speciale estate#andràtuttobene  per i vostri suggerimenti  e condivisioni email  natmaria.bravetta@libero.it

 

Signore Salvami!


Papa Francesco uno di noi!

Disponibile on line “The Green Diary” per attuare la conversione ecologica suggerita da Papa Francesco

 

Visita thegreendiary.apg23.org

 

 

Si chiama The Green Diary, un sito rivolto ai giovani e non solo, che vogliono raccogliere l'invito di Papa Francesco per un'ecologia integrale. Un vero e proprio diario, fatto di spunti di riflessione per meglio osservare, valutare ed agire. Ma anche un documento aperto che può essere arricchito dai contributi di ognuno, proprio come si scrive su un diario.

«“Il grido della terra e dei poveri non può più aspettare” sono le parole che cinque anni fa Papa Francesco ci consegnava nell’enciclica Laudato si’. Con questo “Diario” anche la Comunità Papa Giovanni XXIII intende fornire il suo contributo alla Chiesa, ed in particolare ai giovani, in cammino verso una nuova Ecologia Integrale». È il commento di Giovanni Paolo Ramonda, Presidente della Comunità fondata da don Oreste Benzi.

Il tema dell’ecologia è approfondito tramite dieci parole chiave, ognuna delle quali è dettagliata in momenti di preghiera, spunti di lettura dalla Enciclica Laudato si', racconti di testimoni di oggi e di ieri della Comunità Papa Giovanni XXIII e semplici ed efficaci inviti all'azione ecologica. La Comunità di don Benzi è impegnata, insieme ad altri movimenti cattolici di tutto il mondo, per agire secondo le logiche di una ecologia integrale.

«Quest'anno non abbiamo potuto realizzare i campi di condivisione per i giovani. Erano occasioni di vita comune con i poveri nelle periferie del mondo in cui siamo presenti. E così è nato questo strumento on line. Una cassetta degli attrezzi per crescere nella consapevolezza ecologica, una mappa per i giovani, troppo spesso dimenticati, diventando preda del primo occupante» spiega Ramonda.

 

 


Campo Giovani 2020( altre foto in galleria 3)


Ciao ragazzi-e!

Santità..un cammino possibile per tutti noi!

 

 

Cristo non ha mani/ ha soltanto le nostre mani/ per fare oggi il suo lavoro.

Cristo non ha piedi/ ha soltanto i nostri piedi/per guidare gli uomini/ sui suoi sentieri.

Cristo non ha labbra/ ha soltanto le nostre labbra/ per raccontare di sé agli uomini di oggi.

Cristo non ha mezzi/ ha soltanto il nostro aiuto/ per condurre gli uomini a sé oggi.

 

Noi siamo l'unica Bibbia/ che i popoli leggono ancora/ siamo l'ultimo messaggio di Dio/scritto in opere e parole. (Anonimo del XIV secolo).

 

 

 

 

 

 

 

Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, “la classe media della santità”. (papa Francesco. Gaudete ed exultate) Quanti santi della porta accanto il Signore mi ha concesso la grazia di conoscere, di ammirare, di beneficiarne. I santi ci sono, basta vederli! Impariamo a guardare con uno sguardo contemplativo le vicende e le persone. 

 

Possiamo dire che «siamo circondati, condotti e guidati dagli amici di Dio.  La schiera dei santi di Dio mi protegge, mi sostiene e mi porta».

Non pensiamo solo a quelli già beatificati o canonizzati. Lo Spirito Santo riversa santità dappertutto nel santo popolo fedele di Dio, perché «Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità». Il Signore, nella storia della salvezza, ha salvato un popolo. Perciò nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana: Dio ha voluto entrare in una dinamica popolare, nella dinamica di un popolo. (papa Francesco. Gaudete ed exultate) .

 

Padre Francesco

 

 

 

 

 

 


Una finestra per genitori e ragazzi

Dio è importante nella tua vita?



La cultura digitale, i giovani e noi

 

 

Luca Peyron 

 

Scrive il Papa nella Cristus Vivit (cfr n. 86-90):

 

“L’ambiente digitale rappresenta per la Chiesa una sfida su molteplici livelli; è imprescindibile quindi approfondire la conoscenza delle sue dinamiche e la sua portata dal punto di vista antropologico ed etico. Esso richiede non solo di abitarlo e di promuovere le sue potenzialità comunicative in vista dell’annuncio cristiano, ma anche di impregnare di Vangelo le sue culture e le sue dinamiche”.

 

Cosa significa oggi "cultura digitale", e cosa domani? Come essa incide e inciderà sulla società, sulla Chiesa, sull’annuncio del Vangelo, sul nostro accompagnare le generazioni verso la maturità della vita e della fede? Fare esercizio di futurologia è sempre azzardato, perché si scivola velocemente nella fantascienza. Tuttavia raccogliendo l’acume degli autori più avvertiti possiamo fare questo piccolo azzardo individuando alcune questioni di sfondo.

La prima certamente è quella dell’automazione e l’idea che abbiamo di conoscenza e saperi. Siamo infatti ancora legati ad una immagine delle macchine e dell’intelligenza artificiale come semplice espressione di potenza di calcolo mentre possiamo invece dire che una macchina ha sempre maggiore consapevolezza del mondo che la circonda. Se un tempo il campo di azione era quello di una scacchiera, oggi è sempre di più la realtà nel suo complesso anche se con una crescita meno esponenziale di quanto alcuni tecno entusiasti prevedessero. Nel 2020 le macchine apprendono dall’esperienza e, a partire da una base dati sterminata e potenza di calcolo enorme, di esperienza ne hanno a disposizione quanta ne possono computare. Forse non arriveremo a quanto il filosofo Paul Humphreys in Philosophical Papers (Oxford University Press, 2019) immagina:

 

“una scienza completamente automatizzata che sostituisce quella prodotta dagli umani: è lo scenario automato. In questo, si potrà astrarre completamente dalle abilità cognitive umane nell’affrontare questioni rappresentazionali e computazionali”.

 

Tuttavia siamo nel bel mezzo di una rivoluzione per sostituzione di cui abbiamo realtà consolidate come nel campo della finanza, della gestione dei trasporti, del riconoscimento facciale nelle indagini di polizia giudiziaria per citarne solo alcuni. Stiamo vivendo così una nuova fase epistemologica, di apprendimento e produzione di saperi in cui l’essere umano non è più contemplato. Questi sistemi, come avverte Humphreys, sono segnati da una opacità epistemica ossia, di fatto, non sappiamo davvero come funzionino, ad esempio quale tipo di substrato etico essi abbiano o non abbiano. A ciò dobbiamo aggiungere che tutto questo cambia significativamente il modo che abbiamo di leggere la realtà e leggere noi stessi.

Su queste basi, a Claudia Chiavarino, psicologa e psicoterapeuta, professoressa stabile di psicologia e psicometria e responsabile della ricerca universitaria presso l'Istituto Universitario Salesiano di Torino (IUSTO), abbiamo chiesto di indagare nella mente e nel cuore di questo tempo nuovo.

Una seconda grande questione è icasticamente descritta da Stefano Quintarelli nel titolo del suo libro Capitalismo immateriale (Bollati Boringhieri, 2019). Scrive Quintarelli, imprenditore informatico, presidente del comitato di indirizzo di Agenzia per l'Italia digitale e giudicato una delle cento persone al mondo più influenti nell’e-government:

 

“Lo spostamento di interesse che il capitalismo ha mostrato dall’economia materiale – nella quale si producevano beni tangibili – all’economia immateriale – nella quale si instaurano intermediazioni, che hanno regole differenti – porta con sé cambiamenti epocali nella nostra vita quotidiana, che la politica (e dunque i cittadini) deve imparare a gestire e governare, se ha a cuore il bene comune. Il vecchio mondo era fondato sul capitalismo materiale, che costruiva e scambiava cose”.

 

A Stefano è stato affidato il compito di disegnare, a partire dal suo studio, uno scenario dell’immediato presente e l’immediato futuro, soprattutto dal punto di vista delle relazioni sociali ed economiche in gioco.

Una terza e ultima questione riguarda il tema della fiducia, della sicurezza e della verità così importanti per noi. Secondo l’ultimo rapporto del World Economic Forum i rischi derivanti da attacchi informatici sono oggi al terzo posto tra le vulnerabilità del pianeta, subito dopo i disastri naturali e gli eventi climatici. Come è stato detto Internet non è stata disegnata avendo in mente la sicurezza. Qui sta il paradosso: viviamo un tempo in cui ci fidiamo molto più della tecnologia che di noi stessi e degli altri, eppure essa è tanto più fragile quanto più diviene complessa. Risuonano allora sagge le parole profetiche di Neil Postman nel suo Technopoly (Bollati Boringhieri, 1992) che ci invitava a rifiutare l’efficienza come obiettivo principale dei rapporti umani, liberarsi dal potere magico dei numeri e della loro pretesa di precisione per mantenere una sana capacità di giudizio, nutrire almeno qualche sospetto sull’idea di progresso, prendere in considerazione le grandi narrazioni umane e non concedere che l’unica possibile sia quella scientifica per, infine, ammirare l’ingegnosità tecnologica senza pensare che essa rappresenti la massima forma di realizzazione umana.

Tre grandi questioni dunque: conoscenza, economia e relazioni. Tre campi di sfida, anche per il nostro pensare, fare teologia e pastorale: stare in questo presente con i nostri contemporanei è sempre più necessario considerando che, data la complessità di questi temi, non vi è per la maggior parte delle persone, anche le più avvedute, una reale percezione di quanto è in gioco. Noi, come è avvenuto in passato, dobbiamo essere in grado di rispondere alla domanda che pone il salmo: sentinella, a che punto è la notte?

Stefano Pasta, docente di “Metodologia delle attività formative e speciali” all’Università Cattolica di Milano e collaboratore del Cremit, il Centro di Ricerca sull'Educazione ai Media all'Innovazione e alla Tecnologia dell’Ateneo, ci aiuterà con queste premesse a leggere il nostro modo di relazionarci in questi contesti con una ricognizione ampia e intelligente che valorizzi l’ambiente digitale, soprattutto quello delle piattaforme.

Come il lettore noterà i contributi non sono immediatamente una riflessione pastorale esplicita: è una scelta consapevole. Il tema della cultura digitale è insidioso e scivoloso, la letteratura pastorale in merito rischia spesso di soffermarsi solo sui fenomeni e meno sui fondamenti. È invece necessario prendere coscienza che ci troviamo di fronte ad un pezzo significativo di quel cambiamento d’epoca di cui scrive a più riprese Francesco, un cambiamento che incide profondamente, soprattutto in occidente, in tutto quello che conosciamo e nelle modalità in cui siamo abituati a confrontarci con la realtà. La rivoluzione digitale ha bisogno di operatori pastorali che accettino l’umiltà, benché persone significativamente probate nel ministero e nel servizio, di tornare per qualche tempo sui banchi ad imparare e conoscere il nuovo continente immateriale in cui lo Spirito ci manda missionari.

Questo dossier non coltiva la velleità di farlo, ma si propone di consegnare alcuni spunti importanti che permettano di avere un minimo di consapevolezza in più delle grandi questioni in gioco e, soprattutto, possano essere da stimolo ad allargare il cerchio delle nostre letture su questi temi.

Infine è opportuno ricordare che i padri sinodali hanno notato come:

 

"L’ambiente digitale rappresenta per la Chiesa una sfida su molteplici livelli; è imprescindibile quindi approfondire la conoscenza delle sue dinamiche e la sua portata dal punto di vista antropologico ed etico. Esso richiede non solo di abitarlo e di promuovere le sue potenzialità comunicative in vista dell’annuncio cristiano, ma anche di impregnare di Vangelo le sue culture e le sue dinamiche" (Documento finale del Sinodo dei Giovani, n. 145).

 

e quindi affermano che:

 

"il Sinodo auspica che nella Chiesa si istituiscano ai livelli adeguati appositi Uffici o organismi per la cultura e l’evangelizzazione digitale, che, con l’imprescindibile contributo di giovani, promuovano l’azione e la riflessione ecclesiale in questo ambiente" (n. 146).

 

Non dobbiamo correre il rischio di pensare che padroneggiando tecnicamente alcuni strumenti noi si sia davvero in grado di comprendere la portata di quello che sta accadendo e, soprattutto, di essere in grado di farvi fronte traendo, come lo scriba del Vangelo, cose nuove e cose antiche dal proprio scrigno. Questo sforzo è dovuto soprattutto nei confronti dei giovani. Il ritorno del tema delle periferie, caro a papa Francesco, ci avverte come siamo passati da una società verticale, di classe, in cui contava essere sopra o sotto, ad una orizzontale, in cui conta essere in o out. I giovani sono apparentemente in questo mondo e gli adulti, noi, out. La complessità di questi scenari, se meglio compresa, ci rivela che è alto il rischio di pensare di essere in ed invece essere out, che il mutare dei fattori culturali, simbolici ed affettivi genera nuove forme di devianza e di esclusione. I giovani benché culturalmente integrati nella società dei consumi se ne sentono rigettati fuori. I bisogni dei giovani, come la capacità di protagonismo e di partecipazione, hanno opportunità straordinarie dal punto di vista degli strumenti tecnici, ma senza la presenza di adulti seri, consapevoli ed attenti, rischiano di essere maggiormente frustrati, relegando buona parte di una generazione in un rumore assordante non molto dissimile da quel silenzio dell’invisibilità a cui erano destinati i giovani della precedente generazione.

La sfida è aperta, le possibilità del bene e del male, vaste. A noi attraversare questo tempo portandovi il lievito del Vangelo. Buona lettura.

 

 

* Servizio per l’Apostolato Digitale Arcidiocesi di Torino, Università Cattolica del Sacro Cuore Milano.


 

 MENTRE I GRANDI CHIACCHIERANO I GIOVANI FANNO GESTI CONCRETI

 

Don Mazzi 

 

Si parla tanto di diseguaglianza digitale, ma nei palazzi del potere le soluzioni tardano. Così l’iniziativa di questi studenti di Milano è ancor più da apprezzare

 

 

Dice una mamma: “Sono ancora incredula che dei ragazzi così giovani abbiano potuto portare avanti una iniziativa così. Sembra più una favola che una realtà”. E l’iniziativa è veramente simpatica. Matteo, studente di quinta liceo, insieme con Jacopo, Emanuele e Piero, di Milano, hanno deciso di mettersi a disposizione di tanti loro coetanei, realizzando una piattaforma (PC4U.tech) che fa incontrare gratuitamente domanda e offerta di tablet o pc, usati, rendendoli operativi per l’utilizzo. Ho solo sintetizzato il gesto, perché ciò che ci interessa di più è l’intuizione e la sensibilità solidale dei giovani.

Passo dalla descrizione all’appello. Ragazzi, è giunta la vostra ora. Non fermatevi ai qualunquismi dei grandi, o meglio, degli adulti. Siete voi il domani, la primavera, la creatività, l’amicizia. Solo voi state intuendo ciò che sta accadendo attorno a noi, perché non avete il cervello bruciato dai luoghi comuni, dalle frasi fatte, dagli egoismi politici, e dalla ideologia che trascina questa società verso obiettivi più legati ai profitti che alle persone.

Mentre le grandi firme dell’economia scrivono discutono, polemizzano e giocano “ai miliardi”, voi dite due parole e fate due cose stupende.

“Vogliamo, nel nostro piccolo, aiutare il processo di digitalizzazione che in Italia è in ritardo. Dobbiamo ridurre il gap tra chi ha di più e chi ha di meno”. Sta tutto qui il vostro progetto. Caso vuole che le stesse parole e lo stesso progetto da mesi ce li sentiamo raccontare nei Palazzi più importanti dell’Europa.

Voi dite “nel nostro piccolo”, loro dicono, continuano a dire, anche loro nel “loro piccolo”, fatto di centinaia di miliardi. E se ho ben capito, dovrebbero essere addirittura insufficienti per fare quello che state facendo voi, cioè per superare i ritardi nel processo di digitalizzazione. Loro usano parole più grosse. A voi basta un laboratorio. Voi siete partiti e come ben sapete, siete partiti “piccoli”. Sta qui la strategia veramente umanitaria. Ciascuno nel suo piccolo deve inventare qualcosa perché il suo vicino viva meglio.

Essere uomini significa scoprire insieme se stessi, per poi scoprire insieme il mondo, non quello degli affari e dei poteri, ma quello delle democrazie diversamente paritarie.

 

 

don Antonio Mazzi

#ioleggoperchèstate


Eppure un film!

 

Crediamo che l’immagine e il suo impatto visivo ha una potenza senza precedenti e  il cinema è uno scrigno prezioso per ricercare nuovi significati su di sé, sugli altri, sul mondo e su Dio; ma soprattutto crediamo che il cinema possa dire qualcosa di essenziale sul tempo che stiamo attraversando.. e per sorridere un pò!


Papa Francesco-un uomo di parola

Stronger

Inside out


Il nostro archivio speciale

I bellissimi lavoretti e i pensieri dei nostri bambini/bambine del catechismo!!;)

e il bellissimo messaggio dei nostri cresimandi!

Per voi ragazzi/e!!:)


 Non abbiate paura..insieme spalanchiamo le porte a Cristo!

 

Da una catechista

 

Ciao ragazzi, come state? Per la prima volta nella nostra vita stiamo vivendo una settimana santa, unica e irrepetibile. Spero che stando a casa con i vostri cari abbiate messo a frutto i vostri talenti, abbiate reso la vostra casa una piccola chiesa domestica dove avete messo al centro Gesù, diventando, così, voi i protagonisti della Storia che si sta scrivendo. Usate questo tempo per riflettere, per giocare, per sognare, per amare ma, soprattutto, trovate il tempo per ascoltare cosa, il Signore, ci chiede.

Giovanni Paolo II, nell’omelia per l’inizio del Pontificato, disse: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo”. Queste parole diventano sempre più attuali, soprattutto adesso, che ci sentiamo spaesati, che vorremo avere risposte, ma l’unica domanda che risuona nella nostra mente è:  “Quando finirà tutto questo?”

L’augurio, allora, che vi faccio per questa Santa Pasqua è quello di “spalancare le porte” del vostro cuore a Cristo, affidandogli tutti i vostri timori e dubbi e facendovi aiutare dal Signore perché solo creando un dialogo con Lui potete  affievolire le vostre paure, alimentare la speranza e trovare la strada per la felicità.

 

 


Di tutto un pò!

Emmaus,

 

icona dell'incontro

 

con i giovani

 

Giacomo Perego – Giuseppe Mazza

 

 

 

Una pagina del Nuovo Testamento aiuta comprendere le possibili modalità dell’incontro giovani-Parola, sia nel senso della «estroversione» o versatilità della Scrittura verso ogni contesto umano (e dunque anche verso il «pianeta giovani»), sia la peculiare sensibilità del contesto giovanile verso la Parola e la sua comunicazione. È il brano di Luca 24,13-35, noto anche come la pagina dei discepoli di Emmaus.

 

Il testo

 

L’episodio va colto nel contesto dei racconti di risurrezione. Di quel «primo giorno dopo il sabato» (24, 1), Luca ha appena narrato la visita delle donne al sepolcro: qui esse, prime testimoni, si sono imbattute in «due uomini in vesti splendenti» (24,4) che hanno annunciato loro la risurrezione di Gesù. Precipitatesi dagli Undici e dagli altri discepoli, sono state «freddate» da una reazione forse inattesa: «Queste parole parvero ad essi come un’allucinazione e non credettero ad esse» (24,11). Solo Pietro si reca al sepolcro, tornandosene a casa «pieno di stupore per l’accaduto» (24,12). In questo contesto viene inserito il nostro episodio.

 

* Due di loro. I protagonisti sono «due di loro», due del piccolo gruppo a cui fanno capo gli Undici, le donne e altri discepoli. Non si dice se siano due uomini o se si tratti di una coppia. Di uno conosciamo il nome; è colui che risponde alla domanda di Gesù: Clèopa. Secondo le usanze dell’epoca, colui che risponda per primo a una domanda rivolta a due persone è la persona più anziana, oppure il marito. Il secondo discepolo non viene nominato, non si esprime, i suoi tratti non sono specificati. Sappiamo che, come Clèopa, ha il volto triste e sta allontanandosi da Gerusalemme. Come si accennava poco prima, alcuni esegeti hanno visto in questi due discepoli una coppia che torna alla propria casa. Ciò sembra integrarsi bene in un vangelo che sottolinea fin dalla sua apertura il ruolo delle coppie nel disegno della salvezza. Non è tuttavia possibile dire di più. A nessuno è concesso dare una risposta definitiva circa l’identità dei due discepoli. La questione resta volutamente aperta. Una cosa è certa: i due personaggi sono discepoli di Gesù.

 

* In cammino verso Emmaus. La loro descrizione li presenta «in cammino», mentre si muovono in una direzione opposta a quella di Gerusalemme; verso Emmaus. Da un lato la grande e santa città, Gerusalemme; dall’altro un villaggio sconosciuto, Emmaus. La città santa, soprattutto nel vangelo di Luca, non è solo un luogo fisico: è lo spazio dell’identità, della tradizione, dei pilastri fondanti della fede. Essa costituisce il centro geografico di tutto il terzo vangelo, venendo menzionata ben 32 volte, a differenza delle 12 ricorrenze di Matteo e Giovanni e delle 10 di Marco. Nel cuore di Gerusalemme si erge il tempio, luogo della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, spazio sacro per eccellenza di tutta la Palestina, meta di pellegrinaggio per ogni ebreo, simbolo portante della fede nel Dio dei padri. Sullo sfondo del tempio il terzo vangelo si apre (l’annuncio a Zaccaria) e si chiude (i discepoli vi dimorano lodando Dio in 24,53), facendo della città santa una sorta di «bussola nello spirito». Ora i nostri due protagonisti rompono con questo orizzonte. Se ne vanno. E la «goccia che ha fatto traboccare il vaso» pare proprio essere stato l’annuncio delle donne.

 

Ci sembra di poter dire che i due discepoli fotografino molto bene il mondo giovanile. Molti dei «nostri giovani» (i cosiddetti «battezzati») tendono a lasciarsi Gerusalemme alle spalle; le certezze di ciò che è acquisito si seguono per un po’ di tempo, poi ci si incammina per altre vie. C’è allergia oggi, di fronte a tutto ciò che sappia di istituzione, di tradizione, di certezza assodata. Nella Gerusalemme di oggi restano i «nonni» che si lamentano perché i figli e i nipoti «non fanno pasqua». I figli e i nipoti sono tutti in cammino verso Emmaus. Ma torniamo alla nostra domanda: chi sono i due che si allontanano? Sono due discepoli che non vogliono più sentire parlare di Gesù?

 

I discepoli

 

I verbi usati da Luca ci paiono significativi: discorrevano (omiléô) e discutevano (suzetéô). Il primo richiama un «lungo discorso», il secondo una sorta di indagine, di ricerca. Il dialogo che c’è tra i due sembra avere gli accenti della disputa, del dibattito, dell’argomentazione, e la cosa emerge in modo chiaro quando si fa presente quel forestiero. Gesù è oggetto di discussione, e i due discepoli ne parlano come di un «caso»: il «caso Gesù di Nazareth, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo» (24,19). Loro speravano... (24,21). Un discorso pieno di «ma», dove fanno capolino punte di delusione e di amarezza, ma dal quale i due interlocutori sembrano proprio non riuscire a staccarsi. E continuano a discuterne.

 

Anche in questo è possibile cogliere un tratto che fotografa i nostri contemporanei. Voltare le spalle a Gerusalemme non significa, necessariamente, non voler più sentire parlare di Gesù. Forse mai come oggi, negli ambienti cosiddetti «laici», si parla così tanto di lui. Egli resta al centro di vere e proprie indagini che attirano la curiosità dei media e riescono ad appassionare anche il mondo giovanile. C’è, oseremmo dire, un’attenzione accentuata, quasi smodata, alle inchieste, alle ricerche storiche; si discute, si discorre, si cerca. E puntualmente, a Natale e a Pasqua, spunta qualche brandello del «caso Gesù», rilanciato grazie alle penna scaltra di qualche studioso o alla ripresa mirata di qualche pagina apocrifa. La cosa non può non farci riflettere: l’interesse non è venuto meno.

 

È in tale cornice che Luca narra la prima apparizione del Risorto. Le donne, al sepolcro, hanno infatti visto «solo» due uomini in vesti splendenti; ai due in cammino verso Emmaus è preparato ben altro. Ed è qui che ci interpella il nostro brano, mostrandoci tutta l’abilità comunicativa di Gesù.

 

L’incontro col Risorto

 

Come il Risorto incontra i due discepoli, dove li incontra e quando? Dietro questi interrogativi, emerge una vera e propria «arte della comunicazione divino-umana» che ha per protagonista il Risorto e che sfida le categorie del nostro annuncio pastorale. Sulla strada che va da Gerusalemme a Emmaus si apre la prima «scuola della Parola»: il confronto con i modelli che essa dischiude ci pone tra le mani preziosi criteri di verifica con cui vagliare le nostre scuole della Parola, i nostri centri di ascolto (ascolto di chi e di che cosa?), i nostri modi di favorire (o non favorire) l’incontro tra la Bibbia e il mondo giovanile. Ma lasciamoci interpellare dal brano.

 

Come il Risorto si rivela ai due discepoli?

 

Il primo tratto che caratterizza l’incontro tra Gesù e i due è la totale discrezione. Luca scandisce, come è suo solito, l’incontro con una sequenza lineare di atteggiamenti: si avvicina (eggízô), cammina con loro (sunporeúomai), rivolge loro la parola sotto forma di una domanda. Nessuno più di lui conosce il «caso Gesù di Nazareth», eppure si fa vicino, ascolta e, per il momento, si limita a «liberare» il racconto che i due discepoli portano dentro, senza interromperli. Lascia che i due raccontino la «sua» storia a modo loro, da cima a fondo. Ascolta.

 

L’arte della comunicazione inizia così: con l’ascolto attento. Solo quando la narrazione termina, egli la riprende e porge la sua versione dei fatti, facendo luce, scaldando il cuore. Lo fa senza timore di apostrofare i due come «stolti, stupidi» (anoetoi) e «tardi, lenti di cuore» (bradeis), ma anche senza punte apologetiche, senza «battere i pugni sul tavolo», senza manipolazioni. La sua arte è quella di riagganciare quelle vite smarrite all’esperienza e ai volti della storia salvifica («e cominciando da Mosé e da tutti i profeti spiegò loro quanto lo riguardava»: 24,27). Poi nuovamente tace. Non impone la sua presenza, né la sua versione dei fatti: lascia che i due scelgano cosa fare. Ed essi lo invitano, sperimentando già un primo frutto di quel pezzo di strada fatto insieme: i loro cuori si sono sentiti riscaldati, toccati dall’ascolto e dall’accoglienza di cui sono stati oggetto e dalla Parola che è stata loro rivolta con schiettezza e rispetto.

 

Dove il Risorto si rivela ai due discepoli?

 

Come si diceva all’inizio, siamo «per strada»; non su una strada qualunque, ma sulla via che porta da Gerusalemme a Emmaus. La via è quella che porta «lontano»: è uno spazio di rassegnazione, di delusione, di ribellione, di rinnegamento. Ma il brano non ci parla solo della strada: menziona anche il «villaggio dove erano diretti» (24,28) e «la tavola di casa» (24,30). A questo punto bisogna vigilare per non operare troppo in fretta il passaggio dalla mensa di Emmaus alla mensa eucaristica. Se è fuori dubbio il richiamo del testo alla duplice mensa della Parola e del Pane eucaristico, è anche vero che non dobbiamo costruire troppo entusiasticamente una «cappella» attorno a questo luogo scelto dal Risorto.

 

Egli incontra i due per strada e in casa, così come lungo il ministero pubblico aveva incontrato molti per strada e a tavola. Non siamo tuttavia né a Gerusalemme, né al tempio, né in una sinagoga, né in un qualunque altro spazio sacro. Il Risorto incontra i due in spazi «feriali», e non ha paura di «entrare in essi» e di «rimanervi» (24,29). È curioso: quando l’uomo vive una forte esperienza di Dio, in genere, tende subito a costruire una chiesa, un santuario, quasi a voler «definire» lo spazio sacro, nel tentativo di fissare dei «limiti» alla rivelazione di Dio, individuando «una porta di accesso» o «una porta di uscita». Il Risorto, invece, si spinge altrove, ben oltre i limiti fissati dall’uomo. Ciò non significa che l’importanza di Gerusalemme venga meno, ma la Gerusalemme del Risorto deve ormai confrontarsi e misurarsi con gli altri luoghi della comunicazione di Dio. La comunità cristiana non potrebbe essere fedele al mandato ricevuto se si occupasse solo di quanti restano dentro le sue mura. Ed è lì, lontano dai luoghi sacri, che la parola si fa gesto, il gesto si fa memoriale, il memoriale si fa presenza, la presenza si traduce in esperienza... e gli occhi si aprono (24,31). Su quest’ultimo aspetto ci sarebbe molto da dire, ma rileviamo solo due cose: prima di tutto, le Scritture da sole non bastano; esse scaldano il cuore, ma l’annuncio resta come sospeso; in secondo luogo, il Risorto non abbaglia né all’inizio, né alla fine: quando gli occhi si aprono egli scompare, come se la discrezione fosse d’obbligo. Siamo lontani da certe rappresentazioni pittoriche o anche solo «narrative» della risurrezione: Gesù non si impone.

 

Quando il Risorto si rivela ai due discepoli?

 

Anche questa domanda non va trascurata. I due discepoli non sono certo in un momento «favorevole»: c’è delusione nell’aria, tristezza, scoraggiamento, perfino qualche punta di rabbia. Da un punto di vista umano, questo sembrerebbe il momento meno opportuno per l’annuncio; i due, inoltre, sembrano avere tutta l’intenzione di rompere con il passato. Da un punto di vista cronologico, il loro stesso cammino è scandito dalla luce del sole che lentamente scompare all’orizzonte, cedendo il posto alle ombre della sera e della notte: una sottile allusione a ciò che dimorava nel cuore dei due discepoli, mentre si allontanano da Gerusalemme.

 

Il Risorto, invece, sceglie proprio questo momento (della crisi e della notte) per rivelarsi. Anzi, post factum, i due si accorgono che, paradossalmente, più scendeva la notte più una luce si faceva strada in loro: prima scaldando il loro cuore, poi facendo riemergere la nostalgia di una presenza, e infine traducendo quella nostalgia in memoria e in esperienza.

 

Le nuove vie di Emmaus

 

Ci sembra che l’icona biblica di Emmaus fotografi abbastanza bene quel mondo giovanile da cui vogliamo lasciarci interpellare. È evidente (perlomeno ce lo auguriamo) che oggi la comunicazione tra Bibbia e giovani non possa più realizzarsi come avveniva anche solo dieci anni fa. Non si può pensare di far appassionare i giovani alla Parola di Dio con le stesse modalità comunicative del passato. Non si può pensare di restare seduti ad aspettare che i giovani si uniscano a gruppi di ascolto della Parola in cui l’età media si aggira attorno ai cinquant’anni, o a gruppi di catechesi biblica dove la comunicazione è ancora perlopiù di tipo frontale. Allo stesso modo, non si possono semplicemente mettere a tacere le interpretazioni provocatorie e a volte eccentriche della cultura laica sulla figura storica di Gesù, o fuggire certe riproposizioni apocrife, rifugiandosi in un atteggiamento apologetico sterile.

 

Verso dove si sono incamminati i nostri giovani? Quale tempo umano e spirituale stanno vivendo? Con quali «maestri» si confrontano? Una volta individuate le risposte a questi interrogativi, occorre incamminarci con Cristo sulle nuove vie che conducono verso Emmaus e scaldare lì i cuori con la Parola e spezzare lì il pane che ripropone il mistero pasquale.

 

I due discepoli, come sappiamo dal testo, alla fine tornano a Gerusalemme con lo slancio dell’esperienza del Risorto nel cuore (24,33). La prima cosa di cui prenderanno coscienza, prima ancora di poter raccontare quello che hanno vissuto, è che proprio la Gerusalemme che avevano abbandonato è uno spazio privilegiato di quella stessa esperienza di cui ora essi hanno pieno il cuore (gli Undici e quelli che erano con loro dissero loro: «Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone»: 24,33-34). Ma prima, com’è ormai chiaro, è necessario l’incontro sulle strade che portano a Emmaus.

 

 

(da Giacomo Perego - Giuseppe Mazza, Giovani, Bibbia e comunicazione: una «guida all’ascolto» di Dio, in Quaderni CEI – Ufficio Catechistico Nazionale XI (2007), n. 26, pp. 51-55).

 

LASCIATEMI SOGNARE

 

 

La lettera toccante di uno dei miei ragazzi “scartati” ci dice che cosa dobbiamo fare

 

 

Dobbiamo avere il coraggio di guardarci attorno, anche in questo momento, obbligandoci a non fare i profeti di sciagure. Non possiamo dimenticare che noi siamo figli del domani di ieri. E ieri, i nostri vecchi, hanno avuto il coraggio di uscire da una guerra che ci aveva distrutti, dal fascismo che ci aveva resi marionette, da una subalternità americana e da una falsa lettura sociopolitica filo-russa. Questo ieri, però, ci ha portati tra i principali paesi del mondo.

 

Oggi, invece, d’un tratto, pare che l’ieri sia precipitato, ma soprattutto che siano precipitati il meglio, i vertici, le istituzioni più efficienti, le intuizioni più indovinate. Lo spavento è diventato terremoto etico-sociale. Traballano in modo così catastrofico i pilastri sui quali avevamo passato un periodo da favola, senza guerre, senza emorragie interne ed esterne, per cui, mentre dopo le guerre, abbiamo avuto la forza di rifare le case, oggi restano le case, i grattacieli, le passeggiate nei cieli, con noi uomini, paralizzati, annichiliti, capaci solo di guardare fuori dalla finestra, non per vedere se qualche arcobaleno rispunta, ma solo per vedere centinaia di camionette militari, non cariche di armi, ma di casse da morto. Solo, e torno alla mia esperienza, i bordenline del periodo aureo, gli “sfigati” di ieri, oggi, sono gli unici capaci di accendere qualche barlume di umanesimo.

 

È una piccola storia quella che vi riporto, ma significativa. In una delle mie comunità, un ragazzo, certamente non tra quelli decantati dalle vicende borghesi, ma addirittura “scartato”, mi scrive così: “Io da poco ho dovuto passare un periodo nel quale una persona della mia famiglia è stata male, e io gli sono stato vicino, e mi sono stupito del mio comportamento perché ho fatto cose che mai avrei pensato di fare, comportandomi e scoprendomi molto diverso e molto più fortificato. Così mi è scattata un’idea. Ho voluto riunire i miei compagni, senza educatori per parlarci e per capire che dobbiamo stare tutti uniti e non vergognarci delle emozioni che abbiamo dentro, non vergognarci di una lacrima che esce davanti a tutti perché, secondo me, è quello che ti fa capire quanto una persona sta soffrendo in quel momento. Parlando con i ragazzi sono uscite tante cose, perché ci sono tante cose che tra noi non si sanno e saperle delle volte ti può aiutare a stare vicino di più a qualcuno. I ragazzi hanno espresso quello che volevano, c’è chi non ha mai festeggiato il compleanno della propria madre con lei, chi va fuori di testa per paura ed assume comportamenti che portano alla solitudine o a farsi del male fisico, chi ha parenti in galera o famigliari che dall’Italia non riesce a sentire, chi cerca di occupare il tempo perso con un libro, chi ha la possibilità di andare a casa ed è combattuto, ma poi invece resta anche con la voglia di migliorare, e chi, come me, sta male a vedere persone che si buttano giù a tal punto da perdere se stessi, perché siamo tutti sulla stessa barca e se ci tendiamo la mano a vicenda non sarà perfetto, ma migliore. Questo è un po’ quello che sto vivendo e vivono i ragazzi in comunità con me. A volte uno sguardo ti fa capire tanto di una persona, bisogna non avere paura di aiutarci perché un domani ci sarà qualcuno che lo farà con noi. Facciamo le cose con il cuore, sempre”.

 

Ripeto: piccolo episodio, ma nella tempesta mondiale, sentire un ragazzo della comunità che parla di cuore è rasserenante e confortante. La storia non è mai nata grande, ma dai quasi e da episodi. Tornano i giovani, quelli che abbiamo sopportato e descritto con una facile abbondanza di oggetti squalificativi. I giovani di domani, non saranno soggetti di seconde file e a servizio delle “signorie sindacal-politiche”. Anche perché il domani non cercherà Marx o Freud o le Banche di Francoforte, ma lo ricostruiremo rileggendo le avventure di Cristoforo Colombo, di Marco Polo riscoprendo Leonardo, Galileo, i Cantici di Francesco, l’Ora et Labora di Benedetto, la peste di Manzoni, le Sinfonie di Beethoven e le Favole di Fedro.

 

Le poche istituzioni di domani, dovranno ritrovare le loro radici vere, nate dalle Catilinarie, dalla pancia dell’ultima donna della terra e cresciute sulle caravelle, nelle catacombe e tra un’avventura e l’altra di qualcuno che non era nessuno. Tornare indietro, ogni tanto, ci permette di capire quanto del domani c’era già ieri, che noi, leggendolo male, abbiamo sepolto e castrato sitibondi di potere e di organizzazioni più finalizzate alla costruzione di portaerei che alla crescita di un mondo senza frontiere. Tornare al Rinascimento, oggi, potrebbe permetterci un triplo salto immortale con un atterraggio dentro ad una nuova divina commedia, scritta da chi simpatizza col milanese, col congolese e con il brasiliano e con i ragazzi di Scampia.

 

Spero in un domani che non farà più la fila davanti agli uffici, per dichiararsi cittadino di un piccolo villaggio chiamato Terra, un domani senza centinaia di strutture capaci solo di inventare leggi, politiche e regole, che banalizzano l’esistenza. Sarà la poesia, l’arte, la musica, la natura, a dare significato e capacità vitali degne di chiamarci civili, perché immerse nelle magie di quotidianità risollevate dalla schiavitù della produzione ad ogni costo, contente di avere solo quello che ci permetterà di tornare umani.

 

 

Don Antonio Mazzi 


Emmaus,

 

icona dell'incontro

 

con i giovani

 

 

 

Una pagina del Nuovo Testamento aiuta comprendere le possibili modalità dell’incontro giovani-Parola, sia nel senso della «estroversione» o versatilità della Scrittura verso ogni contesto umano (e dunque anche verso il «pianeta giovani»), sia la peculiare sensibilità del contesto giovanile verso la Parola e la sua comunicazione. È il brano di Luca 24,13-35, noto anche come la pagina dei discepoli di Emmaus.

 

Il testo

 

L’episodio va colto nel contesto dei racconti di risurrezione. Di quel «primo giorno dopo il sabato» (24, 1), Luca ha appena narrato la visita delle donne al sepolcro: qui esse, prime testimoni, si sono imbattute in «due uomini in vesti splendenti» (24,4) che hanno annunciato loro la risurrezione di Gesù. Precipitatesi dagli Undici e dagli altri discepoli, sono state «freddate» da una reazione forse inattesa: «Queste parole parvero ad essi come un’allucinazione e non credettero ad esse» (24,11). Solo Pietro si reca al sepolcro, tornandosene a casa «pieno di stupore per l’accaduto» (24,12). In questo contesto viene inserito il nostro episodio.

 

* Due di loro. I protagonisti sono «due di loro», due del piccolo gruppo a cui fanno capo gli Undici, le donne e altri discepoli. Non si dice se siano due uomini o se si tratti di una coppia. Di uno conosciamo il nome; è colui che risponde alla domanda di Gesù: Clèopa. Secondo le usanze dell’epoca, colui che risponda per primo a una domanda rivolta a due persone è la persona più anziana, oppure il marito. Il secondo discepolo non viene nominato, non si esprime, i suoi tratti non sono specificati. Sappiamo che, come Clèopa, ha il volto triste e sta allontanandosi da Gerusalemme. Come si accennava poco prima, alcuni esegeti hanno visto in questi due discepoli una coppia che torna alla propria casa. Ciò sembra integrarsi bene in un vangelo che sottolinea fin dalla sua apertura il ruolo delle coppie nel disegno della salvezza. Non è tuttavia possibile dire di più. A nessuno è concesso dare una risposta definitiva circa l’identità dei due discepoli. La questione resta volutamente aperta. Una cosa è certa: i due personaggi sono discepoli di Gesù.

 

* In cammino verso Emmaus. La loro descrizione li presenta «in cammino», mentre si muovono in una direzione opposta a quella di Gerusalemme; verso Emmaus. Da un lato la grande e santa città, Gerusalemme; dall’altro un villaggio sconosciuto, Emmaus. La città santa, soprattutto nel vangelo di Luca, non è solo un luogo fisico: è lo spazio dell’identità, della tradizione, dei pilastri fondanti della fede. Essa costituisce il centro geografico di tutto il terzo vangelo, venendo menzionata ben 32 volte, a differenza delle 12 ricorrenze di Matteo e Giovanni e delle 10 di Marco. Nel cuore di Gerusalemme si erge il tempio, luogo della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, spazio sacro per eccellenza di tutta la Palestina, meta di pellegrinaggio per ogni ebreo, simbolo portante della fede nel Dio dei padri. Sullo sfondo del tempio il terzo vangelo si apre (l’annuncio a Zaccaria) e si chiude (i discepoli vi dimorano lodando Dio in 24,53), facendo della città santa una sorta di «bussola nello spirito». Ora i nostri due protagonisti rompono con questo orizzonte. Se ne vanno. E la «goccia che ha fatto traboccare il vaso» pare proprio essere stato l’annuncio delle donne.

 

Ci sembra di poter dire che i due discepoli fotografino molto bene il mondo giovanile. Molti dei «nostri giovani» (i cosiddetti «battezzati») tendono a lasciarsi Gerusalemme alle spalle; le certezze di ciò che è acquisito si seguono per un po’ di tempo, poi ci si incammina per altre vie. C’è allergia oggi, di fronte a tutto ciò che sappia di istituzione, di tradizione, di certezza assodata. Nella Gerusalemme di oggi restano i «nonni» che si lamentano perché i figli e i nipoti «non fanno pasqua». I figli e i nipoti sono tutti in cammino verso Emmaus. Ma torniamo alla nostra domanda: chi sono i due che si allontanano? Sono due discepoli che non vogliono più sentire parlare di Gesù?

 

I discepoli

 

I verbi usati da Luca ci paiono significativi: discorrevano (omiléô) e discutevano (suzetéô). Il primo richiama un «lungo discorso», il secondo una sorta di indagine, di ricerca. Il dialogo che c’è tra i due sembra avere gli accenti della disputa, del dibattito, dell’argomentazione, e la cosa emerge in modo chiaro quando si fa presente quel forestiero. Gesù è oggetto di discussione, e i due discepoli ne parlano come di un «caso»: il «caso Gesù di Nazareth, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo» (24,19). Loro speravano... (24,21). Un discorso pieno di «ma», dove fanno capolino punte di delusione e di amarezza, ma dal quale i due interlocutori sembrano proprio non riuscire a staccarsi. E continuano a discuterne.

 

Anche in questo è possibile cogliere un tratto che fotografa i nostri contemporanei. Voltare le spalle a Gerusalemme non significa, necessariamente, non voler più sentire parlare di Gesù. Forse mai come oggi, negli ambienti cosiddetti «laici», si parla così tanto di lui. Egli resta al centro di vere e proprie indagini che attirano la curiosità dei media e riescono ad appassionare anche il mondo giovanile. C’è, oseremmo dire, un’attenzione accentuata, quasi smodata, alle inchieste, alle ricerche storiche; si discute, si discorre, si cerca. E puntualmente, a Natale e a Pasqua, spunta qualche brandello del «caso Gesù», rilanciato grazie alle penna scaltra di qualche studioso o alla ripresa mirata di qualche pagina apocrifa. La cosa non può non farci riflettere: l’interesse non è venuto meno.

 

È in tale cornice che Luca narra la prima apparizione del Risorto. Le donne, al sepolcro, hanno infatti visto «solo» due uomini in vesti splendenti; ai due in cammino verso Emmaus è preparato ben altro. Ed è qui che ci interpella il nostro brano, mostrandoci tutta l’abilità comunicativa di Gesù.

 

L’incontro col Risorto

 

Come il Risorto incontra i due discepoli, dove li incontra e quando? Dietro questi interrogativi, emerge una vera e propria «arte della comunicazione divino-umana» che ha per protagonista il Risorto e che sfida le categorie del nostro annuncio pastorale. Sulla strada che va da Gerusalemme a Emmaus si apre la prima «scuola della Parola»: il confronto con i modelli che essa dischiude ci pone tra le mani preziosi criteri di verifica con cui vagliare le nostre scuole della Parola, i nostri centri di ascolto (ascolto di chi e di che cosa?), i nostri modi di favorire (o non favorire) l’incontro tra la Bibbia e il mondo giovanile. Ma lasciamoci interpellare dal brano.

 

Come il Risorto si rivela ai due discepoli?

 

Il primo tratto che caratterizza l’incontro tra Gesù e i due è la totale discrezione. Luca scandisce, come è suo solito, l’incontro con una sequenza lineare di atteggiamenti: si avvicina (eggízô), cammina con loro (sunporeúomai), rivolge loro la parola sotto forma di una domanda. Nessuno più di lui conosce il «caso Gesù di Nazareth», eppure si fa vicino, ascolta e, per il momento, si limita a «liberare» il racconto che i due discepoli portano dentro, senza interromperli. Lascia che i due raccontino la «sua» storia a modo loro, da cima a fondo. Ascolta.

 

L’arte della comunicazione inizia così: con l’ascolto attento. Solo quando la narrazione termina, egli la riprende e porge la sua versione dei fatti, facendo luce, scaldando il cuore. Lo fa senza timore di apostrofare i due come «stolti, stupidi» (anoetoi) e «tardi, lenti di cuore» (bradeis), ma anche senza punte apologetiche, senza «battere i pugni sul tavolo», senza manipolazioni. La sua arte è quella di riagganciare quelle vite smarrite all’esperienza e ai volti della storia salvifica («e cominciando da Mosé e da tutti i profeti spiegò loro quanto lo riguardava»: 24,27). Poi nuovamente tace. Non impone la sua presenza, né la sua versione dei fatti: lascia che i due scelgano cosa fare. Ed essi lo invitano, sperimentando già un primo frutto di quel pezzo di strada fatto insieme: i loro cuori si sono sentiti riscaldati, toccati dall’ascolto e dall’accoglienza di cui sono stati oggetto e dalla Parola che è stata loro rivolta con schiettezza e rispetto.

 

Dove il Risorto si rivela ai due discepoli?

 

Come si diceva all’inizio, siamo «per strada»; non su una strada qualunque, ma sulla via che porta da Gerusalemme a Emmaus. La via è quella che porta «lontano»: è uno spazio di rassegnazione, di delusione, di ribellione, di rinnegamento. Ma il brano non ci parla solo della strada: menziona anche il «villaggio dove erano diretti» (24,28) e «la tavola di casa» (24,30). A questo punto bisogna vigilare per non operare troppo in fretta il passaggio dalla mensa di Emmaus alla mensa eucaristica. Se è fuori dubbio il richiamo del testo alla duplice mensa della Parola e del Pane eucaristico, è anche vero che non dobbiamo costruire troppo entusiasticamente una «cappella» attorno a questo luogo scelto dal Risorto.

 

Egli incontra i due per strada e in casa, così come lungo il ministero pubblico aveva incontrato molti per strada e a tavola. Non siamo tuttavia né a Gerusalemme, né al tempio, né in una sinagoga, né in un qualunque altro spazio sacro. Il Risorto incontra i due in spazi «feriali», e non ha paura di «entrare in essi» e di «rimanervi» (24,29). È curioso: quando l’uomo vive una forte esperienza di Dio, in genere, tende subito a costruire una chiesa, un santuario, quasi a voler «definire» lo spazio sacro, nel tentativo di fissare dei «limiti» alla rivelazione di Dio, individuando «una porta di accesso» o «una porta di uscita». Il Risorto, invece, si spinge altrove, ben oltre i limiti fissati dall’uomo. Ciò non significa che l’importanza di Gerusalemme venga meno, ma la Gerusalemme del Risorto deve ormai confrontarsi e misurarsi con gli altri luoghi della comunicazione di Dio. La comunità cristiana non potrebbe essere fedele al mandato ricevuto se si occupasse solo di quanti restano dentro le sue mura. Ed è lì, lontano dai luoghi sacri, che la parola si fa gesto, il gesto si fa memoriale, il memoriale si fa presenza, la presenza si traduce in esperienza... e gli occhi si aprono (24,31). Su quest’ultimo aspetto ci sarebbe molto da dire, ma rileviamo solo due cose: prima di tutto, le Scritture da sole non bastano; esse scaldano il cuore, ma l’annuncio resta come sospeso; in secondo luogo, il Risorto non abbaglia né all’inizio, né alla fine: quando gli occhi si aprono egli scompare, come se la discrezione fosse d’obbligo. Siamo lontani da certe rappresentazioni pittoriche o anche solo «narrative» della risurrezione: Gesù non si impone.

 

Quando il Risorto si rivela ai due discepoli?

 

Anche questa domanda non va trascurata. I due discepoli non sono certo in un momento «favorevole»: c’è delusione nell’aria, tristezza, scoraggiamento, perfino qualche punta di rabbia. Da un punto di vista umano, questo sembrerebbe il momento meno opportuno per l’annuncio; i due, inoltre, sembrano avere tutta l’intenzione di rompere con il passato. Da un punto di vista cronologico, il loro stesso cammino è scandito dalla luce del sole che lentamente scompare all’orizzonte, cedendo il posto alle ombre della sera e della notte: una sottile allusione a ciò che dimorava nel cuore dei due discepoli, mentre si allontanano da Gerusalemme.

 

Il Risorto, invece, sceglie proprio questo momento (della crisi e della notte) per rivelarsi. Anzi, post factum, i due si accorgono che, paradossalmente, più scendeva la notte più una luce si faceva strada in loro: prima scaldando il loro cuore, poi facendo riemergere la nostalgia di una presenza, e infine traducendo quella nostalgia in memoria e in esperienza.

 

Le nuove vie di Emmaus

 

Ci sembra che l’icona biblica di Emmaus fotografi abbastanza bene quel mondo giovanile da cui vogliamo lasciarci interpellare. È evidente (perlomeno ce lo auguriamo) che oggi la comunicazione tra Bibbia e giovani non possa più realizzarsi come avveniva anche solo dieci anni fa. Non si può pensare di far appassionare i giovani alla Parola di Dio con le stesse modalità comunicative del passato. Non si può pensare di restare seduti ad aspettare che i giovani si uniscano a gruppi di ascolto della Parola in cui l’età media si aggira attorno ai cinquant’anni, o a gruppi di catechesi biblica dove la comunicazione è ancora perlopiù di tipo frontale. Allo stesso modo, non si possono semplicemente mettere a tacere le interpretazioni provocatorie e a volte eccentriche della cultura laica sulla figura storica di Gesù, o fuggire certe riproposizioni apocrife, rifugiandosi in un atteggiamento apologetico sterile.

 

Verso dove si sono incamminati i nostri giovani? Quale tempo umano e spirituale stanno vivendo? Con quali «maestri» si confrontano? Una volta individuate le risposte a questi interrogativi, occorre incamminarci con Cristo sulle nuove vie che conducono verso Emmaus e scaldare lì i cuori con la Parola e spezzare lì il pane che ripropone il mistero pasquale.

 

I due discepoli, come sappiamo dal testo, alla fine tornano a Gerusalemme con lo slancio dell’esperienza del Risorto nel cuore (24,33). La prima cosa di cui prenderanno coscienza, prima ancora di poter raccontare quello che hanno vissuto, è che proprio la Gerusalemme che avevano abbandonato è uno spazio privilegiato di quella stessa esperienza di cui ora essi hanno pieno il cuore (gli Undici e quelli che erano con loro dissero loro: «Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone»: 24,33-34). Ma prima, com’è ormai chiaro, è necessario l’incontro sulle strade che portano a Emmaus.

 

 

(da Giacomo Perego - Giuseppe Mazza, Giovani, Bibbia e comunicazione: una «guida all’ascolto» di Dio, in Quaderni CEI – Ufficio Catechistico Nazionale XI (2007), n. 26, pp. 51-55).


DON'T GIVE UP!

 

La voglia di non mollare di una “ragazza fuoriserie” di Exodus Gallarate, che si collega (puntuale) con il suo cellulare poco costoso e nonostante la connessione debole, per seguire costante le lezioni a distanza in tempi di coronavirus, con i suoi Educatori del progetto “Donmilani2: Ragazzi Fuoriserie”, selezionato da Con I Bambini

 

 

Sono giornate strane, espanse e diluite nel tempo e nelle cose da fare.

Come se la lentezza si fosse mescolata alla velocità. Il poco con il tanto. A volte col troppo.

Una dimensione poco ordinaria dove succedono cose poco ordinarie.

Noi del Polo Donmilani2 di Exodus Gallarate stiamo continuando il nostro lavoro educativo e didattico, come prima.

Tutti i nostri progetti sono stati riconfermati. Le scuole ed il Comune ci hanno chiesto di esserci.

La sensazione chiara è che l'importanza del nostro operato venga riconosciuta anche ora.

Anzi forse ora ancora di più, perché noi "l'emergenza" e la "precarietà dei mezzi" le conosciamo da sempre. Sono forse parte del nostro DNA. E spesso, terreno su cui seminiamo semi impensabili. E strade impossibili.

Ora però lo facciamo da casa. Impensabile appunto.

La parola chiave che all'inizio della quarantena ci siamo dati è "Raggiungere", perché arrivare a contattare e toccare l'altro, in questo periodo è cosa vitale.

Difficile e sorprendente.

Tanti dei ragazzi e delle ragazze con cui abbiamo a che fare, in questo momento li percepisco come fiammelle fragili.

Piccolissimi cittadini di questa nostra società che li contempla spesso solo come rumore di fondo. Anche se spesso sono persone in silenzio.

Durante una videochiamata con un gruppetto di ragazzine bengalesi e cinesi quattordicenni, ho chiesto di scrivere un tema in cui parlassero dei loro eroi.

Una di loro, facendomi un esempio (prima in un italiano molto stentato e poi in inglese velocissimo), mi dice che i suoi eroi sono un gruppo di cantanti K-Pop.

 

E mi spiega il perché, dicendomi che quando li guarda nelle foto e nei video, sente che le dicono di non mollare - don't give up! -, di andare avanti e le danno speranza - they give me hope -.

 

La parola speranza, mi arriva in faccia come un sasso e come una benedizione. In quel momento sento fino in fondo la fragilità della sua condizione. Lo sento come forse mai prima d'ora.

Piccola fiammella che si collega a me (puntuale) con la sua connessione debole ma costante. Col suo smartphone poco costoso che se dovesse rompersi, le farebbe ora perdere l'unica possibilità di parlare in italiano con qualcuno.

In casa sua sono in tanti, vivono altre tradizioni, altri linguaggi e forse hanno già immaginato un destino per lei.

 

Ma ascolta K-Pop. Perché ha speranza e voglia di scegliere, disegnando destino.

I piedi di Giovanni – don Tonino Bello

 

Carissimi,

 

 

 

E' proprio fuori posto vedere in Giovanni l’emblema di quel mondo ad alto rischio che si chiama gioventù, e che oggi, nonostante il grande parlare che se ne fa e nonostante il timore non sempre reverenziale che esso incute, tarda ancora a divenire il referente privilegiato della nostra diaconia ecclesiale?

Ed è proprio una forzatura concludere che il Maestro, piegato sui piedi di Giovanni, il più giovane della compagnia, è l’icona splendida di ciò che dovrebbe essere la Chiesa, invitata dal quel gesto a considerare i giovani come “ultimi”, non tanto perché ai gradini più bassi della scala cronologica della vita, quanto perché ai livelli più insignificanti nelle graduatorie di coloro che contano?

Penso proprio di no. 

Anzi, se qualcuno, fuorviato dal chiasso che fanno, dovesse giudicare demagogica l’ affermazione che i giovani oggi non hanno voce, mostra di aver frainteso il senso delle tenerezze espresse da Gesù verso quel mondo che ha sempre fatto fatica a farsi ascoltare.

 

La figlia di Giairo, il servo del centurione, l’ unigenito della vedova di Nain, il giovane ricco il figliol prodigo… sono indice di uno sbilanciamento del Signore nei confronti di coloro che, pur essendo oggetto di invidia struggente, hanno da sempre accusato un deficit pesantissimo in fatto di accoglienza.

Ma torniamo ai piedi di Giovanni.

Come motivo iconografico, ma anche come suggestione omiletica, non hanno avuto molto fortuna.

E dire che la mattina di Pasqua, nella corsa verso il sepolcro, si sono dimostrati di gran lunga più veloci di quelli di Pietro, aggiudicandosi, a un palmo della tomba vuota, la prima edizione del trofeo “fede, speranza e carità”. 

Ma al di là dello scatto irresistibile del giovane sull'affanno impacciato del vecchio, quei piedi non sono entrati nell'immaginario della gente.

La spiegazione è semplice: la testa del discepolo ricurva sul petto del Maestro ha distratto l'attenzione dal capo del Maestro chino sui piedi del discepolo.

È una riprova ulteriore di come, anche nella Chiesa, le lusinghe emotive della teatralità prevaricano spesso sulla crudezza del servizio terra terra.

Che cosa voglio dire? Che noi ci affanniamo, sì, a organizzare convegni per i giovani, facciamo la vivisezione dei loro problemi su interminabili tavole rotonde, li frastorniamo con l'abbaglio del meeting, li mettiamo anche al centro dei programmi pastorali, ma poi resta il sospetto che, sia pure a fin di bene, più che servirli, ci si voglia servire di loro.

Perché diciamocelo con franchezza, i giovani rappresentano sempre un buon investimento. Perché sono la misura della nostra capacità di aggregazione e il fiore all'occhiello del nostro ascendente sociale.

Perché se sul piano economico il loro favore rende in termini di denaro, sul piano religioso il loro consenso paga in termini di immagine.

Perché, se comunque, è sempre redditizia la politica di accompagnarsi con chi, pur senza soldi in tasca, dispone di infinite risorse spendibili sui mercati generali della vita.

Servire i giovani, invece, è tutt'altra cosa.

Significa considerarli poveri con cui giocare in perdita, non potenziali ricchi da blandire furbescamente in anticipo.

Significa ascoltarli. Deporre i panneggi del nostro insopportabile paternalismo.

Cingersi l'asciugatoio della discrezione per andare all'essenziale.

Far tintinnare nel catino le lacrime della condivisione, e non quelle del disappunto per le nostre sicurezze predicatorie messe in crisi.

Asciugare i loro piedi, non come fossero la pròtesi dei nostri, ma accettando con fiducia che percorrano altri sentieri, imprevedibili, e comunque non tracciati da noi.

Significa far credito sul futuro, senza garanzie e senza avalli.

Scommettere sull'inedito di un Dio che non invecchia.

Rinunciare alla pretesa di contenerne la fantasia.

Camminare in novità di vita verso quei cieli nuovi e quelle terre nuove a cui si sono sempre diretti i piedi di Giovanni, l'apostolo dagli occhi di aquila, che è morto ultracentenario senza essersi stancato di credere nell'amore.

Servire i giovani significa entrare con essi nell'orto degli ulivi, senza addormentarsi sulla loro solitudine, ma ascoltandone il respiro faticoso e sorvegliandone il sudore di sangue.

Significa seguire, sia pur da lontano, la loro via crucis e intuire, come il Cireneo ha fatto con Gesù, che anche quella dei giovani, abbracciata insieme, è una croce che salva.

Significa, soprattutto, essere certi che dopo i giorni dell'amarezza c'è un'alba di risurrezione pure per loro.

E c'è anche una pentecoste.

La quale farà un rogo di tutte le scorie di peccato che invecchiano il mondo. E attraverso la schiena della terra adolescente con un brivido di speranza.

Saremo capaci di essere una chiesa così serva dei giovani, da investire tutto sulla fragilità dei sogni?

 

(don Tonino Bello)

 

 


Rubrica " Eppur Educo"

Incontro con  Franco Nembrini Lunedi 19 Marzo 2018

 Incontro numero 2 del Cammino “ Eppur Educo”.

 

EPPUR EDUCO: INCONTRO CON FRANCO NEMBRINI

di Riccardo Fiori

 

“I nostri figli non hanno bisogno di genitori perfetti, ma di genitori affamati di verità e di bellezza” (Monsignor Camisasca – 2014)

Dopo l’entusiasmante incontro dello scorso Febbraio, la macchina organizzativa della Natività di Maria ci regala un secondo appuntamento che definirei, se mai si potesse dire, semplicemente “arricchente”.

E’ la sera della festa del papà, la ricorrenza di San Giuseppe; insomma il 19 marzo e mai data poteva essere più indovinata per farci raccontare da Franco Nembrini, il bello di essere padre ed il ruolo di quest’ultimo nella sfida educativa.

Appassionato di Dante (riguardo al quale ha scritto diversi libri e tenuto più di qualche lezione e conferenza), riscopre intorno ai 21 anni, una favola per bambini, meravigliosamente dedicata e destinata anche a ben altra cornice di pubblico: Pinocchio di Collodi.

Racconta anche che la medesima esperienza è stata vissuta e raccontata da Monsignor Biffi: l’aver letto quel Pinocchio sì da piccolo, riprendendolo continuamente per il resto della sua vita senza praticamente riuscire più a staccarsene.

Il mio pensiero torna immediatamente a quando, in tempi non sospetti, intorno ai 13 anni, avevo voluto riprendere anche io quella favola letta da bambino per vedere quali spunti o sensazioni potesse riservare ad una lettura più “attenta”.

Beh allora il mio risultato non fu affatto lo stesso. Lo trovai nuovamente piacevole, sì, ma lo relegai, confermando la mia sensazione iniziale, ad un libro assolutamente per bambini.

Evidentemente non era così ed è particolarmente entusiasmante scoprirlo oggi [meglio tardi che mai] e rileggerne i significati grazie al prezioso supporto del nostro ospite.

La prima cosa che mi colpisce, a tal proposito, è sentir dire che rileggere Collodi, volenti o nolenti, ripercorre, attraverso Pinocchio, il corso della vita.

“Educare significa anche correre il rischio di educare” ed è forse per questo che il professor Nembrini cita Charles Péguy che agli inizi del ‘900 definisce la figura del padre come quella dell’unico e vero avventuriero del mondo.

Pinocchio e Dante sono due libri che porterebbe sempre con sé su un’isola deserta qualora gli fosse concesso di sceglierne.

Perché? Cerchiamo di capire.

La favola di Pinocchio nasconde aspetti di verità ben più speciali di altre favole.

Pinocchio è un linguaggio cifrato dove Collodi racconta la storia dell’umanità.

Quando all’età di 21 anni propongono a Nembrini di insegnare Religione, oltre che felice per la proposta, egli si innamora di un libro (di Giacomo Biffi) che fornisce un commento teologico alle avventure di Pinocchio.

36 capitoli che avrebbe potuto tranquillamente riproporre ai suoi studenti nelle 32 settimane di scuola.

Viene rapito da questa pubblicazione che gli consente di scoprire la perfetta analogia di questa favola con la Bibbia; Pinocchio è un racconto cifrato dei Vangeli e della stessa Bibbia.

A cominciare dal quasi epilogo della favola di Collodi: la morte di Pinocchio.

“Padre mio, Padre mio, perché mi hai abbandonato?” grida Gesù dalla croce poco prima di spirare e la descrizione della morte di Pinocchio riporta davvero a tanto.

Pinocchio, seppure di legno, è fin da subito figlio di Geppetto.

E anche alla conclusione, il burattino risorge da pezzo di legno divenendo bambino in carne ed ossa.

Ecco la prima analogia: Collodi ci propone una morte ed una resurrezione.

Ci racconta Nembrini che la storia di Collodi terminava con la morte del protagonista. Una volta consegnati i materiali all’editore, questi venne travolto dalle tantissime lettere di bambini contrariati per il tipo di fine che la storia aveva avuto.

L’editore fu costretto a richiamare immediatamente Collodi chiedendogli di riprendere il racconto con una resurrezione.

E nonostante l’autore fosse ateo e laicista, questi riesce ad inventarsi una storia che parla di un uomo, del suo destino, della Chiesa.

Particolarità non indifferente è quella che Collodi, quando inizia a scrivere il suo racconto per i bambini, ha circa 50 anni.

Ha quindi necessità di ritrovare un linguaggio che sia consono al suo pubblico di piccoli lettori e, per farlo, egli deve tornare ai suoi ricordi di bambino.

Chiaro che l’influenza di una mamma (a sua differenza) religiosissima, lo avrebbero riportato, in quella ricerca, al tipo di educazione avuto in tenera età.

Con tutta probabilità quell’educazione, dal profondo, è tornata su, offrendo una storia che sembra ricalcata dal Vangelo (sebbene senza un minimo riferimento religioso al suo interno).

Un’altra stranezza potrebbe essere rappresentata dal fatto che i primi 2 capitoli sono dedicati ad una figura decisamente poco importante: quella di Mastro Ciliegia (o Maestro, come lo chiama Biffi).

Se tutto fosse cominciato direttamente nella bottega di Geppetto, 2 capitoli dopo, cosa sarebbe cambiato?

Ma il diktat è proprio quello di NON essere come Mastro Ciliegia.

Se sarete come lui diventerete violenti e con “il sedere per terra”.

In altre parole, il fallimento totale.

“C’era una volta un re …” è chiaramente un richiamo a “In principio era il verbo”: Dio.

Quando ogni mattina ci svegliamo (e veniamo al mondo), in qualità di uomini ci troviamo davanti ad una meravigliosa realtà.

La realtà è il mezzo con il quale Dio parla di umanità. La vera paternità si gioca qui.

Noi possiamo solo testimoniare ai nostri figli l’amore per la verità. Non dobbiamo insegnare loro chissà cosa di altro.

Se Dio si fida a farci mettere al mondo dei figli, evidentemente si fida anche di come li educhiamo.

Il problema è un altro: tuo figlio che ti guarda, quanta felicità vede?

I figli son disposti a perdonarci tutti gli sbagli, ma non l’assenza di speranza.

E Mastro Ciliegia non ha speranza. Si trova un pezzo di legno ed esclama: “Questo legno è capitato a tempo e voglio servirmene per fare una gamba di tavolino”.

Figuriamoci se fosse stato il figlio.

Ma quello che hai davanti non è mai [solo] quello che sembra. Così, quando dal ciocco arrivano le prime vocine di lamentela, lo stupore è enorme.

“Che la vocina sia uscita da questo pezzo di legno? Io non lo posso credere”.

Eccolo, l’ateismo puro. E, non contento, cerca di usare violenza su quel ciocco, fino a provare paura e ritrovarsi con il sedere a terra.

Si ha paura di educare? La paura è il peggior nemico dell’educazione.

L’arrivo di Geppetto è, per contro, il rivivere la Creazione.

Non più “mi è capitato”, ma “ ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino, meraviglioso, che sappia cantare, ballare, tirar di scherma, … , con cui voglio girare il mondo”.

Porta via il pezzo di legno dalle grinfie di Mastro Ciliegia e nel fargli la testa, gli occhi cominciano a muoversi e guardarlo.

Pinocchio non ha ancora la bocca, ma lo sguardo di Geppetto sul suo burattino appena cominciato (ma già “vivo”) è uno sguardo di uomo e, soprattutto, di padre.

Geppetto poi, guarda caso, altro non è che il diminutivo di Giuseppe …

La ribellione è imminente; dapprima con la creazione della bocca (il burattino lo canzona immediatamente) e poi con le braccia. Pinocchio non perde tempo nel fargli cadere la parrucca e farlo cadere. Eppure Geppetto gli risponde “birba d’un figliolo”.

Non c’è dubbio; nel suo cuore è già suo figlio: “Non sei neanche finito che fai già del male al tuo babbo”.

E ancora: “E’ colpa mia; dovevo pensarci prima, ma ormai è troppo tardi”. E sugli occhi del falegname spunta una lacrima.

Il richiamo a Gesù che ormai vede la croce, è evidente.

Quando mettiamo al mondo figli, nessuno ci garantisce nulla. E’ un puro atto d’amore.

E’ un atto di fedeltà il motivo per cui mettiamo al mondo i nostri figli, che durerà per sempre.

Geppetto gli insegna a camminare tenendolo per mano, ma Pinocchio trova la porta aperta e scappa di casa.

E’ il peccato originale.

Quando Pinocchio è libero e Geppetto in carcere, il burattino dice che “finalmente” quella casa è sua.

Compare il grillo parlante (“Cacciato Dio dalla porta resta qualcosa di Dio che non puoi cacciare”), che cerca di far capire a Pinocchio che non è proprio come lui crede: questa non è libertà né di corpo né di spirito.

E nonostante Pinocchio lo schiacci al muro, il grillo comparirà sempre in tutta la favola (neanche il figlio più bestia può uccidere completamente la voce di Dio).

Di questa presunta libertà, Pinocchio fa un’esperienza pessima ed il bisogno di bene che ha, resta irrisolto.

Non trova nulla neanche da mangiare, finché non vede, su un cumulo di immondizia, un uovo.

Già triste l’immagine di andare a cercare un filo di felicità nella spazzatura. Ancor di più se poi, da quell’uovo esce un pulcino che sbeffeggiandolo scappa via.

Disperato corre in paese facendo quello che qualunque ragazzo in cerca di felicità probabilmente avrebbe fatto: ma il risultato è il nulla. Trova tutto chiuso.

Suggestiva la frase che a questo punto Franco Nembrini ci regala: se non c’è un padre gli uomini non riescono ad essere fratelli.

Ci vuole un padre, altrimenti non c’è bene e non c’è male.

Pinocchio è sconsolato; torna a casa e stanco si addormenta al fuoco del camino, che gli brucia i piedi.

La salvezza arriverà dall’esterno; da quel padre (Geppetto) che torna ed è come Dio che bussa alla nostra porta per salvarci da una vita che rischiamo continuamente di buttare via.

Anche Pinocchio ha ora capito che il bello della vita sarebbe riavere il padre ed entrambi vogliono incontrarsi nuovamente. Ma Pinocchio ha i piedi bruciati e la prima mossa spetta sempre a noi genitori.

Al grido del figlio (“Signore Salvami”), Geppetto risponde inventandosi la strada per raggiungere il figlio: la porta non si butta giù e bisogna affrontare la finestra.

Altra figura estremamente importante è la Fata Turchina (non a caso azzurra).

Rappresenta la mamma; la Chiesa. E le medicine sono i Sacramenti.

Pinocchio continua a rifiutarli.

Fino a tramutarsi in un asino, che poi si azzoppa. E’ la fine.

Un asino zoppo non lascia al suo padrone che una scelta: quella di ucciderlo per venderne la sua pelle da cui si possano ricavare dei tamburi.

E prima di questo triste fato quell’asino ha ricevuto l’applauso degli spettatori del circo in cui si è esibito. Applausi che rappresentano la spaventosa pressione sociale a cui i nostri figli sono sottoposti.

La Chiesa [la madre] non può girargli le spalle e lo perdona. Pinocchio riconosce nel medaglione l’immagine della fata e la chiama o fa per chiamarla. Dalla gola però esce solo un raglio che fa morire tutti dalle risate.

L’educatore, il padre, la madre, riconoscono in quel raglio, il grido di disperazione e la richiesta d’aiuto del figlio: “Fatina mia … / Babbino mio …”

Ed è proprio quando i nostri ragazzi bevono, si drogano e si buttano via che stanno ragliando e stanno implorando aiuto.

Noi abbiamo sempre fatto di tutto per lui, chiediamoci però perché lui ha sempre capito il contrario o qualcosa di diverso.

“Quanto bene ti vorrei se tu …” non equivale di certo a “Quanto bene ti voglio”.

Siamo ai saluti e l’augurio che Nembrini fa a tutti i papà (e alle mamme) è che accada loro quello che ne “Le avventure di Pinocchio” succede alla fine.

Quando Pinocchio ritrova Geppetto nella pancia del pescecane, gli chiede immediatamente perdono, ma soprattutto, cerca di portare in salvo il padre, ormai vecchio.

Geppetto è titubante e Pinocchio ricorda Gesù: dobbiamo fuggire (fuggendo dal demonio) ed è come se dicesse “Provatemi e vedrete”.

Dalla bocca del pescecane si vede chiaro il cielo stellato (“Uscimmo fuori a riveder le stelle”) e finalmente Pinocchio prende il padre e lo salva.

Ma tu continua ad essermi padre; continua ad indicarmi la strada.

Ed è proprio quando saremo come Geppetto, quando passeremo il testimone ai nostri figli, quando saremo vecchi e bisognosi di loro, che si compirà (speriamo) l’augurio più grande che si possa fare.

Quello di diventare figli dei nostri figli e vederli diventare i nostri padri.

Finisce un incontro di assoluta ricchezza che lascia in me una grande sensazione di speranza.

Ho solo un piccolo cruccio. Quello di non aver avuto spazio per una domanda.

Sarei tornato volentieri al principio e con il pieno di speranza appena fatto avrei domandato: ma allora rappresenta davvero così tanto un rischio, educare?

 

 

 

22 Marzo 2018


EPPUR EDUCO: INCONTRO CON COSTANZA MIRIANO

di Riccardo Fiori

 

Venerdì sera, 2 Febbraio, nella cornice della Natività di Maria in Roma, prende il via il primo di 3 incontri dal tema “Eppur educo”: la sfida educativa e la bellezza di educare.

La Parrocchia organizza il tutto alla perfezione e l’ospite d’onore, Costanza Miriano, regala a tutti noi un’esperienza di quelle che arricchiscono davvero.

Giornalista (prima di Rai 3, ora di Rai Vaticano), scrittrice e autrice di libri come “Sposati e sii sottomessa” (tradotto e divenuto un caso), fino ad arrivare al suo 5° libro “Si salvi chi vuole”, ma, soprattutto, madre di quattro figli.

L'introduzione alla serata suscita in me, fin da subito, una certa curiosità.

“Papà, mamma, fatemi capire che vale la pena essere al mondo” è la citazione usata per introdurre i temi di cui, di lì a poco, dibatteremo.

“Si salvi chi vuole” (che, premetto, non ho ancora avuto la fortuna di leggere) viene definito un libro profondo e divertente e mai definizione poteva essere più indovinata.

Costanza incarna tutto questo, regalandoci una serata ricca di contenuti, Fede e Amore.

La nostra ospite parte da alcune certezze, prima tra le quali quella che i figli non sono i nostri.

C'è qualcuno che li ama più di noi. Colui che lei definisce il Capo Supremo.

Lo stesso che ci ha prestato i nostri figli e ai quali noi stiamo assicurando un passaggio.

Nel profondo della nostra fede, chi più chi meno tutti, abbiamo pregato meno di quanto avremmo dovuto e potuto e l'invito [ora che i figli sono in una età in cui cominciano ad andare con le loro gambe sempre un po' più via da noi] è quello di utilizzare il maggior tempo a disposizione per pregare maggiormente.

Nella presentazione del suo libro mi piace leggere: “Recintare uno spazio per l'incontro con Dio, il Totalmente Altro e cercare di difenderlo a ogni costo, è decisivo per la nostra felicità”.

Ciononostante si chiede come si possa riuscire ad organizzare una vita spirituale nelle nostre giornate a dir poco frenetiche.

Un'altra certezza che individua, sempre relativamente ai figli, è che bisogna semplicemente amarli.

Sembra scontato, ma bisogna amarli anche se “brutti, sporchi e cattivi”. Con i loro difetti, apparenti negatività o troppe precisioni.

Fa sorridere non poco quando, parlando di una delle figlie precisa e pignola, la definisce “ansia e sapone”.

Ecco: amarli anche se sono così. Se ci provocano, se sbagliano. Come se noi non sbagliassimo mai nei loro confronti.

Quanto è fondamentale saper chiedere loro scusa quando è necessario.

Riesce anche a farmi commuovere: mi torna alla mente un aneddoto con protagonista mia madre che carezzandomi una sera nel darmi la buonanotte, a letto, si interrogava a voce alta chiedendosi come riuscissero alcune madri a non dire mai un “ti voglio bene” ai propri figli.

E oggi quando i miei 2 figli mi abbracciano e mi dicono quel “ti voglio bene” (per fortuna succede spesso) oltre all’amore di padre, torno a provare l’amore di figlio verso una mamma che pur non essendoci più, è sempre con me.

L'amore deve essere al centro del rapporto familiare.

Si arriva a Dio se i figli vedono l'amore che c'è tra moglie e marito. Ecco perché è importante investire nel rapporto; trovare tempo per la coppia senza pensare [erroneamente] di togliere tempo e spazio ai figli.

Se i genitori si vogliono ancora bene questo rappresenta per i figli una sorta di autorizzazione ad esistere.

La serata scorre velocemente, segno evidente di quanto piacevole questa sia e Costanza si sofferma su un’ulteriore sua certezza.

C’è un codice paterno ed uno materno all’interno della coppia.

La mamma accoglie; il padre rappresenta la regola ponendo i giusti limiti.

Probabilmente perché l’uomo riesce meglio a dividere i vari ambiti, mentre la donna è in ogni momento mamma, anche se è fuori di casa, al lavoro o in ogni altro possibile “dove”.

Ed è importantissimo che la madre sia d’accordo ed in un certo senso autorizzi il padre ad essere padre.

Che la mamma, in altre parole, riesca a staccare questo cordone ombelicale e che moglie e marito si “accreditino” l’un l’altro davanti ai figli.

Resta però, che il nostro amore non sarà mai sufficiente rispetto a quello di Dio.

Nessun genitore riesce ad essere perfetto.

L’augurio è che i nostri figli possano avere un incontro autentico con il Signore, soprattutto nel periodo di individualismo e relativismo sfrenato che stiamo vivendo.

La donna si sente indispensabile quando i figli sono piccoli; poi, pian piano, crescendo, questo sentore viene meno e la mamma, generalmente più del papà, sente forte questo senso di vuoto.

 

Quando la mamma parla dobbiamo ascoltarla.

La Chiesa che è mamma, siamo in grado e capaci di ascoltarla?

Siamo in grado di mettere Cristo al centro di tutto?

Quanto siamo pronti a gestire la nostra  spiritualità un po' come credevamo di poterla “aggiustare”?

Costanza Miriano Individua cinque pilastri: Parola di Dio - Preghiera - Confessione - Eucarestia – Digiuno.

5 dogmi, che poi spiegherà essere 5 capisaldi dati dalla Madonna a Medjugorje.

Molti questa regola cercano di viverla magari a modo loro; ognuno nella propria imperfezione.

Siamo tutti i monaci di un immaginario monastero Wi-Fi nel quale, senza fili, tutti siamo connessi, legati e collegati.

D’altronde, dice Costanza, si può essere monaci mentre si fa jogging, mentre si va in metro, mentre si fa la spesa.

Un piccolo esercito di mendicanti scalcagnati, fragili e incoerenti, ma innamorati di Dio.

Dovremmo educare la nostra libertà, perché questo equivale ad educare il nostro desiderio.

Cercare di agganciare questo incontro.

Non possiamo fare in modo che il sole sorga, ma possiamo fare in modo di trovarci lì, quando il sole sorgerà.

 

 

 

 

03 Febbraio 2018



Archivio

Sabato 29

 

ORE 17,00  SS. COMUNIONI PER I BAMBINI

DEL GRUPPO DI STEFANIA  E ALESSANDRA

 

 

“Per la nostra parrocchia dove abbiamo trovato persone che ci guidano nel cammino verso la fede e l’amore, che ci insegnano ad essere generosi verso gli altri affinchè il Signore li ricompensi e li aiuti sempre.”

 

 

“Perché aumenti in noi il desiderio di avere sempre un posto privilegiato per Gesù nella nostra casa, a scuola e nella vita di ogni giorno”



"Camposcuola è"

"Questi giorni sono stati intensi: abbiamo pregato, abbiamo giocato, abbiamo riso, abbiamo pianto e ci siamo consolati come una grande famiglia, 

E' stato bello condividere le emozioni in nome di Colui che ci ha riuniti qui. Mi auguro di poter continuare il cammino iniziato insieme anche a Roma."

grazie P. Francesco

 

"Siamo ormai giunti  al termine di questa settimana ed è stato bello sorridere e scherzare insieme a voi , a volte difficile asciugare le vostre lacrime o guarire le vostre ferite e tanto impegnative soddisfare la vostra fame.......

Tutto questo ci ha permesso di vivere tantissime emozioni grazie anche alla guida di te, P. Francesco, che hai reso tutto più speciale.

Bambino tra bambini e maestro di fede per tutti noi , sei una persona speciale e non smetteremo mai di ringraziarti perchè quest'esperienze ci permettono di poter essere migliori, anche solo con un piccolo gesto.

Grazie a te abbiamo, ancora una volta, imparato qualcosa da questi ragazzi, ci hai insegnato cosa significa scalare una montagna. Perchè la vita è questo: una montagna da scalare con una vetta da conquistare per poter poi finalmente godersi il piacere della discesa . Questo campo è stato  per noi , proprio come quelle montagne e la nostra piacevole discesa è il sorriso di tutti, perchè felici di aver vissuto questa fantastica esperienza. Grazie "prete" , come ti chiamano i ragazzi e grazie di cuore a tutti bimbi, ragazzi e animatori, in particolare Stefania e Gabriele, sempre disponibili e pronti a sopportare quella piccola peste della nostra mascotte Davide. vi vogliamo bene!"




"Volevo ringraziare qualche persona: Padre Francesco che ci aViuta sempre e ci dimostra la sua agilità e ogni volta che parla mi avvicina a Dio. Gli animatori che ci sopportano, ci aiutano e ci vogliono bene (almeno spero) che invani credono che li ascolteremo. Le cuoche che invece di giocare stanno ai fornelli per darci un pasto buonissimo. Ma soprattutto voi ragazzi che accettate la gente per quello che è, e che vi volete bene a vicenda. Voi, in questo istante, siete stati come una  famiglia: le prime persone che vedo quando apro gli occhi e le ultime che vedo quando li chiudo. Ci sono di più simpatici e di meno simpatici, ma ha tutti è riservato uno spazio nel mio cuore. Imbocca a lupo. ( MAtteo , 11 anni)"


Tutto questo e'..Grest! 2015

"Ma perché questo grest è durato così poco?” una domanda sincera  di un bimbo ospite del  grest organizzato dalla parrocchia Natività di Maria. “durato così poco” non è proprio esatto  perché di settimane ne sono passate ben tre…ma forse il nostro piccolo interlocutore voleva sottolineare di come il tempo vola quando si sta bene accolti in un luogo così ospitale  e immersi  in un clima di amicizia davvero straordinario.

I cento quaranta fanciulli e adolescenti protagonisti dell’”estate” esplosa immediatamente dopo la chiusura dell’anno scolastico,  hanno animato gioiosamente i  luoghi di questa Parrocchia: i campi da gioco, il parco, il sagrato, il salone, le sale, i corridoi…e anche la Chiesa. Tempo per il gioco, per nutrirsi, per pregare insieme, per crescere insieme, per investire nel divertimento e nella condivisione il germogliare di una gioventù destinata a dare molto frutto.

Sbaglia chi crede che il”grest” sia solo una pratica occasione, per genitori e famiglie impegnate nel lavoro, utile a sistemare i figli liberi dagli impegni scolastici: infatti non si mandano mica i figli a scuola perché non si sa dove sistemarli.  Aver scelto la Parrocchia Natività di Maria è stato frutto di una consapevole convinzione che, anche qui, i loro figli avanzano nella via della migliore  crescita  che per essi si desidera.

Il grazie che spontaneamente va rivolto agli organizzatori (Parroco e nessuno escluso) ai giovani animatori (perle di questa comunità) alle generose persone che volontariamente hanno cucinato (menù da maestri chef) pulito, gestito il bar, allestito la sala da pranzo e tanto altro, bene, questo grazie sincero forse è tutto contenuto nella domanda del bambino “Ma perché questo grest è durato così poco?”


Foto Grest 2015


Il Vangelo nelle famiglie

 

Chiusura anno pastorale 201-2015 Lectio divina

 

I nostri incontri legati alla lettura del Vangelo nelle famiglie si sono conclusi e proprio quest’anno Papa Francesco, nel suo messaggio ecclesiale, ha messo al centro “la Famiglia” …ambiente privilegiato dell’incontro nella gratuità dell’amore…luogo dove si impara a parlare, a pregare, a convivere nelle differenze e a fare esperienza del legame e delle relazioni…”

Non vogliamo compiacerci, per vanità, della nostra costanza a portare avanti questa iniziativa che da anni si muove, senza troppo clamore, nelle case di questo quartiere, ma vorremmo porre l’attenzione sull’elenco contenuto in queste pagine. Non si tratta solo di una ordinata cronologia di nomi e di vie: quei luoghi indicati sono muri entro i quali abbiamo ascoltato il Vangelo di Cristo e abbiamo pregato, il “Canto al Vangelo” ne è la traccia.

Il senso della cortesia, lo spirito di accoglienza e la generosa apertura delle nostre porte agli altri possono indicare i segni di una fede viva; così come la curiosità della ricerca, il desiderio del sapere, possono vincere con la luce della “Parola” le tenebre dell’ignoranza.

Dal nucleo domestico può scaturire un impulso missionario:  il Papa, Santo Giovanni Paolo II, nell’istituire la grande missione cittadina in preparazione dell’Anno Santo del 2000, così esortava “far risuonare nella coscienza e nella vita di tutti gli abitanti di Roma, in ogni famiglia e ambiente, lo stesso annuncio e la stessa professione di fede in Gesù Cristo…il Vangelo in ogni casa, per offrire ad ogni famiglia il libro fondamentale della missione …e accogliere la buona notizia in esso contenuta, con spirito di fede e di conversione…”

Tante parole vengono spese oggi sulla “famiglia”, ma da uno sguardo obiettivo affiora purtroppo che la realtà familiare non gode di quei privilegi che meriterebbe, anzi spesso non viene rispettata e protetta nella sua fisionomia e nei suoi diritti.

I nostri incontri sono un umile sforzo di testimoniare come da una piccola comunità domestica si possa trasmettere l’intensa passione della cristianità.






 A tutto Grest 2015 !


Il Dono più grande.

 

“L’amore di un figlio non si può descrivere perfettamente a parole, è qualcosa che tocca l’anima, il cuore, i pensieri.” Se mi volto indietro quanti ricordi e quante benedizioni! Dolcissimo amore mio, quando sei arrivata ho pensato “sei davvero bellissima, sei il dono più bello e più grande che potessimo ricevere”, un angelo venuto dal cielo. Quante volte mi hai chiesto “ma come sono nata?” ed io ti ho sempre risposto che eri un angelo in cielo che il nostro Padre Celeste decise di donarci; un angelo bellissimo e dolcissimo, con un sorriso meraviglioso, “te, il sorriso infinito di Dio”. Da allora ci hai rapiti in un immenso “disegno d’amore”, quello di Dio per noi, quello di un Padre Celeste che, come un papà, ci ama e ci guida in ogni nostro passo.

Il giorno della tua Prima Comunione è stata una bellissima giornata, un’esperienza ricca di emozioni e di spiritualità. I principali “protagonisti” siete stati tutti voi bambini che, riuniti insieme ai “coprotagonisti”, noi genitori, i sacerdoti, le catechiste e all’ “attore” principale, Gesù, (Colui che è il “vero protagonista”), avete “messo in scena” la più bella delle “sceneggiature”, il vostro incontro con Gesù nell’incontro con l’Eucarestia. Ma tutto questo è stato molto di più di una semplice sceneggiatura, di una semplice “messa in scena”; è stata la Messa, la vostra Prima Comunione, ed in particolare, è stata la tua Prima Comunione. In chiesa siete entrati vestiti di bianco, puri come il fiore che portavate in mano, con un sorriso e una luce negli occhi davvero straordinari e diversi dal solito. Una luce che vi rendeva, nonostante la vostra piccola età, già grandi e consapevoli di quanto di meraviglioso stava per accadere; nei vostri occhi si leggeva la consapevolezza e la gioia dell’incontro con Gesù.

Ancora oggi quando vedo i tuoi occhi penso “sei cambiata, risplendi di una luce nuova, bella e luminosa”. Non sei più tu ma un’altra persona, perché con Gesù dentro di te sei diventata una persona migliore. Ricorda dolcissimo amore mio che Lui è e sarà sempre la forza, la luce, la vita e il pane in questo meraviglioso viaggio perché, come dice Papa Francesco, “la vita con Gesù diventa molto più piena e con Lui è più facile trovare il senso di ogni cosa”. (E.G. 266)

In questi anni ti sei preparata grazie all’aiuto amorevole delle catechiste e dei parroci che ti hanno guidata nel cammino spirituale per ricevere e incontrare Gesù. Ricordo con quanto entusiasmo un giorno mi hai riferito le parole che padre Lorenzo vi aveva detto: “le cose materiali non hanno valore, non rimangono per sempre, mentre l’amore rimane per sempre”. Portalo sempre con te perché è uno degli insegnamenti più belli e veri di vita. In questo cammino ti ho seguita, accompagnata, felice e grata di aver nuovamente incontrato anche io Gesù. E la festa è stata una giornata ricca di significati; è stata un’occasione di incontro con Gesù perché, anche nei momenti di quotidianità, se vissuti come momenti e atti di condivisione, momenti fatti d’amore e con amore, Gesù si rivela a noi.

Quante emozioni e quante parole ancora avrei voluto dirti. Lo faccio ora perché voglio che tu sappia che con la Comunione hai ricevuto un Dono, quello più grande, un dono vero, un dono d’amore fatto per amore, un dono come “pane di vita”.  Ma forse di questo tu ne hai preso atto in quel momento perché tutta entusiasta dicevi “oggi ricevo il Corpo di Gesù, oggi ricevo un grande Dono” e nei tuoi occhi splendeva una luce radiosa. Tutto risplendeva e l’emozione era così forte che travolgeva tutti noi; la stessa giornata, grigia e nuvolosa, ad un tratto si è aperta di una luce folgorante, quasi a significare l’ingresso di Gesù, attraverso lo Spirito Santo, nei nostri cuori, e in modo particolare nel tuo cuore e in quello di tutti i bimbi. Non poteva verificarsi una “sceneggiatura” migliore e tutto questo perché non esiste migliore “artefice” di Dio Padre Celeste. Lui, per mezzo di suo Figlio Gesù Cristo, ci viene a ricordare quanto grande e immenso è il suo amore per noi. Ci viene a ricordare che da oggi Gesù, Suo Figlio, grazie alla Santa Comunione, entra nella tua vita e che anche per te sarà una Amico speciale, fedele, un compagno di viaggio e una guida spirituale sempre vicino, che non si separerà mai. È l’inizio di un cammino fatto insieme a Gesù. È un legame che nessuno potrà più spezzare, come un “sigillo sul tuo cuore”.  È un Dono d’amore che vale più di tutto nella vita e da questo momento comincia una nuova tappa della tua vita. Da oggi “Lui sarà con te e tu sarai con Lui”.

Voglio che ti rimanga quanto, di bello per me, ho trovato scritto affinché tu possa comprendere che “quando il pane e il vino da noi offerti a Dio sull’altare, si convertono nel Corpo e Sangue di Cristo, simbolizzano il nostro corpo e il nostro sangue convertiti nel Corpo e Sangue di Gesù. E, se il pane, il vino, a contatto con te diventano tua carne, tu a contatto con Gesù diventi suo Corpo, suo Sangue….Tutto ciò è un grande miracolo proprio come la nostra vita…. Ed ora tu vedrai le cose, le persone in un altro modo perché vedrai con gli occhi di Gesù che è dentro di te”.

Ma ricorda, non tenere solo per te la gioia di aver incontrato Gesù. Devi trasmetterla anche agli altri. Perché, come ha detto Papa Benedetto XVI, “chi ha scoperto Gesù deve portare altri verso di Lui. Una grande gioia non si può tenere per sé. Bisogna trasmetterla”. E quando incontrerai momenti bui non scoraggiarti mai, e se dovesse accadere, troverai sempre nel Signore tutto il suo Amore, il tuo più grande Amico e “Consolatore perfetto”.

“Dio è diventato padrone del tuo cuore”, e tu dovrai stare vicino a Lui sempre, impegnandoti ad essere sempre amorevole, gentile, premurosa, generosa, umile e attenta verso chi ti sta a fianco perché, come dice la mia cara nonna, le “buone maniere pagano sempre e tutto il bene che farai ti ritornerà”. E vedrai che bella sorpresa quando a ritornare sarà tutto l’amore, lo stesso amore che tu hai donato! Altrettanto io mi impegnerò come te, perché tanto cammino ho ancora da percorre e se lo conduciamo insieme sarà ancora più bello, in fondo anche tu hai tanto da insegnarmi!

Con immenso amore, la tua mamma.






SS.Trinità Domenica 31 Maggio

Mercoledi 27 Maggio

 

ORE 8,45-16 RITIRO E CELEBRAZIONE DEL SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE PER I BAMBINI DEL I^ ANNO DELLA CATECHESI

Pentecoste


Un «evento, che cambia il cuore e la vita degli Apostoli e degli altri discepoli, si ripercuote subito al di fuori del Cenacolo. Infatti, quella porta tenuta chiusa per cinquanta giorni finalmente viene spalancata e la prima Comunità cristiana, non più ripiegata su sé stessa, inizia a parlare alle folle di diversa provenienza delle grandi cose che Dio ha fatto, cioè della Risurrezione di Gesù, che era stato crocifisso. E ognuno dei presenti - prosegue Francesco - sente parlare i discepoli nella propria lingua. Il dono dello Spirito ristabilisce l'armonia delle lingue che era andata perduta a Babele e prefigura la dimensione universale della missione degli Apostoli. La Chiesa - dice il Papa - nasce universale, una e cattolica, con una identità precisa ma aperta, che abbraccia il mondo intero, senza escludere nessuno».

 

 

 

Maggio,Mese Mariano!

 

"Amate,onorate,servite Maria. Procurate di farla conoscere,amare e onorare dagli altri”


 

San Giovanni Bosco

 

24 Maggio Maria Ausiliatrice



Sabato 9 Maggio S.Comunioni Bambini Gruppo Antonella e Gabriella 

 

 

"Gesù ti preghiamo perché la nostra vita sia una continua e sincera ricerca di te,senza mai stancarci,senza mai abbandonare la tua strada,i tuoi insegnamenti.

Aiutaci a non voltarci indietro anche quando la tua Luce sembra affievolirsi."

 

 

"Gesù aiutaci a comprendere meglio il suono della tua voce,il significato delle tue parole,la ragione della tua venuta sualla terra e del tuo sacrificio sulla croce per essere portatori di pace nel mondo"

 

 

prosegue in area eventi!

  

Sabato 9

ORE 17,00  SS. COMUNIONI PER I BAMBINI

 

DEL GRUPPO GRUPPO DI ANTONELLA E GABRIELLA

 

 

 

 




 

 


 Domenica 26 Aprile 2015

 

 “Io sono il buon pastore conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”

 

Cartellone gruppo comunione


Ritiro Giovani 25/26 aprile 2015

 

Segni(Rm)





Grest 2015!

Cartellone Domenica 12 Aprile 2015 dei Bambini Gruppo Anno Eucaristico 


Terza Domenica di Quaresima


QUARESIMA E'...



Incontro delle famiglie Sabato 28 Febbraio 2014