Rifletti con noi!

Carissimi, cenere in testa e acqua sui piedi.

 

Una strada, apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri. A percorrerla non bastano i quaranta giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri al giovedì santo. Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala.

 

Pentimento e servizio. Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all'acqua, più che alle parole. Non c'è credente che non venga sedotto dal fascino di queste due prediche. Le altre, quelle fatte dai pulpiti, forse si dimenticano subito. Queste, invece, no: perché espresse con i simboli, che parlano un "linguaggio a lunga conservazione".

 

È difficile, per esempio, sottrarsi all'urto di quella cenere. Benché leggerissima, scende sul capo con la violenza della grandine. E trasforma in un'autentica martellata quel richiamo all'unica cosa che conta: "Convertiti e credi al Vangelo". Peccato che non tutti conoscono la rubrica del messale, secondo cui le ceneri debbono essere ricavate dai rami d'ulivo benedetti nell'ultima domenica delle palme. Se no, le allusioni all'impegno per la pace, all'accoglienza del Cristo, al riconoscimento della sua unica signoria, alla speranza di ingressi definitivi nella Gerusalemme del cielo, diverrebbero itinerari ben più concreti di un cammino di conversione. Quello "shampoo alla cenere", comunque, rimane impresso per sempre: ben oltre il tempo in cui, tra i capelli soffici, ti ritrovi detriti terrosi che il mattino seguente, sparsi sul guanciale, fanno pensare per un attimo alle squame già cadute dalle croste del nostro peccato.

 

Così pure rimane indelebile per sempre quel tintinnare dell'acqua nel catino. È la predica più antica che ognuno di noi ricordi. Da bambini, l'abbiamo "udita con gli occhi", pieni di stupore, dopo aver sgomitato tra cento fianchi, per passare in prima fila e spiare da vicino le emozioni della gente. Una predica, quella del giovedì santo, costruita con dodici identiche frasi: ma senza monotonia. Ricca di tenerezze, benché articolata su un prevedibile copione. Priva di retorica, pur nel ripetersi di passaggi scontati: l'offertorio di un piede, il levarsi di una brocca, il frullare di un asciugatoio, il sigillo di un bacio.

 

Una predica strana. Perché a pronunciarla senza parole, genuflesso davanti a dodici simboli della povertà umana, è un uomo che la mente ricorda in ginocchio solo davanti alle ostie consacrate.

 

Miraggio o dissolvenza? Abbaglio provocato dal sonno, o simbolo per chi veglia nell'attesa di Cristo? "Una tantum" per la sera dei paradossi, o prontuario plastico per le nostre scelte quotidiane? Potenza evocatrice dei segni!

 

Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua.

 

La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnerne l'ardore, mettiamoci alla ricerca dell'acqua da versare... sui piedi degli altri.

 

Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa.

 

Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi.

 

Un grande augurio.


RIMETTIAMO AL CENTRO L'ANNUNCIO DELLA PAROLA

 

 

Mai sottovalutare il bisogno di speranza e positività dei fedeli

Papa Francesco non perde occasione per ricordare a noi preti quanto sia importante la PAROLA. Pare che nella Chiesa le cose più importanti siano i sacramenti, la preparazione, la frequentazione, la partecipazione.

E la Parola, secondo la convinzione quasi generale dei fedeli e dei pastori, serve per spiegare e per vivere meglio i momenti sacramentali. Noi preti, poi, spesso diamo l'impressione che la Parola di Dio sia, più o meno, la parola del parroco.

Debbo dire che è più facile impartire i sacramenti che interiorizzare, preparare e annunciare la Parola. Non so se vado fuori strada, ma la Parola è il sacramento dei sacramenti. Se poi aprissimo il Vangelo di Giovanni capiremmo che la Parola è diventata Persona e per tutto il testo, soprattutto nel discorso della Cena, dalla Parola nascono e si illuminano tutti i passi del Vangelo.

Le battute, secondo lo stile di Papa Francesco sulle prediche brevi, preparate, sentite, ci ricordano i suoi passati pastorali e la nostalgia che ciascuno di noi si porta dentro quando, dalla strada e dalla frontiera, deve passare alla basilica e alla "cattedra".

Sottovalutiamo il bisogno che la gente ha di parole vere, positive, cariche di speranza e di fraternità. Non è vero che la superficialità, la comodità, l'egoismo hanno spento l'anima. .

Vivendo tra i giovani e incontrando persone di ogni tipo, debbo dire che se fossimo un po' più attenti, più disponibili, meno frettolosi nel giudicare, ci accorgeremmo che il disagio, la solitudine, il dolore, l'amore tradito sono ancora a battere alle nostre porte.

Non sempre è la sacrestia il luogo più adatto a rispondere e non sono i numeri dei fedeli che vengono a Messa quelli che decidono sul "benessere" delle anime dei parrocchiani.

La parola è vita, è relazione, è comunione. Noi siamo i figli della Parola, come laici e come credenti, ma la Parola, per essere genuina, deve venire dopo l'ascolto di chi ti cerca e dopo l'ascolto di chi ti ha chiamato a fare il pastore.

 

 

Don Antonio Mazzi


 

 

 

I domenica di Quaresima

di ENZO BIANCHI

 

Mc  1,12-15

In quel tempo, 12lo Spirito sospinse Gesù nel deserto 13e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. 14Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, 15e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

 

Il vangelo di questa prima domenica di Quaresima è breve: quattro versetti, anche se in realtà mi concentrerò quasi esclusivamente sui primi due, avendo commentato i vv. 14-15 poche domeniche fa (III domenica del tempo Ordinario). I vv. 12-13 sono molto intensi, capaci di comunicarci l’essenziale sulle tentazioni di Gesù, anche se nel nostro immaginario è impressa, dunque da noi memorizzata, la narrazione più drammatica e più precisa dei vangeli secondo Matteo e Luca (cf. Mt 4,1-11; Lc 4,1-13).

 

Concentriamoci dunque sul racconto di Marco. Gesù è stato battezzato nel fiume Giordano da Giovanni, il suo maestro, e nell’uscire dall’acqua ha visto i cieli aprirsi, lo Spirito di Dio scendere su di lui con la dolcezza di una colomba (cf. Mc 1,9-10) e, soprattutto, ha sentito una dichiarazione rivolta a lui solo. Dal cielo, infatti, dal luogo dimora di Dio, lo raggiunge una voce che proclama: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho messo tutta la mia gioia” (Mc 1,11; cf. Sal 2,7; Gen 22,2; Is 42,1). È la voce del Padre, che gli conferma il proprio amore e la sua identità di Figlio amato; è la voce che lo abilita, con la forza dello Spirito, “compagno inseparabile di Cristo” (Basilio di Cesarea), alla missione pubblica tra i figli di Israele.

 

Ma appena questo è avvenuto, “subito” (euthýs) lo Spirito disceso su di lui lo spinge dove i cieli non sono aperti, bensì chiusi; lo spinge, letteralmente “lo scaccia nel deserto”, dove è presente più che mai il diavolo, Satana, colui che mette alla prova, la cui missione è dividere e separare, soprattutto da Dio. Satanâs è uno dei nomi dato a questa potenza malefica che appare fin dagli inizi della creazione (il serpente: cf. Gen 3,1) e che nei testi di Qumran è colui che guida in battaglia i “figli della tenebra” contro i “figli della luce”, colui che si oppone al Messia di Dio.

 

Gesù entra così in una zona d’ombra, entra nella prova, perché il deserto è terra di prova, di tentazione. Lo era stato quarant’anni per Israele, “battezzato” e uscito dalle acque del mar Rosso; lo era stato quaranta giorni per Mosè e per Elia; lo era stato per quanti erano andati nel deserto per preparare una strada al Signore (cf. Is 40,3), combattendo da “figli della luce” contro il demonio e la sua tenebra; lo era stato per Giovanni il Battista. Gesù dunque sta camminando sulle tracce lasciate dagli inviati di Dio, e in tal modo sa che deve prepararsi a quella che sarà la prova, la lotta quotidiana, fino alla morte.

 

In quel deserto di Giuda, accanto al mar Morto, tra quelle rocce aride, Gesù “dimora quaranta giorni, continuamente tentato da Satana”. La sua è una lotta corpo a corpo, della quale nessuno è spettatore; è una lotta interiore attraverso la quale deve imparare l’obbedienza del Figlio – “imparò l’obbedienza dalle cose che patì” (Eb 5,8), legge con intelligenza l’autore della Lettera agli Ebrei – e vincere il tentatore che si oppone alla venuta del Regno nel modo in cui Dio lo vuole e che Gesù deve assumere e fare suo, fino a rivestirsene. Sono giorni di lotta in cui Gesù lega il principe dei demoni, lega colui che è “il forte” (Mc 3,27), perché – come aveva annunciato il Battista – “il più forte” (Mc 1,7) è proprio Gesù, che scaccerà i demoni liberando uomini e donne dall’alienazione demoniaca.

 

Marco non ci dice nulla di preciso sulle tentazioni subite da Gesù, quelle che gli altri evangelisti, in una sorta di midrash, racconteranno come lotta contro le tre libidines dell’eros, della ricchezza e del potere, insomma lotta contro una manifestazione mondana, prepotente e arrogante del Regno. Questa descrizione volutamente così generica da parte di Marco è un’indicazione a discernere quante volte durante la sua missione Gesù sarà ancora tentato. Sarà infatti sollecitato a utilizzare la sua potenza divina per imporre in modo trionfale il regno di Dio, quando gli chiederanno un segno, un miracolo eclatante dal cielo (cf. Mc 8,11); sarà poi tentato nell’ora dell’agonia al Getsemani (cf. Mc 14,32-42) e ancora lungo tutta la passione, fino alla croce (cf. Mc 15,29-32). Gesù resterà sempre fedele alla sua missione di inviato del Padre, come giusto in un mondo ingiusto, al prezzo di non rispondere mai alla violenza con la violenza e di donare fino alla fine la sua vita.

 

Qui l’evangelista più antico mette l’accento sul fatto che Gesù è costantemente tentato, per quaranta giorni, senza mai cedere a una visione trionfalistica della venuta del Regno. Pienamente sottomesso al Padre, creatura tra le creature non umane del deserto (rocce, pietre, arbusti, rettili, volatili, bestie selvagge), Gesù è in profonda comunione con tutta la creazione. È come collocato al centro di essa, è il vero Adamo come Dio l’ha voluto, capace di vivere riconciliato e in pace con tutte le creature e con tutta la terra. Gesù appare come l’uomo mite, armonioso, rappacificato con il cielo e la terra, così da inaugurare l’era messianica profetizzata da Isaia: “Il lupo dimorerà con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto, il vitello e il leoncello pascoleranno insieme … Il leone si ciberà di paglia come il bue, il lattante si trastullerà sulla buca della vipera, il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso” (Is 11,6-8). Nella creazione segnata dal regno di Dio, animali e angeli, terra e cielo, basso e alto, terrestre e sovrumano, sono riconciliati e dunque in armonia con l’umanità, con il nuovo Adamo: è un’alleanza di pace cosmica. Sì, è il Regno messianico promesso da Dio a tutta la terra, che certamente è veniente. Gesù lo inaugura nel deserto, per questo subito dopo può proclamare: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio si è fatto vicino”.

 

Ma occorre ricordare che questa “armonia” e questa “pace” sono a caro prezzo: il prezzo della kénosis, dello svuotamento e dell’abbassamento di colui che “era in condizione di Dio e svuotò se stesso (heautòn ekénosen)”, diventando uomo e spogliandosi delle sue prerogative divine, invece di tenerle gelosamente per se stesso e di considerarle un privilegio (cf. Fil 2,6-7). Proprio in questa profonda umiliazione, che è testimonianza della sua tentazione vera, reale (non un teatrino esemplare per noi!), Gesù fa pace tra cielo e terra, sicché le creature del cielo, gli angeli, nel deserto gli si accostano e lo servono. Lo riconoscono quale Dio nella carne di un uomo: Gesù da Nazaret, il figlio di Maria.

 

Gesù, amato in pienezza dell’amore del Padre dichiaratogli nell’ora del battesimo e accompagnato dallo Spirito santo, è ormai operante quale vincitore su Satana, sul male, sulla malattia, sulla morte. È il Messia veniente che porta la vita; basta dunque seguirlo, accogliendo il suo invito pressante che riassume in sé tutto il vangelo appena iniziato: “Convertitevi e credete nel Vangelo!”. Così Gesù proclama che il tempo si è compiuto e che il regno di Dio ormai si è avvicinato: è una realtà possibile, che gli uomini e le donne possono accogliere lasciando che Dio regni su di loro. Le potenze alienanti degli idoli, il cui principe è Satana, possono essere vinte perché Gesù le ha vinte nel deserto e poi lungo tutta la sua vita umana.

 

 

Di fronte al dono del regno di Dio, occorre dunque “convertirsi”, come ci chiede il tempo quaresimale: si tratta di mutare mentalità, di ri-orientare la propria vita alla luce del “Vangelo” che “è potenza di Dio” (Rm 1,16). E il cristiano, tentato come Gesù nel deserto di questo mondo, non potrà più sentirsi solo in questa battaglia. Come suggeriscono i salmi, egli potrà pregare: “Nella mia lotta sii tu a lottare” (Sal 42,1; 118,154), e con la grazia del Signore risulterà vincitore sul demonio stesso. Noi monaci non dimentichiamo che i nostri padri del IV secolo sceglievano proprio il deserto per combattere Satana. Si narra per esempio che Antonio, esausto dopo la lunga lotta contro le tentazioni, chiese: “Ma dov’eri, Signore?”. E si sentì rispondere da Gesù: “Ero accanto a te per combattere la tua battaglia!”. La tentazione, la prova ritma la nostra vita: se non ci fosse la tentazione, ci sarebbe l’indifferenza! Ma sta a noi combatterla e vincerla con l’aiuto della grazia, pregando il Padre: “Non abbandonarci nella tentazione, ma liberaci dal male” (Mt 6,13).


 

Spinti nel deserto

 

per convertirci

 

e diventare

 

annunciatori del Regno

 

Domenica I di Quaresima B

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

Desert Temptations2

 

Mc 1,12-13 Gesù è spinto nel deserto e tentato [1]

 

Il combattimento di Gesù

Oggi è la prima domenica di questo tempo liturgico che fa riferimento ai quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto, dopo il battesimo nel fiume Giordano. Scrive san Marco nel Vangelo odierno: «Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano» (1,12-13). Con queste scarne parole l’evangelista descrive la prova affrontata volontariamente da Gesù, prima di iniziare la sua missione messianica. È una prova da cui il Signore esce vittorioso e che lo prepara ad annunciare il Vangelo del Regno di Dio. Egli, in quei quaranta giorni di solitudine, affrontò Satana “corpo a corpo”, smascherò le sue tentazioni e lo vinse. E in Lui abbiamo vinto tutti, ma a noi tocca proteggere nel nostro quotidiano questa vittoria.

 

Il combattimento del cristiano

La Chiesa ci fa ricordare tale mistero all’inizio della Quaresima, perché esso ci dà la prospettiva e il senso di questo tempo, che è un tempo di combattimento - nella Quaresima si deve combattere - un tempo di combattimento spirituale contro lo spirito del male (cfr. Orazione colletta del Mercoledì delle Ceneri). E mentre attraversiamo il “deserto” quaresimale, noi teniamo lo sguardo rivolto alla Pasqua, che è la vittoria definitiva di Gesù contro il Maligno, contro il peccato e contro la morte. Ecco allora il significato di questa prima domenica di Quaresima: rimetterci decisamente sulla strada di Gesù, la strada che conduce alla vita.

 

Andare sulla strada di Gesù

Guardare Gesù, cosa ha fatto Gesù, e andare con Lui. E questa strada di Gesù passa attraverso il deserto. Il deserto è il luogo dove si può ascoltare la voce di Dio e la voce del tentatore. Nel rumore, nella confusione questo non si può fare; si sentono solo le voci superficiali. Invece nel deserto possiamo scendere in profondità, dove si gioca veramente il nostro destino, la vita o la morte. E come sentiamo la voce di Dio? La sentiamo nella sua Parola. Per questo è importante conoscere le Scritture, perché altrimenti non sappiamo rispondere alle insidie del maligno. E qui vorrei ritornare sul mio consiglio di leggere ogni giorno il Vangelo: ogni giorno leggere il Vangelo, meditarlo, un pochettino, dieci minuti; e portarlo anche sempre con noi: in tasca, nella borsa… Ma tenere il Vangelo a portata di mano. Il deserto quaresimale ci aiuta a dire no alla mondanità, agli “idoli”, ci aiuta a fare scelte coraggiose conformi al Vangelo e a rafforzare la solidarietà con i fratelli.

 

… col dono dello Spirito ricevuto nel Battesimo

Allora entriamo nel deserto senza paura, perché non siamo soli: siamo con Gesù, con il Padre e con lo Spirito Santo. Anzi, come fu per Gesù, è proprio lo Spirito Santo che ci guida nel cammino quaresimale, quello stesso Spirito sceso su Gesù e che ci è stato donato nel Battesimo. La Quaresima, perciò, è un tempo propizio che deve condurci a prendere sempre più coscienza di quanto lo Spirito Santo, ricevuto nel Battesimo, ha operato e può operare in noi. E alla fine dell’itinerario quaresimale, nella Veglia Pasquale, potremo rinnovare con maggiore consapevolezza l’alleanza battesimale e gli impegni che da essa derivano.

La Vergine Santa, modello di docilità allo Spirito, ci aiuti a lasciarci condurre da Lui, che vuole fare di ciascuno di noi una “nuova creatura”.

 

Mc 1,12-15 L’invito alla conversione [2]

 

Conversione, prima parola della predicazione di Gesù

Cos’è la conversione? Essa è presente in tutta la Bibbia, e in modo particolare nella predicazione dei profeti, che invitano continuamente il popolo a “ritornare al Signore” chiedendogli perdono e cambiando stile di vita. Convertirsi, secondo i profeti, significa cambiare direzione di marcia e rivolgersi di nuovo al Signore, basandosi sulla certezza che Egli ci ama e il suo amore è sempre fedele. Tornare al Signore.

Gesù ha fatto della conversione la prima parola della sua predicazione: «Convertitevi e credete nel vangelo» (Mc 1,15). È con questo annuncio che Egli si presenta al popolo, chiedendo di accogliere la sua parola come l’ultima e definitiva che il Padre rivolge all’umanità (cfr Mc 12,1-11). Rispetto alla predicazione dei profeti, Gesù insiste ancora di più sulla dimensione interiore della conversione. In essa, infatti, tutta la persona è coinvolta, cuore e mente, per diventare una creatura nuova, una persona nuova. Cambia il cuore e uno si rinnova.

 

…che parte dalla condivisione della condizione umana

Quando Gesù chiama alla conversione non si erge a giudice delle persone, ma lo fa a partire dalla vicinanza, dalla condivisione della condizione umana, e quindi della strada, della casa, della mensa... La misericordia verso quanti avevano bisogno di cambiare vita avveniva con la sua presenza amabile, per coinvolgere ciascuno nella sua storia di salvezza. Gesù persuadeva la gente con l’amabilità, con l’amore, e con questo suo comportamento Gesù toccava nel profondo il cuore delle persone ed esse si sentivano attratte dall’amore di Dio e spinte a cambiare vita. Ad esempio, le conversioni di Matteo (cfr Mt 9,9-13) e di Zaccheo (cfr Lc 19,1-10) sono avvenute proprio in questo modo, perché hanno sentito di essere amati da Gesù e, attraverso di Lui, dal Padre. La vera conversione avviene quando accogliamo il dono della grazia; e un chiaro segno della sua autenticità è che ci accorgiamo delle necessità dei fratelli e siamo pronti ad andare loro incontro.

 

Anche noi sentiamo l’esigenza di un cambiamento

Cari fratelli e sorelle, quante volte anche noi sentiamo l’esigenza di un cambiamento che coinvolga tutta la nostra persona! Quante volte ci diciamo: “Devo cambiare, non posso continuare così… La mia vita, per questa strada, non darà frutto, sarà una vita inutile e io non sarò felice”. Quante volte vengono questi pensieri, quante volte!... E Gesù, accanto a noi, con la mano tesa ci dice: “Vieni, vieni da me. Il lavoro lo faccio io: io ti cambierò il cuore, io ti cambierò la vita, io ti farò felice”. Ma noi, crediamo in questo o no? Crediamo o no? Cosa pensate voi: credete in questo o no? Meno applauso e più voce: credete o non credete? [la gente: “Sì!”] È così. Gesù che è con noi ci invita a cambiare vita. È Lui, con lo Spirito Santo, che semina in noi questa inquietudine per cambiare vita ed essere un po’ migliori. Seguiamo dunque questo invito del Signore e non poniamo resistenze, perché solo se ci apriamo alla sua misericordia, noi troviamo la vera vita e la vera gioia. Dobbiamo soltanto spalancare la porta, e Lui fa tutto il resto. Lui fa tutto, ma a noi spetta spalancare il cuore perché Lui possa guarirci e farci andare avanti. Vi assicuro che saremo più felici. Grazie.

 

Mc 1,14 La missione di Gesù: annunciare il Vangelo [3]

 

«Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15-20). In questa consegna, c’è la missione che Gesù dà ai discepoli: la missione di annunciare il Vangelo, di proclamare il Vangelo». E la prima cosa che chiede Gesù è di andare, non rimanere in Gerusalemme: “Andate in tutto il mondo, proclamate il Vangelo a ogni creatura”. È un invito a uscire, andare.

 

Gesù proclama il Vangelo in cammino…

Il Vangelo è proclamato sempre in cammino (Mc 1,14): mai seduti, sempre in cammino, sempre. Uscire, dunque, per andare dove Gesù non è conosciuto o dove Gesù è perseguitato o dove Gesù è sfigurato, per proclamare il vero Vangelo. E come abbiamo sentito nel cantico dell’alleluia, «noi annunciamo Cristo crocifisso, potenza di Dio e sapienza di Dio». Proprio questo è il Cristo che Gesù ci manda ad annunciare».

 

…così anche i cristiani

Così i cristiani sono chiamati a uscire per annunciare, e anche in questa uscita va la vita, si gioca la vita del predicatore: non è al sicuro, non ci sono assicurazioni sulla vita per i predicatori. Tanto che se un predicatore cerca un’assicurazione sulla vita, non è un vero predicatore del Vangelo: non esce, rimane, sicuro».

Primo: andate, uscite. Perché il Vangelo, l’annuncio di Gesù Cristo, si fa in uscita, sempre; in cammino, sempre». E sia in cammino fisico, sia in cammino spirituale, sia in cammino della sofferenza: pensiamo all’annuncio del Vangelo che fanno tanti malati - tanti malati! - che offrono i dolori per la Chiesa, per i cristiani. Sono persone che sempre escono da se stesse.

 

Ma com’è lo stile di questo annuncio?

San Pietro, che è stato proprio il maestro di Marco, è tanto chiaro nella descrizione di questo stile: come si annuncia il Vangelo? Ecco la sua risposta: «Carissimi, rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri» (1Pt 5,5-14). Sì, il Vangelo va annunciato in umiltà, perché il Figlio di Dio si è umiliato, si è annientato: lo stile di Dio è questo, non ce n’è un altro. E l’annuncio del Vangelo non è un carnevale, una festa che è una cosa bellissima, ma questo non è l’annuncio del Vangelo. Ci vuole l’umiltà: il Vangelo non può essere annunciato con il potere umano, non può essere annunciato con lo spirito di arrampicare e andare su, no! Questo non è il Vangelo!

 

 

NOTE

[1] Angelus, 22 febbraio 2015.

[2] Udienza, 18 giugno 2016.

 

[3] Meditazione, 25 aprile 2017.


I 10 Consigli di Papa Francesco per la Quaresima

 

 

 

“La Quaresima è una stagione “potente”, un momenti di svolta che può rafforzare il cambiamento e la conversione in ognuno di noi. Può cambiarci in meglio. Ci aiuta a lasciarci alle spalle le cattive abitudini che ci creano dipendenza dal male”.

 

Fai qualcosa che provochi sofferenza

“La Quaresima è un ottimo momento per la negazione di sé: dobbiamo capire a cosa è meglio rinunciare, per arricchirci e arricchire gli altri della nostra povertà. Non dimentichiamoci che la povertà vera fa soffrire. Nessuna negazione di sé è vera se priva di questa dimensione di pena. Non credo a una carità che non costa nulla e che non fa male”.

 

 

 

Non restare indifferente

“L’indifferenza nei confronti del prossimo e nei confronti di Dio è una tentazione forte anche per noi cristiani. Ogni anno, durante la Quaresima, dobbiamo ascoltare una volta di più le parole dei profeti, che gridano alla nostra coscienza e la mettono in difficoltà. Dio non è indifferente a questo mondo. Ci ama e ci ha mandato suo figlio per la nostra salvezza”.

 

Prega e dì: "Rendi i nostri cuori come il tuo!"

“Durante la Quaresima dobbiamo chiedere al Signore: “Fac cor nostrum secundum cor tuum”, cioè rendi i nostri cuori come il tuo (Litania del Sacro Cuore di Gesù). In questo modo riceveremo un cuore fermo e compassionevole, attento e generoso, un cuore aperto, non indifferente e non preda della globalizzazione dell’indifferenza”.

 

Partecipa ai sacramenti

“La Quaresima serve ricevere i sacramenti di Cristo. Ogni volta, dobbiamo ascoltare la parola del Signore e ricevere le sue benedizioni. Dobbiamo dedicarci, in particolar modo, all’Eucaresria. E allora noi diverremo ciò che riceviamo: il corpo di Cristo”.

 

Prega (bis)

“Di fronte a tutte le ferite che ci affliggono e appesantiscono i nostri cuori, siamo chiamati a tuffarci nel mare della preghiera, che è il mare dell’amore di Dio, per assaggiare il sapore della sua tenerezza. La Quaresima è un periodo di preghiera, di preghiera più intensa, più prolungata, più assidua, più attenta ai bisogni dei fratelli, più dedicata ai santi e alla Madonna per superare le situazioni di povertà e di sofferenza”.

 

 

Pratica il digiuno..

“Dobbiamo stare attenti a non praticare un digiuno solo formale, o uno in cui ci si “soddisfi” comunque, perché ci fa sentire bene- Digiunare ha senso se mette in difficoltà le nostre sicurezze e se porta a benefici per gli altri. Ci aiuta a coltivare lo stile del buon samaritano, che si piega di fronte al fratello in difficoltà e si prende cura di lui”.

 

.. e la carità

“Oggi la gratuità non è parte della vita di tutti i giorni, in cui tutto è acquistato e venduto. Tutto viene calcolato e misurato. La carità ci aiuta a vivere l’esperienza di donare con libertà, che di conseguenza ci porta verso una nuova libertà, quella dall’ossessione di possedere, ci toglie la paura di perdere ciò che abbiamo e ci elimina la tristezza di chi non sa o non vuole condividere la sua ricchezza con gli altri”.

 

Aiuta i poveri

“Tra i poveri e gli emarginati vediamo il volto di Cristo. Amando e aiutando i poveri amiamo e serviamo Cristo. I nostri sforzi devono essere diretti a porre fine alle violazioni della dignità umana, contro la discriminazione e l’abuso nel mondo, perché queste sono la causa dell’indigenza. Quando il potere, il lusso e i soldi diventano idoli, diventano prioritari oltre al bisogno di una giusta distribuzione della ricchezza. Le nostre coscienze devono essere convertite alla giustizia, all’uguaglianza, alla semplicità e alla condivisione”.

 

Evangelizza

 

“Il Signore ci chiede di diventare araldi gioiosi del suo messaggio di speranza e compassione. È eccitante condividere la bellezza di diffondere la buona novella, diffondere il tesoro affidato a noi, consolare gli afflitti e offrire speranza ai nostri fratelli e alle nostre sorelle che si sono persi nell’oscurità”.


Domenica 11 Febbraio 2018

Le due logiche:

 

emarginare o reintegrare

 

VI Domenica del tempo ordinario B

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

 

1,40-45 Il contatto è il vero linguaggio comunicativo [1]

 

Gesù vuole “patire con”

“Signore, se vuoi, tu puoi purificarmi”. Gesù, mosso a compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!” (cfr Mc 1,40-41). La compassione di Gesù! Quel “patire con” che lo avvicinava ad ogni persona sofferente. Gesù non si risparmia, anzi si lascia coinvolgere nel dolore e nel bisogno della gente, semplicemente perché Egli sa e vuole “patire con”, perché ha un cuore che non si vergogna di avere “compassione”.

 

Si fa emarginato…

“Non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti” (Mc 1,45). Questo significa che, oltre a guarire il lebbroso, Gesù ne ha preso su di sé anche l’emarginazione che la legge di Mosè imponeva (cfr Lv 13,1-2.45-46). Gesù non ha paura del rischio di assumere la sofferenza dell’altro, ma ne paga fino in fondo il prezzo (cfr Is 53,4).

 

… per reintegrare l’uomo

La compassione porta Gesù ad agire in concreto: a reintegrare l’emarginato. E questi sono i tre concetti-chiave che la Chiesa ci propone oggi nella liturgia della Parola: la compassione di Gesù di fronte all’emarginazione e la sua volontà di integrazione. Emarginazione: Mosè, trattando giuridicamente la questione dei lebbrosi, chiede che vengano allontanati ed emarginati dalla comunità, finché perduri il loro male, e li dichiara “impuri” (cfr Lv 13,1-2.45-46).

 

La sofferenza e vergogna del lebbroso

Immaginate quanta sofferenza e quanta vergogna doveva provare un lebbroso: fisicamente, socialmente, psicologicamente e spiritualmente! Egli non è solo vittima della malattia, ma sente di esserne anche il colpevole, punito per i suoi peccati! È un morto vivente, “come uno a cui suo padre ha sputato in faccia” (cfr Nm 12,14).

Inoltre, il lebbroso incute paura, disdegno, disgusto e per questo viene abbandonato dai propri familiari, evitato dalle altre persone, emarginato dalla società, anzi la società stessa lo espelle e lo costringe a vivere in luoghi distanti dai sani, lo esclude. E ciò al punto che se un individuo sano si fosse avvicinato a un lebbroso sarebbe stato severamente punito e spesso trattato, a sua volta, da lebbroso.

 

Gesù rivoluziona la mentalità chiusa nella paura…

È vero, la finalità di tale normativa era quella di salvare i sani, proteggere i giusti e, per salvaguardarli da ogni rischio, emarginare “il pericolo” trattando senza pietà il contagiato. Così, infatti, esclamò il sommo sacerdote Caifa: “È meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera” (Gv 11, 50). Gesù rivoluziona e scuote con forza quella mentalità chiusa nella paura e autolimitata dai pregiudizi: lui integra.

 

…portando a compimento la legge

Egli, tuttavia, non abolisce la Legge di Mosè ma la porta a compimento (cfr Mt 5,17), dichiarando, ad esempio, l’inefficacia controproducente della legge del taglione; dichiarando che Dio non gradisce l’osservanza del Sabato che disprezza l’uomo e lo condanna; o quando, di fronte alla donna peccatrice, non la condanna, anzi la salva dallo zelo cieco di coloro che erano già pronti a lapidarla senza pietà, ritenendo di applicare la Legge di Mosè.

Gesù rivoluziona anche le coscienze nel Discorso della montagna (cfr Mt 5), aprendo nuovi orizzonti per l’umanità e rivelando pienamente la logica di Dio. La logica dell’amore che non si basa sulla paura ma sulla libertà, sulla carità, sullo zelo sano e sul desiderio salvifico di Dio: “Dio, nostro salvatore, … vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1Tm 2,3-4). “Misericordia io voglio e non sacrifici” (Mt 12,7; Os 6,6).

 

Gesù scandalizza

Gesù, nuovo Mosè, ha voluto guarire il lebbroso, l’ha voluto toccare, l’ha voluto reintegrare nella comunità, senza “autolimitarsi” nei pregiudizi; senza adeguarsi alla mentalità dominante della gente; senza preoccuparsi affatto del contagio. Gesù risponde alla supplica del lebbroso senza indugio e senza i soliti rimandi per studiare la situazione e tutte le eventuali conseguenze! Per Gesù ciò che conta, soprattutto, è raggiungere e salvare i lontani, curare le ferite dei malati, reintegrare tutti nella famiglia di Dio. E questo scandalizza qualcuno!

E Gesù non ha paura di questo tipo di scandalo! Egli non pensa alle persone chiuse che si scandalizzano addirittura per una guarigione, che si scandalizzano di fronte a qualsiasi apertura, a qualsiasi passo che non entri nei loro schemi mentali e spirituali, a qualsiasi carezza o tenerezza che non corrisponda alle loro abitudini di pensiero e alla loro purità ritualistica. Egli ha voluto integrare gli emarginati, salvare coloro che sono fuori dall’accampamento (cfr Gv 10).

 

Le due logiche

Sono due logiche di pensiero e di fede: la paura di perdere i salvati e il desiderio di salvare i perduti. Anche oggi accade, a volte, di trovarci nell’incrocio di queste due logiche: quella dei dottori della legge, ossia emarginare il pericolo allontanando la persona contagiata, e la logica di Dio che, con la sua misericordia, abbraccia e accoglie reintegrando e trasfigurando il male in bene, la condanna in salvezza e l’esclusione in annuncio.

 

La strada della chiesa…

Queste due logiche percorrono tutta la storia della Chiesa: emarginare e reintegrare. San Paolo, attuando il comandamento del Signore di portare l’annuncio del Vangelo fino agli estremi confini della terra (cfr Mt 28,19), scandalizzò e incontrò forte resistenza e grande ostilità soprattutto da coloro che esigevano un’incondizionata osservanza della Legge mosaica anche da parte dei pagani convertiti. Anche san Pietro venne criticato duramente dalla comunità quando entrò nella casa del centurione pagano Cornelio (cfr At 10).

La strada della Chiesa, dal Concilio di Gerusalemme in poi, è sempre quella di Gesù: della misericordia e dell’integrazione. Questo non vuol dire sottovalutare i pericoli o fare entrare i lupi nel gregge, ma accogliere il figlio prodigo pentito; sanare con determinazione e coraggio le ferite del peccato; rimboccarsi le maniche e non rimanere a guardare passivamente la sofferenza del mondo.

La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero; la strada della Chiesa è proprio quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle “periferie” essenziali dell’esistenza; quella di adottare integralmente la logica di Dio; di seguire il Maestro che disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Lc 5,31-32).

 

… come Gesù parla il linguaggio creativo della carità

Guarendo il lebbroso, Gesù non reca alcun danno a chi è sano, anzi lo libera dalla paura; non gli apporta un pericolo ma gli dona un fratello; non disprezza la Legge ma apprezza l’uomo, per il quale Dio ha ispirato la Legge. Infatti, Gesù libera i sani dalla tentazione del “fratello maggiore” (cfr Lc 15,11-32) e dal peso dell’invidia e della mormorazione degli “operai che hanno sopportato il peso della giornata e il caldo” (cfr Mt 20,1-16).

Di conseguenza: la carità non può essere neutra, asettica, indifferente, tiepida o imparziale! La carità contagia, appassiona, rischia e coinvolge! Perché la carità vera è sempre immeritata, incondizionata e gratuita! (cfr 1Cor 13). La carità è creativa nel trovare il linguaggio giusto per comunicare con tutti coloro che vengono ritenuti inguaribili e quindi intoccabili.

Trovare il linguaggio giusto… Il contatto è il vero linguaggio comunicativo, lo stesso linguaggio affettivo che ha trasmesso al lebbroso la guarigione. Quante guarigioni possiamo compiere e trasmettere imparando questo linguaggio del contatto! Era un lebbroso ed è diventato annunciatore dell’amore di Dio. Dice il Vangelo: “Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto” (Mc 1,45).

 

Fare propria la logica e la strada di Gesù …

Questa è la logica di Gesù, questa è la strada della Chiesa: non solo accogliere e integrare, con coraggio evangelico, quelli che bussano alla nostra porta, ma uscire, andare a cercare, senza pregiudizi e senza paura, i lontani manifestando loro gratuitamente ciò che noi abbiamo gratuitamente ricevuto. “Chi dice di rimanere in [Cristo], deve anch’egli comportarsi come lui si è comportato” (1 Gv 2,6). La totale disponibilità nel servire gli altri è il nostro segno distintivo, è l’unico nostro titolo di onore!

 

…guardando a Maria e a Gesù

[…] Invochiamo l’intercessione di Maria, Madre della Chiesa, che ha sofferto in prima persona l’emarginazione a causa delle calunnie (cfr Gv 8,41) e dell’esilio (cfr Mt 2,13-23), affinché ci ottenga di essere servi fedeli a Dio. Ci insegni Lei - che è la Madre - a non avere paura di accogliere con tenerezza gli emarginati; a non avere paura della tenerezza. Quante volte abbiamo paura della tenerezza! Ci insegni a non avere paura della tenerezza e della compassione; ci rivesta di pazienza nell’accompagnarli nel loro cammino, senza cercare i risultati di un successo mondano; ci mostri Gesù e ci faccia camminare come Lui.

 

1,40-45 Sconfitta e vittoria [2]

 

Vittoria e sconfitta a confronto

Nel brano tratto dal primo libro di Samuele (4,1-11) si legge del popolo di Dio che è sconfitto in battaglia, in guerra contro i Filistei; nel Vangelo di Marco (1, 40-45) si racconta, invece, della vittoria sulla malattia del lebbroso che si affida a Gesù. Due esiti opposti dovuti alla differente fede dei protagonisti.

 

La sconfitta di Israele…

Israele fu sconfitto e ciascuno fuggì alla sua tenda. La strage fu molto grande: dalla parte di Israele caddero trentamila fanti. Trentamila! In più l’arca di Dio fu presa e i due figli di Eli, Ofni e Fineès morirono. Il popolo, cioè, aveva perso tutto. Anche la dignità....

Ma perché, è successo questo? Il Signore era sempre stato con il suo popolo: Cosa ha portato a questa sconfitta? Il fatto è che il popolo passo, passo, passo, lentamente si era allontanato dal Signore; viveva mondanamente, addirittura si era fatto degli idoli. È vero che gli israeliti andavano al santuario di Silo, ma lo facevano in una maniera un po’... come se fosse una abitudine culturale: avevano perso il rapporto filiale con Dio. Ecco, quindi, il punto centrale: non adoravano più Dio. Perciò il Signore li lasciò da soli. Si allontanarono e Dio li lasciò fare.

 

Perché?

Ma non è tutto. Quando persero la prima battaglia, gli anziani si chiesero: “Ma perché ci ha sconfitto oggi il Signore, di fronte ai Filistei? Andiamo a prenderci l’arca dell’alleanza!”“. In quel momento di difficoltà, cioè, ricordarono il Signore, ma ancora una volta senza vera fede. Infatti, andarono a prendere l’arca dell’alleanza come se fosse una cosa - scusatemi la parola - un po’ “magica”“. Dicevano: “Portiamo l’arca, ci salverà! Ci salverà!”. Ma nell’arca c’era la legge, quella legge che loro non osservavano e dalla quale si erano allontanati. Tutto questo significa che non c’era più un rapporto personale con il Signore: avevano dimenticato il Dio che li aveva salvati.

Avvenne così che gli israeliti portarono l’arca e che i filistei dapprima si spaventarono, ma poi dissero: “Ma no! Siamo uomini, andiamo avanti!”. E vinsero. La strage fu totale: trentamila fanti! E in più l’arca di Dio fu presa dai Filistei; i due figli di Eli, quei sacerdoti delinquenti che sfruttavano la gente nel Santuario di Silo, Ofni e Fineès, morirono. Un bilancio disastroso: il popolo senza fanti, senza giovani, senza Dio e senza sacerdoti. Una sconfitta totale!

 

Una lezione che vale per tutti

Nel salmo responsoriale (tratto dal salmo 43) si trova la reazione del popolo quando si accorge di quello che è accaduto: “Signore, ci hai respinti e coperti di vergogna”. Il salmista prega: “Svegliati, destati, non respingerci per sempre! Perché nascondi il tuo volto? Dimentichi la nostra miseria ed oppressione?”. Questa è la sconfitta: un popolo che si allontana da Dio finisce così. Ed è una lezione che vale per tutti. Anche oggi. Anche noi, apparentemente, siamo devoti, abbiamo un santuario, abbiamo tante cose...”. Ma “il tuo cuore è con Dio? Tu sai adorare Dio?”. E se credi in Dio, ma un Dio un po’ nebbioso, lontano, che non entra nel tuo cuore e tu non obbedisci ai suoi comandamenti, allora significa che sei di fronte a una “sconfitta”.

 

La vittoria del lebbroso…

D’altra parte il vangelo parla di una vittoria. “Venne da Gesù un lebbroso che lo supplicava in ginocchio - proprio in un gesto di adorazione - e gli diceva: “Se vuoi, puoi purificarmi”.

Il lebbroso, in un certo senso sfida il Signore dicendo: “io sono uno sconfitto nella vita”. Infatti era uno sconfitto, perché non poteva fare vita comune; era sempre “scartato”, messo da parte. Ma lo incalza: “Tu puoi trasformare questa sconfitta in vittoria!”. E davanti a questo, Gesù ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: “Io lo voglio! Sii purificato!”. Un’altra battaglia, quindi: questa però finita in due minuti con la vittoria, mentre quella degli israeliti durò tutta la giornata e finì con la sconfitta. La differenza sta nel fatto che quell’uomo aveva qualcosa che lo spingeva ad andare da Gesù e a lanciargli quella sfida. Insomma, aveva fede!

 

… è la vittoria della fede

Nel quinto capitolo della prima lettera di Giovanni, si legge: “È questa la vittoria nostra sul mondo: la nostra fede”. La fede vince sempre. La fede è vittoria. Ed è proprio quanto è capitato al lebbroso: “Se vuoi, puoi farlo”. Gli sconfitti descritti nella prima lettura, invece, pregavano Dio, portavano l’arca, ma non avevano fede, l’avevano dimenticata.

Quando si chiede con fede, Gesù stesso ci ha detto che si muovono le montagne: “Qualunque cosa che chiedete al Padre nel mio nome, vi sarà data. Chiedete e vi sarà dato; bussate e vi sarà aperto”. Tutto è possibile, ma solo con la fede. E questa è la nostra vittoria.

 

Chiedere la fede

Perciò, chiediamo al Signore che la nostra preghiera sempre abbia quella radice di fede: chiediamo la grazia della fede. La fede, infatti, è un dono e non si impara sui libri. Un dono del Signore che va chiesto. “Dammi la fede!”. “Credo, Signore!” ha detto quell’uomo che chiedeva a Gesù di guarire suo figlio: “Credo Signore, aiuta la mia poca fede”. Dobbiamo quindi chiedere al Signore la grazia di pregare con fede, di essere sicuri che ogni cosa che chiediamo a lui ci sarà data, con quella sicurezza che ci dà la fede. E questa è la nostra vittoria: la nostra fede.

 

1,40-45 Gesù è contro ogni specie di male [3]

 

Il lebbroso, un morto ambulante, supplica…

In queste domeniche l’evangelista Marco ci sta raccontando l’azione di Gesù contro ogni specie di male, a beneficio dei sofferenti nel corpo e nello spirito: indemoniati, ammalati, peccatori… Egli si presenta come colui che combatte e vince il male ovunque lo incontri. Nel Vangelo di oggi (cfr Mc 1,40-45) questa sua lotta affronta un caso emblematico, perché il malato è un lebbroso. La lebbra è una malattia contagiosa e impietosa, che sfigura la persona, e che era simbolo di impurità: il lebbroso doveva stare fuori dai centri abitati e segnalare la sua presenza ai passanti. Era emarginato dalla comunità civile e religiosa. Era come un morto ambulante.

 

… e Gesù gli manifesta la compassione paterna di Dio…

Gesù ha compassione, L’episodio della guarigione del lebbroso si svolge in tre brevi passaggi: l’invocazione del malato, la risposta di Gesù, le conseguenze della guarigione prodigiosa. Il lebbroso supplica Gesù “in ginocchio” e gli dice: “Se vuoi, puoi purificarmi” (v. 40). A questa preghiera umile e fiduciosa, Gesù reagisce con un atteggiamento profondo del suo animo: la compassione. E “compassione” è una parola molto profonda: compassione significa “patire-con-l’altro”. Il cuore di Cristo manifesta la compassione paterna di Dio per quell’uomo, avvicinandosi a lui e toccandolo. E questo particolare è molto importante. Gesù “tese la mano, lo toccò … e subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato” (v. 41).

 

… lo tocca superando ogni barriere.

La misericordia di Dio supera ogni barriera e la mano di Gesù tocca il lebbroso. Egli non si pone a distanza di sicurezza e non agisce per delega, ma si espone direttamente al contagio del nostro male; e così proprio il nostro male diventa il luogo del contatto: lui, Gesù, prende da noi la nostra umanità malata e noi prendiamo da lui la sua umanità sana e risanante. Questo avviene ogni volta che riceviamo con fede un Sacramento: il Signore Gesù ci “tocca” e ci dona la sua grazia. In questo caso pensiamo specialmente al Sacramento della Riconciliazione, che ci guarisce dalla lebbra del peccato.

 

Dio non viene “a tener lezione”, ma prende su di sé ogni dolore

Ancora una volta il Vangelo ci mostra che cosa fa Dio di fronte al nostro male: Dio non viene a “tenere una lezione” sul dolore; non viene neanche ad eliminare dal mondo la sofferenza e la morte; viene piuttosto a prendere su di sé il peso della nostra condizione umana, a portarla fino in fondo, per liberarci in modo radicale e definitivo. Così Cristo combatte i mali e le sofferenze del mondo: facendosene carico e vincendoli con la forza della misericordia di Dio.

 

I veri discepoli sono chiamati ad fare come lui, contagiati dal bene

A noi, oggi, il Vangelo della guarigione del lebbroso dice che, se vogliamo essere veri discepoli di Gesù, siamo chiamati a diventare, uniti a Lui, strumenti del suo amore misericordioso, superando ogni tipo di emarginazione. Per essere “imitatori di Cristo” (cfr 1Cor 11,1) di fronte a un povero o a un malato, non dobbiamo avere paura di guardarlo negli occhi e di avvicinarci con tenerezza e compassione, e di toccarlo e di abbracciarlo. Ho chiesto spesso, alle persone che aiutano gli altri, di farlo guardandoli negli occhi, di non avere paura di toccarli; che il gesto di aiuto sia anche un gesto di comunicazione: anche noi abbiamo bisogno di essere da loro accolti. Un gesto di tenerezza, un gesto di compassione… Ma io vi domando: voi, quando aiutate gli altri, li guardate negli occhi? Li accogliete senza paura di toccarli? Li accogliete con tenerezza? Pensate a questo: come aiutate? A distanza o con tenerezza, con vicinanza? Se il male è contagioso, lo è anche il bene. Pertanto, bisogna che abbondi in noi, sempre più, il bene. Lasciamoci contagiare dal bene e contagiamo il bene!

 

1,40-45 Famiglie missionarie: fare come Gesù (AL 289)

 

L’esercizio di trasmettere ai figli la fede, nel senso di facilitare la sua espressione e la sua crescita, permette che la famiglia diventi evangelizzatrice, e che spontaneamente inizi a trasmetterla a tutti coloro che le si accostano, anche al di fuori dello stesso ambiente familiare. I figli che crescono in famiglie missionarie spesso diventano missionari, se i genitori sanno vivere questo compito in modo tale che gli altri li sentano vicini e amichevoli, e così che i figli crescano in questo stile di relazione con il mondo, senza rinunciare alla propria fede e alle proprie convinzioni. Ricor-diamo che Gesù stesso mangiava e beveva con i peccatori (cfr Mc 2,16; Mt 11,19), poteva fermarsi a conversare con la samaritana (cfr Gv 4,7-26), e ricevere Nicodemo di notte (cfr Gv 3,1-21), si la-sciava ungere i piedi da una donna prostituta (cfr Lc 7,36-50), e non esitava a toccare i malati (cfr Mc 1,40-45; 7,33). Lo stesso facevano i suoi apostoli, che non erano persone sprezzanti verso gli altri, reclusi in piccoli gruppi di eletti, isolati dalla vita della gente. Mentre le autorità li perseguitava-no, loro godevano della simpatia di tutto il popolo (cfr At 2,47; 4,21.33; 5,13).

 

1,45 Con la Parola Gesù ha conquistato il cuore della gente (EG 136)

 

Rinnoviamo la nostra fiducia nella predicazione, che si fonda sulla convinzione che è Dio che desidera raggiungere gli altri attraverso il predicatore e che Egli dispiega il suo potere mediante la Parola umana. San Paolo parla con forza della necessità di predicare, perché il Signore ha voluto raggiungere gli altri anche con la nostra parola (cfr Rm 10,14-17). Con la parola nostro Signore ha conquistato il cuore della gente. Venivano ad ascoltarlo da ogni parte (cfr Mc 1,45). Restavano meravigliati “bevendo” i suoi insegnamenti (cfr Mc 6,2). Sentivano che parlava loro come chi ha autorità (cfr Mc 1,27). Con la parola gli Apostoli, che aveva istituito “perché stessero con lui e per mandarli a predicare” (Mc 3,14), attrassero in seno alla Chiesa tutti i popoli (cfr Mc 16,15.20).

 

Mc 1,45 Venivano ad ascoltarlo da tutte le parti [4]

 

Con la Parola Gesù conquistò il cuore della gente

“A distanza di oltre trentanni dal Concilio, mentre riflettiamo sull’Eucaristia domenicale, è necessario verificare come la Parola di Dio venga proclamata, nonché l’effettiva crescita, nel Popolo di Dio, della conoscenza e dell’amore della Sacra Scrittura. L’uno e l’altro aspetto, quello della celebrazione e quello dell’esperienza vissuta, stanno in intima relazione” (Dies Domini, 40).

Le parole di Giovanni Paolo II ci forniscono lo spunto per alcune considerazioni. Il Pontefice collega una domanda - “In che modo proclamiamo la Parola di Dio, come predichiamo?” - a un lavoro di riflessione: verificare la crescita reale ed effettiva della conoscenza e dell’amore per le Sacre Scritture nel popolo dei suoi fedeli. Quell’amore che, unito alla conoscenza, si traduce in “esperienza vissuta” e completa l’aspetto celebrativo dell’Eucaristia.

D’altra parte, è proprio in questo modo che nostro Signore conquistò il cuore della gente. Venivano ad ascoltarlo da tutte le parti (Mc 1,45), rimanevano sbalorditi, abbeverandosi ai suoi insegnamenti (Mc 6,2), sentivano che parlava loro con autorità (Mc 1,27). Fu attraverso la Parola di Dio che gli apostoli, che egli costituì “perché stessero con lui e per mandarli a predicare” (Mc 3,14), attirarono in seno alla Chiesa tutti i popoli (cfr Mc 16,15-20).

 

Annunciare la Parola con lo sguardo di un buon seminatore

Ma cosa significa “verificare”? È ovvio che la conoscenza e l’amore per le Sacre Scritture non si riscontrano con l’occhio statistico di chi si limita a contare le presenze alla messa domenicale o le copie della Bibbia acquistate.

La verifica, piuttosto, deve essere eseguita con lo sguardo di un buon seminatore: uno sguardo fiducioso e di ampio respiro, che non si limiti a rivolgere una breve occhiata ogni giorno al terreno in cui ha seminato, poiché egli sa che, sia che dorma, sia che resti sveglio, le sementi cresceranno da sole.

Lo sguardo del seminatore deve essere colmo di speranza. Egli, quando vede spuntare la zizzania in mezzo al grano, non reagisce lamentandosi né creando allarmismi, ma scommette sulla fertilità del seme, vincendo la tentazione di affrettare i tempi.

Questo sguardo traboccante d’amore conosce la fecondità gratuita della carità: per quanto in molti terreni il seme sembri sprecato, là dove dà frutto lo dà in misura sovrabbondante.

È da un simile approccio al mondo che può nascere un’omelia che al tempo stesso semini e raccolga. Lo Spirito pone sulle labbra del predicatore parole che svolgono entrambe le funzioni, sia quando prepara la sua omelia, sia quando si rivolge al popolo. Sentendo e soppesando nel suo cuore le condizioni in cui versano la conoscenza e l’amore dei fedeli per la Parola di Dio, il predicatore miete un valore che è maturo e mostra le direzioni in cui può essere messo in pratica, e al contempo semina un desiderio, una speranza in più, se trova un terreno fertile, adatto alla crescita delle sementi.

 

 

NOTE

[1] Omelia per la Santa Messa con i nuovi cardinali e il Collegio cardinalizio, 15 febbraio 2015.

[2] Meditazione, 14 gennaio 2016.

[3] Angelus, 15 febbraio 2015.

 

[4] La gioia dell’evangelizzazione, Seduta plenaria della Pon¬tificia commissione per l’America Latina, Roma, gennaio 2005; J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013, 145-160.

  

📖 Anche Gesù va in collera

11 febbraio 2018

VI domenica del tempo Ordinario

Commento al Vangelo

di ENZO BIANCHI

 

 

Mc 1,40-45

 

In quel tempo, 40venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». 41Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». 42E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. 43E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito 44e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va', invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». 45Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

 

Nel vangelo di questa domenica leggiamo un racconto che ha un inizio improvviso, senza precisazione di tempo e di luogo, un racconto che facilmente ci appare attuale, collocabile qui è ora: è l’incontro tra Gesù e un uomo affetto da lebbra.

 

Il lebbroso era allora ed è ancora adesso un malato ripugnante, a tal punto che lo si qualificava come un uomo morto. Per un giudeo, poi, la lebbra era segno di un preciso castigo di Dio, una malattia mediante la quale erano stati colpiti per i loro peccati la sorella di Mosè, Miriam (cf. Nm 12,9-10), il servo del profeta Eliseo (cf. 2Re 5,27) e altri peccatori. Grande è l’orrore, terribile la reazione di fronte a questa malattia che devasta fino alla putrefazione della carne il volto e il corpo dei malati.

 

Essendo la lebbra contagiosa, esigeva che il malato fosse escluso dalla convivenza, segregato in qualche luogo deserto e riconoscibile dal grido che doveva emettere qualora vedesse qualcuno avvicinarsi a lui: “Sono impuro! Sono impuro!” (cf. Lv 13,45-46). Un lebbroso appariva dunque come una persona senza possibilità di relazione e di comunione, né con Dio né con gli uomini. Non era solo un malato, ma un “impuro”, come un cadavere. Toccare una persona in quella condizione significava escludersi da qualsiasi atto religioso. Ci si poteva riaccostare al lebbroso solo dopo la scomparsa in lui dei sintomi del male e dopo la sua “purificazione”: questa doveva essere riconosciuta da un sacerdote il quale, con un atto religioso, poteva reintegrare la persona nella comunità dei credenti.

 

Ed ecco l’incontro tra Gesù e un lebbroso che viene a lui, gli si inginocchia davanti e lo supplica: “Se vuoi, tu puoi purificarmi!”. Di quest’uomo non sappiamo nulla, né possiamo valutare la sua vita e la sua fede. Certamente ha fiducia in Gesù, che gli pare affidabile; da Gesù è attratto come da un uomo che può fare qualcosa per lui. Con audacia, più che con fede, si avvicina dunque a quell’uomo che merita ascolto, fiducia, forse anche adesione.

 

E Gesù davanti a costui ha una reazione: proprio perché lo guarda e sa cosa significa questa malattia, proprio perché sente il fetore delle sue piaghe e vede il suo viso stravolto, il suo corpo devastato, “va in collera” (orghistheís), adirato per l’intollerabilità del male e del destino che pesa su quest’uomo. Sì, Marco ci narra un Gesù collerico, che, proprio perché è capace di passione, ha una reazione di collera; ci descrive quanto Gesù senta intollerabile una tale situazione per un uomo che è suo fratello, uomo come lui, uguale a lui nella dignità di persona umana. Ma si faccia attenzione alle parole di Gesù. In risposta alla supplica dell’altro, egli non risponde: “Io lo voglio e ti purifico!”, ma: “Io lo voglio, sii purificato!” (passivo divino). Gesù lascia il posto a colui che purifica, Dio: non pretende di occuparlo, ma proclama il suo desiderio e la sua volontà che quell’uomo non debba più essere separato, ma possa essere purificato, guarito.

 

L’evangelista non sapeva però che, usando alcune espressioni che testimoniano l’umanità vera e concreta di Gesù, poteva destare stupore, opposizione e giudizio su Gesù stesso. Sempre, infatti, soprattutto tra gli uomini religiosi, ci sono anime mefitiche, talmente tese a una santità formale che si scandalizzano della passione di Gesù e della sua collera. Questi religiosi sono sempre in scena. Per loro Gesù avrebbe dovuto prima pensare a cosa prevede la Legge, poi mostrare il suo sentimento conformemente a ciò che la Legge comanda.

 

E invece Marco, volendo mostrare in modo chiaro e comprensibile i comportamenti di Gesù, dice ciò che per alcuni non è sopportabile: Gesù va in collera, qui come altrove (cf. Mc 3,5: di fronte ai farisei; 10,14: di fronte ai suoi discepoli). Sì, Gesù andò in collera, perché sapeva vivere il conflitto e ribellarsi contro il male, la malattia, la situazione di schiavitù e di segregazione che rendeva come morto quell’uomo. Non era cosa giusta, ed ecco allora la collera di Gesù!

 

Qualche scriba, però, pensò di correggere questa espressione, che in alcuni manoscritti diventò: “fu preso da compassione” (splanchnistheís; cf. Mc 6,34 e 8,2: di fronte alle folle). Così le persone a bassa frequenza di sentimenti ne sono state soddisfatte… In verità anche nell’espressione “andò in collera” c’era la passione della compassione, ma con questa correzione, che la versione italiana segue, il comportamento di Gesù sembrerebbe forse più accettabile, ma meno capace di esprimere i suoi sentimenti.

 

In quello scatto d’ira, Gesù prende la mano di quell’uomo, lo tocca, entrando così in relazione, anzi in comunione con lui. Mano lebbrosa nella mano di Gesù, contatto vietato dalla Torah, stretta di una carne giudicata demoniaca, e il suo gesto viene accompagnato dalla parola: “Io lo voglio, sii purificato!”. “E subito” – annota Marco – “la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato”: quel lebbroso è sanato, la sua fiducia in Gesù ha ottenuto il risultato sperato, la sua preghiera di compassione è stata esaudita. Non è più uno scomunicato, anzi è una persona che è entrata in piena comunione con Gesù, il quale ha eliminato quel male così orribile ed escludente. Questo dovrebbe essere l’atteggiamento del cristiano verso i malati e verso i peccatori, quando la cura e la misericordia diventano mano nella mano, occhio contro occhio, volto contro volto, un bacio come quello che Francesco d’Assisi seppe dare al lebbroso quale segno dell’inizio di un’altra visione e dunque di un’altra vita.

 

Gesù dice anche: “Va’ a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro”. Ricorda le prescrizioni della Legge, chiede al malato purificato di osservarle, ma si preoccupa anche che sia data testimonianza ai sacerdoti e agli addetti al tempio. Non sarebbero necessarie queste “osservanze”, perché l’azione purificatrice di Dio è avvenuta con efficacia, ma Gesù insiste su di esse affinché anche al tempio si sappia la novità da lui portata con la sua predicazione e la sua azione.

 

Ma dopo la guarigione ecco ancora un Gesù che non piace alle persone “religiose” che si nutrono solo di miele. Il testo dice che Gesù, “sdegnandosi con lui, lo cacciò via subito”. Avvenuta la liberazione, Gesù non sta lì a prendere complimenti, a chiedere che si guardi e si constati la sua azione: non è infatti mai tentato dal narcisismo che attende il riconoscimento per il bene fatto e, a costo di sembrare burbero e scortese, si sdegna e scaccia quell’uomo da lui guarito, ammonendolo di non dire niente a nessuno. Gesù non vuole essere riconosciuto per uno che fa miracoli, non vuole che lo acclamino per delle azioni prodigiose, e soprattutto vuole che il segreto riguardo alla sua identità di Messia sia svelato e proclamato quando sarà appeso alla croce. Solo allora è lecito, a chi ha capito Gesù, dire che egli era buono, che era giusto (cf. Lc 23,47), che era il Figlio di Dio (cf. Mc 15,39; Mt 27,54).

 

Gesù è discreto di fronte alla gente, fa silenzio e chiede di fare silenzio per non destare l’applauso, conosce l’arte della fuga nei luoghi deserti per sottrarsi al facile consenso degli altri; ma va anche in collera, si sdegna visibilmente di fronte alla sofferenza, alla menzogna, al misconoscimento della verità, alla pigrizia e alla vigliaccheria delle persone. E così da tutte le città vengono a cercare, a vedere, a pregare Gesù. Successo? Sì, ma successo da cui Gesù sa difendersi, perché è consapevole che ciò che egli compie lo realizza solo prestando occhi, mani, voce al Padre, a Dio che lo ha inviato.


 

 

La Preghiera

 

Kahil Gibran

 

 

Allora una sacerdotessa disse: Parlaci della Preghiera.

Ed egli rispose dicendo:

 

 

 

Voi pregate nell'angoscia e nel bisogno; dovreste pregare anche nella pienezza della gioia e nei giorni dell'abbondanza.

 

 

 

Perché che cos'è la preghiera se non l'espansione del vostro io nell'etere vivente?

E se versare la vostra oscurità nello spazio vi conforta, sarà letizia per voi riversarvi anche l'aurora.

E se piangete soltanto quando l'anima v'invita a pregare, essa dovrebbe spronarvi ancora e ancora, fino a che il pianto non diventi riso.

Quando pregate, salite a incontrare tutti quelli che pregano in quello stesso momento e che mai, se non nella preghiera, voi potrete incontrare.

Procurate, dunque, che la visita a quel tempio invisibile sia solo estasi e soave comunione.

Perché se entrate nel tempio unicamente per chiedere, voi non riceverete;

E se vi entrate per umiliarvi non sarete innalzati;

Perfino se vi entrate per implorare il bene altrui non sarete ascoltati.

È sufficiente che entriate nel tempio invisibile.

 

 

 

Io non posso insegnarvi come pregare con le parole.

Dio non ascolta le vostre parole se non quando Egli stesso le forma sulle vostre labbra.

E io non posso insegnarvi la preghiera delle montagne, delle foreste e dei mari.

Ma voi che siete nati dalle montagne, dalle foreste e dai mari potete scoprire in cuor vostro la loro preghiera.

E se ascolterete nella quiete della notte, li sentirete dire in silenzio:

"Dio nostro, tu che sei il nostro io alato, è la tua volontà che agisce in noi.

È tuo il desiderio che è in noi.

Tuo l'impulso che vorrebbe trasformare le nostre notti, che sono tue, in giorni, che sono tuoi ugualmente.

Non possiamo chiederti nulla, perché conosci i nostri bisogni prima ancora che nascano:

Sei tu il nostro bisogno; e nel donarci più di te stesso, ci doni tutto".


4 febbraio 2018

V domenica del tempo Ordinario

di ENZO BIANCHI

 

Mc  1,29-39

In quel tempo, 29Gesù e i discepoli, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. 30La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. 31Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. 32Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. 33Tutta la città era riunita davanti alla porta. 34Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. 35Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. 36Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. 37Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». 38Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». 39E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

 

Domenica scorsa abbiamo iniziato a leggere il racconto della “giornata di Cafarnao” (cf. Mc 1,21-34), esempio concreto di come Gesù viveva, parlando del regno di Dio e compiendo segni che lo annunciavano. E oggi il racconto continua…

 

Gesù e i suoi primi quattro discepoli, usciti dalla sinagoga, vanno a casa di due di loro, Pietro e Andrea. Come c’era una dimensione pubblica della vita di Gesù, così ce n’era anche una privata: la vita vissuta con i suoi discepoli, o con i suoi amici, la vita in casa, dove si parlava, ci si ascoltava, si mangiava insieme e ci si riposava. Anche queste sono dimensioni umane della vita di Gesù, alle quali purtroppo facilmente non prestiamo attenzione, eppure fanno parte della realtà, del mestiere del vivere quotidiano… Così come ci si dimentica che Pietro, avendo una suocera, non era celibe ma sposato, anche se non abbiamo notizie più precise: aveva figli? Era vedovo? Certamente l’incontro con Gesù ha mutato la vita del pescatore Simone, che significativamente dirà in seguito a Gesù: “Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito” (Mc 10,28).

 

Ora, entrati in casa di Pietro e Andrea, si accorgono che nessuno li accoglie: dovrebbe essere compito della suocera di Pietro, ma una febbre la tiene a letto. La febbre è un’indisposizione che accade sovente, e non è certo grave o preoccupante. Gesù, informato della cosa, si avvicina a questa donna allettata, la prende per mano e la fa alzare. Egli vuole incontrarla e, non appena le è vicino, senza dire una parola compie gesti semplici, umanissimi, affettuosi: prende nella sua mano quella mano febbricitante, attua una relazione carica di affetto, e quindi con forza la aiuta ad alzarsi. Questi sono i gesti di Gesù che guariscono: non gesti di un guaritore di professione, non gesti medici, né tantomeno gesti magici. Se siamo attenti comprendiamo che, sull’esempio di Gesù, a un malato dobbiamo soprattutto avvicinarci, renderci prossimi, toglierlo dal suo isolamento, prendendo la sua mano nella nostra, in un contatto fisico che gli dica la nostra presenza reale, e infine fare qualcosa perché l’altro si rialzi dal suo stato di prostrazione.

 

Questa azione con cui Gesù libera la donna dalla febbre può sembrare poca cosa (“un miracolo sprecato”, ha scritto un esegeta!), ma la febbre è il segno più comune che ci mostra la nostra fragilità e ci preannuncia la morte di cui ogni malattia è indizio. Sì, Gesù è sempre all’opera verso i nostri corpi e le nostre vite e sempre discerne, anche dove c’è soltanto la febbre, che l’essere umano si ammala per morire, che qualunque malattia è una contraddizione alla vita piena voluta dal Signore per ciascuno di noi. Non fermiamoci dunque alla cronaca dell’azione di Gesù, ma comprendiamo come egli, il Veniente con il suo Regno, è in lotta contro il male, lo fa arretrare, fino a vincere la morte il cui re è il demonio, colui che dà la morte e non la vita.

 

Gesù appare così come colui che fa rialzare, risuscita – verbo egheíro, usato per la resurrezione della figlia di Giairo (cf. Mc 5,41) e per la stessa resurrezione di Gesù (cf. Mc 14,28; 16,6) – ogni uomo, ogni donna dalla situazione di male in cui giace. Egli dà “i segni” del regno di Dio veniente, dove “non ci sarà più la morte, né il lutto, né il lamento, né il dolore, quando Dio asciugherà le lacrime dai nostri occhi” (cf. Ap 21,4; Is 25,8). Quando Gesù guarisce concretamente, narra Dio come Rapha’el, “colui che guarisce” (cf. Es 15,26) e appare come il medico dei corpi e delle anime (cf. Mc 2,17).

 

Ciò che è messo in rilievo come frutto di quel “far rialzare” da parte di Gesù è l’immediato servizio, la pronta diakonía da parte della suocera di Pietro. Rialzati dal male, a noi spetta il servizio verso gli altri, perché servire l’altro, avere cura dell’altro è vivere l’amore verso di lui: l’amore dell’altro è il volere e il realizzare il suo bene. Nel caso presente questa donna, ormai in piedi, offre da mangiare a Gesù e ai suoi discepoli, servendo chi l’ha servita fino a liberarla dalla sua malattia.

 

Giunge la sera, la giornata descritta da Marco come la prima in cui Gesù opera è quasi terminata, ma ecco che da tutta la città vengono portati malati e indemoniati davanti alla porta della casa in cui egli si trova. Con enfasi l’evangelista scrive “tutti i malati … tutta la città”, perché l’afflusso era considerevole. Cosa cercava tutta quella gente? Innanzitutto guarigione, ma certamente desiderava anche vedere miracoli: la medicina era troppo cara, spesso senza efficacia, e poi in quel tempo c’erano molti esorcisti, guaritori, maghi, da cui la gente si recava. Quelli venuti da Gesù non trovano però né un mago né un operatore di miracoli. Trovano uno che guarisce chi incontra, parlando, entrando in relazione, ma soprattutto suscitando nei malati fede-fiducia: e quando Gesù trova questa fiducia, allora può manifestarsi la vita più forte della morte.

 

Gesù non guariva tutti ma – ci dicono i vangeli – curava tutti quelli che incontrava, e le sue liberazioni dalla malattia, dal peccato o dal demonio volevano essere segni, indicazioni riguardo al regno di Dio che egli annunciava e chiedeva di accogliere. Come interpreta Matteo a margine di questo brano, egli si manifesta come il Servo del Signore che “ha preso le nostre debolezze e si è addossato le nostre malattie” (Mt 8,17; Is 53,4). Gesù combatte le malattie per far arretrare la potenza del male e del demonio, ma ciò avviene al prezzo di caricarsi lui stesso delle sofferenze che cerca di sconfiggere! Sintetizzerà Pietro in una predicazione riportata dagli Atti degli apostoli: “Gesù di Nazaret passò facendo il bene e guarendo tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo” (At 10,38), perché ogni situazione di lontananza da Dio e di dominio della morte è dovuta all’azione del demonio

 

Viene la notte, ma anche questa è fatta per operare: prima dell’alba Gesù esce di casa, va in un luogo solitario e là prega. È la sua preghiera del mattino, preghiera che attende il sorgere del sole invocando il Signore e lodandolo per la luce che vince la notte. Questa azione notturna di Gesù non è secondaria, non è una semplice appendice al giorno. È la fonte del suo parlare e del suo agire, è l’inizio del suo “ritmo” giornaliero, è ciò che gli dà la postura per vivere tutta la giornata nella compagnia degli uomini: perché egli è sempre l’inviato di Dio, colui che deve sempre “raccontarlo” (cf. Gv 1,18) agli uomini, e per questo è sempre in comunione con lui.

 

La preghiera di Gesù nella notte, in luoghi deserti, nella solitudine, è testimoniata più volte dai vangeli, fino a quella preghiera con cui prepara spiritualmente la sua passione e morte. Preghiera piena di confidenza, in cui Dio è sempre invocato come “Abba, Papà caro e amato”; preghiera nella quale Gesù discerne la volontà di questo Padre che è amore e trova vie per realizzarla; preghiera nella quale lo Spirito santo, compagno inseparabile di Gesù, è per lui forza e consolazione. La veglia, la preghiera notturna che è operazione di tutto il corpo e non solo delle facoltà mentali, è decisiva nella vita del cristiano, il quale non deve mai dimenticare questa “attività”, vera e propria azione di Gesù.

 

Ma i primi discepoli, la piccola comunità appena formata, su iniziativa di Simone cerca Gesù, e in questo “cercare Gesù” vi è molto più di una ricerca volta a conoscere dove egli sia. In realtà il quaerere Deum nel vangelo secondo Marco diventa quaerere Jesum, cercare Gesù. E quando lo trovano, significativamente intento a pregare, gli dicono: “Tutti ti cercano!”. Quasi lo inseguono, ma per che cosa? Qui è testimoniato il desiderio di vedere, ascoltare, incontrare, chiedere guarigioni, invocare liberazione dal demonio. “Tutti ti cercano!”, dicono i discepoli; secondo il quarto vangelo saranno addirittura i pagani a dire: “Vogliamo vedere Gesù!” (Gv 12,21)…

 

 

Ma Gesù risponde: “Andiamo altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo, infatti, sono uscito”. È ora di andare, di continuare la missione insieme in altri villaggi non ancora raggiunti dalla buona notizia, dal Vangelo del Regno. Ma il fondamento di tutta questa missione – “per questo sono uscito” – resta un’espressione ambigua: uscito dalla città nella notte, oppure uscito da Dio, dal Padre, come intenderemmo se questa espressione fosse attestata dal quarto vangelo? Ecco la missione di Gesù: è mandato dal Padre ed è uscito nel mondo per fare il bene e donare la salvezza. E così di villaggio in villaggio, il sabato di sinagoga in sinagoga, Gesù predicava e toglieva terreno ai demoni. Da Cafarnao a tutta la Galilea…


La giornata di Gesù:

 

pregare, annunciare,

 

guarire

 

V Domenica del tempo ordinario B

 

papa Francesco

 

a cura di Franco Gianfranco Venturi

 

Jesus Heals the Blind and the Lame in the Temple 001

 

 

 

1,29 “Gli portavano tutti i malati e gli indemoniati” [1]

 

Gesù lotta contro la malattia

Nei Vangeli, molte pagine raccontano gli incontri di Gesù con i malati e il suo impegno a guarirli. Egli si presenta pubblicamente come uno che lotta contro la malattia e che è venuto per guarire l’uomo da ogni male: il male dello spirito e il male del corpo. È davvero commovente la scena evangelica appena accennata dal Vangelo di Marco. Dice cosi: “Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati” (1,29).

 

Gesù non si è mai sottratto alla cura degli ammalati

Se penso alle grandi città contemporanee, mi chiedo dove sono le porte davanti a cui portare i malati sperando che vengano guariti! Gesù non si è mai sottratto alla loro cura. Non è mai passato oltre, non ha mai voltato la faccia da un’altra parte. E quando un padre o una madre, oppure anche semplicemente persone amiche gli portavano davanti un malato perché lo toccasse e lo guarisse, non metteva tempo in mezzo; la guarigione veniva prima della legge, anche di quella così sacra come il riposo del sabato (cfr Mc 3,1-6). I dottori della legge rimproveravano Gesù perché guariva il sabato, faceva il bene il sabato. Ma l’amore di Gesù era dare la salute, fare il bene: e questo va sempre al primo posto!

 

 

 

 

 

1,29-39 Gesù si rivela medico delle anime e dei corpi [2]

 

L’attività di Gesù….

Il Vangelo di oggi (cfr Mc 1,29-39) ci presenta Gesù che, dopo aver predicato di sabato nella sinagoga, guarisce tanti malati. Predicare e guarire: questa è l’attività principale di Gesù nella sua vita pubblica. Con la predicazione Egli annuncia il Regno di Dio e con le guarigioni dimostra che esso è vicino, che il Regno di Dio è in mezzo a noi.

Entrato nella casa di Simon Pietro, Gesù vede che sua suocera è a letto con la febbre; subito le prende la mano, la guarisce e la fa alzare. Dopo il tramonto, quando, terminato il sabato, la gente può uscire e portargli i malati, risana una moltitudine di persone afflitte da malattie di ogni genere: fisiche, psichiche, spirituali. Venuto sulla terra per annunciare e realizzare la salvezza di tutto l’uomo e di tutti gli uomini, Gesù mostra una particolare predilezione per coloro che sono feriti nel corpo e nello spirito: i poveri, i peccatori, gli indemoniati, i malati, gli emarginati. Egli così si rivela medico sia delle anime sia dei corpi, buon Samaritano dell’uomo. È il vero Salvatore: Gesù salva, Gesù cura, Gesù guarisce.

Tale realtà della guarigione dei malati da parte di Cristo, ci invita a riflettere sul senso e il valore della malattia. A questo ci richiama anche la Giornata Mondiale del Malato […]

 

…continua nella chiesa

L’opera salvifica di Cristo non si esaurisce con la sua persona e nell’arco della sua vita terrena; essa continua mediante la Chiesa, sacramento dell’amore e della tenerezza di Dio per gli uomini. Inviando in missione i suoi discepoli, Gesù conferisce loro un duplice mandato: annunziare il Vangelo della salvezza e guarire gli infermi (cfr Mt 10,7-8). Fedele a questo insegnamento, la Chiesa ha sempre considerato l’assistenza agli infermi parte integrante della sua missione.

“I poveri e i sofferenti li avrete sempre con voi”, ammonisce Gesù (cfr Mt 26,11), e la Chiesa continuamente li trova sulla sua strada, considerando le persone malate come una via privilegiata per incontrare Cristo, per accoglierlo e per servirlo. Curare un ammalato, accoglierlo, servirlo, è servire Cristo: il malato è la carne di Cristo.

 

… anche nel nostro tempo

Questo avviene anche nel nostro tempo, quando, nonostante le molteplici acquisizioni della scienza, la sofferenza interiore e fisica delle persone suscita forti interrogativi sul senso della malattia e del dolore e sul perché della morte. Si tratta di domande esistenziali, alle quali l’azione pastorale della Chiesa deve rispondere alla luce della fede, avendo davanti agli occhi il Crocifisso, nel quale appare tutto il mistero salvifico di Dio Padre, che per amore degli uomini non ha risparmiato il proprio Figlio (cf Rm 8,32). Pertanto, ciascuno di noi è chiamato a portare la luce della Parola di Dio e la forza della grazia a coloro che soffrono e a quanti li assistono, familiari, medici, infermieri, perché il servizio al malato sia compiuto sempre più con umanità, con dedizione generosa, con amore evangelico, con tenerezza. La Chiesa madre, tramite le nostre mani, accarezza le nostre sofferenze e cura le nostre ferite, e lo fa con tenerezza di madre.

Preghiamo Maria, Salute dei malati, affinché ogni persona nella malattia possa sperimentare, grazie alla sollecitudine di chi le sta accanto, la potenza dell’amore di Dio e il conforto della sua tenerezza materna.

 

1,27.45 Dio raggiunge ogni uomo con la parola (EG 136)

 

Dio desidera raggiungere gli altri attraverso il pre¬dicatore e dispiega il suo potere mediante la parola umana. San Paolo parla con forza della necessità di predicare, perché il Signore ha voluto raggiungere gli altri anche con la nostra parola (cfr Rm 10,14-17). Con la parola nostro Signore ha conquistato il cuore della gente. Venivano ad ascoltarlo da ogni parte (cfr Mc 1,45). Restava¬no meravigliati “bevendo” i suoi insegnamenti (cfr Mc 6,2). Sentivano che parlava loro come chi ha autorità (cfr Mc 1,27). Con la parola gli Apo¬stoli, che aveva istituito “perché stessero con lui e per mandarli a predicare” (Mc 3,14), attrassero in seno alla Chiesa tutti i popoli (cfr Mc 16,15.20).

 

1,30-31 Gesù si fa vicino nelle situazioni di sofferenza (AL 21)

 

Gesù stesso nasce in una famiglia modesta, che ben presto deve fuggire in una terra stranie¬ra. Egli entra nella casa di Pietro dove la suoce¬ra di lui giace malata (cfr Mc 1,30-31); si lascia coinvolgere nel dramma della morte nella casa di Giairo e in quella di Lazzaro (cfr Mc 5,22-24.35¬43; Gv 11,1-44); ascolta il grido disperato della vedova di Nain davanti a suo figlio morto (cfr Lc 7,11-15); accoglie l’invocazione del padre dell’epilettico in un piccolo villaggio di campa¬gna (cfr Mc 9,17-27). Incontra pubblicani come Matteo e Zaccheo nelle loro case (cfr Mt 9,9-13; Lc 19,1-10), e anche peccatori, come la donna che irrompe nella casa del fariseo (cfr Lc 7,36¬-50). Conosce le ansie e le tensioni delle famiglie e le inserisce nelle sue parabole: dai figli che se ne vanno di casa in cerca di avventura (cf. Lc 15,11-32) fino ai figli difficili con comportamenti inspiegabili (cfr Mt 21,28-31) o vittime della vio¬lenza (cf. Mc 12,1-9). E ancora si preoccupa per le nozze che corrono il rischio di risultare imba¬razzanti per la mancanza di vino (cfr Gv 2,1-10) o per la latitanza degli invitati (cfr Mt 22,1-10), come pure conosce l’incubo per la perdita di una moneta in una famiglia povera (cfr Lc 15,8-10).

 

1,32-34 La strategia del segreto messianico [3]

 

Via via che Cristo in cro¬ce si va indebolendo (i discepoli fuggono, Pietro lo rinnega, la gente lo lascia solo, si constata che non ha alcun potere di scendere dalla croce), il Demonio si fa più baldanzoso e diventa potente: “È l'ora vostra e il potere delle tenebre” (Lc 22,53). Il Demonio si mostra sfacciatamente, si sente vin¬citore. La “carne” di Gesù è un amo con l'esca, una trappo¬la - dice un Santo Padre - e il Demonio, accanendosi, viene travolto dalla sua stessa vittoria e finisce per abboccare: è allora che ingoia l'amo e il veleno che lo uccide. L'immagine riflette la realtà della strategia di Gesù. Lui mantenne sem¬pre il segreto messianico.

Il Demonio era intrigato da quel¬la personalità, temeva fosse Dio. Cerca di scoprirlo nel de¬serto e lì resta disorientato dalla risposta di Gesù, e allora “si allontanò da lui fino al momento fissato” (Lc 4,13). Isti¬ga i “demoni scacciati” dei malati a fare l'“atto di fede” se¬condo cui Gesù è il Figlio dell'Altissimo (Mt 8,31; Mc 1,34; 3,11-12), ma Gesù li fa tacere. Servendosi dei farisei e dei sadducei, cerca di porgli domande trabocchetto per vede¬re se, rispondendo con particolare saggezza, si rivela come Messia. Un chiaro esempio è l'episodio della sinagoga di Nazareth, quando scoppia il grande scandalo e vogliono gettare Gesù giù dal precipizio (Lc 4,16-30). Gesù lo obbli¬ga a “mostrarsi”, lo “lascia venire”.

 

1,35-39 Dalla preghiera alla missione [4]

 

Dalla preghiera nella precarietà …

Scrive una teologa del nostro tempo che “alla base di ogni dialogo con Dio c’è una situazione di precarietà, un tentativo di creare una comunicazione e un accordo più profondo. Se noi non avessimo peccato, ci risulterebbe ovvio amare Dio e rispondere alle sue parole”. Subito dopo il peccato di Adamo ed Eva, Dio rivolge all’uomo una domanda precisa: “Dove sei?” (Gen 3, 9). E in quel momento che comincia la storia del dialogo tra Dio e l’uomo e che noi chiamiamo preghiera. Nella preghiera Dio ci offre la possibilità di avvicinarci nuovamente a Lui, perché Lui chiede di noi, ci chiama. Abbiamo visto come tale avvicinamento sia realizzabile proprio nel cammino della carne, seguendo il modello del buon samaritano che non disdegna di soccorrere chi soffre, come lo stesso Verbo di Dio che è venuto in mezzo a noi facendosi carne.

 

… all’obbedienza…

Avvicinarsi al Verbo di Dio implica saper obbedire: “Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2,6-8). Questa stessa obbedienza - riferita all’incarnazione - si esprime in forma di preghiera nella Lettera agli Ebrei in cui viene citato il Salmo 40: “Ecco, io vengo - poiché di me sta scritto nel rotolo del libro - per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10, 7). Si tratta dell’“Eccomi!” di Abramo (Gn 22,1), che giunge a com¬pimento nelle parole pronunciate nel Getsemani: “Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36). In entrambi i casi la carne deve patire la sofferenza e l’umiliazione; viene spogliata, disprezzata, come era stato stabilito nel primo dialogo tra Dio e l’uomo dopo il peccato originale: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”. In questo caso, il pane che viene guadagnato passa attraverso il sudore dell’umiliazione e del disprezzo. “Adamo, dove sei?”, “Sono qui, Abramo”, “Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu.”

 

… e alla missione

Se ci soffermiamo su queste parole notiamo che la preghiera di Gesù presenta una profonda disposizione all’obbedienza legata a una missione che il Padre gli ha affidato. Nella preghiera, Gesù scopre o, meglio, rivela la sua missione: Mc 1,38; Lc 4,42-43; Mc 6,46; Gv 6,15. Sempre nella preghiera, san Paolo trova l’efficacia della sua missione apostolica (2Cor 1, 11; Rm 10, 1; 2Ts 3,1; Rm 1,10). Per adempiere a essa prega incessantemente (Rm 1,10; Col 1,9; 2Ts 1,3; 2,13). Ricorre alla preghiera per riconoscere il progetto di Dio anche nei momenti di difficoltà, come per esempio allorché la comunità non chiede né il castigo per i persecutori né la fine delle vessazioni, ma il coraggio di rimanere fedeli alla propria missione, cioè di annunciare apertamente il Vangelo di Cristo anche durante la persecuzione (At 4,24-30).

 

… alla perseveranza

Tale capacità di cercare, di scoprire, di realizzare la missione e infine di rimanere perseveranti, viene concessa solamente nella preghiera e attraverso di essa. Tuttavia, la preghiera non può vacillare, ma richiede stabilità e perseveranza. E come un “ritornello” ostinato che continua a tornarci in mente, anche e soprattutto nei momenti di difficoltà, basato sulla fiducia in Dio (Gb 16,19-20; 17,3; 19,25), come se lui ponesse “la mia cauzione presso di te” (Gb 17, 3). Quando prote¬stiamo, quando siamo in preda alla rabbia o quando siamo nel bel mezzo di una discussione con Dio (Ger 20, 9), c’è sempre, nel profondo di un’anima credente, una fedeltà che non permette di abbandonare la missione, un amore per la parola che nulla potrà mai intaccare (Ger 20,9). Quando il cuore dell’uomo e della donna di preghiera è afflitto dal dolore, esiste comunque la fede di una speranza rinnovata (Ger 12, 23; 15, 16; 17, 14). Ed è proprio la stabilità, l’indistruttibilità della fede che ci permette di vivere in una altrimenti inspiegabile serenità. Quest’esperienza costituisce il reale fondamento della preghiera.

Bisogna ricordare inoltre che “la speranza poi non delude” (Rm 5,5). Qualora un uomo o una donna smarrissero questo punto di riferimento, perderebbero la loro stabilità: la loro preghiera si tramuterebbe gior¬no dopo giorno in “illusione” e la loro obbedienza diverrebbe capriccio. “A chi posso paragonare questa generazione? E simile a bambini che stanno seduti in piazza e, rivolti ai compagni, gridano: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!”. E venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: E in-demoniato. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori”. Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie.” (Mt 11,16-19) Gesù definisce questa generazione adultera (Mt 12, 39; 16, 4) perché ha perso quell’orientamento che proviene dalla fede. Non ha una solida base su cui fondare la speranza, a cui poter ricorrere nei momenti di smarrimento, di sofferenza o di persecuzione... E una generazione autoreferenziale, che vive secondo il proprio capriccio, secondo il banale “mi piace” o “non mi piace”. Non c’è spazio per la preghiera, non c’è obbedienza, non c’è sacrificio della carne. Per questo motivo tale generazione non sa riconoscere il Verbo che si è fatto carne. Si crea una propria vocazione perché il suo cuore non riesce a riconoscere quella che le è stata affidata dal Signore, e non è capace di rendergli obbedienza e di adorarlo. Sono quelli che si definiscono “realizzati” in loro stessi. Soli, senza dubbio “realizzati”, ma non aperti a una missione per cui siano disposti al distacco da sé, a cominciare da quello che proviene dalla preghiera.

 

La preghiera tocca la nostra carne nella sua profondità

La dimensione dell’obbedienza legata alla preghiera incide sulla vita stessa, ferisce la carne stessa. Cerco di spiegarmi meglio. La concezione più comune della preghiera è quella del “chiedere cose a Dio” o della supplica al fine di cambiare situazioni che ci appaiono avverse. Questa concezione non è sbagliata di per sé, anzi spesso la preghiera così intesa porta i suoi frutti ed è il Signore stesso a invitarci a rivolgerci a Lui in questo modo. Ma c’è anche qualcos’altro che costituisce un nodo fondamentale della preghiera, a cui prima stavo facendo riferimento. La preghiera tocca la nostra carne nella sua profondità, arriva dritta al cuore. Non è Dio che cambia, ma siamo noi a farlo come conseguenza dell’obbedienza e dell’abbandono che riponiamo nella preghiera.

Elia esce per cercare Dio, ha paura, vuole morire... Incontra Dio e il suo cuore viene trasformato (1Re 19). La stessa cosa succede a Mosè quando intercede per il suo popolo. Non è Dio a mutare opinione, è Mosè. Conosceva già il Dio della collera, ma ora conosce il Dio del perdono. Ha permesso al suo popolo di scoprire il vero volto di Dio: volto di fedeltà e di perdono; ha saputo comprendere il peccato del suo popolo. Per Mosè la preghiera rappresenta il luogo privilegiato in cui Dio si rivela all’uomo, in cui avviene il passaggio da ciò che si pensa di Dio a ciò che Lui è veramente. Per opera della preghiera l’uomo cresce silenziosamente nella fede di fronte al mistero: “Ecco, non conto niente: che cosa ti posso rispondere? Mi metto la mano sulla bocca” (Gb 40, 4). “Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto.” (Gb 42, 5) Quando Dio invia il suo angelo a Elia perché prosegua (1Re 19), o quando il pertinace Giona vede tutto nero, la risposta di Dio è sempre la stessa: “Ritorna sui tuoi passi” (1Re 19,15), ma non come chi vive nella nostalgia del passato, ma come chi permette alla risposta di Dio di fare breccia nello scoramento e nella sensazione di inutilità che a volte riconosciamo in noi stessi, intravedendo così nuove possibilità per il futuro. Elia ritorna sui suoi passi, e in quel cammino fecondo chiama Eliseo. La preghiera e l’obbedienza ci aiutano a percepire la tensione di una cosa che finisce e di un’altra che sta per iniziare. Perché per un uomo o una donna di preghiera, quando si chiude una porta, se ne apre sempre un’altra e nulla rimane così com’è.

 

 

 

NOTE

[1] Udienza, 10 giugno 2015.

[2] Angelus, 8 febbraio 2015.

[3] L'accanimento, in: FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori –LEV, 2014, 103-105.

 

[4] Sottomettere la nostra carne: l’obbedienza della preghiera, in J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 191-194; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori - LEV, Città del Vaticano, 2014,12-15.


LA SCOPERTA DEL SILENZIO. GLI EREMITI MODERNI

 

 

Molti italiani conducono una vita di solitudine per fuggire dalla frenesia della società

Non ditemi che è vero! Pare stia tornando dentro la testa della gente il bisogno di solitudine. Il titolo, vero, del quotidiano era "Fuga dalle città seguendo l'istinto. Vita da eremiti in cerca di felicità".

Un po' ci ha aiutato l'idea di alcuni architetti o artisti di costruire abitazioni particolari sugli alberi. Ai miei tempi le avevano inventate per i bambini, oggi invece pare che sia "una straordinaria forma di libertà". La frase di Fabrizio De Andrè inquadra bene l'idea.

Gli orientali e gli eremiti avevano fatto dell'ascetica e del silenzio gli elementi più forti della loro spiritualità e della loro vita. Non siamo arrivati a questi livelli, ma il segnale è forte e interessante.

La nausea, la stupidità, la frenesia, le masse idiote di turisti che riempiono le stazioni, le autostrade, gli aeroporti, le spiagge, le navi da crociera e per i quali l'importante è trascinare bauli e rompersi la schiena con gli zaini per andare da qualche parte, dovrebbero averci invitati a pensare la vita in modo più serio.

Finalmente non sono solo Soldini o Tiziano Terzani o Berger o i Benedettini di Cassino, o i miei venti ragazzi immersi in un poetico angolino dell'Isola d'Elba che abbiamo chiamato "La Mammoletta", a desiderare di ritrovarsi e di cambiare vita.

I numeri parlano di duecento italiani che hanno scelto una situazione volontaria di eremitaggio per fuggire da questa società onnivora e deficiente. Più che trovare la felicità, l'importante sarebbe che trovassimo la nostra anima.

Una stupenda poesia di Padre Turoldo dice: "Andrò in giro per le strade zufolando cosi finché gli altri dicano: "è pazzo". E mi fermerò soprattutto coi bambini a giocare in periferia e poi lascerò un fiore ad ogni finestra dei poveri e saluterò chiunque incontrerò per via inchinandomi fino a terra. E poi suonerò con le mie mani le campane della torre a più riprese finché non sarò esausto. E dirò a tutti: avete visto come è facile volersi bene. Ma lo dirò in silenzio camminando e sorridendo".

Fosse vero che non ci fosse più bisogno di scappare dal mondo per trovare un pezzo della nostra anima.

 

 

Don Antonio Mazzi


AVVENIRE/DIVENIRE

 

Un cambiamento d’epoca

 

Eurispes

 

 Eurispes Rapporto Italia 2018

 

Divenire. La tesi del testo è semplice: questo inizio di millennio sta velocemente plasmando il mondo per dargli un’altra forma. Viviamo un divenire indirizzato da due forze centripete, l’economia e la tecnologia, che tendono a convergere, verso una crescente connessione del pianeta. Si è affermata una globalizzazione tecno-economica, che è una piattaforma di significato, capace oggi di ricostruire senso alla frammentazione sociale, politica ed economica in atto nel mondo occidentale. Per tali ragioni questo inizio di millennio non è un’“epoca di cambiamento” ma un “cambiamento d’epoca”. E tutti siamo chiamati ad assumerci una nuova, individuale e duplice, responsabilità.

 

Il “secolo breve”. Il Novecento è stato un secolo pieno di invenzioni, conquiste sociali e rivoluzioni. È stato anche il tempo nel quale la società occidentale si è data l’architettura delle istituzioni che ancora oggi la sorreggono. È stato, poi, tempo di conflitto e suona quasi strano che questa lunga scia di sangue che ci lasciamo alle spalle abbia, in definitiva, condotto l’Europa al più lungo periodo di pace e benessere della propria storia recente. Non ci si può non sorprendere, infatti, nel considerare quanto rapidamente si sia passati da confini chiusi all’idea di un pianeta aperto e connesso. Vituperata o esaltata che sia, vien da chiedersi se, alla fin fine, non sia proprio la globalizzazione il lascito definitivo del passato ai tempi futuri. Se, oggi, la globalizzazione, non vada considerata quale variabile indipendente del nostro divenire di uomini e nazioni.

 

Se la osservassimo senza pregiudizi e intenzione di giudizio, riusciremmo forse a scorgervi un solido fil rouge che lega la fine del secolo passato al proprio futuro, lungo il quale si dipanerà ogni trasformazione. La sua piena realizzazione è solo questione di tempo ed è ormai chiaro che la globalizzazione non si limiti a trasformare lo spazio di azione degli umani.

 

Impone, certo, una nuova, necessaria, mappa mentale di riferimento, da assumere come espressione del divenire.

 

Rimodella anche il tempo, rendendolo continuo, h24, richiedendo che se ne accetti una configurazione accelerata e compressa. Uomo, natura, tecnologia, le tre forze che da diecimila anni plasmano la morfologia di un pianeta vecchio di milioni di anni, sono dunque chiamate a vivere e sperimentarsi su questo inedito campo di esperienza, entro perimetri nuovi e mappe inconsuete.

 

La Massa. Uno con dentro molti, essenza ontologica che si realizza solo se e in quanto forma unitaria, pluralità di componenti insignificanti ma significativa in se stessa. La massa diviene rapidamente il tratto caratterizzante di molti aspetti, fondanti, dell’odierna esistenza occidentale: l’economia, in primis, ma anche la politica e la società. Il Novecento, però, è stato anche il secolo in cui l’economia si è affermata definitivamente come vettore primario di trasformazione della società e della politica. Fra fine Ottocento e Novecento, prende definitivamente il sopravvento il pensiero economico di stampo anglosassone, scozzese, efficientista e razionale, l’economia politica, su quello legato alla sua visione sociale, olistica e migliorista, l’economia civile. Adam Smith batte Antonio Genovesi e il mondo diviene teatro di una antica ma rinnovata competizione fra gli umani: quella per il profitto. Anch’esso conosce un divenire: l’economia reale, che sul finire del secolo si trasforma definitivamente, conferendo centralità agli elementi intangibili: denaro e suoi propri assimilati.

 

L’economia finanziaria ha preso così il sopravvento ed è facile riscontrare come l’economia di oggi sia il frutto di questo divenire. Quale sia la forma dell’economia, comunque, la centralità da essa assunta nelle vicende geopolitiche, sociali e umane nel Novecento, ci suggerisce di leggere il fenomeno della massa guardando proprio al suo perimetro, cercando innanzitutto di capire che cosa la massa abbia significato per quattro attività economiche fondamentali: la produzione, il consumo, la distribuzione e la comunicazione.

 

Un’economia della massa. La produzione di massa è sostanzialmente la capacità del sistema manifatturiero di generare grandi volumi di prodotto a costi di produzione contenuti e idonei a essere venduti a prezzi accessibili a molte persone. La fabbrica diviene presto struttura di pensiero, architettura esistenziale di un nuovo modo di intendere il lavoro umano, di incanalarne gli sforzi, temporizzarne la fatica.

 

La fabbrica-simbolo di questo sistema di produzione è quella automobilistica statunitense di Henry Ford. La produzione di massa riduce progressivamente una delle caratteristiche fin lì “naturali” dell’economia: la scarsità. In sostanza, la produzione di massa genera grande e sempre maggiore quantità di output, disponibile agli acquirenti potenziali. Ma come trovare questi acquirenti? Con la comunicazione di massa. I giornali, le radio, la televisione, presentavano quelle caratteristiche di diffusione e funzionamento che sembravano soddisfare pienamente il fabbisogno di comunicazione pervasiva emerso con la produzione di massa. Ciascun mezzo era in grado di attrarre l’attenzione della persona sui contenuti che veicolava, i costi apparivano sostenibili. Così, questi oggetti vennero considerati in modo nuovo dal mondo della produzione: dei “contesti di significato” nei quali inserire un messaggio da recapitare ai loro utilizzatori. Di qui i mass media iniziarono la loro rapida trasformazione ontologica in veicoli di messaggi promopubblicitari indirizzati alla moltitudine dei potenziali compratori. L’inserzione pubblicitaria assume così un ruolo cruciale per la produzione di massa e la comunicazione di massa: consente ad entrambi di sopravvivere e svilupparsi, nello spazio e nel tempo. La trasformazione dei media in senso commerciale sarà perciò progressiva e inesorabile. Ma tutto ciò non basta. Il sistema della produzione di massa ha anche un’altra necessità: di disporre di un sistema di distribuzione capace di superare le distanze fisiche, a costi sostenibili. La vasta e crescente moltitudine dei consumatori beneficia così di 94 una poderosa opera di strutturazione delle reti commerciali e di vendita sul territorio. Ne risulta un fatto straordinario: le merci prodotte divengono sempre più accessibili a molti, indipendentemente dal locus di produzione e consumo.

 

Dapprima, è una distribuzione di vicinato che socializza, attrae e connette: sono imprese a conduzione familiare, luoghi importanti di socialità oltre che di scambio, spazi nei quali l’individuo riacquisisce la propria soggettività nel commercio, proprio nella relazione, sovente quotidiana, con il dettagliante e gli altri clienti. Masse crescenti di prodotto, però, chiedono spazi sempre più grandi. Così, le città si trasformano rapidamente e di nuovo, quasi per fare spazio a questo “molto” che si gonfia, sgomita e spinge. I piccoli negozi spariscono, sostituiti dalla nuova impersonalità massificante delle grandi superfici commerciali moderne. E così, grazie, per esempio, ai supermercati diviene possibile acquistare a Roma merci realizzate in Piemonte (ad esempio, la Nutella). La massa dei consumatori accetta lo scambio: cede contatto umano in cambio di merce. Giungiamo ai consumi di massa. È solo nel Novecento che il consumo, da fenomeno prima circoscritto e limitato si espande, cresce e monta fino a coprire tutti.

 

L’universalismo innesca la metamorfosi del consumo in consumismo. In una manciata di decenni, così, gli italiani diventano consumatori, escono dalla sussistenza ed entrano nell’abbondanza materiale. Quella di “consumatore” è una soggettività socio-economica suadente, per una nazione che nasce povera ed esce ulteriormente immiserita dalla seconda guerra mondiale. Il Novecento, in buona sostanza, ha definito e progressivamente affinato l’architettura socio-economica delle popolazioni occidentali. Lo ha fatto creando la massa. Questo processo è stato un eccezionale successo storico: mai, nella storia dell’umanità, strati tanto larghi della popolazione hanno goduto di un tale livello di benessere materiale, liberandosi definitivamente dalle ferree ganasce della sussistenza.

 

La digitalizzazione. A cavallo fra i due millenni si afferma un nuovo fenomeno di massa: la diffusione massiva di alcuni strumenti che vanno a corrente elettrica (telefoni, computer, connessioni, tablet) e che funzionano più o meno allo stesso modo: si connettono a una rete elettrico-informatica, per mandarvi e riceverne, flussi di bit. Questi aggeggi abilitano nuovi comportamenti, individuali e sociali e nel momento in cui ciò investe il nostro piccolo spazio vitale, contemporaneamente, sta avvenendo anche in ogni altro angolo del pianeta e che nessun angolo del pianeta è, ormai, potenzialmente remoto. La digitalizzazione di massa è divenuta così l’epifania della globalizzazione. È qui che quel filo rosso, che dall’ormai lontanissimo Novecento guida il divenire della nostra società, diviene, per effetto del traino congiunto delle due più potenti forze ereditate dal Novecento, una globalizzazione tecno-economica. Il Novecento si è dunque chiuso con la chiara consapevolezza che l’uso degli strumenti informatico-digitali sarebbe divenuto a breve un motore economico, sempre più pervasivo, molteplice e anche, probabilmente, divisivo. Scorrere a ritroso il filo rosso, consentirà di capire a che cosa sia stato dovuto. L’ultimo ventennio del secolo ha visto, innanzitutto, la diffusione dei computer domestici, quasi a decretare il successo della grande scommessa imprenditoriale e visionaria delle due principali personalità, “icone” della globalizzazione tecno-economica: Bill Gates e Steve Jobs. La crescita di questa popolazione di strumenti ha progressivamente alfabetizzato una moltitudine di persone all’informatica, creando così l’humus culturale e comportamentale perché l’arrivo della Rete avesse poi il successo che ha avuto. Connettendo questi computer fra di loro, essa ha diffuso nuovi comportamenti, facendo scoprire possibilità inimmaginate e modificando interi comparti economici, in alcuni casi distruggendo valore. Nello stesso tratto del filo rosso troviamo anche l’apparizione dei telefoni cellulari che, dopo una prima, lenta, fase di assestamento tecnico, si sono diffusi rapidamente presso la popolazione, divenendo da iniziale status symbol della contemporaneità, un vero e proprio bene di cittadinanza. Proseguendo lungo il nostro fil rouge del divenire troviamo il terzo, decisivo, passaggio sulla via della digitalizzazione di massa: la mobilizzazione della Rete, le persone sono entrate così definitivamente nell’epoca digitale. La digitalizzazione di massa è parte di un più ampio fenomeno, detto digital transformation, che non si limita a trasformare le menti e i comportamenti delle persone ma finirà per mutare la fisionomia stessa del lavoro, delle relazioni sociali, delle identità personali e collettive e quindi dell’economia, della società e della politica.

 

La globalizzazione tecno-economica. La produzione sta vedendo crescere in intensità e pervasività l’utilizzo della robotica, del controllo numerico degli impianti e dell’automazione flessibile: di strumenti, insomma, che prevedono la progressiva sostituzione dell’uomo con le macchine. Un poderoso flusso di novità digitali a supporto della trasformazione che si conviene denominare Industria 4.0.

 

La distribuzione è scossa dalla disintermediazione commerciale e di multicanalità. È progressivamente pervasa dal commercio elettronico, che inizia a redistribuire i volumi di vendita dei prodotti fra canali digitali (click) e fisici (brick&mortar). Il sistema della comunicazione di massa è, poi, addirittura sconvolto: dalla digitalizzazione della televisione; dalla rapidissima sostituzione della carta stampata con il web; dai social network che non tardano a mostrare anche il loro profilo economico oltre che relazionale. Il consumo, infine, si esprime oggi attraverso modelli il cui funzionamento è (e sarà ancor più) profondamente ridisegnato dalla digitalizzazione, attraverso una semplice realtà di fatto: la progressiva estensione della copertura digitale della nostra esistenza. Divenendo le persone/consumatori sempre più “produttori di dati”, acquisibili ed elaborabili direttamente dal mondo dell’offerta, è molto probabile che il consumo verrà connesso sempre più rapidamente, intensamente e proattivamente alla produzione.

 

Ecco dunque il tracciato del filo rosso che lega il nostro immediato passato al futuro: una tecnologia che ha creato la massa e la sta continuamente rimescolando, su scala planetaria e connessa, e finirà, presto e inesorabilmente, per scomporla e sostituirla con numerose forme diverse.

 

La techno-mania. Oggi, lo spazio della quotidianità è, progressivamente, coperto dal digitale, dai bit, dalle reti di connessione always on, e anche minacciato, perciò, dall’oscura intelligenza senz’anima degli algoritmi. Il digitale ha già penetrato e pervaso le ore attive della giornata. Ma non solo. È evaporato il confine fra tempo lavorativo e non: una linearità produttiva ha preso il posto della frammentazione dei tempi di 95 vita. H24 sta divenendo sempre più il mantra della globalizzazione tecno-economica che tutto va permeando.

 

Tutto ciò in Italia si è compiuto definitivamente in un intervallo straordinariamente breve di anni: all’incirca fra il 2004 e il 2010. La digitalizzazione di massa del Paese conta già su numeri rilevanti. La total digital audience, ovvero la base di italiani connessi ed effettivamente attivi sulla Rete per via di computer (47% della popolazione) e dispositivi mobili (66%), ammonta a 32,7 milioni di persone, pari complessivamente a circa il 60% delle persone sopra i due anni di età. Il tempo speso su dispositivi fissi è di un’ora a persona, tempo che raddoppia nel caso dei dispositivi mobili e non manifesta significative distinzioni in base al sesso, ma sì all’età. Siamo oltre 18 milioni a usare WhatsApp, 15 Google, 5 Skype (comScore, 2017). In Italia i social sono di massa: 24,6 milioni di persone possiedono account Facebook, 23,8 Youtube, 11,1 Instagram.

 

La connettività. L’essere sempre e costantemente connessi a una rete. Questo è il punto di discontinuità fra la globalizzazione di oggi e il tempo passato. È il punto in cui il fil rouge che lega il Novecento al proprio futuro s’illumina, diviene denso e si dipana, in una miriade di tracciati indipendenti. La sua rilevanza, oggi, non sta esattamente nel fenomeno in sé, ma nella tecnica che la consente e, soprattutto, nella magnitudine dei suoi effetti, a livello planetario e individuale: una invisibile, potentissima, rete di cavi, terrestri e marini, che consentono a Internet di coprire, come un sottile e invisibile velo, la maggior parte della popolazione della terra, generando nuove culture, comportamenti e aspirazioni.

 

Les Misérables del XXI secolo. Intere coorti di umani iniziano a sentirsi spazzate via, escluse dall’epocale processo di generazione del mondo nuovo che le connessioni stanno rendendo possibile. I nuovi Misérables del XXI secolo non sono solo anziani o millennials. Non è un tema di generazioni, infatti, quanto piuttosto di atteggiamenti e culture. Certo, la Z Generation appare ben dotata: i giovani non hanno bisogno di trasformare le proprie strutture e flussi mentali per adeguarli al nuovo; il nuovo lo apprendono e lo incarnano, ce l’hanno dentro e ci crescono, lo sperimentano e lo definiscono.

 

Purtuttavia, anche all’interno dei giovani albergano dei nuovi esclusi: quelli che non sanno ancora comunicare in inglese, per arrivare a quei giovani che non accettano la sfida dell’investimento sul sé e gettano la spugna prima ancora di salire sul ring: i Neet. La coorte maggiore dei nuovi Misérables rischia, però, di essere caratterizzata, tuttavia, soprattutto da coloro i quali faticano a disimparare ciò che è stato: sono in molti, troppi e fra questi albergano quelli che rischiano di fare i danni peggiori al Paese, perché sono quelli che, anagraficamente, siedono o si apprestano a sedere, sul ponte di comando, magari dopo lustri di gavetta e sacrificio, per arrivarci. È, infatti, questa la coorte che frena il Paese, tappa l’effervescenza del suo divenire, mortifica ogni sforzo e tentativo di adeguamento e connessione alla globalizzazione e alle sue sfide positive, impone il proprio passato sull’avvenire.

 

La coorte dei nuovi esclusi, dei disconnessi, è dunque molto popolosa e trasversale. Vi appartengono giovani e vecchi, poveri e benestanti, occupati e disoccupati. Tutti accomunati dall’incapacità cognitiva di affrontare positivamente l’idea che la globalizzazione tecno-economica abbia ripreso tutte le carte della Storia in mano, rimescolandole e iniziando a redistribuirle. Disconnettersi dal flusso è questo il solco che traccia il perimetro della nuova esclusione. Non c’è avvenire per questo atteggiamento.

 

L’inesorabilità della digital life. Paradossalmente, però, anche questi Misérables sono tutti protagonisti della trasformazione che la connessione ha innescato negli individui.

 

Nessuno, infatti, ne è immune. Cosa mai ci è accaduto? La globalizzazione ci ha, con nostra compiaciuta complicità, connessi. Lo ha fatto con la suadente persuasione esercitata dallo schermo. Lo schermo è sexy, occorre riconoscerlo. Ecco perché tutti, anche i Misérables, ne siamo succubi. La nuova dimensione digitale dell’esistenza (la digital life) ha infatti già cambiato la testa di chi è connesso: rendendolo più informato o, perlomeno, piuttosto sicuro di poter acquisire ogni pezzo di informazione e opinione attraverso la Rete; facendone un impaziente interlocutore, sebbene, tendenzialmente, piuttosto superficiale; consentendogli l’accesso a una straordinaria ricchezza di offerta di ogni genere; facendolo sentire più forte nei confronti di ogni controparte; facendolo credere un pari di chiunque altro. La miscela di questi mutamenti è dotta di una forza dirompente, capace di esprimersi su praticamente ogni territorio esistenziale dell’io.

 

L’intermediazione. Uno dei grandi caduti, vittima di questo immaginario divenire della connessione è l’idea di intermediazione, ovvero il convincimento (collettivo) della necessità di affidarsi a soggetti terzi, per meglio affrontare alcuni campi dell’esistenza. L’intermediazione, tuttavia, è necessaria e utile. È un’alternativa, più efficiente ed efficace, alla connessione diretta, laddove non vi siano le condizioni perché l’individuo possa fare da sé altrettanto bene. La connessione alla Rete sta mutando l’equilibrio di convenienza e necessità sul quale l’intermediazione si è basata. La Rete e l’accesso always on costruiscono l’illusione della sopravvenuta inutilità dell’intermediazione. Ma, appunto, ben presto si rivelerà per quel che è: solo una illusione.

 

La frammentazione dell’io. La digitalizzazione di massa sta inesorabilmente frammentando molte delle monolitiche entità sociali, economiche e politiche che hanno popolato la contemporaneità. Proprio la frammentazione appare oggi il flusso principale del divenire: in direzione verticale, svuotando di senso l’intermediazione e il fondamento stesso del principio di autorità; e in senso orizzontale, frantumando, uno alla volta, i costrutti di massa che hanno dato benessere materiale e libertà politica ai cittadini occidentali. La maggiore delle frammentazioni orizzontali avviene, però, fra le pieghe del tutto: concerne l’uomo e la sua dimensione identitaria, costantemente oscillante fra un io individuale e uno collettivo.

 

Grazie alla connessione, ciascuna persona fuoriesce dall’amalgama omogeneizzante della massa e recupera la propria individualità, dotandosi di “identificativi digitali univoci”, identificativi che estraggono l’individuo dalla massa e lo rendono: individuabile; riconoscibile; conoscibile; raggiungibile. Questi aggettivi raccontano una storia. Una storia di vita. Scambiamo, volontariamente e anche consapevolmente, informazioni personali con l’apparente gratuità di molti servizi digitali. Cediamo quote di libertà, di anonimato, di invisibilità, di oblio, in cambio di una qualche dose di personalizzazione. Da una parte il “bicchiere mezzo vuoto”, il rischio del Grande Fratello onnisciente e 96 onnipresente. Dall’altra il “bicchiere mezzo pieno”, rappresentato dal formarsi di una nuova morfologia del patto sociale ed economico e che renda più capaci di scegliere al meglio, su ogni aspetto rilevante dell’esistenza. Di qui il timore che il potenziamento sfrenato dell’individualismo con la tecnologia, la frammentazione verticale delle autorità e orizzontale delle forme di organizzazione sociale conducano a una balcanizzazione delle società. Dall’altra parte, la speranza che il potenziamento soggettivo dell’individuo ne accresca la consapevolezza esistenziale, che il valore dell’appartenenza sia maggiore perché frutto di una più libera scelta.

 

Avvenire. Non è dato dire che cosa accadrà. Di certo una cosa si può già asserire: di qui a pochi anni, volgendoci indietro a guardare chi siamo oggi e chi eravamo ieri, non riconosceremo più quel che eravamo ieri. Così, probabilmente: il nostro avvenire sarà definito entro le coordinate di un mondo aperto all’intero pianeta; l’economia finanziaria avrà ulteriormente ridisegnato il modo di pensare le attività reali; la politica chiuderà definitivamente quella parentesi che l’ha vista essere una competizione fra idee, ideologie e visioni collettive, per tornare a quel che è sempre stata: lotta per il potere fra individualità forti; la tecnologia compirà un salto di qualità, dalle conseguenze misteriose: andrà oltre, con la farmagenetica; avremo cambiato modo di pensare, perché ne abbiamo già cambiato la mappa degli stimoli, la lista degli ingredienti, tornando a privilegiare i codici naturali, piuttosto precognitivi, dell’uomo. In questo quadro la frammentazione della realtà, sospinta dalla tecnologia, chiamerà sempre più spesso l’individuo a farsi carico del sé e il termine responsabilità assumerà sempre più senso nei suoi due strati di significato: a livello individuale segnando la ineludibile necessità dell’individuo di farsi carico in prima persona di doveri e compiti, visioni e ambizioni; a livello della relazione con il non/io, richiamando l’attenzione sulle conseguenze delle azioni che da quelle scelte individuali promaneranno. Siamo chiamati a compiere un percorso di crescita, insomma; un iter che somiglia sempre più al “viaggio dell’eroe”, tanto amato dalle narrative contemporanee.

 

 

(30° Rapporto Italia, 2018)


 

 

 

 

 

Dio prepara, vede

 

e chiama

 

III Domenica del tempo ordinario B

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

 Jesus-Teaching-Multitude-Wallpaper

 

1,14-20 Gesù, il Vangelo, al centro [1]

 

Mettere al centro Gesù

Il tempo liturgico che abbiamo appena vissuto aveva al centro l’attesa di Gesù e poi la venuta di Gesù: la nascita e i misteri della nascita fino al battesimo. Oggi incomincia un nuovo tempo liturgico e la Chiesa ci fa vedere al centro di questo inizio anche Gesù. Dunque il centro della liturgia di oggi è Gesù: Gesù come la prima e l’ultima parola del Padre. Infatti Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo: Gesù il Figlio, il Salvatore, il Signore, lui è il Signore dell’universo.

È stato un lungo cammino affinché arrivasse questo momento della manifestazione di Gesù che abbiamo celebrato nel tempo di Natale. Egli continua a essere il centro della vita cristiana: Gesù Cristo, Figlio del Padre, Salvatore del mondo. Non ce n’è un altro, è l’unico. È questo il centro della nostra vita: Gesù Cristo che si manifesta, si fa vedere, e noi siamo invitati a conoscerlo, a riconoscerlo nella vita, nelle tante circostanze della vita. 

 

Tre compiti per assicurarci che Gesù sia al centro della nostra vita

 

1. conoscere Gesù…

Ecco il punto: Riconoscere Gesù, conoscere Gesù. E se è un bene conoscere la vita di quel santo, di quella santa o anche le apparizioni di quello di là e di là, non bisogna però mai perdere di vista il fatto che il centro è Gesù Cristo: senza Gesù Cristo non ci sono i santi. Certo, i santi sono i santi, sono grandi, sono importanti, ma le apparizioni non tutte sono vere.

È opportuno porsi una domanda: “il centro della mia vita è Gesù Cristo? Qual è il mio rapporto con Gesù Cristo?”. All’inizio della celebrazione, nella orazione della preghiera colletta, abbiamo chiesto la grazia di vedere, la grazia di conoscere cosa dobbiamo fare e la grazia di avere la forza per farlo. Ma la prima cosa che dobbiamo fare è guardare Gesù Cristo. E ci sono tre cose, diciamo tre compiti, per assicurarci che Gesù è al centro della nostra vita.

Prima di tutto riconoscere Gesù, conoscere e riconoscerlo. Al suo tempo, l’apostolo Giovanni, all’inizio del suo Vangelo, dice che tanti non lo hanno riconosciuto: i dottori della legge, i sommi sacerdoti, gli scribi, i sadducei, alcuni farisei. Di più, lo hanno perseguitato, lo hanno ucciso. Dunque, il primo atteggiamento è conoscere e riconoscere Gesù; cercare com’era Gesù: a me interessa questo?. Si tratta di una domanda che tutti noi dobbiamo farci: a me interessa conoscere Gesù o forse interessa più la telenovela o le chiacchiere o le ambizioni o conoscere la vita degli altri?.

 

… leggendo il Vangelo (vangelo in tasca)

Insomma, si deve conoscere Gesù per poterlo riconoscere. E per conoscere Gesù c’è la preghiera, lo Spirito Santo, sì; ma un buon sistema è prendere il Vangelo tutti i giorni. Quanti di voi prendono il Vangelo ogni giorno e leggono un passo? E dirvi alzate le mani: ma non lo farò, state tranquilli! È importante portare sempre con sé una copia del Vangelo, magari quello tascabile, che è piccolino, per portarlo in tasca, nella borsa, sempre con me. Si racconta che santa Cecilia aveva il Vangelo vicino al cuore: vicino, vicino! E così, tenendolo sempre a portata di mano, si può leggere tutti i giorni un passo del Vangelo: è l’unico modo di conoscere Gesù, di sapere cosa ha fatto, cosa ha detto.

È fondamentale leggere la storia di Gesù: sì, il Vangelo è la storia di Gesù, la vita di Gesù, è Gesù stesso, è lo Spirito Santo che ci fa vedere Gesù lì. Per favore, fate questo: tutti i giorni un passo del Vangelo, piccolino, tre minuti, quattro, cinque. Proprio leggendo il Vangelo si capisce; e questo lavora dentro: è lo Spirito Santo a fare il lavoro dopo. Questo è il seme. Chi fa germogliare e crescere il seme è lo Spirito Santo.

 

2. Adorare Gesù

Se il primo è quello di riconoscere Gesù, conoscere Gesù, il secondo compito è: adorare Gesù, è Dio! Bisogna adorare. Nel salmo abbiamo pregato: “Adoriamo il Signore insieme ai suoi angeli” (salmo 96). E se gli angeli lo adorano davvero, è bene chiedersi se lo adoriamo anche noi. Il più delle volte noi preghiamo Gesù per chiedergli qualcosa o ringraziarlo per qualcosa. E tutto questo sta bene, ma la vera domanda è se noi adoriamo Gesù.

Pensiamo a due modi di adorare Gesù. C’è la preghiera di adorazione in silenzio: “Tu sei Dio, tu sei il Figlio di Dio, io ti adoro”. Questo è “adorare Gesù”. Ma poi dobbiamo anche togliere dal nostro cuore le altre cose che “adoriamo”, che ci interessano di più. Ci deve essere solo Dio, le altre cose servono se sono in direzione di Dio, servono se io sono capace di adorare solo Dio. Perciò dobbiamo adorare Dio, adorare Gesù, conoscere Gesù col Vangelo, adorare Gesù”.

C’è una piccola preghiera che noi preghiamo, il Gloria: “Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo”, ma tante volte la diciamo meccanicamente come pappagalli. Invece questa preghiera è adorazione, gloria: io adoro il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Ecco, allora, il suggerimento: adorare, con piccole preghiere, col silenzio davanti alla grandezza di Dio; adorare Gesù e dire: Tu sei l’unico, tu sei il principio e la fine e con te voglio rimanere tutta la vita, tutta l’eternità. Tu sei l’unico. E così anche cacciare via le cose che m’impediscono di adorare Gesù.

 

3. seguire Gesù

Il terzo compito che vi suggerisco per avere Gesù al centro della nostra vita è: seguire Gesù (Mc 1,14-20). Quando il Signore vede Pietro e Andrea che lavoravano, erano pescatori, dice loro: “Venite dietro a me”. Dobbiamo dunque seguire Gesù, le cose che lui ci ha insegnato, le cose che noi troviamo tutti i giorni quando leggiamo quel pezzo del Vangelo. E chiedere: “Signore cosa vuoi che io faccia? Indicami il cammino”.

 

Tenere sempre Gesù al centro

In conclusione, l’essenziale è tenere sempre Gesù al centro. E questo significa conoscere, riconoscere Gesù, adorare e seguire Gesù: è molto semplice la vita cristiana, ma abbiamo bisogno della grazia dello Spirito Santo perché svegli in noi questa voglia di conoscere Gesù, adorare Gesù e seguire Gesù. Proprio per questo abbiamo chiesto al Signore di conoscere cosa dobbiamo fare e di avere la forza di farlo. E, nella semplicità di ogni giorno - perché ogni giorno per essere cristiani non sono necessarie cose strane, cose difficili, cose superflue, no, è semplice - il Signore ci dia la grazia di conoscere Gesù, di adorare Gesù e di seguire Gesù.

 

1,14-15 L’annuncio di Gesù, annuncio del compimento [2]

 

Il Vangelo ci presenta l’inizio della predicazione di Gesù in Galilea. San Marco sottolinea che Gesù cominciò a predicare “dopo che Giovanni [il Battista] fu arrestato” (1,14). Proprio nel momento in cui la voce profetica del Battezzatore, che annunciava la venuta del Regno di Dio, viene messa a tacere da Erode, Gesù inizia a percorrere le strade della sua terra per portare a tutti, specialmente ai poveri, “il Vangelo di Dio” (ibid.). L’annuncio di Gesù è simile a quello di Giovanni, con la differenza sostanziale che Gesù non indica più un altro che deve venire: Gesù è lui stesso il compimento delle promesse; è Lui stesso la “buona notizia” da credere, da accogliere e da comunicare agli uomini e alle donne di tutti i tempi, affinché anch’essi affidino a Lui la loro esistenza. Gesù Cristo in persona è la Parola vivente e operante nella storia: chi lo ascolta e segue entra nel Regno di Dio.

Gesù è il compimento delle promesse divine perché è Colui che dona all’uomo lo Spirito Santo, l’“acqua viva” che disseta il nostro cuore inquieto, assetato di vita, di amore, di libertà, di pace: assetato di Dio. Quante volte sentiamo, o abbiamo sentito il nostro cuore assetato! Lo ha rivelato Egli stesso alla donna samaritana, incontrata presso il pozzo di Giacobbe, alla quale disse: “Dammi da bere” (Gv 4,7).

 

1,14-20 Dio ci prepara la strada [3]

 

Dio prepara la strada per ognuno di noi…

Gesù, dopo l’arresto di Giovanni, va in Galilea (1,14-20), e proclama il Vangelo con le stesse parole di Giovanni: il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino, convertitevi. Giovanni aveva preparato la strada a Gesù. E Gesù la segue. Preparare le strade, anche preparare le nostre vite, è proprio di Dio, dell’amore di Dio per ognuno di noi. Lui non ci fa cristiani per generazione spontanea. Lui prepara la nostra strada, prepara la nostra vita, da tempo.

 

… da tante generazioni…

Sembra che Simone, Andrea, Giacomo, Giovanni sono stati qui definitivamente eletti; ma questo non significa che da questo momento siano anche stati “definitivamente fedeli”. In realtà proprio loro commettono degli sbagli: fanno proposte non cristiane al Signore, di fatto lo rinnegano. E Pietro più degli altri. Si sono spaventati, e sono andati via, hanno abbandonato il Signore.

Anna, la seconda moglie di Elkanà, (cfr 1Sam 1,1-8), era sterile, piangeva quando l’altra moglie, Penninà, che aveva figli, la derideva. Ma nel pianto di Anna c’era la preparazione alla nascita del grande Samuele. Così il Signore ci prepara da tante generazioni. E quando le cose non vanno bene, lui si immischia nella storia e le sistema. Nella stessa genealogia di Gesù ci sono peccatori e peccatrici. Ma come ha fatto il Signore? Si è immischiato; ha corretto la strada; ha regolato le cose. Pensiamo al grande Davide, grande peccatore e poi grande santo. Il Signore sa. Quando il Signore ci dice: con amore eterno io ti ho amato, si riferisce a questo.

 

… con un amore concreto, artigianale

Da tante generazioni il Signore ha pensato a noi. Ci accompagna provando i nostri stessi sentimenti quando ci si accosta al matrimonio, quando si è in attesa di un figlio: in ogni momento della nostra storia ci attende e ci accompagna.

Questo è l’amore eterno del Signore. Eterno ma concreto. Un amore anche artigianale, perché lui va facendo la storia e va preparando la strada per ognuno di noi. E questo è l’amore di Dio. […]

Voi sacerdoti pensate ai vostri sessant’anni di messa. Quante cose sono accadute. Quante cose. Il Signore era lì a preparare la strada anche per altri che non conosciamo, ma lui conosce.

 

Il Signore ha preparato la strada anche a me

Egli è il Signore della preparazione, che ci ama da sempre e mai ci abbandona. Forse è un atto di fede non facile da credere questo, è vero. Perché il nostro razionalismo ci fa dire: ma perché il Signore, con le tante persone con le quali ha a che fare va a pensare a me? Eppure egli ha preparato la strada a me, con le nostre mamme, le nostre nonne, i nostri padri, i nostri nonni, e i bisnonni, tutti: il Signore fa così. E questo è il suo amore: concreto, eterno e anche artigianale.

Preghiamo chiedendo questa grazia di capire l’amore di Dio. Ma non si capisce mai, eh! Si sente, si piange, ma capirlo non si capisce. Anche questo ci dice quanto grande è questo amore.

 

1,14-20 Gesù è il compimento delle promesse [4]

 

Gesù è il compimento delle promesse…

Gesù cominciò a predicare “dopo che Giovanni [il Battista] fu arrestato” (1,14). Proprio nel momento in cui la voce profetica del Battezzatore, che annunciava la venuta del Regno di Dio, viene messa a tacere da Erode, Gesù inizia a percorrere le strade della sua terra per portare a tutti, specialmente ai poveri, “il Vangelo di Dio” (ibid.). L’annuncio di Gesù è simile a quello di Giovanni, con la differenza sostanziale che Gesù non indica più un altro che deve venire: Gesù è lui stesso il compimento delle promesse; è lui stesso la “buona notizia” da credere, da accogliere e da comunicare agli uomini e alle donne di tutti i tempi, affinché anch’essi affidino a lui la loro esistenza. Gesù Cristo in persona è la Parola vivente e operante nella storia: chi lo ascolta e segue entra nel Regno di Dio.

 

… perché dona lo Spirito…

Gesù è il compimento delle promesse divine perché è colui che dona all’uomo lo Spirito Santo, l’“acqua viva” che disseta il nostro cuore inquieto, assetato di vita, di amore, di libertà, di pace: assetato di Dio. Quante volte sentiamo, o abbiamo sentito il nostro cuore assetato! Lo ha rivelato egli stesso alla donna samaritana, incontrata presso il pozzo di Giacobbe, alla quale disse: “Dammi da bere” (Gv 4,7) […].

 

… e ha fatto propria la nostra sete

Dio, facendosi uomo, ha fatto propria la nostra sete, non solo dell’acqua materiale, ma soprattutto la sete di una vita piena, di una vita libera dalla schiavitù del male e della morte. Nello stesso tempo, con la sua incarnazione Dio ha posto la sua sete – perché anche Dio ha sete - nel cuore di un uomo: Gesù di Nazaret. Dio ha sete di noi, dei nostri cuori, del nostro amore, e ha messo questa sete nel cuore di Gesù. Dunque, nel cuore di Cristo si incontrano la sete umana e la sete divina. E il desiderio dell’unità dei suoi discepoli appartiene a questa sete. Lo troviamo espresso nella preghiera elevata al Padre prima della Passione: “Perché tutti siano una sola cosa” (Gv 17,21). Quello che voleva Gesù: l’unità di tutti! Il diavolo - lo sappiamo - è il padre delle divisioni, è uno che sempre divide, che sempre fa guerre, fa tanto male.

 

1,15 Un filo divino passa e tesse la storia [5]

 

Dio è vicino

Un filo divino passa per la storia umana e tesse la storia della salvezza […]. Dio è vicino, il suo Regno è vicino (cfr Mc 1,15): il Signore non desidera essere temuto come un sovrano potente e distante, non vuole restare su un trono in cielo o nei libri di storia, ma ama calarsi nelle nostre vicende di ogni giorno, per camminare con noi. Pensando al dono di un millennio abbondante di fede, è bello anzitutto ringraziare Dio, che ha camminato con il vostro popolo, prendendolo per mano, come un papà il bambino, e accompagnandolo in tante situazioni. È quello che, anche come Chiesa, siamo chiamati sempre a fare: ascoltare, coinvolgerci e farci prossimi, condividendo le gioie e le fatiche della gente, così che il Vangelo passi nel modo più coerente e che porta maggior frutto: per positiva irradiazione, attraverso la trasparenza della vita.

 

Dio è concreto

Dio è concreto. Tutto, nell’agire di Dio, è concreto: la Sapienza divina “opera come artefice” e “gioca” (cfr Prv 8,30), il Verbo si fa carne, nasce da una madre, nasce sotto la legge (cfr Gal 4,4), ha degli amici e partecipa a una festa: l’eterno si comunica trascorrendo il tempo con persone e in situazioni concrete. Anche la vostra storia, impastata di Vangelo, Croce e fedeltà alla Chiesa, ha visto il positivo contagio di una fede genuina, trasmessa di famiglia in famiglia, di padre in figlio, e soprattutto dalle mamme e dalle nonne, che bisogna tanto ringraziare. In particolare, avete potuto toccare con mano la tenerezza concreta e provvidente della Madre di tutti, che sono venuto qui a venerare come pellegrino e che abbiamo salutato nel Salmo come “onore della nostra gente” (Gdt 15,9).

 

1,15 L’invito alla conversione [6]

 

È la prima parola della predicazione di Gesù

Gesù ha fatto della conversione la prima parola della sua predicazione: “Convertitevi e credete nel vangelo” (Mc 1,15). È con questo annuncio che egli si presenta al popolo, chiedendo di accogliere la sua parola come l’ultima e definitiva che il Padre rivolge all’umanità (cfr Mc 12,1-11). Rispetto alla predicazione dei profeti, Gesù insiste ancora di più sulla dimensione interiore della conversione. In essa, infatti, tutta la persona è coinvolta, cuore e mente, per diventare una creatura nuova, una persona nuova. Cambia il cuore e uno si rinnova.

 

Non parte dal giudicare, ma dal farsi vicino…

Quando Gesù chiama alla conversione non si erge a giudice delle persone, ma lo fa a partire dalla vicinanza, dalla condivisione della condizione umana, e quindi della strada, della casa, della mensa... La misericordia verso quanti avevano bisogno di cambiare vita avveniva con la sua presenza amabile, per coinvolgere ciascuno nella sua storia di salvezza. Gesù persuadeva la gente con l’amabilità, con l’amore, e con questo suo comportamento Gesù toccava nel profondo il cuore delle persone ed esse si sentivano attratte dall’amore di Dio e spinte a cambiare vita. Ad esempio, le conversioni di Matteo (cfr Mt 9,9-13) e di Zaccheo (cfr Lc 19,1-10) sono avvenute proprio in questo modo, perché hanno sentito di essere amati da Gesù e, attraverso di Lui, dal Padre. La vera conversione avviene quando accogliamo il dono della grazia; e un chiaro segno della sua autenticità è che ci accorgiamo delle necessità dei fratelli e siamo pronti ad andare loro incontro.

 

… soprattutto sentiamo di dover cambiare

Quante volte anche noi sentiamo l’esigenza di un cambiamento che coinvolga tutta la nostra persona! Quante volte ci diciamo: “Devo cambiare, non posso continuare così… La mia vita, per questa strada, non darà frutto, sarà una vita inutile e io non sarò felice”. Quante volte vengono questi pensieri, quante volte!... E Gesù, accanto a noi, con la mano tesa ci dice: “Vieni, vieni da me. Il lavoro lo faccio io: io ti cambierò il cuore, io ti cambierò la vita, io ti farò felice […].

 

Dobbiamo solo spalancare la porta

Gesù, che è con noi, ci invita a cambiare vita. È lui, con lo Spirito Santo, che semina in noi questa inquietudine per cambiare vita ed essere un po’ migliori. Seguiamo dunque questo invito del Signore e non poniamo resistenze, perché solo se ci apriamo alla sua misericordia, noi troviamo la vera vita e la vera gioia. Dobbiamo soltanto spalancare la porta, e lui fa tutto il resto. Lui fa tutto, ma a noi spetta spalancare il cuore perché lui possa guarirci e farci andare avanti. Vi assicuro che saremo più felici.

 

1,15 La conversione nasce dall’azione di ringraziamento [7]

 

L’assuefazione ci narcotizza il cuore

Uno dei pericoli maggiori che ci minacciano è l’ “assuefazione” comoda”. Ci abituiamo tanto alla vita e a tutto ciò che troviamo in essa al punto che niente ormai ci meraviglia, né il bene che ci porta a ringraziare, né il male per rattristarci veramente. Mi ha stupito e lasciato perplesso, quando ho chiesto a un conoscente come stesse, ricevere come risposta: “Male, ma mi sono abituato”.

Ci abituiamo ogni giorno ad alzarci dal letto come se non potesse essere diversamente. Ci abituiamo alla violenza come qualcosa di immancabile nei telegiornali. Ci abituiamo al paesaggio abituale della povertà e della miseria camminando per le strade della nostra città. Ci abituiamo ai bambini e alle donne che si trascinano a forza nelle notti del centro prendendo quello che altri buttano via (i “cartoneros”). Ci abituiamo a vivere in una città che è diventata pagana, in cui i bambini non vanno più a pregare né si fanno il segno di croce.

L’assuefazione comoda ci narcotizza il cuore. Non c’è capacità per questo stupore che ci rinnova nella speranza. Non c’è spazio per il riconoscimento del male, né potere per lottare contro di esso. […]

 

L’azione di ringraziamento e la conversione camminano insieme

La conversione nasce dall’azione di ringraziamento per tutto ciò che Dio ci ha regalato, per tutto ciò che compie e continuerà a realizzare nel mondo, nella storia e nella nostra vita personale.

Azione di ringraziamento, come quella di Maria, che malgrado le pene che ha dovuto soffrire non si è fermata a uno sguardo disfattista, ma ha saputo cantare le grandezze del Signore. L’azione di ringraziamento e la conversione camminano insieme. “Convertitevi perché il Regno di Dio è vicino” (Mc 1,15), predicava Gesù all’inizio della sua vita pubblica. Soltanto la bellezza e la gratuità del Regno fanno innamorare il cuore e lo sollecitano davvero al cambiamento. Azione di ringraziamento e conversione come quella di tutti coloro che hanno ricevuto gratuitamente dalle mani di Gesù la salvezza, il perdono e la vita.

 

1,17-18 Gesù passando, vide… [8]

 

Portate sul volto le tracce di chi ha visto il Signore

Nei vostri sguardi (dei vescovi), il Popolo messicano ha il diritto di trovare le tracce di quelli che “hanno visto il Signore” (cfr Gv 20,25), di quelli che sono stati con Dio. Questo è l’essenziale. Non perdete, dunque, tempo ed energie nelle cose secondarie, nelle chiacchiere e negli intrighi, nei vani progetti di carriera, nei vuoti piani di egemonia, negli sterili club di interessi o di consorterie. Non lasciatevi fermare dalle mormorazioni e dalle maldicenze. Introducete i vostri sacerdoti nella comprensione del ministero sacro. A noi ministri di Dio basta la grazia di “bere il calice del Signore”, il dono di custodire la parte della sua eredità che ci è affidata, benché siamo amministratori inesperti. Lasciamo al Padre di assegnarci il posto che ha preparato per noi (cfr Mt 20,20-28). Possiamo forse essere veramente occupati in altre cose se non in quelle del Padre? Al di fuori delle “cose del Padre” (cfr Lc 2,48-49) perdiamo la nostra identità e, colpevolmente, rendiamo vana la sua grazia.

 

… per essere capaci di incrociarvi con gli sguardi di ogni uomo

Se il nostro sguardo non testimonia di aver visto Gesù, allora le parole che ricordiamo di Lui risultano soltanto delle figure retoriche vuote. Forse esprimono la nostalgia di quelli che non possono dimenticare il Signore, ma comunque sono solo il balbettare di orfani accanto al sepolcro. Parole alla fine incapaci di impedire che il mondo resti abbandonato e ridotto alla propria potenza disperata.

Penso alla necessità di offrire un grembo materno ai giovani. Che i vostri sguardi siano capaci di incrociarsi con i loro sguardi, di amarli e di cogliere ciò che essi cercano con quella forza con cui molti come loro hanno lasciato barche e reti sull’altra riva del mare (cfr Mc 1,17-18), hanno abbandonato banchi delle imposte pur di seguire il Signore della vera ricchezza (cfr Mt 9,9).

Mi preoccupano tanti che, sedotti dalla vuota potenza del mondo, esaltano le chimere e si rivestono dei loro macabri simboli per commercializzare la morte in cambio di monete che alla fine tarme e ruggine consumano e per cui i ladri scassinano e rubano (cfr Mt 6,20). Vi prego di non sottovalutare la sfida etica e anti-civica che il narcotraffico rappresenta per la gioventù e per l’intera società messicana, compresa la Chiesa.

 

 

NOTE

[1] Meditazione, 9 gennaio 2017.

[2] Angelus, 25 gennaio 2015.

[3] Meditazione, 3 gennaio 2014.

[4] Angelus, 25 gennaio 2015.

[5] Omelia, nella santa Messa in occasione del 1050mo anniversario del Battesimo della Polonia, XXXI GMG, 28 luglio 2016.

[6] Udienza giubilare, 18 giugno 2016.

[7] Ricevere gratuitamente, dare gratuitamente, in: J. M. BERGOGLIO, Perdono, (= Le parole di papa Francesco, 10), Corriere della Sera, Milano 2015, 82-88.

 

[8] Discorso nell’incontro con i vescovi del Messico, Cattedrale, Città del Messico, 13 febbraio 2016.


«Sempre, quando ci avviciniamo al Signore per chiedere qualcosa, si deve partire dalla fede e farlo nella fede».La preghiera del cristiano deve essere coraggiosa, come quella del lebbroso o del paralitico: «Io ho fede che tu puoi guarirmi, io credo che tu puoi fare questo», il punto di partenza della preghiera nella fede. Di qui la necessità di interrogarci sul nostro modo di pregare, che non deve essere mai da «pappagalli», ha ammonito Francesco. Coraggio, allora, è la parola d’ordine della preghiera cristiana: «Coraggio per lottare per arrivare al Signore. Coraggio per avere fede, all’inizio: ‘Se tu vuoi puoi guarirmi. Se tu vuoi, io credo’. E coraggio per avvicinarmi al Signore, quando ci sono delle difficoltà. Quel coraggio… Tante volte, ci vuole pazienza e saper aspettare i tempi ma non mollare, andare sempre avanti. Ma se io con fede mi avvicino al Signore e dico: ‘Ma se tu vuoi, puoi darmi questa grazia’, e poi ma… siccome la grazia dopo tre giorni non è arrivata, un’altra cosa… e mi dimentico». L’esempio citato è quello di Santa Monica, madre di Agostino, che ha pregato e «ha pianto tanto» per la conversione di suo figlio, ed è riuscita ad ottenerla. «Se la preghiera non è coraggiosa non è cristiana», ha spiegato Francesco: bisogna avere coraggio «per sfidare il Signore», coraggio per «mettersi in gioco», anche se non si ottiene subito ciò che si chiede, perché nella preghiera «si gioca forte». Il Signore ci ha detto: «Chiedete e vi sarà dato», ha ricordato il Papa, secondo il quale «la preghiera cristiana nasce dalla fede in Gesù e va sempre con la fede oltre le difficoltà».

14 gennaio 2018

II domenica del tempo Ordinario

di ENZO BIANCHI

 

Gv  1,35-42

In quel tempo, 35 Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli 36e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». 37E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. 38Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì - che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?». 39Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. 40Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. 41Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» - che si traduce Cristo - 42e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» - che significa Pietro.

 

In questa domenica che segue la festa del battesimo del Signore, l’ordo liturgico ci propone l’incontro dei primi discepoli con Gesù, secondo il racconto del quarto vangelo.

 

Siamo nella settimana inaugurale della vita pubblica di Gesù (cf. Gv 1,19-2,12). Due giorni dopo l’interrogatorio di Giovanni il Battista da parte delle autorità sacerdotali venute da Gerusalemme, Gesù passa e cammina davanti a Giovanni e a due suoi discepoli. E fissando lo sguardo su Gesù, il Battista afferma: “Ecco, guardate l’Agnello di Dio!”. È una vera e propria presentazione di Gesù, l’indicazione che proprio lui è il Servo di Dio, l’Agnello pasquale che porta la liberazione al suo popolo (il termine aramaico talja contiene infatti entrambi questi significati). Giovanni, da vero rabbi e maestro, in-segna, fa segno ai discepoli e così dà un orientamento alla loro ricerca: non li aveva se-dotti (portati a sé), non li trattiene presso di sé, ma li e-duca, li conduce fuori, verso il Messia. Ascoltate le parole del Battista, subito i due si mettono a seguire Gesù, si pongono sulle sue tracce, vanno dove egli va.

 

Ed ecco che improvvisamente Gesù si volta indietro, li osserva con uno sguardo penetrante e chiede loro: “Che cosa cercate?”. Domanda, questa, ineludibile per chiunque voglia mettersi alla sequela di Gesù, dunque domanda rivolta ancora oggi a noi che tentiamo di seguirlo. “Che cosa cerchi veramente? Qual è il tuo desiderio più profondo?”. Queste sono le prime parole pronunciate da Gesù secondo il quarto vangelo; non un’affermazione, non una dichiarazione, come magari ci attenderemmo, ma una domanda: “Che cosa cerchi?”. In tal modo Gesù mostra che la sua sequela non può avvenire per incanto, per infatuazione, per una semplice scelta di appartenenza: il discepolo può imboccare un cammino sbagliato, se non sa riconoscere che cosa e chi veramente cerca – “si revera Deum quaerit”, “se veramente cerca Dio”, dice la Regola di Benedetto (58,7) –, se non è impegnato a cercare, disposto a lasciare le sue sicurezze per aprirsi al dono di Dio. Cercare è un’operazione e un atteggiamento assolutamente necessario per ascoltare e accogliere la propria verità presente nell’intimo, là dove il Signore parla.

 

A questa domanda i due discepoli rispondono con un’altra domanda: “Rabbi, dove dimori (verbo méno)?”. Gesù è da loro definito “rabbi”, maestro e guida, quindi vogliono conoscerlo nella sua dimora, nel suo abitare, vogliono dimorare dove egli dimora: non solo ascoltare un insegnamento ma essere coinvolti nella sua vita. Gesù risponde loro con molta semplicità: “Venite e vedrete”, cioè venite e sperimentate, venite e vedrete con uno sguardo che potrà addirittura vedere la gloria di Gesù quale Figlio di Dio (cf. Gv 1,14; 2,11). Così è avvenuto l’incontro con Gesù, un incontro che ha cambiato profondamente la loro vita, perché da quell’ora (definita con precisione l’ora decima, ossia le quattro del pomeriggio) cominciano a vivere, a dimorare con lui.

 

Questi due primi discepoli di Gesù sono Andrea e l’altro che non ha un nome ma che è stato identificato dalla tradizione nel discepolo anonimo, “quello che Gesù amava” (Gv 13,23; 19,26, 20,2; 21,7.20), forse il figlio di Zebedeo. I sinottici presentano questa chiamata dei primi discepoli con un racconto molto diverso: in Galilea, sulle rive del mare, Gesù passa e vede due coppie di fratelli, li chiama dietro a sé (“Seguitemi!”) e questi lo seguono prontamente, senza dilazioni (cf. Mc 1,16-20 e par.). Nel quarto vangelo, invece, la vocazione è mediata dal Battista, non è diretta. In entrambi i casi, però, la testimonianza è concorde: prima di iniziare la sua predicazione, Gesù forma attorno a sé una comunità, i chiamati a farne parte si mettono alla sua sequela (verbo akolouthéo) e a loro egli chiede di condividere la sua vita sempre, nella perseveranza, fino alla fine. Certo, il discepolo anonimo, “quello che Gesù amava”, appare il modello di ogni discepolo che resta con il Signore anche durante la sua passione, anche sotto la croce, e rimane come segno profetico fino alla sua venuta nella gloria (cf. Gv 19,26; 21,22).

 

Ma ecco che Andrea, secondo la tradizione greca il primo chiamato, incontra suo fratello Simone e subito gli dice: “Abbiamo trovato il Messia, il Cristo”. Si sente spinto a comunicare la buona notizia del Messia tanto atteso e ora presente, operante in mezzo al suo popolo, innanzitutto a suo fratello. Lo conduce da Gesù, perché Simone condivideva tale attesa, essendo anch’egli in ricerca di colui del quale il Battista annunciava la venuta. L’attesa è finita, la ricerca ha avuto un esito positivo. L’espressione “abbiamo trovato”, al plurale, indica ormai il noi della comunità di Gesù, che da questo momento risuonerà in tutto il vangelo per confessare la fede e rendere testimonianza.

 

Secondo il quarto vangelo Simone non fa alcuna azione, non prende alcuna iniziativa, ma sta di fronte a Gesù e ascolta le sue parole inequivocabili. Gesù fissa lo sguardo su di lui, come il Battista lo aveva fissato su Gesù stesso, e gli proclama la sua vera identità, vocazione e missione: “‘Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Kephas’ – che significa Pietro”. Non è semplice interpretare la prima parte di questa dichiarazione: cosa significa “figlio di Giovanni”, detto a colui che è fratello di Andrea, mai chiamato con questo patronimico? Significa forse: “Tu sei Simone, il discepolo di Giovanni il Battista”? La questione resta aperta, ma in ogni caso le parole determinanti sono quelle che seguono: “sarai chiamato Kephas, Pietro”. Così Gesù rivela chi è veramente Simone all’interno della sua comunità: è una pietra, una roccia subito messa in posizione di autorità, lui che sarà il portaparola dei Dodici (cf. Gv 6,67), lui che sarà il pastore del gregge delle Signore (cf. Gv 21,15-18).

 

Ma se il quarto vangelo ci fornisce questa narrazione “altra” della chiamata dei primi discepoli, subito dopo, nella chiamata di Filippo che avviene il giorno seguente, ricompare quella parola efficace rivolta da Gesù al discepolo: “Seguimi!” (akoloúthei moi: Gv 1,43). Muovendosi dalle rive del Giordano verso la sua terra, la Galilea, Gesù incontra Filippo, un altro galileo di Betsaida (come Pietro e Andrea). Non ci viene detto né dove né in quale situazione Gesù gli rivolge tali parole, ma ciò che è essenziale è che gli chieda di seguirlo. Filippo prontamente lo segue ed entra a fare parte della comunità dei discepoli, come testimoniano anche i sinottici che lo collocano tra i Dodici (cf. Mc 3,18 e par.). Vocazione dunque senza mediazioni, ma non per questo meno contagioso. Non appena infatti Filippo incontra un altro galileo, Natanaele proveniente da Cana, gli comunica la buona notizia del compimento delle sante Scritture, la Torah di Mosè e i Profeti: “Abbiamo trovato colui del quale esse hanno scritto: Gesù, il figlio di Giuseppe, da Nazaret” (cf. Gv 1,45).

 

 

Natanaele risponde con scetticismo e ironia: “Proprio da questa periferia, da questa terra impura, da un villaggio sconosciuto della Galilea delle genti può forse venire qualcosa di buono?” (cf. Gv 1,46). Filippo ribatte: “Vieni e vedi! Vieni e sperimenta” (cf. ibid.), eco delle parole rivolte da Gesù ai primi due discepoli. Questi infatti sono i passi costitutivi della fede: venire a Gesù, sperimentare e conoscere la sua dimora e infine trovare dimora in lui. E mentre Natanaele va da Gesù insieme a Filippo, ecco che Gesù stesso mostra in realtà di precederlo nel suo itinerario. Egli non allontana chi si avvicina a lui (cf. Gv 6,37), nonostante le sue perplessità, ma descrive Natanaele come un figlio d’Israele vero, senza falsità, senza doppiezza (cf. Gv 1,47). Sorpreso da questa affermazione, Natanaele pone a Gesù una domanda: “Da dove (póthen) mi conosci?” (Gv 1,48). Ovvero, da dove attingi la conoscenza della mia persona? Gesù non gli risponde direttamente ma gli assicura di averlo visto e scelto prima di ogni sua decisione di andare a lui. Segue infine una confessione di fede piena: “Maestro, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il Re d’Israele” (Gv 1,49). Natanaele, esperto delle Scritture, figlio d’Israele autentico, confessa immediatamente la signoria di Gesù, servendosi di titoli che esprimeranno la fede della chiesa nella passione e nella resurrezione del Signore.


Tutto inizia

 

con un incontro

 

II Domenica del tempo ordinario B

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

 ecce-agnus-dei2

 

1,35-42 Tutto inizia con un incontro [1]

 

Gesù è sempre primo

Tutto, nella nostra vita, oggi come al tempo di Gesù, incomincia con un incontro. Un incontro con quest’Uomo, il falegname di Nazaret, un uomo come tutti e allo stesso tempo diverso. Pensiamo al Vangelo di Giovanni, là dove racconta del primo incontro dei discepoli con Gesù (cfr 1,35-42). Andrea, Giovanni, Simone: si sentirono guardati fin nel profondo, conosciuti intimamente, e questo generò in loro una sorpresa, uno stupore che, immediatamente, li fece sentire legati a Lui... O quando, dopo la Risurrezione, Gesù chiede a Pietro: «Mi ami?» (Gv 21,15), e Pietro risponde: «Sì»; quel sì non era l’esito di una forza di volontà, non veniva solo dalla decisione dell’uomo Simone: veniva prima ancora dalla Grazia, era quel “primerear”, quel precedere della Grazia. Questa fu la scoperta decisiva per san Paolo, per sant’Agostino, e tanti altri santi: Gesù Cristo sempre è primo, ci primerea, ci aspetta, Gesù Cristo ci precede sempre; e quando noi arriviamo, Lui stava già aspettando. Lui è come il fiore del mandorlo: è quello che fiorisce per primo, e annuncia la primavera.

 

 Tenerezza della misericordia

 

E non si può capire questa dinamica dell’incontro che suscita lo stupore e l’adesione senza la misericordia. Solo chi è stato accarezzato dalla tenerezza della misericordia, conosce veramente il Signore. Il luogo privilegiato dell’incontro è la carezza della misericordia di Gesù Cristo verso il mio peccato. E per questo, alcune volte, voi mi avete sentito dire che il posto, il luogo privilegiato dell’incontro con Gesù Cristo è il mio peccato. È grazie a questo abbraccio di misericordia che viene voglia di rispondere e di cambiare, e che può scaturire una vita diversa. La morale cristiana non è lo sforzo titanico, volontaristico, di chi decide di essere coerente e ci riesce, una sorta di sfida solitaria di fronte al mondo. No. Questa non è la morale cristiana, è un’altra cosa. La morale cristiana è risposta, è la risposta commossa di fronte a una misericordia sorprendente, imprevedibile, addirittura “ingiusta” secondo i criteri umani, di Uno che mi conosce, conosce i miei tradimenti e mi vuole bene lo stesso, mi stima, mi abbraccia, mi chiama di nuovo, spera in me, attende da me. La morale cristiana non è non cadere mai, ma alzarsi sempre, grazie alla sua mano che ci prende. E la strada della Chiesa è anche questa: lasciare che si manifesti la grande misericordia di Dio. Dicevo, nei giorni scorsi, ai nuovi Cardinali: «La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero; la strada della Chiesa è proprio quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle “periferie” dell’esistenza; quella di adottare integralmente la logica di Dio», che è quella della misericordia (Omelia, 15 febbraio 2015). Anche la Chiesa deve sentire l’impulso gioioso di diventare fiore di mandorlo, cioè primavera come Gesù, per tutta l’umanità.

 

Gv 1,35-42 L’incontro con Gesù [2]

 

Un’amicizia è sempre a due: io sono tuo amico e tu sei mio amico. E Gesù si manifesta sempre nella sua pace. Se tu ti avvicini a Gesù ti dà una pace, ti dà una gioia. E quando tu incontri Gesù, nella preghiera, in un’opera buona, in un’opera di aiuto all’altro - ci sono tante maniere per trovare Gesù - sentirai la pace e anche la gioia. Questa è la manifestazione, Louise. È così. Gesù si manifesta in questo contraccambio. Ma tu devi cercarlo sia nella preghiera, sia nell’Eucaristia, nella vita quotidiana, nella responsabilità dei tuoi compiti e anche nell’andare a cercare i più bisognosi e aiutarli: lì c’è Gesù! E te lo farà sentire. Alcune volte sentirai quello che è proprio soltanto dell’incontro con Gesù: lo stupore. Lo stupore di incontrare Gesù. Incontrare Gesù: questa parola non dimenticarla, per favore. Incontrare Gesù!

Pensiamo a quel giorno (cfr Gv 1,35-42): potevano essere le dieci del mattino, Gesù passava e Giovanni e Andrea erano con Giovanni Battista, chiacchieravano, lì, di tante cose. E Giovanni Battista disse: è “È lui, quello, l’Agnello di Dio. È lui”. E loro, incuriositi, sono andati dietro a Gesù, per cercarlo. È la curiosità… E Gesù fa un po’ finta di niente e si rivolge a loro e dice: “Cosa cercate?” – “Dove abiti?” – “Venite!” (vv. 38-39). E loro sono rimasti – dice il Vangelo – con Gesù tutta la giornata. Ma cosa è successo dopo? Andrea è andato di corsa da suo fratello Simone: era pieno di gioia, una gioia grande; era pieno di stupore per aver incontrato Gesù. E dice: “Abbiamo incontrato il Messia!” (v. 41). E Giovanni ha fatto lo stesso con Giacomo. È così. L’incontro con Gesù ti dà questo stupore. È la sua presenza. Poi passa, ma ti lascia la pace e la gioia. Non dimenticare mai questo: stupore, pace, gioia. C’è Gesù. Questo è il contraccambio.

 

Gv 1,35-42 I tre momenti dell’incontro con Gesù [3]

 

Il racconto del Vangelo (cfr Gv 1,35-42) ci ha mostrato Giovanni Battista che ai suoi discepoli indica Gesù come l’Agnello di Dio. Due di essi seguono il Maestro, e poi, a loro volta, diventano “mediatori” che permettono ad altri di incontrare il Signore, di conoscerlo e di seguirlo. Ci sono tre momenti in questo racconto che richiamano l’esperienza del catecumenato.

 

L’ascolto

In primo luogo, c’è l’ascolto. I due discepoli hanno ascoltato la testimonianza del Battista. Anche voi, cari catecumeni, avete ascoltato coloro che vi hanno parlato di Gesù e vi hanno proposto di seguirlo, diventando suoi discepoli per mezzo del Battesimo. Nel tumulto di tante voci che risuonano intorno a noi e dentro di noi, voi avete ascoltato e accolto la voce che vi indicava Gesù come l’unico che può dare senso pieno alla nostra vita.

 

L’incontro

Il secondo momento è l’incontro. I due discepoli incontrano il Maestro e rimangono con Lui. Dopo averlo incontrato, avvertono subito qualcosa di nuovo nel loro cuore: l’esigenza di trasmettere la loro gioia anche agli altri, affinché anch’essi lo possano incontrare. Andrea, infatti, incontra suo fratello Simone e lo conduce da Gesù. Quanto ci fa bene contemplare questa scena! Ci ricorda che Dio non ci ha creato per essere soli, chiusi in noi stessi, ma per poter incontrare Lui e per aprirci all’incontro con gli altri. Dio per primo viene verso ognuno di noi; e questo è meraviglioso! Lui viene incontro a noi! Nella Bibbia Dio appare sempre come colui che prende l’iniziativa dell’incontro con l’uomo: è Lui che cerca l’uomo, e di solito lo cerca proprio mentre l’uomo fa l’esperienza amara e tragica di tradire Dio e di fuggire da Lui. Dio non aspetta a cercarlo: lo cerca subito. È un cercatore paziente il nostro Padre! Lui ci precede e ci aspetta sempre. Non si stanca di aspettarci, non si allontana da noi, ma ha la pazienza di attendere il momento favorevole dell’incontro con ciascuno di noi. E quando avviene l’incontro, non è mai un incontro frettoloso, perché Dio desidera rimanere a lungo con noi per sostenerci, per consolarci, per donarci la sua gioia. Dio si affretta per incontrarci, ma mai ha fretta di lasciarci. Resta con noi. Come noi aneliamo a Lui e lo desideriamo, così anche Lui ha desiderio di stare con noi, perché noi apparteniamo a Lui, siamo “cosa” sua, siamo le sue creature. Anche Lui, possiamo dire, ha sete di noi, di incontrarci. Il nostro Dio è assetato di noi. E questo è il cuore di Dio. È bello sentire questo.

 

Cammino

L’ultimo tratto del racconto è camminare. I due discepoli camminano verso Gesù e poi fanno un tratto di strada insieme con Lui. È un insegnamento importante per tutti noi. La fede è un cammino con Gesù. Ricordate sempre questo: la fede è camminare con Gesù; ed è un cammino che dura tutta la vita. Alla fine ci sarà l’incontro definitivo. Certo, in alcuni momenti di questo cammino ci sentiamo stanchi e confusi. La fede però ci dà la certezza della presenza costante di Gesù in ogni situazione, anche la più dolorosa o difficile da capire. Siamo chiamati a camminare per entrare sempre di più dentro al mistero dell’amore di Dio, che ci sovrasta e ci permette di vivere con serenità e speranza.

 

Non dimenticare lo sguardo

Cari catecumeni, oggi voi iniziate il cammino del catecumenato. Vi auguro di percorrerlo con gioia, certi del sostegno di tutta la Chiesa, che guarda a voi con tanta fiducia. Maria, la discepola perfetta, vi accompagna: è bello sentirla come nostra Madre nella fede! Vi invito a custodire l’entusiasmo del primo momento che vi ha fatto aprire gli occhi alla luce della fede; a ricordare, come il discepolo amato, il giorno, l’ora in cui per la prima volta siete rimasti con Gesù, avete sentito il suo sguardo su di voi. Non dimenticare mai questo sguardo di Gesù su te, su te, su te… Non dimenticare mai questo sguardo! È uno sguardo d’amore. E così sarete sempre certi dell’amore fedele del Signore. Lui è fedele. E siate certi: Lui non vi tradirà mai!

 

Gv 1,35-51 Dalla curiosità alla sequela fino alla croce [4]

 

Una sequela può iniziare con una mera curiosità: «Signore, dove abiti?» (Gv 1,35-51), ma finisce sempre nella spoliazione più assoluta: «Quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv 21,15-23). È un seguirlo nella stanchezza di tutti i giorni, con croci e agonie (Mc 14,33), con gioie e consolazioni (Mc 9,2), ma sempre con gli occhi rivolti al Signore: «Fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio» (Eb 12,1-4).

 

Gv 1,35-51 La sequela consolata [5]

 

Quando un religioso o un’istituzione (comunità, provincia, istituto religioso) è infedele in tempo di pace, si nota anche la caratteristica della perdita del fervore[6]. Il fervore non è l’entusiasmo giovanile (cfr. Gv 1,35-51) né la comunicazione con il Signore nei momenti di oscurità (cfr. Lc 22,39-46) o nei momenti di gloria (cfr. Mc 9,210), ma è piuttosto la sequela consolata, paziente, serena, del Signore in tutta la vita quotidiana: «Quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv 21,18).

Una sequela che implica distacco, come si coglie dal testo citato; e una sequela che va connessa anche a possibilità di tentazione: «Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: “Signore, che cosa sarà di lui?”. Gesù gli rispose: “Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi”» (Gv 21,21-22). La dimensione «lamentosa» della tentazione di Pietro è stata quella d’intromettersi nella vita altrui. Il Signore gli indica la via con chiarezza: seguirlo senza isolare la sua coscienza, senza conservarsi risorse d’interiorità che si permettono di giudicare gli altri. Quando non si segue questa strada indicata, si perde il fervore.

 

Gv 11,37 Ascoltare-vedere credere (LF 30)

 

La connessione tra il vedere e l’ascoltare, come organi di conoscenza della fede, appare con la massima chiarezza nel Vangelo di Gio¬vanni. Per il quarto Vangelo, credere è ascoltare e, allo stesso tempo, vedere. L’ascolto della fede avviene secondo la forma di conoscenza propria dell’amore: è un ascolto personale, che distingue la voce e riconosce quella del Buon Pastore (cfr Gv 10,3-5); un ascolto che richiede la sequela, come accade con i primi discepoli che, «senten¬dolo parlare così, seguirono Gesù» (Gv 1,37). D’altra parte, la fede è collegata anche alla visio¬ne. A volte, la visione dei segni di Gesù precede la fede, come con i giudei che, dopo la risurrezione di Lazzaro, «alla vista di ciò che egli aveva com¬piuto, credettero in lui» (Gv 11,45). Altre volte, è la fede che porta a una visione più profonda: «Se crederai, vedrai la gloria di Dio» (Gv 11,40). Alla fine, credere e vedere s’intrecciano: «Chi crede in me [.] crede in colui che mi ha manda¬to; chi vede me, vede colui che mi ha mandato» (Gv 12,44-45). Grazie a quest’unione con l’ascol¬to, il vedere diventa sequela di Cristo, e la fede appare come un cammino dello sguardo, in cui gli occhi si abituano a vedere in profondità. E così, il mattino di Pasqua, si passa da Giovanni che, ancora nel buio, davanti al sepolcro vuoto, “vide e credette” (Gv 20,8); a Maria Maddalena che, ormai, vede Gesù (cfr Gv 20,14) e vuole trattenerlo, ma è invitata a contemplarlo nel suo cammino verso il Padre; fino alla piena confes¬sione della stessa Maddalena davanti ai discepoli: «Ho visto il Signore!» (Gv 20,18).

 

Gv 1,38- 39 Ogni vocazione presuppone una domanda [7]

 

Nell’essenza e nella vocazione di ogni cristiano trova spazio l’incontro personale con il Signore. Cer¬care Dio significa cercare il suo volto, addentrarsi nella sua intimità. Ogni vocazione, e soprattutto quel¬la del catechista, presuppone una domanda: «Mae¬stro, dove dimori? [...] Venite e vedrete» (Gv 1,38- 39). La profondità della nostra missione catechetica, del nostro ruolo di «mediatori», dipende dalla nostra risposta, dall’intensità dell’incontro con Cristo. La Chiesa stessa si fonda su questo «Venite e vedrete». Incontro personale e intimità con il Maestro che sono l’elemento fondante del vero discepolato, e assicura¬no alla catechesi la sua autenticità e genuinità, scon¬giurando il rischio, sempre in agguato, di razionalismi e ideologizzazioni che privano di vitalità la Buona Novella, rendendola sterile.

 

 

 

NOTE

 

[1] Discorso al Movimento di Comunione e Liberazione, 7 marzo 2015.

[2] Incontro con il Movimento Eucaristico Giovanile (MEG), 7 agosto 2015.

[3] Omelia Rito di ammissione al catecumenato, 23 novembre 2013.

[4] Il regno di Cristo, in J. M. BERGOGLIO PAPA FRANCESCO, Nel cuore di ogni Padre. Alle radici della mia spiritualità, Introduzione di Antonio Spadaro, SI., Rizzoli Milano 2014,151-158.

[5] L’incertezza e la tiepidezza, in: J.M. BERGOGLIO, Pace, Milano, Corriere della sera 2014, (= Le parole di papa Francesco,5), 51-83.

[6] Cfr. Paolo VI, esort. ap. Evangelii nuntiandi, 80.

 

[7] Lasciarsi trovare per favorire l’incontro (Omelia ai catechisti, EAC, marzo 2001) in J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013, 341-348.


Il pensiero verticale

 

delle donne

 

Simone Weil, Edith Stein ed Etty Hillesum

 

Intervista a Daniela Marcheschi *

 

Cosa accomuna Simone Weil, Edith Stein ed Etty Hillesum?

Sono accomunate dalla ricerca della verità, dall’urgenza di incarnare le proprie idee, e per questo capaci di porsi in modo nuovo sul magmatico terreno in cui si incontrano fede e scienza, pensiero laico e tensioni religiose. Simone Weil, Edith Stein ed Etty Hillesum, nell’energia luminosa dell’etica, indicano una via per uscire dall’impasse in cui versa la cultura europea contemporanea. Ne hanno individuato alcune vere e proprie patologie con il loro pensiero di struggente bellezza, ma propongono anche la meta verso cui indirizzarci per rinnovare il nostro mondo, dandogli un futuro nuovo.

 

Lo sguardo limpido, diretto e profetico di Simone Weil è disarmante: il lavoro, l’accoglienza, la distorsione della fede. Nei suoi molti scritti ci sono i temi più scottanti di questo nuovo millennio…

Si, e sarebbe bene rileggerli, da “La condizione operaia” a “Attesa di Dio”. Simone Weil è una grande intellettuale senza intellettualismi. Per questo ha voluto sperimentare su se stessa le condizioni degli emarginati, la dura vita degli operai in fabbrica, l’esperienza del fronte, arrivando fino a privarsi di una nutrizione adeguata per condividere con gli altri il destino di miseria e sventura – come dice lei stessa – che tanti altri esseri umani hanno subìto durante la seconda guerra mondiale: ed è morta per questo, a Londra nel 1943. Ha capito che la parola diventa puro formalismo, forma vuota, se non viene incarnata. Simone Weil non disprezza le masse, non si concepisce come sua guida, ma come “insieme con gli altri”. Infatti parla di incarnazione, di parola che acquisisce un corpo. E in questo, del resto, sta la pienezza dell’esperienza femminile, che nel proprio corpo ne porta un altro e lo stacca da sé per darlo ad una vita autonoma.

 

Edith Stein fu allieva di Husserl e filosofa di primo piano in un mondo che guardava ancora con forte sospetto le donne all’interno dell’Università…

La Stein è stata una studiosa inquadrata dentro i ranghi delle rigide e maschiliste università tedesche ed è riuscita a imporsi per la forza del proprio pensiero. Da personalità profonda e indipendente qual era ha elaborato una visione filosofica in autonomia rispetto ai proprio maestri, su tutti Edmund Husserl, fondatore della fenomenologia. Edith Stein è stata una paladina della valorizzazione dei talenti femminili: non solo nella sua vita da laica all’interno dell’Università, ma anche quando si convertì al cattolicesimo, lei ebrea, diventando suora e abbracciando letteralmente la croce come suor Teresa Benedetta, sfiorando il misticismo ma mai dimenticando il suo impegno sociale e la prospettiva antropologica e filosofica: seppe unire gli spunti più fertili della fenomenologia con il pensiero dei grandi Padri della Chiesa come san Tommaso d’Aquino. Lei stessa è stata fatta santa, ed è co-patrona d’Europa con Caterina da Siena, altra donna capace di muovere Papi e Re.

 

Etty Hillesum condivise con la Stein il tremendo destino della deportazione ad Auschwitz. Eppure le sue Lettere e i suo Diari, pubblicati da Adelphi, svelano una visione della vita ricolma di gioia…

La Hillesum era una ragazza giovane, morì ad Auschwitz a nemmeno trent’anni. Eppure ha lasciato pagine illuminanti. Queste donne hanno vissuto con un’intensità straordinaria il proprio tempo, il proprio essere intellettuali, la loro condizione di donne, senza paura del dolore, come nel parto. La gioia basta a se stessa: ma solo con l’accettazione della sofferenza, solo attraversando il campo di battaglia del dolore, è pensabile la gioia ed è possibile vedere che il sole risplende. Etty Hillesum volle condividere il destino del suo popolo, rifiutò la possibilità di essere salvata, e morì ad Auschwitz. Ma chiariamo: queste non sono donne votate al martirio, al sacrificio estremo, nella dimenticanza di sé, al contrario sono donne che hanno inteso vivere in fondo la totalità della condizione umana. Abbracciare la croce significa vivere fino in fondo l’orizzonte dell’umanità, e abbracciarne la verità dell’esperienza, di cui la morte rappresenta uno dei poli obbligati. Lo ha mostrato benissimo l’attrice Pamela Villoresi, in un suo spettacolo di diversi anni fa, in cui metteva in scena un dialogo tra Edith Stein ed Etty Hillesum, che – senza però che ci sia testimonianza di un loro effettivo incontro - transitarono dal campo di concentramento di Westerbork prima di essere entrambe uccise ad Auschwitz. Uno spettacolo, quello della Villoresi, che vorremmo rivedere ancora.

 

A questo proposito, soffermiamoci sull’incontro tra discipline ed arti. Che cosa insegna?

L’antropologia ci insegna che la cultura umana è una e molteplice. La settorializzazione fa perdere di vista la complessità dei problemi, e non aiuta ad uscire dai vicoli ciechi dell’intellettualismo. Invece, sovrapporre i saperi, metterli in tensione e in comunicazione, arricchisce i nostri orizzonti. Da questo punto di vista, la Weil, la Stein e la Hillesum esprimono l’abilità tipicamente femminile di intrecciare armonicamente saperi, sensibilità e discipline diverse. Per questo filosofia e musica, letteratura e teatro, scienza e poesia, nascendo dallo stesso ventre di umanità e ricerca della verità, quando si incontrano si potenziano reciprocamente.

 

 

* Studiosa di letteratura e antropologia delle arti


 

 Se si offendono i deboli

 

 

Papa Francesco

 

 

 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.005, 08/01/2018)

 

Aggredire e disprezzare la persona più debole, perché straniera o disabile, è una «traccia del peccato originale» e dell’«opera di Satana». Ed è impressionante constatare che oggi gravi episodi di bullismo avvengono anche nelle scuole, e vedono protagonisti bambini e ragazzi. Papa Francesco — nella messa celebrata lunedì 8 gennaio a Santa Marta — ha chiesto di non cedere alla crudeltà e alla malvagità di prendersela con i più deboli, ai quali invece bisogna stare vicini con la compassione autentica. E ha anche voluto condividere un toccante ricordo personale di quando era bambino a Buenos Aires.

 

Nella «prima lettura incomincia la storia di Samuele — ha fatto subito notare Francesco nell’omelia, riferendosi al passo biblico tratto proprio dal primo libro di Samuele (1, 1-8) — e c’è una cosa che attira l’attenzione: quest’uomo, che sarà il papà di Samuele, è un uomo — si chiamava Elkanà — e aveva due mogli. Una aveva dei figli, l’altra, no. E questa che aveva dei figli, Peninnà si chiamava; l’altra si chiamava Anna, che sarebbe la mamma di Samuele, non ne aveva, era sterile». Ma Peninnà, ha spiegato il Papa, «invece di aiutarla o consolarla, l’affliggeva con durezza. La maltrattava e umiliava: “Tu sei sterile”. Si faceva beffa».

 

«Lo stesso accade — ha osservato il Pontefice — con Agar e Sara, le mogli di Abramo, la schiava e la moglie. Agar aveva un figlio, Sara era sterile e Agar la insultava, la maltrattava, la prendeva in giro. Perché non avevano una ricchezza, che è un figlio». E ancora: «Possiamo pensare anche, per non pensare soltanto ai peccati delle donne, come Golia, quel soldato grande che aveva tutto, tutte le possibilità di vincere, era il più forte, quando vide Davide lo disprezzò». In pratica Golia «si faceva beffa del debole». Inoltre, ha proseguito Francesco, «possiamo anche pensare alla moglie di Giobbe», a «come vedendolo ammalato, umiliato, lo disprezzò, lo maltrattò». Lo stesso «anche la moglie di Tobia».

 

Davanti a queste realtà, ha detto il Papa, «io mi domando: cosa c’è dentro queste persone? Cosa c’è dentro di noi, che ci porta a disprezzare, a maltrattare, a farci beffa dei più deboli?». In effetti «si capisce, al limite, che uno se la prenda con uno che è più forte: può essere l’invidia che ti porta». Ma perché prendersela con «i più deboli? Cosa c’è dentro che ci porta a comportarci così?». Si tratta di «una cosa che è abituale, come se io avessi bisogno di disprezzare l’altro per sentirmi sicuro. Come una necessità».

 

A questo proposito Francesco ha voluto condividere un episodio della sua vita. «Io ricordo — questo succede anche tra i bambini — da bambino, avrò avuto sette anni: nel quartiere c’era una donna, sola, un po’ mattocca. E lei tutta la giornata camminava per il quartiere, salutava, diceva stupidaggini e nessuno capiva cosa dicesse, non faceva del male a nessuno. Le donne del quartiere le davano da mangiare, qualcuna anche qualche vestito. Viveva da sola. Girava tutta la giornata e poi andava nella sua stanza, viveva in una stanzina povera, lì».

 

Quella donna, ha ricordato ancora il Pontefice, «si chiamava Angiolina, e noi bambini la prendevamo in giro. Uno dei giochi che noi avevamo era: “andiamo a cercare la Angiolina per divertirci un po’”. Ancora, quando penso a questo, penso: “Ma quanta malvagità anche nei bambini! Prendersela con il più debole!”. E oggi lo vediamo continuamente, nelle scuole, con il fenomeno del bullying: aggredire il debole, perché tu sei grasso o perché tu sei così o tu sei straniero o perché tu sei nero, per questo aggredire, aggredire. I bambini, i ragazzi». Dunque, non se la sono presa con i più deboli «solo Peninnà o Agar o le mogli di Tobia e di Giobbe»; lo fanno «anche i bambini».

 

«Questo significa che c’è qualcosa dentro di noi che ci porta a questo, all’aggressione del debole» ha affermato il Pontefice. E «credo che sia una delle tracce del peccato originale, perché questo — aggredire il debole — è stato l’ufficio di Satana dall’inizio: lo ha fatto con Gesù e lo fa con noi, con le nostre debolezze». Ma «noi lo facciamo con gli altri. Non c’è compassione in Satana: non c’è posto per la compassione. E quando si aggredisce il debole, manca compassione. Sempre c’è bisogno di sporcare l’altro, di aggredire l’altro, come faceva questa donna» nel brano biblico proposto dalla liturgia.

 

«Si tratta di un’aggressione che viene da dentro e vorrebbe annientare l’altro perché è debole» ha rilanciato il Papa. «Gli psicologi daranno spiegazioni buone, profonde — ha aggiunto — ma io soltanto dico» che lo fanno «anche i bambini»; e «questa è una delle tracce del peccato originale, questa è opera di Satana». Così «come quando abbiamo un buon desiderio di fare un’opera buona, un’opera di carità, diciamo: “È lo Spirito Santo che mi ispira a fare questo”. Quando noi ci accorgiamo che abbiamo dentro di noi questo desiderio di aggredire quello perché è debole, non dubitiamo: c’è il diavolo, lì. Perché questa è opera del diavolo, aggredire il debole».

 

 

In conclusione il Papa ha suggerito di chiedere «al Signore che ci aiuti a vincere questa crudeltà», consapevoli «che tutti noi abbiamo la possibilità di farla: tutti noi!». E ha auspicato anche che il Signore «ci dia la grazia della compassione, quella è di Dio: Dio che ha compassione di noi, patisce con noi e ci aiuta a camminare"


Il Battesimo: un impegno

 

e una scelta

 

Battesimo del Signore (B)

 

a cura di Franco Galeone *

 

Raggi

 

Se chiedessimo: “Cos’è il battesimo?”, avremmo qualche risposta, perché “battesimo” e “battezzare” sono termini ricorrenti; significano: iniziare, inaugurare; abbiamo così il battesimo dell’aria, di una nave, di un bambino. Battesimo significa inizio. Il sacramento del battesimo ci rende figli di Dio non in senso naturale ma adottivo; l’adozione non è solo esteriore ma interiore, per cui possiamo rivolgerci a Dio e chiamarlo Padre. Questa è la nostra nuova dignità: formiamo la famiglia di Dio. Chi ha adottato un bambino, può meglio comprendere questa verità. Non si tratta di un’adozione a distanza, ma Dio chiama noi, estranei, nella sua casa, e ci dà tutto: nome, cognome, affetto, vita eterna. Questa scena del battesimo è stata scritta per noi, perché almeno una volta all’anno facciamo memoria di questa misteriosa e dimenticata adozione. Purtroppo nessuno di noi ricorda il giorno del suo battesimo. È un male! Chi di noi ricorda di essere stato profumato con olio benedetto, di avere ricevuto una veste bianca, di avere promesso di seguire Cristo e di rinunziare al male?

Ricordi lontani, e perciò è urgente riflettere su quell’inizio della nostra storia di salvezza: da quel momento siamo entrati nella Chiesa, famiglia di Dio. Il battesimo di acqua, di privilegio, di separazione, lo hanno chiesto altri per noi; ma il battesimo di fuoco, di consacrazione, di testimonianza, dobbiamo chiederlo noi. Se pensiamo

- che la famiglia non è più oggi l’unica agenzia educativa;

- che i genitori non possono fare scelte definitive per i figli;

- che molti figli non avranno un’educazione religiosa;

- che molti genitori chiedono il battesimo per paura o per tradizione o per convenienza (un padrino importante!);

- che aborto, convivenze, separazioni, fecondazione eterologa … provocano un calo demografico e guasti nella coppia;

- che dobbiamo convivere con culture e religioni diverse dalla nostra;

- che solo il 15% di giovani fa riferimento al Vangelo nella vita; che il 70% rifiuta l’etica della Chiesa; che l’80% si stacca dalla parrocchia dopo la cresima … è a tutti evidente che cristiani non si nasce, ma si diventa!

Nati e vissuti in una religiosità da scenario, una “cristianità senza cristianesimo”, direbbe S. Kierkegaard, dobbiamo riscoprire le esigenze e la grandezza, la gioia e la fatica di essere cristiani. Non è facile, perché viviamo in un’epoca da molti definita post-cristiana, dove sarà sempre più necessario scegliere, rischiare, schierarsi. Qualcuno addirittura sostiene che i cristiani siano una razza in estinzione! Ciò che deve contare non è fissare la data o il ristorante o il regalo o il padrino, ma percorrere insieme un cammino di fede.

 

Dal “battesimo religioso” al “battesimo messianico”

 

Mentre il battesimo “religioso” è un rito che separa il neonato dalla comunione degli uomini, il battesimo “messianico” rende il battezzato solidale con tutte le gioie e le speranza del mondo, al di fuori di ogni discriminazione: è un compito di straordinaria importanza. Abbiamo tutti la possibilità di fare il bene nella famiglia, nella scuola, nella società. Vivere secondo le beatitudini dovrebbe diventare lo stile del cristiano, che dunque non si distinguerà più per il cumulo delle pratiche religiose o per un abito sacro; noi stiamo perdendo tante caratteristiche esterne, che ci distinguevano dagli altri; ma questa è una grazia: immergendoci nel mondo, come Gesù ha fatto con la sua vita, noi troviamo continue occasioni per vivere il vangelo; noi siamo nella possibilità di vivere come fermento dentro la pasta: la pasta non è fatta per il lievito, ma è il lievito per la pasta; il mondo non è fatto per i cristiani, ma i cristiani sono per il mondo. Il battesimo esce così dalle angustie sacrali e diventa invece assunzione di responsabilità.

Buona Vita

 

 

* Gruppo biblico ebraico-cristiano



L’Epifania, manifestazione dell’anti-regalità di Gesù

 

Enzo Bianchi

Il vangelo dell’Epifania, della manifestazione dell’identità di Gesù alle genti, a quelli che non erano ebrei, figli di Israele, è un vangelo decisivo, che dà alla festa odierna un particolare significato: Gesù è nato Re dei giudei, ma per tutti, e tutti possono andare a lui. In questo racconto di Matteo c’è la storia, ma c’è anche una lettura che l’evangelista fa nella fede.

 

Nasce un bambino in una semplice famiglia formata da un artigiano, Giuseppe, e dalla sua giovane moglie, Maria; nasce in una stalla, riparo per il gregge nella campagna di Betlemme, eppure alcuni uomini da lontano, dall’oriente, o meglio dalla loro sapienza orientata, nella loro ricerca sono portati a vedere in questa semplice nascita il compimento del loro cercare, la pienezza della loro sapienza. Tutti gli umani di ogni tempo e cultura, infatti, hanno in comune soprattutto la ricerca del bene, anche se poi contraddicono questo loro desiderio così impegnativo. In ogni essere umano c’è un anelito al bene, alla vita piena, alla pace, e questo fuoco che abita gli umani li spinge a cercare, a mettersi in cammino, a dichiarare per loro insufficiente la terra che abitano, l’orizzonte consueto. Per questo cammino gli umani cercano e trovano come segnali ciò che possono: il cielo, la terra, il mare e anche le creature animate e inanimate con le quali sanno comunicare.

 

 

Enzo Bianchi

In quel lungo pellegrinaggio, soprattutto della mente e del cuore, alcuni sapienti, i magi, hanno guardato alle stelle, alla sabbia del deserto, alle bestie che cavalcavano, al bagaglio che trasportavano con sé, per vivere e per fare doni. Per chi scruta l’orizzonte sempre sorge una stella, sempre – come dice il nostro brano evangelico – c’è un oriente, un alzarsi, che invita al cammino. E così è avvenuto per quei mágoi, che dall’oriente (apò anatolôn) giungono a Gerusalemme, la città santa, l’ombelico del mondo (cf. Sal 48,3; cf. Ez 5,5; 38,12).

 

Essi chiedono: “Dov’è il Re dei giudei che è nato?”, proprio ai giudei che non si erano accorti della nascita del loro Re. Non se n’era accorto il re che regnava in quel momento, Erode, non se n’erano accorti i sacerdoti e neppure gli esperti delle sante Scritture, gli scribi. Ecco lo scandalo: chi è deputato a conoscere e a osservare ciò che accade non sa, chi è capace di interpretare puntualmente le Scritture in riferimento al Re dei giudei lo annuncia con chiarezza e certezza, eppure in una situazione di radicale accecamento. È così, e ancora oggi avviene così: si possono conoscere le parole di Dio contenute nelle Scritture, si possono citare e spiegare con competenza, si possono addirittura insegnare agli altri, eppure, nel contempo, restare in una situazione di totale cecità o sordità, manifestazioni della sklerokardía, della callosità del cuore…

 

Questa venuta dei magi causa però inquietudine, turbamento da parte dei rappresentanti del potere politico e di tutta Gerusalemme, perché quando il potere ne vede sorgere un altro teme e trema, sentendosi minacciato. Da quell’ora l’inquietudine e il turbamento non cesseranno, fino al giorno in cui questo Re dei giudei che è nato sarà finito per sempre, rivestito di un manto di porpora, con una canna come scettro in mano, con una corona di spine sulla testa, deriso, sbeffeggiato e infine appeso nudo a un palo, la croce!

 

Eppure quei sapienti obbedienti alle Scritture dei giudei, anzi ri-orientati dalle Scritture, riescono nuovamente a vedere la stella, che li conduce fino al bambino Re Messia, a Betlemme, dove trovano ciò che cercavano ma che certamente non si aspettavano così: non una reggia, non una corte regale in festa, non lo sfarzo degno della nascita di un principe, ma semplicemente un bambino e sua madre. Contemplano non quello che avevano tanto atteso e cercato, ma altro. E come convertiti, mutati nella loro mente e nel loro cuore, riconoscono la regalità nell’anti-regalità, la regalità potente e universale nella debolezza umana, in un infante incapace di parlare e di essere eloquente con la parola. Eppure i magi capiscono, giungono alla fede, pur non avendo né la rivelazione né le sante Scritture; e non a caso Matteo annota che fanno ritorno al loro paese attraverso un altro cammino, cioè un altro modo di pensare e di vivere.

 

Così avviene la rivelazione, per i giudei e per le genti: solo guardando alla debolezza di Gesù, al suo essere piccolo, si può comprendere la sua vera regalità, la sua vera identità, non plasmata in base alle immagini dei re e dei potenti di questo mondo. Per altre strade gli altri vangeli diranno la stessa cosa: contemplazione (theoría) di Gesù è il vederlo crocifisso (cf. Lc 23,48); visione di Gesù è il vederlo come seme caduto a terra (cf. Gv 12,24). Quei magi, convertiti alla vista del bambino in quella povera famiglia, in quella greppia, adorano, si prostrano e gli offrono in dono oro, incenso e mirra, prodotti preziosi dell’oriente, elaborati dalla cultura delle genti. Ciò che Gesù risorto potrà dire ai discepoli – “Andate e fate discepole tutte le genti” (Mt 28,19) – ha qui la sua primizia. Le genti divengono discepole quando cercano con sincerità, si aprono con audacia e si mettono in cammino senza indugio.

 

Quanti uomini e quante donne, dall’oriente e dall’occidente, dal nord e dal sud, come questi magi cercano il bene, si sentono viandanti, in cammino, si esercitano a riconoscere la salvezza come umanizzazione e lavorano perché l’umano sia sempre più umano. Lo sappiano o meno, sono persone alle quali ogni bambino che nasce, ogni umano che viene al mondo appare con la dignità di un re; appare come un fratello o una sorella che attende da noi il nostro oro (ciò che abbiamo), il nostro incenso (il profumo sprigionato dalla nostra presenza), la nostra mirra (ciò che sappiamo sacrificare di noi stessi, spendendo la vita per l’altro).

 

 

L’Epifania è manifestazione della vera regalità a tutti, cristiani e non cristiani. Ma ormai ci incamminiamo verso la Pasqua, come ricorda l’indizione della data di questa festa delle feste, che oggi viene fatta nelle chiese d’oriente e d’occidente: la Pasqua, quando il Re dei giudei farà la fine di chiunque osa pensare e mettere in pratica una regalità come servizio dell’altro e non come potere violento. Ma l’ultima parola spetta a Dio, al Dio di Gesù!


Maria Madre di Dio. Papa Francesco: servire la vita umana è servire Dio e ogni vita

Redazione Internet lunedì 1 gennaio 2018

"Abbiamo tutti bisogno di un cuore di madre" così papa Francesco nella solennità di Maria Madre di Dio. Al Te Deum: il 2017 è stato ferito con opere di morte, menzogne e ingiustizie

Papa Francesco: servire la vita umana è servire Dio e ogni vita

"L’anno si apre nel nome della Madre di Dio". Con queste parole il Papa ha cominciato l’omelia della Messa della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio nell’ottava di Natale e nella ricorrenza della 51.ma Giornata mondiale della Pace sul tema: "Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace".

 

"Madre di Dio è il titolo più importante della Madonna", ha ricordato il Papa, che si è chiesto: Perché diciamo Madre di Dio e non Madre di Gesù? "In queste parole – ha spiegato Francesco – è racchiusa una verità splendida su Dio e su di noi. E cioè che, da quando il Signore si è incarnato in Maria, da allora e per sempre, porta la nostra umanità attaccata addosso". "Non c’è più Dio senza uomo", ha affermato il Papa: "La carne che Gesù ha preso dalla Madre è sua anche ora e lo sarà per sempre". "Dire Madre di Dio ci ricorda questo", ha sintetizzato Francesco: "Dio è vicino all’umanità come un bimbo alla madre che lo porta in grembo".

 

Perché la fede non sia solo dottrina, abbiamo bisogno tutti di un cuore di madre

Come Maria, la Madre, "firma d'autore di Dio sull'umanità", "il dono di ogni madre e di ogni donna è tanto prezioso per la Chiesa, che è madre e donna. E mentre l'uomo spesso astrae, afferma e impone idee, la donna, la madre, sa custodire, collegare nel cuore, vivificare". "Perché la fede - ha sottolineato il Papa - non si riduca solo a idea o dottrina - ha concluso -, abbiamo bisogno, tutti, di un cuore di madre, che sappia custodire la tenerezza di Dio e ascoltare i palpiti dell'uomo".

 

"La Madre custodisca quest'anno e porti la pace di suo Figlio nei cuori e nel mondo". Con questa invocazione papa Francesco ha concluso la sua omelia celebrata oggi primo gennaio, nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio.

 

"Anche noi, cristiani in cammino, all'inizio dell'anno - ha spiegato - sentiamo il bisogno di ripartire dal centro, di lasciare alle spalle i fardelli del passato e di ricominciare da ciò che conta. Ecco oggi davanti a noi il punto di partenza: la Madre di Dio. Perché Maria è esattamente come Dio ci vuole, come vuole la sua Chiesa: Madre tenera, umile, povera di cose e ricca di amore, libera dal peccato, unita a Gesù, che custodisce Dio nel cuore e il prossimo nella vita. Per ripartire, guardiamo alla Madre. Nel suo cuore batte il cuore della Chiesa".

 

Ogni vita va accolta, amata e aiutata

Nella sua Madre, il Dio infinito si è fatto piccolo. L’uomo – ha detto il Papa – “non è più solo”, “mai più orfano”. L’Anno si apre con questa novità e noi la proclamiamo così, dicendo: Madre di Dio! È la gioia di sapere che la nostra solitudine è vinta. È la bellezza di saperci figli amati, di sapere che questa nostra infanzia non ci potrà mai essere tolta. È specchiarci nel Dio fragile e bambino in braccio alla Madre e vedere che l’umanità è cara e sacra al Signore. Perciò, servire la vita umana è servire Dio e ogni vita, da quella nel grembo della madre a quella anziana, sofferente e malata, a quella scomoda e persino ripugnante, va accolta, amata e aiutata.

 

Il Papa ha anche indicato un modo molto semplice e pratico per imitare Maria: "ritagliare ogni giorno un momento di silenzio con Dio è custodire la nostra anima; è custodire la nostra libertà dalle banalità corrosive del consumo e dagli stordimenti della pubblicità, dal dilagare di parole vuote e dalle onde travolgenti delle chiacchiere e del clamore".

 

Papa Francesco: ritagliare ogni giorno un momento di silenzio è antidoto a parole vuote, chiacchiere e clamore

Nella parte centrale dell’omelia della prima Messa del 2018 ha rivolto un invito, a otto giorni dal Natale: “Abbiamo bisogno di rimanere in silenzio guardando il presepe. Perché davanti al presepe ci riscopriamo amati, assaporiamo il senso genuino della vita. E guardando in silenzio, lasciamo che Gesù parli al nostro cuore: che la sua piccolezza smonti la nostra superbia, che la sua povertà disturbi le nostre fastosità, che la sua tenerezza smuova il nostro cuore insensibile”. L’esempio citato è quello di Maria, che “custodiva. Semplicemente custodiva”. “Maria non parla: il Vangelo non riporta neanche una sua parola in tutto il racconto del Natale”, ha ricordato Francesco: “Anche in questo la Madre è unita al Figlio: Gesù è infante, cioè senza parola, è muto. Il Dio davanti a cui si tace è un bimbo che non parla. La sua maestà è senza parole, il suo mistero di amore si svela nella piccolezza. Questa piccolezza silenziosa è il linguaggio della sua regalità. La Madre si associa al Figlio e custodisce nel silenzio”. “E il silenzio ci dice che anche noi, se vogliamo custodirci, abbiamo bisogno di silenzio”, l’invito del Papa.

 

 

Le celebrazioni del 31 dicembre 2017

Il senso di gratitudine è "l’unica risposta umana degna del dono immenso di Dio". "Una gratitudine struggente, che, partendo dalla contemplazione di quel Bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia, si estende a tutto e a tutti, al mondo intero". Così papa Francesco durante i Primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, celebrati nella Basilica San Pietro. Dopo la liturgia, è stato esposto il Santissimo Sacramento ed eseguito l’inno "Te Deum" in segno di ringraziamento al Signore a conclusione del 2017. Al termine della celebrazione, papa Francesco ha raggiunto Piazza San Pietro e ha sostato in preghiera davanti al Presepe.

 

 

Il 2017 ferito da opere di morte e guerre

Il rendimento di grazie per l’anno che volge al termine – ha affermato il Papa nell’omelia - non si può discostare dal riconoscere che tutto il bene è dono di Dio. Gesù Cristo ha dato “pienezza al tempo del mondo e alla storia umana”. Ma questo tempo – ha aggiunto il Santo Padre – può essere sfigurato dall’uomo:

 

Anche questo tempo dell’anno 2017, che Dio ci aveva donato integro e sano, noi umani l’abbiamo in tanti modi sciupato e ferito con opere di morte, con menzogne e ingiustizie. Le guerre sono il segno flagrante di questo orgoglio recidivo e assurdo. Ma lo sono anche tutte le piccole e grandi offese alla vita, alla verità, alla fraternità, che causano molteplici forme di degrado umano, sociale e ambientale. Di tutto vogliamo e dobbiamo assumerci, davanti a Dio, ai fratelli e al creato, la nostra responsabilità.

 

 

 

Gratitudine per quanti contribuiscono al bene di Roma

Ma questa sera – ha detto il Papa – “prevale la grazia di Gesù e il suo riflesso in Maria”: E prevale perciò la gratitudine, che, come Vescovo di Roma, sento nell’animo pensando alla gente che vive con cuore aperto in questa città. Provo un senso di simpatia e di gratitudine per tutte quelle persone che ogni giorno contribuiscono con piccoli ma preziosi gesti concreti al bene di Roma: cercano di compiere al meglio il loro dovere, si muovono nel traffico con criterio e prudenza, rispettano i luoghi pubblici e segnalano le cose che non vanno, stanno attenti alle persone anziane o in difficoltà, e così via. Questi a mille altri comportamenti esprimono concretamente l’amore per la città. Senza discorsi, senza pubblicità, ma con uno stile di educazione civica praticata nel quotidiano. E così cooperano silenziosamente al bene comune.

 

 

Il Pontefice ha espresso poi “grande stima per i genitori, gli insegnanti e tutti gli educatori che, con questo medesimo stile, cercano di formare i bambini e i ragazzi al senso civico, a un’etica della responsabilità, educandoli a sentirsi parte, a prendersi cura, a interessarsi della realtà che li circonda”. “Queste persone anche se non fanno notizia – ha detto - sono la maggior parte della gente che vive a Roma”. E tra di loro "non poche si trovano in condizioni di strettezze conomiche; eppure non si piangono addosso, nè covano risentimenti e rancori, ma si sforzano di fare ogni giorno la loro parte per migliorare un pò le cose". Nel giorno del rendimento di grazie a Dio, Papa Francesco ha esortato infine “ad esprimere anche la riconoscenza per tutti questi artigiani del bene comune, che amano la loro città non a parole ma con i fatti”.


31 dicembre 2017

Domenica fra l’Ottava di Natale, Santa famiglia

di ENZO BIANCHI

 

Lc  2,22-40

22Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore - 23come è scritto nella legge del Signore:Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore - 24e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.

 

25Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d'Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. 26Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. 27Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, 28anch'egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:

Il cantico di Simeone

29«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo

vada in pace, secondo la tua parola,

30perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,

31preparata da te davanti a tutti i popoli:

32luce per rivelarti alle genti

e gloria del tuo popolo, Israele».

Profezie di Simeone e di Anna

33Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. 34Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione 35- e anche a te una spada trafiggerà l'anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».

36C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, 37era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. 38Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.

Vita di Gesù a Nàzaret

39Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. 40Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

 

Se nel giorno di Natale abbiamo contemplato l’evento puntuale della nascita di Gesù a Betlemme e la sua adorazione da parte dei pastori, i poveri di Israele (cf. Lc 2,1-20), la pagina evangelica odierna attira la nostra attenzione su un altro aspetto del mistero della sua venuta nella carne. L’incarnazione comprende anche la crescita di Gesù, il suo divenire uomo nello spazio di una famiglia precisa e di un ambiente sociale e religioso determinato: è in questo contesto terreno e ordinario che “il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui”.

 

Gesù ha conosciuto una crescita umana e spirituale, affettiva e psicologica, così come ogni essere umano è chiamato a fare nella propria limitatezza, nella propria particolare situazione esistenziale: il Figlio di Dio, divenuto figlio dell’uomo “mettendo tra parentesi la sua forma divina” (Adolphe Gesché), ha assunto la forma umana (cf. Fili 2,6-7) e ha condiviso in tutto la nostra condizione umana, senza però commettere peccato (cf. Eb 2,15), restando cioè pienamente fedele e obbediente al Padre. È importante sottolineare il quotidiano e faticoso “divenire uomo” da parte di Gesù, che abbraccia tutti gli aspetti della sua umanità, a partire dall’obbedienza ai suoi genitori: da loro, come ogni neonato, egli dipende totalmente nei primi tempi della sua vita. È proprio passando attraverso questo amore accolto su di sé che egli diverrà una persona capace di relazioni e di “amore fino alla fine” (cf. Gv 13,1), fino al dono puntuale della vita per amore del Padre e degli uomini e donne, suoi fratelli e sorelle.

 

Ma oltre all’ambiente familiare Gesù ha conosciuto anche un ambiente sociale e religioso in cui è stato inserito fin dalla sua nascita. E così al compimento degli otto giorni egli viene circonciso, con il gesto che lo rende appartenente al popolo dell’alleanza e delle benedizioni (cf. Lc 2,21); poi al quarantesimo giorno Maria e Giuseppe, in obbedienza alla Torah, lo portano al tempio di Gerusalemme “per presentarlo al Signore”. Essi offrono “il sacrificio dei poveri” – cioè una coppia di colombi invece di un agnello (cf. Lv 5,7; 12,8), per loro troppo costoso – e in questo modo adempiono le norme di purificazione previste.

 

Ma questa obbedienza diviene ormai, per la presenza di Gesù, compimento della Legge: presentato al tempio, Gesù non viene riscattato mediante il pagamento di una somma di denaro, perché è lui stesso il riscatto, “la redenzione di Gerusalemme”, colui che è venuto a dare la vita in riscatto per tutti (cf. Mc 10,45; Mt 20,28); non viene santificato, come esigeva la Legge per ogni primogenito (cf. Es 13,2), ma viene riconosciuto Santo, come già era stato proclamato per bocca dell’angelo (cf. Lc 1,35). Insomma, per quanto al momento possa apparire paradossale – ma è il paradosso cristiano della forza nella debolezza (cf. 2Cor 12,10) – il neonato Gesù “entra nel suo tempio come Signore”, secondo le parole di Malachia (cf. Ml 3,1), l’ultimo profeta dell’Antico Testamento!

 

Al tempio il riconoscimento di Gesù avviene innanzitutto ad opera di Simeone e Anna, due anziani credenti che vivono la condizione di “poveri del Signore” (‘anawim), quell’umile resto di Israele che confidava solo nel Signore (cf. Sof 3,12-13) e attendeva con trepidazione la venuta del suo Messia. Illuminato dallo Spirito santo, Simeone, “uomo giusto e timorato di Dio”, accoglie tra le sue braccia il bambino e scioglie a Dio il suo canto di benedizione, il celebre Nunc dimittis (che la chiesa ci fa proclamare ogni sera nell’ultima preghiera della giornata prima di coricarci, l’ufficio di compieta): egli ormai può morire in una grande pace, perché i suoi occhi hanno contemplato in quel bambino la salvezza di Dio, colui che è “luce per la rivelazione alle genti e gloria del popolo di Israele”. A Simeone si può dunque applicare la beatitudine riferita da Luca più avanti e rivolta da Gesù ai suoi discepoli: “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono” (Lc 10,23-24).

 

L’incontro tra Gesù e Simeone è inoltre carico di suggestioni e di molteplici significati: sono l’uno davanti all’altro un vecchio e un bambino, l’Antico e il Nuovo Testamento, la secolare attesa e il definitivo compimento… Di più, Simeone rivela a Maria che Gesù lungo tutta la sua vita sarà “un segno che viene contraddetto e che svela i pensieri profondi di molti cuori”. Di fronte a Gesù, “venuto a portare sulla terra la divisione” (cf. Lc 12,51), occorre prendere posizione qui e ora; meglio, occorre decidere se accettare o rifiutare che sia lui a giudicare con la sua luce la nostra vita, a rischiarare le nostre tenebre (cf. Gv 1,5)…

 

Al tempio c’è anche Anna, un’anziana profetessa, vedova, che da molti anni vive nel luogo santo, “servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere”. Dopo essersi lungamente preparata con tutte le sue forze all’incontro decisivo con la salvezza di Dio, questa donna credente intuisce grazie all’intelligenza della fede che è finalmente arrivata l’ora del compimento atteso. Così, alla sera della sua vita, Anna loda il Dio fedele, che mantiene sempre le sue promesse, e annuncia il bambino quale Redentore e Salvatore. Nell’ottica dell’evangelista Luca, ella incarna già la missione del discepolo di Gesù Cristo, che – come il suo Maestro (cf. Lc 4,16-21; Is 61,1-2) – annuncia a tutti coloro che incontra la liberazione, il riscatto da ogni forma di male e di schiavitù, la possibilità di un concreto mutamento delle vicende umane alla luce del Regno che viene (cf. Lc 9,1-2).

 

I due anziani profeti non “trattengono” per sé Gesù ma si rallegrano di condividere con tutti la rivelazione della salvezza compiutasi in questo bambino. Più si è spogli di sé, poveri, più si è liberi, dunque capaci di accogliere la buona notizia del Vangelo, di assumerla nella propria vita e dunque di testimoniarla con chiarezza e semplicità a chi desidera accoglierla; si è capaci di condividerla con quella gioia che, secondo Luca, è il tratto distintivo dei discepoli di Gesù Cristo. In questo stile di vita, che accoglie e condivide con gratuità i doni del Signore, sempre più grandi delle attese umane, consiste la ricompensa sovrabbondante concessa a Simeone e Anna, che anche ciascuno di noi può sperimentare.

 

Leggendo questa pagina evangelica, siamo dunque condotti a comprendere che, per incontrare in verità il Signore Gesù e riconoscere la sua qualità di Salvatore di tutta l’umanità, sono necessarie la povertà di spirito e l’attesa perseverante testimoniate da questi due anziani credenti, nonché l’obbedienza alla volontà di Dio vissuta dai suoi genitori. È richiesta la disponibilità a “offrire i propri corpi”, cioè tutta la propria vita, “in sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (cf. Rm 12,1): questo è il modo più efficace per esprimere il nostro desiderio dell’incontro già oggi e poi definitivo, dopo la morte, con il Signore delle nostre vite.

 

 

Fin dai primi giorni terreni di Gesù, un neonato ancora incapace di parlare, si manifesta nella storia il disegno d’amore realizzato da Dio attraverso di lui: la venuta del Figlio di Dio nella carne “ci insegna a vivere” (cf. Tt 2,12), facendo della vita un cammino di obbedienza alla nostra condizione di creature volute e amate da Dio; e ci insegna a morire, facendo liberamente della nostra morte un atto d’amore per Dio e per i fratelli e le sorelle, alla sequela del Signore Gesù.


Le più belle frasi di Natale di papa Francesco

A Betlemme si è creata una piccola apertura per quelli che hanno perso la terra, la patria, i sogni; persino per quelli che hanno ceduto all’asfissia prodotta da una vita rinchiusa.

A Natale Dio ci dona tutto Sé stesso donando il suo Figlio, l’Unico, che è tutta la sua gioia.

A questo ci chiama il Natale: a dare gloria a Dio, perché è buono, è fedele, è misericordioso. In questo giorno auguro a tutti di riconoscere il vero volto di Dio, il Padre che ci ha donato Gesù. Auguro a tutti di sentire che Dio è vicino, di stare alla sua presenza, di amarlo, di adorarlo.

Avviciniamoci a Dio che si fa vicino, fermiamoci a guardare il presepe, immaginiamo la nascita di Gesù: la luce e la pace, la somma povertà e il rifiuto. Entriamo nel vero Natale con i pastori, portiamo a Gesù quello che siamo, le nostre emarginazioni, le nostre ferite non guarite, i nostri peccati.

Buon Natale! Oggi la Chiesa rivive lo stupore della Vergine Maria, di san Giuseppe e dei pastori di Betlemme contemplando il Bambino che è nato e che giace in una mangiatoia: Gesù, il Salvatore.

Che lo Spirito Santo illumini oggi i nostri cuori, perché possiamo riconoscere nel Bambino Gesù, nato a Betlemme dalla Vergine Maria, la salvezza donata da Dio a ognuno di noi, a ogni uomo e a tutti i popoli della terra.

Ci affidiamo all’intercessione della nostra Madre e di san Giuseppe, per vivere un Natale veramente cristiano, liberi da ogni mondanità, pronti ad accogliere il Salvatore, il Dio-con-noi.

Come la Vergine Maria e san Giuseppe, come i pastori di Betlemme, accogliamo nel Bambino Gesù l’amore di Dio fatto uomo per noi, e impegniamoci, con la sua grazia, a rendere il nostro mondo più umano, più degno dei bambini di oggi e di domani.

Come per i pastori di Betlemme, possano anche i nostri occhi riempirsi di stupore e meraviglia, contemplando nel Bambino Gesù il Figlio di Dio.

Commossi dalla gioia del dono, piccolo Bambino di Betlemme, ti chiediamo che il tuo pianto ci svegli dalla nostra indifferenza, apra i nostri occhi davanti a chi soffre. La tua tenerezza risvegli la nostra sensibilità e ci faccia sentire invitati a riconoscerti in tutti coloro che arrivano nelle nostre città, nelle nostre storie, nelle nostre vite. La tua tenerezza rivoluzionaria ci persuada a sentirci invitati a farci carico della speranza e della tenerezza della nostra gente.

Con la nascita di Gesù è nata una promessa nuova, è nato un mondo nuovo, ma anche un mondo che può essere sempre rinnovato.

Con Maria e Giuseppe stiamo davanti alla mangiatoia, a Gesù che nasce come pane per la mia vita. Contemplando il suo amore umile e infinito, diciamogli semplicemente grazie: grazie, perché hai fatto tutto questo per me.

Dice il profeta Isaia: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce». La vide la gente semplice, la gente disposta ad accogliere il dono di Dio. Al contrario, non la videro gli arroganti, i superbi, coloro che stabiliscono le leggi secondo i propri criteri personali, quelli che assumono atteggiamenti di chiusura. Guardiamo il presepe e preghiamo, chiedendo alla Vergine Madre: «O Maria, mostraci Gesù!».

Dove nasce Dio, nasce la speranza: Lui porta la speranza. Dove nasce Dio, nasce la pace. E dove nasce la pace, non c’è più posto per l’odio e per la guerra.

È una notte di gloria, quella gloria proclamata dagli angeli a Betlemme e anche da noi in tutto il mondo. È una notte di gioia, perché da oggi e per sempre Dio, l’Eterno, l’Infinito, è Dio con noi. È una notte di luce: quella luce, profetizzata da Isaia, che avrebbe illuminato chi cammina in terra tenebrosa, è apparsa e ha avvolto i pastori di Betlemme.

Gesù, il Figlio di Dio, il Salvatore del mondo, è nato per noi. È nato a Betlemme da una vergine, realizzando le antiche profezie. La vergine si chiama Maria, il suo sposo Giuseppe. Sono le persone umili, piene di speranza nella bontà di Dio, che accolgono Gesù e lo riconoscono. Così lo Spirito Santo ha illuminato i pastori di Betlemme, che sono accorsi alla grotta e hanno adorato il Bambino.

Gesù viene a nascere ancora nella vita di ciascuno di noi e, attraverso di noi, continua ad essere dono di salvezza per i piccoli e gli esclusi.

Gioia e letizia ci assicurano che il messaggio contenuto nel mistero di questa notte viene veramente da Dio. Non c’è posto per il dubbio; lasciamolo agli scettici che per interrogare solo la ragione non trovano mai la verità. Non c’è spazio per l’indifferenza, che domina nel cuore di chi non riesce a voler bene, perché ha paura di perdere qualcosa. Viene scacciata ogni tristezza, perché il bambino Gesù è il vero consolatore del cuore.

Guardando il Bambino nel presepe, Bambino di pace, pensiamo ai bambini che sono le vittime più fragili delle guerre, ma pensiamo anche agli anziani, alle donne maltrattate, ai malati… Le guerre spezzano e feriscono tante vite!

Il dono prezioso del Natale è la pace, e Cristo è la nostra vera pace. E Cristo bussa ai nostri cuori per donarci la pace, la pace dell’anima. Apriamo le porte a Cristo!

Il mistero del Natale, che è luce e gioia, interpella e scuote, perché è nello stesso tempo un mistero di speranza e di tristezza. Porta con sé un sapore di tristezza, in quanto l’amore non è accolto, la vita viene scartata. Ma il Natale ha soprattutto un sapore di speranza perché, nonostante le nostre tenebre, la luce di Dio risplende.

Il Natale ci porta a riconoscere Dio presente in tutte le situazioni in cui lo crediamo assente. Egli sta nel visitatore indiscreto, tante volte irriconoscibile, che cammina per le nostre città, nei nostri quartieri, viaggiando sui nostri autobus, bussando alle nostre porte.

Il Natale ci richiama al segno del Bambino, e a riconoscerlo nei volti dei bambini, specialmente di quelli per i quali, come per Gesù, «non c’è posto nell’alloggio» (Lc 2,7).

Il Signore ci ripete: «Non temete». Come hanno detto gli angeli ai pastori: «Non temete». E anch’io ripeto a tutti voi: Non temete! Il nostro Padre è paziente, ci ama, ci dona Gesù per guidarci nel cammino verso la terra promessa. Egli è la luce che rischiara le tenebre. Egli è la misericordia: il nostro Padre ci perdona sempre. Egli è la nostra pace. Amen.

In Gesù, assaporeremo lo spirito vero del Natale: la bellezza di essere amati da Dio.

In questa santa notte, mentre contempliamo il Bambino Gesù appena nato e deposto in una mangiatoia, siamo invitati a riflettere. Come accogliamo la tenerezza di Dio? Mi lascio raggiungere da Lui, mi lascio abbracciare, oppure gli impedisco di avvicinarsi? «Ma io cerco il Signore» – potremmo ribattere. Tuttavia, la cosa più importante non è cercarlo, bensì lasciare che sia Lui a cercarmi, a trovarmi e ad accarezzarmi con amorevolezza. Questa è la domanda che il Bambino ci pone con la sua sola presenza: permetto a Dio di volermi bene?

In questo Bambino, Dio ci invita a farci carico della speranza. Ci invita a farci sentinelle per molti che hanno ceduto sotto il peso della desolazione che nasce dal trovare tante porte chiuse. In questo Bambino, Dio ci rende protagonisti della sua ospitalità.

In questo giorno di gioia siamo tutti chiamati a contemplare il Bambino Gesù, che ridona la speranza a ogni uomo sulla faccia della terra. Con la sua grazia, diamo voce e diamo corpo a questa speranza, testimoniando la solidarietà e la pace. Buon Natale a tutti!

In questo giorno illuminato dalla speranza evangelica che proviene dall’umile grotta di Betlemme, invoco il dono natalizio della gioia e della pace per tutti: per i bambini e gli anziani, per i giovani e le famiglie, per i poveri e gli emarginati. Gesù, nato per noi, conforti quanti sono provati dalla malattia e dalla sofferenza; sostenga coloro che si dedicano al servizio dei fratelli più bisognosi. Buon Natale a tutti!

In una società spesso ebbra di consumo e di piacere, di abbondanza e lusso, di apparenza e narcisismo, Lui ci chiama a un comportamento sobrio, cioè semplice, equilibrato, lineare, capace di cogliere e vivere l’essenziale. In un mondo che troppe volte è duro con il peccatore e molle con il peccato, c’è bisogno di coltivare un forte senso della giustizia, del ricercare e mettere in pratica la volontà di Dio. Dentro una cultura dell’indifferenza, che finisce non di rado per essere spietata, il nostro stile di vita sia invece colmo di pietà, di empatia, di compassione, di misericordia, attinte ogni giorno dal pozzo della preghiera.

La gioia del Natale è una gioia speciale; ma è una gioia che non è solo per il giorno di Natale, è per tutta la vita del cristiano. È una gioia serena, tranquilla, una gioia che sempre accompagna il cristiano.

La grazia che è apparsa nel mondo è Gesù, nato dalla Vergine Maria, vero uomo e vero Dio. Egli è venuto nella nostra storia, ha condiviso il nostro cammino. È venuto per liberarci dalle tenebre e donarci la luce. In Lui è apparsa la grazia, la misericordia, la tenerezza del Padre: Gesù è l’Amore fattosi carne.

La nascita di Cristo Salvatore rinnovi i cuori, susciti il desiderio di costruire un futuro più fraterno e solidale, porti a tutti gioia e speranza. Buon Natale!

Lungo il cammino della storia, la luce che squarcia il buio ci rivela che Dio è Padre e che la sua paziente fedeltà è più forte delle tenebre e della corruzione. In questo consiste l’annuncio della notte di Natale.

Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito» (Lc 2,7). Maria ci ha dato la Luce. Tutto, in quella notte, diventava fonte di speranza.

Natale è tempo per trasformare la forza della paura in forza della carità, in forza per una nuova immaginazione della carità. La carità che non si abitua all’ingiustizia come fosse naturale, ma ha il coraggio, in mezzo a tensioni e conflitti, di farsi «casa del pane», terra di ospitalità.

Nel Bambino di Betlemme, Dio ci viene incontro per renderci protagonisti della vita che ci circonda. Si offre perché lo prendiamo tra le braccia, perché lo solleviamo e lo abbracciamo.

O Bambino di Betlemme, tocca il cuore di quanti sono coinvolti nella tratta di esseri umani, affinché si rendano conto della gravità di tale delitto contro l’umanità. Volgi il tuo sguardo ai tanti bambini che vengono rapiti, feriti e uccisi nei conflitti armati, e a quanti vengono trasformati in soldati, derubati della loro infanzia.

Oggi il Figlio di Dio è nato: tutto cambia. Il Salvatore del mondo viene a farsi partecipe della nostra natura umana, non siamo più soli e abbandonati. La Vergine ci offre il suo Figlio come principio di vita nuova. La luce vera viene a rischiarare la nostra esistenza, spesso rinchiusa nell’ombra del peccato.

Pace sulla terra a tutti gli uomini di buona volontà, che ogni giorno lavorano, con discrezione e pazienza, in famiglia e nella società per costruire un mondo più umano e più giusto, sostenuti dalla convinzione che solo con la pace c’è la possibilità di un futuro più prospero per tutti.

Questo Bambino ci insegna che cosa è veramente essenziale nella nostra vita. Nasce nella povertà del mondo, perché per Lui e la sua famiglia non c’è posto in albergo. Trova riparo e sostegno in una stalla ed è deposto in una mangiatoia per animali. Eppure, da questo nulla, emerge la luce della gloria di Dio. A partire da qui, per gli uomini dal cuore semplice inizia la via della vera liberazione e del riscatto perenne.

Se vogliamo festeggiare il vero Natale, contempliamo questo segno: la semplicità fragile di un piccolo neonato, la mitezza del suo essere adagiato, il tenero affetto delle fasce che lo avvolgono. Lì sta Dio.

Senza Gesù non c’è Natale; c’è un’altra festa, ma non il Natale. E se al centro c’è Lui, allora anche tutto il contorno, cioè le luci, i suoni, le varie tradizioni locali, compresi i cibi caratteristici, tutto concorre a creare l’atmosfera della festa, ma con Gesù al centro. Se togliamo Lui, la luce si spegne e tutto diventa finto, apparente.

Due preghiere natalizie di papa Francesco

Tu, Signore, non dimentichi nessuno!

Tu, Principe della pace,

converti ovunque il cuore dei violenti

perché depongano le armi e si intraprenda la via

del dialogo.

Guarda alla Nigeria,

lacerata da continui attacchi

che non risparmiano gli innocenti e gli indifesi.

Benedici la Terra che hai scelto per venire nel mondo

e fa’ giungere a felice esito

i negoziati di pace tra Israeliani e Palestinesi.

Sana le piaghe dell’amato Iraq,

colpito ancora da frequenti attentati.

Tu, Signore della vita,

proteggi quanti sono perseguitati

a causa del tuo nome.

Dona speranza e conforto ai profughi e ai rifugiati.

Fa’ che i migranti in cerca di una vita dignitosa

trovino accoglienza e aiuto.

 

***

 

O Bambino di Betlemme,

tocca il cuore di quanti sono coinvolti

nella tratta di esseri umani,

affinché si rendano conto

della gravità di tale delitto contro l’umanità.

Volgi il tuo sguardo ai tanti bambini

che vengono rapiti, feriti e uccisi

nei conflitti armati,

e a quanti vengono trasformati in soldati,

derubati della loro infanzia.

Signore del cielo e della terra,

guarda a questo nostro pianeta,

che spesso la cupidigia e l’avidità degli uomini

 

sfrutta in modo indiscriminato.


Il vero significato del Natale è stato al centro, questa mattina, dell'udienza generale del mercoledì in aula Nervi, l'ultima dell'anno.

"Ai nostri tempi - ha esordito papa Francesco, specialmente in Europa, assistiamo a una specie di snaturamento del Natale: in nome di un falso rispetto di chi non è cristiano, che spesso nasconde la volontà di emarginare la fede, si elimina dalla festa ogni riferimento alla nascita di Gesù. Ma in realtà questo avvenimento è l'unico vero Natale!".

 

"E se al centro c'è Lui, allora - ha proseguito il Papa - anche tutto il contorno, cioè le luci, i suoni, le varie tradizioni locali, compresi i cibi caratteristici, tutto concorre a creare l'atmosfera della festa. Ma se togliamo Lui, la luce si spegne e tutto diventa finto, apparente".

"Senza Gesù non c'è Natale, c'è un'altra festa, ma non Natale".

"Nel Natale possiamo vedere come la storia umana, quella mossa dai potenti di questo mondo, viene visitata dalla storia di Dio. E Dio coinvolge coloro che, confinati ai margini della società, sono i primi destinatari del suo dono, cioè la salvezza portata da Gesù. Con i piccoli e i disprezzati Gesù stabilisce un'amicizia che continua nel tempo e che nutre la speranza per un futuro migliore".

"A queste persone, rappresentate dai pastori di Betlemme, 'apparve una grande luce', che li condusse dritti a Gesù. Con loro, in ogni tempo, Dio vuole costruire un mondo nuovo, un mondo in cui non ci sono più persone rifiutate, maltrattate e indigenti .- ha aggiunto.

"Cari fratelli e sorelle, in questi giorni apriamo la mente e il cuore ad accogliere questa grazia". Il Papa ha concluso così l'udienza: "Gesù è il dono di Dio per noi e, se lo accogliamo, anche noi possiamo diventarlo per gli altri, prima di tutto per coloro che non hanno mai sperimentato attenzione e tenerezza. Quanta gente nella sua vita mai ha sperimentato una carezza, un'attenzione di amore, un gesto di tenerezza. Il Natale ci spinge a farlo noi. Così Gesù viene a nascere ancora nella vita di ciascuno di noi e, attraverso di noi, continua ad essere dono di salvezza per i piccoli e gli esclusi".


Quarta domenica di Avvento

di ENZO BIANCHI

 

Lc  1,26-38

In quel tempo26al sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, 27a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».

29A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. 30L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».

34Allora Maria disse all'angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». 35Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. 36Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch'essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: 37nulla è impossibile a Dio». 38Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l'angelo si allontanò da lei.

 

La quarta domenica di Avvento, che cade sempre all’interno delle ferie maggiori di Avvento, ci narra l’azione di Dio in una donna, Maria di Nazaret: davvero “grandi cose ha fatto in lei il Potente” (cf. Lc 1,49)! Il famosissimo brano dell’annunciazione dell’angelo a Maria, celebrato da innumerevoli opere d’arte, presenta l’evento che prelude alla venuta del Messia nella carne: il suo concepimento, l’inizio della sua vita mortale. E tutto avviene come compimento puntuale di una parola di Dio, perché egli realizza sempre le sue promesse.

 

Il racconto si apre con la precisazione “al sesto mese”, il che costituisce l’aggancio con l’annuncio dell’angelo a Zaccaria (cf. Lc 1,5-25). Quando Elisabetta porta ormai da sei mesi in grembo il bambino annunciato dall’angelo, Giovanni, lo stesso “angelo Gabriele è mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret”. Era stato inviato da un sacerdote a Gerusalemme, nel tempio, nell’ora dell’offerta dell’incenso; ora invece è inviato alla periferia della terra santa, in una città minuscola, in una regione spuria abitata da molti pagani e perciò vista con diffidenza. “Da Nazaret può venire qualcosa di buono?” (Gv 1,46), si chiederà non a caso Natanaele.

 

Il messaggero è Gabriele, che nel libro di Daniele annunciava l’unzione di un Santo dei santi alla fine di settanta settimane, la presenza di un Unto da Dio, di un Messia (cf. Dn 9,24-27). Sì, per Luca il tempo delle settanta settimane si è compiuto, è finita l’attesa, è giunta la pienezza dei tempi. L’angelo Gabriele è dunque inviato a una donna, Maria, “vergine, promessa sposa di Giuseppe un uomo della casa di David”, stirpe da cui doveva venire il Messia.

 

Entrando nella sua casa, Gabriele le dice: “Rallegrati (chaîre, da chará, gioia), tu che sei stata colmata dalla grazia”. Maria è salutata con le parole rivolte dai profeti al popolo di Dio, alla figlia di Sion, cioè un invito alla gioia escatologica: “Rallegrati, perché sto per annunciarti la buona notizia, il Vangelo”. È definita kecharitoméne, ossia donna colmata dalla grazia, totalmente sotto l’influsso della cháris, della benevolenza gratuita ed efficace di Dio. Per questo il messaggero aggiunge: “Il Signore è con te”, saluto che riecheggia e riattualizza quelli rivolti alla figlia di Sion, personificazione della comunità dei credenti dell’antica alleanza, degli ’anawim, quei poveri che speravano solo nel Signore. In particolare, le sue parole ricordano due oracoli:

 

Rallegrati, figlia di Sion …

Re d’Israele è il Signore in mezzo a te,

tu non temerai più alcuna sventura.

Non temere, Sion …

Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te

è un salvatore potente (Sof  3,14-17).

 

Rallegrati, esulta, figlia di Sion,

perché, ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te.

Oracolo del Signore (Zc  2,14).

 

Maria è profondamente turbata, sia per quella visita sia per il contenuto del messaggio, che non sa decifrare. Ella pensa, medita, si interroga, vuole fare discernimento di quella parola. È la reazione tante volte testimoniata nei racconti delle annunciazioni: la venuta di Dio, l’ascolto della sua parola indirizzata a un credente turba, causa il timore di Dio, quella sensazione di piccolezza, di umiltà, di indegnità, che conduce all’adorazione. Come già Zaccaria (cf. Lc 1,12), anche Maria è sconvolta dall’improvvisa venuta del Signore, e non sa dove questo incontro la condurrà…

 

L’angelo allora la rassicura con le parole centrali di questa pagina, da leggere e rileggere, senza mai stancarsi: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio”. Quante volte Dio si rivolge così ai suoi chiamati, infondendo loro pace, forza e coraggio! “Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di David suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo Regno non avrà fine”.

 

Chi è questo figlio? Colui che Dio aveva promesso tramite il profeta Natan a David (cf. 2Sam 7,8-16). Così la profezia si compie, finalmente si realizza, e nella pienezza dei tempi il figlio di David, ma anche Figlio dell’Altissimo, nasce da Maria: il suo Regno non avrà fine, come ripetiamo ancora oggi nel Credo! L’attesa del Messia nutrita da generazioni e generazioni di credenti e testimoniata ai tempi di Gesù, soprattutto dalla comunità essenica di Qumran, giunge al suo termine. Quale paradosso: una dichiarazione solenne, un grande annuncio fatto a una giovane e umile ragazza di uno sconosciuto villaggio della Galilea! Gesù sarà il nome del nascituro: Jehoshu’a, “il Signore salva”. A Maria spetterà imporgli questo nome: non saranno però né lei né Giuseppe a sceglierlo, ma il Nome gli è dato da Dio stesso tramite l’angelo, perché esso è vocazione, è missione, racchiude l’identità di Gesù, Figlio dell’Altissimo, Figlio di Dio, un uomo che solo Dio poteva darci.

 

Anche questo annuncio non è di facile comprensione per Maria: è una donna di fede, ma la fede sempre interroga, pone in questione. Non chiede segni, non dubita come ha fatto Zaccaria, che proprio per questo è diventato afono, incapace di parlare per dare testimonianza a Dio (cf. Lc 1,8-20), ma interroga: “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?”. Attenzione, l’evangelista non s’interessa alla psicologia di Maria, ma vuole rivelare l’identità di Gesù attraverso il modo del concepimento del bambino. Sì, Maria è vergine, è in una condizione che impedisce la nascita da lei di un figlio. Molte donne nell’Antico Testamento avevano generato un figlio grazie all’intervento di Dio, nonostante la loro condizione di sterilità: Sara, Anna… fino a Elisabetta. C’era un’impossibilità umana a generare, ma la potenza di Dio rivelata nell’annuncio della nascita aveva reso fecondo il grembo di quelle sterili. E così, dopo essersi unite al loro coniuge, anche se sterili, avevano concepito e dato alla luce per grazia, per volontà di Dio. Quei figli solo Dio poteva donarli loro…

 

In Maria ciò risulta ancora più evidente. Questa giovane è vergine, non conosce uomo, non si è unita al fidanzato Giuseppe (Matteo dirà che “si trovò incinta prima che andassero a vivere insieme”: Mt 1,18), dunque non può assolutamente diventare madre. Maria non chiede all’angelo né garanzie né segni, ma interroga il mistero di Dio affinché le sia indicato il cammino della fede, la strada dell’obbedienza. In tal modo cerca solo di rispondere alla chiamata di Dio. Continua a essere una donna di fede, cioè una donna di ascolto: ha veramente “un cuore capace di ascolto” (1Re 3,9), che accoglie la parola del Signore, la custodisce, cerca di interpretarla, di pensarla, di meditarla (cf. Lc 2,19.51). Con la sua fede interroga l’intelletto, ciò che ha compreso.

 

L’angelo allora le rivela: “Lo Spirito santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra”. Lo Spirito compirà ciò che è impossibile agli umani ma possibile a Dio. È lui il protagonista della nuova creazione: colui che alla creazione del mondo si librava sull’informe e sul vuoto (cf. Gen 1,2) scenderà nell’utero vuoto di Maria e darà inizio alla nuova creazione. Lo Spirito, potenza efficace di Dio, la sua Shekinah, la sua Presenza che dimorava sul monte Sinai e nel Santo dei santi, testimoniata dalla nube che faceva ombra, verrà a porre la sua dimora in Maria, la quale entrerà nell’ombra della potenza di Dio. Lo Spirito scenderà su Maria, nel suo grembo verginale: ed ecco, la Vergine concepirà il Figlio di Dio, il Santo! Così, e solo così, è possibile raccontare la filiazione di Gesù da Dio e da Maria sua madre, di quel Figlio che solo Dio poteva dare all’umanità.

 

Dio, il celeste, si è fatto terrestre;

Dio, l’eterno, si è fatto mortale;

Dio, l’onnipotente, si è fatto debole;

Dio, il tre volte Santo, si è fatto Emmanuele, Dio-con-noi (cf. Is 7,14; Mt 1,23);

Dio, che è Dio, si è fatto uomo.

 

Ecco il grande mistero dell’incarnazione, dell’umanizzazione di Dio: Maria di Nazaret appare il luogo in cui il Dio invisibile si è fatto visibile, il sito dove il Dio che non può essere visto si è fatto l’uomo che racconta Dio (exeghésato: Gv 1,18), il Dio-con-noi.

 

Infine, Gabriele annuncia a Maria un segno: “Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio” (cf. Gen 18,14). Di fronte a questa ulteriore rivelazione dell’angelo, Maria dice semplicemente: “Eccomi!”, ovvero pronuncia il suo “sì” incondizionato. Alle parole abbondanti dell’angelo, replica rompendo appena il silenzio: “Eccomi, sono la serva del Signore. Avvenga per me secondo la tua parola”. Maria continua a essere e mostrarsi donna della fede, donna dell’ascolto, e si rivela anche donna dell’obbedienza: non è una madre che si fa discepola ma, proprio perché discepola, è chiamata a essere madre, e madre del Messia.

 

Si definisce serva del Signore, si mette radicalmente e totalmente al suo servizio. Maria è la serva che dice il suo “amen”, il suo “fiat”, accogliendo la vocazione rivoltale da Dio. C’è in lei un totale abbandono all’ascolto della Parola e della volontà del Signore, ed è l’ascolto che rende servi, dice tutta la Scrittura. In Maria abbiamo l’icona autentica della chiesa e del credente sottomesso al primato della parola di Dio e all’azione dello Spirito. Non è un caso che la nascita di Gesù avvenga grazie all’azione dello Spirito che scende in Maria e che la nascita della chiesa avvenga grazie allo Spirito che scende sui discepoli e sulla stessa Maria riuniti in preghiera (cf. At 1,8; 2,1-4). E non si dimentichi che la generazione di Gesù da parte di Maria è innanzitutto un evento spirituale, come Luca ci ricorda in un brano attestato solo nel suo vangelo:

 

Mentre Gesù parlava, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!”.

 

Ma egli disse: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono!” (Lc  11,27-28).

 

Parole che risuonano a piena lode di Maria, la quale è “beata perché ha creduto al compiersi della promessa del Signore” (cf. Lc 1,45).

 

Il generare Cristo è un’operazione innanzitutto spirituale, che avviene grazie alla fede, la quale è esposizione radicale di sé alla presenza di Dio e alla forza del suo Spirito. A questa generazione di Cristo in sé, è chiamato ogni cristiano: si tratta di accogliere la Parola con fede e obbedienza, di lasciarla fecondare in noi dallo Spirito santo, di lasciarla crescere notte e giorno, anche se non sappiamo come (cf. Mc 4,26-27). Così sarà generato il Cristo: “Cristo in voi, speranza della gloria” (Col 1,27).

 

 

Il mistero di Maria diviene dunque il mistero del cristiano, il quale, contemplando l’icona dell’annunciazione, vede il mistero della sua stessa vocazione. E impara che tale impresa non può essere portata avanti contando sulle proprie forze personali, ma solo fidandosi e affidandosi alla grazia del Signore.


 

Dio ci viene incontro

 

nel quotidiano

 

Domenica IV di Avvento B

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

annunciation-william-brassey-hole

 

Lc 1,26-38 Dio ci viene incontro nel quotidiano, nelle periferie [1]

 

Due annunci a confronto (1,5-20.26-38)

Abbiamo appena ascoltato l’annuncio più importante della nostra storia: l’annunciazione a Maria (cfr Lc 1,26-38). Un brano denso, pieno di vita, e che mi piace leggere alla luce di un altro annuncio: quello della nascita di Giovanni Battista (cfr Lc 1,5-20). Due annunci che si susseguono e che sono uniti; due annunci che, comparati tra loro, ci mostrano quello che Dio ci dona nel suo Figlio.

L’annunciazione di Giovanni Battista avviene quando Zaccaria, sacerdote, pronto per dare inizio all’azione liturgica entra nel Santuario del Tempio, mentre tutta l’assemblea sta fuori in attesa. L’annunciazione di Gesù, invece, avviene in un luogo sperduto della Galilea, in una città periferica e con una fama non particolarmente buona (cfr Gv 1,46), nell’anonimato della casa di una giovane chiamata Maria.

Un contrasto non di poco conto, che ci segnala che il nuovo Tempio di Dio, il nuovo incontro di Dio con il suo popolo avrà luogo in posti che normalmente non ci aspettiamo, ai margini, in periferia. Lì si daranno appuntamento, lì si incontreranno; lì Dio si farà carne per camminare insieme a noi fin dal seno di sua Madre. Ormai non sarà più in un luogo riservato a pochi mentre la maggioranza rimane fuori in attesa. Niente e nessuno gli sarà indifferente, nessuna situazione sarà privata della sua presenza: la gioia della salvezza ha inizio nella vita quotidiana della casa di una giovane di Nazareth.

 

L’iniziativa dell’incontro è di Dio

Dio stesso è Colui che prende l’iniziativa e sceglie di inserirsi, come ha fatto con Maria, nelle nostre case, nelle nostre lotte quotidiane, colme di ansie e insieme di desideri. Ed è proprio all’interno delle nostre città, delle nostre scuole e università, delle piazze e degli ospedali che si compie l’annuncio più bello che possiamo ascoltare: «Rallegrati, il Signore è con te!». Una gioia che genera vita, che genera speranza, che si fa carne nel modo in cui guardiamo al domani, nell’atteggiamento con cui guardiamo gli altri. Una gioia che diventa solidarietà, ospitalità, misericordia verso tutti.

 

La gioia e lo smarrimento dell’incontro

Al pari di Maria, anche noi possiamo essere presi dallo smarrimento. «Come avverrà questo» in tempi così pieni di speculazione? Si specula sulla vita, sul lavoro, sulla famiglia. Si specula sui poveri e sui migranti; si specula sui giovani e sul loro futuro. Tutto sembra ridursi a cifre, lasciando, per altro verso, che la vita quotidiana di tante famiglie si tinga di precarietà e di insicurezza. Mentre il dolore bussa a molte porte, mentre in tanti giovani cresce l’insoddisfazione per mancanza di reali opportunità, la speculazione abbonda ovunque.

Certamente, il ritmo vertiginoso a cui siamo sottoposti sembrerebbe rubarci la speranza e la gioia. Le pressioni e l’impotenza di fronte a tante situazioni sembrerebbero inaridirci l’anima e renderci insensibili di fronte alle innumerevoli sfide. E paradossalmente quando tutto si accelera per costruire – in teoria – una società migliore, alla fine non si ha tempo per niente e per nessuno. Perdiamo il tempo per la famiglia, il tempo per la comunità, perdiamo il tempo per l’amicizia, per la solidarietà e per la memoria.

 

Lo smarrimento

Ci farà bene domandarci: come è possibile vivere la gioia del Vangelo oggi all’interno delle nostre città? E’ possibile la speranza cristiana in questa situazione, qui e ora?

Queste due domande toccano la nostra identità, la vita delle nostre famiglie, dei nostri paesi e delle nostre città. Toccano la vita dei nostri figli, dei nostri giovani ed esigono da parte nostra un nuovo modo di situarci nella storia. Se continuano ad essere possibili la gioia e la speranza cristiana non possiamo, non vogliamo rimanere davanti a tante situazioni dolorose come meri spettatori che guardano il cielo aspettando che “smetta di piovere”. Tutto ciò che accade esige da noi che guardiamo al presente con audacia, con l’audacia di chi sa che la gioia della salvezza prende forma nella vita quotidiana della casa di una giovane di Nazareth.

 

Le tre chiavi per superare lo smarrimento

Di fronte allo smarrimento di Maria, davanti ai nostri smarrimenti, tre sono le chiavi che l’Angelo ci offre per aiutarci ad accettare la missione che ci viene affidata.

1. Evocare la Memoria

La prima cosa che l’Angelo fa è evocare la memoria, aprendo così il presente di Maria a tutta la storia della Salvezza. Evoca la promessa fatta a Davide come frutto dell’alleanza con Giacobbe. Maria è figlia dell’Alleanza. Anche noi oggi siamo invitati a fare memoria, a guardare il nostro passato per non dimenticare da dove veniamo. Per non dimenticarci dei nostri avi, dei nostri nonni e di tutto quello che hanno passato per giungere dove siamo oggi. Questa terra e la sua gente hanno conosciuto il dolore delle due guerre mondiali; e talvolta hanno visto la loro meritata fama di laboriosità e civiltà inquinata da sregolate ambizioni. La memoria ci aiuta a non rimanere prigionieri di discorsi che seminano fratture e divisioni come unico modo di risolvere i conflitti. Evocare la memoria è il migliore antidoto a nostra disposizione di fronte alle soluzioni magiche della divisione e dell’estraniamento.

2. L’appartenenza al Popolo di Dio

La memoria consente a Maria di appropriarsi della sua appartenenza al Popolo di Dio. Ci fa bene ricordare che siamo membri del Popolo di Dio! Milanesi, sì, Ambrosiani, certo, ma parte del grande Popolo di Dio. Un popolo formato da mille volti, storie e provenienze, un popolo multiculturale e multietnico. Questa è una delle nostre ricchezze. E’ un popolo chiamato a ospitare le differenze, a integrarle con rispetto e creatività e a celebrare la novità che proviene dagli altri; è un popolo che non ha paura di abbracciare i confini, le frontiere; è un popolo che non ha paura di dare accoglienza a chi ne ha bisogno perché sa che lì è presente il suo Signore.

3. La possibilità dell’impossibile

«Nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37): così termina la risposta dell’Angelo a Maria. Quando crediamo che tutto dipenda esclusivamente da noi rimaniamo prigionieri delle nostre capacità, delle nostre forze, dei nostri miopi orizzonti. Quando invece ci disponiamo a lasciarci aiutare, a lasciarci consigliare, quando ci apriamo alla grazia, sembra che l’impossibile incominci a diventare realtà. Lo sanno bene queste terre che, nel corso della loro storia, hanno generato tanti carismi, tanti missionari, tanta ricchezza per la vita della Chiesa! Tanti volti che, superando il pessimismo sterile e divisore, si sono aperti all’iniziativa di Dio e sono diventati segno di quanto feconda possa essere una terra che non si lascia chiudere nelle proprie idee, nei propri limiti e nelle proprie capacità e si apre agli altri.

 

Come ieri, Dio cerca alleati

Come ieri, Dio continua a cercare alleati, continua a cercare uomini e donne capaci di credere, capaci di fare memoria, di sentirsi parte del suo popolo per cooperare con la creatività dello Spirito. Dio continua a percorrere i nostri quartieri e le nostre strade, si spinge in ogni luogo in cerca di cuori capaci di ascoltare il suo invito e di farlo diventare carne qui ed ora. Parafrasando sant’Ambrogio nel suo commento a questo brano possiamo dire: Dio continua a cercare cuori come quello di Maria, disposti a credere persino in condizioni del tutto straordinarie (cfr Esposizione del Vangelo sec. Luca II, 17: PL 15, 1559). Il Signore accresca in noi questa fede e questa speranza.

 

Lc 1,26-38 Maria, la donna che accompagna la vita [2]

 

Maria, la donna accoglie e accompagna Gesù

Qualcuno una volta mi ha detto che oggi è il giorno più luminoso dell’anno, perché si celebra il giorno in cui Dio ha cominciato a camminare con noi. Dio è accolto da Maria. Il seno di Maria si trasforma in un santuario permeato dallo Spirito Santo, permeato dall’ombra di Dio. Da quel momento in poi Maria inizia un cammino di accompagnamento alla vita che porta in grembo: la vita di Gesù. Lo aspetta, come ogni madre aspetta un figlio, con grandi speranze, ma le difficoltà cominciano ancor prima di nascere. E lei continuerà ad accompagnare questa vita di difficoltà. Praticamente quasi poco prima di partorire deve intraprendere un viaggio per rispettare la legge, la legge civile dei Romani, e la rispetta. Si adegua alla legge. Nasce il bambino senza alcuna comodità e Lei lo accompagna. Gesù è nato praticamente per strada, in una mangiatoia, in un cortile. Non c’era posto per Lui e Lei lo accompagna.

Dopo l’immensa gioia che prova nel ricevere i pastori, i Magi e questo riconoscimento universale a Gesù, giunge la minaccia di morte e l’esilio. E Maria lo segue nell’esilio. Dopo lo segue nel ritorno, nell’educazione del Bambino e durante la sua crescita. Accompagna questa vita che cresce, con le sue difficoltà, le persecuzioni. Accompagna la croce. Accompagna la sua solitudine, quella notte in cui ingiustamente lo torturarono per tutta la notte. Lei è ai piedi della Croce. Accompagna la vita del figlio e accompagna la sua morte.

E nella sua profonda solitudine non perde la speranza e accompagna la sua risurrezione piena di gioia. Ma il suo lavoro non finisce lì, perché Gesù le affida la Chiesa nascente e da allora Lei accompagna la Chiesa nascente, accompagna la vita.

 

Maria accoglie e accompagna ogni vita

Maria, la donna che accoglie e accompagna la vita fino alla fine. Con tutti i problemi che possono sorgere e con anche tutte le gioie che la vita ci dà. Maria, la donna che in un giorno come oggi accoglie la vita e l’accompagna fino alla sua pienezza e ancora non ha finito, perché continua ad accompagnarci nella vita della Chiesa affinché essa vada avanti. La donna del silenzio, della pazienza, che sopporta il dolore, che affronta le difficoltà e che sa gioi¬re profondamente della gioia di suo Figlio.

 

La domanda: come accogliamo e accompagniamo la vita?

E in un giorno come oggi, la vita di Dio si inaugura sulla terra e inizia con la sua massima espressione, ovvero come una vita portata da Maria e accompagnata da Maria. E in questo Anno della Vita penso che faremo bene a chiederci come abbiamo ricevuto la vita, come l’accompagnamo, perché a volte non ci rendiamo conto di quella che è la fragilità di una vita. Forse non ci rendiamo conto dei pericoli che la vita di una persona deve affrontare fin dall’infanzia, dal concepimento alla morte. Quindi la domanda che io vorrei farvi oggi, guardando Maria che accompagna la vita, è: sappiamo accompagnare la vita, la vita dei nostri ragazzi, dei nostri figli e di quelli che non lo sono? Sappiamo offrire ai bambini stimoli adeguati alla loro crescita? Sappiamo porre loro limiti nella loro educazione? E i bambini che non sono nostri, quelli che - scusate l’espressione - sembrano i «figli di nessuno», ci preoccupano anche loro? Sono vita! Sono il respiro di Dio! O mi preoccupo mag-giormente di prendermi cura del mio animale domestico, che non avendo libertà con il suo istinto mi restituisce quello che penso sia affetto? Qualche volta avete mai pensato che ciò che si spende per curare un animale domestico potrebbe essere alimento e istruzione per un altro ragazzo che ne è privo? Mi prendo cura della vita dei bambini quando crescono? Mi preoccupo delle loro compagnie? Mi preoccupo che crescano maturi e liberi? So edu¬care nella libertà i miei figli? Mi preoccupo dei loro svaghi? A volte, quando vediamo i programmi di certi viaggi di giovani appena laureati, ci si chiede se questo è preoccuparsi della loro vita, se non sia preparare la strada perché brucino tutte le cartucce di cui dispongono. Mi preoccupo di questo? La vita intanto continua il suo corso e Maria continua ad accompagnarla. E io, come Maria, l’accompagno? Come stanno i tuoi genitori? Come stanno i tuoi nonni? Come stanno i tuoi suoceri? Li accompagni? Ti preoccupi di loro? Fai loro visita? A volte è molto doloroso, ma non c’è altra soluzione se non che stiano in un gerontocomio, data la loro situazione di salute o della stessa famiglia. Ma quando si trovano lì, spendiamo un sabato o una domenica per stare con loro? Abbiamo riguardi per questa vita che si sta spegnendo e che pure ha dato a noi la vita?

 

Essere con e come Maria

In questo anno dedicato alla vita il Papa vuole che rivediamo tutto il corso della vita. In ogni passo c’è Maria. Maria, che ha curato la vita dall’inizio e che continua a prendersi cura di noi come Chiesa che cammina. La cosa peggiore che possa accaderci è che siamo privi di amore per curare la vita. Maria è la donna dell’amore. Se non c’è amore, non c’è spazio per la vita. Senza amore c’è egoismo e uno si avvita su se stesso per accarezzarsi. Oggi chiediamo amore a Maria per curare la vita. Amore e coraggio! Qualcuno potrebbe dirmi: «Ma Padre, in questa civiltà globale che sembra apocalittica come potremo portare l’amore in mezzo a tante contraddizioni e curare la vita fino alle sue estreme conseguenze?». Il grande papa Pio XI ha pronunziato una frase molto dura: «La cosa peggiore che può succedere non sono i fattori negativi della civilizzazione, ma la sonnolenza dei buoni».

Abbiamo il coraggio di intraprendere questo cammino che Maria ha intrapreso per curare la vita dall’inizio alla fine? O provate torpore? E se lo sentite, che cosa vi ha narcotizzato? Perché mai Maria non ha concesso nessuna narcosi dinanzi all’amore? E oggi Le chiediamo: «Madre, amiamo veramente, non cadiamo nel sopore e non ci rifugiamo nelle mille forme di narcosi che ci presenta questa civiltà decadente». Così sia.

 

NOTE

[1] Omelia, Milano 25 marzo 2017.

 

[2] Maria, la donna che accompagna la vita, Omelia per la messa per la Vita, Buenos Aires, 25 marzo 2011, in J. M. BERGOGLIO, Vita, (= Le parole di papa Francesco, 13), Corriere della sera, Milano 2015, 49-55; J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Riflessioni di un pastore. Misericordia, Missione, testimonianza, vita, LEV 2013.



Giovanni, uomo mandato da Dio

 

 

 

17 dicembre 2017

Terza domenica di Avvento

di ENZO BIANCHI

 

Gv 1,6-8.19-28

In quel tempo

6Venne un uomo mandato da Dio:

il suo nome era Giovanni.

7Egli venne come testimone

per dare testimonianza alla luce,

perché tutti credessero per mezzo di lui.

8Non era lui la luce,

ma doveva dare testimonianza alla luce.

19Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». 20Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». 21Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. 22Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». 23Rispose:

«Io sono voce di uno che grida nel deserto:

Rendete diritta la via del Signore,

 

come disse il profeta Isaia».

24Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. 25Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». 26Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell'acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, 27colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». 28Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

 

L’evangelista Marco aveva fatto coincidere l’inizio del vangelo con l’apparizione di Giovanni il Battista, presentandolo in modo breve e sintetico (cf. Mc 1,1-8), senza insistere sui suoi insegnamenti, a differenza di Matteo e Luca (cf. Mt 3, 7-12; Lc 3,7-18). Per questo, nella terza domenica di Avvento, tradizionalmente dedicata al Battista, in questa annata B il lezionario ricorre al quarto vangelo, che ci offre una presentazione “altra” del Battista. Il brano liturgico unisce tre versetti tratti dal prologo e una pericope riguardante la confessione del Battista circa la propria identità.

 

Giovanni sta alla cerniera tra Antico e Nuovo Testamento, è l’ultimo dei profeti dell’antica alleanza e il primo a proclamare il Vangelo (cf. Lc 3,18): è lui il sigillo della continuità della fede, è lui il testimone della Legge e dei Profeti, e nel contempo l’annunciatore e il testimone di Gesù Cristo. Tutto il Nuovo Testamento è concorde sulla sua identità e sulla sua missione di precursore, ma il vangelo “altro” ce lo presenta con tonalità particolari, peculiari.

 

Giovanni entra in scena nel prologo del quarto vangelo. Dopo aver rivelato colui che era fin dal principio rivolto a Dio e messo in evidenza la contrapposizione tra la luce e le tenebre (cf. Gv 1,1-5), in modo brusco e inatteso il testo annota: “Venne un uomo mandato da Dio. Il suo nome, Giovanni”. Un uomo: Giovanni è un uomo, senza alcuna qualifica di appartenenza sociale o religiosa. Si tace il suo essere venuto al mondo da una famiglia sacerdotale, si tace la sua provenienza. Egli è un uomo presentato in modo spoglio, del quale importa solo dire che è “inviato da Dio” e, subito dopo, “testimone “. Ecco la sua vera qualifica: un inviato, un profeta e un testimone, dunque servo solo di Dio. A lui spetta di testimoniare riguardo alla luce venuta nel mondo, questa è la sua missione: chiamare tutti a credere alla luce e a uscire dal dominio delle tenebre.

 

Nel quarto vangelo, inoltre, Giovanni si definisce ed è definito soprattutto in modo negativo, ossia in riferimento a ciò che non è: è inviato da Dio, ma non è la luce, bensì soltanto il testimone della luce. Perché questa insistenza? Perché ancora nell’epoca in cui questo vangelo è messo per iscritto vi sono alcuni che si rifanno al Battista, contrapponendolo a Gesù. D’altronde egli fu una figura profetica carismatica, con molto seguito e risonanza. Non si dimentichi che di lui abbiamo notizie da numerose fonti giudaiche, cosa che non si può dire di Gesù. Qui dunque l’evangelista sottolinea la differenza radicale tra il profeta, un uomo, e il Figlio di Dio venuto nel mondo.

 

E cosa dice di sé Giovanni, quando le autorità giudaiche gli inviano da Gerusalemme sacerdoti e leviti per interrogarlo? Si tratta di una vera e propria delegazione inviata a causa del suo successo e dei discepoli suscitati dalla sua attività, il che ha destato preoccupazione e diffidenza nei suoi confronti. L’interrogatorio che gli viene rivolto è un vero processo. Non appena lo vedono, gli inviati gli chiedono in modo diretto e autoritario: “Tu, chi sei?”. La sua risposta svela i loro desideri e le loro intenzioni. Essi temono che Giovanni possa vantare pretese messianiche, ma egli puntualmente confessa: “Io non sono il Messia”. Nessun sogno da parte sua di essere un capo, tantomeno di essere l’Unto del Signore promesso al popolo di Dio attraverso i profeti. Egli risponde con parrhesía, liberamente, senza tergiversare. Se nel prologo l’evangelista aveva scritto: “Non era lui la luce”, qui Giovanni afferma di sé la medesima verità: “Io non sono il Messia”, colui che la tradizione giudaica definiva anche “luce” (Gv 8,12).

 

Giovanni non pronuncia mai una frase affermativa che contenga l’espressione “Egó eimi”, “Io sono”, perché questa spetta a Gesù come autorivelazione. Sarà Gesù, a cominciare dal suo dialogo con la donna samaritana (cf. Gv 4,26), ad affermare a più riprese: “Io sono”, fino a rivelare con questa espressione la sua qualità divina, l’autorivelazione di Dio. Giovanni invece dice: “Ouk eimì”, “Io non sono”. Egli ha il compito di indicare non se stesso ma solo Gesù. Per questo dirà: “È lui del quale ho detto… ” (Gv 1,30); “ho contemplato lo Spirito discendere … e rimanere su di lui” (Gv 1,32); “è lui che immerge nello Spirito santo” (Gv 1,33), “è lui il Figlio di Dio” (Gv 1,34). Insomma, Giovanni non è il Messia, non è l’adempimento delle promesse sull’Unto figlio di David.

 

Vista questa sua modalità di rispondere, i suoi interlocutori lo incalzano con altre domande: “Chi sei, dunque? Sei tu Elia?”. Ed egli, di nuovo: “Non (lo) sono”. Elia era il profeta rapito in cielo (cf. 2Re 2,1-18), di cui Malachia aveva preannunciato la venuta alla fine dei tempi, quale inviato di Dio: “Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore” (Ml 3,23). D’altra parte Giovanni vestiva come il profeta Elia: era dunque lui l’Elia redivivo? Ma egli nega quello che molti gli riconoscevano e che gli riconoscerà lo stesso Gesù: “Io vi dico che Elia è già venuto e gli hanno fatto quello che hanno voluto, come sta scritto di lui” (Mc 9,13; cf. Mt 17,12).

 

Segue una terza domanda: “Sei tu il Profeta?”. Ed egli, ancora: “No”. Non è neanche il Profeta, cioè quel profeta uguale a Mosè che Dio aveva promesso (cf. Dt 18,15) e che gli ebrei attendevano per gli ultimi tempi. Per la venuta del Messia, per il giorno del Signore erano attese queste figure profetiche, ma Giovanni non vuole essere identificato con nessuna di loro. In tal modo mostra chiaramente di essere un uomo decentrato, perché sa che al centro c’è il Cristo.. Evita persino di dire: “Sono”, perché non vuole che l’attenzione sia rivolta a lui. Dice semplicemente: “Io, voce di uno che grida nel deserto” (Is 40,3). In questo atteggiamento c’è la vera grandezza di Giovanni, che indica, rivela, invita, ma mai chiede di guardare alla sua persona. Come dirà più avanti, in riferimento a Gesù, lo Sposo: “Lui deve crescere; io, invece, diminuire” (Gv 3,30).

 

L’interrogatorio prosegue ad opera di alcuni farisei, i quali intervengono per chiedergli: “Perché dunque battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il Profeta?”. Battezzare, immergere, è infatti un segno, non una semplice abluzione. Mediante questo atto Giovanni chiede la conversione, il ritorno alle Signore, un comportamento etico e religioso “altro”, perciò insospettisce i farisei. Inoltre, andare a Giovanni, ascoltare la sua predicazione, ricevere da lui l’immersione, significava riconoscerlo come inviato da Dio: ma poteva esserci inviato da Dio senza l’autorizzazione dei sacerdoti e senza che i farisei, conoscitori della Legge, ne fossero al corrente? Ecco la pretesa, sempre presente nei capi religiosi, nelle autorità sacerdotali e negli esperti delle Scritture: controllare, autorizzare o impedire, essere sempre e solo loro a manifestare la volontà di Dio e a riconoscere i suoi interventi nella storia.

 

 

Il Battista risponde, sempre con franchezza: “Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dietro di me. A lui non sono degno di slegare il laccio del sandalo”. Innanzitutto egli spiega il significato del suo battesimo: è un’immersione nell’acqua, un segno, un gesto che prepara un altro battesimo, definitivo, che sarà dato da colui che egli annuncia e precede. Per rivelazione, Giovanni sa che quest’ultimo ormai è presente, è tra i suoi discepoli, uno che lo segue e che presto sarà manifestato. Nessuno lo conosce ma Giovanni lo annuncia: la sua rivelazione è prossima, sta per avvenire, e il Battista si definisce servo di questo veniente. Nel quarto vangelo va sottolineata la particolarità dell’annuncio del precursore: secondo le sue parole, il veniente è già presente, è sconosciuto ma sta alla sua sequela ed è più grande di Giovanni stesso, che per ora è suo maestro. Egli è dunque il testimone: ha una chiara e precisa conoscenza della propria missione, per questo non dà testimonianza su di sé, negandosi ogni funzione che possa entrare in concorrenza con Gesù, con la sua centralità e il suo primato. Per questo suscita domande con la sua sola presenza, con la sua vita, e chiede a tutti di fare discernimento sul Cristo che è già presente e va riconosciuto come il veniente che era alla sua sequela ma gli è passato davanti, perché era Figlio dall’eternità (cf. Gv 1,30).


Dall’«Evangelii gaudium»

 

Una Chiesa amica

 

Bruno Forte

 

È lucida e precisa la valutazione che l’Evangelii gaudium dà dell’azione della Chiesa verso le nuove generazioni: «La pastorale giovanile, così come eravamo abituati a svilupparla, ha sofferto l’urto dei cambiamenti sociali. I giovani, nelle strutture abituali, spesso non trovano risposte alle loro inquietudini, necessità, problematiche e ferite» (n. 105). Papa Francesco aggiunge: «Anche se non sempre è facile accostare i giovani, si sono fatti progressi in due ambiti: la consapevolezza che tutta la comunità li evangelizza e li educa, e l’urgenza che essi abbiano un maggiore protagonismo» (n. 106).

Il primo passo da compiere è l’ascolto: «Ogni volta che cerchiamo di leggere nella realtà attuale i segni dei tempi, è opportuno ascoltare i giovani». Essi «ci chiamano a risvegliare e accrescere la speranza, perché portano in sé le nuove tendenze dell’umanità e ci aprono al futuro, in modo che non rimaniamo ancorati alla nostalgia di strutture e abitudini che non sono più portatrici di vita nel mondo attuale» (n. 108).

È stato osservato come il tema della prossima assemblea generale ordinaria del sinodo dei vescovi del 2018 – «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale» – intenda stimolare le comunità ad «accompagnare i giovani nel loro cammino esistenziale verso la maturità affinché, attraverso un processo di discernimento, possano scoprire il loro progetto di vita e realizzarlo con gioia, aprendosi all’incontro con Dio e con gli uomini e partecipando attivamente all’edificazione della Chiesa e della società». Siamo tutti invitati a porci in ascolto dei giovani, in primo luogo intercettandoli nel loro cammino di vita cristiana, con attenzione al «discernimento vocazionale» che riguarda tutte le scelte di vita.

La sfida costituita dalla realtà giovanile chiama la Chiesa a “uscire ” dall’autoreferenzialità, per incontrare i giovani e chi nella nostra società li ha veramente a cuore, dialogando con tutti i possibili interessati.

L’auspicio è che non si guardi al sinodo come a un evento lontano, verso cui restare semplici spettatori, ma che ci si senta coinvolti e si accompagnino i giovani a esserne protagonisti.

In tal senso, il sinodo dovrà essere anche un’esperienza di amicizia cristiana e di fraternità: un camminare insieme verso Gesù e con Gesù nella Chiesa.

Ci chiediamo: le comunità parrocchiali, le realtà associative e i movimenti sono ancora capaci di suscitare interesse tra i giovani? Dal nostro punto di vista e in base alla nostra esperienza, che contributo potrà apportare al mondo giovanile il sinodo indetto da Papa Francesco? E come i giovani potranno esserne effettivi protagonisti? È poi necessario chiederci come oggi i giovani immaginano la Chiesa: nel lavoro preparatorio al nostro convegno si è evidenziato che essi sognano una Chiesa capace di essere umana, di vivere la presenza di Gesù in ogni situazione e di aiutarli a credere in Lui nel quoti- diano, perfino nelle contraddizioni della vita. I giovani sembrano desiderare una Chiesa che non escluda nessuno, in cui tutti siano in cammino e che riconosca come unica cartina da tornasole il Vangelo: una Chiesa che vada incontro all’uomo così com’è, perché nella piena libertà possa incontrare Gesù. Una Chiesa che aiuti l’uomo a essere e volersi umano davanti a Dio e con Lui, capace di obbedire al Signore cercando nel suo amore le risposte a tante situazioni che ci mettono in crisi nel mondo e sapendo camminare anche con chi ha una strada diversa, senza perdere se stessa e senza rinunciare a dialogare con la diversità. I giovani vogliono una Chiesa che confidi solo in Dio e sia gioiosa perché è Lui che le dona la gioia, una comunità cristiana che si assuma con passione il compito di educarli, guidarli e accompagnarli verso una religione che non sia lettera morta, bensì fonte di speranza nella vita di tutti i giorni.

Sul piano pratico, ciò significa per tutti noi vivere una presenza quotidiana e costante accanto ai nostri giovani, attraverso forme di aggregazione culturali e religiose che li aiutino a sognare e a impegnarsi in modo autentico e fecondo. Bisogna aiutare i giovani a riacquistare fiducia, entrando in un processo di miglioramento delle proprie condizioni e di rigenerazione del paese. Occorre una nuova missione verso il mondo giovanile, in cui i nostri ragazzi siano chiamati a “compromettersi” per Gesù nei luoghi della loro vita: scuola, università, lavoro, centri Caritas, luoghi di svago. In questo senso, va colto l’invito di Papa Francesco a dare un «maggiore protagonismo» (Evangelii gaudium, 106) ai giovani. Dobbiamo chiederci: come possiamo concretizzare quest’invito del Papa nel nostro territorio e nei nostri ambienti ecclesiali? Un dato è certo: quando la comunità ecclesiale riesce a condividere la vita dei suoi giovani, è allora che acquisisce l’autorevolezza per dire loro sia le parole più facili da accogliere, sia le parole “scomode” che l’obbedienza al Vangelo chiede di proferire. Una Chiesa incarnata ha il compito di far crescere la comunione con e fra i giovani cristiani, perché a loro volta essi siano segno e strumento di un modo diverso di impostare le relazioni tanto all’interno della comunità ecclesiale, quanto nella vita sociale.

Un’altra dimensione in cui i giovani chiedono più o meno esplicitamente di essere accompagnati dalla comunità ecclesiale è quella del discernimento: un territorio come il nostro, esposto a non poche difficoltà socio-economiche, offre prospettive innanzitutto a giovani che, oltre ad avere qualificate competenze di studio e professionali, sono sorretti da tenacia e capacità di perseveranza nei progetti che perseguono. Se ogni cammino autenticamente umano è anche cristiano, come non vedere qui un appello per la comunità ecclesiale a promuovere il consolidamento morale e spirituale dei nostri giovani, affinché essi, con la luce e la forza della fede, abbiano quella marcia in più che consenta loro di sperare e lottare serenamente anche in mezzo a situazioni particolarmente complesse? È significativo che il lavoro preparatorio al nostro convegno abbia evidenziato come i nostri giovani sognino una Chiesa attenta ai bisogni del luogo e che non dimentichi la sua vocazione missionaria globale. Alcuni ragazzi hanno detto a quanti preparavano il materiale di riflessione per il nostro convegno: «Noi giovani sogniamo una Chiesa dove vescovi e sacerdoti non abbiano più paura di sporcarsi le mani con noi. Sogniamo una Chiesa dalla parte degli ultimi e libera da ogni condizionamento che ne infici il messaggio. Sogniamo una Chiesa che abbia il coraggio non solo di essere madre che educa, ma anche sorella con cui camminare e figlia che sappia ascoltare, aperta alle dimensioni del mondo».

Va infine onestamente riconosciuto come i nostri giovani spesso non riescano a riconoscere nelle parrocchie cammini a misura di giovane: anche se in tanti dei nostri presbiteri i giovani trovano un riferimento da amare e stimare, non sempre nei parroci e nei sacerdoti in genere riconoscono un esempio che li porti a dire «vorrei essere come loro». Essi non si accontentano delle mezze misure e sognano una Chiesa radicalmente cristiana, che non solo dica «questo non si deve fare», ma spieghi loro il perché, mostrando con l’eloquenza della vita ciò che va fatto, una Chiesa amica, che non viva solo di tradizioni, anche se è nelle tradizioni più autentiche che si trova il miglior collante tra passato e futuro.

 

È nella complessità di questo quadro che dovremo sognare e vivere il nostro essere Chiesa dei giovani e per i giovani: quali scelte compiere in tal senso? Quali passi suggerire?


 

Riconoscere Gesù

 

nella carne

 

per contemplarlo

 

nella gloria

 

Solennità di nostro Signore Gesù Cristo

 

Re dell’universo

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

 

25,31.34-36.41-43 Contemplare Gesù [1]

 

Contemplare Gesù giudice…

Fermiamoci a contemplare la scena. Torniamo al Gesù che qui [Cattedrale di Firenze] è rappresentato come Giudice universale. Che cosa accadrà quando “il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria” (Mt 25,31)? Che cosa ci dice Gesù?

Possiamo immaginare questo Gesù che sta sopra le nostre teste dire a ciascuno di noi e alla Chiesa italiana alcune parole. Potrebbe dire: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,34-36).

Ma potrebbe anche dire: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato” (Mt 25,41-43).

 

… e nei suoi gesti

Le beatitudini e le parole che abbiamo appena lette sul giudizio universale ci aiutano a vivere la vita cristiana a livello di santità. Sono poche parole, semplici, ma pratiche. Due pilastri: le beatitudini e le parole del giudizio finale. Che il Signore ci dia la grazia di capire questo suo messaggio! E guardiamo ancora una volta ai tratti del volto di Gesù e ai suoi gesti. Vediamo Gesù che mangia e beve con i peccatori (Mc 2,16; Mt 11,19); contempliamolo mentre conversa con la samaritana (Gv 4,7-26); spiamolo mentre incontra di notte Nicodemo (Gv 3,1-21); gustiamo con affetto la scena di Lui che si fa ungere i piedi da una prostituta (cf Lc 7,36-50); sentiamo la sua saliva sulla punta della nostra lingua che così si scioglie (Mc 7,33). Ammiriamo la “simpatia di tutto il popolo” che circonda i suoi discepoli, cioè noi, e sperimentiamo la loro “letizia e semplicità di cuore” (At 2,46-47).

 

25,31.40 Verrà nella sua carne gloriosa [2]

 

Cristo verrà nella sua carne …

“Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria” (Mt 25,31). Perché verrà, e noi siamo in sua attesa. “Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò” (Lc 19,15). Sono tante le parabole in cui Gesù fa riferimento al “ritorno”. “Verrà nella sua gloria”, ma tale gloria non rinnegherà la realtà precedente, la realtà di Gesù vivo, “venuto nella carne” (2Gv 7). Il Signore non è solo spirito: “Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho” (Lc 24, 39). E Nostro Signore risorto ritornerà, alla fine dei tempi, anche sotto forma di carne. Sarà così più vicino a noi, e tutta la carne vedrà la gloria di Dio (Is 60) e sarà carne gloriosa. Quel Verbo che si fece carne (Gv 1, 14) non ci giudicherà secondo i criteri di un’etica astratta o puramente “spirituale”, ma in base a quel modello di vita che Egli stesso ha vissuto e che Egli stesso ha tracciato per noi. Saremo giudicati sulla scorta di quanto avremo saputo avvicinarci a “tutti gli uomini” riconoscendo in quella stessa carne il Verbo di Dio.

 

… per salvare la carne peccatrice

Il Verbo fatto uomo rimette i peccati del mondo attraverso la sua passione; si carica di ogni sofferenza, di ogni colpa. Gesù si avvicina alla carne peccatrice e per salvarla offre la sua stessa carne (Col 2, 14). Gesù non “passò oltre” (Lc 10,31ss), Egli è il buon samaritano. Noi saremo giudicati secondo quanto ci saremo accostati alla carne sofferente, secondo quanto avremo saputo vedere nell’altro il nostro “prossimo”.

Molte persone hanno disdegnato di avvicinarsi alla carne dei loro fratelli: sono passate oltre come il levita e il sacerdote della parabola (Lc 10,31). Altre si sono avvicinate, ma in modo sbagliato: hanno razionalizzato il dolore rifugiandosi in luoghi comuni (“la vita è fatta così”), o hanno posato il loro sguardo solo su alcuni, in maniera selettiva, oppure si sono schierate nelle fila di coloro che adornano la loro vita di frivolezze per dimenticarsi della sofferenza.

 

Avvicinarsi alla carne sofferente…

Avvicinarsi alla carne sofferente significa invece aprire il cuore, lasciarsi commuovere, mettere il dito nella piaga, portare sulle spalle il ferito, pagare due denari e alla fine farsi carico di tutte le spese. Saremo giudicati secondo quanto saremo stati capaci di seguire questo modello. E per poter comprendere il senso di tutto ciò (poiché il reale significato si coglie con l’intelligenza, col cuore e con le nostre opere), dobbiamo lasciar entrare nella nostra vita modi di pensare, di sentire e di procedere diversi da quelli a cui il mondo ci ha abituato:

- amare la giustizia con la stessa sete di chi cammina nel deserto;

- preferire la ricchezza della povertà alla miseria a cui conduce il benessere mondano;

- aprire il cuore alla tenerezza anziché addestrarlo alla prepotenza;

- cercare la pace, più forte di ogni pacifismo;

- avere uno sguardo limpido, che proviene da un cuore altrettanto puro, evitando di cadere nell’avida accumulazione dei beni (Mt 23,16).

E tutto ciò concretamente si traduce nel non temere di avvicinarsi alla carne, alla carne che ha fame e sete, alla carne malata e ferita, alla carne che sta scontando la propria colpa, alla carne che non ha di che vestirsi, alla carne che conosce l’amarezza corrosiva della solitudine nata dal disprezzo.

 

… per poi contemplare Cristo apparire nella sua carne

“Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò”. Lo stesso re glorioso che ha avuto il coraggio di avvicinarsi alla carne sofferente. E, alla fine dei tempi, potrà godere della contemplazione di questa carne glorificata solo chi ha saputo riconoscerla e avvicinarla anche quando la sua gloria era celata dalla lordura e dalle piaghe che la ricoprivano - uomo reietto e disprezzato -, quando la sua gloria era nascosta poiché “venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14) come un nostro fratello. “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. [...] In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me” (Mt 25, 40ss).

 

Preparare la nostra carne alla contemplazione

Il Vangelo ci propone pertanto un cammino da seguire per la nostra vita. E, se contempliamo il Verbo celato nella carne, noi - creati con la stessa materia - saremo colmati dalla contemplazione della gloria di Dio. Si tratta di preparare la nostra carne a questa visione; la nostra carne sarà glorificata, la stessa carne con cui cercheremo di riconoscere il Verbo di Dio nel nostro prossimo: “Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita” (1Gv 1,1).

Preparare la nostra carne alla contemplazione significa servire il prossimo e comparire quindi alla presenza di Dio, sottoporre la nostra vita all’azione del Verbo e dello Spirito per la gloria del Padre; metterla a servizio, un servizio che sfinisce e stanca: ritornare poveri, in cammino, pellegrini... Porsi con tutta la carne “alla presenza di Dio” significa anche pregare. La preghiera ci guiderà nel cammino, a volte facile, a volte insidioso, per riconoscere il Verbo nella carne sofferente, per consegnare la nostra carne alla volontà di Dio e per vivere secondo lo Spirito. La preghiera ci prepara affinché i nostri occhi vedano e contemplino il Verbo sotto forma di carne, gloriosa, che verrà per giudicare quanto saremo stati capaci di riconoscerlo nella carne del prossimo.

 

25,40 Avere cura della fragilità (EG 209-211)

 

Gesù, l’evangelizzatore per eccellenza e il Vangelo in persona, si identifica specialmente con i più piccoli (cf. Mt 25,40). Questo ci ricorda che tutti noi cristiani siamo chiamati a prenderci cura dei più fragili della Terra. Ma nel vigente modello “di successo” e “privatistico”, non sembra abbia senso investire affinché quelli che rimangono indietro, i deboli o i meno dotati possano farsi strada nella vita.

È indispensabile prestare attenzione per essere vicini a nuove forme di povertà e di fragilità in cui siamo chiamati a riconoscere Cristo sofferente, anche se questo apparentemente non ci porta vantaggi tangibili e immediati: i senza tetto, i tossicodipendenti, i rifugiati, i popoli indigeni, gli anziani sempre più soli e abbandonati, ecc. I migranti mi pongono una particolare sfida perché sono Pastore di una Chiesa senza frontiere che si sente madre di tutti. Perciò esorto i Paesi ad una generosa apertura, che invece di temere la distruzione dell’identità locale sia capace di creare nuove sintesi culturali. Come sono belle le città che superano la sfiducia malsana e integrano i differenti, e che fanno di tale integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Come sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che collegano, mettono in relazione, favoriscono il riconoscimento dell’altro!

Mi ha sempre addolorato la situazione di coloro che sono oggetto delle diverse forme di tratta di persone. Vorrei che si ascoltasse il grido di Dio che chiede a tutti noi: “Dov’è tuo fratello?” (Gen 4,9). Dov’è il tuo fratello schiavo? Dov’è quello che stai uccidendo ogni giorno nella piccola fabbrica clandestina, nella rete della prostituzione, nei bambini che utilizzi per l’accattonaggio, in quello che deve lavorare di nascosto perché non è stato regolarizzato? Non facciamo finta di niente. Ci sono molte complicità. La domanda è per tutti! Nelle nostre città è impiantato questo crimine mafioso e aberrante, e molti hano le mani che grondano sangue a causa di una complicità comoda e muta.

 

25,31-46 Gesù è venuto nella carne [3]

 

L’Apostolo Giovanni è chiaro: “Colui che dice che il Verbo non è venuto nella carne, non è da Dio! È dal diavolo”. Non è nostro, è nemico! Perché c’era la prima eresia - diciamo la parola fra di noi - ed è stata questa, che l’Apostolo condanna: che il Verbo non sia venuto nella carne. No! L’incarnazione del Verbo è alla base: è Gesù Cristo! Dio e uomo, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, vero Dio e vero uomo. E così lo hanno capito i primi cristiani e hanno dovuto lottare tanto, tanto, tanto per mantenere queste verità: il Signore è Dio e uomo; il Signore Gesù è Dio fatto carne. È il mistero della carne di Cristo: non si capisce l’amore per il prossimo, non si capisce l’amore per il fratello, se non si capisce questo mistero dell’Incarnazione. Io amo il fratello perché anche lui è Cristo, è come Cristo, è la carne di Cristo. Io amo il povero, la vedova, lo schiavo, quello che è in carcere… Pensiamo al “protocollo” sul quale noi saremo giudicati: Matteo 25. Amo tutti costoro, perché queste persone che soffrono sono la carne di Cristo, e a noi che siamo su questa strada dell’unità farà bene toccare la carne di Cristo. Andare alle periferie, proprio dove ci sono tanti bisogni, o - diciamolo meglio - ci sono tanti bisognosi, tanti bisognosi… Anche bisognosi di Dio, che hanno fame - ma non di pane, ne hanno tanto di pane - di Dio! E andare là, per dire questa verità: Gesù Cristo è il Signore e lui ti salva. Ma sempre andare a toccare la carne di Cristo! Non si può predicare un Vangelo puramente intellettuale: il Vangelo è verità ma è anche amore ed è anche bellezza! E questa è la gioia del Vangelo! Questa è proprio la gioia del Vangelo.

 

25,31-47 Contemplare è entrare nelle ferite di Cristo [4]

 

(Rispondendo ad una domanda) Essere contemplativo nell’azione non è camminare nella vita guardando il cielo, perché cadrai in una buca, di sicuro! Bisogna capire cosa significa questa contemplazione. Tu hai detto una cosa, una parola che mi ha colpito: ho toccato con mano le ferite del Signore nelle povertà degli uomini del nostro tempo. E questa credo che sia una delle migliori medicine per una malattia che ci colpisce tanto, che è l’indifferenza. Anche lo scetticismo: credere che non si possa fare niente. Il patrono degli indifferenti e degli scettici è Tommaso: Tommaso ha dovuto toccare le ferite.

 

Entrare nelle ferite del Signore

C’è un bellissimo discorso, una bellissima meditazione di san Bernardo sulle piaghe del Signore. […] Entrare nelle ferite del Signore: noi serviamo un Signore piagato d’amore; le mani del nostro Dio sono mani piagate di amore. Essere capaci di entrare lì… E ancora Bernardo continua: “Sii fiducioso: entra nella ferita del suo fianco e contemplerai l’amore di quel cuore”. Le ferite dell’umanità, se tu ti avvicini lì, se tu tocchi – e questa è dottrina cattolica – tocchi il Signore ferito. Questo lo troverai in Matteo 25, non sono eretico dicendo questo. Quando tu tocchi le ferite del Signore, tu capisci un po’ di più il mistero di Cristo, di Dio incarnato. Questo è proprio il messaggio di Ignazio, nella spiritualità: una spiritualità dove al centro è Gesù Cristo, non le istituzioni, non le persone, no. Gesù Cristo. Ma Cristo incarnato! E quando tu fai gli Esercizi spirituali, lui ti dice che vedendo il Signore che soffre, le ferite del Signore, sforzati di piangere, di sentire dolore. E la spiritualità ignaziana dà al vostro Movimento questa strada, offre questa strada: entrare nel cuore di Dio attraverso le ferite di Gesù Cristo. Cristo ferito negli affamati, negli ignoranti, negli scartati, negli anziani soli, negli ammalati, nei carcerati, nei pazzi… è lì. E quale potrebbe essere lo sbaglio più grande per uno di voi? Parlare di Dio, trovare Dio, incontrare Dio ma un Dio, un “Dio-spray”, un Dio diffuso, un Dio etereo… Ignazio voleva che tu incontrassi Gesù Cristo, il Signore, che ti ama e ha dato la sua vita per te, ferito per il tuo peccato, per il mio peccato, per tutti… E le ferite del Signore sono dappertutto. In questo che tu hai detto c’è proprio la chiave.

 

Formare ad entrare nelle ferite del Signore

Noi possiamo parlare tanto di teologia, tanto… cose buone, parlare di Dio… ma la strada è che tu sia capace di contemplare Gesù Cristo, leggere il Vangelo, cosa ha fatto Gesù Cristo: è lui, il Signore! E innamorarti di Gesù Cristo e dire a Gesù Cristo che ti scelga per seguirlo, per essere come lui. E questo si fa con la preghiera e anche toccando le ferite del Signore. Mai conoscerai, tu, Gesù Cristo se non tocchi le sue piaghe, le sue ferite. Lui è stato ferito per noi. Questa è la strada, è la strada che offre la spiritualità ignaziana a tutti noi: il cammino… E vado anche un po’ oltre: tu sei formatore di futuri sacerdoti. Per favore, se tu vedi un ragazzo intelligente, bravo, ma che non ha questa esperienza di toccare il Signore, di abbracciare il Signore, di amare il Signore ferito, consigliagli di andarsene a prendere una bella vacanza di uno o due anni… e gli farai del bene. “Ma, Padre, noi siamo pochi sacerdoti: ne abbiamo bisogno…”. Per favore, che l’illusione della quantità non ci inganni e ci faccia perdere di vista la qualità! Abbiamo bisogno di sacerdoti che preghino. Ma che preghino Gesù Cristo, che sfidino Gesù Cristo per il loro popolo, come Mosè che aveva la faccia tosta per sfidare Dio e salvare il popolo che Dio voleva distruggere, con quel coraggio davanti a Dio; sacerdoti che abbiano anche il coraggio di soffrire, di portare la solitudine e dare tanto amore. Anche per loro vale quel discorso di Bernardo sulle piaghe del Signore.

 

25,31-46 Sono ancora valide e attuali le opere di misericordia? [5]

 

Sono attuali, sono valide. Forse in qualche caso si possono “tradurre” meglio, ma restano la base per il nostro esame di coscienza. Ci aiutano ad aprirci alla misericordia di Dio, a chiedere la grazia di capire che senza misericordia la persona non può fare niente, che tu non puoi fare niente, e che “il mondo non esisterebbe” come diceva la vecchietta che incontrai nel 1992.

Guardiamo anzitutto alle sette opere di misericordia corporale: dar da mangiare agli affamati; dar da bere agli assetati; vestire chi è nudo; dare alloggio ai pellegrini; visitare gli ammalati; visitare i carcerati; seppellire i morti. Mi sembra che non ci sia molto da spiegare. E se guardiamo alla nostra situazione, alle nostre società, mi sembra che non manchino circostanze e occasioni attorno a noi. Di fronte al senzatetto che staziona sotto casa nostra, al povero che non ha da mangiare, alla famiglia dei nostri vicini che non arriva a fine mese a causa della crisi, perché il marito ha perso il lavoro, che cosa dobbiamo fare? Di fronte agli immigrati che sopravvivono alla traversata e sbarcano sulle nostre coste, come dobbiamo comportarci? Di fronte agli anziani soli, abbandonati, che non hanno più nessuno, che cosa dobbiamo fare?

Gratuitamente abbiamo ricevuto, gratuitamente diamo. Siamo chiamati a servire Gesù crocifisso, in ogni persona emarginata, a toccare la carne di Cristo in chi è escluso, ha fame, ha sete, è nudo, carcerato, ammalato, disoccupato, perseguitato, profugo. Lì troviamo il nostro Dio, lì tocchiamo il Signore. Ce l’ha detto Gesù stesso, spiegando quale sarà il protocollo sulla base del quale tutti saremo giudicati: ogni qual volta avremo fatto questo al più piccolo dei nostri fratelli, l’avremo fatto a Lui (Mt 25,31-46).

Alle opere di misericordia corporale seguono quelle di misericordia spirituale: consigliare i dubbiosi; insegnare agli ignoranti; ammonire i peccatori; consolare gli afflitti; perdonare le offese; sopportare pazientemente le persone moleste; pregare Dio per i vivi e per i morti. Pensiamo alle prime quattro opere di misericordia spirituale: non hanno a che fare, in fondo, con quello che abbiamo defi¬nito “l’apostolato dell’orecchio”? Avvicinare, saper ascoltare, consigliare, insegnare anzitutto con la nostra testimonianza. Nell’accoglienza dell’emarginato che è ferito nel corpo, e nell’accoglienza del peccatore che è ferito nell’anima, si gioca la nostra credibilità come cristiani. Ricordiamo sempre le pa¬role di san Giovanni della Croce: “Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore”.

 

25,35 “Ero forestiero e mi avete accolto” [6]

 

Ero forestiero... Ognuno di voi, rifugiati che bussate alle nostre porte ha il volto di Dio, è carne di Cristo. La vostra esperienza di dolore e di speranza ci ricorda che siamo tutti stranieri e pellegrini su questa Terra, accolti da qualcuno con generosità e senza alcun merito. Chi come voi è fuggito dalla propria terra a causa dell’oppressione, della guerra, di una natura sfigurata dall’inquinamento e dalla desertificazione, o dell’ingiusta distribuzione delle risorse del pianeta, è un fratello con cui dividere il pane, la casa, la vita.

Troppe volte non vi abbiamo accolto! Perdonate la chiusura e l’indifferenza delle nostre società che temono il cambiamento di vita e di mentalità che la vostra presenza richiede. Trattati come un peso, un problema, un costo, siete invece un dono. Siete la testimonianza di come il nostro Dio clemente e misericordioso sa trasformare il male e l'ingiustizia di cui soffrite in un bene per tutti. Perché ognuno di voi può essere un ponte che unisce popoli lontani, che rende possibile l’incontro tra culture e religioni diverse, una via per riscoprire la nostra comune umanità.

 

25,35 Mancanza di abitazione [7]

 

Voglio essere molto chiaro: non c’è nessun motivo, nessun tipo di giustificazione sociale, morale, o di altro genere per accettare la mancanza di abitazione. Sono situazioni ingiuste, ma sappiamo che Dio le sta soffrendo insieme con noi, le sta vivendo al nostro fianco. Non ci lascia soli.

Gesù non solo ha voluto essere solidale con ogni persona, non solo ha voluto che nessuno senta o viva la mancanza della sua compagnia, del suo aiuto, del suo amore. Egli stesso si è identificato con tutti quelli che soffrono, che piangono, che patiscono qualche tipo di ingiustizia. Lo dice chiaramente: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto” (Mt 25,35).

È la fede a dirci che Dio è con voi, che Dio è in mezzo a noi e la sua presenza ci spinge alla carità. Quella carità che nasce dalla chiamata di un Dio che non cessa di bussare alla nostra porta, la porta di tutti per invitarci all’amore, alla compassione, a donarci gli uni agli altri.

Gesù continua a bussare alle nostre porte, alla nostra vita. Non lo fa magicamente, non lo fa con trucchi o con cartelli luminosi o con fuochi d’artificio. Gesù continua a bussare alla nostra porta nel volto del fratello, nel volte del vicino, nel volto di chi ci sta accanto.

 

 

NOTE

 

[1] Discorso, Incontro con i rappresentanti del V Convegno Nazionale della Chiesa Italiana. Cattedrale di Santa Maria del Fiore, Firenze,10 novembre 2015.

[2] La nostra carne nella preghiera, in J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR Rizzoli, Milano 2014, 181-187; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori - LEV, 2014, 7-11.

[3] Discorso, Chiesa pentecostale della Riconciliazione, Caserta - 28 luglio 2014.

[4] Incontro con le comunità di Vita Cristiana (CVX) e la lega missionaria studenti d’Italia. Domande e risposte a braccio Aula Paolo VI, 30 aprile 2015.

[5] Per vivere il giubileo, in FRANCESCO, Il nome di Dio è misericordia. Una conversazione con Andrea Tornielli, PIEMME - LEV, Milano – Città del Vaticano 2016, 105-109.

[6] Videomessaggio per i 35 anni del Centro Astalli, 21 aprile 2016.

 

[7] Visita al Centro Caritativo della Parrocchia St Patrick e incontro con i senza tetto, Washington, D.C., 24 settembre 2015.

 

26 novembre 2017

XXXIV domenica del tempo Ordinario

di ENZO BIANCHI

 

Mt  25,31-46

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «31 Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. 32 Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, 33 e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. 34 Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, 35 perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, 36 nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi». 37 Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? 39 Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?». 40 E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». 41 Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, 42 perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, 43 ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato». 44 Anch'essi allora risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?». 45 Allora egli risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me». 46 E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».».

 

Siamo giunti all’ultima domenica dell’anno liturgico, la quale nei tempi recenti (per l’esattezza dal 1925, ad opera di Pio XI) è stata istituita come “Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo”: festa di colui che reintesterà in sé tutte le realtà create, che si mostrerà “Re dei re e Signore dei signori” (Ap 19,16) e che nel giudizio finale emetterà la parola ultima sul bene e sul male della storia, inaugurando “cieli nuovi e terra nuova” (Is 65,17; 66,22; 2Pt 3,13; Ap 21,1).

 

L’ordo liturgico prevede un brano del Vangelo secondo Matteo, la conclusione del discorso escatologico (cf. Mt 24-25), pronunciato da Gesù a Gerusalemme nei giorni precedenti la sua passione e morte. Al cuore del lungo discorso riguardante la fine dei tempi, Gesù ha annunciato la venuta del Figlio dell’uomo, la sua parusia gloriosa: prima comparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo, la croce, poi tutti vedranno lo stesso Figlio dell’uomo veniente nella potenza e nella gloria sulle nubi del cielo, attorniato da angeli inviati a radunare gli eletti da tutti confini della terra. Sarà un avvento di dimensione cosmica, un evento che s’imporrà a tutto l’universo e che provocherà nelle genti della terra un sentimento di accusa verso di sé per il male compiuto, fino a battersi il petto. Ognuno contemplerà questo Veniente nella gloria, trafitto, perché egli attirerà a se gli occhi di tutti (cf. Gv 19,37; Ap 1,7).

 

Dopo questo annuncio (cf. Mt 24,4-44), Gesù consegna un ammonimento (cf. Mt 24,37-44) e tre parabole sulla vigilanza e sulla responsabilità da assumere di fronte alla sua venuta gloriosa (cf. Mt 24,45-25,30). Infine, chiude il discorso con il brano che oggi meditiamo, testo difficilmente catalogabile all’interno dei generi letterari: è un racconto che sembra una parabola, ma non lo è pienamente; non è neppure un’allegoria; è piuttosto un racconto esemplare, la descrizione profetica di un quadro apocalittico. Aprendo il cuore e chiedendo allo Spirito santo di operare nella nostra intelligenza, cerchiamo ora di cogliere in queste parole di Gesù dove stia per noi, qui e ora, il Vangelo, la buona notizia.

 

“Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui…”. Sì, all’orizzonte della storia c’è la venuta del Figlio dell’uomo, il Veniente da Dio, preesistente alla creazione del mondo presso Dio, che nell’umiltà è venuto nel mondo e ha annunciato il Regno in azioni e parole, che ora va verso la passione e morte, ma che verrà nella gloria alla fine della storia per un decreto estrinseco alla storia stessa, in obbedienza alla volontà del Padre, Signore e Creatore del cielo e della terra. Quando verrà nella gloria, apparirà con tutti i suoi angeli, creature a noi invisibili. Così avveniva, secondo l’Antico Testamento, la manifestazione, l’epifania del Dio vivente: quando Dio appare, è attorniato dalle sue schiere di messaggeri (cf. Dt 33,2) e dai suoi santi (cf. Zc 14,5). È lo jom ’Adonaj, “il giorno del Signore” (cf. Am 5,18.20; Is 2,12; Sof 1,7, ecc.) preannunciato dai profeti, nel quale si manifesterà il Veniente, incaricato di emettere il giudizio su tutta la storia. Egli ha le sembianze di un “umano” (ben enosh, hyiòs toû anthrópou), ed essendo giudice va a sedersi sul trono della gloria, il trono sul quale il Signore regna (cf. Sal 9,5.8; 11,4, ecc.).

 

La visione è grandiosa: davanti a lui saranno riunite tutte le genti della terra, di ogni luogo e di ogni tempo, tutta l’umanità! Si tratterà innanzitutto di operare una separazione, di fare un discernimento tra gli umani, allo stesso modo con cui un pastore deve separare le pecore dalle capre. Se la zizzania era cresciuta insieme al grano, ora la si deve separare da esso (cf. Mt 13,24-30.36-43); se la rete aveva catturato pesci buoni e pesci cattivi, è venuto il momento di fare la cernita, trattenendo quelli buoni e gettando nel mare i cattivi (cf. Mt 13,47-50). Questa operazione che il Figlio dell’uomo farà come pastore, è sempre stata annunciata ed è necessaria affinché l’ultima parola sul male e sul bene operato dagli umani nella storia sia di Dio: parola definitiva, parola di giustizia, che contiene in sé la misericordia ma che è nel contempo un giudizio. Guai se il cristiano dimenticasse questa realtà che lo attende, d’altronde confessata nel Credo: “Di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare (venturus est … iudicare) i vivi e i morti e il suo Regno non avrà fine”.

 

Davanti a questo Re universale, che ammette o esclude dal suo regno, vi è l’oikouméne, il mondo intero, l’umanità, i cristiani e i figli di Israele: tutti, veramente tutti! Nello stesso tempo, si avverte che il giudizio è dato a ogni persona, uomo e donna, perché il Re “renderà a ciascuno secondo le sue azioni” (Mt 16,27; cf. Sal 62,13). Ecco allora la seconda scena, quella del giudizio vero e proprio, costituita da un dittico che presenta elementi paralleli: una doppia sentenza emessa sull’umanità, la prima positiva, la seconda negativa. Che cosa considera il Re seduto sul trono della gloria, per formulare il giudizio? Ciò è molto interessante, e credo che poco ci si sia interrogati sulla scelta dei capi di approvazione o di accusa scelti e proclamati da Gesù. Non si tratta di questioni che riguardano la fragilità degli umani, il loro aver compiuto il male in quanto attratti da passioni umane. Non che questi non siano stati peccati, ma in vista della salvezza o della perdizione non appaiono come cause di vita o di morte eterna. Non sono neppure elencati i peccati contro Dio, quali la bestemmia o la mancata osservanza del sabato (di tradizioni religiose). Le colpe che causano l’esclusione o l’ingresso nel Regno sono invece quelle concernenti i rapporti, le relazioni tra gli umani, in particolare in riferimento alla situazione di bisogno o di disgrazia: la fame, la sete, l’emarginazione dello straniero, la nudità, la malattia, la prigionia. Rispetto a queste situazioni, come si sono comportati gli umani? Sulla risposta a tale interrogativo si fonda la benedizione o la maledizione.

 

Questo Re dell’universo può dunque dire: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Qui si gioca la salvezza: nella relazione concreta con ogni altro essere umano. Sulla terra avviene già il “processo”, quando di fronte a chi è nel bisogno facciamo qualcosa, quello che possiamo e sappiamo fare, oppure non facciamo nulla, perché passiamo oltre ignorando il suo grido di aiuto. Alla fine, nel giudizio, ci sarà solo la sentenza. Non nel culto, non nella liturgia ci si salva, ma nella relazione tra corpi, nel volto contro volto, mano nella mano, carne che tocca la carne… L’amore che Gesù richiede non è astratto, non è fatto di intenzioni e sentimenti, non è solo “preghiera per”: è azione, comportamento, concreta responsabilità. Se la liturgia, la preghiera e i sacramenti non ci conducono a questo, allora sono sterili e inutili, in quanto sono finalizzati all’amore, al vivere nell’amore, all’amare persino il nemico, il non amabile (cf. Mt 5,43-48).

 

Ma questa sentenza del Re, stupisce e meraviglia coloro ai quali viene rivolta. Per questo essi reagiscono con una domanda: “Quando mai, Signore, abbiamo fatto questo e quest’altro?”. Lo stupore dei giusti è altamente significativo: questi benedetti non sanno di essere stati misericordiosi anche verso Gesù! Ed è fondamentale non saperlo, perché Gesù, come Dio, è presenza nascosta, elusiva: se non lo si riconosce, si compie l’azione in piena gratuità, senza pensare di aver fatto un’opera meritoria che Dio ricompenserà in quanto rivolta al Figlio dell’uomo. La malvagità o la bontà dell’azione compiuta nascono dal modo in cui si vive la relazione con il fratello o la sorella, e non in riferimento al Dio che non si vede. Su ciò sono sempre istruttive le parole della Prima lettera di Giovanni: “Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è compiuto in noi … Se uno dice: ‘Io amo Dio’ e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1Gv 4,12.20). Sì, tra queste persone davanti al Re ve ne sono alcuni che non conoscono Gesù, che mai hanno sentito parlare di lui: sia i suoi discepoli, sia quanti sono estranei al cristianesimo, tutti sono giudicati in base alla relazione con i più piccoli (oi eláchistoi), fratelli e sorelle di Gesù, il piccolo e il povero per eccellenza.

 

 

Al termine di questo ascolto, mi ardono gli orecchi, perché in quanto ascoltatore e lettore sono costretto a constatare quante volte ho compiuto omissioni, cioè non ho fatto il bene: i peccati di omissione sono i capi di accusa contro di noi nel giorno del giudizio. Benedizione per chi ha saputo prendersi cura, con la sua carne, della carne dei fratelli e delle sorelle; maledizione per chi è passato oltre, magari bisbigliando preghiere, ma non vedendo, non riconoscendo, non avvicinandosi all’altro che era nel bisogno. Questa pagina è un grande insegnamento per chi pensa di poter amare il Dio che non si vede senza amare il bisognoso che si vede… Eppure noi cristiani – confessiamolo – non siamo tra i benedetti: c’è chi ha fame all’entrata dei supermercati, e noi gli diamo solo le monete che appesantiscono le nostre tasche; c’è chi è straniero, e noi pensiamo a lui dando qualcosa di superfluo alla Caritas, magari per il pasto di Natale, ma mai lo invitiamo alla nostra tavola, a casa nostra, perché questo ci provoca troppo disagio; c’è chi è nudo, e tutt’al più gli diamo un abito da noi consumato, che riteniamo indegno di stare nei nostri armadi pieni; c’è chi è in carcere, e noi neanche ci sogniamo di andarlo a trovare, perché non lo conosciamo e perché pensiamo che se l’è meritata. Quanto siamo ipocriti! Il giudizio del Re lo mostrerà.


 

I doni trafficati

 

XXXIII Domenica A

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

Talents

 

25,14-30 Tre servitori a confronto [1]

 

La parabola

Il Vangelo (Mt 25,14-30) racconta di un uomo che, prima di partire per un viaggio, convoca i servitori e affida loro il suo patrimonio in talenti, monete antiche di grandissimo valore. Quel padrone affida al primo servitore cinque talenti, al secondo due, al terzo uno. Durante l’assenza del padrone, i tre servitori devono far fruttare questo patrimonio. Il primo e il secondo servitore raddoppiano ciascuno il capitale di partenza; il terzo, invece, per paura di perdere tutto, seppellisce il talento ricevuto in una buca. Al ritorno del padrone, i primi due ricevono la lode e la ricompensa, mentre il terzo, che restituisce soltanto la moneta ricevuta, viene rimproverato e punito.

 

Il suo significato

È chiaro il significato di questo. L’uomo della parabola rappresenta Gesù, i servitori siamo noi e i talenti sono il patrimonio che il Signore affida a noi. Qual è il patrimonio? La sua Parola, l’Eucaristia, la fede nel Padre celeste, il suo perdono… insomma, tante cose, i suoi beni più preziosi. Questo è il patrimonio che lui ci affida. Non solo da custodire, ma da far crescere! Mentre nell’uso comune il termine “talento” indica una spiccata qualità individuale – ad esempio talento nella musica, nello sport, eccetera –, nella parabola i talenti rappresentano i beni del Signore, che lui ci affida perché li facciamo fruttare. La buca scavata nel terreno dal “servo malvagio e pigro” (v. 26) indica la paura del rischio che blocca la creatività e la fecondità dell’amore. Perché la paura dei rischi dell’amore ci blocca. Gesù non ci chiede di conservare la sua grazia in cassaforte! Non ci chiede questo Gesù, ma vuole che la usiamo a vantaggio degli altri. Tutti i beni che noi abbiamo ricevuto sono per darli agli altri, e così crescono. È come se ci dicesse: “Eccoti la mia misericordia, la mia tenerezza, il mio perdono: prendili e fanne largo uso”. E noi che cosa ne abbiamo fatto? Chi abbiamo “contagiato” con la nostra fede? Quante persone abbiamo incoraggiato con la nostra speranza? Quanto amore abbiamo condiviso col nostro prossimo? Sono domande che ci farà bene farci. Qualunque ambiente, anche il più lontano e impraticabile, può diventare luogo dove far fruttificare i talenti. Non ci sono situazioni o luoghi preclusi alla presenza e alla testimonianza cristiana. La testimonianza che Gesù ci chiede non è chiusa, è aperta, dipende da noi.

 

Non nascondere la fede

Questa parabola ci sprona a non nascondere la nostra fede e la nostra appartenenza a Cristo, a non seppellire la Parola del Vangelo, ma a farla circolare nella nostra vita, nelle relazioni, nelle situazioni concrete, come forza che mette in crisi, che purifica, che rinnova. Così pure il perdono, che il Signore ci dona specialmente nel Sacramento della Riconciliazione: non teniamolo chiuso in noi stessi, ma lasciamo che sprigioni la sua forza, che faccia cadere muri che il nostro egoismo ha innalzato, che ci faccia fare il primo passo nei rapporti bloccati, riprendere il dialogo dove non c’è più comunicazione… E così via. Fare che questi talenti, questi regali, questi doni che il Signore ci ha dato, vengano per gli altri, crescano, diano frutto, con la nostra testimonianza.

Credo che oggi sarebbe un bel gesto che ognuno di voi prendesse il Vangelo a casa, il Vangelo di San Matteo, capitolo 25, versetti dal 14 al 30, Matteo 25,14-30, e leggere questo, e meditare un po’: “I talenti, le ricchezze, tutto quello che Dio mi ha dato di spirituale, di bontà, la Parola di Dio, come faccio che crescano negli altri? O soltanto li custodisco in cassaforte?”.

 

Non a tutti le stesse cose; a tutti la fiducia

Il Signore non dà a tutti le stesse cose e nello stesso modo: ci conosce personalmente e ci affida quello che è giusto per noi; ma in tutti, in tutti c’è qualcosa di uguale: la stessa, immensa fiducia. Dio si fida di noi, Dio ha speranza in noi! E questo è lo stesso per tutti. Non deludiamolo! Non lasciamoci ingannare dalla paura, ma ricambiamo fiducia con fiducia!

 

Maria la donna del dono trafficato

La Vergine Maria incarna questo atteggiamento nel modo più bello e più pieno. Ella ha ricevuto e accolto il dono più sublime, Gesù in persona, e a sua volta lo ha offerto all’umanità con cuore generoso. A lei chiediamo di aiutarci ad essere “servi buoni e fedeli”, per partecipare “alla gioia del nostro Signore”.

 

25,21 Vivere la disponibilità [2]

 

Da dove cominciare per diventare “servi buoni e fedeli” (cf. Mt 25,21)? Come primo passo, siamo invitati a vivere la disponibilità. Il servitore ogni giorno impara a distaccarsi dal disporre tutto per sé e dal disporre di sé come vuole. Si allena ogni mattina a donare la vita, a pensare che ogni giorno non sarà suo, ma sarà da vivere come una consegna di sé. Chi serve, infatti, non è un custode geloso del proprio tempo, anzi rinuncia ad essere il padrone della propria giornata. Sa che il tempo che vive non gli appartiene, ma è un dono che riceve da Dio per offrirlo a sua volta: solo così porterà veramente frutto. Chi serve non è schiavo dell’agenda che stabilisce, ma, docile di cuore, è disponibile al non programmato: pronto per il fratello e aperto all’imprevisto, che non manca mai e spesso è la sorpresa quotidiana di Dio. Il servitore è aperto alla sorpresa, alle sorprese quotidiane di Dio. Il servitore sa aprire le porte del suo tempo e dei suoi spazi a chi gli sta vicino e anche a chi bussa fuori orario, a costo di interrompere qualcosa che gli piace o il riposo che si merita. Il servitore trascura [va oltre] gli orari. A me fa male al cuore quando vedo un orario, nelle parrocchie: “Dalla tal ora alla tal ora”. E poi? Non c’è porta aperta, non c’è prete, non c’è diacono, non c’è laico che riceva la gente… Questo fa male. Trascurare [andare oltre] gli orari: avere questo coraggio, di trascurare [andare oltre] gli orari. Così, cari diaconi, vivendo nella disponibilità, il vostro servizio sarà privo di ogni tornaconto ed evangelicamente fecondo.

 

25,31-43 Riconoscere e promuovere le persone [3]

 

Raddrizzare alcune “storture” dell’amore

Uno spunto di riflessione viene da un altro insegnamento di Gesù, anch’esso sull’amore: la parabola del giudizio finale (Mt 25,31-43). Come abbiamo visto, quella del buon samaritano ci di¬mostra che l’amore verso gli altri è imprescindi¬bile affinché noi siamo uomini a tutti gli effetti e il popolo sia una vera comunità e non un mero agglomerato di interessi personali. D’altra parte è anche necessario evidenziarne i limiti e sottoli¬neare il bisogno di raddrizzare alcune “storture” dell’amore. Infatti, sebbene la sua forza più pro¬rompente risieda nell’immediatezza del rapporto “faccia a faccia” con l’altro, essa da sola non è suf¬ficiente. Vediamo perché.

Nel “faccia a faccia” ciò che è immediato può impedirci di vedere ciò che è veramente importan¬te. Tutto potrebbe esaurirsi nel qui e ora. Al con¬trario, un amore davvero efficace, una solidarietà “di fondo”, deve contemplare non solo le situazio¬ni presenti, con tutto il dolore e l’ingiustizia che le caratterizzano, ma anche le azioni e le pratiche che ne sono state all’origine; solo in questo modo sarà possibile un amore che non è solo vicinanza, protezione e compagnia, ma anche un modo con-sapevole per alleviare le sofferenze altrui.

D’altra parte, l’amore inteso semplicemente co¬me risposta immediata di fronte al volto di un nostro simile è minacciato da un’altra debolezza, tipica del nostro animo peccatore: il rischio di considerarlo un veicolo del nostro desiderio di esibizionismo o di autoredenzione. Vi invito a ri¬flettere sulla profondità e sulla finezza psicologica delle parole del Signore quando raccomanda a co¬lui che dà l’elemosina: “Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra” (Mt 6,3) o quando critica il fariseo che prega in piedi davanti all’altare com¬piacendosi della propria virtù (cf. Lc 18,9-14).

 

Un amore efficace a lungo termine: le istituzioni

La parabola del giudizio finale ci consente di individuare altre dimensioni dell’amore che sono alla base di ogni comunità umana e di ogni ami¬cizia solidale. Vorrei richiamare l’attenzione su un punto in particolare del brano biblico: colo¬ro che erano stati chiamati “benedetti” dal Figlio dell’uomo per avergli dato da mangiare, da bere, per averlo accolto nella propria casa, per averlo ve¬stito o avergli fatto visita, non si erano nemmeno resi conto di aver compiuto tali gesti. L’effettiva presa di coscienza di aver “toccato” Cristo e di es¬sergli stati davvero prossimi attraverso il contatto con gli altri nostri fratelli si ha solo a posteriori, quando “tutto si è concluso”. Non sappiamo mai quando le nostre azioni aiutano davvero gli altri, o almeno, purtroppo o per fortuna, non ne siamo consapevoli fino a che tali azioni non hanno pro¬dotto i loro effetti.

Ciò dunque implica un amore che diventa effi¬cace “a lungo termine”, alla fine di un percorso. In concreto, mi riferisco alla sua dimensione isti¬tuzionale (nel senso più ampio del termine), ov¬vero alla sua capacità di attraversare la storia ren¬dendo effettivi e duraturi nel tempo gli obiettivi e le aspirazioni di una società, quali per esempio le leggi, le forme di convivenza, i meccanismi sociali che stanno alla base della giustizia, dell’equità o della partecipazione... I “doveri” di una società, che a volte ci sembrano privi di scopo, ma che alla lunga rendono possibile una vita in comune nella quale tutti, e non solo coloro che hanno la forza per imporsi, possano esercitare i propri diritti.

La parabola del giudizio finale, dunque, ci illu¬stra l’importanza delle istituzioni nel riconoscere e nel promuovere le persone. “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria” (Mt 25,31) ci chiederà conto dei nostri comportamenti, ovvero se abbiamo rispettato o meno quei “doveri” che, in ultima analisi, hanno ricadute sul piano dell’a¬more. Tra questi possiamo annoverare anche il dovere di partecipare attivamente alla “cosa pub¬blica” invece di criticare o stare a guardare.

 

24,14.30 Non chiudersi in se stessi

 

La parabola dei talenti, ci fa riflettere sul rapporto tra come impieghiamo i doni ricevuti da Dio e il suo ritorno, in cui ci chiederà come li abbiamo utilizzati (cfr Mt 25,14-30). Conosciamo bene la parabola: prima della partenza, il padrone consegna ad ogni servo alcuni talenti, affinché siano utilizzati bene durante la sua assenza. Al primo ne consegna cinque, al secondo due e al terzo uno. Nel periodo di assenza, i primi due servi moltiplicano i loro talenti – queste sono antiche monete -, mentre il terzo preferisce sotterrare il proprio e consegnarlo intatto al padrone. Al suo ritorno, il padrone giudica il loro operato: loda i primi due, mentre il terzo viene cacciato fuori nelle tenebre, perché ha tenuto nascosto per paura il talento, chiudendosi in se stesso. Un cristiano che si chiude in se stesso, che nasconde tutto quello che il Signore gli ha dato è un cristiano… non è cristiano! E’ un cristiano che non ringrazia Dio per tutto quello che gli ha donato! Questo ci dice che l’attesa del ritorno del Signore è il tempo dell’azione - noi siamo nel tempo dell’azione -, il tempo in cui mettere a frutto i doni di Dio non per noi stessi, ma per Lui, per la Chiesa, per gli altri, il tempo in cui cercare sempre di far crescere il bene nel mondo. E in particolare in questo tempo di crisi, oggi, è importante non chiudersi in se stessi, sotterrando il proprio talento, le proprie ricchezze spirituali, intellettuali, materiali, tutto quello che il Signore ci ha dato, ma aprirsi, essere solidali, essere attenti all’altro. Nella piazza, ho visto che ci sono molti giovani: è vero, questo? Ci sono molti giovani? Dove sono? A voi, che siete all’inizio del cammino della vita, chiedo: Avete pensato ai talenti che Dio vi ha dato? Avete pensato a come potete metterli a servizio degli altri? Non sotterrate i talenti! Scommettete su ideali grandi, quegli ideali che allargano il cuore, quegli ideali di servizio che renderanno fecondi i vostri talenti. La vita non ci è data perché la conserviamo gelosamente per noi stessi, ma ci è data perché la doniamo. Cari giovani, abbiate un animo grande! Non abbiate paura di sognare cose grandi!

 

 

 

NOTE

[1] Angelus, 16 novembre 2014.

 

[2] Omelia, Giubileo dei diaconi, 29 maggio 2016.


La parabola dei talenti

 

19 novembre 2017

XXXIII domenica del tempo Ordinario

di ENZO BIANCHI

 

Mt  25,14-30

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «14 Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. 15 A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito 16 colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. 17 Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. 18 Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 19 Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. 20 Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: «Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque». 21 «Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone». 22 Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: «Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due». 23 «Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone». 24 Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: «Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. 25 Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo». 26 Il padrone gli rispose: «Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 27 avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. 28 Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. 29 Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. 30 E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti».

 

La parabola dei talenti proposta dalla liturgia odierna è una parabola che, secondo il mio povero parere, oggi è pericolosa: pericolosa, perché più volte l’ho sentita commentare in un modo che, anziché spingere i cristiani a conversione, pare confermarli nel loro attuale comportamento tra gli altri uomini e donne, nel mondo e nella chiesa. Dunque forse sarebbe meglio non leggere questo testo, piuttosto che leggerlo male…

 

In verità questa parabola non è un’esaltazione, un applauso all’efficienza, non è un’apologia di chi sa guadagnare profitti, non è un inno alla meritocrazia, ma è una vera e propria contestazione verso il cristiano che sovente è tiepido, senza iniziativa, contento di quello che fa e opera, pauroso di fronte al cambiamento richiesto da nuove sfide o dalle mutate condizioni culturali della società. La parabola non conferma neppure “l’attivismo pastorale” di cui sono preda molte comunità cristiane, molti “operatori pastorali” che non sanno leggere la sterilità di tutto il loro darsi da fare, ma chiede alla comunità cristiana consapevolezza, responsabilità, laboriosità, audacia e soprattutto creatività. Non la quantità del fare, delle opere, né il guadagnare proseliti rendono cristiana una comunità, ma la sua obbedienza alla parola del Signore che la spinge verso nuove frontiere, verso nuovi lidi, su strade non percorse, lungo le quali la bussola che orienta il cammino è solo il Vangelo, unito al grido degli uomini e delle donne di oggi quando balbettano: “Vogliamo vedere Gesù!” (Gv 12,21).

 

Leggiamo allora con intelligenza questa parabola la cui prospettiva – lo ripeto – non è economica né finanziaria; essa non è un invito all’attivismo ma alla vigilanza che resta in attesa, non contenta del presente ma tutta protesa verso la venuta del Signore. Egli non è più tra di noi, sulla terra, è come partito per un viaggio e ha affidato ai suoi servi, ai suoi discepoli un compito: moltiplicare i doni da lui fatti a ciascuno. Nella parabola, a due servi il Signore ha lasciato molto, una somma cospicua – cinque lingotti di argento a uno, due a un altro –, affinché la facciano fruttificare; a un terzo servo ha lasciato un solo lingotto, che comunque non è poco. In tutti egli ha messo la sua fiducia senza limiti, confidando loro i suoi beni. Spetta dunque ai servi non tradire la grande fiducia del padrone e operare una sapiente gestione dei beni, non di loro proprietà ma del padrone, il quale al suo ritorno darà loro la ricompensa. A ciascuno il padrone da in funzione della sua capacità, e il suo dono è anche un compito: custodire e far fruttificare.

 

Al di là dell’immagine dei talenti, che cos’è questo dono, in definitiva? Secondo Ireneo di Lione è la vita accordata da Dio a ogni persona. La vita è un dono che non va assolutamente sprecato, ignorato o dissipato. Purtroppo – dobbiamo constatarlo – per alcuni la vita non ha alcun valore: non la vivono, anzi la sprecano e la sciupano “fino a farne una stucchevole estranea” (Konstantinos Kavafis), e così si lasciano vivere. Eppure si vive una volta sola e il farlo con consapevolezza e responsabilità è decisivo al fine di salvare una vita o perderla! Secondo altri padri orientali, i talenti sono le parole del Signore affidate ai discepoli perché le custodiscano, certo, ma soprattutto le rendano fruttuose nella loro vita, le mettano in pratica fino a seminarle copiosamente nella terra che è il mondo. Di nuovo, è questione di vita, di “scegliere la vita” (cf. Dt 30,19).

 

“Dopo molto tempo” – allusione al ritardo della parusia, della venuta gloriosa del Signore (cf. Mt 24,48; 25,5) – il padrone ritorna e chiede conto della fiducia da lui riposta nei suoi servi, i quali devono mostrare la loro capacità di essere responsabili, in grado cioè di rispondere della fiducia ricevuta. Eccoli dunque presentarsi tutti davanti a lui. Colui che aveva ricevuto cinque talenti si è mostrato operoso, intraprendente, capace di rischiare, si è impegnato affinché i doni ricevuti non fossero diminuiti, sprecati o inutilizzati; per questo, all’atto di consegnare al padrone dieci talenti, riceve da lui l’elogio: “Bene, servo buono e fedele, … entra nella gioia del tuo Signore”. Lo stesso avviene per il secondo servo, anche lui in grado di raddoppiare i talenti ricevuti. Per questi due servi la ricompensa è proporzionalmente uguale, anche se le somme affidate erano diverse, perché entrambi hanno agito secondo le loro capacità.

 

Viene infine colui che aveva ricevuto un solo talento, il quale mette subito le mani avanti, manifestando il pensiero che lo ha paralizzato: “Da quando mi hai dato il talento, io sapevo che sei un uomo duro, esigente, arbitrario, che fa ciò che vuole, raccogliendo anche dove non ha seminato”. Con queste sue parole (“dalle tue parole ti giudico”, si legge nel testo parallelo di Lc 19,22) il servo confessa di essersi fabbricato un’immagine distorta del Signore, un’immagine plasmata dalla sua paura e dalla sua incapacità di avere fiducia nell’altro: egli considera il padrone come qualcuno che gli fa paura, che chiede una scrupolosa osservanza di ciò che ordina, che agisce in modo arbitrario. Avendo questa immagine in sé, ha scelto di non correre rischi: ha messo al sicuro, sotto terra, il denaro ricevuto, e ora lo restituisce tale e quale. Così rende al padrone ciò che è suo e non ruba, non fa peccato… Ma ecco che il Signore va in collera e gli risponde: “Sei un servo malvagio (ponerós) e pigro (oknerós). Malvagio perché hai obbedito all’immagine perversa del Signore che ti sei fatta, e così hai vissuto un rapporto di amore servile, di amore ‘costretto’. Per questo sei stato pigro, inaffidabile, non hai avuto né il cuore né la capacità di operare secondo la fiducia che ti avevo accordato. Non hai fatto neanche lo sforzo di mettere il talento in banca, dove sarebbe stato fruttuoso, dandomi interessi. Non hai avuto cura del mio bene affidato a te”.

 

Sì, lo sappiamo: è più facile seppellire i doni che Dio ci ha dato, piuttosto che condividerli; è più facile conservare le posizioni, i tesori del passato, che andarne a scoprire di nuovi; è più facile diffidare dell’altro che ci ha fatto del bene, piuttosto che rispondere consapevolmente, nella libertà e per amore. Ecco dunque la lode per chi rischia e il biasimo per chi si accontenta di ciò che ha, rinchiudendosi nel suo “io minimo”. Questo servo non ha fatto il male; peggio ancora, non ha fatto niente! Dunque davanti a Dio nel giorno del giudizio compariranno due tipi di persone:

 

chi ha ricevuto e ha fatto fruttificare il dono,

chi lo ha ricevuto e non ha fatto niente.

 

I servi fedeli entreranno nella gioia del Signore; chi invece è stato “buono a nulla” (achreîos) sarà spogliato anche dei meriti che pensava di poter vantare!

 

Ma a me piacerebbe che la parabola si concludesse altrimenti: così sarebbe più chiaro il cuore del padrone, mentre il cuore del discepolo sarebbe quello che il padrone desidera. Oso dunque proporre questa conclusione “apocrifa”:

 

Venne il terzo servo, al quale il padrone aveva confidato un solo talento, e gli disse: “Signore, io ho guadagnato un solo talento, raddoppiando ciò che mi hai consegnato, ma durante il viaggio ho perso tutto il denaro. So però che tu sei buono e comprendi la mia disgrazia. Non ti porto nulla, ma so che sei misericordioso”. E il padrone, al quale più del denaro importava che quel servo avesse una vera immagine di lui, gli disse: “Bene, servo buono e fedele, anche se non hai niente, entra pure tu nella gioia del tuo padrone, perché hai avuto fiducia in me”.

 

 

Anche così la parabola sarebbe buona notizia!



Prepararsi all'incontro

 

XXXII Domenica A

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

vergini sagge e stolte

 

25,10-13 Prepararsi all’incontro con Gesù [1]

 

Con l’Ascensione, il Figlio di Dio ha portato presso il Padre la nostra umanità da Lui assunta e vuole attirare tutti a sé, chiamare tutto il mondo ad essere accolto tra le braccia aperte di Dio, affinché, alla fine della storia, l’intera realtà sia consegnata al Padre. C’è, però, questo “tempo immediato” tra la prima venuta di Cristo e l’ultima, che è proprio il tempo che stiamo vivendo. In questo contesto del “tempo immediato” si colloca la parabola delle dieci vergini (cfr Mt 25,1-13). Si tratta di dieci ragazze che aspettano l’arrivo dello Sposo, ma questi tarda ed esse si addormentano. All’annuncio improvviso che lo Sposo sta arrivando, tutte si preparano ad accoglierlo, ma mentre cinque di esse, sagge, hanno olio per alimentare le proprie lampade, le altre, stolte, restano con le lampade spente perché non ne hanno; e mentre lo cercano giunge lo Sposo e le vergini stolte trovano chiusa la porta che introduce alla festa nuziale. Bussano con insistenza, ma ormai è troppo tardi, lo Sposo risponde: non vi conosco. Lo Sposo è il Signore, e il tempo di attesa del suo arrivo è il tempo che Egli ci dona, a tutti noi, con misericordia e pazienza, prima della sua venuta finale; è un tempo di vigilanza; tempo in cui dobbiamo tenere accese le lampade della fede, della speranza e della carità, in cui tenere aperto il cuore al bene, alla bellezza e alla verità; tempo da vivere secondo Dio, poiché non conosciamo né il giorno, né l’ora del ritorno di Cristo. Quello che ci è chiesto è di essere preparati all’incontro - preparati ad un incontro, ad un bell’incontro, l’incontro con Gesù -, che significa saper vedere i segni della sua presenza, tenere viva la nostra fede, con la preghiera, con i Sacramenti, essere vigilanti per non addormentarci, per non dimenticarci di Dio. La vita dei cristiani addormentati è una vita triste, non è una vita felice. Il cristiano dev’essere felice, la gioia di Gesù. Non addormentarci!

 

25,1-13 Non dividere l’indivisibile [2]

 

Vorrei proporvi l’esempio evangelico delle vergini prudenti. Avverto che lì vi è un insegnamento di cui necessitiamo come Chiesa. Come tutti ricordano, le vergini prudenti si rifiutano di dividere il loro olio con le altre, e questo fa sì che, in una lettura rapida e superficiale, le si condanni (le si riempia di insulti) come meschine ed egoiste. Una lettura più profonda ci mostra la grandezza del loro atteggiamento, perché non dividevano l’indivisibile, non rischiavano ciò che non si poteva rischiare: l’incontro con il loro Signore e il valore di quell’incontro. Nella Chiesa forse ci viene addosso l’insulto e il disprezzo se, per seguire il Signore, smettiamo di “provare i buoi”, di “comprare il campo” e di “prendere moglie” (Lc 14,18-20). E nella sequela del Signore la nostra umiltà sarà povera, perché sarà molto vicina a conoscere “l’essenziale”: ciò che è bene e ciò che è male, senza perdersi negli inganni delle ricchezze. E poiché la vita di Dio in noi non è un lusso, bensì il pane quotidiano, la cureremo con la nostra preghiera e la nostra penitenza. Questo spirito di preghiera e penitenza, anche in mezzo a grandi avversità, ci farà guardare pieni di speranza al cammino di Dio.

 

25,10-13 Cristo servo della sua sposa [3]

 

I racconti stessi dell’ultima cena fanno riferimento alla cena del Messia, quella definitiva, alla morte di Gesù per il suo popolo, per la sua Chiesa: “fino al giorno in cui lo berrò di nuovo con voi, nel regno del Padre mio” (Mt 26,29). “Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove e io preparo per voi un regno, come il Padre mio l’ha preparato per me, perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno. E siederete in trono a giudicare le dodici tribù d’Israele” (Lc 22, 28-30). Partecipare al banchetto di nozze del Signore glorioso è “decisivo” (Mt 25,10-13). Sarà lui stesso a servire gloriosamente il suo popolo, la Chiesa sua sposa (Fil 2,6-10); lui, che ha ricevuto la gloria proprio per aver assunto la condizione di servo (Fil 2,6-10); sarà egli stesso che, nella pienezza della sua gloria, si rallegrerà di essere servo dei suoi servi, servo della sua Sposa (Lc 12,35-38). Ecco l’aspetto decisivo del banchetto finale: anche in questo caso, ma non più in relazione con il peccato (Eb 10, 18) e la morte, Cristo si darà come servo alla sua Chiesa, si occuperà di lei e la festeggerà nel suo banchetto.

 

NOTE

 

[1] Udienza 24 aprile 2013

[2] Conversazione introduttiva, in PAPA FRANCESCO – J. M. BERGOGLIO, In lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book – LEV, Milano - Città del Vaticano 2013, 11-14.

[3] L’epifania della sposa, in J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR Rizzoli, Milano 2014, 128-139; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV, Milano - Città del Vaticano 2014, 75-84.


Enzo Bianchi Commento Vangelo 5 novembre 2017

 

📖 Dire e non fare…

5 novembre 2017

XXXI domenica del tempo Ordinario

Commento al Vangelo

di ENZO BIANCHI

 

 

Mt 23,1-12

 

In quel tempo 34 i farisei, avendo udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme 35 e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: 36 «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». 37 Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. 38 Questo è il grande e primo comandamento. 39 Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. 40 Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

 

Nel vangelo secondo Matteo, dopo diversi scontri e controversie tra Gesù e scribi, sacerdoti, farisei (cf. Mt 21,23-22,46), durante il suo ultimo soggiorno a Gerusalemme, egli pronuncia un lungo discorso, il penultimo, prima di quello escatologico. Si tratta di una raccolta di invettive e di ammonizioni indirizzate da Gesù proprio a quei suoi avversari che tante volte lo avevano contraddetto, gli avevano teso tranelli, lo avevano messo alla prova, lo avevano calunniato e insidiato con giudizi e complotti. Questo discorso, registrato al capitolo 23, è duro, e può meravigliarci di trovarlo sulla bocca di chi con misericordia perdonava i peccatori, mangiava con loro e li faceva sentire amati da Dio, anche se non meritavano tale amore. Gesù – possiamo dire – attacca i legittimi pastori del suo popolo, i dirigenti, quelli che erano riconosciuti esperti delle sante Scritture, che erano ritenuti maestri e modelli esemplari per i credenti. Sia però chiaro che queste sue parole vanno a colpire vizi religiosi non solo giudaici ma anche cristiani!

 

E si faccia attenzione: Gesù non fa di tutta l’erba un fascio, non si scaglia contro i tutti i farisei, tutti i sacerdoti, tutti i maestri, ma contro coloro che in quel preciso tempo dominavano, erano al comando; contro quelli che lo accuseranno, lo perseguiteranno e, dopo averlo condannato, lo consegneranno ai pagani per l’esecuzione capitale. Dunque, questi rimproveri non vanno applicati generalizzando, ma vanno ripetuti per noi cristiani, noi che nella chiesa svolgiamo una funzione e sovente siamo ritenuti “uomini e donne di Dio”, secondo il linguaggio corrente.

 

Ma ascoltiamo con piena obbedienza le parole di Gesù, che così apre il suo discorso: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro azioni, perché parlano ma non realizzano ciò che predica”. C’è una cattedra del popolo di Dio, c’è un ministero, un servizio reso ai credenti, ossia il compito di proclamare la parola di Dio contenuta nella Torah data da Mosè a Israele nel deserto, dopo la liberazione dall’Egitto. Il Dio che ha liberato il suo popolo dalla schiavitù ha anche dato al suo popolo la Torah, l’insegnamento, affinché conoscesse la sua volontà e fosse dunque un popolo di testimoni capaci di proclamarla a tutte le genti.

 

Dopo Mosè, molti e diversi sono stati i maestri, dotati di un magistero per il popolo, ma quanti in quel momento storico (30 d.C.) erano i dirigenti e le guide religiose, abitualmente insegnavano in modo conforme alla tradizione ma in loro non c’era coerenza di comportamento, perciò mancavano di autorità (exousía). Predicavano ai fedeli ma in realtà non osservavano quanto dicevano. Erano persone divise, che con le labbra dicevano una cosa ma con il cuore ne pensavano altre (cf. Mt 15,8; Is 29,13). Fare e osservare sono le espressioni con cui il popolo ha scelto il Signore, ha ripudiato gli idoli e ha sancito con lui l’alleanza: “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo e lo ascolteremo” (Es 24,7), ovvero “lo comprenderemo nella misura in cui lo metteremo in pratica”.

 

Tale promessa doveva valere tanto più per i capi del popolo del Signore, e invece costoro esaurivano la realtà nella sua proclamazione verbale. In profondità non ascoltavano, perché chi ascolta il Signore obbedisce. Ma essi preferivano sentire la parola del Signore per predicarla senza invece ascoltarla, senza fare l’esperienza della faticosa realizzazione della volontà di Dio attraverso un intelligente discernimento e un’azione piena di carità. Succede anche a noi di dire e poi di non agire conseguentemente, ma lo dobbiamo confessare ai fratelli e alle sorelle, senza pretendere di essere esemplari se non siamo coerenti nel nostro comportamento reale e quotidiano: siamo peccatori e ciò non va nascosto! Gesù definisce questo comportamento “ipocrisia” e lo condanna, perché di fatto favorisce una cecità su se stessi, fino a credere di vedere e addirittura a giudicare gli altri come ciechi (cf. Gv 9,41). Costoro fingono, recitano una parte senza essere né convinti né conseguenti.

 

Segue un’altra accusa: “Legano fardelli pesanti e difficili da portare e li impongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito”. Qui Gesù intravede la funzione assunta da scribi e farisei: spiegare la Legge, determinare il comportamento, interpretare il comando emanando precetti. E così la parola di Dio, data come Torah, insegnamento, diventava gravida di prescrizioni legali minuziosissime: in partenza lo scopo era quello di porre una siepe attorno alla Legge per custodirla, ma di fatto questi precetti umani finivano per essere pesi imposti sulle spalle soprattutto dei piccoli e dei semplici, pesi e fatiche che loro, i pretesi legislatori, non conoscevano e certamente non portavano. Di fatto, in tal modo si annullava la parola di Dio, la si eludeva con abilità, si svuotava il comando dato dal Signore (cf. Mc 7,8-13; Mt 15,3-6)…

 

Ma la lettura di Gesù va più a fondo: “Tutte le loro azioni le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange”. Questo è il vizio di chi pensa di avere un potere sugli altri e vuole dunque mostrarlo, per essere riconosciuto dalla gente: farsi vedere per testimoniare la fede, a fin di bene, per educare gli altri e dare il buon esempio… Quante volte questi atteggiamenti coprono intenzioni squallide e menzognere! Le testimonianze devono essere lette da chi vede e ascolta, non date da chi dovrebbe solo vivere, senza fare narrazioni di sé e delle proprie azioni: saranno gli altri, con il loro discernimento, a giudicare la verità o la falsità di chi deve parlare solo del Signore, non di se stesso. Questo esibizionismo religioso purtroppo è tanto presente, ancora oggi, nelle nostre chiese!

 

Di seguito Gesù menziona alcuni status symbol, tanto amati perché utili a creare consenso. Quelli che il Signore aveva chiesto come segni (’ot), diventati filatteri (tephillin, da tephillah, “preghiera”), anziché ricordare a chi li portava il Dio liberatore (cf. Es 13,9.16; Dt 6,8; 11,18), finivano per essere sempre più vistosi perché gli altri li ammirassero (come quelli che tirano fuori dalle tasche in mezzo agli altri un rosario, per essere considerati uomini o donne di preghiera!). Non solo, costoro allargavano anche le frange, cioè i fiocchi (tzitzit) nel loro mantello di preghiera, non per ricordarsi di Dio (cf. Nm 15,37-41), ma per farsi ammirare come uomini di preghiera. È la perversione di strumenti dati da Dio per confermare la fede e l’ascolto la sua parola e invece divenuti, attraverso un meccanismo perfido, strumenti per ricevere applausi e onori!

 

E così ecco la conseguenza: “Amano i posti d’onore nei banchetti, i primi seggi nelle sinagoghe, i saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati ‘maestri’ dalla gente”. Quando si esercita l’autorità, si è facilmente preda di queste tentazioni: si è ossessionati dalle vesti, si è abbigliati come quelli che stanno nei palazzi del potere (cf. Mt 11,8; Lc 7,25), e magari si afferma di comportarsi così solo per dare gloria a Dio e prestigio alla chiesa, professando una falsa umiltà. Sappiamo che sotto vestiti ricercati e orpelli sontuosi si nascondono ecclesiastici umilissimi o poveri: non si tratta dunque di dare giudizi sulle persone, ma di indicare dati oggettivamente in contraddizione con il modo di vivere di Gesù, richiesto a chi fa riferimento al suo Nome. D’altra parte, è sempre valida l’osservazione di Yves Congar:

 

Si può beneficiare ordinariamente di privilegi senza arrivare a pensare che sono dovuti? O vivere in un certo lusso esteriore senza contrarre certe abitudini? E essere onorati, adulati, trattati in forme solenni e prestigiose, senza mettersi moralmente su un piedistallo? È possibile comandare e giudicare, ricevere uomini in atteggiamento di richiesta, pronti a complimentarci, senza prendere l’abitudine di non più veramente ascoltare? Si può trovare davanti a sé dei turiferari senza prendere un po’ il gusto dell’incenso?

 

E qual è il luogo migliore per apparire se non i pranzi e le cene con quelli che in questo mondo contano? Cene e ricevimenti che forniscono un autocompiacimento egocentrico, occasioni nelle quali risuonano grandi e altisonanti titoli onorifici, svolazzanti fasce colorate… Allora il titolo era “rabbi”, “maestro” (non ancora termine tecnico per indicare gli attuali rabbini); oggi ce ne sono molti di più, mediati dalla mondanità più banale: si pensi per esempio a “eccellenza”, titolo estraneo nella chiesa fino al secolo scorso e poi mutuato dal fascismo, che chiamava “eccellenza” i prefetti…

 

Dobbiamo dirlo: sovente siamo caduti nel ridicolo, e oggi molti leggono tante ostentazioni ecclesiastiche come vuote e controproducenti; ma la cecità è tale che tutto sembra continuare come nelle corti bizantine o rinascimentali, se si esclude qualche eccezione. E invece nella comunità cristiana ogni titolo deve significare ciò che viene realmente vissuto, non deve essere un orpello onorifico. Per questo Gesù avverte i suoi discepoli: “Ma voi non così, non fatevi chiamare ‘rabbi’, perché uno solo è il vostro Maestro (didáskalos) e voi siete tutti fratelli. E non chiamate ‘padre’ nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre (patér) vostro, quello nei cieli. E non fatevi chiamare ‘guide’, perché uno solo è la vostra Guida (katheghétes), il Cristo”. Il discepolo di Gesù è avvertito: rabbi e guida sono titoli che vanno applicati solo a lui, il Cristo di Dio, così come solo Dio va invocato quale Padre. Parole nette, chiare, alle quali però raramente si è rimasti fedeli, perché già nella chiesa antica si sono definiti padri quelli che hanno generato a Cristo nella fede fratelli e sorelle e sono stati chiamati maestri e guide quanti erano incaricati dell’insegnamento e del discernimento spirituale nella comunità cristiana.

 

 

Ciò che è decisivo in questo avvertimento di Gesù si trova alla fine del nostro brano: chi è più grande o chi è il primo della comunità cristiana – e ci deve essere chi è più grande, chi presiede i fratelli e le sorelle – sia servo di tutti, si abbassi e si spogli di ogni potere e arroganza, sull’esempio di Gesù, il Servo del Signore, e così sarà innalzato (cf. Fil 2,5-11). Altrimenti sarà abbassato, deposto dal trono, retrocesso nel banchetto celeste. A questo punto Gesù continua ad ammonire scribi e farisei fino alla fine di questo capitolo, pronunciando i sette “guai”, che non sono maledizioni ma avvertimenti, aspri richiami in vista della conversione, invettive e lamenti pronunciati da chi continua a sperare che i destinatari di queste parole possano fare ritorno a Dio. In ogni caso, dovremmo leggerli facendo memoria del commento di Girolamo: “Guai a noi, miserabili, che abbiamo ereditato i vizi degli uomini religiosi!”.


No ipocriti

 

Sì cristiani senza trucco (Mt 22,34)

 

XXXI Domenica A

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

makeup 2

 

23,1-12 Tre parole per non fare i “furbi” [1]

 

Il messaggio della Chiesa oggi si può riassumere in tre parole: l’invito, il dono e la “finta”“.

Un invito che, come si legge nel libro del profeta Isaia (1,10.16) riguarda proprio la conversione: “Prestate orecchio all’insegnamento del nostro Dio. Lavatevi, purificatevi!”, ovvero: “Ciò che voi avete dentro che non è buono, quello che è cattivo, quello che è sporco, deve essere purificato”.

[..] La sporcizia del cuore non si toglie come si toglie una macchia: andiamo in tintoria e usciamo puliti. Si toglie col “fare”. La conversione è fare una strada diversa, un’altra strada da quella del male.

Altra domanda: “E come faccio il bene?”. La risposta viene ancora dal profeta Isaia: “Cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova”. Per ognuno di noi significa: vai dove sono le piaghe dell’umanità, dove c’è tanto dolore; e così, facendo il bene, tu laverai il tuo cuore. Tu sarai purificato! Questo è l’invito del Signore. [..]

Se faremo questo quale sarà il dono del Signore? “Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve; se fossero rossi come porpora, diventeranno come la lana”.

Persino di fronte alla nostra paura o titubanza - “Ma, padre, io ho tanti peccati! Ne ho fatti tanti, tanti, tanti, tanti!” - il Signore ci conferma: “Se tu vieni per questa strada, nella quale io ti invito, anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve”.

La terza parola, la finta. Nel Vangelo di Matteo (23,1-12) Gesù parla degli scribi e dei farisei. Anche noi facciamo i furbi, da peccatori: sempre troviamo una strada che non è quella giusta, per sembrare più giusti di quello che siamo: è la strada dell’ipocrisia.

Gesù parla di quegli uomini cui piace vantarsi come giusti: i farisei, i dottori della legge, che dicono le cose giuste, ma che fanno il contrario. A questi “furbi” piacciono la vanità, l’orgoglio, il potere, il denaro. E sono ipocriti perché fanno finta di convertirsi, ma il loro cuore è una menzogna: sono bugiardi. Infatti il loro cuore non appartiene al Signore; appartiene al padre di tutte le menzogne, a satana. E questa è la “finta” della santità. È un atteggiamento contro il quale Gesù ha usato sempre parole molto chiare. Egli infatti preferiva mille volte i peccatori agli ipocriti. Almeno i peccatori dicevano la verità su loro stessi: “Allontanati da me Signore, che sono un peccatore!” (Lc 5,8). Così aveva fatto “Pietro, una volta. Un riconoscimento che invece non affiora mai sulla bocca degli ipocriti, i quali dicono: “Ti ringrazio Signore, perché non sono peccatore, perché sono giusto” (cf. Lc 18,11).

Ecco allora le tre parole su cui meditare: l’invito alla conversione; il dono che ci darà il Signore e cioè un perdono grande; e la “trappola”, cioè “fare finta” di convertirsi e prendere la strada dell’ipocrisia. Con queste tre parole nel cuore si può partecipare all’Eucaristia, la nostra azione di grazie”, nella quale si sente l’invito del Signore: “Vieni da me, mangiami. Io cambierò la tua vita. Fai la giustizia, fai il bene ma, per favore, guardati dal lievito dei farisei, dall’ipocrisia”.

 

23,4 Comunicare ciò che si è contemplato (EG 150)

 

Gesù si irritava di fronte a questi presunti maestri, molto esigenti con gli altri, che insegnavano la Parola di Dio, ma non si lasciavano illuminare da essa: “Legano fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito” (Mt 23,4). L’Apostolo Giacomo esortava: “Fratelli miei, non siate in molti a fare da maestri, sapendo che riceveremo un giudizio più severo” (Gc 3,1). Chiunque voglia predicare, prima dev’essere disposto a lasciarsi commuovere dalla Parola e a farla diventare carne nella sua esistenza concreta. In questo modo, la predicazione consisterà in quell’attività tanto intensa e feconda che è “comunicare agli altri ciò che uno ha contemplato” [2]. Per tutto questo, prima di pre¬parare concretamente quello che uno dirà nella predicazione, deve accettare di essere ferito per primo da quella Parola che ferirà gli altri, perché è una Parola viva ed efficace, che come una spada “penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12). Questo riveste un’importanza pastorale. Anche in questa epoca la gente preferisce ascoltare i testimoni: “ha sete di autenticità [...] reclama evangelizzatori che gli parlino di un Dio che essi conoscano e che sia a loro familiare, come se vedessero l’Invisibile” [3].

 

23,1-12 No ipocriti, Sì cristiani senza trucco [4]

 

Il cristiano truccato

La quaresima dunque ci invita ad aggiustare, a sistemare la nostra vita. È proprio questo che ci consente di avvicinarci al Signore. Egli è pronto a perdonare.

“Io ti cambio l’anima”: questo ci dice Gesù. E cosa ci chiede? Di avvicinarsi. Di avvicinarsi a lui. Lui è Padre; ci aspetta per perdonarci. E ci dà un consiglio: “Non siate come gli ipocriti” (Mt 23,1-12). Lo abbiamo letto nel vangelo: questo tipo di avvicinamento il Signore non lo vuole. Lui vuole un avvicinamento sincero, vero. Invece cosa fanno gli ipocriti? Si truccano. Si truccano da buoni. Fanno la faccia da immaginetta, pregano guardando al cielo, facendosi vedere, si sentono più giusti degli altri, disprezzano gli altri. E si vantano di essere buoni cattolici perché hanno conoscenze tra benefattori, vescovi e cardinali.

Questa è l’ipocrisia. E il Signore dice no, perché nessuno deve sentirsi giusto per suo giudizio personale. Tutti abbiamo bisogno di essere giustificati e l’unico che ci giustifica è Gesù Cristo. Per questo dobbiamo avvicinarci: per non essere cristiani truccati. Quando l’apparenza svanisce si vede la realtà e questi non sono cristiani.

 

I cristiani senza trucco

Ma qual è il segno che siamo sulla buona strada? Lo dice sempre la Scrittura: difendere l’oppresso, avere cura del prossimo, dell’ammalato, del povero, di chi ha bisogno, dell’ignorante. Questa è la pietra di paragone. Gli ipocriti non possono fare questo, perché sono tanto pieni di se stessi che sono ciechi per guardare agli altri. Ma quando uno cammina un po’ e si avvicina al Signore, la luce del Padre fa vedere queste cose e va ad aiutare i fratelli. E questo è il segno della conversione.

Certo questa non è tutta la conversione; perché essa è l’incontro con Gesù Cristo. Ma il segno che noi siamo con Gesù è proprio questo: curare i fratelli, i più poveri, gli ammalati come il Signore ci insegna nel vangelo.

Dunque la quaresima serve per cambiare la nostra vita, per aggiustare la vita, per avvicinarsi al Signore. Mentre l’ipocrisia è il segno che noi siamo lontani dal Signore. L’ipocrita si salva da se stesso, almeno così pensa; mentre il segno che ci siamo avvicinati al Signore con spirito di penitenza e di perdono è che noi ci prendiamo cura dei fratelli bisognosi. Il Signore ci dia a tutti luce e coraggio: luce per conoscere cosa succede dentro di noi e coraggio per convertirci, per avvicinarci al Signore. È bello essere vicini al Signore.

 

23,4-7.13.23 La condanna dell’ipocrisia [5]

 

Con l’aggettivo “ipocriti”, Gesù condanna i ministri che adulterano in modo sofisticato la purezza della casa di Dio. A loro rinfaccerà che “legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filatteri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbi” dalla gente” (Mt 23,4-7). Dirà loro chiaramente che sono strumento di conflitto tra il popolo e Dio: “Chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare” (Mt 23,13), “pagate la decima sulla menta, sull’aneto e sul cumino, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà” (Mt 23,23).

 

 

 

NOTE

 

[1] Meditazione, 3 marzo 2015.

[2] San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 188, art. 6.

[3] Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi (8 dicembre 1975), 76: AAS 68 (1976), 68.

[4] Meditazione, 18 marzo 2014.

[5] Il tempio nella vita del cristiano, in J. M. BERGOGLIO, Impegno, (= Le parole di papa Francesco, 12), Corriere della Sera, Milano 2015, 171-8


 

XXXI Domenica Tempo Ordinario A

 

a cura di Franco Galeone *

 

 

 

L’ipocrisia: un virus antico e sempre in agguato

 

1. Il brano evangelico di oggi si ferma prima che Gesù inizi la sua invettiva: Guai a voi, scribi e farisei ipocriti! (vv. 13-29). La tensione, creatasi tra Gesù e i capi del popolo, diventa sempre più violenta; le invettive sono tanto gravi che suscitano stupore; è come se Gesù appartenesse ad un altro popolo, nemico, e parlasse una lingua straniera. Leggendo meglio, però, si comprende che le invettive e le minacce di Gesù sono come quelle scenate di casa, scenate di una grande famiglia come quella ebraica, litigiosa certo, ma in fondo tenacemente unita. Guai a fraintendere quei momenti di collera familiare, e dimenticare che anch’essi derivano dall’Amore, proprio come dall’Amore derivano anche la Legge e i Profeti. Gesù amava la sua gente. Le sue sferzate mirano non al ripudio e al rifiuto, ma alla comprensione e alla conversione. In Gesù fremeva un amore infinito, che lo faceva soffrire della cattiveria degli altri, e dei suoi in particolare. Insomma, Matteo non polemizza contro il popolo ebraico, ma ricorda ai maestri seduti sulla cattedra la necessità della coerenza tra annuncio di fede e vita di ogni giorno.

 

2. Malachia e Matteo lanciano invettive gravissime. Malachia rimprovera apertamente i sacerdoti, perché sono ipocriti; le sue parole sono persino brutali: Spanderò sulla vostra faccia gli escrementi (2,3). Mai trovato minacce così umilianti! Davvero l’ipocrisia ripugna tanto a Dio! Ricordiamole queste parole: anch’esse fanno parte dei Libri Santi! Matteo per ben sette volte riporta il Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, con la chiusura terribile: Serpenti, razze di vipere (v.33). Queste invettive di Gesù sono le più forti nel Nuovo Testamento. Sembrano rimproveri rivolti solo ai sacerdoti, ma a ben riflettere riguardano anche noi. Gesù non invita il popolo alla disubbidienza, non mette in discussione l’autorità degli scribi e dei farisei, non demonizza tutto il popolo ebraico. Quello che Gesù rimprovera è l’ipocrisia. E questa è un vizio non solo clericale ma anche laicale, non solo ebraico ma anche cristiano!

 

3. Da alcuni si sostiene che l’ipocrisia si incontra più tra i cristiani che gli altri, molto più tra i religiosi che i laici. È vero? Difficile rispondere; forse è vero, per il fatto che l’ideale cristiano è molto elevato, e non riuscendo a viverlo in pienezza, facilmente noi cristiani scendiamo a compromessi. Ma l’ipocrisia è una tentazione comune, tocca sacerdoti e laici, individui e famiglie, credenti e atei. Gesù vuole denunciare le deformazioni, le maschere che i credenti possono portare sul viso. Tutti! Più che colpire i farisei, Gesù vuole colpire il fariseismo. Le parole di Gesù non vanno scaraventate sulla faccia del vicino, del nostro parroco, degli altri insomma. Quando noi le sentiamo, siamo subito tentati di applicarle agli altri e invece vanno applicate anzitutto e soprattutto a noi, a ciascuno di noi. È sul nostro viso che devono lasciare il segno! È quell’ipocrita, nascosto nel nostro profondo, che va stanato!

 

4. Il Vangelo rivela all’uomo il suo vero atteggiamento: il Vangelo è uno specchio (Gc 1,23), in cui ognuno è rivelato e denunziato; ma noi generalmente ci indigniamo della cattiveria altrui. Proprio come nella favola delle due bisacce raccontata da Fedro! Proprio come Pietro, che, quando gli fu predetto il suo tradimento, pensava a quello degli altri e non al suo (Mt 26,34). Proprio come il profeta Natan quando rimproverò Davide re: Sei tu quell’uomo! (2Sam 12,7). Tu, non un altro!

Non chiamate nessuno Maestro, Padre …

 

5. Questo comando di Gesù sembra che nella Chiesa sia sempre stato violato. Quanti ecclesiastici si fanno chiamare maestro, monsignore, padre, rettor magnifico, reverendo, eccellenza, eminenza, santità… Tutti questi titoli spesso non facilitano una comunicazione diretta, fraterna. Gesù, sia ben chiaro, non propone semplicemente di abolire i titoli o di inventarne di nuovi; se bastasse questo, sarebbe una nuova forma di ipocrisia. L’apostolo Paolo, per esempio, anche lui a volte si farà chiamare padre, senza per questo andare contro il Vangelo. Il vero senso delle parole di Gesù è nelle parole finali del brano ascoltato: Il più grande tra voi sia il vostro servo. A questa condizione di servizio, lascia capire Gesù, ogni titolo può ancora restare, perché ha riacquistato il suo giusto significato. Il potere deve trasformarsi in servizio. Se avviene questo, sono superate tre tentazioni: a) quella del clericalismo, che serve più la Chiesa nelle sue strutture che il Cristo nell’umanità; b) quella del trionfalismo, che esercita il proprio servizio con orgogliosa autosufficienza; c) quella del paternalismo, che con il pretesto del servizio, invade la vita e la coscienza degli altri.

La vera Chiesa? Dove si ama di più!

 

6. Il brano del Vangelo di Matteo fu scritto per la prima comunità cristiana, nella quale riemergevano i bisogni di distinzione, gli appetiti di dominio, e Matteo ricorda le parole di Gesù contro i farisei di ieri e quelli di oggi. Le parole del Vangelo, quindi, ci chiamano tutti in causa: la Chiesa in alto come gerarchia, e la Chiesa in basso come popolo di Dio. Quando noi, sconsolati, parliamo di scristianizzazione del mondo, dobbiamo interrogarci se abbiamo osservato le indicazioni del Vangelo. La parola di Dio non può essere pronunciata da chiunque e da qualunque cattedra; essa passa attraverso la testimonianza vissuta. Oggi non crediamo più ai maestri ma solo ai testimoni! Paolo, per esempio, nei suoi viaggi pastorali, non si presentava come predicatore di professione, non come maestro o padre o monsignore, ma come uomo tra gli uomini, preoccupandosi addirittura di non essere di peso a nessuno, lavorando con le sue mani per vivere. Sì, Paolo fu un prete-operaio ante litteram! Non ci dovremmo stupire se coloro che si chiamano successori degli apostoli vivano come gli altri, con il lavoro delle loro mani. Dovrebbe essere normale, come lo fu per Gesù, uomo tra gli uomini, senza distinzioni sacerdotali, in costante polemica contro quanti cercavano i primi posti, i pubblici inchini, i turiboli fumiganti!

 

7. Se la nostra comunità cristiana dev’essere fraterna, allora quante sovrastrutture devono cadere. Non è accaduto: l’Annuario Pontificio contempla ancora tutta una serie di privilegi, di titoli, di lustrini, delizia e tormento di quanti spasimano fare carriera. Dobbiamo essere predicatori di fraternità, non solo nello spirito invisibile, ma anche nella storia visibile; senza questa coerenza, il nostro rapporto con il mondo è ipocrisia, e la storia della Chiesa si confonde con la storia delle classi dominanti. Oggi, firmare i documenti con il bel titolo di servus servorum Dei non basta più; occorre esserlo davvero agli occhi dei popoli, altrimenti questi continueranno a immaginare la massima autorità della Chiesa ancora come the king of kings. Nella società civile, almeno formalmente sono stati compiuti grandi progressi in questa direzione Invece all’interno della Chiesa sopravvivono. La vera Chiesa? Quella dove c’è più verità? No, quella dove ci si ama di più! Buona vita!

 

 

* Gruppo biblico ebraico-cristiano


 

 

Chi sta con Gesù è  Felice!

 

di Amedeo Lomonaco

 

I Santi “non sono modellini perfetti ma persone attraversate da Dio” che hanno accolto la luce del Signore “nel loro cuore e l’hanno trasmessa al mondo”. E’ quanto ha affermato Papa Francesco all’Angelus, nella solennità di Tutti i Santi, esprimendo anche dolore per gli attacchi terroristici in Somalia, in Afghanistan e a New York. “Chi sta con Gesù - ha aggiunto il Santo Padre - è beato, è felice”.

“La felicità non sta nell’avere qualcosa o nel diventare qualcuno, no, la felicità vera è stare col Signore e vivere per amore”.

Le beatitudini sono ingredienti per la felicità

Le beatitudini - ha aggiunto Francesco - sono “ingredienti” per una vita felice”:

“Sono beati i semplici, gli umili che fanno posto a Dio, che sanno piangere per gli altri e per i propri sbagli, restano miti, lottano per la giustizia, sono misericordiosi verso tutti, custodiscono la purezza del cuore, operano sempre per la pace e rimangono nella gioia, non odiano e, anche quando soffrono, rispondono al male con il bene”.

I santi seguono sempre Gesù

E le beatitudini - ha sottolineato il Papa - “non richiedono gesti eclatanti, non sono per superuomini, ma per chi vive le prove e le fatiche di ogni giorno”:

“Così sono i santi: respirano come tutti l’aria inquinata dal male che c’è nel mondo, ma nel cammino non perdono mai di vista il tracciato di Gesù, quello indicato nelle beatitudini, che sono come la mappa della vita cristiana”.

I poveri in spirito non vivono per successo, potere e denaro

“Oggi – ha spiegato il Papa - è la festa di quelli che hanno raggiunto la meta indicata da questa mappa: non solo i santi del calendario, ma tanti fratelli e sorelle ‘della porta accanto’, che magari abbiamo incontrato e conosciuto”. Ed è “una festa di famiglia, di tante persone semplici e nascoste che in realtà aiutano Dio a mandare avanti il mondo”. Chi sono – ha chiesto poi il Papa – i poveri in spirito?

“Che non vivono per il successo, il potere e il denaro; sanno che chi accumula tesori per sé non arricchisce davanti a Dio (cfr Lc 12,21). Credono invece che il Signore è il tesoro della vita, l’amore al prossimo l’unica vera fonte di guadagno. A volte siamo scontenti per qualcosa che ci manca o preoccupati se non siamo considerati come vorremmo; ricordiamoci che non sta qui la nostra beatitudine, ma nel Signore e nell’amore: solo con Lui, solo amando si vive da beati”.

Preghiera per i defunti

Il Santo Padre ha ricordato infine che “domani saremo chiamati ad accompagnare con la preghiera i nostri defunti, perché godano per sempre del Signore”. “Ricordiamo con gratitudine – ha detto - i nostri cari e preghiamo per loro”. Dopo l’Angelus, il Papa ha anche rivolto un saluto speciale ai partecipanti alla Corsa dei Santi, promossa dalla Fondazione “Don Bosco nel mondo” per offrire "una dimensione di festa popolare alla celebrazione religiosa di Tutti i Santi”. E ha anche ricordato che domani pomeriggio si recherà al Cimitero americano di Nettuno e poi alle Fosse Ardeatine: “chiedo di accompagnarmi con la preghiera – ha detto il Papa - in queste due tappe di memoria e di suffragio per le vittime della guerra e della violenza”.


GODIAMOCI LA VENTATA RINNOVATRICE DI QUESTO PAPA

 

 

C’è chi pensa già alla successione. Ma abbiamo appena cominciato ad assaporare i frutti di questo straordinario pontificato

Mi ha preso il magone quando, la settimana scorsa, aprendo un settimanale ho letto uno dei tanti titoli: “E dopo Francesco? Ecco i tre candidati”. Con sottotitolo: “In Vaticano già si pensa alla successione”.

Che ci sia qualcuno che già pensa alla fine di questo Papato credo faccia male a tutti e, spero, soprattutto al giornalista, dalla pensata idiota e antipaticamente anticipata.

Abbiamo appena cominciato ad assaporare, giorno dopo giorno, questo miracolo e questo regalo che ci ha fatto il Padreterno, in un momento così delicato per il mondo e per la chiesa, e già gli uccellacci del malaugurio svolazzano, pesanti e sinistri, tra le pagine della stampa.

Mi rifiuto di pensare e di presagire sui Papi di domani, quali saranno i più o meno degni di salire “sul trono”. È mai possibile che la nostra vita quotidiana non possa godere delle poche gioie che ha già e abbia voglia di imbrattarle?

Ci sono certi difetti nella cultura della comunicazione, così strampalati da obbligarci (anch’io purtroppo faccio parte di questo mondo) a disprezzarla e ad evitarla, con tristezza. A noi lettori pare, non sempre con ragione, che ogni piccolo segno negativo possa ingigantire in un attimo, ed ogni piccolo segno negativo possa ingigantire in un attimo e ogni segno positivo invece venga, con altrettanta esagerazione, male interpretato e sottovalutato.

Vale sempre l’idea che le disgrazie portano più utenti, più acquirenti e quindi più “soldi”? Per fortuna anche dentro questi mezzi crescono palesi contraddizioni che ci permettono di non perdere totalmente la speranza e l’ottimismo.

Infatti lo stesso editore che lanciava questo lugubre titolo, il medesimo giorno riportava la recensione di Eugenio Scalfari ad un libro di Monsignor Vincenzo Paglia, e finiva così: “Aggiungo da parte mia: per i non credenti è un incontro con i valori laici della libertà, dell’eguaglianza e della fraternità”.

Godiamoceli i valori che nessun’altro Pontefice ci ha fatto assaporare, senza perdere tempo a manipolare “pendolini” stregati. E, anche se valgo meno di certi personaggi, permettetemi di augurare lunga vita a questo Francesco capace, come pochi, di farci intuire un cristianesimo diverso e una gerarchia commisurata sul “servizio” e non sul potere.

 

Don Antonio Mazzi


 

Theaster Gates, Soul Food, performance e progetto a lungo termine

 

Il progetto di Theaster Gates nasce dalla consapevolezza del degrado della sua città, Chicago. Non avendo ricevuto aiuto dalle istituzioni si è rivolto ai cittadini innescando così un circolo virtuoso che sta contagiando altre città americane. Dal crollo del sistema immobiliare americano con la bolla economica dei mutui, che ha innescato la crisi che tutt’ora stiamo affrontando, le periferie americane si sono svuotate lasciando spazio al degrado.

 

Si sono moltiplicati gli edifici messi in vendita, che hanno seguito più o meno lo stesso iter: messa in vendita, nessun acquirente, abbandono della manutenzione dell’immobile e suo lento declino.

 

Questo è stato il punto di partenza per non cedere al lento disfacimento del tessuto sociale delle periferie americane. Così, Theaster scelse il primo edificio che è stato lentamente restaurato, lasciandolo volutamente “non finito”. In questo edificio sono state ospitate mostre, concerti, e lunghe tavolate del “Soul Food”.

 

I “Soul Food” sono pasti di incontro della comunità afroamericana, la più numerosa e anche la meno visibile delle periferie americane: durante questi pasti si condividono la musica delle proprie radici e le proprie culture di appartenenza mangiando assieme. Per Gates il pasto assume la caratteristica di luogo di incontro e socializzazione del quartiere. Da questi pasti nascono ulteriori progetti che aggregano nuovi abitanti che si mettono in gioco per aiutare il quartiere a ricostruire il suo tessuto di socialità.

 

Coloro che dovevano agire e partecipare (le istituzioni) sono assenti, al loro posto i cittadini riprendono in mano la possibilità di migliorare la qualità di vita dei loro quartieri: una rivincita da parte di coloro che sono scartati, perché non vivono nei quartieri alla moda, senza rabbia, ma con la voglia di impegnarsi per un territorio più vivo.

 

Il successo di questa attività ha permesso di restaurare e attivare nuove case dedicate all’arte e alla socializzazione, fino ad arrivare a recuperare l’edificio di una banca (l’emblema della crisi) per trasformarlo nella “Stony Island Arts Bank”, una banca d’arte. Questo edificio ospita una biblioteca nata dai libri doppi scartati dalla biblioteca comunale e da altri archivi cittadini. Il recupero passa anche attraverso il riuso degli scarti.

 

 

Il vangelo di questa domenica, affiancato al lavoro di Theaster Gates sul territorio, ci invita a riflettere sull’impegno che possiamo assumere come “invitati”: proprio in quanto invitati, non possiamo addurre scuse per non impegnarci, ma siamo chiamati a darci da fare, partendo dal nostro vicino, per costruire insieme il Regno ed entrarci insieme.


Il Figlio inviato nella vigna

8 ottobre 2017

XXVII domenica del tempo Ordinario

Commento al Vangelo

di ENZO BIANCHI

 

 

Mt 21,33-43

 

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: 33 ascoltate un'altra parabola: c'era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. 34 Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. 35 Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. 36 Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. 37 Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: «Avranno rispetto per mio figlio!». 38 Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: «Costui è l'erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!». 39 Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. 40 Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». 41 Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».

42 E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:

La pietra che i costruttori hanno scartato

è diventata la pietra d'angolo;

questo è stato fatto dal Signore

ed è una meraviglia ai nostri occhi?

43 Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti.

 

Dopo essere entrato nella città santa di Gerusalemme in mezzo ad acclamazioni (cf. Mt 21,1-11) e aver compiuto il gesto della cacciata dei commercianti dal tempio (cf. Mt 21,12-17), Gesù torna nel tempio per annunciare con parabole la venuta del regno dei cieli. Oggi ascoltiamo la seconda di queste parabole, in realtà un’allegoria, indirizzata a quei sacerdoti e anziani del popolo che erano venuti a contestare Gesù interrogandolo sulla sua autorità, sull’origine della sua missione (cf. Mt 21,23-27). Ancora una volta Gesù ripete l’invito: “Ascoltate!”, ridice questo comando tante volte gridato da Mosè e dai profeti. Si tratta di smettere di sentire soltanto, per imparare ad ascoltare con attenzione una parola che viene dal Signore, ad accogliere nel cuore questa parola al fine di operare un mutamento e realizzare ciò che il Signore chiede a chi è e vuole essere in alleanza con lui.

 

Eccoci allora di fronte a un’altra parabola che evoca una vigna, come già quella ascoltata domenica scorsa (cf. Mt 21,28-32). Nel Mediterraneo la vigna è la coltivazione per eccellenza, che comporta anni di lavoro, richiede cura e amore, esige un rapporto stabile e pieno di attenzione verso di essa da parte del vignaiolo. Basta pensare che la vigna è un impianto stabile, occupa il terreno per generazioni, non è come un prato o un campo che annualmente possono essere destinati ad altre coltivazioni. Proprio questo legame duraturo, questa vera e propria alleanza tra la vigna e il vignaiolo, generano un amore profondo ed appassionato da parte di chi lavora per la “sua“ vigna. Sono queste le ragioni per cui già i profeti avevano intravisto nell’amore tra vignaiolo e vigna una narrazione dell’amore tra Dio e il suo popolo ed erano ricorsi all’immagine della vigna per esprimere il rapporto di alleanza: una storia tormentata ma piena di amore tra il Signore e la sua proprietà, il suo tesoro (segullah: cf. Es 19,5; Dt 7,6, ecc.). Isaia, in particolare, aveva cantato “il canto di amore dell’amante per la sua vigna“ (Is 5,1; cf. vv. 1-7), raccontando di un vignaiolo che aveva vangato la terra, l’aveva liberata dai sassi e vi aveva piantato ceppi scelti di vite. L’aveva addirittura ornata con una torre in cui aveva posto un tino. Avendole dedicato tanta cura, si aspettava da essa uva buona e bella, invece quella vigna si era inselvatichita producendo grappoli di uva immangiabile.

 

Questa immagine era ben conosciuta da Gesù e dai suoi ascoltatori, perciò, non appena Gesù inizia la parabola dicendo che “un padrone aveva piantato una vigna“, i presenti capiscono subito di cosa si tratta: è una storia su Dio e su Israele, sua vigna. Questo canto che esprime la speranza di Dio e, nel contempo, l’incapacità del popolo di comprendere il suo amore, dunque un canto di accusa verso Israele, è stato conservato e tramandato proprio da Israele. Il popolo dell’antica alleanza non ha espunto dalle Scritture i rimproveri e i giudizi di Dio nei suoi confronti: questo va tenuto presente da noi quando leggiamo questa parabola e, facilmente, siamo tentati di puntare il dito contro questo popolo, fino a gloriarci di essere noi il popolo del Signore al quale è stata data la vigna tolta ad altri. Stiamo attenti, perché questa parabola che Matteo colloca nel vangelo indirizzato ai cristiani riguarda certamente i capi religiosi di Israele, ma riguarda anche i capi che sono nella chiesa e riguarda pure noi!

 

Ebbene, questo proprietario della vigna, che l’ha piantata e l’ha dotata di tutto il necessario perché fruttifichi, la affida a dei contadini perché la lavorino in sua assenza: la vigna continua a essere sua proprietà, ma è affidata ad altri uomini in tutto il tempo della presa di distanza e dell’allontanamento da essa da parte del Signore. Giunge però l’ora della vendemmia, un giorno preciso in cui le uve sono mature, all’inizio dell’autunno, e allora il padrone manda alcuni suoi servi dai vignaioli per ritirare il raccolto con cui produrre il vino. Perché il raccolto resta suo, come la vigna è sua! Ma nel frattempo è sorta in quei vignaioli la tentazione di essere loro i padroni della vigna, perché il padrone ha tardato molto tempo prima di ritornare. Questa è la tentazione di chi è stato posto dal Signore come primo, come più grande, come lavoratore nella sua vigna: spadroneggiare sulla vigna, pensarla come proprietà personale, sostituendosi a colui che deve invece solo rappresentare nel servizio. Così quei vignaioli, all’arrivo dei servi inviati dal padrone, reagiscono con un rifiuto violento. Colpiscono alcuni e ne uccidono e lapidano altri, per farli scomparire. Il Signore però pazienta, continua ad aspettare il frutto della vigna e invia altri servi, in numero più grande di quanto fatto nella prima missione. Ma anche questi vengono trattati allo stesso modo, subendo rifiuto e rigetto.

 

Il Signore dunque nella sua makrothymía (sentire in grande, pazienza) fa un ultimo tentativo. Siccome spera ancora, decide di inviare suo figlio, che ha più autorità dei servi. La sua speranza profonda è che, vedendo il suo figlio amato, i vignaioli sentano di avere di fronte a sé il signore stesso e dunque, portando rispetto a lui, gli consegnino il frutto della sua vigna. Ingenuità di questo padrone? No, da parte sua c’è la volontà di restare in alleanza con i vignaioli a cui ha affidato la vigna. Cosa avviene invece? Quei vignaioli, “al vedere il figlio”, aumentano ancora di più il desiderio di essere padroni, di avere potere sulla vigna, perciò dicono tra sé: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra!”. Innanzitutto escludono il figlio dalla sua vigna, prendendolo e gettandolo fuori, poi lo uccidono; prima lo portano “fuori”, fuori dalla vigna, fuori dalla città (cf. Lc 4,29; Mc 15,20; Mt 27,31; At 7,58), poi lo eliminano.

 

Gesù racconta questa allegoria alla vigilia della sua passione, la racconta proprio per quelli che la metteranno in pratica contro di lui, fino a rigettarlo fuori dalla città e a crocifiggerlo. Così Matteo ci mostra che Gesù ha coscienza di essere il Figlio inviato dal Padre nella vigna di Israele, sa ciò che lo attende come fine (télos) della sua missione in questo mondo e non si sottrae a questa necessitas humana inscritta nella storia: in un mondo ingiusto, il giusto può solo essere rigettato fino a essere eliminato! Gesù sa che il Padre non l’ha mandato nel mondo perché subisca la morte violenta; sa che il Padre, come il padrone della vigna, lo ha inviato perché sperava, perché spera di essere accolto. E anche se questa è la fine dolorosa che lo attende, Gesù sa che l’ultima parola spetta comunque al Padre. Conoscendo le sante Scritture e pregandole, sa infatti che – come sta scritto – la pietra che proprio i costruttori (questo è il termine con cui si chiamavano i capi religiosi del tempio) avrebbero scartato, messo fuori dalla costruzione, Dio l’avrebbe scelta e posta come testata d’angolo, facendo poggiare su di essa tutta la costruzione. Gesù crede, aderisce a questo piano di Dio profetizzato e cantato nel salmo 118.

 

Questa parabola risuona certamente come un giudizio di Dio: non però sul popolo d’Israele, ma su quei capi del popolo che hanno rigettato e condannato Gesù. Matteo, infatti, registra subito la loro reazione: cercano di catturarlo ma hanno paura della folla, per questo decidono di rimandare di qualche giorno il loro piano, attendendo una situazione più propizia (nella notte e nel Getsemani, dove non ci sarà la folla dei suoi seguaci; cf. Mt 26,47-56). Hanno infatti compreso che quella parabola individua proprio in loro i vignaioli omicidi. Ma la parabola dice che questo sarà pure il giudizio sulla chiesa, soprattutto sui suoi capi. La vigna è stata tolta a quei capi di Israele e data una nuova collettività umana (éthnos): la comunità dei poveri nello spirito, dei miti che, secondo la promessa del Signore, erediteranno la terra (cf. Mt 5,5; Sal 37,11), a quel popolo umile e povero costituito erede per sempre dal Signore (cf. Sof 3,12-13; Is 60,21; Ger 30,3).

 

 

Certo, al suo interno ci saranno ancora dei pastori, dei capi, dei primi, ma stiano attenti a non essere come i vignaioli della parabola. La loro tentazione, infatti, è quella di occupare tutto lo spazio ecclesiale, assolutizzando i loro progetti e chiedendo obbedienza a sé; la loro tentazione è quella di sostituirsi al Signore, magari con il semplice stare al centro, sentendosi non servi dei servi, ma padroni. Anche nella chiesa può accadere come nella parabola. E, se anche in essa non si manifesta la violenza fisica (come però è purtroppo avvenuto in altre epoche storiche!), oggi magari si pratica la violenza del non ascolto, del rifiuto, dell’emarginazione, della calunnia, del disprezzo, della manipolazione, dell’abuso psicologico. Queste le tentazioni dei vignaioli perfidi, ma anche, qui e ora, di chiunque nello spazio ecclesiale, nella vigna, esercita l’autorità. Non si scarichi dunque l’accusa di questa parabola su Israele, ma si pensi a noi, oggi, nelle vigne delle chiese.

Il dramma di oggi:

 

parola imprigionata

 

e liberata

 

Domenica XXVII del tempo ordinario A

 

Papa Francesco

 

A cura di Gianfranco Venturi

 

27A

21,33-43.45 La parola imprigionata [1]

 

Il dramma di alcuni capi

Vangelo di Matteo (21,33-43.45) presenta questa parabola che lo stesso Gesù dice alla gente e ai farisei, ai sacerdoti, agli anziani del popolo per far capire dove sono caduti. Siamo davanti al dramma non del popolo ma di alcuni capi del popolo, di alcuni sacerdoti di quel tempo, dei dottori della legge, degli anziani che non erano con il cuore aperto alla parola di Dio. Infatti essi sentivano Gesù ma invece di vedere in lui la promessa di Dio, o invece di riconoscerlo come un grande profeta, avevano paura. In fondo è lo stesso sentimento di Erode. Anche loro dicevano: “Quest’uomo è un rivoluzionario, fermiamolo in tempo, dobbiamo fermarlo!”. Per questo cercavano di catturarlo, cercavano di metterlo alla prova, perché cadesse e potesserlo catturare: è la persecuzione contro Gesù. Ma perché questa persecuzione? Perché questa gente non era aperta alla parola di Dio, erano chiusi nel loro egoismo. È proprio in questo contesto che Gesù racconta questa parabola

Dio ha dato in eredità un terreno con una vigna che ha fatto con le sue mani. Si legge infatti nel Vangelo che il padrone “piantò una vigna, la circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre”. Sono tutte cose che ha fatto lui, con tanto amore. E poi ha dato la vigna in affitto a dei contadini. Esattamente quello che Dio ha fatto con noi: ci ha dato la vita in affitto e con essa la promessa che sarebbe venuto a salvarci. Invece questa gente ha visto un bel negozio qui, un bell’affare: la vigna è bella, prendiamola, è nostra! E così quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, sono andati i servi di questo signore a ritirare il raccolto. Ma i contadini, che già si erano impadroniti della vigna, hanno detto: no, cacciamoli via, questo è nostro!

 

La parola imprigionata

La parabola di Gesù racconta precisamente il dramma di questa gente, ma anche il dramma nostro. Quelle persone infatti si sono impadronite della parola di Dio. E la parola di Dio diventa parola loro. Una parola secondo il loro interesse, le loro ideologie, le loro teologie, al loro servizio. A tal punto che ognuno la interpreta secondo la propria volontà, secondo il proprio interesse. E uccidono per conservare questo. È quanto è successo anche a Gesù, perché i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro quando avevano sentito questa parabola e così “cercarono di catturarlo e farlo morire”. Ma in questo modo la parola di Dio diventa morta, diventa imprigionata. E lo Spirito Santo è ingabbiato nei desideri di ognuno di loro. Lo stesso succede a noi, quando non siamo aperti alla novità della parola di Dio, quando non siamo obbedienti alla parola di Dio. Ma disobbedire alla parola di Dio è come voler affermare che questa parola non è più di Dio: adesso è nostra!

Come la parola di Dio è morta nel cuore di questa gente, può anche morire nel nostro cuore. Eppure la parola non finisce perché è viva nel cuore dei semplici, degli umili, del popolo di Dio. Infatti quanti cercavano di catturare Gesù ebbero paura del popolo che lo considerava un profeta. Era la folla semplice, che andava dietro Gesù perché quello che Gesù diceva faceva bene e scaldava il cuore. Questa gente non usava la parola di Dio per il proprio interesse ma semplicemente sentiva e cercava di essere un po’ più buona”.

 

La parola liberata

Cosa noi possiamo fare per non uccidere la parola di Dio, per non impadronirci di questa parola, per essere docili, per non ingabbiare lo Spirito Santo?

Due semplici strade: quella dell’umiltà e quella della preghiera.

Non era certo umile questa gente che non accettava la parola di Dio ma diceva: sì, la parola di Dio è questa, ma la interpreto secondo il mio interesse! Con questo modo di fare erano superbi, erano sufficienti, erano i “dottori” fra virgolette: persone che credevano di avere tutto il potere per cambiare il significato della parola di Dio. Invece soltanto gli umili hanno il cuore disposto per ricevere la parola di Dio. Ma bisogna precisare che c’erano anche buoni e umili sacerdoti, umili farisei che avevano ricevuto bene la parola di Dio: per esempio i Vangeli ci parlano di Nicodemo. Dunque il primo atteggiamento per ascoltare la parola di Dio è l’umiltà, perché senza umiltà non si può ricevere la parola di Dio.

E il secondo è la preghiera. Le persone di cui parla la parabola infatti non pregavano, non avevano bisogno di pregare: si sentivano sicuri, si sentivano forti, si sentivano dei.

Dunque con l’umiltà e la preghiera andiamo avanti per ascoltare la parola di Dio e obbedirle nella Chiesa. E così non succederà a noi ciò che è accaduto a questa gente: non uccideremo per difendere quella parola che noi crediamo essere la parola di Dio, ma che invece è divenuta una parola totalmente alterata da noi”.

Chiediamo al Signore la grazia dell’umiltà, di guardare Gesù come il Salvatore che ci parla: parla a me! Ognuno di noi deve dire: parla a me! Quando leggiamo il Vangelo: parla a me! Apriamo il cuore allo Spirito Santo che dà forza a questa parola e preghiamo, preghiamo tanto perché noi abbiamo la docilità di ricevere questa parola e obbedirle.

 

21,33-42 I padri di famiglia nel vangelo [2]

 

Nelle parabole evangeliche, i padri di famiglia sono caratterizzati in questo modo: coloro che sanno sintetizzare il nuovo e il vecchio (Mt 13,52); un’altra immagine del padre è quella di colui che non esita a sacrificare il suo stesso figlio - ricordate la parabola dei vignaioli? (Mt 21,33-42) - perché l’eredità inalienabile, quasi come l’olio delle dieci vergini, sia feconda e dia molto pane al popolo che la rispetti e non la pretenda per sé. Un altro padre è quello che non smette mai di vedere nel germoglio di grano, pur indebolito dalla troppa zizzania, la speranza della crescita (Mt 13,24-30), e per questo lo aspetta in strada, come racconta Luca nella sua parabola sulla misericordia, perché sa che Dio è Padre anche di coloro che arrivano all’undicesima ora (Mt 20,1-16).

 

21,42 Gli scarti divenuti pietra d’angolo [3]

 

Dai poveri e dagli anziani si inizia a cambiare la società. Gesù dice di sé stesso: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo” (Mt 21,42). Anche i poveri sono in qualche modo “pietra d’angolo” per la costruzione della società. Oggi purtroppo un’economia speculativa li rende sempre più poveri, privandoli dell’essenziale, come la casa e il lavoro. È inaccettabile! Chi vive la solidarietà non lo accetta e agisce. E questa parola “solidarietà” tanti vogliono toglierla dal dizionario, perché a una certa cultura sembra una parolaccia. No! È una parola cristiana, la solidarietà! E per questo siete famiglia dei senza casa, amici delle persone con disabilità, che esprimono - se amati - tanta umanità. Vedo qui inoltre molti “nuovi europei”, migranti giunti dopo viaggi dolorosi e rischiosi. La Comunità li accoglie con premura e mostra che lo straniero è un nostro fratello da conoscere e da aiutare. E questo ci ringiovanisce.

 

21,33-44 Una Chiesa in stato di vedovanza [4]

 

Saluto cordialmente la Delegazione e ringrazio per essere venuti dalla Nigeria con spirito di pellegrinaggio. Per me è una consolazione questo incontro, perché sono molto triste per la vicenda della Chiesa in Ahiara.

La Chiesa, infatti - e mi scuso per la parola -, è come in stato di vedovanza per aver impedito al Vescovo di andarvi. Tante volte mi è venuta in mente la parabola dei vignaioli assassini, di cui parla il Vangelo (cfr Mt 21,33-44), i quali vogliono appropriarsi dell'eredità. In questa situazione la Diocesi di Ahiara è come senza sposo, ha perso la sua fecondità e non può dare frutto.

 

 

NOTE

 

1 Omelia, 21 marzo 2014.

2 Discorso di apertura alla congregazione provinciale, San Miguel, Buenos Aires, 8 febbraio 1978, in Papa Francesco – Jorge Maria Bergoglio, Pastorale sociale, Jaca Book – Comunità Sant’Egidio, Milano 2015, 251-262.

3 Visita alla comunità di Sant’Egidio, Basilica di Santa Maria in Trastevere, 15 giugno 2014.

 

4 Parole ai membri della delegazione della diocesi di Ahiara (Nigeria), 8 giugno 2017.


XXVI domenica del tempo Ordinario

Commento al Vangelo

di ENZO BIANCHI

 

 

Mt 21,28-32

 

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: 28 «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: «Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna». 29 Ed egli rispose: «Non ne ho voglia». Ma poi si pentì e vi andò. 30 Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: «Sì, signore». Ma non vi andò. 31 Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. 32 Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

 

Gesù ha terminato il suo viaggio verso Gerusalemme, la città santa in cui è entrato acclamato quale Messia, figlio di David, dai discepoli che lo accompagnavano e dalle folle; ha cacciato dal tempio quanti impedivano che fosse una casa di preghiera e ha simbolicamente seccato l’albero di fico che non dava frutti (cf. Mt 21,1-22) Queste azioni causano una profonda indignazione da parte delle autorità religiose legittime ma perverse, “sacerdoti e anziani“, che intervengono pubblicamente chiedendo a Gesù con quale autorità compia quei gesti provocatori. Ma Gesù non risponde, anzi pone loro una domanda riguardo alla missione di Giovanni il Battista: missione voluta da Dio o missione che Giovanni aveva inventato per sé?

 

Questo interrogativo non riceve però una risposta (cf. Mt 21,23-27), e allora Gesù indirizza loro tre parabole: quella dei due figli, quella dei vignaioli assassini e quella degli invitati al banchetto nuziale (cf. Mt 21,28-22,14). Di fatto sono tre parabole con le quali egli cerca di causare un ravvedimento in quei suoi avversari che poco tempo dopo saranno i suoi accusatori e i suoi condannatori. Le parabole sono per Gesù proprio uno strumento per far cambiare pensiero e atteggiamento a coloro ai quali sono rivolte. Ma qui accadrà esattamente l’opposto. Anziché interrogarsi e convertirsi, sacerdoti e anziani si indigneranno ancor di più e, comprendendo che tali racconti sono rivolti proprio a loro, induriranno ancor più il loro cuore, accrescendo la loro opposizione e il loro odio verso Gesù.

 

Ascoltiamo dunque la prima parabola, in obbedienza all’ordo liturgico che la prevede per questa domenica: “Che ve ne pare?”, introduzione che è un invito a pensare e a fare discernimento, perché alla fine ci sarà un’altra domanda da parte di Gesù, che richiederà una risposta chiara e decisiva. “Un uomo aveva due figli. Avvicinandosi al primo, disse: ‘Figlio, va oggi a lavorare nella vigna’. Ed egli rispose: ‘Non ne ho voglia’. Ma poi, pentitosi, vi andò”. La risposta iniziale è irriverente, all’insegna di una disobbedienza consapevole. Ma questo figlio che osa resistere alla richiesta del padre e gli nega l’obbedienza, in seguito (hýsteron) cambia avviso, muta di opinione (metameletheís) e va a lavorare nella vigna. Così egli mostra di essersi ravveduto: pensando, ha cambiato parere, e la non voglia si è trasformata per lui in obbedienza possibile.

 

Entra poi in scena il secondo figlio. Il padre si rivolge a lui allo stesso modo che all’altro, e la risposta che ottiene è positiva: “Sì, Signore (Kýrios)!”, ma poi costui non va. Siamo di fronte a un figlio rispettoso del padre, che lo chiama addirittura signore. È rispettoso forse per paura, perché incapace di dire un no a suo padre. Oppure è rispettoso perché nutrito di formalismo: dice sì al padre, come richiesto dalla legge e dalla prassi, ma poi non esegue la volontà. Forse pensa che il padre non si accorgerà che egli non ha messo in pratica ciò che ha detto… Non conosciamo le motivazioni della non esecuzione dell’invito: resta il fatto che la volontà del padre non è compiuta. Questo secondo figlio si accontenta di fare una dichiarazione verbale secondo il desiderio del padre e non percepisce la propria incoerenza: come un cieco non vede, non legge se stesso…

 

È evidente che ciò che succede in questa parabola succedeva ai tempi di Gesù, tra i credenti giudei, ma succede ancora oggi nelle comunità dei discepoli, nella chiesa. Sempre ci sono stati, ci sono e ci saranno quanti dicono: “Signore! Signore!”, lo invocano e hanno spesso il suo nome sulla loro bocca, ma poi non fanno la volontà del Padre suo che è nei cieli(cf. Mt 7,21). Le parole di Gesù vogliono smascherare questi credenti che confidano nel loro frequentare assemblee dove risuona la parola del Signore, che partecipano a pasti con il Signore mangiando e bevendo alla sua tavola (cf. Mt 7,22-23; Lc 13,25-27), ma in verità senza essere concretamente discepoli alla sequela di Gesù, nel tentativo di conformare la loro vita alla sua. Militanti, certo, senza essere discepoli!

 

Grazie a questa parabola siamo invitati a discernere nel nostro oggi quelli che di fatto, senza saperlo, sono rappresentati dal primo o dal secondo figlio: uomini religiosi che vantano appartenenza confessionale e parlano, parlano…; dicono sì alla volontà di Dio, ma quotidianamente non la realizzano, perché per loro è più importante apparire che essere e fare. D’altra parte, quelli che sembrano dire costantemente no a Dio perché non si mostrano religiosi, perché non proclamano la loro appartenenza religiosa, poi invece la vivono nell’anonimato, nella quotidianità, realizzano la volontà del Signore senza nominarlo e a volte senza conoscerlo. Perfetti anonimi per noi, ma che semplicemente “praticano la giustizia, amano la misericordia e camminano umilmente con Dio” (cf. Mi 6,8). Ecco allora puntuale, alla fine della parabola, la domanda di Gesù: “Chi dei due figli ha compiuto la volontà del padre?”, cui segue la scontata risposta dei sacerdoti e degli anziani: “Il primo!“.

 

E allora Gesù li invita a trarre le conseguenze, commentando: “In verità io vi dico: ‘I peccatori manifesti e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio!’”. Parole di Gesù dure come pietre, perché costituiscono il giudizio pronunciato su questi ascoltatori. Ma perché? Non è forse questo paradossale? Eppure avviene così, perché quelli che pubblicamente appaiono peccatori e sono da tutti ritenuti tali, sono preda della vergogna e sentono in loro il desiderio, più o meno ascoltato, di cambiare vita: desiderano uscire fuori dalla loro vita di peccato, che gli altri disprezzano e condannano. Gli uomini religiosi, invece (qui i sacerdoti e gli anziani, interlocutori di Gesù), che appaiono osservanti ma hanno peccati nascosti, siccome tutti li venerano e tutti guardano a loro per il loro status, non vogliono assolutamente cambiare vita. Gli uni sono dunque aperti a un invito a convertirsi, mentre gli altri si sentono a posto e pensano di non avere bisogno di alcuna conversione: da questo nascono la loro ipocrisia, la loro rigidità, il loro giudicare e spiare gli altri, senza mai interrogarsi su di sé; sono sempre pronti ad assolversi, perché agli occhi della gente risultano giusti e addirittura esemplari…

 

Lo ripeto, perché sia ben chiaro. Chi pecca di nascosto non è mai spronato alla conversione da un rimprovero che gli venga da altri, perché continua a essere venerato e stimato per ciò che della sua persona appare all’esterno: questa è la malattia della maggior parte delle persone, tra le quali primeggiano però proprio quelle religiose e devote, che credono di dover essere d’esempio agli altri… Chi, al contrario, è un peccatore pubblico, si trova costantemente esposto al giudizio e al biasimo altrui, e in tal modo è indotto a un desiderio di cambiamento. Solo animato da tale desiderio, solo nel pentimento che nasce da un cuore spezzato – questo significa etimologicamente “contrito” (cf. Sal 34,19; 51,19; 147,3) –, l’essere umano può divenire sensibile alla presenza di Dio.

 

 

E così Gesù annota che, quando è venuto Giovanni il Battista a chiedere la conversione, i peccatori pubblici hanno risposto fattivamente all’invito e si sono convertiti, mentre i sacerdoti e le autorità religiose, pur avendo visto, nulla hanno mutato del loro comportamento per aderire al suo messaggio. Con questa parabola Gesù interroga dunque ciascuno di noi, se vogliamo ascoltarlo. E ciascuno di noi, più è riconosciuto per la sua professione di fede, più deve interrogarsi: dice sì a Dio solo a parole, oppure realizza senza clamore e senza ostentazione, umilmente, la sua volontà? Insomma, “nell’ultimo giorno, il giorno del giudizio” – come recita un’affermazione tradizionalmente attribuita ad Agostino, che dovremmo tenere ben più presente – “molti che si ritenevano dentro saranno trovati fuori, mentre molti che pensavano di essere fuori saranno trovati dentro il regno dei cieli”.




 

 

“Signore, dammi sempre quest’acqua!”

 

19 marzo 2017

III domenica di Quaresima

Commento al Vangelo

di ENZO BIANCHI

 

 

 

 

Brevi note sulle altre letture bibliche

 

Esodo 17,3-7

 

Nelle prime due domeniche di Quaresima, con la memoria di Adamo ed Eva, cioè dell’umanità nei suoi inizi, e la memoria di Abramo, il primo credente nel Dio vivente, abbiamo considerato l’inizio della storia di salvezza. In questa domenica e nelle prossime le tre letture diventano nuovamente parallele e convergenti su temi battesimali e pasquali: l’acqua, la luce, la vita.

In questo brano dell’Esodo riviviamo il dono dell’acqua fatto da Dio al suo popolo nel deserto, quando era minacciato dalla sete. La sete è metafora della nostra ricerca, come nel vangelo che ci presenta la donna samaritana la quale va ad attingere acqua al pozzo e, nell’incontro con Gesù, trova l’acqua della vita.

 

Lettera ai Romani 5,1-2.5-8

 

L’Apostolo illustra ai cristiani di Roma la salvezza non meritata: attraverso la fede sono giustificati, resi giusti, dunque abitati dall’amore di Dio riversato nei loro cuori attraverso lo Spirito santo. E ciò avviene grazie all’evento pasquale: Cristo ha dato la vita per gli uomini, tutti peccatori. Proprio mentre gli esseri umani erano peccatori e nemici di Dio, Dio li ha amati fino a donare loro suo Figlio Gesù Cristo. Ecco l’epifania dell’amore gratuito di Dio, amore senza reciprocità, amore che riconcilia con Dio il peccatore.

 

Gv 4,5-42

 

In quel tempo Gesù 5 giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6 qui c'era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. 7 Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». 8 I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. 9 Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. 10 Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere!», tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». 11 gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest'acqua viva? 12 Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». 13 Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; 14 ma chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna». 15 «Signore - gli dice la donna -, dammi quest'acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». 16 Le dice: «Va' a chiamare tuo marito e ritorna qui». 17 Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: «Io non ho marito». 18 Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». 19 Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! 20 I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». 21 Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. 22 Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23 Ma viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. 24 Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». 25 Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». 26 Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».

27 In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». 28 La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: 29 «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». 30 Uscirono dalla città e andavano da lui. 31 Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». 32 Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». 33 E i discepoli si domandavano l'un l'altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». 34 Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. 35 Voi non dite forse: «Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura»? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. 36 Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. 37 In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l'altro miete. 38 Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica». 39 Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». 40 E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. 41 Molti di più credettero per la sua parola 42 e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

 

Dopo averci presentato le tentazioni di Gesù e la sua trasfigurazione, nell’annata liturgica A la chiesa propone, attraverso brani del quarto vangelo, un percorso che ci aiuta ad approfondire le valenze del battesimo. Oggi meditiamo sull’incontro tra Gesù e la donna samaritana, nel quale è rivelato il dono dell’acqua della vita.

 

Da Gerusalemme Gesù deve ritornare in Galilea, e potrebbe farlo risalendo la valle del Giordano. La strada era più piana, più sicura e permetteva di non dover attraversare la Samaria, terra i cui abitanti da secoli erano talmente nemici dei giudei – che li ritenevano impuri ed eretici –, da molestarli quando questi la attraversavano (cf. Lc 9,52-53). Invece – dice il testo – Gesù “doveva” (édei) passare per la Samaria, un “dovere” che esprime una necessità divina: in obbedienza a Dio, proprio perché egli è stato inviato non solo ai giudei, Gesù attraversa quella terra per compiere la sua missione. Per questo riceverà l’insulto di chi non lo capisce: “Sei un samaritano e un indemoniato!” (Gv 8,48). Eppure Gesù accetta di incontrare questi che sono considerati nemici ed empi; anzi, va a cercare questo popolo disprezzato e si fa samaritano tra i samaritani, sostando presso un pozzo, come il samaritano della parabola ha sostato presso chi era stato percosso dai briganti (cf. Lc 10,33-35).

 

Nell’ora più calda del giorno egli giunge in Samaria, “affaticato per il viaggio”, e va a sedersi vicino al pozzo di Sicar, il pozzo di Giacobbe (cf. Gen 33,18-20). È stanco e assetato ma non ha alcun mezzo per attingere acqua. Sopraggiunge allora anche una donna la quale, forse a causa del suo comportamento immorale pubblicamente riconosciuto, è costretta a uscire per strada a quell’ora, per non imbattersi in quanti la disprezzano. Gesù le chiede: “Dammi da bere”. Al sentire quelle parole nella lingua dei giudei, ella si meraviglia: qualcuno che è nella sua stessa condizione di assetato le chiede da bere, le chiede ospitalità, ma è un nemico, uno che dovrebbe sentirsi superiore a lei. Una donna samaritana poteva aspettarsi da un uomo giudeo solo disprezzo; egli invece si fa mendicante presso di lei. Ecco la vera autorità vissuta da Gesù: la sua capacità – come indica il latino auctoritas, da augere – di aumentare l’altro, di farlo crescere.

 

Stupita, la donna chiede a Gesù: “Come mai tu, giudeo, chiedi da bere a me, una donna samaritana?”. Quale abbassamento! È questo ciò che la colpisce e accende una dinamica relazionale, in un faccia a faccia cordiale, senza più barriere. Tra Gesù e la donna, infatti, è caduto un muro di separazione (cf. Ef 2,14), anzi due: un muro dovuto all’inimicizia tra samaritani e giudei e un muro culturale e religioso di ingiusta disparità, che impediva a un uomo, in particolare a un rabbi, di conversare con una donna. Ma se una persona non può andare a Dio, è Dio che la va a cercare, perché nessuno può essere escluso dal suo amore: questo narra Gesù con il suo comportamento.

 

Egli, intuito che il dialogo promette di essere un dialogo di qualità, comincia a intrigare la donna: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: ‘Dammi da bere!’, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva!”. La donna ha sete, Gesù ha sete ma, in realtà, chi dà da bere all’altro? C’è una sete di acqua di Gesù e della donna, resa più impellente dal caldo, ma c’è pure un’altra sete che lentamente emerge… Gesù sa che c’è una sete più profonda e sa che il pozzo simboleggia la Torah, quella parte delle Scritture che proprio i samaritani ritenevano l’unica contenente la parola di Dio e alla quale dovevano attingere per vivere da credenti. Gesù sa anche che questa donna, figura della Samaria adultera (cf. Os 2,7), ha cercato di placare la sua sete attraverso vie sbagliate: ha avuto diversi uomini, ha bevuto ogni sorta di acqua, vittima e artefice di amori sbagliati…

 

E così le svela la sua condizione, ma senza condannarla, bensì invitandola ad aderire alla realtà e, di conseguenza, a fare ritorno al Dio vivente. La samaritana, incuriosita, vuole saperne di più: “Chi sei tu che doni quest’acqua viva? Sei forse più grande del nostro padre Giacobbe? Hai davvero un’acqua che disseta per sempre? Da dove prendi quest’acqua viva?”. Il patriarca Giacobbe non solo aveva scavato quel pozzo profondo, ma secondo la tradizione giudaica aveva la forza di far risalire l’acqua dal pozzo con la sua sola presenza. Gesù è forse più grande di Giacobbe, potrà forse dare acqua che risale dal pozzo, acqua viva?

 

La donna accetta di mettersi in gioco e riceve in cambio una promessa straordinaria: “L’acqua di questo pozzo non disseta per sempre, la Legge di Mosè non disseta definitivamente, ma io dono un’acqua che diventa sorgente d’acqua zampillante, fonte inesauribile che dà acqua per la vita eterna”. Gesù le annuncia l’inaudito, l’umanamente impossibile: c’è un’acqua da lui donata la quale, anziché essere attinta dal pozzo, diventa fonte zampillante, acqua che sale dal profondo. Bere l’acqua da lui donata significa trovare in sé una sorgente interiore: quest’acqua è lo Spirito effuso da Gesù nei nostri cuori (cf. Gv 7,37-39; 19,30.34), Spirito che zampilla per la vita eterna, che nel cuore del credente diventa “maestro interiore”.

 

La samaritana comincia a intuire qualcosa, e allora chiede: “Signore (Kýrios), dammi quest’acqua!”. Qui Gesù dà un’improvvisa svolta al dialogo: “Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui”. Cosa c’entra il marito? In realtà Gesù conosce bene la situazione della samaritana, perché “conosceva quello che c’è in ogni uomo” (Gv 2,25). Egli legge nella vicenda amorosa disgraziata di questa donna la vicenda idolatrica dei samaritani con gli idoli stranieri. Vi legge simbolicamente la storia del regno del Nord, Israele, chiamato dai profeti “donna adultera e prostituta” per l’infedeltà allo Sposo unico, il Signore Dio, e l’adulterio con gli idoli falsi (cf. Os 2,4-3,6).

 

La donna, rispondendo che ora non ha marito, che è alla ricerca di amanti, confessa di non aver trovato lo sposo unico, sempre fedele nell’amore, anche in caso di tradimento (cf. Os 14,5). Gesù sta davanti al popolo dei samaritani per dire loro che il Signore non li ha mai abbandonati, che vuole attirarli a sé (cf. Os 2,16) e celebrare con loro nozze di alleanza eterna. Ecco perché la samaritana, al di là dell’acqua, deve trovare chi è la fonte, dietro al dono deve scoprire il donatore. Nella risposta data a Gesù, riconosce implicitamente i suoi numerosi fallimenti, la sua sete frustrata di comunione e di amore; è una donna nella miseria, che conosce padroni ma non uno sposo, una donna sfruttata e abbandonata. Ma scoprendo se stessa, scopre che Gesù è profeta e subito gli chiede dove è possibile adorare, dove è possibile incontrare Dio e iniziare una vita di comunione con lui: a Gerusalemme, come dicono i giudei, o sul monte Garizim, come sostengono i samaritani?

 

In risposta, Gesù le annuncia l’ora: “Credimi, donna, viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e Verità”, cioè nello Spirito santo e in Gesù Cristo stesso che è la Verità (cf. Gv 14,6), l’ultima e definitiva narrazione di Dio (cf. Gv 1,18). Sì, il luogo dell’autentica liturgia cristiana non è più un luogo-santuario, monte, tempio o cattedrale, ma è la dimora del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, cioè la nostra persona intera, corpo di Cristo (cf. 2Cor 13,5) e “tempio dello Spirito” (1Cor 6,19). Di fronte a queste parole, la samaritana osa confessare la propria attesa: lei e la sua gente attendono il Messia profetico, il nuovo Mosè (cf. Dt 18,15-18), attendono colui che svelerà tutto. Ed è in questo momento che Gesù le dice: “Io sono – il Nome di Dio (cf. Es 3,14) – che ti parlo”. La donna si è svelata nella sua miseria, Gesù si svela nella sua verità di Messia, di Cristo, inviato da Dio.

 

Ma ormai l’incontro umanissimo con Gesù ha trasformato questa donna in una creatura nuova, rendendola testimone ed evangelizzatrice. Ecco perché, “lasciata la sua anfora” – gesto che dice più di tante parole! –, corre in città a testimoniare quanto le è accaduto. Per la samaritana testimoniare è innanzitutto ricordare gli eventi, raccontare la propria esperienza: qualcosa di decisivo è avvenuto nella sua vita, e ciò ha provocato in lei un mutamento, una conversione. E così, dopo aver ricordato i fatti, suggerisce un’interpretazione: “Che sia lui il Messia?”. Non impone a quanti la ascoltano un dogma, né una verità espressa in termini rigidi, ma propone una lettura che permetterà loro di fare una scelta nella libertà, mossi dall’amore. Suggerisce più che concludere, e così accende il desiderio dell’incontro. “La fede nasce dall’ascolto” (Rm 10,17), dirà l’Apostolo: dall’ascolto di Gesù è nata la fede della samaritana, dall’ascolto della samaritana è nata la fede della sua gente. E dalla fede procede la conoscenza, dalla conoscenza l’amore: questo è l’evento cristiano, mirabilmente riassunto nell’incontro di due persone assetate!


 

 

 

Il testimone

 

Carlo Maria Martini

 

Il primato della Parola

 

 

 

Il 31 agosto 2012 moriva, assistito dai suoi confra- i telli nella casa di Gallarate, il cardinale Carlo Maria Martini, gesuita e arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002. Era nato a Torino il 15 febbraio 1927. Fin da piccolo aveva ricevuto una convinta educazione cristiana, come scriverà lui stesso in uno dei suoi libri densi di spiritualità e di sapienza: «I miei genitori mi hanno donato la fede in Dio, mia madre mi ha insegnato a pregare». A soli 17 anni era entrato nella Compagnia di Gesù dove avrebbe svolto il suo ministero di studioso della Sacra Scrittura, di docente, di rettore, di pastore, di uomo di Dio. Durante gli anni di noviziato, aveva imparato dai suoi maestri a vivere la fede nella libertà, nel continuo discernimento culturale e spirituale per mantenere vigile la propria coscienza. Col tempo, aveva imparato a fondare il proprio cammino spirituale e la direzione delle sue azioni sull'ascolto e sullo studio della parola di Dio. Nella Scrittura, nella Bibbia, nei Vangeli, ricordava spesso, Dio si rivela agli uomini e indica loro la via da seguire per una vita santa, nella sequela di Cristo e nella testimonianza verso il prossimo. Il problema era riuscire a calare la Bibbia, la Parola scritta e raccontata, nella vita reale. Soprattutto per rispondere alla complessità e alle domande della vita che rendono il nostro credere faticoso. Più crediamo, più troviamo difficoltà, l'importante è accettare la nostra debolezza, portare e sostenere queste domande senza paura di riconoscere il nostro non credere. Come aveva intuito più di un secolo prima santa Teresa di Gesù Bambino, siamo seduti alla tavola dei peccatori, nel senso che ne condividiamo i dubbi e le fragilità. Ed è questa una delle chiavi di lettura più importanti per comprendere la vicenda umana di Carlo Maria Martini.

Entrò nella diocesi di Milano con il Vangelo in mano e come prima cosa introdusse la "Scuola della parola". A indicare chiaramente come tutta la suamissionarietà partiva, passava, si incarnava e tornava alla parola di Dio. La strada più sicura per udire la voce di Dio, per conoscerne la vera immagine. Era, quindi, necessario porgere agli uomini l'autentica immagine di Dio, depurata dalle incrostazioni, dai pregiudizi ideologici e culturali, dalle paure e dalle proiezioni degli uomini. Senza, però, salire in cattedra o porsi come giudice, ma da umile tramite. Come il suo Maestro, Gesù Cristo, i suoi gesti erano di amore gratuito, senza obiettivi da raggiungere, anche se buoni. Da qui anche il titolo del recente film-dossier di Salvatore Nocita, Carlo Maria Martini. Un uomo di Dio (Italia 2013), prodotto da Officina della Comunicazione, Multimedia San Paolo e «Corriere della Sera». Il documentario, attraverso il montaggio di una serie di interviste a don Luigi Ciotti, Ferruccio De Bortoli, mons. Erminio De Scalzi, Giulio Giorello, Giuseppe Laras, Mouheli Moschen, mons. Thomas Rosica, don Antonio Sciortino, Aldo Maria Valli e mons. Dario Viganò, ripercorre le tappe più importanti della vita del cardinal Martini. La vocazione religiosa, il ministero all'interno della Compagnia di Gesù, la partecipazione al concilio Vaticano II, la nomina ad arcivescovo di Milano, gli anni di piombo, tangentopoli, lo studio a Gerusalemme, il morbo di Parkinson.

Apparentemente, l'idea può sembrare banale perché, più o meno, questa è la struttura di gran parte dei documentari. In realtà, tutto lascia pensare che il regista abbia scelto questo tipo di montaggio proprio per sottolineare come l'apostolato di Martini era la sua parola, il servizio umile alla parola di Dio. Attraverso la sua viva voce e le testimonianze dei suoi collaboratori, infatti, viene fuori l'immagine di un uomo che, sulla scia del Concilio, ha saputo ridare al messaggio cristiano il suo fascino profetico. Quella forte identità che non ha paura di confrontarsi con le altre culture, con le altre religioni, con i non credenti, perché la sua verità non risiede nella morale, nei grandi numeri, nelle strutture, ma nell'immagine di Dio. Un Dio che dall'eternità cerca il dialogo con gli uomini per aiutarli a dare un senso buono e bello alla loro vita. Questo è stato il servizio che il cardinal Martini ha donato alla sua Chiesa e agli uomini che ha incontrato: «Non ci proponiamo nessun proselitismo – sono parole sue –, non miriamo a nessuna conquista, ci basta essere come Gesù, vivere il Vangelo».

 

(Giovanni Meucci)


 

La porzione buona

 

XVI domenica del tempo Ordinario anno C

 

Enzo Bianchi

 

marta e maria

In quei giorni mentre Gesù e i suoi discepoli erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t'importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c'è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Lc 10,38-42

 

Quando Luca scrive il terzo vangelo, resta un uomo “ecclesiale”, che ha una conoscenza esperienziale della vita delle comunità cristiane, quelle che descriverà nella seconda parte della sua opera, gli Atti degli apostoli. Nella chiesa di allora, come ancora oggi in ogni comunità cristiana, si registravano e si registrano difficoltà, tensioni tra i diversi servizi e i diversi modi di vivere la vita cristiana. Negli Atti – non lo si dimentichi – Luca testimonia un conflitto tra il servizio a tavola e il servizio della Parola, che viene risolto attraverso una ripartizione dei servizi: agli apostoli compete annunciare il Vangelo, mentre ad altri sette credenti il servizio a tavola (cf. At 6,1-6). Questa soluzione non vuole essere esemplare o autoritativa per la chiesa: è stata una soluzione, ma forse ve ne potevano essere altre… In ogni caso, si è risolto il conflitto riconoscendo che c’è un primato da rispettare: il primato della parola di Dio ascoltata e predicata, senza la quale non vi è comunità cristiana. Nel brano odierno si manifesta lo stesso problema: cerchiamo dunque di comprendere umilmente le parole di Gesù.

Nella sua salita verso Gerusalemme, Gesù trova ospitalità presso una famiglia: due sorelle, Marta e Maria, e il fratello Lazzaro, a Betania, nei pressi della la città santa, lo accolgono in casa offrendogli cibo e alloggio. Questo succederà spesso, in particolare nella settimana prima della passione di Gesù (cf. Mc 11,11; Mt 21,17; Gv 12,1-11). Il quarto vangelo ci dà molte notizie su questi tre amici di Gesù, da lui molto amati (cf. soprattutto Gv 11,1-43). Dunque Gesù, che è stato respinto dai samaritani (cf. Lc 9,51-55), trova una casa che lo accoglie, che gli permette di gustare l’intimità dell’amicizia, di riposare, di avere tempo per pensare alla sua missione. Entrato in casa, è accolto da Marta, una donna attiva, intraprendente, che si sente impegnata a preparargli il cibo e una tavola degna di un rabbi, di un amico. Marta qui è “tirata da tutte le parti”, indaffarata e assorbita dai servizi.

Maria, l’altra sorella, appare invece una donna più contemplativa, che durante la sosta di Gesù in casa ama innanzitutto ascoltarlo, mettersi ai piedi del maestro e profeta per ricevere il suo insegnamento. Alla presenza di Gesù, Maria assume così la postura classica del discepolo (cf. Lc 8,35; At 22,3). La tradizione rabbinica affermava: “La tua casa sia un luogo di riunione per i sapienti; attaccati alla polvere dei loro piedi e bevi assetato le loro parole” (Mishnà, Avot I,4), ma questo compito era riservato agli uomini, non certo alle donne. Ciò sarebbe stato non solo inusuale, ma anche scandaloso, come si legge sempre nella Mishnà: “Chiunque insegni la Torah a sua figlia è come se le insegnasse cose sporche” (Sotah 3,4). Maria compie pertanto un gesto coraggioso, audace, mostrando una forte soggettività e una profonda consapevolezza: si fa discepola, sicura che il rabbi Gesù non la respingerà, ma eserciterà il suo ministero rivolgendosi a una donna come agli uomini, accetterà di avere una discepola e non solo dei discepoli. D’altronde, Luca aveva già dato testimonianza circa le donne al seguito di Gesù (cf. Lc 8,2-3); qui però egli specifica ulteriormente: le donne non solo seguono Gesù “servendolo con i loro beni”, ma sono destinatarie del suo insegnamento, esattamente come i discepoli.

Ma ecco apparire il conflitto. Vedendo la sorella in ascolto ai piedi Gesù, Marta interviene indispettita, dicendogli: “Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille che mi aiuti!”. Si faccia attenzione: Marta chiama Gesù Kýrios, Signore, titolo che echeggia la confessione pasquale della chiesa nei suoi confronti (“È il Signore!”: Gv 21,7). D’altronde, secondo il quarto vangelo, Marta è colei che fa la più alta confessione di fede in Gesù, definendolo “il Cristo, il Figlio di Dio veniente nel mondo” (Gv 11,27), confessione più completa di quella di Pietro (cf. Gv 6,69). Qui però le sue parole denotano irritazione e quasi costringono Gesù a intervenire presso sua sorella Maria. In fondo Marta si sta dando da fare proprio per accogliere bene Gesù, ma il suo zelo sconfina nell’inquietudine e nella preoccupazione. Pur facendo azioni per Gesù, Marta è distratta e preoccupata, dunque divisa – come Gesù stesso le dice subito dopo –, cioè ha assunto un atteggiamento e dei sentimenti che le impediscono di ascoltare il Kýrios.

Gesù allora interviene, non per fare un rimprovero, ma per offrire a Marta una diagnosi: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti affanni per molte cose!”. Queste parole vanno capite bene e non comprese secondo un adagio che abbiamo nei nostri orecchi perché ripetuto da secoli, adagio che beatifica la vita contemplativa e le conferisce il primato su quella attiva, frutto avvelenato del neoplatonismo cristiano… No! Ciò che Gesù vuole correggere in Marta, peraltro dolcemente, è la preoccupazione, ossia quell’agitazione che impedisce l’ascolto e l’accoglienza autentica di Gesù stesso. Per fare piacere a Gesù ed essergli vicina, Marta non si accorge che in realtà fa di tutto per creare ostacoli al vero rapporto con lui. I mezzi per raggiungere il fine sono per lei più importanti del fine. Agitarsi, preoccuparsi significa togliere attenzione all’altro e pensare troppo a se stessi: ci si illude di pensare agli altri, ma l’agitazione non lo permette, anzi lo impedisce…

Gesù, del resto, altrove ammonisce di non preoccuparsi delle parole da pronunciare per difendersi quando si è accusati a causa sua (cf. Lc 12,11: verbo merimnáo), di non preoccuparsi per il cibo e il vestito (cf. Lc 12,22-29: verbo merimnáo), di non lasciarsi prendere dall’agitazione per la vita, nell’attesa della venuta del Figlio dell’uomo (cf. Lc 21,34-35: sostantivo mérimna). Ora, nel mettere per iscritto questo episodio nonché le esortazioni appena citate, è molto probabile che Luca si ispiri a quanto affermato da Paolo in 1Cor 7, quando, parlando della relazione con il Signore, l’Apostolo esorta a non essere distratti, tirati qua e là (aperispástos: 1Cor 7,35; cf. periespâto: Lc 10,40), né preoccupati, divisi (amerímnous: 1Cor 7,32; meméristai: 1Cor 7,34; cf. merimnâs: Lc 10,41). Questo ammonimento vale dunque per Marta come per ciascuno di noi! Sia dunque chiaro: Gesù non condanna Marta perché lavora, facendo qualcosa per lui, anche perché egli amava la tavola, gioiva nel condividere buon cibo e buon vino con gli amici e le amiche, ma la mette in guardia dal lasciarsi prendere dall’affanno, fino a dimenticare la sua presenza. Occuparsi, non preoccuparsi; lavorare, non agitarsi; servire, non correre: sono attitudini umane assolutamente necessarie a ogni “buona” accoglienza!

Infine, ecco un’ultima parola: “Una sola cosa è necessaria. Maria ha scelto la porzione buona, che non le sarà tolta”. Cosa è veramente necessario? Cosa è determinante nel rapporto con Gesù? Una sola cosa: essere suo discepolo, sua discepola, ascoltando la sua parola. Non a caso proprio Luca ci dice che addirittura la relazione di maternità di Maria nei confronti di Gesù passa in secondo piano rispetto al legame decisivo con lui, costituito dall’ascolto e dalla messa in pratica della sua parola (cf. Lc 11,27-28). Dunque,

non l’utero che ha portato Gesù è beato,

non chi accoglie Gesù con un pasto straordinario è beato,

non chi pensa di dover fare molte cose per Gesù è beato,

ma chi ascolta la sua parola e la mette in pratica!

Per noi non è facile rispettare questo primato dell’ascolto, perché pensiamo di avere molte cose da fare, molti servizi da compiere, e spesso ce li inventiamo, pur di non ascoltare le parole di Gesù. In noi, infatti, c’è ribellione alle parole di Gesù, c’è la tentazione di non ascoltarle per non osservarle, c’è la tentazione di preferire ciò che vogliamo, ciò che decidiamo, ciò di cui siamo protagonisti, piuttosto che ascoltare e obbedire. Quando mi interrogo su questo brano evangelico, mi sento più Marta che Maria, e ne provo vergogna e pentimento…

 

Ma non si dimentichi la grande novità di questa pagina: una donna si fa discepola di Gesù, e questa è “la porzione” di Maria che ascolta, la porzione buona che non le sarà mai tolta, perché “sua porzione è il Signore” (cf. Sal 16,5). Le donne non sono solo chiamate, come tutti i discepoli, al servizio, alla diakonía, ma innanzitutto all’ascolto: l’opposizione tra Marta e Maria rivelata da Gesù non è un’opposizione tra attività e contemplazione, ma tra non ascolto e ascolto del Signore.


LA MADRE DI GESÙ HA QUALCOSA DA DIRCI?

 

 

 

 

La tristezza nella Chiesa e nel mondo ha certamente qualche rapporto con l'assenza della Madre di Gesù.

 

Fate bene attenzione. Nel Vangelo e nelle icone Maria non è mai sola: porta sempre il figlio per mostrarlo al mondo. Lei non rivendica mai il primo posto. D'altra parte, senza Maria non riuscirai mai a capire veramente Gesù. Provate fastidio per le immagini e i pellegrinaggi? E sì che ormai siamo ben lontani dall'esuberanza barocca con cui una volta le si rendeva omaggio! Anzi, forse siamo arrivati all'altro estremo: una liturgia senza immagini e povera di simboli. Forse la freddezza delle nostre celebrazioni e l'aridità della nostra cultura religiosa hanno un qualche rapporto con l'offuscamento della figura di Maria. Una tale iconoclastia, infatti, può essere mortale per la fede cattolica. La nostra preghiera diventa «riflessione», l'amore è pervaso di razionalismo, la fede diventa incertezza e scetticismo. La tristezza nella Chiesa e nel mondo ha certamente qualche rapporto con I'assenza della Madre di Gesù. Eppure noi - e anch'io - abbiamo tanto bisogno di gioia...

 

«Un paziente sforzo di educazione sarà necessario per imparare nuovamente a gustare in semplicità le molte gioie umane che il Creatore mette già sul nostro cammino - scriveva Paolo VI -: la gioia dì vivere, di amare, la gioia pacificante della natura e del silenzio... La creatura umana ha tagliato il legame vitale che la univa a Dio... Dio le appare astratto, inutile: senza che lo sappia esprimere, il silenzio di Dio le pesa enormemente...» (Esortazione apostolica «Gaudete in Domino», 1975).

 

Forse Maria può aiutarci a ritrovare la gioia della vita.

 

Possiamo cavarcela da soli?

 

Maria è capace di dire un sì perfetto, di offrirsi  totalmente a Dio.

 

Parte della nostra tristezza dipende dalla nostra memoria debole, dalla nostra miopia. Abbiamo dimenticato che Dio ci ha già dato tutto, molto prima che facessimo qualcosa. Ci ha dato la vita e l'esistenza, mentre noi immaginiamo di dover far tutto da soli, partendo dal nulla. Questo fatto ci angoscia e ci inquieta. Abbiamo perduto la gioia, per un sentimento esasperato delle nostre responsabilità.

 

E Maria? Essa sa benissimo che niente viene da lei: tutto le viene dalla mano di Dio. Vive di un'unica convinzione: «Dio mi ha preceduto in tutto». É quindi capace di dire un «si» perfetto, sì abbandona totalmente a Dio. É libera di se stessa, completamente. E ciò la rende felice! In noi, invece, da tanto tempo è radicato il ano»... Anche nella nostra vita Dio ci precede sempre: prima che potessimo vedere, sentire o parlare, abbiamo ricevuto tutto da lui. L'amore di Dio è già all'opera nella creatura umana prima che il male la minacci. Il suo amore creatore nonni abbandona mai. Il primo passo sulla strada della gioia è appunto prendere coscienza di questa realtà.

 

 

 

II nostro cuore è decisamente «incatenato»

 

É vero, siamo sicuri, ma del tutto soli!

 

Il nostro cuore è sprangato, blindato «per sopravvivere». Abbiamo paura di essere troppo vulnerabili. Abbiamo paura delle persone e delle loro domande. Abbiamo paura di Dio che può chiederci ancora di più. Non sobbalziamo più quando sentiamo la parola di Dio, perché il nostro cuore è decisamente «incatenato». La sentiamo con difficoltà. È vera, siamo sicuri, ma del tutto soli! Solamente colui che lascia la porta aperta. che rimane vulnerabile, può essere visitato e confortato da Dio, come è avvenuto per Maria. Il messaggio dell'angelo le procura un po' di spavento: aveva pensato di poter continuare a vivere nella penombra della casa di Giuseppe. Aveva immaginato la propria missione come qualcosa d'insignificante, da svolgere nell'anonimato. In realtà, chi era lei, povera ragazza di Nazareth?

 

E tuttavia non dubita. Attende l'intervento di Dio. Per noi è ben diverso. Noi diciamo a con scetticismo o ironia: «Com'è possibile?». Ebbene, Maria è convinta che tutto è possibile per la potenza dello Spirito di Dio e per i segni dati da Dio.

 

 

 

La gioia forza la serratura del nostro cuore

 

Colui che sa di essere amato da Dio non può non amare gli altri.

 

Essere aperto alla potenza dello Spirito di Dio significa credere che Dio ci dà una mano nella nostra vita. Che non tutto dipende da noi. Proprio questa fede chiede Dio. Tuttavia egli non lascia nessuno da solo sul cammino verso questa fede, ma gli offre dei segni. Così avvenne anche con Maria: trova nella cugina Elisabetta una compagna di viaggio. Nessuno è capace di realizzare da solo una missione divina. Ha bisogno di «parenti». Ha bisogno dì qualcuno che l'accompagni, di un «Tu» per dialogare. Buona parte della tristezza e dello scoraggiamento pro viene dal fatto che non siamo più capaci di vedere i segni o non vogliamo più vederli. Segni ce ne sono sempre: persone. cose, avvenimenti che Dio dà come indicatori stradali che ci orientano a lui. Ma li vediamo?

 

La gioia che proviene da Dio ha qualcosa del tutto speciale. Non si adagia in un'atmosfera confortevole, ma fa esplodere il cuore e spinge alla condivisione. Al contrario, la gioia diventa tristezza se la vuoi imprigionare.

 

Dopo la visita dell'angelo, Maria aveva mille ragioni per chiudersi in se stessa e godersi il fatto che Dio era stato così buono con lei. Ma non lo fa assolutamente. Leggera come una piuma s'affretta attraverso i monti in aiuto della cugina Elisabetta. Il testo del racconto è scoppiettante d'allegrezza.

 

La vera gioia che proviene da Dio è attiva: non si riposa, ma si concretizza in aiuto e servizio, perché colui che sa di essere amato da Dio non può non amare gli altri..

 

 

 

Nell'occhio del ciclone

 

Nel cuore del dialogo con Dio sta la sorgente della gioia più profonda.

 

C'è un'altra ragione per cui la nostra epoca è così poco allegra: abbiamo disimparato la gioia che procura la preghiera di lode, anzi ogni preghiera. Siamo circondati da rumori assordanti e siamo immersi in una confusione di lingue degna di Babele, e Dio viene circondato da un silenzio profondo, come nell'occhio d'un ciclone. E anche quando ci rivolgiamo a Dio, il più delle volte lo facciamo per parlare di noi stessi. Un essere umano che non sa più pregare diventa triste... perché solamente nella conversazione con Dio sta la sorgente della gioia più profonda: non la puoi scoprire in nessun dialogo con gli uomini. E Dio ha preso l'iniziativa di tale conversazione. È un suo dono se riusciamo a esprimerci totalmente. Egli ci fa scoprire la gioia della preghiera, o almeno della preghiera di lode che può veramente liberare (perché la preghiera può essere anche arida e monotona). Le grida di gioia rivolte a Dio ci allargano il cuore.

 

Maria ha tutte le ragioni per implorare l'aiuto di Dio adesso che porta in sé il figlio promesso, con il suo immenso mistero. Invece non lo fa, e canta: «L'anima mia magnifica il Signore, il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore». Gioia, ammirazione e riconoscenza purissime!

 

 

 

Vuole soltanto persane in ginocchio?

 

Riconoscerti piccolo al cospetto di Dio non è altro che riconoscere la tua realtà davanti a lui.

 

Un'altra fonte di gioia è l'essere «piccolo». Non è come essere umile o modesto. La «piccolezza» è un dono di Dio. In Maria è parte integrante del suo mistero: la sua infinita disponibilità a essere piccola, la meravigliosa capacità di ricevere. diventa in lei apertura totale a Dio. Lei sa di non aver meritato il figlio Gesù..

 

Noi ci ribelliamo a un'idea del genere: ma allora Dio vuole unicamente persone in ginocchio? Nessuno può più stare in piedi? Dobbiamo negarci ogni autodeterminazione e indipendenza e subire tutto passivamente?

 

No. Dio vuole che siamo persone libere, non degli schiavi. Egli ci considera come partners dell'alleanza e ha in noi una fiducia straordinaria. Riconoscerti piccolo al cospetto di Dio non è altro che riconoscere la tua realtà davanti a lui: aver coscienza della realtà divina e della nostra vera condizione umana. Accettarti così come sei, talvolta ben diverso da come ti eri sognato. Non è facile...

 

 

 

Dio è un rivoluzionario

 

Il vero cambiamento è opera di Dio.

 

Il canto di Maria per Dio e il mondo - il Magnificat - è un canto sovversivo. Maria parla d'un mondo nuovo, dove vigono altre leggi: il grande è piccolo, il piccolo è grande. Dio capovolge tutte le situazioni, rovescia i dati abituali. Produce una vera rivoluzione. Anzitutto riguardo a se stesso, perché si dimostra ben diverso dal previsto. In lui l'amore è esattamente il contrario dell'amore come lo pensiamo noi.

 

Ma anche riguardo al mondo, proprio perché Dio è diverso: i ricchi diventano poveri, i poveri diventano ricchi: un fatto che si ripete spesso nella Scrittura. Dio mette fine all'oppressione, alla fame e alla morte.

 

Proprio cosî, il vero capovolgimento è opera di Dio, non è solamente opera umana. È la rivoluzione di Dio. Il quale però chiede che lo seguiamo.

 

I valori rivoluzionari del Magnificat sono messi in bocca a una ragazza. impotente, poco considerata e inerme. Maria ed Elisabetta saranno gli strumenti della missione dei loro figli. Giuseppe e Zaccaria rimangono in secondo piano, questa pagina del Vangelo non parla di loro. Sostengono in silenzio la missione sempre più grande delle loro spose. È questa la pedagogia di Dio. Spesso ben diversa da quella degli uomini, per i quali generalmente le donne non contano niente...

 

Siccome Dio mette il canto in bocca di qualcuno che si affida totalmente alla sua potenza, la rivoluzione divina è anche impregnata di gioia e priva di amarezza. Ecco il mistero della piccolezza di Maria. In ogni epoca gli uomini hanno cercato di chiuderla in immagini e in sogni. Ma lei è sempre stata abbastanza forte da spezzare ogni costrizione. Per fortuna!

 

 

 

Obbedienza superata?

 

Volontà di ascolto e obbedienza. Come fare?

 

Vediamo un altro aspetto della gioia di Maria che conosciamo appena: era sempre in ascolto e obbediente. Ella ha concepito Gesù nel proprio grembo, ma ha pure ascoltato con tutta l'anima la parola di Dio e ha detto «sì». Due caratteristiche che a noi sembrano piuttosto una limitazione della gioia e una riduzione della felicità. Volontà di ascolto e obbedienza... Come fare?

 

In realtà, se dici di sì a Dio - ascoltandolo e obbedendo alla sua volontà - diventi veramente felice, il tuo cuore si riscalda e tu riprendi fiato. Non ti senti pio solo, ma portato dalla corrente possente della volontà di Dio.

 

Lo so benissimo: ascoltare Dio non è facile. Perché è così diverso. Sembra sottrarsi sempre alle nostre idee e alle nostre attese. E questo ci fa star male. Eppure Dio non scompare mai del tutto. Lo ritroviamo. Egli non vuole che naufraghiamo nella nostra ricerca. A ogni ripresa si lascia ritrovare, ma diverso. Dio non ci priva della gioia del ritrovamento. Maria ne è stata la prova vivente...

 

 

 

Card. Godfried Danneels

 

L'Assunta,

un anticipo

e una speranza

Alessandro Maggiolini

 

L'Assunta.

Non è facile parlare della Madonna. Si rischia sem­pre l'ingenuità. Ma bisogna rischiarla questa ingenuità quando si parla della mamma: anche se si hanno qua­rant'anni suonati o si sta morendo. Ricordo il ritornel­lo d'una canzone che insiste: Come potrò dire a mia ma­dre che ho paura?

L'Assunta, dunque.

Stiamo al dogma: al termine della propria vita terre­na, per singolare privilegio, Maria è stata assunta in cielo in anima e corpo, unendosi così in modo partico­larissimo al suo Figlio glorioso.

Non vale ripetere che il cielo non è altrove, lontano, facendo dell'Assunzione una sorta di salita ad un fan­tomatico ultimo piano con uno strano ascensore. E cie­lo è il mistero nascosto tra noi. Maria è presente.

Ebbene, se le cose stanno così, buttiamo avanti in modo deciso l'interrogativo che abbiamo dentro: l'As­sunta che cosa dice a noi, uomini d'oggi? O, in modo ancor più netto: in che cosa ci tocca, in che cosa ci coinvolge questo dogma apparentemente tanto astrat­to? Maria è in cielo anche nel corpo. E sia. Ma noi?

Ecco, c'è da vergognarsi a porre le domande così. Ma riflettiamo un istante senza il sussiego di uomini adulti (occorre essere un po' bambini per capire que­ste faccende).

L'Assunta dice a noi che nella gloria, con Cristo, è entrata Maria, nostra Madre. Nella gloria è entrata non solo la mente, ma il cuore, la sensibilità, la premura di una madre; di una madre che ci conosce, che ci se­gue, che trepida e intercede per noi: non come ci può conoscere un registro d'anagrafe o un calcolatore elet­tronico, ma come una madre, appunto, che è attenta alle minuzie che formano la nostra vita, indovina i pensieri quando ci vede rabbuiati, tace quando intui­sce che abbiamo bisogno di soffrire, condivide le gioie quasi nascondendosi, e prima che usciamo, si premu­ra di controllare se abbiamo le scarpe lucide ai piedi e il fazzoletto pulito in tasca... Una madre conosce così: col cuore; e si sa che le cose più importanti sono invi­sibili agli occhi...

E di contro: una madre la si conosce così. Un bimbo richiesto di descrivere la mamma, non si sognerebbe mai di rispondere che ella è nome comune di persona singolare femminile. Ci direbbe che è la più bella e la più buona del mondo, e allargherebbe le braccia per dire che le vuol bene così.

E poi l'Assunta ci è motivo di speranza e anticipo di ciò che saremo.

Il suo destino è il nostro futuro.

Anima e corpo. Ciò significa che anche la pesantez­za e l'opacità del nostro corpo saranno riscattate: non è intuizione da poco, quando si osserva o si esperimenta il disfacimento della malattia e della morte; o quando si avverte che il corpo è ostacolo e schermo invece di essere parola tersa detta all'altro e intenzionalità d'amore manifestata...

Anima e corpo. Ciò significa che ha un senso il no­stro faticare quotidiano e il nostro riposo: il vivere tra i fornelli di cucina o gli altiforni delle fonderie, tra pannolini e biberon o tra scartoffie d'ufficio o tra libri o nel chiasso di un'officina o in una vacanza con ami­ci... Tutto viene recuperato e trasfigurato alle soglie dell'aldilà.

Non c'è lembo d'esistenza che va messo in parentesi perché inutile: tranne il peccato. Ce lo assicura l'Assun­ta: questo ideale d'umanità che è reale come e assai più delle nostre incombenze più immediate.

C'è di che stupirsi. C'è di che impegnarsi. C'è di che ringraziare Maria perché precede e dà senso ai nostri sforzi; o semplicemente perché è lei; perché esiste... Cambia un po' tutto. Davvero.



“Dalla grazia dei muri alla grazia dei volti” Camaldoli Mezzasalma pag 46

 

La lettura dell’esperienza del Concilio in Padre Benedetto Calati

 

C’è un testo di padre di Benedetto Calati che reca il significativo titolo di “ Il primato della comunione” e nel quale ….,cita una pagina di papa Giovanni XIII scritta il 24 maggio 1963 e quindi 10 giorni prima di morire è morto infatti il 3 giugno-Le circostanze odierne,le esigenze degli ultimi cinquantenni,l’approfondimento dottrinale,ci hanno condotto di fronte a realtà nuove,come dissi nel discorso di apertura del concilio “non è il Vangelo che cambia siamo noi che cominciamo a comprendere meglio”.

“Chi è vissuto più a lungo si è trovato come me agli inizi del secolo in faccia ai compiti nuovi di un’attività sociale che investe tutto l’uomo,chi è stato,come io  fui,vent’anni in oriente,otto in francia ed ha potuto confrontare culture e tradizioni diverse sa che è giunto il momento di riconoscere i segni dei tempi,di cogliere le opportunità e guardare lontano”.

 

Commenta Padre Calati “Papa Giovanni afferma il primato dell’Evangelo e la necessità di comprenderlo meglio,notiamo la carica ermeneutica di queste affermazioni,circostanze,esigenze,approfondimento.

Sulla scorta del saggio di O’Malley come proprio il Vaticano II fosse stato un “evento linguistico” nel tentativo di affrontare una questione decisiva:come comunicare all’uomo contemporaneo il messaggio di una chiesa che negli ultimi secoli si era contrapposta al mondo moderno coltivando la nostalgia di un mitico passato medievale in cui gli uomini le riconoscevano,quasi in assoluto la direzione della società civile?

 

….L’analisi di Padre Benedetto Calati su questo tipo di ecclesiologia è impietosa ma difficilmente contestabile: “ tutto questo era possibile perché c’era carenza di Parola di Dio,carenza di una coscienza di essere popolo di Dio”

La normativa giuridica aveva la precedenza de facto sulla Parola di Dio e la mancanza di comunione originava l’incapacità di leggere i segni dei tempi,con il sospetto nei confronti di ogni atteggiamento profetico. Questa situazione così anomala era conseguenza di quell’assolutismo ecclesiastico che era stato frutto dei “malintesi”  ecclesiologi seguiti al Concilio Vaticano I.

P 48 L’immobilismo della Chiesa è legato al suo peccato di divisione da principio dell’oriente e dell’occidente e in gran parte conseguenza della politica dei carolingi come pure aggiunge Padre Calati della riforma Protestante agli inizi dell’età moderna,è all’origine di tutte le difficoltà  che nella contemporaneità incontriamo nell’esperienza della fede…:L’unità della Chiesa nasce dalla Parola.E’ Cristo il fermento dell’unità,è il suo spirito il garante del pluralismo dei doni che anima la comunione ecclesiale.

L’unità della Chiesa non è semplicemente un fatto sociologico,la comunione delle Chiese rende visibile Koinonia di Dio.

La parola di Dio che ci rivela il suo amore per noi è perciò costante nutrimento e garanzia della comunione.


 

Andiamo a Betlemme

 

La storia di Maria è una storia che ha per noi oggi dell’incredibile..un Angelo fu mandato da Dio ad una Vergine promessa sposa di un uomo della casa di Davide e quell’Angelo le doveva annunciare che le sarebbe nato un bimbo ( confronta Lc 1,26 e seguenti)…il Figlio di Dio!

Così il Vangelo di Luca ci propone l’annuncio a Maria come un fatto miracoloso e inquietante. Non manca ormai molto al matrimonio quando  un Angelo le appare e le parla nel segreto del suo cuore e le prospetta un evento imminente che la riguarda molto da vicino( Lc 1,31): “Ecco concepirai un Figlio lo darai alla Luce lo chiamerai Gesù”.Ma come, ma cosa sta dicendo quell’Angelo,quella voce che batte forte sul cuore come un ossessione?Ma come è possibile questo? Giustamente Luca disse che Maria rimase turbata( Lc 1,29) e chi non lo sarebbe?Ma in queste parole risuonava per Maria di Nazareth la voce di Dio. In quell’annuncio,una visita dal cielo. E’ questo il modo in cui di solito Dio viene ad incontrare l’uomo: un modo che turba,che disorienta,che sconvolge tutti i piani e i programmi. L’impatto con Dio è scomodo,rischioso solo pochi riescono a dire si come Maria, tanto più sarebbe difficile oggi rispondere all’annuncio dell’Angelo Gabriele per un tipo di mentalità come quella corrente dove tutto deve essere spiegato e ogni scelta motivata da un concreto profitto. Maria credette in questa impresa e mise a repentaglio la sua vita il suo presente e il suo futuro e si legò irrevocabilmente ad un Dio che non voleva abbandonare la storia dell’uomo a se stessa ma voleva essere Emanuele,”Dio con noi”,che voleva trovare un cantuccio nel paese,un corpo che potesse abbracciarlo e custodirlo,dargli un po’ di calore,piuttosto di tirarsi indietro,di farsi paralizzare dalla paura di quanto avrebbe comportato la nascita di quel Figlio.Ella credette,si affidò,consegnò il suo corpo alla Vita e alla Speranza:”Avvenga di me secondo la sua parola”(LC1,38) e lo fece proprio accettando Gesù nel suo grembo.

(Cfr Rosanna Virgili in Vita Monastica)

Betlemme è soprattutto l’incontro con un Dio che abbiamo troppo sbrigativamente mandato in esilio,un Dio nuovo,un Dio che genera,un Dio che non ha mai smesso di creare, un Dio che ci spinge a farci complici dell’atto di generare. Due persone che si amano sono vicine al cielo e una donna che dà vita alla vita è complice dell’inguaribile attitudine del generare di Dio. A Betlemme infatti le stelle che illuminano la capanna, avvolgono quel miracolo della vita che è la nascita di nostro Signore è il segno più spettacolare che indica il tempio in cui il Dio che genera ha deciso di abitare.

A Betlemme Dio ha finalmente un volto. Non una maschera,un volto. Semplicemente da contemplare ovvero da amare. Ci chiede il miracolo  un Dio bambino confuso  tra milioni di altri bambini: non sono cori di angeli da presepe ma grida di dolore che ci ricordano l’urgenza di generare pace e giustizia insieme alla bellezza e all’incanto.

(Cfr Tonino dall’Olio,Rocca 24 pag 25)

 

Anche noi andiamo a Betlemme partecipando, percorrendo la strada dalle nostre case nell’incontro nella Chiesa della nostra Comunità dove troveremo il Signore presente nei piccoli e nei grandi, nella diversità delle persone ma in ognuno un cuore da incontrare e da amare.

Buon Natale e Felice anno nuovo pieno di Speranza.

 

Padre Lorenzo,Padre Luigi, Padre Angelo.

 


Commenti: 0 (Discussione conclusa)
    Non ci sono ancora commenti.