Care famiglie, in questo periodo particolarmente difficile dedicheremo quest’area a qualche piccolo spunto “diversamente” speciale di riflessioni, video,letture,film etc per  trascorrere serenamente in famiglia il  lungo tempo in casa,  in attesa di poterci tutti riabbracciare. Qualsiasi suggerimento vogliate condividere scrivete all' email natmaria.bravetta@libero.it

 

 

Un abbraccio virtuale #andràtuttobene


La bellezza della santità in famiglia


Santissima Trinità!

Le grandi domande in maniera semplice!

Storie di Santi!


Io leggo perchè!

Eppure un film!

 E per sorridere un pò!

È in questo tempo così particolare per tutti noi abbiamo deciso di mettere in circolo le nostre competenze e le nostre passioni e offrire in maniera molto semplice e fruibile alcuni percorsi di riflessione attraverso il cinema. La visione in famiglia di diverse pellicole selezionate, possono aiutare a scoprire e coltivare alcuni aspetti della propria interiorità e spiritualità sia degli adulti che dei ragazzi e soprattutto riscoprire spunti importanti di educazione alla fede.

Reputiamo che l’immagine e il suo impatto visivo abbiano una potenza senza precedenti e che il cinema sia uno scrigno prezioso per ricercare nuovi significati su di sé, sugli altri, sul mondo e su Dio; ma soprattutto crediamo che il cinema possa dire qualcosa di essenziale sul tempo che stiamo attraversando!

Papa Paolo Vi


La famiglia Willoughby


Invisible Sue


Una finestra per ragazzi e genitori!

 

 

 

 

L’IMPORTANTE È PROVARE A “RAGGIUNGERLI”. E TROVEREMO SEMPRE UN MODO NUOVO PER FARLO.

 

Natasha, Educatrice del Progetto Donmilani2: Ragazzi Fuoriserie, ci racconta questi mesi passati a cercare, ogni giorno, nuovi modi di raggiungere i suoi ragazzi… per non lasciare nessuno indietro

 

 

Scrivo adesso, all’inizio della fine di questo periodo per non lasciare nulla indietro, perché nulla vada perso, perché credo che, questo tempo, ad ognuno ha voluto dire qualcosa se eravamo disposti ad ascoltarlo… un tempo sicuramente difficile per tutti e non può che esserlo anche per noi educatori…

 

Come educatore so che uno dei miei strumenti principali è la relazione, quello spazio che si crea oltre le parole, fatto di gesti, sguardi, contatto, emozioni che si rilasciano e devi saper cogliere e decifrare. E’ chiaro che, venuta meno la relazione, mi è viene un po’ meno tutto… Ma stare fermi ad aspettare di nuovo il momento giusto, lo spazio fisico giusto, le condizioni giuste delle relazioni, era sicuramente una gran perdita di tempo per chi, come me, ne ha un disperato bisogno, e non parlo solo di me come educatore ma anche del ragazzo dell’ultimo banco che, prima di tutto ciò, incontravo a scuola o del ragazzo che tutti i pomeriggi veniva da noi, in sede, un po’ svogliato perché sapeva che avrebbe fatto i compiti ma comunque veniva, perché non li avrebbe fatti da solo…

 

Così toccava rimboccarsi le maniche e reinventarsi partendo dal nulla. È stato difficile, nel tentativo di provare a riprendere le relazioni, invece, mi sono trovata a mettere in discussione tutto: sono passata dal “metti per favore il telefono via” al “spero che oggi si connetta”, un passaggio decisamente strano che non poteva che generare tanta confusione, a partire da me per arrivare a loro.

 

Con qualche ragazzo e ragazza siamo riusciti, ogni volta, dopo i costanti primi 10 minuti di silenzio e sole visualizzazioni, ad iniziare le diverse attività proposte, attività che avevano un solo obiettivo: non farli sentire soli e dare a ciascuno il suo spazio. Uno spazio che facevano molta fatica a riconoscere come loro e, nonostante i nostri tentativi nel farglielo capire, molti ritornavano a disattivare il microfono e stare passivamente davanti allo schermo. Per tutti gli altri invece, mi sono scontrata con il “non riuscire ad entrare” in nessun modo in quello schermo.

 

Oggi, riguardo i mesi trascorsi e non posso dire che sono riuscita a stare ferma, in alcuni giorni con i miei colleghi abbiamo corso come quando finito il lavoro in una classe correvi ad incontrarne un’altra, perché in fondo capisci che l’importante è provare a “raggiungerli”: devi solo trovare un modo.

 

Penso ai ragazzi che ho cercato in tutti i modi, attraverso le docenti, i compagni di classe e con i quali non mai sono riuscita ad avere dei contatti e mi chiedo “come stanno”. Nonostante tutte le difficoltà, però, penso anche alle piccole occasioni che, in assenza di questa situazione, non si sarebbero presentate. Come quando un ragazzo mi ha detto: “Spero che quest’anno si rifarà il campus estivo, perché ho intenzione di divertirmi e comportami bene non come l’anno scorso” o alla possibilità di conversare, anche se tramite una tastiera, con una ragazza che da quando la conosco non ho mai sentito la sua voce. Penso anche al fatto che, per la prima volta, non ero io quella ad entrare in classe o ad accogliere i ragazzi in sede, ma erano loro a venire da me, quando e se ne avevano bisogno, nei momenti in cui mi lasciavano entrare nel loro schermo.

 

Concludo con la frase che ho utilizzato più volte per rispondere ai ragazzi: spero ritorneremo quanto prima a stare insieme nel modo in cui siamo abituati a stare, però, finché non sarà possibile, troveremo sempre un modo nuovo per farlo.

 

 

Natasha, Educatrice Progetto “Donmilani2: Ragazzi Fuoriserie”


LEZIONE DI RINASCITA

 

Lettera-appello ai ragazzi

 

 

Cari ragazzi,

 

faccio fatica a darvi dei cretini, perché vi voglio troppo bene. Sarebbe più comodo etichettarvi come bulli, ma pensare che ci siano centinaia se non migliaia di bulli, mi pare altrettanto impossibile. Però normali non siete. Come fate a credere, intelligenti e svegli come siete, che state giocando a chi “se ne frega di più”. Tornare ai carabinieri, alle multe salatissime, alla chiusura di alcune zone e rischiare addirittura che Milano divenga la peggiore metropoli italiana, mentre fino a ieri era la più citata in campo nazionale e internazionale, è umiliante.

 

Possibile che l’ammucchiata lungo i Navigli diventi la cosa più importante senza della quale la vostra giovinezza sarebbe un giochino da bambini? È mai possibile, che non abbiate capito che non è più possibile giocare con la morte o con conseguenze e drammi tali, da obbligare milioni di persone, la vita economica, aziendale, turistica e sociale a sparire con conseguenze drammatiche, senza difese e che nel tempo potrebbero peggiorare e cambiare radicalmente la nostra vita.

 

Vale la pena che a causa di un pomeriggio o di una serata sotto l’Arco e dintorni, l’intera Milano, debba trasformarsi in una delle peggiori prigioni della storia? Se apriremmo le scuole, l’università, gli stadi, che cosa potrebbe accadere, con gente che non sa stare al mondo e, purtroppo, che non sa distinguere un divertimento, da un rischio mortale per sé e per gli altri. Io ho vissuto il dopoguerra, negli anni cinquanta, avevo la vostra età e abitavo nelle zone che oggi chiamate quartieri. Eravamo quindici cugini e le nostre case erano state abbattute dai bombardamenti. Non eravamo deficienti e eravamo appena usciti dai rifugi. Siamo stati i primi a prendere in mano i libri, gli aratri, i trattori e le nostre giornate cominciavano alle cinque del mattino e finivano a notte fonda, al lume di candele.

 

 

Oggi, rivedere voi, sbracati e con i bicchieri in mano alle sei del pomeriggio, gridare e sbocalare come mezzi ubriachi, mi salta addosso una rabbia che dovete immaginare. Dovrei mettere insieme l’amore che vi voglio e che va consumando la mia vita per voi, con la voglia di sputarvi sul muso (perché non è giusto chiamarla faccia la vostra quando siete a scavalco dei muretti delle vie più simpatiche della città) non mi è più possibile. Siate intelligenti, datevi quattro regole, ditevi dei no, e trovate modi decenti per divertirvi, in fretta, prima del week-end.


LA SCUOLA É RELAZIONE EDUCATIVA, ON LINE NON É LA STESSA COSA

 

Servono idee innovative, insegnare non è solo un mestiere, è vocazione, è scelta di vita. Il filo che lega le ragioni intellettuali e la lettera della mamma, che ha chiesto di bocciare la figlia per recuperare un anno di contatti persi.

 

 

Avevo appena letto un appello firmato da sedici intellettuali riguardanti i pericoli di una visione fredda e nozionistica della scuola, vista più come luogo istruttivo, artificiale a distanza, piuttosto che ricco di presenze vere e di relazioni calde, autentiche, educative.

Queste riflessioni mi turbavano. Il capofila dei messaggeri dell’appello era Cacciari. Era partita da lui l’urgenza di dare alla scuola il suo giusto peso e significato. Il mio disagio però nasceva anche da qualcosa che da tempo accadeva e accade ancora prima che i ragazzi arrivino nelle aule.

Mi scuso se torno sempre alle mie paranoie, ma l’occasione era troppo provocatoria, perché nelle pagine di un altro giornale si leggeva la testimonianza della mamma di Beatrice, ragazza colpita da una grave forma di epilessia farmacoresistente, che a causa del Coronavirus è riuscita ad avere solo dei contatti con la sua insegnate di sostegno, che con buona volontà, l’aveva sentita più volte via web, ma senza il minimo contatto con gli insegnanti curriculari. Perché le arie che tirano, in questo strano periodo, giustificano e banalizzano momenti importanti.

La soluzione per Beatrice è stata: la promoviamo e, il prossimo anno, recupererà le lacune accumulate e nel frattempo apprenderà anche le nuove discipline. Le due cose messe insieme, l’appello “accorato” dei sedici e la soluzione trovata per Beatrice, ci fanno intuire come la nostra scuola sia una raccolta di fatti così contradditori da renderla eterno campo di battaglie didattiche, invece che luogo ricco di rapporti maturanti. I dieci e più anni importanti e formativi della vita dei nostri figli devono trovare persone, programmi, equipe ricchi di principi etici, sociali ed educativi.

Prima di parlare di aule, dobbiamo domandarci, come le università preparano i docenti e ancora prima, quanto le università siano attente, aperte, innovative e motivanti. Perché insegnare oggi, non è un mestiere, è una vocazione, è una scelta di vita.

Ci siamo scandalizzati per alcuni fattacci accaduti contro i docenti di qualche istituto scolastico. Abbiamo visto in questi giorni tra gli infermieri, gli operatori e i medici segni di senso del dovere eroico. Eppure nessuno di loro aveva fatto voto di eroismo. Hanno trasformato il loro lavoro in eroismo. Abbiamo disperato bisogno che lo stesso spirito alberghi nelle scuole, abbiamo bisogno che tutti, genitori, docenti, politici, facciamo proprio il contenuto dell’appello dei sedici! Però, non posso e non voglio augurarmi che arrivi un altro Coronavirus perché accada qualcosa. Abbiamo troppo bisogno che i nostri ragazzi crescano, sereni e preparati alla complicata vita di domani.

 

 

don Antonio Mazzi


La formazione e corresponsabilizzazione dei genitori 

 

 

Gustavo Cavagnari

 

 

 

I giovani esistono in virtù di una vera e propria inclusione familiare ed ecclesiale

 

Tutti gli adulti, indipendentemente dalla loro condizione o collocazione sociale, hanno qualche responsabilità educativa.[1] Come risulta evidente, tra gli adulti che hanno un ruolo particolare e insostituibile nell’educazione dei giovani devono essere menzionati anzitutto i genitori. Sono loro i primi ad educare i loro figli in modo «integrale»[2] e «“artigianale”, da persona a persona» (AL 16). «Nel loro cammino di crescita», perciò, i giovani devono sentire «la vicinanza e l’attenzione della famiglia» oltre a, e prima che, quella della comunità ecclesiale.[3]

L’idea che i genitori siano i “primi operatori di pastorale giovanile” si colloca allora in questa linea, benché l’intuizione non possa essere unilaterale e vada completata in varie modalità. In effetti, prima di entrare in alcuni degli spazi ecclesiali dedicati a loro,[4] la maggior parte dei giovani sono stati cresciuti in una famiglia (AL 42), e l’impronta che essa ha lasciato durante la loro infanzia, fanciullezza e adolescenza è stata determinante. «In bene e in male» (AL 259), i padri e le madri incidono sullo sviluppo dei loro figli sempre. Anche a livello religioso, quasi tutte le ricerche concludono che l’accoglienza e la permanenza nella fede dipendono sostanzialmente dalla esperienza che il soggetto ha avuto, sin dall’inizio, in famiglia.[5] Da una parte, si può constatare che una vasta percentuale (tra il 60% e il 90%) dei giovani che perdono la fede in età adulta è cresciuta in un ambiente domestico in cui la fede non è stata assunta né vissuta. Da un’altra parte, si può anche constatare che, soprattutto nei momenti di crisi o di passaggio, quelli che hanno disertato la pratica religiosa tornano a quello che hanno esperimentato come buono o vissuto con soddisfazione nella propria casa.[6] Famiglia e comunità ecclesiale sono, quindi, «i due grandi ambiti di cui la pastorale giovanile non può fare a meno, perché i giovani dipendono in forma principale, seppur non esclusiva, da queste due “istituzioni” che, se si mantengono autenticamente libere, cioè vitalmente legate al Signore Gesù, non possono che creare le condizioni ottimali per una crescita umana e cristiana dei giovani».[7]

Eppure, benché nella famiglia si giochi, in misura decisiva, la sorte e anche la fede delle nuove generazioni, in generale la pastorale giovanile ha mostrato poco interesse per la famiglia. Al contrario,

 

la pastorale giovanile non si deve sentire sola, isolata, autosufficiente, ma deve poter contare su una convergenza naturale di adulti e giovani, di famiglie, di genitori e figli. Non possiamo seppellirci nei nostri loculi sia personali che pastorali… Sarà possibile stanare [genitori] che assieme ai figli diventino soggetti di evangelizzazione, di formazione, di missionarietà? Nessuno si senta né orfano, né accantonato. Il prete deve lavorare perché la comunità cristiana sia sempre il soggetto di ogni vita cristiana e in essa la famiglia… Collaborazioni tra adulti e giovani si devono inscrivere nella vita quotidiana, nei progetti educativi, negli oratori, nelle iniziative di pastorale giovanile.[8]

 

Sinergie pastorali al servizio dei giovani

 

Da questa prospettiva, non è pensabile una pastorale giovanile che, in forma autoreferenziale, non sia legata intrinsecamente alle famiglie o che, peggio ancora, crei dei «progetti che isolino i giovani dalla famiglia» (ChV 30). Purtroppo, «un’eccessiva specializzazione ha portato allo sviluppo di “due mondi”, quello del giovane e quello della famiglia», di cui bisogna «ricuperare l’unità».[9] «La pastorale giovanile dovrebbe essere giovanile e familiare o, almeno, muoversi in quella direzione»,[10] specialmente quando si lavora con adolescenti.

Proprio per questo, Benedetto XVI diceva ai Salesiani – e a tutti coloro che lavorano con i giovani – che la pastorale con loro dovrebbe «tradursi in un pari impegno per il coinvolgimento e la formazione delle famiglie. La pastorale con i giovani quindi deve aprirsi decisamente alla pastorale con le famiglie. Curare le famiglie non è sottrarre forze al lavoro per i giovani, anzi è renderlo più duraturo e più efficace».[11] Ed insisteva ancora: aiutare i giovani «richiede anche un’attenzione alla sua famiglia e il suo coinvolgimento».[12] Di recente, anche Papa Francesco rinnovava l’appello del suo predecessore: «In particolare richiamo la inderogabile necessità di coinvolgere le famiglie dei giovani. Non vi può essere infatti un’efficace pastorale con i giovani senza una valida pastorale con le famiglie».[13]

Qualcuno potrebbe obiettare che la pastorale giovanile è per i giovani, non per le famiglie. In qualche maniera, avrebbe ragione: la famiglia è una “parte indiretta” della missione giovanile. «I nostri destinatari sono i giovani, il nostro campo di lavoro è la loro educazione e la loro evangelizzazione. Entrambi però, giovani ed educazione, sono inseparabili dalla famiglia»,[14] e una relazione più stretta nell’azione ecclesiale tra i giovani e le loro famiglie, non solo come oggetto ma soprattutto soggetto di pastorale (AL 290), non dovrebbe sembrare strana.

 

Complessità e possibilità del coinvolgimento genitoriale

 

Nelle discussioni relative alle problematiche dei giovani, specie degli adolescenti, molto spesso si sente dire che “è tutta colpa dei genitori”. A dire il vero, molti genitori sono disinteressati, negligenti e persino ostili con i propri figli (AL 50-51). Loro sono una parte delle disfunzioni del sistema sociale. Molti altri, però, si assumono seriamente le loro responsabilità educative e si confrontano con quelle questioni che possono danneggiare lo sviluppo dei loro figli.[15]

In questo senso, alcuni autori americani hanno ricordato che i padri e le madri, particolarmente quelli che ci tengono all’educazione della prole, possono essere una risorsa per la pastorale con le nuove generazioni, da cui la proposta di una maggiore formazione e corresponsabilizzazione dei genitori nella preparazione dei loro figli al discepolato credente. Tra altre visioni familiarmente orientate, si possono menzionare in questo momento: la cosiddetta pastorale giovanile “di partenariato”[16] o “basata sulle famiglie”[17] di Mark DeVries; la pastorale giovanile “da una prospettiva familiare”[18] di David Keehn; il “modello radicale di pastorale giovanile e familiare”[19] di Merton Strommen e Dick Hardel; la pastorale giovanile “family-friendly”[20] di Doug Fields; o la pastorale giovanile “co-educativa”[21] di Mary Penner.

Dal nostro punto di vista, in queste teorie si trovano alcuni elementi critici che giustificano una prudente adozione. Al di là dei nomi, alcune proposte sembrano essere di pastorale familiare piuttosto che di pastorale giovanile, forse nella linea di quella che noi chiamiamo catechesi familiare. Il rischio è quello di diluire la peculiarità dell’azione direttamente e specificamente rivolta ai giovani. Detto questo, non si vede tuttavia perché il loro contributo non possa essere uno stimolo per sognare cammini d’integrazione pastorale tra i giovani, i genitori, gli animatori e l’intera comunità ecclesiale,[22] puntando non tanto su cambi effettistici e transitori, quanto sulla creazione di una nuova mentalità più inclusiva.[23]

La domanda relativa al come e in quale misura la pastorale con i giovani e quella con i loro genitori possano e debbano integrarsi si apre a molte risposte. In ogni caso, contro alcune visioni aut aut, forse si potrebbe pensare a un approccio “separate/insieme”.

Non ho mai conosciuto un genitore che rifiutasse la possibilità di poter contare su di un’altra guida adulta per [l’educazione di] il proprio figlio. Lungo gli anni, cambiai dunque i dialoghi che avevo con i genitori. Cercai piuttosto di relazionarmi con loro in modo che, nella pastorale con i loro figli adolescenti, i genitori divenissero partners. Poi, lasciai alcune rigide condizioni della pastorale e adottai la flessibilità necessaria per comunicare con loro e sostenerli. Non appena cambiai il mio atteggiamento verso di loro, interessandoli sui bisogni della pastorale, quasi immediatamente i genitori si imbarcarono in quello che gli proponevo.[24]

Se è così, coinvolgere i genitori nella pastorale giovanile appare come qualcosa di conveniente (AL 84).

 

 

NOTE

 

[1] Cf. Arcidiocesi di Milano, Camminava con loro. Progetto di pastorale giovanile, vol. 2: La comunità cristiana, Milano: Centro Ambrosiano 2011, 69.

[2] Cf. Francesco, Esortazione apostolica post-sinodale «Amoris laetitia» sull’amore nella famiglia (19 marzo 2016), n. 84. D’ora in poi: AL.

[3] Francesco, Lettera enciclica «Lumen fidei» sulla fede (29 giugno 2013), n. 53.

[4] Cf. Francesco, Esortazione apostolica post-sinodale «Christus vivit» ai giovani e a tutto il popolo di Dio (25 marzo 2019), n. 234. D’ora in poi: ChV.

[5] Alcune ricerche mostrano come il semplice fatto di parlare della fede ai figli tra le mura domestiche o di frequentare genitori e figli insieme le celebrazioni religiose duplica o, in alcuni casi, triplica le probabilità di vivere da adulti credenti. Cf. M. Strommen – K. Jones – D. Rahn (Eds.), Youth Ministry That Transforms: A Comprehensive Analysis of the Hopes, Frustrations, and Effectiveness of Today’s Youth Workers, Grand Rapids: Zondervan 2011, 130.

[6] Cf. M. Holmen, Church + Home: The Proven Formula for Building Lifelong Faith, Raleigh: Regal 2010.

[7] R. Sala, Pastorale giovanile, vol. 1: Evangelizzazione e educazione dei giovani. Un percorso teorico-pratico, con A. Bozzolo, R. Carelli e P. Zini, Roma: LAS 2017, 347. Il titolo del paragrafo è stato preso da questo testo.

[8] D. Sigalini, Il prete e i giovani, Assisi, Cittadella 2009, 109-110. Tra parentesi quadre ho sostituito l’originale “famiglia” per “genitori”, poiché la famiglia è costituita, infatti, da genitori e figli insieme.

[9] Dalla relazione La pastorale giovanile in Europa in un momento di nuova evangelizzazione di D. Da Cuhna, Segretario Generale del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, al Convegno di pastorale giovanile della CEI (10-13 ottobre 2011).

[10] D. Borgman, Foundations for Youth Ministry: Theological Engagement with Teen Life and Culture, Grand Rapids: Baker Academic 2013, 114.

[11] Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al XXVI Capitolo generale della Società Salesiana di san Giovanni Bosco (31 marzo 2008).

[12] Benedetto XVI, Messaggio ai partecipanti al XXVI Capitolo generale della Società Salesiana di san Giovanni Bosco (1 marzo 2008), n. 4.

[13] Francesco, Lettera al Rev. don Ángel Fernández Artime, Rettor Maggiore dei Salesiani, nel bicentenario della nascita di san Giovanni Bosco (24 giugno 2015).

[14] P. Chávez, «“E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia” (Lc 2,52). Commento alla Strenna 2006», n. 4, in ACG 392 (2006) 1, 42.

[15] Cf. XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Documento finale (27 ottobre 2018), n. 34.

[16] Cf. J. Burns - M. DeVries, Partnering with Parents in Youth Ministry, Ventura: Regal 2003.

[17] Cf. M. DeVries, Family-Based Youth Ministry. Rev. ed., Downers Grove: IVP Books 2004.

[18] Cf. D. Keehn, «Youth Ministry from a Family Perspective», in M. & M. Anthony (Eds.), A Theology for Family Ministries, Nashville: Broadman & Holman 2011, 223-240.

[19] Cf. M. Strommen – D. Hardel (Eds.), Passing on the Faith: A Radical Model for Youth and Family Ministry. Rev. ed., Terrace Heights: Saint Mary’s Press, 2008; Youth and Family Ministry: Four Imperatives, Bloomington: The Youth & Family Institute 2002.

[20] Cf. D. Fields, Purpose-Driven Youth Ministry: 9 Essential Foundations for Healthy Growth, Grand Rapids: Zondervan 2009.

[21] Cf. M. Penner, Youth Worker’s Guide to Parent Ministry: A Practical Plan for Defusing Conflict and Gaining Allies, Grand Rapids: Zondervan 2003.

[22] Cf. T. Kimmel, Connecting Church & Home: A Grace-Based Partnership, Nashville, Randall House 2013.

[23] Cf. B. Shields, «Family-Based Ministry», in P.J. Timothy (Ed.), Perspectives on Family Ministry: 3 Views, Nashville: B&H Publishing Group 2009, 98-120.

 

[24] E. Fritz, The Art of Forming Young Disciples: Why Youth Ministries Aren’t Working and What to Do About It, Manchester: Sophia Institute Press 2018, 52.

Pastorale scolastica, un tesoro di cose nuove e cose antiche

 

 

 

CHIESA PER LA SCUOLA

 

Ettore Guerra *

 

 

“Ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13,52). L’esperienza scolastica e della formazione professionale salesiana possono bene corrispondere a questa immagine che Gesù descrive. Un tesoro che non si svaluta, non si corrompe. Non viene rinchiuso nei caveau delle banche ma viene fatto fruttare con tutti i talenti che il Signore e don Bosco ci hanno affidato, talenti che vanno trafficati tenendo insieme le cose antiche e le cose nuove.

“Il fine della scuola non è soltanto quello di fornire agli alunni delle conoscenze aggiornate e delle abilità operative, bensì di sviluppare la loro intelligenza e volontà, far crescere l’interiorità e la capacità di giudizio, orientarli nelle scelte della loro libertà”[1]. Queste parole, tratte dal Dossier di NPG sul rapporto tra la Chiesa e la scuola, mi sembra aiutino efficacemente a inserirsi nelle questioni che vorrei abbozzare e che tentano di illuminare alcune facce della realtà scolastica salesiana vissuta a partire dal punto di vista delle “urgenze pastorali” come bene le definisce in una sua recente opera il teologo Christoph Theobald.[2]

Per declinare la questione del fine è utile metterla a confronto con quelle che oggi possono essere descritte come sfide educative, pro-vocazioni che nascono dal costante incontro tra la scuola salesiana e un mondo giovanile variegato e differente. Per 5, 8, 13 o più anni nei nostri ambienti accogliamo tratti di strada di molti, differenti e variegati giovani. Un flusso vitale che mette in luce vere e proprie urgenze pastorali che chiedono ascolto, accoglienza, comprensione più nella direzione di generare processi che trovare soluzioni ad hoc.

In questo articolo mi riferirò solo agli aspetti pastorali ed educativi della dimensione scolastica, tentando di dire qualcosa, senza presunzione, degli ambienti di cui ho fatto e faccio esperienza: la scuola secondaria di secondo grado e i percorsi di formazione e qualifica professionale.

 

La sfida del cambiamento d’epoca

 

Le espressioni di Papa Francesco sulla “pastorale delle istituzioni scolastiche” nella Christus Vivit[3] con linguaggio diretto fanno luce su una realtà con cui ogni giorno facciamo i conti. Nelle nostre scuole e nei nostri percorsi di formazione professionale accogliamo tutta la condizione giovanile, quella più “attrezzata” e con maggiori opportunità e quella più in difficoltà e disagiata. Uno spettro ampio e completo: le eccellenze e le situazioni educative e cognitive faticose e molto faticose. Questo già rende impossibile coltivare i modelli protettivi di cui parla il Papa perché sempre siamo sfidati dai continui cambi di paradigma e di stile della cultura giovanile che si avvicenda di anno in anno. È molto facile constatare le differenze che si formano tra allievi di annate diverse non dovuti più solo all’età anagrafica quanto alla continua evoluzione culturale ed educativa dovuta alla contemporaneità.

Questo è il primo orizzonte di senso che interpella e descrive, di volta in volta, un modo adeguato o meno di fare scuola. Non si tratta cioè di realizzare scelte o assumere derive giovanilistiche ma di saper considerare, nelle situazioni concrete, i riferimenti dell’orizzonte di senso e di significato che purtroppo oggi sembrano essere così poco attraenti per buona parte del mondo giovanile. Qui viene interpellato in modo preciso l’ambito religioso e l’orizzonte della proposta di fede e formativa cristiana. Gli interrogativi legati alla dimensione antropologica, a quella affettiva, alla dimensione della cultura o del costume, l’orizzonte religioso di riferimento. La frequentazione quotidiana dei giovani non consente più di adottare le soluzioni applicative perché vengono proposti interrogativi inediti, cambi di paradigma educativo e culturale a cui va prestato ascolto e a cui, prima di tutto ci si deve fare prossimi.

Si ha l’esatta consapevolezza che prima di indicare una misura - ciò che resta sempre necessario in ambito educativo - si deve accettare di essere misurati e questo, per un docente o un formatore non è del tutto scontato. Ci si deve educare e formare a questo scenario. Imparare ad abitare una complessità sempre nuova, spesso impossibile da catalogare, evitando di dare la precedenza all’approccio risolutivo.

 

Radici e attualità del carisma salesiano per la pastorale scolastica

 

Ritengo che l’espressione più significativa del carisma salesiano, che ha permesso di avviare un cambio di paradigma anche rispetto alle nostre realtà scolastiche, sia stata la nascita e lo sviluppo del lavoro delle Comunità Educativo Pastorali. Le nostre Costituzioni affermano che: “Realizziamo nelle nostre opere la comunità educativa e pastorale. (…) fino a poter diventare un'esperienza di Chiesa, rivelatrice del disegno di Dio”.[4] Le realizziamo, cioè le costituiamo facendole, cercando così di vivere un preciso stile di vita ecclesiale. Don Bosco e Valdocco avevano già riconosciuto questo talento dello Spirito da trafficare. In questo senso credo siamo particolarmente sensibili a quello stile ecclesiale che Papa Francesco auspica per tutta la Chiesa: la sinodalità.

La complessità della scuola non può essere affrontata se non attraverso un lavoro condiviso da una comunità educativa che si lascia interrogare dai segni dei tempi. Insieme oggi si può arrivare a comprendere, ad interpretare, a lasciarsi interpellare, a cambiare se necessario. Non è più questo il tempo delle soluzioni soggettive, dei carismi individuali o, peggio, delle soluzioni precostituite. Il mondo giovanile che abita le nostre realtà scolastiche ci fa toccare con mano che presumere di essere autoreferenti, ad esempio, oggi è una scelta perdente.

“Nelle cose che tornano a vantaggio della pericolante gioventù o servono a guadagnare le anime a Dio io corro avanti fino alla temerità”.[5] Don Bosco ci ha sempre esortato a vedere nella realtà giovanile le cose che tornano a loro vantaggio e che servono a realizzare la salvezza delle loro anime.

La Spiritualità del Sistema Preventivo si sviluppa in un contesto di comunità educativa che deve assumere uno stile sinodale. Non siamo solo per i giovani, ma lavoriamo con i giovani e tutti, docenti allievi e famiglie, ci mettiamo in ascolto della voce dello Spirito. Realizziamo così lo stile del Discernimento a partire da un nostro punto di vista specifico: il senso del concreto.[6] Questi occhiali permettono di riconoscere, interpretare, scegliere perché “il salesiano coglie i valori del mondo e rifiuta di gemere sul proprio tempo: ritiene tutto ciò che è buono, specie se gradito ai giovani”.[7]

 

Accompagnare la libertà dei giovani

 

“La pratica di questo sistema è tutta appoggiata sopra le parole di San Paolo che dice: Charitas benigna est”.[8] La Carità di Dio resta il riferimento decisivo della pedagogia Salesiana, non può essere diversamente. Senza la pratica della Carità nella forma triadica di Ragione, Religione, Amorevolezza, difficilmente si possono poi avere criteri ben definiti per comprendere e interpretare la realtà giovanile contemporanea. Questo tiene ferma la barra sul primato della “porzione più preziosa dell’umana società”[9] che sono i giovani, le persone giovani.

Dal Vangelo noi attingiamo una sensibilità particolare della figura di Gesù Cristo; per questo ci prendiamo cura dei giovani nella forma di un umano complessivo in una sorta di sintesi tra senso religioso e cultura. Cerchiamo di incontrare e accompagnare la libertà dei giovani affinché possano fare buon uso di tutti gli strumenti che i percorsi scolastici sanno offrire alla loro vita, alle loro scelte di vita. I contenuti, gli stili cognitivi, le competenze, le abilità senza cadere nel tecnicismo. Promuovere la libertà dei giovani è fare ciò che don Bosco esprimeva con sintesi eccezionali ed efficaci così semplici e così complete: “buoni cristiani e onesti cittadini”.

C’è un desiderio comune e coltivato in tutti coloro che vivono l’esperienza della scuola salesiana: riconoscere un’aspirazione continua, un compito, una vocazione e una missione. Crescere con i giovani come uomini e donne libere e liberanti affinché, a loro volta, i giovani che incontriamo sulla nostra strada e che ci vengono affidati dalla Provvidenza, come riteneva bene don Bosco, possano diventare uomini e donne libere e liberanti: “Uno solo è il mio desiderio; quello di vedervi felici nel tempo e nell’eternità”.[10]

 

* Catechista Formazione Professionale - Sede di Milano

 

 

NOTE

 

[1] La Chiesa e la scuola. Un rapporto che viene da lontano e che vuole rinnovarsi alla luce delle nuove sfide pastorali, culturali, educative, 52 (2018), n. 08, pp. 7-52.

[2] Christoph Theobald, Urgenze pastorali, EDB, Bologna , 2019.

[3] Christus vivit, Esortazione Apostolica Post Sinodale, n 221-223.

[4] Costituzioni e Regolamenti, art. 47.

[5] Ibidem, art. 19.

[6] Ibidem art. 19.

[7] Ibidem art. 17.

[8] Il Sistema Preventivo nella educazione della gioventù, Regolamento per le case della Società di San Francesco di Sales, pp.3-13.

[9] MB II, p.45.

 

[10] Lettera da Roma, ACS 1 (1920), pp.40-48.


 

 

FERMI PER UN “TEMPO”

 

Silvia, Educatrice Polo Exodus Cassino del Donmilani2: Ragazzi Fuoriserie, selezionato da Con i Bambini, ci racconta la sfida quotidiana per arrivare ai suoi ragazzi… perché in questo “tempo” non perso dà ad ognuno il proprio “tempo”

 

 

Fermi da ormai due mesi e ci avviamo al terzo mese di STOP. E’ così che viene percepito da molti dei ragazzi che seguiamo nel nostro lavoro. Non è facile far capire loro che questo non è un periodo di STOP ma è un’opportunità, un po’ insolita, che possiamo sfruttare per inventarci un nuovo modo di “FARE”. Ma quando lo diciamo non lo diciamo solo a loro, lo diciamo anche a noi stessi. Perché anche noi ci perdiamo e ci scoraggiamo, perché anche noi abbiamo i momenti di sconforto, perché siamo persone come loro.

 

Cosa ci fa reagire? E’ la voglia di farcela, è la voglia di aiutare i più deboli, è la voglia di gridare che noi ci siamo e che camminiamo al loro fianco ogni giorno, è la voglia di “aprire strade impossibili” come ci ha insegnato Don Mazzi. Perché lui, a 90 ancora ha ancora “voglia”!!

 

E’ un “TEMPO” non perso ma è un “TEMPO” per capire, conoscerci e ricostruirci, è un “TEMPO” per creare nuovi modi per affinare nuove tecniche di comunicazione.

 

Come posso creare una relazione con i ragazzi se non li posso avere vicini, guardarli negli occhi, intuire le loro emozioni dal linguaggio non verbale?

 

Incontriamo ogni giorno un gruppo di ragazzi adolescenti che hanno deciso di mettersi in gioco e partecipare alle nostre “sfide creative”, ai laboratori di cucina e riciclo creativo; gli chiediamo di utilizzare le cose che hanno in casa, di offrirci i loro punti di vista attraverso foto e disegni. Qualche volta sono loro ad inviarci delle proposte: “Silvia, perché non facciamo che ognuno di noi si veste di un colore per esprimere la nostra emozione del momento?!” accetti e ti arriva una foto dove il colore dominante è il nero!! Chiedi loro cosa gli manca della scuola e ti rispondono: “Educazione fisica! Perché possiamo correre!” E li ringrazi, perché ci stanno raccontando come si sentono e possiamo ascoltarli e incoraggiarli.

 

Ma una cosa non puoi fare a meno di chiederti: dove sono tutti gli altri, quelli ancora più fragili!? Come possiamo arrivare a loro, a quella maggioranza silenziosa che ha dentro un grande disagio e che non esprime perché non si fa vedere alle chiamate on line e alle chat di gruppo?

 

Io non ho una risposta, so solo che ogni giorno, all’ora stabilita spacco il secondo, e sono on line!

 

Perché voglio che sappiano che ci siamo sempre e che non li perdiamo di vista, perché lo so che leggono tutto quello che pubblichiamo e sono certa che prima o poi “loro” si faranno sentire… perché in questo “TEMPO” non perso, io gli dò il loro “TEMPO


Il nostro speciale archivio!

I bellissimi lavoretti e i pensieri dei nostri bambini/bambine del catechismo!!;)

e il bellissimo messaggio dei nostri cresimandi!

Per voi ragazzi/e!!:)


 Non abbiate paura..insieme spalanchiamo le porte a Cristo!

 

Da una catechista

 

Ciao ragazzi, come state? Per la prima volta nella nostra vita stiamo vivendo una settimana santa, unica e irrepetibile. Spero che stando a casa con i vostri cari abbiate messo a frutto i vostri talenti, abbiate reso la vostra casa una piccola chiesa domestica dove avete messo al centro Gesù, diventando, così, voi i protagonisti della Storia che si sta scrivendo. Usate questo tempo per riflettere, per giocare, per sognare, per amare ma, soprattutto, trovate il tempo per ascoltare cosa, il Signore, ci chiede.

Giovanni Paolo II, nell’omelia per l’inizio del Pontificato, disse: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo”. Queste parole diventano sempre più attuali, soprattutto adesso, che ci sentiamo spaesati, che vorremo avere risposte, ma l’unica domanda che risuona nella nostra mente è:  “Quando finirà tutto questo?”

L’augurio, allora, che vi faccio per questa Santa Pasqua è quello di “spalancare le porte” del vostro cuore a Cristo, affidandogli tutti i vostri timori e dubbi e facendovi aiutare dal Signore perché solo creando un dialogo con Lui potete  affievolire le vostre paure, alimentare la speranza e trovare la strada per la felicità.

 

 


Di tutto un pò!

Emmaus,

 

icona dell'incontro

 

con i giovani

 

Giacomo Perego – Giuseppe Mazza

 

 

 

Una pagina del Nuovo Testamento aiuta comprendere le possibili modalità dell’incontro giovani-Parola, sia nel senso della «estroversione» o versatilità della Scrittura verso ogni contesto umano (e dunque anche verso il «pianeta giovani»), sia la peculiare sensibilità del contesto giovanile verso la Parola e la sua comunicazione. È il brano di Luca 24,13-35, noto anche come la pagina dei discepoli di Emmaus.

 

Il testo

 

L’episodio va colto nel contesto dei racconti di risurrezione. Di quel «primo giorno dopo il sabato» (24, 1), Luca ha appena narrato la visita delle donne al sepolcro: qui esse, prime testimoni, si sono imbattute in «due uomini in vesti splendenti» (24,4) che hanno annunciato loro la risurrezione di Gesù. Precipitatesi dagli Undici e dagli altri discepoli, sono state «freddate» da una reazione forse inattesa: «Queste parole parvero ad essi come un’allucinazione e non credettero ad esse» (24,11). Solo Pietro si reca al sepolcro, tornandosene a casa «pieno di stupore per l’accaduto» (24,12). In questo contesto viene inserito il nostro episodio.

 

* Due di loro. I protagonisti sono «due di loro», due del piccolo gruppo a cui fanno capo gli Undici, le donne e altri discepoli. Non si dice se siano due uomini o se si tratti di una coppia. Di uno conosciamo il nome; è colui che risponde alla domanda di Gesù: Clèopa. Secondo le usanze dell’epoca, colui che risponda per primo a una domanda rivolta a due persone è la persona più anziana, oppure il marito. Il secondo discepolo non viene nominato, non si esprime, i suoi tratti non sono specificati. Sappiamo che, come Clèopa, ha il volto triste e sta allontanandosi da Gerusalemme. Come si accennava poco prima, alcuni esegeti hanno visto in questi due discepoli una coppia che torna alla propria casa. Ciò sembra integrarsi bene in un vangelo che sottolinea fin dalla sua apertura il ruolo delle coppie nel disegno della salvezza. Non è tuttavia possibile dire di più. A nessuno è concesso dare una risposta definitiva circa l’identità dei due discepoli. La questione resta volutamente aperta. Una cosa è certa: i due personaggi sono discepoli di Gesù.

 

* In cammino verso Emmaus. La loro descrizione li presenta «in cammino», mentre si muovono in una direzione opposta a quella di Gerusalemme; verso Emmaus. Da un lato la grande e santa città, Gerusalemme; dall’altro un villaggio sconosciuto, Emmaus. La città santa, soprattutto nel vangelo di Luca, non è solo un luogo fisico: è lo spazio dell’identità, della tradizione, dei pilastri fondanti della fede. Essa costituisce il centro geografico di tutto il terzo vangelo, venendo menzionata ben 32 volte, a differenza delle 12 ricorrenze di Matteo e Giovanni e delle 10 di Marco. Nel cuore di Gerusalemme si erge il tempio, luogo della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, spazio sacro per eccellenza di tutta la Palestina, meta di pellegrinaggio per ogni ebreo, simbolo portante della fede nel Dio dei padri. Sullo sfondo del tempio il terzo vangelo si apre (l’annuncio a Zaccaria) e si chiude (i discepoli vi dimorano lodando Dio in 24,53), facendo della città santa una sorta di «bussola nello spirito». Ora i nostri due protagonisti rompono con questo orizzonte. Se ne vanno. E la «goccia che ha fatto traboccare il vaso» pare proprio essere stato l’annuncio delle donne.

 

Ci sembra di poter dire che i due discepoli fotografino molto bene il mondo giovanile. Molti dei «nostri giovani» (i cosiddetti «battezzati») tendono a lasciarsi Gerusalemme alle spalle; le certezze di ciò che è acquisito si seguono per un po’ di tempo, poi ci si incammina per altre vie. C’è allergia oggi, di fronte a tutto ciò che sappia di istituzione, di tradizione, di certezza assodata. Nella Gerusalemme di oggi restano i «nonni» che si lamentano perché i figli e i nipoti «non fanno pasqua». I figli e i nipoti sono tutti in cammino verso Emmaus. Ma torniamo alla nostra domanda: chi sono i due che si allontanano? Sono due discepoli che non vogliono più sentire parlare di Gesù?

 

I discepoli

 

I verbi usati da Luca ci paiono significativi: discorrevano (omiléô) e discutevano (suzetéô). Il primo richiama un «lungo discorso», il secondo una sorta di indagine, di ricerca. Il dialogo che c’è tra i due sembra avere gli accenti della disputa, del dibattito, dell’argomentazione, e la cosa emerge in modo chiaro quando si fa presente quel forestiero. Gesù è oggetto di discussione, e i due discepoli ne parlano come di un «caso»: il «caso Gesù di Nazareth, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo» (24,19). Loro speravano... (24,21). Un discorso pieno di «ma», dove fanno capolino punte di delusione e di amarezza, ma dal quale i due interlocutori sembrano proprio non riuscire a staccarsi. E continuano a discuterne.

 

Anche in questo è possibile cogliere un tratto che fotografa i nostri contemporanei. Voltare le spalle a Gerusalemme non significa, necessariamente, non voler più sentire parlare di Gesù. Forse mai come oggi, negli ambienti cosiddetti «laici», si parla così tanto di lui. Egli resta al centro di vere e proprie indagini che attirano la curiosità dei media e riescono ad appassionare anche il mondo giovanile. C’è, oseremmo dire, un’attenzione accentuata, quasi smodata, alle inchieste, alle ricerche storiche; si discute, si discorre, si cerca. E puntualmente, a Natale e a Pasqua, spunta qualche brandello del «caso Gesù», rilanciato grazie alle penna scaltra di qualche studioso o alla ripresa mirata di qualche pagina apocrifa. La cosa non può non farci riflettere: l’interesse non è venuto meno.

 

È in tale cornice che Luca narra la prima apparizione del Risorto. Le donne, al sepolcro, hanno infatti visto «solo» due uomini in vesti splendenti; ai due in cammino verso Emmaus è preparato ben altro. Ed è qui che ci interpella il nostro brano, mostrandoci tutta l’abilità comunicativa di Gesù.

 

L’incontro col Risorto

 

Come il Risorto incontra i due discepoli, dove li incontra e quando? Dietro questi interrogativi, emerge una vera e propria «arte della comunicazione divino-umana» che ha per protagonista il Risorto e che sfida le categorie del nostro annuncio pastorale. Sulla strada che va da Gerusalemme a Emmaus si apre la prima «scuola della Parola»: il confronto con i modelli che essa dischiude ci pone tra le mani preziosi criteri di verifica con cui vagliare le nostre scuole della Parola, i nostri centri di ascolto (ascolto di chi e di che cosa?), i nostri modi di favorire (o non favorire) l’incontro tra la Bibbia e il mondo giovanile. Ma lasciamoci interpellare dal brano.

 

Come il Risorto si rivela ai due discepoli?

 

Il primo tratto che caratterizza l’incontro tra Gesù e i due è la totale discrezione. Luca scandisce, come è suo solito, l’incontro con una sequenza lineare di atteggiamenti: si avvicina (eggízô), cammina con loro (sunporeúomai), rivolge loro la parola sotto forma di una domanda. Nessuno più di lui conosce il «caso Gesù di Nazareth», eppure si fa vicino, ascolta e, per il momento, si limita a «liberare» il racconto che i due discepoli portano dentro, senza interromperli. Lascia che i due raccontino la «sua» storia a modo loro, da cima a fondo. Ascolta.

 

L’arte della comunicazione inizia così: con l’ascolto attento. Solo quando la narrazione termina, egli la riprende e porge la sua versione dei fatti, facendo luce, scaldando il cuore. Lo fa senza timore di apostrofare i due come «stolti, stupidi» (anoetoi) e «tardi, lenti di cuore» (bradeis), ma anche senza punte apologetiche, senza «battere i pugni sul tavolo», senza manipolazioni. La sua arte è quella di riagganciare quelle vite smarrite all’esperienza e ai volti della storia salvifica («e cominciando da Mosé e da tutti i profeti spiegò loro quanto lo riguardava»: 24,27). Poi nuovamente tace. Non impone la sua presenza, né la sua versione dei fatti: lascia che i due scelgano cosa fare. Ed essi lo invitano, sperimentando già un primo frutto di quel pezzo di strada fatto insieme: i loro cuori si sono sentiti riscaldati, toccati dall’ascolto e dall’accoglienza di cui sono stati oggetto e dalla Parola che è stata loro rivolta con schiettezza e rispetto.

 

Dove il Risorto si rivela ai due discepoli?

 

Come si diceva all’inizio, siamo «per strada»; non su una strada qualunque, ma sulla via che porta da Gerusalemme a Emmaus. La via è quella che porta «lontano»: è uno spazio di rassegnazione, di delusione, di ribellione, di rinnegamento. Ma il brano non ci parla solo della strada: menziona anche il «villaggio dove erano diretti» (24,28) e «la tavola di casa» (24,30). A questo punto bisogna vigilare per non operare troppo in fretta il passaggio dalla mensa di Emmaus alla mensa eucaristica. Se è fuori dubbio il richiamo del testo alla duplice mensa della Parola e del Pane eucaristico, è anche vero che non dobbiamo costruire troppo entusiasticamente una «cappella» attorno a questo luogo scelto dal Risorto.

 

Egli incontra i due per strada e in casa, così come lungo il ministero pubblico aveva incontrato molti per strada e a tavola. Non siamo tuttavia né a Gerusalemme, né al tempio, né in una sinagoga, né in un qualunque altro spazio sacro. Il Risorto incontra i due in spazi «feriali», e non ha paura di «entrare in essi» e di «rimanervi» (24,29). È curioso: quando l’uomo vive una forte esperienza di Dio, in genere, tende subito a costruire una chiesa, un santuario, quasi a voler «definire» lo spazio sacro, nel tentativo di fissare dei «limiti» alla rivelazione di Dio, individuando «una porta di accesso» o «una porta di uscita». Il Risorto, invece, si spinge altrove, ben oltre i limiti fissati dall’uomo. Ciò non significa che l’importanza di Gerusalemme venga meno, ma la Gerusalemme del Risorto deve ormai confrontarsi e misurarsi con gli altri luoghi della comunicazione di Dio. La comunità cristiana non potrebbe essere fedele al mandato ricevuto se si occupasse solo di quanti restano dentro le sue mura. Ed è lì, lontano dai luoghi sacri, che la parola si fa gesto, il gesto si fa memoriale, il memoriale si fa presenza, la presenza si traduce in esperienza... e gli occhi si aprono (24,31). Su quest’ultimo aspetto ci sarebbe molto da dire, ma rileviamo solo due cose: prima di tutto, le Scritture da sole non bastano; esse scaldano il cuore, ma l’annuncio resta come sospeso; in secondo luogo, il Risorto non abbaglia né all’inizio, né alla fine: quando gli occhi si aprono egli scompare, come se la discrezione fosse d’obbligo. Siamo lontani da certe rappresentazioni pittoriche o anche solo «narrative» della risurrezione: Gesù non si impone.

 

Quando il Risorto si rivela ai due discepoli?

 

Anche questa domanda non va trascurata. I due discepoli non sono certo in un momento «favorevole»: c’è delusione nell’aria, tristezza, scoraggiamento, perfino qualche punta di rabbia. Da un punto di vista umano, questo sembrerebbe il momento meno opportuno per l’annuncio; i due, inoltre, sembrano avere tutta l’intenzione di rompere con il passato. Da un punto di vista cronologico, il loro stesso cammino è scandito dalla luce del sole che lentamente scompare all’orizzonte, cedendo il posto alle ombre della sera e della notte: una sottile allusione a ciò che dimorava nel cuore dei due discepoli, mentre si allontanano da Gerusalemme.

 

Il Risorto, invece, sceglie proprio questo momento (della crisi e della notte) per rivelarsi. Anzi, post factum, i due si accorgono che, paradossalmente, più scendeva la notte più una luce si faceva strada in loro: prima scaldando il loro cuore, poi facendo riemergere la nostalgia di una presenza, e infine traducendo quella nostalgia in memoria e in esperienza.

 

Le nuove vie di Emmaus

 

Ci sembra che l’icona biblica di Emmaus fotografi abbastanza bene quel mondo giovanile da cui vogliamo lasciarci interpellare. È evidente (perlomeno ce lo auguriamo) che oggi la comunicazione tra Bibbia e giovani non possa più realizzarsi come avveniva anche solo dieci anni fa. Non si può pensare di far appassionare i giovani alla Parola di Dio con le stesse modalità comunicative del passato. Non si può pensare di restare seduti ad aspettare che i giovani si uniscano a gruppi di ascolto della Parola in cui l’età media si aggira attorno ai cinquant’anni, o a gruppi di catechesi biblica dove la comunicazione è ancora perlopiù di tipo frontale. Allo stesso modo, non si possono semplicemente mettere a tacere le interpretazioni provocatorie e a volte eccentriche della cultura laica sulla figura storica di Gesù, o fuggire certe riproposizioni apocrife, rifugiandosi in un atteggiamento apologetico sterile.

 

Verso dove si sono incamminati i nostri giovani? Quale tempo umano e spirituale stanno vivendo? Con quali «maestri» si confrontano? Una volta individuate le risposte a questi interrogativi, occorre incamminarci con Cristo sulle nuove vie che conducono verso Emmaus e scaldare lì i cuori con la Parola e spezzare lì il pane che ripropone il mistero pasquale.

 

I due discepoli, come sappiamo dal testo, alla fine tornano a Gerusalemme con lo slancio dell’esperienza del Risorto nel cuore (24,33). La prima cosa di cui prenderanno coscienza, prima ancora di poter raccontare quello che hanno vissuto, è che proprio la Gerusalemme che avevano abbandonato è uno spazio privilegiato di quella stessa esperienza di cui ora essi hanno pieno il cuore (gli Undici e quelli che erano con loro dissero loro: «Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone»: 24,33-34). Ma prima, com’è ormai chiaro, è necessario l’incontro sulle strade che portano a Emmaus.

 

 

(da Giacomo Perego - Giuseppe Mazza, Giovani, Bibbia e comunicazione: una «guida all’ascolto» di Dio, in Quaderni CEI – Ufficio Catechistico Nazionale XI (2007), n. 26, pp. 51-55).

 

LASCIATEMI SOGNARE

 

 

La lettera toccante di uno dei miei ragazzi “scartati” ci dice che cosa dobbiamo fare

 

 

Dobbiamo avere il coraggio di guardarci attorno, anche in questo momento, obbligandoci a non fare i profeti di sciagure. Non possiamo dimenticare che noi siamo figli del domani di ieri. E ieri, i nostri vecchi, hanno avuto il coraggio di uscire da una guerra che ci aveva distrutti, dal fascismo che ci aveva resi marionette, da una subalternità americana e da una falsa lettura sociopolitica filo-russa. Questo ieri, però, ci ha portati tra i principali paesi del mondo.

 

Oggi, invece, d’un tratto, pare che l’ieri sia precipitato, ma soprattutto che siano precipitati il meglio, i vertici, le istituzioni più efficienti, le intuizioni più indovinate. Lo spavento è diventato terremoto etico-sociale. Traballano in modo così catastrofico i pilastri sui quali avevamo passato un periodo da favola, senza guerre, senza emorragie interne ed esterne, per cui, mentre dopo le guerre, abbiamo avuto la forza di rifare le case, oggi restano le case, i grattacieli, le passeggiate nei cieli, con noi uomini, paralizzati, annichiliti, capaci solo di guardare fuori dalla finestra, non per vedere se qualche arcobaleno rispunta, ma solo per vedere centinaia di camionette militari, non cariche di armi, ma di casse da morto. Solo, e torno alla mia esperienza, i bordenline del periodo aureo, gli “sfigati” di ieri, oggi, sono gli unici capaci di accendere qualche barlume di umanesimo.

 

È una piccola storia quella che vi riporto, ma significativa. In una delle mie comunità, un ragazzo, certamente non tra quelli decantati dalle vicende borghesi, ma addirittura “scartato”, mi scrive così: “Io da poco ho dovuto passare un periodo nel quale una persona della mia famiglia è stata male, e io gli sono stato vicino, e mi sono stupito del mio comportamento perché ho fatto cose che mai avrei pensato di fare, comportandomi e scoprendomi molto diverso e molto più fortificato. Così mi è scattata un’idea. Ho voluto riunire i miei compagni, senza educatori per parlarci e per capire che dobbiamo stare tutti uniti e non vergognarci delle emozioni che abbiamo dentro, non vergognarci di una lacrima che esce davanti a tutti perché, secondo me, è quello che ti fa capire quanto una persona sta soffrendo in quel momento. Parlando con i ragazzi sono uscite tante cose, perché ci sono tante cose che tra noi non si sanno e saperle delle volte ti può aiutare a stare vicino di più a qualcuno. I ragazzi hanno espresso quello che volevano, c’è chi non ha mai festeggiato il compleanno della propria madre con lei, chi va fuori di testa per paura ed assume comportamenti che portano alla solitudine o a farsi del male fisico, chi ha parenti in galera o famigliari che dall’Italia non riesce a sentire, chi cerca di occupare il tempo perso con un libro, chi ha la possibilità di andare a casa ed è combattuto, ma poi invece resta anche con la voglia di migliorare, e chi, come me, sta male a vedere persone che si buttano giù a tal punto da perdere se stessi, perché siamo tutti sulla stessa barca e se ci tendiamo la mano a vicenda non sarà perfetto, ma migliore. Questo è un po’ quello che sto vivendo e vivono i ragazzi in comunità con me. A volte uno sguardo ti fa capire tanto di una persona, bisogna non avere paura di aiutarci perché un domani ci sarà qualcuno che lo farà con noi. Facciamo le cose con il cuore, sempre”.

 

Ripeto: piccolo episodio, ma nella tempesta mondiale, sentire un ragazzo della comunità che parla di cuore è rasserenante e confortante. La storia non è mai nata grande, ma dai quasi e da episodi. Tornano i giovani, quelli che abbiamo sopportato e descritto con una facile abbondanza di oggetti squalificativi. I giovani di domani, non saranno soggetti di seconde file e a servizio delle “signorie sindacal-politiche”. Anche perché il domani non cercherà Marx o Freud o le Banche di Francoforte, ma lo ricostruiremo rileggendo le avventure di Cristoforo Colombo, di Marco Polo riscoprendo Leonardo, Galileo, i Cantici di Francesco, l’Ora et Labora di Benedetto, la peste di Manzoni, le Sinfonie di Beethoven e le Favole di Fedro.

 

Le poche istituzioni di domani, dovranno ritrovare le loro radici vere, nate dalle Catilinarie, dalla pancia dell’ultima donna della terra e cresciute sulle caravelle, nelle catacombe e tra un’avventura e l’altra di qualcuno che non era nessuno. Tornare indietro, ogni tanto, ci permette di capire quanto del domani c’era già ieri, che noi, leggendolo male, abbiamo sepolto e castrato sitibondi di potere e di organizzazioni più finalizzate alla costruzione di portaerei che alla crescita di un mondo senza frontiere. Tornare al Rinascimento, oggi, potrebbe permetterci un triplo salto immortale con un atterraggio dentro ad una nuova divina commedia, scritta da chi simpatizza col milanese, col congolese e con il brasiliano e con i ragazzi di Scampia.

 

Spero in un domani che non farà più la fila davanti agli uffici, per dichiararsi cittadino di un piccolo villaggio chiamato Terra, un domani senza centinaia di strutture capaci solo di inventare leggi, politiche e regole, che banalizzano l’esistenza. Sarà la poesia, l’arte, la musica, la natura, a dare significato e capacità vitali degne di chiamarci civili, perché immerse nelle magie di quotidianità risollevate dalla schiavitù della produzione ad ogni costo, contente di avere solo quello che ci permetterà di tornare umani.

 

 

Don Antonio Mazzi 


Emmaus,

 

icona dell'incontro

 

con i giovani

 

 

 

Una pagina del Nuovo Testamento aiuta comprendere le possibili modalità dell’incontro giovani-Parola, sia nel senso della «estroversione» o versatilità della Scrittura verso ogni contesto umano (e dunque anche verso il «pianeta giovani»), sia la peculiare sensibilità del contesto giovanile verso la Parola e la sua comunicazione. È il brano di Luca 24,13-35, noto anche come la pagina dei discepoli di Emmaus.

 

Il testo

 

L’episodio va colto nel contesto dei racconti di risurrezione. Di quel «primo giorno dopo il sabato» (24, 1), Luca ha appena narrato la visita delle donne al sepolcro: qui esse, prime testimoni, si sono imbattute in «due uomini in vesti splendenti» (24,4) che hanno annunciato loro la risurrezione di Gesù. Precipitatesi dagli Undici e dagli altri discepoli, sono state «freddate» da una reazione forse inattesa: «Queste parole parvero ad essi come un’allucinazione e non credettero ad esse» (24,11). Solo Pietro si reca al sepolcro, tornandosene a casa «pieno di stupore per l’accaduto» (24,12). In questo contesto viene inserito il nostro episodio.

 

* Due di loro. I protagonisti sono «due di loro», due del piccolo gruppo a cui fanno capo gli Undici, le donne e altri discepoli. Non si dice se siano due uomini o se si tratti di una coppia. Di uno conosciamo il nome; è colui che risponde alla domanda di Gesù: Clèopa. Secondo le usanze dell’epoca, colui che risponda per primo a una domanda rivolta a due persone è la persona più anziana, oppure il marito. Il secondo discepolo non viene nominato, non si esprime, i suoi tratti non sono specificati. Sappiamo che, come Clèopa, ha il volto triste e sta allontanandosi da Gerusalemme. Come si accennava poco prima, alcuni esegeti hanno visto in questi due discepoli una coppia che torna alla propria casa. Ciò sembra integrarsi bene in un vangelo che sottolinea fin dalla sua apertura il ruolo delle coppie nel disegno della salvezza. Non è tuttavia possibile dire di più. A nessuno è concesso dare una risposta definitiva circa l’identità dei due discepoli. La questione resta volutamente aperta. Una cosa è certa: i due personaggi sono discepoli di Gesù.

 

* In cammino verso Emmaus. La loro descrizione li presenta «in cammino», mentre si muovono in una direzione opposta a quella di Gerusalemme; verso Emmaus. Da un lato la grande e santa città, Gerusalemme; dall’altro un villaggio sconosciuto, Emmaus. La città santa, soprattutto nel vangelo di Luca, non è solo un luogo fisico: è lo spazio dell’identità, della tradizione, dei pilastri fondanti della fede. Essa costituisce il centro geografico di tutto il terzo vangelo, venendo menzionata ben 32 volte, a differenza delle 12 ricorrenze di Matteo e Giovanni e delle 10 di Marco. Nel cuore di Gerusalemme si erge il tempio, luogo della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, spazio sacro per eccellenza di tutta la Palestina, meta di pellegrinaggio per ogni ebreo, simbolo portante della fede nel Dio dei padri. Sullo sfondo del tempio il terzo vangelo si apre (l’annuncio a Zaccaria) e si chiude (i discepoli vi dimorano lodando Dio in 24,53), facendo della città santa una sorta di «bussola nello spirito». Ora i nostri due protagonisti rompono con questo orizzonte. Se ne vanno. E la «goccia che ha fatto traboccare il vaso» pare proprio essere stato l’annuncio delle donne.

 

Ci sembra di poter dire che i due discepoli fotografino molto bene il mondo giovanile. Molti dei «nostri giovani» (i cosiddetti «battezzati») tendono a lasciarsi Gerusalemme alle spalle; le certezze di ciò che è acquisito si seguono per un po’ di tempo, poi ci si incammina per altre vie. C’è allergia oggi, di fronte a tutto ciò che sappia di istituzione, di tradizione, di certezza assodata. Nella Gerusalemme di oggi restano i «nonni» che si lamentano perché i figli e i nipoti «non fanno pasqua». I figli e i nipoti sono tutti in cammino verso Emmaus. Ma torniamo alla nostra domanda: chi sono i due che si allontanano? Sono due discepoli che non vogliono più sentire parlare di Gesù?

 

I discepoli

 

I verbi usati da Luca ci paiono significativi: discorrevano (omiléô) e discutevano (suzetéô). Il primo richiama un «lungo discorso», il secondo una sorta di indagine, di ricerca. Il dialogo che c’è tra i due sembra avere gli accenti della disputa, del dibattito, dell’argomentazione, e la cosa emerge in modo chiaro quando si fa presente quel forestiero. Gesù è oggetto di discussione, e i due discepoli ne parlano come di un «caso»: il «caso Gesù di Nazareth, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo» (24,19). Loro speravano... (24,21). Un discorso pieno di «ma», dove fanno capolino punte di delusione e di amarezza, ma dal quale i due interlocutori sembrano proprio non riuscire a staccarsi. E continuano a discuterne.

 

Anche in questo è possibile cogliere un tratto che fotografa i nostri contemporanei. Voltare le spalle a Gerusalemme non significa, necessariamente, non voler più sentire parlare di Gesù. Forse mai come oggi, negli ambienti cosiddetti «laici», si parla così tanto di lui. Egli resta al centro di vere e proprie indagini che attirano la curiosità dei media e riescono ad appassionare anche il mondo giovanile. C’è, oseremmo dire, un’attenzione accentuata, quasi smodata, alle inchieste, alle ricerche storiche; si discute, si discorre, si cerca. E puntualmente, a Natale e a Pasqua, spunta qualche brandello del «caso Gesù», rilanciato grazie alle penna scaltra di qualche studioso o alla ripresa mirata di qualche pagina apocrifa. La cosa non può non farci riflettere: l’interesse non è venuto meno.

 

È in tale cornice che Luca narra la prima apparizione del Risorto. Le donne, al sepolcro, hanno infatti visto «solo» due uomini in vesti splendenti; ai due in cammino verso Emmaus è preparato ben altro. Ed è qui che ci interpella il nostro brano, mostrandoci tutta l’abilità comunicativa di Gesù.

 

L’incontro col Risorto

 

Come il Risorto incontra i due discepoli, dove li incontra e quando? Dietro questi interrogativi, emerge una vera e propria «arte della comunicazione divino-umana» che ha per protagonista il Risorto e che sfida le categorie del nostro annuncio pastorale. Sulla strada che va da Gerusalemme a Emmaus si apre la prima «scuola della Parola»: il confronto con i modelli che essa dischiude ci pone tra le mani preziosi criteri di verifica con cui vagliare le nostre scuole della Parola, i nostri centri di ascolto (ascolto di chi e di che cosa?), i nostri modi di favorire (o non favorire) l’incontro tra la Bibbia e il mondo giovanile. Ma lasciamoci interpellare dal brano.

 

Come il Risorto si rivela ai due discepoli?

 

Il primo tratto che caratterizza l’incontro tra Gesù e i due è la totale discrezione. Luca scandisce, come è suo solito, l’incontro con una sequenza lineare di atteggiamenti: si avvicina (eggízô), cammina con loro (sunporeúomai), rivolge loro la parola sotto forma di una domanda. Nessuno più di lui conosce il «caso Gesù di Nazareth», eppure si fa vicino, ascolta e, per il momento, si limita a «liberare» il racconto che i due discepoli portano dentro, senza interromperli. Lascia che i due raccontino la «sua» storia a modo loro, da cima a fondo. Ascolta.

 

L’arte della comunicazione inizia così: con l’ascolto attento. Solo quando la narrazione termina, egli la riprende e porge la sua versione dei fatti, facendo luce, scaldando il cuore. Lo fa senza timore di apostrofare i due come «stolti, stupidi» (anoetoi) e «tardi, lenti di cuore» (bradeis), ma anche senza punte apologetiche, senza «battere i pugni sul tavolo», senza manipolazioni. La sua arte è quella di riagganciare quelle vite smarrite all’esperienza e ai volti della storia salvifica («e cominciando da Mosé e da tutti i profeti spiegò loro quanto lo riguardava»: 24,27). Poi nuovamente tace. Non impone la sua presenza, né la sua versione dei fatti: lascia che i due scelgano cosa fare. Ed essi lo invitano, sperimentando già un primo frutto di quel pezzo di strada fatto insieme: i loro cuori si sono sentiti riscaldati, toccati dall’ascolto e dall’accoglienza di cui sono stati oggetto e dalla Parola che è stata loro rivolta con schiettezza e rispetto.

 

Dove il Risorto si rivela ai due discepoli?

 

Come si diceva all’inizio, siamo «per strada»; non su una strada qualunque, ma sulla via che porta da Gerusalemme a Emmaus. La via è quella che porta «lontano»: è uno spazio di rassegnazione, di delusione, di ribellione, di rinnegamento. Ma il brano non ci parla solo della strada: menziona anche il «villaggio dove erano diretti» (24,28) e «la tavola di casa» (24,30). A questo punto bisogna vigilare per non operare troppo in fretta il passaggio dalla mensa di Emmaus alla mensa eucaristica. Se è fuori dubbio il richiamo del testo alla duplice mensa della Parola e del Pane eucaristico, è anche vero che non dobbiamo costruire troppo entusiasticamente una «cappella» attorno a questo luogo scelto dal Risorto.

 

Egli incontra i due per strada e in casa, così come lungo il ministero pubblico aveva incontrato molti per strada e a tavola. Non siamo tuttavia né a Gerusalemme, né al tempio, né in una sinagoga, né in un qualunque altro spazio sacro. Il Risorto incontra i due in spazi «feriali», e non ha paura di «entrare in essi» e di «rimanervi» (24,29). È curioso: quando l’uomo vive una forte esperienza di Dio, in genere, tende subito a costruire una chiesa, un santuario, quasi a voler «definire» lo spazio sacro, nel tentativo di fissare dei «limiti» alla rivelazione di Dio, individuando «una porta di accesso» o «una porta di uscita». Il Risorto, invece, si spinge altrove, ben oltre i limiti fissati dall’uomo. Ciò non significa che l’importanza di Gerusalemme venga meno, ma la Gerusalemme del Risorto deve ormai confrontarsi e misurarsi con gli altri luoghi della comunicazione di Dio. La comunità cristiana non potrebbe essere fedele al mandato ricevuto se si occupasse solo di quanti restano dentro le sue mura. Ed è lì, lontano dai luoghi sacri, che la parola si fa gesto, il gesto si fa memoriale, il memoriale si fa presenza, la presenza si traduce in esperienza... e gli occhi si aprono (24,31). Su quest’ultimo aspetto ci sarebbe molto da dire, ma rileviamo solo due cose: prima di tutto, le Scritture da sole non bastano; esse scaldano il cuore, ma l’annuncio resta come sospeso; in secondo luogo, il Risorto non abbaglia né all’inizio, né alla fine: quando gli occhi si aprono egli scompare, come se la discrezione fosse d’obbligo. Siamo lontani da certe rappresentazioni pittoriche o anche solo «narrative» della risurrezione: Gesù non si impone.

 

Quando il Risorto si rivela ai due discepoli?

 

Anche questa domanda non va trascurata. I due discepoli non sono certo in un momento «favorevole»: c’è delusione nell’aria, tristezza, scoraggiamento, perfino qualche punta di rabbia. Da un punto di vista umano, questo sembrerebbe il momento meno opportuno per l’annuncio; i due, inoltre, sembrano avere tutta l’intenzione di rompere con il passato. Da un punto di vista cronologico, il loro stesso cammino è scandito dalla luce del sole che lentamente scompare all’orizzonte, cedendo il posto alle ombre della sera e della notte: una sottile allusione a ciò che dimorava nel cuore dei due discepoli, mentre si allontanano da Gerusalemme.

 

Il Risorto, invece, sceglie proprio questo momento (della crisi e della notte) per rivelarsi. Anzi, post factum, i due si accorgono che, paradossalmente, più scendeva la notte più una luce si faceva strada in loro: prima scaldando il loro cuore, poi facendo riemergere la nostalgia di una presenza, e infine traducendo quella nostalgia in memoria e in esperienza.

 

Le nuove vie di Emmaus

 

Ci sembra che l’icona biblica di Emmaus fotografi abbastanza bene quel mondo giovanile da cui vogliamo lasciarci interpellare. È evidente (perlomeno ce lo auguriamo) che oggi la comunicazione tra Bibbia e giovani non possa più realizzarsi come avveniva anche solo dieci anni fa. Non si può pensare di far appassionare i giovani alla Parola di Dio con le stesse modalità comunicative del passato. Non si può pensare di restare seduti ad aspettare che i giovani si uniscano a gruppi di ascolto della Parola in cui l’età media si aggira attorno ai cinquant’anni, o a gruppi di catechesi biblica dove la comunicazione è ancora perlopiù di tipo frontale. Allo stesso modo, non si possono semplicemente mettere a tacere le interpretazioni provocatorie e a volte eccentriche della cultura laica sulla figura storica di Gesù, o fuggire certe riproposizioni apocrife, rifugiandosi in un atteggiamento apologetico sterile.

 

Verso dove si sono incamminati i nostri giovani? Quale tempo umano e spirituale stanno vivendo? Con quali «maestri» si confrontano? Una volta individuate le risposte a questi interrogativi, occorre incamminarci con Cristo sulle nuove vie che conducono verso Emmaus e scaldare lì i cuori con la Parola e spezzare lì il pane che ripropone il mistero pasquale.

 

I due discepoli, come sappiamo dal testo, alla fine tornano a Gerusalemme con lo slancio dell’esperienza del Risorto nel cuore (24,33). La prima cosa di cui prenderanno coscienza, prima ancora di poter raccontare quello che hanno vissuto, è che proprio la Gerusalemme che avevano abbandonato è uno spazio privilegiato di quella stessa esperienza di cui ora essi hanno pieno il cuore (gli Undici e quelli che erano con loro dissero loro: «Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone»: 24,33-34). Ma prima, com’è ormai chiaro, è necessario l’incontro sulle strade che portano a Emmaus.

 

 

(da Giacomo Perego - Giuseppe Mazza, Giovani, Bibbia e comunicazione: una «guida all’ascolto» di Dio, in Quaderni CEI – Ufficio Catechistico Nazionale XI (2007), n. 26, pp. 51-55).


DON'T GIVE UP!

 

La voglia di non mollare di una “ragazza fuoriserie” di Exodus Gallarate, che si collega (puntuale) con il suo cellulare poco costoso e nonostante la connessione debole, per seguire costante le lezioni a distanza in tempi di coronavirus, con i suoi Educatori del progetto “Donmilani2: Ragazzi Fuoriserie”, selezionato da Con I Bambini

 

 

Sono giornate strane, espanse e diluite nel tempo e nelle cose da fare.

Come se la lentezza si fosse mescolata alla velocità. Il poco con il tanto. A volte col troppo.

Una dimensione poco ordinaria dove succedono cose poco ordinarie.

Noi del Polo Donmilani2 di Exodus Gallarate stiamo continuando il nostro lavoro educativo e didattico, come prima.

Tutti i nostri progetti sono stati riconfermati. Le scuole ed il Comune ci hanno chiesto di esserci.

La sensazione chiara è che l'importanza del nostro operato venga riconosciuta anche ora.

Anzi forse ora ancora di più, perché noi "l'emergenza" e la "precarietà dei mezzi" le conosciamo da sempre. Sono forse parte del nostro DNA. E spesso, terreno su cui seminiamo semi impensabili. E strade impossibili.

Ora però lo facciamo da casa. Impensabile appunto.

La parola chiave che all'inizio della quarantena ci siamo dati è "Raggiungere", perché arrivare a contattare e toccare l'altro, in questo periodo è cosa vitale.

Difficile e sorprendente.

Tanti dei ragazzi e delle ragazze con cui abbiamo a che fare, in questo momento li percepisco come fiammelle fragili.

Piccolissimi cittadini di questa nostra società che li contempla spesso solo come rumore di fondo. Anche se spesso sono persone in silenzio.

Durante una videochiamata con un gruppetto di ragazzine bengalesi e cinesi quattordicenni, ho chiesto di scrivere un tema in cui parlassero dei loro eroi.

Una di loro, facendomi un esempio (prima in un italiano molto stentato e poi in inglese velocissimo), mi dice che i suoi eroi sono un gruppo di cantanti K-Pop.

 

E mi spiega il perché, dicendomi che quando li guarda nelle foto e nei video, sente che le dicono di non mollare - don't give up! -, di andare avanti e le danno speranza - they give me hope -.

 

La parola speranza, mi arriva in faccia come un sasso e come una benedizione. In quel momento sento fino in fondo la fragilità della sua condizione. Lo sento come forse mai prima d'ora.

Piccola fiammella che si collega a me (puntuale) con la sua connessione debole ma costante. Col suo smartphone poco costoso che se dovesse rompersi, le farebbe ora perdere l'unica possibilità di parlare in italiano con qualcuno.

In casa sua sono in tanti, vivono altre tradizioni, altri linguaggi e forse hanno già immaginato un destino per lei.

 

Ma ascolta K-Pop. Perché ha speranza e voglia di scegliere, disegnando destino.

I piedi di Giovanni – don Tonino Bello

 

Carissimi,

 

 

 

E' proprio fuori posto vedere in Giovanni l’emblema di quel mondo ad alto rischio che si chiama gioventù, e che oggi, nonostante il grande parlare che se ne fa e nonostante il timore non sempre reverenziale che esso incute, tarda ancora a divenire il referente privilegiato della nostra diaconia ecclesiale?

Ed è proprio una forzatura concludere che il Maestro, piegato sui piedi di Giovanni, il più giovane della compagnia, è l’icona splendida di ciò che dovrebbe essere la Chiesa, invitata dal quel gesto a considerare i giovani come “ultimi”, non tanto perché ai gradini più bassi della scala cronologica della vita, quanto perché ai livelli più insignificanti nelle graduatorie di coloro che contano?

Penso proprio di no. 

Anzi, se qualcuno, fuorviato dal chiasso che fanno, dovesse giudicare demagogica l’ affermazione che i giovani oggi non hanno voce, mostra di aver frainteso il senso delle tenerezze espresse da Gesù verso quel mondo che ha sempre fatto fatica a farsi ascoltare.

 

La figlia di Giairo, il servo del centurione, l’ unigenito della vedova di Nain, il giovane ricco il figliol prodigo… sono indice di uno sbilanciamento del Signore nei confronti di coloro che, pur essendo oggetto di invidia struggente, hanno da sempre accusato un deficit pesantissimo in fatto di accoglienza.

Ma torniamo ai piedi di Giovanni.

Come motivo iconografico, ma anche come suggestione omiletica, non hanno avuto molto fortuna.

E dire che la mattina di Pasqua, nella corsa verso il sepolcro, si sono dimostrati di gran lunga più veloci di quelli di Pietro, aggiudicandosi, a un palmo della tomba vuota, la prima edizione del trofeo “fede, speranza e carità”. 

Ma al di là dello scatto irresistibile del giovane sull'affanno impacciato del vecchio, quei piedi non sono entrati nell'immaginario della gente.

La spiegazione è semplice: la testa del discepolo ricurva sul petto del Maestro ha distratto l'attenzione dal capo del Maestro chino sui piedi del discepolo.

È una riprova ulteriore di come, anche nella Chiesa, le lusinghe emotive della teatralità prevaricano spesso sulla crudezza del servizio terra terra.

Che cosa voglio dire? Che noi ci affanniamo, sì, a organizzare convegni per i giovani, facciamo la vivisezione dei loro problemi su interminabili tavole rotonde, li frastorniamo con l'abbaglio del meeting, li mettiamo anche al centro dei programmi pastorali, ma poi resta il sospetto che, sia pure a fin di bene, più che servirli, ci si voglia servire di loro.

Perché diciamocelo con franchezza, i giovani rappresentano sempre un buon investimento. Perché sono la misura della nostra capacità di aggregazione e il fiore all'occhiello del nostro ascendente sociale.

Perché se sul piano economico il loro favore rende in termini di denaro, sul piano religioso il loro consenso paga in termini di immagine.

Perché, se comunque, è sempre redditizia la politica di accompagnarsi con chi, pur senza soldi in tasca, dispone di infinite risorse spendibili sui mercati generali della vita.

Servire i giovani, invece, è tutt'altra cosa.

Significa considerarli poveri con cui giocare in perdita, non potenziali ricchi da blandire furbescamente in anticipo.

Significa ascoltarli. Deporre i panneggi del nostro insopportabile paternalismo.

Cingersi l'asciugatoio della discrezione per andare all'essenziale.

Far tintinnare nel catino le lacrime della condivisione, e non quelle del disappunto per le nostre sicurezze predicatorie messe in crisi.

Asciugare i loro piedi, non come fossero la pròtesi dei nostri, ma accettando con fiducia che percorrano altri sentieri, imprevedibili, e comunque non tracciati da noi.

Significa far credito sul futuro, senza garanzie e senza avalli.

Scommettere sull'inedito di un Dio che non invecchia.

Rinunciare alla pretesa di contenerne la fantasia.

Camminare in novità di vita verso quei cieli nuovi e quelle terre nuove a cui si sono sempre diretti i piedi di Giovanni, l'apostolo dagli occhi di aquila, che è morto ultracentenario senza essersi stancato di credere nell'amore.

Servire i giovani significa entrare con essi nell'orto degli ulivi, senza addormentarsi sulla loro solitudine, ma ascoltandone il respiro faticoso e sorvegliandone il sudore di sangue.

Significa seguire, sia pur da lontano, la loro via crucis e intuire, come il Cireneo ha fatto con Gesù, che anche quella dei giovani, abbracciata insieme, è una croce che salva.

Significa, soprattutto, essere certi che dopo i giorni dell'amarezza c'è un'alba di risurrezione pure per loro.

E c'è anche una pentecoste.

La quale farà un rogo di tutte le scorie di peccato che invecchiano il mondo. E attraverso la schiena della terra adolescente con un brivido di speranza.

Saremo capaci di essere una chiesa così serva dei giovani, da investire tutto sulla fragilità dei sogni?

 

(don Tonino Bello)

 

 

 

 

LASCIATEMI SOGNARE

 

La lettera toccante di uno dei miei ragazzi “scartati” ci dice che cosa dobbiamo fare

 

 

Dobbiamo avere il coraggio di guardarci attorno, anche in questo momento, obbligandoci a non fare i profeti di sciagure. Non possiamo dimenticare che noi siamo figli del domani di ieri. E ieri, i nostri vecchi, hanno avuto il coraggio di uscire da una guerra che ci aveva distrutti, dal fascismo che ci aveva resi marionette, da una subalternità americana e da una falsa lettura sociopolitica filo-russa. Questo ieri, però, ci ha portati tra i principali paesi del mondo.

 

Oggi, invece, d’un tratto, pare che l’ieri sia precipitato, ma soprattutto che siano precipitati il meglio, i vertici, le istituzioni più efficienti, le intuizioni più indovinate. Lo spavento è diventato terremoto etico-sociale. Traballano in modo così catastrofico i pilastri sui quali avevamo passato un periodo da favola, senza guerre, senza emorragie interne ed esterne, per cui, mentre dopo le guerre, abbiamo avuto la forza di rifare le case, oggi restano le case, i grattacieli, le passeggiate nei cieli, con noi uomini, paralizzati, annichiliti, capaci solo di guardare fuori dalla finestra, non per vedere se qualche arcobaleno rispunta, ma solo per vedere centinaia di camionette militari, non cariche di armi, ma di casse da morto. Solo, e torno alla mia esperienza, i bordenline del periodo aureo, gli “sfigati” di ieri, oggi, sono gli unici capaci di accendere qualche barlume di umanesimo.

 

È una piccola storia quella che vi riporto, ma significativa. In una delle mie comunità, un ragazzo, certamente non tra quelli decantati dalle vicende borghesi, ma addirittura “scartato”, mi scrive così: “Io da poco ho dovuto passare un periodo nel quale una persona della mia famiglia è stata male, e io gli sono stato vicino, e mi sono stupito del mio comportamento perché ho fatto cose che mai avrei pensato di fare, comportandomi e scoprendomi molto diverso e molto più fortificato. Così mi è scattata un’idea. Ho voluto riunire i miei compagni, senza educatori per parlarci e per capire che dobbiamo stare tutti uniti e non vergognarci delle emozioni che abbiamo dentro, non vergognarci di una lacrima che esce davanti a tutti perché, secondo me, è quello che ti fa capire quanto una persona sta soffrendo in quel momento. Parlando con i ragazzi sono uscite tante cose, perché ci sono tante cose che tra noi non si sanno e saperle delle volte ti può aiutare a stare vicino di più a qualcuno. I ragazzi hanno espresso quello che volevano, c’è chi non ha mai festeggiato il compleanno della propria madre con lei, chi va fuori di testa per paura ed assume comportamenti che portano alla solitudine o a farsi del male fisico, chi ha parenti in galera o famigliari che dall’Italia non riesce a sentire, chi cerca di occupare il tempo perso con un libro, chi ha la possibilità di andare a casa ed è combattuto, ma poi invece resta anche con la voglia di migliorare, e chi, come me, sta male a vedere persone che si buttano giù a tal punto da perdere se stessi, perché siamo tutti sulla stessa barca e se ci tendiamo la mano a vicenda non sarà perfetto, ma migliore. Questo è un po’ quello che sto vivendo e vivono i ragazzi in comunità con me. A volte uno sguardo ti fa capire tanto di una persona, bisogna non avere paura di aiutarci perché un domani ci sarà qualcuno che lo farà con noi. Facciamo le cose con il cuore, sempre”.

 

Ripeto: piccolo episodio, ma nella tempesta mondiale, sentire un ragazzo della comunità che parla di cuore è rasserenante e confortante. La storia non è mai nata grande, ma dai quasi e da episodi. Tornano i giovani, quelli che abbiamo sopportato e descritto con una facile abbondanza di oggetti squalificativi. I giovani di domani, non saranno soggetti di seconde file e a servizio delle “signorie sindacal-politiche”. Anche perché il domani non cercherà Marx o Freud o le Banche di Francoforte, ma lo ricostruiremo rileggendo le avventure di Cristoforo Colombo, di Marco Polo riscoprendo Leonardo, Galileo, i Cantici di Francesco, l’Ora et Labora di Benedetto, la peste di Manzoni, le Sinfonie di Beethoven e le Favole di Fedro.

 

Le poche istituzioni di domani, dovranno ritrovare le loro radici vere, nate dalle Catilinarie, dalla pancia dell’ultima donna della terra e cresciute sulle caravelle, nelle catacombe e tra un’avventura e l’altra di qualcuno che non era nessuno. Tornare indietro, ogni tanto, ci permette di capire quanto del domani c’era già ieri, che noi, leggendolo male, abbiamo sepolto e castrato sitibondi di potere e di organizzazioni più finalizzate alla costruzione di portaerei che alla crescita di un mondo senza frontiere. Tornare al Rinascimento, oggi, potrebbe permetterci un triplo salto immortale con un atterraggio dentro ad una nuova divina commedia, scritta da chi simpatizza col milanese, col congolese e con il brasiliano e con i ragazzi di Scampia.

 

 

Spero in un domani che non farà più la fila davanti agli uffici, per dichiararsi cittadino di un piccolo villaggio chiamato Terra, un domani senza centinaia di strutture capaci solo di inventare leggi, politiche e regole, che banalizzano l’esistenza. Sarà la poesia, l’arte, la musica, la natura, a dare significato e capacità vitali degne di chiamarci civili, perché immerse nelle magie di quotidianità risollevate dalla schiavitù della produzione ad ogni costo, contente di avere solo quello che ci permetterà di tornare umani.


 

 

RISCOPRIAMO IL VALORE DELLE PAROLE VERE

 

Usiamo poco la fantasia per non rendere arido questo tempo difficile di convivenza senza abbracci

 

 

L’attuale situazione corre sul filo delle assurdità, perché ci obbliga a dire e pensare cose che fino a ieri realizzavamo in modo radicalmente diverso, quasi opposto. Mi spiego. Non passa minuto che in un modo o nell’altro non sentiamo ripetere la frase “restate a casa”. Però fino a ieri casa significava dolcezza, abbracci, atti d’amore, baruffe quasi simpatiche, ammucchiate allegre di padri, madri, figli e nonni compresi, su divani strapazzati.

 

Oggi, subito dopo l’invito per restare a casa tutti, per non rischiare la morte, c’è l’aggiunta paradossale. Dovete restare a casa, a debita distanza l’uno dall’altro, senza abbracci, senza nemmeno darsi la mano, anzi lavandosela prima e dopo ogni cosa che tocchiamo (“non si sa mai!”) dalla spesa, ai giornali, agli oggetti, i più svariati che da una vita sono lì con noi, che quasi la sanno più lunga di noi. Qualcuno in casa deve, addirittura, non solo stare a debita distanza, ma a causa del contagio, rinchiudersi in camera, facendosi lasciare la cena davanti alla porta.

 

Fino a ieri, una cosa simile poteva accadere in galera, in prigionia. Ora ci accade in casa nostra, da cui non possiamo uscire, salvo in pochissimi casi, perché anche chi sta fuori dalla mia casa può diventare un potenziale pericolo.

 

Come trasformare questa emergenza in occasione educativa? Come stare insieme con le persone che amiamo 24 ore su 24 senza dimostrare il nostro affetto, senza toccarle, rischiando che un tempo così lungo e così “freddo” non si possa trasformare in stanchezza psicologica con tutti i rischi che ne conseguono? Deve entrare la fantasia, la creatività, la poesia, la voglia di trasformare le pareti in lavagne, i pavimenti in micro-campi di gioco, le sceneggiate carnevalesche in trattenimenti intrafamigliari, qualche canto dantesco trasformarlo in musical, la gara culinaria in un premio gastronomico.

 

Ma, forse, la cosa più delicata e importante che dobbiamo riscoprire sono le parole vere, quelle che avevamo dimenticato preoccupati di ripetere le parole economiche, politiche televisive, informatiche, telefoniche, questo tempo diventerà tempo di semina, tempo di relazioni interiori profonde, tempo di sguardi, di silenzi, di pause sinfoniche. Insomma: facciamo in modo che dove mancano gli abbracci, ritornino i ricordi, i sogni e le parole incarnate.

 

 

Don Antonio Mazzi


 

 

 

 

 

 

 

I NOSTRI FIGLI STANNO MATURANDO L’URGENZA DI CRESCERE MIGLIORI

 

La testimonianza di un papà, Francesco, che sta reimparando a conoscere i suoi due figli quasi adolescenti in questi giorni di emergenza da Coronavirus. Niente sarà più come prima

Senza scuola è dura. Per i ragazzi prima di tutto, che un po’ si annoiano e la criticano, ma di quella relazione costante hanno bisogno. Per i docenti, non tutti sanno come mandare avanti questa “didattica a distanza”. Per gli educatori che si ingegnano il più possibile con smartphone, video chiamate su WhatsApp e Skype, ma quei ragazzi “difficili”, che seguono ogni giorno, gli mancano e quelle conseguenze che la loro assenza – anche se è solo fisica – potrebbero avere sulla loro vita li preoccupa.

Si parla invece meno di loro, dei genitori. Che anche sono i protagonisti di questo blocco della scuola. Non tanto perché si ritrovano tutto il giorno adolescenti in casa mentre cercano – quando si può – di portare avanti la loro vita professionale in smart- working, ma perché quei figli devono reimparare a conoscerli.

«Siamo tutti impreparati», ammette Francesco, due figli di 14 e 11 anni. Il più piccolo frequenta la “Scuola Ventura”, iniziativa pilota del Progetto di Fondazione Exodus Donmilani2: Ragazzi Fuoriserie finanziato dall’impresa sociale Con i Bambini. «La verità», continua, «è che il re è nudo e ci scopriamo senza una rete sociale. Ci scopriamo tutti isolati e senza relazione».

«Le classi», ammette osservando i suoi figli, «da casa, hanno instaurato un qualche rapporto, inedito. Nessuno impazzisce per i risultati, sono modalità poco sviluppate e non collaudate. La prossima volta - ce ne fosse malauguratamente - andrà sicuramente meglio. Noi adulti stiamo omettendo di riflettere come si dovrebbe per dare una dritta a noi stessi ed ai nostri figli, in termini di mentalità e comportamenti. E non è il tenere un metro di distanza a lavarci le mani, anche prima di mettercele nel naso e non solo dopo».

Ma c’è tanto da imparare in questi giorni: «Questi ragazzi li abbiamo spesso sottovalutati, invece, ad averli più vicino ho capito che anche la loro “finta apatia” è una sorta di difesa. Noi genitori cambieremo e intanto spero che i ragazzi, i nostri figli che ci stanno osservando, e che senza troppa condiscendenza per noi e la nostra genitorialità immatura maturino l’urgenza di crescere diversi, migliori, come sarebbe giusto e naturale e consolidato da che mondo è mondo eccetto per la nostra generazione, viziata, incapace, inadatta».

 

È un giudizio sferzante e autocritico quello di Francesco sulla propria generazione. Che questa crisi possa essere di stimolo per una maggiore consapevolezza da parte dei genitori?


Rubrica " Eppur Educo"

Incontro con  Franco Nembrini Lunedi 19 Marzo 2018

 Incontro numero 2 del Cammino “ Eppur Educo”.

 

EPPUR EDUCO: INCONTRO CON FRANCO NEMBRINI

di Riccardo Fiori

 

“I nostri figli non hanno bisogno di genitori perfetti, ma di genitori affamati di verità e di bellezza” (Monsignor Camisasca – 2014)

Dopo l’entusiasmante incontro dello scorso Febbraio, la macchina organizzativa della Natività di Maria ci regala un secondo appuntamento che definirei, se mai si potesse dire, semplicemente “arricchente”.

E’ la sera della festa del papà, la ricorrenza di San Giuseppe; insomma il 19 marzo e mai data poteva essere più indovinata per farci raccontare da Franco Nembrini, il bello di essere padre ed il ruolo di quest’ultimo nella sfida educativa.

Appassionato di Dante (riguardo al quale ha scritto diversi libri e tenuto più di qualche lezione e conferenza), riscopre intorno ai 21 anni, una favola per bambini, meravigliosamente dedicata e destinata anche a ben altra cornice di pubblico: Pinocchio di Collodi.

Racconta anche che la medesima esperienza è stata vissuta e raccontata da Monsignor Biffi: l’aver letto quel Pinocchio sì da piccolo, riprendendolo continuamente per il resto della sua vita senza praticamente riuscire più a staccarsene.

Il mio pensiero torna immediatamente a quando, in tempi non sospetti, intorno ai 13 anni, avevo voluto riprendere anche io quella favola letta da bambino per vedere quali spunti o sensazioni potesse riservare ad una lettura più “attenta”.

Beh allora il mio risultato non fu affatto lo stesso. Lo trovai nuovamente piacevole, sì, ma lo relegai, confermando la mia sensazione iniziale, ad un libro assolutamente per bambini.

Evidentemente non era così ed è particolarmente entusiasmante scoprirlo oggi [meglio tardi che mai] e rileggerne i significati grazie al prezioso supporto del nostro ospite.

La prima cosa che mi colpisce, a tal proposito, è sentir dire che rileggere Collodi, volenti o nolenti, ripercorre, attraverso Pinocchio, il corso della vita.

“Educare significa anche correre il rischio di educare” ed è forse per questo che il professor Nembrini cita Charles Péguy che agli inizi del ‘900 definisce la figura del padre come quella dell’unico e vero avventuriero del mondo.

Pinocchio e Dante sono due libri che porterebbe sempre con sé su un’isola deserta qualora gli fosse concesso di sceglierne.

Perché? Cerchiamo di capire.

La favola di Pinocchio nasconde aspetti di verità ben più speciali di altre favole.

Pinocchio è un linguaggio cifrato dove Collodi racconta la storia dell’umanità.

Quando all’età di 21 anni propongono a Nembrini di insegnare Religione, oltre che felice per la proposta, egli si innamora di un libro (di Giacomo Biffi) che fornisce un commento teologico alle avventure di Pinocchio.

36 capitoli che avrebbe potuto tranquillamente riproporre ai suoi studenti nelle 32 settimane di scuola.

Viene rapito da questa pubblicazione che gli consente di scoprire la perfetta analogia di questa favola con la Bibbia; Pinocchio è un racconto cifrato dei Vangeli e della stessa Bibbia.

A cominciare dal quasi epilogo della favola di Collodi: la morte di Pinocchio.

“Padre mio, Padre mio, perché mi hai abbandonato?” grida Gesù dalla croce poco prima di spirare e la descrizione della morte di Pinocchio riporta davvero a tanto.

Pinocchio, seppure di legno, è fin da subito figlio di Geppetto.

E anche alla conclusione, il burattino risorge da pezzo di legno divenendo bambino in carne ed ossa.

Ecco la prima analogia: Collodi ci propone una morte ed una resurrezione.

Ci racconta Nembrini che la storia di Collodi terminava con la morte del protagonista. Una volta consegnati i materiali all’editore, questi venne travolto dalle tantissime lettere di bambini contrariati per il tipo di fine che la storia aveva avuto.

L’editore fu costretto a richiamare immediatamente Collodi chiedendogli di riprendere il racconto con una resurrezione.

E nonostante l’autore fosse ateo e laicista, questi riesce ad inventarsi una storia che parla di un uomo, del suo destino, della Chiesa.

Particolarità non indifferente è quella che Collodi, quando inizia a scrivere il suo racconto per i bambini, ha circa 50 anni.

Ha quindi necessità di ritrovare un linguaggio che sia consono al suo pubblico di piccoli lettori e, per farlo, egli deve tornare ai suoi ricordi di bambino.

Chiaro che l’influenza di una mamma (a sua differenza) religiosissima, lo avrebbero riportato, in quella ricerca, al tipo di educazione avuto in tenera età.

Con tutta probabilità quell’educazione, dal profondo, è tornata su, offrendo una storia che sembra ricalcata dal Vangelo (sebbene senza un minimo riferimento religioso al suo interno).

Un’altra stranezza potrebbe essere rappresentata dal fatto che i primi 2 capitoli sono dedicati ad una figura decisamente poco importante: quella di Mastro Ciliegia (o Maestro, come lo chiama Biffi).

Se tutto fosse cominciato direttamente nella bottega di Geppetto, 2 capitoli dopo, cosa sarebbe cambiato?

Ma il diktat è proprio quello di NON essere come Mastro Ciliegia.

Se sarete come lui diventerete violenti e con “il sedere per terra”.

In altre parole, il fallimento totale.

“C’era una volta un re …” è chiaramente un richiamo a “In principio era il verbo”: Dio.

Quando ogni mattina ci svegliamo (e veniamo al mondo), in qualità di uomini ci troviamo davanti ad una meravigliosa realtà.

La realtà è il mezzo con il quale Dio parla di umanità. La vera paternità si gioca qui.

Noi possiamo solo testimoniare ai nostri figli l’amore per la verità. Non dobbiamo insegnare loro chissà cosa di altro.

Se Dio si fida a farci mettere al mondo dei figli, evidentemente si fida anche di come li educhiamo.

Il problema è un altro: tuo figlio che ti guarda, quanta felicità vede?

I figli son disposti a perdonarci tutti gli sbagli, ma non l’assenza di speranza.

E Mastro Ciliegia non ha speranza. Si trova un pezzo di legno ed esclama: “Questo legno è capitato a tempo e voglio servirmene per fare una gamba di tavolino”.

Figuriamoci se fosse stato il figlio.

Ma quello che hai davanti non è mai [solo] quello che sembra. Così, quando dal ciocco arrivano le prime vocine di lamentela, lo stupore è enorme.

“Che la vocina sia uscita da questo pezzo di legno? Io non lo posso credere”.

Eccolo, l’ateismo puro. E, non contento, cerca di usare violenza su quel ciocco, fino a provare paura e ritrovarsi con il sedere a terra.

Si ha paura di educare? La paura è il peggior nemico dell’educazione.

L’arrivo di Geppetto è, per contro, il rivivere la Creazione.

Non più “mi è capitato”, ma “ ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino, meraviglioso, che sappia cantare, ballare, tirar di scherma, … , con cui voglio girare il mondo”.

Porta via il pezzo di legno dalle grinfie di Mastro Ciliegia e nel fargli la testa, gli occhi cominciano a muoversi e guardarlo.

Pinocchio non ha ancora la bocca, ma lo sguardo di Geppetto sul suo burattino appena cominciato (ma già “vivo”) è uno sguardo di uomo e, soprattutto, di padre.

Geppetto poi, guarda caso, altro non è che il diminutivo di Giuseppe …

La ribellione è imminente; dapprima con la creazione della bocca (il burattino lo canzona immediatamente) e poi con le braccia. Pinocchio non perde tempo nel fargli cadere la parrucca e farlo cadere. Eppure Geppetto gli risponde “birba d’un figliolo”.

Non c’è dubbio; nel suo cuore è già suo figlio: “Non sei neanche finito che fai già del male al tuo babbo”.

E ancora: “E’ colpa mia; dovevo pensarci prima, ma ormai è troppo tardi”. E sugli occhi del falegname spunta una lacrima.

Il richiamo a Gesù che ormai vede la croce, è evidente.

Quando mettiamo al mondo figli, nessuno ci garantisce nulla. E’ un puro atto d’amore.

E’ un atto di fedeltà il motivo per cui mettiamo al mondo i nostri figli, che durerà per sempre.

Geppetto gli insegna a camminare tenendolo per mano, ma Pinocchio trova la porta aperta e scappa di casa.

E’ il peccato originale.

Quando Pinocchio è libero e Geppetto in carcere, il burattino dice che “finalmente” quella casa è sua.

Compare il grillo parlante (“Cacciato Dio dalla porta resta qualcosa di Dio che non puoi cacciare”), che cerca di far capire a Pinocchio che non è proprio come lui crede: questa non è libertà né di corpo né di spirito.

E nonostante Pinocchio lo schiacci al muro, il grillo comparirà sempre in tutta la favola (neanche il figlio più bestia può uccidere completamente la voce di Dio).

Di questa presunta libertà, Pinocchio fa un’esperienza pessima ed il bisogno di bene che ha, resta irrisolto.

Non trova nulla neanche da mangiare, finché non vede, su un cumulo di immondizia, un uovo.

Già triste l’immagine di andare a cercare un filo di felicità nella spazzatura. Ancor di più se poi, da quell’uovo esce un pulcino che sbeffeggiandolo scappa via.

Disperato corre in paese facendo quello che qualunque ragazzo in cerca di felicità probabilmente avrebbe fatto: ma il risultato è il nulla. Trova tutto chiuso.

Suggestiva la frase che a questo punto Franco Nembrini ci regala: se non c’è un padre gli uomini non riescono ad essere fratelli.

Ci vuole un padre, altrimenti non c’è bene e non c’è male.

Pinocchio è sconsolato; torna a casa e stanco si addormenta al fuoco del camino, che gli brucia i piedi.

La salvezza arriverà dall’esterno; da quel padre (Geppetto) che torna ed è come Dio che bussa alla nostra porta per salvarci da una vita che rischiamo continuamente di buttare via.

Anche Pinocchio ha ora capito che il bello della vita sarebbe riavere il padre ed entrambi vogliono incontrarsi nuovamente. Ma Pinocchio ha i piedi bruciati e la prima mossa spetta sempre a noi genitori.

Al grido del figlio (“Signore Salvami”), Geppetto risponde inventandosi la strada per raggiungere il figlio: la porta non si butta giù e bisogna affrontare la finestra.

Altra figura estremamente importante è la Fata Turchina (non a caso azzurra).

Rappresenta la mamma; la Chiesa. E le medicine sono i Sacramenti.

Pinocchio continua a rifiutarli.

Fino a tramutarsi in un asino, che poi si azzoppa. E’ la fine.

Un asino zoppo non lascia al suo padrone che una scelta: quella di ucciderlo per venderne la sua pelle da cui si possano ricavare dei tamburi.

E prima di questo triste fato quell’asino ha ricevuto l’applauso degli spettatori del circo in cui si è esibito. Applausi che rappresentano la spaventosa pressione sociale a cui i nostri figli sono sottoposti.

La Chiesa [la madre] non può girargli le spalle e lo perdona. Pinocchio riconosce nel medaglione l’immagine della fata e la chiama o fa per chiamarla. Dalla gola però esce solo un raglio che fa morire tutti dalle risate.

L’educatore, il padre, la madre, riconoscono in quel raglio, il grido di disperazione e la richiesta d’aiuto del figlio: “Fatina mia … / Babbino mio …”

Ed è proprio quando i nostri ragazzi bevono, si drogano e si buttano via che stanno ragliando e stanno implorando aiuto.

Noi abbiamo sempre fatto di tutto per lui, chiediamoci però perché lui ha sempre capito il contrario o qualcosa di diverso.

“Quanto bene ti vorrei se tu …” non equivale di certo a “Quanto bene ti voglio”.

Siamo ai saluti e l’augurio che Nembrini fa a tutti i papà (e alle mamme) è che accada loro quello che ne “Le avventure di Pinocchio” succede alla fine.

Quando Pinocchio ritrova Geppetto nella pancia del pescecane, gli chiede immediatamente perdono, ma soprattutto, cerca di portare in salvo il padre, ormai vecchio.

Geppetto è titubante e Pinocchio ricorda Gesù: dobbiamo fuggire (fuggendo dal demonio) ed è come se dicesse “Provatemi e vedrete”.

Dalla bocca del pescecane si vede chiaro il cielo stellato (“Uscimmo fuori a riveder le stelle”) e finalmente Pinocchio prende il padre e lo salva.

Ma tu continua ad essermi padre; continua ad indicarmi la strada.

Ed è proprio quando saremo come Geppetto, quando passeremo il testimone ai nostri figli, quando saremo vecchi e bisognosi di loro, che si compirà (speriamo) l’augurio più grande che si possa fare.

Quello di diventare figli dei nostri figli e vederli diventare i nostri padri.

Finisce un incontro di assoluta ricchezza che lascia in me una grande sensazione di speranza.

Ho solo un piccolo cruccio. Quello di non aver avuto spazio per una domanda.

Sarei tornato volentieri al principio e con il pieno di speranza appena fatto avrei domandato: ma allora rappresenta davvero così tanto un rischio, educare?

 

 

 

22 Marzo 2018


EPPUR EDUCO: INCONTRO CON COSTANZA MIRIANO

di Riccardo Fiori

 

Venerdì sera, 2 Febbraio, nella cornice della Natività di Maria in Roma, prende il via il primo di 3 incontri dal tema “Eppur educo”: la sfida educativa e la bellezza di educare.

La Parrocchia organizza il tutto alla perfezione e l’ospite d’onore, Costanza Miriano, regala a tutti noi un’esperienza di quelle che arricchiscono davvero.

Giornalista (prima di Rai 3, ora di Rai Vaticano), scrittrice e autrice di libri come “Sposati e sii sottomessa” (tradotto e divenuto un caso), fino ad arrivare al suo 5° libro “Si salvi chi vuole”, ma, soprattutto, madre di quattro figli.

L'introduzione alla serata suscita in me, fin da subito, una certa curiosità.

“Papà, mamma, fatemi capire che vale la pena essere al mondo” è la citazione usata per introdurre i temi di cui, di lì a poco, dibatteremo.

“Si salvi chi vuole” (che, premetto, non ho ancora avuto la fortuna di leggere) viene definito un libro profondo e divertente e mai definizione poteva essere più indovinata.

Costanza incarna tutto questo, regalandoci una serata ricca di contenuti, Fede e Amore.

La nostra ospite parte da alcune certezze, prima tra le quali quella che i figli non sono i nostri.

C'è qualcuno che li ama più di noi. Colui che lei definisce il Capo Supremo.

Lo stesso che ci ha prestato i nostri figli e ai quali noi stiamo assicurando un passaggio.

Nel profondo della nostra fede, chi più chi meno tutti, abbiamo pregato meno di quanto avremmo dovuto e potuto e l'invito [ora che i figli sono in una età in cui cominciano ad andare con le loro gambe sempre un po' più via da noi] è quello di utilizzare il maggior tempo a disposizione per pregare maggiormente.

Nella presentazione del suo libro mi piace leggere: “Recintare uno spazio per l'incontro con Dio, il Totalmente Altro e cercare di difenderlo a ogni costo, è decisivo per la nostra felicità”.

Ciononostante si chiede come si possa riuscire ad organizzare una vita spirituale nelle nostre giornate a dir poco frenetiche.

Un'altra certezza che individua, sempre relativamente ai figli, è che bisogna semplicemente amarli.

Sembra scontato, ma bisogna amarli anche se “brutti, sporchi e cattivi”. Con i loro difetti, apparenti negatività o troppe precisioni.

Fa sorridere non poco quando, parlando di una delle figlie precisa e pignola, la definisce “ansia e sapone”.

Ecco: amarli anche se sono così. Se ci provocano, se sbagliano. Come se noi non sbagliassimo mai nei loro confronti.

Quanto è fondamentale saper chiedere loro scusa quando è necessario.

Riesce anche a farmi commuovere: mi torna alla mente un aneddoto con protagonista mia madre che carezzandomi una sera nel darmi la buonanotte, a letto, si interrogava a voce alta chiedendosi come riuscissero alcune madri a non dire mai un “ti voglio bene” ai propri figli.

E oggi quando i miei 2 figli mi abbracciano e mi dicono quel “ti voglio bene” (per fortuna succede spesso) oltre all’amore di padre, torno a provare l’amore di figlio verso una mamma che pur non essendoci più, è sempre con me.

L'amore deve essere al centro del rapporto familiare.

Si arriva a Dio se i figli vedono l'amore che c'è tra moglie e marito. Ecco perché è importante investire nel rapporto; trovare tempo per la coppia senza pensare [erroneamente] di togliere tempo e spazio ai figli.

Se i genitori si vogliono ancora bene questo rappresenta per i figli una sorta di autorizzazione ad esistere.

La serata scorre velocemente, segno evidente di quanto piacevole questa sia e Costanza si sofferma su un’ulteriore sua certezza.

C’è un codice paterno ed uno materno all’interno della coppia.

La mamma accoglie; il padre rappresenta la regola ponendo i giusti limiti.

Probabilmente perché l’uomo riesce meglio a dividere i vari ambiti, mentre la donna è in ogni momento mamma, anche se è fuori di casa, al lavoro o in ogni altro possibile “dove”.

Ed è importantissimo che la madre sia d’accordo ed in un certo senso autorizzi il padre ad essere padre.

Che la mamma, in altre parole, riesca a staccare questo cordone ombelicale e che moglie e marito si “accreditino” l’un l’altro davanti ai figli.

Resta però, che il nostro amore non sarà mai sufficiente rispetto a quello di Dio.

Nessun genitore riesce ad essere perfetto.

L’augurio è che i nostri figli possano avere un incontro autentico con il Signore, soprattutto nel periodo di individualismo e relativismo sfrenato che stiamo vivendo.

La donna si sente indispensabile quando i figli sono piccoli; poi, pian piano, crescendo, questo sentore viene meno e la mamma, generalmente più del papà, sente forte questo senso di vuoto.

 

Quando la mamma parla dobbiamo ascoltarla.

La Chiesa che è mamma, siamo in grado e capaci di ascoltarla?

Siamo in grado di mettere Cristo al centro di tutto?

Quanto siamo pronti a gestire la nostra  spiritualità un po' come credevamo di poterla “aggiustare”?

Costanza Miriano Individua cinque pilastri: Parola di Dio - Preghiera - Confessione - Eucarestia – Digiuno.

5 dogmi, che poi spiegherà essere 5 capisaldi dati dalla Madonna a Medjugorje.

Molti questa regola cercano di viverla magari a modo loro; ognuno nella propria imperfezione.

Siamo tutti i monaci di un immaginario monastero Wi-Fi nel quale, senza fili, tutti siamo connessi, legati e collegati.

D’altronde, dice Costanza, si può essere monaci mentre si fa jogging, mentre si va in metro, mentre si fa la spesa.

Un piccolo esercito di mendicanti scalcagnati, fragili e incoerenti, ma innamorati di Dio.

Dovremmo educare la nostra libertà, perché questo equivale ad educare il nostro desiderio.

Cercare di agganciare questo incontro.

Non possiamo fare in modo che il sole sorga, ma possiamo fare in modo di trovarci lì, quando il sole sorgerà.

 

 

 

 

03 Febbraio 2018



Archivio

Sabato 29

 

ORE 17,00  SS. COMUNIONI PER I BAMBINI

DEL GRUPPO DI STEFANIA  E ALESSANDRA

 

 

“Per la nostra parrocchia dove abbiamo trovato persone che ci guidano nel cammino verso la fede e l’amore, che ci insegnano ad essere generosi verso gli altri affinchè il Signore li ricompensi e li aiuti sempre.”

 

 

“Perché aumenti in noi il desiderio di avere sempre un posto privilegiato per Gesù nella nostra casa, a scuola e nella vita di ogni giorno”



"Camposcuola è"

"Questi giorni sono stati intensi: abbiamo pregato, abbiamo giocato, abbiamo riso, abbiamo pianto e ci siamo consolati come una grande famiglia, 

E' stato bello condividere le emozioni in nome di Colui che ci ha riuniti qui. Mi auguro di poter continuare il cammino iniziato insieme anche a Roma."

grazie P. Francesco

 

"Siamo ormai giunti  al termine di questa settimana ed è stato bello sorridere e scherzare insieme a voi , a volte difficile asciugare le vostre lacrime o guarire le vostre ferite e tanto impegnative soddisfare la vostra fame.......

Tutto questo ci ha permesso di vivere tantissime emozioni grazie anche alla guida di te, P. Francesco, che hai reso tutto più speciale.

Bambino tra bambini e maestro di fede per tutti noi , sei una persona speciale e non smetteremo mai di ringraziarti perchè quest'esperienze ci permettono di poter essere migliori, anche solo con un piccolo gesto.

Grazie a te abbiamo, ancora una volta, imparato qualcosa da questi ragazzi, ci hai insegnato cosa significa scalare una montagna. Perchè la vita è questo: una montagna da scalare con una vetta da conquistare per poter poi finalmente godersi il piacere della discesa . Questo campo è stato  per noi , proprio come quelle montagne e la nostra piacevole discesa è il sorriso di tutti, perchè felici di aver vissuto questa fantastica esperienza. Grazie "prete" , come ti chiamano i ragazzi e grazie di cuore a tutti bimbi, ragazzi e animatori, in particolare Stefania e Gabriele, sempre disponibili e pronti a sopportare quella piccola peste della nostra mascotte Davide. vi vogliamo bene!"




"Volevo ringraziare qualche persona: Padre Francesco che ci aViuta sempre e ci dimostra la sua agilità e ogni volta che parla mi avvicina a Dio. Gli animatori che ci sopportano, ci aiutano e ci vogliono bene (almeno spero) che invani credono che li ascolteremo. Le cuoche che invece di giocare stanno ai fornelli per darci un pasto buonissimo. Ma soprattutto voi ragazzi che accettate la gente per quello che è, e che vi volete bene a vicenda. Voi, in questo istante, siete stati come una  famiglia: le prime persone che vedo quando apro gli occhi e le ultime che vedo quando li chiudo. Ci sono di più simpatici e di meno simpatici, ma ha tutti è riservato uno spazio nel mio cuore. Imbocca a lupo. ( MAtteo , 11 anni)"


Tutto questo e'..Grest! 2015

"Ma perché questo grest è durato così poco?” una domanda sincera  di un bimbo ospite del  grest organizzato dalla parrocchia Natività di Maria. “durato così poco” non è proprio esatto  perché di settimane ne sono passate ben tre…ma forse il nostro piccolo interlocutore voleva sottolineare di come il tempo vola quando si sta bene accolti in un luogo così ospitale  e immersi  in un clima di amicizia davvero straordinario.

I cento quaranta fanciulli e adolescenti protagonisti dell’”estate” esplosa immediatamente dopo la chiusura dell’anno scolastico,  hanno animato gioiosamente i  luoghi di questa Parrocchia: i campi da gioco, il parco, il sagrato, il salone, le sale, i corridoi…e anche la Chiesa. Tempo per il gioco, per nutrirsi, per pregare insieme, per crescere insieme, per investire nel divertimento e nella condivisione il germogliare di una gioventù destinata a dare molto frutto.

Sbaglia chi crede che il”grest” sia solo una pratica occasione, per genitori e famiglie impegnate nel lavoro, utile a sistemare i figli liberi dagli impegni scolastici: infatti non si mandano mica i figli a scuola perché non si sa dove sistemarli.  Aver scelto la Parrocchia Natività di Maria è stato frutto di una consapevole convinzione che, anche qui, i loro figli avanzano nella via della migliore  crescita  che per essi si desidera.

Il grazie che spontaneamente va rivolto agli organizzatori (Parroco e nessuno escluso) ai giovani animatori (perle di questa comunità) alle generose persone che volontariamente hanno cucinato (menù da maestri chef) pulito, gestito il bar, allestito la sala da pranzo e tanto altro, bene, questo grazie sincero forse è tutto contenuto nella domanda del bambino “Ma perché questo grest è durato così poco?”


Foto Grest 2015


Il Vangelo nelle famiglie

 

Chiusura anno pastorale 201-2015 Lectio divina

 

I nostri incontri legati alla lettura del Vangelo nelle famiglie si sono conclusi e proprio quest’anno Papa Francesco, nel suo messaggio ecclesiale, ha messo al centro “la Famiglia” …ambiente privilegiato dell’incontro nella gratuità dell’amore…luogo dove si impara a parlare, a pregare, a convivere nelle differenze e a fare esperienza del legame e delle relazioni…”

Non vogliamo compiacerci, per vanità, della nostra costanza a portare avanti questa iniziativa che da anni si muove, senza troppo clamore, nelle case di questo quartiere, ma vorremmo porre l’attenzione sull’elenco contenuto in queste pagine. Non si tratta solo di una ordinata cronologia di nomi e di vie: quei luoghi indicati sono muri entro i quali abbiamo ascoltato il Vangelo di Cristo e abbiamo pregato, il “Canto al Vangelo” ne è la traccia.

Il senso della cortesia, lo spirito di accoglienza e la generosa apertura delle nostre porte agli altri possono indicare i segni di una fede viva; così come la curiosità della ricerca, il desiderio del sapere, possono vincere con la luce della “Parola” le tenebre dell’ignoranza.

Dal nucleo domestico può scaturire un impulso missionario:  il Papa, Santo Giovanni Paolo II, nell’istituire la grande missione cittadina in preparazione dell’Anno Santo del 2000, così esortava “far risuonare nella coscienza e nella vita di tutti gli abitanti di Roma, in ogni famiglia e ambiente, lo stesso annuncio e la stessa professione di fede in Gesù Cristo…il Vangelo in ogni casa, per offrire ad ogni famiglia il libro fondamentale della missione …e accogliere la buona notizia in esso contenuta, con spirito di fede e di conversione…”

Tante parole vengono spese oggi sulla “famiglia”, ma da uno sguardo obiettivo affiora purtroppo che la realtà familiare non gode di quei privilegi che meriterebbe, anzi spesso non viene rispettata e protetta nella sua fisionomia e nei suoi diritti.

I nostri incontri sono un umile sforzo di testimoniare come da una piccola comunità domestica si possa trasmettere l’intensa passione della cristianità.






 A tutto Grest 2015 !


Il Dono più grande.

 

“L’amore di un figlio non si può descrivere perfettamente a parole, è qualcosa che tocca l’anima, il cuore, i pensieri.” Se mi volto indietro quanti ricordi e quante benedizioni! Dolcissimo amore mio, quando sei arrivata ho pensato “sei davvero bellissima, sei il dono più bello e più grande che potessimo ricevere”, un angelo venuto dal cielo. Quante volte mi hai chiesto “ma come sono nata?” ed io ti ho sempre risposto che eri un angelo in cielo che il nostro Padre Celeste decise di donarci; un angelo bellissimo e dolcissimo, con un sorriso meraviglioso, “te, il sorriso infinito di Dio”. Da allora ci hai rapiti in un immenso “disegno d’amore”, quello di Dio per noi, quello di un Padre Celeste che, come un papà, ci ama e ci guida in ogni nostro passo.

Il giorno della tua Prima Comunione è stata una bellissima giornata, un’esperienza ricca di emozioni e di spiritualità. I principali “protagonisti” siete stati tutti voi bambini che, riuniti insieme ai “coprotagonisti”, noi genitori, i sacerdoti, le catechiste e all’ “attore” principale, Gesù, (Colui che è il “vero protagonista”), avete “messo in scena” la più bella delle “sceneggiature”, il vostro incontro con Gesù nell’incontro con l’Eucarestia. Ma tutto questo è stato molto di più di una semplice sceneggiatura, di una semplice “messa in scena”; è stata la Messa, la vostra Prima Comunione, ed in particolare, è stata la tua Prima Comunione. In chiesa siete entrati vestiti di bianco, puri come il fiore che portavate in mano, con un sorriso e una luce negli occhi davvero straordinari e diversi dal solito. Una luce che vi rendeva, nonostante la vostra piccola età, già grandi e consapevoli di quanto di meraviglioso stava per accadere; nei vostri occhi si leggeva la consapevolezza e la gioia dell’incontro con Gesù.

Ancora oggi quando vedo i tuoi occhi penso “sei cambiata, risplendi di una luce nuova, bella e luminosa”. Non sei più tu ma un’altra persona, perché con Gesù dentro di te sei diventata una persona migliore. Ricorda dolcissimo amore mio che Lui è e sarà sempre la forza, la luce, la vita e il pane in questo meraviglioso viaggio perché, come dice Papa Francesco, “la vita con Gesù diventa molto più piena e con Lui è più facile trovare il senso di ogni cosa”. (E.G. 266)

In questi anni ti sei preparata grazie all’aiuto amorevole delle catechiste e dei parroci che ti hanno guidata nel cammino spirituale per ricevere e incontrare Gesù. Ricordo con quanto entusiasmo un giorno mi hai riferito le parole che padre Lorenzo vi aveva detto: “le cose materiali non hanno valore, non rimangono per sempre, mentre l’amore rimane per sempre”. Portalo sempre con te perché è uno degli insegnamenti più belli e veri di vita. In questo cammino ti ho seguita, accompagnata, felice e grata di aver nuovamente incontrato anche io Gesù. E la festa è stata una giornata ricca di significati; è stata un’occasione di incontro con Gesù perché, anche nei momenti di quotidianità, se vissuti come momenti e atti di condivisione, momenti fatti d’amore e con amore, Gesù si rivela a noi.

Quante emozioni e quante parole ancora avrei voluto dirti. Lo faccio ora perché voglio che tu sappia che con la Comunione hai ricevuto un Dono, quello più grande, un dono vero, un dono d’amore fatto per amore, un dono come “pane di vita”.  Ma forse di questo tu ne hai preso atto in quel momento perché tutta entusiasta dicevi “oggi ricevo il Corpo di Gesù, oggi ricevo un grande Dono” e nei tuoi occhi splendeva una luce radiosa. Tutto risplendeva e l’emozione era così forte che travolgeva tutti noi; la stessa giornata, grigia e nuvolosa, ad un tratto si è aperta di una luce folgorante, quasi a significare l’ingresso di Gesù, attraverso lo Spirito Santo, nei nostri cuori, e in modo particolare nel tuo cuore e in quello di tutti i bimbi. Non poteva verificarsi una “sceneggiatura” migliore e tutto questo perché non esiste migliore “artefice” di Dio Padre Celeste. Lui, per mezzo di suo Figlio Gesù Cristo, ci viene a ricordare quanto grande e immenso è il suo amore per noi. Ci viene a ricordare che da oggi Gesù, Suo Figlio, grazie alla Santa Comunione, entra nella tua vita e che anche per te sarà una Amico speciale, fedele, un compagno di viaggio e una guida spirituale sempre vicino, che non si separerà mai. È l’inizio di un cammino fatto insieme a Gesù. È un legame che nessuno potrà più spezzare, come un “sigillo sul tuo cuore”.  È un Dono d’amore che vale più di tutto nella vita e da questo momento comincia una nuova tappa della tua vita. Da oggi “Lui sarà con te e tu sarai con Lui”.

Voglio che ti rimanga quanto, di bello per me, ho trovato scritto affinché tu possa comprendere che “quando il pane e il vino da noi offerti a Dio sull’altare, si convertono nel Corpo e Sangue di Cristo, simbolizzano il nostro corpo e il nostro sangue convertiti nel Corpo e Sangue di Gesù. E, se il pane, il vino, a contatto con te diventano tua carne, tu a contatto con Gesù diventi suo Corpo, suo Sangue….Tutto ciò è un grande miracolo proprio come la nostra vita…. Ed ora tu vedrai le cose, le persone in un altro modo perché vedrai con gli occhi di Gesù che è dentro di te”.

Ma ricorda, non tenere solo per te la gioia di aver incontrato Gesù. Devi trasmetterla anche agli altri. Perché, come ha detto Papa Benedetto XVI, “chi ha scoperto Gesù deve portare altri verso di Lui. Una grande gioia non si può tenere per sé. Bisogna trasmetterla”. E quando incontrerai momenti bui non scoraggiarti mai, e se dovesse accadere, troverai sempre nel Signore tutto il suo Amore, il tuo più grande Amico e “Consolatore perfetto”.

“Dio è diventato padrone del tuo cuore”, e tu dovrai stare vicino a Lui sempre, impegnandoti ad essere sempre amorevole, gentile, premurosa, generosa, umile e attenta verso chi ti sta a fianco perché, come dice la mia cara nonna, le “buone maniere pagano sempre e tutto il bene che farai ti ritornerà”. E vedrai che bella sorpresa quando a ritornare sarà tutto l’amore, lo stesso amore che tu hai donato! Altrettanto io mi impegnerò come te, perché tanto cammino ho ancora da percorre e se lo conduciamo insieme sarà ancora più bello, in fondo anche tu hai tanto da insegnarmi!

Con immenso amore, la tua mamma.






SS.Trinità Domenica 31 Maggio

Mercoledi 27 Maggio

 

ORE 8,45-16 RITIRO E CELEBRAZIONE DEL SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE PER I BAMBINI DEL I^ ANNO DELLA CATECHESI

Pentecoste


Un «evento, che cambia il cuore e la vita degli Apostoli e degli altri discepoli, si ripercuote subito al di fuori del Cenacolo. Infatti, quella porta tenuta chiusa per cinquanta giorni finalmente viene spalancata e la prima Comunità cristiana, non più ripiegata su sé stessa, inizia a parlare alle folle di diversa provenienza delle grandi cose che Dio ha fatto, cioè della Risurrezione di Gesù, che era stato crocifisso. E ognuno dei presenti - prosegue Francesco - sente parlare i discepoli nella propria lingua. Il dono dello Spirito ristabilisce l'armonia delle lingue che era andata perduta a Babele e prefigura la dimensione universale della missione degli Apostoli. La Chiesa - dice il Papa - nasce universale, una e cattolica, con una identità precisa ma aperta, che abbraccia il mondo intero, senza escludere nessuno».

 

 

 

Maggio,Mese Mariano!

 

"Amate,onorate,servite Maria. Procurate di farla conoscere,amare e onorare dagli altri”


 

San Giovanni Bosco

 

24 Maggio Maria Ausiliatrice



Sabato 9 Maggio S.Comunioni Bambini Gruppo Antonella e Gabriella 

 

 

"Gesù ti preghiamo perché la nostra vita sia una continua e sincera ricerca di te,senza mai stancarci,senza mai abbandonare la tua strada,i tuoi insegnamenti.

Aiutaci a non voltarci indietro anche quando la tua Luce sembra affievolirsi."

 

 

"Gesù aiutaci a comprendere meglio il suono della tua voce,il significato delle tue parole,la ragione della tua venuta sualla terra e del tuo sacrificio sulla croce per essere portatori di pace nel mondo"

 

 

prosegue in area eventi!

  

Sabato 9

ORE 17,00  SS. COMUNIONI PER I BAMBINI

 

DEL GRUPPO GRUPPO DI ANTONELLA E GABRIELLA

 

 

 

 




 

 


 Domenica 26 Aprile 2015

 

 “Io sono il buon pastore conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”

 

Cartellone gruppo comunione


Ritiro Giovani 25/26 aprile 2015

 

Segni(Rm)





Grest 2015!

Cartellone Domenica 12 Aprile 2015 dei Bambini Gruppo Anno Eucaristico 


Terza Domenica di Quaresima


QUARESIMA E'...



Incontro delle famiglie Sabato 28 Febbraio 2014