Rifletti con noi!

La sorgività pura del Padre, l’accoglienza radicale del Figlio, la libertà diffusiva dello Spirito!

 

Don Tonino Bello

 

Cari fratelli, lo so che la Trinità è molto più che una formula esemplare per noi, e che non è lecito comprimerne la ricchezza alla semplice funzione di analogia. Ma se oggi c’è un insegnamento che dobbiamo apprendere con urgenza da questo mistero, è proprio quello della revisione dei nostri rapporti interpersonali.

 

Altro che “relazioni”. L’acidità ci inquina. Stiamo diventando corazze. Più che luoghi d’incontro, siamo spesso piccoli centri di scomunica reciproca. Tendiamo a chiuderci. La trincea ci affascina più del crocicchio. L’isola sperduta, più dell’arcipelago. Il ripiegamento nel guscio, più della esposizione al sole della comunione e al vento della solidarietà. Sperimentiamo la persona più come solitario auto-possesso, che come momento di apertura al prossimo. E l’altro, lo vediamo più come limite del nostro essere, che come soglia dove cominciamo a esistere veramente.

Coraggio.

 

Irrompe la Pasqua!

E’ il giorno dei macigni che rotolano via dall’imboccatura dei sepolcri. E’ l’intreccio di annunci di liberazione, portati da donne ansimanti dopo lunghe corse sull’erba. E’ l’incontro di compagni trafelati sulla strada polverosa. E’ il tripudio di una notizia che si temeva non potesse giungere più e che corre di bocca in bocca ricreando rapporti nuovi tra vecchi amici. E’ la gioia delle apparizioni del Risorto che scatena abbracci nel cenacolo. E’ la festa degli ex-delusi della vita, nel cui cuore all’improvviso dilaga la speranza.

 

 

Che sia anche la festa in cui il traboccamento della comunione venga a lambire le sponde della nostra isola solitaria.


Santissima Trinità

 

Papa Francesco, non viviamo gli uni senza gli altri

 

 

 

 

"Siamo chiamati a vivere non gli uni senza gli altri, sopra o contro gli altri, ma gli uni con gli altri, per gli altri, e negli altri". Questo  è il senso del mistero della Trinità"il mistero - ha spiegato - dell'unico Dio in tre Persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. La Trinità è comunione di Persone divine le quali sono una con l'altra, una per l'altra, una nell'altra: questa comunione è la vita di Dio, il mistero d'amore del Dio Vivente". "Siamo chiamati a vivere in un passaggio successivo - non gli uni senza gli altri, sopra o contro gli altri, ma gli uni con gli altri, per gli altri, e negli altri. Questo significa accogliere e testimoniare concordi la bellezza del Vangelo; vivere l'amore reciproco e verso tutti, condividendo gioie e sofferenze, imparando a chiedere e concedere il perdono, valorizzando i diversi carismi sotto la guida dei Pastori. In una parola, ci è affidato il compito di edificare comunità ecclesiali che siano sempre più famiglia, capaci di riflettere lo splendore della Trinità e di evangelizzare non solo con le parole, ma con la forza dell'amore di Dio che abita in noi".

 

 

"Cerchiamo pertanto - esorta il Papa - di tenere sempre alto il 'tono' della nostra vita, ricordandoci per quale fine, per quale gloria noi esistiamo, lavoriamo, lottiamo, soffriamo; e a quale immenso premio siamo chiamati. La Trinità, come accennavo è anche il fine ultimo verso cui è orientato il nostro pellegrinaggio terreno. Il cammino della vita cristiana è infatti un cammino essenzialmente 'trinitario': lo Spirito Santo ci guida alla piena conoscenza degli insegnamenti di Cristo, e anche ci ricorda quello che Gesù ci ha insegnato. E Gesù, a sua volta, è venuto nel mondo per farci conoscere il Padre, per guidarci a Lui, per riconciliarci con Lui. Tutto, nella vita cristiana, ruota attorno al mistero trinitario e viene compiuto in ordine a questo infinito mistero. La festa della Santissima Trinità ci fa contemplare il mistero di Dio che incessantemente crea, redime e santifica, sempre con amore e per amore, e ad ogni creatura che lo accoglie dona di riflettere un raggio della sua bellezza, bontà e verità. Egli da sempre ha scelto di camminare con l’umanità e forma un popolo che sia benedizione per tutte le nazioni e per ogni persona, nessuna esclusa. Il cristiano non è una persona isolata, appartiene ad un popolo: questo popolo che forma Dio. Non si può essere cristiano senza tale appartenenza e comunione. Noi siamo popolo: il popolo di Dio. La Vergine Maria ci aiuti a compiere con gioia la missione di testimoniare al mondo, assetato di amore, che il senso della vita è proprio l’amore infinito, l’amore concreto del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.


Una comunione d’amore e di vita

 

 

 

16 giugno 2019

 

Santissima Trinità

Gv 16,12-15

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:«12Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 14Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.15Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

 

È la festa cosiddetta della Trinità, fissata dalla chiesa la prima domenica dopo la Pentecoste: non è memoriale di un evento della vita di Cristo, ma piuttosto una confessione e una celebrazione dogmatica dovuta ai concili di Nicea (325) e di Costantinopoli (381). In verità nella Bibbia non si trova mai la parola Trinità, formula dogmatica, ma vi è piuttosto la rivelazione di Dio come Padre, della Parola fatta carne, Gesù il Figlio di Dio, e dello Spirito santo di Dio, la forza attraverso la quale il Padre e il Figlio operano nella storia. Soltanto noi cattolici, a differenza degli altri cristiani, in obbedienza all’intenzione della chiesa celebriamo questa festa ascoltando i testi biblici nei quali troviamo la parola di Dio, che ci rivela il grande mistero della Tri-unità di Dio.

 

Il brano evangelico è tratto dai “discorsi di addio” di Gesù, già più volte incontrati nel tempo di Pasqua, quelli da lui rivolti ai discepoli prima della sua gloriosa passione. Chi parla è il Gesù glorioso del quarto vangelo, Signore del mondo e della chiesa nel suo oggi; parla qui e ora alla chiesa, spiegandole che egli, ormai risorto, è vivente presso Dio e in Dio quale Dio. Ha già promesso di non lasciare orfani quanti credono in lui (cf. Gv 14,18) e perciò di mandare loro lo Spirito Paraclito, avvocato difensore (cf. Gv 14,15-17.26; 15,26-27; 16,7-11); ha invitato i credenti ad avere fede in lui e li ha messi in guardia rispetto al mondo nel quale ancora essi vivono, preannunciando loro ostilità e persecuzione (cf. Gv 14,27; 16,1-4.33), ma dichiarando anche che il Principe di questo mondo è stato da lui vinto per sempre (cf. Gv 12,31; 14,30; 16,11).

 

Gesù, che ha insegnato per anni ai suoi discepoli e che nel quarto vangelo si attarda a lasciare loro le sue ultime volontà, a un certo punto deve confessare: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso” (letteralmente: “portarle”). Anche Gesù ha fatto l’esperienza del desiderio di comunicare molte cose ma di rendersi conto che l’altro, gli altri non sono in grado di condividerle, di comprenderle, di portarle dentro di sé. In ogni relazione – lo sperimentiamo quotidianamente – l’assiduità provoca una crescita di conoscenza, l’ascolto e le parole scambiate permettono una maggior comunicazione con l’altro, ma a volte ci si trova di fronte a dei limiti che non si possono oltrepassare. L’altro non può comprendere, non può accogliere ciò che si dice, e addirittura comunicargli delle verità può diventare imprudente, a volte non opportuno. Si manifesta il limite, una barriera che può anche far soffrire ma che va accettata. Anzi, occorre non solo sottomettersi a essa, ma addirittura arrivare alla resa: non si può né si deve comunicare di più…

 

Non c’era difficoltà a esprimersi da parte di Gesù, bensì incapacità di ricezione da parte dei discepoli. Gesù però getta lo sguardo sul tempo dopo di sé, con fede-fiducia e con speranza: “Oggi non capite, ma domani capirete”. Perché? Perché egli sa che la vita e la storia sono anch’esse rivelatrici; che vivendo si arriva a capire ciò che abbiamo semplicemente ascoltato; che è con quelli con cui camminiamo che si comprendono più profondamente le parole affidateci. Si potrebbe dire – parafrasando un celebre detto di Gregorio Magno – che “la parola cresce con chi la ascolta”, con chi la scambia con altri, con chi la medita insieme ad altri, con chi sa ascoltare la vita, gli eventi, la storia. Il cammino della conoscenza non è mai finito, l’itinerario verso la verità non ha un termine qui sulla terra, perché solo nell’al di là della morte, nel faccia a faccia con Dio, conosceremo pienamente (cf. 1Cor 13,12).

 

Questa verità dà alla fede cristiana uno statuto che non sempre teniamo presente. Dovremmo cioè prestare più attenzione alle vicende di Gesù e dei suoi discepoli, leggendole non solo come fatti del passato ma anche come tracce sulle quali camminiamo ancora oggi. La nostra fede non è statica, non ci è data una volta per tutte come un tesoro da conservare gelosamente, ma è come un dono che cresce nelle nostre mani. Dicendo queste parole, Gesù certamente intravedeva anche tra i suoi discepoli il pericolo del voler conservare ciò che avevano conosciuto come uno scrigno chiuso, come un museo, invece di permettere alle sue parole di percorrere le strade del mondo e i secoli della storia crescendo, arricchendosi nell’incontro con altre parole, storie, culture. Sì, la verità che ci è stata consegnata progredisce in approfondimento e in estensione, e per molti aspetti la chiesa di oggi, come quella di ieri, conosce ciò che è essenziale alla salvezza; ma la chiesa di oggi conosce di più e comprende il Vangelo stesso in modo più approfondito. Non è il Vangelo che cambia ma siamo noi oggi a comprenderlo meglio di ieri – come diceva papa Giovanni –, meglio anche dei padri della chiesa.

 

Ma questa crescita della comprensione non avviene per energie che sono in noi, non è un’avventura dello spirito umano, ma è un cammino “guidato” dal dono del Risorto, lo Spirito santo: “Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”. Abbiamo una guida nel tempo in cui Gesù non è più tra di noi allo stesso modo in cui camminava accanto ai suoi sulle strade della Palestina. Siamo sulle strade del mondo, tra le genti, in mezzo ai pagani, come “viandanti e pellegrini” (cf. Eb 11,13, 1Pt 2,11): non siamo soli, orfani, senza orientamento. Ecco il dono di Gesù risorto, lo Spirito santo, “suo compagno inseparabile” (Basilio di Cesarea), che ora è divenuto il nostro compagno inseparabile. Lo Spirito è luce, è forza, è consolazione, e ci guida: dolce luce quando è notte, brezza che rinfresca nella calura, forza che sostiene nella debolezza. Noi cercatori della verità mai posseduta percorriamo il nostro cammino, ma lo Spirito santo ci dà la possibilità di andare oltre la conoscenza della verità acquisita, attraverso inizi senza fine. E sia chiaro che questa comprensione non sta all’interno di una dimensione intellettuale, gnostica, ma è conoscenza esperita da tutta la nostra persona; e la verità che cerchiamo e inseguiamo non è una dottrina, non sono formule o idee, ma è una persona, è Gesù Cristo che ha detto: “Io sono la verità” (Gv 14,6).

 

Lo Spirito santo però non è una forza, un vento che viene da dove vuole e va dove vuole, ma è lo Spirito di Cristo, mai dissociato da Gesù. Quando lo Spirito è presente e ci parla di Gesù, è come se ci parlasse Gesù stesso, e in questo modo ci parla di Dio, perché dopo la resurrezione non si può più parlare di Dio senza guardare e conoscere Gesù suo Figlio che lo ha raccontato (cf. Gv 1,18) con parole d’uomo e con la sua vita umanissima. Le parole di Gesù sullo Spirito santo, dunque, in realtà ci indicano il Padre, Dio, perché il Padre e il Figlio hanno tutto in comune: il Figlio è la Parola emessa dal Padre e lo Spirito è il Soffio di Dio che consente di emettere la Parola. È in questo modo che Giovanni, attraverso le parole di Gesù, ci accompagna a intravedere il nostro Dio come Padre, Figlio e Spirito santo: un Dio che è intimamente comunione plurale, un Dio che è comunione d’amore, un Dio che nel Figlio si è unito alla nostra umanità e attraverso lo Spirito santo è costantemente creatore di questa comunione di vita.

 

 

Nel leggere o ridire questa pagina evangelica, stiamo però attenti a non trasformarla in un trattato di dottrina, in una sorta di enigma, in una formula matematica sconosciuta… Se questa è una verità, verifichiamola annunciandola ai “piccoli”, a quanti sono privi di strumenti intellettuali, ai poveri. Solo se essi, ascoltandola dalle nostre labbra, la capiscono, ciò significa che qualcosa abbiamo capito anche noi; altrimenti siamo nell’inganno di aristocratici gnostici che credono di vedere e invece sono ciechi (cf. Gv 9,40-41), credono di conoscere e invece restano ignoranti, credono di confessare la fede e invece sono legati alla dottrina. Il Vangelo è semplice, è per i piccoli, è una realtà nascosta agli intellettuali e agli eruditi (cf. Mt 11,25; Lc 10,21): non rendiamolo difficile o addirittura enigmatico, degno di stare su una stele di pietra e incapace di entrare nel cuore di ogni persona. Imprimendo su di noi il segno della croce, diciamo il nostro desiderio e impegno di credere con la mente, con il cuore e con le braccia, cioè con quanto operiamo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo


Puoi essere santo # lìdovesei

 

 

Salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice d’Italia - Movimento Giovanile Salesiano Italia

 

Orientamenti per il Tema Pastorale 2019-2020

 

(NPG 2019-05-...)

 

 

Il percorso sinodale su “Giovani, fede e discernimento vocazionale” che ci ha coinvolto e appassionato prosegue nella sua fase di recezione e attuazione. Il Convegno Nazionale di Pastorale Giovanile che si è tenuto a Palermo i primi giorni di maggio ci ha consegnato delle “parole coraggiose” e ha prospettato delle linee progettuali che sono in fase di definizione. Aspettiamo con trepidazione questa “scatola degli attrezzi” per camminare come Chiesa con i giovani facendo tesoro dell’intero Sinodo, dall’Istrumentum Laboris al Documento Finale all’Esortazione Christus Vivit. In attesa di indicazioni su cui intendiamo articolare il prossimo triennio, i Salesiani, le Figlie di Maria Ausiliatrice e il Movimento Giovanile Salesiano Italia hanno, come da tradizione, elaborato alcuni orientamenti per il Tema del prossimo anno educativo-pastorale, fonte per l’elaborazione dei sussidi per le fasce d’età: fanciulli, preadolescenti, adolescenti. In particolare il “Quaderno Giovani” è un punto di riferimento, base per gli educatori nel comprendere e contestualizzare il tema nel percorso ecclesiale. L’anno in corso chiude un triennio contrassegnato dalla ripresa dei nuclei della Spiritualità Giovanile Salesiana alla luce della Esortazione Apostolica di papa Francesco Evangelii Gaudium. Nel 2016-2017: “Maestro, dove abiti?” #Con Te o senza Te non è la stessa cosa - Incontro con Gesù e quotidiano; nel 2017-2018: “Casa per molti, Madre per tutti” #nessunoescluso - L’appartenenza gioiosa alla Chiesa e la Vergine Maria; nel 2018-2019: “Io sono una missione” #perlavitadeglialtri - Il servizio responsabile e la risposta vocazionale. Il prossimo anno avrà come tema “Puoi essere santo #lìdovesei” – il dono, la chiamata, il compito della santità. Il tema prende spunto dalla Strenna per il 2019 che il Rettor Maggiore, don Ángel Fernández Artime, ha indirizzato alla Famiglia Salesiana: “Perché la mia gioia sia in voi (Gv 15,11). La santità anche per te”. Il referente della santità è nato nel Rettor Maggiore a partire dalla Esortazione Apostolica Gaudete et exsultate; in essa il Papa, nell’additare la santità come “autentica fioritura dell’umano” e come una chiamata e dono che il Signore rivolge a tutti, ripresenta come testo biblico di riferimento quello delle Beatitudini nella versione dell’evangelista Matteo (Mt 5,3-12), suggerisce per ciascuna una efficace espressione sintetica (nn. 67-94), fornisce cinque caratteristiche della santità nel mondo attuale che ci sono parse concrete, praticabili e decisive (nn. 110-157). Particolarmente ispirativo è il riferimento alla “giovinezza dei santi” così come suggerisce il n. 114 dell’Instrumentum Laboris:

 

... Tutti i Santi sono passati attraverso l’età giovanile e sarebbe utile ai giovani di oggi mostrare in che modo i Santi hanno vissuto il tempo della loro giovinezza. Si potrebbero così intercettare molte situazioni giovanili non semplici né facili, dove però Dio è presente e misteriosamente attivo. Mostrare che la Sua grazia è all’opera attraverso percorsi tortuosi di paziente costruzione di una santità che matura nel tempo per tante vie impreviste può aiutare tutti i giovani, nessuno escluso, a coltivare la speranza di una santità sempre possibile.

 

La santità infatti non è sinonimo di élitarismo spirituale riservato a predestinati o a eroi, ma è la risposta a un dono di Dio che si costruisce giorno per giorno attraverso fragilità, fallimenti e continue riprese. Se tutti sono chiamati alla santità, ciascuno la realizza nel tempo senza omologazioni ma con una risposta personale e inedita come frutto di una vita cristiana non anonima. Essa è cura dell’umano, non sua dimenticanza, fatta di fecondi intrecci relazionali, amicali e comunitari sorretti dalla parola di Gesù: “non vi chiamo più servi... ma vi ho chiamato amici” (Gv 15,15). Il Rettor Maggiore connota la santità in chiave di partecipazione alla gioia di Gesù, frutto del rapporto con Lui e del dono di sé.

Le Beatitudini nel Vangelo di Matteo (Mt 5,1-12) sono il testo biblico di riferimento così come raccomandato da papa Francesco:

 

Ci possono essere molte teorie su cosa sia la santità, abbondanti spiegazioni e distinzioni. Tale riflessione potrebbe essere utile, ma nulla è più illuminante che ritornare alle parole di Gesù e raccogliere il suo modo di trasmettere la verità. Gesù ha spiegato con tutta semplicità che cos’è essere santi, e lo ha fatto quando ci ha lasciato le Beatitudini (cfr Mt 5,3-12; Lc 6,20-23). Esse sono come la carta d’identità del cristiano. Così, se qualcuno di noi si pone la domanda: “Come si fa per arrivare ad essere un buon cristiano?”, la risposta è semplice: è necessario fare, ognuno a suo modo, quello che dice Gesù nel discorso delle Beatitudini. In esse si delinea il volto del Maestro, che siamo chiamati a far trasparire nella quotidianità della nostra vita”.

(Gaudete et Exultate, 63)

 

Per la loro sobria solennità, la loro forza programmatica, la loro capacità di esprimere sinteticamente la bellezza del volto di Gesù e l’itinerario spirituale del discepolo, le beatitudini fanno sperimentare la sapienza illuminante e la potenza trasformante della Parola: “Cristo non solo annuncia la Parola, ma è la Parola che si annuncia. Ogni proclamazione di beatitudine è innanzitutto l’offerta di un incontro con Lui che non solo la annuncia e la spiega, ma la rende possibile e la fa accadere… Nelle beatitudini Gesù intende coinvolgere gli ascoltatori nella sua stessa esperienza” (Sicari). Esse sono il condensato di una “vita nuova” da vivere con radicalità; esse ci aiutano a vivere con maggior pienezza la nostra personale vocazione. La scelta di avere come testo biblico di riferimento le Beatitudini permette, senza tralasciare l’opzione di una strutturazione in base all’anno liturgico, di raccogliere altresì l’istanza di offrire un itinerario pedagogico-spirituale.

Il titolo “puoi essere santo # lìdovesei” è stato scelto dalla Segreteria Nazionale dei giovani del Movimento Giovanile Salesiano; interpella interiormente e mobilita esteriormente. Don Rossano Sala così lo commenta:

 

È un frutto del loro impegno appassionato per l’edificazione del Regno che viene... Sono stati insieme ingenui, geniali e genuini! Tre parole che rimandano ai “geni”, cioè a quelle piccole sequenze del nostro DNA che garantiscono una originalità inimitabile in ciascuno di noi.

Ingenui perché davvero credono ancora ai loro sogni: “Puoi essere Santo”. Questa sentenza è per molti di noi solo un’utopia, un’idea teorica di certo irraggiungibile, un desiderio che forse si può coltivare, ma in fondo destinato alla frustrazione. Insomma, ad una realtà senz’altro bella e attraente, ma innegabilmente lontana e impossibile. Invece questi ragazzi ci dicono che non bisogna cedere sul desiderio della santità! È un “potere” a cui dobbiamo credere, quello di essere e diventare santi! Se ci crediamo, può essere un sogno che giorno dopo giorno si avvera. Questa della santità è una fiducia che dobbiamo riacquistare dalla vita, per non cedere alla sua mediocrità.

Geniali perché rimandano alla vita di tutti i giorni: “#lìdovesei”. Non cercano le condizioni ineccepibili per poter essere santi, ma sono certi che ognuno di noi, a partire esattamente dalla sua condizione storica – età, stato, incarico, ruolo, situazione sociale ed economica, salute, fragilità, e così via – ha tutte le carte in regola per essere santo. Non si tratta di trovare condizioni diverse rispetto a quelle che abbiamo, ma di far fiorire la nostra umanità a partire dalla realtà in cui siamo e dalla realtà che siamo...

Genuini perché molto immediati e concreti: “Puoi essere Santo #lìdovesei”. In poche semplici parole riescono a dire il compito di una vita intera... Queste quattro parole rappresentano bene la concretezza dell’ordinario che siamo chiamati ad abitare in modo straordinario. Il Signore Gesù chiede ad ognuno di noi di vivere una santità nell’ordinario della vita di tutti i giorni

(Introduzione al Quaderno Giovani).

 

 

Il cammino del prossimo anno pastorale ci permetta di risentire la voce del Signore che ci chiama, ci sproni a seguirlo comunitariamente nel cammino delle Beatitudini per poter un giorno in Cielo “gaudere et exultare” al compimento dei nostri giorni.


Benoîte, una giovane fanciulla come le altre

 

1647 – Benoîte Rencurel nasce a Saint-Etienne d'Avançon in una famiglia di modeste condizioni. Contemporanea del re Luigi XIV, vivrà in un'epoca tormentata da tensioni politiche, sociali e religiose.

 

Dopo la morte di suo padre, avvenuta nel 1654, si vede costretta a lavorare come pastorella. Prima di incominciare a percorrere le montagne con le sue greggi, chiede a sua madre un rosario. Non sapendo né leggere né scrivere, prega a lungo durante le sue giornate e diventa così un’  autentica contemplativa.

 

Semplice e piena di vita, è vicina alla gente del suo villaggio e non esita a donare il suo cibo ai bambini più poveri di lei.

 

 

 

   

 

1664 : inizio di una lunga relazione spirituale

 

Il Vallone delle fornaci

Maggio 1664: dopo aver ascoltato un'omelia del suo parroco, Benoîte sente profondamente il desiderio di incontrare la Madre di misericordia. Poco dopo le appare S. Maurizio e le annuncia che il suo desiderio sarà esaudito.

 

A partire dal giorno seguente una “bella Signora” le appare quotidianamente per 4 mesi al Vallone delle fornaci, in prossimità di Saint-Etienne. Per prepararla alla sua missione futura, Ella le impartisce un'educazione intensiva che trasforma il suo comportamento e la sua stessa vita spirituale.

 

Il 29 di agosto la bella Signora rivela la Sua identità: “Io sono Maria, la Madre del mio carissimo Figlio”.

 

A fine settembre, dopo un mese di assenza, Maria si manifesta nuovamente, ma sull'altro lato della valle, a Pindreau: “Andate al Laus, vi troverete una cappella dalla quale emaneranno buoni profumi e là parlerete con me molto sovente”.

 

      

 

L'indomani Benoîte si reca nella vicinissima frazione del Laus e, grazie ai profumi, trova la cappella del “Bon Rencontre”. All'interno, in piedi sull'altare, Maria le rivela il suo progetto: “Ho chiesto questo luogo a mio Figlio per la conversione dei peccatori ed Egli me l'ha concesso”.

 

Ella affida inoltre a Benoîte la missione di far costruire una chiesa ed una casa per i sacerdoti affinché possano accogliere e confessare i pellegrini.

 

Tra il 1666 e il 1669 viene edificata la chiesa incorporando internamente la cappella del“Bon Rencontre”. Il giorno in cui viene benedetta la chiesa, Benoîte diviene membro del terzo Ordine Domenicano, da cui le  sarà attribuito il titolo di “sorella Benoîte”.

 

        

 

  

 

 

Fin dalla primavera del 1665 i pellegrini  affluiscono al Laus: saranno circa 130 000 in 18 mesi.

 

Benoîte adempie con loro il suo ministero di accoglienza, di preghiera e di penitenza. Avendo ricevuto il dono di poter leggere nelle coscienze e nell'animo dei pellegrini, ella illumina il loro cammino  verso la conversione e li indirizza verso i sacerdoti che rimangono meravigliati dalla qualità delle loro confessioni.

 

Le guarigioni e le conversioni sono molto numerose; completamente votata alla sua missione, Benoîte decide di risiedere stabilmente al Laus nel 1672.

 

Per 54 anni Maria continua ad apparirle per sostenerla nel suo apostolato e per proseguire la sua educazione.


Etty Hillesum,

 

la ragazza che trovò

 

Dio durante la Shoah

 

Cristina Uguccioni

 

 

La storia della giovane ebrea olandese, morta ad Auschwitz 75 anni fa, che scriveva: «una volta che si comincia a camminare con Dio si continua semplicemente a camminare e la vita diventa un’unica, lunga passeggiata»

 

 

«Si vorrebbe esser un balsamo per molte ferite». Con queste parole si conclude il Diario scritto da Etty Hillesum, giovane ebrea olandese che il 7 settembre 1943 fu deportata ad Auschwitz dove morì, secondo un rapporto della Croce Rossa, il 30 novembre 1943, 75 anni fa. Di lei Benedetto XVI, ricordando a tutti che «la grazia di Dio è al lavoro e opera meraviglie nella vita di tante persone», disse: «Inizialmente lontana da Dio […], nella sua vita dispersa e inquieta Etty Hillesum Lo ritrova proprio in mezzo alla grande tragedia del Novecento, la Shoah. Trasfigurata dalla fede, si trasforma in una donna piena di amore e di pace interiore, capace di affermare: “Vivo costantemente in intimità con Dio”».

 

Parole per il nostro tempo

 

Non ancora conosciuto come meriterebbe, il “Diario” (pubblicato in edizione ridotta e integrale da Adelphi, insieme al volume delle “Lettere”), consente di scoprire un seme di agape che, insieme ad altri, fu impiantato nel grembo insanguinato della storia del Novecento; un seme buono che può accompagnare e sostenere in modo speciale gli uomini e le donne del nostro tempo.

 

Come una pattumiera

 

Etty Hillesum era nata nel 1914 in Olanda, a Middelburg, in una famiglia ebrea non praticante. Trasferitasi ad Amsterdam, si era laureata in Legge e cominciava a studiare lingue slave e a dare lezioni di russo (la lingua della madre). Era una giovane donna colta, vivace, curiosa. E molto irrequieta. Dotata di grande capacità introspettiva, all’inizio del Diario (nel 1941), si descriveva con queste parole: «Io voglio qualcosa e non so che cosa. Di nuovo mi sento presa da una grandissima irrequietezza e ansia di ricerca, tutto è in tensione nella mia testa. […] Nel profondo di me stessa, io sono come prigioniera di un gomitolo aggrovigliato, e con tutta chiarezza di pensiero, a volte non sono altro che un povero diavolo impaurito. […] A volte mi sento proprio come una pattumiera; sono così torbida, piena di vanità, irrisolutezza, senso di inferiorità. Ma in me c’è anche onestà, e un desiderio appassionato, quasi elementare di chiarezza e di armonia tra esterno e interno».

 

La gratitudine

 

Intenzionata a mettere ordine nel suo caos interiore, Etty si rivolse a un allievo di Jung – Julius Spier – ebreo, fondatore della psicochirologia (scienza che analizzando le mani studia la persona), con il quale poi visse una relazione sentimentale. Alla morte di quest’uomo, da lei battezzato «l’ostetrico della sua anima», gli dedicò queste parole: «Tu mi hai insegnato a pronunciare con naturalezza il nome di Dio. Sei stato l’intermediario tra Dio e me […]. Ora sarò io l’intermediaria per tutti quelli che potrò raggiungere». La limpida gratitudine verso Spier, espressa in molti passi del Diario, contrasta l’odierna pressione culturale a “farsi da sé senza vincoli né debiti con alcuno” e invita a onorare e ringraziare quanti, ad ogni generazione, insegnano “a pronunciare il nome di Dio” consegnando un tesoro del quale poi ciascuno, a propria volta, ha la responsabilità nei confronti di altri.

 

Purché tu mi tenga per mano

 

Mentre la guerra infuriava e le condizioni di vita si facevano sempre più drammatiche per gli ebrei olandesi, le pagine del Diario restituiscono il percorso interiore di Etty, il suo volgersi a Dio e la fiducia con cui si abbandona a Lui: «Mio Dio, prendimi per mano, ti seguirò da brava, non farò troppa resistenza. Non mi sottrarrò a nessuna delle cose che mi verranno addosso in questa vita, cercherò di accettare tutto e nel modo migliore. Il calore e la sicurezza mi piacciono, ma non mi ribellerò se mi toccherà stare al freddo purché tu mi tenga per mano andrò dappertutto allora, e cercherò di non avere paura. E dovunque mi troverò, io cercherò di irraggiare un po’ di quell’amore, di quel vero amore per gli uomini che mi porto dentro. […] Una volta che si comincia a camminare con Dio si continua semplicemente a camminare e la vita diventa un’unica, lunga passeggiata».

 

L’agape di Dio

 

La preghiera, per Etty (lettrice attenta della Bibbia), non si configura come un ripiegamento narcisistico su di sé né come ricerca di una appagante relazione con Dio in cui immergersi ignorando il patire altrui. Sotto questo aspetto la sua esperienza aiuta a individuare la distorsione in cui oggi può incorrere la preghiera: nella nostra epoca, minata da un dilagante narcisismo, la preghiera è esposta al rischio di trasformarsi in una tecnica di autorassicurazione psicologica, una pratica da mettere in atto per raggiungere il benessere, per “stare bene con se stessi” (ormai diventato il diktat ossessionante delle società occidentali). Pregare significava, per Etty, coinvolgersi nella dinamica dell’agape di Dio per tutti i Suoi figli: «Dobbiamo abbandonare le nostre preoccupazioni per pensare agli altri, che amiamo. Voglio dir questo: si deve tenere a disposizione di chiunque si incontri per caso sul nostro sentiero, e che ne abbia bisogno, tutta la forza e l’amore e la fiducia in Dio che abbiamo in noi stessi e che ultimamente stanno crescendo meravigliosamente in me. O l’uno o l’altro: o si pensa solo a se stessi e alla propria conservazione, senza riguardi, o si prendono le distanze da tutti i desideri personali e ci si arrende. Per me, questa resa non si fonda sulla rassegnazione che è un morire, ma si indirizza là dove Dio per avventura mi manda ad aiutare come posso».

 

La vita ricca di significato

 

Intanto la repressione per gli ebrei olandesi era diventata durissima: i nazisti cominciarono a condurli nel campo di smistamento di Westerbork, ultima tappa prima di Auschwitz. Nel luglio del 1942 Etty iniziò a lavorare in una sezione del Consiglio Ebraico, organizzazione che faceva da cuscinetto tra i nazisti e gli ebrei: poco tempo dopo domandò di essere trasferita a Westerbork per prestare assistenza alle persone in transito, tornando alcune volte ad Amsterdam anche per ragioni di salute. Era chiara in lei la consapevolezza del destino che attendeva il suo popolo: «Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Non darò più fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se altri non capiranno cos’è in gioco per noi ebrei. Continuo a lavorare con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato». Le pagine del Diario ripetutamente restituiscono la celebrazione della vita: «Di minuto in minuto desideri, necessità, legami si staccano da me, sono pronta a tutto, a ogni luogo di questa terra nel quale Dio mi manderà. Sono pronta a ogni situazione e nella morte a testimoniare che questa vita è bella».

 

Aprire la via a Dio

 

Nel luglio del 1943 i nazisti stabilirono che la metà dei membri del Consiglio Ebraico presenti nel campo rientrasse ad Amsterdam, mentre l’altra metà avrebbe dovuto restare senza poter più uscire. Etty, che pure avrebbe potuto cercare salvezza nascondendosi, scelse di restare. Voleva prendersi cura di quella umanità dolente e spaventata: «Quanto sono grandi le necessità delle tue creature terrestri, Dio mio. Ti ringrazio perché lasci che tante persone vengano a me con le loro pene: parlano tranquille e senza sospetti e d’un tratto vien fuori tutta la loro pena e si scopre una povera creatura disperata che non sa come vivere. E a quel punto cominciano i miei problemi. Non basta predicarti, mio Dio, non basta disseppellirti dai cuori altrui. Bisogna aprirti la via, mio Dio, e per far questo bisogna essere un gran conoscitore dell’animo umano. I miei strumenti per aprirti la strada negli altri sono ancora ben limitati. Ma esistono già, in qualche misura: li migliorerò pian piano e con molta pazienza».

 

Ogni atomo di odio

 

In un tempo come il nostro – nel quale toni ringhiosi e parole di odio paiono diffondersi come un virus malefico – Etty sostiene e incoraggia quella moltitudine immensa di uomini e donne che anche oggi – ovunque sulla terra – con letizia, e non senza molti sacrifici, seminano quotidiane opere di agape: quelle infinite forme della custodia, dell’accudimento, della dedizione che tengono in piedi il mondo e che sono incanti quotidiani: mediaticamente invisibili, esistenzialmente decisivi. Annotava Etty: «L’assenza di odio non significa di per sé assenza di un elementare sdegno morale. So che chi odia ha fondati motivi per farlo. Ma perché dovremmo sempre scegliere la strada più corta e a buon mercato? Laggiù (a Westerbork) ho potuto toccare con mano come a ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo si renda ancora più inospitale. E credo anche, forse ingenuamente ma ostinatamente, che questa terra potrebbe ridiventare un po’ più abitabile solo grazie a quell’amore di cui l’ebreo Paolo scrisse agli abitanti di Corinto».

 

Sino all’ultimo respiro

 

 

Mostrando la convinzione che l’umanità formi una catena i cui anelli sono saldati gli uni agli altri, Etty pensava anche a quanti sarebbero venuti dopo di lei e scriveva: «Ho il dovere di vivere nel modo migliore e con la massima convinzione, sino all’ultimo respiro: allora il mio successore non dovrà più ricominciare tutto da capo, e con tanta fatica». Tutti gli esseri umani nascono “in debito” con altri e sono destinati a vivere “in favore” di altri: nel Diario di Etty questa verità granitica dell’umano risplende.

 

 

Donna di frontiera

 

La devozione popolare cattolica e islamica verso Maria

 

Giuseppe Lorizio

 

«Se vuoi sapere chi è Maria, chiedilo ai teologi, se vuoi sapere come si ama Maria, chiedilo al popolo”, così Papa Francesco in una intervista a padre Alexandre Awi Mello. Speriamo che ci siano teologi che sanno amare Maria, oltre che indicarne l’identità e che il popolo di Dio accompagni la propria devozione alla Madonna con un’adeguata riflessione, per evitare i rischi sempre incombenti del paganesimo idolatrico e del bigottismo, alimentato anche da certi media cosiddetti cattolici. Quanto all’identikit di Maria di Nazareth abbiamo i quattro dogmi che ce ne consegnano la natura: Madre di Dio, Vergine (prima, durante e dopo il parto), Immacolata concezione e assunta in cielo. Ma dietro le formule si cela e si svela la persona di questa donna non solo straordinaria, ma unica. La sua figura interpella il pensiero e la filosofia, tanto che un pensatore del calibro di Massimo Cacciari, le ha dedicato un volume, dal titolo suggestivo Generare Dio (il Mulino, 2017). Il pensiero è provocato dal paradosso della “madre di Dio”, di fronte al quale saltano tutte le logiche binarie e si ritrova superato lo stesso principio di non contraddizione. Di fatto il titolo di theotokos nell’antichità era attribuito ad Iside, la madre di Horos, sposa di Osiride. Ma si trattava di una dea, che, come naturale, genera il dio.

Nel cristianesimo, invece, è una donna a generare Dio, come insegna il concilio di Efeso. E questa fecondità trova il suo grembo verginale in una scelta libera di abbandono alla Parola. Né si può sostenere che l’essere stata creata immune dal peccato d’origine (immacolata) limiti o condizioni la sua libertà. Del resto Eva, che pure non ancora era affetta dal peccato, ha compiuto la scelta opposta a quella della madre di Dio. Il suo è l’esercizio di una libertà liberata e quindi incondizionata, per cui il suo si viene valorizzato e diventa fondante le scelte della sua esistenza, ponendosi anche a modello della nostra.

Ma Maria è donna di frontiera, anche perché ci consente un incontro fecondo con la spiritualità islamica. Il fatto che quest’anno il mese islamico del digiuno del Ramadan coincida con quello cattolico dedicato al culto della Vergine Madre può essere considerato “provvidenziale”, anche alla luce del recente documento di Abu Dhabi. L’icona di Maria è, infatti, un comune riferimento per la devozione popolare e per la fede delle due religioni. Mentre rivolgiamo, come cristiani e cattolici, la nostra attenzione devota a Maria, nel mese a lei dedicato, dobbiamo fondarla sulla persona piuttosto che sulle formulazioni dottrinali che ne rivelano l’identità. Infatti, come insegna Tommaso d’Aquino, la nostra fede non ha come destinazione ultima le formulazioni, ma la stessa realtà, nel nostro caso la persona della Madonna. In questo orizzonte va letta e interpretata, ma soprattutto vissuta, la devozione popolare, cattolica e islamica verso di lei. È la pietà popolare, piuttosto che il contesto accademico, a costituire l’orizzonte di una sana teologia. E sarà il comune riferimento alla persona della Madonna a far germogliare il miracolo della pace fra culture, religioni, appartenenze diverse e che spesso il mondo contrappone.

Se può sembrare scontata e di facile interpretazione l’attenzione della religiosità cattolica verso la Madre di Dio, non sempre si percepisce e si riesce a cogliere il sentimento di devozione che pervade l’Islam verso Maria, la madre di Gesù di Nazareth. E questo fin dalle origini. Infatti il Corano le dedica una sura intera, la xix, descrivendo in termini certo immaginativi, ma non meno efficaci, il suo ruolo di madre vergine di Gesù. In questa sura risultano fondamentali la presenza dello Spirito Santo e la mediazione dell’arcangelo Gabriele. Fino a denominare Maria nei termini di “donna di verità”. E, in un racconto trasmesso dallo storico Azraqi, nel contesto in cui si descrive il rispetto di Mohamed e del suo primo nucleo di discepoli verso Maria, si dice che, durante la conquista della Mecca, il profeta avesse ordinato la cancellazione di tutte le immagini sacre (ritenute idolatriche), tranne che di quella (iconica) della Vergine madre col bambin Gesù in grembo.

In questo senso, la “donna di verità”, indica la necessità del dialogo e della condivisione, piuttosto che la divisione e il conflitto. E, nel dialogo, la prima attitudine da esercitare non è quella del giudizio dell’altro, bensì quella dell’ascolto, di cui Maria è maestra. E, se è vero che Maria ha ricevuto da Dio il dono ineffabile della maternità verginale (paradosso della fede), è altresì ineludibile il fatto che ella ha vissuto nella storia e nelle sue scelte quotidiane la fedeltà alla sua opzione fondamentale. In questo senso ha ragione papa Francesco quando ha affermato che “Maria è diventata santa”, come del resto anche il suo figlio è cresciuto “in sapienza e grazia davanti a Dio e agli uomini” esercitando la sua libertà nella storia.

Infine Maria è donna di frontiera anche all’interno del dialogo interconfessionale: non sarà fuori luogo, in questo mese mariano, il richiamo al mirabile testo di Lutero, che propone il suo Commento al Magnificat, insieme a quello sull’Ave Maria (entrambi databili fra il 1521 e il 1522: gli anni della rottura con la Chiesa romana). La leva e la chiave di volta di questi scritti è l’umiltà di Maria. E da essi traiamo il messaggio secondo cui senza una profonda e radicata umiltà non possiamo attingere la verità e non possiamo attivare un autentico dialogo. E questa espressione del monaco agostiniano ci viene incontro mentre concludiamo il mese che da cattolici abbiamo dedicato alla Madre di Dio: «Le sue parole sono l’espressione di un grande amore e di una vivissima gioia, ciò̀ spiega perché il suo animo e la sua vita si elevano nello spirito. Maria non dice: Io magnifico Dio, ma l'anima mia; come se volesse dire: tutta la mia vita e i miei sensi sono come sorretti dall'amore di Dio, dalla sua lode e dalla gioia che è in Lui, tanto che, non più padrona di me stessa, vengo elevata più̀ di quanto io non mi elevi alla lode di Dio, come accade a tutti coloro che, pervasi da una dolcezza divina nello spirito, sentono più di quanto non riescano ad esprimere; lodare Dio con gioia non è infatti opera umana, ma è piuttosto o un subire gioiosamente un'influenza che deriva solo da Lui, che non si può esprimere a parole, ma che si può percepire solamente con l’esperienza».

 

(L'Osservatore Romano - 31 maggio 2019)

“Di questo voi siete testimoni”

 

 

 

Jacopo Robusti detto Tintoretto

 

2 giugno 2019

 

Ascensione del Signore

Lc 24,46-53

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, 47e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48Di questo voi siete testimoni. 49Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto».50Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse.51Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo.52Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia 53e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

 

La soppressione, in Italia, della festa dell’Ascensione (giovedì della VI settimana, quaranta giorni dopo Pasqua) e il suo conseguente spostamento alla domenica successiva non ci permettono purtroppo di contemplare il mistero dell’intercessione del Risorto presso il Padre (VII domenica di Pasqua). Oggi dunque nella chiesa italiana si celebra l’Ascensione, evento pasquale che Luca racconta nel suo vangelo (il brano odierno) come evento finale della vita di Gesù di Nazaret e negli Atti degli apostoli come evento iniziale della vita della chiesa (cf. At 1,1-11, anch’esso proclamato oggi nella liturgia).

 

È significativo che i due racconti non siano pienamente armonizzabili tra loro, in quanto leggono il medesimo evento da due diverse prospettive. Negli Atti l’ascensione di Gesù al cielo avviene quaranta giorni dopo la sua resurrezione da morte (cf. At 1,3), mentre nel vangelo è collocato nella tarda sera di quel “giorno senza fine”, “il primo della settimana” (Lc 24,1), giorno della scoperta della tomba vuota e dell’apparizione del Risorto alle donne (cf. Lc 24,1-12), ai due discepoli sulla strada verso Emmaus (cf. Lc 24,13-35), infine a tutti i discepoli riuniti in una casa a Gerusalemme (cf. Lc 24,36-49). Due modi diversi per narrare l’unico evento della resurrezione, che Luca cerca di illuminare in tutta la sua ampiezza: la resurrezione significa infatti entrata di Gesù quale Kýrios nella vita eterna alla destra di Dio Padre (Ascensione) e anche discesa dello Spirito (Pentecoste: cf. At 2,1-11).

 

Nella pagina conclusiva del suo vangelo Luca racconta come Gesù si è separato dai suoi non per abbandonarli ma per essere con loro sempre, l’‘Immanuel, il Dio-con-noi (cf. Mt 1,23; 28,20), in una nuova forma di vita. La sua esistenza umana è terminata con la morte, e ora, dopo la resurrezione del suo corpo, la vita di Gesù è altra, è quella del Signore vivente, è la vita divina di colui che è nell’intima vita di Dio, alla sua destra, il posto del Figlio eletto e amato (cf. Sal 110,1bc; Lc 3,22; 9,35). Eccoci dunque nella casa dei discepoli a Gerusalemme: sono tornati i due da Emmaus e hanno raccontato la loro esperienza, mentre gli Undici e gli altri testimoniavano anch’essi che Cristo era risorto ed era stato visto da Simon Pietro (cf. Lc 24,33-35). Mentre tutti insieme parlano di Gesù, egli in persona sta in mezzo a loro, dona lo shalom, la pace (cf. Lc 24,36), poi consegna parole che risuonano in un’assoluta novità: “Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi” (Lc 24,44a). Sì, perché Gesù non è più con loro come prima, quale uomo, maestro e profeta; ora è il Signore vivente che non parla più in aramaico, con il suono della sua voce umana da loro a lungo ascoltata, ma in modo nuovo, un modo più efficace, persuasivo, perché la sua voce è dotata della forza dello Spirito di Dio pienamente all’opera nel Risorto.

 

Nella potenza dello Spirito il Signore Gesù mostra ai discepoli il compimento delle Scritture e il compimento delle sue parole negli eventi che hanno preceduto quel giorno (cf. Lc 24,44b-47). Il Risorto spiega le Scritture in modo che i discepoli comprendano la conformità tra lo “sta scritto” e ciò che hanno vissuto: ora i discepoli possono finalmente comprendere ciò che prima non riuscivano a capire. Avevano certamente letto tante volte la Torah, i Profeti e i Salmi, ma ora che i fatti si sono compiuti possono comprenderli credendo, alla luce della fede. Gesù aveva annunciato loro più volte la necessitas della sua passione e morte (cf. Lc 9,22.43b-44), ma questi discorsi erano parsi loro scandalosi, enigmatici (cf. Lc 9,45). Ora però che si sono compiuti, non per destino o fatalità, ma per la necessità mondana secondo cui “il giusto” (Lc 23,47) in un mondo ingiusto deve morire (cf. Sap 1,26-2,22) e per la necessità divina per la quale Gesù in obbedienza alla volontà del Padre non si difende ma accoglie l’odio su di sé amando fino alla fine, ora sì che è possibile credere alle sante Scritture. E credendo è possibile diventare “testimoni”, fino ad annunciare la morte e resurrezione di Cristo come evento che chiede conversione e dona la remissione dei peccati: il perdono da parte di Dio a tutta l’umanità, in attesa della buona notizia della salvezza. Tutti sono testimoni – sottolinea Luca –, tutti annunciatori del Vangelo, non solo gli Undici, gli apostoli, ma anche gli altri presenti nello stesso luogo.

 

Sì, Gesù, quest’uomo di Nazaret, figlio di Maria e di Dio, che solo Dio poteva darci, era venuto soprattutto come Parola fatta carne (cf. Gv 1,14), come Visita da parte di Dio (cf. Lc 1,68), una Visita non per la punizione, per il castigo dei peccati commessi dal popolo di Dio e dall’intera umanità, ma una Visita che annunciava il perdono dei peccati (cf. Lc 1,77). Con quella morte da “uomo giusto” che accoglieva su di sé l’odio, la violenza e la menzogna dei malvagi, e vi rispondeva non con la violenza ma con l’amore, Gesù consegnava al Padre la vera immagine di Dio, l’Adamo come Dio l’aveva voluto (cf. Col 1,15). E proprio come giusto che sta dalla parte dei peccatori, solidale con pubblicani, impuri, prostitute, ladri e malfattori, Gesù saliva al Padre rivolgendogli la preghiera incessante che invoca perdono e misericordia. Tra le sue ultime parole prima della morte non aveva forse detto: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34)? E la sua ultima promessa non era forse stata rivolta a un malfattore: “Oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43)?

 

Dunque i discepoli, testimoni di questa misericordia vissuta, insegnata e raccontata da Gesù, devono annunciarla a tutte le genti. Questa è la predicazione della chiesa, la quale invece a volte è tentata di attribuirsi compiti che il Signore non le ha dato: l’unico compito evangelico è annunciare e fare misericordia, che significherà annuncio del Regno, della salvifica morte e resurrezione di Cristo, e quindi servizio ai poveri, ai malati, ai sofferenti, vicinanza e solidarietà con i peccatori. “Cominciando da Gerusalemme” e fino ai confini del mondo i testimoni, quali viandanti e pellegrini, ovunque annunceranno il perdono dei peccati, quindi perdoneranno e inviteranno tutti a perdonare: questo il Vangelo, la buona notizia. Essere testimoni di tale annuncio (e non di altro!) è un’impresa ardua, perché sembra poco credibile, quasi impossibile da realizzare, eppure quei poveri discepoli e quelle povere discepole la sera di Pasqua hanno ascoltato, capito e da allora hanno tentato di mettere in pratica nient’altro che questo: il perdono, la remissione dei peccati. Ci vorrà “la potenza venuta dall’alto”, la discesa dello Spirito santo da Dio, per essere abilitati ad adempiere questo mandato, ma nessuna paura: quando Gesù, il Figlio di Dio, sale al cielo, ecco che dal cielo discende lo Spirito di Dio, che è anche e sempre Spirito di Gesù Cristo, forza che sempre ci accompagna e ci ispira in questa missione.

 

 

Come raccontare l’ascensione di Gesù con parole umane? Luca tenta di narrarla, ricordando come il profeta Elia aveva lasciato questa terra per andare presso Dio (cf. 2Re 2,1-14), e così scrive che Gesù, dopo aver condotto a Betania quei discepoli ormai resi testimoni, lasciò loro la benedizione e, “mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo”. Questo l’esodo di Gesù dalla terra al regno di Dio. L’evangelista non attenua in alcun modo la separazione di Gesù dai suoi: egli non è più presente come prima, ma la benedizione che dona è una benedizione continua, è l’immersione dei suoi nello Spirito santo (cf. Lc 3,16). Essa è anche l’ultimo atto del Risorto: egli dona la benedizione sacerdotale che era stata sospesa, non data all’inizio del vangelo dal sacerdote Zaccaria, dopo l’apparizione dell’angelo e l’annuncio della venuta del Messia (cf. Lc 1,21-22). Questa benedizione rende gioiosa la comunità di Gesù proprio mentre egli si separa da lei, ma la rende anche sacerdotale (cf. 1Pt 2,9): i credenti in Gesù Cristo sono di fatto il nuovo tempio, “sacerdoti” e adoratori del Risorto, capaci di rispondere con la preghiera di benedizione alla benedizione di Gesù. L’incredulità è finalmente vinta e la fede in Gesù vivente, Signore e Dio, è tale che permette ai discepoli di sentire Gesù presente in mezzo a loro anche dopo la separazione del suo corpo glorioso, ormai nell’intimità del Padre, Dio.


Non una “salita” nello spazio,

 

ma una “estensione” di amore

 

Ascensione del Signore (C)

 

Francesco Galeone

 

ascen

 

Prima lettura: Gesù fu elevato in alto sotto i loro occhi (At 1, 1). Seconda lettura: Cristo è entrato in cielo (Eb 9, 24). Terza lettura: Mentre li benediceva, Gesù fu portato verso il cielo (Lc 24, 46).

 

Sul monte degli Ulivi, a Gerusalemme. i crociati costruirono un piccolo santuario, trasformato poi in moschea dai musulmani nel 1200. Tempo fa ero da guida in un pellegrinaggio e spiegavo che oggi il piccolo santuario ha un tetto ma

in origine era scoperto, proprio per ricordare l’ascensione di Gesù. Con l’ingresso di Gesù in cielo è cambiato qualcosa sulla terra? Sembra di no. La vita degli uomini continua come prima, tra gioie e dolori. Anche gli apostoli non hanno ricevuto sconti… e tuttavia qualcosa di nuovo è avvenuto. Chi ha il dono della fede vede il mondo con occhi nuovi. Oltre, in alto e avanti!

Nell’AT c’è un racconto che somiglia molto al nostro e si tratta dell’ascensione di Elia (2Re 2,915). Luca si è servito di questo racconto per esprimere una verità che non può essere descritta a parole: la nube indica la presenza di Dio (Es 13,22), i due uomini biancovestiti sono gli stessi che compaiono al sepolcro il giorno di Pasqua (Lc 24,4), il colore bianco rappresenta il mondo di Dio (Lc 1,10), i quaranta giorni sono il tempo necessario per prepararsi ad una missione importante (Mt 4,2; Mc 1,12; Lc 4,1; At 1,3).

 

 

L’evangelista Luca ci ha consegnato due racconti dell’Ascensione: nel Vangelo, il racconto presenta il finale glorioso della vita pubblica di Gesù; negli Atti, l’ascensione è come il punto di partenza dell’espansione missionaria della chiesa. Quel Gesù con il quale i discepoli hanno mangiato e bevuto continua a essere presente nella chiesa, che è mandata a predicare il Vangelo a tutte le genti. Per questo, gli angeli, dopo l’ascensione, ricordano agli apostoli il loro impegno terreno, a non coltivare nostalgie. Perché state a guardare il cielo? Sono parole che ricordano, da vicino anche se con spirito diverso, quelle altre del filosofo F. Nietzsche: Vi scongiuro, fratelli, restate fedeli alla terra. Il Cristo glorificato sostiene tutti quegli uomini e quei movimenti impegnati nella realizzazione della dignità e della giustizia. Per alcuni, la religione è di ostacolo alla liberazione dell’uomo, in quanto distrae l’uomo dal suo impegno in questo mondo. La Gaudium et spes ricorda ed insegna che, pur distinguendo tra progresso terreno e sviluppo del regno di Dio, tuttavia il progresso terreno è di grande importanza per l’avvento del regno (n. 39).

Ad una prima lettura il racconto dell’ascensione non crea problemi ma le cose cambiano non appena consideriamo i particolari. Anzitutto sembra inverosimile che Gesù salga come un astronauta nello spazio tra le nubi. Ma le contraddizioni continuano. Alla fine del suo vangelo, Luca – lo stesso autore degli Atti – scrive che Gesù condusse i suoi discepoli verso Betania e che mentre li benediceva salì verso il cielo, ed essi tornarono a Gerusalemme con grande gioia (Lc 24,5053). Secondo At 1,4 Gesù è seduto con i discepoli a mensa: perché non si sono salutati lì, dopo aver cenato? Perché andare verso il monte degli Ulivi o a Betania? Lasciamo perdere la strana osservazione con grande gioia (chi di noi sarebbe felice quando un amico parte?) e il disaccordo sulla località: Betania è più lontana del monte degli Ulivi. La contraddizione più evidente è che, secondo Lc 24, l’ascensione avviene nello stesso giorno della risurrezione, mentre negli Atti avviene quaranta giorni dopo (At 1,3). Come mai lo stesso autore ci dà due date diverse? E cosa ha fatto Gesù nei quaranta giorni postpasquali? Sul Calvario non aveva promesso al ladrone: Oggi sarai con me in paradiso?

Premesso che Luca non scrive un articolo di cronaca ma una pagina di teologia, che non vuole insegnarci come vanno i cieli ma come si va in cielo, diciamo che al tempo di Gesù l’attesa della venuta del Regno era vivissima e gli scrittori apocalittici l’alimentavano con le loro fantasie. Morto Gesù, però, tutte le speranze andarono deluse: Noi speravamo era Lui il Messia (Lc 24,21). Risorto Gesù, le speranze si riaccendono; alcuni fanatici, basandosi su presunte rivelazioni, assicurano la sua venuta come imminente. Tutte le comunità ripetono l’invocazione Vieni, Signore… Marana ta (Nota 1). Ma gli anni passano, il Signore non viene e non manca l’ironia: Dov’è la promessa della tua venuta? Tutto rimane come all’inizio (2Pt 3,4). Bene, Luca scrive in questo contesto: la risurrezione di Gesù segna l’inizio del Regno ma non la fine della storia. Niente calcoli o futurologia: la fine del mondo è nota solo a Dio. All’uomo spetta solo l’impegno della testimonianza.

Gesù è salito al cielo. Cosa significano queste parole? Tutti i popoli, con la parola cielo, intendono la dimora di Dio; anche nel Vangelo leggiamo: Gloria a Dio nell’alto dei cieli; anche noi diciamo: Padre nostro che sei nei cieli, oppure: È andato in cielo. Oggi, con lo sviluppo della scienza e della tecnica, dopo i viaggi degli astronauti nello spazio, questo linguaggio è entrato in crisi. Noi sappiamo bene che Dio è in cielo, in terra, in ogni luogo: egli è onnipresente. Che Dio sia nei cieli significa solo che Dio abita in una luce inaccessibile, che è infinitamente diverso da noi. Il cielo non è uno spazio o un luogo ma è uno stato di grazia, è il Paradiso, è Dio stesso. Sicché andare in cielo … andare in paradiso significa stare con Dio e con il suo Figlio. Non si tratta di un movimento spaziale, astronautico, astrofisico, ma di una ascensione, di una estensione di amore: Gesù, proprio perché è salito, può raggiungere e salvare sempre tutti: Mi è stato dato ogni potere. Ecco perché l’ascensione è una festa: mentre prima Gesù-uomo, per le necessarie leggi spaziotemporali, poteva essere presente solo in Palestina, parlare a pochi, guarire pochi … ora invece Gesù-risorto e asceso può raggiungere tutti grazie alla sua ubiquitante capacità salvifica. Dobbiamo smettere di parlare e ragionare in termini di geografia astronomica, e iniziare a riconoscere questo Dio presente dappertutto: Io sono con voi tutti i giorni. Ecco, oggi ci viene affidata la terra, questa nostra Madre Terra da umanizzare e divinizzare. Che diventi un ambiente divino, come si augurava il teologo e scienziato Teilhard de Chardin. Oggi nasce la Chiesa in cammino, oggi nasce la nostra missione nel cantiere del mondo.

Una sorta di male-educazione religiosa ci ha abituati a guardare il cielo, a fissarci sulle realtà eterne, svalutando le cose provvisorie. Ci è stata insegnata che la vera dignità dell’uomo, la più alta, è la contemplazione. E allora, più intensa si fa la fede, più distratto diventa il cuore davanti alla storia. La grande tradizione ascetica del Cristianesimo sembra essersi costruita sull’ideale della fuga mundi. E in quest’ascetica sembrò che la fede cristiana si ricollegasse con il magistero della filosofia antica. Il compito del credente è, invece, di andare fino ai confini della terra per annunciare il Vangelo. Non è di starsene sulla terra a contemplare i cieli, ma di accettare la condizione itinerante, come una caratteristica della fede. Quindi la contemplazione cristiana si immerge nel divenire. Il suo vero luogo non è il cielo immutabile, le stelle fisse o la candida rosa, ma la terra degli uomini in faticoso cammino. Gli eremiti ci sono sempre stati, prima di Cristo e fuori del Cristianesimo. Il desiderio della solitudine è un profondo anelito dello spirito umano, ma è un anelito che non può salvare, perché può creare illusioni di salvezza, può essere una forma di evasione alienante, in cui forse si nasconde del narcisismo religioso. Il Signore ci invita a tenere gli occhi sulla terra, perché la terra è un luogo teologico, è epifania divina, è Regno di Dio che viene, con modalità spazio/temporali note solo a Dio.

BUONA VITA!

 

Nota

 

Dato che nei manoscritti manca lo spazio fra le due parole, l'espressione può anche essere letta come מרן אתא: Maran atâ; l’espressione ha quindi un significato doppio: alcuni traducono Il Signore è venuto o viene; altri: Signore, vieni! Troviamo questa invocazione in 1Cor 16,22 e in Apocalisse 22,20.


"Come in cielo, così in terra"

 

Salmo 24

Ludwig Monti

 


Di David. Salmo.

 

1Del Signore è la terra e quanto contiene,
il mondo e quanti vi abitano.
2 È lui che l’ha fondato sui mari
e sui fiumi l’ha reso stabile.
3 Chi salirà sul monte del Signore?
Chi starà nel luogo del suo Santo?
4Chi ha mani innocenti e cuore puro,
chi non volge il suo essere agli idoli,
chi non giura con inganno.
5 Egli otterrà benedizione dal Signore,
giustificazione da Dio sua salvezza.
6 Questa è la generazione di quanti lo cercano,
di quelli che cercano il tuo volto: è Giacobbe.
7Alzate, o porte, i vostri frontoni,
alzatevi, soglie eterne,
ed entri il Re della gloria!
8Chi è questo Re della gloria?
Il Signore forte e potente,
il Signore potente nella lotta!
9 Alzate, o porte, i vostri frontoni,
alzatevi, soglie eterne,
ed entri il Re della gloria!
10 Chi è questo Re della gloria?
Il Signore dell’universo,
egli è il Re della gloria!

 

Nella solennità dell’Ascensione celebriamo la paradossale tensione tra il “già” e il “non ancora”. L’ascensione, inesprimibile con le nostre parole e non a caso narrata in due modi diversi da Luca (cf. Lc 24,46-53; At 1,1-11), è un altro modo per dire l’evento unico della resurrezione di Gesù. Ormai alla destra del Padre siede per sempre il corpo umano di Gesù e noi contempliamo in questa realtà la prefigurazione di ciò che attende il nostro corpo. Eppure questa assunzione definitiva di Gesù nella vita divina è anche separazione da noi. È una forma di presenza “altra”, ma proprio per questo è “assenza” dalla nostra terra: Gesù non può più essere ascoltato, visto, contemplato, toccato (cf. 1Gv 1,1). Da questa paradossale tensione scaturisce la domanda che da quel giorno non cessa di rinnovarsi in ogni nostro oggi: come restare fedeli alla terra cercando le cose dell’alto? Gesù risorto, nell’atto di separarsi dai suoi, proprio perché non si sentano orfani, manifesta loro il “come” dell’esistenza terrena cui sono chiamati, in fedeltà a lui e nell’attesa della sua venuta gloriosa: essere testimoni e portatori in mezzo a tutti gli umani di gesti di conversione e di prassi di perdono dei peccati (cf. Lc 24,47-48).
È proprio questo che contempliamo in un salmo apparentemente lontano da tali pensieri, il salmo 24, che nella tradizione cristiana è stato associato fin dalle origini proprio all’Ascensione. Per arrivarci bisogna però fare un breve tragitto, che richiede un po’ di pazienza… Si tratta di uno dei due “salmi della porta”, gemello del 15: in esso si esprimono cioè delle precise condizioni etiche per poter varcare la soglia del tempio e celebrarvi la liturgia. Come hanno detto a più riprese i profeti, che senso ha compiere azioni di culto se non si vivono la giustizia e l’amore?
Dopo un’acclamazione cosmica iniziale (cf. vv. 1-2), in occasione di una liturgia che prevede la processione dell’arca (cf. 2Sam 6), dimora del Dio invisibile, il popolo giunge alle porte del tempio di Gerusalemme, “il luogo del Santo del Signore” (cf. v. 3), situato sul monte Sion. Ai pellegrini che domandano chi sia degno di varcare le soglie del tempio, i sacerdoti rispondono indicando alcune norme etiche, riassumibili nell’integrità che coinvolge le azioni (le mani), i pensieri (il cuore puro: cf. Mt 5,8) e le parole (il giuramento; cf. v. 4). Vivere in questo modo significa lottare contro l’idolatria, “non volgere il proprio essere alla vanità”, condizione che risuona con una particolare forza nella versione latina: “qui non accepit in vano animam suam”, ovvero chi non accoglie a vuoto il dono inestimabile della vita (l’unica che ogni umano possiede!), chi non si lascia irretire nelle maglie di un’esistenza vuota, finendo per sprecare i propri giorni… Chi cerca il volto del Signore, cioè la sua Presenza, mediante questa prassi umana, è da lui benedetto e giustificato, grazie alla sua misericordia che salva (cf. v. 5-6).
Segue un ulteriore scambio di domande e risposte (cf. vv. 7-10). Al popolo che invita ad aprire le porte del tempio al Signore, il “Re della gloria”, i sacerdoti dall’interno chiedono per due volte una sorta di parola d’ordine: “Chi è questo Re della gloria?”. I pellegrini replicano fornendo due definizioni successive: è “il Signore forte e potente, potente nella lotta”; è, più in breve, “il Signore dell’universo”. In tale contesto si comprende meglio l’acclamazione di apertura del salmo: colui che entra nel tempio alla testa del popolo è anche il Signore creatore della terra, dell’universo, il quale ha dato un ordine al cosmo, innalzandolo sul caos delle acque primordiali (cf. Gen 1,2.9).
Come dunque si arriva alla lettura cristiana che associa questo salmo all’Ascensione? Il punto di partenza è un particolare apparentemente secondario, la variante attestata dalla versione greca ai vv. 7 e 9: “Alzate, o prìncipi (hoi árchontes), le vostre porte”. Secondo questa lettura, non sono le porte che devono alzare i loro frontoni, ma sono i principati angelici a dover sollevare le porte eterne, le porte del cielo, per consentire l’ingresso al Re della gloria. Dalla terra si passa dunque al cielo, a una liturgia che ha luogo nel tempio celeste. È facile intravedere nel Nuovo Testamento tracce di una rilettura di tale concezione in chiave cristologica:
Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria … manifestò l’efficacia della sua forza e del suo vigore in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni Principato e Potenza (Ef 1,17.19-21).
Cristo … entrò una volta per sempre nel Santo … procurando una redenzione eterna (Eb 9,11-12).
In virtù della resurrezione Gesù Cristo è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver ottenuto la sovranità sugli angeli, i Principati e le Potenze (1Pt 3,21-22).
La tradizione patristica, e di conseguenza quella liturgica, ha dunque applicato il nostro salmo innanzitutto all’ascensione di Cristo, come mostrano, per esempio, queste parole di Giustino (metà del II secolo):
La profezia che dice: “Alzate, o principi, le vostre porte, sollevatevi, o porte eterne, ed entrerà il Re della gloria” (Sal 23 [24],7.9 LXX), va interpretata in riferimento a Cristo, “apparso senza bellezza né gloria” (cf. Is 53,2), come detto da Isaia, da David e da tutte le Scritture. Egli è “Signore delle potenze” (ibid., 10) per volontà del Padre che gliel’ha concesso. Egli è risorto dai morti ed è salito al cielo, come rivelavano il salmo e le altre Scritture che lo proclamavano anche “Signore delle potenze”.
Ben presto però i padri hanno interpretato il salmo 24 in relazione ad altre due “entrate” di Cristo: il suo ingresso nel soggiorno dei morti attraverso la sua discesa agli inferi (cf. 1Pt 3,18-20), parte dell’unico e indivisibile mistero pasquale, e il suo ingresso in questo mondo mediante l’incarnazione. Quest’ultima lettura è strettamente intrecciata a quella relativa all’ascensione, i due estremi della vicenda umana di Cristo. Lo illustra bene lo stesso Giustino:
Alzate, o principi, le vostre porte, sollevatevi, o porte eterne, ed entrerà il Re della gloria” (Sal 23 [24],7.9 LXX) … Si tratta del nostro Cristo: quando risorge dai morti e ascende al cielo i principi a ciò preposti da Dio in cielo ricevono l’ordine di aprire le porte dei cieli perché entri costui che è il re della gloria e, asceso al cielo, “si sieda alla destra” del Padre “finché ponga i nemici come sgabello ai suoi piedi” (cf. Sal 109 [110],1 LXX) … Ma quando i principi celesti lo vedono senza bellezza, non riconoscendolo chiedono: “Chi è questo Re della gloria?” (Sal 23 [24],8.10 LXX). Allora lo Spirito santo risponde loro sia a nome del Padre sia a nome proprio: “Il Signore delle potenze, questi è il re della gloria” (ibid., 10).
Infine, il salmo 24 viene utilizzato da numerose liturgie occidentali, compreso quella romana, come salmo processionale proclamato la domenica delle Palme, prima dell’ingresso dei fedeli in chiesa. Incarnazione, ingresso a Gerusalemme, discesa agli inferi, ascensione: questo salmo a prima vista così lontano da tali concezioni ci fa percorrere l’intera traiettoria del mistero della persona di Gesù Cristo.
Ebbene, l’interpretazione letterale del salmo e la sua ampia rilettura cristologica trovano un punto d’incontro proprio nello stile di vita di Gesù: egli è sempre entrato nel tempio con mani innocenti e cuore puro, grazie a una condotta risolutamente anti-idolatrica, cioè al non aver accolto invano dal Padre il dono della sua vita (“Tutto mi è stato dato dal Padre mio”: Mt 11,27; Lc 10,22). Con lo stesso stile ha fatto il suo esodo da questo mondo al Padre (cf. Gv 13,1), varcando le soglie del tempio del cielo. Così ha testimoniato che la terra e quanti la abitano appartengono a Dio; così ha cantato il salmo 24 indirizzandosi a quanti lo amano, invitandoli a conoscere la giustificazione e la salvezza della loro vita, già ora e poi per l’eternità, nella “via” (At 9,2, ecc.) da lui aperta, “la via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso … la sua carne” (Eb 10,20). È Gesù Cristo il Re della gloria che bussa alla porta delle nostre vite affinché gli apriamo (cf. Ap 3,20): gloria paradossale, non nella forza o nell’abbaglio mondano, ma in quella debolezza così forte che nasce dalla potenza dell’“amare fino alla fine” (cf. Gv 13,1).
In altre parole, aderendo a Gesù siamo collocati tra un passato che lo ha visto camminare su questa terra e un futuro rischiarato dalla promessa che egli stesso camminerà dal cielo verso di noi: “Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto camminare verso il cielo” (At 1,11). In mezzo c’è il nostro presente, in cui siamo chiamati a “camminare sulla terra come Gesù ha camminato” (cf. 1Gv 2,6). È ciò che ha espresso in modo mirabile Dietrich Bonhoeffer, in una sua omelia del 1932:
Sta scritto: “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù” (Col 3,1). Potremmo parafrasare, oggi: Rimanete fedeli alla terra, pensate alle cose della terra. Questo è il sano intento di infiniti uomini e donne … Oggi è decisivo che noi cristiani testimoniamo al mondo che non siamo viandanti delle nuvole, che non siamo indifferenti all’andamento delle cose, che la nostra fede non è l’oppio che ci rende contenti in mezzo a un mondo ingiusto. E invece che noi, proprio perché pensiamo alle cose dell’alto, tanto più appassionatamente e consapevolmente viviamo su questa terra.
Benedetto sei tu,
Signore Gesù Cristo,
che hai vissuto la nostra esistenza:
salito in cielo hai portato con te la nostra umanità,
l’hai resa santa, gloriosa, immortale.
Purifica il nostro cuore
e ispira i nostri pensieri, parole e azioni,
affinché il nostro camminare sulla terra
abbia lo stile del tuo amore intelligente.

 


 


Immersi nel tempo

 

per guadagnare l'eterno

 

VI domenica di Pasqua (C)

 

a cura di Franco Galeone *

 

Spirito Santo

 

Prima lettura

 

Di fronte al dilagare dell’ignoranza religiosa, alcuni propongono di rispolverare il Catechismo della Dottrina Cristiana, pubblicato da Pio X nel 1913: 433 domande e risposte, sintesi di tutto il cristianesimo! Il Catechismo ha avuto certo i suoi meriti, ma avrebbe poco senso riproporre le verità di fede con un linguaggio obsoleto. Iniziando il Concilio, papa Giovanni ricordava che una cosa è la verità di fede e altra cosa è la sua formulazione, che richiede sempre attenzione ai segni dei tempi. Questo naturalmente provoca tensioni e malintesi ma è un lavoro indispensabile. La paura della novità ci trasforma in profeti di sventura! Le tensioni tra innovatori e tradizionalisti sono sempre esistite nella chiesa; anche se dolorose possono divenire motivo di crescita. Nella chiesa delle origini c’erano due gruppi, i giudei convertiti e i pagani convertiti; i loro rapporti erano spesso conflittuali, tanto che si arrivava a celebrare l’eucaristia in luoghi separati! I giudei convertiti volevano conservare le usanze giudaiche anche nel cristianesimo. A noi può sembrare una questione banale, in realtà era un problema molto serio, e gli apostoli prendono una decisione coraggiosa, che tagliava con il passato e apriva al nuovo. L’attrito era aggravato dal fatto che i giudei convertiti avevano dalla loro la gerarchia (Pietro, gli apostoli e soprattutto Giacomo), mentre i pagani convertiti avevano dalla loro il neoconvertito Paolo. Che fare? Dialogare con rispetto, ascoltare l’altro con simpatia, trovare insieme le soluzioni. Questo fu fatto nel Protoconcilio di Gerusalemme. Ante litteram, usarono il metodo di papa Giovanni: Nelle cose essenziali: unità; nelle cose facoltative: libertà; in ogni caso: sempre la carità. Anche oggi il rischio è lo stesso: attaccarsi a cose marginali, dimenticando l’essenziale. Così, ci sono persone che vanno a messa, obbediscono al precetto, ma non si preoccupano del cambiamento della vita. Altri credono di essersi confessati bene, solo perché hanno detto i peccati, senza preoccuparsi della conversione.

 

Seconda lettura

 

Il libro dell’Apocalisse, attribuito a Giovanni, è indirizzato ai cristiani nelle difficoltà delle persecuzioni. Per infondere coraggio, l’autore racconta delle visioni; domenica scorsa la visione Sposa, oggi quella di Gerusalemme. Attenzione a due particolari:

* la città ha dodici porte distribuite su quattro lati; il 3 indica la perfezione, il 4 l’universalismo (3x4=12); il senso è chiaro: a tutti i popoli, di qualunque razza, lingua, cultura, religione è possibile entrare e salvarsi (Ap 7,9).

* Non vidi alcun tempio nella Città santa (Ap 21,22). Affermazione importante! Nella Gerusalemme celeste è assente il tempio. È magnifico! Nel Paradiso di Dio, padre universale di tutti i popoli, non ci saranno sinagoghe, chiese, moschee ... non ci saranno sacramenti, candelabri, circoncisioni ... non ci saranno sacerdoti, rabbini, imam ... ma solo Dio! Le nostre chiese, le nostre liturgie, i nostri oggetti sacri … sono tutti destinati a scomparire. La realtà futura non ha più bisogno di ciò che sulla terra è stato strumento e segno. Le chiese, nelle quali il popolo di Dio si raccoglie, sono relative e propedeutiche al nuovo culto voluto da Dio, quello nello spirito e nella verità. Dio cerca, vuole tali adoratori. Verrà il tempo in cui Dio non sarà più adorato sul monte Garizim o a Gerusalemme o a Roma, ma nello spirito e nella verità. Le chiese, non animate dalla fede, sono solo i sepolcri di Dio. Non dimentichiamolo per non assolutizzare nulla: viviamo nella provvisorietà, come nomadi nel deserto, lontani ancora dalla casa definitiva.

 

Terza lettura

 

Vi do la mia pace! Non c’è pace oggi nel mondo, nelle famiglie, negli individui. Eppure se ne parla, la si invoca, con passione e con speranza. Spesso ignoriamo che la pace comincia dalla riconciliazione con noi stessi, dall’accettazione dei nostri limiti e delle nostre sconfitte. Non siamo in pace, non ci amiamo. Forse è la tempesta continua della ambizioni, l’ansia di possedere sempre di più, di non lasciarsi superare, di non essere all’altezza dei modelli in circolazione. Da qui nevrosi, rabbia, violenza, che si trasferiscono nella vita di coppia, nel rapporto con i figli e i genitori. Incapaci di amarci e di accettarci! E quando l’insofferenza prolungata non si risolve, esplode in violenze morali e fisiche di cui conosciamo ogni giorno nuovi orrori. Dicono che il nostro Paese non è in guerra. Ma non siamo neppure un Paese in pace. I focolai sono nei rapporti interpersonali ostili, nelle famiglie dove le guerre silenziose lacerano genitori e figli. È giusto scendere per le strade e inneggiare alla pace. Ma non basta! Occorre ogni giorno, nel silenzio del cuore, riconciliarci con noi stessi e con chi ci sta accanto. La pace si radica nel cuore dell’uomo, e da qui si diffonde nelle strutture della vita.

Vi rallegrereste che io me ne vada. Ci troviamo davanti a una frase paradossale. Pensate cosa doveva essere bello vivere accanto a Gesù, poterlo vedere e toccare. Che sicurezza! Il mondo, intorno, era malsicuro, pericoloso, ma vicino a Gesù, che pace! Pensate al fascino di Gesù: si vedeva tutto in una luce nuova; si scopriva la verità degli uomini, delle cose, del cosmo. Finalmente Dio diventava vivo, vicino, amico. Si viveva finalmente! Ed ecco la notizia che stavano per perderlo. Non solo, ma afferma: Se mi amaste, vi rallegrereste che io me ne vada. Gli apostoli erano sgomenti, tacevano, per la prima volta non facevano domande sciocche. Alcuni trovavano le sue parole dure, e se ne andavano. Altri lo hanno udito ma non lo hanno compreso, lo hanno conosciuto ma non riconosciuto. Molti di coloro che lo hanno toccato, non sono stati guariti. Anche allora, come oggi, bisognava toccarlo bene, come quella donna, sola tra la folla che si stringeva attorno a Gesù. Non ha toccato che la frangia del suo mantello, ma lo ha fatto con fiducia. Buona vita!

 

* Gruppo biblico ebraico-cristiano


 

Prossimità e accompagnamento

 

L’arte di generare nello Spirito

 

Rosalba Manes

 

Vorrei introdurmi con un linguaggio che si abbina bene al tessuto della Scrittura, la poesia che, come dice il Card. Ravasi, è la sorella della teologia, come si vede nei Salmi, nel Cantico, nel libro di Giobbe. Partiamo da una lirica di Alda Merini, Magnificat, che ci aiuta a leggere in maniera sintetica il ruolo della donna scelta da Dio come madre del Figlio suo e di tutti noi:

 

Era di media statura e di straordinaria bellezza, le sue movenze erano quelle di una danzatrice al cospetto del sole.

La sua verginità era così materna che tutti i figli del mondo avrebbero voluto confluire nelle sue braccia. Era aulente come una preghiera, provvida come una matrona, era silenzio, preghiera e voce. Ed era così casta e ombra, ed era così ombra e luce, che su di lei si alternavano tutti gli equinozi di primavera. Se alzava le mani le sue dita diventavano uccelli, se muoveva i suoi piedi pieni di grazia la terra diventava sorgiva. Se cantava tutte le creature del mondo facevano silenzio per udire la sua voce… I suoi occhi nati per la carità, esenti da qualsiasi stanchezza, non si chiudevano mai, né giorno, né notte, perché non voleva perdere di vista il suo Dio.

 

Dovremmo ora sostare in contemplazione, perché la poesia esprime bene l’eccedenza della vita che va gustata, sentita interiormente, e non sciupata con troppe parole. Mi soffermo su due aspetti, la verginità materna di Maria e il suo sguardo, esente da stanchezza, rivolto sempre a Dio, aspetti che ci dicono il suo legame all’umanità e a Dio.

Prossimità e accompagnamento è un tema dunque che ci fa pensare a lei, Maria, che dalla sua pentecoste personale (all’annunciazione) si è lasciata tessere nella trama della storia sacra del suo popolo. Per la Scrittura non esiste l’individuo, ma la persona che riceve la vita e la fede da altri.

Quando Dio elegge una persona e la estrae dall’anonimato non è mai per metterla sotto una campana di vetro e per proteggerla dai veleni del mondo. Dio chiama per immettere il chiamato con una maggiore forza nel dinamismo vivo e vivificante della storia sacra.

Maria, che già all’annunciazione viene associata così intimamente alla storia del suo popolo e che nella sua risposta si presenta come serva del Signore, manifesta il suo desiderio di appartenere al popolo, di essere in mezzo al suo popolo, come il Signore che è l’Emmanuele.

Maria si dirà serva del Signore non per umiltà ma per allacciarsi alla tradizione dei padri di Israele e alla misteriosa ma straordinaria figura del servo del Signore, per essere sua alleata, sua partner nella relazione di alleanza. Maria si lascia attrarre dalla bellezza di Dio nell’estasi per fare un esodo e ci insegna che è necessario imparare continuamente a essere vulnerabili a Dio e rileggere così la nostra storia alla luce dei suoi interventi salvifici che giungono con dei fatti e attraverso dei volti. Maria ci ricorda che non si può vivere la propria vocazione se non ci si sente parte di un popolo. Dopo l’effusione dello Spirito, Luca usa il participio anástasa, «alzatasi».

Maria si alza, come i risorti, e si mette in viaggio verso Elisabetta che porta sul suo grembo la firma di Dio. Maria si fa prossima e manifesta la sua capacità di accompagnare la storia sacra e poi, dopo la Pasqua del Figlio, di accompagnare anche la storia della Chiesa.

 

Alcune “perle” dall’Evangelii gaudium: l’accompagnamento personale dei processi di crescita

 

Per sviluppare meglio il tema vorrei partire dall’esortazione apostolica Evangelii gaudium (2013), dai nn. 169-173 intitolati L’accompagnamento personale dei processi di crescita. Al numero 169, che farà da sfondo al nostro intervento, leggiamo:

 

In una civiltà paradossalmente ferita dall’anonimato e, al tempo stesso, ossessionata per i dettagli della vita degli altri, spudoratamente malata di curiosità morbosa, la Chiesa ha bisogno di uno sguardo di vicinanza per contemplare, commuoversi e fermarsi davanti all’altro tutte le volte che sia necessario. In questo mondo i ministri ordinati e gli altri operatori pastorali possono rendere presente la fragranza della presenza vicina di Gesù ed il suo sguardo personale.

La Chiesa dovrà iniziare i suoi membri – sacerdoti, religiosi e laici – a questa “arte dell’accompagnamento”, perché tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro (cfr Es 3,5). Dobbiamo dare al nostro cammino il ritmo salutare della prossimità, con uno sguardo rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana (EG 169).

 

Emergono alcuni elementi estremamente importanti:

- Avere uno sguardo di vicinanza per contemplare, commuoversi e fermarsi

- Rendere presente la fragranza di Cristo e il suo sguardo

- Togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro

 

Poi il Santo Padre definisce questo accompagnamento spirituale come un cammino verso Dio in cerca della propria libertà e «un pellegrinaggio con Cristo verso il Padre» (EG 170). E poi cito ancora le sue parole:

 

Più che mai abbiamo bisogno di uomini e donne che, a partire dalla loro esperienza di accompagnamento, conoscano il modo di procedere, dove spiccano la prudenza, la capacità di comprensione, l’arte di aspettare, la docilità allo Spirito, per proteggere tutti insieme le pecore che si affidano a noi dai lupi che tentano di disgregare il gregge. Abbiamo bisogno di esercitarci nell’arte di ascoltare, che è più che sentire. La prima cosa, nella comunicazione con l’altro, è la capacità del cuore che rende possibile la prossimità, senza la quale non esiste un vero incontro spirituale (EG 171).

 

Si ribadisce la necessità di alcune qualità pastorali («la prudenza, la capacità di comprensione, l’arte di aspettare, la docilità allo Spirito, per proteggere tutti insieme le pecore che si affidano a noi dai lupi»), dell’ascolto, della pazienza e di «una pedagogia che introduca le persone, passo dopo passo, alla piena appropriazione del mistero» [Giovanni Paolo II, Ecclesia in Asia 20]. Per giungere ad un punto di maturità, affinché le persone siano capaci di decisioni veramente libere e responsabili, è indispensabile dare tempo, con una immensa pazienza. Come diceva il beato Pietro Fabro: «Il tempo è il messaggero di Dio» (EG 171).

 

Il Vangelo ci propone di correggere e aiutare a crescere una persona a partire dal riconoscimento della malvagità oggettiva delle sue azioni (cfr Mt 18,15), ma senza emettere giudizi sulla sua responsabilità

e colpevolezza (cfr Mt 7,1; Lc 6,37). In ogni caso un valido accompagnatore non accondiscende ai fatalismi o alla pusillanimità. Invita sempre a volersi curare, a rialzarsi, ad abbracciare la croce, a lasciare tutto, ad uscire sempre di nuovo per annunciare il Vangelo (EG 172).

 

Il santo Padre invita ad essere «pazienti e comprensivi con gli altri e ci mette in grado di trovare i modi per risvegliarne in loro la fiducia, l’apertura e la disposizione a crescere» (EG 172). «I discepoli

missionari accompagnano i discepoli missionari» (EG 173). Le qualità pastorali di chi accompagna devono essere tali da introdurre le persone, passo dopo passo, all’appropriazione della propria vocazione alla luce del disegno di Dio che è un disegno di santità.

La Parola di Dio ci manifesta quest’arte del tessere le relazioni imparando a sprecare. Tutta la Scrittura ci invita a sprecare, a non essere mediocri nel dono. Siamo fatte per il dono, per la relazione. La solitudine non è il nostro statuto. La nostra fibra di creature fatte a immagine e somiglianza di Dio è una fibra relazionale, perché Dio in se stesso è relazione e ci ricorda che le scorciatoie ci portano a un vicolo cieco, mentre la via lunga della maturazione ci ricorda che dobbiamo investire tutti i doni al meglio che possiamo, imparando a vivere in modo pasquale, a morire a se stessi, diventando liberi da se stessi perché il Padre ci attiri nel suo dinamismo di innalzamento: chi si umilia sarà innalzato. Per cogliere tutto questo attraverseremo alcune pagine della Scrittura.

 

Chiamate ad avere «uno sguardo di vicinanza per contemplare, commuoversi e fermarsi»

 

Tutta la Scrittura di parla della prossimità di Dio e della sua arte di accompagnare il suo popolo, di accompagnare la Chiesa. Vorrei soffermarmi su alcune metafore bibliche di prossimità e di accompagnamento dell’uno e dell’altro Testamento.

 

Il Dio sensibile e coinvolto nelle vicende del popolo schiavo in Egitto (Es 3,1-12)

 

Innanzitutto la Scrittura ci consegna la verità della divina sensibilità, della sua tenerezza, del pathos del suo amore, del suo essere un Dio coinvolto e coinvolgente. Il Dio della Bibbia, diversamente dagli idoli delle nazioni (Sal 115,4-7), ha occhi e vede, ha tutti i sensi e coglie i dinamismi e i cambiamenti della realtà del cuore umano, che egli stesso ha creato. Si manifesta a Mosè come un fuoco che brucia ma non consuma, non disintegra la vita di quest’uomo, vita che è simile a un roveto secco e che con il fuoco di Dio può finalmente germogliare.

Di fronte al fuoco di Dio, Mosè si chiede: chi sono Dio? E Dio gli consegna l’identità più profonda di ogni credente: Io con te, che significa: Non sei più solo, ma accompagnato, condotto, abbracciato.

Dio si presente come il compagno, l’amico, una connessione senza limiti, il Paraclito, il Dio che “adotta” Mosè liberandolo dalle spine e consegnandogli l’identità del figlio amato. Così liberato, Mosè può servire la liberazione del popolo.

 

Es 2,23Dopo molto tempo il re d’Egitto morì. Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. 24Dio ascoltò il loro lamento, Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe. 25Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne diede pensiero (Es 2,23-25).

 

Il popolo grida a Dio e Dio ascolta. Quel grido non resta inascoltato ma chiama in causa un Dio sensibile che con sguardo contemplativo passa in rassegna il suo popolo in Egitto e lo ama.

Ed è proprio perché ama questo popolo che Dio si abbassa:

 

Es 3,7 Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. 8 Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l’Ittita, l’Amorreo, il Perizzita, l’Eveo, il Gebuseo. 9 Ecco, il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto come gli Egiziani li opprimono. 10Perciò va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli

Israeliti!» (Es 3,7-10).

 

Diversamente dagli idoli fasulli delle nazioni, Dio ha tutti i sensi svegli: ha «osservato» la miseria del suo popolo in Egitto, ha «udito» il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti, ha «conosciuto» le sue sofferenze ed è «sceso» per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo «salire» dalla casa di schiavitù verso una terra «bella e spaziosa». Il Dio che si presenta a Mosè mediante la parola è un Dio che vede, ascolta, conosce, scende e libera. È un Dio che prende posizione, che sta dalla parte del popolo. La cura del singolo diventa la cura che Dio dispiega a favore del popolo. Nella Scrittura infatti non c’è l’individuo, ma la persona che fa parte del popolo di Dio.

 

La divina tenerezza del Cristo Pastore che partecipa ai suoi la sua stessa missione (Mt 9,35–10,1)

 

Dopo il discorso della montagna, Gesù compie segni del Messia e poi abbiamo un sommario speciale:

 

Mt 9,35Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. 36Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. 37Allora disse ai suoi discepoli: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! 38Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!”.

 

Tutto parte da uno sguardo. Gesù vede le folle e considera ciascuno come fosse l’unico su questa terra. Il suo cammino è finalizzato a coinvolgere nell’avvento del regno del Padre tutto l’uomo: la sua intelligenza attraverso l’insegnamento, il suo spirito attraverso la predicazione del Vangelo, e il suo corpo attraverso la sua attività terapeutica. L’esperienza delle sofferenze interiori delle folle provoca in lui il sentimento tipico di un madre (il verbo è splanchnízomai, da spláncna, «grembo», «utero» e significa «commuoversi», «fremere nel proprio grembo»).

Si commuove solo chi si lascia completamente coinvolgere nella situazione dell’altro e manifesta la sua più piena solidarietà e vicinanza, traducendola in amore mediante la compassione, quel sentimento che tocca la persona nel suo intimo. Egli vede le folle con gli occhi, ma le “sente” nelle viscere. Il verbo esplanchnísthe, che esprime la commozione, rimanda all’immagine dell’utero materno (ta splánchna). L’espressione «le mie viscere» era usata nel mondo greco-romano per indicare i propri figli. L’apostolo Paolo, per esempio, lo dice a proposito dello schiavo Onesimo da lui generato spiritualmente alla vita in Cristo (Fm 12). Accogliere nella preghiera qualcuno è dargli ospitalità, renderlo ospite del proprio cuore.

Gesù si fa vicino all’uomo mostrando il suo cuore di madre, col desiderio di sottrarre gli uomini allo smarrimento che vivono le pecore quando manca il pastore (cf Zc 10,2-3). Cristo si fa vicino con la tenerezza, che non è il tenerume, la sdolcinatezza, ma una «virtù dei forti» (EG 288), virile.

La tenerezza di Cristo diviene spinta della missione. Cristo, il bel pastore, superlativamente pastore (cf Gv 10,11.14), si mostra desideroso di trovare amici disposti a “coltivare” la messe abbondante di tante vite bisognose di cura, attenzione, dedizione. Di qui l’invito a pregare il Padre perché mandi operai nella messe. Preghiera che viene esaudita proprio all’inizio del capitolo successivo quando Gesù chiama i Dodici e conferisce loro il suo stesso potere (Mt 10,1), manifestando loro piena fiducia e l’amore grande proprio di chi dà all’altro tutto ciò gli appartiene. La missione non nasce a tavolino, nasce dalla tenerezza del Pastore.

 

Chiamate a «toglierci i sandali davanti alla terra sacra dell’altro»

 

Anche per questa parte impieghiamo due icone bibliche. Togliersi i sandali rimanda all’immagine di spoliazione, per far spazio all’altro.

Due esempi nella vita di Cristo rimandano a questa capacità di non giudicare alla maniera umana (l’incontro con l’adultera) e a quell’amore che si abbassa proprio del Signore e Maestro che si fa servo (La lavanda dei piedi).

 

Il Cristo che non giudica l’adultera ma le offre una possibilità nuova (Gv 8,1-11)

 

Il gruppo dei detrattori di Gesù ha sempre un caso da esporgli, un tranello nel quale spera che egli possa cadere prima o poi per essere screditato dalle folle. Questa volta si tratta di un caso scabroso: una donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Stando a quanto dice la legge di Mosè (cf. Dt 22,22-24), una donna che ha commesso adulterio dev’essere lapidata. Scribi e farisei non si accontentano di menzionare la Scrittura. Desiderano anche conoscere l’opinione di Gesù e gli rivolgono una domanda tendenziosa: Tu, che ne dici? Nella mente degli avversari passa questo pensiero: se Gesù si mostrasse d’accordo con la lapidazione potrebbe essere stimato come un autentico osservante della Legge, ma correndo il rischio di perdere consensi; se invece disapprovasse la lapidazione si metterebbe in contraddizione con l’insegnamento sull’indissolubilità del matrimonio e apparirebbe come uno che si pone al di sopra della Legge e di Mosè.

Come uscire da questo vicolo cieco? L’evangelista Giovanni spiega chiaramente che la provocazione degli scribi e dei farisei è volta a mettere alla prova Gesù e a screditarlo. La donna viene messa nel mezzo, ma non è lei che interessa. L’adultera viene strumentalizzata nella guerra che i farisei hanno dichiarato a Gesù.

La reazione di Gesù è sorprendente: anziché rispondere si abbassa per scrivere col dito per terra. Si potrebbe pensare alla prassi dei giudici romani che scrivevano la sentenza prima di pronunciarla oppure a Ger 17,13 dove è detto che chi si allontana dal Signore merita che il suo nome si scriva nella polvere. Il silenzio di Gesù appare comunque una forte provocazione alla responsabilità personale. I farisei però non mollano la presa: insistono perché desiderano incastrare Gesù. Allora l’imputato di un processo estenuante e informale che i farisei e gli scribi stanno portando avanti, quasi fosse un duello all’ultimo sangue, risponde con una provocazione che chiude la bocca ai detrattori e li spinge a farsi da parte: Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei.

Gesù si appella alla Legge, a Dt 17,7 secondo cui è necessario estirpare il male da Israele ma aggiunge una novità: l’esecuzione spetta a chi è senza peccato. Gesù ripete il gesto dello scrivere per terra, che rimanda anche all’innocenza di un bambino che gioca indisturbato, senza lasciarsi turbare da ciò che accade all’esterno.

Gesù si abbassa e gli scribi e i farisei, indignati, se ne vanno a partire dai più anziani. Il loro intento di incastrare Gesù è fallito. La donna resta sola e riceve soltanto l’attenzione di Gesù: Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?... Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più. Alla donna è restituita la dignità, la possibilità di una vita nuova all’insegna del cambiamento. Dinanzi all’Amore fatto carne chi giudica si trova giudicato, chi è giudicato invece si trova giustificato.

 

Il Cristo che si china sui discepoli e lava loro i piedi mostrando la dinamica del servizio (Gv 13,1-15)

 

Diversamente dai Sinottici, nel contesto dell’ultima cena, l’evangelista Giovanni non riferisce i gesti rituali di Gesù sul pane e il vino, dati antichissimi attinti dalla tradizione e attestati anche dall’apostolo Paolo in 1Cor 11.

Egli richiama invece l’attenzione sul gesto di Gesù che lava i piedi ai suoi e insegna loro a fare altrettanto. Gesù non comanda di ripetere un rito, ma di fare «come» lui, quasi a dire che ogni gesto di cura e di amore acquista un carattere sacramentale, in quanto manifestazione concreta e visibile dell’amore del Padre in Cristo e dell’amore che i battezzati sperimentano in lui.

A mensa con i suoi, Gesù inizia a lavare loro i piedi. Sapendo che è giunta la sua ora, avendoli amati, li ama fino alla fine, che vuol dire fino all’estremo e fino alle radici. Lavare i piedi è il gesto superlativo che mette in atto un’autentica liturgia del prendersi cura, una liturgia di tenerezza, che richiede di alzarsi, deporre le vesti, prendere un asciugatoio, cingerselo, versare dell’acqua in un catino, lavare i piedi e asciugarli. Si tratta della manifestazione di un amore che coinvolge tutta la persona che si abbassa persino a toccare i piedi, a incontrare dei corpi che significano la concretezza storica e relazionale di una persona e a tenere tra le proprie mani dei piedi che significano il radicamento di ogni creatura umana nella storia e il suo contatto con la terra. Segno che Dio non disdegna la polvere, la terra, la sporcizia, ma interviene per assumerla. Questo gesto però si colloca sul registro di una kenosi che Simon Pietro non può accettare: «Tu non mi laverai i piedi in eterno» (Gv 13,8). Quel gesto compiuto dal Maestro lo mette in imbarazzo, lo scandalizza, come Giuda si era scandalizzato dello spreco di Maria, durante l’unzione di Betania, un’altra liturgia di tenerezza (Gv 12,1-8).

Non è bene che il Maestro e Signore si chini a toccare i piedi sporchi di terra mista a sangue, che è la materia di cui siamo fatti.

Simone recalcitra. Vuole fare il missionario con Gesù, ma fatica a vivere da discepolo (cf. Evangelii gaudium 119-121). Cristo gli chiede di essere discepolo missionario, che vuol dire sapere attendere il Maestro, ascoltarlo, stare con lui e amare con lui. Simon Pietro potrà accettarlo solo perché Gesù glielo presenta sotto il segno di una reciprocità che lo rasserena.

Dopo il dialogo segue l’ermeneutica del gesto, la comprensione corretta a cui Gesù vuole far giungere i suoi, provocandoli con la forza di un interrogativo: «Capite quello che ho fatto per voi?».

Come non basta leggere per comprendere (cf. At 8,30), così non basta vedere per capire. Il gesto di servizio compiuto da Gesù non intacca la sua signoria, ma è un ypodeigma, un gesto esemplare attraverso il quale egli addita la via maestra di ogni autentico discepolato. In tal modo Gesù insegna che è proprio dell’amore abbassarsi e raggiungere l’altro laddove egli si trova, in una mistica della prossimità che libera le fragranze dell’amore del Padre. E questa è una grande sfida per noi, donne consacrate.

 

Chiamate a praticare «l’arte dell’accompagnamento»

 

L’accompagnamento del Risorto nello spiegare le Scritture e nello spezzare il pane (Lc 24,13-35)

 

Il Risorto non insegna cose nuove ai due di Emmaus, ma aiuta a rileggere la storia. Aiuta ad intercettare cosa abita il cuore dei discepoli, perché possano esternare i loro sentimenti negativi, caratterizzati da amarezza e delusione. È l’invito di Dio: «Aprimi il tuo cuore e donami quello che hai dentro».

Due discepoli di Gesù si lasciano Gerusalemme alle spalle e riprendono la strada di casa.

Attratti dalla sua parola efficace, avevano deciso di seguirlo, investendo in lui tutte le loro speranze messianiche. Dopo la crocifissione e morte di Gesù, però, non vi è nulla che possa trattenerli nella città santa. C’è solo la delusione e la tristezza per un’operazione non andata a buon fine. A guidarli non una promessa divina che travalica i piani umani, ma un progetto religioso e politico che è naufragato tristemente. È tempo di dimenticare, per ritornare alla vita di un tempo… Troppa è l’amarezza, che viene spontaneo affidarla a un “forestiero”…

 

Lc 24,21 Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba 23e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto (Lc 24,21-24).

 

Gesù si fa loro compagno di viaggio e attua una sapiente pedagogia che consiste in varie tappe:

1. Intercettare i sentimenti (accostandosi e facendosi prossimo)

2. Aiutare a liberarsi dal dolore (permettendo che si raccontino)

3. La terapia della Parola (spiega le Scritture da ermeneuta che sa mostrarne il filo rosso, l’unità)

4. Il cambiamento (trasfigura la materia secondo lo Spirito e illumina/scalda)

I due sono depressi perché si sono “istallati” nel “per sentito dire”. Che cosa avevano detto i profeti? Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? Il dinamismo della Pasqua era stato predetto dai profeti e lui stesso lo aveva presentato…

I discepoli hanno effettuato una sorta di regresso alla sfera del privato, un ritorno alle sicurezze di un tempo. Poi Cristo parla, coglie il filo rosso della Scrittura e lo consegna ai due e il cuore dei due si muove perché quel filo unifica e il loro cuore vuole unità. Non siamo fatti per la dispersione. E allora la richiesta, la preghiera: Resta con noi.

Cristo compie i gesti della benedizione ed accade qualcosa, la parola si compie e la presenza è interiore, anche se lui scompare.

Ecco il sacramento. E la vita divina viene trasfusa in te e tu sei creatura nuova e tu mangi la vita, ricevi la vita di Cristo.

L’accompagnatore/accompagnatrice parla della storia biblica per aiutare i giovani a leggere la loro personale storia sacra. Mostra che la Parola di Dio ci colloca nella giusta dimensione, nell’ordine, nella nostra vocazione particolare.

 

L’accompagnamento di Paolo a Filemone nell’adottare il criterio agapico dell’accoglienza di un fratello in Cristo (Fm)

 

Paolo accompagna i suoi non in modo algido o anaffettivo. La chiesa è casa e i suoi membri sono dei familiari. Paolo vive la comunità come famiglia. I suoi collaboratori sono fratelli e figli suoi. Egli potrebbe esercitare il comando, ma preferisce il registro dell’esortazione, potrebbe imporre, ma Paolo preferisce che Filemone si muova lasciandosi condurre dall’agape, principio della vita nuova che va poi tradotto nella propria storia.

Filemone è il padrone dello schiavo Onesimo che è andato via, lasciandolo in difficoltà. Il tempo della sua fuga però è stato molto fecondo, in questo tempo egli ha ascoltato la predicazione di Paolo e ha accolto Cristo. Battezzato nel nome di Cristo ora è una creatura nuova. Ora quindi non è più uno schiavo agli occhi di un cristiano. Per la legge resta uno schiavo, ma per gli occhi dell’agape, per gli occhi dell’amore, è un uomo, è un fratello amato. Paolo prega per Filemone, lo stima, lo ama e in forza di tutto ciò gli offre un input per uno sguardo nuovo che lo apra all’accoglienza dell’altro. A Filemone non è chiesto di rimettere in libertà Onesimo, ma di accoglierlo come Paolo se stesso. Detto questo l’Apostolo dice a Filemone di avere tanta fiducia in lui e nel suo discernimento.

Amore e fiducia sono un fermento dinamico di crescita e di maturazione personale: Filemone ha tutti gli elementi per decidere il da farsi.

Ecco l’accompagnatore, l’accompagnatrice: non fa pressing, offre la vera chiave ermeneutica per aprire la vita, l’amore, quello che Dio riversa su di noi, e quello che ci chiede di nutrire verso gli altri, e poi dà fiducia, confida che l’altro possa fare meglio di quanto gli ha insegnato e mostrato.

Perché un vero padre e una vera madre spirituale non solo insegnano Cristo, ma lo mostrano, lo rivelano. Le loro ferite non sono causa di ripiegamento e di egoismo, ma spazio di grazia e di manifestazione di Dio. L’apostolo è il trait d’union tra la Pasqua di Cristo e la Pasqua dei credenti. La

vita cristiana ha un indirizzo che non può essere inserito in Google Maps, «in Cristo», «nel Signore»,

spazio dove irrompe la vita, la fraternità, le meraviglie di Dio.

 

Alcune perle dalla Christus vivit. Le qualità pastorali di chi accompagna i giovani

 

Diamo uno sguardo ora al documento Christus vivit che ci consegna le qualità spirituali di chi accompagna i giovani.

 

243. La comunità svolge un ruolo molto importante nell’accompagnamento dei giovani, ed è la comunità intera che deve sentirsi responsabile di accoglierli, motivarli, incoraggiarli e stimolarli. Ciò implica che i giovani siano guardati con comprensione, stima e affetto, e che non li si giudichi continuamente o si esiga da loro una perfezione che non corrisponde alla loro età.

244. Nel Sinodo «molti hanno rilevato la carenza di persone esperte e dedicate all’accompagnamento. Credere al valore teologico e pastorale dell’ascolto implica un ripensamento per rinnovare le forme con cui ordinariamente il ministero presbiterale si esprime e una verifica delle sue priorità. Inoltre il Sinodo riconosce la necessità di preparare consacrati e laici, uomini e donne, che siano qualificati per l’accompagnamento dei giovani. Il carisma dell’ascolto che lo Spirito Santo fa sorgere nelle comunità potrebbe anche ricevere una forma di riconoscimento istituzionale per il servizio ecclesiale» [DF, documento finale Sinodo Giovani].

246. I giovani stessi ci hanno descritto quali sono le caratteristiche che sperano di trovare in chi li accompagna, e lo hanno espresso molto chiaramente: «Un simile accompagnatore dovrebbe possedere alcune qualità: essere un cristiano fedele impegnato nella Chiesa e nel mondo; essere in continua ricerca della santità; essere un confidente che non giudica; ascoltare attivamente i bisogni dei giovani e dare risposte adeguate; essere pieno d’amore e di consapevolezza di sé; riconoscere i propri limiti ed essere esperto delle gioie e dei dolori della vita spirituale.

Una qualità di primaria importanza negli accompagnatori è il riconoscimento della propria umanità, ovvero che sono esseri umani e che quindi sbagliano: non persone perfette, ma peccatori perdonati. A

volte gli accompagnatori vengono messi su un piedistallo, e la loro caduta può avere effetti devastanti sulla capacità dei giovani di continuare ad impegnarsi nella Chiesa. Gli accompagnatori non dovrebbero guidare i giovani come se questi fossero seguaci passivi, ma camminare al loro fianco, consentendo loro di essere partecipanti attivi del cammino. Dovrebbero rispettare la libertà che fa parte del processo di discernimento di un giovane, fornendo gli strumenti per compierlo al meglio. Un accompagnatore dovrebbe essere profondamente convinto della capacità di un giovane di prendere parte alla vita della Chiesa. Un accompagnatore dovrebbe coltivare i semi della fede nei giovani, senza aspettarsi di vedere immediatamente i frutti dell’opera dello Spirito Santo. Il ruolo di accompagnatore non è e non può essere riservato solo a sacerdoti e a persone consacrate, ma anche i laici dovrebbero essere messi in condizione di ricoprirlo. Tutti gli accompagnatori dovrebbero ricevere una solida formazione di base e impegnarsi nella formazione permanente».

 

Siamo chiamate a vivere questo dinamismo di prossimità-distanza, vicine per ascoltare, accogliere, additare la via, e distanti per permettere che i giovani diventino liberi da dipendenze, da noi, e liberi soprattutto da se stessi per sapersi volgere al Padre.

 

Consacrate per essere madri secondo lo Spirito

 

Una madre spirituale differisce dalla maestra perché non trasmette solo un insegnamento, ma la vita stessa. Essa dice le parole dello Spirito, è una donna di Dio che comunica l’esperienza del suo contatto con Dio. Ecco le sue caratteristiche: assumere la condizione dell’altro e dare il meglio per la sua crescita; assumerne il dolore; permettere all’altro di raccontarsi, specie nel suo dolore; dare fiducia e invitare ad andare oltre, a vivere in Cristo e a vedere secondo la visione della vita nuova, intercettare la forza del desiderio.

La vita avanza grazie alla forza del desiderio e questo è fondamentale soprattutto per il cammino di crescita dei giovani. Il documento Preparatorio al sinodo dei Vescovi sui giovani invita ad ascoltare le

aspirazioni dei giovani che, come Samuele e Geremia, sanno scorgere i segni del nostro tempo che lo Spirito addita. Ascoltando queste aspirazioni è possibile intravvedere il mondo di domani che ci viene incontro. La Chiesa è consapevole di contare su «ciò che fa la forza e la bellezza dei giovani: la capacità di rallegrarsi per ciò che comincia, di darsi senza ritorno, di rinnovarsi e di ripartire per nuove conquiste» (Messaggio del Concilio Vaticano II ai giovani dell’8.12.65).

Rallegrarsi, darsi senza ritorno, rinnovarsi e ripartire sono i verbi che contraddistinguono i discepoli di Gesù e che dicono la forza della chiamata ad un percorso autentico e interiore, la disponibilità a stupirsi, a mettersi in movimento, l’amicizia fedele con lui e con gli altri. Oggi i giovani soffrono molto. Nelle loro relazioni affettive e lavorative vi è tanta fluidità e precarietà accresciute da opzioni sempre reversibili più che di scelte definitive. Tutto è liquido, poco o niente è avvertivo come definitivo e si ha terrore del per sempre. Ma sappiamo che chi non rischia non cammina.

Quindi la prima sfida da affrontare quando si parla di giovani è quella di accompagnarli nella crescita ma anche nella loro rinascita spirituale. Nel Documento Preparatorio viene citata infatti la sapienza della chiesa d’Oriente, più precisamente i Discorsi di Filosseno di Mabbug, vescovo siriano del V secolo che parla di tre nascite: a. la nascita naturale come donna o come uomo in un mondo capace di accogliere e sostenere la vita; b. la nascita del battesimo «quando qualcuno diventa figlio di Dio per grazia»; c. e poi una terza nascita, quando avviene il passaggio «dal modo di vita corporale a quello spirituale», che apre all’esercizio maturo della libertà. Questa terza nascita permette di esercitare la libertà in modo responsabile e maturo.

Per questa rinascita c’è bisogno di padri e madri nello Spirito, di testimoni della vita in Cristo, di discepoli che ogni mattino aprano l’orecchio per ascoltare la voce del Signore (cf. Is 50,4) e si dispongano ad assumere la vita dei giovani nel loro cuore, che siano disposti ad affrontare il combattimento spirituale al loro fianco (cf. Ef 6,10-20), ad insegnare a rinunciare ad occupare il centro della scena con i propri bisogni e ad accogliere il progetto di Dio: «Allarga lo spazio della tua tenda, stendi i teli della tua dimora senza risparmio, allunga le cordicelle, rinforza i tuoi paletti, poiché ti allargherai a destra e a sinistra» (Is 54,2).

Maria stessa progredisce nella consapevolezza della propria vocazione attraverso la meditazione delle parole che ascolta e gli eventi che le accadono, anche quelli che non comprende (cf. Lc 2,50-51).

Nel suo rapporto con Dio, Maria suggerisce il silenzio (nell’Annunciazione), la contemplazione (nel canto del Magnificat) e la preghiera (per tutta la vita). Nel suo rapporto con gli altri, Maria suggerisce lo stile del posare sugli eventi e le persone uno sguardo di amore, della prossimità nel bisogno, dell’intercessione, del condurre gli altri all’incontro con Cristo (a Cana, alla Croce e nel Cenacolo).

 

Intimità con Dio e la sua parola (annunciazione e magnificat)

 

Una madre spirituale ha un intimo rapporto con il Signore e la sua parola: Lo si vede bene nel Magnificat, testo altamente biblico, fortemente impregnato delle Scritture d’Israele, che narra il dinamismo dell’agire divino che sfugge ad ogni logica umana:

 

Il Magnificat — un ritratto, per così dire, della sua anima — è interamente tessuto di fili della Sacra Scrittura, di fili tratti dalla Parola di Dio. Così si rivela che lei nella Parola di Dio è veramente a casa sua, ne esce e vi rientra con naturalezza. Ella parla e pensa con la Parola di Dio; la Parola di Dio diventa parola sua, e la sua parola nasce dalla Parola di Dio. Così si rivela, inoltre, che i suoi pensieri sono in sintonia con i pensieri di Dio, che il suo volere è un volere insieme con Dio. Essendo intimamente penetrata dalla Parola di Dio, ella può diventare madre della Parola incarnata (Benedetto XVI, Deus caritas est 41).

 

Maria diviene corpo della Parola perché ha spalancato il suo orecchio a Dio. Per lei infatti si parla della conceptio per aurem. Come scrive Efrem:

 

la morte entrò attraverso l’orecchio di Eva, per questo la vita entrò attraverso l’orecchio di Maria (Diatessaron 4,15,22).

Maria riceve la Parola e alla luce di questa Parola legge gli eventi:

Maria, da parte sua, custodiva (synterein, tesorizzava, preservava, difendeva) tutte queste cose, meditandole (symballein, mettendole insieme) nel suo cuore (Lc 2,19).

 

Vista spirituale e capacità di discernimento (nozze di Cana)

 

Lo sguardo di Maria ospita quello di Dio, di quel Dio che ha ospitato nel suo cuore e nel suo grembo; è uno sguardo di contemplazione. Come scrive papa Francesco in Evangelii Gaudium 288, Maria infatti è «contemplativa del mistero di Dio nel mondo, nella storia e nella vita quotidiana di ciascuno e di tutti». Maria ci ricorda che lo sguardo verso cui tendere è lo sguardo del Padre sull’uomo e sulla donna, sguardo che irradia bellezza e riconosce la bellezza, sguardo che ognuno porta impresso nelle fibre più intime della propria memoria, sguardo di purezza che ciascuno è chiamato a irradiare.

 

L’uomo quando sa che il suo cuore è giunto alla purezza?

Quando considera tutti gli uomini buoni e nessun uomo gli sembra impuro e contaminato, allora è veramente puro nel suo cuore (Isacco il Siro, Trattati ascetici, 85).

 

A Cana Maria vede che manca il vino e vede nella carne del Figlio la presenza del Dio dell’impossibile: Tutto quello che vi dice, fatelo!

È la madre, ma nella fede è figlia di suo Figlio. Il discernimento è la pratica spirituale che ci permette di sintonizzare il nostro cuore con il cuore di Dio e a vedere il mondo con gli occhi di Dio. Per vedere con gli occhi di Dio occorre una prima tappa di purificazione per permettere alla «luce vera» (Gv 1,9) di riscaldare, illuminare, portare via le impurità per approdare al discernimento, per conoscere cioè se stessi in Dio, per vedersi come dei peccatori amati e redenti. Il discernimento dunque permette di passare all’identità di figli per entrare nella vera libertà e vivere appieno la propria vocazione che, come scrive H. U. von Balthasar in Vocazione:

 

è espropriazione di un’esistenza privata in funzione della salvezza universale, diventare proprietà di Dio, per essere da Lui consegnati al mondo da redimere e venire usati e consumati nell’evento della Redenzione.

 

Generare nello Spirito (sotto la croce)

 

La maternità di Maria non si conclude con quella di Cristo, ma si apre alla generazione dei discepoli del Signore, imparando a morire a se stessa, accettando il dinamismo della Pasqua. A immagine di Maria, così fa una madre spirituale: accoglie lo Spirito e accoglie gli altri (per amare la loro storia, il loro corpo) per orientarli a Dio (attraverso la preghiera, il contatto con la carne della Parola); non è protagonista; risveglia la vita nei figli; insegna a vivere la Pasqua.

Generare nello Spirito è ospitare gli altri nel cuore, in quel cuore dove prima dobbiamo far albergare i sentimenti di Dio. Si genera perché Dio irrompe e lega due persone. L’accompagnamento non è legato alla santità di una madre o di un figlio o di una figlia spirituale. Inizia perché lo Spirito irrompe, non perché usiamo criteri mondani, per giudicare e magari squalificare gli altri. Generare, come dice Paolo in 1Ts 2, non è solo dare il Vangelo, ma è dare la vita, imparando anche l’arte dello svezzamento, l’arte di rispettare castamente il cammino dei figli, la Pasqua dei figli, accettare che per ricevere la vita bisogna perderla ed evitare di entrare a gamba tesa nel loro percorso vocazionale.

 

Pregare: intercedere e invocare (cenacolo)

 

Quando e dove pregare? A volte il tempo non ci basta e accampiamo questa scusa. Il tempo non è un nemico e noi dobbiamo imparare a fare buon uso del tempo. Perché il luogo dove pregare non è fuori di noi, ma dentro: il cuore del cuore, dove possiamo essere connesse senza limiti a Dio e alle persone che serviamo e che dobbiamo far crescere.

Papa Francesco ci ricorda che:

La Chiesa non può fare a meno del polmone della preghiera (EG 262).

È lo Spirito Santo, inviato dal Padre e dal Figlio, che trasforma i nostri cuori e ci rende capaci di entrare nella comunione perfetta della Santissima Trinità, dove ogni cosa trova la sua unità. Egli costruisce la comunione e l’armonia del Popolo di Dio (EG 117).

I grandi uomini e donne di Dio sono stati grandi intercessori. L’intercessione è come “lievito” nel seno della Trinità. È un addentrarci nel Padre e scoprire nuove dimensioni che illuminano le situazioni concrete e le cambiano. Possiamo dire che il cuore di Dio si commuove per l’intercessione, ma in realtà Egli sempre ci anticipa, e quello che possiamo fare con la nostra intercessione è che la sua potenza, il suo amore e la sua lealtà si manifestino con maggiore chiarezza nel popolo (EG 283).

Cosa fa un intercessore? Non fa, ma sta, come Maria, stabat…, dimora, rimane, disposta a dilatare la sua maternità da biologica a spirituale, da quella verso un unico figlio a quella verso i discepoli del Figlio e verso l’umanità intera.

Che il Signore ci doni una «verginità materna» (come ci ha detto Alda Merini), faccia del nostro amore uno spazio teofanico, testimoniale, simbolico, dove gli altri possano sentire il palpito del cuore di Dio, la paternità di Dio, la maternità della chiesa. Che questa nostra esistenza non mostri l’amarezza per le ferite, ma la gioia di sapere che attraverso queste ferite possiamo lasciar intravvedere il Cristo che ci ha “sfossate” dal sepolcro e che vive in noi.

Che anche noi possiamo avere gli occhi aperti di Maria che non perde di vista Dio (e gli occhi sorridenti che sanno trasmettere luce e calore, già a partire dal saluto, che dovrebbe testimoniare la lode alla Divina Tenerezza che non cessa di amarci. Auguri e buon cammino!

 

 

(Consacrazione e Servizio n. 3 (2019) - DOSSIER - Atti 66a Assemblea Nazionale)


Le campane di Natività di Maria!


“Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”

 

 

Jacopo Robusti detto Tintoretto

19 maggio 2019

 

V domenica di Pasqua

Gv 13,31-33a.34-35

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo, quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. 32Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 33aFiglioli, ancora per poco sono con voi. 34Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 35Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

 

Nel vangelo secondo Giovanni è sempre il Risorto, il Cristo Signore che parla e agisce, sicché questo testo vuole mostrarci il Cristo in mezzo a noi che, nella sua gloria, continua a consegnarci le parole essenziali per comprendere e partecipare al mistero dell’umanizzazione di Dio. Cosa annuncia alla chiesa il Cristo risorto e vivente? Che è lui il pastore buono e noi le sue pecore (IV domenica di Pasqua), che ci ha lasciato un comandamento ultimo e definitivo (V domenica), che ci dona lo Spirito consolatore (VI domenica), che accanto al Padre intercede per noi (VII domenica).

 

Sostiamo dunque sul brano liturgico odierno, tratto dai “discorsi di addio” che il quarto vangelo estende per ben quattro capitoli (cf. Gv 13,31-16,33). Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli, per rivelarsi quale Signore e Maestro che si fa servo fino a dare la vita per loro (cf. Gv 13,1-20), poi ha annunciato il tradimento da parte di uno dei Dodici, Giuda (cf. Gv 13,21-30). Perché quest’ultimo è giunto a tanto? Solo Dio conosce l’abisso del cuore umano (cf. Ger 11,20; 12,3; 17,9-10; 20,12), ma noi possiamo supporre che Giuda non abbia agito per sete di denaro, anche se il quarto vangelo lo descrive come ladro e attaccato ai soldi (cf. Gv 12,6): per consegnare il proprio maestro occorreva una ragione più forte di trenta denari… Possiamo invece pensare che Giuda abbia fatto arrestare Gesù perché era cresciuto dentro di lui il rancore nei suoi confronti. Chiamato da Gesù, lo aveva seguito, ma poi si era accorto che il Dio rivelato da Gesù non era conforme alla sua immagine di Dio: ciò che Gesù faceva e diceva, sembrava sempre di più una contraddizione alla fede ricevuta dai padri, dunque egli era giunto a ritenerlo un “eretico” da eliminare, affinché la fede ne traesse giovamento. Non ci può essere altra ragione se non un odio religioso, perché nei vangeli non ci sono segni di relazioni personali ferite né di un “io minimo” da parte di Giuda.

 

Ormai Gesù, conoscendo la reazione interiore di Giuda ai suoi gesti e alle sue parole, si sentiva inibito ad agire e a parlare, a dire tutto in confidenza e libertà. Quando vi è la presenza di qualcuno che ha “l’occhio cattivo” (Mt 20,15) e nel suo essere tiene vivo il pregiudizio che diventa efficace prima ancora di aver ascoltato; quando qualcuno cova il rancore, allora è meglio tacere, non per blocco psicologico, ma per “sottomissione” (eulábeia: Eb 5,7). Ecco perché sta scritto all’inizio del nostro brano: “Quando (Giuda) fu uscito, Gesù disse…”. Ormai Gesù è libero di parlare con parrhesía, e rivela: “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito”.

 

Ora ha inizio la glorificazione di Gesù e insieme la glorificazione di Dio in Gesù stesso, perché il tradimento nei confronti di Gesù e la sua consegna in mano a quelli che lo uccideranno non è una sconfitta ma un evento di gloria. Sì, è difficile capire questa visione “al contrario” della realtà, ma bisogna esercitarsi ad avere una visione degli eventi che non è la nostra, bensì quella di Dio. E cosa vede Dio? Che nel Figlio consegnato splende più che mai l’amore di Gesù e anche il suo proprio amore, quello di chi lascia che tale consegna avvenga. Allo stesso modo, lo sguardo di Gesù sulla sua passione ormai iniziata con l’uscita di Giuda dal cenacolo non è uno sguardo che venga da carne e sangue (cf. Gv 1,13), cioè dalla capacità umana, ma viene per rivelazione da Dio stesso. Gesù sa che “non c’è amore più grande che dare la vita per gli amici” (cf. Gv 15,13), e allora con l’uscita inarrestabile di Giuda ecco l’epifania dell’amore, la gloria dell’amante che splende e si impone. La croce è gloria non perché sia strumento di dolore, ma perché è il segno della fine inflitta a chi ha amato, a chi è giusto, a chi liberamente e per amore ha deposto la propria vita per gli altri. Presto questa glorificazione si manifesterà mediante l’intervento di Dio, che darà al Figlio la propria gloria risuscitandolo da morte. Così Gesù interpreta per i discepoli gli eventi delle ore successive: non una sconfitta, non un fallimento, ma una manifestazione della gloria di Dio, nel senso che Dio ha “peso” (kavod) nella storia, fino a decidere eventi che danno salvezza.

 

Una volta indicata quell’“ora” che giungerà presto, mancando ormai poco tempo al suo esodo da questo mondo al Padre (cf. Gv 13,1), Gesù esprime le sue ultime volontà, rivela il suo testamento, dà il comando riassuntivo di tutta la Legge; un “comandamento nuovo” (entolè kainé) non perché sia una parola nuova rivolta da Dio ai credenti, ma nel senso che è ultimo e definitivo, dopo il quale non ve ne saranno altri: “Amatevi gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri (cf. anche Gv 15,12). Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”. Con tenerezza, chiamandoli “piccoli figli” (teknía), Gesù rivela ai discepoli l’essenziale: “Amatevi gli uni gli altri”. Ci attenderemmo: “Amatemi”, e invece no: “Amatevi”! Perché amandoci reciprocamente in verità amiamo proprio lui, il Cristo Gesù. Chi ama Gesù, infatti, realizza innanzitutto la sua volontà, il suo comandamento. Lo dirà in modo esplicito il discepolo amato nella sua Prima lettera: “Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio dimora in noi e l’amore di lui è compiuto in noi” (1Gv 4,12); ovvero, Dio è presente in coloro che si amano reciprocamente e grazie all’amore reciproco si sente veramente amato, perché vede che la sua volontà è realizzata e pienamente compiuta (cf. 1Gv 5,3).

 

Quanta perdita di tempo in discorsi che distinguono tra amore “verticale” e amore “orizzontale”, quante accuse reciproche tra fratelli cosiddetti “mondani” e fratelli cosiddetti “spiritualisti”: ragionamenti di persone tarde di orecchi e di cuore! Perché l’amore, quando è veramente tale, non può non essere amore di Dio e amore per i fratelli e le sorelle, ossia amore di Dio che in noi – lo sappiamo o non lo sappiamo – si fa amore per gli altri. Se ci si ama a vicenda, allora si sta insieme, allora c’è comunione; e quando si sta insieme, allora Gesù, il Vivente, è presente (cf. Mt 18,20), il Risorto è in mezzo a noi (cf. Mt 28,20), quale fonte e sigillo della comunione. E quando amiamo l’altro dandogli da mangiare, da bere, vestendolo, visitandolo in carcere o nella malattia, allora amiamo Cristo che è realmente presente, presente più che mai davanti a noi. Dunque l’amore deve innanzitutto essere reciproco, amore verso l’altro, che se è fratello o sorella nella fede dovrebbe rispondere con amore: amore reciproco, amore dell’uno verso l’altro! In ogni caso, il discepolo o la discepola di Gesù deve amare l’altro sempre, che risponda o no, perché questo è l’amore di Gesù Cristo, sempre gratuito. Finché c’è un frammento di amore vissuto tra gli umani, Dio è presente, è vivo, e Cristo è tra di noi! La salvezza, ossia la vita di ciascuno di noi, dipende dall’osservanza di questo comandamento: “Amatevi gli uni gli altri”.

 

Ma Gesù dà anche la forma, la misura, lo stile di questo amore: “Amatevi come (kathós) io ho amato voi”. Si tratta di amare l’altro come lo ama Gesù, cioè accogliendolo così com’è, perdonandolo e rimettendogli i peccati, prendendosi fedelmente cura di lui, rendendolo fratello o sorella fino alla morte, fino a deporre la vita per lui/lei. C’è nell’amore cristiano una forma, uno stile determinato da Gesù e da lui testimoniato nei vangeli. Se Gesù è maestro, lo è soprattutto nell’arte dell’amare. È facile parlare di amore o credere di vivere l’amore, ma viverlo come lo ha vissuto Gesù, a prezzo del dono della vita, è arte, è un capolavoro di amore, quindi è manifestazione della gloria di Dio che è gloria dell’amare. Così questo amore diventa “segno”, cioè un segnale che dove vi è tale amore, là vi è vita cristiana, vita del discepolo di Gesù. Il cristiano, infatti, non si distingue perché prega (pregano tutti gli uomini religiosi e anche i non religiosi quando sono nell’angoscia!); non si distingue perché fa miracoli (in tutte le religioni ci sono taumaturghi); non si distingue perché ha una sapienza raffinata (l’oriente ha elaborato una sapienza che rivaleggia con la nostra occidentale): no, si distingue perché ama, ama come Gesù, “fino all’estremo” (eis télos: Gv 13,1)!

 

Dunque nel testamento di Gesù vi sono

 

il comandamento nuovo,

lo stile e la forma,

il segno (o significatività).

 

 

Poveri uomini e povere donne che nel mondo tentano ogni giorno di amare come Gesù, con il suo stile, e sentono questo come l’impegno più grande e significativo del loro essere cristiani: questi sono i discepoli e le discepole di Gesù. Tutto il resto è scena, scena religiosa che passa con questo mondo (cf. 1Cor 7,31). Il giudizio che ci attende tutti avverrà solo sull’amore, per ogni uomo o donna che abbia o non abbia conosciuto e creduto in Gesù Cristo, il Vivente, il Signore: egli ci ha chiesto di amarci tra noi umani, perché solo così si sente amato da noi!


Il cristiano,

 

diviso tra l'amore e la lotta

 

V Domenica di Pasqua (C)

 

a cura di Franco Galeone *

 

Giotto UltimaCena

Giotto, L'Ultima Cena (1305-1306), Padova, Cappella degli Scrovegni

 

1. La domenica del comandamento nuovo. Quasi alla fine del tempo pasquale, è necessario chiedersi: cosa deve caratterizzare i discepoli di Gesù? La risposta è chiara:

* anzitutto l’amore, che ha il suo preciso modello in Cristo: Come io vi ho amati. È un comandamento nuovo, cioè perfetto, ultimo, definitivo, secondo il linguaggio biblico. L’amore rappresenta la novità; l’odio fa invecchiare il mondo. L’amore è l’unica energia positiva. Dio è infinitamente creatore perché infinitamente amante. Anche noi: solo quando amiamo qualcuno o qualcosa siamo pieni di vita, di progetti, di iniziative. Quando due note musicali si amano formano un accordo, quando due colori si abbinano bene producono estetica, quando due si amano sprigionano vita. L’uomo è stato creato capace di amare, incapace di bastare a se stesso; non si realizza in una splendida e aristocratica solitudine. Abbiamo bisogno di tanti altri, di un Altro, e questo appartiene alla struttura logica e ontologica dell’uomo: non è un lusso amare, ma una necessità. Anche Dio ha bisogno di essere tre persone, di formare famiglia, per essere veramente Dio! Il diavolo vive nella solitudine, nell’egoismo, non ha bisogno di nessuno: è la vita più terribile! Ma è possibile amarsi gli uni con gli altri? Sembra proprio di sì, perché questo l’unico comandamento richiesto da Gesù. Siamo pieni di tanti pregiudizi e paure che ci è quasi impossibile avvicinare qualcuno senza vedere in lui un probabile nemico. Siamo portati a inquadrare, etichettare, sapere in quanto e in che cosa sono uguali a noi o diversi. Siamo prigionieri di noi stessi, del nostro passato, delle nostre abitudini. Di istinto operiamo queste equazioni: diverso = inferiore = pericoloso = da eliminare. E quanti diversi abbiamo eliminato, solo perché diversi da noi! Il comando di Gesù è un invito alla libertà: chi è libero può amare; è un invito a non avere paura: chi ha paura è incapace di amore.

* Altra nota tipica: il cristiano è l’uomo della speranza; in un mondo dove sembra prevalere l’ingiustizia, il cristiano è sostenuto dalla speranza che Dio farà nuove tutte le cose, che ogni lacrima sarà asciugata, che l’amore alla fine vincerà. Il teologo francescano A. Hamman ha scritto che le tre letture di oggi sembrano lo spartito musicale della sinfonia del Nuovo Mondo, perché descrivono la Città nuova, dove Dio sarà nostro concittadino, abiterà accanto alle case di noi uomini, caccerà dalla città quei cittadini lugubri che si chiamano Morte, Lutto, Dolore; il Vecchio Mondo, sottomesso alla Bestia del male, scomparirà per fare posto alla luce, alla vita, alla gioia. La chiesa annuncia cieli nuovi e terra nuova, propone un comandamento nuovo, canta un canto nuovo. Nella Bibbia il termine nuovo appare 347 volte nell’AT e 44 nel NT; con nuovo si intende qualcosa di inatteso; quando promette una nuova legge (Ger 31,31) non intende un aggiornamento del decalogo ma una legge radicalmente diversa.

 

2. Non possiamo sradicare il precetto dell’amore dal contesto concreto in cui è stato dato. Gesù non si trovava in una idilliaca riunione, in un ghetto pietistico di beghini, ma dentro la morsa della storia che lo stava schiacciando. Il suo è un amore architettonico, cioè destinato a modificare la realtà, non a passarvi sopra, come una sterile nebbia, che nasconde le cose. Non possiamo dimenticare questa cornice di passione. Naturalmente questo non significa che noi dobbiamo lottare contro i nostri avversari , ma che noi viviamo una conflittualità drammatica tra la necessità di amare e la necessità di lottare. Se davanti a coloro che fanno soffrire i nostri fratelli, noi tacciamo e consigliamo la sopportazione in questa valle di lacrime, allora siamo contro la forza architettonica dell’amore che deve mutare il mondo. Gesù ha sempre preso di fronte le forze del male e le ha denunciate con terribili parole. Gesù non è andato dagli oppressi, ci è stato dentro, ha preso la condizione di servo (μορφν δούλου λαβών), e dallinterno di questa condizione servile ha rivelato la gelosia di Dio per gli oppressi, la sua straordinaria e misteriosa faziosità. Dio è dalla parte degli ultimi! E invece noi operiamo complicate articolazioni concettuali, e per ciò siamo in cattiva coscienza. Essere cristiani significa confessare che l’amore è l’unico principio architettonico della storia. Non solo lo confessiamo, ma dentro la nostra situazione di peccato ci sforziamo di viverlo con piccoli e provvisori gesti di amore che costruiscono la silenziosa civiltà dell’amore.

 

3. In questo racconto, Gesù si vede sprofondato nella situazione più dolorosa per un essere umano, il tradimento e l’infedeltà di uno dei suoi più intimi amici, e afferma che ora è stato glorificato (δοξάσθη) e Dio in lui è glorificato. Il sostantivo δόξα nel greco classico viene tradotto con opinione o punto di vista; invece nel Nuovo Testamento il sostantivo si riferisce allo splendore del potere divino (Lc 2,9; Mt 16,27; At 7,55, etc.). Quindi, in questo punto si afferma qualcosa che scuote e spaventa. Si tratta del fatto che, quando Gesù soffrirà e farà fallimento, proprio allora raggiunge il suo culmine, lo splendore del potere divino, sia del Padre (Gv 13,31b; 17,1b.4), come del Figlio (Gv 7,39; 12,16.23; 13.31a). Gesù raggiunge il suo massimo splendore nel dolore e nel fallimento. Non è una pazzia dire una cosa simile? Questa non è la negazione totale di tutto l’umano? No. Quando Gesù si vede e si sente più umano, pronuncia il comandamento nuovo: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato. Dio è Amore. Ma Dio, quando si è incarnato, è diventato amore umano. E l’esperienza ci dice che l’amore umano giunge al culmine quando è disposto a giungere – e giunge – al limite ultimo e finale della sofferenza, della morte e del fallimento. Nel comandamento nuovo Gesù non parla più dell’amore di Dio e del prossimo: Chi ama l’essere umano, chiunque sia, ama Dio. In questo sta la chiave di tutto il cristianesimo. Per noi, eredi del pensiero greco, gloria significa fama, ricchezza, prestigio. Tutti desideriamo queste cose. I giudei prendono la gloria gli uni dagli altri (Gv 5,44), amano la gloria degli uomini più della gloria di Dio (Gv 12,43). Nei versetti 31-33 del vangelo di oggi compare per ben cinque volte il verbo glorificare; una prolissità che quasi risulta eccessiva e fuori luogo perché Gesù, di lì a poche ore, sarebbe stato catturato e condannato. Forse qualche apostolo avrà pensato che Gesù stava per compiere un miracolo. Niente di tutto questo. Gesù è glorificato perché Giuda è uscito per trattare con le autorità religiose sul prezzo del tradimento (v.31). È qualcosa di inaudito!

 

4. Poi il brano continua con un sorprendente Figlioli (v.33). I discepoli sono fratelli di Gesù, come mai ora li chiama figlioli? Bisogna capire che Gesù ha poche ore di vita e perciò detta il suo testamento: come i figli considerano sacre le ultime parole del padre morente, così Gesù vuole che le sue ultime parole restino scolpite nel cuore dei discepoli: Vi do un comandamento nuovo (v.34) e lo ripeterà altre due volte (Gv 15,12 e Gv 15,17) a sottolinearne l’importanza. La novità maggiore di questo comandamento sta nel fatto che nessuno prima di Gesù aveva tentato di costruire una società basata sull’amore; le società vecchie del mondo sono fondate sulla competizione, sul denaro, sul potere. E poi Gesù conclude: Da questo sapranno tuti che siete mei discepoli (v.35). Noi sappiamo che non sono i frutti che fanno vivere l’albero, tuttavia sono segni che l’albero è vivo. Non sono le buone opere che rendono cristiane le nostre comunità, ma sono queste opere che danno la prova che le nostre comunità sono animate dal Risorto. I cristiani non sono uomini diversi dagli altri, non portano distintivi: ciò che li caratterizza è la logica dell’amore gratuito.

 

5. Il progetto di Dio è come un fiore che si schiude, lascia cadere le foglie che lo avevano custodito, diviene un frutto totale e definitivo. È importante collocare dentro questa architettura il precetto di Gesù sull’amore, per evitare che esso sia consumato e risolto all’interno dell’etica soggettiva. Il nostro destino è realizzare la Città santa, spazzare via le cose passate, perché cieli nuovi e nuove terre siano lo spazio della comunità di Dio. È un obiettivo che supera il perimetro devozionale dei semplici rapporti intersoggettivi, per investire gli interi spazi della creazione. La presenza di Gesù nella storia sarà sempre quella di una pietra scartata dai costruttori, ma diventata testata d’angolo. Qualcuno sostiene che la chiesa ha i giorni contati perché vecchia, non sa rinnovarsi, ripete formule incomprensibili. Cresce la voglia di spiritualità, l’adesione a nuove religioni (reiki, channelling, cristalloterapia, dianetica); si diffonde la religione-fai-da-te ed espressione di queste nuove tendenze è la New Age. Il cristiano sa di essere un segno di contraddizione, non perché è una persona litigiosa, ma per la qualità della sua vita. Graham Greene affermava che se non avete mai detto qualcosa che dispiaccia a qualcuno, è segno che non avete sempre detto la verità.

 

6. Noi saremo sempre meno importanti nel gioco quantitativo della storia; il non essere importanti è il nostro stato normale; il nostro compito è diventare una manciata di lievito dentro la massa di farina, un piccola luce accesa nel tenebroso villaggio globale. I cristiani oggi devono diventare una minoranza lieta e contagiosa. Purtroppo non sempre siamo stati i primi a raggiungere le barricate sulle quali si combatteva per la dignità dell’uomo, e perciò siamo stati lentamente esclusi dalle università, dal mondo della scienza, dai movimenti operai. Se non leggeremo bene i segni della storia, resteremo tagliati fuori anche dal mondo delle donne e dei giovani. Siamo stati spesso avanguardie mancate, e abbiamo permesso che le acque vivificanti del Vangelo si trasformassero in palude verminosa. I cristiani troppo spesso si sono ridotti a fare da cariatidi alla città presente. Solo se avremo questa fede attiva, potremo collocarci dentro le inquietudini del nostro tempo, non per invocare la polizia e il suo disordine costituito, ma per fare emergere la voce di quanti non hanno voce, la corrente calda e la linea rossa di una politica e di una cultura che mettono al centro di ogni progetto l’uomo.

Buona vita!

 

 

* Gruppo biblico ebraico-cristiano

Babele o Gerusalemme?

 

Enzo Bianchi

 

Negli ultimi cinquant’anni la popolazione delle città si è accresciuta in modo esponenziale, sicché oggi la maggior parte degli uomini e delle donne del mondo abita la città, le megalopoli, a tal punto che si può affermare di essere ormai in presenza di una grande città globale. Le popolazioni abbandonano inesorabilmente le campagne e gli spazi rurali per convergere verso queste immense città che sono luogo di trasformazione di identità, di vita, di visioni e di stili: un vero e proprio laboratorio della nuova umanizzazione. Questo nostro secolo è iniziato come epoca delle città ed è difficile prevederne gli esiti e le direzioni.

La città è una realtà sorta per proteggere l’umanità e per favorire processi di umanizzazione nella socialità. Ciò si oppone al pericolo di un nomadismo che de-situa l’uomo e non gli permette di custodire, lavorare e “regnare” sulla terra; si oppone all’assolutezza del clan che fornisce un’identità imprigionata nello spazio della somiglianza e della parentela; si oppone all’isolamento derivante da uno scambio raro e dal difficile incontro con gli altri. La città è stata ed è il luogo per eccellenza della costruzione e della manifestazione dell’umanità, il luogo più fecondo per l’esaltazione dell’ethos, proprio perché costruire una città significa fare un’opera architettonica etica, che plasma il rapporto delle persone tra loro.

Ma di fronte al fenomeno “città” i cristiani, che la abitano e partecipano da concittadini alla sua edificazione, quale relazione sanno tessere e che postura devono tenere? La città è una realtà che da almeno tre millenni registra il confronto dei credenti nel Dio di Abramo con essa e con ciò che essa rappresenta nel mondo. Non è facile delineare questo rapporto vissuto in modo differente nelle epoche e nelle aree culturali diverse. Si potrebbe affermare che la città porta sempre il segno dell’ambiguità e che il giudizio su di essa oscilla tra la condanna della città violenta e omicida e l’invocazione della città della pace, una città futura che sembra poter discendere solo come dono dall’alto. I credenti, dunque, sono sempre abitanti della città ma vivono al suo interno la condizione di pellegrini e viandanti, e pur non avendo esenzioni nei suoi confronti, non si identificano mai con la città che abitano.

In questo breve contributo potrò solo fare allusioni ad alcune città che nella Bibbia acquistano un valore emblematico e, di conseguenza, possono offrire un messaggio eloquente per il nostro oggi. Va subito constatato che nelle prime pagine della Bibbia la città appare sotto un segno negativo. È Caino, l’omicida fratricida, il primo costruttore di una città, che chiama Enoch, come il figlio che aveva generato (cf. Gen 4,17). In questa affermazione vi è un’impronta cupa, originata da una cultura che giudicava negativamente il fenomeno dell’urbanizzazione e l’abbandono della vita nomade. La città permette un’epifania del male, della violenza, molto più della vita nomade o di campagna, quindi è subito assimilata alle realtà dei bassifondi, delle periferie infernali, dell’organizzazione della malavita e del vizio. Nelle città nascono le arti, si sviluppa l’artigianato, ma si instaura anche più facilmente la prostituzione (cf. Gen 4,21-22). Per questo è stato possibile ripetere tristemente: “Dio fece il primo giardino, Caino fece la prima città”.

Proprio in questa visione pessimistica della città, sempre all’interno dei primi capitoli della Genesi, per denunciare il peccato sociale viene descritta la costruzione da parte degli uomini della città di Babel, “porta di Dio”(cf. Gen 11,1-9). Babele è la città che si rivolta contro Dio, la città idolatrica che vuole occupare il cielo, negare il Dio vivente e celebrare l’uomo; è la città totalitaria e autosufficiente, la megalopoli che, invece di sottomettere la terra, scala il cielo; è la città dell’alienazione, che crea schiavi, oppressi e nega ogni alterità e diversità. Questa città, che sappiamo avere la massima incarnazione nell’impero totalitario di Babilonia, assume nella Bibbia un valore simbolico: i profeti la condannano, le indirizzano “guai” e avvertimenti, ne predicano la distruzione. I credenti dovranno dunque sempre opporsi a Babele, incarnata nel potere totalitario e violento dei babilonesi, degli assiri, dei sovrani ellenisti e dell’imperialismo romano… Per Isaia, Geremia e gli altri profeti, fino all’Apocalisse di Giovanni, la città di Babele/Babilonia riunisce in sé tutte le perversioni della storia e le alienazioni dell’umanità oppressa.

Ma di fronte a Babilonia ecco l’annuncio della città della giustizia e della pace, Gerusalemme, la città di Dio perché da lui voluta, dotata di una vocazione centripeta per tutti i popoli e le genti, vocazione alla comunione, all’unità, alla fraternità: è “la città di Dio con gli uomini” (cf. Ap 21,3). Per quattrocento anni Gerusalemme è stata la città del Messia, quella in cui Dio aveva posto la sua presenza nel tempio costruito da Salomone. Venne poi distrutta dai babilonesi nel 587 a.C. e poi ancora ricostruita secondo la profezia e la volontà del suo Signore, per essere segno di una città che scende dall’alto, il cui architetto e costruttore è solo Dio (cf. Eb 11,10). L’ultima parte del libro di Isaia (cf. Is 56-66) contiene un canto profetico alla nuova Gerusalemme, città ombelico di tutta la terra, luogo di incontro per tutte le genti e tutte le culture, che vi riconosceranno la presenza dell’unico Signore, il Vivente, il Dio di Israele.

L’Apocalisse di Giovanni, chiusura e sigillo di tutta la rivelazione biblica, dedica significativamente gli ultimi suoi capitoli al giudizio su Babilonia (cf. Ap 17-20) e alla venuta gloriosa della Gerusalemme celeste (cf. Ap 21-22): una città gloriosa, dove il sole non tramonta; dove non ci sono più né morte, né pianto né violenza; dove Dio asciuga le lacrime dagli occhi degli esseri umani e abita per sempre con loro, insieme all’Agnello, vittima nella storia ma vivente e regnante in questa città santa che accoglie tutta l’umanità.

Nel frattempo, i credenti vivono predisponendo tutto per l’avvento di questa Gerusalemme che scende dal cielo, cioè del regno di Dio. Vivono nelle città che sono toccate loro in sorte; vivono da stranieri e pellegrini (cf. Eb 11,13; 1Pt 2,11), senza essere esenti in nulla dalla solidarietà e dalla compagnia con gli uomini; vivono dando la testimonianza della loro partecipazione alla vita della città terrena, la polis, ma sapendo che la loro cittadinanza è nel cielo (cf. Fil 3,20). Tutti elementi messi in luce da quello splendido testo delle origini cristiane che è l’A Diogneto.

Sì, i cristiani abitano a Babele, ma si oppongono all’idolatria che la ispira; abitano a Sodoma, ma resistono alla tentazione di non ospitare, anzi di divorare e sfruttare gli stranieri che giungono nelle città; abitano a Babilonia e a Roma, ma indicano cammini per una convivenza bella, buona e pacifica. E fanno questo fino a pagare un caro prezzo: accettano, se necessario, di essere cacciati dalle città, di essere perseguitati al loro interno. La loro vocazione di cristiani, infatti, impedisce loro di disertare, di isolarsi dalla città terrena che è sempre Babilonia e, insieme, Gerusalemme.

. La mano di Cristo, il pastore buono

 

 

 

Jacopo Robusti detto Tintoretto

12 maggio 2019

 

IV domenica di Pasqua

Gv 10,27-30

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo, Gesù disse: «27Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. 29Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. 30Io e il Padre siamo una cosa sola».

 

Il capitolo 10 del vangelo secondo Giovanni contiene una lunga discussione tra Gesù e alcuni farisei che egli dichiara in una situazione di peccato, perché credono e dicono di vedere mentre in realtà non vedono e non operano un discernimento circa l’identità di Gesù e la qualità della sua azione (cf. Gv 9,40-41).

 

Con una parabola Gesù cercare di rivelare loro come egli non sia un ladro ma sia il pastore che entra ed esce attraverso la porta dell’ovile, non in incognito, il pastore che cammina davanti a pecore le quali lo seguono perché riconoscono la sua voce. La parabola però non viene compresa e allora Gesù fa dichiarazioni esplicite su di sé e sulla propria missione: è lui la porta dell’ovile; è lui il pastore buono che, pur di custodire le pecore, è disposto a dare la sua vita, perché ha la capacità di dare la vita per le pecore e di riceverla di nuovo dal Padre (cf. Gv 10,17). Queste parole creano divisione tra quanti lo ascoltano: alcuni lo giudicano indemoniato, altri riconoscono il suo operare carico di salvezza (cf. Gv 10,19-21).

 

In quei giorni “ricorreva a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. Allora i capi dei giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: ‘Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente’” (Gv 10,22-24). Gesù è dunque costretto a riprendere la parola per denunciare che la situazione di non fede in lui è dovuta al fatto che quegli ascoltatori non sono sue pecore (cf. Gv 10,26), non sono disposti ad accogliere le sue parole.

 

A questo punto dobbiamo però fare un’osservazione di grande importanza. Nelle sante Scritture pastori e pecore sono molto presenti, perché facevano parte della società pastorale-agricola in cui la Bibbia è sorta. Essere pastore significava svolgere un mestiere che aveva grande rilevanza e tutti sentivano la figura del pastore come esemplare. Noi oggi siamo lontani da quella situazione, non conosciamo né vediamo, se non raramente, pastori che conducono il gregge; e soprattutto, le pecore non ci appaiono capaci di rappresentarci. Per questi motivi, le parole di Gesù al riguardo non sono più performative come lo erano ai suoi tempi in Palestina. Di conseguenza, non mi soffermo tanto sulle immagini del pastore e delle pecore, ma vorrei approfondire i verbi utilizzati, che nelle parole di Gesù vogliono comunicarci un messaggio su di lui: su Gesù, ovvero su un uomo che ha vissuto realmente tra di noi, che era umano come noi, che ha lasciato una traccia indelebile del suo comportamento nel cuore di quelli che “sono entrati e usciti con lui”.

 

Innanzitutto Gesù dice che quanti lo seguono, cioè sono suoi discepoli, “ascoltano la sua voce”. Questo è l’atteggiamento di chi crede: è credente perché ha ascoltato parole affidabili. È il primo passo che l’essere umano deve compiere per entrare in una relazione: ascoltare, che è molto più del semplice sentire. Ascoltare significa innanzitutto riconoscere colui che parla dalla sua voce, dal suo timbro particolare. Ci vogliono certamente impegno e fatica, ma solo facendo discernimento tra quelli che parlano è possibile ascoltare quella voce che ci raggiunge in verità e con amore. Tutta la fede ebraico-cristiana dipende dall’ascolto – “Shema‘ Jisra’el! Ascolta, Israele!” (Dt 6,5; Mc 12,29 e par.) – e sia nell’Antico sia nel Nuovo Testamento “la fede nasce dall’ascolto” (fides ex auditu: Rm 10,17). Per avere fede in Gesù occorre dunque ascoltarlo, con un’arte che permetta una comunicazione profonda, la quale giorno dopo giorno crea la comunione.

 

La seconda azione che Gesù presenta come propria delle sue pecore si riassume nel verbo seguire: “Esse mi seguono”. Materialmente ciò significa andare dietro a lui ovunque egli vada (cf. Ap 14,4), ma seguirlo anche conformando la nostra vita alla sua, il nostro camminare al modo in cui lui ci chiede di camminare (cf. 1Gv 2,6). Il pastore quasi sempre sta davanti al gregge per aprirgli la strada verso pascoli abbondanti, ma a volte sta anche in mezzo, quando le pecore riposano, e sa stare anche dietro, quando le pecore devono essere custodite affinché non si perdano. Gesù assume questo comportamento verso la sua comunità, verso di noi, e ci chiede solo di ascoltarlo e di seguirlo senza precederlo e senza attardarci, con il rischio di perdere il cammino e l’appartenenza alla comunità.

 

In questa condivisione di vita, in questo coinvolgimento tra pastore e pecore, tra Gesù e noi, ecco la possibilità della conoscenza: “Io conosco le mie pecore”. Certamente Gesù ci conosce prima che noi conosciamo lui, ci scruta anche là dove noi non sappiamo scrutarci; ma se guardiamo a lui fedelmente, se ascoltiamo e “ruminiamo” le sue parole, allora anche noi lo conosciamo. E da questa conoscenza dinamica, sempre più penetrante, ecco nascere l’amore, che si nutre soprattutto di conoscenza. Cor ad cor, presenza dell’uno accanto all’altro, possiamo quindi dire umilmente: “Io e Gesù viviamo insieme”. Gesù è “il pastore buono” (Gv 10,11.14), certo, ma anche l’amico e l’amante fedele, potremmo dire: sentendoci da lui amati, conosciuti, chiamati per nome, penetrati dal suo sguardo amante, allora possiamo decidere di amarlo a nostra volta.

 

Che cosa attendere dunque da Gesù Cristo? Il dono della vita per sempre e quella convinzione profonda che siamo nella sua mano e che da essa nessuno potrà mai strapparci via. La mano di Gesù è mano che ci tocca per guarirci; mano che ci rialza se cadiamo; mano che ci attira a sé quando, come Pietro affondiamo (cf. Mt 14,31); mano che ci offre il pane di vita; mano che si presenta a noi con i segni dell’aver sofferto per darci la vita (cf. Lc 24,39; Gv 20,20.27); mano che ci benedice (cf. Lc 24,50), tesa verso di noi per accarezzarci e consolarci. Ecco quella mano del Signore che più volte è stata dipinta tesa verso l’essere umano, perché ognuno di noi per camminare ha bisogno di mettere la propria mano in quella di un altro. Solo così non ci sentiamo soli e, anche se non siamo esenti da cadute o sventure, confidiamo di essere sempre sostenuti dal Signore, sempre in relazione con lui.

 

Queste parole del Kýrios risorto – “Nessuno strapperà le mie pecore dalla mia mano, perché sono il dono più grande che il Padre mi ha fatto, il dono più grande di tutte le cose” – sono e restano, anche nella notte della fede, anche nelle difficoltà a camminare nella notte, ciò che ci basta per sentirci in relazione con il Signore. Se anche volessimo rompere questa relazione e se anche qualcuno o qualcosa tentasse di romperla, non potrà mai accadere di essere strappati dalla mano di Gesù Cristo. L’Apostolo Paolo, significativamente, ha gridato: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?” (Rm 8,35). No, niente e nessuno, “ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati” (Rm 8,37). E la mano di Gesù Cristo risorto è la mano di Dio, perché lui e il Padre sono uno.

 

Ma dobbiamo dirlo: una fede così, anche se povera e fragile, scatena l’avversione e la violenza di chi non può credere in Gesù. Ecco perché, al sentire queste sue parole, quei farisei che credevano di vedere bene raccolgono delle pietre per lapidarlo (cf. Gv 10,31). Dove c’è un’azione, un comportamento, una parola di amore, gli uomini religiosi vedono una bestemmia, un attentato al loro Dio, che vorrebbero fosse un Dio senza l’uomo, contro l’uomo! Amano infatti più la religione che l’umanità, più le idee e la loro dottrina che non l’umano, cioè i fratelli o le sorelle accanto a noi nella loro condizione di peccato, di fragilità: condizione, appunto, propria degli umani, che la mano di Dio deve salvare e rialzare.

 

Gesù ha detto: “Io sono il pastore buono”

 

“Io sono uno con il Padre”,

 

ma attraverso lo stile con cui ha vissuto ha anche detto, non esplicitamente ma realmente, nei fatti: “Io sono l’uomo, l’umanità (“Ecce homo!”), perché anche in piena relazione con gli uomini e le donne che sono nel mondo. Sono l’uomo come Dio l’ha voluto, uno con l’umanità così come sono uno con il Padre”. Certamente le parole “Io e il Padre siamo uno” sono il vertice della rivelazione fatta da Gesù sul suo rapporto con Dio, sulla sua intimità, sulla sua comunione con il Padre. Saranno proprio queste parole a ispirare l’affermazione della divinità di Gesù nel concilio di Calcedonia. Parole che risultavano scandalose per i giudei, ma che sono fondamento della fede per noi discepoli di questo Dio fattosi uomo in Gesù di Nazaret, il nostro pastore.


Il Regno di Dio

 

è più grande di ogni Chiesa

 

IV Domenica di Pasqua (C)

 

a cura di Franco Galeone *

 

Buon pastore

 

1. La domenica del buon pastore. Noi siamo conosciuti da Cristo, buon pastore (in greco: bel pastore ποιμν καλός) : è l’annuncio di questa liturgia domenicale. Non siamo un gregge anonimo, in balia di un padrone, ma pecorelle predilette, conosciute da Dio, una ad una, per nome. L’uomo di oggi si sente misconosciuto come persona; numero tra numeri, lo sconforta il clima di anonimato e di massificazione; ha la netta sensazione di essere in balia di forze oscure ma potenti, che lo manipolano fino a svuotarlo della sua libertà. A noi l’immagine del Buon Pastore forse può apparire poco espressiva, anzi, urtante. Noi, paragonati a pecore! Oggi, nel linguaggio corrente, viene chiamato pecora chi è sospettato di conformismo o di viltà, e si usa la parola gregge per indicare la massa che si adegua alle mode.

 

2. La gente di Galilea era formata da contadini, pescatori, nomadi, di condizione sociale molto umile. Vivevano della campagna, del lago e della pastorizia. In quella società agricola, nella quale nacque e fu educato Gesù, l’immagine del pastore, del pascolo, delle pecore era familiare. Gesù, continuando la tradizione dei profeti (Ez 34), utilizza quest’immagine per spiegare la relazione tra i capi ed i discepoli nella comunità cristiana. L’esperienza già allora insegnava che questo problema era delicato e si prestava ad abusi molto gravi. Ezechiele si era lamentato: Guai ai pastori d’Israele che pascono se stessi! (Ez 34,2b). Per questo Dio stesso li minaccia: Eccomi contro i pastori: a loro chiederò conto del mio gregge (Ez 34,10). È lo scandalo dei pastori che si comportano come padroni e predoni del gregge e lo dominano secondo i loro interessi. Purtroppo anche oggi! Questa relazione tra il pastore e la comunità è definita con tre verbi: ascoltare (κούω), conoscere (γιγνώσκω) e seguire (κολουθέω).

 

3. I testi biblici, seguendo l’antica civiltà pastorale, usano le parole pastore, pecora, gregge, con un significato affettuoso, umanissimo: l’agnello è il simbolo del sacrificio; la pecora: della mansuetudine; il pastore: della protezione; il gregge: della coesione. Si tratta di immagini sempre vive, perché ricordano all’uomo di oggi la premura che Dio ha per lui. Per comprendere meglio l’immagine del pastore, dobbiamo fare riferimento alla vita palestinese del tempo di Gesù: l’ovile era un grande recinto; alla sera, i diversi pastori conducevano le pecore all’ovile, ove si mescolavano a quelle di altri pastori, i quali durante la notte vegliavano contro lupi e ladri. Al mattino, una scena allegra: ogni pastore entrava nel recinto, chiamava le sue pecore, che riconoscevano il timbro di voce, e lo seguivano. L’immagine del pastore evoca anche l’idea della vita come viaggio. Siamo in cammino: Le malattie, i disagi, i dolori … sono mali d’esilio, sono avvisi di lontananza (L. Bloy).

 

4. La nostra fede ci obbliga ad annunciare e vivere la salvezza in mezzo a questo mondo, Per essere degni di questo compito, dobbiamo metterci in atteggiamento di autocritica (in termini laici) o di conversione (in termini religiosi), perché la Parola efficace di Dio non sia trasformata nelle chiacchiere sterili dell’uomo. Chi ritiene di essere il salvatore degli altri, è un essere pericoloso. Tutti forse abbiamo provato fastidio alla presenza di presuntuosi salvatori, che si ponevano davanti a noi con la sicurezza di chi ha una verità da dare. Nessuno di noi vuole essere posseduto o imbonito. Dobbiamo ricordare sempre che la salvezza di cui siamo portatori viene da Dio e non da noi. Con pudore e rispetto verso tutti! Ci fu un tempo (nel passato remoto ma anche prossimo a noi), in cui essere maestri di fede significava avere risposte per tutti, fedeli e infedeli. Ma oggi poche volte abbiamo la risposta. Sempre attuale il poeta E. Montale:

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe… Non domandarci la formula che mondi possa aprirti sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo!

 

5. Siamo tutti inquieti perché la nostra vecchia saggezza non basta più. Arrivano ora all’improvviso a noi, sicuri nel recinto delle nostre verità, persone che ci pongono domande alle quali noi non sappiamo rispondere. Di qui l’ostilità o il pessimismo di tanti maestri che accusano non se stessi di ignoranza, ma gli altri di libertinaggio. Sarebbe certo meglio interrogarci se per caso noi non siamo rimasti, con tutto il nostro universalismo dichiarato, prigionieri delle nostre povere teologie, del nostro isolotto culturale. Noi, dopo tanti secoli, abbiamo solidificato la Parola di Dio in una sola lingua, in un solo rito, in una sola teologia, in un solo diritto canonico. Fino a neppure 50 anni fa c’era una sola lingua sacra e cattolica: il latino, l’unica lingua che il buon Dio conosceva bene! Presunzione e ingenuità, come gli antichi greci, per i quali gli dei dell’Olimpo non potevano parlare che il greco (!). Pensate alle tante formule teologiche elaborate nei nostri pensatoi occidentali, esportate dappertutto, e da accettare da tutti, pena la scomunica.

 

6. Il nostro atteggiamento dev’essere quello di rispettoso ascolto degli altri, nelle convinzione che tutti hanno qualcosa da insegnare, una parola da comunicare. Ci sono Parole di Dio seminate e da ascoltare, Parole non ancora accolte nella tradizione cristiana. Sono quei frammenti del Logos, che possono illuminare anche la nostra Verità. Credere di sapere tutto è presunzione. Noi siamo all’interno di un gregge, il cui pastore è Dio, che guida tutti i suoi figli. Non siamo noi le guide! Noi siamo parte di questo gregge. Dovremmo essere un punto di riferimento, una presenza mite! Ha detto il Signore: Quando avete fatto tutto, dite: Siamo servi inutili. Prese sul serio, queste parole aprono prospettive nuove. Intanto ci liberano dalla presunzione di crederci necessari. Mettono fine a tante nostre paure. Se gli africani, gli asiatici, i sudamericani … si muovono respingendo la paterna protezione dell’Europa cristiana, noi cominciamo a tremare … ma è Dio che libera. Dovremmo essere felici che tutti i popoli si riprendano la loro dignità di uomini e di credenti. In piedi! Occorre rimetterci in discussione, con tutte le nostre biblioteche teologiche; se per caso i tutori dell’ordine ci perseguiteranno, anche noi, come Paolo e Barnaba scuoteremo la polvere dai nostri calzari, perché il regno di Dio è più grande di ogni chiesa.

Buona vita!

 

 

* Gruppo biblico ebraico-cristiano

Video Catechesi

Un video musicale che nasce dal percorso del Sinodo dei Giovani. Un video ispirato all'Esortazione apostolica “Christus vivit” che Papa Francesco ha indirizzato ai giovani. Gli educatori e i ragazzi del Gruppo Giovani/issimi “Famiglia Divina” di S. Severo (FG), hanno cercato di tradurre il documento finale del Sinodo in immagini, utilizzando la versione italiana della canzone “Fall on me” di Andrea e Matteo Bocelli, perché il giovane possa riscoprire la bellezza del seguire Gesù Cristo: è solo Lui che colora e rende bella la sua vita, è solo Lui che rende davvero vivi. Un video, quello di “Seguimi”, che si aggiunge agli altri video già realizzati in precedenza per il progetto “Catechesi Giovani 2.0” creato dal gruppo "Famiglia Divina".


“SIAMO DEBITORI VERSO LE PERSONE TRA LE QUALI VIVIAMO”, DICE IL PAPA. COSA SIGNIFICA?

 

 

“Non esistono ‘self made man’. Nessuno si è fatto da solo” ha ricordato Francesco ai fedeli in Piazza San Pietro. Qual è il senso delle sue parole?

Papa Francesco, usando frasi semplici e che ben conosciamo, ci ripete che “nessuno si fa da solo”. Purtroppo una delle verità che questa società non ci vuol far capire sono le fatiche che i nostri pari hanno fatto per prepararci una società più a misura d’uomo, più democratica, più cristiana. Noi, invece, questa idealità, anziché completarla, la stiamo deformando e travisando, affascinati più dagli interessi che dalle persone.

Il Papa, queste lacune laiche e religiose insieme, le riempie di proposte, forte della sua storia umana, educativa e pastorale.

Dobbiamo superare l’incapacità di sfruttare e di leggere ciò che quotidianamente ci si presenta al cuore e agli occhi. Siamo in un ritardo drammatico e pericoloso. Non possiamo più continuare a privilegiare gli interessi egoistici e le proposte capricciose. Quando il Papa ci dice che “noi tutti siamo debitori verso Dio e verso le persone tra le quali viviamo”, non si ferma ad interpretazioni di basso profilo, ma ci invita ad usare nel modo più profondo e solido le relazioni e le infinite occasioni che la vita quotidiana ci offre con abbondanza, sia nel bene come nel dolore e nei drammi.

Tutto ci deve spronare a maturare, a farci carico di situazioni che abbisognano dell’intervento e dell’impegno di tutti. Torniamo ad essere “popolo”. L’invito è straordinariamente attuale e urgente, perché anche noi dobbiamo “saper regalare agli altri le condizioni che altri hanno regalato a noi”.

 

 

Don Antonio Mazzi


“Pietro, seguimi!”

 

 

 

 

Jacopo Robusti detto Tintoretto, San Marziale in gloria fra san Pietro e san Paolo (particolare), 1549; olio su tela, 386 x 181 cm; Chiesa di San Marziale, Venezia.

5 maggio 2019

 

III domenica di Pasqua

Gv 21,1-19

di ENZO BIANCHI

 

1 In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: 2si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. 3Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.

4Quando già era l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. 5Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». 6Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. 7Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. 8Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.

9Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. 10Disse loro Gesù: «Portate un po' del pesce che avete preso ora». 11Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. 12Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. 13Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. 14Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.15Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». 16Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». 17Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. 18In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». 19Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

 

Quando un autore finisce un libro e scrive la conclusione, manifestando lo scopo per cui ha scritto, il libro può essere pubblicato. Se poi a questa conclusione si sente il bisogno di aggiungere un altro capitolo di narrazioni, in continuità con quelle precedenti, allora ci devono essere ragioni decisive, importanti. Questo, come è noto, è ciò che è avvenuto anche per il quarto vangelo, terminato con il capitolo 20 (letto domenica scorsa) e poi allungato di un nuovo capitolo, il testo liturgico odierno. Perché una ripresa breve ma ricca di episodi? Difficile per noi rispondere con certezza, ma possiamo almeno fare un’ipotesi. L’autore o i redattori ritennero necessario mettere in relazione “il discepolo che Gesù amava” (cf. Gv 13,23; 19,26; 20,2; 21,7.20.23) con Simone, il discepolo al quale fin dal primo incontro Gesù aveva dato il nome di Pietro, roccia salda tra tutti gli altri (cf. Gv 1,42). In ogni caso, questa appendice è straordinaria perché non è tentata di raccontare fatti straordinari o sovrumani riguardanti Gesù risorto, ma vuole dirci solo la sua presenza discreta, elusiva, fedele e paziente in mezzo alla sua comunità.

 

Questa manifestazione del Risorto avviene sulle rive del mare di Galilea, là dove secondo i sinottici era avvenuta la chiamata delle prime due coppie di fratelli: Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, pescatori uniti in una piccola impresa (cf. Mc 1,16-20 e par.). Dopo la morte e resurrezione di Gesù i discepoli sono tornati in Galilea, alla loro vita ordinaria fatta di lavoro, vita comune, vita di fede e di attesa. Ed ecco, in uno di quei giorni ordinari Pietro prende l’iniziativa, dicendo agli altri: “Io vado a pescare”. Gli altri sei ribattono: “Veniamo anche noi con te”. Questo racconto vuole dirci molto di più di ciò che è avvenuto a quei pescatori. Qui, infatti, c’è solo un pugno di discepoli – neanche undici, tanti quanti erano rimasti, e neppure le donne! – che rappresenta la comunità di Gesù; c’è Pietro che prende l’iniziativa di una pesca che non è pesca di pesci; c’è la disponibilità degli altri sei a seguirlo nella sua iniziativa.

 

“Ma quella notte non presero nulla”: una pesca infruttuosa, un lavoro e una fatica senza risultati. Questo risultato fallimentare indica qualcosa? Credo di sì: ovvero, Pietro può pretendere l’iniziativa, ma senza la parola, il comando, l’indicazione del Signore, la pesca resterà sterile, la missione senza frutti. Al levare del giorno, però, ecco sulla spiaggia un uomo di cui i discepoli ignorano l’identità. D’altronde mancano le condizioni per riconoscerlo: è ancora chiaroscuro ed egli non è vicino, né ha detto nulla perché i discepoli abbiano potuto riconoscerne la voce. È lui a rompere il silenzio, raggiungendoli con una domanda: “Piccoli figli, avete qualcosa da mangiare?”. Domanda sentita tante volte, per bocca di un mendicante sulla strada o sulla porta di casa. Sì, domanda di un mendicante che chiede qualcosa da mangiare per sostenersi. I discepoli devono averla sentita spesso sulle strade della Palestina, la sentono ora nell’alba e la sentiranno sempre in tutte le vicende della storia. La loro risposta è un secco: “No”. Non c’è stata pesca, non c’è cibo.

 

Ma quell’uomo continua: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”. Così fanno, un po’ meravigliati, quei discepoli pescatori, e la rete si riempie di una tale quantità di pesci che è faticoso trascinarla a riva. Dunque una pesca abbondante, straordinaria, che desta stupore in tutti. Nello stupore, però, c’è chi discerne qualcosa di più e d’altro: è il discepolo che Gesù amava, il quale aveva vissuto un’intimità unica con Gesù, fino a posare il capo sul suo petto nell’ultima cena (cf. Gv 13,25). L’amore passivo di cui aveva fatto esperienza lo rendeva dioratico, uomo dall’occhio penetrante, uomo capace di vedere con il cuore e non solo con gli occhi. Ecco perché, indicando con il dito Gesù, può gridare: “È il Signore!” (ho Kýriós estin). Attenzione: lo dice a Pietro, indicando quell’uomo sulla spiaggia e rivelandogli ciò che egli non era stato in grado di vedere. Pietro non esita un istante e nel suo entusiasmo pieno di desiderio di essere con il Risorto si tuffa subito in acqua per raggiungerlo a nuoto.

 

Inutile tacerlo: nel quarto vangelo tra il discepolo amato e Pietro c’è una vera e propria “santa concorrenza”, non una concorrenza di gelosia, perché i due discepoli sono diversi e il loro rispettivo rapporto con Gesù è diverso. Nell’ultima cena Pietro sta dopo il discepolo amato presso Gesù e a lui, che è abbracciato a Gesù, sul suo petto, deve chiedere di informarsi su chi è il traditore (cf. Gv 13,24-25). E il discepolo amato, ricevuta da Gesù la risposta, non dice nulla a Pietro (cf. Gv 13,26). Poi nell’alba della resurrezione, informati da Maria di Magdala, Pietro e il discepolo amato corrono insieme al sepolcro, ma questi arriva primo (cf. Gv 20,3-4). Lascia entrare Pietro nel sepolcro (cf. Gv 20,5-7), ma è lui che “vide e credette” (Gv 20,8), mentre Pietro è annoverato tra quelli che “non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti” (Gv 20,9). Il discepolo amato precede Pietro nel discernimento, nella conoscenza, nella fede, e tuttavia riconosce sempre che nell’ordo della vita comunitaria Pietro è il primo per volontà di Gesù!

 

Quando poi i discepoli hanno trascinato a riva la rete piena di pesci, vedono un fuoco acceso con del pesce sopra e del pane, mentre Gesù chiede loro di portare un po’ del pesce che hanno preso. In ogni caso, Gesù ha preparato per loro un pasto: anche da risorto resta colui che serve a tavola, che prepara il cibo e lo distribuisce. Pietro intanto si dà da fare per scaricare il pesce e tutto avviene senza che la rete si rompa, perché egli sa maneggiarla impedendo che avvengano strappi. È il suo lavoro di unità, di comunione: spetta a lui conservare intatta, senza strappi la tunica di Gesù tessuta dall’alto in basso (cf. Gv 19,23-24); spetta a lui fare sì che la missione non provochi lacerazioni nella comunità dei credenti. Ed ecco il banchetto: “Venite a mangiare!”, dice Gesù, e nessuno replica, perché basta guardarlo, basta sentire la sua presenza, basta vedere il suo stile nello spezzare il pane e porgere il cibo per riconoscerlo. Non si dimentichi inoltre che, quando questo capitolo viene scritto, ormai Gesù è indicato con il termine ichthús, “pesce”, anagramma di cinque parole:

 

Iesoûs Christòs Theoû Hyiòs Sotér,

Gesù Cristo di Dio Figlio Salvatore.

 

Ed eccoci infine al racconto che è la vera motivazione dell’aggiunta di questo capitolo 21. Finito di mangiare, Gesù inizia un dialogo con Simon Pietro:

 

“Simone, figlio di Giovanni, mi ami (verbo agapáo) tu più di queste cose?”.

Gli rispose: “Sì, Signore, tu lo sai che ti voglio bene (verbo philéo)”.

Gli disse: “Sii il pastore dei miei agnellini”.

Gli disse di nuovo, per la seconda volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami (verbo agapáo)?”.

Gli rispose: “Sì, Signore, tu lo sai che ti voglio bene (verbo philéo)”.

Gli disse: “Sii il pastore dei miei agnellini”.

Gli disse per la terza volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene (verbo philéo)?”.

Pietro si rattristò che perla terza volta gli domandasse: “Mi vuoi bene (verbo philéo)?”,

e gli disse: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene (verbo philéo)”.

Gli rispose Gesù: “Sii il pastore dei miei agnellini”.

 

Si noti con attenzione il gioco dei verbi greci. La terza volta Gesù non chiede più a Pietro: “Mi ami?” (verbo agapáo), ma, come aveva risposto Pietro per due volte, gli chiede: “Mi vuoi bene?” (verbo philéo). A Gesù basta l’amore umano di Pietro, la sua capacità di volere bene: verrà il giorno – glielo dice subito dopo – in cui Pietro saprà vivere l’amore, l’agápe fino alla fine (eis télos: Gv 13,1), fino al dono della vita nel martirio, ma non ora… Pietro, dal canto suo, appare grande perché umile, perché non pretende di dire: “Io ti amo”, con quell’agápe che scende solo da Dio. C’è qui tutta la grandezza di Pietro, che rinuncia a essere protagonista di quell’amore che solo Dio può donare. Il Pietro che era stato presuntuoso (“Darò la mia vita per te!”: Gv 13,37), il Pietro che era sempre così sicuro ed entusiasta da voler fare più di quanto Gesù gli chiedeva (“Signore, lavami non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!”: Gv 13,9), ora è il Pietro anziano, maturo spiritualmente, umile perché è stato umiliato, senza pretese, perché ha compreso di essere una roccia fragile, che al primo spirare del vento affondava… Per lui la vita è stata tutta una lezione, ma proprio per questo può essere il pastore di agnelli e di pecore sperdute.

 

Gesù allora può dirgli tutto. Non gli ricorda il peccato del rinnegamento e della paura, ma gli svela ciò che lo attende: “Sì, Pietro sei stato giovane, pieno di vita e di entusiasmo, e in quel tempo decidevi quello che volevi e andavi dove volevi. Ma, divenuto vecchio, non sarai più completamente padrone di te stesso. Sarai obbligato a farti aiutare, tenderai le mani e chiederai che altri ti vestano, perché tu non ce la farai da solo, e sarai portato dove non vorrai andare”. È certamente una profezia del martirio che lo attende, della forma di morte che gli toccherà quando sarò crocifisso e verserà il sangue a gloria di Dio; ma anche di una forma di “morte” quotidiana, nel ministero che gli compete, quando dovrà tante volte assecondare decisioni che lui non vorrebbe. Nella debolezza dell’anzianità sarà possibile, anzi necessario, anche questo “martirio bianco”… Dunque, che cosa spetta a Pietro? Seguire Gesù. L’ultima parola di Gesù a Pietro è come la prima: “Seguimi!” (cf. Gv 1,42-43). Anche nella diminutio, nella passività, nel fallimento, nel cedere ad altri le proprie facoltà si può seguire il Signore. Non è proprio quello che ha vissuto anche Gesù, reso oggetto, cosa, manipolato, in balia di altri che hanno fatto di lui ciò che hanno voluto, come era avvenuto per Giovanni il Battista (cf. Mc 9,13; Mt 17,12)? Questa è la sequela di Gesù cui nessuno di noi può sfuggire.

 

 

Ma resta ancora accanto a Pietro il discepolo amato da Gesù. Anche Pietro avrà imparato ad amarlo? Qui, improvvisamente Pietro si interessa a lui, chiedendo a Gesù: “Signore, che sarà di lui?” (Gv 21,21). Ma Gesù risponde: “Se voglio che egli dimori finché io venga, a te che importa? Tu seguimi!” (Gv 21,22). Risposta dura ma chiara: il discepolo amato è colui che dimora, del quale Pietro deve accettare un’altra fine, un altro ministero, un’altra testimonianza. Sarà tra gli agnelli di cui Pietro è pastore, ma quest’ultimo deve e riconoscerlo e basta.

Scommettere

 

d’essere cristiani oggi

 

Piero Stefani

 

Mentre nei cristianesimi europei si assiste a una costante decrescita nella frequenza, altrove si regista un’effervescenza destinata a contrassegnare l’immediato futuro del cristianesimo.

Eppure proprio questa compresenza di costante aumento delle denominazioni cristiane e di ripiegamento delle Chiese storiche fa sì che ovunque i cristiani siano (o si avviino a essere) in minoranza.

 

Le Chiese e le comunità cristiane sparse nel mondo si contano a migliaia. Nessuno è in grado d’enumerare la miriade di denominazioni presenti nel nostro pianeta. Tenere una mappa aggiornata è arduo perché in Africa, America e Asia la nascita di nuove forme di cristianesimo è un processo ininterrotto. Si assiste alla creazione di spazi inediti; in particolare, ci si può riferire alle cosiddette mega-church, simili a grandi auditori capaci di contenere migliaia di persone; in esse s’attuano scene di predicazione e di dirompente gestualità.

Specie in Africa, dove bastano strutture provvisorie e spazi aperti, i raduni possono coinvolgere molte decine di migliaia di partecipanti. La tecnologia dei maxischermi e dei sistemi d’amplificazione costituisce in tali casi un apporto fondamentale. Il culto si trasforma in evento. I contenuti sono diversi, tuttavia le modalità di partecipazione sono paragonabili a quelle dei grandi concerti rock.[1]

Queste nuove forme d’aggregazione cominciano a penetrare anche nella vecchia Europa. Del resto, alcuni eventi (tipo le GMG) presenti all’interno di determinate Chiese storiche si conformano, almeno in parte, alle stesse dinamiche.

Mentre nei cristianesimi europei si assiste a una costante decrescita nella frequenza, altrove si regista un’effervescenza destinata a contrassegnare l’immediato futuro del cristianesimo. Eppure proprio questa compresenza di costante aumento delle denominazioni cristiane e di ripiegamento delle Chiese storiche fa sì che ovunque i cristiani siano (o si avviino a essere) in minoranza.

Anche quando ci sono grandi raduni, sia di vecchio stampo (si pensi a eventi legati alla religione popolare) sia di «nuovo modello», resta valida la constatazione secondo la quale la vita pubblica e privata dei vari paesi è sempre meno riconoscibilmente ispirata al cristianesimo.

In riferimento al cattolicesimo europeo, Olivier Roy ha affermato che «la Chiesa si ricostruisce in comunità di fede e tende a vivere sempre più come una minoranza, fenomeno accentuato dal fatto che la destra conservatrice e populista ha smesso di riferirsi al cattolicesimo per richiamarsi soltanto a una vaga “identità cristiana” che non ha niente a che vedere con i valori difesi dal papa».[2] S’aggiunga che all’interno delle Chiese gerarchico-universali, a iniziare da quella cattolica, la polarizzazione tra i vari orientamenti è tanto accentuata da assumere, più volte, la veste della contrapposizione.

 

Si nasce non cristiani

 

Cristianesimi di minoranza, dunque? Occorre accordarci su cosa significa «cristianesimo». Nell’età contemporanea molti hanno incominciato a pensare che il «regime di cristianità» (o «costantiniano») fosse una situazione storica incompatibile con le richieste più profonde e pertinenti proprie della loro fede.[3] La convinzione affonda le proprie radici in tempi assai precedenti alla nostra epoca.

In particolare, occorre riferirsi al sorgere cinquecentesco dei movimenti anabattisti. Furono infatti essi ad avanzare l’istanza di separare l’appartenenza alla Chiesa da quella dello stato. L’essere membri di una Chiesa dipendeva da una scelta e non già dal fatto di essere nati in un determinato luogo. Per questa via veniva abbandonato il principio del cuius regio eius et religio. Fino a quando la religione di un territorio coincide con quella di chi detiene la sovranità, è inevitabile concludere che i cristianesimi restino obbligati a pensarsi come espressioni maggioritarie.

Andare alla ricerca della prima comparsa della parola «cristianesimo» è un’operazione dotata di qualche utilità. Non sorprende constatare che il termine non compare negli scritti neotestamentari (dove peraltro la stessa parola «cristiani» è molto rara; cf. At 11,26; 26,28; 1Pt 4,16). A quanto ci è dato di sapere esso appare per la prima volta nell’epistolario d’Ignazio di Antiochia, dove è chiaramente ricalcato sulla parola «giudaismo».[4]

Alle spalle del termine emerge una necessità di distinzione presto destinata a indossare i panni della contrapposizione. Tuttavia, parlare di «giudaismo» è qualcosa di diverso dal riferirsi all’appartenenza pura e semplice al popolo d’Israele. Come mostra la Lettera ai Galati (1,11-17), la parola attesta infatti un modo particolarmente intenso di vivere la propria appartenenza ebraica.

«Vivere secondo il cristianesimo», come invitava a fare Ignazio, lungi dal denotare una semplice appartenenza, indicava una specifica maniera di seguire con coerenza gli insegnamenti della fede. All’inizio del II secolo non vi era alcun sospetto dell’esistenza di un processo destinato a condurre a un «regime di cristianità» o al suo pallido surrogato contemporaneo costituito dall’«identità cristiana».

Un’espressione fin troppo fortunata di Michel Gauchet definisce il cristianesimo «la religione dell’uscita dalla religione»; si tratta di una formulazione contemporanea di un tema antico, anzi addirittura originario, legato alla predicazione dell’Evangelo. La scelta di ricorrere a una traslitterazione «(E)vangelo» e non già a una traduzione ha, via via, attenuato l’idea che la fede nasca dall’accoglimento della «buona notizia», vale a dire che essa abbia avvio da un grande «fatto comunicativo» (cf. Rm 10,17). Là dove non c’è annuncio si ignora quanto è avvenuto.

Ciò comporta che l’evento salvifico, di per sé, non abbia trasformato l’ordine delle cose (cf. 1Cor 1,21). Nel corso del mondo tutto continua a essere come prima; se nelle collettività e nelle persone si registrano mutamenti, ciò dipende dal fatto che è giunta loro la «buona novella». Come avviene anche nell’ambito quotidiano, il diffondersi di una notizia può suscitare reazioni e dar luogo, in più occasioni, a sviluppi concreti.

Il presupposto di tutto ciò è un dato mai negato in linea di principio ma spesso stravolto nei fatti, vale a dire che, per definizione, si nasce sempre non cristiani. La nascita in quanto tale non rende partecipi di nessuna Chiesa o comunità cristiana. Le dinamiche legate al fenomeno del born again sono molteplici e non di rado problematiche; ciò però non toglie che, nei loro remoti antecedenti, esse presuppongano il detto: «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio» (Gv 3,3).

 

La fede come scelta personale

 

Il cristianesimo può essere liberamente definito come una fase storica in cui l’espressione «trasmissione della fede» ha sostituito quella, più consona e propria, secondo la quale quanto viene trasmesso, di generazione in generazione, è soltanto la possibilità della fede. Nella sua forma più alta, ciò assume la veste dell’annuncio, mentre nella più modesta dimensione quotidiana si presenta come l’atto volto a comunicare narrazioni e principi comportamentali.

Il fatto che l’espressione «trasmissione della fede» sia tuttora in uso (anzi si ha il sospetto che sia spesso ripetuta proprio perché indebolitasi nella pratica) attesta che l’idea di cristianesimo opera ancora nelle menti e quindi, in una certa misura, anche nella realtà.

Ciò non toglie che nelle società attuali prenda sempre più piede la tendenza a intendere l’ingresso (o il non ingresso) in una comunità di fede come una semplice, libera scelta personale. Quanto per lungo tempo valeva all’interno di una determinata comunità (si pensi, per esempio, alle «vocazioni» che producono distinzioni fra i membri di una stessa Chiesa) ora vale sempre più per la stessa appartenenza a una specifica comunità cristiana.

Grande è però la differenza tra il sostenere che si tratti di una libera scelta e il dichiarare che si stia rispondendo a una chiamata. Quest’ultimo aspetto vale anche quando si accetta liberamente di rimanere nella comunità religiosa in cui ci si trova in virtù di una decisione altrui. In tali casi si è nelle condizioni di affermare: Dio mi ha fatto nascere là dove mi è chiesto di rinascere.

Tutt’altro discorso è invece affidarsi a una scelta mossa in larga misura dalla ricerca di nuove esperienze ed emozioni. Questa dinamica conduce per forza di cose a inserirsi in gruppi minoritari formati da persone dotate di modi di sentire affini ai propri. Per contrastare le «dinamiche dispersive» che conducono ad aggregarsi alla comunità che si reputa più consona alla soddisfazione dei propri bisogni spirituali, le «grandi Chiese» dovrebbero prendere sul serio il fatto che a essere trasmessa è non già la fede, bensì soltanto la possibilità che la fede continui.

Non si deve dare per scontato che il tramonto non avvenga. A dircelo sono parole evangeliche rivestite, non occasionalmente, di una forma interrogativa: «Ma quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà fede sulla terra?» (Lc 18,8).

 

NOTE

 

1 Cf. E. Pace, Cristianesimo extra-large. La fede come spettacolo di massa, EDB, Bologna 2018 (cf. Regno-att. 12,2018,354).

2 O. Roy, «Siamo oltre il cristianesimo secolarizzato», in Vita e pensiero, 106(2019) 1, 69.

3 Cf. G. Zamagni, Fine dell’era costantiniana. Retrospettiva genealogica di un concetto critico, Il Mulino, Bologna 2012.

4 «Perciò diventati suoi discepoli impariamo a vivere secondo il cristianesimo (...) È fuori luogo professare Gesù Cristo e giudaizzare, perché non è stato il cristianesimo a credere nel giudaismo ma il giudaismo nel cristianesimo»: Ignazio di Antiochia, Lettera ai Magnesi, 10, 1-3.


Gesù dà loro da mangiare

 

III Domenica di Pasqua (C)

 

a cura di Franco Galeone *

 

3 Pasqua

 

1. Il capitolo 21 è un’appendice al Vangelo di Giovanni, che chiude realmente con il capitolo 20, e lo riapre poi con il capitolo 21. Interessante notarlo, per comprendere la complessa redazione del quarto Vangelo. Quando un autore finisce un libro e scrive la conclusione, il libro può essere pubblicato. Se poi a questa conclusione si sente il bisogno di aggiungere un altro capitolo, allora ci devono essere ragioni decisive, importanti. Questo, come è noto, è ciò che è avvenuto anche per il quarto Vangelo. Perché questa ripresa breve? Difficile per noi rispondere con certezza, in ogni caso, questa appendice è straordinaria perché non racconta miracoli riguardanti Gesù risorto, ma solo la sua presenza discreta, fedele e paziente in mezzo alla sua comunità.

 

2. Il capitolo 21 descrive tre scene: a) la pesca miracolosa, segno della sua presenza efficace: non ci troviamo davanti a un fantasma o un’invenzione o un’allucinazione; b) il banchetto, segno di comunione, di intimità, di realismo perché si tratta di mangiare e bere in compagnia; c) il dialogo tra Cristo e Pietro, con la sua missione, segno della presenza di Cristo nella chiesa, nei successori di Pietro. Se leggiamo questo brano come un fatto di cronaca, notiamo subito alcune incongruenze. Per esempio, è strano il fatto che i discepoli non riconoscano Gesù neppure dopo la terza volta (v.14). È strano che si meraviglino di fronte alla pesca miracolosa eppure non era la prima volta (Lc 5,1). È strano che Pietro e gli apostoli erano ritornati alla normalità della vita: avevano dimenticato tutto? Non ci troviamo una pagina di cronaca ma di catechesi. Cerchiamo di approfondire:

* domenica scorsa le due manifestazioni del Signore erano avvenute nel primo giorno della settimana; con questa insistenza Giovanni vuole insegnare ai fedeli il ritmo settimanale, la messa della domenica, per incontrarsi e celebrare l’eucaristia;

* nel Vangelo di oggi Gesù appare in un giorno feriale, gli apostoli erano tornati alla loro lavoro. Anche i cristiani ritornano alla vita di ogni giorno ma con uno spirito nuovo, come di chi ha incontrato il Signore;

* quelli che sono nella barca sono sette, numero completo e perfetto: Pietro e altri sei rappresentano l’intera comunità dei fedeli, diversificata nei vari tipi di cristiani, che tuttavia hanno diritto di fare parte della chiesa: chi fa fatica a credere (Tommaso), qualcuno un po’ fanatico (i due figli di Zebedeo), qualche traditore (Pietro), qualche tradizionalista onesto (Natanaele) e infine i tanti cristiani anonimi (i due discepoli senza nome);

* il mare era, presso gli ebrei, popolo di pastori e agricoltori, il simbolo del diluvio e di tutte le forze nemiche dell’uomo; se essere sommersi significa morire, essere pescati significa invece salvarsi;

* la notte: anche questa ha un significato negativo: Se uno cammina nella notte, inciampa (Gv 11,10); manca la luce, manca anche Gesù che – secondo il simbolismo di Giovanni – è la luce del mondo (Gv 8,12);

* il Signore non è nella barca, si trova sulla riva, ha già raggiunto la condizione del risorto nella vita eterna del paradiso alla destra del Padre; verso questa, tendono e giungono anche i discepoli;

* l’alba (v.4), la luce, è Gesù che illumina ogni uomo (Gv 1,9); Giovanni vuole insegnarci che Gesù, pur stando sulla riva, cioè nel paradiso, è sempre accanto all’uomo, tutti i giorni e lo attende, come suggerisce il verbo: Gesù risorto tende verso l’uomo e lo attira a sé.

* Nessuno di loro osava chiedergli: Chi sei? Perché sapevano che era il Signore. È la più bella frase del Vangelo. Più gli apostoli si astengono dal chiedere chi sia, e più la loro certezza cresce, più sanno che è proprio il Signore. Volete che Dio cambi per apparirvi meglio, o accettate di cambiare voi, per vederlo così come egli è? Per chi crede, per chi è attento a Dio, mille obiezioni non riescono a far sorgere un solo dubbio, così come mille prove non riescono a dare la certezza a colui che non crede. Un abbrutito positivista potrebbe chiedere a Cristo la sua carta di identità. Esigere dei miracoli è chiedere a Dio la sua carta di identità. Verifichiamo il suo passaporto! A quale scopo?

* 153 pesci: questo numero è simbolico; risulta da 50x3+3; per gli ebrei, 50 indicava tutto il popolo, il 3 rappresenta la perfezione, la pienezza; tutti i popoli giungeranno alla salvezza;

* il banchetto chiude il racconto della pesca miracolosa, simbolo della conclusione della storia della salvezza; la conclusione non è il nulla ma il banchetto universale dei popoli con Dio;

* Pasci i miei agnelli. Come sempre, questo suo apparire e questo suo mangiare insieme con noi terminano con una missione. Mi ami, Pietro? Sì? Ebbene, occupati degli altri. Non sono venuto per essere servito ma per servire. Pietro voleva compiere un’azione di grazie e di adorazione. E il Signore gli comanda: Occupati degli altri, servi i miei fratelli. Ogni autorità deve imitare quella di Cristo, il primato del papa è un primato di funzione e di servizio. Nel cristianesimo non ci sono onori ma responsabilità. Non presidenze ma servizi, non posti da coprire ma fratelli da servire, non professionisti di carriera ma dilettanti di amore. Diceva Ignazio di Antiochia che, se primati ci devono essere, uno solo è accettabile: il primato e la presidenza dell’amore! Il titolo più bello con cui i papi hanno firmato i loro documenti è Servo dei servi del Signore.

* Pietro, quando sarai vecchio, stenderai la mani e un altro ti condurrà dove tu non vuoi. Tutto termina con una profezia. Quando era giovane, Pietro faceva ciò che gli pareva, voleva una redenzione senza croce, un regno con una buona sistemazione. Essere adulto in Cristo è accettare di fare la volontà di un Altro. Che età avete? Fate quello che volete? Andate dove vi pare? Allora siete molto giovane. Quando sarai adulto in Cristo, un Altro, tanti altri ti prenderanno per mano, ti condurranno là dove non vuoi andare, ma dove un giorno sarai fiero e felice di esservi stato condotto: da quella croce, da quella tomba scaturirà la tua vita. Perché nella sua volontà è la nostra pace.

 

3. Gli apostoli erano tornati desolatamente al loro antico mestiere. Ho già detto che a partire dalla risurrezione, molti cristiani prendono le ferie di Pasqua, si sentono disoccupati. La risurrezione li disorienta; il Signore è lassù, nel cielo, felice, giubilato, pensionato, e loro continuano a vivere quaggiù la loro piccola vita! Gesù raggiunge i discepoli in tutti i luoghi dove si credevano abbandonati, li ha dolcemente ricondotti alla fiducia, li ha pazientemente convinti della sua presenza, li ha svegliati alla sua gioia. Appare Cristo risorto e prepara loro qualcosa da mangiare. Il Signore è stato tanto umano e servizievole da preparare loro una colazione. Anche nella messa il Cristo si è fatto riconoscere allo spezzare del pane. Ma questa volta non solo lo ha diviso, lo ha anche fatto cuocere! Insegnamento per quanti devono cucinare, per quanti devono compiere cose che credono profane, e che dovrebbero invece santificare con l’amore. Tempo fa andai a trovare una coppia di antichi militanti di Azione cattolica, e mi sentii dire: Padre, che nostalgia! Una volta andavamo a messa, alle adunanze, ai ritiri … Adesso è impossibile, siamo immersi nelle attività fino al collo. Non capisco, - risposi - perché parliate così. Vivete una vita d’amore, siete a servizio uno dell’altra, e tutti e due a servizio dei figli. Siete nella condizione del Signore, di colui che serve. È una magnifica somiglianza con lui.

Buona vita!

 

 

* Gruppo biblico ebraico-cristiano


Chi sono l'uomo e la donna

 

perché te ne curi?

 

Gianfranco Ravasi

 

“Il respiro dell’uomo di carne” è un discorso del 2007 del biblista Gianfranco Ravasi (allora non ancora cardinale) tenuto a un Congresso internazionale sul tema «Ontogenesi e vita umana», svoltosi a Roma dal 15 al 17 novembre 2007, presso il Pontificio Ateneo “Regina Apostolorum”. L’essere umano è plasmato dall’argilla del suolo, è dunque materia, ma nella coscienza ha il suo principio vitale, “la fiaccola del Signore” con cui scruta se stesso; e l’immagine rimanda a una relazione interpersonale di amore.

 

Il tema scelto per il nostro convegno, la genesi dell’uomo, appare spesso come un terreno di aspri confronti. Non pochi, addirittura, evocano lo spettro di Galileo a proposito della ricerca sugli embrioni, per denunciare quello che ritengono un altro episodio di intolleranza e di resistenza da parte della Chiesa alla ricerca scientifica. Noi vorremmo invece affrontare l’oggetto del Convegno non da posizioni preconcette, non per alimentare inutili polemiche, non con l’intento di un’apologia semplicistica e riduttiva, ma semplicemente per rispondere, da diversi punti di vista, complementari ma non opposti, alla grande domanda del Convegno: “Che cosa è l’uomo?”

Vorrei, perciò, adesso, nel mio intervento, presentare alcune riflessioni sull’uomo partendo dalla Bibbia che pone in modo esemplare questa domanda nel Salmo 8: “Che cosa è l’uomo perché te ne curi?”. Nel prendere spunto dalla Bibbia, non intendo adesso offrire il contributo dell’esegeta di formazione quale sono, ma piuttosto, in qualità di Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, vorrei richiamarmi alla Bibbia come al grande codice della nostra cultura, patrimonio comune di laici e credenti, senza il quale è impossibile capire noi stessi. Non entrerò, dunque, nel merito del dibattito specifico attuale sulla bioetica e sui suoi vari e complessi capitoli, ma offrirò, piuttosto, alcune chiavi di letture a partire della Bibbia, che limiterò intenzionalmente ai primi capitoli della Genesi e ai Salmi.

 

Due asserti basilari

 

“Nella sua mano Dio stringe l’anima di ogni vivente e il respiro dell’uomo di carne”. Vorrei assumere questo suggestivo versetto del libro biblico di Giobbe (12, 10) a emblema per la nostra riflessione di indole generale e di impronta teologica sulla vita umana.

E’ necessario formulare subito un primo asserto antropologico di ordine generale: per la Bibbia nell’uomo si configura un’intima connessione e compenetrazione tra fisicità e interiorità. Si tratta di una visione “simbolica” in senso stretto che non oppone dualisticamente una carnalità materiale, caduca e insignificante, a una spiritualità trascendente e superiore, ma che considera l’essere intero come oggetto della creazione e della gloria, come un vero e proprio “prodigio” (Salmo 139, 14). Questa concezione è di taglio squisitamente filosofico-teologico, pur ancorandosi a modelli scientifici delle civiltà dell’antico Vicino Oriente. Da essa possono promanare due corollari.

Innanzitutto si può certamente segnalare il rischio di una “confusione” degli approcci alla realtà umana, fondendo nello stesso alveo l’analisi “scientifica” e quella fìlosofìco-teologica, con evidente prevalenza della seconda, in una cultura a matrice teocratica. La moderna distinzione degli statuti delle singole discipline non apparteneva a quell’orizzonte unificato. In secondo luogo, però, si fa strada una conseguenza capitale, che è ribadita da tutte le grandi esperienze religiose e che è espressione di un alto umanesimo. L’essere umano non può essere considerato solo come un mero dato biologico o come una figura angelica. La sua grandezza si rivela in questo mirabile intreccio tra verificabilità contingente e legame con un Oltre, tra anatomia e sapienza, per usare un suggestivo binomio del filosofo Lévinas.

C’è, però, un secondo asserto antropologico di impianto nettamente teologico (anch’esso condiviso, in forme differenti, dalle varie espressioni religiose): per la Bibbia nell’uomo si configura un’intima correlazione tra creatura umana e Creatore, tra uomo e mistero, tra finitudine e trascendenza. Dati i limiti molto ristretti e il profilo sintetico della nostra riflessione, ci accontentiamo di offrire solo alcuni indizi esemplificativi.

Parlando, poi, dell’uomo nella Bibbia, è inevitabile affrontare la questione dell’anima, che verrà discussa nel corso delle prossime sedute. Ora, è un’impresa ardua quella di isolare la realtà dell’anima nell’antropologia biblica perché, da un lato, vige nelle pagine sacre quella che è ormai definita come l’“unità psicofisica” della persona che intreccia inestricabilmente e inscindibilmente corporeità e spiritualità, mentre d’altro lato, la dimensione “spirituale” di questa stessa unità è espressa attraverso un lessico molto articolato dalla iridescenze semantiche mutevoli. Si pensi, ad esempio, che il termine nefesh, di solito reso in greco con psychè, “anima”, contemporaneamente significa l’essere individuale e la gola, mentre mah, “spirito vitale”, è anche il “respiro” e il “vento”. Noi cercheremo allora di affidarci solo ad alcuni lemmi e temi per definire sinteticamente e in modo semplificato l’equivalente biblico della categoria teologica “anima”. In pratica per la Bibbia questa realtà corrisponde non tanto a un principio antropologico quanto piuttosto all’affermazione della trascendenza della persona umana.

 

La neshamah, “fiaccola del Signore”

 

Nel secondo racconto della creazione presente nella Genesi (cc. 2-3), probabilmente il più antico rispetto a quello del c. 1, racconto attribuito alla cosiddetta “Tradizione Jahvista” (forse X sec. a.C.), si leggono queste parole: “Il Signore Dio plasmò l’uomo [’adam] con polvere della terra [’adamah], soffiò nelle sue narici una nishmat-hajjîm e l’uomo [’adam] divenne una nefesh hajjah” (Gn 2,7). Non abbiamo tradotto le locuzioni che più strettamente toccano il tema dell’anima e che sono di difficile resa. Come è evidente, il versetto in poche ma pertinenti e accurate parole delinea la creazione dell’uomo. Iniziamo la nostra analisi dal primo elemento simbolico, la polvere della terra.

Si noti anzitutto il gioco di parole che intercorre tra ’adam, uomo, e ’adamah, terra: i due termini alla base hanno la stessa radice ebraica ’dm che evoca il colore ocra dell’argilla del suolo. L’immagine è ulteriormente esaltata dal simbolismo del vasaio suggerito dal verbo indicante l’azione creatrice divina, il “plasmare”. L’idea nel suo insieme è limpida: l’uomo ha un legame costituzionale con la materia, con il creato che lo circonda. E’ questo il segno della sua fragilità, della sua finitudine, del suo limite, della sua mortalità. L’immagine “plastica” per descrivere la creazione dell’uomo e definirne la “materialità” o “carnalità” debole e inconsistente, la sua limitatezza nel tempo e nello spazio, è frequente nell’Antico Testamento e ha variazioni suggestive, come quella di tipo nomadico-pastorale del cacio plasmato o quella tessile, sulle quali tornerò più tardi parlando dell’embrione.

Tuttavia, oltre al legame con la materia e quindi oltre ad essere una creatura finita e limitata, l’uomo ha un’altra qualità, il principio vitale. Entra, infatti, in giuoco un nuovo simbolismo, quello dell’insufflazione nelle narici per introdurre il respiro, simbolismo comune ad altre culture dell’antico Vicino Oriente e non solo a esse: “Il Signore Dio soffiò nelle narici” dell’uomo appena “plasmato”. In pratica, sia pure senza usarlo, l’autore sacro introduce l’altro vocabolo antropologico caratteristico, rûah, lo spirito vivificatore. Si legge, infatti, nel Salmo 104, 30: “Mandi il tuo spirito, ed essi sono creati”. La base simbolica della parola rûah è appunto il “vento”, che ben esprime il soffio vitale dell’uomo, il suo respiro. In senso stretto quella insufflazione divina è destinata anche agli animali, che posseggono essi pure la rûah, il respiro della vita, come appare in una pagina apparentemente sconcertante e provocatrice del sapiente biblico Qohelet-Ecclesiaste, pagina in realtà più tradizionale di quanto sembri a prima vista:

Io ho pensato in cuor mio riguardo agli uomini: Dio li prova, perché vedano da soli di essere come le bestie. Infatti il destino degli uomini e il destino delle bestie è un unico destino: come muoiono queste, così muoiono quelli, in tutti c’è un’unica rûah. L’uomo non è superiore alla bestia. Sì, tutto è vuoto! Tutti piombano nell’unico luogo: dalla polvere tutto è venuto, alla polvere tutto ritorna. Chi sa se la rûah dell‘uomo sale in alto e la rûah della bestia piomba in basso nella terra? (Qo 3, 18-21).

L’idea è ribadita dallo stesso Qohelet in finale al suo scritto: “La polvere ritorna alla terra come lo era prima, e la rûah a Dio che l’ha data” (12,7). Una simile concezione appartiene al patrimonio comune dell’Antico Testamento (Sal 104, 29; 146, 4; Gb 33, 4; 34, 14-15; Sir 17, 1-2). Ma a questo punto nel versetto della Genesi in esame, il 2, 7, c’è un terzo elemento: il Creatore, oltre alla rûah della vita, insuffla un altro principio che è definito in ebraico come nishmat-hajjîm che di solito è tradotto con “alito di vita”: si avrebbe allora, solo un sinonimo di rûah, al massimo un modo per indicare che la vita umana ha una qualità specifica e superiore. In realtà, qui ci imbattiamo con qualcosa che più ci avvicina al nostro concetto di “anima”. La neshamah/nishmat, è, infatti, una realtà che nelle ventiquattro volte in cui è evocata nell’Antico Testamento è attribuita soltanto a Dio e all’uomo e mai agli animali e copre una serie di funzioni alte, che sono spesso in connessione con Dio. E’ attraverso di essa che l’uomo compie “atti spirituali” e riceve uno statuto particolare nell’ordine della creazione. La nishmat-hajîìm (hajjîm in ebraico è “vita”) lo porta all’esistenza ma soprattutto lo rende “intelligente” (Gb 32, 8).

Che cosa sia realmente questo principio è spiegato in un passo del libro dei Proverbi ove si legge: “La neshamah dell’uomo è una fiaccola del Signore che scruta tutti i recessi oscuri del ventre” (20, 27). L’immagine usata è molto semitica e ha colori barocchi, ma è chiara nel suo valore: la neshamah/nishmat-hajjîm è come una lampada ulteriore che rischiara l’intimo più segreto dell’uomo, simboleggiato dalle “camere o recessi oscuri” del grembo. Fuori di metafora, si ha una rappresentazione dell’autocoscienza, della capacità di conoscersi e di giudicarsi, dell’introspezione e dell’intuizione e, in ultima analisi, della moralità. Non per nulla, in altri passi biblici (Gb 4, 9; 2 Sam 22, 16; Sal 18, 10; Is 30, 33), la neshamah/nishmat-hajjîm è collegata all’atto giudiziario divino nei confronti del male e dell’ingiustizia. Non per nulla, nel racconto successivo della Genesi, si avrà un’ampia riflessione proprio sul peccato “originale” e sulla scelta umana nei confronti della “conoscenza del bene e del male” (in particolare il capitolo 3).

Siamo, dunque, in presenza di un elemento specificante per l’interiorità della persona umana: essa appartiene al mondo animale non solo nella sua caducità, ma anche per il dono della rûah, cioè della vita; però si distingue dal mondo animale per la coscienza, per la libertà e moralità, per quella nishmat-hajjîm che la collega in modo unico al Creatore. Come si ribadirà nel libro di Giobbe, “la rûah di Dio mi ha creato”, ma è “la nishmat nell’Onnipotente a darmi la vita” umana (33, 4). Non siamo di fronte, però, a una realtà “spirituale” sul modello greco, bensì a una qualità che rende l’uomo simile al Dio libero e morale. In questa linea il Concilio Vaticano II nel suo documento sulla “Chiesa nel mondo contemporaneo”, cioè la costituzione Gaudium et spes, dichiara in modo illuminante che “la coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo”, è la sede in cui l’uomo “si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria”. Una voce che “lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male e, quando occorre, dice chiaramente alle orecchie del cuore: fa questo, fuggì quest’altro” (n. 16).

L’uomo limitato, vivente, cosciente, conclude il passo di Genesi 2, 7, è una nefesh hajjah: è evidente che quest’ultima espressione non può essere intesa come “anima vivente”, bensì come “essere vivente” o semplicemente come persona. La parola nefesh non è quindi il termine specifico per indicare l’anima, come di solito si afferma. Tuttavia è adatta a indicare la realtà umana nella sua globalità e specificità. Raccogliamo, allora, tutti i lineamenti offerti dal nostro versetto per comporre il ritratto dell’uomo. Egli è “plasmato” dalla terra, è ’adam perché tratto dall’ ’adamah: questa origine lo rende limitato e caduco come la materia; per usare il linguaggio biblico, è basar, “carne” fragile e peritura. Riceve, però, il soffio della vita, la rûah, quello “spirito” che lo inserisce nell’orizzonte delle creature viventi. L’uomo ha un’ulteriore dimensione che gli è donata dal Creatore e che, per certi versi, a lui lo accomuna: è la nishmat-hajjîm, la coscienza vitale, la consapevolezza di sé, la capacità di distinguere il bene dal male e la libertà di scegliere moralmente.

 

“Secondo il selem di Dio lo creò”

 

Passiamo ora al secondo testo emblematico da esaminare. Esso è collocato all’interno del primo racconto della creazione, la pagina che è “in principio” alla Genesi (capitolo 1) e quindi all’intera Bibbia, pagina considerata però dall’esegesi moderna più recente rispetto alla seconda a cui abbiamo già fatto riferimento (Gn 2–3): essa, infatti, è ricondotta alla cosiddetta “Tradizione Sacerdotale” che sarebbe sorta durante l’esilio a Babilonia, nel VI secolo a.C. Il versetto da noi scelto suona così: “Dio creò l’uomo a sua immagine (selem); a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò” (Gn 1, 27). Come in Genesi 5, 3 si afferma che “Adamo generò a sua immagine e somiglianza un figlio e lo chiamò Set”, così qui si indica che c’è un legame specifico e “naturale” che intercorre tra il Creatore e la sola creatura umana. Anche gli animali hanno la vita e sono nefesh hajjah, ossia esseri viventi (Gn 1, 21), ma non hanno in sé questa dimensione dell’“immagine” (selem).

Ora, il termine ebraico selem denota una vicinanza oggettiva al soggetto rappresentato; rimanda, quindi, a una corrispondenza “naturale” con Dio, che rende l’uomo capace di comprenderlo e di interloquire con lui; è un vincolo intimo simile a quello che intercorre tra un padre e un figlio. E’ interessante inoltre notare che, mentre nell’antico Vicino Oriente essere “immagine” divina era appannaggio e prerogativa solo del sovrano, per la Bibbia destinatario di questa qualità è l’uomo e tale “democratizzazione” mostra che la regalità sul mondo è assegnata da Dio all’uomo in quanto tale, come si dice nel Salmo 8, 6-7: “Di gloria e di onore lo hai coronato, gli hai dato potere sulle opere delle tue mani”. Ma a questo punto sorge la domanda fondamentale: in che cosa consiste questo legame tra il Creatore e la creatura umana? Che cosa significa nella realtà questo essere “immagine” di Dio? La risposta più comune fin nell’antichità cristiana fu quella di intuire in questa “immagine e somiglianza” il riconoscimento biblico dell’anima. Sant’Agostino non esitava a scrivere in modo chiaro e sicuro nella sua opera La Genesi alla lettera:

“Che l’uomo sia fatto a immagine di Dio viene detto a causa della parte intima dell’uomo, ove ha sede la ragione e l’intelletto. L’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio soprattutto per quanto riguarda l’anima”.

L’esegesi moderna è, al riguardo, molto più cauta e parla più genericamente – come afferma un teologo – di “una similitudine generale di natura: intelligenza, volontà, potenza; l’uomo è persona. E così si prepara una rivelazione più alta: la partecipazione di natura per mezzo della grazia”. In realtà, bisogna ritornare al testo nella sua diretta capacità di esprimersi. Infatti, se noi osserviamo attentamente la stessa costruzione del versetto, ci accorgiamo che esso è impostato secondo i canoni della stilistica ebraica che privilegia il parallelismo tra i membri di una frase o di un versetto. Nel caso di Genesi 1, 27 ci troviamo di fronte a un cosiddetto “parallelismo chiastico progressivo”.

L’occhio attento non può ignorare che “immagine di Dio” ha come sorprendente parallelo esplicativo “maschio e femmina”. Dio, allora, è sessuato, e accanto a lui si asside una compagna divina, come l’Ishtar-Astarte babilonese? la risposta è ovviamente negativa, sapendo quanto e con quanta asprezza la Bibbia abbia polemizzato contro le ierogamie, cioè le nozze e le coppie sacre divine, e contro i culti della fertilità diffusi nell’area cananea e in tutto l’antico Vicino Oriente. L’“immagine” divina stampata nell’uomo è da cercare altrove. Allunghiamo, allora, lo sguardo su tutta la Genesi, inseguendo quelle pagine che sono attribuite alla stessa Tradizione a cui appartiene il nostro versetto, ossia alla scuola detta “Sacerdotale” perché da ricondurre a circoli sacerdotali presenti tra gli ebrei esuli a Babilonia. Il buon osservatore vede una vera e propria catena di genealogie, di generazioni, distesa come una trama su cui vengono fatti poi scorrere i vari eventi narrati (si leggano questi passi: Genesi 1, 28; 2, 4; 9, 1.7; 10; 17, 2.6.16; 25, 11; 28, 3; 35, 9.11; 47, 27; 48, 3-4).

La relazione interpersonale, principio d’amore, e il frutto di vita che essa genera, sede delle epifanie storiche divine, diventano il nesso che collega Dio e umanità e che rendono trascendente la creatura umana. Per la Bibbia, allora, l’ominizzazione piena avviene solo dove ci sono uomo e donna in relazione tra loro, una relazione di parità, di armonia, di comunione. E’ illuminante il giuoco di parole che si legge in Genesi 2, 23. L’uomo, quando si trova di fronte alla sua donna, esclama: “Questa volta, sì, essa è carne della mia carne e osso delle mie ossa. La si chiamerà ’isshah perché da ’ish è stata tratta”. E’ evidente l’assonanza tra i due termini, l’uno al maschile ’ish, uomo, e l’altro al femminile, ’isshah, donna, espressione nitida e netta della parità, pur nella diversità, anche perché comuni sono la “carne e le ossa”, simbolo del tessuto esistenziale e vitale. Possiamo, allora, affermare che la specificità della creatura umana è nell’amore. L’anima propria dell’essere umano, che lo raccorda a Dio, non è solo nella coscienza (nishmat-hajjîm), ma anche nella capacità di amare e generare, espressione della nostra “immagine” divina. Come scriveva il filosofo e scrittore russo Valdimir Solov’ev (1853-1900), “ogni uomo racchiude in sé l’immagine di Dio e questa immagine è da noi riconosciuta in modo teorico e astratto nella ragione e attraverso la ragione. Ma è nell’amore che la riconosciamo e la manifestiamo in modo concreto e vitale”.

 

“Sono state le tue mani a plasmarmi… ”

 

La nostra analisi si restringe ora, dal fondale più vasto da cui siamo partiti, al nucleo germinale della generazione umana. Alla sua sorgente c’è l’atto generativo della coppia che il libro della Sapienza rappresenta mettendo in bocca a Salomone queste parole:

“Anch’io sono un uomo mortale come tutti, discendente dal primo essere plasmato dalla creta. Fui formato di carne nel seno della madre, durante dieci mesi (lunari) consolidato nel sangue, frutto del seme di un uomo e del piacere compagno del sonno” (Sap 7, 1-2).

Nell’atto generativo la Scrittura riconosce, però, non solo un dinamismo biologico ma anche una presenza efficace creativa e quindi un sigillo trascendente. La creatura umana è destinataria di un intervento divino fin dalle origini perché essa è collocata all’interno di un disegno esistenziale personale. Il suo germinare è finalizzato non solo a essere creatura umana ma anche a essere partecipe attiva di un progetto futuro. Si scoprono, così, quasi due azioni divine – in realtà unitarie e intrecciate tra loro – che hanno lo scopo di rivelare l’opera del Creatore e l’opera del Salvatore, cioè di colui che accende la vita umana e di colui che la orienta verso uno sviluppo e un destino.

Questi due momenti che fanno parte della stessa vicenda antropologica sono splendidamente illustrati da una strofa del Salmo 139, un solenne inno al Dio infinito, onnisciente, onnipotente. Iniziamo con la prima componente, quella della creazione e della fase prenatale, che è affidata allo sguardo e all’azione penetrante di Dio: “Sei tu che hai creato i miei reni, mi hai intessuto nel grembo di mia madre… Il mio scheletro non ti era nascosto quando fui confezionato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra. Anche il mio embrione i tuoi occhi l’hanno visto”. La simbolica usata è suggestiva ed è quella tessile: sull’intelaiatura dello scheletro si tesse il rivestimento della carne e della pelle.

L’azione divina è raffigurata anche con altre immagini. Curiosa è quella introdotta da Giobbe che, oltre al simbolismo tessile e a quello “plastico” del vasaio che plasma la creta, ricorre all’attività casearia beduina: “Sono state le tue mani a plasmarmi e a modellarmi in tutto il mio profilo… Come argilla mi hai plasmato, mi hai colato come latte e fatto cagliare come cacio; mi hai rivestito di pelle e di carne; mi hai intessuto di ossa e di tendini” (10, 7-10). L’immagine è “un’analogia che serve a descrivere il fiotto di sperma di color latteo che entra nell’organo femminile e il formarsi, a seguito dell’inseminazione, di un corpo embrionale” (H.W. Wolff). Secondo l’antica fisiologia orientale si riteneva che l’embrione si formasse dal seme maschile in combinazione col sangue mestruo della donna!

Nel Salmo sopra evocato si ha anche un termine ebraico rarissimo, golmî, che indica qualcosa di arrotolato o cilindrico: è la denominazione simbolica di quello che noi chiamiamo “embrione” (si ricordi il Golem, l’essere mostruoso, prodotto magico di laboratorio, protagonista di racconti fantastici della successiva tradizione giudaica). Nel grembo materno c’è, quindi, una presenza efficace di Dio che interviene nella formazione dell’essere umano. E’ una specie di creatio continua che vede nella concezione e nello sviluppo dell’embrione la partecipazione del Creatore che ha finalizzato la creatura verso la sua pienezza. Come scriveva Gregorio di Nissa, Padre della Chiesa del IV secolo: “Il seme, prima informe, si organizza e cresce sotto l’effetto dell’arte ineffabile di Dio”. E’ una pienezza non solo fisiologica ma anche esistenziale.

 

“Fin dal grembo materno mi ha chiamato”

 

Essa è così formulata dal citato Salmo 139, 16: “Nel tuo libro erano già tutti scritti i giorni che furono formati quand’ancora non ne esisteva uno”. Il passo è potente nella sua forza evocatrice e allusiva. Tutti i giorni e le azioni, cioè il destino storico dell’uomo, sono iscritti già nel “libro della vita” di Dio. Come scriveva Quasimodo nella poesia Al tuo lume naufrago, “Tu mi hai guardato dentro/ nell’oscurità delle mie viscere”. L’esistenza umana è plasmata e prefigurata proprio come è già plasmata e configurata la struttura psicofisica dell’individuo. Dio delinea i giorni dell’uomo prima ancora che essi esistano. Al Creatore non solo non è celato o estraneo quel piccolo germe di vita che è il feto, ma egli è anche capace di perlustrare da signore il futuro che ancora non è. In questa prospettiva si intuisce che per la Bibbia la finalità dell’embrione è netta: si tratta di un’unità inscindibile, di un processo unitario e coerente, compatto e armonico con la meta da raggiungere, quella della persona umana.

Creatura “impastata” di finitudine e di trascendenza, radicata al contingente ma affacciata sul mistero, l’uomo è oggetto, in tutto l’arco del suo esistere, di un’azione creatrice divina che lo finalizza non solo a essere una realtà psico-fisica ma anche a compiere una sua missione personale, all’interno del piano divino di redenzione e di salvezza. E’ per questo che tutte le grandi culture hanno adottato nella definizione e nella comprensione dell’uomo non solo la via fisica ma anche quella metafisica, non solo la via formale ma anche quella simbolica, non solo la verifica ma anche lo stupore, come è suggestivamente espresso in un paragrafo del romanzo La cripta dei cappuccini dello scrittore ebreo mitteleuropeo Joseph Roth: “Nell’istante in cui potei prendere tra le braccia mio figlio provai un lontano riflesso di quella ineffabile sublime beatitudine che dovette colmare il Creatore il sesto giorno quando egli vide la sua opera imperfetta pur tuttavia compiuta. Mentre tenevo tra le braccia quella cosina minuscola, urlante, brutta, paonazza, sentivo chiaramente quale mutamento stava avvenendo in me. Per piccola, brutta e rossastra che fosse la cosa tra le mie braccia, da essa emanava una forza invincibile”.

 

Scienza e fede

 

Considerata la prospettiva teorica generale del nostro discorso, non abbiamo voluto entrare nel merito specifico della connessione-collisione tra scienza e fede. Ne vogliamo, però, fare cenno in finale con una nota che prende spunto proprio dai capitoli iniziali della Genesi che sembrano essere in antipodo con la moderna antropologia scientifica: pensiamo solo all’evoluzionismo e al poligenismo. Certo, l’autore del libro biblico si appellava sicuramente a un modello scientifico fissista e monogenista. Ma lo scopo del suo discorso non era quello di rispondere alla domanda scientifica “Che cosa è successo alle origini del cosmo e dell’uomo?” quanto piuttosto al quesito teologico: “Che senso ha l’uomo nel cosmo e in se stesso?”. La sua è un’analisi non di astrofisica o di paleoantropologia, ma di filosofia e di teologia, di “sapienza”. Egli è teso a definire il segreto della libertà della creatura umana, le sue relazioni esistenziali basilari. Come ha dichiarato anche Papa Giovanni Paolo II, il testo biblico, attraverso la sua antropologia e cosmologia narrativa, vuole “porre l’uomo creato, fin dal primo momento della sua esistenza, di fronte a Dio alla ricerca della definizione di se stesso, della propria identità”. Già sant’Agostino nella sua De Genesi ad litteram affermava: “Non si legge nel vangelo che il Signore avrebbe detto: Vi manderò il Paraclito che vi insegnerà come vanno il sole e la luna. Voleva formare dei cristiani, non dei matematici”.

Oscar Wilde era giustamente convinto che “a dar risposte sono capaci tutti, per far domande giuste ci vuole un genio”. Ebbene, bisogna interrogare la Bibbia in modo corretto per non costringerla a risposte che non vuole offrire e che solo artificiosamente le possiamo strappare. L’“inerranza” delle Scritture non riguarda la scienza ma gli asserti religiosi. O meglio, la “verità” che ci vuole comunicare non è di tipo scientifico ma teologico, come ha sottolineato il Concilio Vaticano II: “I libri della S. Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, a causa della nostra salvezza, volle che fosse consegnata nelle Sacre Lettere” (“Costituzione Dogmatica sulla Divina Rivelazione”, Dei Verbum n. 11). Aveva, allora, ragione Galileo quando scriveva all’abate benedettino pisano Benedetto Castelli che “l’autorità dello Spirito Santo ha avuto di mira a persuader agli uomini su quelle verità che, essendo necessarie alla loro salvezza e superando ogni umano discorso, non potevano per altra scienza né per altro mezzo essere conosciute se non per bocca dello stesso Spirito Santo”.

Certo, la tentazione dello sconfinamento è forte, anche perché identico è l’oggetto, cioè l’universo e l’umano: il teologo spesso è stato tentato di pronunziare verdetti di tipo scientifico e lo scienziato di irridere tesi religiose. Uno scienziato, che è al contempo un ecclesiastico, Fiorenzo Facchini, ha cercato di porre i paletti di frontiera, almeno quelli più generali. “Gran parte degli equivoci sul problema delle origini – ha scritto – è sorta dalla pretesa di negare ciò che la scienza non può dirci (la dimostrazione dello spirito) o di far dire alla Bibbia quello che essa non vuoi dirci (contenuti di ordine scientifico). Ai due interlocutori vanno posti quesiti che rientrano nel loro ambito. Alla Bibbia sul perché dell’esistenza, alla scienza sul dove, come, quando si è formata la vita… La vera alternativa non è tra evoluzione e creazione, ma tra visione di un mondo in evoluzione, dipendente da Dio creatore secondo un suo disegno, e visione di un mondo autosufficiente, capace di crearsi e di trasformarsi da sé per eventi puramente immanenti”.

 

I racconti biblici della creazione dei capitoli 1-3 della Genesi, differenti ma complementari tra loro, sono dunque un potente affresco dell’esistenza umana nei suoi splendori e nelle sue miserie. Sono un’“eziologia” teologica, cioè una “ricerca delle cause” che stanno alla radice del nostro essere uomini e donne liberi. Non per nulla il protagonista di queste pagine non porta un nome proprio bensì un nome comune: Ha-’adam in ebraico significa “uomo” e, come indica l’articolo (ha-), è il nome di tutte le creature umane. Perciò, come è stato scritto da un teologo, Adamo è mio padre, mio figlio e sono io. E’ l’umanità collocata all’interno dell’universo, una “canna fragile” – secondo la celebre immagine di Pascal – ma capace di pensare, di agire liberamente, di gioire e di soffrire, di incontrare e conoscere, sfidare e amare il suo Creatore.

 


L’amore fedele del Risorto

 

 

 

 

Jacopo Robusti detto Tintoretto, Due apostoli, tardo XVI secolo, olio su tela, Collezione Barnes, Philadelphia, Stati Uniti.

28 aprile 2019

 

II domenica di Pasqua

Gv 20,19-31

di ENZO BIANCHI

 

19La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». 24Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». 26Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». 27Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». 28Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». 30Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 

Il capitolo finale del vangelo secondo Giovanni, Gv 20 (Gv 21 è un’aggiunta posteriore), andrebbe letto tutto intero, per comprendere in profondità il primo giorno della settimana, il terzo giorno dopo la morte di Gesù, avvenuta il venerdì (sesto giorno) 4 aprile dell’anno 30 della nostra era. La menzione che quello era “il primo giorno” ritma tutto il racconto: la si ritrova all’inizio del racconto dell’apparizione alla Maddalena (Gv 20,1), all’inizio del racconto dell’apparizione ai discepoli (Gv 20,19) e poi è sottintesa nell’espressione “otto giorni dopo” (Gv 20,26).

 

Il primo giorno della settimana è il giorno della resurrezione del Signore ma è anche quello in cui il Risorto si rende presente in mezzo ai suoi: è il giorno del Signore (kyriaké heméra), il giorno dell’intervento decisivo di Dio che, risuscitando Gesù, ha vinto la morte. Dal Nuovo Testamento sappiamo inoltre che proprio “il primo giorno della settimana” (At 20,7; 1Cor 16,2) è quello scelto dai cristiani per essere “nello stesso luogo” (epì tò autó: At 1,15; 2,1.44.47; 1Cor 11,20; 14,23), per essere assemblea di fratelli e sorelle insieme, che sperimentano la venuta del Risorto in mezzo a loro.

 

Scesa la sera di quel primo giorno, lo sconforto e lo scoraggiamento regnano nei cuori dei discepoli che non hanno creduto né a Maria di Magdala che ha annunciato loro la resurrezione di Gesù e l’incontro con lui (cf. Gv 20,18), né al discepolo amato che, al solo vedere il sepolcro vuoto, era giunto alla fede (cf. Gv 20,8). Ma Gesù aveva promesso loro: “Dopo la mia scomparsa, ‘ancora un poco e mi vedrete’ (Gv 16,16; cf. 14,18)”, e fedele alla parola data “viene e sta in mezzo”. Gesù è visto dai discepoli in mezzo a loro, al centro della loro assemblea, come colui che crea e dà unità, che “attira tutti a sé” (cf. Gv 12,32). La comunità cristiana ha così la sua icona autentica: ha il suo centro solo in Gesù risorto, in modo che tutti guardino a lui (cf. Gv 19,37; Zc 12,10).

 

In quella posizione di Kýrios, di Signore, il Risorto dice allora: “Shalom ‘aleikhem! Pace a voi!”, il saluto messianico, parola efficace che porta pace, vita piena, e scaccia la paura. E affinché le parole siano autenticate dalla sua persona di Maestro, Profeta e Messia conosciuto dai discepoli nella loro vita insieme a lui, Gesù mostra le mani e il fianco che portano ancora i segni della sua passione e morte (cf. Gv 19,34). Visione paradossale: Gesù è presente con un corpo che non è un cadavere rianimato ma che viene anche a porte chiuse, non obbedendo alle leggi del tempo e dello spazio; un “corpo di gloria” (Fil 3,21), un “corpo spirituale” (1Cor 15,44.46), nel quale però restano i segni della passione, dell’aver sofferto la morte per amore. Sono segni di passione e insieme di gloria, di vittoria sulla morte, segni dell’amore vissuto “fino alla fine, all’estremo” (eis télos: Gv 13,1). A quelli che temono di essere perseguitati, Gesù si mostra come il perseguitato che è rimasto fedele e che, vincitore della morte a causa del suo amore fedele e pieno, può venire in mezzo a loro portando pace, saldezza e forza.

 

“E i discepoli gioirono al vedere il Signore”. Accade ciò che Gesù aveva profetizzato: “Ora siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà rapirvi la vostra gioia” (Gv 16,22). In questa nuova situazione della comunità, il Risorto, che aveva promesso di non lasciarla orfana (cf. Gv 14,18) e di donarle un altro Consolatore (cf. Gv 14,16), fa il dono dei doni, il dono per sempre. Ripete il saluto “Pace a voi!” e annuncia: “Come il Padre ha inviato me, anche io invio voi”. I discepoli hanno accolto l’Inviato di Dio, lo hanno seguito e hanno creduto in lui; ora sono anch’essi inviati in tutto il mondo, per essere come lui, Gesù, è stato in tutta la sua vita: testimoni della verità, della fedeltà di Dio, cioè del suo amore per l’umanità. Con la loro vita devono mostrare che “Dio ha tanto amato il mondo da donargli il suo unico Figlio” (Gv 3,16). È solo questione di vivere l’amore di Gesù Cristo per l’umanità: chi è inviato deve diventare volto, bocca, mani, orecchi di chi lo ha inviato, e così i discepoli devono essere corpo di Cristo tra gli altri, nel mondo.

 

Per essere abilitati a questa missione, devono essere ricreati, rigenerati: occorreva un’immersione nello Spirito santo, occorreva lo Spirito come nuovo soffio nel cuore di carne (cf. Ez 36,26), occorreva una nuova creazione (cf. Is 43,18-19). Allora Gesù, il Risorto che respira lo Spirito santo, lo effonde sulla sua comunità. Se questo Soffio santo è soffio vitale per Gesù, una volta alitato sui discepoli diventa il loro soffio vitale: un solo Soffio, un solo Spirito in lui e in loro! Noi cristiani, vasi di creta fragili e peccatori (cf. 2Cor 4,7), per dono di Gesù risorto respiriamo lo Spirito santo che a noi dà la vita, perdona i peccati, ci abilita alla vita eterna nel Regno di Cristo. Siamo dunque il corpo di Cristo, il “tempio dello Spirito santo” (1Cor 6,19). Questa per il quarto vangelo è la Pentecoste, la chiesa dono dello Spirito santo alitato dal Risorto. Lo stesso Spirito che ha risuscitato da morte Gesù (cf. Rm 1,4; 8,11) è datore di vita ai discepoli, e da “compagno inseparabile di Cristo” (Basilio di Cesarea), diventa compagno, amico inseparabile per ogni cristiano. È lui, presente in ogni discepolo e discepola, che ricorda le parole di Gesù (cf. Gv 14,26), che lo rende presente e testimonia che egli è il Signore (cf. 1Cor 12,3).

 

Lo Spirito santo, Spirito di Dio e Soffio di Cristo, ci è donato nella nostra condizione di corpo umano, di carne. Non si dimentichi che nel quarto vangelo la carne (sárx) è il luogo dell’umanizzazione di Dio: “La Parola si è fatta carne” (Gv 1,14). Per Giovanni la carne non è solo luogo di tentazione e di peccato, ma è luogo non disprezzabile né indegno, perché scelto da Dio per stare con noi e in mezzo a noi. La carne è luogo di conoscenza a servizio della Parola di Dio che la abita: ecco la dimora dello Spirito santo. Per questo, come Gesù è stato concepito carne dallo Spirito santo e da una donna, così anche la chiesa è generata da Spirito santo e da umanità e del soffio dello Spirito fa il suo respiro.

 

Ma questo ha una ricaduta decisiva nella vita dei cristiani: significa remissione dei peccati, perché l’esperienza della salvezza che possiamo fare qui e ora nella storia, prima della trasfigurazione di tutte le cose nella gloriosa venuta di Cristo, è l’esperienza della remissione dei peccati. Lo cantiamo ogni mattina nel Benedictus: “… per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati” (Lc 1,77). Ricevere lo Spirito santo è ricevere la remissione dei peccati, cioè vivere quell’azione del Signore che non solo perdona, ma cancella, dimentica i nostri peccato, facendo di noi delle creature nuove (cf. Ger 31,34; Ez 18,22; 33,16). Questa è l’epifania della misericordia di Dio, quell’amore di Dio profondo, viscerale e infinito che, quando ci raggiunge, ci libera dalle colpe e ci ricrea in una novità che noi non possiamo darci! La comunità dei discepoli è la comunità del perdono reciproco, e non solo in quanto comunità che ha la capacità di cancellare il peccato. Questa capacità viene data a tutti i discepoli da Gesù ed essi la mantengono e la esercitano fino a quando sono in comunione con lui per mezzo dello Spirito santo. La capacità di rimettere i peccati, cioè di liberare dalla colpa e di fare misericordia, è data da Gesù a tutti i discepoli: non solo agli Undici, perché nel cenacolo il giorno di Pentecoste ci sono anche le donne, c’è Maria insieme ad altri discepoli e discepole (cf. At 1,13-15; 2,1).

 

Gesù, “l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29), battezzando nello Spirito santo (cf. Gv 1,33) i discepoli, li abilita alla sua missione: perdonare, fare misericordia, riconciliare con Dio e con i fratelli e le sorelle. Dalla croce e dalla resurrezione l’umanità è stata riconciliata con Dio, ma tale evento va annunciato a tutti, e i discepoli sono inviati per questo: dove giungono, devono manifestare e far regnare la misericordia di Dio, devono vivere il comandamento ultimo e definitivo dell’amore reciproco (cf. Gv 13,34; 15,12), devono rimettere i peccati gli uni agli altri, abilitati dunque a chiedere il perdono dei peccati a Dio. Dove c’è un cristiano autentico, c’è un ministro della misericordia che fa arretrare il male e il peccato e fa regnare la misericordia.

 

E sia chiaro: le parole di Gesù che accompagnano il gesto del soffiare lo Spirito – “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati” – sono espresse attraverso uno stile tipicamente semitico che si serve di due espressioni contrastanti per affermare con più forza una realtà. Non significano dunque un potere che i discepoli potrebbero utilizzare secondo il loro arbitrio e il loro giudizio; al contrario, esprimono con forza che il loro compito è la remissione dei peccati, il perdono, la misericordia, come lo è stato per Gesù, che in tutta la sua vita non ha mai condannato, ma ha sempre detto di essere venuto non per giudicare e condannare (cf. Gv 8,15; 12,47), ma perché tutti “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).

 

“Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”, dove questo “come” rimanda anche a uno stile, al punto che potremmo pure parafrasare: “Come io ho rimesso i peccati, anche voi dovete rimetterli; è con questo compito che vi mando”. È ciò che Gesù ha affermato in modo riassuntivo, secondo Luca, all’inizio del suo ministero pubblico nella sinagoga di Nazaret:

 

Lo Spirito del Signore è sopra di me

perché egli mi ha unto

mi ha inviato ad annunciare ai poveri la buona notizia

a proclamare ai prigionieri la liberazione

e ai ciechi la vista

a mandare in libertà gli oppressi

ad annunciare l’anno di misericordia del Signore (Lc 4,18-19; cf. Is 61,1-2).

 

Fatta questa esperienza, i discepoli annunciano a Tommaso, non presente alla prima manifestazione del Risorto: “Abbiamo visto il Signore!”. È l’annuncio pasquale che dovrebbe essere sufficiente per accogliere la fede nel Risorto. Ma Tommaso non crede, quelle parole gli sembrano vaneggiamenti inaffidabili, quindi replica con forza: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”.

 

Ma “otto giorni dopo”, dunque nel primo giorno della seconda settimana dopo la tomba vuota, ecco Tommaso e gli altri discepoli di nuovo insieme, in quella casa a Gerusalemme. È il primo ma anche l’ottavo giorno, giorno della pienezza, del compimento. I discepoli, che vivono ormai da una settimana in questo nuovo tempo iniziato dalla resurrezione, continuano a dimorare nella paura degli uccisori di Gesù. Dovrebbero con franchezza portare l’annuncio pasquale a tutta Gerusalemme e invece, nonostante l’invio in missione, nonostante il dono dello Spirito santo, restano al chiuso, dominati dalla paura. Ma Gesù si rende di nuovo presente: “Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: ‘Pace a voi!’”. Ecco la fedeltà di Gesù che viene, che è il Veniente tra i suoi anche quando essi non lo meritano e non sono in sua attesa. Egli viene in mezzo ai suoi, non si stanca di venire, facendo rinascere sempre la chiesa e la testimonianza della sua resurrezione. Innanzitutto consegna la pace, “la sua pace, non quella del mondo” (cf. Gv 14,27), poi si rivolge a Tommaso, “detto Didimo”, il “gemello” di ciascuno noi. Sì, Tommaso è il gemello in cui dovremmo specchiarci nei nostri entusiasmi in cui arriviamo a dire: “Andiamo anche noi a morire con lui!” (Gv 11,16), così come nei nostri momenti oscuri, in cui non riusciamo a credere, ad aderire, a mettere fiducia nel Signore. Tommaso è il gemello nel quale c’è, come in noi, la logica del voler vedere per credere, del constatare, dell’avere prove. Tommaso è come noi: quando si profila l’evento della resurrezione, vediamo morte (cf. Gv 11,15-16); quando Gesù annuncia che ci precede, non sappiamo quale sia la via (cf. Gv 14,2-6); quando dobbiamo fidarci della testimonianza dei nostri fratelli e sorelle, vogliamo essere quelli che vedono e decidono…

 

Gesù viene però anche per Tommaso, pecora smarrita cercata dal pastore, e anche a lui si fa vedere con i segni del suo amore: le stigmate della sua passione impresse per sempre nella sua carne gloriosa. La carne di Gesù, corpo di uomo, è passata attraverso la passione e morte, e ciò che egli ha vissuto resta anche nella sua carne di corpo glorioso. La resurrezione cancella tutti i segni della morte e del peccato ma non i segni dell’amore vissuto, perché l’amore vince la morte e aver amato ha una forza che trascende la morte. Tutta la cura dei malati che le mani di Gesù hanno praticato, tutte le carezze che egli ha dato, tutto il suo amore vissuto nel cuore, tutte le forze sprigionate dal suo seno sono visibili anche nel suo corpo risorto. Gesù dunque invita Tommaso ad avvicinarsi e a mettere il suo dito in quelle stigmate.

 

E qui, attenzione, non sta scritto che Tommaso mise il suo dito nei buchi delle mani e nella ferita del costato, ma che disse: “Mio Signore e mio Dio!”. Riconoscendo l’amore vissuto da Gesù, di cui le stigmate sono il segno perenne, Tommaso crede e confessa: “Ho Kýriós mou ho Theós mou!”. Gesù risorto è il Kýrios; di più, è Dio. Il Signore di Tommaso è il Dio di Tommaso. Non c’è confessione di fede più alta in tutti i vangeli. Questa è la proclamazione più piena e schietta: Gesù è il Signore, Gesù è Dio. Ecco perché chi vede Gesù, vede il Padre (cf. Gv 14,9); ecco perché Gesù è l’esegesi del Dio che nessuno ha mai visto né può vedere (cf. Gv 1,18); ecco perché Gesù è “il Vivente” (Lc 24,5) per sempre. Tommaso non è certo un modello, anche se in lui possiamo riconoscerci. Per questo Gesù gli dice: “Beati quelli che, senza avere visto, giungono a credere”. Non vedendo, non constatando, ma contemplando il Crocifisso, dunque conoscendo il suo amore vissuto, si inizia a credere. Miracoli, visioni, apparizioni non ci fanno accedere alla vera fede. Solo la parola di Dio contenuta nelle sante Scritture, solo l’amore di Gesù di cui il Vangelo è annuncio e narrazione (“segno scritto”, per dirla con la chiusura del vangelo), solo lo stare nello spazio della comunità dei discepoli del Signore, ci possono portare alla fede, ci possono far invocare Gesù quale “mio Signore e mio Dio”.

 

Tutto questo capitolo 20 del quarto vangelo è un canto alla misericordia del Signore che viene alla sua comunità con il perdono, con la remissione dei peccati, con la pazienza di un Dio che ci ama sempre, anche quando noi non lo meritiamo ed esitiamo a credere in lui.


 

MARIA RACCONTA GIOVANNI

 

“donna ecco tuo figlio” pensai che volesse dirmi “vedi come è ridotto tuo figlio? E’ così per amore degli uomini!”, ma poi, quando volgendo lo sguardo su di te, disse : “Ecco tua madre” compresi che Gesù in noi realizzava un duplice affidamento: materno e figliale. Compresi che dovevo diventare  la madre dei redenti.

In quel momento stringendoti sul mio petto, gli occhi  della mia anima si aprirono in orizzonti sconfinati, orizzonti percorsi da molte strade: le strade del dolore e dell’amore, della speranza e dell’oblio, del pianto e della gioia, le strade di tutte le incertezze umane, strade brulicanti di folle smarrite e disperse.  Mi resi conto del bisogno immenso che hanno gli uomini di Dio, di quel Figlio mio crocifisso, che guardandoti, Giovanni, mi disse “ecco tuo figlio”.

Vieni, stammi vicino, ascolteremo insieme le parole di Gesù crocifisso, del mio e del tuo Gesù. Lasciale scorrere come lacrime di fuoco dentro il tuo cuore perché rimangano scolpite e tu le possa scrivere e leggere in ogni momento della tua vita. Gesù crocifisso è il Libro cha ha fatto e farà santi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GIOVANNI

 

Io c’ero.

Con sua madre. Con mia madre.

Mi stava testimoniando tutta la sua fiducia, affidandomi sua madre.

Perché proprio a me? Forse perché ero l’unico che lo aveva seguito fino alla fine?

Il fatto che fossi sotto la croce non faceva di me un coraggioso, avevo bisogno di lei più di quanto lei ne avesse di me.

E Lui lo sapeva.

Come agnelli in mezzo ai lupi ci mandava. E io ero più agnello degli altri, più fragile. Per questo mi consegnava sua madre affinché, stando insieme, potesse vegliare su di me, il discepolo che egli amava. “ecco tua madre”  “ecco mia madre”!

Solo poche parole riuscì a dire “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”   … e poi era finita!

Svegliati!, svegliami! Non può finire così!

Le reti erano ferme a terra, quelle stesse reti che Lui ci aveva insegnato a usare. Ora erano vuote, difficilmente riempibili con qualcosa che poteva sfamarci.

Le bende lo accolsero, coprendo un volto che mi era troppo famigliare per non piangere, per non urlare. Ma io non dissi niente. Anzi dissi “Sì”!

Sì: ecco mia madre e io suo figlio. La strinsi nel mio abbraccio, e con lei la sua stanchezza. Lei figlia e madre.

Il vento soffiò più forte e sollevò i miei pensieri: che sarà di me?  Aspetterò.

Dirò quanto ho visto, e se necessario lo griderò, per testimoniare la mia fiducia in Lui, così come Lui, mentre moriva, aveva fatto con me.

 

Sappiano i figli, e i figli dei figli ancora: ecco tuo figlio!

MARIA RACCONTA CLAUDIA, LA MOGLIE DEL PROCURATORE

 

chi può capire? E che cosa si può capire? Chi è capace di alzare il velo di quel silenzio e entrare nel mistero di Gesù? Il silenzio di Gesù davanti al Sinedrio  e davanti a Pilato un enigmatico “tu lo dici”.

Il mio Gesù è solo! Di coloro che l’hanno ascoltato e seguito non c’è nessuno! La sua storia interiore è tutta sua e tutta mia, solo nostra.

Perfino l’ingresso in Gerusalemme, quella mattina dopo il sabato, aveva tutte le caratteristiche di un trionfo, ma il tuo volto era rigato da lacrime silenziose. Figlio mio quante porte sono rimaste chiuse davanti a te dopo quel giorno.

Il Giudice del mondo sta lì annientato, disonorato e inerme davanti al giudice terreno: Pilato sa che questo condannato è innocente, ma il suo cuore  è diviso e alla fine fa prevalere sul diritto la sua posizione, se stesso. Dà ascolto alle mille voci di sobillatori guidati dal male che si propaga con voce subdola, assordante “crocifiggilo, crocifiggilo!”  nessuna voce a tua difesa Figlio mio, le donne di Israele tacevano, erano assenti, se qualcuna era presente gridava contro di Te.

Solo una donna, pagana, romana di nobile stirpe, Claudia, la moglie del procuratore, si muove in tua difesa con coraggio, rischiando, con un’azione oltraggiosa di essere punita, manda un messaggio a Pilato  “Non impicciarti con quel giusto; perché oggi ho sofferto molto in sogno per causa di lui”»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CLAUDIA LA MOGLIE DEL PROCURATORE

La senti l’acqua? La senti? Il suo rumore, lo scroscio. Resta ferma nel catino finché qualcuno non la tocca con le mani, anche solo con un dito. Lo senti il rumore? E’ quasi impercettibile, eppure c’è. Per te è insopportabile. Buttala quell’acqua! Buttala! E’ acqua sporca!

Arrivarono presto di mattina per consegnarti quell’uomo giusto. “a noi non è consentito mettere a morte nessuno”  avevano le idee chiare: doveva morire! Avevano deciso al posto tuo.

Per caso l’ho visto, mi voltava le spalle e io non sapevo chi fosse. Era come di là da un basso muro, di un qualche limite per cui non vedevo il resto della persona. Le sue spalle non erano piagate, non recavano alcun segno, eppure mi diedero subito impressione di spalle percosse, non so come. Mi trovai a pensare: hanno fatto del male a quest’uomo. E mentre lo penso, lui volta il capo e mi guarda. Io non posso dire il suo viso … non piange, non è sfigurato, non macchiato di sangue, nulla … come lo vedo io non ha nulla sul viso … eppure è dolore, è dolore … è tutto quello che avevo sentito e molto, molto di più … tutto quello che è stato sofferto al mondo e sarà sofferto … e molto di più …

Ti raccontai il mio sogno il mio turbamento ma tu “ moglie mia non posso non avere a che fare con quell’uomo giusto. Lo so che me lo hanno consegnato per invidia, solo per invidia, l’ho capito anch’io, ma cosa vuoi che faccia?”

Lo interrogasti forse non comprendesti di quale regno ti parlò e la tua domanda rimase senza risposta “che cos’è la verità?”

“In lui non c’è colpa”, ripetevi, non la trovavi neanche volendo, e pensando di aver trovato il modo giusto di aiutarlo concedesti al popolo di scegliere fra lui e un criminale. Non immaginavi che quel popolo in delirio scegliesse Barabba.

E poi “ECCE HOMO” flagellato ma non bastò loro “crocifiggilo, crocifiggilo”

“se liberi costui non sei amico di Cesare”  un ricatto, non hai voluto rischiare per un uomo giusto, un prezzo troppo alto.

 

Le tue mani in quell’acqua non si sono lavate! Buttala quell’acqua! Buttala! E’ acqua sporca!.


 

MARIA RACCONTA LA VERONICA

“Lasciatela è sua madre!” mi trovai così vicino a mio figlio: pochi lo avrebbero riconosciuto, una maschera di dolore che lo rendeva quasi a tutti irriconoscibile, le uniche parole che seppi dirgli furono: “Figlio mio, Figlio mio, Figlio mio” era ancora il mio Gesù, il mio piccolo, amabile, dolcissimo Gesù. Perché quelle labbra tumefatte, quegli occhi gonfi, perché quelle membra così scarnificate? Figlio mio, che male hanno trovato in te i tuoi crocifissori per condannarti ad un supplizio così crudele? E perché tutto questo accanimento, questa ferocia, questa crudeltà? Non osai toccargli quelle piaghe, ma una donna uscì dalla folla, si avvicinò a Gesù e con un gesto commovente, materno depose sul suo volto un candido lino che si inzuppò del sangue e del sudore di quel viso martoriato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA VERONICA

 

Ti vedo, Gesù, misero, quasi irriconoscibile, trattato come l’ultimo degli uomini. Cammini a stento verso la tua morte con il volto sanguinante e sfigurato, anche se, come sempre, mite ed umile, rivolto verso l’alto. Un impulso generoso mi fa sfidare la folla per scorgere da vicino quel tuo volto che tante volte aveva parlato alla mia anima. Ti vedo sofferente e voglio aiutarti. Non mi fanno passare, sono tanti, troppi,  e armati. Ma a me non importa sono determinata a raggiungerti e per un attimo riesco a toccarti ad accarezzarti. I miei occhi sul tuo volto dolorante, vorrei sollevarti dalle sofferenze, ma il mio sguardo si perde nell’oceano di dolore del calvario e nulla posso. Mi è solo permesso di asciugarti il viso! Un dettaglio un niente rispetto a ciò che si stava consumando, i nostri occhi si incrociano per un attimo prima che i soldati con rudezza mi allontanano. Il corteo riprende la salita, dove Lui, l’Agnello, dovrà bere fino in fondo il calice amaro.

Ho udito il grido della Madre!      Io, Veronica, di me non sapete nulla, non conoscete la mia storia: io ho percorso quella via dolorosa, ho ascoltato la voce del cuore, mi sono lasciata condurre dalla luce, ho trovato il coraggio di passare attraverso i filtri della paura, di non essere risucchiata dalla viltà. Così sono accorsa accanto al sofferente per offrirgli solo una carezza velata da un telo di lino.

Era poco, un semplice gesto di carità che vale il Paradiso!

 

Su quel lino Il sudore e il sangue furono l’inchiostro che fissò l’immagine:  il viso di Gesù,  il suo dolore, il suo amore, la sua infinita bontà. Un’immagine da riguardare, per non dimenticare mai.

 

 

MARIA RACCONTA IL MALFATTORE

 

Ti vedo Gesù, spogliato di tutto. Hanno voluto punire te, innocente, inchiodandoti al legno della croce, come quei due, uno alla tua sinistra e uno alla tua destra. Tu hai avuto il coraggio di sopportare il peso di questo legno, di non essere creduto, di essere condannato per le tue parole scomode. Hai creduto profondamente nella tua missione e ti sei fidato di tuo Padre! Loro no, avevano scelto il male!

Vedo che il ladro crocifisso al tuo fianco parla la tua stessa lingua. Vi intendete come foste cresciuti insieme, nella medesima famiglia. In fondo, hai fatto di quell’umanità che è la sua casa, la tua stessa dimora. Non può che sentirsi a casa propria nel Tuo Regno

Gli altri non capiscono

Raccontano un Dio che fa distinzioni e ama per categorie, che elegge e discrimina, che separa e privilegia. Tu invece, Figlio mio, sei il Dio contaminato, il sangue misto, il meticcio. Tu hai imbastardito la perfezione divina con la povertà umana. Tu sei il malfattore, sei il samaritano, sei il centurione, sei il pubblicano, sei la vedova, sei il lebbroso, sei la prostituta, sei l’adultera, sei il povero. Sei perfino colui che ti sta uccidendo.

Ora, non c’è più da «farsi puri» per essere salvati. Basta lasciarsi contaminare da te e dal tuo desiderio che ognuno si senta a casa propria nel Regno di Dio. Ed è sufficiente una parola, uno sguardo, un sospiro. Come per il ladro. Quel Santo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL MALFATTORE

Io c’ero.

Ed ero molto vicino a Lui.     Ero  sulla croce.       Sull’altra Croce, alla sua destra.

Mi sentivo importante! Molta gente era accorsa per vedere Lui. Alcuni per curiosità, altri per seguirlo fino alla fine. Mi sentivo dentro una storia di cui non facevo parte e di cui non sapevo nulla.

La mia vita è stata strana, lo sarà anche la mia morte. Era destino!

Ma quale destino? La vita ce la costruiamo, non ci viene data già scritta. Ce la costruiamo scegliendo, giorno per giorno, il bene o il male.    E io avevo scelto il male! Non mi sorprendeva, quindi, di morire su una croce, avrei avuto comunque una fine infelice.

Eppure non pensavo a me, pensavo a Lui.    Sì! Quello alla mia sinistra. Lui non era un malfattore. Bastava guardarlo in faccia per capirlo. Era innocente! L’avevo capito subito: la differenza fra noi e Lui è che Lui non aveva paura!  Lui aveva fatto del bene ed era trattato al pari di me, avrebbe avuto la mia stessa fine! Però, sotto la Sua croce, c’erano molte persone a piangere per Lui.        Per me nessuno.

Volevo parlargli, ma non ne avevo il coraggio. L’altro malfattore invece sì, gli parlò: “salva te stesso e anche noi!”  Avrebbe fatto meglio a tacere.   “ma non hai … non hai timore di Dio? Benché condannato alla nostra stessa pena, noi riceviamo il giusto per le nostre azioni, Egli invece non ha fatto nulla di male”

Non so che cosa fu a farmi parlare, eppure in quel momento, in cui ero debole più che mai, mi sentii forte.  E allora gli dissi “ricordati … ricordati di me” lo chiamai per nome  … mi rispose, subito, benevolo: “oggi tu sarai con me”

Poteva un attimo valere più di una intera vita?

Molti dicono che un ladro non smette mai di rubare e che io, il ladrone, anche sulla croce, rubai.

 

Rubai un posto nel regno di Dio.   Lo chiesi a Lui.   Sapevo di non meritarlo, ma non fu un furto.    Mi bastò averlo accanto per capire che desideravo una seconda possibilità.   Non fu la  mia “abilità di ladro” a farmi guadagnare il paradiso: fu il pentimento e il “Sì” di un innocente che moriva accanto a me.  Se avessi saputo vivere, avrei saputo che quello che Lui mi stava offrendo aveva un nome: si chiamava “misericordia”!


 

 

 

 

MARIA RACCONTA IL CENTURIONE

Ho sentito uno dei soldati sussurrare sottovoce: «Quest’uomo è davvero il Figlio di Dio!»

Il suo volto splende come investito da una luce misteriosa. Mi sembra di vedere dietro a lui una folla immensa, illuminata dallo stesso chiarore, che volge lo sguardo al tuo corpo ancora appeso alla croce.

La schiera di tutti gli uomini e le donne che non ce la fanno più, tutti coloro che si sentono inseguiti dal destino, tutti quelli che combattono da una vita contro la sorte avversa. Il popolo dell’umanità affaticata e stanca, che sconta colpe non sue, che subisce condanne per peccati che non ha commesso, che si prende la responsabilità di mali che non ha mai compiuto e che assomiglia così tanto a te Figlio mio!.

Quel soldato ha compreso! Sì ha compreso perché non sei sceso dalla croce rispondendo alle provocazioni di un popolo in delirio: perché altrimenti avresti consacrato la forza come signora del mondo, mentre è l’amore l’unica forza che può cambiare il mondo.

All’inizio il centurione ha passato ore a guardarti per dovere, ma poi ha finito per contemplarti nella verità: in te, Gesù, il centurione ha visto un amore incredibile: Dappertutto la gente ti gridava i suoi “no”, ma quel soldato ha udito solo i tuoi “sì” al Padre, “sì” al prossimo, “sì” alla missione. In quella orribile croce di odio e di violenza il centurione ha riconosciuto l’amore, un amore incrollabile che si rifiuta di morire, che è forte come l’acciaio contro il male, ma tenero di fronte all’amato e ha creduto che tu Gesù potevi venire solo da Dio, tuo Padre.

E’ un pagano, un soldato, addirittura un carnefice questo discepolo nascente. Egli, “vedendoti morire in quel modo”, colpito dalla tua umanità, confessa e riconosce la divinità che è l’umanità di Dio che porta alla fede!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL CENTURIONE

 

Io c’ero.

Di fronte a Lui.

Facevo solo il mio mestiere.

Lo vidi spirare. Ne avevo visti tanti morire, forse troppi.

Era parte del mio mestiere

Erano tutti sfiniti prima di spirare, per la sofferenza che causava la crocifissione,

e anche Lui lo era, eppure provò a dire qualcosa. Non so quanti lo sentirono,

io sì. “tutto è compiuto”

Veramente quell’uomo era giusto!

Veniva condannato perché si era fatto re. Gli mettemmo addosso un mantello rosso, regale, veste di porpora, una canna nella destra, scettro di potenza, una corona sulla testa, simbolo del valore, ma realizzata con preziose spine.

Ora sì che era un re: il re dei Giudei.

Ci era stato ordinato di flagellarlo ed eseguimmo gli ordini.

Era il nostro mestiere.

Non riusciva a sostenere il peso della croce, per questo obbligai un uomo a portare la croce al posto suo. All’inizio si ribellò, ma poi salì fino su con Lui.

Quella strada interminabile: gente curiosa, chi lo insultava, chi gli asciugava il volto, chi piangeva. Arrivò stremato lo inchiodammo sulla croce in mezzo ad altre due croci.

Che mestiere!

Sulla sua c’era anche la motivazione: “questi è il re dei Giudei”

Ognuno diceva la sua: “scendi dalla croce allora vedremo e ti crederemo” “hai salvato tanti, perché non salvi te stesso?”

Lui non li ascoltava, disse qualcosa “mio Dio … perché mi hai abbandonato!” erano troppo presi per sentirlo!

E io? Io lo vedevo, io ho ascoltato.

Il cielo si fece scuro, era buio fuori e dentro. Ma io riuscivo a vedere, a sentire “tutto è compiuto”  “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”

davvero quest’uomo era giusto.

Io c’ero. Di fronte a Lui. E dal cuore un sussulto:«Quest’uomo è davvero il Figlio di Dio!»

 

Lo spettacolo era finito. Il sipario calato. E io?  … noi avevamo fatto il nostro mestiere!

Non ero più convinto di fare solo il mio mestiere

 

MARIA RACCONTA GIUDA

 

C’era anche Giuda, i dodici erano ancora tutti intorno a Lui. Forse Giuda ha capito, ho pensato, forse ha capito che siamo liberi, liberi dall’odio, liberi di spezzare il pane per tutti i poveri del mondo.

Ho visto tutto! C’era stata una contesa per il posto a tavola. Giuda infatti si era accaparrato un posto vicino a Gesù, subito dopo Giovanni.

“voi siete già mondi, ma non tutti, uno di voi infatti mi tradirà”

Gesù e anch’io lo sapevamo chi era … perciò Gesù lo invitò ad andarsene “quello che devi fare, fallo presto!”.

Lo accompagnai alla porta chiamandolo dolcemente per nome “Giuda!” quasi per trattenerlo e farlo riflettere, ma lui avevo lo sguardo fuggente e appannato, uscì in fretta e si immerse nella notte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GIUDA

 

“Guai a colui dal quale il figlio dell’uomo viene tradito: meglio per quell’uomo se non fosse mai nato”

Quell’uomo ero io! Ma il mio bacio è più famoso e più noto del mio nome e di me stesso. Il bacio che gli diedi quella notte, l’ultimo, non dimostrazione di affetto, ma segno di riconoscimento, conferma di tradimento.

 

Sapevo di trovarlo lì, c’eravamo stati spesso. Mi seguiva una folla armata. Io a capo, come portabandiera, come il capitano della squadra.

Questa volta, ero io il capo, non Lui. Era solo.

 

Mi sentivo addosso gli sguardi di quanti mi seguivano: mi vedevano come un eroe o come un poveraccio venduto?

Mi sentivo addosso lo sguardo dei miei amici, unico, concorde.

 

Mi avevano osservato anche durante la cena: “la mano di chi mi tradisce è con me sulla tavola”

Era la mia mano! Eppure sentivo il loro vociare: “sono forse io?” “sono io?” “io, io, io?” “sono io!!!” lo stavo per dire “io!”.

 

Ma non ebbi il coraggio, non potevo affrontarli … anzi non volevo. Quello che stavo facendo volevo farlo e basta. C’era un disegno e dovevo rispettarlo, non me ne sentivo l’autore, ma ne facevo parte ormai “quello che devi fare, fallo al più presto” e uscii per farlo.

 

Mi sentivo dentro il suo sguardo quando, venendomi incontro, mi disse: “amico, per questo sei qui!” amico? Lo stavo consegnando nelle mani di chi lo voleva morto e lui mi chiamava “amico”? sì le nostre strade si erano incrociate e avevano proseguito parallelamente. Quanto avevamo condiviso ci rendeva amici e anche qualcosa di più. Ma ora i due percorsi si dividevano, per sempre. E ciò non cancellava la nostra amicizia?

Non per Lui! Mi chiamava ancora “amico”.

 

Lo arrestarono, lo condussero via, gli altri fuggirono.

Io rimasi lì, solo, per tutta la notte, ma la soddisfazione non arrivò a farmi compagnia come succede a tutti gli eroi, e l’intraprendenza di cui poco prima andavo fiero  … non rimase neanche lei.

Mi sentii nudo: avevo tradito sangue “Amico”.

Avevo scritto quelle pagine in modo indelebile. Lo capii quando cercai di ritornare sui miei passi andando dai sommi sacerdoti. “ecco i soldi! Li restituisco! Ho sbagliato! Ho tradito sangue amico. Ve li restituisco e tutto torna come prima”.

“veditela tu”.

Vedermela io? A chi chiedere aiuto? A chi consiglio? Chi me ne dava prima non c’era più: Lui, sua Madre e tutti gli altri! Non potevo andare da loro!

 

Ero un mendicante in cerca di una soluzione a un problema che soluzione non aveva.

Non aspettai un nuovo giorno … era come se il Cielo fosse caduto, precipitato, e avesse schiacciato ogni cosa.

 

Io non c’ero sotto la Croce.

Non avrei potuto esserci.

Me ne andai prima.

Un bacio … per cui meglio se non fossi mai nato!

 

RISORGERO’

 

“risorgerò”. Quel sabato fu per me, sua madre, un sabato di attesa. L’attesa del terzo giorno. Gli Apostoli chiusi nella loro tristezza: erano smarriti e confusi. Quel che avevo sperato: fermare la mano  che batte il chiodo e fermare il chiodo prima che entri nella carne e anche la voce di chi grida “uccidilo” … quel che avevo sperato non era capitato, niente aveva potuto l’enormità del mio desiderio.

Ero vicina, immobile sotto la croce.

E’ capitato senza che io vedessi.

Lui è risorto mentre io dormivo e sognavo il suo tornare.

Non sono stata avvertita della sua resurrezione. Non sono io ad avere visto per prima mio Figlio risorto.     Ma io sapevo.

Avevo visto la sua morte e insieme al centurione ho saputo che non era per sempre.

La mattina del terzo giorno la luce mi ha sorpresa: ho subito creduto alle donne che volavano fuori dal giardino e non mi vedevano, sapevo chi erano, avrei potuto chiamarle, sarei potuta andare a vedere. Ma vedere è meno di sapere … e io sapevo!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VERSO LA SUA ORA

 

Era rimasta viva dentro di me la risposta che Gesù mi aveva rivolto a Cana di Galilea: “non è ancora giunta la mia ora”  c’era dunque “un’ora” per mio Figlio che doveva compiersi da tempo. Io lo avevo intuito, ma solo lo Spirito Santo andò progressivamente illuminando la mia mente sul significato di quelle parole.

Nel suo ministero in Galilea, Gesù passava in mezzo alle folle, guariva i malati, cacciava i demoni, insegnava proclamando il regno di  Dio. Ma le folle si fermavano al solo aspetto esteriore dei gesti compiuti da Gesù. Non comprendevano che quei gesti erano il segno del Suo mistero.

Gesù è la vita! “io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me anche se muore, vivrà…”

Quelle parole così piene di affetto e di tenerezza erano tali da far traboccare di gioia il mio cuore: era il Gesù commosso davanti alle folle sbandate che lo cercavano, davanti ai malati, ai poveri, ai piccoli, ai sofferenti.

Gesù è la vita! 

Agli occhi del mondo la croce appare una umiliante sconfitta: patibolo infame, assurdo, lesivo della dignità di qualunque essere umano. Io nel mio cuore trafitto capivo la paura dei discepoli di salire a Gerusalemme. Mi trovai a condividere la solitudine di Gesù davanti alla sua “ora”.

 

Ero sola con Lui e con Lui vidi che c’è bisogno di una luce nuova nella nostra anima, solo allora capiremo che dalla Croce viene la Vita.


Il processo giudaico e romano

 

a Gesù di Nazaret

 

Gianfranco Ravasi

 

“Ponzio, ti ricordi di Gesù il Nazareno che fu crocifisso non so più per quale delitto? Ponzio Pilato aggrottò le sopracciglia, si portò la mano alla fronte come chi vuole ritrovare un ricordo. Poi, dopo qualche istante di silenzio: Gesù – mormorò -, Gesù il Nazareno? No, non ricordo”. Così Anatole France nel racconto Il procuratore della Giudea (1902) fa reagire un Pilato, ormai pensionato, alle sollecitazioni dell’ex collega governatore di Siria. Nella sua memoria si era spenta l’eco di quel processo che anche Tacito aveva evocato in poche righe del libro xv dei suoi Annali: “I Crestiani (…) prendevano nome da Cristo che era stato condannato al supplizio ad opera del procuratore Ponzio Pilato sotto l’impero di Tiberio” (44, 2-5). Anche uno storico conterraneo e di poco posteriore a Gesù, Giuseppe Flavio, ci ha lasciato nel XVIii libro della sua opera, Antichità giudaiche, una significativa menzione di Cristo, se mettiamo tra parentesi le probabili glosse cristiane posteriori che quel paragrafo ha ricevuto: “In quello stesso tempo visse Gesù, uomo saggio se pure conviene chiamarlo uomo. Egli compiva opere straordinarie, insegnava a coloro che desideravano accogliere con gioia la verità e convinse molti giudei e greci. Egli era il Cristo. Dopo che Pilato, dietro accusa dei capi del nostro popolo, lo condannò alla croce, coloro che lo avevano amato non vennero meno. Egli apparve loro il terzo giorno di nuovo vivo, avendo i divini profeti detto queste cose su di lui e moltissime altre meraviglie. E ancora fino ad oggi non si è estinta la tribù dei cristiani che da lui prende nome” (63-64).

Né Pilato, né Giuseppe Flavio o Tacito avrebbero immaginato che quell’atto processuale, celebrato in una sperduta provincia dell’Impero romano, avrebbe segnato indelebilmente la storia dell’umanità. Come ha scritto lo studioso inglese Samuel S. G. Brandon nel suo Processo a Gesù (1968), quella sentenza fu “la più importante della storia dell’umanità. Nessuna azione giudiziaria intentata contro una persona è conosciuta da un numero altrettanto grande di persone. Gli effetti del processo di Gesù nella storia umana sono incalcolabili”. I più celebri casi giudiziari, come quello contro Socrate svoltosi ad Atene nel 399 prima dell’era cristiana o quello che nel 1431 mandò al rogo Giovanna d’Arco o quello aperto dall’Inquisizione contro Galileo nel 1633, impallidiscono di fronte alle due sbrigative sessioni processuali, durate meno di 24 ore e celebrate davanti al Sinedrio e al procuratore romano, che mandarono alla pena capitale quel predicatore ambulante di Galilea di nome Gesù di Nazaret attorno agli inizi degli anni 30.

Quelle ore si sono iscritte non solo nella storia, ma anche nella fede di milioni di persone e ancor oggi rivisitarle è un’avventura rischiosa perché in esse si intrecciano questioni storiche, problemi teologici, emozioni spirituali e persino degenerazioni secolari. Non possiamo, infatti, ignorare che per secoli il processo di Gesù è stato l’occasione per bollare di “deicidio” i “perfidi giudei” e scatenare gli eccessi dell’antisemitismo più infame. I misteri medievali sulla passione di Cristo mettevano in scena gli ebrei del Sinedrio vestiti come gli ebrei dei ghetti di allora, lasciando così talora via libera a violenti sfoghi e a incursioni antigiudaiche. C’è voluto il concilio Vaticano ii, con la sua “Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane” (Nostra aetate), per avere il coraggio di affrontare questa storia spinosa in modo nuovo: “Sebbene autorità ebraiche coi propri seguaci si siano adoperati per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi né agli ebrei del nostro tempo” (n. 4).

La ricostruzione che ora noi tentiamo non può essere che schematica. Si pensi che un importante esegeta americano come Raymond E. Brown, nella sua opera La morte del Messia (Queriniana 1999), dedica all’analisi storico-critica del racconto evangelico del processo a Gesù qualcosa come 615 fittissime pagine!

Il testo-base da cui dobbiamo partire è ovviamente quello delle quattro relazioni evangeliche che, però, non sono né una cronaca giudiziaria, né la registrazione di atti processuali, né un dossier documentario in senso stretto. Gli evangelisti non ci offrono una storia asettica, ma interpretata e illuminata dalla fede nel Cristo glorioso della Pasqua. Ci offrono, tuttavia, un racconto di eventi storici, selezionati però anche secondo le istanze della Chiesa delle origini e dei suoi rapporti con i romani e soprattutto con gli ebrei. Non stupiscono, perciò, certe divergenze nei particolari o certe rielaborazioni o introduzioni di scene. Non devono meravigliare neppure le diverse ricostruzioni che gli studiosi moderni hanno compiuto del processo basandosi sulle quattro pagine di Marco (14, 53-15, 20), di Matteo (26, 57-27-31), di Luca (22, 63-23, 25) e di Giovanni (18, 12-19, 16), né devono stupire le diverse attribuzioni di responsabilità per la condanna di Gesù.

Così per alcuni la responsabilità primaria è da addossare alle autorità giudaiche che, dopo un procedimento penale davanti al tribunale supremo del Sinedrio e dopo una sentenza a motivazione religiosa, hanno demandato il caso al governatore romano solo perché era l’unico che poteva emettere condanne a morte nella Palestina occupata. Il risvolto politico nella sentenza è introdotto solo per rendere accettabile la richiesta presso il potere imperiale. È questo il risultato raggiunto, per esempio, da un noto studio sul processo di Gesù, quello del tedesco Josef Blinzler (1951). Naturalmente questa interpretazione non ha niente a che vedere con il tradizionale antisemitismo per il quale l’Israele di ieri e di oggi sarebbe “in solido” responsabile di quella operazione giudiziaria.

Per altri, invece, la responsabilità primaria della condanna a morte di Gesù cade sull’autorità romana, l’unica competente in materia di pena capitale. Il Sinedrio, in questi casi, poteva solo istruire la causa ed emettere una sentenza che esigeva però assolutamente la convalida del governatore romano. Ora, l’imputazione formulata dal Sinedrio contro Gesù dopo la fase istruttoria sarebbe stata quella di concorso in banda armata (con gli zeloti, partigiani antiromani) contro la sicurezza dello Stato imperiale. Questa interpretazione parte dalla convinzione che la risonanza avuta dalla predicazione di Gesù era stata prevalentemente politica, o almeno così era stata vista dal Sinedrio. Fu il tedesco Hermann S. Reimarus a proporre per primo questa tesi nel 1778. Essa fu ripresa da molti altri storici ed esegeti e, in particolare, dal citato Brandon. Non è mancato neanche il tentativo di uno storico ebreo, Chaim Cohn (1968), di scagionare il Sinedrio sino al punto di sostenere che il tribunale giudaico avrebbe in realtà fatto col suo dibattimento processuale un estremo sforzo per salvare l’ostinato Gesù dalle mani del potere romano, cercando di fargli ritrattare le sue pericolose pretese messianico-politiche.

Nella ricostruzione di quegli avvenimenti è, quindi, difficile restare neutrali. Noi ora ci accontentiamo di una presentazione essenziale e divulgativa della sostanza di quell’evento. Gesù è arrestato di notte nel podere detto Getsemani (“frantoio per olive”) ai piedi del monte degli Ulivi ed è trasferito sotto scorta dinanzi all’ex sommo sacerdote Anna per un primo interrogatorio informale. Lo strapotere di Anna (il nome è un diminutivo ebraico di “Giovanni”), sommo sacerdote dal 6 al 15 dell’era cristiana, è comprensibile solo se si pensa che in quella carica suprema dell’ebraismo egli riuscirà a piazzare dopo di sé ben cinque suoi figli e il genero Caifa, che resse il Sinedrio dal 18 al 36, succedendo al primo figlio di Anna. Dal punto di vista storico le difficoltà riguardo ai dati evangelici sul processo giudaico di Gesù iniziano, invece, col trasferimento dell’imputato presso Caifa per una seduta notturna del Sinedrio. Infatti, il trattato sul Sinedrio della Mishnah, la grande collezione delle tradizioni rabbiniche, afferma che i processi capitali potevano essere celebrati solo di giorno e nella sede ufficiale del Sinedrio, la cosiddetta “aula della pietra squadrata” che si trovava presso il tempio e che forse gli archeologi sono riusciti a identificare. La seduta di quella notte sarebbe, perciò, illegale e la sentenza invalida.

Il termine greco Sinedrio – trascritto in ebraico Sanhedrin – significa “consesso” e indica l’unico organo politico-religioso riconosciuto dal potere romano, responsabile dell’amministrazione autonoma giudaica, entro limiti ben precisi codificati da Roma. Composto da settanta membri a cui si aggiungeva il presidente, ossia il sommo sacerdote in carica – la cui dipendenza dall’autorità romana era simbolicamente attestata dal fatto che il suo solenne abito da cerimonia era custodito nella Fortezza Antonia (la sede del procuratore) – il Sinedrio era articolato in tre settori. Il primo era il concistoro degli ex sommi sacerdoti e degli altri sacerdoti di alto rango: tra loro si sceglieva il “sovrintendente del tempio”, destinato a comandare la polizia giudaica in servizio al tempio. La seconda area era rappresentata dagli “anziani”, vale a dire dai membri dell’aristocrazia laica e terriera, appartenenti – come i sacerdoti – al partito conservatore del Sadducei. Al terzo livello c’erano gli “scribi”, cioè gli intellettuali (teologi e giuristi) di estrazione borghese e di orientamento “progressista” e per questo appartenenti al fariseismo, la linea politico-religiosa più aperta, nonostante l’impressione contraria che si può ricavare dai Vangeli. Gesù, secondo Matteo e Marco, fu convocato da questo consesso in stato d’arresto durante una seduta notturna.

Ma, come dicevamo, una simile seduta del Sinedrio, per di più nella residenza privata del sommo sacerdote, non era illegale? La risposta non è tanto da cercare nel fatto che le autorità giudaiche avevano pochi scrupoli legali nei confronti di un personaggio diventato troppo scomodo, quanto piuttosto nella relazione offerta da Luca su quegli eventi (22, 66-71). Il terzo evangelista, infatti, forse più attento alla precisa sequenza storica della vicenda, pone l’interrogatorio vero e proprio di Gesù non nella notte, bensì “appena fu giorno… davanti al Sinedrio”. Anche Matteo e Marco conoscono questa riunione mattutina, ma la considerano solo come la siglatura formale di quella notturna. Potremmo, allora, ricostruire così il processo giudaico contro Gesù. Nella notte dell’arresto Gesù è trasferito nel palazzo dei sommi sacerdoti Anna e Caifa per essere sottoposto a un primo interrogatorio informale. L’indomani, all’alba, si formalizza con una seduta vera e propria quell’abbozzo di istruttoria con un interrogatorio e con una sentenza.

Entriamo, ora, all’interno dell’aula sinedrale per seguire il dibattimento. Si inizia con l’escussione dei testimoni, almeno due secondo la normativa biblica. La loro deposizione riguarda le dichiarazioni poco rispettose di Gesù sul tempio, il cuore della spiritualità giudaica: “Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni”. Sappiamo che in realtà Gesù in quell’occasione aveva usato il tempio come simbolo del nuovo culto che egli voleva inaugurare nel suo corpo glorioso. Gesù a queste accuse oppone uno strano silenzio. Per indirizzare l’interrogatorio verso uno sbocco meno vago, il sommo sacerdote formula una precisa domanda messianica, a cui Gesù replica con una risposta altrettanto precisa. Eccola nella redazione di Marco: “Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?”. Gesù rispose: “Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo!” (14, 61-62). Naturalmente gli evangelisti hanno trascritto domanda e risposta tenendo ben presente tutta la loro conoscenza del mistero di Gesù Cristo. Le parole di Caifa volevano provocare Gesù a una semplice dichiarazione messianica, grave ma non blasfema, perché il Messia in Israele era considerato una creatura umana. Gesù, invece, risponde fondendo insieme due testi messianici di diverso valore e applicandoli a sé.

Il primo testo è tratto dal Salmo 110 ed è riconducibile all’orizzonte del Messia terreno, atteso da Israele lungo la linea dinastica davidica. Ma il secondo testo, tratto dal capitolo 7 di Daniele, aveva nel giudaismo un valore più misterioso perché presentava un “Figlio dell’uomo” messianico diverso: egli “veniva sulle nubi del cielo”, partecipava quindi dell’orizzonte stesso di Dio. Gesù agli occhi di Caifa non si arroga solo il titolo messianico davidico, ma anche quella misteriosa qualità trascendente, fondendoli insieme nella sua persona e facendo così scattare il presidente del Sinedrio: “Ha bestemmiato!”. Col gesto rituale dello “stracciarsi le vesti” in segno di lutto e di profonda emozione davanti a uno scandalo o a un’ignominia, Caifa sollecita l’approvazione della sentenza: “Che ve ne pare?”. E l’assemblea ratifica: “È reo di morte!”.

Si apre, così, il secondo atto di quel giorno, il più lungo della storia. Gesù è trasferito al “pretorio” del procuratore romano. Sulla collocazione topografica di questo palazzo esiste un’annosa controversia archeologica. Durante l’anno i procuratori risiedevano a Cesarea Marittima, stupenda città romana costruita da Erode sulle rive del Mediterraneo. Come gli altri procuratori, anche “Ponzio Pilato, prefetto di Giudea” – titolo che si legge nella celebre iscrizione su un basamento scoperto a Cesarea negli anni 1959-64 – veniva a Gerusalemme in occasione delle solennità ebraiche per ragioni di rappresentanza e di ordine pubblico e risiedeva nella Fortezza Antonia. Quattro torri e quattro ali racchiudevano un cortile lastricato. Ebbene, Giovanni ricorda questo particolare: “Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale, nel luogo detto Litostroto, in ebraico Gabbatà” (19, 13). Se Gabbatàin aramaico significa “altura”, il greco Lithòstroton rimanda a un cortile “lastricato con pietre”. A causa della complessità e delle dispute tra gli studiosi sulla collocazione del pretorio romano in Gerusalemme, noi mettiamo tra parentesi la sua identificazione topografica e seguiamo le ore trascorse da Gesù e le vicende del processo presso il governatore di Roma. Il capo d’imputazione avanzato dal Sinedrio è ora di tipo politico, per poter essere accolto dal tribunale romano: “Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re” (Luca, 23, 2). Pilato, procuratore di Giudea dal 26 al 36, interroga l’imputato con distacco ottenendo risposte reticenti (“Tu l’hai detto”) o il silenzio. Comprendendo di essere di fronte a un caso carico di sottintesi, di ambiguità e di sfumature proprie di un popolo molto sensibile e permaloso, Pilato non ratifica subito l’accusa giudaica, ma apre un supplemento di istruttoria.

D’altra parte, dallo storico giudeo Giuseppe Flavio sappiamo che Pilato non brillava per tatto e abilità diplomatica nei confronti di un popolo così indomito e duro. Nei primi anni della sua amministrazione aveva quasi preso gusto a provocare gli ebrei. Aveva fatto introdurre nel tempio i medaglioni dell’imperatore sui labari dell’esercito, causando una violenta reazione degli ebrei che consideravano quel gesto un sacrilegio. E Pilato, dopo una brutale repressione, era stato costretto a cedere, ritirando quelle insegne. Ma la cosa si era ripetuta con gli “scudi dorati” recanti un’iscrizione in onore dell’imperatore, creando altre reazioni e repressioni. Anche Luca menziona uno di questi atti brutali di Pilato: “Si presentarono alcuni a riferire a Gesù circa quei galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici” (13, 1). Il filosofo giudeo di Alessandria d’Egitto Filone dipinge Pilato come “uomo per natura inflessibile, e in aggiunta alla sua arroganza, duro, capace solo di concussioni, di violenze, rapine, brutalità, torture, esecuzioni senza processo e crudeltà spaventose e illimitate”.

Con l’usuale diffidenza e con un filo di provocazione Pilato cerca di dirottare il processo verso uno sbocco sgradito al Sinedrio. Il solo Luca ci informa che Pilato ricorre anche a una sorta di diversivo all’interno dello stesso procedimento giudiziario. Demanda l’imputato a Erode Antipa, il figlio di Erode il Grande che aveva giurisdizione sulla Galilea, la regione in cui Gesù aveva iniziato la sua “pericolosa” attività. Fallito questo espediente, ricorre all’applicazione del “privilegio pasquale”, un atto di clemenza di cui però non abbiamo altre attestazioni precise: “Il governatore era solito, per ciascuna festa di Pasqua, rilasciare al popolo un prigioniero, a loro scelta. Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, detto Barabba. Pilato disse loro: Chi volete che vi rilasci: Barabba o Gesù chiamato il Cristo?” (Matteo, 27, 15-17). Ma anche questo tentativo fallisce e di fronte alla netta resistenza delle autorità giudaiche, che coinvolgono anche la cittadinanza di Gerusalemme nella richiesta di condanna capitale, Pilato fa marcia indietro.

C’è all’interno della relazione evangelica, che ora abbiamo ricostruito per sommi capi, una precisa sottolineatura che riflette certamente lo stato dei rapporti tra la Chiesa delle origini e il giudaismo. Questa insistenza dà l’avvio a una vera e propria tradizione che passerà anche attraverso i successivi Vangeli apocrifi. Le pagine evangeliche sul processo di Gesù ci offrono un ritratto benevolo di Pilato. Per tre volte egli replica ai giudei: “Non ho trovato in lui nulla che meriti la morte”. Da un lato si ha l’accanimento dei sacerdoti e della folla: Matteo giunge al punto di mettere in scena “tutto il popolo” con una dichiarazione di totale e ufficiale responsabilità (“Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli!”, 27, 25). D’altro canto, invece, Pilato ricorre alle tattiche alternative sopra descritte, dialoga con Gesù sul suo “regno” e sulla “verità” in una scena riferita solo da Giovanni e divenuta giustamente celebre. “Disse Gesù: Io sono nato e venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce. Gli dice Pilato: Che cos’è la verità?” (18, 37-38).

Ma Pilato è presentato con simpatia soprattutto da Matteo, che ci offre due episodi ignoti agli altri evangelisti. Il primo è quello della moglie del procuratore, che la tradizione successiva delle Chiese orientali santificherà col nome di Procla o Claudia Procula. “Non toccare quell’uomo giusto perché oggi fui molto turbata in sogno per causa sua” (27, 19), dice la donna, allegando, quindi, una specie di rivelazione celeste. Il secondo episodio è in finale di processo, quando Pilato compie quel gesto che sarebbe poi divenuto famoso, anche se con una connotazione un po’ negativa di indifferenza: “Pilato, presa dell’acqua, si lavò le mani davanti alla folla: Io sono innocente – disse – di questo sangue; vedetevela voi!” (27, 24). Il gesto è tipicamente biblico e non romano, come biblico è il linguaggio usato dal procuratore. È probabile, perciò, che Matteo più che darci una cronaca di quei momenti abbia voluto opporre la buona disposizione del pagano romano all’ostilità dei connazionali.

Anche la successiva tradizione cristiana è stata incline ad attenuare le responsabilità di Pilato nella condanna di Gesù e ad accentuare quelle giudaiche. Significativi sono i discorsi di Pietro negli Atti degli apostoli: “Uomini d’Israele, Gesù di Nazaret fu consegnato a voi e voi l’avete inchiodato sulla croce per mano degli empi e l’avete ucciso… Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso! Voi avete consegnato e rinnegato Gesù di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo, e avete chiesto che fosse graziato un assassino” (2, 23-26; 3, 13-14).

Questa idea passa anche negli apocrifi come, per esempio, nel Vangelo di Pietro, che è stato definito “il più antico racconto non canonico della passione”, scritto attorno al 100 e ritrovato solo nel 1887 in Alto Egitto nella tomba di un monaco. Il testo a noi giunto inizia così: “Nessuno degli ebrei, però, si lavò le mani, né Erode, né alcuni dei suoi giudici. Poiché essi non volevano lavarsi, Pilato si alzò”. Dobbiamo, tuttavia, ripetere che questa interpretazione non può minimamente giustificare alcuna teoria antisemita. Non si tratta, infatti, di un giudizio razziale, ma solo storico (su alcuni precisi responsabili, soprattutto dell’alta classe sacerdotale) e teologico. Pietro, nel citato discorso degli Atti, parla esplicitamente del misterioso “disegno prestabilito da Dio e della sua prescienza” (2, 23).

In appendice e del tutto a margine della nostra ricostruzione essenziale del processo di Gesù, riserviamo un cenno anche alla pittoresca tradizione apocrifa riguardante Pilato. Lo scrittore martire Giustino verso il 155 menzionava l’esistenza degli Atti di Pilato, un testo che in realtà è giunto a noi in greco, copto e latino sotto il nome di Vangelo (o Memorie) di Nicodemo. Esso contiene una colorita e folcloristica sceneggiatura del processo di Gesù. Le accuse avanzate dai giudei contro Gesù sono di due tipi: la sua nascita impura da fornicazione e la violazione della legge, soprattutto sul riposo sabbatico. Ma lasciamo la parola all’antico narratore. “Pilato chiamò un cursore e gli disse: Mi sia condotto qui Gesù ma con gentilezza! Il cursore uscì fuori e quando riconobbe Gesù, lo adorò, stese a terra il sudario che aveva in mano e gli disse: Signore, cammina qui sopra e vieni perché il governatore ti chiama… Allorché Gesù entrò, le immagini che i vessilliferi portavano sulle insegne si inchinarono da sole e adorarono Gesù”. Sfilano poi i testimoni a discarico: sono ciechi, paralitici, un gobbo, l’emorroissa, guariti da Gesù, e Nicodemo. Ma la resistenza ebraica è implacabile e allora: “Pilato ordinò che fosse tirato il velo davanti alla sedia curule e disse a Gesù: Il tuo popolo ti accusa di prendere il titolo di re. Perciò ho decretato che, in ossequio alla legge dei pii imperatori, sia prima flagellato e poi sospeso sulla croce del giardino dove tu sei stato preso. Disma e Gesta, entrambi malfattori, siano crocifissi con te”.

Accanto a questi Atti di Pilato fioriscono in ambito cristiano altri scritti quasi sempre favorevoli al procuratore. Ci è giunta, così, una relazione apocrifa di Pilato agli imperatori Tiberio e Claudio con le relative risposte; è stata inventata anche una lettera di Pilato a Erode e si è persino pensato di raccogliere la Paradosi di Pilato, cioè un’ipotetica “tradizione” sulla sua vita successiva. Lo storico cristiano Eusebio di Cesarea si lamentava che l’imperatore persecutore Massimino nel 311 aveva fatto distribuire nelle scuole delle false Memorie di Pilato “piene di empietà contro il Cristo” e aveva ordinato di farle imparare a memoria ai ragazzi per istigarli all’odio contro il cristianesimo. Ma sarà soprattutto sulla morte di Pilato che gli apocrifi cristiani si accaniranno con un gusto talora macabro. La morte più usata è quella della decapitazione per ordine di Tiberio: Cristo, però, accoglie in cielo il procuratore e sua moglie. Non per nulla la Chiesa etiopica venera Pilato come santo e l’ha inserito nel suo calendario liturgico.

Più casuale è la morte di Pilato secondo la citata Paradosi che la colloca durante una partita di caccia con l’imperatore. “Un giorno Tiberio, andato a caccia, stava inseguendo una gazzella; ma quando questa giunse davanti alla porta della caverna, si fermò. Pilato si spinse a vedere. Cesare lanciò subito una freccia per colpire l’animale, ma essa attraversò l’ingresso della caverna e ammazzò Pilato”. Più tragica è la fine narrata da un altro testo e divenuta popolare nel Medioevo. Pilato morì suicida a Roma col pugnale prezioso che portava con sé. Gettato con un peso nel Tevere, il cadavere dovette essere estratto perché attirava tutti gli spiriti maligni rendendo pericolosa la navigazione sul fiume. Traslato a Vienne in Francia e immerso nel Rodano, dovette essere ripescato per la stessa ragione e sepolto a Losanna. Ma anche qui, a causa del suo corpo infestato di demoni, lo si dovette riesumare e scaraventare in un pozzo naturale in alta montagna.

Sulla scomoda sedia curule della Giudea erano passati e sarebbero passati altri procuratori, alcuni dei quali migliori di Pilato, altri certamente peggiori. Nessuno di costoro è restato così potentemente inciso nella storia come Ponzio Pilato, che pure era stato sospeso dal suo incarico per ordine del suo diretto superiore, il legato di Siria Vitellio. Il nome di questo funzionario romano risuona, infatti, ancora oggi, ogni domenica, sotto le volte delle nostre chiese: “fu crocifisso sotto Ponzio Pilato”. E questo perché la sua vita si era un giorno incrociata .


 

Domenica delle Palme

Lc 22,14-23,56

di ENZO BIANCHI

 

I vangeli ci consegnano quattro racconti della passione di Gesù, narrazioni che si accordano sullo svolgimento dei fatti ma ci appaiono anche differenti tra loro. Nel racconto di Luca, proclamato quest’anno nella liturgia, vi sono episodi assenti dagli altri vangeli e vengono registrati particolari eloquenti, che contribuiscono a presentarci un Christus patiens con caratteristiche che il terzo evangelista vuole mettere in evidenza per i lettori della sua opera.

 

Nella celebrazione della cena pasquale, Gesù consegna ai Dodici un insegnamento sul suo essere “servo” in mezzo ai discepoli e profetizza una grande tentazione da parte di Satana nei confronti della comunità da cui sta per essere strappato; nello stesso tempo, assicura a Simone una preghiera per lui e per la sua fede vacillante, affidandogli la missione di confermare i suoi fratelli. Nell’agonia del Getsemani Gesù è assalito da una forte angoscia, fino a sudare sangue per quella tensione-paura davanti alla morte. A lui viene però in aiuto un angelo, un messaggero di Dio che appare come un segno dell’interpretazione salvifica di quella passione. Durante il processo presso il procuratore romano Pilato per ben tre volte Gesù è dichiarato innocente e subito dopo incontra il tetrarca Erode, di fronte al quale fa assoluto silenzio. Le donne discepole incontrano Gesù sul cammino verso il Golgota e ricevono da lui una parola. Infine, sulla croce con le sue ultime brevi parole Gesù perdona il malfattore accanto a sé e rimette il suo respiro, il suo spirito, nelle mani del Padre.

 

Possiamo notare che quasi un terzo dei versetti del racconto della passione sono redatti da Luca, mentre gli altri sono tratti dalla sua fonte, Marco. Non potendo commentare tutto il racconto lucano, scegliamo dunque di mettere in evidenza solo gli episodi propri a questo evangelista, in modo da comprendere attraverso questa via la ricca diversità dei racconti evangelici, capace di nutrire e approfondire la nostra fede.

 

Per Luca la passione è innanzitutto l’ora della tentazione che assale Gesù, assale i discepoli e quindi anche la chiesa. Quando il bambino Gesù fu presentato al tempio per essere offerto al Signore, l’anziano Simeone, che attendeva la liberazione messianica, riconoscendolo per rivelazione dello Spirito santo, proclamò: “Egli è posto come segno di contraddizione … affinché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,34-35). Ora, durante la passione, Gesù appare come segno di fronte al quale avviene la caduta nelle tentazioni oppure la resurrezione, la salvezza.

 

Per Luca l’ora della passione è anche “il tempo fissato” (Lc 4,13), in cui il diavolo sarebbe tornato da lui per tentarlo. Non lo aveva vinto nel deserto (cf. Lc 4,1-12), ma adesso ritorna mettendo in bocca ai persecutori di Gesù le sue stesse parole: “Se tu sei il Cristo, salva te stesso…”. Soprattutto al monte degli Ulivi Gesù, proprio per non cadere in tentazione, prega, addirittura prostrandosi in ginocchio, e chiede: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”. Ecco l’agonia, il combattimento che avviene all’interno di una preghiera più intensa. La paura della morte vissuta da Gesù attesta senza equivoci la sua appartenenza in tutto alla condizione umana. Gesù non ha una volontà diversa o contraria a quella del Padre e fino alla fine cerca soltanto di realizzare tale volontà; ma come uomo uguale a noi in tutto eccetto che nel peccato (cf. Eb 4,15) prova angoscia di fronte alla morte, nonostante l’avesse annunciata come esito necessario della sua vita conforme all’amore di Dio (cf. Lc 9,22.43-45; 18,31-34).

 

Se Gesù vince ogni tentazione, non riescono a fare lo stesso i suoi discepoli e, tra di loro, in particolare Pietro. Uno dei Dodici, Giuda, tradisce Gesù fino a consegnarlo nelle mani dei suoi avversari, i capi dei sacerdoti del tempio che ne avevano decretato la morte. Gli altri discepoli, proprio mentre Gesù annuncia il tradimento da parte di un membro della sua comunità, si mettono a discutere su chi tra loro fosse il più grande. E Pietro, quando gli viene annunciata la prova da parte di Satana, il loro essere passati al vaglio come il grano, in modo presuntuoso promette una fedeltà a Gesù che poche ore dopo smentirà, dichiarando di non averlo mai conosciuto. Questa la caduta nell’ora della tentazione: i Dodici non hanno saputo pregare per entrare nella tentazione e risultarne vincitori, a differenza di Gesù che, proprio in quel combattimento, proprio in quell’ascolto della parola del Padre e in quell’invocazione ripetuta, è riuscito a leggere (l’angelo interprete di Lc 22,43!) il senso di quella sua morte e dunque a farne un atto preciso, una donazione nelle mani del Padre: “Padre, nelle tue mani consegno il mio respiro!”, significativa citazione delle parole di un salmo (31,6) da lui tante volte pregato.

 

In Luca, oltre al tema della tentazione e della preghiera per combatterla e vincerla, possiamo scorgere un accento particolare posto sul perdono che Gesù sa dare anche in quest’ora, l’ora dei suoi nemici, l’ora che egli stesso definisce come quella delle tenebre. Quando avviene la sua cattura e uno dei discepoli sfodera la spada per difenderlo, ferendo all’orecchio un servo del sommo sacerdote, non solo Gesù si oppone a tale comportamento ma subito tocca l’orecchio sanguinante e lo guarisce, con un gesto che è molto più di una dichiarazione di perdono.

 

Colpisce anche un’annotazione solo lucana sullo sguardo indirizzato da Gesù a Pietro dopo il suo triplice rinnegamento. L’apostolo che aveva voluto rassicurare Gesù sulla sua sequela fedele, in realtà per ben tre volte nega di averlo conosciuto e lo fa davanti a una serva e ad altri due anonimi presenti nel cortile del sommo sacerdote. Allora il gallo canta e nello stesso istante Gesù si volta, cerca Pietro con il suo sguardo di misericordia e causa in lui un pianto di pentimento, un pianto amaro che nasce dalla consapevolezza di non essere stato capace di rimanere saldo come una Roccia, saldo come la sua vocazione gli avrebbe richiesto.

 

Ma è soprattutto sulla croce che Gesù rivela la sua misericordia e rende epifanico il suo perdono. Mentre è ormai innalzato tra due malfattori, uno a destra e uno a sinistra, guardando i suoi carnefici, i suoi nemici e la folla che assiste a quell’esecuzione, Gesù prega dicendo: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Mentre gli umani lo stanno uccidendo, Gesù invoca su di loro il perdono di Dio, si fa strumento di riconciliazione. Non scusa i malfattori ma denuncia la loro ignoranza, il loro non sapere ciò che fanno né ciò che dicono contro di lui e contro il Padre, che lo ha inviato e lo ha dichiarato Figlio eletto e amato. Uno dei delinquenti crocifissi insieme a Gesù lo insulta, lo provoca, lo tenta allo stesso modo dei capi del popolo e dei soldati: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!”. Ma l’altro malfattore, che sa riconoscere il proprio peccato contrapposto alla giustizia di Gesù, grida: “Gesù, ricordati di me quando verrai nel tuo regno”. Gesù allora gli risponde: “In verità ti dico: oggi con me sarai nel paradiso”. Non alla fine dei tempi, non nell’ora della parousía, ma oggi, nell’ora della morte costui potrà seguire il Signore e Messia nel suo regno. In tal modo, Gesù non ha preservato né se stesso né il malfattore dalla morte, ma ha fatto di questa morte un passaggio alla vera vita, quella in Dio.

 

 

Se questi sono i tratti specifici di Luca nel consegnarci l’icona del Christus patiens, è soltanto questo evangelista che osa parlare della crocifissione come theoría, contemplazione. Questa la contemplazione cristiana: il crocifisso! Guardando a lui, si può passare dalla contemplazione al pentimento e alla conversione, che è sempre un ritorno sulle sue tracce. Le folle che si erano radunate per quello spettacolo-visione, avendo visto come Gesù aveva vissuto la sua morte violenta e avendo constatato il suo amore mitissimo capace di invocare su tutti il perdono, se ne ritornano battendosi il petto. Da parte sua, un centurione pagano – e noi siamo invitati a farlo con lui! – riconosce la gloria di Dio in questo evento che dava la morte a “un uomo giusto”, senza peccato quale Figlio di Dio (cf. Sap 1,16-2,20).


Nella sua volontà

 

è nostra pace

 

II domenica di Quaresima (C)

 

a cura di Franco Galeone *

 

Trasfjpg

 

1. La domenica “della trasfigurazione”. Quando si intraprende un cammino, occorre sapere bene dove si vuole arrivare, cosa ci aspetta. All’inizio del cammino che ci porterà alla Pasqua, la chiesa ci fa celebrare quel preludio alla risurrezione, che è la trasfigurazione. La chiesa, madre e maestra, dopo averci invitati a camminare nel deserto, a seguire Cristo, ci propone la risurrezione. Un suo anticipo è la trasfigurazione. Ci sono brani del Vangelo che mettono buon umore. La pagina del Vangelo di oggi è una di queste. Il riferimento è al comportamento degli apostoli, di Pietro in modo particolare. È proprio quel loro non capire niente che mette allegria. Anche noi somigliamo a quei poveri uomini, che, quando qualcosa sembra andare bene, vorrebbero che continuasse per sempre, che hanno sonno, che non sanno quello che dicono, che sgranano gli occhi di fronte alla gloria del loro Maestro, come Pinocchio davanti a Mangiafuoco. Anche noi siamo così: pronti all’entusiasmo come alla paura; vorremmo che i nostri istanti di gioia fossero eterni, che la vita si fermasse in una specie di limbo, senza più turbamenti. Anche noi, basta una nube, e giù nella tristezza. Di fronte alla grandezza e al mistero di Dio siamo creature buffe e fragili. Ridicolissimo eroe, direbbe Pascal! Ma non c’è da scoraggiarci: Dio sa come siamo fatti, perché ci ha fatti lui, ed è padre.

 

2. Per esprimere l’intensità, gli antichi ricorrevano alla categoria del “meraviglioso”. La nascita di Gesù avviene tra pastori che parlano con gli angeli, magi che vedono la stella in oriente; alla morte di Gesù, il cielo si oscura, il velo del tempio si spezza, i morti escono dal sepolcro, il sole si oscura. Anche nella trasfigurazione, il suo volto cambia, le vesti diventano bianche, appaiono due morti. Noi insegniamo una religione che seduce a dieci anni, ma rende atei a venti. In una lettura ingenua, è il Cristo che cambia, come se l’incarnazione fosse una simulazione. Ma la trasfigurazione non è uno spettacolo di magia sacra. È un’esigenza per ogni cristiano: ogni volto sfigurato, grazie alla nostra bontà, può diventare un volto trasfigurato! E allora come decodificare e decifrare questo episodio del Vangelo, scritto in codice? Cristo era sempre in dialogo con la Scrittura, la Legge (Mosè) e le Profezie (Elia). Alla loro luce, la sua vita si illuminava; alla luce della sua vita, le profezie si avveravano. Gli apostoli, durante il loro ritiro, compresero il senso della parola di Dio, soprattutto trovarono Cristo. Durante quelle ore di intimità, gli apostoli hanno guardato Cristo, lo hanno visto pregare, si sono uniti a lui, ne sono stati trasformati e trasfigurati. Gli apostoli, come noi, conoscevano tutto di Cristo, ma non lo riconoscevano come Dio; da tre anni erano con Cristo, ascoltavano prediche, e più ne ascoltavano meno ne erano contagiati; recitavano tante preghiere che alla fine dicevano solo parole. L’abitudine è il rischio di ogni religione! È importante attualizzare e interiorizzare. Quanto leggiamo nel Vangelo va attualizzato qui, adesso, e interiorizzato nella mia vita, non nei contraccolpi cosmici! Se abbiamo trasfigurato un volto triste, incoraggiato un’esistenza disperata, abbiamo compreso che a Dio non occorrono lampi o fulmini. Dio, attraverso noi, continua a trasfigurare un suo figlio. Tutti, allora, abbiamo le nostre annunciazioni, trasfigurazioni, ma occorre saperle vivere, grazie ad una fede adulta!

 

3. La preghiera di Cristo non era lasciata al caso. Lui sceglieva il luogo, il momento, le circostanze, gli amici. Nella sua esistenza tanto impegnata, come la nostra, spesso gli era difficile trovare il tempo necessario; allora si alzava prima dell’alba, si ritirava la sera, rubava tempo alla notte. A volte, per trovare un po’ di calma, si faceva condurre in barca, sul lago, da solo. Sovente interrompevano il suo silenzio, le sue preghiere, e lo chiamavano: “Tutti ti cercano”. Lui però non si lasciava sommergere né dagli amici né dagli applausi. Perché Cristo difendeva tanto la sua preghiera? Cosa aveva da domandare lui, il figlio di Dio? Quale grazia o quale perdono? A Cristo non sono mancati i dubbi, le oscurità, le tentazioni. Come ognuno di noi, Cristo non ha sempre la stessa chiarezza di coscienza, la stessa concentrazione di attenzione. È vulnerabile alle impressioni, è sensibile alle influenze. Ha perciò bisogno di raccogliersi per pensare meglio ciò che pensa, per sapere meglio ciò che sa. Spesso lasciava le folle, amareggiato dalla loro incredulità, indignato dalla durezza del loro cuore: “Non avete ancora capito?”. Gli era necessario calmarsi, consultarsi in profondità per ritrovare la vicinanza del Padre, il vero senso della sua missione, la sua indulgenza verso gli uomini, la sicurezza nonostante l’imminente fallimento. E tornava tra i suoi rinnovato, sereno, pacificato. Trasfigurato!

 

4. Gesù ha conosciuto la tentazione, le sofferenze, la solitudine, la paura. Talvolta anche lui faceva preghiere sbagliate: “Padre, liberami da quest’ora! Allontana da me questo calice!”. Ma continua-va a pregare, e faceva la preghiera giusta: “Padre, la tua volontà sia fatta!”. Non esiste altra forma di preghiera. Cosa dobbiamo domandare che non abbiamo già ricevuto? Il Padre vuole molto di più di noi il nostro bene. Chiederemo mai a Dio più di quanto non ci voglia donare? Pregare è semplicemente riprendere coscienza del dono di Dio, ricordarci che abbiamo un Padre. Con la nostra preghiera insistente, crediamo forse di vincere la resistenza di Dio a donare, o soltanto la nostra resistenza ad aprirci? Dio ci vuole esaudire, molto più fedelmente di quanto noi non lo desideriamo. La vera preghiera cristiana è imitazione di quella del Cristo: non una preghiera di mendicanti o di sudditi, ma una preghiera di figli, piena di fiducia e di sicurezza: “Padre, io so che tu mi esaudisci sempre. Padre, io so che tutto ciò che è tutto, è mio”. Quanto tempo dovremo pregare per riuscire a pregare così?

 

5. Diffidiamo dei due eccessi: credere che la preghiera modifichi la volontà di Dio a vantaggio della nostra; o credere che la preghiera sia inutile perché l’uomo è divenuto maggiorenne. La verità è che la preghiera cambia noi. La preghiera ci mette in contatto con le nostre forze più profonde, le nostre energie più potenti: l’ispirazione creatrice dello Spirito, capace di rinnovare senza sosta la faccia della terra. Non è Dio che cambia nella preghiera: è l’uomo che alla fine si apre alla sollecitudine costante di Dio, in un rapporto di armonia ed efficacia, ignorato da coloro che non pregano. La resistenza che si incontra non è tanto quella di Dio, che non vuole dare, quanto quella dell’uomo, che non vuole ricevere. Dio è in noi molto più amante che amato, più servo che servito, più pregante che pregato! La preghiera è questo momento in cui noi esaudiamo Dio, per cambiare il mondo e gli uomini per i quali Egli soffre più di noi.

Buona vita!

 

 

* Gruppo biblico ebraico-cristiano




 

Verso la Quaresima. Il vero digiuno – Card. Carlo Maria Martini

 

La Chiesa ci esorta all’inizio della Quaresima con le parole del profeta Isaia dicendoci che il vero digiuno, la genuina esperienza penitenziale consistono «nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua casa» (Is 58, 7).

 

Situazioni come quelle qui descritte non sono soltanto nel tempo di Isaia.

Non poche le vediamo anche tra noi. Altre esistono in maniera ben più grave e generalizzata nel Terzo Mondo.

Nell’Enciclica Dives in Misericordia, il Beato Giovanni Paolo II parla di «gigantesco rimorso costituito dal fatto che accanto agli uomini nelle società agiate e sazie… non mancano nella stessa famiglia umana degli individui, dei gruppi sociali che soffrono la fame… E il loro numero raggiunge decine e centinaia di milioni». Ma accanto a questo bisogno, pur così macroscopico e colossale, quanti altri bisogni, vicini e lontani, bussano alle nostre porte.

 

Non si tratta di esaurire soltanto la nostra attività in alcuni gesti concreti, si tratta anche qui di scavare nel profondo, di trovare quel luogo segreto nel quale le radici del nostro fare operoso, del dono di noi stessi e della nostra vita, dei nostri gesti di carità vengono irrorate dall’acqua della fede e dalla potenza della Parola di Dio.

 

All’uomo che rischia di dividersi in se stesso, di frazionarsi e di rompersi, dobbiamo offrire l’immagine di un uomo e di una comunità che vivano l’espressione orante della fede e il gesto generoso della carità come espressioni di un’unica realtà profonda: quella dell’uomo redento da Gesù Cristo, passato alla vita attraverso la morte per amore.

 

(Cardinale Carlo Maria Martini)

 

La pagliuzza e la trave

 

 

 

 

3 marzo 2019

 

VIII domenica del tempo Ordinario

Lc 6,39-45

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli 39anche una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? 40Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. 41Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? 42Come puoi dire al tuo fratello: «Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio», mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello.43Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d'altronde albero cattivo che produca un frutto buono. 44Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. 45L'uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.

 

Nell’ultima parte del discorso della pianura tenuto da Gesù dopo essere disceso dal monte con i dodici discepoli da lui resi apostoli, Luca ha raccolto sentenze diverse, parole e immagini che definisce “parabole” e che riguardano soprattutto la vita dei credenti nelle comunità.

 

Gesù le aveva indirizzate per mettere in guardia i discepoli dai comportamenti di alcuni uomini religiosi allora sulla scena, scribi e farisei, ma Luca le aggiorna, le attualizza per la sua chiesa. Le stesse espressioni, infatti, nel vangelo secondo Matteo sono utilizzate con maggior chiarezza polemica verso le guide di Israele (cf. Mt 7,16-18; 12,35). Queste brevi sentenze sono espresse mediante accoppiamenti: due ciechi, discepolo e maestro, tu e il tuo fratello, due alberi, due uomini, due case (cf. Lc 6,46-48). Questo stile apparteneva certamente alla tecnica retorica orale, tesa a facilitare l’imprimersi delle parole nella mente degli ascoltatori.

 

Il primo insegnamento sgorga da una domanda retorica posta agli ascoltatori: “Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadrebbero entrambi in una buca?”. L’ammonimento è evidente, ma a chi viene indirizzato? A ogni discepolo, tentato di non riconoscere le proprie incapacità, i propri errori, eppure abitato dalla pretesa di voler insegnare agli altri. Sono però rivolte anche alle “guide” della comunità cristiana, quelli che al suo interno detengono l’autorità e insegnano agli altri ma a volte sono colpiti da cecità: denunciano i peccati altrui, condannano severamente gli altri, senza mai fare un esame su loro stessi e sul proprio comportamento. Nel vangelo secondo Matteo Gesù ha avvertito questi “ciechi e guide di ciechi” (Mt 15,14; 23,16) e nel quarto vangelo è testimoniato un suo esteso insegnamento sulla cecità degli uomini religiosi, che non riconoscono di essere ciechi e dunque rimangono in una condizione di peccato, senza possibilità di conversione (cf. Gv 9,39-41).

 

Certo, gli uomini religiosi, e anche noi quando nella comunità cristiana abbiamo il compito di guidare, ammonire e correggere chi ci è affidato, possiamo proprio essere tentati di insegnare ciò che non viviamo e magari di condannare negli altri quelli che sono i nostri peccati: denunciando le mancanze altrui, ci difendiamo dalla coscienza che ci condanna e non le riconosciamo anche come nostre. Per questo occorre una grande capacità di autocritica, un attento esercizio all’esame della propria coscienza, un saper riconoscere il male che ci abita, senza spiarlo morbosamente nell’altro.

 

Segue poi una sentenza sul rapporto tra discepolo e maestro, un vero richiamo alla formazione: il discepolo sta alla sequela del maestro, accetta di essere da lui istruito e formato, si dispone a ricevere con gratitudine ciò che gli viene insegnato. Di più, secondo la tradizione rabbinica il discepolo impara non soltanto dalla bocca del suo maestro ma stando accanto a lui, condividendo la sua vita in un atteggiamento umile che non presume e non si colloca mai nello spazio di un’autosufficienza che smentirebbe la sua qualità di discepolo. Un discepolo, dunque, non può essere più del suo maestro e, quando avrà completato la formazione, sarà riconoscente al maestro per il cammino percorso, fino a poter diventare lui pure maestro. Il maestro è autentico quando fa crescere il discepolo e con umiltà sa trasmettere l’insegnamento da lui stesso ricevuto; il discepolo è un buon discepolo quando riconosce il maestro e cerca di diventarlo anche lui, vivendo tutte le esigenze del discepolato.

 

Va però anche detto che Gesù non si limita a collocare il rapporto maestro-discepolo entro la tradizione rabbinica, ma lo trascende, indicando come la sua sequela comporti di andare ovunque egli vada (cf. Ap 14,4), di vivere coinvolti nella sua vita fino a condividere l’esito della sua morte, dunque la resurrezione. Il cammino di Gesù, quello di vita-morte-resurrezione, è il cammino del discepolo, e può essere percorso solo mediante l’attrazione della grazia di Cristo, senza confidare sulle proprie forze.

 

Ecco poi un ammonimento alla seconda persona singolare, che merita di essere riportato per esteso: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: ‘Lascia che tolga la pagliuzza nel tuo occhio’, mentre non vedi la trave che è nel tuo? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la paludosa dall’occhio del tuo fratello”. Sì, il fratello cristiano, nella vita quotidiana della comunità, può essere chiamato a correggere il fratello perché questa è una necessità della vita comune: camminare insieme comporta l’aiutarsi a vicenda, fino a correggersi.

 

Ma proprio in riferimento alla correzione Gesù si fa esigente: questa non può essere mai denuncia delle debolezze dell’altro; non può essere pretesa manifestazione di una verità che lo umilia; non può mai anche solo sembrare un giudizio né l’anticamera di una condanna già pronunciata nel cuore. Purtroppo nella vita ecclesiale spesso la correzione, anziché causare conversione, perdono, e riconciliazione, produce divisione e inimicizia, finendo per separare invece che per favorire la comunione. Il peccato degli altri ci scandalizza, ci turba, ci invita alla denuncia e anche questo ci impedisce di avere uno sguardo autentico e reale su noi stessi. Ciò che vediamo negli altri come “trave”, lo sentiamo in noi come pagliuzza; ciò che condanniamo negli altri, lo scusiamo in noi stessi. Allora meritiamo il giudizio di Gesù: “Ipocrita!”, perché ipocrita è chi è abitato da uno spirito di falsità, chi non sa riconoscere ciò che è vero e anzi è diviso tra ciò che appare e ciò che è nascosto, tra l’interiore e l’esteriore.

 

In questa esortazione Luca significativamente fa risuonare a più riprese il termine “fratello”, lo intende in senso cristiano e lo applica a tutte le dimensioni della vita ecclesiale. E se Matteo per la correzione fraterna esige una vera prassi, una procedura da adottarsi nella comunità cristiana (correzione a tu per tu, correzione alla presenza di uno o due testimoni, appello alla comunità: cf. Mt 18,15-17), Luca delinea un cammino affinché la correzione sia secondo il Vangelo: si tratta di non sentirsi mai giudice del fratello, di riconoscersi peccatore e solidale con i peccatori, di correggere con umiltà seguendo in tutto l’esempio del maestro, Gesù.

 

Questa serie di sentenze è conclusa dall’immagine dell’albero buono, che è tale perché produce frutti buoni, che invece non si possono raccogliere se l’albero è cattivo. Gesù richiama alla realtà e invita gli ascoltatori a discernere il vero dal falso discepolo in base al criterio dei frutti portati dalla sua vita. Non le parole, le dichiarazioni, le confessioni e neanche la preghiera bastano per dire l’autenticità della sequela di Gesù, ma occorre guardare al comportamento, ai frutti delle azioni compiute dal discepolo. Il cuore è la fonte del sentire, volere e operare di ogni essere umano. Se nel cuore c’è amore e bontà, allora anche il comportamento dell’uomo sarà amore, ma se nel cuore domina il male, anche le azioni che egli compia saranno male. Il discepolo è perciò chiamato all’esercizio del discernimento!


Impariamo il “discernimento” l’arte di saper scegliere la vita

 

 

 

di ENZO BIANCHI

 

 

Termine ermetico per molti, il “discernimento” è parola che esce dall’oblio in cui era caduta, grazie anche all’alta frequenza con cui appare nell’insegnamento di papa Francesco. E proprio il discernimento Francesco ha voluto che fosse la chiave interpretativa per affrontare – nel sinodo dei vescovi che si terrà a Roma dal 3 al 28 ottobre – le problematiche legate al mondo dei giovani. Discernimento, quindi, come operazione urgente nella vita della chiesa intera, non più riservata alle riflessioni spirituali dei monaci e dei religiosi.

 

Nella spiritualità cristiana, a partire da Origene (prima metà del III secolo), il tema del discernimento è sempre stato scavato, meditato, soprattutto esperito dai padri del deserto e dalla tradizione monastica, fino a Giovanni di Damasco. Più tardi in occidente ha conosciuto una particolare interpretazione in Ignazio di Loyola e nella spiritualità dei gesuiti, alla quale appartiene anche il papa. Nel solco di questa tradizione, su questo tema dell’arte della scelta si confronteranno a Bose, dal 5 all’8 settembre, le chiese ortodosse, tutte presenti, e la tradizione cattolica e riformata: metropoliti, vescovi, monaci e monache, teologi e teologhe approfondiranno questo tema, anche nell’intento di fornire un contributo in vista del sinodo dei vescovi.

 

In verità il discernimento, questo processo che potremmo definire l’arte della scelta, spetta a ogni persona, credente o agnostica. È la vita umana, infatti, che impone la scelta tra diverse possibilità di atteggiamenti, comportamenti e azioni, per non restare spettatori dell’esistenza e saper vivere con consapevolezza e responsabilità. Discernere – dal latino dis (tra) e cernere (vedere chiaro, distinguere) – è dunque un’operazione che mette in movimento la coscienza di ogni essere umano. Questa arte della scelta si fa urgente oggi per la società intera, in un’epoca di grandi mutamenti non solo per la fede, ma anche per l’etica, la cultura e la vita della polis; un’epoca di grandi incertezze che spesso paralizzano le scelte umane, rendendo gli uomini e le donne spettatori di un vivere che non appartiene loro e di una complessità che non sanno padroneggiare. L’arte della scelta deve dunque essere riscoperta, praticata e confrontata tra mondi culturali differenti, in vista di un’umanizzazione che contrasti ogni superficialità e disimpegno, sempre preludio della barbarie.

 

 

Ognuno di noi è chiamato a discernere, vagliare, provare, interrogare, confrontare e poi a scegliere e imboccare una strada, anche a costo di sbagliare: la coscienza etica è un’istanza essenziale dell’agire quotidiano e quando non viene esercitata, è l’humanitas a essere minacciata. Certo, esistono criteri per il discernimento: occorre da un lato edificare la propria interiorità, così che la vita non sia esposta ai soli istinti, ma aperta a un’autentica libertà, sempre condizionata eppure reale; d’altro lato, occorre mettersi in cerca del bene comune, il bene dell’altro, leggendo e interpretando la storia e i suoi segni. Per il cristiano, tra i vari criteri il primato spetta alla parola di Dio contenuta nelle sante Scritture. Ma non si dimentichi che la Parola e lo Spirito santo che l’accompagna, secondo la tradizione cattolica non sono mai assenti nel cuore, nella coscienza di ogni essere umano, cristiano o no, religioso o non religioso. È l’interrogativo che accompagna ciascuno di noi: “Che ne hai fatto della tua libertà?”.


Enzo Bianchi "Meglio ateo che ipocrita"

 

 

 

Alcune espressioni forti di papa Francesco  hanno suscitato un audace paragone tra “cristiani ipocriti” e “atei”.

In realtà il papa ha insistito soprattutto sull’incoerenza di quanti “vanno in chiesa … e poi vivono odiando gli altri”. È per loro che sarebbe “meglio non andare in chiesa: vivi così, come fossi ateo!”. L’accento dell’esortazione papale non cade tanto sul comportamento più o meno retto da parte di chi si professa ateo e sul suo paragone con la coerenza di vita dei credenti, quanto piuttosto sull’intollerabile ipocrisia religiosa di chi “è capace di tessere preghiere atee, senza Dio”. E si comprenda bene ciò che dice il papa: c’è chi prega senza sentirsi davanti a Dio, senza ascoltare Dio, senza essere veramente toccato dalla presenza e dalla voce di Dio.

 

La condanna dell’ipocrisia, vizio tipico delle persone religiose di ogni tempo, è uno degli ammonimenti più presenti già nei profeti di Israele, mentre nei Vangeli è uno dei tratti più marcati della predicazione di Gesù. Per questo il riprenderla oggi, applicandola ai comportamenti di chi non segue la fede che professa ma l’esteriorità delle apparenze, è semplice attualizzazione dell’insegnamento di Gesù. In quelle “preghiere atee” – espressione inedita ma di rara efficacia – papa Francesco denuncia preghiere, liturgie, gesti religiosi in cui Dio è nominato e invocato ma, in realtà, misconosciuto. E nel chiamare in causa l’ateo coerente con i suoi principi, con la sua coscienza Francesco riconosce che chi si professa ateo e segue la sua coscienza è più retto di chi si dice cristiano ma ha un cuore doppio e viva nell’ipocrisia.

 

Il duro ammonimento del papa ricorda a tutti, a cominciare proprio da chi si professa cristiano, una dimensione costante della dottrina cattolica: principio ultimo resta la coscienza autentica, provata, confrontata di ciascuno, che è superiore a ogni autorità e ogni legge. Proprio per questo papa Francesco accosta così sovente l’ipocrisia alla corruzione: se altri peccati “chiamano” alla conversione, ipocrisia e corruzione tendono per loro natura a soffocare la coscienza, a farne tacere la voce, a violentarla nella sua dimensione più intima. È allora davvero motivo di “scandalo” l’atteggiarsi a persona di preghiera e poi non amare il prossimo, pretendere di dialogare nella preghiera con il “Dio che non si vede” e disprezzare “il fratello che si vede”. Allora meglio vivere “come ateo”, senza professare la fede cristiana, piuttosto che contraddire con il comportamento ciò che si professa con le labbra.

 

 

Il papa ancora una volta confessa che i cristiani cadono in peccato come gli altri, riafferma che le beatitudini proclamate da Gesù non sono moralismo ma buona notizia e rivelazione. Nella catechesi sul “Padre nostro” papa Francesco non ha rivolto alcun invito all’ateismo ma ha espresso ancora una volta una forte condanna dell’ipocrisia di chi usa atteggiamenti e addirittura la preghiera cristiana come simboli da ostentare, come autocelebrazioni identitarie ma resta incoerente con il messaggio del vangelo, nutrendo in sé l’indifferenza se non l’astio per il povero e il sofferente, l’ostilità verso chi è diverso e straniero. Ecco perché questa di papa Francesco è risultata un’esortazione appassionata e convincente per credenti e non credenti, per persone “pensanti” di qualsiasi o nessuna appartenenza religiosa. Papa Francesco ha semplicemente ridetto l’espressione del grande padre della chiesa Ignazio d’Antiochia: “Meglio essere cristiani senza dirlo ed esibirlo piuttosto che proclamarsi cristiani senza esserlo”.


 

 

Le beatitudini oggi!

 

Don Tonino Bello

 

Ce l'hanno spiegata con mille sfumature, e vien quasi da pensare che ogni biblista abbia un suo modo di leggere questa pagina delle beatitudini: l'unica che vorremmo salvare, se di tutti i libri della terra si dovesse sottrarre all'incendio solo il Vangelo e di tutto il Vangelo si dovesse preservare dalle fiamme soltanto una sequenza di venti righe.

 

Si intuisce subito che queste parole pronunciate da Gesù nascondono promesse ultraterrene.

 

Alludono a quegli appagamenti di gioia completa che andiamo inseguendo da tutta una vita, senza essere riusciti mai ad afferrare per intero. Fanno riferimento a quel senso di benessere pieno di gioia totalizzante che esiste solo nei nostri sogni. Traducono, come nessun altro frasario umano, le nostre nostalgie di futuro, e ci proiettano verso quei cieli nuovi e terre nuove in cui la settimana si accorcia a tal punto da conoscere solo il sabato eterno.

 

Imprigionano il "non ancora" - sempre abbozzato e mai esploso pienamente - di quel "risus paschalis" che ora sperimentiamo solo nella smorfia delle nostre troppo rapide convulsioni di letizia per cedere subito il posto all'amarezza del pianto.

 

Non ci vuol molto a capire, insomma, che sotto queste sentenze veloci del discorso della montagna c'è qualcosa di grande. E che, di quel misterioso "regno dei cieli", la cosa più ovvia che si possa dire è che rappresenta il vertice della felicità. Sì, Gesù vuol dare una risposta all'istanza primordiale che ci assedia l'anima da sempre. Noi siamo fatti per essere felici. La gioia è la nostra vocazione. E' l'unico progetto, dai nettissimi contorni, che Dio ha disegnato per l'uomo. Una gioia raggiungibile, vera, non frutto di fabulazioni fantastiche, e neppure proiezione utopica del nostro decadentismo spirituale.

 

Beati: provocazione all'impegno

 

Che cosa significhi il termine "beati" è difficile spiegarlo.

 

C'è chi ha voluto specularci sopra, capovolgendo addirittura il senso delle parole del Signore per utilizzarle a scopi di imbonimento sociale. Quasi Gesù avesse inteso dire: state buoni, poveri, perché la misura della vostra felicità futura sarà inversamente proporzionale alla misura della vostra felicità presente. Anzi, quante più sofferenze potete collezionare in questa vita, tanto più vi garantite il successo nell'altra.

 

E' questo un modo blasfemo di leggere le beatitudini, perché spinge i poveri all'inerzia, narcotizza i diseredati della terra con le lusinghe dei beni del cielo, contribuisce a mantenere in vigore un ordine sociale ingiusto e, in un certo senso, legittima la violenza di chi provoca il pianto degli oppressi dal momento che a costoro, proprio per mezzo delle lacrime, viene offerto il prezzo per potersi pagare, in contanti, il regno di Dio. C'è invece, chi ha visto nella formulazione delle beatitudini un incoraggiamento rivolto ai poveri, agli afflitti, agli umili, ai piangenti, ai perseguitati... per sostenerli con la speranza dei beni del cielo. Quasi Gesù avesse inteso dire: se a un certo punto vi sentite sfiniti per le ingiustizie che patite, tirate avanti lo stesso e consolatevi con le promesse della felicità futura. Guardate a quel che vi toccherà un giorno, e questo miraggio di beatitudine vi spronerà a camminare, così come il desiderio del riposo accelera e sostiene i passi di chi, stanchissimo, sta tornando verso casa.

 

Anche questo è un modo stravolto di leggere le beatitudini. Meno delittuoso del primo, ma pur sempre alienante e banale. Perché punta sull'idea della compensazione. Perché con la lusinga della meta, non spinge la gente a mutare le condizioni della strada. Perché se non proprio a rassegnarsi, induce a relativizzare la lotta, ad arrendersi senza troppa resistenza, a vedere i segni della ineluttabilità perfino dove sono evidenti le prove della cattiveria umana e a leggere i soprusi dell'uomo come causa di forza maggiore.

 

E c'è finalmente, il modo legittimo di leggere le beatitudini. Che consiste, essenzialmente, nel felicitarsi con i senzatetto e i senza pane, come per dire: complimenti, c'è una buona notizia! Se tutti si son dimenticati di voi, Dio ha scritto il vostro nome sulla palma della sua mano, tant'è che i primi assegnatari delle case del regno siete voi che dormite sui marciapiedi, e i primi a cui verrà distribuito il pane caldo di forno siete voi che ora avete fame.

 

Felicitazioni a voi che, a causa della vostra mitezza, vi vedete sistematicamente scavalcati dai più forti o dai più furbi: il Signore non solo non vi scavalca nelle sue graduatorie ma vi assicura i primi posti nella classifica generale dei meriti.

 

Auguri a tutti voi che state sperimentando l'amarezza del pianto e la solitudine dei giorni neri: c'è qualcuno che non rimane insensibile al gemito nascosto degli afflitti, prende le vostre difese, parteggia decisamente per voi, e addirittura si costituisce parte lesa ogni volta che siete perseguitati a causa della giustizia.

 

Rallegratevi voi che, in un mondo sporco di doppi sensi e sovraccarico di ambiguità camminate con cuore incontaminato, seguendo una logica che appare spesso in ribasso nella borsa valori della vita terrena ma che sarà un giorno la logica vincente.

 

Su con la vita voi che, sfidando le logiche della prudenza carnale, vi battete con vigore per dare alla pace un domicilio stabile anche sulla terra: non lasciatevi scoraggiare dal sorriso dei benpensanti, perché Dio stesso avalla la vostra testardaggine.

 

Gioia a voi che prendete batoste da tutte le parti a causa della giustizia: le vostre cicatrici splenderanno un giorno come le stimmate del Risorto!

 

Perché di essi sarà...

 

Il significato preciso della parola "beati", comunque, lasciamolo spiegare agli studiosi. Così pure lasciamo agli studiosi la fatica di spiegarci il significato dei destinatari delle beatitudini.

 

Se i miti, i misericordiosi, i puri di cuore, gli oppressi, gli operatori di pace... siano categorie distinte di persone o variabili dell'unica categoria dei "poveri", ci interessa fino a un certo punto.

 

E neppure ci interessa molto sapere se i poveri "in spirito" siano una sottospecie aristocratica di miserabili o coincidano con quei poveri banalissimi che ci troviamo ogni giorno tra i piedi.

Tre cose, comunque, ci sembra di poter dire con sicurezza.

 

Anzitutto, che il discorso delle beatitudini ha a che fare col discorso della felicità. Non solo perché sembra quasi che ci presenti le uniche porte attraverso le quali è possibile accedere nello stadio del regno.

 

Sicché chi vuole entrare nella "gioia" per realizzare l'anelito più profondo che ha sepolto nel cuore, deve necessariamente passare per una di quelle nove porte: non ci sono altri ingressi consentiti nella dimora della felicità Ma anche perché la croce, la sofferenza umana, la sconfitta... vengono presentate come partecipazione all'esperienza pasquale di Cristo che, attraverso la morte, è entrato nella gloria.

 

E allora; se il primo titolare delle beatitudini è lui, se è il Cristo l'archetipo sul quale si modellano tutti i suoi seguaci, è chiaro che il dolore dei discepoli, come quello del maestro, è già contagiato di gaudio, il limite racchiude in germe i sapori della pienezza, e la morte profuma di risurrezione!

 

La seconda cosa che ci sembra di poter affermare è che, in fondo, queste porte, pur differenti per forma, sono strutturate sul medesimo telaio architettonico, che è il telaio della povertà biblica. A coloro che fanno affidamento nel Signore, e investono sulla sua volontà tutte le "chances" della loro realizzazione umana, viene garantita la felicità da una cerniera espressiva che non lascia dubbi interpretativi: "...perché di essi sarà..."

 

Quel "...perché di essi sarà..." rappresenta il titolo giuridico di possesso incontestabile, che garantisce tutti i poveri nel diritto nativo di avere non solo la "legittima" ma l'intero asse patrimoniale del regno. E' un passaggio indicatore di una disposizione testamentaria così chiara che nessuno può avere il coraggio di impugnare. E', insomma, il timbro a secco che autentica in modo indiscutibile il contenuto di uno straordinario rogito notarile.

 

La terza cosa che possiamo dire è che, se vogliamo avere parte all'eredità del regno, o dobbiamo diventare poveri, o, almeno, i poveri dobbiamo tenerceli buoni, perché un giorno si ricordino di noi.

 

Insomma, o ci meritiamo l'appellativo di "beati" facendoci poveri, o ci conquistiamo sul campo quello di "benedetti", amando e servendo i poveri.

 

Ce lo suggerisce il capitolo venticinque di Matteo, con quel "Venite, benedetti dal Padre mio: ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo".

 

E' la scena del giudizio finale, pilastro simmetrico a quello delle beatitudini, che sorregge quell'arcata di impegno che ha la chiave di volta nell'opzione dei poveri.

 

Beati o benedetti

 

Veniamo a sapere, dunque, che, come titolo valido per l'usufrutto del regno, esiste un'alternativa al titolo di "povertà": quello della "solidarietà" con i poveri. Diventare, cioè, così solidali con loro da esserne il prolungamento. Fare tutt'uno con loro, così da esserne considerati quasi la protesi.

 

Se si vuole entrare nel regno della felicità perciò occorre vistare il passaporto o col titolo di "beati" o col titolo di "benedetti".

 

E' splendida l'esortazione che al termine della messa nuziale viene pronunciata sugli sposi: "Sappiate riconoscere Dio nei poveri e nei sofferenti, perché essi vi accolgano un giorno nella casa del Padre".

"Beati... perché di essi sarà...".

"Venite, benedetti, nel regno preparato per voi..."

 

Non potrà mai dimenticare lo stupore di Mons. Gasparini, vescovo missionario nel Sidamo, quando un giorno, indicandomi un gruppo di bambini etiopi, dagli occhi sgranati per fame, dalle gambe filiformi, devastati dalle mosche sul corpo scheletrito, mi disse quasi sottovoce: "Vedi: che questi bambini siano figli di Dio non mi sorprende più di tanto. E neppure che siano fratelli di Gesù Cristo. Ma ciò che mi sconcerta e mi esalta è che questi poveri siano eredi del paradiso! Sembra un assurdo. Ma è proprio per annunciare quest'assurdo, che sono felice di aver speso tutta la mia vita in mezzo a questa gente". "Beati... perché di essi..."

"Venite, benedetti, nel regno preparato per voi...".

 

Il Signore ci conceda che, nel mazzo delle carte d'identità racchiuse da quei due pronomi personali, un giorno, col visto d'ingresso, poco importa se con la sigla "beati" o con la sigla "benedetti", egli possa trovare anche la nostra.

 

E ci riconosca. Alle porte del regno.


 

 

 

 Lo stile "scandaloso" delle Beatitudini ! - Enzo Bianchi

 

 

 

 

 

 

 

"E' possibile vivere le beatitudini qui e ora? A mio avviso tale interrogativo ha sempre ricevuto e può ancora ricevere una risposta positiva, non però in modo trionfale o sovraesposto,bensì nelle vite quotidiane, sovente nascoste, di tanti uomini e donne: persone che, nonostante le loro contraddizioni e il loro peccato, hanno cercato e cercano di seguire il Signore Gesù vivendo il suo stesso stile di vita, lo stile «scandaloso» delle beatitudini."

 

Che senso ha oggi leggere le beatitudini? Perche meditare su queste paradossali parole di Gesù? Innanzitutto, credo, per una ragione umanissima. Nel contesto socioculturale in cui viviamo, noi cristiani siamo chiamati, oggi più che mai, a mostrare con la nostra vita cammini di umanizzazione e di salvezza percorribili da tutti gli uomini.

 

Ora, la maniera più efficace per scoprire questi cammini consiste nel praticare la ricerca del senso, esercizio che ai nostri giorni pare sempre più raro: è diventato difficile, soprattutto per le nuove generazioni, dare senso alla vita e alle realtà che la costituiscono, tanto che da più parti si levano voci che denunciano la «crisi del senso».

 

In questa situazione noi cristiani dovremmo saper mostrare a tutti gli uomini, umilmente ma risolutamente, che la vita cristiana non solo è buona, segnata cioè dai tratti della bontà e dell'amore, ma è anche bella e beata, è via di bellezza e di beatitudine, di felicità.

 

Chiediamocelo con onestà: il cristianesimo testimonia oggi la possibilità di una vita felice?

 

Noi cristiani ci comportiamo come persone felici oppure sembriamo quelli che, proprio a causa della fede, portano fardelli che li schiacciano e vivono sottomessi a un giogo pesante e oppressivo, non a quello dolce e leggero di Gesù Cristo (cfr. Ml 11,30)?

 

In realtà mi pare che spesso ci meritiamo ancora il rimprovero rivolto ai cristiani da Friedrich Nietzsche oltre un secolo fa: I cristiani dovrebbero cantarmi canti migliori perché io impari a credere al loro redentore: più gioiosi dovrebbero sembrarmi i suoi discepoli!

 

Certamente la via cristiana è esigente, richiede fatica e sforzo al fine di «entrare attraverso la porta stretta» (Lc 13,24; cfr.Mt 7,13) ed essere conformi alla chiamata ricevuta.

 

Non serve ricordare le tante esortazioni pronunciate da Gesù in questo senso, condensate nel suo monito: «Se qualcuno vuoi venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34 e par.).

 

D'altra parte, secondo l'insegnamento di Gesù e, ancor prima, secondo il suo esempio, la vita di chi si pone alla sua sequela non solo vale la pena di essere abbracciata ma è causa di beatitudine, è fonte di felicità.

 

E proprio qui che si situa l'annuncio delle beatitudini, che potremmo definire il cuore dell'etica cristiana: un'etica va detto con chiarezza che non è tanto una legge o, peggio, una morale da schiavi, quanto uno spirito e uno stile, quello annunciato e vissuto da Gesù nella libertà e per amore, quello in cui Gesù ha trovato la felicità.

 

Si, le beatitudini sono una chiamata alla felicità. Sappiamo bene che solo quando gli uomini conoscono una ragione per cui vale la pena perdere la vita, cioè morire, essi trovano anche una ragione per spendere quotidianamente la vita e, di conseguenza sono felici.

 

Ebbene, le beatitudini aiutano a scoprire questa ragione e così consentono di dare un senso alla vita, anzi conducono al «senso del senso: Gesù proclama beati uomini e donne i quali vivono alcune precise situazioni in grado di rendere pieno il senso del loro cammino umano sulla terra e, per quanti hanno il dono della fede, in grado di facilitare il loro cammino verso la comunione con Dio.

 

Ma il primo e più elementare senso delle beatitudini lo ribadisco è la felicità, la gioia di scoprire che grazie all'assunzione consapevole di un atteggiamento, di un comportamento, si può vivere un'esistenza che, pur a caro prezzo, ha i tratti di una vera e propria opera d'arte: la povertà in spirito, il pianto, la mitezza, la fame e la sete di giustizia, la misericordia, la purezza di cuore, l'azione di pace, la persecuzione subita a causa della giustizia, sono situazioni capaci di produrre beatitudine già qui, in questa vita, e poi nel «mondo che verrà», quello in cui Dio regna definitivamente.

 

Insomma, per rendere realtà la buona notizia del Vangelo occorre vivere le beatitudini. A tale riguardo, lungo i secoli c'è sempre stato chi si è interrogato sull'attuabilità delle beatitudini, sull'effettiva possibilità che queste fossero qualcosa di più di semplici parole utopiche, prive cioè di un «luogo», di una realizzazione storica, a livello personale o comunitario.

 

Vi è chi ha affermato che le beatitudini valevano solo per i contemporanei di Gesù e per la prima generazione cristiana, ossia per coloro che hanno vissuto in modo irripetibile l'urgenza escatologica; vi è chi, in seguito alla svolta costantiniana e poi con particolare insistenza nel secondo millennio, ha letto le beatitudini come «consigli» riservati solo ai monaci e ai religiosi, coloro che «abbandonano il mondo»; e potremmo continuare nell'elenco di queste interpretazioni riduttive.

 

Oggi, come in ogni generazione, siamo chiamati a lasciar risuonare la nuda domanda: è possibile vivere le beatitudini qui e ora? A mio avviso tale interrogativo ha sempre ricevuto e può ancora ricevere una risposta positiva, non però in modo trionfale o sovraesposto,[...]  bensì nelle vite quotidiane, sovente nascoste, di tanti uomini e donne: persone che, nonostante le loro contraddizioni e il loro peccato, hanno cercato e cercano di seguire il Signore Gesù vivendo il suo stesso stile di vita, lo stile «scandaloso» delle beatitudini.

 

Si, è sempre stato e sempre sarà possibile vivere le beatitudini.


Quando Gesù aveva ormai discepoli che lo seguivano e stavano accanto a lui nel suo peregrinare sulle strade della Galilea per annunciare la venuta del Regno, ecco imporsi una scelta, un’elezione. Gesù non è solo ma ha una comunità che deve apparire come una personalità corporativa, capace di rappresentare il popolo di Israele, il popolo delle dodici tribù in alleanza con il Signore.

 

Per operare questo discernimento, Gesù sale sul monte come un tempo aveva fatto Mosè (cf. Es 32,30-34,2), e in quel luogo solitario ma propizio all’ascolto del Padre prega. Secondo Luca nei momenti decisivi della sua missione Gesù entra sempre in preghiera, cerca la comunione con il Padre e cerca di discernere la sua volontà. Da questa intensa esperienza di ascolto egli matura la sua decisione di chiamare a sé e dunque di scegliere tra i suoi seguaci dodici uomini che saranno da lui inviati (apóstoloi) e avranno come compito la missione di annunciare il regno di Dio insieme a Gesù stesso.

 

Ecco dunque Gesù scendere dal monte con la sua comunità “istituita”e raggiungere una pianura dove trova molti ascoltatori, tra i quali numerosi malati che chiedono la guarigione e la liberazione dal potere del male (cf. Lc 6,18-20). Gesù è un vero rabbi, un vero profeta, e molti percepiscono che è abitato da una forza (dýnamis) portatrice di vita. In questo contesto Gesù vede attorno a sé i suoi discepoli e indirizza loro le beatitudini. Si tratta di un modo di esprimersi ben attestato in Israele (cf. Is 30,18; 32,20; Sal 1,1; ecc.): esclamazioni, grida cariche di forza e speranza, indirizzate a qualcuno per attestargli che ciò che lui vive o compie è benedetto da Dio, il quale porterà a termine l’opera in modo imprevedibile. In ogni beatitudine è pertanto implicata una promessa di intervento da parte di Dio.

 

Nel vangelo secondo Luca le beatitudini sono quattro e risultano differenti dalla versione di Matteo, che ne contiene nove (cf. Mt 5,1-11). In Luca sono espresse alla seconda persona plurale, indirizzate direttamente ad ascoltatori presenti nell’uditorio di Gesù e indicano una situazione concreta come la povertà, la fame, il pianto, la persecuzione; le beatitudini secondo Matteo mettono invece in risalto le condizioni spirituali dei beati, quali la povertà di spirito, la mitezza, la fame e sete di giustizia, la misericordia, la purezza di cuore…

 

Abbiamo dunque due testimonianze, due interpretazioni delle beatitudini pronunciate da Gesù, che sono complementari e ci permettono di conoscere in modo più ricco e profondo il messaggio che dà forza, convinzione e speranza ai discepoli. Certo, nell’ascoltare queste beatitudini e ancor più nell’annunciarle mi bruciano le labbra: Gesù, infatti, si rivolge a poveri, affamati di pane, piangenti e perseguitati, mentre io non posso collocarmi tra questi destinatari del Regno. Ascoltiamole dunque ancora una volta, lasciamo che ci interroghino, che ci feriscano al cuore e cerchiamo di non essere scandalizzati dal loro radicalismo: le beatitudini non sono etica e morale, ma sono rivelazione, sono annuncio da accogliere o rigettare, esprimono la logica e la dinamica del regno di Dio. Quel Regno che noi dobbiamo cercare per prima cosa (cf. Lc 6,31; Mt 6,33) nella consapevolezza che Gesù è la buona notizia, il Vangelo di Dio per noi.

 

La prima beatitudine è indirizzata a “voi che siete poveri”, cioè ai discepoli di Gesù che in tutto il vangelo appaiono come poveri: essi hanno abbandonato tutto, si sono spogliati addirittura della famiglia e, fatti poveri, seguono il Messia povero. Certo, le parole di Gesù trascendono i suoi discepoli storici e sono indirizzate alla chiesa, costituendo un principio di krísis, di giudizio: questi poveri reali, concreti, ai quali Gesù ha rivolto la beatitudine-felicità, sono nella chiesa? La chiesa è la comunità dei poveri ed è povera? Domande che, significativamente, Luca si pone nella seconda parte della sua opera, gli Atti degli apostoli, dove la povertà e i poveri sono creditori della condivisione, della koinonía, affinché “nessuno di loro fosse povero” (cf. At 4,34).

 

Questa prima beatitudine – va ammesso – è paradossale. Com’è possibile affermare: “Beati i poveri”? Eppure essa risuona in questo modo perché vuole indicare che non è la povertà a rendere beati i poveri, ma la condizione della povertà permette loro di invocare, desiderare, discernere il regno di Dio. I poveri sono quelli che invocano che a regnare su di loro sia Dio, non il denaro, non i potenti di questo mondo. In tal modo diventano “significanti”, fanno segno verso il regno di Dio con una forza più efficace di quella di ogni possibile comunicazione verbale. I poveri sono segno dell’ingiustizia del mondo e, insieme, sacramento del Signore Gesù, il quale “da ricco che era si fece povero per noi, per farci ricchi della sua povertà” (cf. 2Cor 8,9). I poveri – e bisogna renderli vicini, ascoltarli e conoscerli per poterli interpretare – sanno riconoscere che il regno di Dio è per loro e questa è la beatitudine che nessuno potrà mai strappare dal loro cuore. Verrà il regno di Dio con l’instaurazione della giustizia, e allora la koinonía sarà piena.

 

Come i poveri reali e concreti, anche quelli che hanno fame e conoscono la minaccia della morte per mancanza di cibo e di acqua sono beati. Perché? Perché ora sono in questa condizione, ma il Dio liberatore agisce in loro favore. Come Luca ha attestato nel Magnificat cantato da Maria (cf. Lc 1,46-55), donna umile, povera e credente, Dio con la forza del suo braccio disperde i potenti e annulla i loro piani, rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili, ricolma di beni gli affamati e rimanda i ricchi a mani vuote. Ci sarà una sazietà per chi ora soffre la fame! Questa è la giustizia che si esprimerà nel giudizio di Dio, un giudizio che ci dovrebbe avvertire, perché sarà nella misericordia se avremo avuto misericordia di chi soffre accanto a noi. Non possiamo pensare che le omissioni siano meno gravi di un’azione che provoca morte: chi vede l’affamato e non lo sazia è come uno che gli dà la morte, è un assassino del fratello!

 

Consideriamo la terza beatitudine, quella relativa a chi piange, forse in modo meno temibile, perché prima o poi piangiamo tutti. Qui però la contrapposizione va letta tra chi trascorre la vita nel lamento e chi invece vive da gaudente; tra chi conosce solo il duro mestiere di vivere e chi è esente da fatiche, pesi e sofferenze, perché carica gli altri dei suoi pesi delle sue fatiche. In sostanza, tra oppressi e oppressori. La gioia e il canto sono dunque la promessa di Dio anche per quanti sono oppressi.

 

Infine, l’ultima beatitudine lucana è indirizzata ai perseguitati a causa di Cristo e del suo messaggio. Sì, ci sarà persecuzione per chi porta il nome di cristiano, ci sarà ostilità, disprezzo e insulto: se infatti è avvenuto così per Gesù, il maestro, potrà forse avvenire diversamente per i discepoli? Con questa beatitudine Gesù intravede il futuro e noi sappiamo come ciò è sempre accaduto e accade oggi più che mai, per molti cristiani sparsi nel mondo. Costoro possono esultare ed essere gioiosi, perché la persecuzione testimonia l’appartenenza a Cristo di chi è osteggiato e gli assicura la ricompensa del regno dei cieli.

 

In Luca alle beatitudini seguono i “guai” (Ouaì hymîn!), grida di avvertimento per quanti si sentono autosufficienti. Si faccia però attenzione: non si tratta di maledizione, come spesso si dice o si traduce, ma di constatazione e lamento! Constatazione che chi è ricco, sazio e gaudente non capisce, non comprende (cf. Sal 49,13.21), non sa di andare verso la rovina e la morte, una morte che vive già nel rapporto con i propri fratelli e le proprie sorelle. Questi “guai” sono eco degli avvertimenti dei profeti di Israele (cf. Is 5,8-25; Ab 2,6-20), sono un richiamo a mutare strada, a cambiare mentalità e comportamenti, sono un vero invito alla vita autentica e piena.

 

 

Se ha una vita fedele e conforme a Cristo, il cristiano non si attenda che gli vengano tolti i sassi dal cammino. Al contrario, facilmente gli verranno scagliati addosso: se infatti è “giusto”, sarà odiato e non si sopporterà neppure la sua vista (cf. Sap 1,16-2,20). Ricordiamo infine anche il “guai, quando tutti diranno bene di voi”, perché come Gesù è stato “segno di contraddizione” (Lc 2,34), così lo è il cristiano, se è conforme a lui.


L'amore

André Comte-Sponville

 

 

«Amare è gioire». Aristotele

 

L'amore è l'argomento più interessante. Prima di tutto in se stesso, per la felicità che promette o sembra promettere – perfino per quella, talvolta, che minaccia o fa perdere. Quale argomento, tra amici, più piacevole, più intimo, più forte? Quale discorso, tra amanti, più segreto, più dolce, più conturbante? E cosa c'è di più appassionante, tra sé e sé, della passione?

Si obietterà che ci sono altre passioni oltre a quelle amorose, altri amori oltre a quelli passionali... Questo, che è verissimo, conferma la mia tesi: l'amore è l'argomento più interessante, non solo in se stesso – per la felicità che promette o compromette – ma anche indirettamente: perché ogni interesse lo presuppone. Ti interessi particolarmente allo sport? Significa che ami lo sport. Al cinema? Significa che ami il cinema. Al denaro? Significa che ami il denaro, o ciò che esso ti permette di acquistare. Alla politica? Significa che ami la politica, o il potere, o la giustizia, o la libertà... Al tuo lavoro? Significa che lo ami, o che ami perlomeno ciò che esso ti porta o ti porterà... Alla tua felicità? Significa che ami te stesso, come tutti, e che la felicità non è altro, magari, che l'amore di ciò che si è, di ciò che si ha, di ciò che si fa... Ti interessi di filosofia? Essa porta l'amore nel suo nome (philosophia, in greco, è l'amore della saggezza) e nel suo oggetto (quale altra saggezza se non quella d'amare?). Socrate, da tutti i filosofi onorato, non ha mai aspirato ad altro. Ti interessi, ancora, al fascismo, allo stalinismo, alla morte, alla guerra? Significa che li ami, o che ami, più verosimilmente, più giustamente, ciò che resiste loro: la democrazia, i diritti dell'uomo, la pace, la fraternità, il coraggio... Tanti amori diversi quanti i diversi interessi. Ma nessun interesse senza amore, e questo mi riporta al punto di partenza: l'amore è l'argomento più interessante, e nessun altro ha interesse se non in proporzione all'amore che vi mettiamo o vi troviamo.

Bisogna dunque amare l'amore o non amare niente – bisogna amare l'amore o morire; per questo l'amore, non il suicidio, è il solo problema filosofico davvero serio.

 

Sto pensando, come si è capito, a ciò che scriveva Albert Camus, all'inizio del Mito di Sisifo: «Non c'è che un problema filosofico davvero serio: è il suicidio. Giudicare se la vita vale o non vale la pena di essere vissuta, significa rispondere alla domanda fondamentale della filosofia». Sottoscriverei volentieri la seconda di queste frasi; ed è ciò che mi impedisce nel modo più assoluto di acconsentire alla prima. La vita vale la pena di essere vissuta? Il suicidio sopprime il problema, più che risolverlo; solo l'amore, che non lo sopprime (poiché la domanda si pone di nuovo tutte le mattine e tutte le sere), lo risolve più o meno, fintanto che siamo vivi, e ci mantiene in vita. Che la vita valga o no la pena di essere vissuta, anzi che essa valga o no la pena e il piacere di essere vissuta, dipende per prima cosa dalla quantità d'amore di cui si è capaci. E ciò che aveva capito Spinoza: «Tutta la nostra felicità e tutta la nostra miseria non risiedono che in un solo punto: a quale sorta di oggetto siamo attaccati dall'amore?». La felicità è un amore felice, o molti; l'infelicità, un amore infelice o mancanza del tutto di amore. La psicosi depressiva o melancolica, dirà Freud, si caratterizza in primo luogo per «la perdita della capacità di amare», compresa quella di amare se stessi. Non c'è da stupirsi se essa è così spesso suicida. È l'amore che fa vivere, poiché è esso a rendere la vita amabile. È l'amore che salva; si tratta dunque di salvare l'amore.

 

Ma quale amore? E per quale oggetto?

L'amore, infatti, è indubbiamente molteplice, come innumerevoli sono i suoi oggetti. Si può amare il denaro o il potere, ho detto, ma anche i propri amici, quell'uomo o quella donna di cui si è innamorati, i propri figli, i genitori, perfino uno sconosciuto: colui che è qui, semplicemente, ed è ciò che chiamiamo il prossimo.

Si può anche amare Dio, se ci si crede. E credere in sé, se ci si ama almeno un po'.

L'unicità della parola, per tanti amori diversi, è fonte di confusioni, perfino – perché il desiderio inevitabilmente vi si intromette – di illusioni. Sappiamo di cosa parliamo, quando parliamo d'amore? Non approfittiamo molto spesso dell'equivoco della parola per nascondere o abbellire degli amori equivoci, intendo dire egoistici o narcisistici, per raccontarci delle storie, per fingere di amare qualcosa di diverso da noi stessi, per mascherare – più che per correggere – i nostri errori o i nostri malvezzi? L'amore piace a tutti. Questo, che è fin troppo comprensibile, dovrebbe indurci alla vigilanza. L'amore della verità deve accompagnare l'amore dell'amore, illuminarlo, guidarlo, a rischio di smorzarne, forse, l'entusiasmo. Che si debba amare se stessi, per esempio, è evidente: come potrebbe venirci chiesto, sennò, di amare il nostro prossimo come noi stessi? Ma che si ami spesso solo se stessi, o per se stessi, è un dato di fatto ed è un pericolo. Perché ci verrebbe chiesto, altrimenti, di amare anche il nostro prossimo?

Sarebbero necessarie parole diverse per amori diversi. Non mancano certo le parole: amicizia, tenerezza, passione, affetto, attaccamento, inclinazione, simpatia, tendenza, diletto, adorazione, carità, concupiscenza... Non si ha che l'imbarazzo della scelta e questo, in effetti, è molto imbarazzante. I Greci, forse più lucidi di noi, o più sintetici, si servivano principalmente di tre parole, per designare tre amori differenti. Sono i tre nomi greci dell'amore, e i più illuminanti, che io sappia, in tutte le lingue: eros, philía, agape. Ne ho parlato a lungo nel mio Piccolo trattato delle grandi virtù. Qui posso solo indicare brevemente qualche traccia.

Che cos'è l'eros? È la mancanza ed è la passione amorosa. È l'amore secondo Platone: «Ciò che non si ha, ciò che non si è, ciò di cui si è privi, ecco gli oggetti del desiderio e dell'amore». È l'amore che prende, che vuole possedere e tenere. Ti amo: ti voglio. E il più facile. È il più violento. Come non amare ciò che manca? Come amare ciò che non manca? È il segreto della passione (che non dura se non nella mancanza, nell'infelicità, nella frustrazione); è il segreto della religione (Dio è ciò che manca in senso assoluto). Come potrebbe un tale amore esser felice senza la fede? È necessario che esso ami ciò che non ha e quindi soffra, o che abbia ciò che non ama più (poiché non ama che ciò di cui è privo) e quindi si annoi... Sofferenza della passione, tristezza delle coppie: non c'è amore (eros) felice.

Ma come si può essere felici senza amore? E come, amando, non esserlo mai? Il fatto è che Platone non ha ragione su tutto, né sempre. Il fatto è che la mancanza non è l'essenziale dell'amore: ci capita anche, talvolta, di amare ciò che non ci manca – di amare ciò che abbiamo, ciò che facciamo, ciò che è – e di gioirne gioiosamente, sì, di gioirne e di rallegrarcene! Questo è ciò che i Greci chiamano philía, diciamo che è l'amore secondo Aristotele («Amare è gioire») e il segreto della felicità. Noi amiamo allora ciò che non ci manca, ciò di cui gioiamo, e questo ci rallegra, anzi il nostro amore è questa gioia stessa. Piacere del coito e dell'azione (l'amore che si fa), felicità delle coppie e degli amici (l'amore che si condivide): non c'è amore (philía) infelice.

L'amicizia? È così che si traduce abitualmente philía, riducendone alquanto il campo o la portata. Perché questa amicizia non è esclusiva né del desiderio (che allora non è più mancanza ma potenza), né della passione (eros e philía possono mescolarsi e si mescolano spesso), né della famiglia (Aristotele designa con philía tanto l'amore tra genitori e figli quanto l'amore tra coniugi: un po' come Montaigne, più tardi, parlerà dell'amicizia maritale), né dell'intimità, così conturbante e preziosa, degli amanti... Non è più, o non è più soltanto, ciò che san Tommaso chiamava l'amore di concupiscenza (amare l'altro per il proprio bene); è l'amore di benevolenza (amare l'altro per il suo bene) e il segreto delle coppie felici. Perché si sospetta che questa benevolenza non escluda la concupiscenza: tra amanti, al contrario, essa se ne nutre e la illumina. Come non rallegrarsi del piacere che si dà o che si riceve? Come non voler bene a colui o colei che ci vuole bene?

Questa benevolenza gioiosa, questa gioia benevola, che i Greci chiamavano philía, è, dicevo, l'amore secondo Aristotele: amare è gioire e volere il bene di colui che si ama. Ma è anche l'amore secondo Spinoza: «una gioia – si legge nell'Etica – che accompagna l'idea di una causa esterna». Amare è gioire di. Per questo non c'è altra gioia che d'amare; per questo non c'è altro amore, per principio, oltre quello gioioso. La mancanza? Non è l'essenza dell'amore; è un suo accidente, quando il reale ci manca, quando il lutto ci ferisce o ci strazia. Ma non ci ferirebbe se non fosse già lì la felicità, quand'anche in sogno. Il desiderio non è mancanza; l'amore non è mancanza: il desiderio è potenza (potenza di gioire, godimento in potenza), l'amore è gioia. Tutti gli amanti lo sanno, quando sono felici, e tutti gli amici. Ti amo: sono felice che tu esista.

Agape? Ancora una parola greca, ma molto tarda. Di una tale parola, né Platone, né Aristotele, né Epicuro poterono mai fare uso. A loro bastavano eros e philía: non conoscevano che la passione o l'amicizia, la sofferenza della mancanza o la gioia della condivisione. Ma si dà il caso che un piccolo ebreo, molto dopo la morte di quei tre, si sia messo a un tratto, in una lontana colonia romana, in un improbabile dialetto semitico, a dire delle cose sorprendenti: «Dio è amore... Amate il vostro prossimo... Amate i vostri nemici...». Queste frasi, senz'altro insolite in tutte le lingue, sembravano quasi intraducibili in greco. Di quale amore poteva trattarsi? Eros? Philía? Questo ci condannerebbe all'assurdo. Come potrebbe Dio mancare di qualsiasi cosa? Essere amico di chicchessia? «C'è qualcosa di ridicolo – diceva già Aristotele – nel dirsi amici di Dio». Di fatto, non si vede come la nostra esistenza, così misera, così insignificante, potrebbe accrescere l'eterna e perfetta gioia divina... E chi potrebbe ragionevolmente chiederci di innamorarci del nostro prossimo (vale a dire di tutti e di chiunque!) o di essere amici, per assurdo, dei nostri nemici? Tuttavia era necessario tradurre questo insegnamento in greco, come lo si farebbe oggi in inglese, affinché fosse compreso dalla gente... I primi discepoli di Gesù, perché è ovviamente di lui che si tratta, dovettero per questo inventare o divulgare un neologismo, coniato a partire da un verbo (agapao: amare) che non aveva un sostantivo usuale: ciò portò ad agape, che i Latini avrebbero tradotto con caritas, e noi, più spesso, con carità... Di che cosa si tratta? Dell'amore del prossimo, per quanto ne siamo capaci: dell'amore per colui che non ci manca né ci fa del bene (di cui non siamo né innamorati né amici), ma che è lì, semplicemente lì, e che bisogna amare senza alcun profitto, per niente, anzi per lui, chiunque sia, indipendentemente da quanto valga, da ciò che faccia, anche se fosse nostro nemico... È l'amore secondo Gesù Cristo, è l'amore secondo Simone Weil o Jankélévitch, e il segreto, se essa è possibile, della santità. Non si confonderà questa gentile e amorosa carità con l'elemosina o la condiscendenza: si tratterebbe piuttosto di una amicizia universale, perché liberata dall'ego (che non è il caso dell'amicizia semplice: «perché era lui, perché ero io» dirà Montaigne a proposito della sua amicizia per La Boétie), liberata dall'egoismo, liberata da tutto, e per questo liberatrice. Sarebbe l'amore di Dio, se esiste («Ho Theós agápe éstin» si legge nella prima epistola di san Giovanni: Dio è amore), e ciò che vi si avvicina di più, nei nostri cuori o nei nostri sogni, se Dio non esiste.

 

Eros, agape: l'amore che manca o che prende; l'amore che si rallegra e condivide; l'amore che accoglie e dona... Che non ci si affretti troppo a voler scegliere fra i tre! Quale gioia senza mancanza? Quale dono senza condivisione? Se occorre distinguere, almeno intellettualmente, questi tre amori, o questi tre tipi d'amore, o gradi dell'amore, è soprattutto per capire che sono tutti e tre necessari, tutti e tre legati, e per illuminare il processo che conduce dall'uno all'altro. Non sono tre essenze, che si escludono reciprocamente; sono piuttosto tre poli di uno stesso campo, il campo dell'amare, o tre momenti di uno stesso processo, quello del vivere. Eros viene sempre primo, come ci ricorda Freud, dopo Platone e Schopenhauer; agape è la meta (verso la quale possiamo almeno tendere), che i Vangeli non smettono di indicarci; infine philia è il cammino: ciò che trasforma la mancanza in capacità, e la povertà in ricchezza.

Guardate il bambino che prende il latte al seno. E guardate la madre che glielo offre. Di certo è stata prima una bambina: cominciamo tutti col prendere, ed è già un modo di amare. Poi impariamo a dare, almeno un po', almeno qualche volta, ed è il solo modo di essere fedeli fino in fondo all'amore ricevuto, all'amore umano, mai troppo umano, all'amore così debole, così inquieto, così limitato, e che tuttavia è come un'immagine dell'infinito, all'amore di cui siamo stati oggetto e che ci ha resi soggetti, all'amore immeritato che ci precede come una grazia, che ci ha generati e non creati, all'amore che ci ha cullati, lavati, nutriti, protetti, consolati, all'amore che ci accompagna, definitivamente, e che ci manca, e che ci rallegra, e che ci sconvolge, e che ci illumina... Se non ci fossero le madri, cosa sapremmo dell'amore? Se non ci fosse l'amore, cosa sapremmo di Dio?

 

Una dichiarazione d'amore filosofica? Potrebbe essere, per esempio, questa:

C'è l'amore secondo Platone: «Ti amo, mi manchi, ti voglio».

C'è l'amore secondo Aristotele o Spinoza: «Ti amo: sei la causa della mia gioia, e questo mi rallegra».

C'è l'amore secondo Simone Weil o Jankélévitch: «Ti amo come me stesso, che non sono niente, o quasi niente, ti amo come Dio ci ama, se esiste, ti amo come chiunque: metto la mia forza al servizio della tua debolezza, la mia poca forza al servizio della tua immensa debolezza...».

Eros, agape: l'amore che prende, che non può che gioire o soffrire, possedere o perdere; l'amore che si rallegra e condivide, che vuole bene a colui che ci fa del bene; insomma, l'amore che accetta e protegge, che dona e si abbandona, che non ha neanche più bisogno di essere amato...

Ti amo in tutti questi modi: ti prendo avidamente, condivido gioiosamente la tua vita, il tuo letto, il tuo amore, mi dono e mi abbandono dolcemente...

Grazie di essere ciò che sei: grazie di esistere e di aiutarmi a esistere!

 

 

(Da: Discorsi brevi sui grandi temi della filosofia, Angelo Colla editore 2010, pp. 35-42)


 

Il testimone

 

Antonio Rosmini

 

Martire per la Chiesa

 

Nell'ultima intervista rilasciata dal cardinale Carlo Maria Martini, passata alla cronaca come il suo testamento spirituale, egli affermava con sofferenza: «La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote?» («Corriere della Sera», 1 settembre 2012). Stava forse pensando al grido di preoccupazione espresso, esattamente 180 anni prima, da Antonio Rosmini nelle sue Cinque piaghe della santa Chiesa? Non lo sappiamo. Fatto sta che quel libro continua a costituire una pietra di paragone irrinunciabile per chiunque si interroghi sulla fatica con la quale la Chiesa cammina nella propria riforma per divenire sempre più conforme a come il suo Maestro l'aveva pensata e voluta all'inizio. Nelle Parole preliminari necessarie a leggersi, all'inizio del testo, Rosmini confida di aver esitato a scriverlo: «Sta egli bene, che un uomo senza giurisdizione componga un trattato sui mali della santa Chiesa? O non ha egli forse alcuna cosa di temerario a pur occuparne il pensiero, non che a scriverne, quando ogni sollecitudine della Chiesa di Dio appartiene di diritto ai Pastori della medesima?» (A. Rosmini, Delle cinque piaghe della santa Chiesa, Città Nuova, Roma 1981, p. 15). Un dubbio sull'onestà cui ne segue uno sull'opportunità: «Consideravo che tutti quelli i quali hanno scritto di somiglianti materie nei tempi nostri, e che si sono proposti e hanno dichiarato di voler tenere una strada media fra i due estremi, in luogo di piacere alle due potestà, della Chiesa e dello Stato, sono dispiaciuti egualmente all'una ed all'altra» (ivi, p. 16). Ai quali risponde con argomenti convincenti e che lo incoraggiano, fortunatamente per noi, a scrivere quella che resta, fino a oggi, una delle riflessioni più alte circa il cammino accidentato della Chiesa, quanto ai contenuti e quanto al metodo che lo ispira.

Quando mette mano a questo aureo libro, Antonio Rosmini è presbitero da undici anni e ha da pochissimo compreso che Dio gli chiede di mettersi alla guida di un gruppo di uomini e di donne che portino avanti, nella Chiesa, quell'apostolato della cultura che sia Pio VII che Pio VIII lo avevano fortemente incitato a realizzare: «Si ricordi — gli ha detto papa Castiglioni —, Ella deve attendere a scrivere libri; ella maneggia assai bene la logica e noi abbiamo bisogno di scrittori che sappiano farsi temere». È per questo che il mercoledì delle Ceneri del 1828 è salito al Calvario di Domodossola dove scrive le Costituzioni dell'Istituto della Carità, della quale ha già in mente l'impostazione spirituale e il campo di attività. Ed è proprio al Calvario che conclude, nel 1832, le Cinque piaghe, che saranno tuttavia edite solo nel 1848, all'indomani dell'elezione di papa Pio IX.

A detta di Alessandro Manzoni, di cui fu intimo amico e confidente, Rosmini è stato «una delle sei, sette grandi intelligenze dell'umanità». Ma è forse più alla profezia cristiana che si deve la sorprendente premonizione contenuta nel secondo dubbio prima citato, il suo timore prudenziale di dispiacere «alle due potestà, della Chiesa e dello Stato». Poiché così è stato a tutti gli effetti. Solo pochi anni fa, precisamente il 1° luglio 2001, con una Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede, a firma di Joseph Ratzinger, è stata definitivamente revocata la condanna delle sue opere da parte della Chiesa, impartita nel 1887 con il decreto Post obitum, in cui venivano giudicate erronee ben 40 sue proposizioni: una condanna che, benché non toccasse affatto la sua santità personale, pesò grandemente sulla sua eredità. Quanto a dispiacere allo Stato, è noto che il feldmaresciallo Josef Radetzky, governatore del Lombardo-Veneto e simbolo dell'oppressione austro-ungarica, considerava Rosmini un nemico pericolosissimo non solo per le sue idee patriottiche, ma soprattutto per la riflessione intorno alla piaga del piede destro - la quarta - della santa Chiesa, vale a dire la nomina de' Vescovi abbandonata al potere laicale, che costituiva uno degli strumenti elettivi dell'impero per il controllo sociale delle sue popolazioni. Non ci sono conferme definitive, ma sempre più forte si è fatta la convinzione che si trovi qui la causa della morte prematura di Rosmini, all'età di appena 58 anni, il 1° luglio 1855, dopo otto ore di terribile agonia: un avvelenamento di cui egli stesso non volle mai rivelare l'autore. Nient'altro che «adorare, tacere, godere»: così chiudeva la sua vita terrena un vero e proprio "martire" per la riforma della Chiesa, oggi beato.

 

(Alessandro Andreini)


Carlo Maria Martini:

 

 

fedele alla storia,

 

 

fedele all'Eterno

 

 

Bruno Forte

Il cardinale Martini è uno di quei maestri verso i quali la distanza temporale non solo non fa diminuire l’interesse, ma in qualche modo l’accresce, portando a scoprire nuove risonanze e significati inediti del messaggio che ci hanno lasciato. Qual è questo messaggio nel caso di Martini? Provo a riassumerne le linee portanti: fedele alla storia, fedele all’Eterno, egli ha provato di continuo a coniugare queste due fedeltà. L’urgenza di essere fedele alla storia nasceva in lui dalla convinzione che per il cristiano la trascendenza divina va intesa sempre anche come un’imminenza, che tocca e trasforma dal di dentro il cuore umano.

 

Ispiratore di questa concezione era il pensiero di un altro grande gesuita, Karl Rahner, che aveva saputo coniugare i diritti del soggetto, rivendicati dalla ragione moderna, con quelli della verità oggettiva, postulati dal pensiero classico: l’uomo non è né un soggetto prigioniero del proprio mondo interiore, incomunicabile all’altro, né un semplice caso dell’universale, misurato da leggi astratte e assolute. Essere dell’apertura verso il Trascendente, l’uomo è l’“uditore della Parola”, proiettato fuori di sé in un esodo liberamente orientato all’avvento di Dio. Questa visione si ritrova nel pensiero di Martini anzitutto nella struttura dialogica che sempre vi ritorna, nell’accento posto sul rapporto d’alleanza fra l’uomo che esce da sé e il Dio che viene a lui. È però interessante rilevare i correttivi che Martini introduce nella concezione di Rahner: lì dove questa rischia di essere eccessivamente ottimista e di oscurare la realtà tragica del peccato e dei suoi effetti, Martini attinge dalla Scrittura e dalla sapienza pastorale della Chiesa il senso del dramma del male e delle sue conseguenze (si pensi all’analisi del Salmo 50, il Miserere). Lì dove l’attenzione all’individuo potrebbe prevalere sulla necessità della mediazione comunitaria, in Martini è molto marcato il senso dell’appartenenza alla Chiesa. È possibile allora rilevare come le intuizioni di Rahner abbiano trovato nel Cardinale un mediatore creativo, che ha saputo adattarle alle esigenze con cui il servizio pastorale lo ha messo in contatto, per aiutare la fede e l’amore al prossimo nel vissuto della sua gente.

 

Un secondo tratto del messaggio che ci ha lasciato Martini è costituito dalla sua volontà di essere fermamente fedele all’Eterno. Sia che esalti la dimensione contemplativa della vita, sia che inviti a porsi in ascolto della Parola di Dio, sia che evidenzi la centralità dell’eucaristia e l’esigenza che ne scaturisce di farsi prossimo, Martini ha presente come meta e criterio la ricerca di Dio e della sua gloria. Risuonano qui alcuni motivi fondamentali degli Esercizi ignaziani: “L’uomo è creato per lodare, rispettare e servire Dio, nostro Signore, e con ciò salvare la propria anima. Le altre cose sulla faccia della terra sono create per l’uomo, per aiutarlo a conseguire il fine per il quale è stato creato” (Principio e fondamento).

 

Il primato di Dio è affermato senza riserve: tutto, anche l’essere e l’agire ecclesiali, va sottoposto a questa suprema misura, ed è ciò che immette nella coscienza della Chiesa il bisogno di un continuo rinnovamento e di un’incessante riforma. Si coglie qui anche la ragione del forte attaccamento di Martini alla “santa radice” dell’albero cristiano, la fede di Israele, che in maniera unica e singolare fra i popoli ha testimoniato il primato del Dio dell’alleanza nella storia: a questa linfa egli ha attinto sempre, fino alla fine, come dimostra il suo amore al popolo ebraico e a Gerusalemme, la città dove aveva sognato di morire.

 

È questo stesso “pathos” dell’assoluto primato di Dio che rende il pensiero del grande biblista e pastore singolarmente aperto al dialogo ecumenico, come a quello con i mondi religiosi diversi dal cristianesimo e con l’esperienza della non-credenza: nella piena consapevolezza della grazia che è l’appartenere alla Chiesa, Martini riconosce nel “Dio sempre più grande” il termine su cui misurare la relatività di ogni presunzione, anche religiosa. Rispetto all’Assoluto divino ogni fede religiosa ha semi di verità che vanno riconosciuti e apprezzati: perfino nella non-credenza può riconoscersi una “cattedra”, perché nella voce di chi lotta con Dio, pensando di non credere in Lui, è sempre la misura del Suo mistero più grande che si affaccia.

 

Ciò costituisce per chi crede una formidabile scuola di umiltà dinanzi all’Eterno e alle vie insondabili che la Sua Grazia sceglie per raggiungere il cuore degli uomini. La proclamazione del primato di Dio è per Martini il contributo più grande che i credenti possano dare alla crisi della modernità e delle sue certezze ideologiche e all’insorgere inquieto del post-moderno, con il suo volto nichilista e al tempo stesso con la sua paradossale ricerca di senso, al di là delle catture ideologiche e delle scorciatoie della ragione strumentale.

 

L’ultimo tratto che vorrei evidenziare nel messaggio che Martini ci ha lasciato è l’urgenza di coniugare le due fedeltà, alla terra e al cielo, al mondo presente e al mondo che deve venire. Il biblista e pastore apprende questo compito dalla frequentazione assidua della Sacra Scrittura e dalla spiritualità ignaziana, educata alla valorizzazione dei “sensi spirituali”. Per Sant’Ignazio tanto l’“applicazione dei sensi” al mistero meditato, quanto la “composizione del luogo”, dove si situa ciò che è oggetto di meditazione, sono strumenti indispensabili per crescere nell’esperienza di Dio e nella conoscenza della sua volontà, perché il divino ci raggiunge sempre attraverso le forme dell’umano.

 

L’attenzione alla mediazione sensibile si trova diffusamente in Martini: il frequente ricorso alle immagini, il gusto narrativo, l’attenzione ai particolari, la concretezza delle applicazioni, sono altrettanti aspetti della valorizzazione di quell’“umanità di Dio”, che un’intera tradizione teologica ha esaltato, contro ogni spiritualismo disincarnato e ogni riduzione razionalistica del cristianesimo. Martini si serve del mondo della sensibilità secondo un procedimento che rivela l’influenza di un altro grande gesuita, Bernard Lonergan: le quattro tappe del metodo, da questi proposto - attenzione, intelligenza, giudizio, decisione -, si ritrovano in moltissimi dei testi del Cardinale.

 

È secondo queste tappe che il Cardinale ama scandire le sue analisi, partendo dalla concretezza percepita dai sensi per intenderla e valutarla alla luce della Parola di Dio e giungere così all’appello alla decisione, che incide nel cambiamento dell’esistenza davanti all’Eterno. Questa metodologia dona ai suoi ragionamenti uno spessore di vicinanza al vissuto, che tanto ne aiuta l’assimilazione spirituale, rendendoli lontani dalle speculazioni astratte, per le quali anzi sembra avere un’istintiva ritrosia. A riprova di questo appassionato impegno di coniugazione del tempo e dell’Eterno, vorrei citare alcune frasi della lettera Alzati va’ a Ninive, la grande città,  del 1991.

 

Martini scrive: “Il nostro problema fondamentale è quello di rimetterci in spirito contemplativo e in una situazione interiore di disponibilità… di fronte alla Parola, alla promessa e alla proposta di Dio che in Gesù Cristo offre salvezza a questo nostro mondo contemporaneo…, e mostrare la sua forza oggi non meno che nei primi tempi del Cristianesimo. Si tratta di far vedere che anche oggi - in una civiltà profondamente mutata dalla tecnica, segnata dal benessere, percorsa da conflitti e confusa dal moltiplicarsi dei messaggi - è possibile costruire comunità cristiane che siano nel nostro tempo testimoni di pace, di gioia evangelica, di fiducia nel regno di Dio che viene, comunità missionarie che sappiano operare per attrazione, per proclamazione, per convocazione, per irradiazione, per lievitazione, per contagio”.

 

 

È questo il sogno che il Pastore della Chiesa di Sant’Ambrogio e di San Carlo ha nutrito per sé e per il suo popolo, come per l’intera comunità ecclesiale e per l’umanità tutta, e che ha portato anche al centro della sua missione d’intercessione a Gerusalemme, come nell’umiltà dell’infermeria dei Gesuiti a Gallarate, dove ha chiuso la sua laboriosa giornata terrena


 

“Sulla tua parola getterò le reti”

 

 

10 febbraio 2019

 

V domenica del tempo Ordinario

Lc 5,1-11

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo, 1 mentre la folla faceva ressa attorno a Gesù per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, 2vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. 3Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.

4Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». 5Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». 6Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. 7Allora fecero cenno ai compagni dell'altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. 8Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». 9Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; 10così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini». 11E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

 

Siamo sempre agli inizi della predicazione e dell’attività di Gesù e anche Luca colloca in questo esordio del ministero pubblico del profeta di Galilea la chiamata dei primi discepoli. Rispetto però al vangelo secondo Marco (cf. Mc 1,16-20), ripreso negli stessi termini da Matteo (cf. Mt 4,18-22), Luca dà un’altra lettura della vocazione. Il racconto si arricchisce di particolari, è espresso con un’ottica diversa, sicché già qui vi è un messaggio che allude alla missione della chiesa.

 

La predicazione di Gesù da Nazaret (cf. Lc 4,16) a Cafarnao (cf. Lc 4,31) si estende alle città attorno al lago di Tiberiade (o di Gennesaret), e Gesù quale profeta continua a dispensare la parola di Dio ad ascoltatori che aumentano ogni giorno, fino a diventare una vera e propria folla che fa ressa, premendo per stargli vicino e raccogliere le sue parole. In quella calca, Gesù vede due barche ormeggiate sulla spiaggia, perché i pescatori erano scesi e stavano pulendo le reti dai detriti risaliti dalle acque del lago insieme ai pesci. Pensa allora di salire su una delle due barche, quella appartenente a Simone, e lo prega di allontanare un po’ la barca da riva, così da farne una sorta di ambone da cui proclamare la parola di Dio. La scena è di per sé eloquente: Gesù “parla la Parola” – scrive letteralmente Luca – e come seme la getta verso terra (la spiaggia) nel cuore degli ascoltatori lì radunati (cf. Lc 8,4-15); ciò che nella sinagoga è un ambone solenne, una cattedra, qui è la barca di Simone, la barca della chiesa…

 

Non appena ha terminato quell’insegnamento alla folla, Gesù passa dalle parole all’evento: chiede a Simone di “prendere il largo” (“Duc in altum!”, nella Vulgata) – cioè di abbandonare con coraggio e speranza le acque quiete dell’insenatura per inoltrarsi in mare aperto – e di gettare le reti in mare. Simone è un pescatore esperto, per tutta la notte ha tentato la pesca senza ottenere risultati. Sa che non si pesca in pieno giorno, soprattutto se non si è preso nulla durante la notte. Tuttavia quel Gesù che ha parlato lo ha impressionato per la sua exousía; è un uomo affidabile – pensa –, che merita fiducia e obbedienza, dunque gli risponde: “Maestro, … sulla tua parola getterò le reti”. Chiama Gesù con un termine che indica più il capo che il maestro (epistátes) e, da padrone della barca, lascia che sia Gesù a guidarla. Eccolo dunque avanzare verso le acque profonde, verso l’abisso (eis tò báthos), senza timore, munito solo della fede nella parola di quel profeta.

 

Il risultato è immediato, sbalorditivo: “Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare”. Da dove viene questo successo, se per tutta la notte questi uomini hanno faticato invano? Dalla fede-fiducia nella parola di Gesù! C’è qui una profezia per ogni “uscita”, per ogni missione della chiesa: deve essere sempre fatta su indicazione di Gesù, va eseguita con fede piena nelle sua parola, altrimenti risulterà sterile e inutile. Non era bastata la loro competenza di pescatori, non era risultata feconda la loro fatica, ma tutto muta se è Gesù a chiedere, a guidare, ad accompagnare la missione.

 

Questo successo della pesca appare come un segno che stupisce Simone: subito cade ai piedi di Gesù in atto di silenziosa adorazione; nello stesso tempo, percependosi nella condizione di uomo peccatore, chiede a Gesù di stare lontano da lui. Accade cioè nel cuore di Pietro la rivelazione che in Gesù c’è la santità, che Gesù è il Kýrios, il Signore, mentre egli è solo un uomo, un peccatore, indegno di tale relazione con chi è divino. È la stessa reazione di Isaia quando nel tempio “vede il Signore” (cf. Is 6,1) e si sente costretto a gridare: “Guai a me, uomo dalle labbra impure!” (Is 6,8); è la reazione di tanti profeti che hanno visto Dio entrare nelle loro vite, attraverso teofanie, manifestazioni grandiose di Dio stesso e hanno subito misurato la loro incapacità di stare davanti a lui.

 

Qui c’è Gesù, un uomo, un profeta su una barca, eppure Pietro ha compreso la sua identità: Gesù è il Santo di Dio – come Pietro stesso confessa esplicitamente nel quarto vangelo (cf. Gv 6,69) –, mentre egli è un peccatore e tale si sentirà per tutta la vita, in tante occasioni. E quando dimenticherà di essere peccatore, il canto del gallo glielo ricorderà: il gallo, infatti, canterà tre volte, così come lui tre volte aveva gravemente peccato, dicendo di non avere mai conosciuto né avuto rapporti con l’uomo (cf. Lc 22,54-62) di cui qui riconosce la santità e che più tardi confesserà quale “Cristo, Messia di Dio” (Lc 9,20).

 

Stupore e tremore per Pietro, dunque, ma anche per i suoi compagni, di cui ora Luca svela i nomi: Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo. Si intravede già quel gruppetto di tre che saranno i più vicini a Gesù: erano discepoli amati, non prediletti, non amati più degli altri, perché l’amore, quando è vivo ed è in azione, non è mai uguale nel manifestarsi. Certo, amati da Gesù come gli altri, ma partecipi all’intimità della sua vita in modo diverso, poiché muniti di doni diversi rispetto agli altri: non a caso saranno scelti da Gesù quali testimoni della resurrezione della figlia di Giairo (cf. Lc 8,51-55), testimoni della gloriosa trasfigurazione dell’aspetto di Gesù sull’altro monte (cf. Lc 9,28-29), testimone della sua de-figurante passione nel giardino degli Ulivi (secondo Mc 14,33 e Mt 26,37). Saranno coinvolti con Gesù nella sua gloria e nella sua miseria, dunque sempre in ansia, sempre chiamati alla vigilanza, di cui non sono capaci (cf. Lc 22,45-46 e par.), sempre chiamati a una fedeltà che però viene meno, a causa del rinnegamento (cf. Lc 22,54-62) o della fuga (cf. Mc 14,50; Mt 26,56).

 

Secondo Luca qui Gesù invita Pietro a non temere e gli consegna la vocazione-promessa: “Non temere, d’ora in poi tu prenderai, pescherai vivi degli uomini”. Ovvero, “d’ora in poi è tuo compito andare al largo, su acque profonde, per salvare uomini preda del male, per salvarli da marosi e abissi infernali, da strade perdute, e condurli alla vita!”. Non si pensi alla missione come cattura e proselitismo, ma soprattutto a un annuncio di salvezza, quello che Gesù aveva illustrato di sé nella sinagoga di Nazaret, leggendo un brano del profeta Isaia e dichiarando realizzata quella profezia: liberare i prigionieri, ridare la vista ai ciechi, redimere gli oppressi, annunciare ai poveri la buona notizia del Vangelo (cf. Lc 4,16-21; Is 61,1-2).

 

La chiesa, quando va in missione, non va innanzitutto per fare cristiani, per aumentare il numero dei suoi membri, per battezzare, ma in primis per un’azione di liberazione dei bisognosi, per una manifestazione dell’amore gratuito di Dio. Così la chiesa annuncerà il Signore Gesù e, se Dio vorrà, ci saranno conversioni, sequela del Signore e partecipazione al corpo ecclesiale. Attenzione però a non capovolgere la dinamica della missione determinata dal Signore, calcolando e cercando risultati, confidando nelle opere visibili delle nostre mani.

 

Ecco allora avvenire il mutamento decisivo per Simone e gli altri compagni che sono con lui, i quali, da pescatori di pesci, diventano discepoli; e da discepoli, per la promessa di Gesù, diventeranno pescatori di uomini nella missione della chiesa:

 

“Tirate le barche a terra,

lasciarono tutto

e lo seguirono”.

 

Ormai non sono più addetti alla barca, alla pesca, al loro mestiere, ma tutte queste cose (ecco la radicalità evangelica!) sono abbandonate per sempre sulla riva del lago. Ora Simone e gli altri hanno detto il loro il “sì”, l’“amen” al profeta e Signore Gesù, affidabile e dunque autorevole. Hanno preso la decisione: vale la pena seguirlo e fondare la propria vita sulla sua parola. Luca ha utilizzato la metafora della pesca – come accade altre volte nei vangeli – per dirci una cosa semplice: quando Gesù chiama, trasforma quello che facciamo, e questa trasformazione richiede un abbandono di ciò che eravamo e una novità di vita, di forma di vita, nel futuro che si apre davanti a noi.

 

 

In ogni vocazione c’è sempre la chiamata, ma anche la promessa più o meno esplicita. Perché quando chi è chiamato risponde alla parola del Signore, egli intraprende un cammino, una sequela che sta sempre sotto la promessa della fedeltà di Dio. Dio resta fedele anche quando il chiamato diventa infedele (cf. 2Tm 2,13). Così avverrà per Simone-Pietro (cf. Lc 22,61) e così avviene anche per noi.


 

Il discernimento?

 

È capire la volontà di Dio

 

Enzo Bianchi

 

 

«Non ho mai tralasciato la meditazione su questo tema così decisivo». Lo scrive Enzo Bianchi nel libro “L’arte di scegliere. Il discernimento” oggi in uscita per le Edizioni San Paolo (pagine 162, 16 euro).

Un volume in cui il fondatore della comunità monastica di Bose riflette su un termine, un concetto, oggi caduto un po’ nell’oblio ma tornato di stretta attualità grazie al magistero di papa Francesco che l’ha voluto inserire anche nel titolo del Sinodo dei giovani. Una scelta quanto mai significativa perché – scrive Bianchi – «è indispensabile tornare a esercitarsi in quest’arte così essenziale per la vita cristiana e non, offrendo anche utili e preziosi consigli affinché la nostra esistenza, nonostante i limiti e le fragilità, giunga a compimento e sia un “amen” sincero e convinto alla volontà del Signore». Di seguito l’introduzione di Enzo Bianchi che apre il libro.

 

Agli orecchi dei più, e in particolare a quelli delle nuove generazioni cristiane, il termine “discernimento” risulta ermetico. E infatti una parola caduta nell’oblio, ma che recentemente appare spesso nell’insegnamento di papa Francesco. Proprio Francesco ha scelto come tema per il prossimo Sinodo ordinario dei vescovi (ottobre 2018) il discernimento, indicandolo come operazione urgente nella vita della Chiesa e soprattutto nel processo vocazionale, riguardante in modo particolare i cristiani che nella loro età giovanile approdano a una forma di presenza specifica nella chiesa e nel mondo. Lo stesso Francesco nella sua Esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia (19 marzo 2016) ha riservato ampio spazio al tema del discernimento in relazione alla vita familiare, dedicando tra l’altro un intero capitolo, l’ottavo, al tema dell’accompagnare, discernere e integrare le fragilità. E significativa questa affermazione chiara e netta del Papa: «Oggi la chiesa ha bisogno di crescere nel discernimento, nella capacita di discernere».

In verità nella vita monastica e nella spiritualità loyoliana (da cui il Papa proviene) il termine “discernimento” è sempre stato presente e a esso sono stati dedicati studi e ricerche in vista di una sua comprensione e di un’attualizzazione di questo dono dello Spirito, di questo carisma che i padri del deserto giudicavano il più necessario per camminare nella sequela di Cristo verso il regno di Dio.

Un anziano disse: «Migliore di tutte le virtù è il discernimento». Fu chiesto a un anziano: «Qual è l’opera del monaco?». Rispose: «Il discernimento».

Io stesso nel 1975 dedicai al discernimento una prima riflessione, pubblicata dalla Federazione Italiana Esercizi Spirituali, e quattro anni dopo mi impegnai in uno studio più approfondito del tema. In seguito sono tornato sovente su tale argomento nelle catechesi monastiche rivolte alla mia comunità e si può dire che non ho mai tralasciato la meditazione su questo tema così decisivo.

Il discernimento è un dono tra i doni dello Spirito santo fatti al credente ma, in via preliminare, non si deve mai dimenticare che il dono per eccellenza, la cosa buona tra le cose buone (cf. Lc 11,13), è lo Spirito santo stesso. Non si confondano dunque i doni con il Dono e si faccia discernimento, si riconosca che in verità lo Spirito è «il dono settiforme» (inno Veni Creator Spiritus), la fonte di tutti i doni. Chiarito questo primum essenziale, occorre chiedersi: come si può definire il discernimento?

Quanto all’etimologia, “discernimento ” deriva dal verbo latino discernere, composto di cernere (vedere chiaro, distinguere) preceduto da dis (tra): dunque, discernere significa “vedere chiaro tra”, osservare con molta attenzione, scegliere separando. Il discernimento è un’operazione, un processo di conoscenza, che si attua attraverso un’osservazione vigilante e una sperimentazione attenta, al fine di orientarci nella nostra vita, sempre segnata dai limiti e dalla non conoscenza.

Come tale, è un’operazione che compete a ogni uomo e a ogni donna per vivere con consapevolezza, per essere responsabile, per esercitare la coscienza. Quando sperimentiamo la fatica della scelta, il dubbio, l’incertezza, oppure cerchiamo un orientamento nella vita quotidiana o nelle grandi decisioni da prendere, noi dobbiamo fare discernimento.

Nel cristiano, poi, radicandosi su questa dimensione prettamente umana, il discernimento si manifesta come sinergia tra il proprio spirito e lo Spirito santo, il Soffio della vita interiore spirituale e della vita comunitaria cristiana: «lo Spirito attesta al nostro spirito» (Rm 8,16)... Il discernimento cristiano non è riducibile a un metodo e a una tecnica di introspezione, di maggiore conoscenza di se, ma è un itinerario che richiede l’intervento di un dono dello Spirito, di un’azione della grazia. Si, ascoltare lo Spirito, ascoltare la voce di Dio che parla nel cuore umano, nella creazione e negli eventi della storia, richiede di riconoscere innanzitutto questa voce tra tante voci, nella consapevolezza che la voce di Dio non si impone, non comanda, ma suggerisce e propone, anche con un sottile silenzio (cf. 1Re 19,12).

All’interno della grande tradizione cristiana, una definizione del discernimento molto chiara e sintetica e, nel contempo, articolata, è quella di Giovanni Climaco (metto in evidenza i termini greci, che ci torneranno utili nel prosieguo): Il discernimento (diakrisis), nei principianti, è una sovraconoscenza (epignosis) autentica di se stessi; in coloro che sono a meta del cammino, è un senso spirituale che distingue (verbo diakrino) infallibilmente il bene autentico da quello naturale e dal suo contrario; nelle persone spiritualmente mature, è una scienza infusa per divina illuminazione, che è in grado di illuminare con il proprio lume anche ciò che negli altri rimane coperto dalle tenebre. Forse, più in generale, si definisce ed è discernimento (diakrisis) la comprensione sicura della volontà di Dio in ogni tempo, luogo e circostanza, che è presente solo in chi e puro nel cuore, nel corpo e nella parola... Il discernimento (diakrisis) è una coscienza immacolata e una sensibilità pura... Chi possiede il dono del discernimento (diakritikos) fa ritrovare la salute e distrugge la malattia.

E il teologo Giuseppe Angelini fa eco: Il discernimento può essere definito, in primissima approssimazione, come la qualità dell’animo che consente di riconoscere in ogni circostanza quello che conviene fare; e consente, prima ancora, di scorgere in ogni circostanza che conviene fare qualcosa, che si può e si deve prendere una decisione, che insomma le diverse situazioni in cui ci veniamo via via a trovare ci riguardano, ci interpellano, ci invitano a prendere parte, non ci respingono invece nella situazione troppo comoda (ma anche, sotto altro profilo, troppo scomoda) di coloro che sono sempre e soltanto spettatori.

 

Proseguendo il ragionamento di questi due autori, possiamo definire il discernimento come quel processo che ogni essere umano deve compiere nel duro mestiere di vivere, nelle diverse situazioni con cui si trova a confrontarsi, per fare una scelta, prendere una decisione, esprimere qui e ora un giudizio con consapevolezza. Il discernimento riguarda veramente ogni essere umano, nel suo specifico hic et nunc, ed è essenziale a ogni cristiano per vedere, conoscere, sentire, giudicare e operare in conformità alla parola di Dio.


L’urgenza della gioia

 

Enzo Bianchi

 

 

La santità deve essere cercata nella vita quotidiana, non ispirata a modelli ideali, astratti, sovraumani e raccontata come perfezione raggiunta. Ognuno ha una propria strada per la santità, strada tracciata dal Signore e che può essere percorsa anche in mezzo a imperfezioni e cadute, ma strada illuminata e fatta percorrere dalla grazia del Signore…

Papa Francesco ha donato alla chiesa universale un’esortazione apostolica, la terza dopo Evangelii gaudium (2013) e Amoris lætitia (2016), sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo. Questa esortazione porta significativamente il titolo Gaudete et exsultate, dunque è un invito alla gioia e all’esultanza rivolto a tutti i cristiani. Anche solo in questo titolo risuona un’urgenza evangelica alla quale Papa Francesco è molto attento, perché la ritiene decisiva nella vita dei discepoli di Gesù: l’urgenza della gioia, che è gioia del Vangelo, letizia dell’amore, esperienza gioiosa della comunione con il Signore Gesù.

Conosciamo i rimproveri rivolti a noi cristiani in particolare da Friedrich Nietzsche all’inizio del secolo scorso, sul nostro volto che sovente appare triste, stanco, depresso, astenico e addirittura cinico. Siamo schiacciati dal peso dei precetti, in profonda contraddizione con il messaggio del Vangelo che è “buona notizia”, annuncio che dovrebbe destare gioia ed esultanza: la gioia che nasce da un incontro che dà senso all’esistenza; la gioia della scoperta di un tesoro incalcolabile; la gioia della liberazione, della pienezza di vita che il Signore offre a chi accoglie il suo amore, che mai deve essere meritato. I cristiani dimenticano purtroppo che la gioia è un comando apostolico, rivolto da Paolo alla chiesa: «Rallegratevi sempre nel Signore, ve lo ripeto: rallegratevi!» (Filippesi 4, 4).

Dimenticano che la gioia è un esercizio da compiersi nella lotta contro l’accidia, contro la tristezza mondana; che la gioia è una confessio laudis che canta l’azione di Dio in noi e nella storia; che la gioia è il dono del Risorto che niente e nessuno può rubare (cfr. Giovanni 15, 11; 16, 20-22). È significativo che già Paolo VI aveva avuto l’audacia di scrivere un’esortazione apostolica intitolata Gaudete in Domino (1975), chiedendo ai cristiani che la loro vita fosse capace di mostrare la gioia della fede, della speranza e dell’amore che abitano nei loro cuori.

Francesco sottolinea dunque che la via della santità deve innanzitutto essere contrassegnata dalla gioia, quella gioia «frutto dello Spirito» (Galati 5, 22), che è stata manifestata dai santi nella loro vita ed è stata buona notizia per i loro fratelli e le loro sorelle. Sì, noi discepoli e discepole di Gesù sulle vie del mondo siamo circondati da una moltitudine di testimoni (cfr. Ebrei 12, 1), non siamo soli, ma siamo immersi in una comunione di vita, di sentimenti e di preghiera che ci rende amici di Dio, insieme.

All’interno di questa visione della grande nuvola di testimoni, Papa Francesco ricorda che la chiamata alla santità è rivolta a tutti i cristiani e che, certi di questa chiamata universale, dovremmo essere capaci di fare discernimento dei «santi della porta accanto», che magari incontriamo sullo stesso pianerottolo, sul lavoro o per le strade: santi quotidiani, uomini e donne che, nella semplicità di una vita che non appare e non si impone, tuttavia hanno dei tratti in comunione con Gesù e sono, pur con tutti i limiti e le debolezze umane, conformi a lui, fino a essere con la loro vita un riflesso della presenza di Dio in mezzo a noi. Anonimi, sconosciuti per la gente, ignorati dai poteri di questo mondo, sono veri discepoli di Gesù, alla sua sequela.

Per secoli la chiesa ha proclamato santi dei papi, vescovi, presbiteri, monaci e religiosi, ma molti di più sono stati santi: semplici cristiani, padri e madri che hanno conosciuto il duro mestiere di vivere, hanno vissuto fedelmente l’amore, hanno saputo accogliere il frutto del loro amore, i figli, e li hanno fatti crescere con cura e sollecitudine; poveri che hanno dovuto lavorare per sfamare le loro famiglie; oppressi che non avevano voce ma non si sono piegati all’ingiustizia e al potere della violenza; malati e ultimi che hanno conosciuto soprattutto fatica e sofferenza… Nell’ultimo secolo si è avvertita nella chiesa questa sete di santità “ordinaria” e un’intera stagione di letteratura cattolica, in particolare in Francia (Malègue, Mauriac, Bernanos, Green), ha cercato di renderla eloquente nella narrazione di vite di semplici cristiani: santità reale, vissuta in modo ordinario, eroica nella perseveranza e nell’umiltà, non in azioni straordinarie.

I santi - dicevano i padri del deserto - non sono quelli che fanno miracoli o risuscitano i morti, ma quelli che si riconoscono peccatori e mendicano da Dio la sua misericordia, cercando di vivere nella carità. C’è un episodio nella tradizione dei padri del deserto che ben illustra la santità indicata da Francesco. Si narra che Antonio, il padre dei monaci, dopo decenni di ascesi e di lotta spirituale ebbe una visione. Un giorno abba Antonio pregava nella sua cella e gli giunse una voce che disse: «Antonio, non sei ancora giunto alla misura di quel ciabattino di Alessandria». L’anziano si alzò di buon mattino, prese il suo bastone di palma e andò a trovare il ciabattino. Entrò, lo abbracciò, sedette accanto a lui e gli disse: «Fratello, dimmi quello che fai». Ed egli rispose: «Non so che cosa faccio di buono, abba. Semplicemente, al mattino, quando mi alzo e mi metto al lavoro, mi dico che tutti gli abitanti di questa città, dal più piccolo al più grande, entreranno nel Regno a motivo delle loro opere di giustizia, io solo riceverò il castigo per i miei peccati. E di nuovo, la sera, prima di addormentarmi, mi ripeto la stessa cosa». A queste parole l’anziano disse: «In verità, come un buon orafo che sta seduto a lavorare in pace a casa sua, tu hai ereditato il regno dei cieli; io invece, che non ho discernimento, anche se dimoro sempre nel deserto, non ti ho raggiunto» (Detti dei padri del deserto, Serie anonima, Nau 490).

Ecco la «santità della porta accanto», la santità possibile a tutti coloro che non rifiutano la grazia del Signore, sempre preveniente e immeritata. Questa santità, come quella di chi spende la vita per gli altri o perde la vita a causa della sua fede in Cristo, travalica certamente i confini della chiesa: è ecumenismo del sangue di quanti, pur all’interno di confessioni diverse, diventano martiri a causa di Cristo; è testimonianza di gratuità e di umanità data a tutti anche da parte di chi non è cristiano ma ha dedicato l’intera sua vita al bene comune e al servizio dell’altro. Questa santità è vissuta su tante vie differenti, perché «la vita divina si comunica ad alcuni in un modo e ad altri in un altro» (n. 11); perché, se la chiamata alla santità è rivolta a tutti, a ciascuno Dio fa un dono particolare e a ciascuno compete “la sua strada”, “il suo cammino” verso il Regno: non isolato, mai senza gli altri, ma facendo obbedienza al proprio corpo, alla propria storia, alla propria collocazione nel mondo e nella chiesa, alla propria coscienza. Sempre nei cristiani opera la grazia battesimale, ma mai nell’omologazione, mai esigendo un’imitazione, ma chiedendo solo la sequela del Signore Gesù ovunque egli vada (cfr. Apocalisse 14, 4), in modo da essere immersi nella sua morte per risorgere con lui a vita nuova (cfr. Romani 6, 4; Colossesi 2, 12), nella santità che Dio dona ai suoi figli.

Chiamata alla santità - si faccia attenzione - non significa appiattimento, vita nella tiepidezza, ma chiamata alla carità, all’amore pienamente vissuto: e per l’amore non c’è misura! A questo proposito Papa Francesco può essere mal interpretato, perché la sua visione umanissima del santo non corrisponde a canoni presenti nella tradizione o ai modelli classici dell’agiografia e della devozione. In verità Francesco non privilegia nessuna via di santità, ma chiede con forza di riconoscerla anche in vite che non emergono, non si impongono e non sembrano avere nulla di straordinario o di eroico. Da parte di chi ancora crede che vi siano vie istituzionali o corsie privilegiate contraddistinte da perfetta carità - come si diceva della vita religiosa - questa visione della santità può non essere compresa nella sua verità: quella che riconosce che i santi sono tutti peccatori, che non ci sono persone perfette, superuomini, e che Dio può riempire della sua grazia il peccatore pentito più dell’osservante fiero di se stesso. I santi non sono l’aristocrazia dello spirito, ma le “moltitudini” per le quali Gesù ha sparso il suo sangue, che hanno risposto all’amore di Dio credendo e vivendo l’amore!

La santità deve essere cercata nella vita quotidiana, non ispirata a modelli ideali, astratti, sovraumani e raccontata come perfezione raggiunta. Ognuno ha una propria strada per la santità, strada tracciata dal Signore e che può essere percorsa anche in mezzo a imperfezioni e cadute, ma strada illuminata e fatta percorrere dalla grazia del Signore.

Lo aveva ben capito il giovane Angelo Roncalli, poi diventato papa Giovanni XXIII, quando nel suo Giornale dell’anima scriveva il 16 gennaio 1903, a 22 anni: «A forza di toccarlo con mano mi sono convinto di una cosa: come cioè sia falso il concetto che della santità applicata a me stesso io mi sono formato. Nelle mie singole azioni, nelle piccole mancanze subito avvertite, richiamavo alla mente l’immagine di qualche santo cui mi proponevo d’imitare in tutte le cose minute, come un pittore copia esattamente un quadro di Raffaello (…) Avveniva però che io non arrivavo mai a raggiungere quanto mi ero immaginato di poter fare e m’inquietavo (…) Io non sono san Luigi, né devo santificarmi proprio come ha fatto lui, ma come lo comporta il mio essere diverso, il mio carattere, le mie differenti condizioni». E Francesco riecheggia queste parole affermando: «Dio non vuole per tutte le anime una stessa e uguale perfezione!».

In ogni via di santità ciò che è determinante è l’amore per gli altri, l’amore del prossimo, la carità che uno vive verso il fratello che vede e non quella che vanta di vivere verso Dio che non vede (cfr. 1 Giovanni 4, 20). La vita del cristiano deve conoscere ed esercitare il silenzio e la contemplazione, ma non come esenzione dalla fatica di vivere, non come fuga dai fratelli e dalle sorelle, non come rifugio in una gnosi spiritualistica, non come privilegio rispetto alla condizione dei poveri e della gente che vive lavorando e faticando. Dobbiamo porci seriamente una domanda: «Una certa vita, definita contemplativa e dichiarata meritoria, non è stata a volte un’evasione dalla storia e dalla condizione umana?». La spiritualità cristiana - e questo oggi va affermato con forza - non può avere come obiettivo ultimo la pace interiore, tanto meno il ben-essere con se stessi, ma l’amore verso gli altri, la carità vissuta quotidianamente e concretamente.

Quando il pontefice, nel secondo capitolo dell’esortazione, mette in guardia dai rischi dello gnosticismo e del pelagianesimo, chiede soprattutto di aderire al realismo cristiano del Vangelo e non a canoni di spiritualità che comunque devono sottostare al giudizio del Vangelo stesso. Non la conoscenza intellettuale o spiritualistica salva, e neppure il confidare nella propria volontà, nelle proprie opere, nell’adempimento puntuale di leggi, precetti e metodi indicati dalle molte spiritualità: solo l’amore di Dio salva! Sicché, «anche qualora l’esistenza di qualcuno sia stata un disastro, anche quando lo vediamo distrutto dai vizi o dall’alienazione del peccato, dobbiamo ritenere che Dio è presente nella sua vita» (n. 42). Sì, perché la grazia, amore gratuito di Dio, Spirito che rimette i peccati, opera sempre, anche in modi che noi non conosciamo e fuori dei confini che noi tracciamo. In verità - come afferma sant’Agostino - Dio invita ogni persona a fare quello che può e a chiedere quello che non può (cfr. n. 49) sulla via della sequela del Signore. La salvezza, infatti, viene solo dal Signore, e ogni essere umano, ogni cristiano «riconosce di essere privo della vera giustizia e di aspettare la giustificazione, attraverso la fede, solo da Cristo» (n. 52).

Questo il messaggio più nuovo dell’esortazione apostolica sulla chiamata alla santità, che tuttavia è affermazione del messaggio eterno del Vangelo: «Chi ama l’altro ha adempiuto la Legge» (Romani 13, 8) e «tutta la Legge trova la sua pienezza in un solo precetto: “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Levitico 19, 18)» (Galati 5, 14).

Al centro dell’esortazione, nel capitolo terzo, il papa delinea il volto di Gesù, il volto del primo destinatario delle beatitudini, perché è proprio lui che le ha vissute pienamente, traendo da questa esperienza l’autorevolezza, l’exousía nel proclamarle. Per Francesco le beatitudini sono illustrazione della santità cristiana (cfr. n. 63), sono proclamazione della felicità, della beatitudine che il discepolo di Gesù conosce vivendole e mostrando così i tratti della santità.

Il pontefice commenta le otto beatitudini nella versione di Matteo (cfr. Matteo 5, 3-12). Le sue parole non vogliono essere le ultime e neppure la sola interpretazione di questo testo che in ogni secolo ha ispirato commenti, dai padri della chiesa ai commentatori dei nostri giorni. In questa illustrazione delle beatitudini si sente la sua spiritualità ignaziana, e non poteva essere diversamente. D’altronde, questa esortazione è il frutto di tutta la sua vita spirituale, vissuta in un tempo preciso, ispirata a una spiritualità precisa e in una terra che è la sua. Noi cogliamo dunque nelle sue parole una traccia di lettura delle beatitudini tra le tante percorse, testimoniate e messe per iscritto da numerosi altri testimoni di Cristo.

Al papa non interessa che si leggano le beatitudini solo nella sua ottica, ma piuttosto che non si dimentichi questo annuncio così decisivo e riassuntivo dei tratti richiesti dalla sequela di Gesù. È significativo che al discorso della montagna venga accostato il discorso del Signore sul giudizio universale (cfr. Matteo 25, 31-46), in cui la salvezza è decisa dal comportamento tenuto dal cristiano nella storia, di fronte al fratello e alla sorella nel bisogno. Proprio nell’affamato, nell’assetato, nello straniero, in chi è nudo, nel malato e nel prigioniero Cristo va cercato, contemplato, amato e servito. Il cristiano è chiamato a leggere le pagine delle beatitudini e del giudizio accogliendole sine glossa, senza edulcorarle, ma ritenendole illustrazione della necessaria misericordia da vivere e praticare come «il cuore pulsante del Vangelo» (n. 97).

La santità cristiana non è un’impresa personale da vivere e portare a pienezza solo davanti a Dio, ma è santità che nella pratica della fraternità umana scopre e confessa la paternità di Dio. Mai senza gli altri è possibile un cammino verso Dio; mai senza gli altri è possibile la comunione con Cristo; mai senza gli altri si può essere mossi dallo Spirito santo. Anzi, proprio l’amore verso il prossimo può testimoniare la presenza dell’amore per Dio, perché amare Dio significa assolutamente compiere il suo comandamento, che è l’amore del prossimo. Un santo che non conosca i poveri, che non si senta solidale con gli ultimi, che non viva la compassione con i sofferenti, è una menzogna (psèudos) di santità. Potrà essere un uomo ascetico, un osservante di pratiche religiose e spirituali, ma non sarà un discepolo di Gesù, dunque non sarà un cristiano.

Lo sappiamo: i poveri non sono belli, gli stranieri ci possono fare paura e ci complicano la vita, i malati spesso sono insistenti e pretenziosi, disturbando così la nostra quotidianità, ma questi sono «la carne di Cristo», sono il suo primo sacramento nel mondo. L’ideale di santità cristiana non ignora l’ingiustizia che è nel mondo, non passa oltre le vittime del potere e della violenza, non rivendica un’oasi di pace e di esenzione dal duro mestiere di vivere, ma sa discernere il povero e il bisognoso (cfr. Salmi 40 [41], 2 secondo la Settanta), sa prendersene cura, sa assumere la loro difesa e la responsabilità della liberazione dalle loro oppressioni. Questo è il culto gradito al Dio di Gesù, perché egli non vuole offerte e sacrifici ma vuole che la nostra vita sia spesa e offerta per gli altri (cfr. Romani 12, 1), vuole la misericordia e il discernimento della sua presenza nei nostri fratelli e sorelle (cfr. Osea 6, 6).

Dopo questa illustrazione della centralità del messaggio delle beatitudini e della memoria del giudizio di Dio sul nostro operare nella storia, nel capitolo quarto papa Francesco indica alcune caratteristiche della santità nel mondo di oggi. Egli mette a fuoco cinque manifestazioni dell’amore cristiano, per richiamare i credenti in Gesù Cristo a quelle che paiono urgenze avvertite soprattutto oggi. Di questo capitolo bisogna sottolineare innanzitutto l’appello alla fede, la fede salda che certo è un dono di Dio ma va sempre chiesto, custodito e rinnovato nella vita cristiana. Chi ha fede (pìstis), adesione al Signore, può diventare affidabile (pistós) davanti agli altri e così testimoniare la fedeltà di Dio che non viene mai meno.

Un’altra urgenza indicata - come già si diceva all’inizio - è quella della gioia: il pontefice parla addirittura dell’importanza del senso dell’umorismo, perché «essere cristiani è “gioia nello Spirito santo” (Romani 14, 17)» (n. 122), perché la gioia narra la prossimità fedele di Dio, il suo amore, il suo compiere sempre meraviglie nella vita di ciascuno e nella storia dell’umanità. Certo, non si tratta della gioia mondana, individualista e senza gli altri, ma della gioia della comunione (cfr. n. 128).

Non poteva poi mancare l’urgenza della parrhesìa che tanto sta a cuore a Francesco: parrhesìa come non avere paura, dunque audacia della fede; parresìa come libertà vissuta per non cadere sotto il peso della Legge; parresìa come convinzione salda che vince ogni mancanza di fervore, ogni esitazione e ogni paralisi nei confronti delle cose nuove che Dio ci prepara e ci offre (cfr. Isaia 43, 19). La parresìa è la vittoria sulla sindrome di Giona, il profeta tentato da paura, sfiducia e gelosia per la propria identità, esitante nell’accogliere la misericordia di Dio e perciò incline a un ministero di condanna della povera umanità e delle creature tutte, delle quali Dio ha compassione.

Il papa insiste poi in modo particolare sull’urgenza di una santità comunitaria, cioè di un cammino comunitario da compiere sempre insieme, con gli altri e mai da soli. Va confessato che veniamo da secoli nei quali la spiritualità è stata spesso vissuta in modo individualistico, senza che si delineasse per il discepolo l’orizzonte comunitario. È significativo che il pontefice citi come esempi vicini a noi solo santi manifestati nel martirio in terre di missione, fino ai sette monaci trappisti dell’Atlante algerino. Eppure è la comunità, la koinonìa cristiana, il luogo in cui si sperimenta il Cristo risorto, si riceve il dono dello Spirito santo, Spirito di unità e di diversità riconciliate, si conosce la pratica essenziale del comandamento nuovo dato da Gesù ai suoi (cfr. Giovanni 13, 34; 15, 12) e indicato come unico segno della qualità cristiana dei suoi discepoli (cfr. Giovanni 13, 35).

La comunità familiare o religiosa non è un accidente nella vita cristiana: è la forma della sequela di Cristo, che volle vivere la sua vocazione in una vita comunitaria di uomini e donne discepole e che indicò la comunità familiare come narrazione dell’alleanza fedele di Dio con il suo popolo. Vivere in comunità richiede l’esercizio di un amore sincero, quotidiano, concreto, non ideale ma capace di accogliere le difficoltà, le tensioni, i conflitti e di superarli nella comunione che lo Spirito sempre edifica. No all’individualismo spirituale dunque, tentazione oggi tanto presente perché l’individualismo culturale dominante ispira purtroppo, nella spiritualità e in presunte vie di santità, atteggiamenti che non sono conformi alla koinonìa, alla comunione che è Dio stesso e che Gesù ha voluto narrarci e vivere in mezzo a noi.

Vi è infine l’urgenza della preghiera, cioè lo stare alla presenza di Dio, l’ascoltare la sua parola, il dare del tu al Signore per dirgli semplicemente “amen” e per invocare il suo Spirito santo e la sua misericordia. Senza la preghiera, eloquenza della fede (cfr. Giacomo 5, 15), la fede stessa non vive ma finisce per morire.

L’ultimo capitolo, quello sulle vie della santificazione, è dedicato a tre temi classici per la spiritualità cristiana, temi centrali già per i padri del deserto e da allora sempre rinnovati e riattualizzati. Innanzitutto la lotta spirituale, lotta contro le tentazioni del demonio. La vita è una lotta (cfr. Giobbe 7, 1) e la vita cristiana è lotta non contro la carne e il sangue ma contro le potenze idolatriche alienanti, che ci seducono e ci rendono schiavi (cfr. Efesini 6, 12). È una lotta il cui protagonista resta il Signore, che così possiamo invocare: «Nella mia lotta sii tu a lottare!» (Salmi 43, 1; 119, 154). È una lotta in cui si può sperimentare la gioia per la presenza del Signore che non ci abbandona alla tentazione ma la vince in noi e ci rende partecipi della sottomissione del demonio che egli fa arretrare. Il demonio è una potenza, il diavolo è il divisore, Satana è l’accusatore, è il principe di questo mondo, ma nella fede sappiamo che Gesù l’ha vinto per sempre. Il demonio è però ancora attivo e non dobbiamo credere nella sua presenza, perché la sperimentiamo nelle tentazioni, ma possiamo essere certi che il Signore Gesù lo vince sempre in noi e che la grazia ci libera dal suo potere tenebroso e alienante.

Questa lotta richiede la vigilanza. «Chi è il cristiano?», si chiedeva san Basilio (ritratto nell’icona). E rispondeva: «Colui che ha uno spirito vigilante». Sulla via della santità risuonano i ripetuti appelli di Gesù: «Vigilate, vegliate». Occorre restare svegli, non cedere all’intontimento spirituale, non abituarsi mai alle cadute, ma sempre accogliere la parola di Dio che impedisce al nostro cuore di diventare calloso, indurito, insensibile alla volontà del Signore e dunque preda della corruzione spirituale.

L’ultima urgenza della vita spirituale ma anche nella vita della chiesa oggi, come il papa spesso avverte e sottolinea, è il discernimento. Il discernimento è quell’operazione che viene dallo Spirito santo, il quale si innesta nel nostro spirito umano permettendoci di cogliere, giudicare e operare ciò che è secondo la volontà del Signore, dunque è il nostro bene, e ciò che invece contraddice la vita buona, bella e beata del cristiano. Il discernimento è un tema molto esplorato, fin da Origene e dai padri del deserto, quindi dai padri della chiesa indivisa e dalle tradizioni spirituali di oriente e di occidente. Sant’Ignazio di Loyola ne ha fatto un punto centrale del cammino spirituale vissuto e poi tracciato per i suoi discepoli e ne ha fornito un’interpretazione propria, che però non esaurisce la ricchezza della meditazione ecclesiale su questo tema. Certo, papa Francesco, da gesuita, si riferisce soprattutto a questa tradizione da lui ricevuta, ma non vuole che si dimentichi tutta la dottrina spirituale dei padri al riguardo, molto più variegata e ricca, che definisce il discernimento come la madre di tutte le virtù, il dono e l’esercizio decisivo per il cammino di sequela di Cristo verso il Regno.

In ogni caso, il discernimento è uno dei sette doni dello Spirito santo, essenziale nella vita spirituale cristiana, perché ci permette di ascoltare il Signore e non noi stessi né tantomeno le pulsioni che vengono dal demonio. Il discernimento ci permette di giudicare con lo sguardo di Dio ciò che è bene e ciò che è male, ci dà la possibilità di scorgere i segni dei tempi e dei luoghi, al fine di vivere oggi la sequela di Cristo nella compagnia degli uomini e nella comunione della chiesa.

 

Questi sono solo spunti, indicazioni offerte alla chiesa con nuovi accenti o con particolare insistenza. Ma l’esortazione va letta e rimeditata come un dono che ci fa capire che non “ci facciamo santi” ma che il Signore ci fa santi nella sua misericordia infinita, se noi accogliamo come dono gratuito il suo amore preveniente e mai da meritare.


Gesù, profeta perseguitato

 

 

 

 

IV domenica del tempo Ordinario

Lc 4,21-30

di ENZO BIANCHI

 

21In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

22Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». 23Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: «Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!»». 24Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. 25Anzi, in verità io vi dico: c'erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone. 27C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».

28All'udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. 29Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. 30Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

 

Il brano evangelico odierno è il seguito di quello di domenica scorsa (cf. Lc 4,14-21). Siamo sempre nella sinagoga di Nazaret, il villaggio dove Gesù è stato allevato e dove era tornato all’inizio della sua predicazione in Galilea. Partecipando al culto sinagogale in giorno di sabato, Gesù ha ascoltato la lettura della Torah e, invitato a leggere la seconda lettura tratta dal profeta Isaia (cf. Is 61,1-2), ha fatto un commento, un’omelia sintetizzata da Luca nelle parole: “Oggi si è realizzata questa Scrittura (ascoltata) nei vostri orecchi”.

 

Ed ecco la reazione dell’uditorio: “Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”. Con la sua omelia Gesù ha colpito l’uditorio, ha saputo destare l’interesse e la meraviglia perché le sue erano anche “parole di grazia” (lógoi tês cháritos). Come il Messia del salmo 45, Gesù è lodato perché “la grazia è sparsa sulle sue labbra” (v. 3). Potremmo dunque dire che la prima predicazione di Gesù al ritorno nel suo villaggio d’origine inizialmente è sembrata un successo, ha destato stupore, ma subito è parsa “segno di contraddizione” (Lc 2,34).

 

Infatti il racconto subisce una svolta improvvisa. Quelli che hanno appena approvato e “applaudito” Gesù, dicono: “Costui è il figlio di Giuseppe, il carpentiere che ben conosciamo come nostro concittadino. È un uomo, nient’altro che un semplice uomo ordinario, nulla di più!”. Le parole di Gesù hanno meravigliato quella gente: il messaggio che egli ha dato è buono – pensano gli abitanti di Nazaret – ma è il messaggio di un uomo ordinario, come lo si vedeva e lo si poteva descrivere conoscendo bene suo padre Giuseppe. L’entusiasmo e la meraviglia non conducono alla fede in Gesù, perché i presenti, per riconoscergli autorità, non si accontentano di parole: vogliono segni, miracoli che garantiscano la sua missione!

 

Gesù, conoscendo i pensieri del loro cuore (cf. Gv 2,24-25), passa all’attacco duro, frontale. Non evita il conflitto, non lo tace, ma anzi lo fa esplodere. “Certamente” – dice – “alla fine dei vostri ragionamenti vi verrà in mente un proverbio: ‘Medico, cura te stesso’. Ovvero, se vuoi avere autorità e non solo pronunciare parole, fa’ anche qui a Nazaret, tra quelli che conoscono la tua famiglia, ciò che hai fatto a Cafarnao!”. È una tentazione che Gesù sentirà più volte rivolta a sé: qui tra i suoi, più tardi a Gerusalemme (cf. Lc 11,16) e infine addirittura sulla croce (cf. Lc 23,35-39). È la domanda di segni, di azioni straordinarie, di miracoli: ma tutta la Scrittura ammonisce che proprio questo atteggiamento è il primo atteggiamento degli uomini religiosi che, tentando Dio, in realtà lo rifiutano. Sempre, come scrive Paolo, “gli uomini religiosi chiedono segni” (cf. 1Cor 1,22)… In verità a Cafarnao Gesù aveva compiuto azioni di liberazione da malattia e peccato, ma queste erano, appunto, soltanto “segni” per manifestare la sua volontà: la liberazione da tutti i mali, la liberazione per tutti, come Gesù ha appena letto nel profeta Isaia.

 

Di fronte a questo repentino cambiamento di umore dell’uditorio nei suoi confronti, dallo stupore all’indignazione, Gesù pronuncia alcune parole cariche di mitezza e, insieme, di rincrescimento, parole suggerite dalla sua assiduità alle Scritture, soprattutto ai profeti. Con un solenne “amen” emette una sentenza breve ma efficace, acuta come una freccia: “Nessun profeta è bene accetto nella sua patria, nella sua terra”. Gesù la pronuncia con rincrescimento per il rifiuto patito ma anche con una gioia interiore indicibile, perché proprio da quel rifiuto riceve una testimonianza. Lodandolo per le sue parole di grazia non gli davano testimonianza, ma paradossalmente ora, rigettandolo, sì: perché questo accade a chi è profeta, a chi porta sulla sua bocca una parola di Dio e la consegna a chi ascolta. Gesù dunque in quel momento riceve la testimonianza dello Spirito santo che sempre lo accompagna e che gli dice: “Tu sei veramente profeta, per questo conosci il rigetto!”. Sì, profeta a caro prezzo, e solo chi conosce il rifiuto per le sue parole – che possono essere cariche di grazia ma non vengono accolte per il mancato riconoscimento della sua autorevolezza (exousía) – conosce anche la mite e serena certezza di svolgere un servizio non in nome proprio, ma in nome del Signore; non per interesse personale, ma in obbedienza a una vocazione e a una missione vissute e sentite come più forti della propria disposizione interiore e dei propri desideri umani. Questo è l’atteggiamento degli uomini di Dio, dei profeti.

 

Qui va inoltre messa in risalto la tensione tra Nazaret, la patria, e Cafarnao, città straniera per Gesù, ma dove egli incontrerà proprio stranieri, non ebrei che hanno una fede da lui mai vista in Israele, all’interno del popolo di Dio (cf. Lc 7,9): è più facile per Gesù operare in spazi stranieri che in quelli propri del popolo di Dio. Egli sa bene che le Scritture attestano che questo rifiuto avvenne anche per i profeti Elia ed Eliseo, e lo dice. Fu una vedova straniera, di Sarepta di Sidone, ad accogliere il primo e a dargli cibo nel tempo della carestia e della fame (cf. 1Re 17,7-16). Quanto a Eliseo, egli guarì uno straniero, Naaman il siro (cf. 2Re 5), mentre non riuscì a purificare nessuno dei lebbrosi appartenenti al popolo eletto. Con queste parole Gesù, nella sua missione, fa cadere ogni frontiera, ogni muro di separazione: non c’è più una terra santa e una profana; non c’è più un popolo dell’alleanza e gli altri esclusi dall’alleanza. No, c’è un’offerta di salvezza rivolta da Dio a tutti. Anzi, il Dio di Gesù ama i pagani perché ha come nostalgia di loro, che durante i secoli sono rimasti lontani da lui. Gesù dunque li va a cercare, a incontrare e trova in loro una fede-fiducia che gli permettono quell’azione liberatrice per la quale era stato inviato da Dio.

 

Queste parole di Gesù, che attestano la fine dei privilegi di Israele e l’accoglienza delle genti, non potevano che aumentare il rigetto nei suoi confronti e scatenare ulteriormente la collera contro di lui: “si alzarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù”. È la violenza che non sopporta chi svela la sua fonte nel cuore umano… In tal modo Gesù fa una prima esperienza di ciò che gli accadrà quando verrà il tempo del suo ministero a Gerusalemme. Gesù è perseguitato per la collera di uomini religiosi che non accettano il volto di Dio predicato e rivelato da lui, un uomo non investito di autorità da parte delle istituzioni sacre: tentano di farlo fuori già all’inizio del suo ministero, già in Galilea, a casa sua.

 

 

Ma per Gesù non è ancora venuto il tempo della passione e così semplicemente, con coraggio e libertà, “passando in mezzo a loro, se ne andò”, in direzione di Cafarnao (cf. Lc 4,31). “Transiens per medium illorum ibat”, attesta la Vulgata. Gesù che “passa in mezzo”, che “passa facendo il bene” (cf. At 10,38), che passa causando entusiasmo ma anche rigetto. Ieri come oggi, “Gesù passa in mezzo e va”, ma noi non ce ne accorgiamo… Passa in mezzo alla sua chiesa ma va oltre la chiesa; come Elia, come Eliseo, va tra i pagani che Dio ama. A Luca è cara questa immagine: Gesù passa e va. E a Erode che glielo vorrebbe impedire, manda a dire: “Andate a dire a quella volpe – Gesù non nomina mai il nome di costui! –: Ecco, io scaccio demoni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno sarò alla fine. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente me ne vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme” (Lc 13,32-33). Fino a che giunga l’ora degli avversari, “il potere delle tenebre” (Lc 22,53), Gesù cammina, va, ma già ora è pronto! Nel quarto vangelo ciò che accade qui a Nazaret è sintetizzato nelle parole del prologo: “La Parola venne tra i suoi, e i suoi non l’hanno accolta” (Gv 1,11).


Nessun profeta è gradito

 

nella sua patria!

 

IV domenica del T.O. (C)

 

a cura di Franco Galeone *

 

Apollinare

La guarigione dell'ossesso nei mosaici di Sant'Apollinare, Ravenna

 

Nei giorni del re Giosia

 

1. Siamo nel 627 a.e.v. e Geremia forse ha solo 20 anni quando viene chiamato da Dio alla vocazione di profeta. Una missione difficile, perché deve annunciare un messaggio contrario alle attese dei suoi connazionali. Per questo la sua vita sarà tutta un susseguirsi di drammi dolorosi. Dio non lo illude, non gli promette una vita facile né felice. Sarà come un soldato braccato dai nemici, come una fortezza assediata ma quello che importa sono le parole finali del brano: Ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno. Io sono come te (v.9).

 

Vi mostrerò una via migliore di tutte

 

2. A Corinto c’erano dissensi e gelosie per superare le quali Paolo indica una via, la migliore di tutte: la carità. Il brano inizia con un elogio dell’amore (vv.1-3), dicendo che la carità è superiore a tutti gli altri doni e carismi. Dio è amore e la via che porta a lui è la carità. Nella seconda parte (vv.4-7) Paolo parla della carità quasi fosse una persona: la descrive con 15 verbi tutti molto espressivi. Nella terza parte (vv.8-13) la carità è confrontata con gli altri carismi: questi passeranno, dimenticati, come i giochi dell’infanzia, la carità invece non finirà mai. Va sottolineato che Corinto, sia ai tempi dei greci che dei romani, godeva la fama di essere un centro di piacere e di vizio; un proverbio greco consigliava di non andare nella godereccia Corinto, e alcuni vocaboli indicavano il basso livello morale della città: korinthia kòre=ragazza corinzia, prostituta, korintiasthes=lenone. Corinto era una città rinomata e voluttuosa, coagulo dei vizi dell’Oriente e dell’Occidente. Proprio in Corinto Paolo parla di amore e di carità!

 

Furono pieni di sdegno

 

3. Le difficoltà di questo brano sono numerose come anche le interpretazioni. Non si capisce perché gli abitanti di Nazaret passano dall’ammirazione al rifiuto. Se non ha detto nulla di provocante, perché lo vogliono linciare? Non è chiaro neppure perché cita due proverbi: Medico, cura te stesso e Nessun profeta è gradito nella sua patria. La richiesta degli abitanti di Nazaret (Quanto hai fatto altrove, fallo anche qui tra noi) sembra legittima, ma Gesù è di altro parere: esigere da lui un miracolo, significa voler imporre a Dio la nostra volontà. La fede che esige miracoli è una brutta fede. Vorremmo sapere infine come è sfuggito a tanta gente inferocita. Si è miracolosamente volatilizzato? Quando nella lettura del vangelo incontriamo particolari strani, bisogna rallegrarsi, sono segnali preziosi, che invitano ad andare oltre, ad approfondire.

 

Un giorno di vendetta

 

4. Gli evangelisti riferiscono che gli abitanti di Nazaret e gli stessi parenti non hanno creduto in Gesù (Mt 12,46; Mc 3,21; Lc 8,19; Gv 7,5). Quanto accade a Nazaret è un’ouverture di tutta la missione di Gesù. Il tentativo di linciaggio ha il suo parallelo nella scena della passione. L’espressione Medico, cura te stesso richiama lo scherno della crocifissione: Ha salvato gli altri. Salvi se stesso (Lc 23,35). Inizialmente il brano inizia molto bene: Tutti erano meravigliati (v.22). Evidentemente poi Gesù ha detto o fatto qualcosa di urtante, Che cosa? L’irritazione degli ascoltatori scoppia quando Gesù improvvisamente omette un versetto del libro di Isaia. Confrontiamo i due testi:

Isaia 61,1: Lo spirito del Signore Dio è su di me (…); mi ha mandato a promulgare l'anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio…

Luca 4,17: Lo spirito del Signore è su di me (…); mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore…

Un giorno di vendetta: ecco quello che tutti volevano sentire, dopo tante umiliazioni, e invece Gesù annuncia un anno santo, un giubileo di grazia. Ma non basta: nella seconda parte del vangelo (vv.25-27) Gesù aumenta la provocazione, facendo capire che Israele non è l’unico destinatario della salvezza. Già i paesani non avevano gradito la scelta di Gesù di lasciare Nazaret per trasferirsi a Cafarnao, una citta commerciale, piena di pagani, dov’era impossibile osservare la purità legale. E Gesù sfida la loro grettezza. Infine Gesù, passando in mezzo a loro se ne andò (v.30), non nel senso di una sparizione miracolosa, ma di un messaggio consolante: il credente, protetto da Dio, passerà anche lui indenne tra le persecuzioni.

 

Oggi!

 

5. Gesù viene rifiutato per quel semplice oggi. È scoccata l’ora di Dio, il tempo è arrivato, occorre decidersi: Il faut parier! È proprio quello che noi rifiutiamo, e che rimandiamo a domani. Più comodo accarezzare un Dio astratto, atemporale, aoristo, più difficile accorgersi che il regno di Dio è già qui, in mezzo a noi, ci interpella: sì o no, fuori o dentro, pro o contro. Avvertiamo che accettare il Vangelo non è un scossa superficiale ma un cortocircuito folgorante, un terremoto di magnitudo infinita, e comporta una cura radicale (S. Kierkegaard). L’incontro con Dio è sempre pericoloso; se ne accorsero Paolo, Francesco, Ignazio, Alfonso … e perciò noi allontaniamo l’oggi decisivo verso un imprecisato domani.

Attenzione alle abitudini!

 

6. Altro aspetto fastidioso del messaggio di Cristo è la sua scelta, la sua preferenza per quelli di fuori, i non ebrei, gli ultimi. Gesù, accanto a sé, tra i suoi, spesso incontra persone nate stanche che vivono per riposare, contenti di ruminare la sterile sapienza, vuote crisalidi, senza spirito e vita. Ogni religione, anche la più vera, corre il rischio di degenerare nel formalismo; corriamo il rischio di ritrovarci più increduli di chi non ha mai creduto, perché chi non ha può ricevere, ma chi presume di avere non è aperto alla novità. Non vorrei esagerare, ma vi è il pericolo che proprio la religione impedisca di essere religiosi, che possiamo trascorrere una vita intera in una religiosità da scenario, in una cristianità senza cristianesimo. Attenzione ai professionisti! In religione non ci sono professionisti ma solo amanti che si lasciano amare da Dio. Cristo ha trovato fede in uomini e donne perduti, persone semplici e lontane; le maggiori opposizioni le ha trovate tra i professionisti della religione, tra i dottori della legge, tra i burocrati del sacro, insomma tra i suoi. Questo pensiero non può lasciare tranquilli. Santa inquietudine! C’è dunque il rischio di essere lontani da Cristo anche in una casa religiosa, in mezzo a pratiche religiose, da mattutino a compieta.

 

Nessun profeta è gradito nella sua patria!

 

7. Quante volte, davanti alla incomprensione degli altri, abbiamo ripetuto questa celebre espressione, con rabbia repressa, con altezzosità contro i meschini che non ci comprendono. Noi italiani: un popolo di incompresi e di sprizza-cervelli, incompresi dai parenti, dai professori, dagli amici, dal parroco … e assumiamo l’aria di perseguitati, ci mettiamo all’ombra di Gesù, pretendiamo addirittura di somigliargli. Troppo facile! Gesù non fa l’incompreso o la vittima (Nessuno mi comprende!) né l’arrogante (Non sapete chi sono io!); non si ritira come Achille nella tenda. Non mettiamoci nei panni dell’incompreso ma in quelli dei nazaretani, che tanto ci somigliano, che credono fino ad un certo punto, che mettono le condizioni per credere: Se fa i miracoli qui, in casa nostra, sotto i nostri occhi, allora crederemo. Ecco caduta la maschera. Anche noi, come loro, dettiamo le condizioni per credere: se mi guarisce il figlio, se cambia la testa al mio parroco, se vinco quel concorso … allora crederò. Questo non è credere ma usare Dio, non è servire Dio ma servirsi di Dio.

 

Essere contro ma per amore

 

8. Gesù, pur non uscendo dai confini di Israele, viveva fuori: era dentro la storia del suo popolo, che amava fino al pianto, ma portò nei confini del suo popolo l’universale paternità del Padre. Anche noi: non dobbiamo uscire, non dobbiamo abbandonare il nostro posto, la rivoluzione va fatta all’interno, a partire dalla nostra vita. La differenza tra Martin Lutero e Francesco è questa: Lutero si è messo contro il papa, ha preteso la conversione degli altri, ha spaccato in due l’Europa; Francesco ha convertito se stesso, e sua dura intenzione ad Innocenzo aperse / e da lui ebbe primo sigillo a sua religione. Se nel posto in cui viviamo, portiamo l’universo, noi annunciamo l’amore universale del Padre, noi ripetiamo lo stesso annuncio di Gesù a Nazaret. Finché i nazareni potevano dire: Gesù, che fa miracoli e trascina le folle, è nostro, egli era gradito ai suoi compaesani. Ma tutto cambia quando Gesù dice che nessuno è profeta in casa sua, perché nella sua casa il profeta non esalta i grandi destini della patria, ma ricorda alla gente per bene di dentro che fuori del nostro piccolo perimetro persone davvero “per bene” fanno da cariatidi alla nostra opulenza! Vivere la fede nella dimensione della carità, significa rovesciare presunzioni consolidate, diventare maestri del sospetto, estranei in casa propria, purché il regno di Dio si allarghi, e nessuno si senta estraneo o emarginato. Il vero profeta corre il rischio di essere lapidato dai tutori dell’ordine, dagli specialisti di Dio. Una fede vissuta nella carità è profetica, certo, ma esige che ogni giorno si prenda la croce. Come Gesù!

Buona vita!

 

 

* Gruppo biblico ebraico-cristiano


 

 

 

“DIO È PADRE E MADRE DI TUTTI, ANCHE DEI DELINQUENTI”. COSA VUOL DIRE IL PAPA?

 

Don Antonio Mazzi

 

Il Pontefice ha spiazzato tutti affermando tra l’altro che non bisogna dimenticare “che il Padre ha l’animo di una madre”

Non sono un teologo e quindi mi sento felice e libero, senza voler fare subito salti troppo alti, di poter sintetizzare l’intera pastorale di questo Papa in poche parole che metto nella sua bocca: “Sono qui per dirvi che Dio non solo è Padre, ma è anche “Papà”.

Tutti abbiamo capito che il Padre Nostro è la preghiera che predilige e che, appena può, ai genitori, ai bambini, ai preti, ai fedeli, presenta il Dio della bontà, della misericordia, del perdono, dell’accoglienza. Potremmo citare all’infinito frasi e gesti che comprovano questa sua interiorità.

“Noi continuiamo a dire Padre ma diciamolo come se nel cuore dicessimo Papà, Babbo. Difatti l’aramaico Abbà ci porta più vicini al concetto di Papà che a quello di Padre.

Un altro concetto travolgente, molto più suo che di altri Pontefici, è l’abbinamento della paternità alla maternità di Dio. “Non dimenticate mai di dire che il Padre ha l’animo di una madre”.

E l’entusiasmo e la convinzione con cui parla dell’amore di Dio. “Dio ti cerca, anche se tu non lo cerchi, Dio ti ama anche se tu ti sei dimenticato di Lui”. E sempre a braccio: “Forse qualcuno ha dentro di sé cose brutte, cose che non sa come risolvere, tanta amarezza per aver fatto questo o quest’altro”. A chi dice: “Io sono un delinquente”, Lui risponde: “Dio conosce solo l’amore”.

La catechesi di Francesco sul Padre Nostro è sconvolgente, perché include la parabola del figlio prodigo, le parole sulla croce al buon ladrone, il perdono senza limiti.

 

 

 

Don Antonio Mazzi


Siamo gli ultimi cristiani?

 

Enzo Bianchi

 

 

Jesus - Bisaccia del mendicante - Gennaio 2019

 

Jean-Marie Tillard, grande teologo dal soffio ecumenico, e per me maestro e amico, negli ultimi anni di vita domandava spesso: “Siamo gli ultimi cristiani?”. Era un discepolo di Gesù, non colto da pessimismo o da amarezza, ma quella domanda gli sorgeva spontanea; ed era spinto a porla e a porsela non dalle statistiche che rivelavano la diminuzione del numero dei cristiani nel nostro occidente, ma constatando il venir meno della passione, della convinzione da parte di molti battezzati che pur continuavano a dirsi cristiani e magari confessavano un’appartenenza alla chiesa.

 

Ormai anziano, sono anch’io tentato di pormi questa domanda, e per l’evidenza delle stesse ragioni. Raramente, infatti, trovo cristiani che nutrono una passione per Gesù Cristo, per il Vangelo, e sono davvero convinti non solo che Gesù possa essere una risposta alle loro domande di senso della vita, ma sia la loro vita, il loro futuro. È vero, oggi si può constatare tra i cristiani una ricerca di vita spirituale o interiore molto intensa, forse più intensa di ieri. Ma sovente si tratta di una spiritualità che si nutre di una certa credenza in Dio, di una ricerca di benessere interiore, e attende non il Regno che viene, non Gesù Cristo, ma un insegnamento etico per vivere meglio, una didascalia antropologica che consenta di trovare pace, armonia in sé e con gli altri.

 

Così il messaggio di Gesù è svuotato e ridotto a una spiritualità raffinata ma senza la grazia, a una via di auto-salvezza. Chi cita ancora la parola di Gesù: “Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà” (Mc 8,35)? Proprio per questo viene a mancare la passione, che è un’esperienza più che un sentimento, un’esperienza in grado di destare vita nella nostra vita. Se c’è questa passione, allora ci sarà anche la gioia di essere cristiani, di poter vivere insieme a Gesù Cristo, di poterci sentire fratelli e sorelle nella comunità dei discepoli del Signore.

 

L’esperienza cristiana è molto più del vivere una spiritualità che, come vita interiore, tutti gli esseri umani possono fare. Sono numerosi oggi quelli che sembrano abbagliati dall’attenzione di molti battezzati alla “spiritualità”; ma se poi si indaga a fondo, si scopre che costoro non sono impegnati in una “vita spirituale”, cioè animata dallo Spirito santo, dunque vita in Cristo, ma piuttosto in cammini di interiorità scaturiti dalle diverse sapienze umane. Purtroppo anche tanti autori, vere star della spiritualità che si dicono cattolici, in realtà insegnano solo un’etica terapeutica. La fede cristiana non può essere ridotta a una via per “diventare personalmente migliori”, ma deve restare una comunicazione di vita, una grazia che giustifica l’esistenza di ciascuno e la rende gioiosa. La gioia del Vangelo è gioia della fede!

 

Benedetto XVI ha ricordato con forza che “all’inizio dell'essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì un evento, l’incontro con una persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò un orientamento definitivo” (Enciclica Deus caritas est 1, 25 dicembre 2005). Nell’incontro con Gesù Cristo si è generati come amanti, come persona la cui passione è veramente amare più lui che il padre, la madre e persino la propria vita (cf. Lc 14,26; Mt 10,37), è veramente conoscere la profondità e l’ampiezza dell’amore. E si faccia attenzione: non mi riferisco a un amore mistico, semplicemente di desiderio, ma all’amore che conosce la gratuità dell’amore di Dio, sempre preveniente e mai da meritarsi.

 

Allora pregare è una festa, celebrare la liturgia è una festa, leggere le scritture ascoltando la parola è una festa, una beatitudine. Siamo dunque gli ultimi cristiani? Dobbiamo rassegnarci a vivere in comunità dove manca il fuoco, quel fuoco che Gesù volle portare sulla terra e desiderò tanto vedere ardere (cf. Lc 12,49)? Siamo stati incapaci di trasmettere quella passione che rende la fede contagiosa? A volte mi dico che la durezza di cuore è meglio della tiepidezza… In ogni caso, credo che queste domande e soprattutto questa ricerca di un’intensa passione per Cristo non possano essere evase o tralasciate con sufficienza


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

27 gennaio 2019

 

III domenica del tempo Ordinario

Lc 1,1-4; 4,14-21

di ENZO BIANCHI

 

1 Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, 2come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, 3così anch'io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, 4in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto. 4in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.

 

Nel dare forma alla buona notizia, il Vangelo, attraverso il racconto, Luca ha la consapevolezza di una propria responsabilità davanti a Dio e agli uomini. Davanti a Dio deve essere un “servo della Parola”, capace di tenere conto di altri scrittori precedenti a lui e più autorevoli di lui: “i testimoni oculari”, quelli che hanno vissuto nell’intimità e nella vita pubblica con Gesù (cf. At 1,21-22); davanti agli uomini sente il dovere di rispondere a quei primi cristiani della sua comunità, dando loro una parola come cibo capace di nutrire e confermare la loro fede. Per questo ha composto quello che chiamiamo il terzo vangelo, attingendo con cura alla tradizione apostolica ma nello stesso tempo scrivendo con le sue capacità e la sua sensibilità a dei cristiani di lingua greca negli anni 70-80 della nostra era. Il Vangelo è un canto a quattro voci, quattro racconti, quattro memorie: ma il canto polifonico resta un solo canto, e uno solo è il Vangelo fatto carne, uomo (cf. Gv 1,14), Gesù di Nazaret.

 

Luca è molto attento a testimoniare la presenza dello Spirito di Dio in Gesù. Gesù – che è la Parola di Dio (cf. Gv 1,1) – e lo Spirito santo sono “compagni inseparabili” (Basilio di Cesarea), dunque dove Gesù parla e agisce là c’è anche lo Spirito. Nei capitoli precedenti del vangelo, quelli riguardanti la venuta nel mondo del Figlio di Dio, Luca ha mostrato che egli è stato concepito nell’utero di Maria grazie alla potenza dello Spirito santo (cf. Lc 1,35), e la sua apparizione pubblica quale discepolo di Giovanni il Battista, che lo ha immerso nel Giordano, è stata sigillata dalla discesa su di lui dello Spirito santo (cf. Lc 3,22). Proprio questo Spirito conduce Gesù nel deserto, dove viene tentato dal demonio (cf. Lc 4,1-2a), e lo accompagna – è l’inizio del nostro brano liturgico – quando ritorna in Galilea, la sua terra, dalla quale si era allontanato per andare nel deserto e mettersi alla sequela del profeta battezzatore. Con questa insistenza Luca è intenzionato a far comprendere al lettore che Gesù è “ispirato”, che la sua sorgente interiore, il suo respiro profondo è lo Spirito di Dio, il Soffio del Padre. Non è un profeta come gli altri, sui quali lo Spirito scendeva momentaneamente, perché in lui lo Spirito riposava, sostava, dimorava (cf. Gv 1,32), lo riempiva di quella forza (dýnamis) che non è potere, ma partecipazione all’azione e allo stile di Dio.

 

E cosa fa Gesù nel suo ritorno alla “Galilea delle genti” (Mt 4,15; Is 8,23), terra periferica e impura? Va a “insegnare nelle sinagoghe”. Per iniziare la sua missione non ha scelto né Gerusalemme né il tempio, ma quelle umili sale in cui si riunivano i credenti per ascoltare le sante Scritture e offrire il loro servizio liturgico al Signore. Nelle sinagoghe di sabato si facevano preghiere, poi si leggeva la Torah (una pericope, una parashah del Pentateuco), la Legge, quindi si pregavano Salmi e, a commento della Torah, si proclamava un brano (haftarah) tratto dai Profeti. Non era una liturgia diversa da quella che ancora oggi noi cristiani compiamo ogni domenica. Gesù è ormai un uomo di circa trent’anni, non appartiene alla stirpe sacerdotale, quindi non è un sacerdote, è un semplice credente figlio di Israele ma, diventato a dodici anni “figlio del comandamento” (cf. Lc 2,41-42), è abilitato a leggere pubblicamente le sante Scritture e a commentarle, facendo l’omelia.

 

E così accade che quel sabato, proprio nella sinagoga in cui la sua fede era stata nutrita fin dall’infanzia, quando abitava a Nazaret, mediante le liturgie comunitarie, Gesù sale sull’ambone e, aperto il rotolo che gli viene dato, legge la seconda lettura il brano previsto per quel sabato: il capitolo 61 del profeta Isaia. Questo testo è l’autopresentazione di un profeta anonimo che testimonia la sua vocazione e la sua missione:

 

Lo Spirito del Signore è sopra di me,

per questo mi ha unto (échrisen)

e mi ha inviato per annunciare la buona notizia ai poveri,

per proclamare ai prigionieri la liberazione

e ai ciechi la vista,

per rimandare in libertà gli oppressi,

per proclamare l’anno di grazia del Signore (Is 61,1-2a).

 

Chi è questo profeta senza nome, presentato da Isaia? Quale la sua identità? Quale sarà la sua missione? Quando la sua venuta tanto attesa? Queste certamente le domande che sorgevano alla lettura di quel testo.

 

Gesù, dopo aver letto il brano tralasciando i versetti finali che annunciavano “un giorno di vendetta per il nostro Dio” (Is 62,2b), lo commenta con pochissime parole, così riassunte da Luca:

 

Oggi si è realizzata questa Scrittura

 

(ascoltata) nei vostri orecchi.

 

Oggi, oggi (sémeron) Dio ha parlato e ha realizzato la sua Parola. Oggi, perché quando un ascoltatore accoglie la parola di Dio, è sempre oggi: è qui e adesso che la parola di Dio ci interpella e si realizza. Non c’è spazio alla dilazione: oggi! È proprio Luca a forgiare questa teologia dell’“oggi di Dio”. Per ben dodici volte nel suo vangelo risuona questo avverbio, “oggi”, di cui queste le più significative:

 

per la rivelazione fatta dagli angeli a Betlemme (cf. Lc 2,11);

per la rivelazione ad opera dalla voce celeste nel battesimo (cf. Lc 3,22; variante che cita Sal 2,7);

nel nostro brano, come affermazione programmatica (cf. Lc 4,21);

durante il viaggio di Gesù verso Gerusalemme (cf. Lc 13,32.33);

come annuncio della salvezza fatto da Gesù a Zaccheo (cf. Lc 19,5.9);

come parola rivolta a Pietro quale annuncio del suo rinnegamento (cf. Lc 22,34.61);

come salvezza donata addirittura sulla croce, a uno dei due malfattori (cf. Lc 23,43).

 

Oggi è per ciascuno di noi sempre l’ora per ascoltare la voce di Dio (cf. Sal 95,7d), per non indurire il cuore (cf. Sal 95,8) e poter così cogliere la realizzazione delle sue promesse. La parola di Dio nella sua potenza risuona sempre oggi, e “chi ha orecchi per ascoltare, ascolti” (Lc 8,8; cf. Mc 4,9; Mt 13,9). Oggi si ascolta e si obbedisce alla Parola o la si rigetta; oggi si decide il giudizio per la vita o per la morte delle nostre vicende; oggi è sempre parola che possiamo dire come ascoltatori autentici di Gesù: “Oggi abbiamo visto cose prodigiose” (Lc 5,26). E possiamo dirla anche dopo un passato di peccato: “Oggi ricomincio”, perché la vita cristiana è andare “di inizio in inizio attraverso inizi che non hanno mai fine” (Gregorio di Nissa).

 

Gesù è dunque il profeta atteso e annunciato dalle sante Scritture, il profeta ultimo e definitivo, ma questo non lo proclama apertamente, bensì lascia ai suoi ascoltatori di comprendere la sua identità facendo discernimento sulle azioni che egli compie, accogliendo la novità della buona notizia da lui annunciata. Gesù è il Cristo, il Messia unto da Dio (échrisen), non con un’unzione di olio ma attraverso lo Spirito santo; è l’inviato per portare ai poveri, sempre in attesa della giustizia, il Vangelo; per proclamare ai prigionieri di ogni potere la liberazione; per dare la vista ai ciechi; per liberare gli oppressi da ogni forma di male; per annunciare l’anno di grazia del Signore, il tempo della misericordia, dell’amore gratuito di Dio.

 

Missione profetica questa, che Gesù ha inaugurato con segni e parole, ma missione affidata ai discepoli nel loro abitare la storia nella compagnia degli uomini. Sì, queste parole di Gesù ci possono sembrare una promessa mai realizzata, perché i poveri continuano a gridare, gli oppressi e i prigionieri continuano a gemere e neppure i cristiani sanno vivere la misericordia di Dio annunciata da Gesù. Eppure questa liturgia della Parola, che ha avuto in Gesù non solo il lettore e l’interprete, ma soprattutto colui che l’ha compiuta e realizzata, illumina tutto il suo ministero: da Nazaret, dove egli l’ha inaugurata nella sinagoga, a Gerusalemme, dove in croce porterà a compimento la sua missione


Giorno della Memoria

 

Libri per non dimenticare la Shoah

 

a cura di Liana Messina

 

Auschwitz

 

 

Il Giorno della memoria 2019 è il 27 gennaio. Quest’anno cade di domenica. È la giornata in cui ricordiamo tutte le vittime dell’Olocausto. Il 27 gennaio 1945, le truppe sovietiche entravano nel campo di concentramento di Auschwitz. In Polonia. Il mondo scopriva il significato della parola Shoah.

Simon Wiesenthal in Gli assassini sono tra noi, ricorda le SS dire ai prigionieri come lui: “Nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà.

Forse ci saranno sospetti, discussioni, ricerche di storici, ma non ci saranno certezze, perché noi distruggeremo le prove insieme a voi. E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti”.

Tra il 1933 e il 1945 le vittime della Shoah, dell’Olocausto, furono dai 15 ai 17 milioni. Uomini e donne, anziani e bambini. Gli ebrei che scomparvero furono dai 5 ai 7 milioni.

Vittime della Shoah furono tutte le persone che i nazisti consideravano “inferiori”, “impure”. Gli ebrei, ma anche i popoli slavi delle regioni che occuparono. E gli oppositori politici, gli handicappati, gli omosessuali. Le minoranze: rom, sinti, jenisch. I gruppi religiosi come i testimoni di Geova e i pentecostali.

 

Primo Levi, sopravvissuto anche lui, in I sommersi e i salvati, scrive: “Chi è stato ferito rimuove il ricordo per non rinnovare il dolore. Chi ha ferito ricaccia il ricordo nel profondo per liberarsene. Per alleggerire il suo senso di colpa”.



 

ENZO BIANCHI: "LA BIBBIA CI INSEGNA CHE NELLA STORIA SIAMO TUTTI MIGRANTI"

  In Centroamerica varie migliaia di persone, partite dall'Honduras, marciano verso gli Stati Uniti, mentre l'Occidente innalza muri contro gli stranieri. Ma, dice il fondatore della Comunità di Bose, i progenitori degli ebrei erano nomadi, il cristianesimo si è spostato da un luogo all'altro. L'umanità, da sempre, è in cammino.

 

Lorenzo Montanaro

 

(Foto Reuters: la carovana dei migranti in Messico, diretta verso il confine con gli Stati Uniti)

 

Un'impressionante fiume di gente in marcia. Gente a piedi, che porta con sé il vestito che ha addosso e poco altro. C'è chi dice siano 7.000, chi di più. L’unica certezza è che il loro numero aumenta di giorno in giorno, grazie al tamtam della rete e a volantini passati di mano in mano. Sono migranti. I primi sono partiti circa due settimane fa dall’Honduras (Stato poverissimo dell’America centrale) e si sono messi in cammino per raggiungere gli Stati Uniti, meta o miraggio di una vita migliore. A ogni tappa, il fiume raccoglie nuovi disperati. Dopo un percorso estenuante tra Honduras e Guatemala, ora la carovana sta attraversando il Messico. E benché i migranti siano ancora lontanissimi dal confine statunitense, il presidente Donald Trump ha già minacciato dure repressioni: ha inviato 800 soldati alla frontiera e molto probabilmente sta facendo pressione sul Messico perché la colonna in marcia venga arrestata.

 

Guardando le immagini di quella moltitudine in cammino, è impossibile non pensare ai racconti dell’esodo biblico. L'Occidente torna ad alzare muri contro un fenomeno antico quanto l’uomo. Ma leggere con profondità e attenzione la Sacra Scrittura potrebbe aiutarci a decifrare il presente. Sì, perché «la Bibbia nasce da migrazioni di popoli», ci ricorda Enzo Bianchi, fondatore della comunità monastica di Bose (Biella), una realtà molto speciale, formata da monaci di entrambi i sessi, provenienti da diverse Chiese cristiane.

 

«I progenitori degli ebrei erano nomadi che dall’Oriente si spostavano verso il Medio Oriente», spiega il religioso. «E la storia del popolo ebraico è stata una migrazione continua: prima in terra di Canan, poi in Egitto, poi l'esodo dall’Egitto alla Palestina. C'è un legame profondo tra la rivelazione del nostro Dio e i migranti. I credenti che si riconoscono nel Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe individuano come punti di riferimento tre nomadi, tre uomini che hanno sempre cercato una terra e hanno sempre dimorato in luoghi per loro stranieri». Non parliamo poi della storia della Chiesa: «Il Cristianesimo nasce giudaico, ma presto si sposta nel mondo greco e latino, per poi subire le influenze dei popoli barbari. Proprio da questa mescolanza di genti è nato il pensiero europeo, che mostra un’umanizzazione e un cammino raro nella storia dell’umanità».

 

Ma certo il tema non si esaurisce con le ragioni storiche, poiché l’appartenenza al popolo cristiano ci chiede un impegno nel qui e ora. Un impegno quanto mai concreto. «Basterebbe ricordare», prosegue Enzo Bianchi, «che nel cuore del messaggio di Gesù, là dove vengono esemplificate quelle relazioni sulle quali si giocherà la nostra salvezza, leggiamo “ero straniero e mi avete accolto”. Con il Vangelo, l’amore per il migrante, già presente nell’Antico Testamento, assume una dimensione universale, poiché lo straniero diventa segno, sacramento di Cristo stesso».

 

Ma se l'accoglienza è così fortemente presente nel Dna del messaggio di Cristo, come spiegare il timore dello straniero che in questo periodo attanaglia tanti Paesi cristiani, in America come in Europa? «Emerge una grande fragilità, anche nella fede. Per molti, il cristianesimo si riduce a un fatto culturale, diventa semplice tradizione, localismo, appartenenza al campanile, rassicurante tranquillità. Ma così si nega il messaggio più profondo racchiuso nel Vangelo. Ci sono poi forze politiche che cavalcano queste paure e in certa misura le creano». Risultato: «Una barbarie incipiente, della quale dovremmo vergognarci».

 

 

«Dovremmo recuperare la nostra autentica memoria cristiana», osserva il fondatore della comunità di Bose. «O, più semplicemente, dovremmo ricordarci di ciò che siamo stati. Vale per noi italiani, vale per il popolo statunitense, che è costituto da discendenti di migranti. Attualmente siamo preda di impreparazione e mancanza di conoscenza. I fenomeni migratori non possono essere negati, ma vanno governati. Serve una politica piena di visione, che non si accontenti delle risposte a breve termine. Quando i migranti sono alle nostre frontiere, o peggio, in mare, dovremmo rispondere con umanità. Ma servirebbe anche uno sguardo globale. Non dimentichiamo che il più grande movimento migratorio del nostro tempo non si sta verificando nel Mediterraneo, ma all’interno del continente africano. Allo stesso modo, in America ci si muove da Sud verso il più ricco Nord. Finché queste persone non avranno la possibilità di una vita nelle loro terre, continueranno a fuggire. E tenteranno di raggiungere i nostri Paesi. Perché, da sempre, chi ha fame si sposta per cercare il pane»


13 gennaio 2019

 

Battesimo del Signore

Lc 3,15-16.21-22

di ENZO BIANCHI

 

In quei giorni 15poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, 16Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. 21Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì 22e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento».

 

È la festa del battesimo di Gesù, della sua immersione da parte di Giovanni nel fiume Giordano: il primo atto di Gesù uomo maturo, la sua prima apparizione pubblica. Tutti i vangeli ricordano questo evento posto all’inizio del ministero di Gesù, e ciascuno lo narra in modo proprio: cerchiamo dunque di comprendere ed esplicitare le peculiarità del racconto di Luca.

 

Giovanni il Battista aveva annunciato un Veniente più forte di lui, che avrebbe immerso (cioè battezzato) non nelle acque del Giordano ma in Spirito santo e fuoco. E tuttavia questo Veniente, che è discepolo di Giovanni e porta il nome non ancora famoso di Jeshu‘a, Gesù, va anche lui a farsi battezzare. Luca sottolinea che egli fa questo insieme a “tutto il popolo”, espressione enfatica che vuole porre l’accento sul grande numero di giudei radunati da colui che “evangelizzava” (Lc 3,18), cioè annunciava la buona notizia, e che doveva “preparare al Signore un popolo ben disposto” (Lc 1,17). Solidale con quel popolo, uomo come tutti gli altri, mescolato alla folla anonima, in fila tra uomini e donne, senza nessuna volontà di distinzione dai peccatori, Gesù si fa immergere da Giovanni: uno del popolo, con il popolo, in mezzo al popolo, dove questo termine indica certamente la gente ordinaria, ma anche quel nuovo popolo che Dio sta radunando per farne il suo popolo per sempre. Gesù inizia così la sua vita pubblica: non con una predicazione, non con un miracolo, non con un’apparizione che potesse stupire e meravigliare i presenti, ma un gesto umano di umiltà, di sottomissione a Dio e di totale solidarietà con i suoi fratelli e sorelle peccatori.

 

Luca vuole anche mettere in evidenza ciò che accade a Gesù, ciò che diventa sua esperienza personalissima in quell’evento. A differenza degli altri vangeli rivela che Gesù riceve il battesimo mentre sta pregando, mentre riconosce la presenza e la signoria del suo Dio e Padre. Ecco la prima azione di Gesù nella sua vita pubblica: la preghiera! E nel vangelo secondo Luca la preghiera sarà anche l’ultima azione di Gesù in croce, prima di morire (cf. Lc 23,46). Cosa significa dunque pregare? Poche cose: fare silenzio, fare spazio dentro di sé per accogliere lo Spirito di Dio e ascoltare quella parola che Dio rivolge personalmente al credente. Questa e solo questa è la preghiera cristiana: non parole dette a Dio, non ripetizione di formule, non esercizio di affetti, ma silenzio, predisposizione di se stessi all’accoglienza della Parola e dello Spirito di Dio.

 

Avviene per Gesù ciò che avviene per la prima comunità dei discepoli, dopo la sua resurrezione, quando resterà in preghiera, farà spazio allo Spirito e riceverà il dono (cf. At 1,4; 2,1-12). Per questo Gesù, secondo Luca, parlando della preghiera e del suo esaudimento precisa: “Se voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito santo a quelli che glielo chiedono” (Lc 11,13). La preghiera cristiana è epiclesi dello Spirito e il suo esaudimento è il dono dello Spirito.

 

Gesù dunque si fa immergere da Giovanni ma soprattutto prega, appresta tutto il suo essere per farsi dimora dello Spirito santo, che solo Gesù “vede scendere” dal cielo sotto forma di colomba per dimorare in lui. È il segno dello Spirito di Dio che covava sulle acque al momento della creazione (cf. Gen 1,2), il segno della Shekinah, la Presenza del Dio vivente che dal cielo scende sulla terra. I cieli si aprono per questa discesa da Dio dello Spirito e, con lo Spirito, ecco risuonare la parola personalissima rivolta a Gesù: “Tu! Tu sei mio Figlio!”. Questa l’identità di Gesù: è il Figlio di Dio!

 

Per esplicitare questa proclamazione, il vangelo secondo Luca cita il salmo 2: “Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato” (v. 7), sicché questa voce non è una rivelazione per Gesù, che conosceva la sua relazione con il Padre (cf. Lc 2,49), ma piuttosto un’intronizzazione messianica all’inizio della sua missione. Nel vangelo secondo Marco la voce discesa dal cielo (ripresa da Matteo e da alcuni manoscritti di Luca) risuona in modo diverso: “Tu sei mio Figlio, l’amato, in te mi sono compiaciuto!” (Mc 1,11; Mt 3,17). Oltre al salmo 2, viene qui echeggiata anche la dichiarazione del Signore sul suo Servo (“Ecco il mio Servo, … in lui mi sono compiaciuto”: Is 42,1). Sì, Dio si compiace, trova gioia nel suo Servo, come la trova nella sua venuta tra gli umani (cf. Lc 2,14). Anche nella trasfigurazione questa voce dal cielo scenderà per proclamare Gesù come Figlio di Dio, come Servo eletto al quale va l’ascolto, e confermarlo nel suo cammino verso la passione e la morte (cf. Lc 9,35).

 

Nessuno ascolta quella voce, nessuno vede scendere lo Spirito all’infuori di Gesù, che quell’evento potrà dunque proclamare con autorevolezza: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha unto e mi ha inviato a portare la buona notizia ai poveri” (Lc 4,18; Is 61,1). Il battesimo è dunque rivelazione della chiamata rivolta a Gesù, che lui realizzerà pienamente e puntualmente quale Messia, perciò Figlio di Dio, e quale Profeta, perciò Servo del Signore.

 

“Gesù aveva circa trent’anni” (Lc 3,23), annota Luca subito dopo, dunque ha trascorso molti anni di vita nascosta. Dal suo bar mitzwah, quando a dodici anni divenne “figlio del comandamento” (cf. Lc 2,41-50), fino a questo evento di rivelazione, Gesù ha vissuto un’esistenza ordinaria, che a noi resta oscura. Inutile ricostruire con la fantasia e l’immaginazione quegli anni, per farne discendere una “spiritualità” di Gesù in famiglia, di Gesù operaio, di Gesù a Nazaret… Ci basti sapere che ha atteso, che non si è dato ruoli né una vocazione, ma che ha sempre saputo vivere l’oggi di Dio.

 

Siamo certi soltanto della sua obbedienza a Dio piuttosto che agli uomini e alla famiglia (cf. Lc 2,49; At 5,29); della sua disponibilità a fare posto nella propria vita e nel proprio corpo allo Spirito santo, “il suo compagno inseparabile” (Basilio di Cesarea); del suo esercitarsi nell’arte dell’ascolto della Parola di Dio, che egli trovava nell’assiduità alle sante Scritture; del suo farsi discepolo mettendosi alla sequela di Giovanni, rabbi e profeta; del suo fare discernimento della propria vocazione e missione. Questo fino a circa trent’anni, quando ormai era un uomo maturo e, per il suo tempo, avanti negli anni. E quando il suo maestro Giovanni fu imprigionato da Erode (cf. Lc 3,19-20), ecco venuta la sua ora, l’ora di far risuonare la sua parola, l’ora di proclamare il Vangelo, l’ora di percorrere le vie della Galilea e della Giudea “passando tra gli umani facendo il bene” (cf. At 10,38) e facendo arretrare il diavolo.

 

Questo cammino va dall’immersione nelle acque del Giordano all’immersione nelle acque della passione e della morte (cf. Sal 69,2-3). E anche nell’ora della morte Gesù sarà crocifisso in mezzo a due malfattori (cf. Lc 22,37; 23,33; Is 53,12), solidale con i peccatori, come lo era stato per tutta la vita. Li aveva preferiti ai giusti, facendosi battezzare insieme a loro da Giovanni; li preferirà ancora ai giusti morendo in croce tra di loro, ma arrivando a promettere proprio a uno di loro: “Oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43). E appena morto sentirà di nuovo la voce del Padre: “Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato”, voce che lo richiama dai morti, Spirito santo che lo rialza alla vita eterna. L’Apostolo Paolo rileggerà questa storia in modo sintetico all’inizio della Lettera ai Romani: “Cristo Gesù, … Figlio di Dio, nato dalla stirpe di David secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito santo, attraverso la resurrezione dei morti” (Rm 1,1.3-4).

 

La festa del battesimo di Gesù è l’ultima manifestazione-epifania del tempo di Natale. Venendo nel mondo, Gesù si è manifestato a Betlemme ai pastori, ai poveri di Israele; si è manifestato come Re dei giudei ai sapienti venuti dall’oriente, alle genti della terra; e all’inizio del suo ministero pubblico si è manifestato a tutto Israele quale Messia e Figlio di Dio. Dalla prossima domenica, attraverso la lettura cursiva del vangelo secondo Luca, la chiesa ci chiederà di seguire Gesù verso la sua Pasqua, “il suo esodo che dovrà compiersi a Gerusalemme” (Lc 9,31).


Leonardo da Vinci

 

di fronte al tema

 

della religione

 

Gianfranco Ravasi

 

 

Venerdì 2 maggio 1519, a 67 anni (era nato il sabato 15 aprile 1452), moriva nel castello di Cloux, oggi Clos-Lucé presso Amboise, sulla riva sinistra della Loira nella Francia centrale, Leonardo da Vinci. Imponenti saranno nel 2019 le celebrazioni di questo genio che ha lasciato un’altrettanto imponente eredità artistica, scientifica, letteraria. Steve Jobs, il fondatore di Apple, non esitava a considerarlo come il modello più alto da seguire anche nei nostri giorni apparentemente così diversi, e la ragione sarebbe nel fatto che egli aveva saputo coniugare scienza e arte, cioè tecnica e umanesimo in un intreccio unico e creativo. Jobs lo definiva l’«ingegnere rinascimentale» e noi lo possiamo considerare come colui che ha risolto in anticipo il dibattito sulle «due culture», formalizzato nel 1959 dall’omonimo saggio di Charles Percy Snow, che in proprio era di professione chimico e romanziere.

Ovviamente non possiamo ora delineare un ritratto biografico del personaggio, per altro abbozzato in modo esemplare nel Leonardo di Carlo Vecce (1998), né percorrere la sua straordinaria produzione artistica o la sua suprema elaborazione scientifica e neppure inoltrarci nel suo eventuale pensiero sistematico come ha fatto in una nota conferenza fiorentina dell’aprile 1906 Benedetto Croce dedicandosi a Leonardo filosofo, testo raccolto poi da Laterza nell’opera Saggio su Hegel seguito da altri scritti di storia della filosofia. Né è possibile raccogliere la massa delle sue annotazioni, spesso aforistiche, di stampo etico. Eccone solo alcuni esempi: «Riprendi l’amico in segreto e lodalo in palese… Questo uomo ha una somma pazzia, che sempre stenta per non stentare, e la vita a lui fugge sotto speranza di godere i beni con somma fatica acquistati… L’uomo ha grande discorso, del quale la più parte è vano e falso; gli animali l’hanno piccolo, ma utile e vero. È meglio la piccola certezza che la grande bugia… Felici fien quelli che presteranno orecchi alla parola dei morti: leggere le buone opere e osservarle… Chi poco pensa, molto erra… Chi non punisce il male comanda lo si faccia… Oh, miseria umana, di quante cose per danari ti fai serva!… Chi semina virtù fama ricoglie». E ancora, in particolare, sull’esistenza morale: «La vita bene spesa lunga è… Siccome una giornata bene spesa dà lieto dormire, così una vita bene spesa dà lieto morire… Chi non stima la vita non la merita… Quando io crederò imparare a vivere, e io imparerò a morire». Per concludere col celebre «Non si volta chi a stella è fiso». […]

Augusto Marinoni pubblicò su «Vita e Pensiero» (n. 1/1983) un articolo intitolato La religione di Leonardo, il tema a cui vorrei ora accennare, un soggetto sostanzialmente negletto dai leonardisti. Certo, c’è il saggio di Rodolfo Papa un po’ arditamente intitolato Leonardo teologo (2006). In realtà, però, si tratta dell’analisi dell’iconografia biblica dei suoi vari dipinti, essendo allora le Sacre Scritture il grande codice artistico fondamentale: si pensi solo all’Ultima cena milanese, all’Annunciazione e all’Adorazione dei Magi degli Uffizi, alla Vergine delle rocce, alla Sant’Anna Metterza del Louvre, all’incompiuto San Girolamo della Vaticana. Ogni artista si confrontava allora con questi soggetti con una propria ermeneutica dalle molteplici iridescenze spirituali.

Ma se volessimo identificare attraverso attestazioni autobiografiche la religiosità personale di Leonardo, la messe sarebbe esigua, al di là delle frequentazioni con uomini di Chiesa (pensiamo, ad esempio, al cardinale Luigi d’Aragona o allo stesso papa Leone X che lo ospitò in un appartamento del Belvedere tra il 1513 e il 1516). Prevale la convinzione che la visione “teologica” leonardiana fosse di stampo panteistico naturalistico, con una pratica religiosa tradizionale e comune. Al riguardo è significativa la narrazione della sua morte fatta dal Vasari nelle sue famose Vite de’ più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani (1550). Eccone un estratto: «Finalmente, venuto vecchio, stette molti mesi ammalato; e vedendosi vicino alla morte, si volse diligentemente informare de le cose catoliche e della via buona e santa religione cristiana, e poi con molti pianti confesso e contrito, sebene e’ non poteva reggersi in piedi, sostenendosi nelle braccia di suoi amici e servi, volse divotamente pigliare il Santissimo Sacramento fuor del letto. Sopragiunseli il re, che spesso et amorevolmente lo soleva visitare; per il che egli per riverenza rizzatosi a sedere sul letto, contando il mal suo e gli accidenti di quello, mostrava tuttavia quanto avea offeso Dio e gli uomini del mondo non avendo operato nell’arte come si conveniva».

Il racconto della morte pia, pur avendo un suo fondamento per la ragione sopra evocata dell’adesione alla fede comune, ha un aspetto celebrativo, come lo è l’introduzione fantasiosa del re Francesco I di Valois, tra le cui braccia regali Leonardo si sarebbe spento (il sovrano in realtà era allora in un castello presso Parigi). La sua vita era stata lambita da un’accusa di immoralità: nel 1476 aveva subito una denuncia per sodomia a Firenze ma l’indagine si era conclusa con un’assoluzione. Vasari lo riteneva un “eretico”, anche se nell’edizione successiva delle Vite (1568) tale definizione era stata omessa: «Fece ne l’animo un concetto sì eretico, che e’ non s’accostava a qualsivoglia religione, stimando per avventura assai più lo esser filosofo che cristiano».

Certo è, come notava un altro importante studioso vinciano, Carlo Pedretti, che quello della fede di Leonardo è «un problema scomodo, per non dire spinoso». La stessa frammentarietà e l’ecletticità dei suoi scritti rendono impossibile l’elaborazione di una visione unitaria in questo ambito che era da lui poco trattato rispetto ai temi scientifici o artistici che dominavano la sua ricerca. Proprio per questo ogni particolare filosofico-teologico delle sue annotazioni è stato soggetto a interpretazioni antitetiche e ipotetiche. Così, tanto per esemplificare, la sua stroncatura della credulità nei fantasmi ha fatto ipotizzare una sua negazione dell’immortalità, mentre la sua passione per la ricerca sperimentale («la meccanica è il paradiso delle scienze matematiche») è stata letta da alcuni come una opzione deterministica e materialistica.

Freud rappresentò Leonardo come un uomo svegliatosi troppo presto nella notte quando tutti gli altri dormivano ancora. Tuttavia è visibile in lui l’influsso di Marsilio Ficino, filosofo platonico toscano, suo contemporaneo, che lo conduce a scavare, sì, nella materia per isolarne il dinamismo energetico; ma questo moto immanente avrebbe la sua origine nel Primo Motore, Dio. Nell’essenza umana, invece, sarebbe l’anima a costituire questa energia che in noi è fulminea e metatemporale, espressa nella mente, nella conoscenza, nel desiderio di «ritornare al suo Mandatario», Dio, sorgente di questo dinamismo vitale e spirituale. Proprio in questa luce è da decifrare la sua definizione della pittura come «discorso mentale». La materia oppone la sua passività, ma è lo spirito a sommuoverla e a esprimersi con la sua potenza attraverso essa. Come scienziato, Leonardo studia le leggi che regolano la materia; ma come artista cerca di cogliere l’intimo vibrare dell’anima che vivifica la materia. Osserva Marinoni nell’articolo citato apparso nella rivista: «Dio non è solo il Primo Motore che muove il mondo, ma anche sommo Maestro e “altore”, ossia l’artista che ha ideato la forma del cosmo, suo capolavoro». È in questa luce che, creando le sue opere artistiche, come scriveva Leonardo, «la mente del pittore si trasmuta in una similitudine di mente divina».

Possiamo, allora, concludere con una delle rare professioni di fede orante che egli ci ha lasciato, ove amore e timore s’incrociano in forma lapidaria: «Tu, o Iddio, ci vendi tutti li beni per prezzo di fatica… Io t’ubbidisco, Signore, prima per l’amore che ragionevolmente ti debbo, secondariamente che sai abbreviare le vite a li omini».

 

 

(“Il Sole 24 Ore” )


La religione:

 

elemento identitario

 

e relazionale

 

Brunetto Salvarani

 

 

Parto da qualche considerazione su due termini chiave di questo nostro tempo così incerto: identità e differenza. Entrambe le parole, a ben vedere, sono attualmente messe fortemente in discussione: dalle ingombranti tendenze all’universalità e alla globalizzazione (più del mercato che dei valori, in realtà), da un lato, ma anche da un parossistico rinchiudersi sul proprio tribalistico particulare, sul proprio etnocentrismo o comunitarismo come unica reazione – spesso scomposta – a simili tendenze, dall’altro. Nel primo caso, l’identità è negata alla radice, così come la differenza; nel secondo, l’identità è celebrata acriticamente e spesso retoricamente (in non rari casi, direi paranoicamente), come un fragile totem perennemente uguale a se stesso, mentre la differenza viene percepita come un disvalore cui si deve dare ogni forma possibile di ostracismo, e come un attentato alla propria superiore specificità. Va riconosciuto onestamente che è naturale, del resto, manifestare uno stato di insicurezza psicologica nei confronti di un’alterità sconosciuta e non rielaborata; di una complessità sociale di fronte alla quale è semplice smettere di pensare e opporre una lettura semplificatoria del reale, buoni versus cattivi, bianchi versus neri, autoctoni versus immigrati e così via. Mentre la differenza, nel quadro della pedagogia interreligiosa significa diritto all’opacità: sei così diverso da me che non capisco tutto del tuo universo, che mi tocca non dare per scontato nulla del mio universo, che qualcosa tra noi rimane opaco.

Eppure, ciò non impedisce la relazione, la convivenza, il rapporto. Anche perché capisco che la diversità fa appieno parte della realtà. C’è una diversità di fatto che diventa di principio.

Se non subentra una qualche forma di etica, quell’etica dell’incontro e del dialogo di cui – nel secolo scorso – ci hanno parlato, fra gli altri, maestri come Buber, Heidegger, Lévinas, e i pensatori francesi del personalismo, appare impossibile uscire positivamente dal sopra citato cul-de-sac. Ma è proprio vero che identità e differenza si oppongono irrimediabilmente?

 

Per una pedagogia della differenza

 

L’esperienza di ogni relazione di incontro e di dialogo, che si tratti di dialogo fra cristiani o con persone di altre convinzioni, è che proprio attraverso l’incontro, e tramite lo sguardo degli altri, è possibile scoprire (o riscoprire) qualcosa della nostra identità. Questo è il segreto di ogni incontro e di ogni dialogo autentici. Certo, dialogare è difficile. Eppure – come spiega Adriano Fabris nel suo Etica della comunicazione [1] - il dialogo rappresenta il paradigma di ogni rapporto comunicativo, nella misura in cui, dialogando, l’interlocuzione viene a realizzarsi nella maniera più adeguata. Secondo tale autore, il primato del dialogo semplicemente s’impone, in piena evidenza: basta, però, aver chiaro cosa significa, in senso proprio, dialogare. Si può prendere le mosse dall’esperienza quotidiana: perché si dia dialogo, ciascun interlocutore è chiamato a riconoscere da subito, almeno implicitamente, le buone ragioni dell’altro. Sarebbe la differenza reciproca, dunque, su questa linea, accettata e percepita e vissuta come un’occasione di autopurificazione e di miglioramento del proprio cammino, il punto di partenza per ogni autentico dialogo. Con uno slogan: l’identità non risiede nel soggetto, come si crede di solito, ma nella relazione, nel rapporto, nella dimensione io-tu. Una simile considerazione, tuttavia, non è stata sempre pacificamente riconosciuta, anzi. Per parecchio tempo il senso comune sul dialogo ecumenico e interreligioso ha predicato che esso si sarebbe potuto realizzare meglio sulla base di una rinuncia – più o meno tattica – alla propria identità religiosa da parte dei partecipanti al dialogo stesso. In nome di una sorta di minimo comune denominatore tra le fedi coinvolte, semmai… In tale prospettiva, per dialogare e capirsi basterebbe che ciascun dialogante si dimostrasse arrendevole su qualche punto spinoso del proprio credo, fino a giungere a un generico embrassons-nous che sorvolasse sui problemi aperti.

Attualmente, però, si ritiene (correttamente) che una simile prospettiva non funzioni più e non aiuti per nulla a fare qualche passo avanti. Piuttosto, è appunto la consapevolezza della propria identità a consentire qualsiasi forma di dialogo.

Un’identità non è costituita da un idolo, bensì da esperienze vissute e condivise nel tempo, e spesso, quando ci imbattiamo in appelli all’identità cristiana presentata (oggi capita con una certa frequenza) come irrimediabile impedimento al dialogo, in realtà mi pare si tratti di pura strumentalizzazione, se non di mera ideologia. Lo mostra felicemente, fra gli altri, un bel saggio del teologo peruviano Gustavo Gutierrez, da poco novantenne, che scrive: “Avere convincimenti fermi non è di ostacolo al dialogo, ne è piuttosto la condizione necessaria. Accogliere, non per merito proprio ma per grazia di Dio, la verità di Gesù Cristo nelle proprie vite è qualcosa che non solo non invalida il nostro modo di fare nei riguardi di persone che hanno assunto prospettive diverse dalla nostra, ma conferisce al nostro atteggiamento il suo genuino significato.

Di fronte alla perdita di riferimenti, che alcuni sembrano vivere, è importante ricordare come l’identità costituisca una componente essenziale di una spiritualità”.[2] Mentre Piero Coda, fra i teologi da anni più impegnati sul terreno del dialogo interreligioso, evidenzia a più riprese che per un dialogo autentico non si può in alcun caso prescindere dall’identità altrui: occorre invece rispettarla “nella sua originalità, conoscendola nella sua diversità ed entrando in un reale rapporto di reciprocità”[3], e che “solamente delle identità religiose vive, profonde e stagliate sono capaci di poter conoscere anche le altre, e di interagire con esse”[4]. Nessuna abdicazione alla propria identità, quindi, per predisporsi efficacemente all’incontro con l’altro, ma piuttosto un investimento serio su una pedagogia della differenza. Perché l’identità, per di più – vale la pena di non dimenticarlo – è un elemento in perenne movimento, che si plasma nel relazionarci alle persone, allo spazio, persino agli oggetti. Che cambia nel trascorrere del tempo, costruita su alcuni punti irrinunciabili, provenienti dalla tradizione e dalla lettura dei segni dei tempi, operata nel discernimento [5]. Come ci ha spiegato Zygmunt Bauman, un’identità perfetta non esiste: esiste un puzzle, composto di tessere differenti come differenti sono gli elementi che ci definiscono. Di più: la nostra identità è “un puzzle difettoso, in cui mancano alcuni pezzi”.[6]

.

La Bibbia, il Grande codice dell’ospitalità

 

Nel cuore di un’identità consapevolmente situata nell’ambito della lettura ebraicocristiana della realtà, è necessario evidenziarlo, risiede la Bibbia, grande codice della cultura occidentale. E nella crisi di quell’identità, pertanto, non può essere sottaciuto il vero e proprio dramma della cronica ignoranza di essa, che affligge anche paesi di consolidata tradizione cristiana come il nostro. Lo conferma una percezione generalizzata, oltre che una discreta serie di inchieste dedicate a tale argomento.[7]

Ritengo legittimo sostenere che, in assenza di una consapevolezza almeno minima della Bibbia, ci si preclude la comprensione di numerose presenze nella vita quotidiana di molti Paesi di antica cristianità, compreso il nostro: come interpretare edifici, sculture e immagini che popolano città e campagne, capire espressioni, modi di dire e proverbi del linguaggio popolare e colto, muoversi tra calendari, celebrazioni e feste, se si è privi dell’alfabeto che li ha generati e nutriti? E come auspicare, inoltre, l’inte(g)razione e la convivenza di quanti giungono qui provenendo da mondi religiosi multicolori, se chi dovrebbe accoglierli non è in grado di spiegare loro testi e meccanismi che nella storia ne hanno originato usi e costumi? Sì, sono domande tutt’altro che marginali – e tutt’altro che neutre - nell’attuale quadro sociale nazionale: quali episodi, volti, immagini bibliche hanno plasmato l’orizzonte simbolico e culturale di generazioni di uomini e donne nati e cresciuti in una società che, un tempo almeno, non poteva non dirsi cristiana? Quali dei racconti e dei personaggi biblici parlano ancor oggi un linguaggio universale, come fanno, ad esempio, le figure immortali del teatro classico o la raffinata sapienza orientale? Non poche, direi… Si noti, poi: la rilevanza della Bibbia non riguarda soltanto aspetti legati alla fede.

Seguendo una suggestione del cardinal Martini, in una società di laicità matura potremmo evidenziarne anche il carattere di libro che educa:[8] non solo come libro letterario ma anche come testo sapienziale, “che esprime la verità della condizione umana, di qualunque continente e cultura, può sentirsi specchiata almeno in qualche

parte di esso”, e come libro narrativo. In tale direzione, lo è “perché descrive le vicende di un popolo nell’ambito di altri popoli attraverso un cammino progressivo di liberazione, di presa di coscienza, di crescita di responsabilità del soggetto individuale, fornendo un paradigma storico valido per l’intera storia dell’umanità”. La Bibbia è un libro con il quale siamo chiamati a confrontarci, credenti o (cosiddetti) non credenti, laici o religiosi che siamo. I suoi personaggi si affannano e comunicano, s’innamorano e lavorano, combattono e piangono, mentono e tradiscono, uccidono e vengono uccisi, desiderano e sognano, mangiano e si divertono: sono, dunque, come gli uomini e le donne di ogni tempo e di ogni luogo, di ieri e di oggi, chiamati, se ci riescono, a umanizzarsi e a fare i conti con la nostra fragilità così come lo siamo noi. La Bibbia, con Dio a scuola di umanità. Anzi, a scuola di fragilità, di relazioni e di ospitalità.[9]

 

 

NOTE

 

1 A. FABRIS, Etica della comunicazione, Carocci, Roma 2006, pp.74-79.

2 G. GUTIERREZ, “Un nuovo tempo della teologia della liberazione”, in Il Regno Attualità 41(1997)10, pp.298-315.

3 P. CODA, “Nuove frontiere per il dialogo interreligioso”, in Protestantesimo 55 (2001)56, p.178.

4 IDEM, L’amore di Dio è più grande del nostro cuore, Piemme, Casale Monferrato (AL) 2000, p.30.

5 A. SEN, Identità e violenza, Laterza, Roma-Bari 2006.

6 Z. BAUMAN, Intervista sull’identità, a cura di B. Vecchi, Laterza, Roma-Bari 2003, pp.56s.

7 Cfr., ad esempio, I. DIAMANTI, Gli italiani e la Bibbia, EDB, Bologna 2014.

8 C.M. MARTINI, “La parola di Dio nel futuro dell’Europa”, in AA.VV., Non passare oltre, EDB, Bologna 2003, pp.383-390.

9 È questa la tesi di fondo del mio Teologia per tempi incerti, Laterza, Roma-Bari 2018.

 

 

(CEM - Bergamo "LE PAROLE CHE ESCLUDONO, QUELLE CHE INCLUDONO" - 24 novembre 2018)


L’Epifania, manifestazione dell’anti-regalità di Gesù

 

 

 

 

6 gennaio 2019

 

Epifania del Signore

Mt 2,1-12

di ENZO BIANCHI

 

1 Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme 2e dicevano: «Dov'è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». 3All'udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. 4Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. 5Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:

 

6E tu, Betlemme, terra di Giuda,

non sei davvero l'ultima delle città principali di Giuda:

da te infatti uscirà un capo

che sarà il pastore del mio popolo, Israele».

 

7Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella 8e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo».

9Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. 10Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. 11Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. 12Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese.

 

Alla nascita e alla morte di Gesù risuona per lui lo stesso titolo, “Re dei giudei”. Alla nascita – è il testo che oggi la liturgia ci propone – lo dicono i magi e lo ripetono gli scribi ed Erode; alla morte lo fa scrivere Pilato su un cartello (cf. Mc 15,26 e par.; Gv 19,19), lo usano i soldati per schernirlo (cf. Mc 15,18; Mt 27,29; Gv 19,3), lo leggono tutti i presenti all’esecuzione barbara della crocifissione (cf. Gv 19,20). Alla nascita e sotto la croce vi è la stessa rivelazione: l’umanità è una nella ricerca di Dio e nel ripudio di Dio, o meglio nel credere al bene con speranza oppure nel non credere al bene, preferendo la violenza, il male.

 

Dunque il vangelo dell’Epifania, della manifestazione dell’identità di Gesù alle genti, a quelli che non erano ebrei, figli di Israele, è un vangelo decisivo, che dà alla festa odierna un particolare significato: Gesù è nato Re dei giudei, Re del popolo di Dio, ma per tutti, e tutti possono cercarlo e andare a lui. In questo racconto di Matteo ci sono eventi, eventi nella storia, ma c’è anche una lettura che l’evangelista fa nella fede. Nasce un bambino in una semplice famiglia formata da un artigiano, Giuseppe, e dalla sua giovane moglie, Maria; nasce in una stalla, riparo per il gregge nella campagna di Betlemme, eppure alcuni uomini da lontano, dall’oriente, o meglio dalla loro sapienza “orientata”, nella loro ricerca sono portati a vedere in questa semplice nascita il compimento del loro cercare, la pienezza della loro attesa.

 

I magi non conoscono le Scritture né la lingua o le consuetudini della terra verso cui si mettono in viaggio. Sono talmente sprovveduti da chiedere informazioni a Erode circa la nascita del nuovo re, ma sono uomini abitati dal desiderio, dall’inquietudine e dunque in ricerca, in attesa. Tutti gli umani di ogni tempo e cultura hanno in comune soprattutto la ricerca del bene, anche se poi contraddicono questo loro desiderio così impegnativo. In ogni essere umano c’è un anelito al bene, alla vita piena, alla pace, e questo fuoco che abita gli umani li spinge a cercare, a mettersi in cammino, a dichiarare per loro insufficiente la terra che abitano, l’orizzonte consueto. Per questo cammino gli umani cercano e trovano come segnali ciò che possono: il cielo, la terra, il mare e anche le creature animate e inanimate con le quali sanno comunicare.

 

In quel lungo pellegrinaggio, soprattutto della mente e del cuore, alcuni sapienti, i magi, hanno guardato alle stelle, alla sabbia del deserto, alle bestie che cavalcavano, al bagaglio che trasportavano con sé, per vivere e per fare doni. Per chi scruta l’orizzonte sempre sorge una stella, sempre – come dice il nostro brano evangelico – c’è un oriente, un segno che sorge all’orizzonte, che invita al cammino. E così è avvenuto per quei mágoi, che dall’oriente (apò anatolôn) giungono a Gerusalemme, la città santa, l’ombelico del mondo (cf. Sal 48,3; cf. Ez 5,5; 38,12). Essi chiedono: “Dov’è il Re dei giudei che è nato?”, proprio ai giudei che non si erano accorti della nascita del loro Re. Non se n’era accorto il re che regnava in quel momento, Erode, non se n’erano accorti i sacerdoti del tempio di Gerusalemme e neppure gli esperti delle sante Scritture, gli scribi. Ecco lo scandalo: chi è deputato a conoscere e a osservare ciò che accade non sa, chi è capace di interpretare puntualmente le Scritture in riferimento al Re dei giudei lo annuncia con chiarezza e certezza, eppure in una situazione di radicale accecamento. È così, e ancora oggi avviene così: si possono conoscere le parole di Dio contenute nelle Scritture, si possono citare e spiegare con competenza, si possono addirittura insegnare agli altri, eppure, nel contempo, restare in una situazione di totale cecità o sordità, manifestazioni della sklerokardía, della callosità del cuore che impedisce di discernere la presenza dell’azione di Dio.

 

Questa venuta dei magi causa però inquietudine, turbamento da parte dei rappresentanti del potere politico e di tutta Gerusalemme, perché quando un potere ne vede sorgere un altro teme e trema, sentendosi minacciato. Da quell’ora l’inquietudine e il turbamento non cesseranno, fino al giorno in cui questo Re dei giudei che è nato andrà alla morte, rivestito di un manto di porpora, con una canna come scettro in mano, con una corona di spine sulla testa, deriso, sbeffeggiato e infine appeso nudo a un palo, la croce!

 

Eppure quei sapienti obbedienti alle Scritture dei giudei, anzi ri-orientati dalle Scritture, riescono nuovamente a vedere la stella che, dopo una lunga eclisse, li conduce fino al bambino Re Messia, a Betlemme, dove trovano ciò che cercavano ma che certamente non si aspettavano così: non una reggia, non una corte regale in festa, non lo sfarzo degno della nascita di un principe, ma semplicemente un bambino e sua madre. Contemplano non quello che avevano tanto atteso e cercato, ma altro: l’imprevedibile nascita di un povero bambino in una famiglia semplice che ha trovato riparo in una grotta. Tre sono i segni che i magi hanno ascoltato interpretato: la stella apparsa nel cielo, un evento di questo mondo che va assolutamente percepito e decifrato; le sante Scritture, che contengono quella parola di Dio che illumina e rivela ciò che non possiamo sapere da noi stessi; l’ardere del cuore che chiede di fare il viaggio, l’inquietudine che spinge a cercare, ad andare verso una promessa.

 

E così, come convertiti, mutati nella loro mente e nel loro cuore, i magi riconoscono la vera regalità nell’anti-regalità, la regalità potente e universale nella debolezza umana, in un infante incapace di parlare e di essere eloquente con la parola. Eppure capiscono, giungono alla fede, sebbene non siano destinatari né della rivelazione né delle sante Scritture; e non a caso Matteo annota che fanno ritorno al loro paese attraverso un altro cammino, cioè un altro modo di pensare e di vivere; “convertiti”, dunque.

 

Così avviene la rivelazione, per i giudei e per le genti: solo guardando alla debolezza di Gesù, al suo essere piccolo, si può comprendere la sua vera regalità, la sua vera identità, non plasmata in base alle immagini dei re e dei potenti di questo mondo. Per altre strade gli altri vangeli diranno la stessa cosa: contemplazione (theoría) di Gesù è il vederlo crocifisso (cf. Lc 23,48); visione che porta alla fede in Gesù è vederlo come seme caduto a terra (cf. Gv 12,24). Quei magi, convertiti alla vista del bambino in quella povera famiglia, in quella greppia, adorano, si prostrano e gli offrono in dono oro, incenso e mirra, prodotti preziosi dell’oriente, elaborati dalla cultura delle genti. Ciò che Gesù risorto chiederà ai discepoli – “Andate e fate discepole tutte le genti” (Mt 28,19) – ha qui la sua primizia, perché nei magi le genti iniziano a farsi discepole di Gesù stesso. Le genti, infatti, divengono discepole quando cercano con sincerità, si aprono con audacia e si mettono in cammino senza indugio.

 

Nell’Epifania del Re dei giudei a Betlemme comincia a manifestarsi quello scisma che si consumerà di fronte a Gesù: da una parte il riconoscimento e l’adorazione delle genti, dall’altra il non riconoscimento da parte dei figli della promessa. Eppure proprio in questo evento Gesù, l’umanizzazione del Dio di Israele, appare come luogo di incontro tra le genti e il popolo di Dio, perché figlio di Israele, Re dei giudei, ma riconosciuto e adorato come Re anche dall’umanità priva della promessa.

 

Quanti uomini e quante donne, dall’oriente e dall’occidente, dal nord e dal sud, come questi magi cercano il bene, si sentono viandanti, in cammino, si esercitano a riconoscere la salvezza come umanizzazione e si impegnano perché l’umano sia sempre più umano. Lo sappiano o meno, sono persone alle quali ogni bambino che nasce, ogni umano che viene al mondo deve apparire con la dignità di un re; come un fratello o una sorella che attende da noi il nostro oro (ciò che abbiamo), il nostro incenso (il profumo sprigionato dalla nostra presenza), la nostra mirra (ciò che sappiamo sacrificare di noi stessi, spendendo la vita per l’altro).

 

L’Epifania è manifestazione della vera regalità a tutti, cristiani e non cristiani. Ma ormai ci incamminiamo verso la Pasqua, come ricorda l’indizione della data di questa “festa delle feste”, che oggi viene fatta nelle chiese d’oriente e d’occidente: la Pasqua, quando il Re dei giudei farà la fine di chiunque osa pensare e mettere in pratica una regalità come servizio dell’altro e non come potere violento. Ma l’ultima parola spetta a Dio, al Dio di Gesù, colui che lo ha costituito Signore e Messia per sempre, Re dei Giudei e dunque Re dell’universo.


Vieni, Signore Gesù, vieni presto!

 

2 dicembre 2018

 

I domenica di Avvento

Lc 21,25-28.34-36

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «25Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, 26mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. 27Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. 28Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».

34State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all'improvviso; 35come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. 36Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell'uomo».

 

La prima domenica di Avvento segna anche l’inizio di un nuovo anno liturgico, in cui domenica dopo domenica la chiesa celebra e fa rivivere il mistero di Cristo morto e risorto, dinamica di salvezza sempre presente in ogni evento della vita di Gesù, dalla sua nascita alla sua venuta gloriosa alla fine dei tempi. Quest’anno il vangelo che verrà letto cursivamente è quello secondo Luca, che ci presenta Gesù soprattutto come profeta che annuncia la venuta di Dio in mezzo a noi nell’umiltà, nella debolezza, nella misericordia infinita ispiratagli dal Padre suo, un Padre con viscere d’amore materne.

 

Avevamo concluso la lettura liturgica di Marco con l’annuncio della venuta gloriosa del Figlio dell’uomo (cf. Mc 13,26-27), e oggi lo stesso evento è posto davanti ai nostri occhi nella versione lucana. Sì, questo evento finale e definitivo, dopo il quale c’è solo il regno di Dio che si instaura su tutta la creazione e su tutta l’umanità di ogni tempo e di ogni terra, è l’Avvento (adventus), che significa “venuta”. Ecco allora il discorso escatologico di Gesù: “Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di genti in ansia per i maremoti e le tempeste” (cf. Is 65,8). Gesù si serve del linguaggio apocalittico, quello proprio di una corrente spirituale che cercava di far rinascere nei credenti la speranza, soprattutto in tempi di prova, di persecuzione e di tenebra. Nella pressura, quando sembra addirittura che la storia sfugga dalle mani di Dio, vi è più che mai una rivelazione, un alzare il velo (questo il senso letterale di apokálypsis, apocalisse) da parte di Dio, il quale agisce, è Kýrios, Signore, e porta a compimento il suo disegno di salvezza. Alla fine della storia i tre spazi in cui viviamo – terra, cielo e mare – subiranno un processo di rinnovamento che potrà sembrare un ritorno al caos primordiale: sarà invece un parto, una nuova creazione in cui il cosmo verrà trasfigurato, per diventare dimora del Regno.

 

Le immagini di questa fine possono spaventarci, ma cerchiamo di decodificarle con intelligenza. Il sole, la luna e le stelle per le genti erano idoli, dèi, ed erano adorati – come potenze divine –; in quel giorno della venuta del Figlio dell’uomo queste creature celesti saranno dunque demitizzate e detronizzate per sempre, perché solo il Signore nostro Dio sarà Dio e Re dell’universo. Di questo potere di Dio sul cosmo e sulla storia vi è già stato un segno nell’ora della morte in croce di Gesù, quando “verso mezzogiorno si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato” (Lc 23,44-45): ovvero, tutte le creature furono turbate da quell’evento della morte del “giusto” (Lc 23,47), perché erano testimoni della morte del loro Signore. In quel giorno (il giorno del Signore) l’umanità vivrà questo dramma cosmico, storico ed esistenziale: proverà angoscia (synoché), sperimenterà una situazione senza via di scampo, una situazione di smarrimento e confusione (aporía). Ma questi sono i dolori del parto della nuova creazione che, anziché moltiplicare la paura, devono ammonirci e destabilizzare le nostre certezze mondane sugli assetti del cosmo e della storia.

 

Gesù dunque qui annuncia questa epifania di Dio alla fine della storia e dei tempi, una fine che arriverà all’improvviso. Non si tratta di un domani lontano, di un evento che riguarderà l’ora nella quale, per cause intrinseche all’universo, esso avrà una fine così come ha avuto un inizio: no, è un evento vicino, che ci può cogliere in modo da sorprenderci. Improvvisamente, senza che nessuno di noi possa prevederlo, “apparirà il Figlio dell’uomo su una nube con grande potenza e gloria” (cf. Dn 7,13) e la sua presenza si imporrà su tutto l’universo. Nessuno potrà sottrarsi a questa visione che rivelerà la piena identità di Gesù. Quell’uomo, Gesù di Nazaret, che “passò facendo il bene” (At 10,38), che fu condannato a una morte violenta e ignominiosa, lui che era innocente e giusto, capace di amare e di perdonare fino alla fine (cf. Lc 23,34), ebbene quell’uomo, che ormai è in Dio in pienezza e nella gloria, si rivelerà quale Kýrios, Signore e Salvatore dell’umanità, Giudice del male e del bene compiuti nella storia.

 

Scrive il veggente Giovanni, riprendendo le parole del profeta Zaccaria (cf. Zc 12,10): “Ecco, viene sulle nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che l’hanno trafitto” (Ap 1,7; cf. anche Gv 19,37). Si noti: tutti lo riconosceranno nelle trafitture delle mani, dei piedi e del costato, trafitture non scomparse nel corpo spirituale del Risorto, come appare dalle sue manifestazioni ai discepoli dopo la resurrezione (cf. Lc 24,40; Gv 20,20.27); trafitture che gli umani gli hanno inflitto ogni volta che hanno ferito e colpito l’altro, il fratello, il povero, l’innocente, l’ultimo, il senza voce e senza dignità riconosciuta. Questa la parusia, la presenza manifesta del Crocifisso risorto nella gloria di Dio. È un evento che si impone, un evento a cui nessuno sfugge, un evento temibile ma anche misericordioso, perché chi appare è colui che ha già portato il peccato del mondo, è colui che è venuto a sedersi alla tavola dei peccatori (cf. Lc 7,34), è colui che è venuto per cercare e salvare chi era perduto (cf. Lc 19,10).

 

Che fare dunque in attesa di quel giorno? Vigilare, stare attenti, osservare la realtà nella quale si è immersi, abitare la vita concreta del nostro tempo. Il contadino che vive tra gli alberi di frutta, che li conosce, li osserva e li cura, dal fico comprende anche l’andamento delle stagioni. Quando la gemma di questa pianta, appena accennata nell’inverno, si gonfia, cresce e sembra pronta ad aprirsi, allora il contadino capisce che sta arrivando l’estate. Così, quando noi leggiamo in profondità eventi del nostro tempo e realtà dei nostri luoghi, possiamo discernerli come “segni”, cioè segnali capaci di indicare qualcosa: segni dei tempi (cf. Mt 16,3) e dei luoghi che i discepoli di Gesù devono essere esercitati a interpretare, per comprendere come e dove va la storia guidata da Dio e come gli uomini si oppongono a questo cammino (cf. Lc 21,29-33).

 

I discepoli di Gesù, i credenti in lui dovranno dunque non abbattersi ma “sollevare la testa”, assumere la postura dell’uomo in cammino, in posizione eretta, sorretto dalla speranza. Immagine straordinaria: l’umano in piedi, con il capo levato nella parrhesía, nella franchezza e nella convinzione che ciò che accade è per la sua salvezza; l’umano che non teme e quindi cammina sicuro verso il Signore veniente. È la postura dell’umano in preghiera davanti a Dio, che desidera l’incontro con chi ama; è la postura della sentinella che in piedi, sveglia, attenta, scruta l’orizzonte per essere pronta a gridare alla città che il Signore viene, sta per giungere e per manifestarsi nella gloria (cf. Is 62,6-7).

 

E come i discepoli e le discepole di Gesù devono vivere questa vigilia, questa attesa del “giorno del Signore”? Con la veglia e la preghiera! La veglia significa stare svegli, attenti, senza essere preda dell’intontimento spirituale, esito di una vita distratta, di cuori appesantiti dalle preoccupazioni mondane e di una ricerca di piaceri che stordiscono. Senza questa vigilanza, è impossibile mantenere un orientamento nella vita e restare in attesa della venuta del Signore, perché altre cose diventano oggetto delle nostre attese: la veglia è una vera lotta spirituale! E insieme alla veglia, la preghiera, che è stare davanti a Dio, è discernimento della sua presenza in noi, è manifestazione dell’adesione a Cristo che si vive quotidianamente; ma è anche invocazione, carica di desiderio, della venuta del Signore e del suo Regno, quando “Dio sarà tutto in tutti” (cf. 1Cor 15,28).

 

 

 

 

Noi cristiani aspettiamo davvero questo evento oppure non ci crediamo, lo consideriamo niente più che un mito? Ma è su questa venuta del Signore nella gloria che si decide la nostra fede cristiana, la quale non è solo un’etica nello stare al mondo, non è solo l’adesione a una storia di salvezza, ma è speranza certa della venuta del Signore: colui che è venuto nella debolezza della carne umana a Betlemme, verrà gloriosamente nella pienezza di Dio e Signore, per fare cielo e terra nuovi (cf. Is 65,17; 66,22; 2Pt 3,13; Ap 21,1). L’Avvento, dunque, ci invita a risvegliare l’attesa del Veniente, ci invita a invocare: “Marana tha (1Cor 16,22)! Vieni, Signore Gesù (Ap 22,20), vieni presto!”.


 

 

Ci aspetta

 

l'incontro con Gesù

 

Prima Domenica di Avvento C

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi 

 

vegliare

 

21,28 Tenete alto lo sguardo [1]

 

Non lasciarsi rattrappire gli orizzonti

Non lasciatevi tentare da racconti di catastrofi o profezie di sciagure, perché quello che conta veramente è perseverare impedendo che si raffreddi l’amore (cfr Mt 24,12) e tenere alto e levato il capo verso il Signore (cfr Lc 21,28), perché la Chiesa non è nostra, è di Dio! Lui c’era prima di noi e ci sarà dopo di noi! Il destino della Chiesa, del piccolo gregge, è vittoriosamente nascosto nella croce del Figlio di Dio. I nostri nomi sono scolpiti nel suo cuore – scolpiti nel suo cuore! –; la nostra sorte è nelle sue mani. Pertanto, non spendete le vostre migliori energie per contabilizzare fallimenti e rinfacciare amarezze, lasciandovi rimpiccolire il cuore e rattrappire gli orizzonti.

 

Trovare la luce, la gioia là dove…

 

Cristo sia la vostra gioia, il Vangelo sia il vostro nutrimento. Tenete fisso il vostro sguardo solo sul Signore Gesù e, abituandovi alla sua luce, sappiate cercarla incessantemente anche dove essa si rifrange, sia pure attraverso umili bagliori.

Là, nelle famiglie delle vostre comunità, dove, nella pazienza tenace e nella generosità anonima, il dono della vita viene cullato e nutrito.

Là, dove sussiste nei cuori la fragile ma indistruttibile certezza che la verità prevale, che amare non è vano, che il perdono ha il potere di cambiare e di riconciliare, che l’unità vince sempre la divisione, che il coraggio di dimenticare sé stessi per il bene dell’altro è più appagante del primato intangibile dell’io.

Là, dove tanti consacrati e ministri di Dio, nella silenziosa dedizione di sé, perseverano incuranti del fatto che il bene spesso non fa rumore, non è tema dei blog né arriva sulle prime pagine. Essi continuano a credere e a predicare con coraggio il Vangelo della grazia e della misericordia a uomini assetati di ragioni per vivere, per sperare e per amare. Non si spaventano davanti alle ferite della carne di Cristo, sempre inferte dal peccato e non di rado dai figli della Chiesa.

 

… non ignorando la carne di Cristo

So bene quanto nel nostro tempo imperversano solitudine e abbandono, dilaga l’individualismo e cresce l’indifferenza al destino degli altri. Milioni di uomini e donne, bambini, giovani sono smarriti in una realtà che ha oscurato i punti di riferimento, sono destabilizzati dall’angoscia di appartenere a nulla. La loro sorte non interpella la coscienza di tutti e spesso, purtroppo, coloro che avrebbero le maggiori responsabilità, colpevolmente si scansano. Ma a noi non è consentito ignorare la carne di Cristo, che ci è stata affidata non soltanto nel Sacramento che spezziamo, ma anche nel Popolo che abbiamo ereditato.

 

21,34-36 Ci aspetta l’incontro con Gesù [2]

 

Gesù ci ammonisce - come riporta Luca nel suo Vangelo (21,34-36) - con queste parole: «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita». In pratica Gesù ci dice: «Contemplate quello che vi aspetta, che il vostro cuore non si appesantisca con gli affanni e le preoccupazioni della vita; guardate avanti e abbiate speranza»: quella speranza che apre i cuori all’incontro con Gesù. Proprio questo ci aspetta, l’incontro con Gesù: è bello, è molto bello! E lui ci chiede soltanto di essere umili e di dire: “Signore”. Basterà quella parola e lui farà il resto.

 

21,28 Il segno degli ultimi tempi [3]

 

Non negare la propria vocazione…

Gli anticristi stanno tra noi: sono quelli che si sono stancati di Cristo umile. L’appartenenza a Cristo non si giudica solamente dallo stare fisicamente in una comunità. Va più in là: è appartenenza allo Spirito, è lasciarsi ungere dallo stesso Spirito che ha unto Gesù. Chi giudica della nostra unzione è lo stesso Signore «che sa quello che c’è in ogni uomo» (cfr Gv 2,24-25). Nella misura in cui Cristo è accettato dal cuore, chi l’accetta diviene allora fonte di divisione (Mt 10,21). È il segno degli ultimi tempi (Lc 21,28). Il credente partecipa dello stesso Cristo, che «è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione» (Lc 2,34). Chi non ha l’unzione, chi non l’accetta o vi supplisce con mera scienza umana, può negare di fatto questa vocazione alla croce.

 

… scegliendosi “i segni dei tempi”…

Una prima maniera di negarla consiste nell’atteggiamento di chi pretende di scegliersi da solo i segni di contraddizione. La croce, allora, già non è più oblazione della propria vita, sequela amorosa del Signore sulla strada che Egli per primo ha percorso, bensì gesto artificioso, «protagonismo», superficialità. Abbiamo visto molti sacerdoti e religiosi che nella loro vita di comunità giocano alla Chiesa primitiva. Alcuni, del resto, nella loro vita apostolica giocano anche alla croce. In questo caso le eventuali persecuzioni non nascono dallo zelo per la gloria del Padre, dal compimento della volontà di Dio, ma piuttosto da una scelta squisita ed elitaria dei mezzi che paiono più proficui al proprio egoismo e alla propria vanità.

 

… o non accettando l’indole bellica della nostra vocazione

La seconda maniera di negare la nostra vocazione per la croce radica nel non accettare l’indole bellica della nostra vocazione. Si tratta della tentazione della «pace a qualsiasi costo», la tentazione dell’irenismo. Poiché si teme la contraddizione, allora si ricorre a ogni sorta di accomodamenti e pastrocchi... purché ci sia pace. Che vuol dire: purché non compaia alcuna contraddizione. Risultato: uomini e donne che non sanno niente della vera pace, ma vivono la codardia o, se si vuole, la pace dei sepolcri.

 

… e divenendo nemici della croce

Entrambe queste tentazioni radicano nel non volersi spogliare del desiderio di essere protagonisti: i primi, della croce; i secondi, della pace. E dimenticano che sia la croce sia la pace hanno già visto un protagonista che ha colmato qualsiasi sequela nel dolore e le ha dato senso, così come alla conso-lazione della resurrezione. Questi due gruppi di persone, nemiche della croce di Cristo, esagerano, «vanno oltre» la dottrina della comunità (2 Gv 9); fabbricano un’alternativa alla statura del loro egoismo, sono deliranti, «contaminano il proprio corpo, disprezzano il Signore e insultano gli angeli» (Gdc 9).

 

21,36 Vegliare pregando [4]

 

In questo stare saldi c’è una dimensione escatologica. C’è Stefano, in Atti 1,55, che vede Gesù stare alla destra di Dio. C’è una dimensione cultuale: «Ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto» (Eb 10,11). «Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo» (Lc 21,36). Insomma, resistere, stare saldi, non è un atto isolato o l’insieme di atti momentanei: è un’azione aperta al tempo e all’eternità; per questo ha un senso cultuale ed escatologico. Trascende il momento e guarda al tempo, e pertanto guarda al procedere del popolo di Dio. Anche indietreggiare ha un senso escatologico, perché significa tornare al peccato: «State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù» (Gal 5,1).

Non è questione di vincere una battaglia, bensì d’intraprendere una guerra prolungata.

 

 

NOTE

 

[1] Discorso ai vescovi di recente nomina, 13 settembre 2018.

[2] Meditazione, 25 novembre 2016.

[3] PAPA FRANCESCO - J.M. BERGOGLIO, In lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book (Milano) - LEV (Città del Vaticano) 2013.

 

[4] La perseveranza nella vocazione, in J.M. BERGOGLIO, Natale, (Le parole di papa Francesco 1,) Corriere della sera, Milano 2014,55-65.


"Il Papa della mia

 

vicenda cristiana"

 

Ritratto spirituale di Paolo VI

 

Enzo Bianchi

 

 

Non ho conosciuto personalmente Paolo VI e non l’ho mai incontrato, a differenza di quanto mi è accaduto con i suoi successori. L’ho ascoltato, l’ho visto, certamente l’ho sempre letto, e devo confessare che ogni volta che sono chiamato a dire qualche parola sulla Chiesa e sull’evangelizzazione, rileggo i suoi scritti, che restano insuperati dallo stesso magistero papale successivo.

Questo lo ha detto in varie occasioni anche Papa Francesco, riferendosi soprattutto all’enciclica Ecclesiam suam (6 agosto 1964) e all’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi (8 dicembre 1975), testi che non hanno ancora indebolito né esaurito la loro forza ispiratrice, e perciò profetica, per la vita della Chiesa e dei cristiani nella storia degli uomini.

Paolo VI è stato il Papa della mia vicenda cristiana e monastica che, nata alla fine del concilio, è cresciuta durante gli anni del suo pontificato, assumendo quel profilo che è diventato forma vitae nostrae e trovando collocazione e comunione nella Chiesa. Qui vorrei solo ricordare un momento della sua vita che è stato vissuto da me e dalla mia comunità con un’intensità e una consapevolezza forti. Il 6 agosto, festa della Trasfigurazione del Signore, è la ricorrenza scelta da noi come festa della comunità, giorno in cui, nella gloria e nella luce del Cristo trasfigurato, celebriamo le professioni monastiche definitive, emettendo i voti davanti alla Chiesa.

Quel 6 agosto del 1978 avevamo vissuto la liturgia eucaristica nella quale un fratello e una sorella si impegnavano per sempre nella vita monastica, stringendo l’alleanza definitiva. Alla sera, nel chiarore dell’estate, eravamo nella chiesetta a celebrare compieta, e io stavo tenendo la monizione fraterna, invitando tutti al ringraziamento, quando un fratello venne a sussurrarmi nell’orecchio la notizia della morte di Paolo VI. Dopo qualche istante di silenzio dissi semplicemente: «Ecco, nel segno della trasfigurazione del Signore, nella bellezza della gloria del Signore, Paolo VI ha incontrato il volto da lui tanto amato. La sua morte alla sera di questo giorno riceve dal Signore il sigillo: ha amato Gesù Cristo e la sua bellezza umana e divina, e in questa luce il Signore lo ha preso con sé».

Ricordo ancora vivamente il modo in cui Paolo VI proclamava il termine “Cristo”: con voce convinta e vibrante, ripetendolo più volte, quasi in una litania nella quale egli vi accostava definizioni e attributi densissimi. Già in questa espressione, e nello stile con cui la pronunciava, si intuivano tutto l’amore, tutta la fede e tutta la speranza che Paolo VI poneva nel Signore Gesù. La sua vita spirituale — tutti l’hanno notato — era essenzialmente cristocentrica, perché Cristo, il Figlio di Dio e l’uomo nato da Maria, era al centro di ogni suo pensiero, parola e azione.

Restano memorabili le sue parole del 29 settembre 1963, nell’allocuzione di apertura della seconda sessione del concilio, quando volle raffigurarsi nel suo rapporto con Cristo ricorrendo a questa immagine: «Noi sembriamo quasi rappresentare la parte del nostro predecessore Onorio III che adora Cristo, come è raffigurato con splendido mosaico nell’abside della basilica di San Paolo fuori le Mura. Quel pontefice, di proporzioni minuscole e con il corpo quasi annichilito prostrato a terra, bacia i piedi di Cristo, che, dominando con la mole gigantesca, ammantato di maestà come un regale maestro, presiede e benedice la moltitudine radunata nella basilica, che è la Chiesa».

Questa è veramente l’icona capace di illustrare il rapporto vitale che Paolo VI viveva con il Cristo Signore. Egli aveva un profondo senso di umiltà e di indegnità personale, confessava la sua pochezza e il suo peccato, come Pietro quando disse a Gesù: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore» (Luca, 5, 8). Ma si sentiva anche un suo discepolo chiamato e amato, un successore di Pietro al quale Gesù continuava a chiedere nient’altro che l’amore: «Mi ami tu? (…) Pasci i miei agnelli» (Giovanni, 21, 15). Quante volte la penna di Paolo VI trascrive le parole di questo brano evangelico in cui Pietro è fatto pastore sull’unico fondamento del suo amore per Cristo!

La sera della sua elezione a Papa, il 21 giugno 1963, annota: «Sono nell’appartamento pontificio: impressione profonda di disagio e di confidenza insieme». E aggiunge: «Il mondo mi osserva, mi assale. Devo imparare ad amarlo veramente. La Chiesa qual è. Il mondo qual è. Quale sforzo! Per amare così bisogna passare per il tramite dell’amore di Cristo: mi ami? Pasci! O Cristo, o Cristo! Non permettere che io mi separi da te».

Cristo era per Paolo VI «il compagno inseparabile». Si può dire che lui viveva insieme a Cristo (cfr. 1 Tessalonicesi, 5, 10), e tutto ciò che pensava, viveva, decideva, diceva e scriveva, sembra averlo fatto con accanto questa presenza. Segno di questo legame spirituale è anche un piccolo libretto, il Manuale Christianum (H. Dessain, Malines, 1914), contenente tra l’altro il Nuovo Testamento e L’imitazione di Cristo, che Paolo VI porterà sempre con sé, anche nei viaggi apostolici, fino al termine della sua vita.

Il Cristo in cui egli credeva e che amava era quello dei vangeli, letti con assiduità, meditati e pregati; vangeli certamente anche attualizzati grazie all’aiuto di varie opere su Cristo, in particolare di autori del novecento, ma soprattutto accostati come richiesto da L’imitazione di Cristo: attraverso la liturgia e l’ascesi cristiana che impegna a una continua reformatio di se stessi e delle realtà affidate a noi dalla volontà divina. Da tutti gli scritti di Paolo VI si riceve la testimonianza di una sequela sempre più intima di Cristo, che egli sente come Figlio di Dio venuto nel mondo attraverso l’incarnazione, ma per questo «Figlio dell’uomo» che «ha raffigurato in sé l’umanità nella sua tragica, immonda, conclusiva realtà: dolore e peccato. L’umanità lebbrosa di tutti i suoi mali, specchio del più spaventoso realismo; ognuno vi si ritrova. Ma perché?… Per far trovare noi stessi in lui; per assumere in sé ogni nostra sofferenza, ogni nostra miseria; per immensa, silenziosa, discreta ed effettiva simpatia. Per essere lui noi stessi», scrive nel 1971 in una lunga riflessione sulla passione di Gesù.

Paolo VI aveva un senso fortissimo del peccato dell’uomo, ma poneva questo peccato davanti a Cristo, confidando nella sua misericordia e nel suo perdono. Come non ricordare la grande preghiera litanica fatta nella basilica del Santo Sepolcro, durante il suo pellegrinaggio in Terra santa del gennaio 1964: «Siamo qui, Signore Gesù. Siamo venuti come i colpevoli che ritornano al luogo del loro delitto» e «tu sei la nostra redenzione e la nostra speranza».

Nel 1921, dunque appena ventiquattrenne, scriveva: «Desidero vederlo, Gesù, forse presto», e questo voler vedere il Signore è la sua ricerca essenziale, il filo conduttore di tutta la sua vita. In uno scritto di dieci anni dopo annota: «Voglio che la mia vita sia una testimonianza alla verità per imitare così Gesù Cristo, come a me si conviene» (cfr. Giovanni, 18, 37). Egli sceglie il nome di Paolo perché — confessa in una nota manoscritta dopo la sua elezione — l’apostolo era «amoroso di Cristo», amante di Cristo. Durante tutto il pontificato ha sentito rivolte a sé le parole del Signore: «Mi ami? (…) Pasci i miei agnelli». E nel Pensiero alla morte, il testo che è forse il più espressivo di Paolo VI, esclama in forma di preghiera: «Meraviglia delle meraviglie, il mistero della nostra vita in Cristo».

Il cristocentrismo di Paolo VI è un vivere con Cristo al centro, è un riconoscere Cristo come Signore, è una comunione con un Cristo che è compagno e amante. Cristo infatti «è il centro della storia e del mondo; egli è colui che ci conosce e che ci ama; egli è il compagno e l’amico della nostra vita», dice a Manila il 29 novembre 1970. Davvero «Paolo VI ha saputo testimoniare, in anni difficili, la fede in Gesù Cristo. Risuona ancora, più viva che mai, la sua invocazione: “Tu ci sei necessario, o Cristo!”. Sì, Gesù è più che mai necessario all’uomo di oggi, al mondo di oggi, perché nei “deserti” della città secolare lui ci parla di Dio, ci rivela il suo volto», ha detto Papa Francesco il 22 giugno 2013.

La prima enciclica di Paolo VI, l’Ecclesiam suam, è affidata alla Chiesa il 6 agosto del 1964, a poco più di un anno dall’inizio del pontificato. Non vuole essere un’enciclica dottrinale — dice il Papa — ma piuttosto esortativa e confortante, con uno stile aperto, non polemico ma spirituale. In questo testo, in cui fa ricorso a fonti essenzialmente bibliche, Paolo VI insiste in modo particolare sulla riforma della Chiesa, indicando un itinerario preciso, ovvero i tre assi portanti dell’enciclica: coscienza, rinnovamento, dialogo. La Chiesa deve «riflettere su se stessa», «approfondire la coscienza ch’ella deve avere di sé» (Ecclesiam suam, 19), sentirsi una. Ma quest’atto riflessivo altro non è che postura di ascolto e di obbedienza alla parola di Dio, docilità a Cristo Signore (cfr. Ecclesiam suam, 21 e 28).

Nella Chiesa Paolo VI vuole vedere il volto di Cristo, la sposa bella e pronta per il suo sposo (cfr. Efesini, 5, 27; Apocalisse, 21, 2) sempre rivolta con lo sguardo al Signore ma, nello stesso tempo, capace di collocarsi nella storia umana con lo stesso paradigma dell’incarnazione, cioè con il dialogo, quindi facendosi strumento di quel dialogo che Dio tesse con l’umanità. Il dialogo appare costitutivo della Chiesa, connesso alla sua intima natura e ragion d’essere. Così dunque il Papa si esprime in un passaggio dell’enciclica giustamente divenuto celebre: «La Chiesa deve venire a dialogo con il mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa conversazione» e questo dialogo «deve ricominciare ogni giorno; e da noi prima che da coloro ai quali è rivolto» (Ecclesiam suam, 67 e 79).

E già a Betlemme il 6 gennaio 1964 aveva esclamato: «Noi guardiamo al mondo con immensa simpatia. E se anche il mondo si sentisse estraneo al cristianesimo e non guardasse a noi, noi continueremmo ad amarlo perché il cristianesimo non potrà sentirsi estraneo al mondo».

Se la salvezza passa attraverso lo spirito della relazione con Dio in Gesù, parola definitiva di Dio all’umanità (cfr. Giovanni, 1, 18; Ebrei, 1, 2), allora il dialogo è la forma e il contenuto con cui la Chiesa obbedisce al suo Signore e si pone a servizio dell’umanità, perché «tutto ciò che è umano ci riguarda» (Ecclesiam suam, 101). Ecco il nuovo stile che Paolo VI chiede alla Chiesa di adottare nel mondo contemporaneo: uno stile che è direttamente buona notizia, vangelo, in quanto afferma che il modo della presenza è tanto essenziale quanto il suo contenuto, che il modo di stare della Chiesa tra gli uomini è già messaggio. Così il dialogo diventa per Paolo VI un’arte di comunicazione spirituale, in cui chiarezza, mitezza, fiducia diventano anche carità della Chiesa verso ogni uomo e donna nel mondo: «La Chiesa si è quasi dichiarata l’ancella dell’umanità», dice Paolo VI il 7 dicembre 1965 nell’ultima sessione pubblica del concilio. «La Chiesa è l’ancella dell’uomo, la Chiesa crede in Cristo che è venuto nella carne e perciò serve l’uomo, ama l’uomo, crede nell’uomo», gli ha fatto eco Papa Francesco il 22 giugno 2013. Potremmo dire che Paolo VI ha gettato su di noi il mantello di una sapienza profetica e di uno stile di ascolto e di dialogo che la Chiesa solo ora inizia a imparare e a praticare.

Il terreno per l’evangelizzazione è dunque preparato, e quando Paolo VI scriverà l’Evangelii nuntiandi, il suo magistero più profetico e tuttora insuperato che Papa Francesco il 22 giugno 2013 ha definito «il documento pastorale più grande che è stato scritto fino a oggi», la Chiesa potrà ricordare che la parola di Dio è prima e che la conversione è seconda, ma è assolutamente necessaria affinché vi sia dialogo tra la Chiesa e il mondo. L’Evangelii nuntiandi è il paradigma del pensiero teologico-spirituale di Paolo VI ed esprime la sua postura di cristiano e di apostolo. Di un cristiano che cerca di portare il Vangelo nel mondo, non certo identificandolo con una cultura; anzi, il Vangelo spogliato da ogni cultura ma che sa entrare nel tessuto delle culture senza asservirsi ad alcuna, restando “buona notizia” che deve essere comunicata certamente mediante una buona comunicazione, ma soprattutto attraverso la testimonianza. Insomma un Vangelo vissuto, ovvero la coerenza e lo stile del cristiano che vive ciò che annuncia. Al riguardo, non si può non citare uno splendido passaggio di questa esortazione: «La Buona Notizia è anzitutto proclamata mediante la testimonianza. Ecco: un cristiano o un gruppo di cristiani, in seno alla comunità d’uomini nella quale vivono, manifestano capacità di comprensione e di accoglimento, comunione di vita e di destino con gli altri, solidarietà negli sforzi di tutti per tutto ciò che è nobile e buono. Ecco: essi irradiano, inoltre, in maniera molto semplice e spontanea, la fede in alcuni valori che sono al di là dei valori correnti, e la speranza in qualche cosa che non si vede, e che non si oserebbe immaginare. Allora con tale testimonianza senza parole, questi cristiani fanno salire nel cuore di coloro che li vedono vivere, domande irresistibili: perché sono così? Perché vivono in tal modo? Che cosa o chi li ispira? Perché sono in mezzo a noi? Ebbene, una tale testimonianza è già una proclamazione silenziosa, ma molto forte ed efficace della Buona Notizia» (Evangelii nuntiandi, 21). Paolo VI aveva una fede profonda nella dýnamis della parola di Dio: anche in questo era davvero paolino (cfr. per esempio Romani, 1, 16: «il Vangelo è dýnamis, potenza di Dio») e credeva fermamente che la Parola può compiere la sua corsa nel mondo (cfr. 2 Tessalonicesi, 3, 1), se coloro che la annunciano la vivono come l’ha vissuta Gesù Cristo.

 

 

(L'Osservatore Romano - 24 novembre 2018)




La venuta del figlio dell'uomo nella gloria

 

 

 

 

18 novembre 2018

 

XXXIII domenica del tempo Ordinario

Mc 13,24-32

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:

«24In quei giorni, dopo quella tribolazione,

il sole si oscurerà,

la luna non darà più la sua luce,

25le stelle cadranno dal cielo

e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.

26Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. 27Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo.

28Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina. 29Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte.

30In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. 31Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

32Quanto però a quel giorno o a quell'ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre.»

 

Con questa domenica termina la lettura cursiva del vangelo secondo Marco, che abbiamo ascoltato nell’assemblea domenicale lungo tutta l’annata liturgica B.

 

Le parole di Gesù su cui oggi meditiamo sono quelle da lui pronunciate negli ultimi giorni della sua vita, prima della passione e morte; parole da lui rivolte sul monte degli Ulivi ai quattro discepoli della prima ora (cf. Mc 1,16-20), quelli a lui più vicini: Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea (cf. Mc 13,3). Il cosiddetto “discorso escatologico” è molto lungo – occupa tutto il capitolo 13 – e vuole essere una risposta alla domanda circa il tempo successivo alla vicenda terrena di Gesù: cosa accadrà? Servendosi di idee e immagini tratte dai libri profetici, Gesù annuncia che il tempio di Gerusalemme, che si ergeva maestoso davanti a lui e ai discepoli, andrà in rovina (cf. Mc 13,2), che ci saranno eventi che causeranno grande sofferenza agli umani (cf. Mc 13,5-23) e che alla fine – è il tema del nostro brano – il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria per compiere il giudizio ultimo e definitivo (cf. Mt 25,31-46). Questo discorso di Gesù è un messaggio in un linguaggio codificato, secondo il genere apocalittico, un linguaggio che vuole essere rivelativo, profetico, pur risultando a volte oscuro, di difficile interpretazione.

 

Noi ne leggiamo per l’appunto solo la parte finale, l’annuncio della venuta gloriosa del Messia, quando si sarà verificata la distruzione del tempio e sarà passato il tempo della storia, nella quale guerre, calamità e persecuzioni si faranno dolorosamente presenti nella vita di uomini e donne (come vediamo da che mondo è mondo…). Dopo la terribile prova che investirà l’intera umanità, il popolo di Israele e la chiesa del Signore, ci sarà uno sconvolgimento di tutto l’assetto dell’universo creato. Non lasciamoci spaventare dalle parole di Gesù, ma intimorire sì, perché essere rivelano la “verità” di questo mondo che Dio ha creato, voluto e sostenuto, ma che avrà un termine, una fine: come c’è una fine personale, la morte, così ci sarà una fine di questo mondo. Gesù vuole parlare di questi eventi, per rivelare una realtà dai tratti indescrivibili. La creazione subirà un processo di de-creazione, potremmo dire un ritorno all’in-principio (cf. Gen 1,1-2), ma in vista di una nuova creazione, di un mondo nuovo, con cieli e terra nuovi (cf. Is 65,17; 66,22; 2Pt 3,13; Ap 21,1). Queste immagini non vogliono significare distruzione, decomposizione, scomparsa della materia, ma la fine degli attuali assetti della creazione, in preda alla sofferenza, al male e alla morte, per una ri-creazione, una trasfigurazione che non riusciamo neppure a immaginare.

 

Ecco allora le immagini apocalittiche, ispirate da fenomeni che l’uomo contempla, ma che sono transitori, dunque non distruttori della vita: il sole che si eclissa definitivamente, la luna che perde la sua luce, le stelle che cadono dal cielo… Immagini evocatrici della fragilità dell’assetto del nostro universo, che non è eterno, che – come ci assicurano anche le scienze – ha avuto un inizio e avrà una fine. E tuttavia questo universo, che agli occhi dei credenti nel Signore Gesù “geme e soffre le doglie del parto” (Rm 8,22), è un universo voluto da Dio e che Dio salverà, trasfigurandolo in dimora del suo Regno.

 

Proprio in questa “crisi” cosmica si manifesterà il Figlio dell’uomo, farà la sua parusia in modo glorioso, venendo dai cieli, nella luce definitiva che vincerà per sempre le tenebre: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria” (cf. Dn 7,13-14). Lo ripeto: la venuta finale del Signore non nega la storia, ma vuole trasfigurare il nostro mondo. Ma in verità anche questo evento chi può descriverlo? I cristiani hanno dipinto o rappresentato in mosaici nelle absidi delle chiese il Veniente nella gloria, seduto sull’arcobaleno, giudice di tutto l’universo, Pantokrátor (2Cor 6,18; Ap 1,8; 4,8, ecc.), cioè colui che tiene insieme tutte le cose; ma nel farlo hanno dovuto ispirarsi alla parusia, all’ingresso glorioso dei re e degli imperatori, rivestendo il Figlio di Dio e Figlio dell’uomo dei tratti di una gloria umana.

 

In realtà, non sappiamo in che forma contempleremo il Signore veniente; possiamo solo dire che allora lo riconosceremo tutti, anche quelli che durante la loro vita non l’hanno mai riconosciuto nell’affamato, nell’assetato, nel malato, nello straniero, nel carcerato, nell’ignudo (cf. Mt 25,31-46). Anche quelli che hanno trafitto Gesù o hanno trafitto il povero, la vittima, allora lo riconosceranno, si batteranno il petto (cf. Ap 1,7) e capiranno che le trafitture inferte all’altro, al fratello o alla sorella, erano trafitture che raggiungevano il Signore, il quale ora si mostra giudice misericordioso ma temibile. Sarà quella anche l’ora del raduno di tutti gli eletti, i giusti, quelli che hanno vissuto esercitando fiducia nell’altro, sperando insieme agli altri, amando chi avevano accanto e, con il loro comportamento, rendevano prossimo, vicino. I figli di Dio dispersi saranno finalmente una comunione, che non conoscerà più né morte, né male, né peccato (cf. Is 35,10; Ap 21,4).

 

Quando questo accadrà (cf. Mc 13,4)? In un giorno che nessuno conosce, eppure è un giorno certo, è una promessa di Dio che si realizzerà. Non è il “quando” che conta, bensì la fiduciosa certezza di un futuro orientato dalla promessa del Signore: “Io vengo presto!” (Ap 22,20). I discepoli di Gesù non devono dunque chiedere “quando?”, ma devono piuttosto chiedersi se loro stessi saranno pronti ad accogliere quell’evento della parusia come salvezza, se saranno capaci di gioire davanti alla venuta del Figlio dell’uomo, se avranno saputo sperare con perseveranza in quell’ora: un’ora che è un segreto, perché neanche l’uomo Gesù la conosceva, e neppure gli angeli, ma solo il Padre. Per questo i credenti imparino a osservare la storia con spirito di discernimento, leggendo i “segni dei tempi”. Gesù, del resto, lo aveva constatato, con un certo stupore che è anche un’esortazione: “Sapete interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi?” (Mt 16,3). Domanda che sempre ci intriga e accende la nostra responsabilità, chiamando in causa il nostro discernimento…

 

La venuta del Figlio dell’uomo sarà come l’estate che i contadini sanno prevedere, guardando soprattutto la pianta di fico: quando il fico, per il risalire della linfa, intenerisce i suoi rami e si aprono le gemme rimaste chiuse per tutto l’inverno, allora sta per scoppiare l’estate. Così, se il credente sa leggere la storia, aderendo alla realtà quotidiana della vita umana e ascoltando la parola di Dio che sempre risuona nel suo “oggi” (cf. Sal 95,7), allora sarà pronto per l’ora della venuta temibile e misericordiosa del Signore. Si tratta – come si legge nella conclusione del discorso (cf. Mc 13,33-37), quella con cui abbiamo aperto l’anno liturgico, nella I domenica d’Avvento – di vegliare, di restare vigilanti, desti, capaci di esercitare l’intelligenza per discernere e non essere trovati addormentati o spiritualmente intontiti…

 

Sarà la fine? Sì, ma quella fine porta un nome: è il Signore Gesù Cristo, Figlio dell’uomo e Figlio di Dio, uomo e Dio che è venuto nel mondo, da Dio qual era (cf. Fil 2,6), per farsi uomo, e verrà nella gloria perché l’uomo diventi Dio. Allora, finalmente, Dio sarà tutto in tutti (cf. 1Cor 15,28): tutta l’umanità sarà in Dio e ognuno di noi sarà il Figlio di Dio.


Nessuno vive

 

solo per se stesso

 

Enzo Bianchi

 

 

È terminato il sinodo dei vescovi dedicato a “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” e ora attendiamo con fiducia le ricadute nelle chiese e nelle realtà locali di quei giorni di preghiera, lavoro, dialogo, discernimento comunitario e dei documenti che ne sono scaturiti e ne scaturiranno.

Tornando al mio monastero ritrovo nella mia bisaccia di mendicante i volti così diversi di tanti giovani che le parole dei padri sinodali hanno saputo tratteggiare, sovente anche attraverso tonalità di luce contrastanti.

A loro, da anziano che li guarda con simpatia e cerca ogni giorno di ascoltarli, chiederei di meditare su una semplice verità: nessuno vive per se stesso e solo da se stesso. La sua felicità, il suo bene dipendono sempre anche dal tessuto di rapporti che ognuno crea, custodisce, sviluppa ogni giorno. E in questo tessuto un giovane deve scoprire di essere debitore verso molti altri che gli hanno reso possibile il suo presente, sacrificando qualcosa o molto del loro presente: altri hanno faticato, operato rinunce, a volte hanno dato la vita o, perlomeno, l’hanno spesa affinché il loro mondo fosse più umano. Molti hanno lavorato all’umanizzazione della società e della vita, hanno sacrificato qualcosa del loro presente affinché il futuro fosse più vivibile, più umano. E questo debito è ancora più grande per i giovani che vivono in una condizione ancora ignota a molti, troppi loro coetanei, immersi in un presente segnato da miseria, fame, guerra, migrazione forzata…

È importante esserne consapevoli, perché se i giovani non dimenticano il loro passato né le sofferenze di tanti loro compagni di cammino ai quattro angoli del mondo, allora non sono tentati di appiattire il loro presente solo al fine del godimento; non sono tentati di crescere dandosi un comportamento individualistico, egoistico, in cui pensano solo a se stessi senza gli altri, magari a costo di mettersi contro gli altri. Un giovane che comprende il suo essere debitore verso gli altri, il suo aver ricevuto dagli altri, sente di avere responsabilità neo confronti degli altri e del futuro collettivo della società e dell’umanità intera: ecco come uno scopre, assume l’etica, che è sempre un guardare alla convivenza, alla communitas, in modo da vivere con gli altri nel rispetto, nella giustizia, nella collaborazione, nella solidarietà, in modo da godere insieme della vita piena, della pace, fino a sperare insieme…

E così un giovane scopre il bisogno di autodominio, di autocontrollo, impara a discernere tra le proprie voglie ciò che è possibile, ciò che è buono, ciò che costruisce la vita insieme agli altri. Si tratta di assumere la disciplina che non cede a concessioni continue a ciò che si vuole, si sente, si desidera, a ciò che soddisfa. Essere intelligenti, esercitare un giudizio, mettere in atto tutte le proprie facoltà intellettuali è un dono e una responsabilità. La vita infatti è complessa, sempre esposta al male e al bene, tentata dal demonio e nel contempo attirata dalle energie dello Spirito santo. Immerso in questo contesto, il cristiano è chiamato, indipendentemente dalla sua età, a leggere il futuro, a scegliere un’azione piuttosto che un’altra, ad accogliere o rifiutare una chiamata. Proprio qui si situa la necessità del discernimento, carisma che va invocato, custodito e costantemente affinato; fino a possedere, se Dio la concede, quella chiaroveggenza spirituale che è vera partecipazione allo sguardo di Dio sugli uomini, sulle cose e sugli eventi, attraverso un progressivo cedere alla sua grazia che ci attira.

Compito non facile, quello del discernimento quotidiano, soprattutto per un giovane sollecitato da chi ha interesse a orientare in un determinato senso le scelte, per trarne profitto a breve o a lungo termine. Eppure compito ineludibile: non esistono infatti scelte individuali che non abbiano effetto di bene o di male sulla vita sociale, sul futuro di tutti! L’esistenza di un giovane deve saper vivere anche le rinunce, anche il sacrificio, ma è in questo modo che si conosce la beatitudine della comunione dell’amicizia, dell’amore: e allora si può vivere sperando, sì sperando…

 

Ha scritto sant’Agostino: «In tutte le cose umane nulla è bene per l’uomo, se l’uomo non ha uomini amici». Si vive umanamente bene solo se fin da giovani condividiamo, se siamo responsabili gli uni degli altri, se conosciamo la dolcezza della societas, la bontà della communitas.


Pier Giorgio Gianazza

 

(NPG 1999-08-55)

 

padremisericordioso

 

Diamo un primo sguardo al dipinto. In quel padre e in quel figlio facilmente cogliamo la scena centrale della parabola del figlio prodigo, raccontata da Gesù. È il padre che abbraccia il figlio più giovane, tornato a casa. Individuiamo anche gli altri quattro personaggi della scena: il fratello maggiore, uno spettatore seduto e due donne in piedi, meno percettibili. Ora ti invito a rileggere il racconto integrale della parabola, riportata nel vangelo secondo Luca (capitolo 15, versetti 11-32). Lo rileggo anch’io, adagio e cercando di penetrare le parole, le frasi, i gesti, gli atteggiamenti dei personaggi. Mi immagino anche i luoghi e le scene. Poi guardo ancora il quadro, sostando anche sui particolari. Il pittore vuole anzitutto esprimere la propria esperienza interiore, ma vuole anche comunicarmi un messaggio. In questa lettura vorrei essere il tuo compagno di cammino più che la tua guida. Insieme lasciamo che la luce emanante dal volto del padre illumini anche il nostro sguardo. Insieme chiediamo a Dio, «il Padre della luce» (Gc 1,17), di darci occhi puri per elevarci fino a Lui. Sarà la nostra gioia: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8). Insieme ritorniamo alla casa del padre e lasciamoci abbracciare dal suo amore.

 

La storia di un celebre dipinto

 

Se vai al museo di San Pietroburgo (Leningrado al tempo dell’Unione Sovietica), vedrai ogni giorno una lunga fila di visitatori, che attende il turno per entrare. Più di tutto vogliono ammirare la tela ad olio del celebre pittore olandese H. Rembrandt (1606-1669), conosciuta come Il ritorno del figlio prodigo. Già le misure sono grandiose: 343,84 cm di altezza per 182,88 cm di larghezza. Ma la vera grandiosità è offerta dalle espressioni dei personaggi della scena. Le figure che accentrano subito lo sguardo sono quelle del padre e del figlio minore, che costituiscono un gruppo inscindibile nel loro abbraccio e che sono indubbiamente il centro focale della scena. Poi l’occhio si estende ai personaggi di contorno: il fratello maggiore ritto in piedi, un uomo seduto che contempla pensoso la scena, una donna in piedi che col suo sorriso completa l’intima gioia del momento, un’altra donna sullo sfondo quasi nascosta nel buio. Un gioco intenso di luce e di oscurità, un contrasto tra il rosso e il nero nelle loro varie gradazioni guidano lo sguardo dello spettatore a ritornare sempre al centro. Questo centro invisibile e nascosto, ma onnipresente, è il cuore del padre: da lì tutto parte, là tutto arriva.

Rembrandt ha dipinto questo quadro verso la fine della sua vita. Con tutta probabilità è stato uno dei suoi ultimi lavori. Conoscendo la sua vita travagliata, non è difficile vedervi il simbolo del suo ritorno alla vera casa, alla casa del Padre. Da giovane pittore, aveva conosciuto la fama e il denaro, ma anche una vita orgogliosa, arrogante e dissoluta. Alcuni suoi primi quadri lo mostrano come un giovane vagabondo, dedito ai piaceri e alla baldoria. Poteva dipingersi come quel figlio minore che, «raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto» (Lc 15,13). Ma col passare degli anni anch’egli «venne a trovarsi nel bisogno» (15,14): sfortune e dispiaceri familiari, sofferenze, separazioni e morti di cari, strettezze economiche e debiti, solitudine e abbandono. Il pianto, il dolore, la quiete, il rimorso, riconducono i passi dell’artista alla casa rimasta sempre aperta, alle braccia rimaste sempre tese, alla luce mai spenta, al cuore sempre amante. Alla sua morte, non aveva più niente: aveva perso tutto, ma aveva trovato tutto. Aveva ritrovato il suo Dio, il suo caro Abbà, il suo amato Papà.

Il suo dipinto continuerà a testimoniare e a comunicare la sua esperienza. Acquistato nel 1776 da Caterina la Grande per il Museo (chiamato Ermitage) di San Pietroburgo, ancora oggi vi è custodito. Ma la riproduzione ha fatto il giro del mondo, con copie nelle chiese, nelle sale ecumeniche, nelle case, nelle collezioni private. In questo terzo e ultimo anno di preparazione al Grande Giubileo del Duemila, il 1999 anno di Dio Padre, la figura del Ritorno del figlio prodigo di Rembrandt conosce un successo editoriale: la si trova sovente in riviste, viene riprodotta e commentata in pubblicazioni, viene esposta nelle chiese, viene usata nei ritiri spirituali.

Non meraviglia se essa è stata oggetto di studi e anche di tesi di laurea non solo in campo artistico, ma anche in campo teologico. Il celebre dipinto ha suscitato anche libri di profondo commento spirituale, facendo la funzione di una vera icona che porta verso il Cielo.

 

IL QUADRO NEI SUOI DETTAGLI

 

Il figlio più giovane

 

La sua figura dà il nome a tutto il quadro: i critici d’arte lo chiamano infatti Il ritorno del figlio prodigo. L’artista ha voluto raffigurare il suo passaggio dalla vita antica alla vita nuova. Egli è inginocchiato davanti al padre e affonda il viso nel suo petto. Effonde nel cuore del padre tutto il suo dispiacere, il suo pentimento, la sua stanchezza della vita. Trova in lui pace, sicurezza, accoglienza, perdono, amore. Il suo aspetto esterno è simile a quello di un servo e di un mendicante: indumenti mezzo stracciati e impolverati, calzari consumati, corda posticcia, borsa vuota. Le uniche parti visibili del suo corpo sono il capo e un piede. La testa è nuda e rasata, come di uno che ha perso la sua fierezza e la sua indipendenza. Il piede sinistro è sfilato dal sandalo e coperto di cicatrici. Solo una piccola spada, che gli pende al fianco e che nessuno gli ha mai sottratto, richiama la sua antica nobiltà. Ma la sua dignità di figlio, mai perduta, traspare soprattutto dai lineamenti del volto: gli occhi chiusi indicano il dolore e il bisogno di tenerezza, la bocca silenziosa esprime la sincera confessione del suo cuore. Mani e capo appoggiano filialmente sul petto e sul grembo del padre, come un movimento di ritorno alla condizione filiale della nascita e al grembo proteggente del genitore. La prostrazione in ginocchio mostra la sottomissione filiale e la confidenza totale, unita al riconoscimento del proprio tradimento e della propria indegnità.

È un figlio che aveva tutto, che poi ha perso tutto e che ora ritrova tutto. Ha voluto sperimentare la sua libertà ed esercitare il suo potere. Ha deciso di costruirsi una vita da solo, lontano dal padre, dalla famiglia, dalla casa, dalla comunità.

Si è appoggiato solo sul potere illusorio del denaro e sulle false amicizie. Ora qui vedo un uomo umiliato, sconfitto, calpestato, debole, affamato, solo. Ha perso i suoi beni più preziosi: la salute, la buona reputazione, l’onore, la fiducia in se stesso, il coraggio di lottare, l’amicizia, la pace interiore, la dignità di figlio, il focolare domestico. Ma sente che gli è rimasto il bene più grande, che comprende tutti gli altri beni: suo padre. Il suo amore lo scuote: «Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te, non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre» (Lc 15,1920).

Il cammino del ritorno comincia da lontano: dalla coscienza del suo peccato. Ma comincia anche da vicino: dal profondo del suo cuore. La voce del padre risuona in lui e la ascolta di nuovo, come se gli ripetesse: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato» (Sal 2,7). Ancor oggi mio padre mi ama, oggi voglio ritornare a lui. Ma lungo il viaggio avanzano i dubbi e le tentazioni: «Cosa gli dirò? Come mi accoglierà? Sarò degno di lui? E mio fratello e mia mamma, quale saranno le loro reazioni? Sono un povero disgraziato: non merito di essere uno della famiglia, non merito di essere figlio. È giusto che sia punito. Accetto di essere almeno un operaio al servizio della casa». Arriva finalmente a casa. Non riesce a terminare la sceneggiatura che si era preparato, perché il padre lo precede col suo amore preveniente.

 

Il padre

 

Il padre è dipinto come un uomo anziano mezzo cieco, con baffi e con barba bipartita, con una lunga tunica ricamata in oro e con un mantello rosso scuro. Egli è unito al figlio e il figlio è unito a lui. Non si possono disgiungere: il figlio si appoggia sul padre e il padre sostiene il figlio. Nella sua composta immobilità infonde movimento a tutta la scena. Con i suoi occhi chiusi getta luce su tutti i personaggi. Con le sue braccia tese e le sue mani abbraccianti conquista tutti con il suo amore. Con la sua vita avanzata infonde nuova vita a chi sta per morire di stenti. Tutto parte da lui e tutto converge a lui. La luce del suo volto illumina i volti degli altri personaggi con diverse gradazioni.

Questa luce si fa viva e splendente soprattutto nelle sue mani. Le sue mani stesse diventano una fonte di luce e di calore. Tutto il corpo del figlio inginocchiato, ma specialmente il suo petto sede del cuore, sono invasi e penetrati dalle luce che emana da esse. Sono mani di fuoco che bruciano ogni male e infondono nuova vita. Sono mani che toccano e guariscono, donando speranza, fiducia, conforto. Queste mani attirano gli sguardi di tutti gli ammiratori della tela di Rembrandt. I visitatori della tela originale e gli ammiratori delle sue riproduzioni ben presto concentrano su di esse la loro attenzione. Sono insieme simili e dissimili. La mano sinistra è forte e muscolosa. Le sue dita sono aperte e coprono gran parte della spalla destra del figlio prodigo. È una mano che stringe e sorregge. Ha i tipici lineamenti di una mano maschile. La mano destra invece è delicata, soave e molto tenera. Le dita sono ravvicinate e presentano un aspetto elegante. Essa è posata dolcemente sulla spalla. Non calca, ma piuttosto accarezza, protegge, consola, calma. È la mano di una madre. Due mani diverse per un unico amore: è insieme amore paterno e materno.

Tutto nel padre parla di amore: il volto assorto, le vesti che proteggono, il corpo che accoglie, le mani che abbracciano e benedicono. Il suo corpo si fa grembo accogliente e le sue mani trattengono, stringono e accarezzano il figlio ritrovato. Il suo amore assume tutte le tonalità e le espressioni: è accoglienza, perdono, pianto, tenerezza, dono, condivisione, benedizione, augurio, gioia, festa, vita, eredità. La sua generosità lascia stupiti tutti quelli che sono presenti alla scena: ognuno reagisce a suo modo, ma tutti rimangono meravigliati. Il grande mantello rosso avvolge il figlio: è come la casa ospitale, è come la tenda che invita al riposo e alla mensa.

Più ancora assomiglia alle ali di un’aquila o di una chioccia: il piccolo vi trova rifugio, forza, sicurezza. Il padre anziano si abbassa verso il figlio, facendo una cosa sola con lui. Lo accoglie su una piccola elevazione: sia essa una pedana, sia essa la soglia di casa, è comunque simbolo della dignità e dell’onore ritrovati e della grandezza della condizione filiale.

La figura del padre è talmente centrale che giustamente il quadro si può anche chiamare L’accoglienza del padre misericordioso. Qualcuno chiama la parabola, rovesciando i termini, Il Padre prodigo, nel senso positivo di padre generosissimo e sovrabbondante nei suoi doni.

Il dipinto non evidenzia tutti questi doni oltre misura: vestito più bello, anello-sigillo, calzature di lusso, vitello grasso, banchetto sontuoso, orchestra musicale. Ma il pittore pone tutti questi doni nel cuore del padre: ivi è la sorgente di ogni bene. Il vangelo stesso pone al centro della parabola e come culmine del racconto l’atteggiamento del padre: «Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò» (Lc 14,20). Il verbo centrale è: «si commosse», che letteralmente significa: si sentì rimuovere nelle viscere, cioè si sentì toccare nel profondo del suo cuore.

 

Il figlio maggiore

 

L’uomo che sta in piedi alla destra della pedana è il figlio maggiore. C’è una distanza tra lui e il padre che abbraccia il figlio. Si percepisce non solo una distanza fisica, ma anche un distacco spirituale, una separazione dall’atteggiamento del padre e una ripulsa di fronte al fratello ribelle. Si sofferma meravigliato a guardare la scena di benvenuto. Ha uno sguardo enigmatico, tra il duro e l’incredulo, tra lo smarrito e l’indeciso. Guarda il padre, ma non esprime gioia o consenso. Si protende in avanti, non vuole sentirsi coinvolto. Vuole giudicare, ma in qualche modo si sente anche lui giudicato. Ha l’aria di chi è risentito, sdegnato, offeso, ma il suo volto sembra anche pensoso. Interroga, ma sente di essere interrogato. Perché non leggere nel suo sguardo anche alcuni interrogativi che possono emergere nel suo cuore? Come questi: «Eccolo tornato il figlio ribelle! Ma perché papà lo accoglie così? E allora chi sono io che sempre gli sono stato fedele? Perché sento gelosia verso mio fratello e sento disaccordo verso mio padre? Ma allora chi sa amare veramente il padre, io o mio fratello? Solo lui ha abbandonato la casa o forse anch’io?». Ma le voci dell’orgoglio e dell’onore sembrano avere il sopravvento: «Non sono io il figlio primogenito? Non sono stato sempre fedele a mio padre, servendolo in tutto? E perché ora mi fa questo affronto, preferendo quel suo figlio dissoluto?».

Eppure già al primo sguardo, si nota subito che questo figlio maggiore assomiglia più al padre che al fratello. Come il padre, anch’egli sta ritto sui suoi piedi, porta la barba, indossa un ampio mantello rosso sulle spalle, ha il capo coperto da un bel turbante, ha il volto illuminato. Ma d’altra parte uno sguardo più attento mostra anche quanto sia dissimile dal padre. Leggermente inchinato l’anziano genitore, superbamente ritto il figlio maggiore. Gli occhi del padre sono chiusi, quelli del figlio sono aperti. Ma è il primo che vede bene, mentre il secondo «pur vedendo, non vede» (Mt 13,13). Il mantello del padre è ampio e accogliente, quello del figlio è rigido e aderente al corpo, quasi possesso egoistico. Le mani del vecchio sono aperte e appoggiate sulle spalle del figlio perduto e ritrovato. Le mani del figlio rimasto a casa sono strette e quasi legate, appoggiate sul proprio petto, mentre reggono un bastone (bastone del viaggio, del lavoro, del comando?). La luce sul volto del figlio maggiore rimane circoscritta e non si diffonde, mentre la luce del volto del padre si riverbera sul figlio e gli comunica luminosità e calore.

Tutte queste considerazioni possono condurci a dare un terzo titolo al quadro di Rembrandt, oltre ai due già suggeriti. Potrebbe giustamente essere anche chiamato La parabola dei due figli perduti. Con quei sentimenti di astio e di risentimento, anche il figlio maggiore era perduto. La parabola raccontata da Gesù ci dice che il più giovane è stato ritrovato, ma non dice nulla sull’esito finale del figlio maggiore. È una parabola aperta, senza apparente conclusione. Anche il pittore olandese lascia aperta ogni via. Ogni ascoltatore della parabola e ogni ammiratore del dipinto è invitato a lasciarsi coinvolgere, a immedesimarsi in uno dei personaggi e a dare liberamente la sua risposta.

 

Gli altri personaggi

 

Gli altri personaggi del quadro sono figure minori che completano la scena. Essi mostrano la reazione personale a quello sta accadendo, che può esser di maggior o minor partecipazione o persino di critica e di distacco. Accanto al figlio maggiore sta un uomo seduto, con una gamba accavallata sull’altra e una mano al petto. È ben vestito, ha il volto leggermente illuminato, gli occhi aperti e la bocca chiusa. Non guarda direttamente la scena dell’abbraccio, ma guarda fisso nel vuoto. Riflette, sogna, critica, approva, è incerto, si fa tante domande. Questo personaggio può ben rappresentare le persone che criticavano il comportamento di Gesù. Infatti le tre parabole della misericordia (pecorella smarrita, dramma perduta e figlio prodigo) sono state narrate da Gesù, perché «i farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro» (Lc 15,2).

Dietro all’uomo seduto, leggermente scostato, si vede una donna appoggiata ad un’arcata dell’abitazione. Sta in piedi tra l’uomo seduto e il padre, situandosi quasi al centro geometrico della scena. Solo il suo capo è illuminato, risaltando nella penombra. Il suo volto esprime gioia contenuta, incredulità, meraviglia, coinvolgimento. Il personaggio corrisponde alla parabola di Gesù, che parla di festa, allegria, musica e danze (cf Lc 15,25). Infine sullo sfondo buio si intravede appena un’altra donna, visibile solo nel volto e di profilo. Nel suo atteggiamento si può cogliere una fuggevole occhiata alla scena ed è difficile cogliere i suoi sentimenti: curiosità, nascondimento, compassione, meraviglia, paura o desiderio di coinvolgimento?

Una nota comune a tutti questi personaggi minori è l’atteggiamento enigmatico, che dà adito a diverse letture. Ciò significa che il dipinto, così come del resto il racconto stesso del vangelo, pone anche una nota restrittiva. Esso non è aperto spontaneamente a una soluzione rapida e facile della questione. Non si intravede subito una riconciliazione universale, un racconto a lieto fine per tutti. Permane la domanda sull’esito del dialogo del padre col figlio maggiore e la domanda sul senso della presenza dell’uomo seduto e delle due donne.

Ogni riconciliazione implica infatti una lotta interiore e una libera decisione nella direzione dell’amore.

 

LE RAPPRESENTAZIONI

 

Il dipinto di Rembrandt raffigura la scena centrale della parabola raccontata da Gesù. I suoi personaggi riproducono fedelmente i personaggi ricordati nella parabola. Ma quel Gesù che parla volentieri in parabole vuole annunciare un vangelo di salvezza: è la bella notizia che Dio ci ama sempre, perché è veramente Padre. I personaggi del racconto assumono allora contorni nuovi e dimensioni universali. E anche chi è attento alla sua parola (letta, ascoltata, dipinta) è chiamato ad esser coinvolto. Chi rimane estraneo, chi non coglie il messaggio, perde un’occasione di lasciarsi toccare da Dio.

 

Il Padre

 

È Dio, Dio Padre, il personaggio centrale di questa parabola. «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione» (2 Cor 1,34). Questa esperienza personale di Paolo è stata anche l’esperienza di Rembrandt ed è l’esperienza di ognuno di noi. Dio ci ama sempre per primo (cf 1 Gv 4,19) e ci ama per ultimo. Non siamo noi a scegliere lui, ma è lui a scegliere noi. Lui ci cerca prima ancora che noi lo cerchiamo. Ci ama donandoci il suo stesso Figlio e in lui ci dona ogni bene (cf 1 Gv 4,810; Ef 1,35). Ascoltiamo ancora Paolo: «Egli non ha risparmiato il suo Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa con lui?» (Rm 8,32). L’unica potenza che rivendica per sé è la potenza dell’amore. Non costringe né il figlio minore né il figlio maggiore: lascia che provino la loro libertà. Vuole che i figli siano veramente figli, cioè liberi di amare, liberi di scegliere. Sa che questo può comportare per loro distacco, abbandono, offese, vie tortuose, insoddisfazione, infelicità. Sa che tutto questo si riflette nel suo cuore di padre: è la sua sofferenza e la sua compassione. Nel suo profondo dolore per il peccato dei suoi figli, il Padre soffre per loro. Stende sempre le sue mani per guarire e le sue braccia per accogliere chi ritorna alla sua casa. Egli concede perdono, riconciliazione, guarigione, quiete, sicurezza, forza. Non si stanca di ripetere al figlio ritrovato, guardando il suo Figlio crocifisso: «[Anche] tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto» (Mc 1,11).

Questo amore è espresso nel quadro di Rembrandt mediante il volto, ma anche mediante le mani. Quelle mani di padre e di madre, una forte e una delicata, sono cariche di un vivo messaggio. Esse richiamano tante parole e tanti gesti del Dio della Bibbia, particolarmente come è stato rivelato in pienezza da Gesù. Esse dicono che Dio ama gli uomini come un padre e come una madre. Dice il Signore: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio del suo seno? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49,15). Gesù stesso, rivelatore e portatore dell’amore del Padre per gli uomini, usa l’immagine materna della chioccia per esprimere il suo amore verso il popolo eletto, amore non corrisposto: «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina raccoglie i pulcini sotto le sue ali, e voi non avete voluto» (Mt 23,37). È la storia vissuta del figlio che abbandona la casa paterna, è la storia di ognuno di noi. Ma Dio è sempre accogliente: il suo curvarsi sul figlio e sulla figlia che ritorna rappresenta il grembo della vita. Il «seno del Padre» (Gv 1,18) è la sorgente della vita e della nuova vita. Il Padre ama tutti e non fa preferenze di persone: abbraccia il figlio minore e dialoga con amore anche con il figlio maggiore. Va incontro anche a lui, ma non forza la sua libertà. È felice di dirgli: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo» (Lc 15,31). La festa per il figlio ritrovato non è piena se anche il figlio maggiore non partecipa. Il padre non fa confronti tra i due figli, li ama ambedue nella loro rispettiva libertà. Per Dio, tutti i suoi figli sono prediletti, tutti sono amati di un amore speciale, unico, personale. È lo stesso insegnamento che ci viene proposto con la parabola degli operai delle diverse ore (Mt 20,1-15). Chi mai può dirsi insoddisfatto della propria ricompensa, solo perché il padrone si mostra buono e generoso verso tutti? Quando noi facciamo paragoni, o reclamiamo distinzioni e preferenze, o vantiamo meriti, o ci lamentiamo del successo dei nostri amici o rivali, dobbiamo ascoltare bene quello che dice il Signore: «Tu sei invidioso, perché io sono buono?» (Mt 20,15).

Il padre della parabola organizza una grande festa per il figlio tornato a casa. Non manca proprio nulla: vestiti, anello, calzari, banchetto, musica, danze. Egli stesso si veste a festa, fa adornare la sua casa, prepara il palco per il figlio. Supera le resistenze e le rimostranze del figlio maggiore: «Bisognava far festa e rallegrarsi» (Lc 15,32). È un imperativo: un imperativo dell’amore. L’amore non conosce limiti; l’amore esplode in gioia e in festa. E la gioia non è vera gioia se non è partecipata da tutti i presenti. Un solo emarginato turba il clima della festa.

Dio ci ama e vuole la nostra gioia. Organizza un banchetto per tutti i suoi figli per festeggiare le nozze di suo Figlio (cf Mt 22,1-14, Lc 14,16-24). Tutti sono invitati, nessuno è escluso: «Tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze» (Mt 22,9). Il Dio cristiano è un Dio di gioia. Non solo la parabola del figlio prodigo, ma anche le altre due parabole della misericordia terminano con un messaggio di gioia. Esprimono la gioia stessa di Dio, sorgente di ogni gioia umana. La gioia del pastore per la pecora ritrovata è il simbolo della gioia di Dio per il figlio ritornato: «Ci sarà più gioia nel cielo per un solo peccatore convertito che per novantanove giusti» (Lc 15,7). La gioia della casalinga per la monetina ritrovata è la gioia degli angeli di Dio (cf Lc 15,10). La gioia di Dio contagia tutta la casa di Dio: angeli, santi, uomini, cielo, terra. È gioia anche per uno solo su cento, per uno solo su mille e su milioni. Sì, perché ogni uomo è figlio di Dio, ogni uomo è un valore infinito, ogni singolo uomo vale tutti i mondi. Nessuno è un numero davanti a Dio, nessuno è un modello di una serie. Tutti sono originali, tutti sono figli unici e prediletti. Non è possibile? «Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio» (Mc 10,27).

Questo impossibile che è possibile spiega anche perché in Dio, e nei figli di Dio, possono coesistere gioia e sofferenza. Il Figlio di Dio è il re glorioso e il servo sofferente, è lo sposo gioioso e l’uomo dei dolori. Soffre nel vedere che l’amore del Padre non è accolto, è rifiutato. Si può essere felici se manca un fratello a tavola o se tiene rancore contro il fratello? Il Signore gioisce quando un malato nel corpo e nello spirito gli grida: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me» (Lc 18,38). Gioisce quando una donna peccatrice gli si getta ai piedi in lacrime, per implorare il perdono di Dio (cf Lc 6,36-38). La gioia del Padre è che «tutti gli uomini siano salvi» (1 Tm 2,4).

 

Il Figlio

 

È troppo ardito vedere Gesù nel figlio prodigo? Come si può infatti vedere il santo nel peccatore pur pentito? Eppure sappiamo che Gesù si è caricato dei peccati di tutti noi (cf Is 53,12) e che «portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce» (1 Pt 2,24). Paolo spiega con parole drammatiche la condizione del Figlio innocente e sofferente: «Colui che non aveva peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (2 Cor 5,21). Per questo il Figlio eterno diventa compagno di cammino degli uomini sulla terra, si assume i loro peccati e diventa figlio prodigo. Lascia la casa del Padre in cielo, viene in un paese straniero e pone la sua tenda tra gli uomini (cf Gv 1,4). Dona tutto quello che ha, è abbandonato, disprezzato, e alla fine, per la via della croce, torna alla casa del Padre. Veramente «da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). Si è fatto figlio prodigo, perché noi diventassimo figli prediletti. Al suo ritorno al Padre porta con sé una moltitudine di fratelli: «Ascendendo in cielo ha portato con sé i prigionieri» (Ef 4,7), conduce con sé tutti i figli prodighi, perduti e ritrovati.

E il figlio maggiore? In qualche modo Gesù si fa simile anche a lui, porta anche il suo peccato, perché vuole salvare anche lui. C’è una corrispondenza che colpisce tra le parole del padre al figlio maggiore e le parole di Gesù che parla del Padre suo. Il padre della parabola dice: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo» (Lc 15,21). E Gesù parla così del Padre: «Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite» (Gv 5,19). E a conclusione del dialogo di Gesù con Nicodemo leggiamo: «Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa» (Gv 3,35). Gesù, inviato dall’amore del Padre, entra in dialogo con quel figlio maggiore, perché lo vuole aiutare ad uscire dal suo egoismo e dal suo risentimento, a decidersi nella sua libertà e ad entrare in comunione con l’altro fratello, con tutti i fratelli e con il padre. Tutti sono chiamati ad entrare nella casa del Padre e a sedere alla sua mensa (cf Mt 8,11).

 

E io?

 

Continuo a contemplare il dipinto di Rembrandt, alla luce del racconto di Gesù. Capisco che è anche la mia storia, la storia che Dio vuole raccontarmi, la storia che io voglio raccontare a Dio, la storia che io voglio annunciare ai miei fratelli e sorelle. È la storia di Rembrandt, la storia del popolo di Dio, la storia degli uomini. È la storia di Dio! Nasce un dialogo tra me e Dio. Sento che peccato e perdono si abbracciano, che morte e vita si toccano: il peccato è bruciato dall’amore. Vedo che il cielo e la terra, il tempo e l’eterno, l’umano e il divino si congiungono e diventano una cosa sola. Non posso rimanere estraneo, devo entrare anch’io nella scena. Quale parte scelgo?

Spontaneamente scelgo la parte del figlio prodigo: mi è congeniale. Quante volte ho abbandonato la casa del Padre, in cerca di avventure e di esperienze nuove! Le attrazioni sono più o meno sempre le stesse: denaro, potere, piacere, concupiscenza, autonomia, orgoglio, soddisfazione. Sono le tentazioni che ha provato anche Gesù (cf Mt 4,1-11; Lc 4,1-13). Giovanni le riassume come «concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita» (1 Gv 2,16). Ogni volta che cerco l’amore fuori della casa del padre infliggo una ferita al suo cuore. Piccole o grandi evasioni da casa sono sempre un’offesa alla sua paternità e al suo amore. Ma quante volte ho provato la gioia dell’abbraccio misericordioso e benedicente del Padre! Quante volte mi sono sentito fallito, abbandonato, incompreso, non amato. Quale grande gioia nel sentirsi consolato da Dio, amato, perdonato, aiutato. Gesù è l’amore di Dio fatto uomo per noi, per me, e io posso dire con Paolo: «Mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20).

Quanto al fratello maggiore... non mi piace il suo comportamento. Pur riconoscendo la sua fedeltà alla casa e la sua laboriosità, lo trovo egoista, invidioso, pronto a giudicare, sicuro di sé e della sua giustizia. Non è vero che anche lui si è spiritualmente allontanato da suo padre? Ma se mi guardo bene, io che lo critico mi comporto esattamente come lui e peggio di lui. Mi accorgo che la mia parte nella scena è più vicina alla sua che a quella del figlio più giovane. Sono pronto a brontolare, a giudicare, a condannare gli altri. Non cedo nei miei punti di vista, non ammetto indulgenze verso chi ha sbagliato, non condivido la gioia degli altri. Temo di essere sottovalutato, mi spiace se qualcuno mi viene preferito, sono geloso, mi risento se qualcuno non riconosce la mia personalità. Forse è più difficile guarire dalla malattia del figlio maggiore che dalla malattia del figlio minore. Questo soffriva di una malattia legata ai sensi, quello di una malattia legata allo spirito. Tutti e due sono figli perduti. Tutti e due hanno bisogno di redenzione. Io sono a volte l’uno, a volte l’altro, a volte insieme.

Quanto poi al padre non mi viene neanche in mente che io potrei fare la sua parte. II padre è sublime, è al di sopra di tutto, illumina tutto, è il centro di tutto: sembra inimitabile. Eppure quando ascolto Gesù che mi dice: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro» (Lc 6,36), mi prende una forza speciale. Le sue parole sono rivolte a uomini, non ad angeli; sono rivolte ad uomini deboli e peccatori come me, non a profeti e a santi. Allora capisco che Gesù mi chiama a imitare il padre. La mia vocazione è di diventare padre, padre misericordioso come lui. Sono sempre figlio, ma chiamato a condividere la tenerezza del padre. Gesù è l’immagine perfetta della tenerezza del Padre. Dio, unico Padre (cf Mt 23,9), mi chiama a rappresentarlo come padre, a vivere nell’amore per la forza del suo Spirito. Proprio perché da lui «proviene ogni paternità in cielo e sulla terra» (Ef 3,15), egli mi invita a essere partecipe e testimone della sua paternità. Solo vivendo come padre che ama, posso manifestare una piccola luce dell’amore infinito di Dio.

 

In un’epoca in cui la figura del padre in Occidente sta perdendo rilevanza e credibilità, in un’epoca in cui il ruolo del padre in Oriente conserva una forma autoritaria, in «una società senza padri» (come qualcuno ha detto) è importante e necessario testimoniare il vero ruolo del padre secondo il vangelo. La parabola dei due figli perduti e del loro padre amoroso deve suscitare in me una doppia domanda: «Come posso diventare figlio? Come posso diventare padre?». L’esperienza vissuta di Paolo lo fa esclamare: «Lo Spirito stesso attesta al nostro Spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare alla sua gloria» (Rm 8,16-17). Siamo figli e siamo eredi: ci vengono partecipati i doni di casa, sono nostri. Come è bello quanto Paolo dice ai cristiani di Corinto e a tutti noi: «Tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro. Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (l Cor 3,21-22). Vivere col Padre, tornare alla sua casa è un perenne invito ad essere pieni di amore e di tenerezza come Lui. Siamo chiamati a trasformarci a sua immagine. Siamo chiamati a rivestirci di Cristo, il figlio prediletto. Lui ha vissuto in modo perfetto la beatitudine che ha proclamato sul monte: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7). Beati quelli che sanno amare, perché sono amati da Dio.