

Comportandomi così, la indovinerò? Sono tentato di farmi testimone di Geova. Loro sono belli tranquilli, sanno tutto, hanno una risposta a tutto.

Non posso convivere con l’insicurezza; la ricerca mi mette stati ansiosi. A ogni domanda devo metterci sopra una risposta, così sto tranquillo.

 

Il concretone (fatemi lavorare di lena, ma non fatemi pensare)

C’è invece chi dice che la vita si risolve nella concretezza, nel fare, nel produrre qualcosa di buono, di palpabile. Certo che occorre pensare e riflettere, ma non facciamo consistere il cristianesimo nel discutere su tutto, nell’inventare i problemi dove non ci sono... La fede è agire, spendersi, non stare con le mani in mano. La Caritas, meglio ancora l’operazione Mato Grosso, è l’unica cosa vera che fa la chiesa, il resto sono chiacchiere.

Sembra quasi che aspetti qualche alluvione o terremoto, evidentemente per gli altri, per mettere in atto la sua vocazione a far la Marta. In parrocchia dovrebbero costruire sempre qualcosa fatto di muri.

 

Il “non toccatemi Padre Pio” (della serie Medjugorie...)

Lui ragiona così: io non ci ho mai creduto, ma qui c’è qualcosa. E gira per tutti i posti di fama miracolosa, più raccontati, fermandosi solo alla superficie, aspettando solo il miracolo. Mi hanno sempre fatto un sacco di catechismo e mi hanno stordito con Mosè, Davide, Sansone, robe di altri tempi.

Qui invece si può vedere tutto. Alla televisione ti fanno stare a contatto con Dio in diretta. I momenti di catechesi sono molto moderni, sono televisivi: linguaggio delle immagini, accostamenti, interviste, domande, fotografi e, uno speciale alla TV: Format per esempio, X-Files, Misteri. Prima o poi a Porta a porta faranno entrare Gesù Cristo.

 

L’abitudinario (di buon senso si può morire)

Io ormai mi sono trovato il mio habitat. Non faccio del male a nessuno e spero che anche gli altri non lo facciano a me. Il buon senso ieri era caposcuola, oggi purtroppo non è neanche bidello. Il Vangelo è ridotto a ideologia, e quindi del tutto scontato; la Chiesa a organizzazione, da pensare con stili di efficienza; la missione alla compagnia dell’oratorio, così da tenersi un posto caldo e tranquillo; la fede a morale, senza troppi problemi di motivazioni e di salvezza gratuita; la preghiera a vetrina da rompere in caso di incendio, con l’aggravante di rischiare la magia.

 

IL CATECHISMO DEI GIOVANI: “VENITE E VEDRETE” FA QUESTA PROPOSTA

 

Il Giovane “Nuovo“

Uomini e donne nuovi si diventa quando si ha il coraggio di una conversione profonda, di una scelta netta e defi nitiva. L’azione trasformante dello Spirito non rinnega nulla di quanto nell’uomo è autentico, né trascura alcuna delle sue profonde aspirazioni, ma tutte porta a insospettata pienezza. Richiede però che ci si lasci alle spalle le opere dell’egoismo, per gustare i frutti dello Spirito.

 

La radice della novità è l’esperienza profonda, viva e attuale dello Spirito di Gesù. La novità per l’uomo non consiste nelle cose che egli può inventare, produrre, mettere sul mercato, godere...

Consiste nella novità che è la persona stessa di Gesù: in lui e solo in lui è possibile inventare una storia nuova, una vicenda umana inedita, segnata dalla grazia. È lo Spirito di Gesù che rende nuove tutte le cose e dona ai credenti «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22).

 

I giovani che vivono secondo lo Spirito ne esprimono i frutti in volontariato, servizio ai poveri, servizio educativo, slancio e impegno per la pace, preparazione alla vita di famiglia, generosa risposta a una vocazione di speciale consacrazione, impegno missionario, apertura alla vita anche dopo esperienze di fallimento, slancio per i valori della giustizia, generosità di offrirsi gratuitamente, entusiasmo per le mete più alte...

 

Uomini e donne nuovi sono allora giovani vivi, ricchi di umanità, piegati fino in fondo al servizio e all’amore, alle prese con i problemi, le difficoltà, gli entusiasmi e le incertezze di ogni giorno, che si affidano e fanno riferimento esplicito a Gesù di Nazaret e al suo progetto di vita, radicati dal suo stesso Spirito su di lui, roccia indistruttibile. Per questo Gesù precisa: lo Spirito «v’insegnerà ogni cosa» e «vi guiderà alla verità tutta intera» (Gv 14, 26; 16,13).

 

Un altro importante tratto dell’uomo nuovo è la testimonianza. Nei discorsi di addio, narrati nel Vangelo di Giovanni, Gesù avverte i discepoli che saranno odiati dal mondo e perseguitati, ma insieme li assicura che, dinanzi all’odio del mondo e alla persecuzione, saranno sorretti dalla testimonianza dello Spirito: «Lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio» (Gv 15,26 27).

 

L’incontro con il Signore risorto libera il cuore dell’uomo dal timore del mondo e da tutti i suoi ricatti. Trasforma un cuore ricattabile in un cuore libero. I discepoli di Gesù sono liberi dentro, orgogliosi di appartenere a Cristo, incapaci di tenere per sé il dono e l’esperienza della fede. Sono appassionati per la grande causa del Vangelo, come lo è Gesù per il regno di Dio. Questo miracolo lo può compiere soltanto Gesù risorto. Di questa vittoria sulla paura parla spesso il libro degli Atti.

 

Qui il cristiano è presentato nel vivo degli avvenimenti, non chiuso nella tranquillità della sua casa, separato in piccoli gruppi, ma presente sulle piazze, sulle strade, nelle sinagoghe, nei tribunali, in tutti i luoghi dove gli uomini vivono, dialogano, si incontrano e si confrontano. Sono uomini e donne pieni di fede, convinti di essere sorretti dalla presenza dello Spirito e di possedere un messaggio di salvezza di cui il mondo intero ha bisogno, lieti anche di subire persecuzioni «per amore del nome di Gesù» pur di non venir meno al compito «di insegnare e di portare il lieto annunzio che Gesù è il Cristo» (At 5,41 42). I cristiani sono pieni di slancio e in perenne cammino missionario: testimoni di Cristo «a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra» (At 1,8).

Cristiano è colui che senza stancarsi sa annunciare a tutte le genti la gioia sperimentata in Gesù.

Nel libro degli Atti, Luca tratteggia questa figura di cristiano, moltiplicando gli esempi, per mostrare ai suoi lettori che la risurrezione di Gesù ha introdotto nel mondo un radicale cambiamento. Non quello, certo, di far cessare le persecuzioni, che anzi sembrano insorgere più di prima, ma quello di suscitare, in ogni tempo e in ogni luogo, uomini liberi e coraggiosi, obbedienti a Dio piuttosto che agli uomini (At 4,19).

 

Il Giovane “Vecchio“

Uomo “vecchio” è il giovane che cerca la novità per se stessa e si affanna a inventare il cambiamento per il cambiamento, immergendosi così in una vita sradicata, ridotta a continua esplorazione senza meta in una sorta di soggettività “senza dimora”. Una vita così sradicata affonda poi nel rincorrere impressioni e sensazioni sempre nuove, bloccata nelle secche dell’effimero.

 

Uomo “vecchio” è il giovane che affida la sua fame di novità a desideri senza limite, come se in essi ci fosse una promessa di eternità. Nasce allora l’illusione di possedere certezze e soluzioni per un mondo nuovo, solo perché lo si sa immaginare in termini astratti. Ma la vera novità della pace, della giustizia, della libertà rimane lontana.

L’utopia si rivela illusoria; rimane la novità dei piccoli appagamenti, dei bisogni soddisfatti; il sogno ricade su una quotidianità divorata dalla noia.

 

Uomo “vecchio” è il giovane che si lascia imbrigliare dalle opere dell’egoismo: «fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezza, orge e cose del genere » (Gal 5,19 21). L’elenco che Paolo offre trova purtroppo facili attualizzazioni: avidità di denaro e conseguenti atti delinquenziali per ottenerlo, disprezzo della propria e altrui vita, tempo libero vissuto nella noia, uso di droghe, violenza e libertinaggio sessuale, fragilità e suicidio, sfruttamento dei genitori, sincretismo religioso, satanismo e magia, rigurgiti razzisti e disprezzo degli immigrati, cecità di fronte alle tragedie umane...

 

Il cristiano spesso deve compiere scelte contro corrente, trovandosi di fronte a chi non riesce a capire, perché bloccato dall’accomodante: «Fanno tutti così!» e dai sondaggi d’opinione.

Nel grande processo tra Cristo e il mondo, che si svolge entro la storia, lo Spirito depone in favore di Gesù. Davanti all’ostilità che incontrano, anche i discepoli sono esposti al dubbio, allo scandalo, allo scoraggiamento.

 

Questa «franchezza» permette il superamento della paura, uno dei segni rivelatori dell’uomo vecchio, l’uomo ricattabile, perché prigioniero della stima del mondo ed eccessivamente preoccupato di sé, incapace di affrontare la solitudine in cui spesso il cristiano deve vivere i propri ideali.

 

È sempre grande il numero di giovani che hanno sete di Dio e non trovano fontane a cui estinguere la loro sete; a volte hanno una domanda religiosa, ma non incrociano le proposte della comunità cristiana e disperdono l’intensità della ricerca nei rivoli delle sètte, della superstizione e della magia.

 

Ancora più grande è il numero di coloro che ancora non conoscono il Signore; abitano in terre lontane o sono venuti ad abitare nella casa accanto.

 

IO TI FACCIO QUESTA PROPOSTA

 

IL VOLTO DI UN GIOVANE CHE ANNUNCIA LE COSE CHE HA VISSUTO: LA META

 

Giovani che credono in modo nuovo, da testimoni.

Sono giovani che non vanno collocati dentro una logica strumentale ai bisogni di una parrocchia, ma che sono provocati a verificare di continuo la qualità della propria esperienza di fede e non l’efficienza nell’assolvimento delle eventuali funzioni.

Sono chiamati a farsi carico della non-fede di tanti loro amici: dell’esplicito rifiuto della fede, ma anche della fatica di credere, delle domande che molti rivolgono alla fede e alla vita. Sono giovani che si prendono carico della propria stessa fatica di credere e della rigenerazione della propria fede: ciascuno di loro per primo infatti avete bisogno di una cura nuova per la sua fede, di mettersi davanti al mistero del Signore e al Vangelo in modo nuovo, ritrovando il sapore della fede e delle parole con cui la esprime.

In questa prospettiva allora la missione non è qualcosa di più o di diverso da fare; non sono in primo luogo nuove iniziative o nuove strategie, ma un modo nuovo di credere.

Una fede che si comunica è qualitativamente diversa da quella destinata a rimanere nel chiuso della mia vita.

Una fede che si comunica non sopporta compiacimenti narcisistici, ma ha al proprio interno, come tratto costitutivo, l’attenzione all’altro.

Una fede che si comunica deve vigilare sul proprio carattere gratuito: “avete ricevuto gratuitamente, date gratuitamente…”. Occorre condividere per gratuità, vigilando sul rischio che la missione si trasformi in quell’esperienza mondana di portare gli altri dalla propria parte, di convincerli per rendere più forte il proprio punto di vista… .

Una fede che si comunica si pensa sempre in relazione: all’altro, oltre che a Dio. Dunque una fede che fa i conti con le domande; con i bisogni, con i dubbi… dei nostri fratelli.

Una fede che si comunica conosce la fatica della ricerca di pensieri, di categorie culturali, di parole… adatti a creare la relazione; per rendersi comunicabile, si mette in relazione con le domande; e nel rispondere alle domande, si ridefinisce.

Una fede che si comunica cresce con chi la interroga; cresce con chi la condivide; si fa più ricca con chi la pensa; si fa via via più capace di dire il cuore di Dio e un’umanità che si lascia illuminare dal Vangelo. Non annunciamo la fede che abbiamo, ma abbiamo la fede che annunciamo.

 

Giovani laicamente maturi nella loro vocazione e nella consapevolezza di essa; laici capaci di spendere la maturità della loro fede nei loro normali ambienti di vita e dunque voce della loro comunità dove la comunità con le sue strutture non può giungere. Certo se la parrocchia, nella persona del parroco, si sente missionaria solo delle attività che riesce a tenere sotto il suo stretto controllo, allora questa missionarietà dei giovani laici la farà sentire impotente e inefficace. Ma se una comunità ha imparato a credere che ciò che si realizza non è solo quello che passa attraverso la strutturazione delle proprie attività, ma attraverso la maturità della fede dei propri figli, attraverso la loro capacità di condividere il cammino di vita e le inquietudini delle persone di oggi, attraverso la capacità di parole semplici e quotidiane pronunciata davanti alle situazioni e agli interrogativi della vita… allora questa comunità ha enormemente ampliato le sue possibilità missionarie, le ha moltiplicate, ha posto accanto alle persone che fanno parte della comunità senza saperlo o senza volerlo la forza di fratelli che sanno camminare a fianco.

Questa è la forza di una comunità missionaria, di una comunità di oggi.

Una parrocchia che affida il suo essere missionaria alla maturità di fede dei suoi giovani laici è una comunità che allarga indefinitamente le proprie potenzialità missionarie: è una comunità che può raggiungere le famiglie; gli ambienti di lavoro; gli spazi della cultura, della vita amministrativa, della scuola, del tempo libero, della stessa trasgressione e sballo. Che cosa dà consistenza ad una comunità così? Il credere che il suo tesoro è la fede dei suoi fi gli più giovani molto più e prima delle proprie iniziative; il costruire dei momenti di unità in cui sia possibile raccontare la bellezza e la fatica di questa testimonianza solitaria e dispersa nel mondo (anche i discepoli, dopo essere stati inviati, tornano e raccontano a Gesù che cosa hanno fatto, che cosa è accaduto, com’è andata la missione…); il ritrovarsi attorno all’Eucaristia domenicale come attorno al cuore del proprio essere Chiesa. E questo ovviamente chiede di verificare la qualità delle celebrazioni della domenica.

Giovani così non hanno bisogno solo di scuole, ma di una esperienza continuativa di riflessione e di partecipazione, hanno da sperimentare la disciplina di un confronto comunitario, devono essere attivati a guardare alla realtà dall’angolatura di ideali ispiratori, dalla esperienza di comunione semplice tra amici, in una associazione o in un movimento.

 

Giovani che non hanno paura di diventare adulti, di camminare verso quella maturità di fede che permette loro di stare in piedi da soli nei luoghi ordinari della vita; che permette loro quella maturità di dialogo per affrontare con le persone di oggi, con coloro che sono più chiaramente in ricerca… un dialogo aperto e credente sui grandi temi della vita. Credo che oggi una delle forme dell’evangelizzazione sia, oltre che quella della testimonianza della propria personale esistenza e della qualità della propria umanità, quella della capacità di dialogo sui grandi problemi della vita. Faccio qualche esempio: con un amico o un’amica che vive una difficile esperienza affettiva, la cosa più importante non è quella di saperle dire quali sono i principi della vita cristiana sulla sessualità, quanto piuttosto quella di fare una riflessione aperta, problematica… sul progetto di famiglia, sulle relazioni di coppia, sull’amore… senza ricorrere al linguaggio codificato dell’imparato a memoria, ma piuttosto ragionando in termini umani, sapendo narrare il proprio modo di credenti di affrontare le stesse situazioni… Questo richiede una competenza umana che solo un giovane che vuol diventare adulto può avere; richiede una amicizia capace anche di assumersi la responsabilità delle sue posizioni nel momento in cui attraversa con l’altro le inquietudini della sua vita. Per noi che spesso abbiamo ricevuto le risposte senza esserci poste tante domande; per noi che abbiamo ricevuto le risposte del catechismo senza aver sofferto la fatica della ricerca… questo può essere oggi molto difficile.

Ma questa oggi è una delle più significative sfide per una fede di giovani laici impegnati e motivati ad essere missionari.

Ma qui occorre chiederci: qual è la qualità della nostra riflessione sulla vita e sulla fede da giovani laici credenti di oggi. E se questa costituisce la chiave per entrare in comunicazione per le persone di oggi, io mi immagino una parrocchia che si impegna a preparare questi giovani laici, più che ad organizzare grandi iniziative missionarie alle quali parteciperanno sempre le solite persone, e forse anche meno delle solite! È necessario non dare per scontata la fede, non nel senso – anche, ma non solo! – che è necessario coltivare di continuo la propria vita cristiana, ma anche e soprattutto nel senso che occorre un modo nuovo, più problematico e più aperto, di dare profondità, maturità e attualità al proprio cammino spirituale, alla propria esperienza di fede. Per tutti, una fede come ricerca, come impegno a mettere di continuo in relazione la fede e la vita quotidiana.

Da questa ricerca di maturità e di fede adulta può nascere la decisione di consacrarsi a Dio per la missione, si scopre che è bello essere i sostenitori della fede della comunità.

 

PER ESSERE MISSIONARI COSÌ BASTA AVER INCONTRATO CRISTO COME I DUE DI EMMAUS

 

LAICITÀ: PUNTARE CON TUTTE LE FORZE ALLA SANTITÀ

 

Lo spazio della vita di un fedele laico non è accanto al mondo, ma nel mondo. I laici diventano santi nelle realtà concrete della vita quotidiana, nell’amore alla famiglia, nella vita matrimoniale, negli impegni di lavoro e di studio, come i preti lo diventano celebrando l’Eucaristia e offrendo i sacramenti. C’è stata a mio avviso una eccessiva concentrazione nella vita interna della Chiesa in questo tempo, perdendo di vista la vocazione battesimale come pienezza di vita cristiana orientata alla santità. In molte nostre riflessioni si è scambiata la scelta religiosa per scelta pastorale, dove pastorale significa ecclesiastico. Un laico non si santifica se dice bene le lodi e i vespri, ma se questa preghiera fa sì:

• Che sia attivo e responsabile nel costruire luoghi umani e umanizzanti nel continuo suo abitare “non luoghi”, nello studio, nel lavoro, nel tempo libero, nel tempo dello svago e dell’amicizia. Dare umanità agli spazi di vita, al mondo delle relazioni, ai tessuti della convivenza, alle piccole e grandi storie di vita che ciascuno si ritaglia, contro l’insignificanza, l’automazione e la costruzione in serie di parole e sentimenti, l’abitudine agli altri come al colore delle pareti.

• Che sia capace di tessere modalità nuove di relazione vincendo la comoda fuga nel virtuale. La vita parte dai sogni, ma non si realizza nelle immagini; è una poesia, un mistero, non una sequenza di fotografi e; è fatta di volti, non di indirizzi elettronici.

• Che sappia vincere la prigionia nel presente, ridefinire la propria identità nel recupero della memoria e delle radici, ma anche camminare verso il futuro. Il tempo è una linea continua: ogni uomo è un punto di essa che ne ha infiniti che lo precedono e altrettanti che lo seguono. Qualcuno ha segnato questo tempo, ha dato una direzione alla linea, ha stabilito un prima e un dopo: è Gesù. Lui è il Signore del tempo e sa darcene la dimensione.

• Che faccia della propria vita una storia e non un’accozzaglia di episodi: «se le nostre vite non diventano storie, non c’è modo al mondo di viverle» (Coupland). C’è un filo che collega ogni evento all’altro che ci capita nella vita, non siamo una successione disordinata di avventure, di tensioni, di ansie e di piccole o grandi soddisfazioni, ma una storia con un disegno originale e misterioso da scoprire e realizzare.

• Che affronti la solitudine del credente formandosi una coscienza forte nella verità. Ogni uomo si sente solo e ogni credente viene isolato. Il valore della verità non dipende dal numero di quelli che la sostengono, ma dalla verità che essa è.

• Che assuma piccole o grandi responsabilità personali e collettive. È impossibile vivere con la testa nei nostri quattro spazi e pensare che il mondo attorno a noi si debba arrangiare.

• Che acquisisca una capacità di discernimento mentre non fugge dalle informazioni e dall’esposizione ai mass-media. La comunicazione e i suoi mezzi decidono le sorti delle democrazie, dei mercati, degli spostamenti di uomini e capitali, dei sentimenti e delle decisioni personali. O ci si attrezza, o si è sempre vittime dell’ultimo fotogramma, magari montato ad arte.

Tutto questo non scatta automaticamente se uno gira negli spazi della parrocchia, se mette in ordine i tempi forti. La tentazione più pericolosa è quella dell’automatismo cui affidiamo gli esiti di una vita credente.

 

COME COSTRUIRE OGGI QUESTA FIGURA DI GIOVANE CREDENTE?

 

La spiritualità tradizionale ha come asse attorno a cui tutto si organizza il desiderio umano di Dio; mentre siamo alla ricerca del profilo di una spiritualità che si sviluppa coerentemente attorno all’amore divino per l’uomo. L’uomo non è il titano dell’ascetismo, ma il nomade dell’amore. Se spiritualità è la vita di Gesù in noi, offerta dallo Spirito, è lo Spirito che, mettendoci a contatto col dono dell’amore di Dio, delinea i contorni dell’umanità di Gesù in noi e ci dona forza e riferimenti per costruirci una nuova struttura di personalità che ha come elemento fondante e determinante la persona di Gesù, il suo modo di vivere, di essere, il suo pensiero, i suoi gusti, i suoi atteggiamenti.

Non possiamo affidare alla spontaneità delle occasioni o alla socializzazione religiosa il compito di offrire i fondamenti di nuove ragioni di vita e motivi di speranza, né accontentarci del permanere di una religiosità indefinita, di comodo, pro bono pacis, per sopravvivere. Occorre fissare con coraggio e con umiltà anche qualche strumento minimale per rinforzare la nuova spiritualità.

 

LA PREGHIERA, NON SOLO LE PREGHIERE

 

La preghiera non è il tutto della spiritualità, ma ne è l’indice di consistenza. La preghiera è l’esperienza simbolo che dice la spiritualità del cristiano, a condizione che sia la vera preghiera cristiana.

Il pregare del giovane credente non è un pregare qualunque, ma è riferito a una storia di rapporto con Dio, l’Alleanza, il cui centro è Gesù.

La preghiera cristiana è riferita al pregare storico di Gesù, ne è una attualizzazione con riferimento (memoria), sprigionata dallo Spirito. Il riferimento a Gesù è punto qualificante e discriminante, perché da questo dipende sia la corretta visione dell’uomo che prega “cristiano” sia la corretta visione di Dio, termine ultimo della preghiera. Essere cristiani non è solo pregare, ma il cristiano non lo può essere se non prega. Un cristiano non esiste senza la preghiera. E’ un fatto necessario per la sua definizione.

Entro questa decisione e dimensione della preghiera si collocano anche tutte le preghiere caratteristiche del cristiano: la partecipazione quotidiana all’Eucaristia, come apice e sorgente di una vita accolta e donata da Dio; la liturgia delle ore, che scandisce con le preghiere della tradizione cristiana popolare tutta la giornata, come libro della preghiera di tutto il popolo di Dio; la meditazione quotidiana sulla Parola di Dio, molto diffusa soprattutto nei tempi liturgici dell’Avvento e della Quaresima; il S. Rosario, come spazio di riflessione sui misteri della fede, domanda e lode alla Vergine; la Via Crucis, come cammino sulle orme della decisione di offerta di sé fi no alla morte di Cristo. Sono necessari anche luoghi di preghiera straordinari per imparare la preghiera quotidiana: il monastero, il convento, spazi di “deserto” dove i giovani sotto la guida di uomini e donne di Dio sanno imparare a dialogare con Lui, sanno abituare l’orecchio ad ascoltare la sua Parola, rientrare in se stessi, cambiare radicalmente. Talora sono gli esercizi spirituali, altre volte settimane di silenzio e contemplazione, preghiera e esercizio di interiorizzazione, ricerca di scelte definitive e progettazione.

 

UNA GUIDA, NON SOLO UN AMICO

 

Non puoi vivere da solo e fare ordine nella tua vita; sapere di essere amato allo spasimo da Dio e non vederne il volto concreto in qualcuno che ti accoglie; sperare di farcela se continui a evitare il confronto, talora anche impietoso, con chi ti conosce e ti ama, peccatore come te, bisognoso del perdono di Dio come te, ma capace di offrirti l’aiuto e l’esigenza sempre più radicale della Parola.

La solitudine che oggi sembra caratterizzare il mondo giovanile non la si supera nel chiasso o nelle “lettere al direttore” o lanciando biglietti in bottiglie nelle onde telematiche di internet, ma cercando una guida che dell’amico ha l’amore, ma anche la forza di aiutare a capire il progetto originale e libero di ciascuno, che si costruisce in un massimo di accoglienza della volontà di Dio.

L’esperienza della direzione spirituale ripensata alla luce degli approfondimenti delle scienze dell’educazione e riportata alla sua vera funzione che è l’esercizio del discernimento alla luce della Parola è coeffi ciente indispensabile per educare alla maturità della fede i giovani.

 

UNO STILE, NON SOLO UNA REGOLA

 

La ricerca di facili regole può ingannare, se per regola intendiamo l’affidare a un orario esterno alla vita, basato sulla nostra forza di volontà il nostro crescere. È più utile assumere uno stile nuovo, quello di Gesù. E qui vanno riconsiderati e riscritti i consigli evangelici della povertà, castità e obbedienza, che trovano in Gesù la loro ragione d’essere e il loro valore decisivo. È perché si vuole imitare, amare, unirsi strettamente a Lui che noi tentiamo di essere poveri, casti, obbedienti.

Pur essendo aperti ad accogliere tutto il Vangelo, sappiamo che i consigli evangelici della castità, povertà, obbedienza sono realtà che dedicano a Dio e al suo regno i dinamismi della persona in quello che essa ha di più vitale, perché toccano il rapporto positivo con se stessi e con l’altro, con le cose e con Dio. Non c’è cristiano che non debba trovare equilibrio in queste tre sfere della vita.

I consigli evangelici sono segni e strumenti di educazione: la verginità educa al vero senso dell’amore; la scelta volontaria della povertà all’uso giusto dei beni; l’obbedienza all’uso della propria libertà personale.

Stabilire nella propria vita quotidiana alcune esperienze forti, anche oltre gli ambienti della vita quotidiana, fatti di preghiera, offerta della propria disponibilità, distacco da luoghi delle proprie sicurezze, attività di servizio ai poveri, ai malati, periodi di condivisione dell’esperienza missionaria per portare a tutti il vangelo anche oltre i confini del proprio comodo mondo, è un modo di dare concretezza a uno stile.

 

UNA COSCIENZA, NON SOLO UN’AGENDA

 

L’agenda degli impegni per molti è l’unico luogo in cui si fa sintesi interiore della propria vita, del proprio attivismo. È l’unica possibilità per dire agli altri “oggi, domani dove sono e di conseguenza chi sono”. I luoghi geografi ci diventano surrogati dell’esistenza. Ma la nostra identità si definisce nella coscienza.

“La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio...” (GS16). È il rapporto con questo Dio, Signore dell’esistenza, con la sua voce; è il momento in cui Dio istituisce la persona e il suo mistero, la sua consistenza, la formula del suo vivere felice.

A nessun giovane credente deve mancare al possibilità di partecipare a corsi formativi che aiutano a sviluppare e consolidare una coscienza retta, capace di riscrivere la vita cristiana con originalità in ogni nuova situazione della vita.

 

UNA COMUNITÀ, NON SOLO UN GRUPPO

 

Esiste un tempo in cui si deve camminare con le proprie gambe, in cui la vita ci butta nelle strade del mondo o per lavoro o per studio o per scelte di vita, e in cui occorre affrontare la solitudine della diaspora, vivere la propria fede non sempre sostenuti da una aggregazione o dal calore di un riconoscimento reciproco tra credenti. È sempre meglio poter condividere concretamente anche con altri la propria vita e pratica della fede, ma non è sempre possibile. Occorre allargare sempre più l’orizzonte, sentirsi parte di una comunione, quella ecclesiale, che è viva e pulsante in ogni angolo della terra. È un riferimento visibile, ma anche invisibile, sempre attivo anche nell’impossibilità di sperimentarne la concretezza.

Oggi si sviluppano positivamente forme di vita comune dove i giovani si mettono assieme per sperimentare la bellezza e l’impegno di una comunione di fede, per attrezzarsi per le grandi scelte della vita. Vengono vissute o negli stessi luoghi della vita quotidiana o prendendo occasione da una qualche esperienza di servizio caritativo continuato o lavorativo o di studio, lontano dai propri ambienti.

 

UNA DECISIONE DI DONARSI, NON SOLO UNA PROFESSIONE

 

Vivere una professione valutata, ricercata, ottenuta e approfondita è qualcosa di più di una felice combinazione, da cui sognare sempre una fuga, ma un preciso modo di essere in rapporto con se stessi, con Dio, con gli altri, con il mondo. Non siamo chiamati ad una collezione di buone azioni o di prestazioni d’opera, ma a dare alla vita l’unità di una risposta entro una prospettiva donata da Dio.

Questo noi chiamiamo vocazione. Al fondo si porta sempre una decisione di offrirsi: a una persona, agli altri, a Dio.

I giovani sperimentano spesso questa ricerca nell’esercizio semplice, ma progettuale, di esperienze di servizio sotto le diverse forme di volontariato, di compagnia alla sofferenza dei fratelli ammalati, di disponibilità all’educare i più piccoli.

 

UNA CONSACRAZIONE, NON SOLO UNA DEVOZIONE

 

È la dolcissima presenza della figura di Maria che offre strade semplici per arrivare a Gesù; è la sua docilità allo Spirito che traccia la strada per l’accoglienza della volontà di Dio; è la sua decisione di mettersi a disposizione di Dio che offre lo stile delle decisioni molteplici che un giovane deve assolutamente prendere negli anni della sua giovinezza, se non vuol trovarsi sempre troppo tardi a subire una scelta di vita imposta dalla società o dalla consuetudine, ma non mai voluta positivamente.

L’attrazione verso Maria dei giovani è più di una devozione sentimentale, è una dedizione a un progetto di vita.

A questo riguardo sono diventati un passo obbligato per molti giovani oggi i pellegrinaggi ai santuari mariani e ai santuari in genere, gli stessi nuovi modi di fare pellegrinaggio che sono le giornate mondiali della gioventù.

I pellegrinaggi religiosi testimoniano in modo particolare quanto sia necessario al giovane camminare sulle strade del mondo e lungo i sentieri della storia per arrivare al cuore della vita e per accogliere quel Regno dei Cieli che Gesù indicava come la meta ultima di ogni ricerca umana: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6, 33). Il pellegrinaggio è sempre legato alla ricerca di senso e della verità, al desiderio di beni spirituali, al bisogno di cambiamento e di conversione.

 

Trova alla fi ne in Gesù la risposta e la proposta di una nuova vita.

Gli occhi sulla bussola. Le caratteristiche dell'accompagnatore

 

 

Pedagogia dell'accompagnamento educativo 

 

Raffaele Mantegazza

 

(NPG 2019-07-64)

 

… con ambo le braccia mi prese;

e poi che tutto su mi s'ebbe al petto,

rimontò per la via onde discese

Dante, Inferno, XIX, 124-126

 

Protegge, guida, lascia andare avanti, richiama indietro; scosta i sassi sulla via, ne posiziona alcuni dove non ve ne sono, scava buche, ne riempie, ne riscava; consola chi è stanco, incita i pigri, rallenta i troppo audaci; conosce la strada ma finge di non conoscerla, si è perso ma finge di conoscere la via: è l’accompagnatore educativo.

Ruolo difficile, che tocca nel profondo chi lo ricopre, che lo colpisce in profondità emotive che spesso nemmeno sapeva di possedere, ruolo che richiede il massimo delle competenze tecniche, relazionali, emotive. Professione impossibile, come la definiva Freud: “sembra quasi che quella dell’analizzare sia la terza di quelle professioni ‘impossibili’ il cui esito insoddisfacente è scontato in anticipo. Le altre due, note da tempo, sono quella dell’educare e del governare”[1]. Ruolo che richiede distanziamento, attimi di distacco, di completo riposo, coinvolgimento misurato, distanza calda; ruolo che ogni giorno è differente eppure ha bisogno di costanti per non smarrirsi nelle relazioni che di volta in volta cambiano protagonisti.

Educare è difficile, al punto che da qualche anno capita di incontrare educatori che non vogliono essere tali. “Io non posso educare nessuno”, “io non ho nulla da insegnare”: affermazioni che sembrerebbero manifestare umiltà ma che invece sono il segno della resa, della dismissione di un ruolo, come se un medico dicesse che non può curare nessuno o un politico affermasse di non avere nessun progetto da portare a termine per il bene dei cittadini. Affermazioni anche un po’ vili, perché portano alla dismissione della responsabilità, all’abbandono degli educandi, che saggiamente se ne vanno da un’altra parte.

La prima caratteristica dell’accompagnatore è la sicurezza; una sicurezza mai al riparo dal dubbio, che spesso si trasforma nella sicurezza di avere dubbi, ma che non può mai sfociare negli opposti estremismi dell’arroganza e del totale nichilismo. L’educatore deve mostrare sicurezza anche quando è insicuro, perché il suo ruolo prevede che conosca la strada o, se si è perso, conosca il modo per ritrovarla. Nessun relativismo alla moda potrà mai convincerci che esiste perfetta simmetria tra educatore ed educando, tra accompagnatore e accompagnato: in questo caso basterebbe parlare di amicizia senza scomodare l’educazione (“educazione” è forse uno dei termini della lingua italiana maggiormente abusato, o usato in modo scorretto). E ovviamente la prima sicurezza dell’educatore è che di fianco a sé, da qualche parte, ha un collega che può aiutarlo e dal quale può imparare. Dovrebbe essere vietato svolgere il ruolo educativo da soli; se vogliamo che educare sia insegnare a condividere la prima cosa da condividere è la nostra attività educativa, liberandoci da ogni protagonismo, narcisismo, senso di superiorità.

Ogni inversione del rapporto pedagogico, che non sia in qualche modo prevista come strumento educativo, lascia nelle mani degli educandi una responsabilità che non compete loro: ovviamente l’educatore sa imparare anche dai propri allievi, ma non chiede ai propri allievi di diventare guide; li lascia guidare, ma è chiaro che in quel momento è comunque lui a decidere. L’educatore non è sempre il decisore, ma è sempre colui che decide chi decide.

Il che significa che l’accompagnatore sa prima di tutto imparare dai propri errori. Il che non è letteralmente possibile se nei confronti dell’errore egli mette in atto quella specie di caccia senza pietà che consiste nello scovare l’errore e punire chi l’ha commesso. Se l’educatore sbaglia non sempre se ne rende conto e a volte se ne accorge troppo tardi; è anche per questo motivo che abbiamo parlato della necessità del lavoro in team o perlomeno a coppie, una situazione nella quale uno dei due educatori osserva l’altro e al termine dell’attività, in privato o in team, gli fa notare sia gli aspetti e i momenti positivi, sia le sbavature e ciò che occorre migliorare. Il lavoro educativo dovrebbe prevedere sempre una supervisione in diretta, il che tra l’altro permetterebbe di capire che il lavoro dell’educatore non consiste solamente in un fare ma anche in un osservare, uno stare distanti, un non fare.

Che fare quando un ghiacciaio sbarra la strada al gruppo di ragazzi che si sta guidando? Osare l’attraversamento oppure tornare indietro? L’accompagnatore ha l’indubbio compito di proteggere i propri ragazzi, ma quando si passa dalla protezione all’iperprotettività? È curioso che in un paese nel quale si è arrivati a proporre che i ragazzi di III media escano da scuola accompagnati fino alle mani dei genitori, poi si lascino soli gli stessi ragazzi per sette ore davanti a uno schermo, che costituisce il pericolo maggiore in cui possa incorrere oggi un adolescente. Daniele Novara ha più volte sottolineato la differenza tra rischio e pericolo: i pericoli sono da evitare e chi mette in pericolo un ragazzo commette un atto immorale e spesso anche un reato; il rischio è un pericolo calcolato, e non è eliminabile dalla sfera della nostra esistenza. L’educazione deve evitare i pericoli ma non può fare a meno di affrontare i rischi, anzi a volte li deve addirittura provocare e inventare. Ad essere protettiva è la relazione educativa, che rafforza e a volte sostituisce il gesto concreto dell’educatore; proteggere significa far sapere che ci siamo, anche se a volte la nostra presenza sarà ignorata. Con gli adolescenti questa dinamica è tipica, ed è fondamentale per la guida saper reggere psicologicamente all’apparente distacco del ragazzo e al fatto che egli sembra ignorare la nostra presenza.

Perché la guida non conosce solamente la strada, ma sa che la strada la si impara da soli e che ciascuno la impara a modo suo. Occorre dunque saper trovare un equilibrio tra il direzionare e il lasciar fare. Riferendosi ai due mitici mostri Scilla “colei che risucchia” e Cariddi “colei che dilania”, che personificavano i gorghi che minacciavano i marinai nello stretto di Messina, Freud sottolinea questo dilemma in modo estremamente efficace. “L’educazione deve (…) cercare una via tra la Scilla del lasciar fare e la Cariddi del divieto frustrante. Ammesso che il compito non sia comunque insolubile, dev’essere trovato un otpimum per l’educazione in modo che essa possa ottenere il massimo e nuocere il minimo”[2]. Dunque l’educatore sa fingere di perdersi per poi capire se l’educando sa ritrovare la strada come accade nella famosa pagina dell’Emilio di Rousseau nella quale l’educatore finge di essersi perduto: “molto accaldati, molto stanchi, molto affamati, con le nostre corse non facciamo altro che smarrirci sempre di più. (…) Emilio (…) non delibera, piange; non sa che ci troviamo alla porta di Montmorency, e che un semplice bosco ceduo ce lo nasconde”[3]. Dopo avere pianto il ragazzo, con l’aiuto della guida, cerca di capire dove si trova, riepiloga le proprie nozioni di orientamento (si badi bene: l’educatore non avrebbe mai fatto finta di perdersi se non avesse fornito precedentemente ad Emilio queste nozioni), e infine ritrova la strada: “Ora state certi che non dimenticherà per tutta la vita la lezione di quel giorno”[4].

L’educatore ha dunque sempre un occhio sulla bussola, anche se non si fa scorgere mentre la osserva. Ma dov’è il nord? Dove punta l’educatore, dove guida il proprio allievo? Se l’educazione è una tecnica, allora occorre capire perché e a che cosa si educa, sapendo che anche il saper operare un paziente è una tecnica ma è usata in modo diverso da un chirurgo coscienzioso e da un trafficante di organi, e la differenza non è affatto nella competenza tecnica.

Il nazista che addestrava i ragazzi all’odio antisemita era tecnicamente un buon educatore (purtroppo), ma ovviamente la sua bussola puntava su un Nord tragico e assassino; l’idraulico chiamato ad Auschwitz a riparare le docce dalle quali fuoriusciva il gas Zyklon B poteva essere tecnicamente un eccellente professionista, ma la scelta tra il sabotare le docce e il ripararle era morale e politica. Questo vale anche per l’educatore, per il quale la parola politica purtroppo potrebbe risultare caricata di tutta la patina negativa che soprattutto in Italia le è stata depositata sopra. Ma in realtà “politica” significa sostanzialmente “idea di una polis”, ovvero rappresentazione anticipata di un modello sociale, di un modo di convivenza, rispetto al quale l’educazione come tecnica resta uno strumento, per quanto importante e in alcuni casi fondamentale.

Difficile il ruolo dell’accompagnatore, perché questo Nord non deve mai irrigidirsi in dogma, perché occorre sempre saper rendere flessibili i percorsi ma anche sapere che una meta esiste, non si cammina in circolo nell’educazione, ma al contempo occorre sapere che se la linea retta è il modo più breve per collegare due punti non è quasi mai il modo più educativo. Anche se al secondo punto occorre arrivarci.

Sappiamo dove stiamo accompagnando i nostri ragazzi? Abbiamo gli occhi fissi sulla bussola e l’immaginazione già alla meta? Crediamo ancora che una meta esista? Nessun educatore può evitare, prima o poi, di porsi queste difficili domande.

 

 

NOTE

 

[1] Sigmund Freud, Analisi terminabile e interminabile, Torino, Bollati Boringhieri, 1977, pag. 64

[2] Sigmund Freud, Introduzione alla psicoanalisi. Prima e seconda serie di lezioni, Torino, Bollati Boringhieri, 1978, pag. 545.

[3] Jean Jacques Rousseau, Emilio, o dell’educazione,Brescia, La Scuola, 1973, pag. 221

 

[4] Ivi, pag. 223


Messaggio

di papa Francesco

per il lancio

del patto educativo

Carissimi,
nell’Enciclica Laudato si’ ho invitato tutti a collaborare per custodire la nostra casa comune, affrontando insieme le sfide che ci interpellano. A distanza di qualche anno, rinnovo l’invito a dialogare sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta e sulla necessità di investire i talenti di tutti, perché ogni cambiamento ha bisogno di un cammino educativo per far maturare una nuova solidarietà universale e una società più accogliente.
Per questo scopo desidero promuovere un evento mondiale nella giornata del 14 maggio 2020, che avrà per tema “Ricostruire il patto educativo globale”: un incontro per ravvivare l’impegno per e con le giovani generazioni, rinnovando la passione per un’educazione più aperta ed inclusiva, capace di ascolto paziente, dialogo costruttivo e mutua comprensione. Mai come ora, c’è bisogno di unire gli sforzi in un’ampia alleanza educativa per formare persone mature, capaci di superare frammentazioni e contrapposizioni e ricostruire il tessuto di relazioni per un’umanità più fraterna.
Il mondo contemporaneo è in continua trasformazione ed è attraversato da molteplici crisi. Viviamo un cambiamento epocale: una metamorfosi non solo culturale ma anche antropologica che genera nuovi linguaggi e scarta, senza discernimento, i paradigmi consegnatici dalla storia. L’educazione si scontra con la cosiddetta rapidación, che imprigiona l’esistenza nel vortice della velocità tecnologica e digitale, cambiando continuamente i punti di riferimento. In questo contesto, l’identità stessa perde consistenza e la struttura psicologica si disintegra di fronte a un mutamento incessante che «contrasta con la naturale lentezza dell’evoluzione biologica» (Enc. Laudato si’, 18).
Ogni cambiamento, però, ha bisogno di un cammino educativo che coinvolga tutti. Per questo è necessario costruire un “villaggio dell’educazione” dove, nella diversità, si condivida l’impegno di generare una rete di relazioni umane e aperte. Un proverbio africano dice che “per educare un bambino serve un intero villaggio”. Ma dobbiamo costruirlo, questo villaggio, come condizione per educare. Il terreno va anzitutto bonificato dalle discriminazioni con l’immissione di fraternità, come ho sostenuto nel Documento che ho sottoscritto con il Grande Imam di Al-Azhar ad Abu Dhabi, il 4 febbraio scorso.
In un simile villaggio è più facile trovare la convergenza globale per un’educazione che sappia farsi portatrice di un’alleanza tra tutte le componenti della persona: tra lo studio e la vita; tra le generazioni; tra i docenti, gli studenti, le famiglie e la società civile con le sue espressioni intellettuali, scientifiche, artistiche, sportive, politiche, imprenditoriali e solidali. Un’alleanza tra gli abitanti della Terra e la “casa comune”, alla quale dobbiamo cura e rispetto. Un’alleanza generatrice di pace, giustizia e accoglienza tra tutti i popoli della famiglia umana nonché di dialogo tra le religioni.
Per raggiungere questi obiettivi globali, il cammino comune del “villaggio dell’educazione” deve muovere passi importanti. In primo luogo, avere il coraggio di mettere al centro la persona. Per questo occorre siglare un patto per dare un’anima ai processi educativi formali ed informali, i quali non possono ignorare che tutto nel mondo è intimamente connesso ed è necessario trovare - secondo una sana antropologia - altri modi di intendere l’economia, la politica, la crescita e il progresso. In un percorso di ecologia integrale, viene messo al centro il valore proprio di ogni creatura, in relazione con le persone e con la realtà che la circonda, e si propone uno stile di vita che respinga la cultura dello scarto.
Un altro passo è il coraggio di investire le migliori energie con creatività e responsabilità. L’azione propositiva e fiduciosa apre l’educazione a una progettualità di lunga durata, che non si arena nella staticità delle condizioni. In questo modo avremo persone aperte, responsabili, disponibili a trovare il tempo per l’ascolto, il dialogo e la riflessione, e capaci di costruire un tessuto di relazioni con le famiglie, tra le generazioni e con le varie espressioni della società civile, così da comporre un nuovo umanesimo.
Un ulteriore passo è il coraggio di formare persone disponibili a mettersi al servizio della comunità. Il servizio è un pilastro della cultura dell’incontro: «Significa chinarsi su chi ha bisogno e tendergli la mano, senza calcoli, senza timore, con tenerezza e comprensione, come Gesù si è chinato a lavare i piedi agli apostoli. Servire significa lavorare a fianco dei più bisognosi, stabilire con loro prima di tutto relazioni umane, di vicinanza, legami di solidarietà».[1] Nel servizio sperimentiamo che c’è più gioia nel dare che nel ricevere (cfr Atti degli Apostoli 20,35). In questa prospettiva, tutte le istituzioni devono lasciarsi interpellare sulle finalità e i metodi con cui svolgono la propria missione formativa.
Per questo desidero incontrare a Roma tutti voi che, a vario titolo, operate nel campo dell’educazione a tutti i livelli disciplinari e della ricerca. Vi invito a promuovere insieme e attivare, attraverso un comune patto educativo, quelle dinamiche che danno un senso alla storia e la trasformano in modo positivo. Insieme a voi, faccio appello a personalità pubbliche che a livello mondiale occupano posti di responsabilità e hanno a cuore il futuro delle nuove generazioni. Ho fiducia che accoglieranno il mio invito. E faccio appello anche a voi giovani a partecipare all’incontro e a sentire tutta la responsabilità nel costruire un mondo migliore. L’appuntamento è per il giorno 14 maggio 2020 a Roma, nell’Aula Paolo VI in Vaticano. Una serie di seminari tematici, in diverse istituzioni, accompagnerà la preparazione dell’evento.
Cerchiamo insieme di trovare soluzioni, avviare processi di trasformazione senza paura e guardare al futuro con speranza. Invito ciascuno ad essere protagonista di questa alleanza, facendosi carico di un impegno personale e comunitario per coltivare insieme il sogno di un umanesimo solidale, rispondente alle attese dell’uomo e al disegno di Dio.
Vi aspetto e fin d’ora vi saluto e benedico.
Dal Vaticano, 12 settembre 2019

[1] Discorso nella visita al Centro Astalli di Roma per il servizio ai rifugiati, 10 settembre 2013.


Rubrica " Eppur Educo" ( vedi apposita area)

Incontro con  Franco Nembrini Lunedi 19 Marzo 2018

 Incontro numero 2 del Cammino “ Eppur Educo”.

 

EPPUR EDUCO: INCONTRO CON FRANCO NEMBRINI

di Riccardo Fiori

 

“I nostri figli non hanno bisogno di genitori perfetti, ma di genitori affamati di verità e di bellezza” (Monsignor Camisasca – 2014)

Dopo l’entusiasmante incontro dello scorso Febbraio, la macchina organizzativa della Natività di Maria ci regala un secondo appuntamento che definirei, se mai si potesse dire, semplicemente “arricchente”.

E’ la sera della festa del papà, la ricorrenza di San Giuseppe; insomma il 19 marzo e mai data poteva essere più indovinata per farci raccontare da Franco Nembrini, il bello di essere padre ed il ruolo di quest’ultimo nella sfida educativa.

Appassionato di Dante (riguardo al quale ha scritto diversi libri e tenuto più di qualche lezione e conferenza), riscopre intorno ai 21 anni, una favola per bambini, meravigliosamente dedicata e destinata anche a ben altra cornice di pubblico: Pinocchio di Collodi.

Racconta anche che la medesima esperienza è stata vissuta e raccontata da Monsignor Biffi: l’aver letto quel Pinocchio sì da piccolo, riprendendolo continuamente per il resto della sua vita senza praticamente riuscire più a staccarsene.

Il mio pensiero torna immediatamente a quando, in tempi non sospetti, intorno ai 13 anni, avevo voluto riprendere anche io quella favola letta da bambino per vedere quali spunti o sensazioni potesse riservare ad una lettura più “attenta”.

Beh allora il mio risultato non fu affatto lo stesso. Lo trovai nuovamente piacevole, sì, ma lo relegai, confermando la mia sensazione iniziale, ad un libro assolutamente per bambini.

Evidentemente non era così ed è particolarmente entusiasmante scoprirlo oggi [meglio tardi che mai] e rileggerne i significati grazie al prezioso supporto del nostro ospite.

La prima cosa che mi colpisce, a tal proposito, è sentir dire che rileggere Collodi, volenti o nolenti, ripercorre, attraverso Pinocchio, il corso della vita.

“Educare significa anche correre il rischio di educare” ed è forse per questo che il professor Nembrini cita Charles Péguy che agli inizi del ‘900 definisce la figura del padre come quella dell’unico e vero avventuriero del mondo.

Pinocchio e Dante sono due libri che porterebbe sempre con sé su un’isola deserta qualora gli fosse concesso di sceglierne.

Perché? Cerchiamo di capire.

La favola di Pinocchio nasconde aspetti di verità ben più speciali di altre favole.

Pinocchio è un linguaggio cifrato dove Collodi racconta la storia dell’umanità.

Quando all’età di 21 anni propongono a Nembrini di insegnare Religione, oltre che felice per la proposta, egli si innamora di un libro (di Giacomo Biffi) che fornisce un commento teologico alle avventure di Pinocchio.

36 capitoli che avrebbe potuto tranquillamente riproporre ai suoi studenti nelle 32 settimane di scuola.

Viene rapito da questa pubblicazione che gli consente di scoprire la perfetta analogia di questa favola con la Bibbia; Pinocchio è un racconto cifrato dei Vangeli e della stessa Bibbia.

A cominciare dal quasi epilogo della favola di Collodi: la morte di Pinocchio.

“Padre mio, Padre mio, perché mi hai abbandonato?” grida Gesù dalla croce poco prima di spirare e la descrizione della morte di Pinocchio riporta davvero a tanto.

Pinocchio, seppure di legno, è fin da subito figlio di Geppetto.

E anche alla conclusione, il burattino risorge da pezzo di legno divenendo bambino in carne ed ossa.

Ecco la prima analogia: Collodi ci propone una morte ed una resurrezione.

Ci racconta Nembrini che la storia di Collodi terminava con la morte del protagonista. Una volta consegnati i materiali all’editore, questi venne travolto dalle tantissime lettere di bambini contrariati per il tipo di fine che la storia aveva avuto.

L’editore fu costretto a richiamare immediatamente Collodi chiedendogli di riprendere il racconto con una resurrezione.

E nonostante l’autore fosse ateo e laicista, questi riesce ad inventarsi una storia che parla di un uomo, del suo destino, della Chiesa.

Particolarità non indifferente è quella che Collodi, quando inizia a scrivere il suo racconto per i bambini, ha circa 50 anni.

Ha quindi necessità di ritrovare un linguaggio che sia consono al suo pubblico di piccoli lettori e, per farlo, egli deve tornare ai suoi ricordi di bambino.

Chiaro che l’influenza di una mamma (a sua differenza) religiosissima, lo avrebbero riportato, in quella ricerca, al tipo di educazione avuto in tenera età.

Con tutta probabilità quell’educazione, dal profondo, è tornata su, offrendo una storia che sembra ricalcata dal Vangelo (sebbene senza un minimo riferimento religioso al suo interno).

Un’altra stranezza potrebbe essere rappresentata dal fatto che i primi 2 capitoli sono dedicati ad una figura decisamente poco importante: quella di Mastro Ciliegia (o Maestro, come lo chiama Biffi).

Se tutto fosse cominciato direttamente nella bottega di Geppetto, 2 capitoli dopo, cosa sarebbe cambiato?

Ma il diktat è proprio quello di NON essere come Mastro Ciliegia.

Se sarete come lui diventerete violenti e con “il sedere per terra”.

In altre parole, il fallimento totale.

“C’era una volta un re …” è chiaramente un richiamo a “In principio era il verbo”: Dio.

Quando ogni mattina ci svegliamo (e veniamo al mondo), in qualità di uomini ci troviamo davanti ad una meravigliosa realtà.

La realtà è il mezzo con il quale Dio parla di umanità. La vera paternità si gioca qui.

Noi possiamo solo testimoniare ai nostri figli l’amore per la verità. Non dobbiamo insegnare loro chissà cosa di altro.

Se Dio si fida a farci mettere al mondo dei figli, evidentemente si fida anche di come li educhiamo.

Il problema è un altro: tuo figlio che ti guarda, quanta felicità vede?

I figli son disposti a perdonarci tutti gli sbagli, ma non l’assenza di speranza.

E Mastro Ciliegia non ha speranza. Si trova un pezzo di legno ed esclama: “Questo legno è capitato a tempo e voglio servirmene per fare una gamba di tavolino”.

Figuriamoci se fosse stato il figlio.

Ma quello che hai davanti non è mai [solo] quello che sembra. Così, quando dal ciocco arrivano le prime vocine di lamentela, lo stupore è enorme.

“Che la vocina sia uscita da questo pezzo di legno? Io non lo posso credere”.

Eccolo, l’ateismo puro. E, non contento, cerca di usare violenza su quel ciocco, fino a provare paura e ritrovarsi con il sedere a terra.

Si ha paura di educare? La paura è il peggior nemico dell’educazione.

L’arrivo di Geppetto è, per contro, il rivivere la Creazione.

Non più “mi è capitato”, ma “ ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino, meraviglioso, che sappia cantare, ballare, tirar di scherma, … , con cui voglio girare il mondo”.

Porta via il pezzo di legno dalle grinfie di Mastro Ciliegia e nel fargli la testa, gli occhi cominciano a muoversi e guardarlo.

Pinocchio non ha ancora la bocca, ma lo sguardo di Geppetto sul suo burattino appena cominciato (ma già “vivo”) è uno sguardo di uomo e, soprattutto, di padre.

Geppetto poi, guarda caso, altro non è che il diminutivo di Giuseppe …

La ribellione è imminente; dapprima con la creazione della bocca (il burattino lo canzona immediatamente) e poi con le braccia. Pinocchio non perde tempo nel fargli cadere la parrucca e farlo cadere. Eppure Geppetto gli risponde “birba d’un figliolo”.

Non c’è dubbio; nel suo cuore è già suo figlio: “Non sei neanche finito che fai già del male al tuo babbo”.

E ancora: “E’ colpa mia; dovevo pensarci prima, ma ormai è troppo tardi”. E sugli occhi del falegname spunta una lacrima.

Il richiamo a Gesù che ormai vede la croce, è evidente.

Quando mettiamo al mondo figli, nessuno ci garantisce nulla. E’ un puro atto d’amore.

E’ un atto di fedeltà il motivo per cui mettiamo al mondo i nostri figli, che durerà per sempre.

Geppetto gli insegna a camminare tenendolo per mano, ma Pinocchio trova la porta aperta e scappa di casa.

E’ il peccato originale.

Quando Pinocchio è libero e Geppetto in carcere, il burattino dice che “finalmente” quella casa è sua.

Compare il grillo parlante (“Cacciato Dio dalla porta resta qualcosa di Dio che non puoi cacciare”), che cerca di far capire a Pinocchio che non è proprio come lui crede: questa non è libertà né di corpo né di spirito.

E nonostante Pinocchio lo schiacci al muro, il grillo comparirà sempre in tutta la favola (neanche il figlio più bestia può uccidere completamente la voce di Dio).

Di questa presunta libertà, Pinocchio fa un’esperienza pessima ed il bisogno di bene che ha, resta irrisolto.

Non trova nulla neanche da mangiare, finché non vede, su un cumulo di immondizia, un uovo.

Già triste l’immagine di andare a cercare un filo di felicità nella spazzatura. Ancor di più se poi, da quell’uovo esce un pulcino che sbeffeggiandolo scappa via.

Disperato corre in paese facendo quello che qualunque ragazzo in cerca di felicità probabilmente avrebbe fatto: ma il risultato è il nulla. Trova tutto chiuso.

Suggestiva la frase che a questo punto Franco Nembrini ci regala: se non c’è un padre gli uomini non riescono ad essere fratelli.

Ci vuole un padre, altrimenti non c’è bene e non c’è male.

Pinocchio è sconsolato; torna a casa e stanco si addormenta al fuoco del camino, che gli brucia i piedi.

La salvezza arriverà dall’esterno; da quel padre (Geppetto) che torna ed è come Dio che bussa alla nostra porta per salvarci da una vita che rischiamo continuamente di buttare via.

Anche Pinocchio ha ora capito che il bello della vita sarebbe riavere il padre ed entrambi vogliono incontrarsi nuovamente. Ma Pinocchio ha i piedi bruciati e la prima mossa spetta sempre a noi genitori.

Al grido del figlio (“Signore Salvami”), Geppetto risponde inventandosi la strada per raggiungere il figlio: la porta non si butta giù e bisogna affrontare la finestra.

Altra figura estremamente importante è la Fata Turchina (non a caso azzurra).

Rappresenta la mamma; la Chiesa. E le medicine sono i Sacramenti.

Pinocchio continua a rifiutarli.

Fino a tramutarsi in un asino, che poi si azzoppa. E’ la fine.

Un asino zoppo non lascia al suo padrone che una scelta: quella di ucciderlo per venderne la sua pelle da cui si possano ricavare dei tamburi.

E prima di questo triste fato quell’asino ha ricevuto l’applauso degli spettatori del circo in cui si è esibito. Applausi che rappresentano la spaventosa pressione sociale a cui i nostri figli sono sottoposti.

La Chiesa [la madre] non può girargli le spalle e lo perdona. Pinocchio riconosce nel medaglione l’immagine della fata e la chiama o fa per chiamarla. Dalla gola però esce solo un raglio che fa morire tutti dalle risate.

L’educatore, il padre, la madre, riconoscono in quel raglio, il grido di disperazione e la richiesta d’aiuto del figlio: “Fatina mia … / Babbino mio …”

Ed è proprio quando i nostri ragazzi bevono, si drogano e si buttano via che stanno ragliando e stanno implorando aiuto.

Noi abbiamo sempre fatto di tutto per lui, chiediamoci però perché lui ha sempre capito il contrario o qualcosa di diverso.

“Quanto bene ti vorrei se tu …” non equivale di certo a “Quanto bene ti voglio”.

Siamo ai saluti e l’augurio che Nembrini fa a tutti i papà (e alle mamme) è che accada loro quello che ne “Le avventure di Pinocchio” succede alla fine.

Quando Pinocchio ritrova Geppetto nella pancia del pescecane, gli chiede immediatamente perdono, ma soprattutto, cerca di portare in salvo il padre, ormai vecchio.

Geppetto è titubante e Pinocchio ricorda Gesù: dobbiamo fuggire (fuggendo dal demonio) ed è come se dicesse “Provatemi e vedrete”.

Dalla bocca del pescecane si vede chiaro il cielo stellato (“Uscimmo fuori a riveder le stelle”) e finalmente Pinocchio prende il padre e lo salva.

Ma tu continua ad essermi padre; continua ad indicarmi la strada.

Ed è proprio quando saremo come Geppetto, quando passeremo il testimone ai nostri figli, quando saremo vecchi e bisognosi di loro, che si compirà (speriamo) l’augurio più grande che si possa fare.

Quello di diventare figli dei nostri figli e vederli diventare i nostri padri.

Finisce un incontro di assoluta ricchezza che lascia in me una grande sensazione di speranza.

Ho solo un piccolo cruccio. Quello di non aver avuto spazio per una domanda.

Sarei tornato volentieri al principio e con il pieno di speranza appena fatto avrei domandato: ma allora rappresenta davvero così tanto un rischio, educare?

 

 

 

22 Marzo 2018


EPPUR EDUCO: INCONTRO CON COSTANZA MIRIANO

di Riccardo Fiori

 

Venerdì sera, 2 Febbraio, nella cornice della Natività di Maria in Roma, prende il via il primo di 3 incontri dal tema “Eppur educo”: la sfida educativa e la bellezza di educare.

La Parrocchia organizza il tutto alla perfezione e l’ospite d’onore, Costanza Miriano, regala a tutti noi un’esperienza di quelle che arricchiscono davvero.

Giornalista (prima di Rai 3, ora di Rai Vaticano), scrittrice e autrice di libri come “Sposati e sii sottomessa” (tradotto e divenuto un caso), fino ad arrivare al suo 5° libro “Si salvi chi vuole”, ma, soprattutto, madre di quattro figli.

L'introduzione alla serata suscita in me, fin da subito, una certa curiosità.

“Papà, mamma, fatemi capire che vale la pena essere al mondo” è la citazione usata per introdurre i temi di cui, di lì a poco, dibatteremo.

“Si salvi chi vuole” (che, premetto, non ho ancora avuto la fortuna di leggere) viene definito un libro profondo e divertente e mai definizione poteva essere più indovinata.

Costanza incarna tutto questo, regalandoci una serata ricca di contenuti, Fede e Amore.

La nostra ospite parte da alcune certezze, prima tra le quali quella che i figli non sono i nostri.

C'è qualcuno che li ama più di noi. Colui che lei definisce il Capo Supremo.

Lo stesso che ci ha prestato i nostri figli e ai quali noi stiamo assicurando un passaggio.

Nel profondo della nostra fede, chi più chi meno tutti, abbiamo pregato meno di quanto avremmo dovuto e potuto e l'invito [ora che i figli sono in una età in cui cominciano ad andare con le loro gambe sempre un po' più via da noi] è quello di utilizzare il maggior tempo a disposizione per pregare maggiormente.

Nella presentazione del suo libro mi piace leggere: “Recintare uno spazio per l'incontro con Dio, il Totalmente Altro e cercare di difenderlo a ogni costo, è decisivo per la nostra felicità”.

Ciononostante si chiede come si possa riuscire ad organizzare una vita spirituale nelle nostre giornate a dir poco frenetiche.

Un'altra certezza che individua, sempre relativamente ai figli, è che bisogna semplicemente amarli.

Sembra scontato, ma bisogna amarli anche se “brutti, sporchi e cattivi”. Con i loro difetti, apparenti negatività o troppe precisioni.

Fa sorridere non poco quando, parlando di una delle figlie precisa e pignola, la definisce “ansia e sapone”.

Ecco: amarli anche se sono così. Se ci provocano, se sbagliano. Come se noi non sbagliassimo mai nei loro confronti.

Quanto è fondamentale saper chiedere loro scusa quando è necessario.

Riesce anche a farmi commuovere: mi torna alla mente un aneddoto con protagonista mia madre che carezzandomi una sera nel darmi la buonanotte, a letto, si interrogava a voce alta chiedendosi come riuscissero alcune madri a non dire mai un “ti voglio bene” ai propri figli.

E oggi quando i miei 2 figli mi abbracciano e mi dicono quel “ti voglio bene” (per fortuna succede spesso) oltre all’amore di padre, torno a provare l’amore di figlio verso una mamma che pur non essendoci più, è sempre con me.

L'amore deve essere al centro del rapporto familiare.

Si arriva a Dio se i figli vedono l'amore che c'è tra moglie e marito. Ecco perché è importante investire nel rapporto; trovare tempo per la coppia senza pensare [erroneamente] di togliere tempo e spazio ai figli.

Se i genitori si vogliono ancora bene questo rappresenta per i figli una sorta di autorizzazione ad esistere.

La serata scorre velocemente, segno evidente di quanto piacevole questa sia e Costanza si sofferma su un’ulteriore sua certezza.

C’è un codice paterno ed uno materno all’interno della coppia.

La mamma accoglie; il padre rappresenta la regola ponendo i giusti limiti.

Probabilmente perché l’uomo riesce meglio a dividere i vari ambiti, mentre la donna è in ogni momento mamma, anche se è fuori di casa, al lavoro o in ogni altro possibile “dove”.

Ed è importantissimo che la madre sia d’accordo ed in un certo senso autorizzi il padre ad essere padre.

Che la mamma, in altre parole, riesca a staccare questo cordone ombelicale e che moglie e marito si “accreditino” l’un l’altro davanti ai figli.

Resta però, che il nostro amore non sarà mai sufficiente rispetto a quello di Dio.

Nessun genitore riesce ad essere perfetto.

L’augurio è che i nostri figli possano avere un incontro autentico con il Signore, soprattutto nel periodo di individualismo e relativismo sfrenato che stiamo vivendo.

La donna si sente indispensabile quando i figli sono piccoli; poi, pian piano, crescendo, questo sentore viene meno e la mamma, generalmente più del papà, sente forte questo senso di vuoto.

 

Quando la mamma parla dobbiamo ascoltarla.

La Chiesa che è mamma, siamo in grado e capaci di ascoltarla?

Siamo in grado di mettere Cristo al centro di tutto?

Quanto siamo pronti a gestire la nostra  spiritualità un po' come credevamo di poterla “aggiustare”?

Costanza Miriano Individua cinque pilastri: Parola di Dio - Preghiera - Confessione - Eucarestia – Digiuno.

5 dogmi, che poi spiegherà essere 5 capisaldi dati dalla Madonna a Medjugorje.

Molti questa regola cercano di viverla magari a modo loro; ognuno nella propria imperfezione.

Siamo tutti i monaci di un immaginario monastero Wi-Fi nel quale, senza fili, tutti siamo connessi, legati e collegati.

D’altronde, dice Costanza, si può essere monaci mentre si fa jogging, mentre si va in metro, mentre si fa la spesa.

Un piccolo esercito di mendicanti scalcagnati, fragili e incoerenti, ma innamorati di Dio.

Dovremmo educare la nostra libertà, perché questo equivale ad educare il nostro desiderio.

Cercare di agganciare questo incontro.

Non possiamo fare in modo che il sole sorga, ma possiamo fare in modo di trovarci lì, quando il sole sorgerà.

 

 

 

 

03 Febbraio 2018



Archivio

Sabato 29

 

ORE 17,00  SS. COMUNIONI PER I BAMBINI

DEL GRUPPO DI STEFANIA  E ALESSANDRA

 

 

“Per la nostra parrocchia dove abbiamo trovato persone che ci guidano nel cammino verso la fede e l’amore, che ci insegnano ad essere generosi verso gli altri affinchè il Signore li ricompensi e li aiuti sempre.”

 

 

“Perché aumenti in noi il desiderio di avere sempre un posto privilegiato per Gesù nella nostra casa, a scuola e nella vita di ogni giorno”



"Camposcuola è"

"Questi giorni sono stati intensi: abbiamo pregato, abbiamo giocato, abbiamo riso, abbiamo pianto e ci siamo consolati come una grande famiglia, 

E' stato bello condividere le emozioni in nome di Colui che ci ha riuniti qui. Mi auguro di poter continuare il cammino iniziato insieme anche a Roma."

grazie P. Francesco

 

"Siamo ormai giunti  al termine di questa settimana ed è stato bello sorridere e scherzare insieme a voi , a volte difficile asciugare le vostre lacrime o guarire le vostre ferite e tanto impegnative soddisfare la vostra fame.......

Tutto questo ci ha permesso di vivere tantissime emozioni grazie anche alla guida di te, P. Francesco, che hai reso tutto più speciale.

Bambino tra bambini e maestro di fede per tutti noi , sei una persona speciale e non smetteremo mai di ringraziarti perchè quest'esperienze ci permettono di poter essere migliori, anche solo con un piccolo gesto.

Grazie a te abbiamo, ancora una volta, imparato qualcosa da questi ragazzi, ci hai insegnato cosa significa scalare una montagna. Perchè la vita è questo: una montagna da scalare con una vetta da conquistare per poter poi finalmente godersi il piacere della discesa . Questo campo è stato  per noi , proprio come quelle montagne e la nostra piacevole discesa è il sorriso di tutti, perchè felici di aver vissuto questa fantastica esperienza. Grazie "prete" , come ti chiamano i ragazzi e grazie di cuore a tutti bimbi, ragazzi e animatori, in particolare Stefania e Gabriele, sempre disponibili e pronti a sopportare quella piccola peste della nostra mascotte Davide. vi vogliamo bene!"




"Volevo ringraziare qualche persona: Padre Francesco che ci aViuta sempre e ci dimostra la sua agilità e ogni volta che parla mi avvicina a Dio. Gli animatori che ci sopportano, ci aiutano e ci vogliono bene (almeno spero) che invani credono che li ascolteremo. Le cuoche che invece di giocare stanno ai fornelli per darci un pasto buonissimo. Ma soprattutto voi ragazzi che accettate la gente per quello che è, e che vi volete bene a vicenda. Voi, in questo istante, siete stati come una  famiglia: le prime persone che vedo quando apro gli occhi e le ultime che vedo quando li chiudo. Ci sono di più simpatici e di meno simpatici, ma ha tutti è riservato uno spazio nel mio cuore. Imbocca a lupo. ( MAtteo , 11 anni)"


Tutto questo e'..Grest! 2015

"Ma perché questo grest è durato così poco?” una domanda sincera  di un bimbo ospite del  grest organizzato dalla parrocchia Natività di Maria. “durato così poco” non è proprio esatto  perché di settimane ne sono passate ben tre…ma forse il nostro piccolo interlocutore voleva sottolineare di come il tempo vola quando si sta bene accolti in un luogo così ospitale  e immersi  in un clima di amicizia davvero straordinario.

I cento quaranta fanciulli e adolescenti protagonisti dell’”estate” esplosa immediatamente dopo la chiusura dell’anno scolastico,  hanno animato gioiosamente i  luoghi di questa Parrocchia: i campi da gioco, il parco, il sagrato, il salone, le sale, i corridoi…e anche la Chiesa. Tempo per il gioco, per nutrirsi, per pregare insieme, per crescere insieme, per investire nel divertimento e nella condivisione il germogliare di una gioventù destinata a dare molto frutto.

Sbaglia chi crede che il”grest” sia solo una pratica occasione, per genitori e famiglie impegnate nel lavoro, utile a sistemare i figli liberi dagli impegni scolastici: infatti non si mandano mica i figli a scuola perché non si sa dove sistemarli.  Aver scelto la Parrocchia Natività di Maria è stato frutto di una consapevole convinzione che, anche qui, i loro figli avanzano nella via della migliore  crescita  che per essi si desidera.

Il grazie che spontaneamente va rivolto agli organizzatori (Parroco e nessuno escluso) ai giovani animatori (perle di questa comunità) alle generose persone che volontariamente hanno cucinato (menù da maestri chef) pulito, gestito il bar, allestito la sala da pranzo e tanto altro, bene, questo grazie sincero forse è tutto contenuto nella domanda del bambino “Ma perché questo grest è durato così poco?”


Foto Grest 2015


Il Vangelo nelle famiglie

 

Chiusura anno pastorale 201-2015 Lectio divina

 

I nostri incontri legati alla lettura del Vangelo nelle famiglie si sono conclusi e proprio quest’anno Papa Francesco, nel suo messaggio ecclesiale, ha messo al centro “la Famiglia” …ambiente privilegiato dell’incontro nella gratuità dell’amore…luogo dove si impara a parlare, a pregare, a convivere nelle differenze e a fare esperienza del legame e delle relazioni…”

Non vogliamo compiacerci, per vanità, della nostra costanza a portare avanti questa iniziativa che da anni si muove, senza troppo clamore, nelle case di questo quartiere, ma vorremmo porre l’attenzione sull’elenco contenuto in queste pagine. Non si tratta solo di una ordinata cronologia di nomi e di vie: quei luoghi indicati sono muri entro i quali abbiamo ascoltato il Vangelo di Cristo e abbiamo pregato, il “Canto al Vangelo” ne è la traccia.

Il senso della cortesia, lo spirito di accoglienza e la generosa apertura delle nostre porte agli altri possono indicare i segni di una fede viva; così come la curiosità della ricerca, il desiderio del sapere, possono vincere con la luce della “Parola” le tenebre dell’ignoranza.

Dal nucleo domestico può scaturire un impulso missionario:  il Papa, Santo Giovanni Paolo II, nell’istituire la grande missione cittadina in preparazione dell’Anno Santo del 2000, così esortava “far risuonare nella coscienza e nella vita di tutti gli abitanti di Roma, in ogni famiglia e ambiente, lo stesso annuncio e la stessa professione di fede in Gesù Cristo…il Vangelo in ogni casa, per offrire ad ogni famiglia il libro fondamentale della missione …e accogliere la buona notizia in esso contenuta, con spirito di fede e di conversione…”

Tante parole vengono spese oggi sulla “famiglia”, ma da uno sguardo obiettivo affiora purtroppo che la realtà familiare non gode di quei privilegi che meriterebbe, anzi spesso non viene rispettata e protetta nella sua fisionomia e nei suoi diritti.

I nostri incontri sono un umile sforzo di testimoniare come da una piccola comunità domestica si possa trasmettere l’intensa passione della cristianità.






 A tutto Grest 2015 !


Il Dono più grande.

 

“L’amore di un figlio non si può descrivere perfettamente a parole, è qualcosa che tocca l’anima, il cuore, i pensieri.” Se mi volto indietro quanti ricordi e quante benedizioni! Dolcissimo amore mio, quando sei arrivata ho pensato “sei davvero bellissima, sei il dono più bello e più grande che potessimo ricevere”, un angelo venuto dal cielo. Quante volte mi hai chiesto “ma come sono nata?” ed io ti ho sempre risposto che eri un angelo in cielo che il nostro Padre Celeste decise di donarci; un angelo bellissimo e dolcissimo, con un sorriso meraviglioso, “te, il sorriso infinito di Dio”. Da allora ci hai rapiti in un immenso “disegno d’amore”, quello di Dio per noi, quello di un Padre Celeste che, come un papà, ci ama e ci guida in ogni nostro passo.

Il giorno della tua Prima Comunione è stata una bellissima giornata, un’esperienza ricca di emozioni e di spiritualità. I principali “protagonisti” siete stati tutti voi bambini che, riuniti insieme ai “coprotagonisti”, noi genitori, i sacerdoti, le catechiste e all’ “attore” principale, Gesù, (Colui che è il “vero protagonista”), avete “messo in scena” la più bella delle “sceneggiature”, il vostro incontro con Gesù nell’incontro con l’Eucarestia. Ma tutto questo è stato molto di più di una semplice sceneggiatura, di una semplice “messa in scena”; è stata la Messa, la vostra Prima Comunione, ed in particolare, è stata la tua Prima Comunione. In chiesa siete entrati vestiti di bianco, puri come il fiore che portavate in mano, con un sorriso e una luce negli occhi davvero straordinari e diversi dal solito. Una luce che vi rendeva, nonostante la vostra piccola età, già grandi e consapevoli di quanto di meraviglioso stava per accadere; nei vostri occhi si leggeva la consapevolezza e la gioia dell’incontro con Gesù.

Ancora oggi quando vedo i tuoi occhi penso “sei cambiata, risplendi di una luce nuova, bella e luminosa”. Non sei più tu ma un’altra persona, perché con Gesù dentro di te sei diventata una persona migliore. Ricorda dolcissimo amore mio che Lui è e sarà sempre la forza, la luce, la vita e il pane in questo meraviglioso viaggio perché, come dice Papa Francesco, “la vita con Gesù diventa molto più piena e con Lui è più facile trovare il senso di ogni cosa”. (E.G. 266)

In questi anni ti sei preparata grazie all’aiuto amorevole delle catechiste e dei parroci che ti hanno guidata nel cammino spirituale per ricevere e incontrare Gesù. Ricordo con quanto entusiasmo un giorno mi hai riferito le parole che padre Lorenzo vi aveva detto: “le cose materiali non hanno valore, non rimangono per sempre, mentre l’amore rimane per sempre”. Portalo sempre con te perché è uno degli insegnamenti più belli e veri di vita. In questo cammino ti ho seguita, accompagnata, felice e grata di aver nuovamente incontrato anche io Gesù. E la festa è stata una giornata ricca di significati; è stata un’occasione di incontro con Gesù perché, anche nei momenti di quotidianità, se vissuti come momenti e atti di condivisione, momenti fatti d’amore e con amore, Gesù si rivela a noi.

Quante emozioni e quante parole ancora avrei voluto dirti. Lo faccio ora perché voglio che tu sappia che con la Comunione hai ricevuto un Dono, quello più grande, un dono vero, un dono d’amore fatto per amore, un dono come “pane di vita”.  Ma forse di questo tu ne hai preso atto in quel momento perché tutta entusiasta dicevi “oggi ricevo il Corpo di Gesù, oggi ricevo un grande Dono” e nei tuoi occhi splendeva una luce radiosa. Tutto risplendeva e l’emozione era così forte che travolgeva tutti noi; la stessa giornata, grigia e nuvolosa, ad un tratto si è aperta di una luce folgorante, quasi a significare l’ingresso di Gesù, attraverso lo Spirito Santo, nei nostri cuori, e in modo particolare nel tuo cuore e in quello di tutti i bimbi. Non poteva verificarsi una “sceneggiatura” migliore e tutto questo perché non esiste migliore “artefice” di Dio Padre Celeste. Lui, per mezzo di suo Figlio Gesù Cristo, ci viene a ricordare quanto grande e immenso è il suo amore per noi. Ci viene a ricordare che da oggi Gesù, Suo Figlio, grazie alla Santa Comunione, entra nella tua vita e che anche per te sarà una Amico speciale, fedele, un compagno di viaggio e una guida spirituale sempre vicino, che non si separerà mai. È l’inizio di un cammino fatto insieme a Gesù. È un legame che nessuno potrà più spezzare, come un “sigillo sul tuo cuore”.  È un Dono d’amore che vale più di tutto nella vita e da questo momento comincia una nuova tappa della tua vita. Da oggi “Lui sarà con te e tu sarai con Lui”.

Voglio che ti rimanga quanto, di bello per me, ho trovato scritto affinché tu possa comprendere che “quando il pane e il vino da noi offerti a Dio sull’altare, si convertono nel Corpo e Sangue di Cristo, simbolizzano il nostro corpo e il nostro sangue convertiti nel Corpo e Sangue di Gesù. E, se il pane, il vino, a contatto con te diventano tua carne, tu a contatto con Gesù diventi suo Corpo, suo Sangue….Tutto ciò è un grande miracolo proprio come la nostra vita…. Ed ora tu vedrai le cose, le persone in un altro modo perché vedrai con gli occhi di Gesù che è dentro di te”.

Ma ricorda, non tenere solo per te la gioia di aver incontrato Gesù. Devi trasmetterla anche agli altri. Perché, come ha detto Papa Benedetto XVI, “chi ha scoperto Gesù deve portare altri verso di Lui. Una grande gioia non si può tenere per sé. Bisogna trasmetterla”. E quando incontrerai momenti bui non scoraggiarti mai, e se dovesse accadere, troverai sempre nel Signore tutto il suo Amore, il tuo più grande Amico e “Consolatore perfetto”.

“Dio è diventato padrone del tuo cuore”, e tu dovrai stare vicino a Lui sempre, impegnandoti ad essere sempre amorevole, gentile, premurosa, generosa, umile e attenta verso chi ti sta a fianco perché, come dice la mia cara nonna, le “buone maniere pagano sempre e tutto il bene che farai ti ritornerà”. E vedrai che bella sorpresa quando a ritornare sarà tutto l’amore, lo stesso amore che tu hai donato! Altrettanto io mi impegnerò come te, perché tanto cammino ho ancora da percorre e se lo conduciamo insieme sarà ancora più bello, in fondo anche tu hai tanto da insegnarmi!

Con immenso amore, la tua mamma.






SS.Trinità Domenica 31 Maggio

Mercoledi 27 Maggio

 

ORE 8,45-16 RITIRO E CELEBRAZIONE DEL SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE PER I BAMBINI DEL I^ ANNO DELLA CATECHESI

Pentecoste


Un «evento, che cambia il cuore e la vita degli Apostoli e degli altri discepoli, si ripercuote subito al di fuori del Cenacolo. Infatti, quella porta tenuta chiusa per cinquanta giorni finalmente viene spalancata e la prima Comunità cristiana, non più ripiegata su sé stessa, inizia a parlare alle folle di diversa provenienza delle grandi cose che Dio ha fatto, cioè della Risurrezione di Gesù, che era stato crocifisso. E ognuno dei presenti - prosegue Francesco - sente parlare i discepoli nella propria lingua. Il dono dello Spirito ristabilisce l'armonia delle lingue che era andata perduta a Babele e prefigura la dimensione universale della missione degli Apostoli. La Chiesa - dice il Papa - nasce universale, una e cattolica, con una identità precisa ma aperta, che abbraccia il mondo intero, senza escludere nessuno».

 

 

 

Maggio,Mese Mariano!

 

"Amate,onorate,servite Maria. Procurate di farla conoscere,amare e onorare dagli altri”


 

San Giovanni Bosco

 

24 Maggio Maria Ausiliatrice


 Dedicato dalle catechiste dei bambini che hanno fatto la comunione! 

 

 

Lettera di Dio ai genitori 

 

 

Carissimo papà,carissima mamma,

oggi per tuo figlio non è un giorno come tutti gli altri,ma un giorno speciale,ha incontrato per la prima volta Gesù,il mio figlio prediletto.

Da oggi per lui inizia una nuova storia.

Tuo figlio fino a ieri ha imparato a sapere che cosa ha fatto Gesù,quello che ha detto come ha cambiato la vita di molte persone che si sono fatte sante seguendo il suo insegnamento,ha visto che ci sono uomini e donne nel mondo che donano la propria vita agli altri nel suo nome,In altre parole ha imparato a conoscere chi è Gesù.

Da oggi come ti dicevo,inizia una nuova storia,da oggi tuo figlio dovrà incominciare a scoprire chi è Gesù per lui,quello che Egli dice proprio a lui,cosa Egli fa ogni giorno nella sua esistenza e come tutto questo può orientare la sua vita e per farlo,ricordati che l’incontro speciale con Gesù l’avrà sempre nell’Ascolto della Parola,nella Confessione e nell’Eucarestia.

Stagli vicino,aiutalo in questo suo cammino spirituale,perché sarà lui a doverlo compiere,infatti solo se lo vorrà,potrà scoprire il Vero Amore che ha voluto donargli per poi imparare a restituirlo alle persone che incontrerà.

Non permettere che siano altri ad occupare il suo cuore e a formare i suoi desidere: tu lo sai quanto ingannevoli sono i richiami del mondo,quanto dolore spargono in tante famiglie,non abbandonarlo nelle grinfie di chi fa finta di essere interessato a lui,ma è solo del proprio tornaconto che è in cerca.

Mi chiedi come puoi fare in un mondo come questo?

Ricordati che anche tu hai avuto un giorno speciale come quello che oggi sta vivendo tuo figlio nel quale anche tu hai incontrato per la prima volta il mio figlio prediletto. Anche per te quel giorno iniziò una nuova storia:a che punto è arrivata?Spero tu sia riuscita a scoprire chi è Gesù per te.Se non è così,ricordati che l’incontro speciale con Lui puoi averlo nell’Ascolto della sua Parola,nella Confessione e nell’Eucarestia.

Solo se saprai incontrare Gesù ogni giorno,riuscirai a capire gli inganni e le illusioni del mondo e ad aiutare tuo figlio nella ricerca della vera felicità.

Io ti sarò vicino,chiedi il mio aiuto e sarò sempre pronto ad abbracciarti e a sorreggerti in questo tuo cammino.

 

Con amore infinito,Tuo Padre che è nei cieli.


Sabato 9 Maggio S.Comunioni Bambini Gruppo Antonella e Gabriella 

 

 

"Gesù ti preghiamo perché la nostra vita sia una continua e sincera ricerca di te,senza mai stancarci,senza mai abbandonare la tua strada,i tuoi insegnamenti.

Aiutaci a non voltarci indietro anche quando la tua Luce sembra affievolirsi."

 

 

"Gesù aiutaci a comprendere meglio il suono della tua voce,il significato delle tue parole,la ragione della tua venuta sualla terra e del tuo sacrificio sulla croce per essere portatori di pace nel mondo"

 

 

prosegue in area eventi!

  

Sabato 9

ORE 17,00  SS. COMUNIONI PER I BAMBINI

 

DEL GRUPPO GRUPPO DI ANTONELLA E GABRIELLA

 

 

 

 




 

 


 Domenica 26 Aprile 2015

 

 “Io sono il buon pastore conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”

 

Cartellone gruppo comunione


Ritiro Giovani 25/26 aprile 2015

 

Segni(Rm)





Grest 2015!

Cartellone Domenica 12 Aprile 2015 dei Bambini Gruppo Anno Eucaristico 


 

Incontro Famiglie Sabato 21 Marzo

 

Nella serata del 21 marzo u.s. si è svolto l’incontro mensile delle Famiglie della Comunità, incontro che ha avuto per tema: la MADRE.

 

Dopo aver cenato insieme, l’incontro è proseguito con la lettura della Catechesi di Papa Francesco del 7 gennaio scorso che aveva come tematica proprio quella della Madre Chiesa e della Maternità. Il ruolo della madre nella società civile e in quella cristiana, le difficoltà di coniugare in questi tempi il lavoro con le attenzioni ai figli sono i punti trattati dal Papa il quale ha indicato la maternità come una profonda scelta di vita, una scelta che dà la vita.

Ci siamo poi divisi in due gruppi (donne e uomini) e abbiamo lavorato su delle tracce preparate da P. Gigi. Ci è stato chiesto di dare, raccontandolo, un profilo alle nostre mamme, identificandolo con una parola, un aggettivo: Testimonianza, tenerezza, disponibilità al sacrificio, presenza, dedizione totale, organizzazione , valori della famiglia e fede sono state le parole più gettonate. Abbiamo poi analizzato il ruolo della mamma sia in ambito civile che in ambito religioso evidenziando le differenze tra le nostre mamme e quelle di oggi.

Dopo aver ascoltato un brano tratto da ”lettera di una mamma ad un figlio sulla Croce” di Giacomo Poretti del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, brano dove l’attore parlava della nostra Mamma celeste in particolare della madonnina di Milano, l’incontro si è chiuso con una bellissima preghiera di affidamento delle nostre famiglie alla Mamma Santissima.

 




Quinta Domenica di Quaresima





"Se uno mi vuole servire, mi segua, dice il Signore,
e dove sono io, là sarà anche il mio servitore."

 

Preghiere dei ragazzi del 2 anno cresima

 

"Per la Chiesa, perchè sia fedele messaggera della meravigliosa alleanza, dono d'amore , che Dio Padre rinnova con l'umanità attraverso la morte e resurrezione di suo Figlio Gesù."

 

"Per il giubileo straordinario indetto da papa Francesco, sia per tutti i cristiani l'occasione propizia per un rinnovato slancio nella fede, per un autentica conversione di vita e per una piena adesione al disegno d'amore misericordioso che Dio Padre ha sull'umanità."

 

"O Signore, la tua croce innalzata sul mondo attiri tutti gli uomini e tutti i popoli, e diventi segno di unità e di pace per tutti i popoli."

 

"Per suor Serena , a trenta giorni della sua morte, che possa continuare il suo cammino nella vita eterna vicino al Padre, affinchè ci stia accanto per intercedere e sostenerci nel nostro cammino."

 

"Per ognuno di noi , perchè rivolga lo sguardo verso Gesù crocifisso e si lasci coinvolgere, attirare e amare da Lui."

E' Lui..

 

«Non ti dimenticherò mai. / E’ lui che, questa frase, la ripete a te, a me, a tutti. Fin da quando siamo stati concepiti nel grembo materno. / Lui che, come dice il profeta Baruch, chiama le stelle per nome, ed esse gli rispondono “eccomi” brillando di gioia! Lui che non deposita negli archivi i nostri volti, ma li sottrae all’usura delle stagioni illuminandoli con la luce dei suoi occhi. Lui che non seppellisce i nostri nomi nel parco delle rimembranze, ma li evoca da uno ad uno dalla massa indistinta delle nebulose e, pronunciandoli, con la passione struggente dell’innamorato, li incide sulle rocce dei colli eterni...»

(don Tonino Bello)



 

 

 

Incontri del sabato delle famiglie 



Nell'incontro di Sabato 28 febbraio abbiamo concluso il punto sulla figura del "Padre". 
Dopo aver tirato le fila delle caratteristiche dei nostri Padre individuate nel precedente incontro (dove Presenza, Sacrificio, Rispetto, Onestà sono state le qualifiche più gettonate), abbiamo provato a confrontare, dopo aver ascoltato due brani di Giorgio Gaber "I Padri miei" e "I Padri tuoi") le caratteristiche dei nostri genitori con le nostre caratteristiche di genitori moderni.

Padre Gigi ha poi illustrato con una serie di slides ciò che dice sulla figura del Padre lo psichiatra e scrittore italiano Vittorio Andreoli attraverso il suo scritto "Costruzione di un Padre". Il Padre visto come un progetto che gestisce una relazione che muta nel tempo in funzione dei bisogni dei figli. Il bisogno dei figli, il bisogno dei padri. Un padre deve avere, secondo Andreoli, una costante disponibilità alla relazione con i flgli, una coerenza affettiva, deve saper mantenere un segreto, deve impegnarsi per un'atmosfera familiare di serenità, evitando le baruffe di famiglia ed evitando le bugie. Il padre (insieme alla madre) deve avere soprattutto una strategia educativa nei confronti dei figli.

Successivamente abbiamo presentato quello che dice la Chiesa sui Padri attraverso le parole di Francesco e del Papa Emerito Benedetto XVI. Papa Francesco ha sottolineato nel suo secondo intervento sul Padre, nella catechesi del 4 febbraio u.s. alcune caratteristiche fondamentali per la figura del padre come l'amore per la moglie, la presenza, la pazienza, il saper attendere, correggere con fermezza ma senza avvilire, ricordando la Parabola del figliol prodico o meglio del padre Misericordioso come la chiama Francesco.

Il Papa Emerito nella Sua udienza del 30 gennaio 2013, partendo dall'analisi della criticità della figura del Padre in questi tempi, ci indica come esempio per svolgere al meglio la nostra la figura della Paternità di Dio che è, dice il Santo Padre emerito, "amore infinito, tenerezza che si china su di noi, figli deboli, bisognosi di tutto". Noi, dice ancora BXVI,  vorremmo un’onnipotenza divina secondo i nostri schemi mentali un Dio che risolva i problemi, che intervenga per evitarci le difficoltà, che annulli il dolore ma l'onnipotenza di Dio è diversa: non si esprime come forza automatica o arbitraria, ma è segnata da una libertà amorosa e paterna. In realtà, Dio, creando creature libere, dando libertà, ha rinunciato a una parte del suo potere, lasciandoci il potere della nostra libertà e così ci dimostra che questo è il vero modo di essere potente. 
E così la chiave del ruolo del Padre è proprio la LIBERTA', lasciare liberi i figli. Nostro obbligo è quello di

dare ai nostri figli, attraverso la nostra testimonianza di vita,  gli strumenti per non perdersi dentro questa LIBERTÀ che sappiamo tutti non essere vera libertà ma quello che il mondo impone e una volta fatto questo, con l'aiuto di Dio, lasciare che facciano le loro scelte sapendo aspettare e pronti ad accoglierli nel momento in cui torneranno.


Abbiamo chiuso la serata con un decalogo di Don Mazzi, decalogo con le richieste che un figlio fa ad un padre. Ognuno di noi intimamente ha scelto una/due frasi di questo decalogo come impegno quaresimale da portare nelle rispettive famiglie.

Terza Domenica di Quaresima


QUARESIMA E'...



Incontro delle famiglie Sabato 28 Febbraio 2014

 

 

 

INCONTRO DELLE FAMIGLIE..un cammino insieme

 

Cosa abbiamo fatto...

 

 22/11/2014

 

L’incontro di 22/11/2014 ha avuto come tema LE PERSONE ANFORA.

L’Esortazione Evangelica Evangelii Gaudiuum 86 di Papa Francesco ci chiama ad essere PERSONE ANFORA.

Come un’anfora che ha la capacità di svuotarsi, riempirsi e svuotarsi di nuovo anche noi dobbiamo farci ANFORA con lo stesso ritmo

 

SVUOTARSI: disponibilità, ricerca sete di sapienza

RIEMPIRSI: accoglienza e riempimento di Sapienza

SVUOTARSI ANCORA: svuotamento, dono e offerta agli altri

 

Tutto questo per tutti abbiamo un:

UN TESORO DA CONSERVARE perché non vada disperso, perché maturi e sia protetto

UN TESORO DA TRASPORTARE nella ns esperienza quotidiana

UN TESORO DA OFFRIRE, perché realizzi il suo compito, perché sia utile agli altri e apra spazio ad essere nuovamente riempito

 

 

 

INCONTRO DELLE FAMIGLIE – 20/12/2014

L’incontro di 20/12/2014 ha avuto come tema DA PERSONE ANFORA a FAMIGLIE ANFORA a COMUNITÀ di FAMIGLIE.

La Famiglia come “scuola di umanità dove le diverse generazioni si incontrano, si aiutano a vicenda a raggiungere una saggezza umana completa e a comporre convenientemente i diritti della persona con le esigenze sociali” (Gaudium et Spes – Vaticano II)

Seguendo l’esortazione papale dell’Evangelii Gaudium si sono individuate le caratteristiche della FAMIGLIA ANFORA, una famiglia che

·        PRENDE L’INIZIATIVA Famiglie che, come disse BXVI in un Angelus dell’ottobre 2006,  senza lasciarsi travolgere da moderne correnti culturali (..) siano pronte piuttosto a compiere con generosa dedizione la loro missione nella Chiesa e nella società;

·        SI COINVOLGE, SI SPORCA LE MANI per accogliere la carne ferita del prossimo, SANTI SEMPLICI, come li chiama BXVI, persone buone che nella loro bontà di ogni giorno testimoniamo la Verità della Fede verso i fratelli in difficoltà;

·        ACCOMPAGNA con positività, pazienza e amore i propri figli educandoli, tirando fuori ciò che di infinito DIO ha messo dentro di loro. Molto bella, in questo senso, la testimonianza di Monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia, dove il Monsignore sottolinea che “lo scopo della famiglia non è dare competenze ma rendere umani, aiutare cioè l’altro a diventare persona compiuta”, educare senza paura “perché i nostri figli non hanno bisogno di genitori perfetti, che non esistono, ma di adulti che come loro siano affamati di verità e bellezza, di significato e di felicità (..) dando la vita per qualcosa di grande” (discorso del 24 novembre 2014);

·        FRUTTIFICA ... il seme che cade porta sempre frutto secondo il disegno di DIO, secondo i tempi di DIO che non sono i nostri tempi. E’ stata sottolineata la figura di CHIARA CORBELLA e di suo marito ENRICO … una storia incredibile, una testimonianza di completo affidamento a DIO che sia nella vita di CHIARA che dopo la Sua morte ha prodotto molto frutto;

·        FESTEGGIA … la famiglia fa memoria di momenti importanti perché il ricorso consolida e fa storia e valori condivisi.

Il percorso della FAMIGLIA ANFORA, messo a fattor comune con altre famiglie crea inesorabilmente una COMUNITA’ di FAMIGLIE che sulla falsariga delle FAMIGLIE ANFORA, condivide, si sostiene, si apre e si dona agli altri, partecipa attivamente alla vita sociale difendendo e rilanciando i nostri principi, senza accidia spirituale che a volte ci caratterizza e non dà gusto alla nostra missione

Perché solo insieme possiamo farcela, solo insieme in una COMUNITÀ DI FAMIGLIE possiamo pensare di affrontare e provare a cambiare con i nostri limitati mezzi questa nostra società così distratta verso i valori fondanti dell’uomo.

 

LA BELLEZZA SALVERA’ IL MONDO dice Dostoevskij – la bellezza delle FAMIGLIE sarà protagonista davvero ... ne dobbiamo essere consapevoli, agire, difenderci, aiutarci, farci missionari della Verità

 

 

 

INCONTRO DELLE FAMIGLIE – 31/01/2015

L’incontro del 31/01/2015 avuto come tema il PADRE. Partendo dal PADRE NOSTRO abbiamo insieme approfondito la prima parte della Catechesi di Papa Francesco sulla figura del Papa’, catechesi svolta mercoledì 28 gennaio scorso.

Nella Sua udienza il Papa ha evidenziato le problematiche emerse dalla evoluzione della figura paterna, una figura paterna ormai molto assente nella vita dei figli, una figura paterna che abdica alla sua essenza di guida e porto sicuro per diventare amico dei figli. “I giovani ormai rimangono orfani”, di strade sicura, di maestri cui fidarsi.

Ci ricorda comunque il Papa che Gesù ha promesso ai suoi discepoli “Non vi lascerò mai orfani” … è Lui la strada, il Maestro da seguire sempre.

La seconda parte della Catechesi sui Padri, Papa Francesco la svolgerà il prossimo mercoledì 4 febbraio, una catechesi che il Papa promette essere incentrata sulla bellezza della Paternità.

Dopo la lettura della Catechesi di Sua Santità, ci siamo confrontati noi Famiglie sulla figura del Papà. Divisi in 3 gruppi di 10 persone, ognuno di noi, ha raccontato brevemente la propria storia personale in rapporto alla figura paterna evidenziando le principali qualità umane e spirituali del proprio padre e che si sono fatto bagaglio per ognuno di noi.

Onestà, pazienza, rispetto, severità, presenza, generosità sono state le caratteristiche più ricordate dell’esperienza paterna.

 

La serata si è chiusa con una preghiera comune 

 

 

 

 

 

 

 


 


 Maria,Giuseppe,Gesù

 "In quella notte tutta vostra"..

 

Il loro   sguardo appoggiato su quell’ennesimo uscio sbattuto…lo sguardo di lei  che accarezza quello di lui..  sempre tenace..”anche in capo al mondo” le aveva detto mesi prima..

Il loro passo si fa più lento ma segue come sempre  un unico sentiero..Maria  si perde ad un tratto nel pensiero di uno speciale  ricordo..

Il ricordo di quel giorno che le cambiò la vita..una Luce  si era affacciata nella sua esistenza..Rivelazione e poi Adesione.

Il resto di quella giornata a pensare a come dirlo a Giuseppe,quell’amore fiorito nella gioia e nella sincerità…e poi la notte passata a combattere con un sonno che non giungeva mai.Il giorno successivo ad attendere i passi di lui strappando qualche ciuffo d’erba e stringendolo tra le mani e i pensieri…

Finalmente tutta la Verità...lo sguardo di lui divenuto a un tratto buio…Non l’aveva presa  bene..l’aveva lasciata da sola a guardare quel tramon che erano abituati a condividere da tempo…lui con il suo passo tenace si era allontanato senza girarsi,  carico di incredulità e di cuore ferito..Giuseppe

 

E tu Maria

 

Le tue giornate successive passate  tra le  faccende domestiche e dolci preghiere  in un  tempo che proprio  non passava mai per te ma non  per ciò che custodivi nel cuore e nel tuo grembo…chiedendoti a cosa saresti andata incontro per il tuo SI..

Poco tempo dopo: il cielo a cui ti rivolgevi non ha dimenticato il suo compito.. ha portato risposta,rivelazione,Verità anche a  Giuseppe. Nel dolce velo di un cielo profumato di stelle è stato raggiunto anche lui da quella Luce…così svegliandosi di soprassalto in una mattina non ancora pronta a svegliarsi…ha raggiunto la tua casa e ti ha chiamata,il tuo nome “Maria” chiamato dall’unica Voce che attendevi da giorni…e tu nella tua splendida e immacolata bellezza gli sei corsa incontro  impaurita e felice nello stesso tempo… lui ti ha sollevato e tu  hai abbandonato il tuo sguardo nel suo... E  tutta la vostra Adesione ha preso vita in quella parola sussurrata insieme “anche in capo al mondo” quella parola che proprio ora  ti ha aperto alla mente a tutti quei ricordi…

 

Giorni e giorni   passati insieme attendendo,camminando in un tempo avvolto di  parole e silenzio ,paure,fermezza e  stanchezza..

 

Eccovi che dopo tanto cammino  trovate un piccolo  posto…Maria sei allo stremo e ti senti persa in tutta  la tua fragilità..il momento è arrivato.Lo sa Giuseppe che ti aiuta attorniandoti di panni e paglia.. ti guardi attorno e incroci lo sguardo di quegli animali…in quella stalla, posto così insolito per Colui che un giorno salverà il mondo.. tuo Figlio.

 

 

 Finalmente eccoLo tra le vostre braccia…LUI la brezza rivelata da quell’angelo nove mesi prima, venuto  alla vita,  al mondo per il mondo. Le stelle sembrano richiamare quelle casette che respirano sonnolente in quel paesaggio montagnoso e una stella molto speciale  varca il cielo senza stancarsi portando l’ Annuncio  in quel posto sperduto agli occhi degli uomini ma scelto da Dio.Vi raggiungono pastori accorsi con la sapienza del cuore per accogliere e adorare.

Maria,Giuseppe  Il vostro sorriso più trepidante di quella stella che vi indica e vi custodisce assieme a Gesù  in questo posto così insolito..ma divenuto in questa  notte..tutta vostra il posto più bello al mondo..

 

 

Editoriale "La voce del Prossimo" Associazione Gabriele Perea-i piccoli figli di Maria Ausiliatrice



Capaci di simboli

..L'educazione immediata ad un adeguato comportamento simbolico di corpo ed anima,deve iniziare presto già nel bambino che deve imparare a esprimere nell'azione religiosa tutte le sue capacità e di realizzazione.Gli educatori devono portarlo a sperimentare gli atti e gli eventi liturgici in modo tale da comprendere il significato naturale di movimento e azione dei gesti liturgici,e,al tempo stesso,il contenuto religioso in tutte le sue caratteristiche essenziali e la sua forza.
Se una madre vive veramente con il suo bambino,se un insegnante è veramente tale saprà cogliere questo momento.Il più avviene grazie all'esempio vissuto;se questo c'è,il bambino si inserisce da sè nel complesso degli atti liturgici."

Romano Guardini,Formazione Liturgica 1923


MIO FRATELLO È FIGLIO UNICO..



Io stavolta vorrei parlarvi di una persona.

Egli é un uomo  a me molto vicino pur nella sua lontananza, una cosa che ci accomuna é che siamo entrambi dei ...grandi peccatori e fratelli .

L ' avrete capito che stó parlando di mio fratello :padre luigi al secolo padre Gigi .

Lui é creduto da tutti santo e io veramente non mi capacito di questo errore . Vorrei scendere in strada e gridare al mondo  " guardate che lui non è santo anzi!" 

Ma ho sempre qualcosa di più utile da fare che star li a gridare in strada ... Tipo... Mangiare ,Dimagrire .....o dormire ...l 'ideale sarebbe dimagrire dormendo 

Non so ..  Comunque 

Quest'anno ricorre il ventesimo della sua ordinazione sacerdotale !

Nei miei numerosi tre o quattro viaggi a Roma , ove lui presta servizio ho conosciuto molti dei suoi parrocchiani e ho notato che é molto amato e stimato. 

E anche di questo io non mi capacito e vorrei correre per le strade di Roma a gridare ...ma anche in questo caso ho altro di meglio da fare.... 

Alcuni suoi animatori storici hanno manifestato il desiderio di un viaggio qui a Brescia , la terra che a lui  diede i natali ..........e a me le quaresime!

Io per quel giorno ho già preparato un piccolo itinerario...

Ritrovo  a San Zeno

Visita ai luoghi dell'infanzia di padre Luigi : ove nacque e maturò la scelta della sua vocazione( certo molto influenzato dal fratello ).

Visita al giardino , ove sorgeva il fico , su cui cadendo si infilzó, in tenera età , durante un gioco ( da bambino era assai vivace).

La ringhiera da cui  pendeva un cappio, da  dove il Nostro pendeva , era un gioco  ...fu salvato per miracolo ,dalla vicina  che  taglió la  corda che lo stringeva .... La vicenda é tuttora avvolta dal mistero ( io avevo un alibi di ferro ).

La porta  contro la quale il bambino Luigi si buttó di testa per fuggire dal fratello arrabbiato( io ) ..   c 'era una tenda che impediva di vedere se la porta fosse aperta o chiusa...lui che aveva già una grande fede confidava fosse aperta ..( o meglio lui  l'aveva lasciata aperta ma la mamma la chiuse) 

La camera da letto originale! con i suppellettili  originali!

Letto , comodino e armadio!

Purtroppo le abatjour sono andate in frantumi ,vittime del tempo!!

Visita all 'oratorio un tempo chiamato :" Casa del Giovane" oggi " oratorio San Giovanni Bosco "

qui Luigi si formó come animatore .

Visita  alla Chiesa parrocchiale dove ricevette tutti i sacramenti e fu ordinato sacerdote.

Testimonianze:

Incontro con Piero il tranviere l 'uomo che più di tutti lo aiutó a comprendere come il mondo può essere vario e variegato! 

Incontro col suo migliore amico Carlo !

Testimonianza del fratello Paolo ( l 'uomo che per primo lo influenzò ! 

Testimonianza dei genitori mamma Paola e papà Emilio !

Piccolo aneddoto .

Quando io nacqui, Luigi intuendo  la minaccia subito si fece  venire la febbre a 40 .I nostri genitori tornando a casa con me ancora in fasce lo  trovarono  a letto ,col termometro sotto l'ascella e un certificato medico sotto il cuscino!!! (Il primo miracolo!!)

Incontro con Angela Franchini la sorella ,(non nel senso di suora) suo marito Enrico e i suoi figli ,nipoti prediletti di  Padre Gigi .

Pellegrinaggio da San Zeno a Montichiari con la sua bicicletta dell epoca !! 

A Montichiari visita al suo seminario , al campetto dove imparó  a giocare a calcio; visita all ' aula studio e la famosa sala giochi con :i bigliardini ,le scacchiere,i tavoli da ping pong e quintali di riviste del calibro de  : il giornalino, mondo erre ,nuove dimensioni ecc ecc .

Visita alle scuole medie dove resistette alle tentazioni  che minavano il suo celibato( le ragazze monteclarensi sono note per la loro intraprendenza!).....

E ne ho in serbo altre divertentissime!!


Caro Luigi 

son passati 20 anni dalla tua ordinazione a Sacerdote. Non ringrazierò  mai abbastanza il Signore per averti chiamato, infatti da quando sei a Roma litighiamo un po' meno. Io speravo che tu andassi missionario in Australia , Roma é molto vicina ,ma non si può aver tutto.

Ah fermi!

Ci sarebbe un altro piccolo aneddoto .. Nell' anno del giubileo ,agosto 2000 , Luigi mi invitó  a vivere l ' evento con lui nella sua bellissima parrocchia ..

Insomma prendo il treno con mio cugino Giovanni e arriviamo in serata nella capitale.Dopo una cena frugale andiamo a dormire. La notte stessa il mio povero fratello viene ricoverato in ospedale per una influenza fortissima.

La famosa influenza del fratello Paolo !

Per questo motivo prima di andare a trovarlo ( a Roma ),lo avviso sempre un po' prima  e lui prende un antibiotico speciale , preparato in Vaticano, mi sembra si chiami antinfluenzalepaolino.

Caro padre Gigi 

Tutte le volte che vieni a a trovarci e dopo te ne torni a Roma ,io resto qui impalato ,con un buco nello stomaco stavolta non per la fame!

E  in verità , in verità ti dico ,anche se sei un peccatore e non sei ancora santo mi manchi sempre molto ..

Ciao Luigi . 

L 'uomo che più di tutti ti ha influenzato tuo fratello Paolo.

LO SPIRITO SANTO MUOVE IL NOSTRO CUORE..

 

Quest'anno,il 18 ottobre 2014,dei ragazzi della nostra comunità hanno ricevuto un sacramento importantissimo:il sacramento dello Spirito Santo ovvero la Cresima.Per molti ragazzi la Cresima è stata la conferma del proprio Battesimo cioè la conferma che Gesù ci ha reso partecipi della sua Pasqua,della sua morte e Resurrezione:ci ha liberati dal peccato e ci ha fatto risorgere con Lui a vita nuova.

E' stata la conferma del cammino che in questi anni oguno ha fatto raggiungendo così,una delle tappe più importanti.Con la Cresima abbiamo ricevuto lo Spirito Santo:un dono che abbiamo chiesto di ricevere per essere più vicini al Signore.

Lo Spirito Santo ci assiste,ci fortifica,soccorre la nostra debolezza e la nostra fragilità.Abita in noi,nei nostri cuori,ci educa all'obbedienza e alla fiducia verso chi ci educa,come i nostri genitori,i nostri sacerdoti,le nostre suore anche a tutti quelli che ci vogliono bene.

Lo Spirito Santo muove il nostro cuore ad incontrare i nostri amici che si sono allontanati dalla parrocchia e fa sì che il nostro cuore si incendi d'amore,con LUI riusciremo a perdonare gli uomini,a pregare e a trasmettere agli altri la Parola di Dio.

La sera della Cresima eravamo tutti emozionati,alcuni più di altri,eravamo preoccupati di sbagliare qualcosa ma per fortuna è andato tutto bene.Per tutti i ragazzi è stato un momento bellissimo e alla maggior parte è piaciuto molto il momento dell'unzione.

E' stata un'esperienza unica e viverla in prima persona è stata ancora più bella e emozionante

 

CHIARA