Rifletti con noi!

 

L’invito accolto

 

e rifiutato

 

Domenica XXVIII del tempo ordinario A

 

Papa Francesco

 

A cura di Gianfranco Venturi

 

28A2017

22,1-14 L’invito alla festa di nozze [1]

 

L’invito rifiutato

Gesù ci parla della risposta che viene data all’invito di Dio - rappresentato da un re - a partecipare ad un banchetto di nozze (cf. Mt 22,1-14). L’invito ha tre caratteristiche: la gratuità, la larghezza, l’universalità. Gli invitati sono tanti, ma avviene qualcosa di sorprendente: nessuno dei prescelti accetta di prendere parte alla festa, dicono che hanno altro da fare; anzi alcuni mostrano indifferenza, estraneità, perfino fastidio. Dio è buono verso di noi, ci offre gratuitamente la sua amicizia, ci offre gratuitamente la sua gioia, la salvezza, ma tante volte non accogliamo i suoi doni, mettiamo al primo posto le nostre preoccupazioni materiali, i nostri interessi e anche quando il Signore ci chiama, tante volte sembra che ci dia fastidio. Alcuni invitati addirittura maltrattano e uccidono i servi che recapitano l’invito.

 

L’invito accolto

Ma, nonostante le mancate adesioni dei chiamati, il progetto di Dio non si interrompe. Di fronte al rifiuto dei primi invitati egli non si scoraggia, non sospende la festa, ma ripropone l’invito allargandolo oltre ogni ragionevole limite e manda i suoi servi nelle piazze e ai crocicchi delle strade a radunare tutti quelli che trovano. Si tratta di gente qualunque, poveri, abbandonati e diseredati, addirittura buoni e cattivi – anche i cattivi sono invitati – senza distinzione. E la sala si riempie di “esclusi”. Il Vangelo, respinto da qualcuno, trova un’accoglienza inaspettata in tanti altri cuori.

 

Tutti, anche i peccatori sono invitati

La bontà di Dio non ha confini e non discrimina nessuno: per questo il banchetto dei doni del Signore è universale, per tutti. A tutti è data la possibilità di rispondere al suo invito, alla sua chiamata; nessuno ha il diritto di sentirsi privilegiato o di rivendicare un’esclusiva. Tutto questo ci induce a vincere l’abitudine di collocarci comodamente al centro, come facevano i capi dei sacerdoti e i farisei. Questo non si deve fare; noi dobbiamo aprirci alle periferie, riconoscendo che anche chi sta ai margini, addirittura colui che è rigettato e disprezzato dalla società è oggetto della generosità di Dio. Tutti siamo chiamati a non ridurre il Regno di Dio nei confini della “chiesetta”- la nostra “chiesetta piccoletta” - ma a dilatare la Chiesa alle dimensioni del Regno di Dio. Soltanto, c’è una condizione: indossare l’abito nuziale cioè testimoniare la carità verso Dio e verso il prossimo.

 

22,1 Lo sposo è Gesù [2]

 

Non tutti possono partecipare al banchetto, ma solo coloro che sono stati invitati, e l’invitato è beato: “Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!” (Lc 14, 14). Molti sono gli invitati (Mt 22; Lc 14,16; Mt 20,16). Gli invitati si radunano e l’atmosfera è di gioia: “Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena” (Gv 3, 29). Si tratta della gioia annunciata già da tempo: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli” (Is 61, 10). “Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposeranno i tuoi figli; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Is 62,5; Sal 45).

Questa gioia che regna nel banchetto assumerà anche forma di culto nella Gerusalemme definitiva e nel nostro tempo dell’attesa. “Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare” (Mc 2, 19). Il culto è anche la festa che si celebra grazie alla presenza dello sposo: “E Gesù disse loro: “Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno i giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno” (Mt 9,15). La gioia regna tra i discepoli perché Gesù è con loro: non c’è digiuno, bensì banchetto.

È singolare che chi parla di Gesù come sposo sia proprio Gesù stesso o Giovanni, che lo battezza nel Giordano (Gv 3,29ss). Il Battista, colui che dà testimonianza di Gesù, colui che lo chiama “Agnello di Dio” (Gv 1,32-36), è anche colui che lo chiama “Sposo”. È stato testimone del compimento di ciò che aveva detto colui che l’aveva inviato a battezzare (Gv 1,33ss), ha visto lo Spirito scendere su di lui, ha udito la voce del Padre garantire che egli era suo Figlio: nel suo cuore di ebreo fedele che aspettava le nozze del proprio popolo con il Messia, contempla nel Battesimo nel Giordano l’epifania di quelle nozze: lo sposo che purifica la sposa dai suoi peccati.

 

22,1-4 Il rifiuto dell’invito [3]

 

La mancanza di vigilanza e l’infedeltà vanno di pari passo. Traggono nutrimento l’una dall’altra, reciprocamente. Non si è capaci di accettare l’invito del Signore quando il nostro cuore è succube del proprio giudizio, del proprio spazio interiore, dei propri interessi. Gli invitati alle nozze rifiutano di partecipare per seguire i propri affari. Esiste anche l’infedele che tiene un comportamento ambiguo: va alla festa ma non indossa l’abito adatto, ovvero si dimostra indegno di prendere parte al banchetto (Mt 22,1-4).

 

22,1-14 Misericordia di Dio e degli uomini [4]

 

(domanda): Quali affinità e quali differenze esistono tra la misericordia di Dio e quella degli uomini?

Questo parallelo può essere fatto per ogni virtù e per ogni attributo di Dio. Camminare sulla strada della santità significa vivere alla presenza di Dio, essere irreprensibili, porgere l’altra guancia, cioè imitare la Sua infinita misericordia. “Se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due” (Mt 5,41); “A chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica” (Lc 6, 29); “Dà a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle” (Mt 5,42). E infine: “Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori” (Mt 5,44). Tanti insegnamenti del Vangelo che ci aiutano a capire la sovrabbondanza della misericordia, la logica di Dio.

Gesù invia i suoi non come detentori di un potere o come padroni di una legge. Li invia nel mondo chiedendo loro di vivere nella logica dell’amore e della gratuità. L’annuncio cristiano si trasmette accogliendo chi è in difficoltà, accogliendo l’escluso, l’emarginato, il peccatore. Nei Vangeli leggiamo la parabola del re e degli invitati alla festa di nozze del figlio (Mt 22,1-14; Lc 14,15-24). Accade che non si presentano al banchetto coloro che erano stati invitati, cioè i sudditi migliori, coloro che si sentono a posto, che lasciano cadere nel vuoto l’invito, perché troppo presi dalle loro occupazioni. Così il re ordina ai suoi servi di andare nelle strade, nei crocicchi, e di radunare tutti quelli che incontrano, buoni e cattivi, per farli partecipare al banchetto.

 

 

NOTE

 

1 Angelus, 12 ottobre 2014.

2 L’epifania della sposa, in J. M. Bergoglio – Papa Francesco, Aprite la mente al vostro cuore, BUR Rizzoli, Milano 2014, 128-139; Francesco, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV, 2014, 75-84.

3 Aspettando l’epifania, in J. M. Bergoglio – Papa Francesco, Aprite la mente al vostro cuore, BUR Rizzoli, Milano 2014, 104-107; Francesco, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV, 2014, 54-57.

 

4 Misericordia e compassione, Francesco, Il nome di Dio è misericordia. Una conversazione con Andrea Tornielli, PIEMME- LEV, Milano – Città del Vaticano, 2016, 99-103.


 

 

 

 

 

15 ottobre 2017

XXVIII domenica del tempo Ordinario

di ENZO BIANCHI

 

Mt  22,1-14

 

In quel tempo 1 Gesù riprese a parlare con parabole e disse: 2«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. 3 Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. 4 Mandò di nuovo altri servi con quest'ordine: «Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!». 5 Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; 6 altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. 7 Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. 8 Poi disse ai suoi servi: «La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; 9 andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze». 10 Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. 11 Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l'abito nuziale. 12 Gli disse: «Amico, come mai sei entrato qui senza l'abito nuziale?». Quello ammutolì. 13 Allora il re ordinò ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti». 14 Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

 

Ecco la terza parabola pronunciata da Gesù nel tempio di Gerusalemme e indirizzata ai capi dei sacerdoti e alle guide religiose che avevano contestato la sua autorità nella predicazione e nell’operare il bene (cf. Mt 21,23-27). È una parabola strettamente collegata con la precedente, quella dei vignaioli malvagi (cf. Mt 21,33-43), perché il tema di fondo è lo stesso: il rifiuto opposto al Signore della vigna o al Re che offre il banchetto. Questa parabola è stata a lungo letta nella tradizione cristiana come condanna di Israele, il popolo scelto da Dio, che non avendo riconosciuto in Gesù il Messia inviatogli da Dio stesso, non può che essere castigato insieme alla città di Gerusalemme consegnata alle fiamme e alla distruzione.

 

Ora, quando Matteo mette per iscritto questo racconto, Gerusalemme è stata distrutta dai romani nel 70 d.C., e tale evento sembrava “autorizzare” l’interpretazione della catastrofe giudaica come punizione inviata da Dio. Ma dobbiamo essere intelligenti e vigilanti: questa parabola, non a caso scritta nel Vangelo e indirizzata alla comunità cristiana, riguarda noi, noi che ci diciamo cristiani, chiamati da Dio personalmente alla fede e al banchetto del Regno. Di fronte a questa chiamata che il Signore sempre rinnova, siamo pronti ad accedere al banchetto, senza dilazioni, o invece opponiamo alla sua parola molte ragioni personali, per non ascoltarla? E se partecipiamo al banchetto, vi andiamo mutando la veste del nostro comportamento, in una vera conversione, o invece finiamo per mentire con ipocrisia, entrando nell’alleanza con il Signore senza aver operato un reale cambiamento del nostro habitus vivendi?

 

Sono domande che dobbiamo assolutamente porci, per poter comprendere bene questa parabola e non finire per sentirci giudici degli altri, spioni del loro comportamento, persone rigide che, abituate a spiare gli altri, sono cieche verso se stesse. Ascoltiamo dunque umilmente questo racconto che ci vuole svelare qualcosa che accade di fronte alla venuta del regno dei cieli. Un re vuole celebrare le nozze di suo figlio con un grande banchetto. Invia dunque i suoi servi a chiamare alla festa gli invitati, ma questi, anziché sentirsi onorati, non rispondono alla chiamata e non danno segni di volerla cogliere. Allora il re invia altri servi ad annunciare agli invitati: “Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Dunque, non una ma due volte il re ripete l’invito e dichiara che tutto è pronto e che il banchetto così sontuoso non può essere dilazionato.

 

Basterebbe questa parte della narrazione per ricevere dalla parabola un messaggio. Agli ascoltatori di Gesù era facile comprendere, per la conoscenza della profezia veterotestamentaria (cf., per esempio, Is 25 6-10), che egli stava parlando dell’unione nuziale tra il Messia il suo popolo e che Gesù stesso era lo Sposo, come aveva rivelato ai discepoli e ai farisei, dichiarando che quello era il tempo della presenza dello Sposo in vista delle nozze ormai vicine (cf. Mt 9,15). Ma ecco il rifiuto: il dono di Dio non è accolto e tutti disertano le nozze. Quel Re, però, è il Signore misericordioso, paziente, capace di makrothymía, di attendere e di sentire in grande, per questo invia una terza volta i suoi servi a rinnovare l’invito. Nell’intenzione di Gesù questi sono forse i profeti o i missionari da lui inviati alla comunità di Israele? In ogni caso, gli invitati rispondono con delle giustificazioni, rifiutando ancora una volta l’invito: hanno campi da lavorare, poderi da sorvegliare, commerci da realizzare… Non solo non rispondono positivamente ma, come offesi da quell’invito reiterato, insultano gli inviati, li cacciano e li perseguitano fino ad ucciderne alcuni! Superficialità, trascuratezza, mancanza di discernimento di chi non stima il dono ricevuto, possono trasformarsi addirittura in violenza e aggressività, quando il dono è rinnovato gratuitamente, ancora e ancora!

 

Per Matteo questa era la realtà della missione cristiana verso la fine del primo secolo, una realtà che permetteva una comprensione profonda della parabola. Ecco in verità cosa hanno scelto quegli invitati, sordi alla parola del Signore: hanno scelto vie di morte, e ciò viene espresso con uno stile orientale, che ci può anche scandalizzare se non decodifichiamo le parole dette da Gesù come avvertimento, ammonizione per gli ascoltatori. In quest’ottica, il re che manda i servi a distruggere con il fuoco la loro città (Gerusalemme), è una visione ammonitrice, non una realtà avvenuta, perché Dio ha pazienza, non castiga, ma resta pur vero che ognuno sceglie la via della morte o della vita: ciascuno è libero di scegliere verso dove incamminarsi, non è Dio che ve lo destina!

 

Ma la parabola continua con un altro invio, perché il banchetto nuziale va comunque celebrato e festeggiato. Questa volta l’ordine dato ai servi è di andare lungo le strade, ai crocicchi, dove stanno i pellegrini, i viandanti, i mendicanti, gli “scarti”. Così la sala del banchetto si riempie non degli invitati, degli eletti del Signore chiamati personalmente da lui, ma di coloro che non erano mai sembrati degni a nessuno di partecipare a una festa, a un banchetto nuziale. Entrano nella sala giusti e ingiusti, buoni e cattivi, tutti resi degni dalla misericordia del Signore: è un pranzo dove si trovano insieme il buon grano e la zizzania, i pesci buoni e i pesci cattivi (cf. Mt 13,24-30.47-50). Questa raccolta pare proprio il risultato della missione della chiesa presso le genti, presso i pagani, quelli che non erano stati né eletti nei chiamati da Dio, dall’epoca di Abramo fino a quell’ora di pienezza dei tempi, in cui Cristo era venuto in mezzo agli umani. Nella sua redazione di questa parabola, Luca precisa che quanti sono fatti entrare nella sala delle nozze sono “i poveri, gli storpi, i ciechi, gli zoppi” (Lc 14,21), cioè gli emarginati, gli scarti umani, che prendono il posto dei primi invitati. Accade – come aveva detto Gesù – che prostitute e pubblicani precedono nel Regno gli uomini religiosi, osservanti (cf. Mt 21,31).

 

Quando la sala è piena, ecco giungere il re, che si mette a salutare gli invitati dell’ultima ora. Passando dall’uno all’altro, nota che uno di loro non ha l’abito nuziale. Cosa significa questo? Per noi non è facile comprendere la reazione del re, che lo caccia fuori dalla sala nelle tenebre di morte. Ma forse possiamo capire meglio questo particolare, se ricordiamo gli usi dei banchetti nuziali di quel tempo. All’entrata nella sala, ciascun invitato riceveva in dono uno scialle da mettersi sulle spalle come segno di festa. Ebbene, il re nota che uno degli invitati è privo di questo scialle: certamente questo dono gratuito gli era stato offerto, ma egli lo aveva rifiutato.

 

In altri termini, di fronte al dono immeritato e sorprendente dell’invito al banchetto, di fronte a quel dono dell’abito che significava la sua volontà di “cambiarsi”, di mutare comportamento, egli ha opposto un rifiuto. Quell’abito gratuito era un onore per l’ospite, un dono da accogliere con stupore e gratitudine, e invece egli ha detto “no”. Insomma, quest’uomo ha accolto l’invito a nozze, ma poi ha deciso che tale invito non significava nulla per lui e che egli non era assolutamente capace di accettare quel dono: era una persona autosufficiente, stava bene nella sua situazione e non aveva alcun desiderio di mutare. Ecco allora che il re lo butta fuori, non può fare altrimenti. Non la sua indegnità lo ha escluso, ma il suo non discernere il dono, il suo non accogliere la misericordia del Signore. Quest’uomo non doveva meritare l’invito, ma doveva cambiare mentalità e comprendere che l’amore di Dio è gratuito, è grazia: basta accoglierlo con gioia, come un bambino accoglie il dono del regno di Dio (cf. Mt 18,3).

 

Questa parabola, giocata sulla dialettica tra dono e responsabilità, ci svela una verità che non sempre sappiamo comprendere: la grazia è il dono tra i doni, ma il suo prezzo è l’accoglierla liberamente e per amore. L’abito donato ma rifiutato da quell’invitato significa nient’altro che il prezzo della grazia. Scriveva in proposito Dietrich Bonhoeffer:

 

Grazia a caro prezzo è il tesoro nascosto nel campo, per amore del quale l’uomo va a vendere con gioia tutto ciò che aveva; la pietra preziosa, per il cui valore il mercante dà tutti i suoi beni; … la chiamata di Gesù Cristo, per cui il discepolo abbandona le reti e si pone alla sua sequela. Grazia a caro prezzo è il Vangelo, che si deve sempre di nuovo cercare, il dono che si deve sempre di nuovo accogliere … È a caro prezzo, perché ci chiama alla sequela; è grazia, perché chiama alla sequela di Gesù Cristo; è a caro prezzo, perché l’uomo l’acquista al prezzo della propria vita; è grazia, perché proprio in questo modo gli dona la vita; è a caro prezzo, perché condanna il peccato, è grazia, perché giustifica il peccatore.

 

 

A tutti noi questa parabola pone dunque una semplice domanda. Di fronte alla chiamata di Dio al Regno, chiamata in Gesù Cristo che si rinnova ogni giorno, qual è la mia risposta? Indifferenza, non ascolto o pretesa di una giustizia e di meriti che non possiedo?


 

Theaster Gates, Soul Food, performance e progetto a lungo termine

 

Il progetto di Theaster Gates nasce dalla consapevolezza del degrado della sua città, Chicago. Non avendo ricevuto aiuto dalle istituzioni si è rivolto ai cittadini innescando così un circolo virtuoso che sta contagiando altre città americane. Dal crollo del sistema immobiliare americano con la bolla economica dei mutui, che ha innescato la crisi che tutt’ora stiamo affrontando, le periferie americane si sono svuotate lasciando spazio al degrado.

 

Si sono moltiplicati gli edifici messi in vendita, che hanno seguito più o meno lo stesso iter: messa in vendita, nessun acquirente, abbandono della manutenzione dell’immobile e suo lento declino.

 

Questo è stato il punto di partenza per non cedere al lento disfacimento del tessuto sociale delle periferie americane. Così, Theaster scelse il primo edificio che è stato lentamente restaurato, lasciandolo volutamente “non finito”. In questo edificio sono state ospitate mostre, concerti, e lunghe tavolate del “Soul Food”.

 

I “Soul Food” sono pasti di incontro della comunità afroamericana, la più numerosa e anche la meno visibile delle periferie americane: durante questi pasti si condividono la musica delle proprie radici e le proprie culture di appartenenza mangiando assieme. Per Gates il pasto assume la caratteristica di luogo di incontro e socializzazione del quartiere. Da questi pasti nascono ulteriori progetti che aggregano nuovi abitanti che si mettono in gioco per aiutare il quartiere a ricostruire il suo tessuto di socialità.

 

Coloro che dovevano agire e partecipare (le istituzioni) sono assenti, al loro posto i cittadini riprendono in mano la possibilità di migliorare la qualità di vita dei loro quartieri: una rivincita da parte di coloro che sono scartati, perché non vivono nei quartieri alla moda, senza rabbia, ma con la voglia di impegnarsi per un territorio più vivo.

 

Il successo di questa attività ha permesso di restaurare e attivare nuove case dedicate all’arte e alla socializzazione, fino ad arrivare a recuperare l’edificio di una banca (l’emblema della crisi) per trasformarlo nella “Stony Island Arts Bank”, una banca d’arte. Questo edificio ospita una biblioteca nata dai libri doppi scartati dalla biblioteca comunale e da altri archivi cittadini. Il recupero passa anche attraverso il riuso degli scarti.

 

 

Il vangelo di questa domenica, affiancato al lavoro di Theaster Gates sul territorio, ci invita a riflettere sull’impegno che possiamo assumere come “invitati”: proprio in quanto invitati, non possiamo addurre scuse per non impegnarci, ma siamo chiamati a darci da fare, partendo dal nostro vicino, per costruire insieme il Regno ed entrarci insieme.


Il Figlio inviato nella vigna

8 ottobre 2017

XXVII domenica del tempo Ordinario

Commento al Vangelo

di ENZO BIANCHI

 

 

Mt 21,33-43

 

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: 33 ascoltate un'altra parabola: c'era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. 34 Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. 35 Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. 36 Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. 37 Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: «Avranno rispetto per mio figlio!». 38 Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: «Costui è l'erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!». 39 Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. 40 Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». 41 Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».

42 E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:

La pietra che i costruttori hanno scartato

è diventata la pietra d'angolo;

questo è stato fatto dal Signore

ed è una meraviglia ai nostri occhi?

43 Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti.

 

Dopo essere entrato nella città santa di Gerusalemme in mezzo ad acclamazioni (cf. Mt 21,1-11) e aver compiuto il gesto della cacciata dei commercianti dal tempio (cf. Mt 21,12-17), Gesù torna nel tempio per annunciare con parabole la venuta del regno dei cieli. Oggi ascoltiamo la seconda di queste parabole, in realtà un’allegoria, indirizzata a quei sacerdoti e anziani del popolo che erano venuti a contestare Gesù interrogandolo sulla sua autorità, sull’origine della sua missione (cf. Mt 21,23-27). Ancora una volta Gesù ripete l’invito: “Ascoltate!”, ridice questo comando tante volte gridato da Mosè e dai profeti. Si tratta di smettere di sentire soltanto, per imparare ad ascoltare con attenzione una parola che viene dal Signore, ad accogliere nel cuore questa parola al fine di operare un mutamento e realizzare ciò che il Signore chiede a chi è e vuole essere in alleanza con lui.

 

Eccoci allora di fronte a un’altra parabola che evoca una vigna, come già quella ascoltata domenica scorsa (cf. Mt 21,28-32). Nel Mediterraneo la vigna è la coltivazione per eccellenza, che comporta anni di lavoro, richiede cura e amore, esige un rapporto stabile e pieno di attenzione verso di essa da parte del vignaiolo. Basta pensare che la vigna è un impianto stabile, occupa il terreno per generazioni, non è come un prato o un campo che annualmente possono essere destinati ad altre coltivazioni. Proprio questo legame duraturo, questa vera e propria alleanza tra la vigna e il vignaiolo, generano un amore profondo ed appassionato da parte di chi lavora per la “sua“ vigna. Sono queste le ragioni per cui già i profeti avevano intravisto nell’amore tra vignaiolo e vigna una narrazione dell’amore tra Dio e il suo popolo ed erano ricorsi all’immagine della vigna per esprimere il rapporto di alleanza: una storia tormentata ma piena di amore tra il Signore e la sua proprietà, il suo tesoro (segullah: cf. Es 19,5; Dt 7,6, ecc.). Isaia, in particolare, aveva cantato “il canto di amore dell’amante per la sua vigna“ (Is 5,1; cf. vv. 1-7), raccontando di un vignaiolo che aveva vangato la terra, l’aveva liberata dai sassi e vi aveva piantato ceppi scelti di vite. L’aveva addirittura ornata con una torre in cui aveva posto un tino. Avendole dedicato tanta cura, si aspettava da essa uva buona e bella, invece quella vigna si era inselvatichita producendo grappoli di uva immangiabile.

 

Questa immagine era ben conosciuta da Gesù e dai suoi ascoltatori, perciò, non appena Gesù inizia la parabola dicendo che “un padrone aveva piantato una vigna“, i presenti capiscono subito di cosa si tratta: è una storia su Dio e su Israele, sua vigna. Questo canto che esprime la speranza di Dio e, nel contempo, l’incapacità del popolo di comprendere il suo amore, dunque un canto di accusa verso Israele, è stato conservato e tramandato proprio da Israele. Il popolo dell’antica alleanza non ha espunto dalle Scritture i rimproveri e i giudizi di Dio nei suoi confronti: questo va tenuto presente da noi quando leggiamo questa parabola e, facilmente, siamo tentati di puntare il dito contro questo popolo, fino a gloriarci di essere noi il popolo del Signore al quale è stata data la vigna tolta ad altri. Stiamo attenti, perché questa parabola che Matteo colloca nel vangelo indirizzato ai cristiani riguarda certamente i capi religiosi di Israele, ma riguarda anche i capi che sono nella chiesa e riguarda pure noi!

 

Ebbene, questo proprietario della vigna, che l’ha piantata e l’ha dotata di tutto il necessario perché fruttifichi, la affida a dei contadini perché la lavorino in sua assenza: la vigna continua a essere sua proprietà, ma è affidata ad altri uomini in tutto il tempo della presa di distanza e dell’allontanamento da essa da parte del Signore. Giunge però l’ora della vendemmia, un giorno preciso in cui le uve sono mature, all’inizio dell’autunno, e allora il padrone manda alcuni suoi servi dai vignaioli per ritirare il raccolto con cui produrre il vino. Perché il raccolto resta suo, come la vigna è sua! Ma nel frattempo è sorta in quei vignaioli la tentazione di essere loro i padroni della vigna, perché il padrone ha tardato molto tempo prima di ritornare. Questa è la tentazione di chi è stato posto dal Signore come primo, come più grande, come lavoratore nella sua vigna: spadroneggiare sulla vigna, pensarla come proprietà personale, sostituendosi a colui che deve invece solo rappresentare nel servizio. Così quei vignaioli, all’arrivo dei servi inviati dal padrone, reagiscono con un rifiuto violento. Colpiscono alcuni e ne uccidono e lapidano altri, per farli scomparire. Il Signore però pazienta, continua ad aspettare il frutto della vigna e invia altri servi, in numero più grande di quanto fatto nella prima missione. Ma anche questi vengono trattati allo stesso modo, subendo rifiuto e rigetto.

 

Il Signore dunque nella sua makrothymía (sentire in grande, pazienza) fa un ultimo tentativo. Siccome spera ancora, decide di inviare suo figlio, che ha più autorità dei servi. La sua speranza profonda è che, vedendo il suo figlio amato, i vignaioli sentano di avere di fronte a sé il signore stesso e dunque, portando rispetto a lui, gli consegnino il frutto della sua vigna. Ingenuità di questo padrone? No, da parte sua c’è la volontà di restare in alleanza con i vignaioli a cui ha affidato la vigna. Cosa avviene invece? Quei vignaioli, “al vedere il figlio”, aumentano ancora di più il desiderio di essere padroni, di avere potere sulla vigna, perciò dicono tra sé: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra!”. Innanzitutto escludono il figlio dalla sua vigna, prendendolo e gettandolo fuori, poi lo uccidono; prima lo portano “fuori”, fuori dalla vigna, fuori dalla città (cf. Lc 4,29; Mc 15,20; Mt 27,31; At 7,58), poi lo eliminano.

 

Gesù racconta questa allegoria alla vigilia della sua passione, la racconta proprio per quelli che la metteranno in pratica contro di lui, fino a rigettarlo fuori dalla città e a crocifiggerlo. Così Matteo ci mostra che Gesù ha coscienza di essere il Figlio inviato dal Padre nella vigna di Israele, sa ciò che lo attende come fine (télos) della sua missione in questo mondo e non si sottrae a questa necessitas humana inscritta nella storia: in un mondo ingiusto, il giusto può solo essere rigettato fino a essere eliminato! Gesù sa che il Padre non l’ha mandato nel mondo perché subisca la morte violenta; sa che il Padre, come il padrone della vigna, lo ha inviato perché sperava, perché spera di essere accolto. E anche se questa è la fine dolorosa che lo attende, Gesù sa che l’ultima parola spetta comunque al Padre. Conoscendo le sante Scritture e pregandole, sa infatti che – come sta scritto – la pietra che proprio i costruttori (questo è il termine con cui si chiamavano i capi religiosi del tempio) avrebbero scartato, messo fuori dalla costruzione, Dio l’avrebbe scelta e posta come testata d’angolo, facendo poggiare su di essa tutta la costruzione. Gesù crede, aderisce a questo piano di Dio profetizzato e cantato nel salmo 118.

 

Questa parabola risuona certamente come un giudizio di Dio: non però sul popolo d’Israele, ma su quei capi del popolo che hanno rigettato e condannato Gesù. Matteo, infatti, registra subito la loro reazione: cercano di catturarlo ma hanno paura della folla, per questo decidono di rimandare di qualche giorno il loro piano, attendendo una situazione più propizia (nella notte e nel Getsemani, dove non ci sarà la folla dei suoi seguaci; cf. Mt 26,47-56). Hanno infatti compreso che quella parabola individua proprio in loro i vignaioli omicidi. Ma la parabola dice che questo sarà pure il giudizio sulla chiesa, soprattutto sui suoi capi. La vigna è stata tolta a quei capi di Israele e data una nuova collettività umana (éthnos): la comunità dei poveri nello spirito, dei miti che, secondo la promessa del Signore, erediteranno la terra (cf. Mt 5,5; Sal 37,11), a quel popolo umile e povero costituito erede per sempre dal Signore (cf. Sof 3,12-13; Is 60,21; Ger 30,3).

 

 

Certo, al suo interno ci saranno ancora dei pastori, dei capi, dei primi, ma stiano attenti a non essere come i vignaioli della parabola. La loro tentazione, infatti, è quella di occupare tutto lo spazio ecclesiale, assolutizzando i loro progetti e chiedendo obbedienza a sé; la loro tentazione è quella di sostituirsi al Signore, magari con il semplice stare al centro, sentendosi non servi dei servi, ma padroni. Anche nella chiesa può accadere come nella parabola. E, se anche in essa non si manifesta la violenza fisica (come però è purtroppo avvenuto in altre epoche storiche!), oggi magari si pratica la violenza del non ascolto, del rifiuto, dell’emarginazione, della calunnia, del disprezzo, della manipolazione, dell’abuso psicologico. Queste le tentazioni dei vignaioli perfidi, ma anche, qui e ora, di chiunque nello spazio ecclesiale, nella vigna, esercita l’autorità. Non si scarichi dunque l’accusa di questa parabola su Israele, ma si pensi a noi, oggi, nelle vigne delle chiese.

Il dramma di oggi:

 

parola imprigionata

 

e liberata

 

Domenica XXVII del tempo ordinario A

 

Papa Francesco

 

A cura di Gianfranco Venturi

 

27A

21,33-43.45 La parola imprigionata [1]

 

Il dramma di alcuni capi

Vangelo di Matteo (21,33-43.45) presenta questa parabola che lo stesso Gesù dice alla gente e ai farisei, ai sacerdoti, agli anziani del popolo per far capire dove sono caduti. Siamo davanti al dramma non del popolo ma di alcuni capi del popolo, di alcuni sacerdoti di quel tempo, dei dottori della legge, degli anziani che non erano con il cuore aperto alla parola di Dio. Infatti essi sentivano Gesù ma invece di vedere in lui la promessa di Dio, o invece di riconoscerlo come un grande profeta, avevano paura. In fondo è lo stesso sentimento di Erode. Anche loro dicevano: “Quest’uomo è un rivoluzionario, fermiamolo in tempo, dobbiamo fermarlo!”. Per questo cercavano di catturarlo, cercavano di metterlo alla prova, perché cadesse e potesserlo catturare: è la persecuzione contro Gesù. Ma perché questa persecuzione? Perché questa gente non era aperta alla parola di Dio, erano chiusi nel loro egoismo. È proprio in questo contesto che Gesù racconta questa parabola

Dio ha dato in eredità un terreno con una vigna che ha fatto con le sue mani. Si legge infatti nel Vangelo che il padrone “piantò una vigna, la circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre”. Sono tutte cose che ha fatto lui, con tanto amore. E poi ha dato la vigna in affitto a dei contadini. Esattamente quello che Dio ha fatto con noi: ci ha dato la vita in affitto e con essa la promessa che sarebbe venuto a salvarci. Invece questa gente ha visto un bel negozio qui, un bell’affare: la vigna è bella, prendiamola, è nostra! E così quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, sono andati i servi di questo signore a ritirare il raccolto. Ma i contadini, che già si erano impadroniti della vigna, hanno detto: no, cacciamoli via, questo è nostro!

 

La parola imprigionata

La parabola di Gesù racconta precisamente il dramma di questa gente, ma anche il dramma nostro. Quelle persone infatti si sono impadronite della parola di Dio. E la parola di Dio diventa parola loro. Una parola secondo il loro interesse, le loro ideologie, le loro teologie, al loro servizio. A tal punto che ognuno la interpreta secondo la propria volontà, secondo il proprio interesse. E uccidono per conservare questo. È quanto è successo anche a Gesù, perché i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro quando avevano sentito questa parabola e così “cercarono di catturarlo e farlo morire”. Ma in questo modo la parola di Dio diventa morta, diventa imprigionata. E lo Spirito Santo è ingabbiato nei desideri di ognuno di loro. Lo stesso succede a noi, quando non siamo aperti alla novità della parola di Dio, quando non siamo obbedienti alla parola di Dio. Ma disobbedire alla parola di Dio è come voler affermare che questa parola non è più di Dio: adesso è nostra!

Come la parola di Dio è morta nel cuore di questa gente, può anche morire nel nostro cuore. Eppure la parola non finisce perché è viva nel cuore dei semplici, degli umili, del popolo di Dio. Infatti quanti cercavano di catturare Gesù ebbero paura del popolo che lo considerava un profeta. Era la folla semplice, che andava dietro Gesù perché quello che Gesù diceva faceva bene e scaldava il cuore. Questa gente non usava la parola di Dio per il proprio interesse ma semplicemente sentiva e cercava di essere un po’ più buona”.

 

La parola liberata

Cosa noi possiamo fare per non uccidere la parola di Dio, per non impadronirci di questa parola, per essere docili, per non ingabbiare lo Spirito Santo?

Due semplici strade: quella dell’umiltà e quella della preghiera.

Non era certo umile questa gente che non accettava la parola di Dio ma diceva: sì, la parola di Dio è questa, ma la interpreto secondo il mio interesse! Con questo modo di fare erano superbi, erano sufficienti, erano i “dottori” fra virgolette: persone che credevano di avere tutto il potere per cambiare il significato della parola di Dio. Invece soltanto gli umili hanno il cuore disposto per ricevere la parola di Dio. Ma bisogna precisare che c’erano anche buoni e umili sacerdoti, umili farisei che avevano ricevuto bene la parola di Dio: per esempio i Vangeli ci parlano di Nicodemo. Dunque il primo atteggiamento per ascoltare la parola di Dio è l’umiltà, perché senza umiltà non si può ricevere la parola di Dio.

E il secondo è la preghiera. Le persone di cui parla la parabola infatti non pregavano, non avevano bisogno di pregare: si sentivano sicuri, si sentivano forti, si sentivano dei.

Dunque con l’umiltà e la preghiera andiamo avanti per ascoltare la parola di Dio e obbedirle nella Chiesa. E così non succederà a noi ciò che è accaduto a questa gente: non uccideremo per difendere quella parola che noi crediamo essere la parola di Dio, ma che invece è divenuta una parola totalmente alterata da noi”.

Chiediamo al Signore la grazia dell’umiltà, di guardare Gesù come il Salvatore che ci parla: parla a me! Ognuno di noi deve dire: parla a me! Quando leggiamo il Vangelo: parla a me! Apriamo il cuore allo Spirito Santo che dà forza a questa parola e preghiamo, preghiamo tanto perché noi abbiamo la docilità di ricevere questa parola e obbedirle.

 

21,33-42 I padri di famiglia nel vangelo [2]

 

Nelle parabole evangeliche, i padri di famiglia sono caratterizzati in questo modo: coloro che sanno sintetizzare il nuovo e il vecchio (Mt 13,52); un’altra immagine del padre è quella di colui che non esita a sacrificare il suo stesso figlio - ricordate la parabola dei vignaioli? (Mt 21,33-42) - perché l’eredità inalienabile, quasi come l’olio delle dieci vergini, sia feconda e dia molto pane al popolo che la rispetti e non la pretenda per sé. Un altro padre è quello che non smette mai di vedere nel germoglio di grano, pur indebolito dalla troppa zizzania, la speranza della crescita (Mt 13,24-30), e per questo lo aspetta in strada, come racconta Luca nella sua parabola sulla misericordia, perché sa che Dio è Padre anche di coloro che arrivano all’undicesima ora (Mt 20,1-16).

 

21,42 Gli scarti divenuti pietra d’angolo [3]

 

Dai poveri e dagli anziani si inizia a cambiare la società. Gesù dice di sé stesso: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo” (Mt 21,42). Anche i poveri sono in qualche modo “pietra d’angolo” per la costruzione della società. Oggi purtroppo un’economia speculativa li rende sempre più poveri, privandoli dell’essenziale, come la casa e il lavoro. È inaccettabile! Chi vive la solidarietà non lo accetta e agisce. E questa parola “solidarietà” tanti vogliono toglierla dal dizionario, perché a una certa cultura sembra una parolaccia. No! È una parola cristiana, la solidarietà! E per questo siete famiglia dei senza casa, amici delle persone con disabilità, che esprimono - se amati - tanta umanità. Vedo qui inoltre molti “nuovi europei”, migranti giunti dopo viaggi dolorosi e rischiosi. La Comunità li accoglie con premura e mostra che lo straniero è un nostro fratello da conoscere e da aiutare. E questo ci ringiovanisce.

 

21,33-44 Una Chiesa in stato di vedovanza [4]

 

Saluto cordialmente la Delegazione e ringrazio per essere venuti dalla Nigeria con spirito di pellegrinaggio. Per me è una consolazione questo incontro, perché sono molto triste per la vicenda della Chiesa in Ahiara.

La Chiesa, infatti - e mi scuso per la parola -, è come in stato di vedovanza per aver impedito al Vescovo di andarvi. Tante volte mi è venuta in mente la parabola dei vignaioli assassini, di cui parla il Vangelo (cfr Mt 21,33-44), i quali vogliono appropriarsi dell'eredità. In questa situazione la Diocesi di Ahiara è come senza sposo, ha perso la sua fecondità e non può dare frutto.

 

 

NOTE

 

1 Omelia, 21 marzo 2014.

2 Discorso di apertura alla congregazione provinciale, San Miguel, Buenos Aires, 8 febbraio 1978, in Papa Francesco – Jorge Maria Bergoglio, Pastorale sociale, Jaca Book – Comunità Sant’Egidio, Milano 2015, 251-262.

3 Visita alla comunità di Sant’Egidio, Basilica di Santa Maria in Trastevere, 15 giugno 2014.

 

4 Parole ai membri della delegazione della diocesi di Ahiara (Nigeria), 8 giugno 2017.


XXVI domenica del tempo Ordinario

Commento al Vangelo

di ENZO BIANCHI

 

 

Mt 21,28-32

 

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: 28 «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: «Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna». 29 Ed egli rispose: «Non ne ho voglia». Ma poi si pentì e vi andò. 30 Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: «Sì, signore». Ma non vi andò. 31 Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. 32 Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

 

Gesù ha terminato il suo viaggio verso Gerusalemme, la città santa in cui è entrato acclamato quale Messia, figlio di David, dai discepoli che lo accompagnavano e dalle folle; ha cacciato dal tempio quanti impedivano che fosse una casa di preghiera e ha simbolicamente seccato l’albero di fico che non dava frutti (cf. Mt 21,1-22) Queste azioni causano una profonda indignazione da parte delle autorità religiose legittime ma perverse, “sacerdoti e anziani“, che intervengono pubblicamente chiedendo a Gesù con quale autorità compia quei gesti provocatori. Ma Gesù non risponde, anzi pone loro una domanda riguardo alla missione di Giovanni il Battista: missione voluta da Dio o missione che Giovanni aveva inventato per sé?

 

Questo interrogativo non riceve però una risposta (cf. Mt 21,23-27), e allora Gesù indirizza loro tre parabole: quella dei due figli, quella dei vignaioli assassini e quella degli invitati al banchetto nuziale (cf. Mt 21,28-22,14). Di fatto sono tre parabole con le quali egli cerca di causare un ravvedimento in quei suoi avversari che poco tempo dopo saranno i suoi accusatori e i suoi condannatori. Le parabole sono per Gesù proprio uno strumento per far cambiare pensiero e atteggiamento a coloro ai quali sono rivolte. Ma qui accadrà esattamente l’opposto. Anziché interrogarsi e convertirsi, sacerdoti e anziani si indigneranno ancor di più e, comprendendo che tali racconti sono rivolti proprio a loro, induriranno ancor più il loro cuore, accrescendo la loro opposizione e il loro odio verso Gesù.

 

Ascoltiamo dunque la prima parabola, in obbedienza all’ordo liturgico che la prevede per questa domenica: “Che ve ne pare?”, introduzione che è un invito a pensare e a fare discernimento, perché alla fine ci sarà un’altra domanda da parte di Gesù, che richiederà una risposta chiara e decisiva. “Un uomo aveva due figli. Avvicinandosi al primo, disse: ‘Figlio, va oggi a lavorare nella vigna’. Ed egli rispose: ‘Non ne ho voglia’. Ma poi, pentitosi, vi andò”. La risposta iniziale è irriverente, all’insegna di una disobbedienza consapevole. Ma questo figlio che osa resistere alla richiesta del padre e gli nega l’obbedienza, in seguito (hýsteron) cambia avviso, muta di opinione (metameletheís) e va a lavorare nella vigna. Così egli mostra di essersi ravveduto: pensando, ha cambiato parere, e la non voglia si è trasformata per lui in obbedienza possibile.

 

Entra poi in scena il secondo figlio. Il padre si rivolge a lui allo stesso modo che all’altro, e la risposta che ottiene è positiva: “Sì, Signore (Kýrios)!”, ma poi costui non va. Siamo di fronte a un figlio rispettoso del padre, che lo chiama addirittura signore. È rispettoso forse per paura, perché incapace di dire un no a suo padre. Oppure è rispettoso perché nutrito di formalismo: dice sì al padre, come richiesto dalla legge e dalla prassi, ma poi non esegue la volontà. Forse pensa che il padre non si accorgerà che egli non ha messo in pratica ciò che ha detto… Non conosciamo le motivazioni della non esecuzione dell’invito: resta il fatto che la volontà del padre non è compiuta. Questo secondo figlio si accontenta di fare una dichiarazione verbale secondo il desiderio del padre e non percepisce la propria incoerenza: come un cieco non vede, non legge se stesso…

 

È evidente che ciò che succede in questa parabola succedeva ai tempi di Gesù, tra i credenti giudei, ma succede ancora oggi nelle comunità dei discepoli, nella chiesa. Sempre ci sono stati, ci sono e ci saranno quanti dicono: “Signore! Signore!”, lo invocano e hanno spesso il suo nome sulla loro bocca, ma poi non fanno la volontà del Padre suo che è nei cieli(cf. Mt 7,21). Le parole di Gesù vogliono smascherare questi credenti che confidano nel loro frequentare assemblee dove risuona la parola del Signore, che partecipano a pasti con il Signore mangiando e bevendo alla sua tavola (cf. Mt 7,22-23; Lc 13,25-27), ma in verità senza essere concretamente discepoli alla sequela di Gesù, nel tentativo di conformare la loro vita alla sua. Militanti, certo, senza essere discepoli!

 

Grazie a questa parabola siamo invitati a discernere nel nostro oggi quelli che di fatto, senza saperlo, sono rappresentati dal primo o dal secondo figlio: uomini religiosi che vantano appartenenza confessionale e parlano, parlano…; dicono sì alla volontà di Dio, ma quotidianamente non la realizzano, perché per loro è più importante apparire che essere e fare. D’altra parte, quelli che sembrano dire costantemente no a Dio perché non si mostrano religiosi, perché non proclamano la loro appartenenza religiosa, poi invece la vivono nell’anonimato, nella quotidianità, realizzano la volontà del Signore senza nominarlo e a volte senza conoscerlo. Perfetti anonimi per noi, ma che semplicemente “praticano la giustizia, amano la misericordia e camminano umilmente con Dio” (cf. Mi 6,8). Ecco allora puntuale, alla fine della parabola, la domanda di Gesù: “Chi dei due figli ha compiuto la volontà del padre?”, cui segue la scontata risposta dei sacerdoti e degli anziani: “Il primo!“.

 

E allora Gesù li invita a trarre le conseguenze, commentando: “In verità io vi dico: ‘I peccatori manifesti e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio!’”. Parole di Gesù dure come pietre, perché costituiscono il giudizio pronunciato su questi ascoltatori. Ma perché? Non è forse questo paradossale? Eppure avviene così, perché quelli che pubblicamente appaiono peccatori e sono da tutti ritenuti tali, sono preda della vergogna e sentono in loro il desiderio, più o meno ascoltato, di cambiare vita: desiderano uscire fuori dalla loro vita di peccato, che gli altri disprezzano e condannano. Gli uomini religiosi, invece (qui i sacerdoti e gli anziani, interlocutori di Gesù), che appaiono osservanti ma hanno peccati nascosti, siccome tutti li venerano e tutti guardano a loro per il loro status, non vogliono assolutamente cambiare vita. Gli uni sono dunque aperti a un invito a convertirsi, mentre gli altri si sentono a posto e pensano di non avere bisogno di alcuna conversione: da questo nascono la loro ipocrisia, la loro rigidità, il loro giudicare e spiare gli altri, senza mai interrogarsi su di sé; sono sempre pronti ad assolversi, perché agli occhi della gente risultano giusti e addirittura esemplari…

 

Lo ripeto, perché sia ben chiaro. Chi pecca di nascosto non è mai spronato alla conversione da un rimprovero che gli venga da altri, perché continua a essere venerato e stimato per ciò che della sua persona appare all’esterno: questa è la malattia della maggior parte delle persone, tra le quali primeggiano però proprio quelle religiose e devote, che credono di dover essere d’esempio agli altri… Chi, al contrario, è un peccatore pubblico, si trova costantemente esposto al giudizio e al biasimo altrui, e in tal modo è indotto a un desiderio di cambiamento. Solo animato da tale desiderio, solo nel pentimento che nasce da un cuore spezzato – questo significa etimologicamente “contrito” (cf. Sal 34,19; 51,19; 147,3) –, l’essere umano può divenire sensibile alla presenza di Dio.

 

 

E così Gesù annota che, quando è venuto Giovanni il Battista a chiedere la conversione, i peccatori pubblici hanno risposto fattivamente all’invito e si sono convertiti, mentre i sacerdoti e le autorità religiose, pur avendo visto, nulla hanno mutato del loro comportamento per aderire al suo messaggio. Con questa parabola Gesù interroga dunque ciascuno di noi, se vogliamo ascoltarlo. E ciascuno di noi, più è riconosciuto per la sua professione di fede, più deve interrogarsi: dice sì a Dio solo a parole, oppure realizza senza clamore e senza ostentazione, umilmente, la sua volontà? Insomma, “nell’ultimo giorno, il giorno del giudizio” – come recita un’affermazione tradizionalmente attribuita ad Agostino, che dovremmo tenere ben più presente – “molti che si ritenevano dentro saranno trovati fuori, mentre molti che pensavano di essere fuori saranno trovati dentro il regno dei cieli”.


Quanti vicini

 

sono lontani! (Mt 21, 28)

 

XXVI Domenica Tempo Ordinario A

 

La domenica “del fare la volontà del Padre”

 

A cura di Francesco Galeone *

 

 

 

Siamo ormai verso la fine della vita terrena di Gesù. I capi religiosi sono furibondi perché Gesù ha dichiarato che il tempio è un covo di ladri dando implicitamente a loro dei banditi. I discorsi tra Gesù e le autorità politico-religiose diventano sempre più aspri. Gesù alterna il cammino tra Betania, il Tempio, l’Orto del Getsemani: sono i tre luoghi testimoni della sua imminente passione. È l’epilogo. Dopo l’entrata gloriosa di Gesù a Gerusalemme (Mt 21,1) e la violenta cacciata dei mercanti dal tempio (Mt 21,12), la gran parodia del potere (W. Carter), il vangelo di Matteo colloca tre parabole tremende, tutte e tre dirette contro i dirigenti religiosi (non contro il popolo di Israele: Gesù non è contro il suo popolo!): la parabola dei due figli (Mt 21,28), quella dei vignaioli omicidi (Mt 21,33) e quella del banchetto del Regno (Mt 22,1). Naturalmente ogni parabola sarà seguita dagli attacchi dei farisei e dei sadducei contro Gesù, che a loro volta provocheranno le invettive di Gesù contro di loro. Il brano di oggi è sviluppato con grande abilità: Gesù racconta una parabola (v.28), chiede il giudizio ai suoi interlocutori (v.31), e lo ritorce contro di loro, facendo la seguente applicazione: il Regno di Dio non è di coloro che dicono “sì” e fanno “no”.

 

 

Molti che sembrano lontani, sono vicini!

 

 

 

Nei secoli precedenti, si dava forse più importanza alla ortodossia, cioè al giusto modo di credere, alla verità; oggi noi siamo più sensibili alla ortoprassia, cioè al giusto modo di agire, di fare. A giudicare dal Vangelo di oggi, Gesù non si preoccupa molto di ortodossia, non parla di verità da contemplare, ma di verità da fare. Parole strane, contraddittorie, per noi educati all’intellettualismo etico. Non è forse vero che la verità si pensa, riguarda il piano dianoetico, è qualcosa di logico? Secondo Cristo, invece, la verità si fa; chi fa la verità conosce il vero Dio, e arriva all’esemplificazione scandalosa: le prostitute vi precedono! Le prostitute: non vergogniamoci di pronunciare questa parola in un luogo santo: non è la parola che ci deve spaventare, ma la realtà che c’è dietro. Gesù non ebbe paura di sporcarsi, si lasciò toccare e baciare da queste donne: La gente come me - e ce n’è tanta come me - se non avesse la certezza che Cristo è venuto sulla terra per capire, perdonare, salvare anche noi, sarebbe disperata. C’è sempre nella vita un momento quando rimane solo Lui a difenderci, proprio quando non abbiamo più difesa, e tutti ci sputano addosso (D. Fabbri, La bionda). Incoraggeremo la gente a prostituirsi? No, certamente, ma solo ricordarci che non dobbiamo giudicare perché da queste pietre Dio sa ricavare i figli della luce, che dal letame nascono i fiori, e che dai diamanti non nasce niente!

 

La cattedrale dell’umanità è costruita da credenti e da atei

 

Chi sono i cristiani? Quelli che dicono “sì” al Padre; ma quelli che dicono “sì” e poi fanno “no”, sono cristiani? La conversione consiste nel rendersi conto che noi non facciamo la verità che diciamo. Il compito di un profeta-educatore è quello di formare una coscienza inquieta, in modo che un “credente” non si senta più tranquillo, e magari qualche altro lo diventi. Molti che sembrano lontani, in realtà sono vicini al Signore (sant’Agostino). P. Peter Lippert ha scritto questo magnifico brano in Giobbe parla con Dio: I tuoi santi hanno baciato i lebbrosi ma non hanno fatto niente per curare la lebbra. Hanno donato ai poveri le loro ricchezze, ma non si sono sforzati, perché nessuno sia più mendicante. Con preghiere hanno tentato per secoli di allontanare lo straripamento dei fiumi e la peste, e in poche decine di anni i giganti della scienza hanno incatenato le acque e sterminato la peste. Questi uomini ti sono meno cari delle anime devote ma inoperose, immerse nell’orazione? I figli di questo secolo, che non onorano il tuo nome, hanno illuminato la notte, aperto strade larghe, vinto tante miserie, allungato la vita dell’uomo, attutito i suoi dolori; la loro arte è mirabile, sconfinato il desiderio di conoscere, accanita la loro brama di sperimentare. Cosa pensi di questi uomini e delle loro opere? Sì, la cattedrale dell’umanità è costruita da credenti e da atei: anche questi fanno parecchio!

 

Beati i nostri “no” che diventano “sì”

 

Nei due figli che dicono e subito si contraddicono, è rappresentato il nostro cuore diviso. Se ne accorse anche Paolo di Antiochia: Video bona proboque... deteriora sequor (Rm7,15). Come anche Goethe: Ho in me due anime. Il primo figlio si pentì, cioè trasformò il suo modo di vedere: la vigna non era solo del padre ma anche la sua; non si tratta di essere semplicemente obbedienti; il sogno di Dio è avere una casa abitata non da servi ma da figli, liberi e adulti. La morale evangelica non è quelle dell’obbedienza ma quella di portare molto frutto. I due figli, di cui parla il Vangelo, rappresentano le due coscienze degli uomini: la coscienza buona che, anche quando non ne ha voglia, finisce con obbedire al padre; e la coscienza cattiva che, pur professando docilità al padre, non passa dalle parole ai fatti. Per questo Gesù minaccia: Pubblicani e prostitute vi precedono nel Regno di Dio.

Frasi come Peccatori e prostitute vi precedono nel Regno di Dio piacciono a quelli che non sanno che farsene della morale. Gesù, con quelle frasi, sembra uno di loro, uno spirito superiore, un populista che simpatizza con i viziosi, che dà sempre ragione all’operaio solo perché operaio, che blandisce i giovani solo perché giovani. In realtà Gesù non giudica gli uomini per categorie sociali o per fasce sindacali o per credo religioso o per titolo accademico o per colore razziale. Leggiamola bene, questa parabola dei due figli: se Gesù elogia chi prima ha detto “no” è perché poi si converte, e quel “no” diventa un “sì”. In paradiso, i peccatori non vanno perché peccatori, ma perché hanno compreso la colpa, e hanno accolto il perdono.

È sulle scelte operative che si giudica l’appartenenza: Non chi dice: Signore, Signore! Gesù denunzia i paraventi della cattiva coscienza, i finti devoti, gli abili ipocriti. Dio non si inganna! Chi si salva deve avere compiuto il bene, anche se c’è stato un rifiuto all’inizio. Chi si perde è perché è vissuto male, anche se è c’è stato un sì gioioso all’inizio. A questo punto una sola è la conclusione: beati quei “no” che diventano “sì”. La possibilità di dire “sì”, che poi diventa “no”, tocca anche noi cristiani. Questa scomoda parabola è un’occasione per un esame serio e sereno della nostra fedeltà a Cristo. Noi con facilità diciamo Amen, che significa Così è e così sia, cioè fiducia e abbandono a Dio! Noi con facilità recitiamo gli articoli del credo, diciamo “sì” nel rito del matrimonio, nella celebrazione dei sacramenti, ma poi dimentichiamo che il “sì” va inverato nelle scelte quotidiane.

Sottolineature:

- Il termine greco adoperato dall’evangelista (τέκνον) è pieno di tenerezza: potremmo tradurlo meglio con Figliolino mio. È la stessa radice da cui viene il verbo partorire (τικτειν), e quindi è un verbo di grande tenerezza materna. Oggi vai a lavorare nella vigna, la vigna - si sa - è immagine del popolo d’Israele. Egli rispose: Non ne ho voglia, ma poi si pentì e vi andò. Quindi c’è un primo figlio che risponde di no all’invito del Signore, ma poi si pente. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: Sì signore. Ma non vi andò. Mai fidarsi di quelli che dicono: Sì, Signore! Questo secondo non ha un rapporto con il padre, non ha detto Sì padre, dice Sì, signore. Dio è un signore al quale obbedire. E Gesù allora chiede alle autorità religiose, Quale dei due ha compiuto la volontà del padre? Ecco che appare il termine padre. Sarebbe stato meglio che anche questa volta fossero stati zitti, che non avessero risposto. Invece rispondono. Risposero: il primo!

- E Gesù disse loro: In verità... Quindi è un’affermazione solenne, importante, Io vi dico pubblicani e prostitute vi passano avanti. La costruzione del verbo greco (προαγειν), tradotto con passare avanti, non indica però precedenza, cioè vi passano avanti e poi voi venite, ma indica esclusione, cioè vi hanno preso il posto.

- Tre volte nel vangelo di Matteo appare il verbo pentirsi (μεταμελομαι): qui, nella parabola del figlio che si pente (Mt 21,29), nel caso di Giuda il traditore che si pente (Mt 27,3), ma le autorità no. Le autorità non si pentiranno mai. Si è pentito Giuda, ma le autorità non si pentiranno mai. L’evangelista ci fa comprendere che le autorità religiose sono completamente refrattarie alla buona notizia di Gesù perché dovrebbero perdere il loro potere, i loro privilegi e il loro prestigio.

- Si capisce subito che l’etica di Gesù non è l’etica delle buone intenzioni ma delle buone azioni. Per Gesù ciò che si dice non conta; ciò che conta è ciò che si fa. Che è ciò che è successo con quei due fratelli. Ed è quello che accade tante volte all’élite religiosa: nelle loro predicazioni parlano contro l’amore al denaro quelli che assomigliano a qualunque cosa meno che ad un povero; parlano contro l’orgoglio quelli che occupano sedi di potere e di dignità; sono severi censori del sesso quelli che nascondono e proteggono delinquenti sessuali.

- Gesù accentua la sua denuncia affermando che i gruppi più disprezzati dall’élite religiosa (pubblicani e prostitute) precederanno quest’élite nel cammino verso il Regno. L’aspetto notevole è che il verbo greco proágousin (Mt 21,31b) sta al presente, cioè già ora (M. Zerwick) i pubblicani e le prostitute vi precedono nel cammino verso il Regno. A giudizio di Gesù, quelli che sono più in ritardo nel cammino verso Dio sono proprio quelli che pensano di precedere gli altri e quelli che vedono se stessi come l’esempio da seguire.

 

 

* Gruppo Biblico ebraico-cristiano


Misericordia non meritocrazia!

 

 

 

di ENZO BIANCHI

 

Mt  20,1-16

 

In quel tempo  Gesù disse ai suoi discepoli: «1  Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2 Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. 3 Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, 4 e disse loro: «Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò». 5 Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. 6 Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». 7 Gli risposero: «Perché nessuno ci ha presi a giornata». Ed egli disse loro: «Andate anche voi nella vigna». 8 Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: «Chiama i lavoratori e da' loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi». 9 Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10 Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro. 11 Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone 12 dicendo: «Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». 13 Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? 14 Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: 15 non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?». 16 Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

 

Dopo la parabola del servo spietato che non sa reiterare la misericordia e il perdono ottenuti (cf. Mt 18,21-35), eccone una sulla scandalosa misericordia di Dio. Scandalosa perché non è meritocratica, cioè non è un sentimento, un’azione di Dio che raggiunga gli esseri umani a partire dai loro meriti; non può essere conquistata e tantomeno acquistata, ma può solo essere accolta come un dono: essa è gratuita, per questo il suo nome è anche “grazia”. Dio fa grazia nella sua infinita libertà e nel suo infinito amore, e nessuno può pretendere premi, né tanto meno privilegi, per elezione o vocazione.

 

- Gesù fa l’annuncio di questa buona notizia in una parabola raccontata in tre scene e completata da un commento finale (v. 16):

- a ore diverse, dall’alba fino al tardo pomeriggio, il padrone della vigna esce per ingaggiare lavoratori (vv. 1-7);

- alla sera egli paga i lavoratori (vv. 8-10);

- infine il padrone giustifica il proprio comportamento (vv. 11-15).

 

Il protagonista della prima scena è “un uomo, un padrone di casa”, in seguito definito anche “padrone della vigna”, che agisce dal mattino alla sera, uscendo di casa per andare nella piazza a cercare lavoratori per la sua vigna, com’era abitudine a quei tempi. Fin dallo spuntare dell’alba, dunque fin dalle sei, si reca sulla piazza e chiama dei lavoratori, stipulando con loro un contratto: li pagherà, per la giornata intera, un denaro, secondo le tariffe del mercato di quell’epoca. Poi esce di nuovo verso le nove e assolda altri operai, promettendo loro: “Quello che è giusto ve lo darò”. Fa lo stesso verso mezzogiorno, verso le tre e addirittura verso le cinque del pomeriggio. A quelli che trova sulla piazza quasi alla fine del giorno chiede ragione del loro starsene senza far niente, ed essi rispondono: “Nessuno ci ha presi a giornata”, cioè “siamo rimasti disoccupati”. Il padrone fa molte chiamate, non esclude nessuno, offre lavoro a tutte le ore: esce di casa per ben cinque volte, anche nel tardo pomeriggio, quando si avvicina il tramonto e non resta che un’ora soltanto utile per il lavoro.

 

Da questa prima scena risulta che tutti quelli che erano sulla piazza del mercato sono stati chiamati dal padrone e che alla sera non vi sono più disoccupati. Si noti anche che questo ingaggio è fatto dal padrone stesso, non da un suo amministratore: ciò è molto strano, perché i proprietari di solito non entravano direttamente a contatto con lavoratori sovente sporchi, vestiti con abiti indecenti e comunque rozzi. Ma tale comportamento indica la sollecitudine di questo padrone, che vuole vedere in faccia chi lavora nella sua vigna e vuole stipulare lui stesso i contratti con i suoi operai.

 

Giunge la sera e gli operai ritornano dalla vigna. Il padrone, uomo giusto e anche generoso, osserva fedelmente la legge: “Non sfrutterai il salariato povero e bisognoso … Gli darai il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole, perché egli è povero e attende ciò con impazienza. Non alzi grida al Signore contro di te: sarebbe grande il tuo peccato!” (Dt 24,14-15). Il padrone chiama dunque l’amministratore e gli ordina di pagare i lavoratori, incominciando dagli ultimi e terminando con i primi ingaggiati. L’ordine dei chiamati è capovolto, e questo fa sì che i primi possano osservare quale salario il padrone ha corrisposto a quanti hanno lavorato meno di loro. L’amministratore, secondo l’ordine ricevuto, comincia con il dare un denaro agli operai dell’ultima ora. Quelli che hanno lavorato fin dal mattino presto pensano allora di dover ricevere una paga più alta: hanno lavorato più ore, dunque meritano di più! Si crea in loro un’attesa, ben presto delusa. Il testo annota infatti laconicamente: “… ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro”, né più né meno degli altri.

 

Se fin qui erano descritte quasi solo azioni, con l’eccezione del rapido accenno al pensiero balenato nella mente degli operai assoldati al mattino presto, nell’ultima scena Gesù, mostrando tutta la sua abilità di narratore e di conoscitore del cuore umano, si arresta a considerare i sentimenti dei personaggi. Gli operai della prima ora passano dal pensiero fugace al paragone con gli altri lavoratori: da ciò nasce la rabbia per essere stati trattati come gli altri, e la loro attesa frustrata li spinge infine a mormorare. Mormorare, questo terribile uso della parola, purtroppo tanto familiare e attestato nella chiesa e nelle comunità; tante volte ci siamo soffermati su questo autentico cancro delle relazioni umane…

 

Questi lavoratori recriminano, esponendo con rabbia al padrone il risultato delle loro parole scambiate nel nascondimento: “Abbiamo lavorato dal mattino alla sera, abbiamo faticato per dodici ore, abbiamo sopportato il peso della calura, sotto il sole cocente, mentre questi ultimi sono giunti a giornata quasi finita, hanno lavorato un’ora sola, nella frescura del tramonto, eppure tu li hai fatti uguali a noi”. Questo, in ultima analisi, ciò che non riescono a sopportare: “loro sono stati fatti uguali a noi”, chiamati per primi e chiamati per ultimi sono tutti uguali! Ai loro occhi ciò appare come un’ingiustizia, un atteggiamento che non vede né riconosce i meriti. Di conseguenza, il padrone è da loro ritenuto ingiusto, quindi insopportabile. Costoro ci rappresentano bene: quando infatti vogliamo affermare quella che ci appare la giustizia, ci sentiamo carichi di autorità, alziamo la voce per esprimere in modo anche duro la nostra convinzione. “La giustizia innanzitutto!”, diciamo, e non ci sfiora nemmeno il pensiero che la nostra giustizia può essere limitata e che ci possano essere altri criteri di giustizia. Quando gli altri esprimono giudizi di giustizia su di noi, li sentiamo duri; quando invece noi ci possiamo appellare alla giustizia per giudicare, ci sentiamo forti, alziamo la voce…

 

Su quella mormorazione interviene risolutamente il padrone della vigna, rivolgendosi a uno dei contestatori. Innanzitutto lo chiama “amico”, termine utilizzato nella parabola del banchetto nuziale, per indicare l’uomo sprovvisto dell’abito per la festa (cf. Mt 22,12), e addirittura da Gesù per Giuda, nell’ora del tradimento (cf. Mt 26,50). Il rimprovero è dunque introdotto in modo amichevole, forse non privo di una certa ironia. Il padrone ricorda inoltre che ha rispettato il compenso pattuito, quindi non ha fatto alcun torto, non è stato ingiusto. Ma non vuole calcare la mano, per questo congeda il mormoratore senza alcuna parola di condanna: “Prendi il tuo denaro e vattene”.

 

Poi però prosegue, con l’intenzione di spostare l’accento sulla propria gratuità: “Io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio?”. Egli certamente rispetta la giustizia, e quindi l’accordo stabilito, ma vuole dare di più a colui al quale spetterebbe meno, affinché possa portare a casa il salario necessario per sé e per la propria famiglia. Mostra pertanto una giustizia altra da quella prospettata e attuata dagli uomini: una giustizia non retributiva né meritocratica. Tale concetto di giustizia, che Gesù attribuisce a Dio, scandalizza i devoti che si affaticano a contare le loro azioni per poter enumerare i loro meriti. “Lavoro, guadagno, dunque pretendo!”: questo volgare modo di esprimersi è all’insegna di una logica che ci abita e che dobbiamo sforzarci di estirpare dal nostro cuore. Accanto a noi ci sono persone meno fortunate per nascita o per storia; ci sono persone deboli che non lavorano come noi perché non possono; ci sono quelli che non hanno un lavoro o che la malattia ha reso meno produttivi. Questi non sono scarti da dimenticare o, peggio, da abbandonare: sono nostri fratelli e sorelle, carne della nostra carne, e noi dobbiamo pensare anche a loro, a immagine del signore della vigna che nella sua generosità misericordiosa non vuole che un altro essere umano torni a casa, dalla propria famiglia, senza il necessario per vivere.

 

Infine il padrone della vigna mette a nudo un rischio presente nell’atteggiamento di chi fa paragoni con gli altri: “Oppure il tuo occhio è malvagio perché io sono buono?”. Con questa semplice domanda tratteggia il meccanismo dell’invidia, termine che deriva da in-videre, cioè “non voler vedere” la felicità, il bene, la gioia dell’altro, come se questa attentasse alla nostra. Gelosia e invidia possono nascere nel nostro cuore – perché “è dal cuore umano che nasce … l’occhio cattivo” (Mc 7,21-22) – ma vanno combattute, per giungere progressivamente, nell’esercizio dell’ascolto dell’altro, della com-passione e dell’empatia con lui, a gioire quando l’altro beneficia della bontà nostra, che è sempre anche bontà di Dio.

 

Quanto questa parabola sia scandalosa lo possiamo misurare anche leggendo una parabola rabbinica, ispirata con buona probabilità alla nostra:

 

Un re, che aveva ingaggiato molti operai, venne a controllare il lavoro che svolgevano. Notò che uno di loro era più abile e svelto di tutti gli altri; gli chiese allora di accompagnarlo in una passeggiata che durò tutto il resto della giornata. Alla sera gli diede un compenso uguale a quello degli altri che erano rimasti a lavorare. Questi allora protestarono: “Noi abbiamo lavorato duro tutto il giorno e costui, che ha lavorato soltanto due ore, ha ricevuto il nostro stesso salario. Non è giusto!”. Rispose allora il re: “Costui ha fatto più lavoro in due ore che voi in un giorno intero” (Talmud di Gerusalemme, Berakhot 2,3).

 

Il contrasto con la parabola evangelica non potrebbe essere più netto: qui vi è una logica meritocratica, mentre Gesù parla di gratuità, di una misericordia che non va meritata, ma accolta con gioia come dono e come amore riversato su tutti noi, tutti fratelli e sorelle, tutti figli e figlie amati da Dio. Di fronte a questo amore non ci sono privilegi da vantare! Facciamoci una domanda: come pensiamo il nostro rapporto con Dio? Come relazione nella grazia o come prestazione meritoria? In verità solo la grazia di Dio può instaurare la comunione con noi; e se cercassimo di andare a lui forti di nostri presunti meriti, non riusciremmo a conoscere il suo amore, sempre gratuito e mai meritato.

 

Degna conclusione di questa parabola che canta la misericordia del Signore, che non crea primi e ultimi, ma tutti vuole salvare, mi pare un brano della Catechesi sulla santa Pasqua attribuita a Giovanni Crisostomo:

 

Chi ha lavorato fin dalla prima ora, riceva oggi il giusto salario; chi è venuto dopo la terza, renda grazie e sia in festa; chi è giunto dopo la sesta, non esiti: non subirà alcun danno; chi ha tardato fino alla nona, venga senza esitare; chi è giunto soltanto all’undicesima, non tema per il suo ritardo. Il Signore è generoso, accoglie l’ultimo come il primo, accorda il riposo a chi è giunto all’undicesima ora come a chi ha lavorato dalla prima. Fa misericordia all’ultimo e serve il primo.

 

 

La misericordia infinita del Signore, che ci è donata in modo totalmente gratuito, sia condivisa tra noi, tutti suoi amati e amate, senza fare alcun paragone, ma entrando nella sua logica, rivelataci una volta per tutte da Gesù Cristo: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8).


 

Dio ha bisogno

 

di operai [1]

 

Domenica XXV del tempo ordinario A

 

Papa Francesco

 

A cura di Gianfranco Venturi

 

 

 

 

20,1-16 Uscire a tutte le ore [2]

 

C’è una seconda parola che mi fa riflettere. Quando Gesù racconta del padrone di una vigna che, avendo bisogno di operai, uscì di casa in diverse ore del giorno per chiamare lavoratori nella sua vigna (cf. Mt 20,1-16). Non è uscito una sola volta. Nella parabola Gesù dice che è uscito almeno cinque volte: all’alba, alle nove, a mezzogiorno, alle tre e alle cinque del pomeriggio - abbiamo ancora tempo che venga da noi! - C’era tanto bisogno nella vigna e questo signore ha passato quasi tutto il tempo per andare nelle strade e nelle piazze del paese a cercare operai. Pensate a quelli dell’ultima ora: nessuno li aveva chiamati; chissà come si potevano sentire, perché alla fine della giornata non avrebbero portato a casa niente per sfamare i loro figli. Ecco, quanti sono responsabili della pastorale possono trovare un bell’esempio in questa parabola. Uscire in diverse ore del giorno per andare ad incontrare quanti sono in ricerca del Signore. Raggiungere i più deboli e i più disagiati per dare loro il sostegno di sentirsi utili nella vigna del Signore, fosse anche per un’ora soltanto.

 

20,3 Gesù preoccupato delle folle disoccupate [3]

 

Allo stesso modo, nel suo Figlio Gesù, Dio è sceso fra gli uomini, si è incarnato e si è mostrato solidale con l’umanità, in ogni cosa, eccetto il peccato. Gesù si identificava con l’umanità: “il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29). Egli non si accontentava di insegnare alle folle, ma si preoccupava di loro, specialmente quando le vedeva affamate (cf. Mc 6,34-44) o disoccupate (cf. Mt 20,3). Il suo sguardo non era rivolto soltanto agli uomini, ma anche ai pesci del mare, agli uccelli del cielo, alle piante e agli alberi, piccoli e grandi; abbracciava l’intero creato. Egli vede, certamente, ma non si limita a questo, perché tocca le persone, parla con loro, agisce in loro favore e fa del bene a chi è nel bisogno. Non solo, ma si lascia commuovere e piange (cf. Gv 11,33-44). E agisce per porre fine alla sofferenza, alla tristezza, alla miseria e alla morte. 

 

20,7 Nessuno ci ha presi a giornata [4]

 

La Chiesa ha bisogno di giovani capaci di dare una risposta a Dio che li chiama, per tornare ad avere famiglie cristiane stabili e feconde, per tornare ad avere consacrati e consacrate che scambino tutto per il tesoro del Regno di Dio, per tornare ad avere sacerdoti immolati con Cristo per i loro fratelli e le loro sorelle. Abbiamo tanti giovani disoccupati mentre il Regno dei Cieli scarseggia di operai e di servitori... Dio non può volere questo. Che cosa sta succedendo allora? “Perché nessuno ci ha presi a giornata” (Mt 20,7). Dobbiamo dare una dimensione vocazionale a un percorso catechetico globale che possa ricoprire le varie età dell’essere umano, di modo che tutte siano una risposta al buon Dio che chiama: ancora nel seno della madre, ha chiamato alla vita e il nostro essere si è affacciato alla vita; e una volta terminata la sua tappa terrena, dovrà rispondere con tutto il suo essere a questa chiamata: “Servo buono e fedele... prendi parte alla gioia del tuo padrone” (Mt 25,21).

 

20,1-16 La mancanza di lavoro (AL 25)

 

Si capisce come la disoccu­pazione e la precarietà lavorativa diventino soffe­renza, come si registra nel piccolo Libro di Rut e come ricorda Gesù nella parabola dei lavoratori che stanno seduti, in un ozio forzato, nella piazza del paese (cf. Mt 20,1-16), o come egli sperimen­ta nel fatto stesso di essere tante volte circonda­to da bisognosi e affamati. È ciò che la società sta vivendo tragicamente in molti paesi, e questa mancanza di lavoro colpisce in diversi modi la serenità delle famiglie.

 

 

NOTE

 

[1] Da J.M. Bergoglio – Papa Francesco, Matteo. Il vangelo del compimento. Lettura spirituale e pastorale, a cura di Gianfranco Venturi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2016.

[2] Discorso ai partecipanti all’incontro promosso dal Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, 19 settembre 2014.

[3] Messaggio per la XLIX Giornata mondiale per la pace, 1 gennaio 2016.

 

[4] Discorso agli Ecc.mi Presuli della Conferenza Episcopale del Portogallo, 7 settembre 2015.


 

I giovani, la fede

 

e il discernimento

 

Verso il Sinodo 2018: le indicazioni

di un documento «incompleto»

 

Diego Fares

 

Il 13 gennaio di quest’anno è stato presentato il Documento preparatorio del prossimo Sinodo dei Vescovi su «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale»[1], che avrà luogo nel mese di ottobre del 2018.

Ci troviamo di fronte a un documento innovativo, che può rivelarsi molto utile nel corso del periodo di consultazione del Popolo di Dio.

La semplicità dello schema – un’introduzione, tre parti che applicano il metodo «vedere-giudicare-agire» e un questionario – si rivela frutto di un discernimento maturo, e non lo sviluppo di un modello ideale astratto. Il Documento si presenta «incompleto» sin dalle sue prime battute, e si propone come una «mappa» per il cammino sinodale. In particolare propone una figura concreta, quella di Giovanni, l’evangelista giovane, come icona dell’esperienza vocazionale.

Nella nostra «guida alla lettura» segnaleremo alcuni punti chiave su cui è bene soffermarsi a «riflettere per trarre profitto», e altri ai quali – su indicazione del Documento stesso – è possibile contribuire con qualche apporto.

 

Dialogo e accompagnamento

 

Con l’invio del Documento e di una Lettera del Papa ai giovani [2] è iniziata la fase di consultazione di tutto il Popolo di Dio. Francesco dice ai giovani: «Ho voluto che foste voi al centro dell’attenzione perché vi porto nel cuore», e li esorta a «intraprendere un itinerario di discernimento per scoprire il progetto di Dio sulla vostra vita».

Il questionario posto alla fine del Documento ha l’obiettivo di raccogliere informazioni sulla condizione dei giovani d’oggi nei diversi contesti in cui vivono. Un’informazione non di tipo astratto, bensì impegnata e testimoniale, che cerca di includere gli stessi giovani e chi lavora con loro nell’analisi introdotta dal Documento, per così poi elaborare adeguatamente l’Instrumentum laboris per il Sinodo.

Il Documento è impostato secondo il duplice aspetto del dialogo e dell’accompagnamento. È significativo che già l’introduzione sia in forma dialogica e che le prime parole siano quelle del Signore Gesù, il quale parla direttamente e presenta il suo come un progetto di felicità per tutti, senza eccezioni: «Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11). Mettendo al primo posto il Signore che parla, la Chiesa entra in dialogo con i giovani non soltanto come «maestra» che insegna, ma anche come «discepola», come Chiesa che «attraverso i giovani, […] potrà percepire la voce del Signore che risuona anche oggi» (Doc., Intr.).

Nel testo l’atteggiamento e il tono della Chiesa, quando dialoga con i giovani, sono quelli di chi accompagna qualcuno che discerne la propria vocazione [3]. Il ruolo della «guida spirituale [sarà] rinvia[re] la persona al Signore e prepara[re] il terreno all’incontro con Lui (cfr. Gv 3,29-30)» (Doc. II, 4). In quanto istituzione, la Chiesa si mette nell’atteggiamento di chi si pone la domanda su come accompagnare bene i giovani. E li incoraggia a essere a loro volta protagonisti della propria vocazione e del proprio destino, facendosi carico della stessa Chiesa che sono chiamati a servire.

In questa ricerca finalizzata a discernere la volontà di Dio si usano toni o accenti diversi. Il tono esortativo, che deriva dalle sfide del Signore, è per tutti. Il Documento riserva invece a se stesso il tono precettivo, e le domande di critica costruttiva le pone alla Chiesa in quanto «pastora» e maestra (cfr Doc. III, 1); e quando si rivolge direttamente ai giovani, il tono è prevalentemente di riconoscimento e apprezzamento, di incoraggiamento e consolazione, di invito e di desiderio di ascoltarli.

 

Francesco e i giovani

 

Sappiamo che papa Francesco ascolta con attenzione il Popolo di Dio, e in modo particolare i giovani. Basta osservarlo quando prende nota delle testimonianze che danno coloro che partecipano agli incontri con lui; e come, negli Incontri, molte volte metta da parte i discorsi scritti per entrare veramente in dialogo con le persone presenti.

Nelle conversazioni che egli ha già intrattenuto con i giovani scorgiamo alcune anticipazioni di ciò che potrebbe essere il prossimo Sinodo. Possiamo considerare, ad esempio, quella nella Veglia di preghiera che ha avuto luogo a Santa Maria Maggiore l’8 aprile 2017. Se già si nota la freschezza di un Sinodo che cerca di essere «per e di tutti i giovani» – non solo di quelli credenti –, tanto più significativo è il fatto che il Papa dica: «Nel Sinodo, la Chiesa, tutta, vuole ascoltare i giovani: cosa pensano, cosa sentono, cosa vogliono, cosa criticano e di quali cose si pentono» [4]. Nella Lettera, Francesco ha scritto ai giovani: «Fate sentire il vostro grido, lasciatelo risuonare nelle comunità e fatelo giungere ai pastori». I giovani gridano spesso. Fare proprio il loro grido e dare loro la missione di farlo sentire è in linea con il famoso «fate chiasso» di Rio de Janeiro, che si integra con l’altro invito – più pacato – a «parlare con i nonni».

Con i suoi «quattro volte venti» anni, Francesco comunica molto bene con chi di anni ne ha solo venti. Quando era giovane maestro dei novizi e provinciale dei gesuiti, i temi dei giovani e delle vocazioni hanno occupato un posto centrale nella sua attività pastorale [5].

Tra le molte cose che i giovani apprezzano – «ti guarda negli occhi», «si lascia fare i selfie», «dice cose concrete» –, ce n’è una particolarmente significativa: Francesco «non recita un copione» [6]. I giovani lo esprimono in molti modi: «non se la tira», «non è ingessato», «vive quello che predica», «si espone al dialogo e alle domande scomode», «ti ascolta con vero interesse».

Paradossalmente, questo è proprio ciò che qualcuno – non veramente giovane nello spirito – gli rimprovera: «Non si comporta da Papa (sic!)», «dissacra il papato», «parla troppo»…

 

Lo «sguardo positivo» del Concilio sui giovani

 

Senza abusare di luoghi comuni, come quello di dire ai giovani che sono la speranza dell’umanità, o presentare loro l’interminabile elenco di tutti i mali e i pericoli che li insidiano, il Documento riprende lo sguardo positivo del Concilio, che tratta i giovani come persone mature. Diceva il Messaggio del Concilio ai giovani: la Chiesa «ha fiducia che troverete una tale forza e una tale gioia che voi non sarete tentati di cedere, come taluni dei vostri predecessori, alla seduzione di filosofie dell’egoismo e del piacere, o a quelle della disperazione e del nichilismo» [7]. Questo sguardo, critico nei confronti degli adulti e pieno di speranza nei confronti dei giovani, forse ha perduto un po’ di freschezza in questi cinquant’anni in cui sono tornati a prevalere discorsi di tono moralistico, di fronte ai quali molti giovani chiudono le orecchie.

Oltre al fatto di non farli sentire apprezzati, ciò che più allontana i giovani è il cercare di «disciplinarli». Ci sono modi subdoli per farlo: presentare ideali astratti, dare molti consigli moralistici, pronunciare diagnosi e ammonire in modo sistematico sui pericoli… Il Documento invece offre ideali concreti – modelli biblici di giovani, come Samuele, Geremia, Giovanni, la Vergine Maria –, chiede consiglio ai giovani e ne valorizza la capacità profetica e il coraggio di rischiare e di impegnarsi.

 

Riconoscere la pluralità dei mondi giovanili

 

Il Documento si struttura seguendo i passi del discernimento vocazionale: si prefigge che il suo «vedere» sia un riconoscere; che il suo «giudicare» non sia quello dei giudizi astratti, ma quello del discernimento di ciò che il Signore dice alla Chiesa in questo tempo; e che le sue proposte per «agire» siano, appunto, proposte e non imposizioni.

Nel testo si nota la presenza dei grandi temi trattati da Francesco, e dei punti in cui si percepisce il dialogo tra un soggetto (la Chiesa) che «accompagna» un altro soggetto (i giovani) che discerne.

La prima parte – «I giovani nel mondo di oggi» – prende le mosse da una constatazione: «Esiste una pluralità di mondi giovanili, non uno solo» [8]. Questi giovani così diversi sono toccati da temi comuni: la rapidità dei processi di cambiamento, la multiculturalità, la ricerca di identità e di appartenenza, come pure di figure di riferimento affidabili e coerenti. Sono temi di cui papa Francesco ha sempre parlato. In questo Documento preparatorio è possibile vedere come il suo pensiero venga man mano assimilato da altri e sia presente fin dall’impostazione del prossimo Sinodo.

 

«Lì dove sono»: la dimensione esistenziale

 

Notiamo innanzitutto la dimensione esistenziale dell’uscire ad accompagnare i giovani «lì dove sono», nello stesso modo in cui il Papa invita ad accogliere le famiglie «come sono». L’analisi del «mondo di oggi» mira a «dare una base di concretezza al percorso etico e spirituale» che conduce a fare un discernimento vocazionale e lo rende possibile [9]. Risponde alla sfida proposta dall’Esortazione Amoris laetitia (AL) ai genitori (e ai pastori), a «capire “dove” i figli veramente sono nel loro cammino. Dov’è realmente la loro anima» (AL 261). Questo «dove» è «esistenziale»: si tratta di capire dove i giovani si collocano dal punto di vista delle convinzioni, degli obiettivi, dei desideri e del loro progetto di vita (cfr ivi).

Come i missionari spesso approdavano in un territorio nuovo senza libri e senza segni cristiani, per iniziare a camminare con il popolo di quella terra, conformandosi alla sua cultura, altrettanto leggero deve essere il bagaglio di chi vuole approdare nel mondo delle nuove generazioni: «Accompagnare i giovani richiede di uscire dai propri schemi preconfezionati, incontrandoli lì dove sono, adeguandosi ai loro tempi e ai loro ritmi» (Doc. III, 1).

La prospettiva esistenziale, che cerca di trasformarsi in un’azione pastorale concreta, fa intravedere una direzione che si deve tenere sempre presente: l’inculturazione non è soltanto questione «spaziale», per così dire, ma «generazionale». E ciò le conferisce un carattere particolarmente drammatico. Il problema non è, per esempio, il fatto che non si sia ancora potuto accedere alla cultura cinese, come se «la cultura» fosse sempre lì ferma, geograficamente situata: il fatto è che, mentre si discutono questioni astratte, si perdono generazioni intere, a cui non giunge il «battesimo», concepito come immersione gratuita e totale nell’amore del Padre che ci ha creati, del Figlio che ha dato la sua vita per noi, e dello Spirito Santo, generatore e datore di ogni vita e di ogni cultura. Perciò, quando il Papa parla di «tutti i giovani», il suo atteggiamento è «battesimale», cioè «quello di chi è chiamato a far sì che tutti ricevano un dono che è intero e incondizionato», e che è la base per ogni ulteriore progresso e maturazione nella fede.

 

Un solo consiglio: rischiare

 

Di fronte alla provvisorietà delle decisioni che caratterizza il mondo e i giovani di oggi, l’indicazione del Papa è: «Rischia!». «“Come possiamo ridestare la grandezza e il coraggio di scelte di ampio respiro, di slanci del cuore per affrontare sfide educative e affettive?”.

La parola l’ho detta tante volte: rischia! Rischia! Chi non rischia non cammina. “Ma se sbaglio?”. Benedetto il Signore! Sbaglierai di più se tu rimani fermo» [10] (Doc. I, 3).

Questo può apparire sorprendente, ma è proprio della pedagogia di Francesco non umiliare i giovani per i loro limiti, laddove essi sono più fragili (per esempio, nel dominare le passioni), e, d’altra parte, essere esigente e audace laddove invece sta la loro forza: giocarsi tutto per un ideale [11].

 

Fede, discernimento, vocazione

 

Volendo scegliere un’immagine evangelica che illumini la proposta vocazionale, potremmo far riferimento non a quella abituale della «pesca», ma a quella delle parabole del seme: il seme che il seminatore sparge in tutti i terreni, quello che cresce da solo e quello di cui bisogna prendersi cura finché non matura, senza affrettarsi a sradicare la zizzania.

Nella stessa linea, è illuminante anche la parabola del padrone che chiama operai alla sua vigna e paga gli ultimi come i primi.

Così come il seminatore esce a seminare su tutti i terreni e il padrone della vigna vuole che tutti lavorino in essa, il desiderio della Chiesa è quello di «incontrare, accompagnare, prendersi cura di ogni giovane, nessuno escluso» (Doc. II, 1), e di dare loro strumenti che li aiutino nella «maturazione della coscienza e di un’autentica libertà» (Doc., Intr.), perché possano discernere la propria vocazione.

Pertanto, nel Documento non si parte dal problema della necessità di vocazioni sacerdotali e religiose, ma si «universalizza la questione vocazionale» [12]. Il discernimento vocazionale viene presentato come «un processo progressivo di discernimento interiore e di maturazione della fede» (ivi) che riguarda tutti i cristiani. Esso infatti è il modo in cui «la vocazione all’amore assume per ciascuno una forma concreta nella vita quotidiana attraverso una serie di scelte, che articolano stato di vita (matrimonio, ministero ordinato, vita consacrata, ecc.), professione, modalità di impegno sociale e politico, stile di vita, gestione del tempo e dei soldi, ecc.» (ivi).

Il discernimento non viene considerato come un atto puntuale, ma come il modo costante di vivere una «vita spirituale» che cerca di essere docile agli impulsi dello Spirito. Di qui l’accenno alle tre nascite – naturale, battesimale e spirituale – di cui parla la Chiesa orientale. Nel discernimento come «nascita nello spirito» (Doc. II, 3) convergono la tradizione antica e le esperienze carismatiche attuali.

La missione dei Pastori è custodire e sostenere le libertà che ancora si stanno costituendo, a immagine di san Giuseppe, che aiutò Gesù a crescere e a maturare umanamente [13] (cfr Doc. II, Intr.).

 

La gioiosa consapevolezza della nostra fede e vocazione

 

Nel Documento la fede viene considerata non come mero assenso intellettuale a formule dogmatiche, bensì come «partecipazione al modo di vedere di Gesù (cfr Lumen fidei, 18)» e come lo sfociare di questa in «scelte di vita concrete e coerenti» (Doc. II, 1).

Lo spazio di questo ascolto e di questo dialogo è la coscienza, «il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità (Gaudium et spes, 16)» (ivi).

In questa sezione sulla fede spiccano due convinzioni. La prima è che la coscienza è un elemento insostituibile nella valutazione morale; la seconda è che la libertà non perde mai del tutto la capacità radicale di riconoscere il bene e di attuarlo. Quest’ultima convinzione afferma la positività della nostra fede, contro quella tentazione che Dominique Bertrand chiama la «coscienza infelice» [14], ossia il «rifiuto di ciò che ci fa felici». È una tentazione che sempre insidia la Chiesa e si manifesta nel tono e nei temi di molti predicatori e di molti documenti; ed è una delle cose che più spaventano e allontanano i giovani.

A questo proposito, così si esprime il Documento: «Se la vocazione alla gioia dell’amore è l’appello fondamentale che Dio pone nel cuore di ogni giovane perché la sua esistenza possa portare frutto, la fede è insieme dono dall’alto e risposta al sentirsi scelti e amati» (ivi).

 

Il dono del discernimento

 

Può essere utile soffermarci sui tre punti che il Documento riprende dall’Esortazione apostolica Evangelii gaudium, n. 51. In questa, infatti, papa Francesco utilizza tre verbi per descrivere un cammino di discernimento: riconoscere, interpretare e scegliere [15].

 

1) Riconoscere. «Riconoscere richiede di far affiorare questa ricchezza emotiva e nominare queste passioni senza giudicarle. Richiede anche di cogliere il “gusto” che lasciano, cioè la consonanza o dissonanza fra ciò che sperimento e ciò che c’è di più profondo in me» (Doc. II, 2).

Con il verbo «riconoscere» il Papa esprime la sua visione positiva della realtà. Avere il coraggio di percepire tutto ciò che si sente, senza paura, è essenziale per poi essere in grado di interpretarlo e di scegliere bene. Avere il coraggio di riconoscere ciò che si sente è essenziale per riuscire a maturare. «Per l’essere umano non è sempre facile riconoscere la forma concreta di quella gioia a cui Dio lo chiama e a cui il suo desiderio tende» (Doc. II, 1). Occorre «darsi gli strumenti per riconoscere la chiamata del Signore alla gioia dell’amore e scegliere di darvi risposta» (Doc. II, 4).

Il riconoscimento richiede «esperienza personale» (ivi). Perciò sarà necessario l’accompagnamento di persone competenti. I giovani cercano referenti vicini, credibili, coerenti e onesti, che li aiutino a «riconoscere i limiti, senza far pesare il giudizio» (Doc. I, 2). Al tempo stesso, il riconoscimento affiora nell’azione: partecipare ad attività concrete di servizio è «occasione di riconoscimento identitario» (ivi). Il modello del «riconoscimento» è l’apostolo Giovanni, che «riconoscerà il Risorto» (Doc., Intr.).

Ebbene, tutto il Documento è impostato sulla base di un riconoscimento: «Riconosciamo una inclusione reciproca tra pastorale giovanile e pastorale vocazionale, pur nella consapevolezza delle differenze» (Doc. III, Intr.).

Il tema dei giovani sembrerebbe mettere in ombra quello della formazione sacerdotale e religiosa. Tuttavia, grazie al modo in cui Francesco ha proposto di affrontarlo, entrambi i temi si rafforzano reciprocamente in modo fecondo.

 

2) Interpretare. Non basta riconoscere ciò che si è sperimentato, occorre «interpretarlo». Bisogna «comprendere a che cosa lo Spirito sta chiamando attraverso ciò che suscita». Cioè, interpretare non è soltanto «spiegare» un fenomeno in se stesso, ma anche scoprirne il «significato» spirituale. Nell’interpretazione che discerne è essenziale sapere «dove mi porta» una mozione, più che «da dove viene» o «che cos’è».

A volte l’origine di un’esperienza è complessa. Ma domandarci se essa – qualunque sia e da qualsiasi parte venga – ci avvicina a Cristo o ci allontana da lui, alla luce dei criteri del Vangelo, è sempre un cammino fecondo. È un cammino che richiede tempo; che non è esente da tentazioni, dubbi e lotta spirituale, ma che è sempre chiarificatore. Di qui l’importanza del confrontarci con la Parola di Dio. E del ricevere aiuto da qualcuno che ci accompagni e ci possa dare una conferma. Tutto il Documento parte dalla domanda che la Chiesa rivolge a se stessa: come accompagnare i giovani affinché riconoscano la chiamata, e come chiedere loro aiuto per identificare le modalità più efficaci per evangelizzare? (cfr Doc., Intr.).

Ricordiamo un testo di Bergoglio sull’ermeneutica della conoscenza di sé in cui va formato il giovane novizio e che è applicabile a ogni giovane: «Qualsiasi problema o fenomeno umano è suscettibile di un processo di chiarificazione, di una spiegazione, perché qualsiasi realtà umana “contiene in sé una spiegazione immanente, che è valida […]; l’uomo esercita il suo ‘dominio’ sulle cose in questa spiegazione” [16]. Essa si sviluppa tramite mezzi umani, ricorrendo alle tecniche che l’uomo stesso ha scoperto.

“Ma ogni fatto della vita è suscettibile di un significato salvifico, che è grazia, e manifesta l’irruzione di Dio in quel fatto” [17]. Esistono, dunque, due dimensioni: una immanente (la spiegazione del fatto) e una trascendente (il significato del fatto). Fare a meno di una qualsiasi di esse conduce ad atteggiamenti schizofrenici: o allo spiritualismo irreale o all’immanentismo chiuso. A volte, per suggestioni ricevute nel corso della nostra formazione, tendiamo a considerare qualsiasi trascendenza come qualcosa che è “oltre” quel che ci sta attorno, come una sorta di orizzonte. Il pensiero biblico è molto diverso: la vera trascendenza di Dio, secondo la Scrittura, è nel cuore stesso dell’immanenza [18], della storia. Pertanto, ogni volta che il processo di chiarificazione, di spiegazione immanente progredisce, di per sé esso si apre di più alla significazione trascendente. […] Non si tratta di dargli [al giovane] “spiegazioni” o di imporgli “significati”, ma, su questo punto, ha piena validità l’annotazione che sant’Ignazio detta sul direttore degli Esercizi: questi deve mantenersi in equilibrio come il peso sul braccio di una stadera, facendo in modo che chi riceve gli Esercizi entri in comunicazione diretta con il Signore (cfr ES 15)» [19].

È fondamentale anche il criterio del magis («di più») [20]. Il Documento mostra che l’interpretazione richiede uno sforzo, e non ci si può accontentare «della logica legalistica del minimo indispensabile», ma bisogna andare oltre. Il criterio è che, se si vuole dialogare con i giovani e accompagnarli veramente, è essenziale la scelta di un tema di primaria importanza, in cui essi si giochino la loro vita.

Parlare con i giovani della loro vocazione non è un tema tra gli altri, ma «il» tema. E situare il tema del discernimento della vocazione sacerdotale e religiosa nella cornice di un ampio dialogo con i giovani non è una delle cornici possibili, ma «la» cornice.

 

3) Scegliere. Francesco parla sempre di «concretezza». Scegliere è concretizzare. È anche «rischiare», e poi «farsi carico di ciò che si è desiderato e scelto» con maturità responsabile. La scelta è esercizio di autentica libertà umana e di responsabilità personale.

E poiché non si può evitare la scelta (di fatto si sceglie sempre, dal momento che la vita è concreta [21]), vanno evitate due tentazioni: quella di decidere obbedendo alla forza cieca delle pulsioni; e quella di decidere senza fare una scelta propria e intima, rifugiandosi nella legalità astratta di cui si rende responsabile un «altro» astratto.

Ora, questo passaggio – favorire le decisioni personali – sembra spaventare qualcuno. In questo caso è fondamentale la questione del soggetto. Afferma il Documento: «Per lungo tempo nella storia le decisioni fondamentali della vita non sono state prese dai diretti interessati» (Doc. II). Il soggetto è ogni persona che agisce nello spazio inviolabile della coscienza, a cui nessuno può pretendere di sostituirsi (cfr AL 37). La scelta va confermata nella vita, «non può restare imprigionata in una interiorità che rischia di rimanere virtuale o velleitaria» (Doc. II).

Il Documento mostra la vulnerabilità dei giovani su questo punto, perché essi «devono scegliere», e di fatto «scelgono», ma non possono contare su un aiuto adeguato in questa dimensione chiave della vita, dal momento che il mondo liquido di oggi tende a rendere qualsiasi scelta «reversibile» (Doc. I, 3) e orientata a una «autorealizzazione narcisistica». La scommessa del Papa è quella di «ridestare la grandezza e il coraggio di scelte di ampio respiro». Per questo egli consiglia: «Rischia». Vale a dire: scegli, anche a costo di sbagliare.

 

Una Chiesa compagna di cammino

 

A proposito del discernimento, il Documento parla di un processo lungo, non di «atti puntuali». Il discernimento conferma la scelta che è stata fatta, e ciò richiede tempo: richiede di rinunciare a rimanere centrati su di sé e di contare sull’aiuto di un saggio accompagnatore.

In questa sezione sull’accompagnamento e sul profilo ideale del buon accompagnatore possiamo riconoscere il ruolo che la Chiesa sa di avere nei confronti dei giovani. «Alla base del discernimento possiamo rintracciare tre convinzioni» (che sono alla base di ogni accompagnamento e lo rendono strumento apostolico appassionante): 1) lo Spirito di Dio agisce nel cuore attraverso sentimenti e desideri che si collegano a idee, immagini e progetti. Ascoltando con attenzione, è possibile interpretare tali segni. 2) Il cuore di solito si trova combattuto dal peccato e dall’attrazione di richiami diversi, persino opposti. 3) La vita richiede che si prenda una decisione, perché non si può rimanere nell’indeterminatezza.

Queste tre convinzioni hanno delle conseguenze. La prima è che è imprescindibile «darsi gli strumenti per riconoscere la chiamata del Signore alla gioia dell’amore e scegliere di darvi risposta» (Doc II, 4). Un’altra conseguenza è che chi accompagna non può essere soltanto una persona teorica, ma deve avere un’esperienza personale per poter interpretare i moti del cuore e riconoscere l’azione dello Spirito.

A questo punto il Documento traccia il profilo ideale dell’accompagnatore [22], indicando cinque elementi evangelici: «lo sguardo amorevole (la vocazione dei primi discepoli, cfr Gv 1,35-51); la parola autorevole (l’insegnamento nella sinagoga di Cafarnao, cfr Lc 4,32); la capacità di “farsi prossimo” (la parabola del Buon Samaritano, cfr Lc 10,25-37); la scelta di “camminare accanto” (i discepoli di Emmaus, cfr Lc 24,13-35); la testimonianza di autenticità, senza paura di andare contro i pregiudizi più diffusi (la lavanda dei piedi nell’Ultima Cena, cfr Gv 13,1-20)». In definitiva, «nell’impegno di accompagnamento delle giovani generazioni la Chiesa accoglie la sua chiamata a collaborare alla gioia dei giovani piuttosto che tentare di impadronirsi della loro fede (cfr 2 Cor 1,24)» (Doc. II, 4).

 

Dall’ideale alla concretezza dell’azione pastorale

 

La terza parte del Documento riguarda «l’azione pastorale». Viene presa in considerazione la sfida della cura pastorale e del discernimento vocazionale e viene rivolta una domanda impegnativa alla Chiesa stessa: «Che cosa significa per essa accompagnare i giovani ad accogliere la chiamata alla gioia del Vangelo?».

In questo modo viene reso ancor più concreto il profilo ideale di colui che accompagna.

In primo luogo, la sua azione è connotata da tre verbi: uscire dagli schemi, ossia lasciare che i protagonisti siano i giovani; vedere i giovani, soffermarsi con loro come Gesù; chiamare i giovani, risvegliarne il desiderio, proporre loro nuove domande, non prescrivere norme da rispettare.

In secondo luogo, nell’azione pastorale gli elementi importanti sono i soggetti che, da un lato, sono tutti i giovani, senza eccezioni, e, dall’altro, le figure di riferimento credibili: «Servono credenti autorevoli, con una chiara identità umana, una solida appartenenza ecclesiale, una visibile qualità spirituale, una vigorosa passione educativa e una profonda capacità di discernimento».

In terzo luogo, occorre accompagnare nei luoghi, specialmente quelli della vita quotidiana, dove si diventa adulti. Sono privilegiati i luoghi di impegno sociale, i luoghi in cui si ascolta il grido dei poveri della terra. Ascoltare e servire i poveri aiuta ad avere un’esperienza spirituale e a discernere il proprio cammino.

Infine, l’accompagnamento tiene conto degli strumenti. Accompagnare implica trovare i linguaggi della pastorale, e per questo occorre essere consapevoli della difficoltà di colmare la distanza che c’è tra il linguaggio ecclesiale e quello dei giovani.

 

 

NOTE

 

1. Su questo Documento, cfr anche G. Cucci, «Verso il XV Sinodo dei vescovi. Giovani, fede e discernimento vocazionale», in Civ. Catt. 2017 II 380-389.

2. I due testi si possono reperire nella pagina web dedicata al Sinodo: www.

vatican.va/roman_curia/synod/index_it.htm/ 3. La vocazione viene presentata come «chiamata del Signore»: «Venite e vedrete» (Doc., Intr.). Il discernimento si fa «in dialogo con il Signore e in ascolto della voce dello Spirito» (Doc. II, 2), con il «vigilare sulle indicazioni con cui il Signore precisa e specifica una vocazione» (Doc. II, 3).

4. Francesco, Discorso nella Veglia di preghiera in preparazione alla Giornata Mondiale della Gioventù, 8 aprile 2017.

5. Questi erano i titoli di tre lezioni del giovane provinciale Bergoglio, alla fine degli anni Settanta: «Nuestra misión ante la necesidad de vocaciones»; «Nuestra misión ante las nuevas vocaciones»; «Nuestra responsabilidad como provincia frente a las futuras vocaciones». Cfr J. M. Bergoglio, Meditaciones para religiosos, Basauri, Mensajero, 2014, 22-42. Nell’edizione italiana (Nel cuore di ogni padre, Milano, Rizzoli, 2014, 13-34) i titoli sono stati resi con: «Gettare il seme»; «Padri messi alla prova»; «Farsi custodi dell’eredità».

6. Cfr C. Jácome, «La sencillez del Papa Francisco marca los corazones de los jóvenes» (https://tildenoticias.com), 25 maggio 2015.

7. Concilio Vaticano II, Messaggio ai giovani, 7 dicembre 1965.

8. Si possono notare differenze, tra molte altre: quella generazionale geografica; quella storico-culturale; e la differenza tra il genere maschile e femminile in ogni cultura.

9. Cfr Francesco, Enciclica Laudato si’, n. 15.

10. Francesco, Discorso in occasione della visita del Santo Padre a «Villa Nazaret», 18 giugno 2016.

11. Cfr D. Fares, «Educare i figli secondo “Amoris laetitia”», in Civ. Catt. II 2016 363-368.

12. Cfr H. Rojas, «Invitación a repensar el discernimiento vocacional», in Mensaje, marzo-aprile 2017, 24-27.

13. Cfr Francesco, Omelia nella Messa per l’inizio del ministero petrino, 19 marzo 2013.

14. Cfr D. Bertrand, «Contro la “coscienza infelice” nel cristianesimo. Ireneo, Ilario, Cesario», in Civ. Catt. II 2017 29-41.15. Cfr D. Fares, «Aiuti per crescere nella capacità di discernere», in Civ. Catt. I 2017 377-389.

16. Cfr Documento di studio della Clar (Confederación caribeña y latinoamericana de religiosos y religiosas), La vida según el Espíritu en las comunidades religiosas de Latinoamérica, 1977, n. 115.

17. Ivi, n. 116.

18. L’espressione è di Dietrich Bonhoeffer.

19. J. M. Bergoglio, Reflexiones espirituales sobre la vida apostólica, Buenos Aires, Diego de Torres, 1987; tr. it. La croce e la pace, Bologna, EMI, 2014, 32-34.

20. Sul «di più» Bergoglio diceva: «Il magis […] ha la virtù di farci rendere conto dei vari spiriti che agiscono in noi […]. “In generale, quanto più alto sarà lo scopo che tu avrai proposto all’attività, alla fede, alla speranza e all’amore di un uomo perché egli vi dedichi tutte le sue forze affettive e operative, tanto più sarà probabile gli si mettano in moto gli spiriti buoni e cattivi” (P. Favre, Memorie spirituali, nn. 301-302). E questo è un buon modo di aiutare coloro che sono tentati nel primo modo, cioè di “sedentarietà”. [Inoltre] il magis non è mai, astrattamente, un buon criterio di scelta. È l’“ambiente”, ma non il criterio assoluto della scelta.

[…] Questo è di ottimo aiuto a coloro che sono tentati nella seconda maniera, vale a dire, di cercare una “creatività” basata su un magis astratto, senza connotazioni storiche, senza inculturazione» (J. M. Bergoglio, Reflexiones espirituales sobre la vida apostólica, cit.; tr. it. Il desiderio allarga il cuore, Bologna, EMI, 2014, 140).

21. «Assunte o subite, consapevoli o inconsapevoli, si tratta di scelte da cui nessuno può esimersi. Lo scopo del discernimento vocazionale è scoprire come trasformarle, alla luce della fede, in passi verso la pienezza della gioia a cui tutti siamo chiamati» (Doc., Intr.).

22. Distinguendo l’accompagnamento psicologico da quello spirituale: «La guida spirituale rinvia la persona al Signore e prepara il terreno all’incontro con Lui (cfr Gv 3,29-30)» (Doc. II, 4).

 

© La Civiltà Cattolica 2017 III 449-462 | 4014 (16 set/7 ott 2017)


  

 

Il perdono nel dramma

 

dei rapporti umani

 

Domenica XXIV del tempo ordinario A

 

papa Francesco

 

A cura di Gianfranco Venturi

 

HandsForgiveness

 

 

18,21-22 Dio non si stanca mai di perdonare (EG 3)

 

Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui, perché “nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore”.[1] Chi rischia, il Signore non lo delude, e quando qualcuno fa un piccolo passo verso Gesù, scopre che Lui già aspettava il suo arrivo a braccia aperte. Questo è il momento per dire a Gesù Cristo: “Signore, mi sono lasciato ingannare, in mille maniere sono fuggito dal tuo amore, però sono qui un’altra volta per rinnovare la mia alleanza con te. Ho bisogno di te. Riscattami di nuovo Signore, accettami ancora una volta fra le tue braccia redentrici”. Ci fa tanto bene tornare a Lui quando ci siamo perduti! Insisto ancora una volta: Dio non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia. Colui che ci ha invitato a perdonare “settanta volte sette” (Mt 18,22) ci dà l’esempio: Egli perdona settanta volte sette. Torna a caricarci sulle sue spalle una volta dopo l’altra. Nessuno potrà toglierci la dignità che ci conferisce questo amore infinito e incrollabile. Egli ci permette di alzare la testa e ricominciare, con una tenerezza che mai ci delude e che sempre può restituirci la gioia. Non fuggiamo dalla risurrezione di Gesù, non diamoci mai per vinti, accada quel che accada. Nulla possa più della sua vita che ci spinge in avanti.

 

 

 

18,21-35 Tenere la porta sempre aperta [2]

 

La domanda

Il peccato non è un semplice sbaglio. Il peccato è idolatria. […] Pietro pone una domanda a Gesù: “Signore, se mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli?”. Nel Vangelo non sono tanti i momenti in cui una persona chiede perdono. C’è, ad esempio, la peccatrice che piange sui piedi di Gesù e bagna i piedi con le sue lacrime, li asciuga con i suoi capelli: in quel caso quella donna ha peccato molto, ha amato molto e chiede perdono. Poi si potrebbe ricordare l’episodio in cui Pietro, dopo la pesca miracolosa, dice a Gesù: “Allontanati da me, ché io sono un peccatore”: lì però lui si accorge che non ha sbagliato, che c’è un’altra cosa dentro di lui. Ancora, si può ripensare a quando Pietro piange, la notte del giovedì santo, quando Gesù lo guarda.

In ogni caso, sono pochi i momenti in cui si chiede perdono. Qui Pietro chiede al Signore quale deve essere la misura del nostro perdono: “Sette volte, soltanto?”. All’apostolo Gesù risponde con un gioco di parole che significa “sempre”: settanta volte sette, cioè tu devi perdonare sempre».

Qui si parla di “perdonare, non semplicemente di una richiesta di scuse per uno sbaglio: perdonare a quello che mi ha offeso, che mi ha fatto del male, a quello che con la sua malvagità ha ferito la mia vita, il mio cuore.

La misura del mio perdono

Ecco allora la domanda per ciascuno di noi: “Qual è la misura del mio perdono?”. La risposta può venire dalla parabola raccontata da Gesù, quella dell’uomo al quale è stato perdonato tanto, tanto, tanto, tanti soldi, tanti, milioni», e che poi, ben contento del suo perdono, esce e trova un compagno che forse aveva un debito di 5 euro e lo manda in carcere. L’esempio è chiaro: “Se io non sono capace di perdonare, non sono capace di chiedere perdono”. Perciò «Gesù ci insegna a pregare così, il Padre: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”».

Che cosa significa in concreto? Immagiamo il dialogo con un penitente: “Ma, padre, io mi confesso, vado a confessarmi...

- E che fai, prima di confessarti?

- Ma, io penso alle cose che ho fatto male

- Va bene

- Poi chiedo perdono al Signore e prometto di non farne più...

- Bene. E poi vai dal sacerdote?”. Ma prima “ti manca una cosa: hai perdonato a quelli che ti hanno fatto del male?”.

Se la preghiera che ci è stata suggerita è: “Rimetti i nostri debiti come noi li rimettiamo agli altri”, sappiamo che “il perdono che Dio ti darà” richiede il perdono che tu dai agli altri.

Chiedere perdono non è un semplice chiedere scusa ma, è essere consapevoli del peccato, dell’idolatria che io ho fatto, delle tante idolatrie; in secondo luogo, “Dio sempre perdona, sempre”, ma richiede anche che io perdoni, perché se io non perdono, in un certo senso è come se chiudessi la porta al perdono di Dio. Una porta invece che dobbiamo mantenere aperta: lasciamo entrare il perdono di Dio affinché possiamo perdonare gli altri.

 

18,21-22 Dio perdona e fa festa [3]

 

 

 

Dio perdona sempre…

Dio perdona sempre! Non si stanca di perdonare. Siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono. Ma lui non si stanca di perdonare. Tanto che quando Pietro chiese a Gesù: “quante volte io devo perdonare, sette volte?”, la risposta ricevuta fu eloquente: “Non sette volte ma settanta volte sette» (cf. Mt 18,21-22). Cioè “sempre”, perché proprio così perdona Dio: sempre. Dunque se tu hai vissuto una vita con tanti peccati, tante cose brutte, ma alla fine, pentito, chiedi perdono, ti perdona subito. Lui perdona sempre.

Invece noi non abbiamo questa certezza nel cuore e tante volte dubitiamo, chiedendo se Dio perdonerà. In realtà, bisogna soltanto pentirsi e chiedere perdono: niente di più! Non si deve pagare niente! Cristo ha pagato per noi e lui perdona sempre.

 

… perdona tutto

Un’altra cosa: non solo che Dio perdona sempre, ma anche che perdona tutto: non c’è peccato che lui non perdoni. Magari qualcuno potrebbe dire: “io non vado a confessarmi perché ne ho fatte tante di cose brutte, tante di quelle cose, per cui non avrò perdono...”. Invece non è vero, perché Dio se tu vai pentito, perdona tutto. E tante volte non ti lascia parlare: tu incominci a chiedere perdono e lui ti fa sentire quella gioia del perdono prima che tu abbia finito di dire tutto. Proprio come è successo con quel figlio che, dopo aver sprecato tutti i soldi dell’eredità, con una vita immorale, poi si è pentito e ha preparato il discorso per presentarsi davanti a suo padre. Però quando è arrivato il padre non lo ha lasciato parlare, lo ha abbracciato: perché lui perdona tutto. Lo ha abbracciato.

 

… fa festa

Poi c’è un’altra cosa che fa Dio quando perdona: fa festa. E questa non è un’immagine, lo dice Gesù: “Ci sarà festa nel cielo quando un peccatore viene dal Padre”. Perciò veramente Dio fa festa. Così quando noi sentiamo il nostro cuore appesantito dai peccati, possiamo dire: andiamo dal Signore a dargli gioia perché mi perdoni e faccia festa. Dio fa così: fa festa sempre perché riconcilia.

 

… dimentica

Una cosa bella sul modo di perdonare di Dio: Dio dimentica. La Scrittura dice anche: “I tuoi peccati li butterò nel mare e se sono rossi come il sangue, tu diventerai bianco come un agnellino” (cf. Mi, 7,19; Is 1,18).

Dio, dunque, si dimentica. E così se qualcuno di noi va dal Signore e dice: “Ti ricordi, io in quell’anno ho fatto quella brutta cosa?”, lui risponde: “No, no, no. Non ricordo”. Perché una volta che lui perdona non ricorda, dimentica, mentre noi tante volte con gli altri portiamo avanti un “conto corrente”: “questo una volta ha fatto questo, una volta ha fatto quest’altro...”. Invece Dio, no: perdona e dimentica. Ma se lui dimentica, chi sono io per ricordare i peccati degli altri? Il Padre dunque dimentica, perdona sempre, perdona tutto, fa festa quando perdona e dimentica, perché vuole riconciliare, vuole incontrarsi con noi.

 

La missione del sacerdote

Quando uno di noi - un sacerdote, un vescovo - va a confessare, deve pensare sempre: “sono disposto a perdonare tutto? Sono disposto a perdonare sempre? Sono disposto a rallegrarmi e a fare festa? Sono disposto a dimenticarmi dei peccati di quella persona?”. Così se tu non sei disposto, meglio che quel giorno non vai in confessionale: che vada un altro, perché tu non hai il cuore di Dio per perdonare. Infatti, nella confessione, è vero, c’è un giudizio, perché il sacerdote giudica dicendo: “hai fatto male qui, hai fatto...”. Però, è più che un giudizio: è un incontro, un incontro con il Dio buono che sempre perdona, che tutto perdona, che sa fare festa quando perdona e che dimentica i tuoi peccati quando ti perdona. E noi sacerdoti dobbiamo avere questo atteggiamento: far incontrare. Invece tante volte le confessioni sembrano una pratica, una formalità, dove tutto appare meccanico, ma così dov’è l’incontro con il Signore che riconcilia, ti abbraccia e fa festa? Questo è il nostro Dio, tanto buono.

Insegnare a confessarsi

È importante anche insegnare a confessarsi bene, in modo che imparino i nostri bimbi, i nostri ragazzi», e ricordino che andare a confes non è andare in tintoria perché ti tolgano una macchia: confessarsi è andare a incontrare il Padre che riconcilia, che perdona e che fa festa. […]

Il Signore ci dia la grazia di essere contenti oggi di avere un Padre che perdona sempre, che perdona tutto, che fa festa quando perdona e che si dimentica della nostra storia di peccato!

 

18, 21-35 Il dramma dei nostri rapporti umani [4]

 

“Voglio mandarvi tutti in paradiso!”.

Mi piace ricordare oggi, prima di tutto, le parole che, secondo un’antica tradizione, san Francesco pronunciò proprio qui, davanti a tutto il popolo e ai vescovi: “Voglio mandarvi tutti in paradiso!”. Cosa poteva chiedere di più bello il Poverello di Assisi, se non il dono della salvezza, della vita eterna con Dio e della gioia senza fine, che Gesù ci ha acquistato con la sua morte e risurrezione?

Il paradiso, d’altronde, che cos’è se non il mistero di amore che ci lega per sempre a Dio per contemplarlo senza fine? La Chiesa da sempre professa questa fede quando dice di credere nella comunione dei santi. Non siamo mai soli nel vivere la fede; ci fanno compagnia i santi e i beati, anche i nostri cari che hanno vissuto con semplicità e gioia la fede e l’hanno testimoniata nella loro vita. C’è un legame invisibile, ma non per questo meno reale, che ci fa essere “un solo corpo”, in forza dell’unico Battesimo ricevuto, animati da “un solo Spirito” (cfr Ef 4,4). Forse san Francesco, quando chiedeva a Papa Onorio III il dono dell’indulgenza per quanti venivano alla Porziuncola, aveva in mente quelle parole di Gesù ai discepoli: «Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi» (Gv 14,2-3).

Quella del perdono è certamente la strada maestra da seguire per raggiungere quel posto in Paradiso. È difficile perdonare! Quanto costa, a noi, perdonare gli altri! Pensiamoci un po’. E qui alla Porziuncola tutto parla di perdono! Che grande regalo ci ha fatto il Signore insegnandoci a perdonare – o, almeno, ad avere la volontà di perdonare - per farci toccare con mano la misericordia del Padre!

 

Perché perdonare?

Abbiamo ascoltato la parabola con la quale Gesù ci insegna a perdonare (cfr Mt 18,21-35). Perché dovremmo perdonare una persona che ci ha fatto del male? Perché noi per primi siamo stati perdonati, e infinitamente di più. Non c’è nessuno fra noi, qui, che non sia stato perdonato. Ognuno pensi… pensiamo in silenzio le cose brutte che abbiamo fatto e come il Signore ci ha perdonato. La parabola ci dice proprio questo: come Dio perdona noi, così anche noi dobbiamo perdonare chi ci fa del male. È la carezza del perdono. Il cuore che perdona. Il cuore che perdona accarezza. Tanto lontano da quel gesto: “me la pagherai!” Il perdono è un’altra cosa. Precisamente come nella preghiera che Gesù ci ha insegnato, il Padre Nostro, quando diciamo: «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). I debiti sono i nostri peccati davanti a Dio, e i nostri debitori sono quelli a cui anche noi dobbiamo perdonare.

 

La pazienza di Dio

Ognuno di noi potrebbe essere quel servo della parabola che ha un grande debito da saldare, ma talmente grande che non potrebbe mai farcela. Anche noi, quando nel confessionale ci mettiamo in ginocchio davanti al sacerdote, non facciamo altro che ripetere lo stesso gesto del servo. Diciamo: “Signore, abbi pazienza con me”. Voi avete pensato alcune volte alla pazienza di Dio? Ha tanta pazienza. Sappiamo bene, infatti, che siamo pieni di difetti e ricadiamo spesso negli stessi peccati. Eppure, Dio non si stanca di offrire sempre il suo perdono ogni volta che lo chiediamo. È un perdono pieno, totale, con il quale ci dà certezza che, nonostante possiamo ricadere negli stessi peccati, Lui ha pietà di noi e non smette di amarci. Come il padrone della parabola, Dio si impietosisce, cioè prova un sentimento di pietà unito alla tenerezza: è un’espressione per indicare la sua misericordia nei nostri confronti. Il nostro Padre, infatti, si impietosisce sempre quando siamo pentiti, e ci rimanda a casa con il cuore tranquillo e sereno dicendoci che ci ha condonato ogni cosa e perdonato tutto. Il perdono di Dio non conosce limiti; va oltre ogni nostra immaginazione e raggiunge chiunque, nell’intimo del cuore, riconosce di avere sbagliato e vuole ritornare a Lui. Dio guarda al cuore che chiede di essere perdonato.

 

Il dramma dei rapporti umani

Il problema, purtroppo, nasce quando noi ci troviamo a confrontarci con un nostro fratello che ci ha fatto un piccolo torto. La reazione che abbiamo ascoltato nella parabola è molto espressiva: «Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”» (Mt 18,28). In questa scena troviamo tutto il dramma dei nostri rapporti umani. Quando siamo noi in debito con gli altri, pretendiamo la misericordia; quando invece siamo in credito, invochiamo la giustizia! E tutti facciamo così, tutti. Non è questa la reazione del discepolo di Cristo e non può essere questo lo stile di vita dei cristiani. Gesù ci insegna a perdonare, e a farlo senza limiti: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette» (v. 22). Insomma, quello che ci propone è l’amore del Padre, non la nostra pretesa di giustizia. Fermarsi a questa, infatti, non ci farebbe riconoscere come discepoli di Cristo, che hanno ottenuto misericordia ai piedi della Croce solo in forza dell’amore del Figlio di Dio. Non dimentichiamo, dunque, le parole severe con le quali si chiude la parabola: «Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello» (v. 35).

 

Il perdono genera il paradiso

Il perdono di cui san Francesco si è fatto “canale” qui alla Porziuncola continua a “generare paradiso” ancora dopo otto secoli. In questo Anno Santo della Misericordia diventa ancora più evidente come la strada del perdono possa davvero rinnovare la Chiesa e il mondo. Offrire la testimonianza della misericordia nel mondo di oggi è un compito a cui nessuno di noi può sottrarsi. Ripeto: offrire la testimonianza della misericordia nel mondo di oggi è un compito a cui nessuno di noi può sottrarsi. Il mondo ha bisogno di perdono; troppe persone vivono rinchiuse nel rancore e covano odio, perché incapaci di perdono, rovinando la vita propria e altrui piuttosto che trovare la gioia della serenità e della pace. Chiediamo a san Francesco che interceda per noi, perché mai rinunciamo ad essere umili segni di perdono e strumenti di misericordia.

 

Tappare la bocca e perdonare…

Possiamo pregare su questo. Ognuno come lo sente. Invito i Frati, i Vescovi ad andare nei confessionali – anche io ci andrò – per essere a disposizione del perdono. Ci farà bene riceverlo oggi, qui, insieme. Che il Signore ci dia la grazia di dire quella parola che il Padre non ci lascia finire, quella che ha detto il figliol prodigo: “Padre ho peccato contro…”, e [il Padre] gli ha tappato la bocca, lo ha abbracciato. Noi incominciamo a parlare, e Lui ci tapperà la bocca e ci rivestirà... “Ma, padre, domani ho paura di fare lo stesso…”. Ma torna! Il Padre sempre guarda la strada, guarda, in attesa che torni il figliol prodigo; e tutti noi lo siamo. Che il Signore ci dia questa grazia.

 

…sempre. […]

Non dimenticatevi: sempre perdonare. Sempre! Perdonare dal cuore e, se si può, avvicinarsi all’altro, ma perdonare. Perché se noi perdoniamo, il Signore ci perdona; e tutti noi abbiamo bisogno di perdono… Qualcuno qui non ha bisogno di perdono?... Alzi la mano!... Tutti ne abbiamo bisogno.

 

 

NOTE

 

[1] Paolo VI, Esortazione apostolica Gaudete in Domino, 297.

[2] Meditazione, 10 marzo 2015.

[3] Meditazione, 23 gennaio 2015.

 

[4] Meditazione, Visita a Santa Maria degli Angeli, 4 agosto 2016.


Enzo Bianchi Commento Vangelo 17 settembre 2017

 

 Perdonare fino a settanta volte sette

17 settembre 2017

XXIV domenica del tempo Ordinario

Commento al Vangelo

di ENZO BIANCHI

 

 

Mt 18,21-35

 

In quel tempo, 21Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». 22E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.

23Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. 24Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. 25Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. 26Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa». 27Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.

28Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: «Restituisci quello che devi!». 29Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò». 30Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.

31Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. 32Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: «Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. 33Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?». 34Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. 35Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

 

Terminiamo la lettura del quarto dei cinque grandi discorsi di Gesù nel vangelo secondo Matteo, detto anche discorso ecclesiale o comunitario, perché in esso sono contenuti insegnamenti riguardanti la vita dei discepoli viventi in comunità, nelle chiese. Viene innanzitutto riferito il contesto dell’insegnamento di Gesù contenuto nella sua parabola. Avendo egli enunciato le esigenze della correzione fraterna e del perdono reciproco (cf. Mt 18,15-20), Pietro solleva una questione alla quale Gesù risponde subito in modo perentorio, ma poi rivela “in proposito” (diá toûto) cosa accade nel regno dei cieli, quale comportamento l’azione di Dio ispira ai discepoli. Questa pagina è un insegnamento decisivo nella vita ecclesiale, e dobbiamo confessare che noi cristiani la leggiamo spesso e volentieri, ma poi non riusciamo a metterla in pratica quando siamo coinvolti in dinamiche analoghe.

 

Pietro dunque si avvicina a Gesù e gli chiede: “Signore, se il mio fratello pecca contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette (numero di pienezza e totalità) volte?”. Domanda comprensibile: si può perdonare senza tenere conto del numero di volte in cui il perdono viene rinnovato? Se uno continua a compiere lo stesso male contro di me, fino a quante volte posso perdonarlo? Certamente Pietro non dimentica che nella Torah sta scritto che Lamech, il sanguinario figlio di Caino, canta la ripetizione della vendetta fino a sette e poi fino a settanta volte sette (cf. Gen 4,23-24). Pietro è già misericordioso, perché in verità non è facile perdonare sette volte lo stesso peccato allo stesso offensore. Ma Gesù gli risponde con autorità: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”, cioè sempre, all’infinito! Senza se e senza ma, il discepolo di Gesù perdona senza calcolare il numero delle volte. Di fronte a una tale dichiarazione l’ascoltatore resta stupefatto, forse anche esterrefatto, perché non è facile né comprendere né assumere questo atteggiamento. Ciò che Gesù chiede non è forse troppo? È possibile per l’essere umano perdonare sempre?

 

Allora Gesù spiega quelle sue parole così nette attraverso una parabola che, come sempre sulla sua bocca, è rivelazione, è un alzare il velo su Dio e sulla sua azione. Il racconto, che mette in scena un re e due servi debitori, si sviluppa in tre atti, seguiti da un commento conclusivo di Gesù(v. 35):

 

il re e il debitore nei suoi confronti (vv. 23-27);

il primo debitore e un fratello a sua volta debitore verso di lui (vv. 28-31);

il confronto definitivo tra il re e il primo debitore (vv. 32-34).

Un re vuole fare i conti con i suoi servi, ed ecco che gliene viene presentato uno il quale è debitore verso di lui di una cifra enorme, iperbolica: diecimila talenti, cioè cento milioni di denari (tenendo conto che un denaro corrisponde alla paga media giornaliera di un operaio), impossibile da rimborsare per un servo! Di fronte alla prospettiva della vendita dei suoi familiari come schiavi e della prigione per sé, quest’uomo si inginocchia davanti al re e lo supplica: “Sii grande di animo con me (sii paziente con me, makrothýmeson) e ti restituirò ogni cosa” (ciò che è impossibile!). Di fronte a tale disperazione e sofferenza il re, “mosso a viscerale compassione” (splanchnistheís), preso cioè da un sentimento di misericordia, lo lascia andare e gli condona il debito. Siamo in presenza di un re che esige l’osservanza della legge ma che, di fronte, a chi soffre perché non può ottemperare alla giustizia, fa regnare la misericordia e non più la legge. Egli ha un cuore capace di lasciarsi ferire dal male patito dal suo servo.

 

Ma ecco la scena simmetrica. Quest’uomo perdonato, radicalmente salvato insieme alla sua famiglia, esce libero, per vivere in pienezza di libertà e di relazioni; e subito incontra un suo compagno, anzi precisamente un suo con-servo (syndoúlos), debitore nei suoi confronti di una cifra modesta, cento denari, l’equivalente della paga di poco più di tre mesi di un lavoratore nella campagna. Appena lo vede, lo afferra al collo e lo soffoca intimandogli di saldare il debito. L’altro lo supplica con le medesime parole da lui usate in precedenza: “Sii grande di animo con me (sii paziente con me) e ti restituirò”. Ma egli non accetta, perciò lo fa gettare in prigione fino al momento della restituzione del debito. Nella prima scena il re perdona al servo, nella seconda il perdonato non perdona al fratello!

 

La differenza di comportamento tra i due creditori è messa in luce dalla terza scena. Quando il re viene a sapere dagli altri servi ciò che ha fatto il servo da lui perdonato, lo fa chiamare e lo apostrofa: “Servo cattivo, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà (eleêsai) del tuo con-servo, così come io ho avuto pietà di te?”. Ecco rivelato il fondamento di ogni azione di perdono: l’essere stati perdonati. Il cristiano sa di essere stato perdonato dal Signore con una misericordia gratuita e preveniente, sa di aver beneficiato di una grazia insperata, per questo non può non fare misericordia a sua volta ai fratelli e alle sorelle, debitori verso di lui in modo certo meno grave. In questa parabola – lo ripeto – non è questione di quante volte si deve dare il perdono, ma si tratta di riconoscere di essere stati perdonati e dunque di dover perdonare. Se uno non sa perdonare all’altro senza calcoli, senza guardare al numero di volte in cui ha concesso il perdono, e non sa farlo con tutto il cuore, allora non riconosce ciò che gli è stato fatto, il perdono di cui è stato destinatario. Dio perdona gratuitamente, il suo amore non va mai meritato, ma occorre semplicemente accogliere il suo dono e, in una logica diffusiva, estendere agli altri il dono ricevuto.

 

Comprendiamo così l’applicazione conclusiva fatta da Gesù. Le parole che egli pronuncia sono parallele, identiche nel contenuto, a quelle con cui chiosa la quinta domanda del Padre nostro – “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori” (Mt 6,12); l’unica, non lo si dimentichi, da lui commentata.

 

Se voi perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi;

ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe. (Mt 6,14-15)

 

Così anche il Padre mio che è nei cieli farà a voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello. (Mt 18,35)

 

Niente perdono da parte di Dio a noi, se noi non perdoniamo gli altri. O meglio, se non siamo ministri di questa misericordia ricevuta da Dio, che ci perdona sempre e ci ha perdonati una volta per tutte attraverso Gesù Cristo, egli ritira il suo perdono, come l’ha ritirato al servo inizialmente perdonato. Sarebbe una smentita del Dio che si professa e si proclama, l’essere da lui perdonati e poi non perdonare gli altri… La chiesa è una comunità di perdonati che perdonano, per questo al suo cuore c’è l’eucaristia, in cui si vive la remissione dei peccati a parte di Dio affinché siamo a nostra volta ministri di perdono e di misericordia nella chiesa stessa e nella compagnia degli uomini, nel mondo.

 

Da questa pagina il cristiano deve innanzitutto imparare a discernere il vero volto di Dio, quello che Gesù ci ha narrato (exeghésato: Gv 1,18), e saper sovrapporre questo volto ultimo e definitivo sugli altri che le Scritture stesse ci hanno consegnato. Non bisogna infatti nascondere che talvolta nelle Scritture appare tratteggiato un Dio che castiga e non esaudisce chi chiede pietà, un Dio che non reitera il perdono. Un esempio su tutti, che è una smentita letterale del Nome del Signore consegnato a Mosè (cf. Es 34,6-7), si trova all’inizio della profezia di Naum: “Un Dio geloso e vendicatore è il Signore, vendicatore è il Signore, pieno di collera. Il Signore si vendica degli avversari e serba rancore verso i nemici. Il Signore è lento all’ira, ma grande nella potenza e nulla lascia impunito” (Na 1,2-3).

 

Ma Gesù ci consegna l’ultima e definitiva narrazione di Dio. Per noi cristiani la misericordia di Dio è il tratto essenziale per conoscerlo ed è l’azione con cui Dio stesso ci mette in comunione con sé: è il modo in cui Dio rivela la sua onnipotenza! Non è facile accettare questo volto di Dio, perché tutte le religioni hanno sempre predicato un Dio che fa giustizia, che punisce il male commesso, che nella sua onnipotenza castiga. Non è facile perché noi umani abbiamo dentro di noi un concetto di “giustizia umana” e pretendiamo di proiettarlo su Dio. Ma Gesù ci ha rivelato il volto di Dio come volto di colui che

 

ci ha amati mentre gli eravamo nemici,

ci ha perdonati mentre peccavamo contro di lui,

ci è venuto incontro mentre noi lo negavamo (cf. Rm 5,8.10).

 

 

Ecco perché Gesù ci chiede addirittura l’amore verso i nemici (cf. Mt 5,43-47), novità del comandamento dell’amore del prossimo (cf. Mt 19,19; 22,39; Lv 19,18) esteso fino al nemico. In obbedienza al Signore Gesù, dunque, l’amore e il perdono del cristiano siano gratuiti, senza calcoli né restrizioni, “di cuore”. Se il cristiano perdona facendo calcoli, svaluta quel perdono che proclama a parole. Perdonare l’imperdonabile: questa l’unica misura del perdono cristiano!


Vacanza, meditazione,

 

silenzio

 

Gianfranco Ravasi

 

 

 

Questo articolo (pensato per il numero della rivista di agosto) si colloca all'interno di un arco temporale segnato da un fenomeno comune a tutte le nazioni e a tutte le culture, anche antiche. Si tratta della vacanza (o «ferie») che nella società contemporanea è spesso una sorta di vuoto, una pagina bianca che molti non sanno come riempire e che, per questo, o stracciano consumandola in noia o ricolmano con la stessa frenesia del resto dell'anno (la Rimini estiva e vacanziera è proprio diversa dalla Milano feriale e convulsa?). È paradossale, ma il termine «vacanza» – come è noto –deriva dal latino vacare che in realtà significa il dedicarsi pienamente a un'attività. È per questo che nelle antiche culture la vacanza aveva un taglio molto diverso: era uno spazio temporale da connettere a temi come la riflessione, la meditazione, lo studio, il silenzio, la quiete. In questo senso, allora, la vera sosta dovrebbe scandire ogni giornata e ogni opera umana: il grande filosofo Blaise Pascal non esitava a scrivere che «ogni disgrazia viene agli uomini da una cosa sola: il non saper restare in riposo in una camera» (Pensieri n. 139, ed. Brunschvicg).

Noi vorremmo, allora, proporre una duplice considerazione che si sviluppa in due tappe distinte ma coordinate tra loro. La prima cerca di studiare in modo accurato la categoria «vacanza-riposo» con un'analisi che si basa su quel «grande codice» della cultura occidentale che è la Bibbia, la quale per il credente è anche «lampada per i passi» nel cammino della vita, per usare un'espressione di quello stesso testo sacro. La seconda riflessione sarà un po' più libera e variegata e punterà su una pratica quasi del tutto disattesa se non osteggiata ai nostri giorni: quella della meditazione e del silenzio "bianco". Quello "nero" è, in realtà, una maledizione perché è la pura e semplice assenza di parole e suono e quindi è un vuoto di comunicazione, una sorta di autismo spirituale. Invece, come il colore bianco è la sintesi di tutti i colori, così il silenzio autentico è intimità profonda, è espressione dell'ineffabile, è sintonia piena con se stessi e col mondo.

Iniziamo, dunque, con la prima considerazione che parte dal concetto più profondo e genuino di vacanza. Esso potrebbe essere definito ricorrendo piuttosto alla categoria «riposo» che, a livello biblico, ha un rilievo particolare. Come punto di riferimento rimandiamo a un paragrafo che suggella il primo racconto biblico della creazione (Genesi 1,1-2,4), considerato dagli studiosi frutto della cosiddetta "Tradizione Sacerdotale", sorta nel VI sec. a.C. durante l'esilio babilonese di Israele. Ora, come è noto, questa pagina ritma la creazione del mondo sullo schema settimanale con approdo al riposo sabbatico: la settimana liturgica (il calendario, nelle sue forme proto-tipiche, non era mai modellato sulla base di un computo "cronologico" estrinseco, ma era sempre generato dal mito e dal rito) regge la narrazione dell'origine delle creature. Anzi, il numero «sette» scandisce tutta la trama di quel racconto, nella consapevolezza che quella cifra nell'antico Vicino Oriente era carica di una valenza simbolica di pienezza e perfezione. E questo era sperimentabile già nella stessa architettura sacra: a Babilonia e a Borsippa le ziqqurat, ossia i templi a piramide, avevano sette piani, come su sette piani erano strutturati i complessi templari mesopotamici di Lagash e Uruk.

Ora, se ci soffermiamo sul testo biblico della Genesi citato, ci accorgiamo che non solo sette sono i giorni del racconto, sette sono anche le formule fisse usate per costruire la trama del racconto, sette volte echeggia il verbo bara', «creare», trentacinque volte (7 x 5) risuona il nome divino 'Elohim, Dio, ventun volte (7 x 3) entrano in scena «terra e cielo», mentre il primo versetto del testo ebraico è di sette parole e il secondo di quattordici (7 x 2)... Si può, a questo punto, affermare senza esitazione che il sabato appare come il coronamento della creazione. Leggiamo, allora, il passo col vertice "sabbatico" del racconto biblico: «Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Dio, nel settimo giorno, portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto. Queste sono le origini del cielo e della terra quando vennero creati» (2,1-4a).

«Dio disse a Mosè: Mosè, io posseggo nella mia tesoreria un dono prezioso che si chiama sabato e lo voglio regalare ad Israele». Questa semplice e pittoresca definizione rabbinica può riassumere l'atteggiamento di venerazione, di amore e di stupore con cui il giudaismo ha accolto, come i suoi padri, quel settimo giorno, nervatura e consacrazione dell'intero fluire della settimana, cioè del tempo. Anche se collegato dalla stessa Bibbia all'idea di «riposo» (2,2) attraverso una libera associazione etimologica (il termine shabbat forse più che «riposo» potrebbe indicare semplicemente «la settima» giornata), il sabato non è – come ironizzava già lo storico romano Tacito – un'area vuota, votata alla pigrizia. Il riposo biblico è, infatti, un concetto positivo, che non si riduce a mera assenza di fatica. Anzi, come è spesso attestato, è per eccellenza simbolo della piena e perfetta comunione con Dio, è la requies aeterna che i cristiani augureranno ai loro defunti.

Già in Mesopotamia esistevano calendari a ritmo settenario regolati dalla divinità lunare che scandiva il tempo: il shapattu babilonese indicava un giorno di luna piena, segnato però probabilmente da connotazioni infauste. Si trattava di uno «spazio» confinato e isolato nel tempo, tant'è vero che esistevano altri giorni intangibili e magici analoghi al settimo giorno ed erano considerati nefasti per intraprendere ogni tipo di attività (erano chiamati in babilonese umu lemnuti, in pratica «giorni intoccabili»). Certo, il rischio di isolare sacralmente il giorno festivo in un'aura di incensi e di prescrizioni legali, rendendolo una specie di tabù, circondato da una siepe di proibizioni, sarà un rischio sempre in agguato in tutte le religioni (e non solo per la normativa giudaica dell'osservanza rituale del sabato che comprende ben 39 proibizioni di atti o gesti). In realtà, come diceva quell'aforisma rabbinico, il riposo festivo è un tesoro; è una scintilla di luce deposta nel grigiore delle ore feriali; è un seme che feconda la terra del lavoro; è uno sguardo verticale, levato verso l'alto e l'infinito, capace di interrompere l'orizzontalità della nostra visione comune e continua.

È interessante notare che la stessa concezione presente nel passo citato della Genesi brilla anche nel Decalogo, rivelato da Dio a Mosè e a Israele al Sinai: «Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro» (Esodo 20, 8-11).

Sono importanti i due verbi, che ricorrono anche nella narrazione della Genesi, del «benedire» e del «consacrare» o «santificare». La benedizione è curiosamente sperimentabile per la Bibbia e per le culture orientali soprattutto nella fecondità. La vita che si dirama di genealogia in genealogia è il supporto su cui Dio stende la sua trama di salvezza. Il sabato, come sosta di preghiera e di riposo, non è assenza sterile di azione; è in séfecondo, genera una sua vita che è squisitamente interiore, alimenta l'esistere stesso dell'uomo. D'altra parte, però, il sabato è anche "sacro", è come un'area protetta, simile al tempio e all'altare. In essa risiede il mistero, domina il silenzio, si incontra il divino.

C'è, quindi, una sorta di contrappunto nel sabato biblico: da un lato, è attivo, fecondo, collegato all'esistenza e alla creazione; dall'altro, è chiuso in sé, perfetto e distaccato, non segnato dai rumori, non occupato dalle cose. Ed è proprio su questa duplicità, che non deve diventare opposizione, che dobbiamo recuperare l'autentica spiritualità non solo della nostra domenica, del culto, della preghiera liturgica, ma anche della meditazione e del riposo autentico. Se si perde quella duplicità, il giorno festivo diventa o un'isola sacra, in cui si esegue freddamente un «precetto», cioè l'assistenza a una liturgia, oppure un giorno come gli altri, freneticamente riempito di azioni, di divertimenti forzati, di rumori e distrazioni simili a quelli che profanano le strade e le ore degli altri sei giorni.

Ritorniamo, allora, sulla dimensione della «consacrazione» o«santificazione» che suppone un'idea di «separazione» rispetto alla profanità, come accade appunto nello spazio sacro destinato ad area per il santuario. Il sabato col suo riposo è il tempio del tempo, è l'architettura sacra che sostiene il tempo profano, è il luogo in cui l'uomo incontra la gloria di Dio all'interno delle vicende della storia profana. Il giorno (o il tempo) del riposo fa tacere le cose esteriori e il ritmo quotidiano perché l'uomo incontri il mistero che lo avvolge. È la scoperta del silenzio "pieno", quello che, quando si è innamorati, è più eloquente, prezioso e comunicativo delle parole: due innamorati sanno, attraverso il linguaggio del silenzio e dei loro occhi, trasmettersi mille e mille sensazioni. Anticipiamo così la successiva considerazione sulla meditazione silenziosa.

Un po' paradossalmente si dice che Pitagora imponesse ai suoi discepoli di non rompere mai il silenzio se non per dire una cosa più importante del silenzio. Alberto Moravia, in uno dei saggi raccolti nel volume L'uomo come fine (1964), riconosceva che «per ritrovare un'idea dell'uomo, ossia una vera fonte di energia, bisogna che gli uomini ritrovino il gusto della contemplazione. La contemplazione è la diga che fa risalire l'acqua nel bacino. Essa permette agli uomini di accumulare di nuovo l'energia di cui l'azione li ha privati». Questo è il senso di una vera vacanza "umana" e spirituale.

Certo, il silenzio "vuoto" fa paura; la civiltà contemporanea moltiplica i rumori, alza i decibel, allarga il flusso della chiacchiera perché teme il silenzio o lo considera solo come assenza di parole. L'educazione al silenzio è riscoperta di se stessi, anche della propria miseria e solitudine. Un poeta, Giorgio Caproni, metteva in scena in una sua lirica uno dei tanti uomini soli che, di fronte ad una parete spoglia, pensa ai suoi torti e alle sue virtù ma non ha più nessuno con cui comunicare se non i morti. Le soste di riposo dovrebbero, invece, essere lo spazio del silenzio interiore popolato da Dio e dai fratelli coi quali si dialoga e si vive. Ma soprattutto è l'orizzonte silenzioso in cui si contempla e si dialoga con Dio. L'homo faber scopre il senso ultimo del suo esistere non nell'azione, pur necessaria, ma nel «riposo», attraverso la sua esperienza di homo religiosus. Lo scrittore mistico ebreo Abraham Joshua Heschel (1907-1972) nel suo famoso libro dedicato appunto al sabato (II Sabato, Garzanti 2001) dichiarava che «il settimo giomo fornisce all'uomo nel tempo un assaggio di eternità», cioè è come se entrasse nel «tempo» perfetto e infinito di Dio, pieno di pace e di serenità.

È suggestivo sottolineare un particolare rilevante nel racconto della Genesi che abbiamo prima evocato. L'uomo, pur essendo al vertice della creazione, è però creato il «sesto giorno»; ora, nella simbolica numerica dell'antico Vicino Oriente, il «sei» è la cifra dell'imperfezione, essendo il «sette» il segno della pienezza. L'uomo è, quindi, relegato nella prigione del limite e dell'imperfezione. Attraverso il culto sabbatico e il suo «riposo», però, l'uomo esce dal carcere della sua natura di creatura del «sesto giorno» ed entra nell'orizzonte di Dio,nella perfezione del suo «settimo giorno», pregustando il «riposo» definitivo e perfetto della comunione eterna con Dio. Per questo uno scritto apocrifo giudaico intitolato Vita di Adamo ed Eva affermava che «il settimo giorno è il segno della risurrezione e del mondo futuro». E quella splendida omelia del Nuovo Testamento che è la Lettera agli Ebrei dipinge la vita eterna come un sabato senza fine, non più compresso dalla fuga del tempo, non più occupato dagli idoli terreni e percorso dal frastuono delle disobbedienze e delle ribellioni, delle ingiustizie e del male (3,7-4,11).

Attraverso il vero «riposo», l'uomo non solo spiega e dà senso al tempo e alle opere che in esso egli compie, ma viene purificato e trasfigurato ed è introdotto nel «tempo» perfetto e pieno di Dio, il suo «eterno riposo» di pace e di luce. È curioso notare che in russo la domenica è espressa col vocabolo voskresen'e che letteralmente significa «risurrezione». Il cristiano ogni domenica celebra la risurrezione di Cristo e professa la sua fede nel destino ultimo che l'attende, quel «riposo eterno» a cui sopra abbiamo già accennato, una «vita radiosa, stupenda, meravigliosa», come diceva lo scrittore russo Anton Cechov, nel finale del dramma Zio Vanja (1899), perché sarà trasfigurazione del nostro essere in una nuova e perfetta creazione. È per questo che il pastore e teologo Dietrich Bonhoeffer, mentre stava andando incontro al martirio sotto i nazisti, che l'avrebbero impiccato il 9 aprile del 1945 nel lager di Flossenbürg, aveva esclamato: «Riposo di Dio, tu vieni incontro ai tuoi fedeli come una sera di festa immensa!».

Ed è proprio questo grande testimone di coerenza cristiana contro il mostro hitleriano che ci introduceva in modo più esplicito nella seconda nostra riflessione già anticipata nelle righe precedenti, quella del silenzio meditativo. Ecco il suo appello: «Facciamo silenzio prima di ascoltare la Parola di Dio perché i nostri pensieri sono già rivolti alla Parola. Facciamo silenzio dopo l'ascolto della Parola perché questa ci parla ancora, vive e dimora in noi. Facciamo silenzio la mattina, perché Dio deve avere la prima parola. Facciamo silenzio prima di coricarci perché l'ultima parola appartiene a Dio».

L'appello è tutto ritmato su un'apparente antitesi, parola-silenzio. In realtà, le vere parole, quelle che nascono dal cuore, strappate dalla verità intima, e non estratte dalla tasca della giacca per essere spese nella chiacchiera o nell'uso quotidiano, hanno bisogno di un alone di silenzio. Soprattutto quando sono di scena le grandi parole, anzi la Parola per eccellenza, quella divina. Con un orecchio ostruito dalle ortiche del vaniloquio non è possibile lasciare spazio a una Parola così alta, che inquieta e consola, che ammonisce e pacifica, che provoca e rasserena. Ecco, allora, una piccola scelta, per i giorni particolari delle vacanze: ricreare nel deserto dell'esistenza quotidiana almeno due piccole oasi alla mattina e alla sera. Modesti orizzonti di silenzio in cui lasciar vagare gli occhi per qualche minuto sulle righe di un testo sacro, custodire l'orecchio dal rumore incessante, penetrare nella profonda stanza della coscienza. C'è un bellissimo verso del poeta Vittorio Sereni (191383) che dice: «Con non altri che te è il colloquio... E qui ti aspetto». Sono parole che valgono per ogni vero incontro d'amore, per ogni attesa di uno svelamento dell'altro. Anche dell'Altro supremo e misterioso, cioè di Dio.

Stiamo ancora in quell'orizzonte cupo che fu il nazismo per un'altra testimonianza che si muove nella stessa direzione con la medesima intensità: «Dentro di me c'è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c'è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente è coperta di pietra e di sabbia: in quel momento Dio è sepolto, bisogna allora dissotterrarlo di nuovo». Era il 30 novembre 1943 e ad Auschwitz, in una camera a gas, veniva dissolta la vita terrena di soli 29 anni di una geniale giovane donna olandese, Etty Hillesum. Pochi mesi prima, nel suo Diario, aveva scritto le righe che abbiamo citato e che possono essere liberamente assunte come una rappresentazione simbolica della meditazione. Essa è come un liberare l'anima dal terriccio delle cose, dal fango del peccato, dalla sabbia della banalità, dalle erbacce delle chiacchiere. Tante sono le strade possibili per dissotterrare la voce di Dio che forse è diventata flebile in noi.

È paradossale, ma si potrebbero tenere lunghe conferenze e persino corsi sul silenzio, scrivere saggi, moltiplicare citazioni, a partire dall'enigmatica asseverazione dell'Amleto shakespeariano: The rest is silent. Non per nulla, nella fede come nell'amore, i silenzi sono più eloquenti delle parole. Da un lato, infatti, il «mistero» divino è un vocabolo che ha la sua matrice greca nel myein, cioè «tacere»; non per caso il nome di Jhwh, il Dio biblico, è solo consonantico e, quindi, impronunciabile, e la fede ha come suo approdo ultimo la contemplazione ineffabile. È ciò che confessa Giobbe al termine del suo travagliato itinerario teologico: «lo ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti vedono» (42,5). Anche per il profeta Elia l'apice della teofania non è il fracasso del terremoto o il rombo del fulmine, bensì, in ebraico, una qôl demamah daqqah, ossia lo straordinario ossimoro di «una voce di silenzio sottile» (1Re 19,12).

D'altro lato, come già si diceva, anche nell'amore umano – se è veramente tale e non sfregamento di corpi – esaurito l'arsenale delle parole e la reiterazione del «ti amo», i due innamorati si guardano negli occhi e tacciono, e quella visione dice molto più delle esplicitazioni verbali. In questa linea vorremmo evocare un piccolo libro di un coltissimo frate cappuccino e critico letterario ticinese, Giovanni Pozzi, vissuto a Lugano (19232002), intitolato semplicemente Tacet (Adelphi, Milano 2001). Per lui solitudine e silenzio possono divenire il grembo generativo dell'essere veramente persona.

Noi, infatti, siamo solitari ma non soli, unici ma anche duali, siamo individui che hanno però accanto l'altro, pronti a comunicare ma la cui esistenza è solo del singolo che la vive. Come si intuisce, le esperienze umane si aggrovigliano: la solitudine può decadere in isolamento fino al dramma dell'autismo o alla degenerazione del narcisismo; la parola e la comunicazione possono assurgere fino allo zenit divino, ove è in attesa il silenzio mistico, ma anche precipitare nel nadir della chiacchiera, del rumoreggiare dispersivo esteriore. Giovanni Pozzi, intarsiando nelle sue pagine un arcobaleno di testimonianze letterarie, spesso ignote ai più eppure necessarie, propone un pellegrinaggio le cui tappe si aprono su paesaggi sorprendenti. Sono appunto le vie diverse, a cui sopra accennavamo, per incontrare il mistero che è in noi e fuori di noi.

Così, oltre alla scalata fino al «silenzio di Dio», si va alla ricerca della parola vestita di silenzio (si pensi solo agli spazi bianchi dei testi poetici); si entra nel notturno sensoriale dell'ascolto che è, invece, illuminazione folgorante della mente e del cuore (si pensi alla lettura o all'ascolto musicale); si procede verso il «silenzio di memoria» in cui il seme della parola, deposta in quel terreno fertile che è appunto il ricordo, si leva in stelo e grano di affetti perduti ma ancora vivi. Si giunge, infine, a una serie di soste omogenee che stanno in vetta a questo itinerario lungo le strade del pianeta del silenzio: l'orazione, la contemplazione, l'ascesa mistica e la «discesa annichilativa», estremo ed emozionante affondo nel buio e nel nulla del silenzio, le «stanze della solitudine e del silenzio» che sono la cella e il libro, che è colmo di parole ma tace.

Sempre in questa linea proponiamo, tra i tanti, un altro libretto esplicito già nel titolo, L'arte di tacere (Elliot, Roma 2013). Anche qui è di scena un religioso, l'abate settecentesco Dinouart, prete di Amiens, morto alle soglie della Rivoluzione francese. Egli aveva lasciato il ministero pastorale per diventare precettore del figlio di un conte e, così, dedicarsi allo studio. Il suo trattatello, pubblicato nel 1771 e continuamente riedito, non è solo una guida al tacere, i cui principi costitutivi si aprono proprio col già citato precetto pitagorico secondo il quale «si deve smettere di tacere solo quando si abbia qualcosa da dire che valga più del silenzio». La sua è anche una pedagogia a distinguere il tacere, che è un non dire e non sapere nulla, da un silenzio che è, invece, un condensato del sapere autentico. Un sapere che può essere poi centellinato nel dire e nello scrivere.

Ed è così che la seconda parte della sua trattazione è dedicata all'«arte dello scrivere poco», una gustosa staffilata elegantemente lasciata cadere sulle malattie della scrittura: «Si scrive male, talvolta si scrive troppo, e a volte non si scrive a sufficienza... Il silenzio sarebbe indispensabile a molti autori, sia perché scrivono male, sia perché scrivono troppo». L'abate prosegue sereno ma implacabile contro questi vizi con un dettato lieve ma pungente, documentato e analitico ma non pedante, giungendo in finale alla proposta di dodici principi che un po' ricalcano quelli sul parlare. Infatti, il primo suona così: «Non si deve mai smettere di trattenere la penna, se non si ha qualcosa da scrivere che sia preferibile al silenzio». Se anche solo questo principio fosse stato messo in pratica più spesso, si sarebbero salvate intere foreste, impedito a molti di sprecare tempo e risparmiato nei bilanci, perché la carta costa! Anche questa via è un percorso verso la celebrazione della parola necessaria e, quindi, del silenzio.

A questo punto, dopo questo ampio e libero excursus sul silenzio, fonte di meditazione, concludiamo con altre importanti testimonianze finali, lasciando quindi la voce a persone "sapienti". Nel suo Zibaldone, alla data 5 settembre 1823, Giacomo Leopardi annotava una curiosa etimologia (non so fino a che punto fondata) secondo la quale «meditare» deriverebbe dal latino medeor, che significa «curare, medicare», per cui – concludeva – «il meditare una cosa è una continuazione del semplice averne o pigliarne cura». Una sana, pacata, quieta riflessione diventa, allora, una vera e propria cura o medicina dell'anima. È un po' anche ciò che proponeva quel grande pensatore e moralista francese che fu Montaigne (1533-92). Nei suoi Saggi scriveva: «Meditare è un'occupazione potente e piena: io preferisco formare la mia anima piuttosto che arredarla». La meditazione non è, infatti, un imbottire lo spirito e l'anima di nozioni, curiosità o banalità, come spesso ci accade vivendo esposti alla vita sociale («arredare» l'anima, come dice Montaigne), ma è un plasmarla, un formarla e, se ci sono ferite, un medicarla e curarla.

Meditare per qualche minuto ogni giorno non è tempo perso; anzi, è una sorta di fermento che feconda il nostro pensare e agire, impedendo che si disperdano in vanità e fumo. È una medicazione necessaria soprattutto quando la superficialità ha aperto tante ferite e feritoie nella nostra coscienza, lasciando che da esse fuoriescano e si disperdano nel vuoto l'interiorità, la sensibilità morale, l'anelito per la verità. Vi ricordate quando a scuola s'imparavano quei versi di Petrarca: «Solo e pensoso i più deserti campi / vo mesurando a passi tardi e lenti»? Ecco, nell'agitarsi frenetico della società contemporanea, rallentiamo, appartiamoci e pensiamo, anzi, meditiamo. Tra l'altro, un curioso proverbio giapponese afferma che «l'uomo in silenzio è più bello da ascoltare».


10 settembre 2017

XXIII domenica del tempo Ordinario

di ENZO BIANCHI

 

Mt  18,15-20

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:« 15 Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 16 se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. 17 Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. 18 In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. 19 In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. 20 Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

 

Nel capitolo 18 del vangelo secondo Matteo leggiamo diversi insegnamenti di Gesù riguardanti la vita della sua comunità, la comunità cristiana. L’evangelista li raccoglie e li raduna qui per consegnare ai cristiani degli orientamenti in un’ora già segnata dalla fatica della vita ecclesiale tra fratelli e sorelle in conflitto, da rivalità e patologie di rapporti tra autorità e credenti. Il messaggio centrale di questa pagina indica la misericordia come decisiva, assolutamente necessaria nei rapporti tra fratelli e sorelle.

 

I pochi versetti proclamati in questa domenica vogliono indicare la necessità della riconciliazione sia nel vivere quotidiano sia nella preghiera rivolta al Signore vivente. Ecco allora la prima parola di Gesù: “Se tuo fratello pecca (contro di te), va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato tuo fratello”. In verità questa sentenza di Gesù è attestata nei manoscritti in due forme: quella breve, che parla di un fratello che pecca (cioè che compie un peccato contro le esigenze cristiane), e quella lunga, che specifica “contro di te”, ipotizzando un’offesa personale. Nel primo caso la direttiva sarebbe ecclesiale, e dunque si tratterebbe di un preciso comportamento da viversi come chiesa; nel secondo caso Gesù si riferirebbe alla riconciliazione fraterna in caso di dissidio o offesa. La traduzione italiana ufficiale opta per questa seconda lettura, ma sia l’una sia l’altra versione sono accentuazioni diverse di un’unica verità, perché il peccato intravisto è comunque un peccato grave che impedisce la comunione fraterna.

 

Gesù chiede la correzione e la riconciliazione tra quanti sono in conflitto, tra l’offeso e l’offensore, ma le richiede anche a livello comunitario, quando un membro della comunità mediante il suo peccato contamina tutto il corpo, diventa soggetto di scandalo, di ostacolo alla vita cristiana, che è e deve essere sempre comunione tra diversità riconciliate e dunque sinfoniche. La comunione esige un serio impegno, anche una fatica, ed è questione di essere responsabili e custodi anche dell’altro. Si faccia attenzione a non leggere in queste parole di Gesù una procedura giuridica cristiana, da osservare come una legge! Certo, Gesù si ispira a quanto si legge nel Levitico: “Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un suo peccato” (Lv 19,17; cf. anche Sir 19,13-17). Ma non dà una nuova legge capace di risolvere i conflitti e di eliminare i peccati, bensì chiede che in mezzo alle tensioni, ai conflitti, alle contese e alle offese che inevitabilmente avvengono in ogni comunità permanga il desiderio di comunione, la volontà di edificazione comune, la responsabilità intelligente di ciascuno verso tutti. Quando avviene il peccato grave e manifesto, nella comunità cristiana occorre operare con creatività, sapienza, pazienza e, soprattutto, misericordia.

 

Che cosa dunque deve fare il cristiano maturo? Ammonire il peccatore, certo, ma con molta carità. Lo ammonisca nell’ora opportuna, lo ammonisca con umiltà e chiarezza, lo ammonisca coprendo la sua vergogna, non svelandola agli altri, dunque da solo a solo. Chi compie la correzione, deve avere il cuore di Gesù che perdona, non disprezza e non si nutre di pregiudizi. Deve farlo con lo spirito del buon pastore che, nella parabola raccontata subito prima da Gesù, va a cercare la pecora che si è perduta (cf. Mt 18,12-14). Deve farlo non perché la legge è stata infranta, ma perché chi ha peccato ha fatto del male a se stesso, ha scelto la via della morte e non quella della vita. In ogni caso, chi corregge non può pensare di dover sradicare la zizzania e salvare il buon grano (cf. Mt 13,24-30)! Va dunque tentato tutto il possibile affinché chi si è smarrito ritrovi la strada della vita e chi ha offeso il fratello ritrovi la via della riconciliazione. Gesù richiede semplicemente questo, eppure constatiamo quanto sia difficile nelle comunità cristiane questo semplice passo verso la comunione. Sembra che l’arte di ammonire e correggere l’altro, arte certo delicata e difficile, non sia possibile e lasci invece posto all’indifferenza da parte di chi è troppo preoccupato di se stesso e della propria salvezza per pensare agli altri.

 

Ma nel vangelo si testimonia anche la possibilità che la correzione fraterna abbia un esito negativo: il fratello che ha peccato può non voler essere corretto né tanto meno cambiare atteggiamento, convertendosi dalla strada intrapresa in contraddizione con il Vangelo. Che fare in questo caso? Accettando senza rancore il rifiuto opposto dal fratello, occorrerà cercare una via ulteriore rispetto a quella percorsa, magari ricorrendo all’aiuto di altri fratelli e sorelle della comunità: “Se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ‘ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni’ (Dt 19,15)”. Anche in questa opzione non si legga un procedimento giuridico rigido da parte di Gesù! Si colga invece lo spirito di tali ingiunzioni, che vogliono salvare il fratello o la sorella, non rendere pura la comunità, percorrendo vie di esclusione. Chiedere l’aiuto di altri fratelli significa cercare il terzo che aiuti la riconciliazione quando non c’è possibilità di accordo nel faccia a faccia, significa cercare la parola autorevole di altri, che aiuti a discernere meglio quale sia la strada della conversione.

 

Se poi anche questa via risulta insufficiente, allora – dice Gesù – si può chiedere all’assemblea, alla chiesa (ekklesía) di intervenire perché il conflitto sia risolto e il richiamo alla conversione sia espresso con la massima autorevolezza. Ma anche quest’ultimo tentativo può non avere successo, e allora? Non si dimentichi che comunque l’assemblea non è un tribunale di ultima istanza, ma un’occasione per ascoltare la voce dei fratelli e delle sorelle nel corpo di Cristo, la chiesa: “Se non ascolterà neanche la comunità, la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano (ho ethnikòs kaì ho telónes)”. Questo atteggiamento, assunto da chi è stato offeso o ha visto il peccato, ha corretto e non è stato ascoltato, non è la scomunica, parola usata con accezioni o interpretazioni fantasiose. No! Gesù dice che, se vengono esauriti tutti i tentativi di correzione fraterna e di riconciliazione, allora occorre prendere le distanze per conservare la pace e non incattivire il fratello, occorre considerarlo come se fosse un appartenente alle genti (un pagano) o un pubblicano. Cioè uno che Gesù amava ed era disponibile a incontrare (cf. Mt 9,11; 11,19), un malato che abbisogna di essere guarito, un peccatore che necessita di perdono.

 

A questo punto il cristiano assume su di sé due responsabilità, quella di perdonare il peccato oppure di non perdonarlo: “Tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo”. Il potere del legare e dello sciogliere, conferito da Gesù a Pietro (cf. Mt 16,19), è dato anche a ogni cristiano affinché eserciti il ministero della riconciliazione, sempre e con autorevolezza. Questo potere è dato ai discepoli come l’ha avuto Gesù stesso, “non per giudicare ma per salvare il mondo” (cf. Gv 3,17). Nella sua Regola san Benedetto legifera su queste patologie vissute talvolta dalla comunità e sa che, esaurita ogni possibilità di correzione di un fratello che continua a dimorare nel peccato grave, non resta che pregare, rimettendo l’altro alla misericordia del Signore e alla potenza della grazia, l’amore che non va mai meritato (cf. RBen 23-28). Anche la scomunica monastica prevista da Benedetto per il fratello peccatore che non si pente è solo medicina: esclusione dalla tavola e dalla preghiera comune, ma mai esclusione totale del fratello.

 

Il “salvataggio” di un fratello, di una sorella, è opera delicata, faticosa, che richiede pazienza e deve essere ispirata solo dalla misericordia. Perché tutti siamo deboli, tutti cadiamo e abbiamo bisogno di essere aiutati e perdonati: nella comunità cristiana non ci sono puri che aiutano gli impuri o sani che curano i malati! Prima o poi conosciamo il peccato e abbiamo bisogno di un aiuto intelligente e veramente misericordioso, l’aiuto che verrebbe da Dio. Occorre infatti salvarsi insieme, come scrive ancora Benedetto nella Regola: “Cristo ci conduca tutti insieme alla vita eterna (nos pariter ad vitam aeternam perducat)” (RBen 72,12). Nessuno si salva da solo: che salvezza sarebbe quella che riguarda solo me stesso, senza gli altri? Che regno di Dio sarebbe quello in cui si entra da soli, mentre gli altri restano fuori? Che solitudine, che tristezza…

 

 

Proprio per questo Gesù chiede ai i suoi discepoli che, quando pregano, siano in comunione. Non basta pregare gli uni accanto agli altri, giustapposti, non basta pregare con le stesse formule o compiere gli stessi gesti. Affinché la preghiera sia autentica e la liturgia gradita di Dio, occorre soprattutto accordarsi (verbo sýn-phonéo) nella carità, essere comunione. Allora la preghiera viene esaudita, perché dove c’è sinfonia dei cuori, là c’è lo Spirito santo, il dono dei doni, sempre concesso a chi lo invoca (cf. Lc 11,13). E bastano pochi, due o tre che pregano nella fede di Cristo Signore, perché Cristo stesso sia presente. Dicevano i rabbini: “Quando due o tre sono insieme e tra loro risuonano le parole della Torah, allora la Shekinah, la Presenza di Dio, è in mezzo a loro” (Pirqé Abot 3,3). Analogamente, Gesù dice che, quando anche solo due o tre fratelli o sorelle si riuniscono nel suo Nome, nella carità reciproca, allora egli è presente. Sì, Gesù è presente là dove si vive l’amore, la carità tra i fratelli, tra le sorelle.


Artigiani della carità

 

Domenica XXIII del tempo ordinario A

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

 

 

 

18,19-20 Preghiera comunitaria [1]

 

La preghiera tende a essere “preghiera del popolo”. Nella preghiera si crea un legame tra tutti coloro che fanno parte del corpo di Cristo, il particolare viene inglobato nell’universale che ci libera così dall’individualismo. Siamo persone: io, totalmente responsabile delle mie azioni, sono inserito in una realtà di popolo. Quando la nostra carne avverte la responsabilità di ogni gesto e l’appartenenza a un popolo, prega in comunione, nonostante al momento si trovi da solo. La preghiera comunitaria è particolarmente efficace (Mt 18,19). Gesù non si stanca di ripeterlo. E la preghiera della carne esiliata, in cammino verso la terra promessa, con­sapevole di appartenere a qualcosa che oltrepassa i limiti della propria fisicità: al popolo di Dio.

I discepoli giunsero alla comprensione di ciò, e per questo erano “perseveranti e concordi nella preghiera” (At 1,14), e nei momenti più difficili per la Chiesa primitiva la preghiera costituiva la principale protagonista del cammino verso Dio: si prega per sostituire Giuda (At 1,24-26), per l’elezione dei sette (At 6, 6); quando i dodici decidono di dedicarsi alla preghiera e al servizio della parola (At 6,4); la comunità prega per la liberazione di Pietro e Giovanni (At 4,24-30); Pietro e Giovanni pregano per coloro che sono stati battezzati da Filippo nella Samaria (At 8,15). In diverse circostanze vediamo pregare Pietro, capo della Chiesa (At 9, 40; 10, 9) e Paolo (At 9,11; 13,3; 14,23; 20,36; 21,5).

 

 

18,15 Riconoscere e aiutare crescere (EG 172)

 

Chi accompagna sa riconoscere che la situazione di ogni soggetto, davanti a Dio e alla sua vita di grazia, è un mistero che nessuno può conoscere pienamente dall’esterno. Il Vangelo ci propone di correggere e aiutare a crescere una persona a partire dal riconoscimento della malva­gità oggettiva delle sue azioni (cf. Mt 18,15), ma senza emettere giudizi sulla sua responsabilità e colpevolezza (cf. Mt 7,1; Lc 6,37). In ogni caso un valido accompagnatore non accondiscende ai fatalismi o alla pusillanimità. Invita sempre a volersi curare, a rialzarsi, ad abbracciare la croce, a lasciare tutto, ad uscire sempre di nuovo per annunciare il Vangelo. La personale esperienza di lasciarci accompagnare e curare, riuscendo ad esprimere con piena sincerità la nostra vita da­vanti a chi ci accompagna, ci insegna ad essere pazienti e comprensivi con gli altri e ci mette in grado di trovare i modi per risvegliarne in loro la fiducia, l’apertura e la disposizione a crescere.

 

18,15-18 Correzione fraterna [2]

 

Artigiani della carità

Le parole sull’amore che abbiamo ascoltato (Mt 18,15-18) non sono retoriche, il Signore lo aveva già sottolineato nella parabola del buon samaritano e in quella del giudizio finale... essere giudicati dall’amore. Questo passo del Vangelo colpisce perché indica quanto sia laborioso l’amore, quanto sia laborioso instaurarlo: “Se tuo fratello pecca contro di te...», cioè se fa qualcosa contro di te, se ti danneggia... vai e correggilo in privato, se ti ascolta te lo sei guadagnato. Se non ti ascolta, cerca una o due persone, affinché la questione si decida per la dichiarazione di due o tre testimoni, con l’aiuto di questi fratelli. Altrimenti, cerca la comunità. Se ancora non vuole ascoltarti, consideralo come un pagano. Allontanati. L’atteggiamento abituale nella nostra convivenza sociale, almeno qui - basta accendere la radio o vedere la televisione -, è anzitutto condannare, dopo il parlare. Prima insultare, poi vediamo. È il detto che conosciamo: “Chi colpisce per primo, colpisce due volte”. Ma questa non è la logica dell’amore.

 

C’è bisogno di una laboriosità artigianale

Instaurare l’amore è un lavoro da artigiani, da persone pazienti che spendono tutto quello che hanno per persuadere, ascoltare, avvicinare. E questo la­voro artigianale ha i suoi pacifici e magici creatori d’amore. E il compito del mediatore, il significato di “mediatore” lo confondiamo a volte con il termine “intermediario”. Ma non è la stessa cosa. Il mediatore è colui che, per unire le parti, paga con il suo stipendio, con quello che ha. È lui a spendersi. L’intermediario è quel commerciante che fa sconti ad am­bedue le parti per ottenere il suo merita­to guadagno. L’amore ci colloca nel ruolo del mediatore, non in quello dell’intermediario. Il mediatore perde sempre, perché la logica della carità è giungere a perdere tutto affinché vincano l’unità e l’amore. Ancora di più, la legge del cristiano è la stessa del mediatore. Per un cristiano, progredire non è scalare posti, avere buona reputazione, essere considerato. Per un cristiano progredire è “ab­bassarsi”, mentre svolge il suo compito di mediatore. Abbassarsi... come fu la condizione di abbassamento e annientamento (cioè il farsi niente) vissuta da Gesù. E qui veramente cambia tutto.

 

18,17 Integrare tutti nella comunità ecclesiale (AL 297)

 

Si tratta di integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia “immeritata, incondizionata e gratuita”. Nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vange­lo! Non mi riferisco solo ai divorziati che vivono una nuova unione, ma a tutti, in qualunque situa­zione si trovino. Ovviamente, se qualcuno osten­ta un peccato oggettivo come se facesse parte dell’ideale cristiano, o vuole imporre qualcosa di diverso da quello che insegna la Chiesa, non può pretendere di fare catechesi o di predicare, e in questo senso c’è qualcosa che lo separa dalla co­munità (cf. Mt 18,17). Ha bisogno di ascoltare nuovamente l’annuncio del Vangelo e l’invito alla conversione. Ma perfino per questa persona può esserci qualche maniera di partecipare alla vita della comunità: in impegni sociali, in riunioni di preghiera, o secondo quello che la sua personale iniziativa, insieme al discernimento del Pastore, può suggerire. Riguardo al modo di trattare le diverse situazioni dette “irregolari”, i Padri sino­dali hanno raggiunto un consenso generale, che sostengo: “In ordine ad un approccio pastorale verso le persone che hanno contratto matrimo­nio civile, che sono divorziati e risposati, o che semplicemente convivono, compete alla Chiesa rivelare loro la divina pedagogia della grazia nella loro vita e aiutarle a raggiungere la pienezza del piano di Dio in loro”, sempre possibile con la forza dello Spirito Santo.

 

18,20 Spendersi per l’unità e per l’amore [3]

 

Incoraggiamoci gli uni gli altri a diventare discepoli sempre più fedeli di Gesù, sempre più liberi dai rispettivi pregiudizi del passato e sempre più desiderosi di pregare per e con gli altri. Un bel segno di questa volontà è il “gemellaggio” realizzato tra la vostra parrocchia di All Saints e quella cattolica di Ognissanti. I Santi di ogni confessione cristiana, pienamente uniti nella Gerusalemme di lassù, ci aprano la via per percorrere quaggiù tutte le possibili vie di un cammino cristiano fraterno e comune. Dove ci si riunisce nel nome di Gesù, Egli è lì (cfr Mt 18,20), e rivolgendo il suo sguardo di misericordia chiama a spendersi per l’unità e per l’amore.

 

 

NOTE

 

[1] La carne del viaggio del ritorno, in J. M. Bergoglio – Papa Francesco, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 214-218; Francesco, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori - LEV, 2014, 21-25.

[2] J. M. Bergoglio, Artigiani della carità, Omelia pronunciata in occasione del 40° anniversario della fondazione della Comunità di Sant’Egidio, Cattedrale metropolitana di Buenos Aires, 6 settembre 2008.

 

[3] Omelia nell’incontro con la comunità anglicana nella chiesa “All Saints” in via del Babuino, 26 febbraio 2017.

Chi non ama non deve

 

correggere il fratello

 

La domenica della correzione fraterna

 

XXIII Domenica Tempo Ordinario A

 

A cura di Franco Galeone *

 

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1. Nel Vangelo di due settimane fa abbiamo ascoltato come Gesù fonda la Chiesa e l’affida a Pietro. Nel Vangelo di questa settimana, Gesù ci fa vedere la sua Chiesa in azione. Ma nulla di trionfale! Certo, la Chiesa diventerà un grande albero, ma l’inizio è un seme, un lievito, un granello di senapa. L’insegnamento di Gesù è un invito alla moderazione nell’uso di certe regole di disciplina comunitaria. La condanna ufficiale del fratello è possibile solo quando egli persevera nel male, e rifiuta ogni correzione (v.17). Noi siamo corrivi a chiamare gli altri peccatori; Gesù ci dice invece fratello che commette una colpa; c’è differenza tra chi pecca qualche volta, e chi è davvero peccatore.

2. Il problema posto in questo vangelo è quello del perdono dei peccati. Se capita che uno ti offende, cosa fare? Gesù non ricorre a nessun rituale e a nessun personaggio in sacris con poteri speciali per perdonare in nome di Dio. Gesù è molto chiaro: se uno offende o danneggia un altro, c’è una sola soluzione: che si riconcilino tra di loro, cioè che si perdonino reciprocamente.

 

L’intervento dell’autorità ecclesiastica (prima il vescovo e, a partire dal secolo VIII, anche i presbiteri) si verificò relativamente presto, già nel secolo III. Ma storicamente si sa che sempre si è ammesso il perdono concesso tramite la benedizione di un laico, un’abitudine che sopravvisse con sicurezza fino al secolo XVI. Ignazio di Loyola nella sua Autobiografia racconta che in una situazione di difficoltà si confessò con un soldato. In ogni caso la confessione auricolare dettagliata dei peccati ad un prete non è documentata dogmaticamente. È stata una decisione disciplinare del concilio di Trento.

3. Lo stile del Vangelo colpisce subito per il suo realismo. L’episodio raccontato ha per protagonista un fratello che commette un peccato. Gesù dice di non mettere subito di mezzo la Chiesa ufficiale, di non far intervenire subito i sacri tribunali dell’Inquisizione. Che un altro fratello corregga il peccatore, e il peccato resti segreto! Ma se il peccatore non dà retta? Allora lo si corregga alla presenza di qualche altra persona. Se si ostina ancora, venga rimproverato davanti all’assemblea; se neanche questo rimprovero è efficace, allora lo si escluda dalla comunità, sia scomunicato. Per sempre? No, se si pente, va perdonato e riammesso, anche settanta volte sette. Gesù non vuole una Chiesa di eremiti, di solitari, di perfetti! La religione di Cristo è sociale, oltre che interiore! Notiamo infine il tono serio e sereno di questa Chiesa, che è madre e maestra insieme. Niente di legalitario, di curiale, di burocratico. Meno ancora l’ombra del boia, i bagliori del rogo, le torture dell’inquisizione. Se questi errori sono stati commessi, non è stato certo Gesù a consigliarli.

4. L’esclusione dalla comunità: ecco la massima pena! Ma sempre nella pedagogia della conversione e non della repressione! Quello che conta non è dimostrare il vero o il falso, ma recuperare il fratello. Per questo occorre molta discrezione. Invece noi, adottiamo una procedura diversa: se un fratello pecca, ne parliamo subito con tutti, addirittura amplificando i fatti. E quel fratello sovente è l’ultimo a sapere quanto si racconta alle sue spalle. Lo faceva già notare Pascal con una certa ironia: Un principe potrà essere la favola di tutta l’Europa, e sarà l’unico a non saperne nulla. Nessuno parla di noi in nostra presenza come ne parla in nostra assenza. L’unione tra gli uomini è fondata su questo reciproco inganno, e poche amicizie durerebbero se ognuno sapesse quello che dice di lui l’amico in sua assenza. Sono più che certo che se tutti gli uomini sapessero quello che dicono gli uni degli altri, nel mondo non ci sarebbero quattro amici. Gesù parla di correzione fraterna, ossia si corregge perché si ama. A chi sostiene i diritti della verità va ricordato che la verità è un nome astratto, e che con il pretesto della verità abbiamo commesso tanti delitti contro l’uomo. Esistono solo i diritti dell’uomo, perché solo l’uomo è soggetto di diritti e doveri. Il peccato va sempre condannato, ma il peccatore merita sempre rispetto. A chi si difende con: Io dico sempre la verità, gli va aggiunto: E sei un maleducato! A chi dice: Io sono fatto così, gli va aggiunto: E sei fatto male! perché la verità non sempre va detta, e in ogni caso la verità va detta con carità. Non c’è da essere felici quando un nostro fratello ci lascia; non c’è da tenere il muso quando un nostro fratello ritorna nella comunità convertito. Siamo tutti felici dentro quando nessuno è infelice fuori. Ed ora qualche sottolineatura:

* Se tuo fratello - quindi si tratta di un componente della comunità - commetterà una colpa contro di te, va’ e … - non ammoniscilo, come riporta questa traduzione, ma convincilo (ελεγξον αυτον). Non è la posizione di un superiore verso un inferiore per ammonirlo, ma è la posizione del fratello che cerca di ricomporre l’unità. Sempre ricordando quanto Gesù già ha ammonito, cioè che prima di guardare la pagliuzza nell’occhio del fratello, occorre stare attenti che uno non abbia la trave conficcata nel suo (trave che deforma la sua realtà).

* Tra te e lui solo, quindi al dissidio non deve essere data pubblicità, si deve risolvere il problema. Ed è la persona offesa che deve andare verso l’offensore, perché chi sbaglia, chi offende spesso non ha il coraggio, non ha la forza di chiedere scusa, di chiedere perdono. Allora deve essere la parte lesa, la persona offesa, che va verso l’offensore e ricomporre il dissidio.

* E se ti ascolterà avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi con te una o due persone - sono quelli che nella comunità svolgono il ruolo di costruttori di pace - perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni, secondo quanto afferma il libro del Deuteronomio (19,15). Il dato fondamentale è che il perdono reciproco tra gli uomini è anche perdono di Dio. Dove due persone si uniscono, Dio si unisce con loro.

* E se non ascolterà neanche la comunità, sia per te - quindi non per la comunità, ma per te - come il pagano e il pubblicano. Cosa significa? Non significa che quest’individuo, causa del dissidio, vada escluso dall’amore della comunità, e neanche dal tuo amore, ma significa che questo amore sarà a senso unico. Gesù dirà di amare i nemici. Quindi non significa escludere questa persona dal tuo amore, ma amarlo in perdita, a senso unico.

* Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo: il verbo mettersi d’accordo è συμφωνησωσιν, da cui la parola sinfonia. È importante perché indica la vita della comunità: sinfonia significa che diverse voci, diversi strumenti suonano ciascuno dando il meglio di sé. Non ci deve essere una uniformità di voci e di suoni, ma c’è una varietà nell’unico spartito che è quello dell’amore. Quindi è l’amore vissuto nelle varie forme, fiorito nelle varie modalità.

* Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro: ritorna il tema caro all’evangelista, quella di Gesù, il Dio con noi. Mentre nella tradizione ebraica si diceva che dove due o tre si riuniscono per studiare la Torah, la Shekhinàh, cioè la gloria di Dio è in mezzo a loro, Gesù si sostituisce alla Toràh: l’adesione a Dio non avviene più attraverso una legge esterna all’uomo, ma nella conformazione a una persona: Gesù di Nazaret.

Buona vita!

 

 

 

 

* Gruppo Biblico ebraico-cristiano

L'amore

 

André Comte-Sponville

 

 

«Amare è gioire». Aristotele

 

L'amore è l'argomento più interessante. Prima di tutto in se stesso, per la felicità che promette o sembra promettere – perfino per quella, talvolta, che minaccia o fa perdere. Quale argomento, tra amici, più piacevole, più intimo, più forte? Quale discorso, tra amanti, più segreto, più dolce, più conturbante? E cosa c'è di più appassionante, tra sé e sé, della passione?

Si obietterà che ci sono altre passioni oltre a quelle amorose, altri amori oltre a quelli passionali... Questo, che è verissimo, conferma la mia tesi: l'amore è l'argomento più interessante, non solo in se stesso – per la felicità che promette o compromette – ma anche indirettamente: perché ogni interesse lo presuppone. Ti interessi particolarmente allo sport? Significa che ami lo sport. Al cinema? Significa che ami il cinema. Al denaro? Significa che ami il denaro, o ciò che esso ti permette di acquistare. Alla politica? Significa che ami la politica, o il potere, o la giustizia, o la libertà... Al tuo lavoro? Significa che lo ami, o che ami perlomeno ciò che esso ti porta o ti porterà... Alla tua felicità? Significa che ami te stesso, come tutti, e che la felicità non è altro, magari, che l'amore di ciò che si è, di ciò che si ha, di ciò che si fa... Ti interessi di filosofia? Essa porta l'amore nel suo nome (philosophia, in greco, è l'amore della saggezza) e nel suo oggetto (quale altra saggezza se non quella d'amare?). Socrate, da tutti i filosofi onorato, non ha mai aspirato ad altro. Ti interessi, ancora, al fascismo, allo stalinismo, alla morte, alla guerra? Significa che li ami, o che ami, più verosimilmente, più giustamente, ciò che resiste loro: la democrazia, i diritti dell'uomo, la pace, la fraternità, il coraggio... Tanti amori diversi quanti i diversi interessi. Ma nessun interesse senza amore, e questo mi riporta al punto di partenza: l'amore è l'argomento più interessante, e nessun altro ha interesse se non in proporzione all'amore che vi mettiamo o vi troviamo.

Bisogna dunque amare l'amore o non amare niente – bisogna amare l'amore o morire; per questo l'amore, non il suicidio, è il solo problema filosofico davvero serio.

 

Sto pensando, come si è capito, a ciò che scriveva Albert Camus, all'inizio del Mito di Sisifo: «Non c'è che un problema filosofico davvero serio: è il suicidio. Giudicare se la vita vale o non vale la pena di essere vissuta, significa rispondere alla domanda fondamentale della filosofia». Sottoscriverei volentieri la seconda di queste frasi; ed è ciò che mi impedisce nel modo più assoluto di acconsentire alla prima. La vita vale la pena di essere vissuta? Il suicidio sopprime il problema, più che risolverlo; solo l'amore, che non lo sopprime (poiché la domanda si pone di nuovo tutte le mattine e tutte le sere), lo risolve più o meno, fintanto che siamo vivi, e ci mantiene in vita. Che la vita valga o no la pena di essere vissuta, anzi che essa valga o no la pena e il piacere di essere vissuta, dipende per prima cosa dalla quantità d'amore di cui si è capaci. E ciò che aveva capito Spinoza: «Tutta la nostra felicità e tutta la nostra miseria non risiedono che in un solo punto: a quale sorta di oggetto siamo attaccati dall'amore?». La felicità è un amore felice, o molti; l'infelicità, un amore infelice o mancanza del tutto di amore. La psicosi depressiva o melancolica, dirà Freud, si caratterizza in primo luogo per «la perdita della capacità di amare», compresa quella di amare se stessi. Non c'è da stupirsi se essa è così spesso suicida. È l'amore che fa vivere, poiché è esso a rendere la vita amabile. È l'amore che salva; si tratta dunque di salvare l'amore.

 

Ma quale amore? E per quale oggetto?

L'amore, infatti, è indubbiamente molteplice, come innumerevoli sono i suoi oggetti. Si può amare il denaro o il potere, ho detto, ma anche i propri amici, quell'uomo o quella donna di cui si è innamorati, i propri figli, i genitori, perfino uno sconosciuto: colui che è qui, semplicemente, ed è ciò che chiamiamo il prossimo.

Si può anche amare Dio, se ci si crede. E credere in sé, se ci si ama almeno un po'.

L'unicità della parola, per tanti amori diversi, è fonte di confusioni, perfino – perché il desiderio inevitabilmente vi si intromette – di illusioni. Sappiamo di cosa parliamo, quando parliamo d'amore? Non approfittiamo molto spesso dell'equivoco della parola per nascondere o abbellire degli amori equivoci, intendo dire egoistici o narcisistici, per raccontarci delle storie, per fingere di amare qualcosa di diverso da noi stessi, per mascherare – più che per correggere – i nostri errori o i nostri malvezzi? L'amore piace a tutti. Questo, che è fin troppo comprensibile, dovrebbe indurci alla vigilanza. L'amore della verità deve accompagnare l'amore dell'amore, illuminarlo, guidarlo, a rischio di smorzarne, forse, l'entusiasmo. Che si debba amare se stessi, per esempio, è evidente: come potrebbe venirci chiesto, sennò, di amare il nostro prossimo come noi stessi? Ma che si ami spesso solo se stessi, o per se stessi, è un dato di fatto ed è un pericolo. Perché ci verrebbe chiesto, altrimenti, di amare anche il nostro prossimo?

Sarebbero necessarie parole diverse per amori diversi. Non mancano certo le parole: amicizia, tenerezza, passione, affetto, attaccamento, inclinazione, simpatia, tendenza, diletto, adorazione, carità, concupiscenza... Non si ha che l'imbarazzo della scelta e questo, in effetti, è molto imbarazzante. I Greci, forse più lucidi di noi, o più sintetici, si servivano principalmente di tre parole, per designare tre amori differenti. Sono i tre nomi greci dell'amore, e i più illuminanti, che io sappia, in tutte le lingue: eros, philía, agape. Ne ho parlato a lungo nel mio Piccolo trattato delle grandi virtù. Qui posso solo indicare brevemente qualche traccia.

Che cos'è l'eros? È la mancanza ed è la passione amorosa. È l'amore secondo Platone: «Ciò che non si ha, ciò che non si è, ciò di cui si è privi, ecco gli oggetti del desiderio e dell'amore». È l'amore che prende, che vuole possedere e tenere. Ti amo: ti voglio. E il più facile. È il più violento. Come non amare ciò che manca? Come amare ciò che non manca? È il segreto della passione (che non dura se non nella mancanza, nell'infelicità, nella frustrazione); è il segreto della religione (Dio è ciò che manca in senso assoluto). Come potrebbe un tale amore esser felice senza la fede? È necessario che esso ami ciò che non ha e quindi soffra, o che abbia ciò che non ama più (poiché non ama che ciò di cui è privo) e quindi si annoi... Sofferenza della passione, tristezza delle coppie: non c'è amore (eros) felice.

Ma come si può essere felici senza amore? E come, amando, non esserlo mai? Il fatto è che Platone non ha ragione su tutto, né sempre. Il fatto è che la mancanza non è l'essenziale dell'amore: ci capita anche, talvolta, di amare ciò che non ci manca – di amare ciò che abbiamo, ciò che facciamo, ciò che è – e di gioirne gioiosamente, sì, di gioirne e di rallegrarcene! Questo è ciò che i Greci chiamano philía, diciamo che è l'amore secondo Aristotele («Amare è gioire») e il segreto della felicità. Noi amiamo allora ciò che non ci manca, ciò di cui gioiamo, e questo ci rallegra, anzi il nostro amore è questa gioia stessa. Piacere del coito e dell'azione (l'amore che si fa), felicità delle coppie e degli amici (l'amore che si condivide): non c'è amore (philía) infelice.

L'amicizia? È così che si traduce abitualmente philía, riducendone alquanto il campo o la portata. Perché questa amicizia non è esclusiva né del desiderio (che allora non è più mancanza ma potenza), né della passione (eros e philía possono mescolarsi e si mescolano spesso), né della famiglia (Aristotele designa con philía tanto l'amore tra genitori e figli quanto l'amore tra coniugi: un po' come Montaigne, più tardi, parlerà dell'amicizia maritale), né dell'intimità, così conturbante e preziosa, degli amanti... Non è più, o non è più soltanto, ciò che san Tommaso chiamava l'amore di concupiscenza (amare l'altro per il proprio bene); è l'amore di benevolenza (amare l'altro per il suo bene) e il segreto delle coppie felici. Perché si sospetta che questa benevolenza non escluda la concupiscenza: tra amanti, al contrario, essa se ne nutre e la illumina. Come non rallegrarsi del piacere che si dà o che si riceve? Come non voler bene a colui o colei che ci vuole bene?

Questa benevolenza gioiosa, questa gioia benevola, che i Greci chiamavano philía, è, dicevo, l'amore secondo Aristotele: amare è gioire e volere il bene di colui che si ama. Ma è anche l'amore secondo Spinoza: «una gioia – si legge nell'Etica – che accompagna l'idea di una causa esterna». Amare è gioire di. Per questo non c'è altra gioia che d'amare; per questo non c'è altro amore, per principio, oltre quello gioioso. La mancanza? Non è l'essenza dell'amore; è un suo accidente, quando il reale ci manca, quando il lutto ci ferisce o ci strazia. Ma non ci ferirebbe se non fosse già lì la felicità, quand'anche in sogno. Il desiderio non è mancanza; l'amore non è mancanza: il desiderio è potenza (potenza di gioire, godimento in potenza), l'amore è gioia. Tutti gli amanti lo sanno, quando sono felici, e tutti gli amici. Ti amo: sono felice che tu esista.

Agape? Ancora una parola greca, ma molto tarda. Di una tale parola, né Platone, né Aristotele, né Epicuro poterono mai fare uso. A loro bastavano eros e philía: non conoscevano che la passione o l'amicizia, la sofferenza della mancanza o la gioia della condivisione. Ma si dà il caso che un piccolo ebreo, molto dopo la morte di quei tre, si sia messo a un tratto, in una lontana colonia romana, in un improbabile dialetto semitico, a dire delle cose sorprendenti: «Dio è amore... Amate il vostro prossimo... Amate i vostri nemici...». Queste frasi, senz'altro insolite in tutte le lingue, sembravano quasi intraducibili in greco. Di quale amore poteva trattarsi? Eros? Philía? Questo ci condannerebbe all'assurdo. Come potrebbe Dio mancare di qualsiasi cosa? Essere amico di chicchessia? «C'è qualcosa di ridicolo – diceva già Aristotele – nel dirsi amici di Dio». Di fatto, non si vede come la nostra esistenza, così misera, così insignificante, potrebbe accrescere l'eterna e perfetta gioia divina... E chi potrebbe ragionevolmente chiederci di innamorarci del nostro prossimo (vale a dire di tutti e di chiunque!) o di essere amici, per assurdo, dei nostri nemici? Tuttavia era necessario tradurre questo insegnamento in greco, come lo si farebbe oggi in inglese, affinché fosse compreso dalla gente... I primi discepoli di Gesù, perché è ovviamente di lui che si tratta, dovettero per questo inventare o divulgare un neologismo, coniato a partire da un verbo (agapao: amare) che non aveva un sostantivo usuale: ciò portò ad agape, che i Latini avrebbero tradotto con caritas, e noi, più spesso, con carità... Di che cosa si tratta? Dell'amore del prossimo, per quanto ne siamo capaci: dell'amore per colui che non ci manca né ci fa del bene (di cui non siamo né innamorati né amici), ma che è lì, semplicemente lì, e che bisogna amare senza alcun profitto, per niente, anzi per lui, chiunque sia, indipendentemente da quanto valga, da ciò che faccia, anche se fosse nostro nemico... È l'amore secondo Gesù Cristo, è l'amore secondo Simone Weil o Jankélévitch, e il segreto, se essa è possibile, della santità. Non si confonderà questa gentile e amorosa carità con l'elemosina o la condiscendenza: si tratterebbe piuttosto di una amicizia universale, perché liberata dall'ego (che non è il caso dell'amicizia semplice: «perché era lui, perché ero io» dirà Montaigne a proposito della sua amicizia per La Boétie), liberata dall'egoismo, liberata da tutto, e per questo liberatrice. Sarebbe l'amore di Dio, se esiste («Ho Theós agápe éstin» si legge nella prima epistola di san Giovanni: Dio è amore), e ciò che vi si avvicina di più, nei nostri cuori o nei nostri sogni, se Dio non esiste.

 

Eros, agape: l'amore che manca o che prende; l'amore che si rallegra e condivide; l'amore che accoglie e dona... Che non ci si affretti troppo a voler scegliere fra i tre! Quale gioia senza mancanza? Quale dono senza condivisione? Se occorre distinguere, almeno intellettualmente, questi tre amori, o questi tre tipi d'amore, o gradi dell'amore, è soprattutto per capire che sono tutti e tre necessari, tutti e tre legati, e per illuminare il processo che conduce dall'uno all'altro. Non sono tre essenze, che si escludono reciprocamente; sono piuttosto tre poli di uno stesso campo, il campo dell'amare, o tre momenti di uno stesso processo, quello del vivere. Eros viene sempre primo, come ci ricorda Freud, dopo Platone e Schopenhauer; agape è la meta (verso la quale possiamo almeno tendere), che i Vangeli non smettono di indicarci; infine philia è il cammino: ciò che trasforma la mancanza in capacità, e la povertà in ricchezza.

Guardate il bambino che prende il latte al seno. E guardate la madre che glielo offre. Di certo è stata prima una bambina: cominciamo tutti col prendere, ed è già un modo di amare. Poi impariamo a dare, almeno un po', almeno qualche volta, ed è il solo modo di essere fedeli fino in fondo all'amore ricevuto, all'amore umano, mai troppo umano, all'amore così debole, così inquieto, così limitato, e che tuttavia è come un'immagine dell'infinito, all'amore di cui siamo stati oggetto e che ci ha resi soggetti, all'amore immeritato che ci precede come una grazia, che ci ha generati e non creati, all'amore che ci ha cullati, lavati, nutriti, protetti, consolati, all'amore che ci accompagna, definitivamente, e che ci manca, e che ci rallegra, e che ci sconvolge, e che ci illumina... Se non ci fossero le madri, cosa sapremmo dell'amore? Se non ci fosse l'amore, cosa sapremmo di Dio?

 

Una dichiarazione d'amore filosofica? Potrebbe essere, per esempio, questa:

C'è l'amore secondo Platone: «Ti amo, mi manchi, ti voglio».

C'è l'amore secondo Aristotele o Spinoza: «Ti amo: sei la causa della mia gioia, e questo mi rallegra».

C'è l'amore secondo Simone Weil o Jankélévitch: «Ti amo come me stesso, che non sono niente, o quasi niente, ti amo come Dio ci ama, se esiste, ti amo come chiunque: metto la mia forza al servizio della tua debolezza, la mia poca forza al servizio della tua immensa debolezza...».

Eros, agape: l'amore che prende, che non può che gioire o soffrire, possedere o perdere; l'amore che si rallegra e condivide, che vuole bene a colui che ci fa del bene; insomma, l'amore che accetta e protegge, che dona e si abbandona, che non ha neanche più bisogno di essere amato...

Ti amo in tutti questi modi: ti prendo avidamente, condivido gioiosamente la tua vita, il tuo letto, il tuo amore, mi dono e mi abbandono dolcemente...

Grazie di essere ciò che sei: grazie di esistere e di aiutarmi a esistere!

 

 

(Da: Discorsi brevi sui grandi temi della filosofia, Angelo Colla editore 2010, pp. 35-42)


 

 

“Se qualcuno vuole

 

venire dietro a me…”

 

XXII domenica del Tempo Ordinario A

 

Enzo Bianchi

 

22a

In quel tempo, 21 Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. 22 Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». 23 Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». 24 Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 25 Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. 26 Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? 27 Perché il Figlio dell'uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni.

Mt 16,21-27

 

Nel brano evangelico di domenica scorsa, che precede immediatamente quello odierno, Pietro rispondeva a Gesù, che interrogava i suoi discepoli sulla sua identità, con una confessione di fede: “Tu sei il Cristo, il Messia, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16). Proprio per questa rivelazione ricevuta dal Padre che è nei cieli, Simone, il pescatore di Galilea, viene istituito da Gesù come Roccia (pétra), la prima pietra della costruzione della sua chiesa (cf. Mt 16,18).

Ma ecco l’ordine perentorio di Gesù di non svelare a nessuno la sua identità di Messia e, insieme, l’inizio di una nuova rivelazione. Sta scritto infatti che “da allora Gesù cominciò (érxato) a mostrare (deiknýein) ai suoi discepoli…”. Non solo a dire, a insegnare, come annotano gli altri sinottici, ma a mostrare, dunque con le parole e il comportamento, che “era necessario (deî) per lui andare a Gerusalemme e patire molte cose (pollá) da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno”. Matteo racconta che Gesù, dopo l’uccisione di Giovanni il Battista (cf. Mt 14,1-12) e le contestazioni e il rifiuto da parte di scribi e farisei (cf. Mt 15,1-20; 16,1-12), si era allontanato dalla Galilea verso le terre del nord, oltre le frontiere della terra santa, ma ora ritorna e decide di iniziare la salita verso Gerusalemme, la città santa, ma che egli conosce anche come “città che uccide i profeti” (Mt 23,37).

Gesù sente che “è necessario”, che “deve” intraprendere questo viaggio, non perché un fato lo decida per lui, ma perché la sua missione lo richiede, anche al prezzo della morte violenta. Questa necessitas è innanzitutto umana, inscritta nella storia umana, nelle vicende del mondo: in un mondo ingiusto, il giusto può solo ricevere rifiuto, persecuzione e persino la morte. Se Gesù vuole compiere la sua missione in parole e opere secondo la volontà del Padre suo, se resta coerente con ciò che ha predicato, deve compiere la sua missione anche andando nella città santa, anche affrontando l’odio e il rifiuto dei sacerdoti, degli scribi, degli uomini religiosi muniti di autorità e potere nel popolo del Signore. Questa necessitas umana diventa così anche necessitas divina. Ma attenzione: non perché Dio, il Padre di Gesù che è nei cieli, desideri la morte del Figlio, ma perché vuole che Gesù lo narri fedelmente come Dio di amore, Dio disarmato e mite, Dio che accetta di essere colpito piuttosto che colpire. Vigiliamo a non proiettare su Dio l’immagine perversa di un Padre che vorrebbe la morte e la sofferenza del Figlio (pollà patheîn). No, avviene così perché è una logica insita nel mondo, come aveva letto e profetizzato l’autore del libro della Sapienza, smascherando i ragionamenti degli empi e la loro persecuzione del giusto e povero credente nel Signore, il quale confessa Dio come Padre (cf. Sap 1,16-2,20).

Lo ripeto: in un mondo ingiusto, il giusto può solo conoscere la sofferenza, e Gesù, da quell’ora immediatamente successiva alla confessione di Pietro, lo mostra. Si noti che Gesù fa per tre volte questo annuncio durante la salita a Gerusalemme (cf. Mt 16,21; 17,22-23; 20,17-19), dunque con un’insistenza e un’intenzione precise: i discepoli che lo seguono devono comprendere che nella sua vocazione, nella sua identità di Messia è contenuta tutta la vocazione del Servo del Signore, che conosce sofferenza e morte (cf. Is 52,13-53,12). L’essenziale dell’annuncio-profezia è la necessitas della passione quale sofferenza patita, quale rifiuto da parte dell’autorità religiosa legittima, quale morte violenta, esito umanamente fallimentare di una vita e di una missione. Proprio dopo questa fine, però, vi sarà la resurrezione dai morti il terzo giorno, come azione del Padre su di lui, il Figlio: resurrezione non come vendetta sulla morte, ma come frutto della passione e della morte. E non vi sono solo parole da parte di Gesù, ma anche il suo comportamento insegna ai suoi discepoli tale necessitas: vita e parole concorrono nel suo “annunciare la parola apertamente (parrhesía)” (cf. Mc 8,32).

Di fronte a questo annuncio, la Roccia della chiesa, Pietro, appena istituito tale e proclamato da Gesù “beato” (cf. Mt 16,17-19), reagisce. Prende con sé Gesù, quasi in disparte dagli altri discepoli, e comincia a rimproverarlo dicendogli: “(Dio) ti preservi, Signore! Ciò non ti accadrà mai!”. Pietro invoca Gesù quale Kýrios, Signore, lo riconosce nella sua identità, ma proprio per questo lo rimprovera ritenendo le sue parole insensate, perché la passione e la morte non possono accadere al Messia. Non scandalizziamoci delle parole di Pietro: anche Gesù provava rifiuto e ripugnanza per ciò che lo attendeva e nel Getsemani lo mostrerà ai discepoli con un’angoscia vissuta visibilmente e con una preghiera al Padre affinché allontanasse da lui il calice di quella misera fine (cf. Mt 26,36-46)! La sofferenza e la morte, nostra e di chi amiamo, ma anche degli altri, ci fanno male e ci ripugnano. Pietro sta dicendo questo.

Ma per Gesù quelle parole suonano come una tentazione rinnovata da parte di Satana. Colui che l’aveva tentato nel deserto, offrendogli una via messianica senza croce e senza morte, ma fatta solo di successo e di potere (cf. Mt 4,1-11), si manifesta ora nelle parole del discepolo da lui istituito come Roccia. Per questo Gesù gli grida: “Opíso mou, sta alla mia sequela, dietro a me, non prendermi in disparte, non essere un ostacolo sulla mia strada, perché i tuoi pensieri sono umani, non sono pensieri di Dio”. Ecco perché la Roccia può essere chiamato Satana! Nessuna smentita della precedente investitura e della beatitudine rivolta a Pietro, ma un chiaro avvertimento: anche alla Roccia è possibile finire per ragionare mondanamente ed essere un ostacolo sulla via del Signore.

E affinché questo “mostrare” la necessitas passionis sia una parola definitiva, a questo punto Gesù, secondo Marco, chiama addirittura a sé la folla (cf. Mc 8,34), e secondo Matteo dice ai discepoli: “Se qualcuno vuole venire dietro a me (opíso mou), smetta di conoscere solo se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Ecco come il discepolato si precisa per tutti: non è solo seguire un maestro sapiente e autorevole, non è solo seguire un profeta capace di compiere miracoli, ma significa essere coinvolti con la vita di Gesù, significa rinunciare a conoscere e affermare se stessi, significa prendere la propria croce, lo strumento della morte dell’uomo mondano, dell’“uomo vecchio” (Rm 6,6; Ef 4,22; Col 3,9), e seguire Gesù ovunque egli vada (cf. Ap 14,4). Discepolato a caro prezzo! Discepolato che non rende esenti dallo scandalo, dalla prova, dalla sofferenza. Discepolato che pone dalla parte di Gesù, il Servo sofferente, e dalla parte di tutti quelli che soffrono in questo mondo. Sì, beati i poveri, i miti, quelli che piangono, quelli che sono perseguitati (cf. Mt 5,1-12)… La perdita di sé, del sé mondano, è necessaria perché possa emergere il proprio autentico sé, quello che si trova in Cristo Gesù. I cristiani, e soprattutto i pastori della chiesa, che proclamano la vera identità di Gesù quale Figlio del Dio vivente, non dimentichino, non occultino mai il crocifisso. Infatti, la gloria di ogni cristiano sta tutta in quel prendere la propria croce e seguire il suo Signore nella passione, morte e resurrezione.

Ecco allora, di seguito, alcune sentenze di Gesù imperniate sulla parola “vita”. La vita è innanzitutto non quella che uno cerca di conservare a ogni costo, seguendo l’impulso a vivere anche senza e contro gli altri, in una logica di autoconservazione, logica che non riconosce la dinamica del dono di sé a Dio e agli altri. Al contrario, si può addirittura spendere la vita fino a perderla nel darla, e in questo caso la si ritrova nella potenza della resurrezione che Dio opera come parola ultima e intima sulle nostre vite.

La vita vera, inoltre, non significa guadagnare il mondo, non si identifica con l’avere, con il possedere, perché nessuno può pagare a Dio la propria redenzione e salvare la propria vita (cf. Sal 49,8-9). Questa verità sarà manifesta quando verrà il Figlio dell’uomo nella gloria del Padre, con tutti i suoi angeli, in quello che sarà “il giorno del Signore”, annunciato dai profeti e confermato da Gesù come giorno del Figlio dell’uomo (cf. Mt 24,44; 25,31). Allora, mediante un giudizio ultimo e definitivo, apparirà la verità della vita di ciascuno di noi e ognuno riceverà da Dio un giudizio conforme a ciò che avrà vissuto e operato sulla terra. All’orizzonte ultimo della storia sta dunque per tutti noi la venuta nella gloria di Cristo, Figlio dell’uomo e Figlio del Dio vivente, colui che è stato crocifisso ed è stato risuscitato il terzo giorno.

 

E se noi abbiamo tentato di seguire Gesù, ma come Pietro, la Roccia, di fronte alla persecuzione abbiamo riconosciuto solo noi stessi, fino a dire di Gesù: “Non lo conosco” (cf. Mt 26,69-75), nel pentimento conosceremo lo sguardo misericordioso di Gesù. Come è accaduto a Pietro (cf. Lc 22,61-62)!


 

Il discepolo condivide

 

la croce e la gloria (Mt 16,21)

 

Domenica XXII Tempo Ordinario A

 

La domenica “della strada della croce”

 

A cura di Franco Galeone *

 

 

Continua l’insegnamento di Gesù ai discepoli. La parola di Gesù, così feriale e quotidiana, ogni tanto era segnata da laceranti richiami, che provocavano vertigini. Era come un cielo tranquillo d’estate improvvisamente stracciato da lampi e saette, o come un mare liscio come l’olio improvvisamente stravolto da ondate rabbiose. La terribilità di Dio traspariva allora sulla faccia severa di Gesù. In quegli istanti, gli apostoli capivano di trovarsi di fronte alla maestà di Dio. Era come un lampo, come un’onda spaventosa, come una rasoiata di luce! Per quanto dolce e misericordioso, Gesù restava sempre il Signore della vita e della morte.

Beato te, Pietro… Lontano da me, Pietro…

È davvero simpatico Pietro, per questa sua alternanza di eroismo e di paura. Naufraga nell’acqua perché uomo di poca fede, ma poi Gesù lo mette a fondamento della sua Chiesa. Oggi si sente un terribile rimprovero: Lungi da me, satana! Come mai? Forse Pietro si era illuso della sua bravura, si sentiva ormai una persona di prestigio, capace persino di dare consigli a Dio; forse, ascoltata la profezia della persecuzione che toccava Gesù e i suoi discepoli, ha voluto sottrarsi a quella prospettiva; forse Pietro non aveva ben compreso che chi vuole seguire Gesù, deve prendere ogni giorno la croce e seguirlo. Ma non è solo questo. Gesù ha appena fondato la sua Chiesa, ha appena scelto Pietro come suo capo, ha appena trasmesso agli apostoli immensi poteri. Ma Gesù conosce bene i suoi alunni: la Pentecoste, che farà capire loro tutta la verità, è ancora lontana. Allo stato attuale sarebbero capaci solo di montarsi la testa, di immaginare la Chiesa come un impero glorioso. Perciò, dopo averli prima entusiasmati con le parole a Cesarea, ora li raffredda con previsioni di morte. È chiaro che le persecuzioni non riusciranno ad abbattere la Chiesa (Non praevalebunt), ma è anche chiaro che si deve prendere ogni giorno la croce e seguire Gesù.

È davvero difficile essere sempre in sintonia con Gesù, anche per Pietro. Figuriamoci per noi! Ma cosa Pietro aveva detto di tanto scandaloso da meritare il rimprovero di Gesù? Egli aveva semplicemente espresso affetto per Gesù, l’augurio che alla persona amata non accada nulla di male. È umano temere per le persone amate la sofferenza, e cercare di opporsi al destino di morte. Pietro voleva davvero bene a Gesù; e poi, sapeva di essersi compromesso in tutto con Gesù; un fallimento di Gesù avrebbe provocato anche il suo fallimento. Affetto, quindi, ma anche interesse! Ma Gesù vedeva più lontano e più profondo: in Pietro c’era un diavolo ben più forte di quello affrontato nel deserto; c’erano tutti quei pensatori scettici e benpensanti che volevano eliminare la croce dalla vita terrena. Precludendosi così l’ingresso nella vita eterna!

Attenzione alla ortodossia, ma anche alla ortoprassia!

Letto il Vangelo, la prima cosa che balza evidente è lo sconvolgimento di tutte le logiche umane. Chi vuole seguire Cristo, deve rinnegare se stesso; Cristo prende in pugno la nostra vita, la rigira come ulive nel frantoio, la spreme come uva nel torchio, perché diventiamo degni di Lui. Ci fa piangere, come una madre nelle doglie del parto, quando dobbiamo scegliere il bene e non vogliamo arrenderci. È spada affilata che incide nella carne e nel sangue la parola di Dio. Le dure parole di Gesù mettono ognuno di noi davanti ad un bivio. Quante volte abbiamo ascoltato e ripetuto le decisive e incisive parole di Cristo, così, senza battere ciglio. Sono parole che pesano tonnellate, e noi le edulcoriamo a slogan innocui; sono virus, e noi le riduciamo a vaccino. Ecco allora nelle nostre comunità e nella nostra vita lo scandalo del compromesso, perché facciamo prevalere la politica sul Vangelo, la previdenza sulla provvidenza, la ragion di Chiesa sulla logica divina. È difficile da eliminare quell’astuto Ulisse fabbricator di inganni, cioè quella furbizia tutta greca da cui è affetta la cultura occidentale. Ci ritroviamo così un po’ tutti mercenari mediocri; la nostra bandiera è diventata un foulard; una comoda preghiera ci tranquillizza; Dio ce lo siamo costruito a nostra somiglianza. Per fortuna, le sue parole sono anche un indice pietoso che a noi, tutti più o meno sbandati e confusi, indica la strada giusta da seguire; non è una comoda autostrada confortata da motel o autogrill: si tratta di un sentiero, tutto in salita, fra rovi e spine, che conduce alla croce e si conclude con la risurrezione. Che possiamo percorrerlo tutti questo sentiero, fino in fondo! Il Signore ci liberi dalla tentazione di rimpicciolire queste grandiose parole di Gesù. Soprattutto ci aiuti a viverle, sine glossa!

 

Sottolineature

 

- Il messia deve andare a Gerusalemme: il testo utilizza il verbo greco déi (δει), che designa una necessità assoluta, indiscutibile (W. Popkes). Ma questa necessità ha posto un problema: Gesù doveva soffrire e morire perché così lo aveva deciso Dio? O perché lo stesso Gesù ha vissuto in maniera tale che quella vita non poteva finire che nel fallimento, nella sofferenza e nella morte? Cosa vuole dire questo? Che il Messia deve soffrire molto (δει πολλα παθειν), significa forse che Dio aveva bisogno della sofferenza e della morte di suo Figlio? Ma questo è fare di Dio un mostro di malvagità e di sadismo. Una simile affermazione teologica è assolutamente intollerabile ed inaccettabile. In un Dio così non è possibile credere. Per mettere le cose al loro posto, è necessario sapere:

1) Nel N.T. il verbo déin (δειν) è collegato con norme di Dio per l’etica e la pietà (At 5,29; 1 Ts 4,1; Rm 8,26; 1 Cor 8,2; 1 Tm 3,2.7.15; Lc 13,14.16).

2) Mai è collegato con sofferenze che Dio manda o con decisioni divine relative alla morte di alcuno.

3) E quindi mai è collegato a sofferenze, violenza e morte, la cui origine sta nelle autorità religiose. Bisogna concludere quindi che non è stato Dio, ma la Religione (per mezzo dei suoi rappresentanti ufficiali) ad uccidere Gesù. Il progetto di uccidere Gesù venne dagli osservanti religiosi, dai farisei (Mc 3,6). E lo realizzò il Sinedrio delle autorità religiose di Gerusalemme (Gv 11, 47-53). Il fatto storico ci dice che Gesù è morto come un sovversivo fallito, per solidarietà con tutti coloro che soffrono in questo mondo. Questo è l’aspetto fondamentale. E dovrebbe essere l’aspetto determinante per la Chiesa (J. Maria Castillo).

- Da allora Gesù cominciò a insegnare: Gesù per la prima volta informa i suoi di quello che l’aspetta a Gerusalemme, mandando così in frantumi i loro progetti; non promette una carriera di successi, di potere, di fama ma uno scontro mortale con il potere religioso; anziani, sacerdoti, scribi lo avrebbero consegnato al potere politico.

- Pietro lo prese con sé: l’evangelista presenta Simone soltanto con il soprannome negativo, termine tecnico con il quale Matteo indica l’opposizione, la contrarietà di questo discepolo a quanto Gesù annunzia.

- E cominciò a rimproverarlo, letteralmente sgridarlo, ed è il verbo (επιτιμαν) che si adopera per scacciare i demòni. Quindi per Pietro quello che Gesù ha detto è addirittura un pensiero satanico. La traduzione traduce con Dio non voglia, ma letteralmente è Il Signore abbia pietà di te (ιλεως σοι). È un’espressione adoperata per quelli che avevano abbandonato Dio. Quindi per Pietro quello che Gesù sta dicendo è una cosa lontana da Dio, un pensiero demoniaco, per cui Dio deve perdonarlo, addirittura.

- Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: Va’ dietro a me, Satana! Sono gli stessi termini che Gesù ha adoperato nel deserto per rifiutare le seduzioni del tentatore (Mt 4,10). Come al tentatore, al diavolo, Gesù dice Vattene; però Gesù non rompe con il discepolo, gli dà una possibilità: torna a metterti dietro di me.

- Tu mi sei di scandalo: quello che Gesù aveva definito una pietra adatta per la costruzione della sua ecclesia, quello che era stato chiamato ad essere un mattone per la costruzione, adesso diventa una pietra di inciampo, una pietra di scandalo. Perché Gesù giunse a qualificare Pietro come Satana. Perché era in gioco l’aspetto più decisivo del messianismo: il Messia, secondo l’A.T., era l’unto. E unti erano il sommo sacerdote ed il re. Per ogni ebreo il messianismo era associato al potere ed alla grandezza, al governo glorioso del re Davide (Is 9, 1-6; 11, 1ss; Mi 5, 1-5); al messia era associata la regalità, il potere, il successo (K. H. Rengstorf).

- Allora Gesù disse ai suoi discepoli: Gesù comprende che non è solo Pietro ad avere questa mentalità; nessun discepolo vuole essere ministro senza portafogli! Ecco allora che si rivolge a tutto il resto dei suoi per dire che è sì il messia, non politico o diplomatico o armato, ma è il servo sofferente (v. 21) e poi parla delle condizioni per seguirlo (vv. 24-25); i verbi adoperati sono: rinnegare, portare la croce, seguire, perdere la vita, che sono sfumature di una stessa realtà; chi vuole seguire Cristo deve rinunciare decisamente a tutto, per condividere con Gesù il suo drammatico destino, che culmina sulla croce dove tutto sembra finire e da dove tutto riparte.

- Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso: rinnegare se stesso non significa mortificare la propria esistenza, ma rinunciare a questi pensieri di ambizione, di successo, di carriera.

- E sollevi la sua croce: la croce non viene data da Dio, ma viene presa dagli uomini. L’evangelista adopera il verbo sollevare (απολεσειν), che indicava il momento nel quale il condannato doveva sollevare da terra il patibolo e caricarselo sulle spalle. Poi da lì, dal tribunale, uscire dalla porta della città per andare nel luogo dove doveva essere giustiziato. Era il momento più tremendo, il momento della solitudine. La gente aveva l’obbligo religioso di insultare e malmenare questa persona. La croce era la pena di morte riservata ai rifiuti della società. Quindi Gesù non sta parlando di sofferenze e di dolore, ma sta parlando dello scandalo che seguire Gesù comporta. Gesù non sta parlando della morte in croce, ma della via dolorosa verso il supplizio; se i discepoli non sono pronti a perdere la propria reputazione – perché di questo si tratta – che non pensino a seguirlo, perché seguire Gesù significa andare incontro al massimo disonore.

- Perché il Figlio dell’Uomo sta per venire nella gloria del Padre suo: Figlio dell’uomo indica Gesù nella pienezza della condizione divina. Gesù contrappone al massimo disonore dell’istituzione religiosa, il massimo onore da parte di Dio.

- E renderà a ciascuno secondo le sue azioni, e qui Gesù cita Proverbi, 24, 12, letteralmente la prassi: l’uomo è valutato per la vita che ha praticato, per le opere che ha fatto, e non per le idee o le dottrine religiose che ha professato.

Buona vita!

 

 

* Gruppo Biblico ebraico-cristiano


Tu sei il Cristo”, “tu sei Pietro”

 

 

 

XXI domenica del tempo Ordinario

di ENZO BIANCHI

 

Mt  16,13-20

 

In quel tempo, 13 Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». 14 Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». 15 Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». 16 Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 17 E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. 18 E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. 19 A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». 20 Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

 

Nella nostra lettura contemplativa del vangelo secondo Matteo, siamo giunti a una svolta nella vita di Gesù: ormai i discepoli, dopo averlo seguito, ascoltato e osservato come maestro e venerato come profeta, giungono a comprendere per grazia che la sua identità va al di là della loro comprensione e della loro esperienza umana. Gesù, infatti, ha un legame unico con Dio, che lo ha inviato nel mondo: è il Figlio di Dio. Proprio da quel momento Gesù rivela ai discepoli la necessità della sua passione, morte e resurrezione, e lo fa in modo continuo nel viaggio che ha come meta Gerusalemme (cf. Mt 16,21; 17,22; 20,17-19), la città santa che uccide i profeti (cf. Mt 23,37).

 

Il racconto è denso, frutto della testimonianza sull’evento, ma anche della meditazione della chiesa di Matteo, che approfondisce sempre di più il mistero di Cristo. Gesù va con i discepoli nei territori di Cesarea, la città fondata trent’anni prima dal tetrarca Filippo, figlio di Erode il grande, ai piedi del monte Hermon. E proprio là dove Cesare è venerato come divino, proprio in una città edificata in un suo onore, ecco l’occasione per la domanda su Gesù: chi è veramente Gesù? È lui stesso a porre questa domanda ai suoi discepoli: “Gi uomini chi dicono che sia il Figlio dell’uomo?”. Gesù amava chiamare se stesso “Figlio dell’uomo”, espressione oscura e forse anche ambigua agli orecchi dei giudei, espressione che indicava un uomo terrestre, figlio d’uomo, e nello stesso tempo un veniente da Dio.

 

I discepoli riferiscono che la gente pensa che Gesù sia un profeta, uno dei grandi profeti presenti nella memoria collettiva d’Israele: forse Elia che era atteso, forse il Battista, ucciso da Erode ma tornato in vita (cf. Mt 14,1-12), o forse Geremia, visto che, come lui (cf. Ger 7), Gesù pronunciava parole contro il tempio di Gerusalemme. Allora Gesù interroga direttamente i discepoli: “Ma voi, chi dite che io sia?”. In realtà, poco prima, alla fine della traversata notturna e tempestosa del lago di Galilea, quando Gesù era andato verso di loro camminando sulle acque, i discepoli avevano confessato: “Veramente tu sei il Figlio di Dio!” (Mt 14,33). Ma ora la risposta viene da Simon Pietro, il discepolo chiamato per primo (cf. Mt 4,18-19).

 

La domanda di Gesù non mirava affatto a ottenere in risposta una formula dottrinale, tanto meno dogmatica, ma chiedeva ai discepoli di manifestare il loro rapporto con lui, il loro coinvolgimento con la sua vita, la fiducia che riponevano nel loro rabbi. Sì, chi è Gesù? È una domanda che dobbiamo farci e rifarci nel passare dei giorni. Perché la nostra adesione a Gesù dipende proprio da ciò che viviamo nella conoscenza o sovraconoscenza (epígnosis) della sua persona. Chi è Gesù per me?, è la domanda incessante del cristiano, che cerca di non fare di Gesù il prodotto dei suoi desideri o delle sue proiezioni, ma di accogliere la conoscenza di lui da Dio stesso, contemplando il Vangelo e ascoltando lo Spirito santo. La nostra fede sarà sempre parziale e fragile, ma se è “fede” che “nasce dall’ascolto” (Rm 10,17), è fede vera, non illusione né ideologia.

 

Secondo Matteo qui i discepoli restano muti, ed è solo Pietro che proclama, con una risposta personale: “Tu sei il Cristo, il Messia, il Figlio del Dio vivente”. Egli dice che Gesù non solo un maestro, non è solo un profeta, ma è il Figlio di Dio, in un rapporto intensissimo con Dio, che possiamo esprimere con la metafora padre-figlio. In Gesù c’è ben più di un uomo chiamato da Dio come un profeta: c’è il mistero di colui che la chiesa, approfondendo la propria fede, chiamerà Signore (Kýrios), chiamerà Dio (Theós). È vero che in ebraico l’espressione figlio di Dio (ben Elohim) era un titolo applicato al Messia, l’Unto del Signore (cf. 2Sam 7,14; Sal 2,7; 88,27-28), applicato al popolo di Israele (cf. Es 4,22), ma qui Pietro confessa chiaramente in Gesù l’unicità del Figlio di Dio vivente. E si noti che, se in Marco e in Luca Pietro esprime la fede dell’intero gruppo dei discepoli (cf. Mc 8,29; Lc 9,20), qui invece parla a nome proprio, e per questo la risposta di Gesù è rivolta a lui solo: “Beato sei tu, Simone, figlio di Jonà, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”.

 

Colui che si chiamava Simone, il pescatore di Galilea figlio di Jonà, è definito da Gesù “beato”, non per se stesso, ma per la rivelazione gratuita che il Padre gli ha fatto. Se Simone proclama questa confessione di fede, è per rivelazione di Dio, non come frutto di ragionamenti ed esperienze umane (carne e sangue). Per volontà amorosa di Dio, Pietro ha avuto accesso a tale rivelazione, e per questo Gesù, constatando l’azione del Padre, lo definisce beato. Del resto Gesù lo aveva detto: “Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo” (cf Mt 11,27), e qui non fa che ribadirlo, discernendo che attraverso Pietro è il Padre stesso che ha parlato.

 

Proprio in obbedienza a tale rivelazione, Gesù continua, dichiarando a Simone: “Tu sei Pietro (Pétros) e su questa pietra (pétra) edificherò la mia chiesa”. Gesù sta costruendo la chiesa, e certo sarà lui “la pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio” (1Pt 2,4), ma di questa costruzione Pietro è la prima pietra. Per fare una costruzione occorre che ci sia qualcuno capace di essere la prima pietra, e Pietro mostra di essere tale, perciò Gesù gli cambia il nome da Simone in Kefâs, Pietro (cf. Gv 1,42). Così egli parteciperà per grazia alla saldezza della Roccia che è Dio (cf. Sal 17,3.32; 18,15; 27,1, ecc.), saldezza nel confessare la fede, anche se soggettivamente potrà venire meno nella sua sequela, cadere in peccato, manifestandosi con le sue debolezze e i suoi comportamenti contraddittori. La beatitudine di Gesù non costituisce Pietro nella santità morale ma nella saldezza della fede confessata. E non saranno forse proprio la fragilità e la debolezza nella sua sequela di Gesù che permetteranno a Pietro, autorità suprema tra i Dodici, di essere esperto della misericordia del Signore? Pietro sa di aver conosciuto su di sé la misericordia del Signore, di aver conosciuto veramente il Signore, e perciò può annunciarlo e testimoniarlo in modo credibile. Pietro ha avuto per grazia il dono del discernimento, ha visto bene chi era Gesù, e per questo può essere la prima pietra, quella che segna la saldezza di tutta la costruzione, un uomo capace di rafforzare e confermare i fratelli, anche perché a sua volta sostenuto e confermato dalla preghiera di Gesù (cf. Lc 22,32).

 

In questo passo appare la parola “chiesa”, che ritornerà solo un’altra volta in tutti i vangeli, ancora in Matteo (cf. Mt 18,17). Chiesa, ekklesía, significa assemblea dei chiamati-da (ek-kletoí): questo è il nome dato dagli elleno-cristiani alle loro comunità, anche per differenziarsi dalla sinagoga (assemblea) degli ebrei non cristiani. Ebbene, la chiesa ha Gesù come costruttore – “Io edificherò la mia chiesa” – ed essa gli appartiene per sempre: non sarà mai né di Pietro, né di altri, ma di proprietà del Signore (Kýrios). In questa costruzione di Cristo, Pietro sulla terra sarà l’intendente, colui che apre e chiude con le chiavi affidategli da Cristo stesso: si tratta di immagini semitiche, di cui troviamo traccia nell’Antico Testamento (cf. per esempio Is 22,22), che significano che Pietro sarà abilitato interpretare la Legge e i Profeti, quale testimone e servo di Gesù Cristo.

 

 

Ecco dunque un grande dono di Gesù ai discepoli: Pietro, l’umile pescatore di Galilea, che ha ricevuto una rivelazione da parte di Dio e l’ha confessata. È innegabile che qui Pietro riceva un primato, quello dell’uomo dell’inizio, il primo chiamato, il “primo” nella comunità (cf. Mt 10,2), l’uomo capace di essere la prima pietra nell’edificazione della comunità cristiana (cf. Is 28,14-18). Potremmo dire che in quel giorno a Cesarea è abbozzata la chiesa, è posta la sua prima pietra. Poi nella storia farà la sua corsa, conoscendo contraddizioni, inimicizie e persecuzioni; ma pur nella sua povertà e nella fragilità dei suoi membri, deboli e peccatori, compirà il suo cammino verso il Regno, perché la volontà del Signore e la sua promessa non verranno mai meno, e anche la potenza della morte non riuscirà a vincerla, ad annientare il “piccolo gregge” (Lc 12,32) del Signore. Un gregge che è piccolo, sì, ma che ha come pastore Gesù risorto e come recinto una chiesa la cui prima pietra, per volontà del Signore, resta salda.


Voi, chi dite

 

che io sia? (Mt 16,15)

 

XXI Domenica A

 

A cura di Franco Galeone *

 

 

 

In questo dittico, sono ben visibili due scene: a) la confessione di Pietro, portaparola dei Dodici, sulla messianicità di Gesù (v.16); b) la promessa del primato che Gesù fa a Pietro (v.17). Cronologicamente le due cose non sembrano coincidere, ma il motivo per cui Matteo ha unito le due parti è da ricercarsi nella sua teologia: la rottura con Israele è ormai definitiva, Israele non è più la pianta di Dio, il discepolo deve abbandonare Israele. Ma un popolo, senza un capo, non ha futuro, e Gesù, dopo la sua ascensione, dona a Pietro le chiavi del Regno. Un primato non di onore né di potenza, ma di servizio e di carità!

 

La Chiesa è costruita sulla Roccia di Cristo

 

Siamo al famoso testo del primato di Pietro. A Cesarea di Filippo, Gesù fonda la sua chiesa. Oggi Cesarea di Filippo non esiste più; la località dove essa sorgeva, presso le sorgenti del fiume Giordano, è ora chiamata Banyas, un nome che richiama Pan, il dio delle acque, dei boschi, della fertilità. Questi otto versetti, dal 13 al 20, sono stati tra i più studiati di tutta la Scrittura. Alcuni, del primato di Pietro non vogliono sentir parlare, sospettano un’interpolazione della curia romana, anche se il racconto è riportato in tutti i codici antichi. Altri, su quel primato, hanno costruito edifici molto temporali, teocrazie molto presuntuose. Che disturbi o meno, due verità sono innegabili: a) Gesù vuole fondare una Chiesa, una comunità tutta sua, con precise mansioni e con poteri, non solo spirituali ma anche disciplinari; b) Gesù ne affida la direzione a Pietro, elevandolo al di sopra degli altri. La Chiesa, realtà umana e divina, fisica e metafisica, presenta luci ed ombre: le luci sono per grazia di Dio, le ombre sono per colpa nostra. Casta moeretrix, sancta sed semper sanctificanda! Napoleone voleva distruggere la Chiesa, e Pio VII lo dissuase così: Non ci sono riusciti neppure i preti! Alcuni anni fa è circolato un libro, Via col vento in Vaticano, che descrive gli intrallazzi, gli arrivismi, la corruzione in Vaticano. Può essere tutto vero, ma resta sempre la promessa di Gesù: Non praevalebunt. La Chiesa è costruita sulla Roccia, che è Cristo.

 

Voi, chi dite che io sia?

 

Perché Gesù domandò agli apostoli cosa diceva la gente di Lui? Perché chiese anche agli apostoli il loro parere? Egli sapeva di certo quello che la gente pensava e diceva di Lui. Conosceva molto bene i cuori e i pensieri dei suoi discepoli. È vero, Gesù sapeva tutto ciò e anche altro, ma quando si ama si vuole che si dica, e si mostri l’affetto che sentiamo. Gesù, come noi e più di noi, aveva bisogno di affetto, di aiuto, di amicizia. Parafrasando il titolo di un vecchio film, possiamo dire che Dio ha bisogno di noi, del nostro amore, del nostro aiuto. Quella domanda, attraverso i secoli, giunge fino a noi, e noi dobbiamo rispondere, non con una risposta presa dal catechismo della nostra infanzia, perché è pericoloso avere una fede per delega. Anche se oggi molti parlano di silenzio di Dio, di eclissi del sacro, la domanda ci interpella, ci inquieta. Questa santa inquietudine può costituire la nostra salvezza, perché se il sonno della ragione genera mostri e paure, come nella Guernica di Picasso, l’indifferenza verso la religione genera lo sfascio e il fallimento della vita. Ogni secolo, ogni generazione ha dato la sua risposta: i giovani hanno visto Gesù come un giovane hippy, gli oppressi come un rivoluzionario o un guerrigliero. Per i suoi contemporanei, Gesù era almeno un grande maestro. Per tanti nostri ragazzi, Gesù è una specie di ufo, un superman con poteri eccezionali. Per tanti adulti di oggi, Gesù è un personaggio onnipotente, capriccioso, inutile … In ogni caso, il mondo, soprattutto il nostro Occidente, ne è tanto segnato che non si può più prescindere da Cristo. Questo spiega perché si possa e si debba insegnare la religione cattolica nelle scuole. Anche quel laico di B. Croce, che cristiano non era, ha scritto che non possiamo non sentirci e non dirci cristiani.

 

Tu sei il Cristo

 

Non si scoraggia davvero Pietro. Prima aveva osato camminare sull’acqua, ma aveva rischiato di annegare. Poco dopo, affronta acque ben più profonde: quelle del mistero di Dio. E questa volta, con successo: Beato te! Lo meritava davvero quell’elogio il povero Pietro! L’interrogativo di Gesù Chi sono io per la gente? Chi sono io per voi? era tale da far naufragare tanti teologi istruiti e tanti cristiani specialisti. Avremmo noi saputo rispondere meglio di Pietro? Pietro comincia: Tu se il Cristo. Siamo sempre tentati di arrivare subito alla parola che ci sembra più importante: Cristo. E invece è necessario fermarsi sul pronome personale Tu. Quel Tu significa che la religione cristiana mi mette in contatto con un Dio personale, che posso dare del Tu a Dio. Tu vuol dire che Dio si è presentato a noi, che Dio intreccia rapporti personali, ieri con Abramo, Isacco, Giacobbe, e oggi con Franco, Anna, Antonio, Maria … Tu significa anche che Dio rischia la libertà dell’accoglienza e del rifiuto. Il Tu di Dio ci invita alla sua stessa vita, ci unisce a Lui, e diventiamo un Noi.

 

Quanto sono inaccessibili le sue vie…

 

Chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore?. I pensieri di Dio, noi, non li conosciamo. Il nostro mondo è il nostro mondo, noi ne siamo responsabili; non dobbiamo presuntuosamente usare il santo nome di Dio per contrabbandare come “volontà di Dio” quella che è invece “volontà dell’uomo”. Dio è Altro! Totaliter Alius! Tutto ciò che fa l’uomo è sempre un suo manufatto! È presuntuoso applicare alle nostre azioni, alle nostre teologie, alle nostre filosofie, l’etichetta: E’ parola di Dio, perché a Dio non si arriva attraverso nessuna passerella logica, nessun ponte lanciato sull’infinito. Dio è sempre al-di-là! I suoi pensieri non sono mai una conquista della nostra ragione, ma sempre una sua gratuita rivelazione. Nella fede religiosa l’uomo, argomentando dalle proprie interiori ed esteriori esperienze, arriva logicamente a immaginarsi qualcosa di Dio, il Dio dei filosofi, costruito a immagine e somiglianza dell’uomo; la storia del pensiero descrive questa immane e collettiva fatica per salire fino a Dio. Le formulazioni più alte di questa ricerca dal basso sono il Demiurgo di Anassagora, Dio come bellezza e bontà di Platone, il Motore immobile di Aristotele, l’Uno di Plotino … Ma sono tutti manufatti dell’uomo!

 

Dio in cerca dell’uomo

 

La fede cristiana è di segnale opposto: se le altre religioni sono ascensive, e rappresentano la faticosa conquista dell’uomo, sui tralicci della sua dialettica, la religione cristiana è discensiva, nel senso che l’iniziativa parte da Dio, che decide di rivelarsi. Nella storia umana, ad un certo punto, si nota una inversione radicale; nella ricerca scientifica, è l’uomo che pone domande e interroga; nella rivelazione biblica, invece, l’uomo viene interrogato; la scienza inizia con un interrogativo posto dall’uomo alla natura; la religione inizia con un interrogativo posto da Dio all’uomo: Adamo, dove sei? … Caino, cosa hai fatto? La Bibbia non è la storia del popolo ebraico che cerca Dio, ma la storia di Dio che cerca l’uomo (J. Heschel). Le altre religioni presentano l’uomo che ha bisogno di Dio. L’ebraismo e il cristianesimo raccontano Dio che ha bisogno dell’uomo. Il bisogno che noi sentiamo di Dio è solo l’eco del bisogno che Dio ha dell’uomo. Buona vita!

 

* Gruppo Biblico ebraico-cristiano


Il dovere

 

di restare umani

 

Enzo Bianchi

 

L’invito del presidente della CEI, cardinal Bassetti, ad affrontare il fenomeno dei migranti “nel rispetto della legge” e senza fornire pretesti agli scafisti è un richiamo all’assunzione di responsabilità etica ad ampio raggio nella temperie che Italia e Europa stanno attraversando.

Un richiamo quanto mai opportuno perché ormai si sta profilando una “emergenza umanitaria” che non è data dalle migrazioni in quanto tali, bensì dalle modalità culturali ed etiche, prima ancora che operative con cui le si affrontano. Non è infatti “emergenza” il fenomeno dei migranti – richiedenti asilo o economici – che in questa forma risale ormai alla fine del secolo scorso e i cui numeri sia assoluti che percentuali sarebbero agevolmente gestibili da politiche degne di questo nome. E l’aggettivo “umanitario” non riguarda solo le condizioni subumane in cui vivono milioni di persone nei campi profughi del Medioriente o nei paesi stremati da conflitti foraggiati dai mercanti d’armi o da carestie ricorrenti, naturali o indotte. L’emergenza riguarda la nostra umanità: è il nostro restare umani che è in emergenza di fronte all’imbarbarimento dei costumi, dei discorsi, dei pensieri, delle azioni che sviliscono e sbeffeggiano quelli che un tempo erano considerati i valori e i principi della casa comune europea e della “millenaria civiltà cristiana”, così connaturale al nostro paese.

È un impoverimento del nostro essere umani che si è via via accentuato da quando ci si è preoccupati più del controllo e della difesa delle frontiere esterne dell’Europa che non dei sentimenti che battono nel cuore del nostro continente e dei principi che ne determinano leggi e comportamenti. È un imbarbarimento che si è aggravato quando abbiamo siglato un accordo per delegare il lavoro sporco di fermare e respingere migliaia di profughi dal Medioriente a un paese che manifestamente vìola fondamenti etici, giuridici e culturali imprescindibili per la nostra “casa comune”.

Ora noi, già “popolo di … navigatori e trasmigratori”, ci stiamo rapidamente adeguando a un pensiero unico che confligge persino con la millenaria legge del mare iscritta nella coscienza umana, e arriva a configurare una sorta di “reato umanitario” o “di altruismo” in base al quale diviene naturale minare sistematicamente e indistintamente la credibilità delle ONG e perseguirne l’operato, affidare a un’inesistente autorità statale libica la gestione di ipotetici centri di raccolta dei migranti che tutti gli organismi umanitari internazionali definiscono luoghi di torture, vessazioni, violenze e abusi di ogni tipo, riconsegnare a una delle guardie costiere libiche quelle persone che erano state imbarcate da trafficanti di esseri umani con la sospetta connivenza di chi ora li riporta alla casella-prigione di partenza.

Ora questa criticità emergenziale di un’umanità mortificata ha come effetto disastroso il rendere ancor più ardua la gestione del fenomeno migratorio attraverso i parametri dell’accoglienza, dell’integrazione e della solidarietà che dovrebbero costituire lo zoccolo duro della civiltà europea e che non sono certo di facile attuazione. Come, infatti, in questo clima di caccia al “buonista” pianificare politiche che consentano non solo la gestione degli arrivi delle persone in fuga dalla guerra o dalla fame, ma soprattutto la trasformazione strutturale di questa congiuntura in opportunità di crescita e di miglioramento delle condizioni di vita per l’intero sistema paese, a cominciare dalle fasce di popolazione residente più povere? E, di conseguenza, come evitare invece che i migranti abbandonati “senza regolare permesso” alimentino il mercato del lavoro nero, degli abusi sui minori e della prostituzione?

L’esperienza di tante realtà che conosco e della mia stessa comunità, che da due anni dà accoglienza ad alcuni richiedenti asilo, mostra quanto sia difficile oggi, superata la fase di prima accoglienza e di apprendimento della lingua e dei diritti e doveri che ci accomunano, progettare e realizzare una feconda e sostenibile convivenza civile, un proficuo scambio delle risorse umane, morali e culturali di cui ogni essere umano è portatore. Non può bastare, infatti, il già difficilissimo inserimento dei immigrati accolti nel mondo del lavoro e una loro dignitosa sistemazione abitativa: occorrerebbe ripensare organicamente il tessuto sociale di città e campagne, la rivitalizzazione di aree depresse del nostro paese, la protezione dell’ambiente e del territorio, la salvaguardia dei diritti di cittadinanza. Questo potrebbe far sì che l’accoglienza sia realizzata non solo con generosità ma anche con intelligenza e l’integrazione avvenire senza generare squilibri.

Sragionare per slogan, fomentare anziché capire e governare le paure delle componenti più deboli ed esposte della società, criminalizzare indistintamente tutti gli operatori umanitari, ergere a nemico ogni straniero o chiunque pensi diversamente non è difesa dei valori della nostra civiltà, al contrario è la via più sicura per piombare nel baratro della barbarie, per infliggere alla nostra umanità danni irreversibili, per condannare il nostro paese e l’Europa a un collasso etico dal quale sarà assai difficile risollevarsi.

Anche in certi spazi cristiani, la paura dominante assottiglia le voci – tra le quali continua a spiccare per vigore quella di papa Francesco – che affrontano a viso aperto il forte vento contrario, contrastano la “dimensione del disumano che è entrata nel nostro orizzonte” e si levano a difesa dell’umanità. Purtroppo, stando “in mezzo alla gente”, ascoltandola e vedendo come si comporta, viene da dire che stiamo diventando più cattivi e la stessa politica, che dovrebbe innanzitutto far crescere una “società buona”, non solo è latitante ma sembra tentata da percorsi che assecondano la barbarie. Eppure è in gioco non solo la sopravvivenza e la dignità di milioni di persone, ma anche il bene più prezioso che ciascuno di noi e la nostra convivenza possiede: l’essere responsabili e perciò custodi del proprio fratello, della propria sorella in umanità.

 

 

(La Repubblica)

20 agosto 2017

XX domenica del tempo Ordinario

di ENZO BIANCHI

 

Mt  15,21-28

 

In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone. 22 Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». 23 Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». 24 Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d'Israele». 25 Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». 26 Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». 27 «È vero, Signore - disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». 28 Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell'istante sua figlia fu guarita.

 

Ancora una volta Gesù “si ritira uscendo” (exelthòn … anechóresen). Lascia il luogo in cui si trova e si dirige verso i territori di Tiro e Sidone, fuori dai confini della terra santa d’Israele. Perché? Molte sono le cause di questo prendere le distanze dalle folle che lo seguivano, dai luoghi nei quali avvenivano controversie con farisei e sadducei. È un’ora di svolta nella vita di Gesù, che ha iniziato a soffrire i malintesi creatisi con la folla, la quale mostra di attendere da lui ciò che egli non può darle. Gesù vede inoltre crescere sempre più il rifiuto della sua persona, e la prospettiva di un rigetto, fino alla persecuzione violenta, si fa sempre più vicina. Solitudine, silenzio e preghiera sono dunque per Gesù dimensioni essenziali per il suo ascolto del Padre e per il discernimento della sua vocazione alla luce delle sante Scritture, al fine di inoltrarsi in quel cammino che lo conduce verso un esodo pasquale (cf. Lc 9,31), ma al caro prezzo della croce. Accade così anche al discepolo, lo voglia o meno; accade a ciascuno di noi, tutti attesi da ore di prova, di tentazione e di sofferenza…

 

E proprio su questo tragitto di presa di distanza dalla terra di Israele e dai suoi abitanti, i figli di Israele, ecco che Gesù viene chiamato a intervenire da una donna residente in quei territori impuri, ritenuti dagli ebrei luoghi di perdizione e di tenebra, perché abitati da idolatri che non conoscevano il Dio vivente, il Dio di Israele. Egli riceve una chiamata che diviene un incontro con una donna anonima, della quale è messa in evidenza la qualità di straniera e dunque di pagana, di non figlia di Israele, in quanto cananea. I vangeli testimoniano che Gesù ha incontrato anche gli stranieri, i gojim, i pagani (cf. Mc 5,1-20 e par.; Mc 7,31 - 8,10), e tra essi anche questa donna. È noto che nella cultura religiosa del tempo era ritenuto sconveniente per un rabbi l’incontro con una donna, ma ancor di più con una straniera. Nel caso specifico, Marco si compiace di aggiungere che questa donna non solo è greca, ma anche di origine etnica pagana, in quanto proveniente dalla Siria e dalla Fenicia (cf. Mc 7,26): assomma in sé le etnie pagane circostanti Israele, non è figlia di Israele né per provenienza né per cultura. Ella non crede nel Dio di Israele, per gli ebrei è un’idolatra. Eppure, avendo sentito parlare di Gesù, anche fuori di Israele, ha un moto di fiducia verso di lui: è un uomo affidabile!

 

Gesù si è appena ritirato in quei territori di Tiro e Sidone, fuori della terra santa, dove ha avuto una controversia con scribi e farisei venuti da Gerusalemme (cf. Mt 15,1-9), ma proprio qui riceve una preghiera. Ha scelto di restare in incognito, ma neppure in terra straniera ciò è possibile per lui: ormai è troppo famoso… Ed ecco, questa donna che ha una figlioletta con uno spirito impuro viene a interrompere il suo ritiro. Costei grida, urla in modo ossessivo, come un cane, ma Gesù non la sente, non le presta ascolto e non le risponde, perché non sopporta di essere letto semplicemente come un guaritore, uno che fa miracoli. Allora i discepoli, infastiditi da quelle grida, gli chiedono di esaudirla, come unico mezzo per farla tacere. Quelle grida esprimono forse una fede, visto che la donna straniera chiama Gesù “Signore (Kýrios), figlio di David”, assumendo la devozione giudaica nei confronti del Messia? Comunque, quella donna si getta ai suoi piedi, in posizione di supplica e di riconoscimento della grandezza di Gesù, e lo prega di scacciare il demonio presente in sua figlia. È una richiesta che esprime la sofferenza e l’impotenza di questa madre di fronte alla vita della figlioletta così minacciata dall’azione del demonio, che si manifesta anche attraverso la malattia psichica.

 

Gesù ha lasciato la folla per non predicare né curare, ha preso le distanze dal suo comportamento abituale per poter pensare e pregare, ma è inaspettatamente sollecitato a intervenire. Chi lo prega è una donna, una straniera, e Gesù le risponde manifestandole la sua obbedienza al piano del Padre che lo ha inviato. C’è “prima” (prôton: Mc 7,27) un servizio da compiere presso i giudei, presso il popolo di Dio a cui è stato inviato –espresso da Matteo addirittura in termini esclusivi: “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa di Israele” –, e solo successivamente ci sarà un tempo in cui potranno essere destinatari del suo ministero anche i pagani. Gesù lo esprime ricorrendo a un’immagine che spiega il suo rifiuto: si devono saziare prima i figli, cioè i figli di Israele, poi i cagnolini, cioè i pagani (“cani” era un termine dispregiativo con cui gli ebrei indicavano le genti: cf. Mt 7,6; Fili 3,2; Ap 22,15).

 

Di fronte al rifiuto di Gesù, la donna si sente delusa, ma resiste, non si scoraggia e, ribaltando l’immagine dei cagnolini a suo vantaggio, replica: “Signore, anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. È una donna libera, che pensa, e con le sue parole fa cambiare l’atteggiamento di Gesù! Non è risentita per il rifiuto scoraggiante oppostole in prima battuta da Gesù, che resta per lei un uomo affidabile, ma lo porta – per così dire – a “ragionare”. Potremmo dire che riesce a “convertire” Gesù, il quale, volendo restare nei confini fissati alla sua missione dall’economia di salvezza, non avrebbe voluto né predicare ai pagani né portare loro cura e guarigione. Gesù è dunque convinto da questa donna, si piega di fronte a questa volontà femminile e a questa insistenza, ritorna sulle sue parole, cambia il suo proposito e anticipa quello che accadrà dopo la resurrezione. In qualche misura, vi è qui un parallelo all’episodio di Cana nel quarto vangelo, dove la madre di Gesù, dopo un suo rifiuto, con la propria fede ottiene un’anticipazione dell’ora nuziale del Messia Gesù (cf. Gv 2,1-11). Qui Gesù si sente vinto e, possiamo immaginare non senza soddisfazione e gioia interiore, la esaudisce: “Donna, avvenga per te come desideri”. Ovvero: “Per questa tua parola detta con intelligenza e parrhesía, con la libertà di chi sente di poter dire il vero, il demonio è stato vinto e tua figlia è liberata dal male”. Ma questa parola della donna significa anche molto di più, perché è rivelazione per Gesù della sua missione (cf. Mt 11,25). E Gesù mostra di saper accogliere la rivelazione dell’opera di Dio anche da parte di una donna, per di più non appartenente al popolo di Dio.

 

In questo racconto la protagonista è e resta la donna straniera, è lei che con la sua parola fa apparire il Vangelo, la buona notizia che Gesù porta con sé, perché è proprio lui la buona notizia per eccellenza, il Vangelo (cf. Mc 8,35; 10,29). Questa donna pagana sa di aver diritto, come ogni essere umano, alla misericordia di Dio eccedente la Legge; per questo invoca Gesù affinché egli renda evidente l’infinita misericordia del Padre, che va oltre quella degli scribi e dei farisei (cf. Mt 5,20), che non può essere esclusiva, cioè limitata a Israele e negata alle genti, all’umanità. Ma nella redazione di Matteo vi è un ulteriore particolare decisivo nelle parole di Gesù, che fa precedere l’esaudimento dalla constatazione: “Donna, grande è la tua fede!”. È la fede della donna che ha fatto cambiare atteggiamento a Gesù, il quale si è sentito in dovere di esaudirla e di attestarle: “La tua volontà sia fatta!”. Le parole di questa donna, inoltre, concludono il precedente insegnamento di Gesù sul puro e sull’impuro (cf. Mt 15,10-20) e preparano la moltiplicazione dei pani in terra straniera narrata subito dopo (cf. Mt 15,32-39), quando il pane sarà per tutti, condiviso tra giudei e pagani, e la tavola della comunione sarà aperta a tutti. Gesù ha riconosciuto la fede in un atto di fiducia e ha fatto cadere il muro di separazione tra le genti e Israele (cf. Ef 2,14)!

 

 

Sì, qui è una donna, peraltro una pagana, che rende evento il Vangelo! Detto altrimenti, attraverso l’immagine dei cagnolini – o meglio dei cani domestici – la donna spezza il confine ideologico e indica una possibile realtà da salvare. Ciò che qui avviene è “il miracolo dell’incontro. A causa di questo incontro decisivo Gesù inaugura una nuova fase: questa pagana mette ‘al mondo’ Gesù, gli fa scoprire l’universalità della sua missione” (Élian Cuvillier). Non possiamo non mettere in evidenza come per Gesù l’incontro con un’altra persona è vero nella misura in cui non solo egli cambia chi incontra, ma subisce anche un cambiamento in se stesso proprio a causa dell’incontro. Gesù si sente un ebreo, un figlio di Israele, appartenente al popolo delle promesse e delle benedizioni, al quale è destinata in primo luogo la sua missione. E tuttavia sa anche che la storia della salvezza riguarda tutta l’umanità e che l’ascolto della sofferenza dell’altro, un ascolto mai escludente, fa parte della sua identità di Servo del Signore che si addossa fragilità e malattie delle moltitudini (rabbim; cf. Mt 8,17 e Is 53,4). Ecco la non chiusura di Gesù, la non rigidità della sua missione, l’atteggiamento di apertura verso l’altro, chiunque sia.


Bisogna pregare

 

con parresia

 

Domenica XX del tempo ordinario A

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

 Moses arms supported

 

15,21 28 Coraggio nella preghiera [1]

 

Nel Vangelo Gesù è chiaro: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto” (Mt 7,7) e, per farci capire bene, ci fa l'esempio di quell'uomo che insistentemente bussa a mezzanotte al vicino per avere tre pani, senza curarsi di passare per maleducato (cf. Lc 11,5 8). Gli interessava soltanto di ottenere la cena per il suo ospite.

E se di inopportunità si tratta, guardiamo a quella donna cananea (cf. Mt 15,21 28) che rischia che i discepoli la prendano (v. 23) e che le dicano “cagnolina” (v. 27), pur di ottenere quello che vuole: la guarigione della figlia. Quella donna sì che sapeva lottare con coraggio nella preghiera.

A questa costanza e insistenza nella preghiera il Signore promette la certezza del risultato: “Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto” (Mt 7,8). E ci spiega il perché del successo: Dio è Padre. “Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!” (Lc 11,11 12). Ciò che il Signore promette alla nostra preghiera fiduciosa e perseverante va molto più in là di quello che immaginiamo: oltre a quello che chiediamo ci darà anche lo Spirito Santo. Quando Gesù ci esorta a pregare con insistenza, ci spinge nel seno stesso della Trinità e, attraverso la sua santa umanità, ci conduce al Padre e ci promette lo Spirito Santo.

 

15,21-28 Pregare con parresia [2]

 

Più volte ho parlato di parresia, del coraggio e della passione nella nostra azione apostolica. Lo stesso atteggiamento deve essere nella preghiera: bisogna pregare con parresia. Non essere tranquilli dopo aver chiesto una sola volta. L’intercessione cristiana ha bisogno di tutta la nostra insistenza fino al limite. Così pregava Davide quando chiese per il figlio moribondo (cf. 2Sam 12,15-18), così pregò Mosè per il popolo ribelle (cf. Es 32,11-14; Nm 4,1019; Dt 9,18- 20), lasciando da parte le loro comodità e il vantaggio personale e la possibilità di diventare il leader di una grande nazione (cf. Es 32,10). Non cambiò di “partito”, non negoziò la sua gente, ma combatté fino alla fine. La nostra consapevolezza di essere stati scelti dal Signore per la consacrazione o il ministero ci deve allontanare da ogni indifferenza, di qualsiasi comodità o interesse personale nella lotta a favore di questa gente da cui ci hanno preso e ai quali siamo stati mandati a servire. Come Abramo, dobbiamo trattare con Dio la sua salvezza con vero coraggio, e questo stanca come si stancavano le braccia di Mosè quando pregava in mezzo alla battaglia (cf. Es 17,11-13). L’intercessione non è per i deboli. Noi non preghiamo per “realizzare” e per mettere in pace la nostra coscienza o per godere di un’armonia interiore puramente estetica. Quando preghiamo, combattiamo per il nostro popolo. Così prego io? O mi stanco, mi annoio e cerco di non entrare per sottrarmi a questa lotta e mi preoccupo della mia tranquillità? Sono come Abramo nel coraggio dell’intercessione o finisco per essere meschino come Giona quando si lamentò della perdita del ricino che gli faceva da tetto e non di quegli uomini e donne “che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra” (Gv 4,11), vittime di una cultura pagana?

 

15,21-28 L’eroica costanza [3]

 

Il Vangelo narra molte scene di ricerca e di incontro con Gesù e, in ciascuna di esse, c’è qualche elemento che può aiutarci nella preghiera. L’incontro con Gesù porta sempre con sé una chiamata, grande o piccola che sia (Mt 4,19; 9,9; 10,1-4); esso avviene a qualunque ora ed è pura gratuità (Mt 20,5-6); deve essere cercato e voluto (Mt 8,2-3; 9,9), talvolta con eroica costanza (Mt 15,21 ss), talaltra con urla di sgomento (Mt 8,25), e nella ricerca si può sperimentare il dolore della perplessità e del dubbio (Lc 7,18-24; Mt 11,2-7). L’incontro con Gesù Cristo ci conduce sempre più verso l’umiltà (Lc 5,9); a volte può essere rifiutato, a volte accettato a metà (Mt 13,1-23): nel primo caso è fonte di grande dolore per il cuore di Cristo (Mt 20,30; 23,37-39). Non si tratta di una ricerca e di un incontro asettico, pelagiano, ma di un percorso che implica anche il peccato e il pentimento (Mt 21,28-32). L’incontro con Gesù Cristo avviene nella vita di tutti i giorni, nella pratica assidua della preghiera, nella lettura sapiente dei segni dei tempi (Mt 24,32; Lc 21,29) e nei nostri fratelli (Mt 25,31-46; Lc 10,25-37).

 

15,22 Misericordia come “impietosirsi” [4]

 

Pietà e pietismo

Tra i tanti aspetti della misericordia, ve ne è uno che consiste nel provare pietà o impietosirsi nei confronti di quanti hanno bisogno di amore. La pietas - la pietà - è un concetto presente nel mondo greco-romano, dove però indicava un atto di sottomissione ai superiori: anzitutto la devozione dovuta agli dei, poi il rispetto dei figli verso i genitori, soprattutto anziani. Oggi, invece, dobbiamo stare attenti a non identificare la pietà con quel pietismo, piuttosto diffuso, che è solo un’emozione superficiale e offende la dignità dell’altro. Allo stesso modo, la pietà non va confusa neppure con la compassione che proviamo per gli animali che vivono con noi; accade, infatti, che a volte si provi questo sentimento verso gli animali, e si rimanga indifferenti davanti alle sofferenze dei fratelli. Quante volte vediamo gente tanto attaccata ai gatti, ai cani, e poi lasciano senza aiutare il vicino, la vicina che ha bisogno… Così non va.

 

Pietà, manifestazione della misericordia

La pietà di cui vogliamo parlare è una manifestazione della misericordia di Dio. È uno dei sette doni dello Spirito Santo che il Signore offre ai suoi discepoli per renderli “docili ad obbedire alle ispirazioni divine” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1830). Tante volte nei Vangeli è riportato il grido spontaneo che persone malate, indemoniate, povere o afflitte rivolgevano a Gesù: “Abbi pietà” (cf. Mc 10,47-48; Mt 15,22; 17,15). A tutti Gesù rispondeva con lo sguardo della misericordia e il conforto della sua presenza. In tali invocazioni di aiuto o richieste di pietà, ognuno esprimeva anche la sua fede in Gesù, chiamandolo “Maestro”, “Figlio di Davide” e “Signore”. Intuivano che in Lui c’era qualcosa di straordinario, che li poteva aiutare ad uscire dalla condizione di tristezza in cui si trovavano. Percepivano in Lui l’amore di Dio stesso. E anche se la folla si accalcava, Gesù si accorgeva di quelle invocazioni di pietà e si impietosiva, soprattutto quando vedeva persone sofferenti e ferite nella loro dignità, come nel caso dell’emorroissa (cf. Mc 5,32). Egli le chiamava ad avere fiducia in Lui e nella sua Parola (cf. Gv 6,48-55). Per Gesù provare pietà equivale a condividere la tristezza di chi incontra, ma nello stesso tempo a operare in prima persona per trasformarla in gioia.

 

Coltivare la pietà

Anche noi siamo chiamati a coltivare in noi atteggiamenti di pietà davanti a tante situazioni della vita, scuotendoci di dosso l’indifferenza che impedisce di riconoscere le esigenze dei fratelli che ci circondano e liberandoci dalla schiavitù del benessere materiale (cf. 1Tm 6,3-8).

Guardiamo l’esempio della Vergine Maria, che si prende cura di ciascuno dei suoi figli ed è per noi credenti l’icona della pietà. Dante Alighieri lo esprime nella preghiera alla Madonna posta al culmine del Paradiso: “In te misericordia, in te pietate, […] in te s’aduna quantunque in creatura è di bontate” (XXXIII, 19-21).

 

NOTE

 

 

[1] La preghiera, in J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Solo l’amore ci può salvare, LEV, Città del Vaticano 2013, 131-140.

[2] Veracità e conversione. I nostri peccati, in: J. M. BERGOGLIO – FRANCESCO, Il desiderio allarga il cuore. Esercizi spirituali con il Papa, EMI, Bologna 2014, 45-50.

[3] L’incontro con Gesù, in J. M. BERGOGLIO PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR Milano, 2014, 18-20.

[4] Udienza giubilare, 14 maggio 2016.

 

 

FONTE

 

 

J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Matteo. Il vangelo del compimento. Lettura spirituale e pastorale, a cura di Gianfranco Venturi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2016.


Trasmettere la fede

 

è trasmettere le scritture

 

La qualità sacramentale della Parola

 

Enzo Bianchi

 

L’originalità del culto cristiano sta nel suo “essere essenzialmente annuncio della buona notizia alla comunità riunita in assemblea e accoglienza di essa da parte della comunità che risponde”. Così si esprimeva il teologo Joseph Ratzinger nel suo intervento all’81° Katholikentag, tenutosi a Bamberg nel luglio del 1966.

E, proseguendo nella replica ad alcune obiezioni già allora sollevate nei confronti della riforma liturgica, Ratzinger affermava ancora: “Purificando la Parola dal suo carattere rituale per ridonarle il suo carattere di Parola, la riforma liturgica ha compiuto un atto di importanza decisiva … La Parola si era svuotata diventando rito, e la riforma liturgica non ha fatto altro che rimettere in valore la verità della Parola e, nello stesso tempo, la verità del culto della Parola”.

Sul tema del “culto secondo il Lógos”, secondo l’espressione paolina loghikè latreía (Rm 12,1), Joseph Ratzinger è tornato sovente, con precisazioni penetranti, in quanto convinto che “la liturgia non consiste nel riempirci del sentimento del sacro, per mezzo di fremiti e di allusioni, bensì nel metterci di fronte alla spada tagliente della Parola di Dio (cf. Eb 4,12). Essa non consiste nel metterci in un ambiente di solennità e di bellezza per raccoglierci e meditare in pace, ma nell’introdurci nel ‘noi’ dei figli di Dio”.

Non a caso, a oltre quarant’anni di distanza, nell’Esortazione apostolica post-sinodale Verbum Domini del 2010, papa Benedetto XVI, dopo aver parlato per la prima volta nel magistero dell’analogia Verbi (§ 7), è giunto a parlare della sacramentalità della Parola (§ 56), sacramentalità da comprendersi in analogia con la presenza di Cristo nell’eucaristia e con l’incarnazione del Verbo in Gesù di Nazaret.

Certo, l’ispirazione di tali affermazioni può essere trovata di nuovo in Agostino: “Sacramentum, [id est] tamquam visibile verbum” (Commento a Giovanni 80,3). Ma grazie all’attuale comprensione della sacramentalità della Scrittura, dovremmo cogliere diversamente la liturgia della Parola: non più come “preparazione alla messa” ma essa stessa come comunicazione di Dio, come parte dell’alleanza tra Dio e il suo popolo.

Nell’accogliere la Parola di Dio, l’assemblea, non diversamente da ciò che avvenne al Sinai, ratifica l’alleanza e promette di realizzare ciò che ha ascoltato: “Tutti i comandamenti che il Signore ha dato, noi li eseguiremo!” (Es 24,3). Si tratta di comprendere che “la Parola precipita in gesto sacramentale eucaristico” (Louis-Marie Chauvet) e che la Parola proclamata, predicata, ascoltata rende partecipe l’assemblea all’azione di Dio, al suo dabar, Parola-Evento, che è il mistero rivelato e celebrato.

Impegno decisivo della chiesa dovrebbe essere l’acquisizione e la comprensione di questa qualità sacramentale della Parola, senza la quale permane la patologia di un primato dell’eco della Parola di Dio detta e predicata, e non della Parola stessa. È Cristo stesso che “adest praesens in medio” (cf. SC 7), che parla quando si proclamano le Scritture che contengono la Parola; non solo, è il Signore che opera, agisce, crea l’evento di salvezza, con una presenza testamentaria che sancisce l’alleanza con la chiesa sua sposa.

Purtroppo, invece, è caduta nel dimenticatoio una preziosa sottolineatura presente nelle premesse all’Ordinamento delle letture della messa del 1981, dove uno dei compiti di chi presiede la liturgia è così espresso: “[Egli] alimenta la fede dei presenti per ciò che riguarda quella Parola che nella celebrazione, sotto l’azione dello Spirito Santo, si fa sacramento” (§ 41). La Parola di Dio viene a noi dal sacramento delle sante Scritture che la chiesa prende in mano per spezzare la Parola stessa.

Del resto, se ripercorressimo con attenzione il magistero papale postconciliare su questo aspetto-cardine del rapporto tra Bibbia, Parola di Dio e vita cristiana, ci accorgeremmo come nella Lettera Apostolica Novo Millennio Ineunte, Giovanni Paolo II abbia calorosamente parlato della necessità di consolidare la pratica della lectio divina nella convinzione – condivisa ed espressa successivamente più volte anche dal suo successore Benedetto XVI – che essa possa rivitalizzare la vita di fede dei credenti:

 

“Da quando il concilio Vaticano II ha sottolineato il ruolo preminente della Parola di Dio nella vita della Chiesa, certamente sono stati fatti grandi passi in avanti nell’ascolto assiduo e nella lettura attenta della Sacra Scrittura. Ad essa si è assicurato l’onore che merita nella preghiera pubblica della Chiesa. Ad essa i singoli e le comunità ricorrono ormai in larga misura, e tra gli stessi laici sono tanti che vi si dedicano anche con l'aiuto prezioso di studi teologici e biblici.

Soprattutto poi è l’opera dell'evangelizzazione e della catechesi che si sta rivitalizzando proprio nell’attenzione alla Parola di Dio. Occorre consolidare e approfondire questa linea, anche mediante la diffusione nelle famiglie del libro della Bibbia. In particolare è necessario che l’ascolto della Parola diventi un incontro vitale, nell’antica e sempre valida tradizione della lectio divina, che fa cogliere nel testo biblico la Parola viva che interpella, orienta, plasma l’esistenza” (NMI 39).

 

È in questo solco che si colloca l’Esortazione post-sinodale Verbum Domini, in particolare là dove parla esplicitamente di “sacramentalità della Parola (cf. VD 56). Ne consegue l’articolata riflessione sulla “Parola di Dio nella vita ecclesiale” (VD 72 ss.) e, al suo interno, l’insistenza sulla lectio divina (VD 86-87).

La pastorale e, prima ancora, la sollecitudine nel trasmettere la fede cristiana devono infatti tendere ad allargare con metodi adatti l’incontro con la Sacra Scrittura da parte di tutti i cristiani: si tratta di provvedere adare strumenti di lettura della Bibbia al popolo di Dio, in vista di un uso della Bibbia che trasmetta la Parola come pane di vita, nutrimento di fede.

Altrimenti il rischio è che la ritrovata familiarità con il testo biblico, la disponibilità della Bibbia da parte di chiunque, resa possibile ai cristiani dal Concilio Vaticano II, resti infruttuosa, sterile. Sì, affinché si realizzi l’auspicio conciliare – “È necessario che i fedeli abbiano largo accesso alla sacra Scrittura” (DV 21) – occorre assumersi l’impegno di indicare e insegnare la via e la forma di una lettura spirituale delle Scritture che sappia rendere la Bibbia parola vivente oggi.

Occorre allora chiarificare i nodi del rapporto Bibbia-Chiesa e mettere in luce la correlazione tra approccio alla Bibbia e concezione ecclesiologica e pratica ecclesiale, tra tipo di lettura biblica e tipo di presenza della chiesa nel mondo. Un certo modo di intendere la chiesa e la sua presenza nel mondo produce un certo tipo di lettura della Bibbia e, viceversa, un determinato approccio alla Scrittura si esprime e si manifesta in un certo tipo di presenza ecclesiale nel mondo.

La Parola di Dio emerge dall’armonica sinfonia tra Scrittura, Comunità e Spirito santo. Lo Spirito vivifica i criteri oggettivanti della Scrittura e della Comunità. Non è difficile vedere come il mancato equilibrio fra questi elementi produca disarmonie a livello ecclesiologico.

Ora, il diffuso allentamento della trasmissione della fede, sia attraverso la catechesi che mediante l’eloquenza della testimonianza, fa sì che anche chi frequenta regolarmente l’eucaristia domenicale sia spesso sprovvisto dei più elementari fondamenti della fede cristiana. Si richiede quindi un lavoro di trasmissione della fede, di educazione alla fede, di istruzione nella fede: un lavoro che ha nella trasmissione della conoscenza e della familiarità con le Scritture un luogo centrale. Resta attualissima infatti l’affermazione di san Gerolamo, ripresa dal Vaticano II e da tutto il magistero successivo: “l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Gesù Cristo”. Trasmettere la fede è trasmettere le sante Scritture.

Se questo non avviene, il rischio è la caduta in forme ambigue o la deriva della superstizione, del devozionalismo, della decadenza della fede genuina in pratiche secondarie o periferiche fatte passare per essenziali e centrali, o in vere e proprie aberrazioni e perversioni della fede, come ben sintetizzava l’allora vescovo Walter Kasper in una lettera pastorale alla sua diocesi di Rottenburg nel 1989: “una scarsa conoscenza della fede è sempre stata il migliore terreno per la superstizione e l’errore”.

Il diffondersi di fenomeni che hanno a che fare con le apparizioni, la taumaturgia, il miracolistico, il prodigioso, rischia di dimenticare la via ordinaria della fede che è via di ascolto della Parola e di risposta di preghiera che si nutre di quotidiana e non visibile fatica. Il contesto attuale, poi, storico e culturale, chiede alla chiesa di assumere la trasmissione della fede come compito prioritario: e nella trasmissione della fede centrale è l’insegnamento biblico e l’introduzione alla conoscenza di Cristo attraverso la Bibbia e, massimamente, i vangeli. Infatti, “tra tutte le Scritture, anche del Nuovo Testamento, i vangeli meritatamente eccellono, in quanto sono la principale testimonianza relativa alla vita e alla dottrina del Verbo incarnato, nostro Salvatore” (DV 18).

“La Parola di Dio è la prima sorgente di ogni spiritualità cristiana”. Queste parole di Giovanni Paolo II in Vita consacrata 94 – eco di DV 21 dove la Parola di Dio è detta essere “fonte genuina e perenne della vita spirituale” – applicate alla vita religiosa, indicano il necessario cammino di rinnovamento della spiritualità non solo di ordini e congregazioni religiose, ma di ogni comunità cristiana, in un tempo in cui il cristianesimo è minoritario e il contesto culturale si è fatto estraneo alla dimensione della fede.

Si tratta allora di riscoprire la fondamentale unità della vita spirituale cristiana che nella testimonianza scritturistica ed evangelica in specie trova la sua base essenziale. Occorre passare “dalle spiritualità alla spiritualità cristiana”, consci che molte differenze – che nell’ambito della vita spirituale distinguevano tra fedeli laici, ministri ordinati e membri della vita consacrata e ancora, all’interno di questa, tra congregazione e congregazione – se erano comprensibili in un contesto cristiano omogeneo, sono oggi anacronistiche e soprattutto rischiano di smarrire il senso dell’essenziale che dovrebbe essere custodito nel testimoniare con radicalità la “differenza cristiana”, evocata ancora pochi giorni fa da papa Francesco all’assemblea generale della Conferenza episcopale italiana.

Centrare attorno alla Parola di Dio la vita spirituale significa ritrovare il centro che può alimentare l’annuncio del Vangelo nel mondo contemporaneo. Infatti, come scrisse p. Louis Bouyer nella fervida stagione di preparazione del concilio annunciato da papa Giovanni, “ciò che definisce la spiritualità cristiana non è la distinzione di questo o quel gruppo di cristiani, ma ‘una sola fede, un solo battesimo, un solo Signore, un unico Spirito, un unico Dio salvatore di tutti’ (Ef 4,5-6).

 

Indubbiamente lo stesso Spirito che agisce in tutti, chiede a ciascuno di compiere funzioni diverse nell’unico Corpo di Cristo, ma non per questo si potrebbe parlare di diverse spiritualità cristiane senza tener sempre presente che esse, se sono effettivamente cristiane, differiscono solo sul piano relativamente esteriore e secondario delle applicazioni, mentre l’essenza della spiritualità cristiana rimane una e inalterabile”. Una spiritualità profondamente radicata nella Parola di Dio e, proprio per questo, capace di generare e rigenerare alla vita cristiana.


 

Liturgia e

 

ricerca spirituale oggi

 

Goffredo Boselli

 

In questo intervento non ho la minima pretesa di rispondere in modo esaustivo alle intelligenti domande che mi avete fatto pervenire, cercherò invece di intercettare la questione che mi è parso sottostare alle questioni da voi posto. Proverò in qualche modo di far rientrare nella riflessione le domande da voi poste, tuttavia ne scelgo tre dalle quali muovere la mia breve riflessione:

- Nella civiltà contemporanea, l’azione liturgica può trovare spazi per il recupero della spiritualità?

- L’obbligatorietà del precetto ha ancora un senso? Senza, però, un presenza costante ha senso? Si riesce a parlare di comunità?

- Come far convivere la liturgia con il mondo giovanile.

Mi sembra di poter sintetizzare queste problematiche all’interno del rapporto tra liturgia e ricerca spirituale oggi.

 

Parto da una premessa che è di fatto una costatazione. Se l’analisi del profondo cambiamento in corso nel credere oggi in Italia ha visto ampiamente impegnata la sociologia della religione con inchieste, analisi e pubblicazioni anche recenti, molto meno ha coinvolto la riflessione teologica e ancor decisamente meno quella liturgica. Il rapporto tra liturgia e ricerca spirituale contemporanea, le ricadute della secolarizzazione sul celebrare cristiano sono temi che in Italia, occorre riconoscerlo, sono perlopiù sottovalutati se non perfino ignorati. Nelle accademie ci si limita a studiare il ruolo della liturgia nella storia della spiritualità, arrestandosi alle acquisizioni fondamentali del Movimento liturgico e del rinnovamento del Vaticano II. Nell’insieme si constata una scarsa percezione dello scarto sempre più crescente tra la liturgia e le specificità che la ricerca spirituale ha assunto in questi ultimi tempi.

La versione ufficiale e autorizzata secondo la quale l’Italia – a differenza della Francia, della Germania o della più parte dei paesi europei – resisterebbe alla secolarizzazione grazie al sentimento popolare religioso ampiamente diffuso e all’appartenenza (anche solo sociale) al cattolicesimo da parte del popolo italiano, ha rappresentato in questi ultimi anni una campana di vetro sotto la quale rifugiarsi per non prendere fino in fondo atto del cambiamento radicale in corso nell’esperienza del credere.

È ormai un’evidenza rilevare che il credere in Dio non è scomparso ma sono mutate le forme del credere, conseguenza del fatto che il rapporto con la religione non è venuto meno ma ha cambiato forma. Questo è uno dei principali punti fermi che, al di là di posizioni e accenti diversi, i sociologi della religione da tempo ormai ci consegnano in modo sostanzialmente convergente. In altre parole, l’evidenza è che la secolarizzazione ormai da anni ha segnato anche in Italia la fine del cattolicesimo per inerzia.

La “terra di mezzo del credere” è l’immagine, particolarmente indovinata ed efficace, formulata dal sociologo Alessandro Castegnaro per descrivere il mutamento in corso delle forme del credere (C’è campo? 2010, Fuori dal recinto 2013). C’è uno vasto spazio, probabilmente maggioritario secondo Castegnaro, in cui prendono vita stadi e forme del credere quanto mai diseguali e frastagliate tra loro. La maggior parte delle persone sembra abitare questo territorio intermedio segnato, da un parte, da chi si riconosce convintamente credente e, dalla parte opposta, da chi si dichiara non credente. L’esistenza di questa estesa “terra di mezzo del credere” invita a riconsiderare a fondo le categorie tradizionali e fondamentali di “credente” e “non credente”, immediatamente riconducibili a “praticante” o “ateo”.

Credere non è più associato e direttamente associabile all’idea di certezza come fino ad ora si pensava. Credere oggi significa piuttosto credere di credere, cioè non avere certezze o averne poche. Significa non essere sicuri di poter credere ma neppure di non poter credere. È una situazione di stallo più che incredulità. Credere è sempre stato associato a un’idea di pienezza o di vuoto, di sì o di no. Questo modo consueto di intendere la fede non corrisponde all’esperienza spirituale di un numero oggi tendenzialmente crescente di persone anche in Italia, i giovani soprattutto ma non solo, anche gli adulti nati negli anni Settanta.

Se i multiformi profili del credere che costituiscono la “terra di mezzo” non sono espressioni dalla “mancanza di fede” (la neotestamentaria apistía), esse non sono neppure immediatamente riconducibili alla “poca fede” (ologopistía), ma si approssimano maggiormente a quella che l’apostolo Paolo definisce come “debolezza del credere” (asthéneia tes písteos) (Rm 4,19; 14,1). Dunque, quello maggioritario non è, come abitualmente si afferma, il territorio dell’indifferenza o del disinteresse nei confronti del credere, oppure della poca fede, quanto piuttosto di chi vorrebbe credere, di chi si trova all’interno di una dinamica, di chi vive un processo e per questo ha bisogno di tempo. Chi permane in questo territorio mediano non è disponibile a dire con certezza “io non credo”, perché percepisce un movimento oscillatorio interiore ed esperimenta il paradosso di credere e non crede contemporaneamente. Un paradosso che rinvia immediatamente all’appello che, nel vangelo secondo Marco, il padre del ragazzo epilettico gli rivolse: “Credo; aiutami nella mia incredulità” (Mc 9,24).

Quello che oggi può scioccare è il dover prendere atto che il cristianesimo attuale e, ancor di più, quello che ci attende dove essere in grado di accettare persone giunte all’età adulta che, sebbene battezzate, non hanno definito appieno la loro identità religiosa. La “terra di mezzo del credere” è la terra di chi non sente nessuna pregiudiziale avversa al credere ma, al contrario, percepisce una sincera attrazione alla dimensione spirituale della vita e tuttavia non la identifica pienamente nelle espressione tradizionali della religione, vale a dire le sue istituzioni, le dottrine, i precetti e anche riti.

Di fronte a questo vero e proprio passaggio epocale, la domanda da porsi non è tanto cosa rappresenti la liturgia per i numerosi abitanti della “terra di mezzo del credere”, quanto piuttosto come la liturgia può rispondere alla sfida che oggi si pone alla Chiesa e al cristianesimo contemporaneo occidentale. Quali potranno e dovranno essere i criteri e le modalità attraverso le quali la liturgia può rispondere alle sfaccettate forme del credere oggi e negli anni futuri, alla loro condizione spirituale, alle loro attese interiori, alle domande di senso, ai bisogni umani e spirituali?

Per tentare, non senza insicurezza e fatica, una risposta a queste domande, mi limito a un semplice abbozzo di quattro possibili metafore con le quali provo ad esprime ciò che, a mio avviso, la liturgia sarà chiamata ad essere negli anni che ci stanno davanti.

 

La liturgia approdo

 

In un tempo nel quale, come molti hanno già rilevato, la “ricerca” diviene la forma fondamentale della vita spirituale, tra coloro che abitano la “terra di mezzo del credere” vi è il credente viandante, ricercatore, nomade. È il credente disincantato per il quale i sistemi di credenza espressi nelle forme tradizionali non sono convincenti e pienamente credibili. Il credente viandante vive una tensione interiore: da un lato sente di dover esperimentare nuovi percorsi, personalizzando valori e pratiche, in qualche modo rifondandole sulla base delle proprie conoscenze e delle esperienze fatte. Il loro mondo spirituale è il loro unico tempio. Tuttavia, nello stesso tempo, si trova abitato dal desiderio di trovare riposo in una credenza finalmente certa e stabile o in una esperienza religiosa alla quale aderire in modo definitivo.

La liturgia approdo è quella che si comprende e si offre come un porto al quale il credente viandante può talvolta attraccare nei suoi percorsi di esplorazione, con i ritmi e tempi che lui solo stabilisce: necessità interiori, momenti significativi della vita propria o dei figli, feste religiose maggiori. L’attracco episodico e sporadico non è immediatamente riconducibile al cattolicesimo di socializzazione o di tradizione, ma risponde a una sorta di nostalgia dell’origine da cui il cammino ha avuto inizio. È nostalgia della casa dalla quale si è usciti ma senza averla mai del tutto abbandonata. La liturgia approdo risponde al bisogno e al desiderio di una ritualità conosciuta fatta di luoghi, simboli, canti, formule e preghiere interiorizzate e condivise con altri. Una liturgia conosciuta alla quale poter tornare come ad un approdo sicuro del quale si è certi dell’esistenza, sul quale si sa di poter contare e che può assolvere alla funzione di rifugio e riparo dalla fatica del cercare e di temporanea sosta nel tanto pellegrinare, pronti poi, mollati gli ormeggi, a riprendere la traversata.

Il nomade non chiede nulla di particolare alla liturgia se non di esserci, di accoglierlo, ospitarlo e in questo modo riconoscerlo. Lui riconosce la comunità cristiana in preghiera e la comunità in preghiera riconosce lui. Per questo è necessario che la liturgia della Chiesa con il suo stile e i suoi messaggi verbali e non verbali non crei mai delle barriere e degli ostacoli. Nel suo modo di essere celebrata non respinga e non allontani nessuno. Per questo è decisivo l’ambiente, il clima che è percepito immediatamente, prima di ogni parola. Una liturgia diventa approdo se rinuncia ad essere solo per eletti, puri e salvati, ma è capace di ospitare ogni forma di ricerca di Dio, è capace di empatia con il cercatore di Dio.

La liturgia approdo è simile all’esperienza vissuta da quelle tante figure evangeliche che vengono a Gesù in modo quasi sempre anonimo e spesso furtivo, per chiedergli anche solo un segno, una parola, un gesto di guarigione, alle quali Gesù dichiara “va, la tua fede ti ha salvato”, “alzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa”, “nessuno ti condanna”, e poi di loro non si sa più nulla. Persone che sono venute a Gesù, hanno trovato in lui quello che cercavano e poi se sono andate. A questi Gesù non ha chiesto nulla, ma in loro ha semplicemente trovato e riconosciuto la fede.

 

La liturgia pozzo

 

La liturgia pozzo si rende disponibile a quelle persone che, differenza dei viandanti in ricerca, vivono la difficile condizione di abitare sul crinale tra la sincera ricerca spirituale e l’avvertire ancora in sé resistenze nel credere interamente. Sono persone nelle quali è in atto un sorgivo e autentico cammino di conversione. La liturgia, come un pozzo, ha qui la funzione di essere luogo al quale potersi recare per ascoltare l’annuncio della fede e, quando avviene, attingere ragioni per credere. Il pozzo attrae, mobilita a sé per quello che offre di vitale e che non si trova altrove. La liturgia pozzo è vissuta come riserva di senso, luogo dell’incontro con la parola di Dio, con la predicazione del vangelo, con coloro che si confessano credenti. Può essere identificata nelle liturgie ordinarie delle comunità parrocchiali, ma ancora di più in quelle dei monasteri o delle comunità religiose o di esperienze spirituali particolarmente significative. Gli haut-lieux li chiamo i francesi. La liturgia pozzo è riflesso di un cristianesimo capace di attrazione (come ricorda spesso papa Francesco riprendendo una immagine di Benedetto XVI), capace di vincere le resistenze e le riserve maggiori. La liturgia pozzo è quella che ispira a credere, è esperienza del già e non ancora della fede.

Si rende sempre più necessaria una liturgia che sia eloquente per gli uomini e la donne di oggi, più credibile per essere all’altezza della sfida che oggi gli si impone. Per questo, la liturgia deve trovare un linguaggio diverso. Qui si pone il grande problema del linguaggio della liturgia presente anche nelle vostre domande. Le parole della liturgia devono poter diventare che parlano, parole eloquenti: parole di salvezza, parole che umanizzano e che qui e oggi fanno bene alla vita. Sì a parole di salvezza ma a condizione che sia una salvezza incarnata non astratta, che ha a che fare con l’esistenza concreta delle persone. Attenzione a una liturgia che non solo non aiuta a credere e a vivre, ma per il suo stile e la sua grammatica a volte rappresenta un ostacolo a credere perché percepita come vecchia, stanca, abitudinaria, muta, paludata. Come alla fede così alla liturgia oggi si chiede una cosa sola: che aiuti a dare senso alla vita, che sostenga le prove e le fatiche del vivere, che aiuti a stare bene con sé stessi, gli altri e Dio.

La liturgia pozzo è quella che, come Gesù alla Samaritana al pozzo di Sicar, dona acqua che genera la fede. Ricordiamo che nel quarto vangelo il pozzo è il luogo dove Gesù compie la più alta rivelazione del nuovo culto “in spirito e verità” da lui iniziato perché da lui vissuto.

 

La liturgia soglia

 

La liturgia soglia rappresenta è il sottile confine tra i territori: dalla “terra di mezzo del credere” consente di accedere gradualmente all’esperienza di Dio aprendo all’adesione convinta alla fede e all’appartenenza comunitaria. È il momento più delicato e complesso nel quale la liturgia adempie il suo compito di levatrice, rivela la sua capacità maieutica. È la fase nella quale la ritualità liturgica, grazie soltanto alla parola di Dio che annuncia con gesti e parole, diventa generativa a patto che essa sappia sollecitare l’interesse di chi vi prende parte la cui domanda di esperienza è tanto sincera quanto esigente. La liturgia come soglia riconosce che questo passaggio ha bisogno di tempo, non avviene dall’oggi al domani, e soprattutto che vi sono persone per le quali lo stare sulla soglia può essere è la condizione permanente della propria esperienza di credente.

Questo comporterà, da parte della Chiesa, una più grande capacità di penetrazione del mistero del corpo di Cristo e dell’azione dello Spirito santo che anche nel futuro sarà Spirito di comunione. Per questo, la liturgia come soglia è quella liturgia che sa unire, tenere insieme in un “noi”, coloro che confessano l’unico Cristo, cioè che nelle maniere più diverse si riconoscono nel Gesù narrato nei vangeli e che in qualche modo sentono di appartenergli. Un “noi” formato da uomini e donne che hanno scelto di essere presenti all’assemblea eucaristica domenicale non per dovere e tanto meno per abitudine, ma perché hanno una ragione particolare per esserci e che possono, nonostante la loro grande diversità e magari anche singolare eterogeneità rispetto agli “habitués” delle nostre eucaristie, essere spiritualmente uniti nella stessa celebrazione del mistero.

La figura neotestamentari del credente della soglia è quella di Nicodemo che va di notte da Gesù per interrogarlo e ascoltarlo riconoscendo che Dio è con lui, ma tuttavia non prenderà mail la decisione di seguirlo come discepolo.

 

La liturgia casa

 

Da ultimo, la liturgia casa è la liturgia di chi si riconosce a si dichiara agli altri come credente, di chi sente di appartenere stabilmente a una comunità cristiana. La liturgia casa è la liturgia dei dimoranti, dei discepoli che si riunisco assiduamente attorno al loro Signore per ascoltare la sua parola e spezzare il pane. Tutto quanto è stato detto nelle metafore precedenti di ciò che si impone oggi circa l’eloquenza, la comprensibilità e l’autenticità della liturgia vale, a maggior ragione, anche per questa ultima immagine. I credenti “discepoli” vivono anch’essi immersi nell’età secolare, sono credenti disincantanti che, in forme e modalità diverse, esperimentano le stesse dinamiche del credere oggi, con i bisogni e le esigenze che ne conseguono. Più che una realtà già data e realizzata una volta per tutte, la liturgia casa è un compito che ancora ci attende.

Mi limito a evocare quella che a mio parere è la problematica più decisiva che la liturgia dovrà affrontare per poter sapientemente interagire alle profonde trasformazioni delle forme del credere già da tempo in atto ma che nei prossimi anni emergeranno con particolare evidenza. La liturgia è infatti intrinseca alla vita di fede e ne è sua espressione fondamentale. Si è soliti ribadire, e a giusto titolo, uno dei principi cardini della riforma liturgica conciliare, quello della “partecipazione attiva” dei fedeli alle liturgie. Un principio che rappresenta, senza ombra di dubbio, un’acquisizione irrinunciabile e un punto di non ritorno. Accanto all’esigenza di una maggiore partecipazione attiva occorre domandarsi quanto la liturgia del Vaticano II crei le condizioni necessarie per la partecipazione attiva dei fedeli. Se si offre un cibo per essere mangiato, bisogna verificare che questo cibo sia effettivamente mangiabile. Fuor di metafora, se il linguaggio dei testi liturgici e le modalità di formulare la fede che essi veicolano siano effettivamente in grado di coinvolgere i fedeli rendendoli partecipi. Si partecipa attivamente solo a condizione di esserne fatti partecipi. Se l’esperienza di preghiera che la liturgia propone riesce a interagire con le modalità attraverso le quali i credenti di oggi vivono la loro relazione con Dio. Oggi la “partecipazione attiva” interroga anzitutto le forme e i linguaggi della liturgia prima e molto più di quanto interroghi coloro che vi partecipano.

Di fronte al profondo cambiamento in corso nel credere oggi, in Italia c’è urgente bisogno di maggiore ricerca in campo liturgico; non solo convegni e commissioni ma anche e soprattutto laboratori di liturgia, cioè realtà, comunità, luoghi nei quali si esperimenta, si elabora, si ricerca iniziando in primo luogo da nuovi testi per la liturgia e una altra gestualità rituale. Anche laboratori realizzati dai giovani nei quali essi possano essere direttamente coinvolti nella ricerca di nuove forme espressive, di nuovi linguaggi, di altri modi di dire la fede cristiana oggi.

 

Fare della liturgia il luogo fondamentale dell’ospitalità cristiana

 

Vorrei concludere condividendo con voi l’intuizione che da qualche tempo inseguo anche alla luce della lettera apostolica di papa Francesco Evangelii gaudium, cioè che il primo compito oggi della liturgia è quello di essere luogo fondamentale ed essenziale dell’ospitalità cristiana. Per me si tratta di declinare in termini di comunità eucaristica, di assemblea liturgica la riflessione del teologo francese Christoph Theobald, il quale insiste particolarmente sull’ospitalità come carattere proprio della santità di Gesù che noi cristiani siamo chiamati a condividere e, aggiungo io, anche nella nostra liturgia.

Il cristianesimo che di fatto già ora viviamo, specie in Piemonte, ma che nei prossimi anni ancora più ci attende, almeno in occidente, dovrà essere un cristianesimo capace di riconoscere e discernere le profonde trasformazioni dell’esperienza umana e della sua ricerca di senso, ossia di cosa significa vivere e che significato dare alla vita. Dobbiamo prepararci a una sempre maggiore differenziazione e singolarità dei cammini di fede, che ci chiederà una particolare capacità di cardiogniosi, cioè di conoscenza dei cuori. Per questo, sarà oltremodo necessaria una liturgia che faccia vivere la celebrazione della fede in Cristo come atto di fede nella vita, espressione di quella fiducia radicale nella vita che può e deve abitare il cuore di ogni essere umano. La fede nella vita è infatti il nucleo del messaggio pasquale. Noi cristiani confessiamo Cristo vivente e questo significa credere alla vita più forte della morte e di ogni genere morte.

In fine, il cristianesimo che ci attente esigerà il riconoscimento delle condizioni morali delle persone, delle forme di vita più varie, stabili o temporanee, vissute da soli oppure insieme, anche da persone dello stesso sesso; questo ci chiederà di essere capaci di ascolto profondo e, al giusto momento, di avere una parola non rigida, moralistica ma neppure condiscendente e libertaria, ma una parola condita di sapienza. Vale a dire una parola capace di esprimere le esigenze del vangelo e al tempo stesso esperta delle fragilità umana, coniugandole senza sconfessare o l’una o l’altra. Una parola nata da viscere di compassione che fa sentire ogni persona amata per quello che è, nella situazione concreta nella quale si trova e dalla quale, spesso, non può oggettivamente uscire. Per questo, serve una comunità eucaristica capace di accogliere senza giudicare non solo con le parole, ma anche con ammiccamenti, sguardi, sussurri, a volte persino con avvisi dati prima di accostarsi alla comunione con i quali far sapere, talvolta senza la minima delicatezza, chi è ammesso e chi è escluso dalla tavola del Signore, come talvolta capita di sentire nelle celebrazioni delle esequie o dei matrimoni.

Al contrario, una liturgia della misericordia ospitale è quella che consente a ciascuno di entrare in chiesa e partecipare della tavola del Signore, non soltanto standoci ma, come a una tavola, trovando un suo posto che gli consenta la comunione con agli altri e con il Signore. Alla tavola del Signore, infatti, il santo mistero della vita umana di ciascuno incontra il santo mistero del Dio, Padre di tutti. Qui, ne sono oltremodo persuaso, si gioca la fiduciosa recezione e la concreta applicazione di Amoris Laetitia.

Con tutto ciò, ricordiamoci, che non ci potrà mai essere una liturgia della misericordia se non c’è una comunità della misericordia, una Chiesa della compassione, che sa fare della sua assemblea eucaristica l’esperienza ancora oggi, qui e ora, di quella santità contagiosa che Gesù comunicava ai peccatori seduti alla sua stessa tavola.

 

 

Gruppo liturgico della parrocchia di San Lorenzo in Ivrea

 

Bose 13 maggio 2017



                      Nel lavoro quotidiano

è nascosto il Regno

Domenica XVII del tempo ordinario A

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

 

 

13,44-52 Cercare e trovare [1]

Tra le parabole del Regno di Dio (Mt 13,44-52) ci sono due piccoli capolavori: le parabole del tesoro nascosto nel campo e della perla di grande valore. Esse ci dicono che la scoperta del Regno di Dio può avvenire improvvisamente come per il contadino che arando, trova il tesoro insperato; oppure dopo lunga ricerca, come per il mercante di perle, che finalmente trova la perla preziosissima da tempo sognata. Ma in un caso e nell’altro resta il dato primario che il tesoro e la perla valgono più di tutti gli altri beni, e pertanto il contadino e il mercante, quando li trovano, rinunciano a tutto il resto per poterli acquistare. Non hanno bisogno di fare ragionamenti, o di pensarci, di riflettere: si accorgono subito del valore incomparabile di ciò che hanno trovato, e sono disposti a perdere tutto pur di averlo.

Gesù, il tesoro e la perla
Così è per il Regno di Dio: chi lo trova non ha dubbi, sente che è quello che cercava, che attendeva e che risponde alle sue aspirazioni più autentiche. Ed è veramente così: chi conosce Gesù, chi lo incontra personalmente, rimane affascinato, attratto da tanta bontà, tanta verità, tanta bellezza, e tutto in una grande umiltà e semplicità. Cercare Gesù, incontrare Gesù: questo è il grande tesoro!
Quante persone, quanti santi e sante, leggendo con cuore aperto il Vangelo, sono stati talmente colpiti da Gesù, da convertirsi a lui. Pensiamo a san Francesco di Assisi: lui era già un cristiano, ma un cristiano “all’acqua di rose”. Quando lesse il Vangelo, in un momento decisivo della sua giovinezza, incontrò Gesù e scoprì il Regno di Dio, e allora tutti i suoi sogni di gloria terrena svanirono. Il Vangelo ti fa conoscere Gesù vero, ti fa conoscere Gesù vivo; ti parla al cuore e ti cambia la vita. E allora sì, lasci tutto. Puoi cambiare effettivamente tipo di vita, oppure continuare a fare quello che facevi prima ma tu sei un altro, sei rinato: hai trovato ciò che dà senso, ciò che dà sapore, che dà luce a tutto, anche alle fatiche, anche alle sofferenze e anche alla morte.

Nel vangelo si trova Gesù
Leggere il Vangelo. Leggere il Vangelo. Ne abbiamo parlato, ricordate? Ogni giorno leggere un passo del Vangelo; e anche portare un piccolo Vangelo con noi, nella tasca, nella borsa, comunque a portata di mano. E lì, leggendo un passo, troveremo Gesù. Tutto acquista senso quando lì, nel Vangelo, trovi questo tesoro, che Gesù chiama “il Regno di Dio”, cioè Dio che regna nella tua vita, nella nostra vita; Dio che è amore, pace e gioia in ogni uomo e in tutti gli uomini. Questo è ciò che Dio vuole, è ciò per cui Gesù ha donato sé stesso fino a morire su una croce, per liberarci dal potere delle tenebre e trasferirci nel regno della vita, della bellezza, della bontà, della gioia. Leggere il Vangelo è trovare Gesù e avere questa gioia cristiana, che è un dono dello Spirito Santo.
Cari fratelli e sorelle, la gioia di avere trovato il tesoro del Regno di Dio traspare, si vede. Il cristiano non può tenere nascosta la sua fede, perché traspare in ogni parola, in ogni gesto, anche in quelli più semplici e quotidiani: traspare l’amore che Dio ci ha donato mediante Gesù. Preghiamo, per intercessione della Vergine Maria, perché venga in noi e nel mondo intero il suo Regno di amore, di giustizia e di pace.

13,44 La vocazione: tesoro nascosto nel campo [2]

Mi piace paragonare la vocazione al ministero ordinato al “tesoro nascosto in un campo” (cf. Mt 13,44). È davvero un tesoro che Dio mette da sempre nel cuore di alcuni uomini, da lui scelti e chiamati a seguirlo in questo speciale stato di vita. Questo tesoro, che richiede di essere scoperto e portato alla luce, non è fatto per “arricchire” solo qualcuno. Chi è chiamato al ministero non è “padrone” della sua vocazione, ma amministratore di un dono che Dio gli ha affidato per il bene di tutto il popolo, anzi di tutti gli uomini, anche di coloro che si sono allontanati dalla pratica religiosa o non professano la fede in Cristo. Al tempo stesso, tutta la comunità cristiana è custode del tesoro di queste vocazioni, destinate al suo servizio, e deve avvertire sempre più il compito di promuoverle, accoglierle ed accompagnarle con affetto.

13,52 Saper sintetizzare il nuovo e il vecchio [3]

Nelle parabole evangeliche, i padri di famiglia sono caratterizzati in questo modo: coloro che sanno sintetizzare il nuovo e il vecchio (Mt 13,52); un’altra immagine del padre è quella di colui che non esi­ta a sacrificare il suo stesso figlio - ricordate la parabola dei vignaioli? (Mt 21,33-42) - perché l’eredità inalienabile, quasi come l’olio delle dieci vergini, sia feconda e dia molto pane al popolo che la rispetti e non la pretenda per sé. Un altro padre è quello che non smette mai di vedere nel germoglio di grano, pur indebolito dalla troppa zizzania, la speranza della crescita (Mt 13,24-30), e per questo lo aspetta in stra­da, come racconta Luca nella sua parabola sulla misericordia, perché sa che Dio è Padre anche di coloro che arrivano all’undicesima ora (Mt 20,1-16).

13,55 La famiglia di Gesù: tesoro nascosto nel “campo” (AL 182)

Nessuna famiglia può essere feconda se si concepisce come troppo differente o “separata”. Per evitare questo rischio, ricordiamo che la fa­miglia di Gesù, piena di grazia e di saggezza, non era vista come una famiglia “strana”, come una casa estranea e distante dal popolo. Proprio per tale ragione la gente faceva fatica a riconoscere la sapienza di Gesù e diceva: “Da dove gli vengono queste cose? [...] Non è costui il falegname, il figlio di Maria?” (Mc 6,2-3). “Non è costui il fi­glio del falegname?” (Mt 13,55). Questo confer­ma che era una famiglia semplice, vicina a tutti, inserita in maniera normale nel popolo. Neppure Gesù crebbe in una relazione chiusa ed esclusiva con Maria e Giuseppe, ma si muoveva con piace­re nella famiglia allargata in cui c’erano parenti e amici. Questo spiega che, quando tornavano da Gerusalemme, i suoi genitori accettassero che il bambino di dodici anni si perdesse nella carovana per un giorno intero, ascoltando i racconti e con­dividendo le preoccupazioni di tutti: “Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giorna­ta di viaggio” (Lc 2,44). Invece a volte succede che certe famiglie cristiane, per il linguaggio che usano, per il modo di dire le cose, per lo stile del loro tratto, per la ripetizione continua di due o tre temi, sono viste come lontane, come separate dalla società, persino i loro stessi parenti si sento­no disprezzati o giudicati da esse.

NOTE

 

[1] Angelus, 27 luglio 2014.
[2] Discorso alla plenaria della Congregazione del Clero, 3 ottobre 2014.
[3] Discorso di apertura alla Congregazione Provinciale (8 febbraio 1978), in Papa Francesco - J. M. Bergoglio, Pastorale sociale, Jaca Book - Comunità Sant’Egidio, Milano 2015, 251-262.


 

30 luglio 2017

XVII domenica del tempo Ordinario

 

di ENZO BIANCHI

 

Mt  13,44-52

 

In quel tempo, Gesù espose alle folle una parabola, dicendo: «44 Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. 45 Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; 46 trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. 47 Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. 48 Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. 49 Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni 50 e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. 51 Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». 52 Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche»».

 

Il vangelo di questa domenica ci presenta le ultime parabole raccolte da Matteo nel capitolo tredicesimo, detto appunto “discorso parabolico”. Come nelle precedenti parabole, Gesù non fa ricorso a idee astratte ma consegna delle immagini, affinché gli ascoltatori accolgano facilmente la parola, la conservino nel cuore e, ricordandola, la attualizzino nel loro quotidiano. Queste immagini mirano ancora una volta a far comprendere la dinamica del regno dei cieli, il modo in cui Dio può regnare ed effettivamente regna in quanti sono capaci di ritornare a lui, di convertirsi e di aderire alla buona notizia portata da Gesù Cristo.

 

Delle tre parabole odierne le prime due sono inseparabili, mentre la terza, a livello tematico, sembra una ripresa della parabola del buon grano e della zizzania (cf. Mt 13,24-30.36-43). Gesù dice innanzitutto: “Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo”. C’è un tesoro nascosto, dunque a lungo ignorato e sotterrato in un campo, certamente per proteggerlo da eventuali rapine: se però è stato nascosto, è per essere ritrovato al tempo opportuno. Il contadino che possiede quel campo disseppellisce il tesoro e, colto da grande stupore, agisce come un uomo accorto: subito nasconde nuovamente il tesoro, poi mette in vendita tutto ciò che possiede, valutato molto poco rispetto al tesoro scoperto. Con il denaro ricavato può dunque comprare quel campo, così da diventare proprietario anche di quel tesoro preziosissimo.

 

La parabola è semplice, comprensibilissima, perché “l’altra cosa” significata dal tesoro è proprio il regno dei cieli, l’unica realtà che giustifica la vendita di tutto ciò che si ha per poter prendere parte ad esso, come Gesù afferma più avanti, rivolto a un giovane ricco: “Va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo. Poi vieni, seguimi!” (Mt 19,21). Allo stesso modo, qui Gesù rivela all’ascoltatore di allora, così come a noi oggi, che il regno di Dio è il tesoro che non ha prezzo e proprio per questo al fine di acquisirlo occorre spogliarsi di tutti gli averi, le ricchezze, le proprietà. Se infatti queste sono una presenza nella vita dell’essere umano e regnano su di lui, impediscono proprio a Dio di regnare (cf. Mt 6,24: “Non potete servire Dio e Mammona, l’idolo della ricchezza!”).

 

D’altronde, già nel discorso della montagna Gesù aveva avvertito con chiarezza: “Non accumulate tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là è anche il tuo cuore” (Mt 6,19-21). Chi vuole seguire Gesù e prendere parte al Regno veniente, deve spogliarsi di tutto ciò che ha, di ciò che nella vita umana è assicurazione e garanzia. Questo lo si può fare se si comprende il mistero del regno dei cieli affidato proprio ai discepoli (cf. Mt 13,11) e se si resta consapevoli di portare questo tesoro in vasi di creta, mostrando così che esso viene da Dio e non da noi stessi (cf. 2Cor 4,7).

 

Qualcosa di analogo accade anche a un mercante, che nell’esercizio del suo mestiere un giorno scopre una perla di grandissimo valore. Da mercante qual è, si esercita anche alla ricerca di perle preziose, ma pure lui è sorpreso e stupito quando trova questa perla unica. Come fare per possederla? Vende tutti i suoi averi e la compra, perché ai suoi occhi essa ha un valore inestimabile: vale la pane vendere tutto, sacrificare tutto per questa realtà scoperta e valutata come incomparabile. Entrambe le parabole hanno come veri protagonisti gli oggetti, il tesoro e la perla, che si impadroniscono dei due uomini, li afferrano e causano le loro azioni. Nello stesso tempo, per l’appunto, entrambe mettono l’accento sulle azioni, cioè sulla risposta umana di fronte al dono incommensurabile del regno dei cieli.

 

Sì, siamo di fronte al radicalismo evangelico di Gesù, che ci chiede di spogliarci per accogliere il Regno. E si faccia attenzione: non si tratta di spogliarsi solo all’inizio della sequela, una volta per tutte, ma di rinnovare ogni giorno questa rinuncia, in situazioni diverse e in diverse tappe della vita. Durante il cammino della vita, infatti, anche se all’inizio ci siamo spogliati di ciò che avevamo, riceviamo ancora tante cose e ne acquistiamo di altre. Quella dell’avere, la libido possidendi, è una minaccia che sempre si oppone alla signoria del regno di Dio sulla nostra vita. Per questo con molta sapienza un padre del deserto, abba Pambo, ammoniva: “Dobbiamo esercitarci a spogliarci di ciò che abbiamo fino alla morte, quando ci sarà chiesto di dire ‘amen’ allo spogliarci della nostra stessa vita”.

 

Questa esigenza radicale ci fa paura, forse oggi più che mai, immersi come siamo nella società del benessere; ma se comprendiamo il dono del Regno, la gioia della buona notizia che è il Vangelo, allora diventa possibile viverla, proprio in virtù della grazia che ci attira e ci fa compiere ciò che non vorremmo e non saremmo capaci di realizzare con le sole nostre forze. Allora potremo dire, insieme all’Apostolo Paolo: “A causa di Cristo … ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui” (Fil 3,7-9). E tutto questo – non va dimenticato – può essere compiuto solo animati dalla gioia, quella di cui Gesù ci parla esplicitamente a proposito del contadino. Chi segue Gesù, dunque, non dice: “Ho lasciato”, ma: “Ho trovato un tesoro”; e non umilia nessuno, non si sente migliore degli altri, ma è semplicemente nella gioia per aver trovato il tesoro. In ultima analisi, infatti, la misura dell’essere discepolo di Gesù è l’appartenenza a lui, non il distacco dalle cose (che se mai ne è una conseguenza): una vera sequela si fa spinti dalla gioia!

 

La terza parabola narra di “una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così”, spiega Gesù, “sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti”. C’è un tempo per pescare e un tempo per valutare le diverse qualità di pesci finiti nella rete. Vi sono pesci buoni e pesci cattivi, come nella comunità cristiana, composta di uomini e donne “pescati” attraverso l’annuncio del Vangelo (cf. Mt 4,19) e riuniti in una comunità che non può essere soltanto di puri e giusti. Ma verrà il giorno del giudizio, e allora vi sarà il discernimento: sarà l’ora della separazione tra quelli che parteciperanno in pienezza al Regno e quelli che, avendo scelto la morte, la gusteranno…

 

Questa immagine ci spaventa e non vorremmo trovarla tra le parole di Gesù: facciamo fatica a pensarla come Vangelo, come buona notizia. Ma mediante quest’ultima parabola Gesù vuole darci un avvertimento: egli non destina nessuno alla morte eterna, ma mette in guardia, perché sa che il giudizio dovrà esserci. Sarà nella misericordia ma ci sarà, come confessiamo nel Credo: “Il Signore Gesù Cristo … verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti, e il suo Regno non avrà fine”. D’altronde, rifiutare il dono del Regno non può equivalere ad accoglierlo: è dono, è grazia, è amore!

 

A conclusione del lungo discorso, Matteo registra un dialogo tra Gesù e i suoi discepoli:

Avete compreso tutte queste cose?

Gli risposero: “Sì”.

Ed egli disse loro: “Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”.

 

 

Chi comprende queste parabole di Gesù è come uno scriba che, diventato discepolo di Gesù, possiede un grande tesoro: il tesoro della sapienza (cf. Sap 8,17-18; Pr 2,1-6), tesoro inestimabile e inesauribile (cf. Sap 7,14). Se un discepolo è consapevole di questo tesoro, per dono di Dio può estrarre da esso cose nuove e cose antiche, perché riconosce in ogni parola dell’Antico e del Nuovo Testamento “Gesù Cristo, Sapienza di Dio” (1Cor 1,24). “In Cristo”, infatti, “sono nascosti tutti i tesori della sapienza di Dio” (Col 2,3). Si tratta semplicemente di ribadire questo, di esserne convinti, di non stancarsi di attingere a questo tesoro giorno dopo giorno. È infatti al tesoro di Gesù Cristo, al tesoro che è Gesù Cristo, che ci riconduce ogni nostra ricerca: più passa il tempo, più ci rendiamo conto che è sempre a lui che ritorniamo per confrontare i nostri piccoli passi nell’acquisizione della sapienza. È lui la sua parola, il suo sentire, il suo vivere in noi che potenzia ogni nostro cammino. È lui che sempre di nuovo dice al nostro cuore: “Va’ al largo (cf. Lc 5,4), non stancarti di cercare (cf. Mt 7,7), apri i tuoi orizzonti, perché io sono sempre con te (cf. Mt 28,20)!”.


“Lasciate che la zizzania e il grano crescano insieme…”

 

Domenica 23 Luglio 2017

 

Continuiamo la lettura del discorso parabolico di Gesù nel vangelo secondo Matteo. Dopo la parabola del seminatore e la sua spiegazione, eccone un’altra riguardante sempre la semina. Ma se nella prima l’accento cadeva sui diversi terreni nei quali cadeva il buon grano, qui invece l’attenzione va all’oggetto della semina: buon seme o cattivo seme.

 

Ascoltiamo dunque la narrazione:

 

Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania.

 

Così accade nella vita degli umani e nella storia del mondo. C’è una semina di grano buono, che viene fatta di giorno dal contadino nel suo campo per ottenere frutto, un frutto abbondante e buono. A volte però accade che qualcuno faccia un’altra semina: la fa di notte, di nascosto, perché sa di compiere un’azione malefica. Egli semina zizzania, erba che non dà frutto ma sfrutta il terreno e finisce per soffocare il buon seme. Così, a un certo momento della crescita del grano, appare anche quest’erba infestante… Allora il campo non è più una speranza di buon raccolto, ma appare minacciato, sicché il faticoso lavoro non darà il frutto previsto.

 

Questa scoperta sorprende e rattrista il contadino. Come mai? Perché? Cosa è avvenuto e cosa il contadino non ha visto, osservato? Sono domande che riguardano il male presente accanto al bene. A un certo punto della nostra esistenza anche noi scopriamo la presenza del male: chi lo ha introdotto in noi e intorno a noi? Perché non ce ne siamo accorti? È un’esperienza anche dolorosa, che richiede un discernimento su di noi e sulla nostra vita: abbiamo accolto la parola di Dio, l’abbiamo meditata e custodita, abbiamo anche tentato di realizzarla (cf. Mt 13,22-23), ma ecco apparire il male come opera delle nostre mani. È anche l’esperienza della comunità cristiana, della chiesa, che è un corpus mixtum, poiché di essa fanno parte forti e deboli, semplici ed eruditi, giusti e peccatori, fedeli e infedeli. Non è stata così anche la piccola comunità di Gesù? Al suo interno vi è chi ha tradito, chi ha rinnegato, chi era pauroso e vile, chi è fuggito…

 

Chi legge situazioni come queste assomiglia ai servi della parabola i quali, vista la situazione del campo, interrogano il padrone sul grano seminato; e saputo che un nemico ha compiuto l’operazione di semina della zizzania, propongono di estirpare quest’erba infestante. Ai loro occhi tale separazione è necessaria affinché il grano possa crescere senza venire privato di sostanze vitali e di spazio. Ma il padrone ha un’altra ottica: quella della pazienza, dell’attesa paziente di un tempo in cui si possa separare l’erbaccia dal buon grano senza nuocere a quest’ultimo. Egli sa che nel desiderio di sradicare il male c’è il rischio di sradicare, o per lo meno di destabilizzare, anche il bene. Occorre da parte del padrone pazienza e da parte del grano buono un esercizio di mitezza, che accetta accanto a sé la presenza di piante cattive.

 

Certo, verrà l’ora della mietitura, del giudizio – come Gesù chiarisce meglio nella spiegazione della parabola richiestagli dai discepoli –, e allora vi sarà la separazione, perché il pane sarà prodotto con il buon grano, mentre la zizzania sarà bruciata: ma nel frattempo c’è bisogno di attesa paziente e di mitezza. L’intransigenza, il cercare la purezza a tutti i costi, la rigidità di volere una comunità composta tutta di giusti è pericolosa, perché i confini tra bene e male, tra giustizia e ingiustizia a volte non sono così netti. Questa prima parabola è un ammonimento sul nostro stile di vita ecclesiale, chiedendo quella pazienza che sa rinviare un atto legittimo anche da parte di chi ne è competente, come i mietitori, e rinviarlo all’ora che non ci appartiene, quella del giudizio. Sì, per i credenti ci sono tentazioni al male proprio quando “vedono” il bene: intolleranza, partigianeria, integralismi, militanza contro… È la tentazione del catarismo: solo puri!

 

Poi Gesù propone un’altra piccola parabola: “Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo”. Qui egli richiama l’attenzione sulla piccolezza del seme di senape: una pianta dell’orto, un arbusto il cui seme è piccolissimo, minuscolo. Eppure, se è seminato nel campo, esso cresce, cresce fino a diventare una pianta con rami sui quali gli uccelli possono fare i loro nidi. L’attenzione è posta sul momento iniziale e su quello finale, e dunque il messaggio va colto nell’opposizione “il più piccolo/il più grande”. È sorprendente, in un certo senso anche scandaloso, ma è così: il regno dei cieli appartiene a realtà che non s’impongono per grandezza, quasi non si vedono, come il seme di senape. All’inizio la realtà è veramente piccola, e gli uomini non sembrano tenerne conto né avere la possibilità di apprezzarla. Eppure piccole realtà hanno inscritta dentro di loro la capacità di essere una forza, di instaurare una dinamica che si manifesta in una crescita apparentemente prodigiosa, soprattutto se si considera la piccolezza iniziale del seme.

 

Gesù mostra di essere consapevole che quell’inizio della predicazione del Regno quasi non era osservabile, ma sa anche che ci sarà una crescita e la presenza del Regno si farà sentire quando, cresciuto come un albero, offrirà i suoi rami alle genti, ai non ebrei, ai pagani, perché anch’essi possano dimorare sui rami del Regno. E si faccia attenzione: la dýnamis (cf. Rm 1,16), la potenza impercettibile del seme di senape, che lo fa diventare un albero, non si identifica con i cristiani, ma con il Regno, sicché l’albero non è la chiesa ma il Regno. E ancora, non è l’albero che dà la forza al seme, ma è il seme che con la sua forza si sviluppa in albero! Così accade per il regno dei cieli: nell’oggi dei credenti appare sempre una realtà piccola, ma nel futuro sarà manifestata la sua grandezza. Il discepolo deve guardare al contrasto tra l’oggi e il futuro, ma deve anche capire che il futuro dipende proprio dalla piccolezza dell’oggi. La parabola è dunque rivelazione, alza il velo sulla vicenda del Regno e dichiara che icriteri di grandezza e dell’apparire, criteri mondani, non devono essere applicati alla storia del regno di Dio: la forza del Regno non va confusa con il fascino della grandezza, declinabile volta per volta come numero, prestigio, potere…

 

Nella stessa prospettiva segue la parabola, o meglio la similitudine del lievito, tesa nuovamente a mostrare il rapporto piccolo/grande: un pizzico di lievito fa gonfiare “tre misure”, cioè circa quaranta chilogrammi di pasta! Nelle lettere paoline c’è un’immagine negativa del lievito (cf. 1Cor 5,6-8; Gal 5,9), ma qui la similitudine rovescia, capovolge tale concezione, e così l’attenzione del discepolo è catturata ancor più efficacemente: anche il bene è contagioso, non solo il male.

 

D’altra parte, se nella parabola precedente l’albero cresciuto a partire dal seme era visibile, qui il lievito scompare nella farina, quasi a dire che quella forza entrata nella pasta la fa lievitare proprio scomparendo in essa. Conosciamo bene questa immagine, sovente citata anche nelle omelie e nella catechesi, ma occorre essere vigilanti e intelligenti: non si ceda alla facile metafora dei cristiani come lievito del mondo, perché il lievito è il Regno, è lui la forza che fa fermentare il mondo, non i cristiani. Questi non sono né il lievito né la pasta, ma sono quelli che il lievito ha già fatto fermentare per essere “pane cotto” (come si legge nel Martirio di san Policarpo 15,2), spezzato per il mondo e offerto al Signore.

 

A conclusione delle due parabole e della similitudine ecco l’annotazione del narratore, l’evangelista Matteo:

 

Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava a esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: “Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo” (Sal 77,2).

 

Questa citazione si trova nel salmo  77, attribuito ad Asaf (cf. Sal 77,1), profeta cantore che medita sulla venuta di David (cf. 2Cr 29,30), il servo di Dio pastore di Israele. Egli dice di proclamare, alla lettera “gli enigmi dei tempi antichi” (Sal 77,2). Matteo preferisce parlare di “cose nascoste fin dalla fondazione del mondo”, ma l’idea espressa è simile. Dio ha nascosto realtà prima della fondazione del mondo, per rivelarle al tempo opportuno: infatti, se si nasconde qualcosa (proprio come il lievito, alla lettera, “è nascosto” nella farina), è per ritrovarlo più tardi!

 

E così siamo posti di fronte alla rivelazione di Gesù, mistero inesauribile nel quale ci sono realtà nascoste da scoprire, da accogliere, da invocare da parte del Signore come rivelazione piena, alzata del velo. E tutto ciò affinché possiamo conoscere di più lui, il Signore Gesù Cristo (cf. Fil 3,10), e conoscendolo amarlo di più, in un’intima comunione di vita, capace di trasformarci senza che sappiamo come (cf. Mc 4,27).

 

 

p. Enzo Bianchi


 

 

Il seme del Regno:

sparso su ogni terreno,

accolto e fecondo

Domenica XV del tempo ordinario A

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi

 

seminatore

Mt 13,1-23 La fiducia nel seme del regno [1]

Per iniziare i suoi discepoli e le folle a questa mentalità evangelica e consegnare loro i giusti “occhiali” con cui accostarsi alla logica dell’amore che muore e risorge, Gesù faceva ricorso alle parabole, nelle quali il Regno di Dio è spesso paragonato al seme, che sprigiona la sua forza vitale proprio quando muore nella terra (cfr Mc 4,1-34). Ricorrere a immagini e metafore per comunicare la potenza umile del Regno non è un modo per ridurne l’importanza e l’urgenza, ma la forma misericordiosa che lascia all’ascoltatore lo “spazio” di libertà per accoglierla e riferirla anche a sé stesso. Inoltre, è la via privilegiata per esprimere l’immensa dignità del mistero pasquale, lasciando che siano le immagini – più che i concetti – a comunicare la paradossale bellezza della vita nuova in Cristo, dove le ostilità e la croce non vanificano ma realizzano la salvezza di Dio, dove la debolezza è più forte di ogni potenza umana, dove il fallimento può essere il preludio del più grande compimento di ogni cosa nell’amore. Proprio così, infatti, matura e si approfondisce la speranza del Regno di Dio: «Come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce» (Mc 4,26-27).

Il Regno di Dio è già in mezzo a noi, come un seme nascosto allo sguardo superficiale e la cui crescita avviene nel silenzio. Chi ha occhi resi limpidi dallo Spirito Santo riesce a vederlo germogliare e non si lascia rubare la gioia del Regno a causa della zizzania sempre presente.

 

13,1-23 La Parola ha bisogno di preghiera [2]

Non rincorriamo la voce delle sirene che chiamano a fare della pastorale una convulsa serie di iniziative, senza riuscire a cogliere l’essenziale dell’impegno di evangelizzazione. A volte sembra che siamo più preoccupati di moltiplicare le attività piuttosto che essere attenti alle persone e al loro incontro con Dio. Una pastorale che non ha questa attenzione diventa poco alla volta sterile. Non dimentichiamo di fare come Gesù con i suoi discepoli: dopo che questi erano andati nei villaggi per portare l’annuncio del Vangelo, ritornarono contenti per i loro successi; ma Gesù li prende in disparte, in un luogo solitario per stare un po’ insieme con loro (cfr Mc 6,31). Una pastorale senza preghiera e contemplazione non potrà mai raggiungere il cuore delle persone. Si fermerà alla superficie senza consentire che il seme della Parola di Dio possa attecchire, germogliare, crescere e portare frutto (cfr Mt 13,1-23).

 

13,3-9 La dispersione della semente [3]

Altre due cose possono aiutarci in questa preghiera in cui chiediamo la conoscenza, il sentimento interiore e la capacità di condannare. La prima è contenuta nell’esortazione di Giacomo: “Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi; perché, se uno ascolta la Parola e non la mette in pratica, costui somiglia a un uomo che guarda il pro­prio volto allo specchio: appena si è guardato, se ne va, e subito dimentica come era” (Gc 1,22-25). La Parola va accolta nella memoria e nel cuore ed esercitata con le mani. Riguardo a questo possiamo leggere, qui, con calma, la parabola del seminatore (cfr Mt 13,3-9). E interrogarci sulle menzogne della dispersione della semente lungo la strada, o tra i rovi, o tra i sassi che non lasciano crescere la Verità nel nostro cuore.

La seconda cosa che dobbiamo considerare è che la menzogna sul nostro cuore ci suona così convincente da farci credere che stiamo facendo il bene. Si tratta dell’inganno nelle cose di Dio, che attecchisce specialmente nella vita religiosa. La contemplazione della vicenda di Anania e Saffira (cf. At 5,1-11) deve condurci al sentimento che l’intera comunità cristiana di quei tempi provò verso la menzogna del cuore: “Un grande timore” (5,11).

Pregando ed esaminando raggiungiamo le radici dei nostri peccati, i disordini capitali, sapendo che sono lì, nascosti, perché è lì che si trova anche l’impronta del peccato originale: “Non spunti né cresca in mezzo a voi alcuna radice velenosa, che provochi danni e molti ne siano contagiati” (Eb 12,15).

13,10-13 La Parola rifiutata indurisce il cuore [4]

 

Il peccato s’insedia a poco a poco nel nostro cuore e lo rende ingiusto, lo indurisce. Dietro una disobbedienza c’è sempre un prescindere dal Signore, un’idolatria, un peccato di magia: “Peccato di divinazione è la ribellione, e colpa e terafìm l’ostinazione” (1Sam 15,23). Le Sacre Scritture ricordano spesso questo indurimento del cuore a causa del peccato, dell’abbandono di Dio verso i peccatori (Rm 1,18ss). Questa è già la fine di un processo, quando siamo dominati dalla nostra ingiustizia, trascinati dalle nostre colpe come dal vento (Is 64,5-6). La caratteristica fondamentale di questo indurimento è il rifiuto istintivo dell’amore, della Parola di Dio fatta carne (che ci parla di umiltà, annientamento, croce), di ogni richiesta venuta dal cuore del Signore. Sembra persino che proprio la Parola di Dio indurisca ancora di più questi cuori ostinati e li renda più ribelli (Lc 8,9-10; Mt 13,10-13; Mc 4,10-12).

 

13,14ss La durezza del cuore [5]

 

Gesù affronta questa durezza di cuore, che assume diverse forme a seconda dei casi ma la cui origine è sempre la stessa: il peccato come velo che offusca l’intelligenza (2Cor 3,14ss), come abbandono di Dio attraverso l’ostinazione di chi non si apre alla sua grazia salvifica (si ricordi il tragico testo di Rm 1,18ss), come inganno autosufficiente di chi ha scelto non più il peccato, ma l’ostinazione di non volerlo ab­bandonare nonostante le evidenze si impongano con tutta la loro forza (Mt 28,11-15). Ma quando un cuore è abituato a vivere nelle tenebre, diventa come una talpa e qualsiasi luce ne acceca la vista. Questa durezza di cuore era già stata profetizzata da Isaia: “Ascoltate pure, ma non comprenderete, osservate pure, ma non conoscerete. Rendi insensibile il cuore di questo popolo, rendilo duro d’orecchio e acceca i suoi occhi, e non veda con gli occhi né oda con gli orecchi né comprenda con il cuore né si converta in modo da essere guarito” (Is 6,9-10ss; Mt 13,14ss; At 28,26-27; Gv 12, 40).

 

13,22 Lo spirito del mondo soffoca la parola [6]

San Giovanni ci esorta a non amare il mondo, quel mondo che è autonomo rispetto a Dio, quel mondo che è oggetto di possesso: il mondo, che è stato creato per condurci a Dio, si trasforma in “mondo” malvagio, che fa a meno della sovranità di Cristo. E questa degradazione è figlia della concupiscenza: nasce quando il “desiderio” diventa “concupiscenza”. Allora parliamo dello “spirito del mondo”: Gesù ci mette in guardia da esso definendolo come colui che soffoca la parola (Mt 13,22), che è padre di figli molto più astuti dei figli della luce (Lc 16,8). Lo spirito del mondo indirizza il nostro cuore concupiscente appresso alla carne, agli occhi, alla stima orgogliosa dei beni (cfr 1Tm 6,9; Gv 7,18).

13,22 Lo spirito del mondo [7]

Gesù ci previene contro questo spirito del mondo defi­nendolo come quello che soffoca la Parola (Mt 13,22), come pa­dre di figli molto più astuti di quelli della luce (Lc 16,8). Questo spirito del mondo rivolge il nostro cuore concupiscente verso la carne, gli occhi, la fiducia orgogliosa nei beni (cfr 1Tm 6,9; Gv 7,18). Lo spirito del mondo è padre dell’incredulità e di ogni empietà. Fu precisamente il dio di questo mondo che accecò la sua mente (2Cor 4,4), sotto l’inganno di una sapienza che - in definitiva - non risultò più che un astuto stratagemma, incapace di valicare i confini del proprio egoismo: “Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mon­do? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo?” (1Cor 1,20). “Tra i perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei domina­tori di questo mondo che vengono ridotti al nulla” (1Cor 2,6). San Paolo insiste nel consiglio: “Non conformatevi alla mentali­tà di questo secolo” (Rm 12,2), più letteralmente: “non entrate negli schemi del mondo”.

E l’avvertimento a noi che abbiamo peccato e abbiamo cono­sciuto il Signore: “Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati, nei quali un tempo viveste alla maniera di questo mondo, seguendo il principe delle potenze dell’aria, quello spirito che ora opera negli uomini ribelli. Nel numero di quei ribelli, del resto, siamo vissuti anche tutti noi, un tempo, con i desideri della nostra carne, seguen­do le voglie della carne e i desideri cattivi...” (Ef 2,1-3).

Così come il peccato ha indurito il nostro cuore rendendoci iniqui, è proprio dello spirito del mondo farci divenire vani­tosi.

 

NOTE

[1] Messaggio per la 51ma Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali (24 gennaio 2017).

[2] Discorso ai partecipanti all’incontro promosso dal Pontificio Consiglio per la Promozione della nuova Evangelizzazione, 19 settembre 2014.

[3] Veracità e conversione. Terzo esercizio, in J. M. Bergoglio - Francesco, Il desiderio allarga il cuore. Esercizi spirituali con il Papa, EMI, Bologna 2014, 55-56.

[4] Peccato, in J. M. Bergoglio - Papa Francesco, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Milano 2014, 71-13; Male, in: Papa Francesco - J. M. Bergoglio, La misericordia è una carezza. Vivere il giubileo nella realtà di ogni giorno, a cura di Antonio Spadaro, Rizzoli, Milano 2015, 77-108.

[5] La manifestazione del peccato, in J. M. Bergoglio – Papa Francesco, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 101-103; Francesco, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica alla luce della speranza, Oscar Mondadori - LEV 2014, 60-63.

[6] Lo Spirito del mondo, in Papa Francesco – J. M. Bergoglio, Pastorale sociale, Jaca Book – Comunità Sant’Egidio, Milano 2015, 281-285; Lo spirito del mondo, in J. M. Bergoglio - Papa Francesco, Nel cuore di ogni Padre. Alle radici della mia spiritualità. Introduzione di Antonio Spadaro, Rizzoli, Milano 2014, 145-150.

 

[7] Lo spirito del mondo o l’antiregno, in Papa Francesco - J. M. Bergoglio, In lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book (Milano) - LEV, Milano - Città del Vaticano 2013, 40-41.

 

 "Il cielo in una stanza"

 

Don Tonino Bello 

 

...vi ricordate? Il cielo in una stanza. È il titolo di una celebre canzone che esalta la pienezza della vita, quando questa viene illuminata dall’amore autentico per una creatura.

Cantata da Gino Paoli, mi piaceva tantissimo. In fondo non era altro che la traduzione musicale di una frase latina, mi pare di San Bonaventura, che i monaco del convento del mio paese avevano scolpito sullo stipite delle loro celle: “Cella sit tibi coelum”. Che vuol dire: la cella sia per te come il cielo.

Ricordo ancora oggi la stanzetta del frate, un vecchio missionario, dal quale andavo spesso a confessarmi, col batticuore, quando ero ragazzo, lì nel convento dei cappuccini del mio paese. Le pareti erano tappezzate con la carta geografica dei cinque continenti, e i fianchi della scrivania erano ricoperti dalla mappa dei due emisferi celesti.

Non di rado mi distraevo nella contemplazione di quelle terre e di quei cieli lontani, e avevo l’impressione che la minuscola cella del mio confessore, più che un luogo destinato a comprimere gli orizzonti, fosse una capsula spaziale spinta nella vertigine misteriosa dei mondi.

“Il cielo in una stanza” deve divenire la sigla morale di ogni uomo di buona volontà che si batte per la pace, che non vuole farsi catturare dall’effimero, che teme di lasciarsi imprigionare dai problemi di campanile e che intende fuggire la seduzione, tutta moderna, del “piccolo è bello”.

Oggi non possiamo più vivere nel guscio rassicurante del nostro cortile. O isolarci nei recinti delle piazzole paesane. O chiuderci nell’ovatta sentimentale del nostro piccolo mondo antico. E non solo perché la terra è divenuta un villaggio globale, come dice McLuhan, al punto che ciò che accade agli antipodi è come se si fosse verificato dietro l’angolo di casa tua. Ma soprattutto perché ormai i problemi sono così strettamente connessi tra loro, che l’apartheid del Sudafrica ha riverberi sulla qualità della vita perfino nell’Alaska. E allora, apertura alla mondialità non è solo contemplazione panoramica dei problemi del mondo dal belvedere delle astrazioni accademiche. Apertura alla mondialità è sentirsi risucchiato dal traffico planetario e coinvolto, sì, da tutte le crescite, ma anche da tutte le tragedie della terra.

I lutti dei popoli lontani sono lutti cittadini, anzi di famiglia. I cinquanta milioni di fratelli che ogni anno muoiono per fame interpellano pure te. I debiti colossali dei paesi in via di sviluppo modificano anche i tuoi conti in tasca. Tutti gli oppressi dalle ingiustizie e dalle segregazioni e tutte le vittime delle discriminazioni operate dalla oscena distribuzione delle ricchezze, chiamano te come correo: e non solo davanti al tribunale ultimo di Dio, ma anche a quello penultimo della storia.

Lo scempio delle risorse naturali, i sacrilegi della corsa alle armi, la malignità dei loschi traffici di droga, le follie degli scudi spaziali, la violazione dei diritti umani... non possono lasciarti indifferente, anche se questi fenomeni perversi accadono lontano dalla tua stanza.

Aprirsi alla mondialità significa educarsi alla convivialità delle differenze. Non solo accogliendo in casa tua il marocchino, l’emarginato, il diverso. Ma, soprattutto, facendolo sedere a mensa con te.

Ti accorgerai che, anche nella sua povertà, potrà cavare dalla sua bisaccia di pellegrino un pane, forse un po’ troppo duro per i tuoi denti, ma capace finalmente di placare la tua fame di umanità.

E quando avrai sperimentato che il povero introdotto a tavola con te ti ha restituito alla gioia di vivere, allora il cielo entrerà davvero nella tua stanza.


“Il seminatore uscì a seminare…”

16 luglio 2017

XV Domenica del Tempo ordinario Anno A

Commento al Vangelo

di ENZO BIANCHI

 

 

 

Mt 13,1-23

 

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.

Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.

Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:

"Udrete, sì, ma non comprenderete,

guarderete, sì, ma non vedrete.

Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,

sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi,

perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!".

Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!

Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l'accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

 

L’ordo liturgico ci fa ascoltare per tre domeniche alcune parabole raccolte in Matteo 13, il terzo lungo discorso di Gesù in questo vangelo, detto appunto “discorso parabolico”. Il tempo dell’ascolto entusiasta di Gesù da parte delle folle sembra esaurito e ormai si è palesata l’ostilità dei capi religiosi giudaici, che sono giunti alla decisione di “farlo fuori” (cf. Mt 12,14).

 

Sì, è accaduto così e accade così anche oggi nei confronti di chi predica e annuncia veramente il Vangelo. E noi possiamo essere non solo perplessi, ma a volte sgomenti: ogni domenica nella nostra terra d’Italia più di dieci milioni di uomini e donne che credono, o dicono di credere, in Gesù Cristo si radunano nelle chiese per ascoltare la parola di Dio e diventare eucaristicamente un solo corpo in Cristo. Eppure constatiamo che a questa partecipazione alla liturgia non consegue un mutamento: non accade qualcosa che manifesti il regno di Dio veniente. Perché succede questo? La parola di Dio è inefficace? Chi la predica, predica in realtà parole sue? E chi ascolta, ascolta veramente e accoglie la parola di Dio? E chi l’accoglie, è poi conseguente, fino a realizzarla nella propria vita?

 

Quando Matteo scrive questa pagina che presenta Gesù sulla barca intento ad annunciare le parabole, interrogativi simili risuonano anche nella sua comunità cristiana. I cristiani, infatti, sanno che la parola di Dio è dabar, è evento che si realizza; sanno che, uscita da Dio, produce sempre il suo effetto (cf. Is 55,10-11): e allora perché tanta Parola predicata, a fronte di un risultato così scarso? Ma le parabole di Gesù, racconti che vogliono rivelare un senso nascosto, ci possono illuminare. Gesù fa ricorso alla realtà, al mondo contadino di Galilea, a ciò che ha visto, contemplato e pensato, perché si dava del tempo per osservare e trovare ispirazione per le sue parole, che raggiungevano non gli intellettuali, ma gente semplice, disposta ad ascoltare. Avendo visto più volte il lavoro dei contadini, così Gesù inizia a raccontare, con parole molto note, che per questo vanno ascoltate con ancor più attenzione:

 

Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti!

 

In questa parabola stupisce la quantità di seme gettato dal seminatore, e chi non sa che in Palestina prima si seminava e poi si arava per seppellire il seme, potrebbe pensare a un contadino sbadato… Invece il seme è abbondante perché abbondante è la parola di Dio, che deve essere seminata, gettata come un seme, senza parsimonia. Ma il predicatore che la annuncia sa che ci sono innanzitutto ascoltatori i quali la sentono risuonare ma in verità non l’ascoltano. Superficiali, senza grande interesse né passione per la Parola, la sentono ma non le fanno spazio nel loro cuore, e così essa è subito sottratta, portata via. Ci sono poi ascoltatori che hanno un cuore capace di accogliere la Parola, possono addirittura entusiasmarsi per essa, ma non hanno vita interiore, il loro cuore non è profondo, non offre condizioni per farla crescere, e allora quella predicazione appare sterile: qualcosa germoglia per un po’ ma, non nutrito, subito si secca e muore. Altri ascoltatori avrebbero tutte le possibilità di essere fecondi; accolgono la Parola, la custodiscono, sentono che ferisce il loro cuore, ma hanno nel cuore altre presenze potenti, dominanti: la ricchezza, il successo e il potere. Questi sono gli idoli che sempre si affacciano, con volti nuovi e diversi, nel cuore del credente. Queste presenze non lasciano posto alla presenza della Parola, che viene contrastata e dunque muore per mancanza di spazio. Ma c’è anche qualcuno che accoglie la Parola, la pensa, la interpreta, la medita, la prega e la realizza nella propria vita. Certo, il risultato di una semina così abbondante può sembrare deludente: tanto seme, tanto lavoro, piccolo il risultato… Ma la piccolezza non va temuta: ciò che conta è che il frutto venga generato!

 

Questi racconti in parabole non erano comuni tra i rabbini del tempo di Gesù, e anche per questo i discepoli gli chiedono conto del suo stile particolare nell’annunciare il Regno che viene. Gesù risponde loro con parole che ci stupiscono, ci intrigano e ci chiedono grande responsabilità: “A voi è stata consegnata la conoscenza dei misteri del regno dei cieli”. Nel passo parallelo di Marco, a cui Matteo si ispira, queste parole di Gesù sono ancora più forti: “A voi è stato consegnato il mistero del regno di Dio” (Mc 4,11). Sì, proprio ai poveri discepoli è stato affidato e consegnato, da Dio (passivo divino), ciò che riguarda il suo regno. Per dono di Dio essi hanno accesso a una conoscenza che li rende capaci di vedere il velo alzato sul mistero, su ciò che era stato nascosto per essere svelato. Non è un privilegio per i discepoli, ma una grande responsabilità: a loro è stata data la conoscenza di come Dio agisce nella storia di salvezza!

 

Ecco però, subito dopo, l’annuncio di una contrapposizione: vi sono invece altri che vedendo non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono, restando chiusi nella loro autosufficienza, nella loro autoreferenzialità religiosa. E si badi bene ai semitismi di queste parole di Gesù, ispirate al profeta Isaia (cf. Is 6,9-10): esse non vogliono indicare arbitrio da parte di Dio, il quale consegnerebbe il Regno ad alcuni e lo negherebbe ad altri. Si deve invece comprendere che chi è destinatario della parola predicata da Dio e non l’ascolta, ma la lascia cadere, non resta nella situazione di partenza. La “parola di Dio”, sempre “viva ed efficace” (Eb 4,12), quando è accolta, salva, guarisce e vivifica; al contrario, quando è rifiutata, causa la malattia della sclerocardia, della durezza del cuore, che diventa sempre più insensibile alla Parola, sempre più incapace di sentirsi toccato e ferita da essa. È così, ma non per volontà di Dio, bensì per il rifiuto da parte dell’essere umano: gli viene offerta la vita, ma non la accoglie, e di conseguenza va verso la morte…

 

Sovente il popolo di Israele, ma anche il popolo dei discepoli di Gesù, ha un cuore indurito, ha orecchi chiusi, ha occhi accecati, e così non solo non comprende ma neppure discerne la parola del Signore e non fa nessun tentativo di conversione, di ritorno a Dio, il quale sempre ci attende per guarire i nostri orecchi e i nostri occhi. Basterebbe riconoscere e affermare: “Siamo ciechi, siamo sordi, parlaci Signore!”. Eppure quella dei giorni terreni di Gesù era “un’ora favorevole” (2Cor 6,2), l’ora della visita di Dio (cf. Lc 19,44), l’ora della misericordia del Signore (cf. Lc 4,19). Perciò Gesù dice ai discepoli che lo circondano: “Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti dell’antica alleanza hanno desiderato di essere presenti nei giorni del Messia, hanno sognato di vederlo in azione e di ascoltare le sue parole, ma a loro non è stato possibile. Voi invece, voi che ho chiamato e che mi avete seguito, avete potuto vedere con i vostri occhi e ascoltare con i vostri orecchi”. Addirittura il discepolo amato potrà aggiungere, con audacia: “Avete potuto palpare con le vostre mani la Parola della vita” (cf. 1Gv 1,1). Non un’idea, non un’ideologia, non una dottrina, non un’etica, ma un uomo, Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio, venuto da Dio! “Voi lo avete incontrato e ne avete fatto esperienza con i vostri sensi. Sì, beati voi!”.

 

 

Dunque, a noi che ogni domenica ascoltiamo la Parola e accogliamo la sua semina nel nostro cuore, non resta che vigilare e stare attenti: la Parola viene a noi e noi dobbiamo anzitutto interiorizzarla, custodirla, meditarla e lasciarci da lei ispirare; dobbiamo perseverare in questo ascolto e in questa custodia nel nostro cuore; dobbiamo infine predisporci alla lotta spirituale per custodirla, farle spazio, difenderla da quelle presenze che ce la vorrebbero rubare. In breve, basta avere fede in essa: la Parola, “il Vangelo è potenza di Dio” (Rm 1,16).



Non temete!

Con questa domenica riprendiamo la lettura cursiva del vangelo secondo Matteo, esattamente dal capitolo decimo, che contiene il discorso di Gesù sulla missione dei discepoli nel mondo. È un discorso che si indirizza, al di là del tempo in cui è stato pronunciato e messo per iscritto, a tutti coloro che sono chiamati al servizio di Gesù Cristo e del suo regno; un discorso che risente dell’esperienza dei dodici apostoli in missione tra i figli di Israele e dei missionari della chiesa di Matteo nei decenni precedenti l’80 d.C.

 

Gesù invia i discepoli “tra le pecore perdute della casa d’Israele” e consegna loro il messaggio da annunciare, l’azione da compiere e lo stile del comportamento (cf. Mt 10,5-15). Poi annuncia le persecuzioni che gli inviati dovranno sopportare nella missione (cf. Mt 10,16-23) e con autorevolezza e chiaroveggenza profetica dice loro: “Un discepolo non è più grande del maestro, né un servo è più grande del suo signore; è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore. Se hanno chiamato Beelzebul il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia!” (Mt 10,24-25). Ovvero, ciò che Gesù ha vissuto, sarà vissuto anche dai suoi inviati, che verranno chiamati diavoli, al servizio del capo dei demoni, Beelzebul, e verranno perseguitati fino a essere uccisi da chi crede di dare in questo modo gloria a Dio (cf. Gv 16,2).

 

 

 

Dunque? Occorre avere coraggio, lottare contro la paura, non temere mai. Questo è il messaggio della pericope di oggi, che Gesù consegna come comando per ben tre volte: “Non temete!” (vv. 26.28.31). Nelle sante Scritture dell’Antico e del Nuovo Testamento questo invito-comando è la parola indirizzata da Dio quando si manifesta e parla a quanti egli chiama: così ad Abramo, a Mosè, ai profeti, a Maria, la madre di Gesù… “Non temere!” cioè “non avere paura della presenza del Dio tre volte santo, ma abbi solo timore, ossia capacità di discernere la sua presenza, e quindi non avere mai paura degli uomini, anche quando sono nemici. Non avere mai paura, ma vinci la paura con la fiducia nel Signore fedele, sempre vicino, accanto al credente, e sempre fedele, anche quando sembra assente o inerte”. La paura è un sentimento umano grazie al quale impariamo a vivere nel mondo, facendo attenzione a dove vi sono il pericolo o la minaccia; ma per chi ha fede salda nel Signore, la paura deve essere vinta, non deve diventare determinante nel rapporto con il Signore e con la sua volontà.

Nel vivere il Vangelo e nell’annunciarlo alle genti, i discepoli di Gesù incontrano diffidenza, chiusura, ostilità e rifiuto. In queste situazioni la tentazione è tacere la speranza che abita il proprio cuore, restare silenti e nascondere la propria identità, magari fino a fuggire. Ma Gesù avverte: il tempo della missione è un tempo di apocalisse, non nel senso catastrofico solitamente attribuito a questo termine, ma nel senso etimologico di ri-velazione, di alzata del velo. L’annuncio del Vangelo, infatti, richiede che ciò che Gesù ha detto nell’intimità sia proclamato in pieno giorno, ciò che è stato detto nell’orecchio sia gridato sui tetti. C’è stato un nascondimento di “verità”, avvenuto non per dimenticare o seppellire ma per rivelare nel tempo opportuno ciò che era stato nascosto: “Nulla vi è di nascosto (verbo kalýpto) che non sarà ri-velato (verbo apokalýpto) né di segreto (kryptós) che non sarà conosciuto (verbo ghinósko)” (v. 26). Le cose nascoste fin dalla fondazione del mondo (cf. Mt 13,35; Sal 78,2) sono rivelate da Gesù e poi dai discepoli nella storia.

 

D’altronde, i veri nemici dei discepoli non sono quelli di fuori ma quelli di dentro, quelle tentazioni che nascono dal cuore, quegli atteggiamenti idolatrici ai quali la comunità cristiana cede. I nemici di fuori, in realtà, sono occasioni per mettere in pratica il Vangelo, per mostrare la propria fede e la propria fedeltà al regno di Dio. Annunciare la parola di Dio è un compito che trascende il discepolo, la discepola: chi assume tale compito sa che la sua vita è posta sotto una forza che viene da Dio, sa che non può sottrarsi alla vocazione affidatagli, ma deve lottare per farla risplendere, combattendo l’idolatria che lo seduce. E la parola che proclama è dýnamis (cf. Rm 1,16), è forza che attraversa la storia umana senza impedimenti, in una sorta di corsa (cf. 2Ts 3,1)…

 

Si tratta dunque di non temere quelli che uccidono il corpo, che interrompono la vita terrestre, ma in verità non possono togliere la vera vita. L’unico “timore” – nel senso che si diceva – da avere è quello verso il Signore, perché lui solo può decidere della vita terrestre e di quella vera. La vita, infatti, può essere vissuta come umanizzazione, conformemente alla volontà del Creatore, oppure essere segnata da scelte mortifere, che possono solo condurre alla rovina: per esprimere questo secondo esito Gesù si riferisce metaforicamente alla Gehenna, la valle che raccoglieva la spazzatura di Gerusalemme.

 

Di seguito Gesù eleva lo sguardo verso il suo Dio, il suo Abba, Padre, e testimonia tutta la potenza con cui egli si prende cura delle sue creature, le salva, non abbandonando mai chi ha fede in lui. Cosa sono due passeri? Queste creature piccole, che abitano a centinaia sui tetti, sembrano a noi creature insignificanti, che non meritano attenzione né cura, eppure non è così per Dio! E qui si faccia attenzione. Nella Bibbia italiana la traduzione delle parole di Gesù suona: “Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro”. E invece occorre rendere, alla lettera: “… senza il Padre vostro”. Ovvero, neppure un passero, cadendo a terra, è abbandonato da Dio: non cade a terra perché Dio l’ha voluto (fatalismo tipicamente pagano), ma anche quando cade a terra non è abbandonato dal Padre! Allo stesso modo, anche i capelli della nostra testa, che perdiamo ogni giorno senza accorgercene, sono tutti contati, tutti sotto lo sguardo di Dio. Da una tale contemplazione nasce la fiducia che scaccia il timore: Dio vede come ci vede un padre, che ci guarda sempre con amore e non ci abbandona mai, neanche quando cadiamo.

 

I discepoli di Gesù, ben più preziosi agli occhi di Dio dei passeri e dei capelli della testa, possono essere perseguitati e messi a morte, ma anche nella loro morte il Padre è là, nelle loro tentazioni il Signore è là, nelle loro sofferenze è Cristo a soffrire. La comunione con il Signore non può essere spezzata se non da noi stessi, mai dagli altri. Per questo occorre essere preparati a riconoscere Gesù Cristo, il Signore, davanti agli uomini: ciò deve essere fatto con mitezza, senza arroganza e senza vanto, ma anche a caro prezzo. Oggi nel mondo occidentale non corriamo il rischio della persecuzione, del dover scegliere la testimonianza a Cristo che provoca una morte violenta, ma non illudiamoci di essere esenti dalla prova. Ogni volta che semplicemente arrossiamo nel dirci discepoli o discepole di Gesù, ogni volta che manchiamo di coraggio nel testimoniare la verità cristiana, che è sempre a servizio dell’umanizzazione, della giustizia, della pace e della carità, allora noi scegliamo di non essere riconosciuti da Gesù, nel giorno del giudizio, davanti al Padre che è nei cieli. Per essere rinnegatori di Gesù, è sufficiente cedere al “così fan tutti”, al “così dicon tutti”, all’ignavia pigra di chi non vuole essere disturbato, di chi teme anche solo di non poter più godere del favore di qualche potente o di chi conta… Pietro ha rinnegato davanti a una povera serva, non davanti a un tribunale (cf. Mt 26,69-75 e par.)!

 

In ogni caso, ci siano oggi di esempio quei cristiani che in Egitto e in medio oriente scelgono di partecipare alla liturgia sapendo che rischiano la vita e diventando vittime, in grande numero, di una cieca violenza anticristiana. Il martirio è ricomparso e oggi ci sono più martiri cristiani che nei secoli dell’impero romano. È dunque l’ora del coraggio, del non temere, sapendo che Gesù è accanto a noi nella potenza dello Spirito santo e lo sarà, come “altro Paraclito” (cf. Gv 14,26), avvocato per noi davanti al Padre. Coraggio! La paura è la più grande minaccia alla fede cristiana: essa induce al dubbio e il dubbio al rinnegamento del Signore e del Vangelo. Se invece nel cristiano c’è un’umile fiducia, c’è una forza invincibile!

 

 

p. Enzo Bianchi

 

 

La missione

 

tra ostacoli

 

e persecuzioni

 

Domenica XII del tempo ordinario A

 

Papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

 

Mt 10,26.28 La paura della missione [1]

 

Grandezza e paura della missione

Tra il Signore e le persone che egli invia esiste una relazione particolare: Mosè, Isaia, Geremia, Giuseppe, Giovanni Battista e così via. Tutti costoro hanno avvertito l’insufficienza delle loro possibilità davanti alla chiamata del Signore: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire gli Israeliti dall’Egitto?» (Es 3,11). «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono» (Is 6,5). «Ahimè, Signore Dio! Ecco, io non so parlare, perché sono giovane» (Ger 1,6). «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?» (Mt 3,14). E Giuseppe che nei confronti di Maria aveva deciso «di ripudiarla in segreto» (Mt 1,9-20). Questa resistenza iniziale, questa incapacità di comprendere la grandezza della chiamata, è la paura della missione. Si tratta di un segno di buono spirito, soprattutto se non ci si ferma lì e si consente alla forza del Signore di esprimersi su questa debolezza e di darle consistenza, di fondarla: «Io sarò con te. Questo sarà per te il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte» (Es 3,12). «Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato» (Is 6,7). «Non dire: “Sono giovane”. Tu andrai da tutti coloro a cui ti manderò e dirai tutto quello che io ti ordinerò. Non aver paura di fronte a loro, perché io sono con te per proteggerti» (Ger 1,7-8). «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia» (Mt 3,15). «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo» (Mt 1,20).

Quanto è accaduto ai nostri predecessori ci serve da esempio.

 

La missione ci mette sul legno della Croce

Quando veniamo scelti, sentiamo che il peso è grande, proviamo paura (in qualche caso si giunge al panico): è l’inizio della croce. E tuttavia, al tempo stesso, sentiamo quella profonda attrazione del Signore che, con il suo stesso chiamarci, ci seduce con un fuoco ardente affinché lo seguiamo (cfr. Ger 20,7-18).

I due sentimenti sono congiunti perché, fin dall’epoca dei patriarchi, prefigurano l’abbandono di Cristo sulla croce, arrivato a quel punto per compiere fino in fondo la volontà del Padre. La missione ci mette, necessariamente, sul legno della croce: è questo il segno che la missione ricevuta è secondo lo Spirito di Dio e non secondo la carne.

Nella solitudine di colui che viene inviato c’è una spoliazione iniziale («e, lasciando tutto, lo seguirono») che andrà consolidandosi nel corso della vita fino alla vecchiaia («quando sarai vecchio altri ti vestiranno e ti porteranno dove tu non vuoi»).

Accettare la missione comporta una dimensione di abbandono di tutto, come quella che si dà nel moribondo. E soltanto se entriamo in questa dimensione da «moribondi» comprendiamo la portata effettiva di quel che ci viene chiesto, e imbocchiamo la retta via: [2] «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).

 

La dialettica fra timore e seduzione

Tra le consegne date da Gesù ai suoi discepoli al momento di inviarli (quando affida loro la missione), distinguiamo due serie di raccomandazioni. [3] La prima si riferisce alla lotta che dovranno ingaggiare, e li previene rispetto alla situazione esistenziale: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi [...]. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani» (Mt 10,16-18). «Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato» (Mt 10,21-22). «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa» (Mt 10,34-36). «Chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio» (Gv 16,1).

La seconda serie di esortazioni porta fortezza e consolazione: «Quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi» (Mt 10,19- 20). «Non abbiate dunque paura di loro» (Mt 10,26). «E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geenna e l’anima e il corpo» (Mt 10,28). «Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!» (Mt 10,31).

 

10,22 Perseveranza nella missione [4]

 

Perseveranti nella perseveranza di Gesù

Nel giorno della visione, nel giorno del Signore, Gesù ci dirà come a Giovanni: “Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo” (Ap 1,17). Tutti avremo questa visione, in comunità, perché siamo “fratelli e compagni nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù” (Ap 1,9). La perseveranza implica pazienza, sopportazione. Per esprimerlo, il Nuovo Testamento usa il verbo hypoménein (“essere sottoposti a qualcosa”). Vale a dire, in questo linguaggio, sopportare, resistere, sostenere, e va applicato alla costanza nelle prove quando si tratta di resistere a una pressione, a una persecuzione, a qualsiasi tipo di stanchezza o di scoraggiamento, alla seduzione. È la costanza del credente pellegrino a consentirgli di raggiungere la meta del suo camminare. Il Signore, annunciando sofferenze ai suoi discepoli, ha fatto della resistenza fino alla fine la condizione e la certezza della salvezza: Mt 10,22; 24,13; Ap 2,10; Mc 13,13.

 

… fondati sulla roccia

“Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la vostra fede, messa alla prova, produce pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla” (Gc 1,3-4; cfr. anche Gc 1,12; Gc 5,11).

Resistere, sopportare, pazientare, tollerare, significa essere fermi davanti ai “movimenti” che tentano di farci venir meno. “Vigilate, state saldi nella fede, comportatevi in modo virile, siate forti” (1Cor 16,13). Ma qui non s’intende un restare fermi nel senso d’immobilità o fissità, bensì fermi come chi è fondato sulla roccia (e non come chi è inamidato o rigido). “Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza del Signore, il quale oggi agirà per voi [...]. Il Signore combatterà per voi” (Es 14,13). Questo stare saldi ha senso di coraggio, virilità, il viriliter age che così spesso compare nella Bibbia. La mancanza di virilità, la viltà, la doppiezza, i modi effeminati, la falsità, l’ipocrisia, sono sempre segni di chi non è forte e non è fermo, di chi è fondato sulla sabbia (cf. nell’Antico Testamento i brani in cui si viene esortati a questa virilità fiduciosa in Dio: Dt 31,6.7.23; Gs 1,6.7.9.18; Gs 10,35; 2Cr 32,7; 1Cr 22,13; 18,20; Dn 10,19; Sal 27,14; 31,24).

 

10,22-23.38 Tra ostacoli e persecuzioni [5]

 

Diversità di persecuzioni

Le difficoltà a volte superano il semplice “ostacolo” e divengono vere e proprie persecuzioni: la condizione di perseguitati è normale nell’esistenza cristiana, sempre che si viva con l’umiltà del servo inutile, lungi da ogni desiderio di appropriazione che conduca al vittimismo. I primi cristiani furono purificati dal modo in cui affrontarono le persecuzioni. In un primo periodo, si resero conto che le persecuzioni avviate contro di loro dagli ebrei rientravano nella linea dei castighi già inflitti da questi ultimi agli inviati del Signore (Mt 23, 29-36; At 7, 51-52). Più tardi, le persecuzioni saranno lette in un contesto escatologico, assumendo un’importanza che in precedenza non avevano: colmano la misura (1Ts 2, 15ss) nello stesso momento in cui il Figlio dell’Uomo viene a giudicare e separare i buoni dai malvagi (Mt 5,10-12). La persecuzione viene intesa, allora, come il giudizio sulle opere. Un terzo stadio di riflessione, successivo, invita i perseguitati a soffrire e morire “per il Figlio dell’Uomo” (Lc 6, 22; Mc 8, 35; 13, 8-13; Mt 10, 39) e, ancora oltre, a imitare la sua passione (Mt 10,22-23; Mc 10,38). A quest’ultima concezione corrisponde il martirio di Stefano, che consiglio a tutti di rileggere con calma e meditare (At 6,8-7.60). Stefano non solo muore per Cristo, ma muore come Lui, con Lui, e questa partecipazione al mistero stesso della passione di Gesù Cristo è la base della fede del martire: morendo da perseguitato, afferma con la sua vita che la morte non è stata l’ultima parola della vita di Gesù.

 

Le nostre persecuzioni

Anche noi facciamo esperienza di questi tre modi di vivere le difficoltà e le persecuzioni nel corso della nostra vita. Quando siamo di fronte al terzo modo, allora ci troviamo a vivere il più vicino possibile a Cristo. Dunque possiamo affermare che la morte di Cristo è come l’a priori fondamentale di ogni vocazione cristiana: “L’amore del Cristo infatti ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. Ed Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro” (2Cor 5, 14-15). Contemplando Cristo in croce, ci rendiamo conto che gli dobbiamo la nostra vita perché - e solo per questo - Lui ha dato la sua per noi; e se la gratitudine è sincera, allora ci porta sullo stesso piano: a dare la vita come ha fatto Lui. E in questo preciso punto che vengono mandate all’aria tutte le forme di “comportamentismo” che pretendono di esaurire le modalità dell’atteggiamento cristiano. Alla generosità di Cristo non si può rispondere con un formale ed educato “tante grazie”: bisogna essere pronti a offrire la vita, che esiste così come la concepiamo da quando il Signore ha percorso la strada della croce. Bisogna rispondere con la gratitudine di tutto il nostro essere. Questo “ringraziare” con la nostra vita si verifica ogni giorno, nella celebrazione del “rendere grazie” per antonomasia, l’Eucaristia, che è a sua volta la memoria della passione del Signore. L’Eucaristia fonda la Chiesa, la alimenta, la mantiene viva. “Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché Egli venga” (1Cor 11, 26). Quando celebriamo l’Eucaristia, rendiamo presente l’ora della nascita della Chiesa, che coincide con l’ora della morte del Signore. E il nostro modo di rendere grazie è accettare questa morte, conformarci a essa. E qui che si crea, in definitiva, la nostra appartenenza alla Chiesa.

 

10,37-39 L’ostilità al modus vivendi del cristiano [6]

 

Se vogliamo servire Dio, ci sarà lotta, fino alla ricerca della croce come unico luogo teologico di vittoria, passando attraverso la capacità di condanna e il desiderio di offrirsi alla fatica. Chi procede per questo itinerario viene condotto, come il Signore, a Gerusalemme.

C’è, dunque, una dimensione di ostilità nel modus vivendi cristiano (tanto più in quello di un religioso desideroso di seguire il suo Signore più da vicino): “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,37-39).

La decisione di seguire Gesù racchiude quella di percorrerne la strada e la sicurezza della croce. Quanto è lontano, questo, dalle concessioni accettate da un cuore diviso, che sogna la coesistenza pacifica tra il Signore della gloria e lo spirito del mondo!

L’ostilità a cui si sottopone colui che decide di percorrere la strada di Cristo nostro Signore affiora nelle varie persecuzioni che vi fanno la loro comparsa. Il servizio cristiano, quando è autentico, spazza via ogni nostalgia esistenziale basata su canoni da ecloga bucolica.

 

 

NOTE

 

1 J.M. BERGOGLIO, La croce e la missione, in: J.M. BERGOGLIO, Pace, Milano Corriere della sera 2014, (= Le parole di papa Francesco,5), 107-126.

2 Perciò sant’Ignazio ritiene quella di collocarsi nel momento della morte una situazione eccellente per scegliere bene: «Immaginandomi in punto di morte, considerare il modo di procedere che allora vorrei aver tenuto nella maniera di fare la presente scelta e regolandomi su di essa, prendere coerentemente la mia decisione» (ES 186). Ritorna qui la teologia del «come se», molto cara a sant’Ignazio.

3 Cfr. H.U. VON BALTHASAR, Cordula, ovverosia il caso serio.

4 Perseveranza nella vocazione, in J.M. BERGOGLIO, Natale (= Le parole di Papa Francesco,1) Corriere della sera, Milano 2015, 55-66

5 Croce e senso belligerante della vita, in J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Milano 2014, 63-70.

 

6 Croce e senso bellico della vita, in J.M. BERGOGLIO, Pace, Milano Corriere della sera 2014, (= Le parole di papa Francesco, 5), 31-46.

18 giugno 2017

 

Santo Sacramento del Corpo e del Sangue di Cristo

di ENZO BIANCHI

 

Gv  6,51-58

 

In quel tempo, Gesù disse alla folla: 51 Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». 52 Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53 Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57 Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58 Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

 

La chiesa celebra oggi la festa del Corpus Domini, un’altra festa teologico-dogmatica, istituita nel XIII secolo per affermare la dottrina eucaristica contro quanti la interpretavano in modo non conforme alla chiesa romana. Il nuovo ordo liturgico ha mantenuto questa festa, che diventa così l’occasione per comprendere maggiormente il mistero grande dell’eucaristia e per adorare il corpo e il sangue del Signore, quel corpo che egli ha dato e quel sangue che ha versato per tutta l’umanità, avendola amata fino all’estremo (cf. Gv 13,1).

 

Il brano del vangelo secondo Giovanni proclamato nella liturgia è tratto dal capitolo 6, un intero capitolo dedicato al racconto della moltiplicazione dei pani, alle parole di Gesù che spiegano quell’evento e poi rispondono alle domande e alle contestazioni dei suoi ascoltatori. La pericope è breve ma molto densa, come emerge dalle cinque parole che in essa ricorrono a più riprese, come una sorta di filo rosso: mangiare (8 volte), bere/bevanda (4 volte), carne (6 volte), sangue (4 volte), vita/vivere (9 volte).

 

Ascoltiamo innanzitutto una dichiarazione di Gesù: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo” (cf. anche Gv 6,48). Gli ascoltatori sono rimandati da Gesù non a qualcosa con carattere di straordinarietà, di grandezza, di forza, ma all’umile realtà del pane che ognuno mangia quotidianamente per sostentarsi e che molti devono cercare, a volte addirittura mendicare nella loro povertà. Il pane, questo cibo umile e semplice, ma che è il simbolo della vita, del cibo “necessario” per vivere: Gesù va proprio a questa realtà necessaria all’uomo, ma semplice e umile, per rivelare qualcosa di sé e per significare il dono a noi di se stesso. Gesù dice che egli stesso è pane, un pane per la vita, un pane vivo che non viene dagli uomini, che gli uomini non possono darsi, ma viene dal cielo, da Dio. Un pane per la vita eterna, che è comunione con Dio, vita per sempre con Dio, partecipazione definitiva al suo amore. Nel quarto vangelo questo pane, chiamato nei sinottici “corpo”, è indicato come “carne”, che in senso biblico non è la sostanza fisica del corpo umano, ma è la totalità dell’essere vivente, l’intera persona umana. Tutta la vita di Gesù è dunque nel pane che egli ci dona attraverso la sua esistenza spesa nell’amore, offerta attraverso la morte in croce e risuscitata dal Padre nella potenza dello Spirito santo (cf. Rm 1,4). Ecco perché Gesù dice: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne, data perché il mondo viva”.

 

Sono parole che dobbiamo contemplare, non spiegare, perché non riusciamo a comprenderle in pienezza. Se noi vogliamo vivere della vita vera e piena, non solo della nostra vita biologica che va verso la morte, dobbiamo mangiare il pane che Gesù ci offre, se stesso. Tutta la sua vita, tutta la sua azione, tutte le sue parole, dalla nascita a Betlemme fino alla morte di croce, tutto è innestato nella vita del Figlio da sempre e per sempre nel seno del Padre (cf. Gv 1,18), e perciò è vita eterna che viene offerta a noi, se siamo in ricerca, affamati di questa vita. Attenzione: questa vita non è solo vita divina, in vista di una divinizzazione, ma è anche e innanzitutto la vita umana di Gesù, la vita da lui vissuta nella carne fragile e mortale che aveva assunto nascendo dalla vergine Maria. Quella vita umana vissuta in questo mondo per amore di noi umani, vita di un uomo che l’ha spesa, consumata fino alla morte di croce, è per noi cibo di vita per sempre.

 

Ebbene, credo che la festa odierna ci consenta, anzi ci chieda di approfondire tale realtà decisiva per noi credenti cristiani. Noi andiamo a Dio attraverso Gesù, “l’immagine del Dio invisibile” (Col 1,15): narrando Dio con la sua vita (cf. Gv 1,18: exeghésato), Gesù ha giudicato tutte le immagini e i volti di Dio che gli esseri umani si fabbricano con le proprie mani, ha giudicato tutte le proiezioni umane che sovente attribuiscono a Dio il volto di un Dio “perverso”. Ormai ciò che di Dio può essere conosciuto e predicato è ciò che è stato vissuto e predicato da Gesù. Ora, se è vero che per la fede dei cristiani è decisivo aderire a Gesù, bisogna però intendersi bene sulle parole: quando si dice “Gesù”, ci si riferisce a un vero uomo, debole, fragile e mortale come lo siamo noi; un uomo di carne (sárx: Gv 1,14), la sua carne che egli ci dona. Un uomo che è nato, vissuto e morto come ogni figlio di Adamo (cf. Lc 3,38): humanissimus, come amavano definirlo i padri monastici medievali!

 

Se dunque c’è un Dio, per noi cristiani è il Dio che deve essere conosciuto, letto e “visto” nell’esistenza umana di Gesù di Nazaret (cf. Gv 14,9). Per questo motivo il cristianesimo esige che Gesù sia conosciuto attraverso la sua vita narrata e testimoniata nei vangeli da parte chi è stato coinvolto nella sua vicenda, i discepoli, divenuti “servi della Parola” (Lc 1,2); solo attraverso questa conoscenza potremo anche credere in lui fino ad amarlo, fino a confessarlo “Messia”, “Signore”, “Figlio di Dio”, “Salvatore”, e così giungere alla fede in Dio, alla conoscenza del Dio vivente e vero. Se invece non si conosce l’umanità di Gesù, si finisce – lo ripeto – per credere in lui come a una realtà da noi immaginata e costruita. È assolutamente necessario guardare alla sua esistenza umana quotidiana, trovare in essa la vita stessa di Dio, leggervi l’espressione compiuta di Dio, e, di conseguenza, cogliere anche gli elementi “straordinari” della sua vicenda come segni, segnali – semeîa secondo il quarto vangelo (cf. Gv 2,11.18.23; 3,2; ecc.) – capaci di orientare la nostra fede.

 

È dunque la sua forma di vita – la sua carne e il suo sangue, per dirla con la pagina evangelica odierna – che è Vangelo, buona notizia per sempre e per tutti, mentre se si acclama Gesù quale Dio senza confessarlo “venuto nella carne” (1Gv 4,2), si finisce per snaturarlo. Qui sta la singolarità del cristianesimo: Dio si è rivelato in Gesù, si è fatto conoscere nella sua umanità; Dio si è fatto uomo e l’incarnazione è l’umanizzazione di Dio. Sì, Gesù ha vissuto la sua esistenza terrena quale uomo povero e fragile, esattamente come gli uomini e le donne con cui entrava in relazione; il Figlio è entrato nella storia come uomo, pienamente uomo: un uomo capace di fare della sua vita un capolavoro d’amore. Ed è questo amore, nient’altro che questo amore reciproco, vissuto e praticato sul suo esempio, che egli ci ha lasciato come “comandamento nuovo”, ultimo e definitivo (cf. Gv 13,34; 15,12), come prassi che ci consente di essere riconosciuti quali suoi discepoli e discepole (cf. Gv 13,35).

 

Ha scritto il grande teologo Giuseppe Colombo: “L’eucaristia non comunica la vita di Gesù ai cristiani, viceversa attira la vita dei cristiani unendola e conformandola a quella di Gesù … È da cancellare completamente dall’immaginario cristiano l’idea ingenua dell’eucaristia come realtà autosufficiente cui attribuire azioni e reazioni personali. In questo senso l’eucaristia non è Gesù Cristo, perché sarebbe un “secondo” Gesù Cristo – il Gesù Cristo eucaristico o il Gesù dell’eucaristia – che si aggiunge al Gesù della storia … In realtà Gesù Cristo è uno solo e non può essere raddoppiato … Il Gesù dell’eucaristia è il Gesù che ha vissuto la storia degli uomini e non un altro Gesù” (L’esistenza cristiana, Glossa, Milano 1999, pp. 15-17).

 

Anche noi però, come quegli ascoltatori giudei, siamo perlomeno turbati dalle parole di Gesù rimeditate e ridette dal quarto vangelo: come è possibile che un uomo ci dia la sua carne come cibo? Questa è una follia! Eppure Gesù non ha paura di scandalizzare con un’affermazione così forte; anzi, commentandola la rende ancor più scandalosa: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita”. Linguaggio duro – come diranno subito dopo molti dei suoi discepoli (cf. Gv 6,60) – ma con il quale Gesù cerca di rivelarci che mangiare il pane eucaristico e bere al calice della benedizione è ricevere la realtà misteriosa (cioè nel mistero, nel sacramento) di Cristo, umanità trasfigurata nella resurrezione e vita divina del Figlio nel seno del Padre. Così nell’eucaristia la vita di Cristo diventa nostra vita e noi diventiamo corpo di Cristo, sue membra viventi, per lo stesso soffio che è lo Spirito santo. Questo è il “pane” che non si corrompe e che ci fa vivere per la vita eterna.

 

Non dobbiamo però dimenticarlo: tutto questo lo viviamo sacramentalmente, avendo davanti a noi pane spezzato e vino da bere. Ma il nostro occhio, se è abilitato dallo Spirito santo, discerne in quel pane e in quel vino il corpo e il sangue di Cristo. Noi ce ne cibiamo ed essi, entrati in noi, nel metabolismo eucaristico – metabolismo contrario rispetto a quello biologico – ci fanno diventare corpo del Signore. Questo è il grande mistero che noi innanzitutto adoriamo:

 

“la Parola si è fatta carne” (Gv  1,14) in Gesù;

la carne di Gesù si è fatta pane, nostro cibo (cf. Gv  6,51);

il pane nostro cibo, che è Gesù con tutta la sua vita, morte e resurrezione, ci dà

 

la vita eterna (cf. Gv  6,58).

 

Santissimo Corpo e Sangue di Cristo - Anno A

 

Papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

Corpus Domini Papa

 

 

 

Gv 6,51-58 Fare della nostra vita un pane spezzato, dono senza misura [1]

 

Diventare pane spezzato…

Il Vangelo di Giovanni presenta il discorso sul “pane di vita”, tenuto da Gesù nella sinagoga di Cafarnao, nel quale afferma: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,51). Gesù sottolinea che non è venuto in questo mondo per dare qualcosa, ma per dare sé stesso, la sua vita, come nutrimento per quanti hanno fede in lui. Questa nostra comunione con il Signore impegna noi, suoi discepoli, ad imitarlo, facendo della nostra esistenza, con i nostri atteggiamenti, un pane spezzato per gli altri, come il Maestro ha spezzato il pane che è realmente la sua carne. Per noi, invece, sono i comportamenti generosi verso il prossimo che dimostrano l’atteggiamento di spezzare la vita per gli altri.

Ogni volta che partecipiamo alla Santa Messa e ci nutriamo del Corpo di Cristo, la presenza di Gesù e dello Spirito Santo in noi agisce, plasma il nostro cuore, ci comunica atteggiamenti interiori che si traducono in comportamenti secondo il Vangelo. Anzitutto la docilità alla Parola di Dio, poi la fraternità tra di noi, il coraggio della testimonianza cristiana, la fantasia della carità, la capacità di dare speranza agli sfiduciati, di accogliere gli esclusi. In questo modo l’Eucaristia fa maturare uno stile di vita cristiano. La carità di Cristo, accolta con cuore aperto, ci cambia, ci trasforma, ci rende capaci di amare non secondo la misura umana, sempre limitata, ma secondo la misura di Dio.

 

… dono senza misura

E qual è la misura di Dio? Senza misura! La misura di Dio è senza misura. Tutto! Tutto! Tutto! Non si può misurare l’amore di Dio: è senza misura! E allora diventiamo capaci di amare anche chi non ci ama: e questo non è facile. Amare chi non ci ama… Non è facile! Perché se noi sappiamo che una persona non ci vuole bene, anche noi siamo portati a non volerle bene. E invece no! Dobbiamo amare anche chi non ci ama! Opporci al male con il bene, di perdonare, di condividere, di accogliere. Grazie a Gesù e al suo Spirito, anche la nostra vita diventa “pane spezzato” per i nostri fratelli. E vivendo così scopriamo la vera gioia! La gioia di farsi dono, per ricambiare il grande dono che noi per primi abbiamo ricevuto, senza nostro merito. È bello questo: la nostra vita si fa dono! Questo è imitare Gesù.

 

Da ricordare

Io vorrei ricordare queste due cose. Primo: la misura dell’amore di Dio è amare senza misura. È chiaro questo? E la nostra vita, con l’amore di Gesù, ricevendo l’Eucaristia, si fa dono. Come è stata la vita di Gesù. Non dimenticare queste due cose: la misura dell’amore di Dio è amare senza misura. E seguendo Gesù, noi, con l’Eucaristia, facciamo della nostra vita un dono.

Gesù, Pane di vita eterna, è disceso dal cielo e si è fatto carne grazie alla fede di Maria Santissima. Dopo averlo portato in sé con ineffabile amore, Ella lo ha seguito fedelmente fino alla croce e alla risurrezione. Chiediamo alla Madonna di aiutarci a riscoprire la bellezza dell’Eucaristia, a farne il centro della nostra vita, specialmente nella Messa domenicale e nell’adorazione.

 

6,51-58 L’Eucaristia segno del rimanere di Gesù in noi e noi in lui [2]

 

Cosa significa mangiare il corpo e bere il sangue di Gesù?

In queste domeniche la Liturgia ci sta proponendo, dal Vangelo di Giovanni, il discorso di Gesù sul Pane della vita, che è lui stesso e che è anche il sacramento dell’Eucaristia. Il brano di oggi (Gv 6,51-58) presenta l’ultima parte di tale discorso, e riferisce di alcuni tra la gente che si scandalizzano perché Gesù ha detto: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,54). Lo stupore degli ascoltatori è comprensibile; Gesù infatti usa lo stile tipico dei profeti per provocare nella gente – e anche in noi – delle domande e, alla fine, provocare una decisione. Anzitutto delle domande: che significa “mangiare la carne e bere il sangue” di Gesù?, è solo un’immagine, un modo di dire, un simbolo, o indica qualcosa di reale? Per rispondere, bisogna intuire che cosa accade nel cuore di Gesù mentre spezza i pani per la folla affamata. Sapendo che dovrà morire in croce per noi, Gesù si identifica con quel pane spezzato e condiviso, ed esso diventa per lui il “segno” del Sacrificio che lo attende. Questo processo ha il suo culmine nell’Ultima Cena, dove il pane e il vino diventano realmente il suo Corpo e il suo Sangue. È l’Eucaristia, che Gesù ci lascia con uno scopo preciso: che noi possiamo diventare una cosa sola con lui. Infatti dice: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui” (v. 56). Quel “rimanere”: Gesù in noi e noi in Gesù. La comunione è assimilazione: mangiando lui, diventiamo come lui. Ma questo richiede il nostro “sì”, la nostra adesione di fede.

 

A che serve la Messa?

A volte si sente, riguardo alla santa Messa, questa obiezione: “Ma a cosa serve la Messa? Io vado in chiesa quando me la sento, o prego meglio in solitudine”. Ma l’Eucaristia non è una preghiera privata o una bella esperienza spirituale, non è una semplice commemorazione di ciò che Gesù ha fatto nell’Ultima Cena. Noi diciamo, per capire bene, che l’Eucaristia è “memoriale”, ossia un gesto che attualizza e rende presente l’evento della morte e risurrezione di Gesù: il pane è realmente il suo Corpo donato per noi, il vino è realmente il suo Sangue versato per noi.

L’Eucaristia è Gesù stesso che si dona interamente a noi. Nutrirci di lui e dimorare in lui mediante la Comunione eucaristica, se lo facciamo con fede, trasforma la nostra vita, la trasforma in un dono a Dio e ai fratelli. Nutrirci di quel “Pane di vita” significa entrare in sintonia con il cuore di Cristo, assimilare le sue scelte, i suoi pensieri, i suoi comportamenti. Significa entrare in un dinamismo di amore e diventare persone di pace, persone di perdono, di riconciliazione, di condivisione solidale. Le stesse cose che Gesù ha fatto.

 

Il cielo incomincia con la comunione

Gesù conclude il suo discorso con queste parole: “Chi mangia questo pane vivrà in eterno” (Gv 6,58). Sì, vivere in comunione reale con Gesù su questa terra ci fa già passare dalla morte alla vita. Il Cielo incomincia proprio in questa comunione con Gesù.

 

E in Cielo ci aspetta già Maria nostra Madre – abbiamo celebrato ieri questo mistero. Lei ci ottenga la grazia di nutrirci sempre con fede di Gesù, Pane della vita.

 

6,56 Fare memoria della carne resuscitata [3]

 

La carne del Signore è la nostra carne risuscitata

Nella festa del Corpus Domini facciamo memoria di tutto il tempo pa¬squale, che si concentra nella festa della Carne e del Sangue di Cristo. La carne del Signore è la nostra carne risuscitata e assunta al più alto dei cieli. Un grande credente diceva che «il cielo è l’intimità sacra del Dio Santo». Ecco, nel Corpus Domini festeggiamo il luogo fisico in cui l’in¬timità sacra del Dio Santo ci si apre e ci si offre ogni giorno: l’Eucaristia.

 

Fare memoria del pane dei tempi difficili

In questi tempi così difficili per la nostra patria, in cui la bassezza morale sembra appiattire ogni cosa, ci fa bene alzare gli occhi verso l’Eu¬caristia e ricordarci a quale speranza siamo stati chiamati. Siamo invitati a vivere in comunione con Gesù. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui» (Gv 6,56), ci ha detto il Signore durante l’ultima cena, aggiungendo: «Fate questo in memoria di me» (1Cor 11,24).

Facciamo memoria con le parole di Mosè […] al popolo; ci risuonano nelle orecchie con drammatico realismo: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore» (Dt 8,2).

Mosè interpreta la storia del suo popolo, quarantanni di apparente insuccesso, attraverso lo sguardo salvifico del Signore. Agli occhi di Dio non esistono decenni perduti.

Là nel deserto, proprio quando il popolo non riesce a vedere nient’altro che i propri limiti, il Signore gli dona un nutrimento speciale: la manna, figura e anticipazione dell’Eucaristia. Quel pane del cielo ha delle caratteristiche peculiari: dura un giorno solo; bisogna condividerlo con gli altri, perché se avanza va a male; ognuno ne raccoglie soltanto ciò che gli serve per la sua famiglia. La manna insegna al popolo a vivere del «nostro pane quotidiano».

 

Imparare a riconoscere il pane falso

Nel Vangelo, Gesù ci rivela che lui stesso è la manna, il pane «disceso dal cielo» (Gv 6,51). Egli è il Pane che dà vita, una vita per sempre: «La mia carne è vero cibo» (ivi, 55). Quel giorno molti discepoli lo abbando¬narono, perché quelle parole suonavano loro molto dure. Volevano qual¬cosa di più concreto, una spiegazione migliore su come vivere con quello che Gesù ci dice, con quello che Gesù ci dà. Invece Pietro e gli apostoli scommisero sul Signore: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (ivi, 68). Anche noi, come popolo, attraversiamo una situazione simile: una situazione di deserto, una situazione in cui siamo tenuti a prendere decisioni dove ne va della vita. Di fronte al pane vivo, in quanto popolo fedele di Dio, lasciamoci dire dal Signore: popolo mio, ricordati del Pane con cui ti nutre il Padre celeste e impara a riconoscere il pane falso che ti ha illuso e condotto a questa situazione.

 

Memoria del pane che parla di semina e di raccolta, pane solidale

Ricordati che il Pane del cielo è pane vivo, che ti parla di semina e raccolto, perché è pane di una vita che deve morire per farsi nutrimento. Ricordati che il Pane del cielo è un pane quotidiano, perché il tuo futuro è nelle mani del Padre buono e non soltanto in quelle degli uomini. Ri¬cordati che il Pane del cielo è un pane solidale: accumularlo non serve, ma va condiviso e goduto in famiglia. Ricordati che il Pane del cielo è pane di vita eterna e non pane deperibile. Ricordati che il Pane del cielo viene spezzato perché tu apra gli occhi alla fede, e abbandoni l’incredu¬lità. Ricordati che il Pane del cielo ti rende compagno di Gesù e ti fa accomodare alla mensa del Padre, dalla quale non è escluso nessuno dei tuoi fratelli. Ricordati che il Pane del cielo ti fa vivere in intimità con il tuo Dio e in comunione con i tuoi fratelli. Ricordati che il Pane del cielo, affinché tu potessi mangiarlo, si è spezzato sulla croce e si è condiviso generosamente per la salvezza di tutti. Ricordati che il Pane del cielo si moltiplica quando ti preoccupi di distribuirlo. Ricordati che il Pane del cielo è benedetto per te, è spezzato per te, ti viene servito dallo stesso Signore risorto, con le sue mani piagate per amore. Ricordati! Ricordati! Non dimenticarlo mai!

 

Memoria del pane che apre allo Spirito

Questa memoria che riguarda il pane ci apre allo Spirito, ci dà forza, ci dà speranza. Questa speranza incrollabile di sederci un giorno alla mensa del banchetto celeste ci liberi dalla tentazione di accostarci alla tavola degli autosufficienti e dei superbi, che non lasciano nemmeno le briciole ai più poveri. Vivere nella sacra intimità con il Dio Santo ci liberi dalle discordie politiche fratricide che stritolano la nostra patria. Saziarci dell’umile pane quotidiano ci guarisca dall’ambizione finanziaria. Il lavoro quotidiano per il Pane che dà vita eterna ci risvegli dal sogno vanitoso della ricchezza e della fama. Il piacere del pane condiviso ci sottragga alle chiacchiere maldicenti e lagnose dei media. L’Eucaristia celebrata con amore ci difenda da ogni mondanità spirituale.

 

Maria ci guidi nel fare memoria del pane che dà la vita e del vino che rallegra

Chiediamo alla Vergine queste grazie di memoria. La Madonna è il modello dell’anima cristiana ed ecclesiale che custodisce «tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2,51). La supplichiamo di ricordarci sempre dov’è il Pane che ci dà vita e il vino che rallegra il nostro cuore. Non smetta di ripeterci con la sua voce materna: «Qualsiasi cosa [Gesù] dica, fatela» (Gv 2,5). Ci scolpisca in cuore le parole di suo Figlio: «Fate questo in memoria di me».

 

NOTE

 

1 Angelus, 22 giugno 2014

2 Angelus, 16 agosto 2015.

 

3 «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, Dio tuo, ti ha fatto percorrere», Omelia, Corpus Domini, 1 giugno 2002, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 171-173; BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013, 311-313.

Una comunione d’amore

11 giugno 2017

Santissima Trinità

Commento al Vangelo

di ENZO BIANCHI

 

 

Brevi note sulle altre letture bibliche

Nel tempo di Pasqua, non essendo le altre letture scelte dal lezionario romano parallele al vangelo, si commenta solo il brano evangelico.

 

Gv 3,16-18

 

16 Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17 Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.

 

È la domenica in cui confessiamo la Triunità di Dio. In verità la Triunità di Dio è confessata dalla chiesa sempre, in ogni liturgia, ma recentemente si è sentito il bisogno di istituire una festa teologico-dogmatica, che non è conosciuta né dall’antichità cristiana né, tuttora, dalla tradizione cristiana orientale. È comunque l’occasione di una lode, di un ringraziamento, di un’adorazione del mistero del nostro Dio, comunione d’amore tra Padre, Figlio e Spirito santo.

 

Qualcuno può essere stupito che il testo evangelico scelto dalla chiesa per questa festa parli in modo manifesto solo del Padre e del Figlio, mentre sembra fare silenzio sullo Spirito santo. In realtà lo Spirito è presente come “amore di Dio” e come “compagno inseparabile del Figlio” (Basilio di Cesarea), perché là dove sta scritto che “Dio ha tanto amato il mondo”, il cristiano comprende che Dio ha amato il mondo con il suo amore che è lo Spirito santo del Padre e del Figlio. È stato lungo il cammino della rivelazione, e dunque dell’adesione a essa da parte dei credenti, riguardo alla Triunità di Dio. Lo riconosce con finezza Gregorio di Nazianzo: “L’Antico Testamento proclamava in modo chiaro il Padre, in modo più oscuro il Figlio; il Nuovo Testamento ha manifestato il Figlio e ha fatto intravedere la divinità dello Spirito; ora lo Spirito … ci accorda una comprensione più chiara di se stesso … Così attraverso ascensioni, avanzamenti, progressi di gloria in gloria, la luce della Triunità brillerà con ancora più chiarezza” (Discorsi teologici 31,26).

 

La Triunità di Dio non è una formula cristallizzata e non occorre nominare sempre le tre persone per evocarla: Padre, Figlio e Spirito santo sono termini che indicano una vita di amore plurale, comunitario, sono una comunione che noi tentiamo di esprimere con le nostre povere parole, sempre incapaci di dire il mistero, di esprimere la rivelazione del nostro Dio. Non è un caso che spesso, per dire qualche nostra parola sulla Triunità di Dio, dopo secoli ricorriamo ancora all’intuizione di Agostino che vede nel Padre l’Amante, nel Figlio l’Amato e nello Spirito l’Amore che intercorre tra i due. E San Bernardo di Clairvaux, dal canto suo, leggeva la Triunità di Dio come un bacio “circolare” ed eterno: “Il Padre dà il bacio, il Figlio lo riceve e il bacio stesso è lo Spirito santo, colui che è tra il Padre e il Figlio, la pace inalterabile, l’amore indiviso, l’unità indissolubile” (Sermoni sul Cantico dei cantici 8,2).

 

Ma soffermiamoci sul brano evangelico. Siamo nel contesto del colloquio notturno tra Gesù e Nicodemo (cf. Gv 3,1-21), un “maestro di Israele” (Gv 3,10) che rappresenta la sapienza giudaica in dialogo con Gesù. È questo un dialogo faticoso per Nicodemo, che ha fede in Gesù ma fatica ad accogliere la novità della rivelazione portata da questo rabbi “venuto da Dio”. Gesù risponde alle domande del suo interlocutore, ma l’ultima risposta, quella più lunga, sembra contenuta all’interno di una meditazione dell’autore del quarto vangelo. Dunque, nei versetti che oggi la chiesa ci offre è Gesù a parlare oppure si tratta di una meditazione dell’evangelista? In ogni caso sono parole di Gesù non certo riportate tali e quali, ma meditate, comprese e ridette nel tessuto di una comunità cristiana che ha cercato di crederle e di viverle.

 

Così si apre il brano: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui … abbia la vita eterna”. Subito prima sta scritto: “Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14-15). Queste due affermazioni sono parallele e si spiegano a vicenda. Affinché ogni essere umano possa credere, aderire al Figlio dell’uomo e mettere la propria fiducia in lui, occorre che conosca l’amore di Dio per tutta l’umanità, per questo mondo. Tale amore di Dio ha avuto la sua epifania in un atto preciso, databile, localizzabile nella storia e sulla terra: il 7 aprile dell’anno 30 della nostra era un uomo, Gesù di Nazaret, nato da Maria ma Figlio di Dio, è stato innalzato sulla croce, dove è morto “avendo amato fino alla fine” (cf. Gv 13,1), e in quell’evento tutti hanno potuto vedere che Dio ha talmente amato il mondo da consegnargli il suo unico Figlio, da lui “inviato nel mondo”. In quell’ora della croce, “l’ora di Gesù”, più che mai è stata manifestata la gloria di Gesù come gloria di colui che ha amato fino alla fine, narrando (exeghésato: Gv 1,18) l’amore di Dio attraverso l’offerta della sua vita a tutti, senza discriminazioni. Quella è stata l’ora dell’innalzamento del Figlio dell’uomo, al quale tutti gli umani, di tutti i secoli e di tutte le generazioni, guardano come al “trafitto per amore” (cf. Zc 12,10; Gv 19,37; Ap 1,7).

 

Ecco il dono dei doni di Dio: dono gratuito, dono di se stesso, dono irrevocabile e senza pentimento; dono mai da meritare, ma da accogliere con fede; dono fatto solo per un amore folle di Dio, il quale ha voluto diventare uomo, carne fragile e mortale (cf. Gv 1,14), per essere in mezzo a noi, con noi, e così condividere la nostra vita, la nostra lotta, la nostra sete di vita eterna. Ecco ciò che è accaduto con la venuta nella carne del Figlio di Dio e con la discesa dello Spirito che sempre è il compagno inseparabile del Figlio; ecco il mistero dell’amore di Dio vissuto in comunione, comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito santo. Quel mondo (kósmos) che a volte nel quarto vangelo è letto sotto il segno del male, del dominio di Satana, “il principe di questo mondo” (Gv 12,31; 16,11; cf. 14,30), qui è letto come umanità, come universo che Dio vide “cosa buona” (Gen 1,4.10.12.18.21.25) e “molto buona” (Gen 1,31), che egli ha amato fino alla follia, fino al dono di se stesso, dono che gli ha richiesto spogliazione, povertà, umiliazione. Essere salvati significa passare dalla morte alla vita definitiva, e questo è possibile per chi accetta il dono aderendo a Gesù Cristo, colui che dà lo Spirito della vita. Questo dono folle di Dio al mondo non ha come scopo il giudizio del mondo ma la sua salvezza: Dio vuole che l’umanità conosca la vita per sempre, la vita piena, che soltanto lui può darle.

 

Ma di fronte al dono resta la libertà umana. Il dono è fatto senza condizioni, dunque può essere accolto o rifiutato. Chi lo accoglie sfugge al giudizio e vive la vita per sempre, ma chi non lo accoglie si giudica da se stesso. Non è Dio che giudica o condanna, ma ciascuno, accogliendo o rifiutando l’amore, entra nella vita oppure si allontana dalla sorgente della vita, percorrendo una strada mortifera. Certamente troviamo qui espressioni di Gesù molto dure, radicali, ma esse vanno decodificate e spiegate. Se Gesù dice che “chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”, non lo dice manifestando una condanna per le moltitudini di uomini e donne che non hanno potuto incontrarlo nella storia, perché appartenenti ad altri tempi o ad altre culture. Costoro, se avranno vissuto la loro esistenza in conformità all’esistenza umana di Gesù, contraddistinta dall’amore dei fratelli e delle sorelle, è come se avessero partecipato, pur con tutti i limiti umani, alla vita umana di Gesù; e così, senza conoscerlo, senza professare il suo Nome nella fede cristiana, conosceranno la vita eterna in lui e con lui. Ma chi ha avuto una vita gravemente difforme dalla vita umana di Gesù, e anzi in contraddizione con essa, non conoscendo l’amore, costui è già giudicato e condannato: non c’è per lui vita eterna.

 

La festa della Triunità di Dio dovrebbe non tanto indurci a speculazioni su questo mistero ineffabile, quanto piuttosto a fare esperienza della Triunità stessa nella chiesa, la quale ne è immagine, in quanto nata nel cuore del Padre, fondata sul Figlio e radunata dallo Spirito santo. La chiesa è il luogo in cui, per quanto possibile a noi umani, ci è dato di fare esperienza del cuore di Dio e della sua comunione plurale.


 

 

 

 

Contemplare ed entrare

 

nel mistero dell’amore

 

per un nuovo umanesimo

 

SS. Trinità - Anno A

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

trinity 016

3,16-17 Contemplare ed entrare nella dinamica dell’amore [1]

 

Contempliamo l’amore e la comunione

La solennità della Santissima Trinità, presenta alla nostra contemplazione e adorazione la vita divina del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo: una vita di comunione e di amore perfetto, origine e meta di tutto l’universo e di ogni creatura, Dio. Nella Trinità riconosciamo anche il modello della Chiesa, nella quale siamo chiamati ad amarci come Gesù ci ha amato. È l’amore il segno concreto che manifesta la fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. È l’amore il distintivo del cristiano, come ci ha detto Gesù: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). È una contraddizione pensare a cristiani che si odiano. È una contraddizione! E il diavolo cerca sempre questo: farci odiare, perché lui semina sempre la zizzania dell’odio; lui non conosce l’amore, l’amore è di Dio!

 

Chiamati a testimoniare l’amore

Tutti siamo chiamati a testimoniare ed annunciare il messaggio che “Dio è amore”, che Dio non è lontano o insensibile alle nostre vicende umane. Egli ci è vicino, è sempre al nostro fianco, cammina con noi per condividere le nostre gioie e i nostri dolori, le nostre speranze e le nostre fatiche. Ci ama tanto e a tal punto che si è fatto uomo, è venuto nel mondo non per giudicarlo ma perché il mondo si salvi per mezzo di Gesù (cfr Gv 3,16-17). E questo è l’amore di Dio in Gesù, quest’amore che è tanto difficile da capire ma che noi sentiamo quando ci avviciniamo a Gesù. E lui ci perdona sempre, lui ci aspetta sempre, lui ci ama tanto. E l’amore di Gesù che noi sentiamo è l’amore di Dio.

 

Lo Spirito ci fa entrare nel dinamismo dell’amore

Lo Spirito Santo, dono di Gesù Risorto, ci comunica la vita divina e così ci fa entrare nel dinamismo della Trinità, che è un dinamismo di amore, di comunione, di servizio reciproco, di condivisione. Una persona che ama gli altri per la gioia stessa di amare è riflesso della Trinità. Una famiglia in cui ci si ama e ci si aiuta gli uni gli altri è un riflesso della Trinità. Una parrocchia in cui ci si vuole bene e si condividono i beni spirituali e materiali è un riflesso della Trinità.

L’amore vero è senza limiti, ma sa limitarsi, per andare incontro all’altro, per rispettare la libertà dell’altro.

 

L’eucaristia roveto ardente della Trinità

Tutte le domeniche andiamo alla Messa, celebriamo l’Eucaristia insieme e l’Eucaristia è come il “roveto ardente” in cui umilmente abita e si comunica la Trinità; per questo la Chiesa ha messo la festa del Corpus Domini dopo quella della Trinità. Giovedì prossimo, secondo la tradizione romana, celebreremo la Santa Messa a San Giovanni in Laterano e poi faremo la processione con il Santissimo Sacramento. Invito i romani e i pellegrini a partecipare per esprimere il nostro desiderio di essere un popolo “adunato nell’unità del Padre e del figlio e dello Spirito Santo” (San Cipriano).

 

3,16 Dio ama il mondo [2]

 

La terza parola che abbiamo ascoltato è mondo. “Dio ha tanto amato il mondo” da inviare Gesù (cfr Gv 3,16). Chi ama non sta lontano, ma va incontro. Voi [del cammino neocatecumenali] andrete incontro a tante città, a tanti Paesi. Dio non è attirato dalla mondanità, anzi, la detesta; ma ama il mondo che ha creato, e ama i suoi figli nel mondo così come sono, là dove vivono, anche se sono “lontani”. Non sarà facile per voi la vita in Paesi lontani, in altre culture, non vi sarà facile. Ma è la vostra missione. E questo lo fate per amore, per amore alla Madre Chiesa, all’unità di questa madre feconda; lo fate perché la Chiesa sia madre e feconda. Mostrate ai figli lo sguardo tenero del Padre e considerate un dono le realtà che incontrerete; familiarizzate con le culture, le lingue e gli usi locali, rispettandoli e riconoscendo i semi di grazia che lo Spirito ha già sparso. Senza cedere alla tentazione di trapiantare modelli acquisiti, seminate il primo annuncio: “ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario” (EG 35). È la buona notizia che deve sempre tornare, altrimenti la fede rischia di diventare una dottrina fredda e senza vita. Evangelizzare come famiglie, poi, vivendo l’unità e la semplicità, è già un annuncio di vita, una bella testimonianza.

 

3,16-21 Dio ha dato suo figlio per salvarci [3]

 

Negli Atti degli apostoli c’è una frase molto suggestiva, quando l’Angelo apre la prigione agli apostoli. Dice loro: “Andate e proclamate al popolo, nel tempio, tutte queste parole di vita” (At 5,20). Annunciate questa proposta, questa proposta che state predicando. Un mandato che persiste lungo i secoli e non è altro se non l’eco di Gesù: “Andate, annunciate, insegnate, bat¬tezzate”. Andate e proclamate al popolo, nel tempio, tutte queste paro¬le di vita. E che cosa ha da dirci questa nuova vita? Semplice. Che Dio ci ha tanto amati da dare suo Figlio per salvarci. L’abbiamo sentito nel Vangelo appena proclamato. E Gesù, quando lo spiega, dice che “la luce è venuta nel mondo, Dio ha inviato la luce al mondo” (cfr Gv 3,16-21).

 

3,16 Gesù è venuto per dare la sua vita [4]

 

Gesù sceglie liberamente la via della passione…

Giuda, si reca dai capi del Sinedrio per mercanteggiare e consegnare ad essi il suo Maestro: «Quanto mi date se io ve lo consegno?». Gesù in quel momento ha un prezzo. Questo atto drammatico segna l’inizio della Passione di Cristo, un percorso doloroso che egli sceglie con assoluta libertà. Lo dice chiaramente lui stesso: “Io do la mia vita… Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo” (Gv 10,17-18). E così, con questo tradimento, incomincia quella via dell’umiliazione, della spogliazione di Gesù. Come se fosse nel mercato: questo costa trenta denari…. Una volta intrapresa la via dell’umiliazione e della spogliazione, Gesù la percorre fino in fondo.

Gesù raggiunge la completa umiliazione con la “morte di croce”. Si tratta della morte peggiore, quella che era riservata agli schiavi e ai delinquenti. Gesù era considerato un profeta, ma muore come un delinquente.

 

… e prende su di sè tutte le sofferenze

Guardando Gesù nella sua passione, noi vediamo come in uno specchio le sofferenze dell’umanità e troviamo la risposta divina al mistero del male, del dolore, della morte. Tante volte avvertiamo orrore per il male e il dolore che ci circonda e ci chiediamo: “Perché Dio lo permette?”. È una profonda ferita per noi vedere la sofferenza e la morte, specialmente quella degli innocenti! Quando vediamo soffrire i bambini è una ferita al cuore: è il mistero del male. E Gesù prende tutto questo male, tutta questa sofferenza su di sé. […]

 

… vince nel fallimento

Noi attendiamo che Dio nella sua onnipotenza sconfigga l’ingiustizia, il male, il peccato e la sofferenza con una vittoria divina trionfante. Dio ci mostra invece una vittoria umile che umanamente sembra un fallimento. Possiamo dire che Dio vince nel fallimento! Il Figlio di Dio, infatti, appare sulla croce come uomo sconfitto: patisce, è tradito, è vilipeso e infine muore. Ma Gesù permette che il male si accanisca su di Lui e lo prende su di sé per vincerlo. La sua passione non è un incidente; la sua morte – quella morte – era “scritta”. Davvero non troviamo tante spiegazioni. Si tratta di un mistero sconcertante, il mistero della grande umiltà di Dio: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito” (Gv 3,16). […] Quando tutto sembra perduto, quando non resta più nessuno perché percuoteranno «il pastore e saranno disperse le pecore del gregge» (Mt 26,31), è allora che interviene Dio con la potenza della risurrezione. La risurrezione di Gesù non è il finale lieto di una bella favola, non è l’happy end di un film; ma è l’intervento di Dio Padre e là dove si infrange la speranza umana. Nel momento nel quale tutto sembra perduto, nel momento del dolore, nel quale tante persone sentono come il bisogno di scendere dalla croce, è il momento più vicino alla risurrezione. La notte diventa più oscura proprio prima che incominci il mattino, prima che incominci la luce. Nel momento più oscuro interviene Dio e risuscita.

 

Chiamati a seguirlo

Gesù, che ha scelto di passare per questa via, ci chiama a seguirlo nel suo stesso cammino di umiliazione. Quando in certi momenti della vita non troviamo alcuna via di uscita alle nostre difficoltà, quando sprofondiamo nel buio più fitto, è il momento della nostra umiliazione e spogliazione totale, l’ora in cui sperimentiamo che siamo fragili e peccatori. È proprio allora, in quel momento, che non dobbiamo mascherare il nostro fallimento, ma aprirci fiduciosi alla speranza in Dio, come ha fatto Gesù.

 

3,17 Il nuovo umanesimo [5]

 

“Ecco l’uomo”

Nella cupola di questa bellissima Cattedrale [Santa Maria in Fiore - Firenze] è rappresentato il Giudizio universale. Al centro c’è Gesù, nostra luce. L’iscrizione che si legge all’apice dell’affresco è “Ecce Homo”. Guardando questa cupola siamo attratti verso l’alto, mentre contempliamo la trasformazione del Cristo giudicato da Pilato nel Cristo assiso sul trono del giudice. Un angelo gli porta la spada, ma Gesù non assume i simboli del giudizio, anzi solleva la mano destra mostrando i segni della passione, perché lui “ha dato sé stesso in riscatto per tutti” (1 Tm 2,6). “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” (Gv 3,17).

 

… in lui i tratti del volto autentico dell’uomo

Nella luce di questo Giudice di misericordia, le nostre ginocchia si piegano in adorazione, e le nostre mani e i nostri piedi si rinvigoriscono. Possiamo parlare di umanesimo solamente a partire dalla centralità di Gesù, scoprendo in lui i tratti del volto autentico dell’uomo. È la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche di quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo. Il volto è l’immagine della sua trascendenza. È il misericordiae vultus. Lasciamoci guardare da lui. Gesù è il nostro umanesimo. Facciamoci inquietare sempre dalla sua domanda: “Voi, chi dite che io sia?” (Mt 16,15).

Guardando il suo volto che cosa vediamo? Innanzitutto il volto di un Dio “svuotato”, di un Dio che ha assunto la condizione di servo, umiliato e obbediente fino alla morte (cfr Fil 2,7). Il volto di Gesù è simile a quello di tanti nostri fratelli umiliati, resi schiavi, svuotati. Dio ha assunto il loro volto. E quel volto ci guarda. Dio – che è “l’essere di cui non si può pensare il maggiore”, come diceva sant’Anselmo, o il Deus semper maior di sant’Ignazio di Loyola – diventa sempre più grande di sé stesso abbassandosi. Se non ci abbassiamo non potremo vedere il suo volto. Non vedremo nulla della sua pienezza se non accettiamo che Dio si è svuotato. E quindi non capiremo nulla dell’umanesimo cristiano e le nostre parole saranno belle, colte, raffinate, ma non saranno parole di fede. Saranno parole che risuonano a vuoto.

 

I tratti dell’uomo nuovo

Non voglio qui disegnare in astratto un “nuovo umanesimo”, una certa idea dell’uomo, ma presentare con semplicità alcuni tratti dell’umanesimo cristiano che è quello dei “sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,5). Essi non sono astratte sensazioni provvisorie dell’animo, ma rappresentano la calda forza interiore che ci rende capaci di vivere e di prendere decisioni.

Quali sono questi sentimenti? Vorrei oggi presentarvene almeno tre.

- l’umiltà. Il primo sentimento è l’umiltà. “Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso” (Fil 2,3), dice san Paolo ai Filippesi. Più avanti l’Apostolo parla del fatto che Gesù non considera un «privilegio» l’essere come Dio (Fil 2,6). Qui c’è un messaggio preciso. L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra. La gloria di Dio che sfolgora nell’umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo ci sorprende sempre.

- disinteresse. Un altro sentimento di Gesù che dà forma all’umanesimo cristiano è il disinteresse. “Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri” (Fil 2,4), chiede ancora san Paolo. Dunque, più che il disinteresse, dobbiamo cercare la felicità di chi ci sta accanto. L’umanità del cristiano è sempre in uscita. Non è narcisistica, autoreferenziale. Quando il nostro cuore è ricco ed è tanto soddisfatto di sé stesso, allora non ha più posto per Dio. Evitiamo, per favore, di «rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli” (EG 49). […]

- beatitudine. Un ulteriore sentimento di Cristo Gesù è quello della beatitudine. Il cristiano è un beato, ha in sé la gioia del Vangelo. Nelle beatitudini il Signore ci indica il cammino. Percorrendolo noi esseri umani possiamo arrivare alla felicità più autenticamente umana e divina. […] La beatitudine è una scommessa laboriosa, fatta di rinunce, ascolto e apprendimento, i cui frutti si raccolgono nel tempo, regalandoci una pace incomparabile: “Gustate e vedete com’è buono il Signore” (Sal 34,9)!

 

3,16 Gesù con la sua Croce percorre le nostre strade [6]

 

Un’antica tradizione della Chiesa di Roma racconta che l'Apostolo Pietro, uscendo dalla città per scappare dalla persecuzione di Nerone, vide Gesù che camminava nella direzione opposta e stupito gli domandò: “Signore, dove vai?”. La risposta di Gesù fu: “Vado a Roma per essere crocifisso di nuovo”. In quel momento, Pietro capì che doveva seguire il Signore con coraggio, fino in fondo, ma capì soprattutto che non era mai solo nel cammino; con lui c’era sempre quel Gesù che lo aveva amato fino a morire. Ecco, Gesù con la sua Croce percorre le nostre strade e prende su di sé le nostre paure, i nostri problemi, le nostre sofferenze, anche le più profonde. […] Nella Croce di Cristo c’è la sofferenza, il peccato dell’uomo, anche il nostro, e lui accoglie tutto con le braccia aperte, carica sulle sue spalle le nostre croci e ci dice: Coraggio! Non sei solo a portarle! Io le porto con te e io ho vinto la morte e sono venuto a darti speranza, a darti vita (cfr Gv 3,16).

 

3,17-18 Il giudizio finale [7]

 

Timore per la sua venuta?

Quando pensiamo al ritorno di Cristo e al suo giudizio finale, che manifesterà, fino alle sue ultime conseguenze, il bene che ognuno avrà compiuto o avrà omesso di compiere durante la sua vita terrena, percepiamo di trovarci di fronte a un mistero che ci sovrasta, che non riusciamo nemmeno a immaginare. Un mistero che quasi istintivamente suscita in noi un senso di timore, e magari anche di trepidazione. Se però riflettiamo bene su questa realtà, essa non può che allargare il cuore di un cristiano e costituire un grande motivo di consolazione e di fiducia.

 

… no! perché è la venuta dello sposo…

A questo proposito, la testimonianza delle prime comunità cristiane risuona quanto mai suggestiva. Esse infatti erano solite accompagnare le celebrazioni e le preghiere con l’acclamazione Maranathà, un’espressione costituita da due parole aramaiche che, a seconda di come vengono scandite, si possono intendere come una supplica: “Vieni, Signore!”, oppure come una certezza alimentata dalla fede: “Sì, il Signore viene, il Signore è vicino”. È l’esclamazione in cui culmina tutta la Rivelazione cristiana, al termine della meravigliosa contemplazione che ci viene offerta nell’Apocalisse di Giovanni (cfr Ap 22,20). In quel caso, è la Chiesa-sposa che, a nome dell’umanità intera e in quanto sua primizia, si rivolge a Cristo, suo sposo, non vedendo l’ora di essere avvolta dal suo abbraccio: l’abbraccio di Gesù, che è pienezza di vita e pienezza di amore. Così ci abbraccia Gesù. Se pensiamo al giudizio in questa prospettiva, ogni paura e titubanza viene meno e lascia spazio all’attesa e a una profonda gioia: sarà proprio il momento in cui verremo giudicati finalmente pronti per essere rivestiti della gloria di Cristo, come di una veste nuziale, ed essere condotti al banchetto, immagine della piena e definitiva comunione con Dio. […]

 

… perché il Padre ha dato il suo Figlio per salvarci

Un’ulteriore suggestione ci viene offerta dal Vangelo di Giovanni, dove si afferma esplicitamente che “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nell’unigenito Figlio di Dio” (Gv 3,17-18). Questo significa allora che quel giudizio finale è già in atto, incomincia adesso nel corso della nostra esistenza. Tale giudizio è pronunciato in ogni istante della vita, come riscontro della nostra accoglienza con fede della salvezza presente ed operante in Cristo, oppure della nostra incredulità, con la conseguente chiusura in noi stessi. Ma se noi ci chiudiamo all’amore di Gesù, siamo noi stessi che ci condanniamo.

 

La salvezza è aprirci a Gesù, al suo perdono…

La salvezza è aprirsi a Gesù, e lui ci salva; se siamo peccatori – e lo siamo tutti – gli chiediamo perdono e se andiamo a lui con la voglia di essere buoni, il Signore ci perdona. Ma per questo dobbiamo aprirci all’amore di Gesù, che è più forte di tutte le altre cose. L’amore di Gesù è grande, l’amore di Gesù è misericordioso, l’amore di Gesù perdona; ma tu devi aprirti e aprirsi significa pentirsi, accusarsi delle cose che non sono buone e che abbiamo fatto. Il Signore Gesù si è donato e continua a donarsi a noi, per ricolmarci di tutta la misericordia e la grazia del Padre. Siamo noi quindi che possiamo diventare in un certo senso giudici di noi stessi, autocondannandoci all’esclusione dalla comunione con Dio e con i fratelli.

 

… e pregustare così il calore e lo splendore del volto di Dio

Non stanchiamoci, pertanto, di vigilare sui nostri pensieri e sui nostri atteggiamenti, per pregustare fin da ora il calore e lo splendore del volto di Dio - e ciò sarà bellissimo - che nella vita eterna contempleremo in tutta la sua pienezza. Avanti, pensando a questo giudizio che comincia adesso, è già cominciato. Avanti, facendo in modo che il nostro cuore si apra a Gesù e alla sua salvezza; avanti senza paura, perché l’amore di Gesù è più grande e se noi chiediamo perdono dei nostri peccati lui ci perdona. È così Gesù. Avanti allora con questa certezza, che ci porterà alla gloria del cielo

 

 

NOTE

 

1 Angelus, 15 giugno 2014.

2 Discorso agli aderenti al cammino neocatecumenale, 18 marzo 2016.

3 Aprite il vostro cuore alla luce, in J.M. BERGOGLIO -PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 696-697.

4 Udienza, 16 aprile 2014.

5 Discorso nell’incontro con i rappresentanti del V convegno Nazionale della Chiesa Italiana di Firenze, 10 novembre 2015.

6 Discorso in occasione della XXVIII GMG, Via Crucis 26 luglio 2013.

 

7 Udienza, 11 dicembre 2013.


Trinità: Dio soffre

 

la solitudine!

 

Solennità della Trinità - A

 

Franco Galeone *

 

Trinità Crocifisso

Tutto il creato è “imago” della Trinità

 

La festa della Trinità non è una festa astratta per intelletti metafisici, né un’occasione per dispute teologiche, ma un mistero pieno di luce e con forti suggestioni per la nostra esistenza. Grandi pittori, come Benozzo Gozzoli a San Gimignano, Rubens nella Galleria Nazionale di Praga, Dello Zoppo a Santo Spirito a Firenze, e tanti altri, hanno rappresentato Agostino che, meditabondo lungo la spiaggia, conversa con il Bambino che giocava a travasare tutto il mare in una piccola buca nella sabbia: una bella leggenda, che la grande arte ha voluto illustrare per il suo alto simbolismo. Dio è mistero ineffabile: di Lui non sapremmo nulla, se egli stesso non si rivela in qualche modo. Ma Dio si è anche fotografato nella nostra interiorità. Agostino ha scoperto questo documento fotografico nella interiorità dell’uomo. Per Agostino, anche l’uomo, nella sua profonda psicologia, è Trinità: esistenza, conoscenza, amore sono qualcosa di unico e di distinto. Un punto fondamentale della dottrina trinitaria in Agostino consiste nelle analogie trinitarie che egli scopre nel creato come vestigia e nell’uomo come imago della divinità. Tutte le cose create, sia quelle materiali che quelle spirituali, presen¬tano unità, forma, ordine. Ora, poiché dalle opere noi risaliamo al Crea¬tore, che è Dio uno e trino, noi possiamo ritenere questi tre caratteri come vestigia di sé lasciate dalla Trinità nella sua opera. Analogamen¬te, a un livello più alto, l’uomo è immagine della Trinità, perché anche l’uomo è uno e trino: Esistenza, conoscenza, amore sono tre cose, e queste tre cose non sono che una.

Il vero cristiano non crede in Dio-onnipotente, ma crede in Dio-padre-onnipotente: non separa mai la paternità dall’onnipotenza. Credere in Dio-padre-onnipotente significa credere che Dio può sempre suscitare o risuscitare in me un figlio che gli somigli. Tutte le Maddalene possono diventare santa Maddalena; tutti i figli prodighi possono tornare a servire il Padre abbandonato con maggiore affetto; tutte le nostre colpe possono diventare delle felici colpe. C’è, infatti, una gioia che è concessa solo a chi ha peccato. Il vero ateo non è colui che dice Dio non esiste, ma l’ateo vero è colui che dice che Dio non lo cambierà più, che ha tentato troppe volte, che è troppo tardi. Costui nega il primo articolo della fede, nega la onnipotente paternità di Dio. Cristo ha rivelato Dio come impotenza di forza e onnipotenza di amore. Cessiamo di parlare in termini di volontà di potenza, per parlare di volontà di amore. Saremo adulti nella fede quando ci convincerà più un gesto di amore, che un segno di forza.

 

La Trinità: mistero e non problema

 

Riflettiamo sul mistero della Trinità, non sul problema della Trinità. L’esistenzialista G. Marcel ci insegna la distinzione tra problema e mistero: il problema è qualcosa che non conosciamo, ma che, con l’affinamento della ragione e lo sviluppo della scienza, potremo conoscere; il mistero è invece qualcosa che mai comprenderemo, perché Lui comprende noi. Ignoramus et ignorabimus! Il mistero della Trinità ci fa toccare con mano la nostra povertà epistemologica, la fragilità delle nostre filosofie e teologie. Unico atteggiamento corretto è solo il silenzio, l’adorazione, l’ascolto. Il rischio è di parlare della Trinità come di un oggetto complicato, di un rompicapo mentale, di un crampo metafisico; la Trinità non è quel famoso occhio che ci spia nel triangolo; non significa che 1 è uguale a 3, ma che Dio è uno nella natura (monoteismo) e trino nelle persone (trinità). La Trinità non è un problema ma un mistero, e mistero significa non assurdità ma verità superiore, luce accecante. Cosa c’è di più luminoso del sole, eppure per poterlo guardare con i nostri occhi abbiamo bisogno di uno schermo oscuro!

Un libro dello scrittore francese Jean Claude Barreau ci aiuta a comprendere qualcosa di questo mistero. Un uomo armonioso e completo vive in tre dimensioni: il verticale (sopra), l’orizzontale (intorno), l’interiore (dentro). Grazie alla dimensione verticale, l’uomo riconosce l’autorità (il padre), si scopre figlio, impara l’obbedienza; grazie alla dimensione orizzontale, l’uomo riconosce quanti gli stanno attorno, si scopre fratello, impara la fraternità; grazie alla dimensione interiore, l’uomo riconosce il suo mondo profondo (anima), impara i valori dello spirito, diventa un essere libero. Se manca una dimensione, diventa quell’essere uni-dimensionale teorizzato da H. Marcuse. Chi resta solo figlio, diventerà un conservatore e un tutore dell’ordine; chi resta solo fratello, rifiuterà i valori dell’ordine e della disciplina; chi resta solo interiore, sarà portato a chiudersi nel suo piccolo ed egoistico mondo interiore. Applicando questa interpretazione alla Trinità, il credente, quando legge il Vangelo, incontra un Dio che sta sopra, il Padre appunto, sempre pronto ad accogliere; ma trova anche un Figlio che si è fatto nostro fratello; e infine Dio si trova nel nostro profondo, come dice Agostino: intimior intimo meo. Dio dev’essere trinità, famiglia, pluralità perché è Amore; se Dio è amore, dev’essere essere uno e molteplice, perché ogni vero amore tende all’unità e alla pluralità. L’esperienza della sessualità è illuminante: gli sposi nel rapporto sessuale cercano l’unità fisica e psichica, la fusione in una sola carne, ma questa si realizza non nel corpo degli sposi ma nella generazione del figlio; il padre e la madre possono dire in tutta verità: Nostro figlio, il figlio del nostro amore.

Buona vita!

 

 

* Gruppo Biblico ebraico-cristiano)



 

 

Dalle piaghe del Risorto

 

la pace, lo Spirito,

 

il perdono, la gioia, la missione

 

Domenica di Pentecoste A

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

Gv 20,17 Le piaghe: varco che riversa sul mondo il torrente della misericordia [1]

 

Ogni ferita, ogni sofferenza, ogni dolore, sono stati caricati sulle proprie spalle dal Buon Pastore, che ha offerto sé stesso e con il suo sacrificio ci ha aperto il passaggio alla vita eterna. Le sue piaghe aperte sono come il varco attraverso cui si riversa sul mondo il torrente della sua misericordia. Non lasciamoci rubare il fondamento della nostra speranza, che è proprio questo: Christòs anesti! Non priviamo il mondo del lieto annuncio della Risurrezione! E non siamo sordi al potente appello all’unità che risuona proprio da questo luogo, nelle parole di Colui che, da Risorto, chiama tutti noi “i miei fratelli” (cfr Mt 28,10; Gv 20,17).

 

Gv 20,19.20 Chi segue Cristo riceve la vera pace [2]

 

San Francesco ci testimonia: chi segue Cristo, riceve la vera pace, quella che solo lui, e non il mondo, ci può dare. San Francesco viene associato da molti alla pace, ed è giusto, ma pochi vanno in profondità. Qual è la pace che Francesco ha accolto e vissuto e ci trasmette? Quella di Cristo, passata attraverso l’amore più grande, quello della Croce. È la pace che Gesù Risorto donò ai discepoli quando apparve in mezzo a loro (cfr Gv 20,19.20).

La pace francescana non è un sentimento sdolcinato. Per favore: questo san Francesco non esiste! E neppure è una specie di armonia panteistica con le energie del cosmo… Anche questo non è francescano! Anche questo non è francescano, ma è un’idea che alcuni hanno costruito! La pace di san Francesco è quella di Cristo, e la trova chi “prende su di sé” il suo “giogo”, cioè il suo comandamento: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato (cfr Gv 13,34; 15,12). E questo giogo non si può portare con arroganza, con presunzione, con superbia, ma solo si può portare con mitezza e umiltà di cuore.

 

20,19.21.26 Essere partecipi della pace della resurrezione [3]

 

La pace è consegna definitiva del trionfo di Gesù

Il saluto di Cristo risorto, “Pace a voi!” (Gv 20,19.21.26) è la consegna del trionfo definitivo. Condividerla, riceverla, significa essere già partecipi della pace della resurrezione. La pace dev’essere lo stato abituale di un religioso, di un sacerdote perché, in quanto mediatore, mantiene il suo cuore ancorato al sommo bene, ai “beni di lassù”: “I nostri cuori siano fissi laddove sono le vere gioie” ci fa chiedere la liturgia.

 

È pace vera, non illusoria

Non dobbiamo confondere la pace vera con quella illusoria. La seconda è quella dell’ignoranza, quella dell’io candido che schiva la difficoltà, quella del ricco Epulone che ignora Lazzaro. La vera pace cresce nella tensione di due elementi contrari: è accettazione di un presente in cui ci riconosciamo deboli e peccatori e, al tempo stesso, superamento dello stesso presente come se già fossimo liberati dal limite del peccato. Sant’Ignazio ci fa entrare varie volte in questa tensione esplicitata nella sua “teologia del “come se” (“come se fossi presente” ci fa sentire nel presepe; e per fare una buona scelta ci fa pensare “come se” fossimo in articulo mortis o nel giorno del giudizio; ES 186-187). Il luogo di questa pace è il cuore: qui abita la presenza di Gesù che ci dà sicurezza.

 

È esigente

In questa pace si coltivano il coraggio apostolico (parresia) e la pazienza apostolica (hypomoné). Vivere la pace infatti non significa mantenere la tranquillità. Qui non si tratta della pace facile, bensì di quella esigente, che non sopprime la fragilità e i difetti e ci permette di compiere la scelta e di trovare la volontà di Dio. Non è la pace del mondo (Gv 14,27), ma quella del Signore (Gv 16,33).

 

Va tramessa

Il nostro Dio è il Dio della pace (Rm 15,33), che ha voluto darla a noi pacificandoci in suo Figlio (Rm 5,1), affinché anche noi la trasmettessimo e fosse vincolo di unione per proteggere l’unità (Ef 4,3). Ci è stata annunciata ufficialmente, per tutti, la notte di Natale (Lc 2,14), e la sua eco giunge fino alla domenica delle Palme (Lc 19,38). Ci è stato chiesto di cercarla orientando i nostri passi verso di essa (Le 1,79), perché siamo stati tutti chiamati a vivere in pace (1 Cor 7,15), in quella pace che custodisce i nostri cuori e i nostri pensieri (Fil 4,7) e ci ispira a cercare la pace con tutti (Eb 12,14). Respingerla ci allontana dal timore di Dio (Rm 3,17) e rattrista il cuore di Cristo (Lc 19,42).

 

È beatitudine per combattere per il regno

La pace è una beatitudine (Mt 5,9) e la cerchiamo perché, in essa e con essa, dobbiamo combattere per il regno. Il Signore ci ha avvertiti: è venuto a portare la guerra (Mt 10,34), a farci partecipare alla stessa guerra che Egli combatte, avendo dato al Demonio un certo potere di togliere la pace dalla terra (Ap 6,4); ma infine Egli, il Dio della pace, schiaccerà Satana (Rm 16,20).

 

Definisce lo “stile di battaglia”

In questa guerra contro il Maligno la pace consolida il nostro valore, non lascia che nulla ci intimorisca davanti agli avversari (Fil 1,28) e, soprattutto, definisce lo “stile di battaglia”, uno stile che nasce da quella pace, combatte in pace e coltiva la pace: “Ma se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di contesa, non vantatevi e non dite menzogne contro la verità. Non è questa la sapienza che viene dall’alto: è terrestre, materiale, diabolica; perché dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. Invece la sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera. Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia” (Gc 3,14-18).

 

È radicata nel conforto

Ci farà bene se, in queste meditazioni sui misteri della resurrezione del Signore, guardiamo a lui come al portatore della pace. Questo è il senso del “considerare il compito di consolatore che Cristo nostro Signore svolge, paragonandolo al modo con cui gli amici sono soliti consolare gli altri” (ES 224). La pace è radicata nel conforto: sa consolare soltanto chi prima si è lasciato consolare dal Signore stesso. E ci farà bene sentire lo sguardo benevolo e profondo del Signore mentre, conoscendo tutto, ci dice con tenerezza: “Va’ in pace, la tua fede ti ha salvato” (Mc 5,34; Lc 7,50; 8,48)

 

20,19.21.26 I frutti della vittoria dell’amore di Dio sul male [4]

 

La pace, dono del Risorto

“Pace a voi!” Non è un saluto, e nemmeno un semplice augurio: è un dono, anzi, il dono prezioso che Cristo offre ai suoi discepoli dopo essere passato attraverso la morte e gli inferi. Dona la pace, come aveva promesso: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14,27). Questa pace è il frutto della vittoria dell’amore di Dio sul male, è il frutto del perdono. Ed è proprio così: la vera pace, quella profonda, viene dal fare esperienza della misericordia di Dio […].

 

La beatitudine della fede

Il Vangelo di Giovanni ci riferisce che Gesù apparve due volte agli Apostoli chiusi nel Cenacolo: la prima, la sera stessa della Risurrezione, e quella volta non c’era Tommaso, il quale disse: se io non vedo e non tocco, non credo. La seconda volta, otto giorni dopo, c’era anche Tommaso. E Gesù si rivolse proprio a lui, lo invitò a guardare le ferite, a toccarle; e Tommaso esclamò: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv 20,28). Gesù allora disse: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” (v. 29). E chi erano questi che avevano creduto senza vedere? Altri discepoli, altri uomini e donne di Gerusalemme che, pur non avendo incontrato Gesù risorto, credettero sulla testimonianza degli Apostoli e delle donne. Questa è una parola molto importante sulla fede, possiamo chiamarla la beatitudine della fede. Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto: questa è la beatitudine della fede!

In ogni tempo e in ogni luogo sono beati coloro che, attraverso la Parola di Dio, proclamata nella Chiesa e testimoniata dai cristiani, credono che Gesù Cristo è l’amore di Dio incarnato, la Misericordia incarnata. E questo vale per ciascuno di noi!

 

Lo Spirito Santo per la remissione dei peccati

Agli Apostoli Gesù donò, insieme con la sua pace, lo Spirito Santo, perché potessero diffondere nel mondo il perdono dei peccati, quel perdono che solo Dio può dare, e che è costato il Sangue del Figlio (cfr Gv 20,21-23). La Chiesa è mandata da Cristo risorto a trasmettere agli uomini la remissione dei peccati, e così far crescere il Regno dell’amore, seminare la pace nei cuori, perché si affermi anche nelle relazioni, nelle società, nelle istituzioni. E lo Spirito di Cristo Risorto scaccia la paura dal cuore degli Apostoli e li spinge ad uscire dal Cenacolo per portare il Vangelo. Abbiamo anche noi più coraggio di testimoniare la fede nel Cristo Risorto! Non dobbiamo avere paura di essere cristiani e di vivere da cristiani! Noi dobbiamo avere questo coraggio, di andare e annunciare Cristo Risorto, perché Lui è la nostra pace, Lui ha fatto la pace, con il suo amore, con il suo perdono, con il suo sangue, con la sua misericordia.

 

20,22-23 I doni pasquali del Risorto [5]

 

Il protagonista del perdono dei peccati è lo Spirito Santo. Nella sua prima apparizione agli Apostoli, nel cenacolo, Gesù risorto fece il gesto di soffiare su di loro dicendo: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20,22-23). Gesù, trasfigurato nel suo corpo, ormai è l’uomo nuovo, che offre i doni pasquali frutto della sua morte e risurrezione. Quali sono questi doni? La pace, la gioia, il perdono dei peccati, la missione, ma soprattutto dona lo Spirito Santo che di tutto questo è la sorgente. Il soffio di Gesù, accompagnato dalle parole con le quali comunica lo Spirito, indica il trasmettere la vita, la vita nuova rigenerata dal perdono.

 

Il perdono attraverso le piaghe

Ma prima di fare il gesto di soffiare e donare lo Spirito, Gesù mostra le sue piaghe, nelle mani e nel costato: queste ferite rappresentano il prezzo della nostra salvezza. Lo Spirito Santo ci porta il perdono di Dio “passando attraverso” le piaghe di Gesù. Queste piaghe che Lui ha voluto conservare; anche in questo momento lui in Cielo fa vedere al Padre le piaghe con le quali ci ha riscattato. Per la forza di queste piaghe, i nostri peccati sono perdonati: così Gesù ha dato la sua vita per la nostra pace, per la nostra gioia, per il dono della grazia nella nostra anima, per il perdono dei nostri peccati. È molto bello guardare così a Gesù!

 

20,20 “I discepoli gioirono” (EG 5)

 

Il Vangelo, dove risplende gloriosa la Croce di Cristo, invita con insistenza alla gioia. Bastano alcuni esempi: “Rallegrati” è il saluto dell’angelo a Maria (Lc 1,28). La visita di Maria a Elisabetta fa sì che Giovanni salti di gioia nel grembo di sua madre (cfr Lc 1,41). Nel suo canto Maria proclama: “Il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore” (Lc 1,47). Quando Gesù inizia il suo ministero, Giovanni esclama: “Ora questa mia gioia è piena” (Gv 3,29). Gesù stesso “esultò di gioia nello Spirito Santo” (Lc 10,21). Il suo messaggio è fonte di gioia: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11). La nostra gioia cristiana scaturisce dalla fonte del suo cuore traboccante. Egli promette ai discepoli: “Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia” (Gv 16,20). E insiste: “Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia” (Gv 16,22). In seguito essi, vedendolo risorto, “gioirono” (Gv 20,20). Il libro degli Atti degli Apostoli narra che nella prima comunità “prendevano cibo con letizia” (2,46). Dove i discepoli passavano “vi fu grande gioia” (8,8), ed essi, in mezzo alla persecuzione, “erano pieni di gioia” (13,52). Un eunuco, appena battezzato, “pieno di gioia seguiva la sua strada” (8,39), e il carceriere “fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per aver creduto in Dio” (16,34). Perché non entrare anche noi in questo fiume di gioia?

 

20,21 Unita a Cristo la Chiesa continua la sua missione [6]

 

Unendosi a Cristo, il popolo della nuova Alleanza, lungi dal chiudersi in se stesso, diventa “sacramento” per l’umanità, segno e strumento della salvezza operata da Cristo, luce del mondo e sale della terra (cfr Mt 5,13-16) per la redenzione di tutti. La missione della Chiesa continua quella di Cristo: “Come il Padre mi ha mandato, anch’io mando voi” (Gv 20,21). Perciò dalla perpetuazione nell’Eucaristia del sacrificio della Croce e dalla comunione col corpo e con il sangue di Cristo la Chiesa trae la necessaria forza spirituale per compiere la sua missione. Così l’Eucaristia si pone come fonte e insieme come culmine di tutta l’evangelizzazione, poiché il suo fine è la comunione degli uomini con Cristo e in Lui col Padre e con lo Spirito Santo.

 

20,20.27 Il Risorto esercita il sacerdozio dell’intercessione [7]

 

Il sacerdozio di Cristo si esercita in tre momenti: nel sacrificio della croce (e in questo senso è stato “una volta per sempre”); attualmente (come intercessore presso il Padre, Eb 7,25); e alla fine dei tempi (“senza alcuna relazione con il peccato”, Eb 9,28), quando Cristo consegnerà tutta la creazione al Padre. Nel secondo momento, quello attuale, Gesù Cristo esercita l’intercessione sacerdotale per noi: “Poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore (Eb 7, 24-25). Gesù Cristo è vivo e intercede in tutta la sua pienezza di uomo e di Dio: “Poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato” (Eb 4, 14ss). Nei misteri della risurrezione, Gesù, già costituito Signore, mostra il suo corpo, si lascia toccare le piaghe, la carne (Gv 20,20.27; Lc 24,39.42). Quel corpo, quelle piaghe, quella carne sono intercessione. E anzi: non c’è altra via di accesso al Padre se non questa.

Il Padre vede la carne del Figlio e la fa accedere alla salvezza... Troviamo il Padre nelle piaghe di Cristo. Egli è vivo, così, nella sua carne gloriosa, ed è vivente in noi.

Partecipare alla sua carne, portare pazienza con lui nella sua passione per partecipare anche alla sua glorificazione: questo è il concetto chiave della Lettera agli Ebrei: “Noi abbiamo un altare le cui offerte non possono essere mangiate da quelli che prestano servizio nel Tempio” (Eb 13, 10). Questo altare è Cristo, il suo corpo appeso alla croce.

 

 

NOTE

 

1 Celebrazione ecumenica in occasione del 50° anniversario dell’incontro a Gerusalemme di Paolo VI e il Patriarca Atenagora, 25 maggio 2014.

2 Omelia, Visita pastorale ad Assisi, 4 ottobre 2013.

3 La pace del Signore risorto, in PAPA FRANCESCO – J.M. BERGOGLIO, In lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book – LEV, Milano - Città del Vaticano 2013, n.74; J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nel cuore di ogni Padre. Alle radici della mia spiritualità, Introduzione di Antonio Spadaro, S.J., Rizzoli Milano 2014, 199-201.

4 Angelus, 7 aprile 2013.

5 Udienza, 20 novembre 2013.

6 49° Congresso eucaristico internazionale del Québec: “L’Eucaristia, dono di Dio per la vita del mondo”, Québec 18 giugno 2008, in J.M. BERGOGLIO, Misericordia, (= Le parole di papa Francesco, 6), Corriere della sera, Milano 2014.

 

7 J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 246-249; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV, 2014, 44-46.


Educazione alla Fede


 

 

 

Partire come popolo

 

verso il mondo

 

accompagnati

 

dall’amore [1]

 

Ascensione del Signore A

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

 

Il Vangelo di Matteo riporta il mandato di Gesù ai discepoli: l’invito ad andare, a partire per annunciare a tutti i popoli il suo messaggio di salvezza (cfr Mt 28,16-20). “Andare”, o meglio, “partire” diventa la parola chiave della festa odierna: Gesù parte verso il Padre e comanda ai discepoli di partire verso il mondo.

 

Gesù parte…

Gesù parte, ascende al Cielo, cioè ritorna al Padre dal quale era stato mandato nel mondo. Ha fatto il suo lavoro, quindi torna al Padre. Ma non si tratta di una separazione, perché egli rimane per sempre con noi, in una forma nuova. Con la sua ascensione, il Signore risorto attira lo sguardo degli Apostoli - e anche il nostro sguardo - alle altezze del Cielo per mostrarci che la meta del nostro cammino è il Padre. Lui stesso aveva detto che se ne sarebbe andato per prepararci un posto in Cielo. Tuttavia, Gesù rimane presente e operante nelle vicende della storia umana con la potenza e i doni del suo Spirito; è accanto a ciascuno di noi: anche se non lo vediamo con gli occhi, lui c’è! Ci accompagna, ci guida, ci prende per mano e ci rialza quando cadiamo. Gesù risorto è vicino ai cristiani perseguitati e discriminati; è vicino ad ogni uomo e donna che soffre. È vicino a tutti noi, anche oggi è qui con noi in piazza; il Signore è con noi!

 

… e porta al Padre il suo regalo

Gesù, quando ritorna al Cielo, porta al Padre un regalo. Quale è il regalo? Le sue piaghe. Il suo corpo è bellissimo, senza lividi, senza le ferite della flagellazione, ma conserva le piaghe. Quando ritorna dal Padre gli mostra le piaghe e gli dice: “Guarda Padre, questo è il prezzo del perdono che tu dai”. Quando il Padre guarda le piaghe di Gesù ci perdona sempre, non perché noi siamo buoni, ma perché Gesù ha pagato per noi. Guardando le piaghe di Gesù, il Padre diventa più misericordioso. Questo è il grande lavoro di Gesù oggi in Cielo: fare vedere al Padre il prezzo del perdono, le sue piaghe. È una cosa bella questa che ci spinge a non avere paura di chiedere perdono; il Padre sempre perdona, perché guarda le piaghe di Gesù, guarda il nostro peccato e lo perdona.

 

Dà ai suoi il mandato di partire

Ma Gesù è presente anche mediante la Chiesa, che lui ha inviato a prolungare la sua missione. L’ultima parola di Gesù ai discepoli è il comando di partire: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19). È un mandato preciso, non è facoltativo! La comunità cristiana è una comunità “in uscita”, “in partenza”. Di più: la Chiesa è nata “in uscita”. E voi mi direte: ma le comunità di clausura? Sì, anche quelle, perché sono sempre “in uscita” con la preghiera, con il cuore aperto al mondo, agli orizzonti di Dio. E gli anziani, i malati? Anche loro, con la preghiera e l’unione alle piaghe di Gesù.

Ai suoi discepoli missionari Gesù dice: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (v. 20). Da soli, senza Gesù, non possiamo fare nulla! Nell’opera apostolica non bastano le nostre forze, le nostre risorse, le nostre strutture, anche se sono necessarie. Senza la presenza del Signore e la forza del suo Spirito il nostro lavoro, pur ben organizzato, risulta inefficace. E così andiamo a dire alla gente chi è Gesù.

 

28,18 Gesù sommo rivelatore del Padre [3]

 

L’intera storia della manifestazione di Dio, che è per noi storia di salvezza, raggiunge il suo culmine in Cristo. Cristo è Colui che viene nella pienezza dei tempi, il “Rivelatore” del Padre. Ed è a lui che alludevano le profezie che lo hanno annunciato e, dunque, è il sommo segreto che il Padre vuole svelarci perché, attraverso il Figlio, rivelerà se stesso nella sua misteriosa pienezza.

Gesù Cristo è il Rivelatore per eccellenza del mistero di Dio. Egli annuncia il Padre e lo fa conoscere (Gv 1,18) e dice al mondo ciò che ha udito da suo Padre (Gv 3,3.32; 8,26; 15,15). Perché egli è il Figlio Unigenito che viene al mondo e ha pieno potere e coscienza della propria missione di Rivelatore del Padre. Ha autorità e la fa sentire: “Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. [...] Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!”. “La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea” (Mc 1,22.27-28). Gesù crea sconcerto in coloro che lo ascoltano e lo vedono operare. Possiede una forza tale da stupire, originata dal suo stesso essere, dal fatto che gli “è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra” (Mt 28,18) e perciò, nel rivelare il mistero di Dio, divide le opinioni a seconda del cuore degli uomini (Lc 1,35). Il riflesso della sua autorità divina, di Figlio Unigenito, è segno di contraddizione tra gli uomini (Mt 21,42; At 4,14). Gesù Cristo, in quanto Rivelatore del mistero trinitario, irromperà nella vita degli uomini con una potenza mai vista, ma subirà nella sua carne il rifiuto cui la sua stessa rivelazione lo ha esposto.

 

28,19-20 Portare l’annuncio della speranza [4]

 

Davanti al dolore e alla delusione, i cristiani sono chiamati alla speranza. Non come ricerca di un’illusione fantasiosa, ma con la fiducia del discepolo e dell’apostolo che “la speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,5). Questa speranza è l’ancora che è stata fissata nei Cieli e a cui ci afferriamo per continuare a camminare. Lo stesso Gesù ci viene incontro per ripeterci con serenità e fermezza: “Non temete!” (Mc 6,50); “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20); “Andate dunque e fate discepoli” (Mt 28,19). Portare l’annunciò, essere vicini a chi è fragile quando noi stessi siamo fragili, è possibile soltanto confidando nella promessa che il Signore Risorto ci fa di essere sempre con noi (Mt 28,20). E poiché non siamo supereroi, né fieri lottatori che confidano ciecamente nelle proprie forze, agiamo con l’audacia propria dei discepoli di Gesù, membri della sua famiglia; audacia di fratelli del Signore.

 

28,19 Inviati tutti come popolo (EG113)

 

La salvezza, che Dio realizza e che la Chiesa gioiosamente annuncia, è per tutti, e Dio ha dato origine a una via per unirsi a ciascuno degli esseri umani di tutti i tempi. Ha scelto di convocarli come popolo e non come esseri isolati [5]. Nessuno si salva da solo, cioè né come individuo isolato né con le sue proprie forze. Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che comporta la vita in una comunità umana. Questo popolo che Dio si è scelto e convocato è la Chiesa. Gesù non dice agli Apostoli di formare un gruppo esclusivo, un gruppo di élite. Gesù dice: “Andate e fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19). San Paolo afferma che nel popolo di Dio, nella Chiesa “non c’è Giudeo né Greco... perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28). Mi piacerebbe dire a quelli che si sentono lontani da Dio e dalla Chiesa, a quelli che sono timorosi e agli indifferenti: il Signore chiama anche te ad essere parte del suo popolo e lo fa con grande rispetto e amore!

 

28,19 Discepoli-missionari (EG 120)

 

In virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cf. Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni. La nuova evangelizzazione deve implicare un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati. Questa convinzione si trasforma in un appello diretto ad ogni cristiano, perché nessuno rinunci al proprio impegno di evangelizzazione, dal momento che, se uno ha realmente fatto esperienza dell’amore di Dio che lo salva, non ha bisogno di molto tempo di preparazione per andare ad annunciarlo, non può attendere che gli vengano impartite molte lezioni o lunghe istruzioni. Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che siamo sempre “discepoli-missionari”. Se non siamo convinti, guardiamo ai primi discepoli, che immediatamente dopo aver conosciuto lo sguardo di Gesù, andavano a proclamarlo pieni di gioia: “Abbiamo incontrato il Messia” (Gv 1,41). La samaritana, non appena terminato il suo dialogo con Gesù, divenne missionaria, e molti samaritani credettero in Gesù “per la parola della donna” (Gv 4,39). Anche san Paolo, a partire dal suo incontro con Gesù Cristo, “subito annunciava che Gesù è il figlio di Dio” (At 9,20). E noi che cosa aspettiamo?

 

28,20 L’amore ci accompagna sempre [6]

 

Il Salmo ci ha invitato a ringraziare il Signore perché “il suo amore è per sempre”. Ecco l’amore fedele, la fedeltà: è un amore che non delude, non viene mai meno. Gesù incarna questo amore, ne è il Testimone. Lui non si stanca mai di volerci bene, di sopportarci, di perdonarci, e così ci accompagna nel cammino della vita, secondo la promessa che fece ai discepoli: “Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Per amore si è fatto uomo, per amore è morto e risorto, e per amore è sempre al nostro fianco, nei momenti belli e in quelli difficili. Gesù ci ama sempre, sino alla fine, senza limiti e senza misura. E ci ama tutti, al punto che ognuno di noi può dire: “Ha dato la vita per me”. Per me! La fedeltà di Gesù non si arrende nemmeno davanti alla nostra infedeltà. Ce lo ricorda san Paolo: “Se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare sé stesso” (2Tm 2,13). Gesù rimane fedele, anche quando abbiamo sbagliato, e ci aspetta per perdonarci: lui è il volto del Padre misericordioso. Ecco l’amore fedele

 

 

 

NOTE

 

1 Da J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Matteo. Il vangelo del compimento. Lettura spirituale e pastorale, a cura di Gianfranco Venturi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2016.

2 Angelus, 1° giugno 2014.

3 Gesù Cristo rivelazione del Padre, in J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR Rizzoli, Milano 2014, 122-127; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV 2014, 66-71.

4 La speranza non rimarrà delusa, in J. M. Bergoglio, Perdono, (= Le parole di papa Francesco, 10), Corriere della Sera, Milano 2015, 5-14.

5 Cf Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 9.

 

6 Omelia, Torino Piazza Vittorio, 21 giugno 2015.


Dante Gabriel Rossetti "Annunciazione"

 

Forse la più diffusa tra le rappresentazioni sociali del giovane è quella che lo vuole sempre attivo, lanciato in una folle corsa attraverso il mondo, mai fermo a riflettere o a “perdere tempo”; il giovane non contempla, non subisce, non è mai passivo: agisce. Chi critica la sfrontatezza dei giovani a volte ne condivide però la ragion d’essere: vista l’arroganza, la protervia e la prepotenza di molti quarantenni viene da pensare che molte critiche ai giovani e alla loro presunzione non siano dettate da senso morale ma dalla percezione di avere di fronte un pericoloso concorrente nella lotta per la vita. Una specie di darwinismo sociale perverso si è impadronito degli adulti e di rimando anche dei giovani: si finge di disprezzare l’iperattivismo dei giovani ma quando si vede un ventenne (soprattutto maschio, anche se sempre più queste caratteristiche sono poco apprezzate anche nelle ragazze) che riflette, non agisce, ammorbidisce il suo rapporto con il mondo si assume un atteggiamento che sta a metà strada tra il preoccupato e l’indignato: non si aspetterà mica che il pane gli voli in bocca da solo? Molti adulti condividono segretamente –mentre se ne difendono- l’arroganza dei giovani lucidamente descritti da Adorno (forse perché non è che lo specchio della loro stessa arroganza):

 

che, nella società repressiva, la libertà e la sfrontatezza finiscano per fare tutt’uno, è provato dai gesti noncuranti dei giovani, che chiedono con aria strafottente “quanto costa il mondo” (…) Per sottolineare che non dipendono da nessuno e che quindi non sono tenuti a dar prova di rispetto, affondano le mani nelle tasche dei pantaloni. Ma i gomiti che,così facendo, sporgono in fuori, sono già pronti a urtare senza riguardi chiunque tagli loro il cammino[1]

L’aggressività del giovane e il suo attivismo esasperato è una delle maschere che assume oggi lo spirito di concorrenza e di competitività sfrenata che sembra permeare di sé ogni rapporto umano; occorre essere competitivi, considerare sempre gli altri e le altre come avversari e soprattutto non avere mai un momento di pausa, di riflessione, di distacco. L’arroganza e la prepotenza che i giovani in questo modo manifestano è un tratto adulto del loro carattere:

 

ci troviamo di fronte a una sedicente giovane generazione che, in tutti i suoi moti e impulsi, è intollerabilmente più adulta di quel che i genitori non siano mai stati: che ha rinunciato prima di qualunque conflitto e che trae da questa rinuncia la sua forza: ostinata, autoritaria e irriducibile [2]

Ma si tratta comunque di una partita persa: il giovane sa di essere escluso dal gioco del potere e sfoga il suo attivismo prepotente sui più deboli, mettendo in atto quello che gli studiosi della società totalitaria definiscono principio del ciclista: come il ciclista gregario, che sa di non poter mai vincere la gara, viene insultato dal direttore sportivo sull’ammiraglia e, non potendo reagire, si sfoga calcando il passo sui pedali, così coloro che sono trattati con durezza dai superiori o comunque dalla materialità della vita trovavano nelle loro vittime la possibilità di sfogare i loro istinti repressi[3].

 

Ma la vera bellezza del giovane sta nel suo essere passivo; il giovane è un vaso che attende di essere riempito, una cavità che si presenta al mondo nella sua nudità e ingenuità. Non si tratta qui di ignorare le istanze positive che il giovane può dare al mondo ma di intenderle come successive a un atteggiamento di passività e di ascolto. “Stai zitto tu che sei ancora giovane!”: una frase da adulti arroganti, ma anche un suggerimento implicito certo al di là dell’intenzione di chi la pronuncia: abbi il coraggio di tacere perché il tacere, in attesa degli eventi, in attesa di essere attraversato dal mondo. È la vera forza dei giovani. Nella società della chiacchiera catodica non c’è quasi trasmissione televisiva che non meta un microfono sotto il naso di un giovane chiedendogli il suo parere su tutto, salvo poi ovviamente disinteressarsene; ma è ben raro che si conceda al giovane il tempo per aspettare, riflettere, lasciarsi andare per un momento alle ondate del mondo per saperle poi governare. Il giovane ha il tempo a disposizione per essere passivo; e questo tempo non va sprecato, nemmeno se si è assediati dagli ipocriti inviti adulti all’attivismo a tutti i costi

 

Questa disponibilità a lasciarsi attraversare dal mondo è del resto la stessa della giovane palestinese Myriam che si dona all’annuncio inatteso e che si lascia attraversare dalla notizia sapendo che non le farà male: una capacità che si possiede se si è fatti di cristallo, se si è cioè in grado di farsi colpire e attraversare dalla luce rifrangendola senza trattenerla e senza esserne feriti:

 

E’ cristallo Maria, il Figlio luce di cielo:

per questo può attraversarla tutta pur senza aprirla [4]

Il giovane è allora chiamato ad essere madre; la gioventù sprecata è quella che non si lascia fecondare dalle idee, dalle esperienze, dal mondo, e l’imperativo realmente urgente per i giovani è non rimanere vuoti; ma per non rimanere vuoti occorre sentirsi vuoti, presentare la propria cavità al mondo. Il vuoto ha senso solo se viene esibito senza paura; allora la passività è ricettività e ricezione, è capacitò di riempirsi di senso:

 

La verginità vale, però dev’esser madre

Oppure è come un campo dalla terra infruttuosa [5]

Il giovane recettivo accoglie il poter-essere-riempito proprio del carattere femminile, meglio materno; non ha paura di essere accusato di passività perché sa che solo la passività permette al mondo di fecondarci:

 

“Donna è la parola più nobile che si possa attribuire all’anima, molto più nobile che vergine. Che l’uomo accolga in sé Dio è bene e in questo accogliere è vergine. Ma che Dio divenga in lui fecondo è meglio” [altrimenti] “la sua verginità non gli serve a niente perché, essendo vergine, non è divenuto donna” [6]

Ogni volta che un giovane incontra un adulto significativo, l’esperienza che gli accade è proprio questo fare spazio dentro di sé, questo lasciare spazio all’altro che sarà poi cruciale nell’esperienza amorosa. E’ la fiducia nel mondo e nell’adulto che permette questa apertura esistenziale. L’uomo è un essere aperto, anche zoologicamente: l’acquisizione della posizione eretta ha permesso l’esibizione del ventre e dei genitali, in una posizione che è difficile da mantenere perché espone le parti intime e delicate del corpo a possibili attacchi; ma l’uomo è questo, e la sua apertura costitutiva non si lascia sopraffare dalla paura. In questo l’ingenuità giovanile, il fatto che i giovani “si lascino condizionare” come spesso si dice, la loro disponibilità a seguire l’adulto nonostante tutto è davvero un tratto ingenuo, nel senso etimologico di “originario”; forse il giovane che osa aprirsi al mondo e che lascia spazio perché il mondo lo penetri è quanto di più vicino all’umano possiamo concepire. L‘uomo è concavo:

 

“dobbiamo formare una capanna, estenderci in modo che Dio possa operare molto in noi” [7]

Il ricavo di questa apertura è enorme: conosciamo tutti il senso di pienezza e di novità che si prova alla fine di una esperienza importante; ci si sente come gravidi. Non si tratta della sazietà, una sensazione tutto sommato fine a se stessa, ma proprio dell’idea di gravidanza, come se quanto è stato depositato nel nostro intimo dall’esperienza compiuta non si esaurisse in sé ma fosse solo l’inizio di una nuova storia, di una nuova vita:

 

“A un uomo sembrò in sogno – ma era un sogno ad occhi aperti- di diventare gravido del nulla come la donna di un bambino e in questo nulla nacque Dio; era il frutto del nulla, Dio viene generato nel nulla [8]

E non ha molto senso, dopo esperienze così arricchenti, dopo che la cavità che abbiamo coraggiosamente mostrato al mondo si è riempita, preoccuparsi eccessivamente del contenuto con cui essa è stata riempita: come ogni madre sa, anche qui occorre lasciar-fare, lasciar-accadere lasciar-maturare. Quante volte abbiamo sentito padri preoccupati chiedere ai giovani “quale guadagno avessero” oppure “a che cosa portasse” l’esperienza che stavano facendo. Ma per il giovane che si affida al mondo, conta maggiormente il fatto di lasciarsi attraversare e penetrare che il contenuto di questa penetrazione; ciò che ci attraversa, come per Myriam di Nazareth, è mistero:

 

L’esser davvero vuoto è come un nobile vaso

Che dentro ha nettare; ha e non sa che cosa [9]

In questo modo, lasciando spazio al mondo, il giovane impara tra l’altro una qualità che lo guiderà nel futuro rapporto con le persone, gli animali, le piante: l’ esperienza del con-patire, nel senso del patire-insieme dell’essere-insieme-passivi, un modo di posizionarsi nei confronti del mondo che sprofonda il giovane nelle cose del presente e del futuro e che lo rende in grado di decifrarne i segreti o le tendenze latenti. Si tratta di un atteggiamento di attesa, che non forza gli eventi ma li lascia avvenire. Una posizione nei confronti della realtà che può essere esemplificata dall’esperienza dell’ascolto della musica, che tanta parte ha ancora oggi nella crescita dei giovani. Siamo però convinti che oggi la musica non si ascolti; la si balla, la si usa come colonna sonora, la si considera una specie di tappeto sonoro su cui poggiare le conversazioni, ma non la si ascolta realmente perché l’ascolto della musica prevede una dimensione passiva, di sospensione dell’azione, di disponibilità ad essere sorpresi e per certi versi anche aggrediti, tutte dimensioni alle quali i giovani vengono educati a tenersi ben lontani. La danza è una possibile risposta alla musica, ma è appunto un risposta attiva (o semi-passiva) del soggetto, non può essere il primo approccio alla musica. “Finché l’orecchio vibrava in armonia con i suoni della natura o con una musica costruita anch’essa in armonia con le strutture interne all’uomo, costui non si distruggeva. La frenesia assordante delle città,la pseudo-musica a base di frastuono che non è altro che la disintegrazione del suono (...) tutto questo insieme concorre a far proliferare le piante mortali del nostro essere”;[10] ci sentiamo di integrare e parzialmente correggere la de Souzenelle affermando che certe esperienze musicali al limite tra musica e rumore o comunque in equilibrio sull’abisso della dissonanza (pensiamo al primo Hindemith, ma soprattutto a Schoenberg, Berg, Webern; e al lascito che queste esperienze hanno avuto nel campo della musica apparentemente più commerciale, da “Atom Heart Mother” dei Pink Floyd a “The Black Rider” di Tom Waits) sono fortemente educative anche e soprattutto come mimesi della società, come riproduzione –ma sublimata e criticata, dunque capita- della civiltà che ottunde il silenzio. Nella dissonanza è poi celato un altro segreto, un ordine ulteriore che va al di là dell’ordine del contrappunto, ed è solo a un ascolto esperto e attento che questo segreto si svela.

 

Il giovane che sa essere recettivo è allora il giovane che sa porsi in ascolto mettendo così in campo un’esperienza di vita e di verità tanto antica quanto desueta: dire che una cosa è vera perché l’abbiamo sentita dire significa far rientrare la propria affermazione in un regime di verità completamente differente da quello della spiegazione scientifica; la parola di verità che si sente, la verità che si esprime nella parola sono quelle divine; l’ascolto della parola divina sta, per le civiltà giudaico-cristiane alla base di ogni successivo ascolto e di ogni successiva ricerca di verità. Archetipo di questa concezione dell’ascolto è il risuonare della parola divina all’orecchio dei primi uomini; ma gli uomini e le donne possono ascoltare anche i suoni e i rumori della natura; anzi, è proprio nell’ascolto, inizialmente muto e rispettoso, dei suoni naturali che l’uomo e la donna possono davvero farsi interpreti della natura, articolando nel loro il suo muto linguaggio Anche certi suoni prodotti dall’uomo e dalla donna, come il suono delle campane, non sono che tentativi di articolare in un linguaggio umano e artificiale certi suoni naturali. La musica deve la sua levità e la sua nobiltà alla dialettica mai del tutto risolta tra suono naturale e suono “culturale”. La sensibilità che i giovani spesso dimostrano nei confronti della natura è figlia proprio di questa qualità dell’ascolto: “E' una verità metafisica che ogni natura prenderebbe a lamentarsi se le fosse data la parola (...) essa piangerebbe sulla lingua stessa. L'incapacità di parlare è il grande dolore della natura (e per redimerla è la vita e la lingua dell'uomo nella natura)”[11] Ma essere capaci di cogliere il suono della natura e articolarlo in lamento significa anzitutto affinare ed allenare il proprio udito all’ascolto del lamento; che esso si esprima con il grido lacerante o con l’impercettibile sussurro[12], si tratta sempre di articolare in parole comprensibili il rantolo del moribondo o del sofferente.

 

E infine la disponibilità del giovane all’attesa, all’ascolto, alla passività, alla recettività significa anche disponibilità ad essere educato, a intrattenere rapporti umani che siano improntati in senso pedagogico; perché l’educazione del giovane è anche caratterizzata da un momento in cui egli/ella è passivo e recettivo, nonostante le parodie attuali di quello straordinario paradigma di ricerca che era l’attivismo, che non aveva certo in mente, come risultato dell’educazione, il manager isterico e superimpegnato di oggi. L’educazione è fidarsi e affidarsi a qualcuno, lasciarsi penetrare e impregnare dalle esperienze che costui ci permette di fare, come un Padre della Chiesa afferma, in un discorso significativamente indirizzato Ai giovani a proposito delle letture pagane:

 

come i tintori, che prima preparano con certi trattamenti una stoffa atta a ricevere la tinta, poi vi applicano il colore, o purpureo o di altro genere, così anche noi, se si vuole che l’idea del bene resti in noi indelebile, dopo esserci dedicati appunto a questi studi profani capiremo allora i misteri delle sacre dottrine [13]

Se, come spesso gli adulti lamentano, i giovani non ci ascoltano, forse è perché abbiamo poco da dir loro, o non ci importa nulla che stiano ad ascoltarci. I giovani invece possono essere educati proprio perché sono costitutivamente concavi, presentando all’adulto un vuoto da riempire. Non perché i giovani siano vuoti, ma perché esibiscono davanti a noi quella parte cava che è nostro dovere riempire. Pretendere che il nostro sia solo un meccanico riempimento significa ricadere nella concezione depositaria dell’educazione che Paulo Freire giustamente demolì[14]; il nostro atteggiamento è semmai quello di chi pone delicatamente un uovo in un nido, sperando che gli accada qualcosa che ormai non dipende più da noi; con la delicatezza dell’uomo che feconda una donna, con la fragilità della rugiada che si posa sui fiori:

 

Per indicare l’educazione gli Egizi raffigurano il cielo stillante rugiada, volendo dire con questo che, come la rugiada cadendo si posa su tutte le piante e addolcisce quelle la cui natura può essere addolcita, mentre su quelle per propria natura insensibili non può agire allo stesso modo, così anche l’educazione è comune a tutti gli uomini e chi ha una buona disposizione la riceve come rugiada mentre chi manca della predisposizione naturale non può farlo [15]

E la costellazione rugiada-fecondità ci riporta al nostro punto di partenza, alla giovane palestinese che rilasciò attraversare da un annuncio inaudito:

 

La dolce rugiada della Trinità senza inizio

Cadde dalla fonte dell’Eterna divinità

Nel fiore dell’ancella eletta [16] 

 

Anche ai nostri giovani occorre dire che questo attraversamento è possibile. Che non occorre aver paura, ma aspettare fiduciosa la parola che potrà far vivere una nuova vita. Che non devono temere alcun male da questa lieve, tenera penetrazione; come nulla soffrì la giovanissima Myriam, quando con stupore si accorse del lieve passaggio del figlio di Dio:

 

Gesù attraversò il tuo corpo come la rugiada passa attraverso il fiore[17]

 

 

 

(da Raffaele Mantegazza, Tra il marzo e il giugno della vita. Pedagogia della gioventù, Elledici 2011, pp. 54-62.

 

Il capitolo a cui questo articolo si riferisce è intitolato: MYRIAM: GIOVENTÙ RECETTIVA)

 

 

[1] Theodor W. Adorno, Minima Moralia. Meditazioni della vita offesa. Torino, Einaudi, 1979, pag. 124

 

[2] Ivi, pag. 12

 

[3] Si tratta del meccanismo per cui alcuni membri di comunità vittime di odio razziale o xenofobo ribaltano quello stesso odio su altre comunità percepite come “inferiori” (questo ruolo è interpretato in Italia dai rom, in Germania dai Turchi ecc.) Questo meccanismo è stato egregiamente esemplificato nella novella di James Joyce La contropartita, in Gente di Dublino. Milano, Garzanti, 1982

 

[4] Angelus Silesius, Il pellegrino cherubino, Cinisello, Paoline, 1989, pag. 242

 

[5] Ivi pag. 244

 

[6] Meister Eckhart, I Sermoni, Cinisello, Paoline, 1999, pag, 100

 

[7] Ivi, pag, 510

 

[8] Ivi, pag. 493

 

[9] Angelus Silesius, op,. cit, pag, 209

 

[10]Annick de Souzenelle, Il simbolismo del corpo umano. Dall’albero di vita allo schema corporeo, Brescia, servitium, 2000, pag. 306

 

[11] Walter Benjamin, Sulla lingua in generale e sulla lingua dell’uomo in Angelus Novus, Milano, Einaudi, 1962, pag. 63

 

[12] Cfr. Giuseppe Ungaretti, Non gridate più: “Hanno l’impercettibile sussurro/non fanno più rumore/del crescere dell’erba/muta dove non passa l’uomo”

 

[13] Basilio di Cesarea, Ai giovani, Bologna, Dehoniane, 2006 pag. 87

 

[14] Paulo Freire, Pedagogia degli oppressi Torino, Ega, 2004

 

[15] Orapollo, I geroglifici, Milano, Rizzoli, 2003, pag. 137

 

[16] Mechtihild von Magdeburg, La luce fluente della divinità, Firenze, Giunti, 1991, pag,. 40

 

 

[17] Ivi, pag. 51


 

 

“Signore, dammi sempre quest’acqua!”

 

19 marzo 2017

III domenica di Quaresima

Commento al Vangelo

di ENZO BIANCHI

 

 

 

 

Brevi note sulle altre letture bibliche

 

Esodo 17,3-7

 

Nelle prime due domeniche di Quaresima, con la memoria di Adamo ed Eva, cioè dell’umanità nei suoi inizi, e la memoria di Abramo, il primo credente nel Dio vivente, abbiamo considerato l’inizio della storia di salvezza. In questa domenica e nelle prossime le tre letture diventano nuovamente parallele e convergenti su temi battesimali e pasquali: l’acqua, la luce, la vita.

In questo brano dell’Esodo riviviamo il dono dell’acqua fatto da Dio al suo popolo nel deserto, quando era minacciato dalla sete. La sete è metafora della nostra ricerca, come nel vangelo che ci presenta la donna samaritana la quale va ad attingere acqua al pozzo e, nell’incontro con Gesù, trova l’acqua della vita.

 

Lettera ai Romani 5,1-2.5-8

 

L’Apostolo illustra ai cristiani di Roma la salvezza non meritata: attraverso la fede sono giustificati, resi giusti, dunque abitati dall’amore di Dio riversato nei loro cuori attraverso lo Spirito santo. E ciò avviene grazie all’evento pasquale: Cristo ha dato la vita per gli uomini, tutti peccatori. Proprio mentre gli esseri umani erano peccatori e nemici di Dio, Dio li ha amati fino a donare loro suo Figlio Gesù Cristo. Ecco l’epifania dell’amore gratuito di Dio, amore senza reciprocità, amore che riconcilia con Dio il peccatore.

 

Gv 4,5-42

 

In quel tempo Gesù 5 giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6 qui c'era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. 7 Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». 8 I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. 9 Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. 10 Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere!», tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». 11 gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest'acqua viva? 12 Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». 13 Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; 14 ma chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna». 15 «Signore - gli dice la donna -, dammi quest'acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». 16 Le dice: «Va' a chiamare tuo marito e ritorna qui». 17 Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: «Io non ho marito». 18 Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». 19 Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! 20 I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». 21 Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. 22 Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23 Ma viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. 24 Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». 25 Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». 26 Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».

27 In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». 28 La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: 29 «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». 30 Uscirono dalla città e andavano da lui. 31 Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». 32 Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». 33 E i discepoli si domandavano l'un l'altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». 34 Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. 35 Voi non dite forse: «Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura»? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. 36 Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. 37 In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l'altro miete. 38 Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica». 39 Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». 40 E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. 41 Molti di più credettero per la sua parola 42 e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

 

Dopo averci presentato le tentazioni di Gesù e la sua trasfigurazione, nell’annata liturgica A la chiesa propone, attraverso brani del quarto vangelo, un percorso che ci aiuta ad approfondire le valenze del battesimo. Oggi meditiamo sull’incontro tra Gesù e la donna samaritana, nel quale è rivelato il dono dell’acqua della vita.

 

Da Gerusalemme Gesù deve ritornare in Galilea, e potrebbe farlo risalendo la valle del Giordano. La strada era più piana, più sicura e permetteva di non dover attraversare la Samaria, terra i cui abitanti da secoli erano talmente nemici dei giudei – che li ritenevano impuri ed eretici –, da molestarli quando questi la attraversavano (cf. Lc 9,52-53). Invece – dice il testo – Gesù “doveva” (édei) passare per la Samaria, un “dovere” che esprime una necessità divina: in obbedienza a Dio, proprio perché egli è stato inviato non solo ai giudei, Gesù attraversa quella terra per compiere la sua missione. Per questo riceverà l’insulto di chi non lo capisce: “Sei un samaritano e un indemoniato!” (Gv 8,48). Eppure Gesù accetta di incontrare questi che sono considerati nemici ed empi; anzi, va a cercare questo popolo disprezzato e si fa samaritano tra i samaritani, sostando presso un pozzo, come il samaritano della parabola ha sostato presso chi era stato percosso dai briganti (cf. Lc 10,33-35).

 

Nell’ora più calda del giorno egli giunge in Samaria, “affaticato per il viaggio”, e va a sedersi vicino al pozzo di Sicar, il pozzo di Giacobbe (cf. Gen 33,18-20). È stanco e assetato ma non ha alcun mezzo per attingere acqua. Sopraggiunge allora anche una donna la quale, forse a causa del suo comportamento immorale pubblicamente riconosciuto, è costretta a uscire per strada a quell’ora, per non imbattersi in quanti la disprezzano. Gesù le chiede: “Dammi da bere”. Al sentire quelle parole nella lingua dei giudei, ella si meraviglia: qualcuno che è nella sua stessa condizione di assetato le chiede da bere, le chiede ospitalità, ma è un nemico, uno che dovrebbe sentirsi superiore a lei. Una donna samaritana poteva aspettarsi da un uomo giudeo solo disprezzo; egli invece si fa mendicante presso di lei. Ecco la vera autorità vissuta da Gesù: la sua capacità – come indica il latino auctoritas, da augere – di aumentare l’altro, di farlo crescere.

 

Stupita, la donna chiede a Gesù: “Come mai tu, giudeo, chiedi da bere a me, una donna samaritana?”. Quale abbassamento! È questo ciò che la colpisce e accende una dinamica relazionale, in un faccia a faccia cordiale, senza più barriere. Tra Gesù e la donna, infatti, è caduto un muro di separazione (cf. Ef 2,14), anzi due: un muro dovuto all’inimicizia tra samaritani e giudei e un muro culturale e religioso di ingiusta disparità, che impediva a un uomo, in particolare a un rabbi, di conversare con una donna. Ma se una persona non può andare a Dio, è Dio che la va a cercare, perché nessuno può essere escluso dal suo amore: questo narra Gesù con il suo comportamento.

 

Egli, intuito che il dialogo promette di essere un dialogo di qualità, comincia a intrigare la donna: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: ‘Dammi da bere!’, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva!”. La donna ha sete, Gesù ha sete ma, in realtà, chi dà da bere all’altro? C’è una sete di acqua di Gesù e della donna, resa più impellente dal caldo, ma c’è pure un’altra sete che lentamente emerge… Gesù sa che c’è una sete più profonda e sa che il pozzo simboleggia la Torah, quella parte delle Scritture che proprio i samaritani ritenevano l’unica contenente la parola di Dio e alla quale dovevano attingere per vivere da credenti. Gesù sa anche che questa donna, figura della Samaria adultera (cf. Os 2,7), ha cercato di placare la sua sete attraverso vie sbagliate: ha avuto diversi uomini, ha bevuto ogni sorta di acqua, vittima e artefice di amori sbagliati…

 

E così le svela la sua condizione, ma senza condannarla, bensì invitandola ad aderire alla realtà e, di conseguenza, a fare ritorno al Dio vivente. La samaritana, incuriosita, vuole saperne di più: “Chi sei tu che doni quest’acqua viva? Sei forse più grande del nostro padre Giacobbe? Hai davvero un’acqua che disseta per sempre? Da dove prendi quest’acqua viva?”. Il patriarca Giacobbe non solo aveva scavato quel pozzo profondo, ma secondo la tradizione giudaica aveva la forza di far risalire l’acqua dal pozzo con la sua sola presenza. Gesù è forse più grande di Giacobbe, potrà forse dare acqua che risale dal pozzo, acqua viva?

 

La donna accetta di mettersi in gioco e riceve in cambio una promessa straordinaria: “L’acqua di questo pozzo non disseta per sempre, la Legge di Mosè non disseta definitivamente, ma io dono un’acqua che diventa sorgente d’acqua zampillante, fonte inesauribile che dà acqua per la vita eterna”. Gesù le annuncia l’inaudito, l’umanamente impossibile: c’è un’acqua da lui donata la quale, anziché essere attinta dal pozzo, diventa fonte zampillante, acqua che sale dal profondo. Bere l’acqua da lui donata significa trovare in sé una sorgente interiore: quest’acqua è lo Spirito effuso da Gesù nei nostri cuori (cf. Gv 7,37-39; 19,30.34), Spirito che zampilla per la vita eterna, che nel cuore del credente diventa “maestro interiore”.

 

La samaritana comincia a intuire qualcosa, e allora chiede: “Signore (Kýrios), dammi quest’acqua!”. Qui Gesù dà un’improvvisa svolta al dialogo: “Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui”. Cosa c’entra il marito? In realtà Gesù conosce bene la situazione della samaritana, perché “conosceva quello che c’è in ogni uomo” (Gv 2,25). Egli legge nella vicenda amorosa disgraziata di questa donna la vicenda idolatrica dei samaritani con gli idoli stranieri. Vi legge simbolicamente la storia del regno del Nord, Israele, chiamato dai profeti “donna adultera e prostituta” per l’infedeltà allo Sposo unico, il Signore Dio, e l’adulterio con gli idoli falsi (cf. Os 2,4-3,6).

 

La donna, rispondendo che ora non ha marito, che è alla ricerca di amanti, confessa di non aver trovato lo sposo unico, sempre fedele nell’amore, anche in caso di tradimento (cf. Os 14,5). Gesù sta davanti al popolo dei samaritani per dire loro che il Signore non li ha mai abbandonati, che vuole attirarli a sé (cf. Os 2,16) e celebrare con loro nozze di alleanza eterna. Ecco perché la samaritana, al di là dell’acqua, deve trovare chi è la fonte, dietro al dono deve scoprire il donatore. Nella risposta data a Gesù, riconosce implicitamente i suoi numerosi fallimenti, la sua sete frustrata di comunione e di amore; è una donna nella miseria, che conosce padroni ma non uno sposo, una donna sfruttata e abbandonata. Ma scoprendo se stessa, scopre che Gesù è profeta e subito gli chiede dove è possibile adorare, dove è possibile incontrare Dio e iniziare una vita di comunione con lui: a Gerusalemme, come dicono i giudei, o sul monte Garizim, come sostengono i samaritani?

 

In risposta, Gesù le annuncia l’ora: “Credimi, donna, viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e Verità”, cioè nello Spirito santo e in Gesù Cristo stesso che è la Verità (cf. Gv 14,6), l’ultima e definitiva narrazione di Dio (cf. Gv 1,18). Sì, il luogo dell’autentica liturgia cristiana non è più un luogo-santuario, monte, tempio o cattedrale, ma è la dimora del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, cioè la nostra persona intera, corpo di Cristo (cf. 2Cor 13,5) e “tempio dello Spirito” (1Cor 6,19). Di fronte a queste parole, la samaritana osa confessare la propria attesa: lei e la sua gente attendono il Messia profetico, il nuovo Mosè (cf. Dt 18,15-18), attendono colui che svelerà tutto. Ed è in questo momento che Gesù le dice: “Io sono – il Nome di Dio (cf. Es 3,14) – che ti parlo”. La donna si è svelata nella sua miseria, Gesù si svela nella sua verità di Messia, di Cristo, inviato da Dio.

 

Ma ormai l’incontro umanissimo con Gesù ha trasformato questa donna in una creatura nuova, rendendola testimone ed evangelizzatrice. Ecco perché, “lasciata la sua anfora” – gesto che dice più di tante parole! –, corre in città a testimoniare quanto le è accaduto. Per la samaritana testimoniare è innanzitutto ricordare gli eventi, raccontare la propria esperienza: qualcosa di decisivo è avvenuto nella sua vita, e ciò ha provocato in lei un mutamento, una conversione. E così, dopo aver ricordato i fatti, suggerisce un’interpretazione: “Che sia lui il Messia?”. Non impone a quanti la ascoltano un dogma, né una verità espressa in termini rigidi, ma propone una lettura che permetterà loro di fare una scelta nella libertà, mossi dall’amore. Suggerisce più che concludere, e così accende il desiderio dell’incontro. “La fede nasce dall’ascolto” (Rm 10,17), dirà l’Apostolo: dall’ascolto di Gesù è nata la fede della samaritana, dall’ascolto della samaritana è nata la fede della sua gente. E dalla fede procede la conoscenza, dalla conoscenza l’amore: questo è l’evento cristiano, mirabilmente riassunto nell’incontro di due persone assetate!


 

 

 

Il testimone

 

Carlo Maria Martini

 

Il primato della Parola

 

 

 

Il 31 agosto 2012 moriva, assistito dai suoi confra- i telli nella casa di Gallarate, il cardinale Carlo Maria Martini, gesuita e arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002. Era nato a Torino il 15 febbraio 1927. Fin da piccolo aveva ricevuto una convinta educazione cristiana, come scriverà lui stesso in uno dei suoi libri densi di spiritualità e di sapienza: «I miei genitori mi hanno donato la fede in Dio, mia madre mi ha insegnato a pregare». A soli 17 anni era entrato nella Compagnia di Gesù dove avrebbe svolto il suo ministero di studioso della Sacra Scrittura, di docente, di rettore, di pastore, di uomo di Dio. Durante gli anni di noviziato, aveva imparato dai suoi maestri a vivere la fede nella libertà, nel continuo discernimento culturale e spirituale per mantenere vigile la propria coscienza. Col tempo, aveva imparato a fondare il proprio cammino spirituale e la direzione delle sue azioni sull'ascolto e sullo studio della parola di Dio. Nella Scrittura, nella Bibbia, nei Vangeli, ricordava spesso, Dio si rivela agli uomini e indica loro la via da seguire per una vita santa, nella sequela di Cristo e nella testimonianza verso il prossimo. Il problema era riuscire a calare la Bibbia, la Parola scritta e raccontata, nella vita reale. Soprattutto per rispondere alla complessità e alle domande della vita che rendono il nostro credere faticoso. Più crediamo, più troviamo difficoltà, l'importante è accettare la nostra debolezza, portare e sostenere queste domande senza paura di riconoscere il nostro non credere. Come aveva intuito più di un secolo prima santa Teresa di Gesù Bambino, siamo seduti alla tavola dei peccatori, nel senso che ne condividiamo i dubbi e le fragilità. Ed è questa una delle chiavi di lettura più importanti per comprendere la vicenda umana di Carlo Maria Martini.

Entrò nella diocesi di Milano con il Vangelo in mano e come prima cosa introdusse la "Scuola della parola". A indicare chiaramente come tutta la suamissionarietà partiva, passava, si incarnava e tornava alla parola di Dio. La strada più sicura per udire la voce di Dio, per conoscerne la vera immagine. Era, quindi, necessario porgere agli uomini l'autentica immagine di Dio, depurata dalle incrostazioni, dai pregiudizi ideologici e culturali, dalle paure e dalle proiezioni degli uomini. Senza, però, salire in cattedra o porsi come giudice, ma da umile tramite. Come il suo Maestro, Gesù Cristo, i suoi gesti erano di amore gratuito, senza obiettivi da raggiungere, anche se buoni. Da qui anche il titolo del recente film-dossier di Salvatore Nocita, Carlo Maria Martini. Un uomo di Dio (Italia 2013), prodotto da Officina della Comunicazione, Multimedia San Paolo e «Corriere della Sera». Il documentario, attraverso il montaggio di una serie di interviste a don Luigi Ciotti, Ferruccio De Bortoli, mons. Erminio De Scalzi, Giulio Giorello, Giuseppe Laras, Mouheli Moschen, mons. Thomas Rosica, don Antonio Sciortino, Aldo Maria Valli e mons. Dario Viganò, ripercorre le tappe più importanti della vita del cardinal Martini. La vocazione religiosa, il ministero all'interno della Compagnia di Gesù, la partecipazione al concilio Vaticano II, la nomina ad arcivescovo di Milano, gli anni di piombo, tangentopoli, lo studio a Gerusalemme, il morbo di Parkinson.

Apparentemente, l'idea può sembrare banale perché, più o meno, questa è la struttura di gran parte dei documentari. In realtà, tutto lascia pensare che il regista abbia scelto questo tipo di montaggio proprio per sottolineare come l'apostolato di Martini era la sua parola, il servizio umile alla parola di Dio. Attraverso la sua viva voce e le testimonianze dei suoi collaboratori, infatti, viene fuori l'immagine di un uomo che, sulla scia del Concilio, ha saputo ridare al messaggio cristiano il suo fascino profetico. Quella forte identità che non ha paura di confrontarsi con le altre culture, con le altre religioni, con i non credenti, perché la sua verità non risiede nella morale, nei grandi numeri, nelle strutture, ma nell'immagine di Dio. Un Dio che dall'eternità cerca il dialogo con gli uomini per aiutarli a dare un senso buono e bello alla loro vita. Questo è stato il servizio che il cardinal Martini ha donato alla sua Chiesa e agli uomini che ha incontrato: «Non ci proponiamo nessun proselitismo – sono parole sue –, non miriamo a nessuna conquista, ci basta essere come Gesù, vivere il Vangelo».

 

(Giovanni Meucci)


 

La porzione buona

 

XVI domenica del tempo Ordinario anno C

 

Enzo Bianchi

 

marta e maria

In quei giorni mentre Gesù e i suoi discepoli erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t'importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c'è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Lc 10,38-42

 

Quando Luca scrive il terzo vangelo, resta un uomo “ecclesiale”, che ha una conoscenza esperienziale della vita delle comunità cristiane, quelle che descriverà nella seconda parte della sua opera, gli Atti degli apostoli. Nella chiesa di allora, come ancora oggi in ogni comunità cristiana, si registravano e si registrano difficoltà, tensioni tra i diversi servizi e i diversi modi di vivere la vita cristiana. Negli Atti – non lo si dimentichi – Luca testimonia un conflitto tra il servizio a tavola e il servizio della Parola, che viene risolto attraverso una ripartizione dei servizi: agli apostoli compete annunciare il Vangelo, mentre ad altri sette credenti il servizio a tavola (cf. At 6,1-6). Questa soluzione non vuole essere esemplare o autoritativa per la chiesa: è stata una soluzione, ma forse ve ne potevano essere altre… In ogni caso, si è risolto il conflitto riconoscendo che c’è un primato da rispettare: il primato della parola di Dio ascoltata e predicata, senza la quale non vi è comunità cristiana. Nel brano odierno si manifesta lo stesso problema: cerchiamo dunque di comprendere umilmente le parole di Gesù.

Nella sua salita verso Gerusalemme, Gesù trova ospitalità presso una famiglia: due sorelle, Marta e Maria, e il fratello Lazzaro, a Betania, nei pressi della la città santa, lo accolgono in casa offrendogli cibo e alloggio. Questo succederà spesso, in particolare nella settimana prima della passione di Gesù (cf. Mc 11,11; Mt 21,17; Gv 12,1-11). Il quarto vangelo ci dà molte notizie su questi tre amici di Gesù, da lui molto amati (cf. soprattutto Gv 11,1-43). Dunque Gesù, che è stato respinto dai samaritani (cf. Lc 9,51-55), trova una casa che lo accoglie, che gli permette di gustare l’intimità dell’amicizia, di riposare, di avere tempo per pensare alla sua missione. Entrato in casa, è accolto da Marta, una donna attiva, intraprendente, che si sente impegnata a preparargli il cibo e una tavola degna di un rabbi, di un amico. Marta qui è “tirata da tutte le parti”, indaffarata e assorbita dai servizi.

Maria, l’altra sorella, appare invece una donna più contemplativa, che durante la sosta di Gesù in casa ama innanzitutto ascoltarlo, mettersi ai piedi del maestro e profeta per ricevere il suo insegnamento. Alla presenza di Gesù, Maria assume così la postura classica del discepolo (cf. Lc 8,35; At 22,3). La tradizione rabbinica affermava: “La tua casa sia un luogo di riunione per i sapienti; attaccati alla polvere dei loro piedi e bevi assetato le loro parole” (Mishnà, Avot I,4), ma questo compito era riservato agli uomini, non certo alle donne. Ciò sarebbe stato non solo inusuale, ma anche scandaloso, come si legge sempre nella Mishnà: “Chiunque insegni la Torah a sua figlia è come se le insegnasse cose sporche” (Sotah 3,4). Maria compie pertanto un gesto coraggioso, audace, mostrando una forte soggettività e una profonda consapevolezza: si fa discepola, sicura che il rabbi Gesù non la respingerà, ma eserciterà il suo ministero rivolgendosi a una donna come agli uomini, accetterà di avere una discepola e non solo dei discepoli. D’altronde, Luca aveva già dato testimonianza circa le donne al seguito di Gesù (cf. Lc 8,2-3); qui però egli specifica ulteriormente: le donne non solo seguono Gesù “servendolo con i loro beni”, ma sono destinatarie del suo insegnamento, esattamente come i discepoli.

Ma ecco apparire il conflitto. Vedendo la sorella in ascolto ai piedi Gesù, Marta interviene indispettita, dicendogli: “Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille che mi aiuti!”. Si faccia attenzione: Marta chiama Gesù Kýrios, Signore, titolo che echeggia la confessione pasquale della chiesa nei suoi confronti (“È il Signore!”: Gv 21,7). D’altronde, secondo il quarto vangelo, Marta è colei che fa la più alta confessione di fede in Gesù, definendolo “il Cristo, il Figlio di Dio veniente nel mondo” (Gv 11,27), confessione più completa di quella di Pietro (cf. Gv 6,69). Qui però le sue parole denotano irritazione e quasi costringono Gesù a intervenire presso sua sorella Maria. In fondo Marta si sta dando da fare proprio per accogliere bene Gesù, ma il suo zelo sconfina nell’inquietudine e nella preoccupazione. Pur facendo azioni per Gesù, Marta è distratta e preoccupata, dunque divisa – come Gesù stesso le dice subito dopo –, cioè ha assunto un atteggiamento e dei sentimenti che le impediscono di ascoltare il Kýrios.

Gesù allora interviene, non per fare un rimprovero, ma per offrire a Marta una diagnosi: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti affanni per molte cose!”. Queste parole vanno capite bene e non comprese secondo un adagio che abbiamo nei nostri orecchi perché ripetuto da secoli, adagio che beatifica la vita contemplativa e le conferisce il primato su quella attiva, frutto avvelenato del neoplatonismo cristiano… No! Ciò che Gesù vuole correggere in Marta, peraltro dolcemente, è la preoccupazione, ossia quell’agitazione che impedisce l’ascolto e l’accoglienza autentica di Gesù stesso. Per fare piacere a Gesù ed essergli vicina, Marta non si accorge che in realtà fa di tutto per creare ostacoli al vero rapporto con lui. I mezzi per raggiungere il fine sono per lei più importanti del fine. Agitarsi, preoccuparsi significa togliere attenzione all’altro e pensare troppo a se stessi: ci si illude di pensare agli altri, ma l’agitazione non lo permette, anzi lo impedisce…

Gesù, del resto, altrove ammonisce di non preoccuparsi delle parole da pronunciare per difendersi quando si è accusati a causa sua (cf. Lc 12,11: verbo merimnáo), di non preoccuparsi per il cibo e il vestito (cf. Lc 12,22-29: verbo merimnáo), di non lasciarsi prendere dall’agitazione per la vita, nell’attesa della venuta del Figlio dell’uomo (cf. Lc 21,34-35: sostantivo mérimna). Ora, nel mettere per iscritto questo episodio nonché le esortazioni appena citate, è molto probabile che Luca si ispiri a quanto affermato da Paolo in 1Cor 7, quando, parlando della relazione con il Signore, l’Apostolo esorta a non essere distratti, tirati qua e là (aperispástos: 1Cor 7,35; cf. periespâto: Lc 10,40), né preoccupati, divisi (amerímnous: 1Cor 7,32; meméristai: 1Cor 7,34; cf. merimnâs: Lc 10,41). Questo ammonimento vale dunque per Marta come per ciascuno di noi! Sia dunque chiaro: Gesù non condanna Marta perché lavora, facendo qualcosa per lui, anche perché egli amava la tavola, gioiva nel condividere buon cibo e buon vino con gli amici e le amiche, ma la mette in guardia dal lasciarsi prendere dall’affanno, fino a dimenticare la sua presenza. Occuparsi, non preoccuparsi; lavorare, non agitarsi; servire, non correre: sono attitudini umane assolutamente necessarie a ogni “buona” accoglienza!

Infine, ecco un’ultima parola: “Una sola cosa è necessaria. Maria ha scelto la porzione buona, che non le sarà tolta”. Cosa è veramente necessario? Cosa è determinante nel rapporto con Gesù? Una sola cosa: essere suo discepolo, sua discepola, ascoltando la sua parola. Non a caso proprio Luca ci dice che addirittura la relazione di maternità di Maria nei confronti di Gesù passa in secondo piano rispetto al legame decisivo con lui, costituito dall’ascolto e dalla messa in pratica della sua parola (cf. Lc 11,27-28). Dunque,

non l’utero che ha portato Gesù è beato,

non chi accoglie Gesù con un pasto straordinario è beato,

non chi pensa di dover fare molte cose per Gesù è beato,

ma chi ascolta la sua parola e la mette in pratica!

Per noi non è facile rispettare questo primato dell’ascolto, perché pensiamo di avere molte cose da fare, molti servizi da compiere, e spesso ce li inventiamo, pur di non ascoltare le parole di Gesù. In noi, infatti, c’è ribellione alle parole di Gesù, c’è la tentazione di non ascoltarle per non osservarle, c’è la tentazione di preferire ciò che vogliamo, ciò che decidiamo, ciò di cui siamo protagonisti, piuttosto che ascoltare e obbedire. Quando mi interrogo su questo brano evangelico, mi sento più Marta che Maria, e ne provo vergogna e pentimento…

 

Ma non si dimentichi la grande novità di questa pagina: una donna si fa discepola di Gesù, e questa è “la porzione” di Maria che ascolta, la porzione buona che non le sarà mai tolta, perché “sua porzione è il Signore” (cf. Sal 16,5). Le donne non sono solo chiamate, come tutti i discepoli, al servizio, alla diakonía, ma innanzitutto all’ascolto: l’opposizione tra Marta e Maria rivelata da Gesù non è un’opposizione tra attività e contemplazione, ma tra non ascolto e ascolto del Signore.

Il silenzio

 

del Sabato Santo

 

 

 

Il Sabato Santo, incastonato tra il dolore della Croce e la gioia della Pasqua, si colloca al centro della nostra fede. È un giorno denso di sofferenza, di attesa e di speranza; segnato da un profondo silenzio.

I discepoli hanno ancora nel cuore le immagini dolorose della morte di Gesù che segna la fine dei loro sogni messianici. In quel giorno sperimentano il silenzio di Dio, la pesantezza della sua apparente sconfitta, la disperazione dovuta all’assenza del Maestro prigioniero della morte.

C’è stato, a partire dalla cena pasquale, un succedersi vorticoso di fatti imprevedibili, che li ha sorpresi e ammutoliti. Le anticipazioni sulla sua passione più volte fatte da Gesù, i segni rassicuranti e miracolosi che le avevano sostenute, l’amore mostrato nell’Ultima Cena... tutto, in questo giorno, sembra svanito.

I discepoli hanno l’impressione che Dio sia divenuto muto e che non suggerisca più linee interpretative della storia.

A ciò si aggiunge la vergogna d’essere fuggiti e d’aver rinnegato il Signore: si sentono traditori, incapaci di far fronte al presente e senza prospettiva di futuro, non vedono come uscire da una situazione di crollo delle illusioni, mancando ancora quei segni che incominceranno a scuoterli a partire dal mattino della Domenica con il racconto del sepolcro vuoto e le apparizioni del Risorto.

Tuttavia, i discepoli, proprio attraverso la porta del Sabato Santo, ci aiutano a riflettere sul senso del nostro tempo e a leggere il passaggio dei nostri giorni, riconoscendo nel loro disorientamento, le nostalgie e le paure che caratterizzano la nostra vita di credenti nello scenario che s’appresta all’inizio di questo millennio.

 

La presenza di Maria

 

Ma questo giorno è anche il Sabato di Maria. Ella lo vive nelle lacrime unite alla forza della fede. Veglia nell’attesa fiduciosa e paziente; sa che le promesse di Dio si avverano per la potenza divina che risuscita i morti. Così Maria con la sua forza d’animo sorregge la fragile speranza dei discepoli amareggiati e delusi.

Con la Madonna del Sabato Santo, anche noi leggeremo la nostra attesa e le nostre speranze, la fede vissuta come continuo e faticoso cammino verso il mistero, per rispondere con verità, speranza ed amore alle domande che ci portiamo dentro: “Chi siamo e dove siamo diretti? Dove va il cristianesimo e la Chiesa che amiamo?”.

Anche nel sabato del tempo in cui ci troviamo è necessario riscoprire l’importanza dell’attesa. L’assenza di speranza è forse la malattia mortale delle coscienze di oggi.

Siamo nel sabato del tempo, è vero, un sabato che indica quasi assenza di direzione, tempo sospeso ma pur sempre un tempo santificato dall’azione di Dio, anche se un Dio silente, che tace e si nasconde.

Verrà quindi per tutti il giorno ottavo, il giorno del ritorno del Signore Gesù, non fuori, ma dentro le contraddizioni della storia. Per questo, dobbiamo lasciarci ispirare dalla Pasqua e riflettere sulla gioia degli apostoli quando incontrano Gesù vivente e risorto: “E i discepoli gioirono al vedere il Signore”.

All’indifferenza, alla frustrazione e alla delusione senza attese di futuro, deve opporsi come antidoto soltanto la speranza, non quella fondata su calcoli, ma sull’unico fondamento della promessa di Dio.

 

La Madonna del Sabato Santo getta luce sul compito che ci aspetta e che ci è reso possibile dal dono dello Spirito del Risorto. Si tratta di irradiare attorno a noi, con gli atti semplici della vita quotidiana, e senza forzature, la gioia interiore e la pace, frutti della consolazione dello Spirito. Perché credere in Cristo, morto e risorto, per noi significa essere testimoni, con la parola e con la vita, della speranza che non muore.


 

 

Gesù viene a riscattarci

Giovedi Santo 24 Marzo 2016

 

Papa Francesco 

 

 

 

 

 

Ascoltando dalle labbra di Gesù, dopo la lettura del passo di Isaia, le parole «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21), nella sinagoga di Nazareth avrebbe ben potuto scoppiare un applauso. E poi avrebbero potuto piangere dolcemente, con intima gioia, come piangeva il popolo quando Neemia e il sacerdote Esdra leggevano il libro della Legge che avevano rinvenuto ricostruendo le mura. Ma i Vangeli ci dicono che sorsero sentimenti opposti nei compaesani di Gesù: lo allontanarono e gli chiusero il cuore. All’inizio «tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca» (Lc 4,22); ma dopo, una domanda insidiosa si fece largo: «Non è costui il figlio di Giuseppe, il falegname?». E infine: “Si riempirono di sdegno” (Lc 4,28). Volevano buttarlo giù dalla rupe... Si adempiva così quello che il vecchio Simeone aveva profetizzato alla Madonna: sarà «segno di contraddizione» (Lc 2,34). Gesù, con le sue parole e i suoi gesti, fa in modo che si riveli quello che ogni uomo e donna porta nel cuore.

 

E lì dove il Signore annuncia il vangelo della Misericordia incondizionata del Padre nei confronti dei più poveri, dei più lontani e oppressi, proprio lì siamo chiamati a scegliere, a «combattere la buona battaglia della fede» (1 Tm 6,12). La lotta del Signore non è contro gli uomini ma contro il demonio (cfr Ef 6,12), nemico dell’umanità. Però il Signore «passa in mezzo» a coloro che cercano di fermarlo “e prosegue il suo cammino” (cfr Lc 4,30). Gesù non combatte per consolidare uno spazio di potere. Se rompe recinti e mette in discussione sicurezze è per aprire una breccia al torrente della Misericordia che, con il Padre e lo Spirito, desidera riversare sulla terra. Una Misericordia che procede di bene in meglio: annuncia e porta qualcosa di nuovo: risana, libera e proclama l’anno di grazia del Signore.

 

La Misericordia del nostro Dio è infinita e ineffabile, ed esprimiamo il dinamismo di questo mistero come una Misericordia “sempre più grande”, una Misericordia in cammino, una Misericordia che ogni giorno cerca il modo di fare un passo avanti, un piccolo passo in là, avanzando sulla terra di nessuno, dove regnavano l’indifferenza e la violenza.

 

Questa è stata la dinamica del buon Samaritano, che “praticò la misericordia” (cfr Lc 10,37): si commosse, si avvicinò all’uomo tramortito, bendò le sue ferite, lo portò alla locanda, si fermò quella notte e promise di tornare a pagare ciò che si sarebbe speso in più. Questa è la dinamica della Misericordia, che lega un piccolo gesto con un altro, e senza offendere nessuna fragilità, si estende un po’ di più nell’aiuto e nell’amore. Ciascuno di noi, guardando la propria vita con lo sguardo buono di Dio, può fare un esercizio con la memoria e scoprire come il Signore ha usato misericordia con noi, come è stato molto più misericordioso di quanto credevamo, e così incoraggiarci a chiedergli che faccia un piccolo passo in più, che si mostri molto più misericordioso in futuro. «Mostraci, Signore, la tua misericordia» (Sal 85,8). Questo modo paradossale di pregare un Dio sempre più misericordioso aiuta a rompere quegli schemi ristretti nei quali tante volte incaselliamo la sovrabbondanza del suo Cuore. Ci fa bene uscire dai nostri recinti, perché è proprio del Cuore di Dio traboccare di misericordia, straripare, spargendo la sua tenerezza, in modo tale che sempre ne avanzi, poiché il Signore preferisce che si perda qualcosa piuttosto che manchi una goccia, preferisce che tanti semi se li mangino gli uccelli piuttosto che alla semina manchi un solo seme, dal momento che tutti hanno la capacità di portare frutto abbondante, il 30, il 60, e fino al cento per uno.

 

Come sacerdoti, siamo testimoni e ministri della Misericordia sempre più grande del nostro Padre; abbiamo il dolce e confortante compito di incarnarla, come fece Gesù, che «passò beneficando e risanando» (At 10,38), in mille modi, perché giunga a tutti. Noi possiamo contribuire ad inculturarla, affinché ogni persona la riceva nella propria personale esperienza di vita e così la possa comprendere e praticare – creativamente – nel modo di essere proprio del suo popolo e della sua famiglia.

 

Oggi, in questo Giovedì Santo dell’Anno Giubilare della Misericordia, vorrei parlare di due ambiti nei quali il Signore eccede nella sua Misericordia. Dal momento che è Lui che ci dà l’esempio, non dobbiamo aver paura di eccedere anche noi: un ambito è quello dell’incontro; l’altro è quello del suo perdono che ci fa vergognare e ci dà dignità.

 

Il primo ambito nel quale vediamo che Dio eccede in una Misericordia sempre più grande, è quello dell’incontro. Egli si dà totalmente e in modo tale che, in ogni incontro, passa direttamente a celebrare una festa. Nella parabola del Padre Misericordioso rimaniamo sbalorditi di fronte a quell’uomo che corre, commosso, a gettarsi al collo di suo figlio; vedendo come lo abbraccia e lo bacia e si preoccupa di mettergli l’anello che lo fa sentire uguale, e i sandali propri di chi è figlio e non dipendente; e poi come mette tutti in movimento e ordina di organizzare una festa. Nel contemplare sempre meravigliati questa sovrabbondanza di gioia del Padre, al quale il ritorno del figlio permette di esprimere liberamente il suo amore, senza resistenze né distanze, noi non dobbiamo avere paura di esagerare nel nostro ringraziamento. Il giusto atteggiamento possiamo prenderlo da quel povero lebbroso che, vedendosi risanato, lascia i suoi nove compagni che vanno a compiere ciò che ha ordinato Gesù e torna ad inginocchiarsi ai piedi del Signore, glorificando e rendendo grazie e Dio a gran voce.

 

La misericordia restaura tutto e restituisce le persone alla loro dignità originaria. Per questo il ringraziamento effusivo è la risposta giusta: bisogna entrare subito alla festa, indossare l’abito, togliersi i rancori del figlio maggiore, rallegrarsi e festeggiare… Perché solo così, partecipando pienamente a quel clima di celebrazione, si può poi pensare bene, si può chiedere perdono e vedere più chiaramente come poter riparare il male commesso. Può farci bene domandarci: dopo essermi confessato, festeggio? O passo rapidamente ad un’altra cosa, come quando dopo essere andati dal medico, vediamo che le analisi non sono andate tanto male e le rimettiamo nella busta e passiamo a un’altra cosa. E quando faccio l’elemosina, dò tempo a chi la riceve di esprimere il suo ringraziamento, festeggio il suo sorriso e quelle benedizioni che ci danno i poveri, o proseguo in fretta con le mie cose dopo “aver lasciato cadere la moneta”?

 

L’altro ambito nel quale vediamo che Dio eccede in una Misericordia sempre più grande, è il perdono stesso. Non solo perdona debiti incalcolabili, come al servo che lo supplica e poi si dimostrerà meschino con il suo compagno, ma ci fa passare direttamente dalla vergogna più vergognosa alla dignità più alta senza passaggi intermedi. Il Signore lascia che la peccatrice perdonata gli lavi familiarmente i piedi con le sue lacrime. Appena Simon Pietro gli confessa il suo peccato e gli chiede di allontanarsi, Lui lo eleva alla dignità di pescatore di uomini. Noi, invece, tendiamo a separare i due atteggiamenti: quando ci vergogniamo del peccato, ci nascondiamo e andiamo con la testa bassa, come Adamo ed Eva, e quando siamo elevati a qualche dignità cerchiamo di coprire i peccati e ci piace farci vedere, quasi pavoneggiarci.

 

La nostra risposta al perdono sovrabbondante del Signore dovrebbe consistere nel mantenerci sempre in quella sana tensione tra una dignitosa vergogna e una dignità che sa vergognarsi: atteggiamento di chi per sé stesso cerca di umiliarsi e abbassarsi, ma è capace di accettare che il Signore lo innalzi per il bene della missione, senza compiacersene. Il modello che il Vangelo consacra, e che può servirci quando ci confessiamo, è quello di Pietro, che si lascia interrogare a lungo sul suo amore e, nello stesso tempo, rinnova la sua accettazione del ministero di pascere le pecore che il Signore gli affida.

 

Per entrare più in profondità in questa “dignità che sa vergognarsi”, che ci salva dal crederci di più o di meno di quello che siamo per grazia, ci può aiutare vedere come nel passo di Isaia che il Signore legge oggi nella sua sinagoga di Nazareth, il Profeta prosegue dicendo: «Voi sarete chiamati sacerdoti del Signore, ministri del nostro Dio» (61,6). È il popolo povero, affamato, prigioniero di guerra, senza futuro, residuale e scartato, che il Signore trasforma in popolo sacerdotale.

 

Come sacerdoti, noi ci identifichiamo con quel popolo scartato, che il Signore salva, e ci ricordiamo che ci sono moltitudini innumerevoli di persone povere, ignoranti, prigioniere, che si trovano in quella situazione perché altri li opprimono. Ma ricordiamo anche che ognuno di noi sa in quale misura tante volte siamo ciechi, privi della bella luce della fede, non perché non abbiamo a portata di mano il Vangelo, ma per un eccesso di teologie complicate. Sentiamo che la nostra anima se ne va assetata di spiritualità, ma non per mancanza di Acqua Viva – che beviamo solo a sorsi –, ma per un eccesso di spiritualità “frizzanti”, di spiritualità “light”. Ci sentiamo anche prigionieri, non circondati, come tanti popoli, da invalicabili mura di pietra o da recinzioni di acciaio, ma da una mondanità virtuale che si apre e si chiude con un semplice click. Siamo oppressi, ma non da minacce e spintoni, come tanta povera gente, ma dal fascino di mille proposte di consumo che non possiamo scrollarci di dosso per camminare, liberi, sui sentieri che ci conducono all’amore dei nostri fratelli, al gregge del Signore, alle pecorelle che attendono la voce dei loro pastori.

 

E Gesù viene a riscattarci, a farci uscire, per trasformarci da poveri e ciechi, da prigionieri e oppressi in ministri di misericordia e consolazione. E ci dice, con le parole del profeta Ezechiele al popolo che si era prostituito e aveva tradito gravemente il suo Signore: «Io mi ricorderò dell’alleanza conclusa con te al tempo della tua giovinezza [...] Allora ricorderai la tua condotta e ne sarai confusa, quando riceverai le tue sorelle maggiori insieme a quelle più piccole, che io darò a te per figlie, ma non in forza della tua alleanza. Io stabilirò la mia alleanza con te e tu saprai che io sono il Signore, perché te ne ricordi e ti vergogni e, nella tua confusione, tu non apra più bocca, quando ti avrò perdonato quello che hai fatto – oracolo del Signore Dio» (Ez 16,60-63).

 

 

In questo Anno Giubilare celebriamo, con tutta la gratitudine di cui è capace il nostro cuore, il nostro Padre, e lo preghiamo che “si ricordi sempre della sua Misericordia”; accogliamo, con dignità che sa vergognarsi, la Misericordia nella carne ferita del nostro Signore Gesù Cristo, e gli chiediamo che ci lavi da ogni peccato e ci liberi da ogni male; e con la grazia dello Spirito Santo ci impegniamo a comunicare la Misericordia di Dio a tutti gli uomini, praticando le opere che lo Spirito suscita in ciascuno per il bene comune di tutto il popolo fedele di Dio.


 Santa Maria, donna coraggiosa

di Don Tonino Bello



Alcuni anni fa in una celebre omelia pronunciata a Zapopan nel Messico, Giovanni Paolo II ha scolpito il monumento più bello che il magistero della Chiesa abbia mai elevato alla tua umana fierezza, quando disse che tu ti presenti come modello «per coloro che non accettano passivamente le avverse circostanze della vita personale e sociale, né sono vittime dell'alienazione».

Dunque, tu non ti sei rassegnata a subire l'esistenza. Hai combattuto. Hai affrontato gli ostacoli a viso aperto. Hai reagito di fronte alle difficoltà personali e ti sei ribellata dinanzi alle ingiustizie sociali del tuo tempo. Non sei stata, cioè, quella donna tutta casa e chiesa che certe immagini devozionali vorrebbero farci passare. Sei scesa sulla strada e ne hai affrontato i pericoli, con la consapevolezza che i tuoi privilegi di Madre di Dio non ti avrebbero offerto isole pedonali capaci di preservarti dal traffico violento della vita.

Perciò, Santa Maria, donna coraggiosa, tu che nelle tre ore di agonia sotto la croce hai assorbito come una spugna le afflizioni di tutte le madri della terra, prestaci un po' della tua fortezza. Nel nome di Dio, vendicatore dei poveri, alimenta i moti di ribellione di chi si vede calpestato nella sua dignità. Alleggerisci le pene di tutte le vittime dei soprusi. E conforta il pianto nascosto di tante donne che, nell'intimità della casa, vengono sistematicamente oppresse dalla prepotenza del maschio.

Ma ispira anche la protesta delle madri lacerate negli affetti dai sistemi di forza e dalle ideologie di potere. Tu, simbolo delle donne irriducibili alla logica della violenza, guida i passi delle "madri-coraggio" perché scuotano l'omertà di tanti complici silenzi. Scendi in tutte le "piazze di maggio" del mondo per confortare coloro che piangono i figli desaparecidos. E quando suona la diana di guerra, convoca tutte le figlie di Eva perché si mettano sulla porta di casa e impediscano ai loro uomini di uscire, armati come Caino, ad ammazzare il fratello.

Santa Maria, donna coraggiosa, tu che sul Calvario, pur senza morire hai conquistato la palma del martirio, rincuoraci col tuo esempio a non lasciarci abbattere dalle avversità. Aiutaci a portare il fardello delle tribolazioni quotidiane, non con l'anima dei disperati, ma con la serenità di chi sa di essere custodito nel cavo della mano di Dio. E se ci sfiora la tentazione di farla finita perché non ce la facciamo più, mettiti accanto a noi. Siediti sui nostri sconsolati marciapiedi. Ripetici parole di speranza.

E allora, confortati dal tuo respiro, ti invocheremo con la preghiera più antica che sia stata scritta in tuo onore: «Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio; non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta». Così sia.

IL Sordomuto

 

Beda il Venerabile

 

"E gli conducono un sordomuto e lo pregano di imporre su di lui la mano" (Mc 7,32).

 

Il sordomuto è colui che non apre le orecchie per ascoltare la parola di Dio, né apre la bocca per pronunziarla. E` necessario perciò che coloro i quali, per lunga abitudine, hanno già appreso a pronunziare e ascoltare le parole divine, siano loro a presentare al Signore, perché li risani, quelli che non possono farlo per l`umana debolezza; così egli potrà salvarli con la grazia che la sua mano trasmette.

 

"Ed egli, traendolo in disparte dalla folla, separatamente mise le sue dita nelle orecchie di lui" (Mc 7,33).

 

Il primo passo verso la salvezza è che l`infermo, guidato dal Signore, sia portato in disparte, lontano dalla folla. E questo avviene quando, illuminando l`anima di lui prostrata dai peccati con la presenza del suo amore, lo distoglie dal consueto modo di vivere e lo avvia a seguire la strada dei suoi comandamenti. Mette le sue dita nelle orecchie quando, per mezzo dei doni dello Spirito Santo, apre le orecchie del cuore a intendere e accogliere le parole della salvezza. Infatti lo stesso Signore testimonia che lo Spirito Santo è il dito di Dio, quando dice ai giudei: "Se io scaccio i demoni col dito di Dio, i vostri figli con che cosa li scacciano?" (Lc 11,19-20). Spiegando queste parole un altro evangelista dice: "Se io scaccio i demoni con lo Spirito di Dio" (Mt 12,28). Gli stessi maghi d`Egitto furono sconfitti da Mosè in virtù di questo dito, dato che riconobbero: "Qui è il dito di Dio" (Es 8,18-19); infine la legge fu scritta su tavole di pietra (cf. Es 31,18); in quanto, per mezzo del dono dello Spirito Santo, siamo protetti dalle insidie degli uomini e degli spiriti maligni, e veniamo istruiti nella conoscenza della volontà divina. Ebbene, le dita di Dio messe nelle orecchie dell`infermo che doveva essere risanato, sono i doni dello Spirito Santo, che apre i cuori che si erano allontanati dalla via della verità all`apprendimento della scienza della salvezza...

 

"E levati gli occhi al cielo, emise un gemito e pronunciò: «Effata», cioè «apriti»" (Mc 7,34).

 

Ha levato gli occhi al cielo per insegnare che dobbiamo prendere da lí la medicina che dà la voce ai muti, l`udito ai sordi e cura tutte le altre infermità. Ha emesso un gemito non perché abbia bisogno di gemere per chiedere qualcosa al Padre colui che in unità col Padre dona ogni cosa a coloro che chiedono, ma per presentarsi a noi come modello di sofferenza quando dobbiamo invocare l`aiuto della divina pietà per i nostri errori oppure per le colpe del nostro prossimo.

 

"E subito si aprirono le orecchie di lui e subito si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente" (Mc 7,35).

 

In questa circostanza sono chiaramente distinte le due nature dell`unico e solo Mediatore tra Dio e gli uomini. Infatti, levando gli occhi al cielo per pregare Dio, sospira come un uomo, ma subito guarisce il sordomuto con una sola parola, grazie alla potenza che gli deriva dalla divina maestà. E giustamente si dice che «parlava correttamente» colui al quale il Signore aprì le orecchie e sciolse il nodo della lingua. Parla infatti correttamente, sia confessando Dio, sia predicandolo agli altri, solo colui il cui udito è stato liberato dalla grazia divina in modo che possa ascoltare e attuare i comandamenti celesti, e la cui lingua è stata posta in grado di parlare dal tocco del Signore, che è la Sapienza stessa. Il malato così risanato può giustamente dire col salmista: "Signore, apri le mie labbra, e la mia bocca annunzierà la tua lode" (Sal 50,17), e con Isaia: "Il Signore mi ha dato una lingua da discepolo affinché sappia rianimare chi è stanco con la parola. Ogni mattina mi sveglia l`orecchio, perché ascolti, come fanno i discepoli" (Is 50,4).

 

"E ordinò loro di non dirlo a nessuno. Ma quanto più così loro ordinava, tanto più essi lo divulgavano e, al colmo dello stupore, dicevano: «Ha fatto tutto bene; ha fatto udire i sordi e parlare i muti»" (Mc 7,36-37).

 

«Se il Signore, che conosceva le volontà presenti e future degli uomini, sapeva che costoro avrebbero tanto più annunziato i suoi miracoli quanto più egli ordinava loro di non divulgarli, perché mai dava quest`ordine, se non per dimostrare con quanto zelo e con quanto fervore dovrebbero annunziarlo quegli indolenti ai quali ordina di annunziare i suoi prodigi, dato che non potevano tacere coloro cui egli ordinava di non parlare?» (Agostino).

 

(In Evang. Marc., 2, 7, 32-37)


Il Testimone 


Antonio Rosmini


 

Nell'ultima intervista rilasciata dal cardinale Carlo Maria Martini, passata alla cronaca come il suo testamento spirituale, egli affermava con sofferenza: «La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote?» («Corriere della Sera», 1 settembre 2012). Stava forse pensando al grido di preoccupazione espresso, esattamente 180 anni prima, da Antonio Rosmini nelle sue Cinque piaghe della santa Chiesa? Non lo sappiamo. Fatto sta che quel libro continua a costituire una pietra di paragone irrinunciabile per chiunque si interroghi sulla fatica con la quale la Chiesa cammina nella propria riforma per divenire sempre più conforme a come il suo Maestro l'aveva pensata e voluta all'inizio. Nelle Parole preliminari necessarie a leggersi, all'inizio del testo, Rosmini confida di aver esitato a scriverlo: «Sta egli bene, che un uomo senza giurisdizione componga un trattato sui mali della santa Chiesa? O non ha egli forse alcuna cosa di temerario a pur occuparne il pensiero, non che a scriverne, quando ogni sollecitudine della Chiesa di Dio appartiene di diritto ai Pastori della medesima?» (A. Rosmini, Delle cinque piaghe della santa Chiesa, Città Nuova, Roma 1981, p. 15). Un dubbio sull'onestà cui ne segue uno sull'opportunità: «Consideravo che tutti quelli i quali hanno scritto di somiglianti materie nei tempi nostri, e che si sono proposti e hanno dichiarato di voler tenere una strada media fra i due estremi, in luogo di piacere alle due potestà, della Chiesa e dello Stato, sono dispiaciuti egualmente all'una ed all'altra» (ivi, p. 16). Ai quali risponde con argomenti convincenti e che lo incoraggiano, fortunatamente per noi, a scrivere quella che resta, fino a oggi, una delle riflessioni più alte circa il cammino accidentato della Chiesa, quanto ai contenuti e quanto al metodo che lo ispira.

Quando mette mano a questo aureo libro, Antonio Rosmini è presbitero da undici anni e ha da pochissimo compreso che Dio gli chiede di mettersi alla guida di un gruppo di uomini e di donne che portino avanti, nella Chiesa, quell'apostolato della cultura che sia Pio VII che Pio VIII lo avevano fortemente incitato a realizzare: «Si ricordi — gli ha detto papa Castiglioni —, Ella deve attendere a scrivere libri; ella maneggia assai bene la logica e noi abbiamo bisogno di scrittori che sappiano farsi temere». È per questo che il mercoledì delle Ceneri del 1828 è salito al Calvario di Domodossola dove scrive le Costituzioni dell'Istituto della Carità, della quale ha già in mente l'impostazione spirituale e il campo di attività. Ed è proprio al Calvario che conclude, nel 1832, le Cinque piaghe, che saranno tuttavia edite solo nel 1848, all'indomani dell'elezione di papa Pio IX.

A detta di Alessandro Manzoni, di cui fu intimo amico e confidente, Rosmini è stato «una delle sei, sette grandi intelligenze dell'umanità». Ma è forse più alla profezia cristiana che si deve la sorprendente premonizione contenuta nel secondo dubbio prima citato, il suo timore prudenziale di dispiacere «alle due potestà, della Chiesa e dello Stato». Poiché così è stato a tutti gli effetti. Solo pochi anni fa, precisamente il 1° luglio 2001, con una Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede, a firma di Joseph Ratzinger, è stata definitivamente revocata la condanna delle sue opere da parte della Chiesa, impartita nel 1887 con il decreto Post obitum, in cui venivano giudicate erronee ben 40 sue proposizioni: una condanna che, benché non toccasse affatto la sua santità personale, pesò grandemente sulla sua eredità. Quanto a dispiacere allo Stato, è noto che il feldmaresciallo Josef Radetzky, governatore del Lombardo-Veneto e simbolo dell'oppressione austro-ungarica, considerava Rosmini un nemico pericolosissimo non solo per le sue idee patriottiche, ma soprattutto per la riflessione intorno alla piaga del piede destro - la quarta - della santa Chiesa, vale a dire la nomina de' Vescovi abbandonata al potere laicale, che costituiva uno degli strumenti elettivi dell'impero per il controllo sociale delle sue popolazioni. Non ci sono conferme definitive, ma sempre più forte si è fatta la convinzione che si trovi qui la causa della morte prematura di Rosmini, all'età di appena 58 anni, il 1° luglio 1855, dopo otto ore di terribile agonia: un avvelenamento di cui egli stesso non volle mai rivelare l'autore. Nient'altro che «adorare, tacere, godere»: così chiudeva la sua vita terrena un vero e proprio "martire" per la riforma della Chiesa, oggi beato.

(Alessandro Andreini)


 Il testimone

Carlo Maria Martini

Il primato della Parola

  Il 31  agosto 2012 moriva, assistito dai suoi confra- i telli nella casa di Gallarate, il cardinale Carlo Maria Martini, gesuita e arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002. Era nato a Torino il 15 febbraio 1927. Fin da piccolo aveva ricevuto una convinta educazione cristiana, come scriverà lui stesso in uno dei suoi libri densi di spiritualità e di sapienza: «I miei genitori mi hanno donato la fede in Dio, mia madre mi ha insegnato a pregare». A soli 17 anni era entrato nella Compagnia di Gesù dove avrebbe svolto il suo ministero di studioso della Sacra Scrittura, di docente, di rettore, di pastore, di uomo di Dio. Durante gli anni di noviziato, aveva imparato dai suoi maestri a vivere la fede nella libertà, nel continuo discernimento culturale e spirituale per mantenere vigile la propria coscienza. Col tempo, aveva imparato a fondare il proprio cammino spirituale e la direzione delle sue azioni sull'ascolto e sullo studio della parola di Dio. Nella Scrittura, nella Bibbia, nei Vangeli, ricordava spesso, Dio si rivela agli uomini e indica loro la via da seguire per una vita santa, nella sequela di Cristo e nella testimonianza verso il prossimo. Il problema era riuscire a calare la Bibbia, la Parola scritta e raccontata, nella vita reale. Soprattutto per rispondere alla complessità e alle domande della vita che rendono il nostro credere faticoso. Più crediamo, più troviamo difficoltà, l'importante è accettare la nostra debolezza, portare e sostenere queste domande senza paura di riconoscere il nostro non credere. Come aveva intuito più di un secolo prima santa Teresa di Gesù Bambino, siamo seduti alla tavola dei peccatori, nel senso che ne condividiamo i dubbi e le fragilità. Ed è questa una delle chiavi di lettura più importanti per comprendere la vicenda umana di Carlo Maria Martini.
Entrò nella diocesi di Milano con il Vangelo in mano e come prima cosa introdusse la "Scuola della parola". A indicare chiaramente come tutta la suamissionarietà partiva, passava, si incarnava e tornava alla parola di Dio. La strada più sicura per udire la voce di Dio, per conoscerne la vera immagine. Era, quindi, necessario porgere agli uomini l'autentica immagine di Dio, depurata dalle incrostazioni, dai pregiudizi ideologici e culturali, dalle paure e dalle proiezioni degli uomini. Senza, però, salire in cattedra o porsi come giudice, ma da umile tramite. Come il suo Maestro, Gesù Cristo, i suoi gesti erano di amore gratuito, senza obiettivi da raggiungere, anche se buoni. Da qui anche il titolo del recente film-dossier di Salvatore Nocita, Carlo Maria Martini. Un uomo di Dio (Italia 2013), prodotto da Officina della Comunicazione, Multimedia San Paolo e «Corriere della Sera». Il documentario, attraverso il montaggio di una serie di interviste a don Luigi Ciotti, Ferruccio De Bortoli, mons. Erminio De Scalzi, Giulio Giorello, Giuseppe Laras, Mouheli Moschen, mons. Thomas Rosica, don Antonio Sciortino, Aldo Maria Valli e mons. Dario Viganò, ripercorre le tappe più importanti della vita del cardinal Martini. La vocazione religiosa, il ministero all'interno della Compagnia di Gesù, la partecipazione al concilio Vaticano II, la nomina ad arcivescovo di Milano, gli anni di piombo, tangentopoli, lo studio a Gerusalemme, il morbo di Parkinson.
Apparentemente, l'idea può sembrare banale perché, più o meno, questa è la struttura di gran parte dei documentari. In realtà, tutto lascia pensare che il regista abbia scelto questo tipo di montaggio proprio per sottolineare come l'apostolato di Martini era la sua parola, il servizio umile alla parola di Dio. Attraverso la sua viva voce e le testimonianze dei suoi collaboratori, infatti, viene fuori l'immagine di un uomo che, sulla scia del Concilio, ha saputo ridare al messaggio cristiano il suo fascino profetico. Quella forte identità che non ha paura di confrontarsi con le altre culture, con le altre religioni, con i non credenti, perché la sua verità non risiede nella morale, nei grandi numeri, nelle strutture, ma nell'immagine di Dio. Un Dio che dall'eternità cerca il dialogo con gli uomini per aiutarli a dare un senso buono e bello alla loro vita. Questo è stato il servizio che il cardinal Martini ha donato alla sua Chiesa e agli uomini che ha incontrato: «Non ci proponiamo nessun proselitismo – sono parole sue –, non miriamo a nessuna conquista, ci basta essere come Gesù, vivere il Vangelo».


(Giovanni Meucci)


 

 

 

 Nel cuore di Maria Santissima

 

 Dom Adrien Grea fondatore dei CRIC

 

 

Dom Grea aveva per la Vergine Maria una devozione filiale che portava sempre nel suo cuore.

C’è un profondo legame Gréa instaura tra la devozione a Maria e quella a Cristo.Nelle sue stesse parole egli dice: "Ricordatevi che la devozione alla Vergine è la misura della pietà che noi abbiamo per Gesù Cristo e Dio. Chi non ha la devozione per Maria, non l’ ha per Gesù…perché Maria è la Madre del bell’amore…la madre della pietà". La spiritualità di Dom Gréa può essere racchiusa in queste parole: preghiera e sacrificio, con Maria, per amore del Cristo e della Chiesa, suo corpo mistico.

Dom Adriano  Gréa non dimentica la profonda connessione che c’è tra Maria e la Chiesa: "La Chiesa è la sposa; Maria è la madre”.. E’ Maria che deve formare e preparare la sposa del Figlio". In un momento particolarmente felice della sua riflessione e profondamente pieno di significato così continua:"La madre e la sposa: il sacrificio che Nostro Signore ha offerto sulla croce non è solo oblazione dell’umanità concepita nel seno di Maria, ma essendo questa umanità compendio della creazione, una tale oblazione diviene oblazione dell’intera opera di Dio. Due sono le persone per mezzo delle quali questa opera di Dio si riannoda a Cristo: Maria e la Chiesa, Maria sua madre e la Chiesa sua sposa. E’ lei che donando a Gesù un’umanità, le dona la materia per il suo sacrificio, ma donandola a Gesù, la dona anche alla Chiesa…Gesù nel suo sacrificio presenta al Padre quanto ha di più caro: sua Madre e la sua Sposa. ..la vita di Maria è un insieme misterioso ed ineffabile di dolori e di gioie…Maria è madre della Chiesa. In Gesù che si offre per la Chiesa, è Maria che si offre per lei. …Maria ha generato senza dolori Gesù nella gioia del Natale e generato noi ai piedi della croce nelle sofferenze del Figlio suo Gesù".

La sua devozione era presente quotidianamente, ad esempio amava recitare  con la sua comunità Ave Maris stella tutte le sere e chiedeva di pregare per lui Maria Santissima.

Ecco altre parole dello stesso Dom Adriano su  Maria Santissima   “Dio tutto ci ha donato per mezzo di Maria, poiché per suo mezzo ci ha donato Cristo:"Come Dio ci ha donato il suo Figlio unico per Maria, è per Maria che tutto abbiamo ricevuto".

In occasione della festa dell’Immacolata del 1906 definita da lui”Dolce e cara festa”  Dom Adriano Grea scrive”Non dimenticatevi mai che essendo canonici regolari dell’Immacolata Concezione,siamo di suo dominio speciale,sotto la sua protezione costante e speciale.

Noi abbiamo diritto alla sua protezione e noi abbiamo il dovere di renderle omaggio,sempre,sempre”

Dom Ignazio DelaVenna ci racconta della festa di Natale del 1916”Nonostante il peso degli anni Dom Grea volle presiedere l’officio della mattutino,delle lodi,dei vespri e prendere parola per ricordare alla popolazione di Baudin il meraviglioso amore di Nostro Signore per gli uomini”.

Alla fine della Messa Dom Adriano rivolgendosi a Dom Ignazio “Ho dimenticato una cosa imperdonabile.Mi sono dimenticato di parlare della Santa Vergine alla fine dell’omelia.-Dom Ignazio” Ma,Padre la vostra intera omelia era dedicata al mistero della Santa Vergine e al notro Signore.No figlio  mio,no figlo mio.Dobbiamo far sì che la Santa Vergine abbiamo il suo posto speciale quando parliamo al pubblico”.

 

Per concludere con le parole stesse di  Dom Adriano Grea “Gesù ci vuole là dove Egli è, ma, prima di introdurci con Lui nella gloria del Padre, vuole che con Lui abitiamo nella loro gloria della madre".

 

Estratto da Vernet "Dom Adrien Grea"

LA MADRE DI GESÙ HA QUALCOSA DA DIRCI?

 

 

 

 

La tristezza nella Chiesa e nel mondo ha certamente qualche rapporto con l'assenza della Madre di Gesù.

 

Fate bene attenzione. Nel Vangelo e nelle icone Maria non è mai sola: porta sempre il figlio per mostrarlo al mondo. Lei non rivendica mai il primo posto. D'altra parte, senza Maria non riuscirai mai a capire veramente Gesù. Provate fastidio per le immagini e i pellegrinaggi? E sì che ormai siamo ben lontani dall'esuberanza barocca con cui una volta le si rendeva omaggio! Anzi, forse siamo arrivati all'altro estremo: una liturgia senza immagini e povera di simboli. Forse la freddezza delle nostre celebrazioni e l'aridità della nostra cultura religiosa hanno un qualche rapporto con l'offuscamento della figura di Maria. Una tale iconoclastia, infatti, può essere mortale per la fede cattolica. La nostra preghiera diventa «riflessione», l'amore è pervaso di razionalismo, la fede diventa incertezza e scetticismo. La tristezza nella Chiesa e nel mondo ha certamente qualche rapporto con I'assenza della Madre di Gesù. Eppure noi - e anch'io - abbiamo tanto bisogno di gioia...

 

«Un paziente sforzo di educazione sarà necessario per imparare nuovamente a gustare in semplicità le molte gioie umane che il Creatore mette già sul nostro cammino - scriveva Paolo VI -: la gioia dì vivere, di amare, la gioia pacificante della natura e del silenzio... La creatura umana ha tagliato il legame vitale che la univa a Dio... Dio le appare astratto, inutile: senza che lo sappia esprimere, il silenzio di Dio le pesa enormemente...» (Esortazione apostolica «Gaudete in Domino», 1975).

 

Forse Maria può aiutarci a ritrovare la gioia della vita.

 

Possiamo cavarcela da soli?

 

Maria è capace di dire un sì perfetto, di offrirsi  totalmente a Dio.

 

Parte della nostra tristezza dipende dalla nostra memoria debole, dalla nostra miopia. Abbiamo dimenticato che Dio ci ha già dato tutto, molto prima che facessimo qualcosa. Ci ha dato la vita e l'esistenza, mentre noi immaginiamo di dover far tutto da soli, partendo dal nulla. Questo fatto ci angoscia e ci inquieta. Abbiamo perduto la gioia, per un sentimento esasperato delle nostre responsabilità.

 

E Maria? Essa sa benissimo che niente viene da lei: tutto le viene dalla mano di Dio. Vive di un'unica convinzione: «Dio mi ha preceduto in tutto». É quindi capace di dire un «si» perfetto, sì abbandona totalmente a Dio. É libera di se stessa, completamente. E ciò la rende felice! In noi, invece, da tanto tempo è radicato il ano»... Anche nella nostra vita Dio ci precede sempre: prima che potessimo vedere, sentire o parlare, abbiamo ricevuto tutto da lui. L'amore di Dio è già all'opera nella creatura umana prima che il male la minacci. Il suo amore creatore nonni abbandona mai. Il primo passo sulla strada della gioia è appunto prendere coscienza di questa realtà.

 

 

 

II nostro cuore è decisamente «incatenato»

 

É vero, siamo sicuri, ma del tutto soli!

 

Il nostro cuore è sprangato, blindato «per sopravvivere». Abbiamo paura di essere troppo vulnerabili. Abbiamo paura delle persone e delle loro domande. Abbiamo paura di Dio che può chiederci ancora di più. Non sobbalziamo più quando sentiamo la parola di Dio, perché il nostro cuore è decisamente «incatenato». La sentiamo con difficoltà. È vera, siamo sicuri, ma del tutto soli! Solamente colui che lascia la porta aperta. che rimane vulnerabile, può essere visitato e confortato da Dio, come è avvenuto per Maria. Il messaggio dell'angelo le procura un po' di spavento: aveva pensato di poter continuare a vivere nella penombra della casa di Giuseppe. Aveva immaginato la propria missione come qualcosa d'insignificante, da svolgere nell'anonimato. In realtà, chi era lei, povera ragazza di Nazareth?

 

E tuttavia non dubita. Attende l'intervento di Dio. Per noi è ben diverso. Noi diciamo a con scetticismo o ironia: «Com'è possibile?». Ebbene, Maria è convinta che tutto è possibile per la potenza dello Spirito di Dio e per i segni dati da Dio.

 

 

 

La gioia forza la serratura del nostro cuore

 

Colui che sa di essere amato da Dio non può non amare gli altri.

 

Essere aperto alla potenza dello Spirito di Dio significa credere che Dio ci dà una mano nella nostra vita. Che non tutto dipende da noi. Proprio questa fede chiede Dio. Tuttavia egli non lascia nessuno da solo sul cammino verso questa fede, ma gli offre dei segni. Così avvenne anche con Maria: trova nella cugina Elisabetta una compagna di viaggio. Nessuno è capace di realizzare da solo una missione divina. Ha bisogno di «parenti». Ha bisogno dì qualcuno che l'accompagni, di un «Tu» per dialogare. Buona parte della tristezza e dello scoraggiamento pro viene dal fatto che non siamo più capaci di vedere i segni o non vogliamo più vederli. Segni ce ne sono sempre: persone. cose, avvenimenti che Dio dà come indicatori stradali che ci orientano a lui. Ma li vediamo?

 

La gioia che proviene da Dio ha qualcosa del tutto speciale. Non si adagia in un'atmosfera confortevole, ma fa esplodere il cuore e spinge alla condivisione. Al contrario, la gioia diventa tristezza se la vuoi imprigionare.

 

Dopo la visita dell'angelo, Maria aveva mille ragioni per chiudersi in se stessa e godersi il fatto che Dio era stato così buono con lei. Ma non lo fa assolutamente. Leggera come una piuma s'affretta attraverso i monti in aiuto della cugina Elisabetta. Il testo del racconto è scoppiettante d'allegrezza.

 

La vera gioia che proviene da Dio è attiva: non si riposa, ma si concretizza in aiuto e servizio, perché colui che sa di essere amato da Dio non può non amare gli altri..

 

 

 

Nell'occhio del ciclone

 

Nel cuore del dialogo con Dio sta la sorgente della gioia più profonda.

 

C'è un'altra ragione per cui la nostra epoca è così poco allegra: abbiamo disimparato la gioia che procura la preghiera di lode, anzi ogni preghiera. Siamo circondati da rumori assordanti e siamo immersi in una confusione di lingue degna di Babele, e Dio viene circondato da un silenzio profondo, come nell'occhio d'un ciclone. E anche quando ci rivolgiamo a Dio, il più delle volte lo facciamo per parlare di noi stessi. Un essere umano che non sa più pregare diventa triste... perché solamente nella conversazione con Dio sta la sorgente della gioia più profonda: non la puoi scoprire in nessun dialogo con gli uomini. E Dio ha preso l'iniziativa di tale conversazione. È un suo dono se riusciamo a esprimerci totalmente. Egli ci fa scoprire la gioia della preghiera, o almeno della preghiera di lode che può veramente liberare (perché la preghiera può essere anche arida e monotona). Le grida di gioia rivolte a Dio ci allargano il cuore.

 

Maria ha tutte le ragioni per implorare l'aiuto di Dio adesso che porta in sé il figlio promesso, con il suo immenso mistero. Invece non lo fa, e canta: «L'anima mia magnifica il Signore, il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore». Gioia, ammirazione e riconoscenza purissime!

 

 

 

Vuole soltanto persane in ginocchio?

 

Riconoscerti piccolo al cospetto di Dio non è altro che riconoscere la tua realtà davanti a lui.

 

Un'altra fonte di gioia è l'essere «piccolo». Non è come essere umile o modesto. La «piccolezza» è un dono di Dio. In Maria è parte integrante del suo mistero: la sua infinita disponibilità a essere piccola, la meravigliosa capacità di ricevere. diventa in lei apertura totale a Dio. Lei sa di non aver meritato il figlio Gesù..

 

Noi ci ribelliamo a un'idea del genere: ma allora Dio vuole unicamente persone in ginocchio? Nessuno può più stare in piedi? Dobbiamo negarci ogni autodeterminazione e indipendenza e subire tutto passivamente?

 

No. Dio vuole che siamo persone libere, non degli schiavi. Egli ci considera come partners dell'alleanza e ha in noi una fiducia straordinaria. Riconoscerti piccolo al cospetto di Dio non è altro che riconoscere la tua realtà davanti a lui: aver coscienza della realtà divina e della nostra vera condizione umana. Accettarti così come sei, talvolta ben diverso da come ti eri sognato. Non è facile...

 

 

 

Dio è un rivoluzionario