Rifletti con noi!

 

 

Le beatitudini oggi!

 

Don Tonino Bello

 

Ce l'hanno spiegata con mille sfumature, e vien quasi da pensare che ogni biblista abbia un suo modo di leggere questa pagina delle beatitudini: l'unica che vorremmo salvare, se di tutti i libri della terra si dovesse sottrarre all'incendio solo il Vangelo e di tutto il Vangelo si dovesse preservare dalle fiamme soltanto una sequenza di venti righe.

 

Si intuisce subito che queste parole pronunciate da Gesù nascondono promesse ultraterrene.

 

Alludono a quegli appagamenti di gioia completa che andiamo inseguendo da tutta una vita, senza essere riusciti mai ad afferrare per intero. Fanno riferimento a quel senso di benessere pieno di gioia totalizzante che esiste solo nei nostri sogni. Traducono, come nessun altro frasario umano, le nostre nostalgie di futuro, e ci proiettano verso quei cieli nuovi e terre nuove in cui la settimana si accorcia a tal punto da conoscere solo il sabato eterno.

 

Imprigionano il "non ancora" - sempre abbozzato e mai esploso pienamente - di quel "risus paschalis" che ora sperimentiamo solo nella smorfia delle nostre troppo rapide convulsioni di letizia per cedere subito il posto all'amarezza del pianto.

 

Non ci vuol molto a capire, insomma, che sotto queste sentenze veloci del discorso della montagna c'è qualcosa di grande. E che, di quel misterioso "regno dei cieli", la cosa più ovvia che si possa dire è che rappresenta il vertice della felicità. Sì, Gesù vuol dare una risposta all'istanza primordiale che ci assedia l'anima da sempre. Noi siamo fatti per essere felici. La gioia è la nostra vocazione. E' l'unico progetto, dai nettissimi contorni, che Dio ha disegnato per l'uomo. Una gioia raggiungibile, vera, non frutto di fabulazioni fantastiche, e neppure proiezione utopica del nostro decadentismo spirituale.

 

Beati: provocazione all'impegno

 

Che cosa significhi il termine "beati" è difficile spiegarlo.

 

C'è chi ha voluto specularci sopra, capovolgendo addirittura il senso delle parole del Signore per utilizzarle a scopi di imbonimento sociale. Quasi Gesù avesse inteso dire: state buoni, poveri, perché la misura della vostra felicità futura sarà inversamente proporzionale alla misura della vostra felicità presente. Anzi, quante più sofferenze potete collezionare in questa vita, tanto più vi garantite il successo nell'altra.

 

E' questo un modo blasfemo di leggere le beatitudini, perché spinge i poveri all'inerzia, narcotizza i diseredati della terra con le lusinghe dei beni del cielo, contribuisce a mantenere in vigore un ordine sociale ingiusto e, in un certo senso, legittima la violenza di chi provoca il pianto degli oppressi dal momento che a costoro, proprio per mezzo delle lacrime, viene offerto il prezzo per potersi pagare, in contanti, il regno di Dio. C'è invece, chi ha visto nella formulazione delle beatitudini un incoraggiamento rivolto ai poveri, agli afflitti, agli umili, ai piangenti, ai perseguitati... per sostenerli con la speranza dei beni del cielo. Quasi Gesù avesse inteso dire: se a un certo punto vi sentite sfiniti per le ingiustizie che patite, tirate avanti lo stesso e consolatevi con le promesse della felicità futura. Guardate a quel che vi toccherà un giorno, e questo miraggio di beatitudine vi spronerà a camminare, così come il desiderio del riposo accelera e sostiene i passi di chi, stanchissimo, sta tornando verso casa.

 

Anche questo è un modo stravolto di leggere le beatitudini. Meno delittuoso del primo, ma pur sempre alienante e banale. Perché punta sull'idea della compensazione. Perché con la lusinga della meta, non spinge la gente a mutare le condizioni della strada. Perché se non proprio a rassegnarsi, induce a relativizzare la lotta, ad arrendersi senza troppa resistenza, a vedere i segni della ineluttabilità perfino dove sono evidenti le prove della cattiveria umana e a leggere i soprusi dell'uomo come causa di forza maggiore.

 

E c'è finalmente, il modo legittimo di leggere le beatitudini. Che consiste, essenzialmente, nel felicitarsi con i senzatetto e i senza pane, come per dire: complimenti, c'è una buona notizia! Se tutti si son dimenticati di voi, Dio ha scritto il vostro nome sulla palma della sua mano, tant'è che i primi assegnatari delle case del regno siete voi che dormite sui marciapiedi, e i primi a cui verrà distribuito il pane caldo di forno siete voi che ora avete fame.

 

Felicitazioni a voi che, a causa della vostra mitezza, vi vedete sistematicamente scavalcati dai più forti o dai più furbi: il Signore non solo non vi scavalca nelle sue graduatorie ma vi assicura i primi posti nella classifica generale dei meriti.

 

Auguri a tutti voi che state sperimentando l'amarezza del pianto e la solitudine dei giorni neri: c'è qualcuno che non rimane insensibile al gemito nascosto degli afflitti, prende le vostre difese, parteggia decisamente per voi, e addirittura si costituisce parte lesa ogni volta che siete perseguitati a causa della giustizia.

 

Rallegratevi voi che, in un mondo sporco di doppi sensi e sovraccarico di ambiguità camminate con cuore incontaminato, seguendo una logica che appare spesso in ribasso nella borsa valori della vita terrena ma che sarà un giorno la logica vincente.

 

Su con la vita voi che, sfidando le logiche della prudenza carnale, vi battete con vigore per dare alla pace un domicilio stabile anche sulla terra: non lasciatevi scoraggiare dal sorriso dei benpensanti, perché Dio stesso avalla la vostra testardaggine.

 

Gioia a voi che prendete batoste da tutte le parti a causa della giustizia: le vostre cicatrici splenderanno un giorno come le stimmate del Risorto!

 

Perché di essi sarà...

 

Il significato preciso della parola "beati", comunque, lasciamolo spiegare agli studiosi. Così pure lasciamo agli studiosi la fatica di spiegarci il significato dei destinatari delle beatitudini.

 

Se i miti, i misericordiosi, i puri di cuore, gli oppressi, gli operatori di pace... siano categorie distinte di persone o variabili dell'unica categoria dei "poveri", ci interessa fino a un certo punto.

 

E neppure ci interessa molto sapere se i poveri "in spirito" siano una sottospecie aristocratica di miserabili o coincidano con quei poveri banalissimi che ci troviamo ogni giorno tra i piedi.

Tre cose, comunque, ci sembra di poter dire con sicurezza.

 

Anzitutto, che il discorso delle beatitudini ha a che fare col discorso della felicità. Non solo perché sembra quasi che ci presenti le uniche porte attraverso le quali è possibile accedere nello stadio del regno.

 

Sicché chi vuole entrare nella "gioia" per realizzare l'anelito più profondo che ha sepolto nel cuore, deve necessariamente passare per una di quelle nove porte: non ci sono altri ingressi consentiti nella dimora della felicità Ma anche perché la croce, la sofferenza umana, la sconfitta... vengono presentate come partecipazione all'esperienza pasquale di Cristo che, attraverso la morte, è entrato nella gloria.

 

E allora; se il primo titolare delle beatitudini è lui, se è il Cristo l'archetipo sul quale si modellano tutti i suoi seguaci, è chiaro che il dolore dei discepoli, come quello del maestro, è già contagiato di gaudio, il limite racchiude in germe i sapori della pienezza, e la morte profuma di risurrezione!

 

La seconda cosa che ci sembra di poter affermare è che, in fondo, queste porte, pur differenti per forma, sono strutturate sul medesimo telaio architettonico, che è il telaio della povertà biblica. A coloro che fanno affidamento nel Signore, e investono sulla sua volontà tutte le "chances" della loro realizzazione umana, viene garantita la felicità da una cerniera espressiva che non lascia dubbi interpretativi: "...perché di essi sarà..."

 

Quel "...perché di essi sarà..." rappresenta il titolo giuridico di possesso incontestabile, che garantisce tutti i poveri nel diritto nativo di avere non solo la "legittima" ma l'intero asse patrimoniale del regno. E' un passaggio indicatore di una disposizione testamentaria così chiara che nessuno può avere il coraggio di impugnare. E', insomma, il timbro a secco che autentica in modo indiscutibile il contenuto di uno straordinario rogito notarile.

 

La terza cosa che possiamo dire è che, se vogliamo avere parte all'eredità del regno, o dobbiamo diventare poveri, o, almeno, i poveri dobbiamo tenerceli buoni, perché un giorno si ricordino di noi.

 

Insomma, o ci meritiamo l'appellativo di "beati" facendoci poveri, o ci conquistiamo sul campo quello di "benedetti", amando e servendo i poveri.

 

Ce lo suggerisce il capitolo venticinque di Matteo, con quel "Venite, benedetti dal Padre mio: ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo".

 

E' la scena del giudizio finale, pilastro simmetrico a quello delle beatitudini, che sorregge quell'arcata di impegno che ha la chiave di volta nell'opzione dei poveri.

 

Beati o benedetti

 

Veniamo a sapere, dunque, che, come titolo valido per l'usufrutto del regno, esiste un'alternativa al titolo di "povertà": quello della "solidarietà" con i poveri. Diventare, cioè, così solidali con loro da esserne il prolungamento. Fare tutt'uno con loro, così da esserne considerati quasi la protesi.

 

Se si vuole entrare nel regno della felicità perciò occorre vistare il passaporto o col titolo di "beati" o col titolo di "benedetti".

 

E' splendida l'esortazione che al termine della messa nuziale viene pronunciata sugli sposi: "Sappiate riconoscere Dio nei poveri e nei sofferenti, perché essi vi accolgano un giorno nella casa del Padre".

"Beati... perché di essi sarà...".

"Venite, benedetti, nel regno preparato per voi..."

 

Non potrà mai dimenticare lo stupore di Mons. Gasparini, vescovo missionario nel Sidamo, quando un giorno, indicandomi un gruppo di bambini etiopi, dagli occhi sgranati per fame, dalle gambe filiformi, devastati dalle mosche sul corpo scheletrito, mi disse quasi sottovoce: "Vedi: che questi bambini siano figli di Dio non mi sorprende più di tanto. E neppure che siano fratelli di Gesù Cristo. Ma ciò che mi sconcerta e mi esalta è che questi poveri siano eredi del paradiso! Sembra un assurdo. Ma è proprio per annunciare quest'assurdo, che sono felice di aver speso tutta la mia vita in mezzo a questa gente". "Beati... perché di essi..."

"Venite, benedetti, nel regno preparato per voi...".

 

Il Signore ci conceda che, nel mazzo delle carte d'identità racchiuse da quei due pronomi personali, un giorno, col visto d'ingresso, poco importa se con la sigla "beati" o con la sigla "benedetti", egli possa trovare anche la nostra.

 

E ci riconosca. Alle porte del regno.


 

 

 

 Lo stile "scandaloso" delle Beatitudini ! - Enzo Bianchi

 

 

 

 

 

 

 

"E' possibile vivere le beatitudini qui e ora? A mio avviso tale interrogativo ha sempre ricevuto e può ancora ricevere una risposta positiva, non però in modo trionfale o sovraesposto,bensì nelle vite quotidiane, sovente nascoste, di tanti uomini e donne: persone che, nonostante le loro contraddizioni e il loro peccato, hanno cercato e cercano di seguire il Signore Gesù vivendo il suo stesso stile di vita, lo stile «scandaloso» delle beatitudini."

 

Che senso ha oggi leggere le beatitudini? Perche meditare su queste paradossali parole di Gesù? Innanzitutto, credo, per una ragione umanissima. Nel contesto socioculturale in cui viviamo, noi cristiani siamo chiamati, oggi più che mai, a mostrare con la nostra vita cammini di umanizzazione e di salvezza percorribili da tutti gli uomini.

 

Ora, la maniera più efficace per scoprire questi cammini consiste nel praticare la ricerca del senso, esercizio che ai nostri giorni pare sempre più raro: è diventato difficile, soprattutto per le nuove generazioni, dare senso alla vita e alle realtà che la costituiscono, tanto che da più parti si levano voci che denunciano la «crisi del senso».

 

In questa situazione noi cristiani dovremmo saper mostrare a tutti gli uomini, umilmente ma risolutamente, che la vita cristiana non solo è buona, segnata cioè dai tratti della bontà e dell'amore, ma è anche bella e beata, è via di bellezza e di beatitudine, di felicità.

 

Chiediamocelo con onestà: il cristianesimo testimonia oggi la possibilità di una vita felice?

 

Noi cristiani ci comportiamo come persone felici oppure sembriamo quelli che, proprio a causa della fede, portano fardelli che li schiacciano e vivono sottomessi a un giogo pesante e oppressivo, non a quello dolce e leggero di Gesù Cristo (cfr. Ml 11,30)?

 

In realtà mi pare che spesso ci meritiamo ancora il rimprovero rivolto ai cristiani da Friedrich Nietzsche oltre un secolo fa: I cristiani dovrebbero cantarmi canti migliori perché io impari a credere al loro redentore: più gioiosi dovrebbero sembrarmi i suoi discepoli!

 

Certamente la via cristiana è esigente, richiede fatica e sforzo al fine di «entrare attraverso la porta stretta» (Lc 13,24; cfr.Mt 7,13) ed essere conformi alla chiamata ricevuta.

 

Non serve ricordare le tante esortazioni pronunciate da Gesù in questo senso, condensate nel suo monito: «Se qualcuno vuoi venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34 e par.).

 

D'altra parte, secondo l'insegnamento di Gesù e, ancor prima, secondo il suo esempio, la vita di chi si pone alla sua sequela non solo vale la pena di essere abbracciata ma è causa di beatitudine, è fonte di felicità.

 

E proprio qui che si situa l'annuncio delle beatitudini, che potremmo definire il cuore dell'etica cristiana: un'etica va detto con chiarezza che non è tanto una legge o, peggio, una morale da schiavi, quanto uno spirito e uno stile, quello annunciato e vissuto da Gesù nella libertà e per amore, quello in cui Gesù ha trovato la felicità.

 

Si, le beatitudini sono una chiamata alla felicità. Sappiamo bene che solo quando gli uomini conoscono una ragione per cui vale la pena perdere la vita, cioè morire, essi trovano anche una ragione per spendere quotidianamente la vita e, di conseguenza sono felici.

 

Ebbene, le beatitudini aiutano a scoprire questa ragione e così consentono di dare un senso alla vita, anzi conducono al «senso del senso: Gesù proclama beati uomini e donne i quali vivono alcune precise situazioni in grado di rendere pieno il senso del loro cammino umano sulla terra e, per quanti hanno il dono della fede, in grado di facilitare il loro cammino verso la comunione con Dio.

 

Ma il primo e più elementare senso delle beatitudini lo ribadisco è la felicità, la gioia di scoprire che grazie all'assunzione consapevole di un atteggiamento, di un comportamento, si può vivere un'esistenza che, pur a caro prezzo, ha i tratti di una vera e propria opera d'arte: la povertà in spirito, il pianto, la mitezza, la fame e la sete di giustizia, la misericordia, la purezza di cuore, l'azione di pace, la persecuzione subita a causa della giustizia, sono situazioni capaci di produrre beatitudine già qui, in questa vita, e poi nel «mondo che verrà», quello in cui Dio regna definitivamente.

 

Insomma, per rendere realtà la buona notizia del Vangelo occorre vivere le beatitudini. A tale riguardo, lungo i secoli c'è sempre stato chi si è interrogato sull'attuabilità delle beatitudini, sull'effettiva possibilità che queste fossero qualcosa di più di semplici parole utopiche, prive cioè di un «luogo», di una realizzazione storica, a livello personale o comunitario.

 

Vi è chi ha affermato che le beatitudini valevano solo per i contemporanei di Gesù e per la prima generazione cristiana, ossia per coloro che hanno vissuto in modo irripetibile l'urgenza escatologica; vi è chi, in seguito alla svolta costantiniana e poi con particolare insistenza nel secondo millennio, ha letto le beatitudini come «consigli» riservati solo ai monaci e ai religiosi, coloro che «abbandonano il mondo»; e potremmo continuare nell'elenco di queste interpretazioni riduttive.

 

Oggi, come in ogni generazione, siamo chiamati a lasciar risuonare la nuda domanda: è possibile vivere le beatitudini qui e ora? A mio avviso tale interrogativo ha sempre ricevuto e può ancora ricevere una risposta positiva, non però in modo trionfale o sovraesposto,[...]  bensì nelle vite quotidiane, sovente nascoste, di tanti uomini e donne: persone che, nonostante le loro contraddizioni e il loro peccato, hanno cercato e cercano di seguire il Signore Gesù vivendo il suo stesso stile di vita, lo stile «scandaloso» delle beatitudini.

 

Si, è sempre stato e sempre sarà possibile vivere le beatitudini.


Quando Gesù aveva ormai discepoli che lo seguivano e stavano accanto a lui nel suo peregrinare sulle strade della Galilea per annunciare la venuta del Regno, ecco imporsi una scelta, un’elezione. Gesù non è solo ma ha una comunità che deve apparire come una personalità corporativa, capace di rappresentare il popolo di Israele, il popolo delle dodici tribù in alleanza con il Signore.

 

Per operare questo discernimento, Gesù sale sul monte come un tempo aveva fatto Mosè (cf. Es 32,30-34,2), e in quel luogo solitario ma propizio all’ascolto del Padre prega. Secondo Luca nei momenti decisivi della sua missione Gesù entra sempre in preghiera, cerca la comunione con il Padre e cerca di discernere la sua volontà. Da questa intensa esperienza di ascolto egli matura la sua decisione di chiamare a sé e dunque di scegliere tra i suoi seguaci dodici uomini che saranno da lui inviati (apóstoloi) e avranno come compito la missione di annunciare il regno di Dio insieme a Gesù stesso.

 

Ecco dunque Gesù scendere dal monte con la sua comunità “istituita”e raggiungere una pianura dove trova molti ascoltatori, tra i quali numerosi malati che chiedono la guarigione e la liberazione dal potere del male (cf. Lc 6,18-20). Gesù è un vero rabbi, un vero profeta, e molti percepiscono che è abitato da una forza (dýnamis) portatrice di vita. In questo contesto Gesù vede attorno a sé i suoi discepoli e indirizza loro le beatitudini. Si tratta di un modo di esprimersi ben attestato in Israele (cf. Is 30,18; 32,20; Sal 1,1; ecc.): esclamazioni, grida cariche di forza e speranza, indirizzate a qualcuno per attestargli che ciò che lui vive o compie è benedetto da Dio, il quale porterà a termine l’opera in modo imprevedibile. In ogni beatitudine è pertanto implicata una promessa di intervento da parte di Dio.

 

Nel vangelo secondo Luca le beatitudini sono quattro e risultano differenti dalla versione di Matteo, che ne contiene nove (cf. Mt 5,1-11). In Luca sono espresse alla seconda persona plurale, indirizzate direttamente ad ascoltatori presenti nell’uditorio di Gesù e indicano una situazione concreta come la povertà, la fame, il pianto, la persecuzione; le beatitudini secondo Matteo mettono invece in risalto le condizioni spirituali dei beati, quali la povertà di spirito, la mitezza, la fame e sete di giustizia, la misericordia, la purezza di cuore…

 

Abbiamo dunque due testimonianze, due interpretazioni delle beatitudini pronunciate da Gesù, che sono complementari e ci permettono di conoscere in modo più ricco e profondo il messaggio che dà forza, convinzione e speranza ai discepoli. Certo, nell’ascoltare queste beatitudini e ancor più nell’annunciarle mi bruciano le labbra: Gesù, infatti, si rivolge a poveri, affamati di pane, piangenti e perseguitati, mentre io non posso collocarmi tra questi destinatari del Regno. Ascoltiamole dunque ancora una volta, lasciamo che ci interroghino, che ci feriscano al cuore e cerchiamo di non essere scandalizzati dal loro radicalismo: le beatitudini non sono etica e morale, ma sono rivelazione, sono annuncio da accogliere o rigettare, esprimono la logica e la dinamica del regno di Dio. Quel Regno che noi dobbiamo cercare per prima cosa (cf. Lc 6,31; Mt 6,33) nella consapevolezza che Gesù è la buona notizia, il Vangelo di Dio per noi.

 

La prima beatitudine è indirizzata a “voi che siete poveri”, cioè ai discepoli di Gesù che in tutto il vangelo appaiono come poveri: essi hanno abbandonato tutto, si sono spogliati addirittura della famiglia e, fatti poveri, seguono il Messia povero. Certo, le parole di Gesù trascendono i suoi discepoli storici e sono indirizzate alla chiesa, costituendo un principio di krísis, di giudizio: questi poveri reali, concreti, ai quali Gesù ha rivolto la beatitudine-felicità, sono nella chiesa? La chiesa è la comunità dei poveri ed è povera? Domande che, significativamente, Luca si pone nella seconda parte della sua opera, gli Atti degli apostoli, dove la povertà e i poveri sono creditori della condivisione, della koinonía, affinché “nessuno di loro fosse povero” (cf. At 4,34).

 

Questa prima beatitudine – va ammesso – è paradossale. Com’è possibile affermare: “Beati i poveri”? Eppure essa risuona in questo modo perché vuole indicare che non è la povertà a rendere beati i poveri, ma la condizione della povertà permette loro di invocare, desiderare, discernere il regno di Dio. I poveri sono quelli che invocano che a regnare su di loro sia Dio, non il denaro, non i potenti di questo mondo. In tal modo diventano “significanti”, fanno segno verso il regno di Dio con una forza più efficace di quella di ogni possibile comunicazione verbale. I poveri sono segno dell’ingiustizia del mondo e, insieme, sacramento del Signore Gesù, il quale “da ricco che era si fece povero per noi, per farci ricchi della sua povertà” (cf. 2Cor 8,9). I poveri – e bisogna renderli vicini, ascoltarli e conoscerli per poterli interpretare – sanno riconoscere che il regno di Dio è per loro e questa è la beatitudine che nessuno potrà mai strappare dal loro cuore. Verrà il regno di Dio con l’instaurazione della giustizia, e allora la koinonía sarà piena.

 

Come i poveri reali e concreti, anche quelli che hanno fame e conoscono la minaccia della morte per mancanza di cibo e di acqua sono beati. Perché? Perché ora sono in questa condizione, ma il Dio liberatore agisce in loro favore. Come Luca ha attestato nel Magnificat cantato da Maria (cf. Lc 1,46-55), donna umile, povera e credente, Dio con la forza del suo braccio disperde i potenti e annulla i loro piani, rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili, ricolma di beni gli affamati e rimanda i ricchi a mani vuote. Ci sarà una sazietà per chi ora soffre la fame! Questa è la giustizia che si esprimerà nel giudizio di Dio, un giudizio che ci dovrebbe avvertire, perché sarà nella misericordia se avremo avuto misericordia di chi soffre accanto a noi. Non possiamo pensare che le omissioni siano meno gravi di un’azione che provoca morte: chi vede l’affamato e non lo sazia è come uno che gli dà la morte, è un assassino del fratello!

 

Consideriamo la terza beatitudine, quella relativa a chi piange, forse in modo meno temibile, perché prima o poi piangiamo tutti. Qui però la contrapposizione va letta tra chi trascorre la vita nel lamento e chi invece vive da gaudente; tra chi conosce solo il duro mestiere di vivere e chi è esente da fatiche, pesi e sofferenze, perché carica gli altri dei suoi pesi delle sue fatiche. In sostanza, tra oppressi e oppressori. La gioia e il canto sono dunque la promessa di Dio anche per quanti sono oppressi.

 

Infine, l’ultima beatitudine lucana è indirizzata ai perseguitati a causa di Cristo e del suo messaggio. Sì, ci sarà persecuzione per chi porta il nome di cristiano, ci sarà ostilità, disprezzo e insulto: se infatti è avvenuto così per Gesù, il maestro, potrà forse avvenire diversamente per i discepoli? Con questa beatitudine Gesù intravede il futuro e noi sappiamo come ciò è sempre accaduto e accade oggi più che mai, per molti cristiani sparsi nel mondo. Costoro possono esultare ed essere gioiosi, perché la persecuzione testimonia l’appartenenza a Cristo di chi è osteggiato e gli assicura la ricompensa del regno dei cieli.

 

In Luca alle beatitudini seguono i “guai” (Ouaì hymîn!), grida di avvertimento per quanti si sentono autosufficienti. Si faccia però attenzione: non si tratta di maledizione, come spesso si dice o si traduce, ma di constatazione e lamento! Constatazione che chi è ricco, sazio e gaudente non capisce, non comprende (cf. Sal 49,13.21), non sa di andare verso la rovina e la morte, una morte che vive già nel rapporto con i propri fratelli e le proprie sorelle. Questi “guai” sono eco degli avvertimenti dei profeti di Israele (cf. Is 5,8-25; Ab 2,6-20), sono un richiamo a mutare strada, a cambiare mentalità e comportamenti, sono un vero invito alla vita autentica e piena.

 

 

Se ha una vita fedele e conforme a Cristo, il cristiano non si attenda che gli vengano tolti i sassi dal cammino. Al contrario, facilmente gli verranno scagliati addosso: se infatti è “giusto”, sarà odiato e non si sopporterà neppure la sua vista (cf. Sap 1,16-2,20). Ricordiamo infine anche il “guai, quando tutti diranno bene di voi”, perché come Gesù è stato “segno di contraddizione” (Lc 2,34), così lo è il cristiano, se è conforme a lui.


L'amore

André Comte-Sponville

 

 

«Amare è gioire». Aristotele

 

L'amore è l'argomento più interessante. Prima di tutto in se stesso, per la felicità che promette o sembra promettere – perfino per quella, talvolta, che minaccia o fa perdere. Quale argomento, tra amici, più piacevole, più intimo, più forte? Quale discorso, tra amanti, più segreto, più dolce, più conturbante? E cosa c'è di più appassionante, tra sé e sé, della passione?

Si obietterà che ci sono altre passioni oltre a quelle amorose, altri amori oltre a quelli passionali... Questo, che è verissimo, conferma la mia tesi: l'amore è l'argomento più interessante, non solo in se stesso – per la felicità che promette o compromette – ma anche indirettamente: perché ogni interesse lo presuppone. Ti interessi particolarmente allo sport? Significa che ami lo sport. Al cinema? Significa che ami il cinema. Al denaro? Significa che ami il denaro, o ciò che esso ti permette di acquistare. Alla politica? Significa che ami la politica, o il potere, o la giustizia, o la libertà... Al tuo lavoro? Significa che lo ami, o che ami perlomeno ciò che esso ti porta o ti porterà... Alla tua felicità? Significa che ami te stesso, come tutti, e che la felicità non è altro, magari, che l'amore di ciò che si è, di ciò che si ha, di ciò che si fa... Ti interessi di filosofia? Essa porta l'amore nel suo nome (philosophia, in greco, è l'amore della saggezza) e nel suo oggetto (quale altra saggezza se non quella d'amare?). Socrate, da tutti i filosofi onorato, non ha mai aspirato ad altro. Ti interessi, ancora, al fascismo, allo stalinismo, alla morte, alla guerra? Significa che li ami, o che ami, più verosimilmente, più giustamente, ciò che resiste loro: la democrazia, i diritti dell'uomo, la pace, la fraternità, il coraggio... Tanti amori diversi quanti i diversi interessi. Ma nessun interesse senza amore, e questo mi riporta al punto di partenza: l'amore è l'argomento più interessante, e nessun altro ha interesse se non in proporzione all'amore che vi mettiamo o vi troviamo.

Bisogna dunque amare l'amore o non amare niente – bisogna amare l'amore o morire; per questo l'amore, non il suicidio, è il solo problema filosofico davvero serio.

 

Sto pensando, come si è capito, a ciò che scriveva Albert Camus, all'inizio del Mito di Sisifo: «Non c'è che un problema filosofico davvero serio: è il suicidio. Giudicare se la vita vale o non vale la pena di essere vissuta, significa rispondere alla domanda fondamentale della filosofia». Sottoscriverei volentieri la seconda di queste frasi; ed è ciò che mi impedisce nel modo più assoluto di acconsentire alla prima. La vita vale la pena di essere vissuta? Il suicidio sopprime il problema, più che risolverlo; solo l'amore, che non lo sopprime (poiché la domanda si pone di nuovo tutte le mattine e tutte le sere), lo risolve più o meno, fintanto che siamo vivi, e ci mantiene in vita. Che la vita valga o no la pena di essere vissuta, anzi che essa valga o no la pena e il piacere di essere vissuta, dipende per prima cosa dalla quantità d'amore di cui si è capaci. E ciò che aveva capito Spinoza: «Tutta la nostra felicità e tutta la nostra miseria non risiedono che in un solo punto: a quale sorta di oggetto siamo attaccati dall'amore?». La felicità è un amore felice, o molti; l'infelicità, un amore infelice o mancanza del tutto di amore. La psicosi depressiva o melancolica, dirà Freud, si caratterizza in primo luogo per «la perdita della capacità di amare», compresa quella di amare se stessi. Non c'è da stupirsi se essa è così spesso suicida. È l'amore che fa vivere, poiché è esso a rendere la vita amabile. È l'amore che salva; si tratta dunque di salvare l'amore.

 

Ma quale amore? E per quale oggetto?

L'amore, infatti, è indubbiamente molteplice, come innumerevoli sono i suoi oggetti. Si può amare il denaro o il potere, ho detto, ma anche i propri amici, quell'uomo o quella donna di cui si è innamorati, i propri figli, i genitori, perfino uno sconosciuto: colui che è qui, semplicemente, ed è ciò che chiamiamo il prossimo.

Si può anche amare Dio, se ci si crede. E credere in sé, se ci si ama almeno un po'.

L'unicità della parola, per tanti amori diversi, è fonte di confusioni, perfino – perché il desiderio inevitabilmente vi si intromette – di illusioni. Sappiamo di cosa parliamo, quando parliamo d'amore? Non approfittiamo molto spesso dell'equivoco della parola per nascondere o abbellire degli amori equivoci, intendo dire egoistici o narcisistici, per raccontarci delle storie, per fingere di amare qualcosa di diverso da noi stessi, per mascherare – più che per correggere – i nostri errori o i nostri malvezzi? L'amore piace a tutti. Questo, che è fin troppo comprensibile, dovrebbe indurci alla vigilanza. L'amore della verità deve accompagnare l'amore dell'amore, illuminarlo, guidarlo, a rischio di smorzarne, forse, l'entusiasmo. Che si debba amare se stessi, per esempio, è evidente: come potrebbe venirci chiesto, sennò, di amare il nostro prossimo come noi stessi? Ma che si ami spesso solo se stessi, o per se stessi, è un dato di fatto ed è un pericolo. Perché ci verrebbe chiesto, altrimenti, di amare anche il nostro prossimo?

Sarebbero necessarie parole diverse per amori diversi. Non mancano certo le parole: amicizia, tenerezza, passione, affetto, attaccamento, inclinazione, simpatia, tendenza, diletto, adorazione, carità, concupiscenza... Non si ha che l'imbarazzo della scelta e questo, in effetti, è molto imbarazzante. I Greci, forse più lucidi di noi, o più sintetici, si servivano principalmente di tre parole, per designare tre amori differenti. Sono i tre nomi greci dell'amore, e i più illuminanti, che io sappia, in tutte le lingue: eros, philía, agape. Ne ho parlato a lungo nel mio Piccolo trattato delle grandi virtù. Qui posso solo indicare brevemente qualche traccia.

Che cos'è l'eros? È la mancanza ed è la passione amorosa. È l'amore secondo Platone: «Ciò che non si ha, ciò che non si è, ciò di cui si è privi, ecco gli oggetti del desiderio e dell'amore». È l'amore che prende, che vuole possedere e tenere. Ti amo: ti voglio. E il più facile. È il più violento. Come non amare ciò che manca? Come amare ciò che non manca? È il segreto della passione (che non dura se non nella mancanza, nell'infelicità, nella frustrazione); è il segreto della religione (Dio è ciò che manca in senso assoluto). Come potrebbe un tale amore esser felice senza la fede? È necessario che esso ami ciò che non ha e quindi soffra, o che abbia ciò che non ama più (poiché non ama che ciò di cui è privo) e quindi si annoi... Sofferenza della passione, tristezza delle coppie: non c'è amore (eros) felice.

Ma come si può essere felici senza amore? E come, amando, non esserlo mai? Il fatto è che Platone non ha ragione su tutto, né sempre. Il fatto è che la mancanza non è l'essenziale dell'amore: ci capita anche, talvolta, di amare ciò che non ci manca – di amare ciò che abbiamo, ciò che facciamo, ciò che è – e di gioirne gioiosamente, sì, di gioirne e di rallegrarcene! Questo è ciò che i Greci chiamano philía, diciamo che è l'amore secondo Aristotele («Amare è gioire») e il segreto della felicità. Noi amiamo allora ciò che non ci manca, ciò di cui gioiamo, e questo ci rallegra, anzi il nostro amore è questa gioia stessa. Piacere del coito e dell'azione (l'amore che si fa), felicità delle coppie e degli amici (l'amore che si condivide): non c'è amore (philía) infelice.

L'amicizia? È così che si traduce abitualmente philía, riducendone alquanto il campo o la portata. Perché questa amicizia non è esclusiva né del desiderio (che allora non è più mancanza ma potenza), né della passione (eros e philía possono mescolarsi e si mescolano spesso), né della famiglia (Aristotele designa con philía tanto l'amore tra genitori e figli quanto l'amore tra coniugi: un po' come Montaigne, più tardi, parlerà dell'amicizia maritale), né dell'intimità, così conturbante e preziosa, degli amanti... Non è più, o non è più soltanto, ciò che san Tommaso chiamava l'amore di concupiscenza (amare l'altro per il proprio bene); è l'amore di benevolenza (amare l'altro per il suo bene) e il segreto delle coppie felici. Perché si sospetta che questa benevolenza non escluda la concupiscenza: tra amanti, al contrario, essa se ne nutre e la illumina. Come non rallegrarsi del piacere che si dà o che si riceve? Come non voler bene a colui o colei che ci vuole bene?

Questa benevolenza gioiosa, questa gioia benevola, che i Greci chiamavano philía, è, dicevo, l'amore secondo Aristotele: amare è gioire e volere il bene di colui che si ama. Ma è anche l'amore secondo Spinoza: «una gioia – si legge nell'Etica – che accompagna l'idea di una causa esterna». Amare è gioire di. Per questo non c'è altra gioia che d'amare; per questo non c'è altro amore, per principio, oltre quello gioioso. La mancanza? Non è l'essenza dell'amore; è un suo accidente, quando il reale ci manca, quando il lutto ci ferisce o ci strazia. Ma non ci ferirebbe se non fosse già lì la felicità, quand'anche in sogno. Il desiderio non è mancanza; l'amore non è mancanza: il desiderio è potenza (potenza di gioire, godimento in potenza), l'amore è gioia. Tutti gli amanti lo sanno, quando sono felici, e tutti gli amici. Ti amo: sono felice che tu esista.

Agape? Ancora una parola greca, ma molto tarda. Di una tale parola, né Platone, né Aristotele, né Epicuro poterono mai fare uso. A loro bastavano eros e philía: non conoscevano che la passione o l'amicizia, la sofferenza della mancanza o la gioia della condivisione. Ma si dà il caso che un piccolo ebreo, molto dopo la morte di quei tre, si sia messo a un tratto, in una lontana colonia romana, in un improbabile dialetto semitico, a dire delle cose sorprendenti: «Dio è amore... Amate il vostro prossimo... Amate i vostri nemici...». Queste frasi, senz'altro insolite in tutte le lingue, sembravano quasi intraducibili in greco. Di quale amore poteva trattarsi? Eros? Philía? Questo ci condannerebbe all'assurdo. Come potrebbe Dio mancare di qualsiasi cosa? Essere amico di chicchessia? «C'è qualcosa di ridicolo – diceva già Aristotele – nel dirsi amici di Dio». Di fatto, non si vede come la nostra esistenza, così misera, così insignificante, potrebbe accrescere l'eterna e perfetta gioia divina... E chi potrebbe ragionevolmente chiederci di innamorarci del nostro prossimo (vale a dire di tutti e di chiunque!) o di essere amici, per assurdo, dei nostri nemici? Tuttavia era necessario tradurre questo insegnamento in greco, come lo si farebbe oggi in inglese, affinché fosse compreso dalla gente... I primi discepoli di Gesù, perché è ovviamente di lui che si tratta, dovettero per questo inventare o divulgare un neologismo, coniato a partire da un verbo (agapao: amare) che non aveva un sostantivo usuale: ciò portò ad agape, che i Latini avrebbero tradotto con caritas, e noi, più spesso, con carità... Di che cosa si tratta? Dell'amore del prossimo, per quanto ne siamo capaci: dell'amore per colui che non ci manca né ci fa del bene (di cui non siamo né innamorati né amici), ma che è lì, semplicemente lì, e che bisogna amare senza alcun profitto, per niente, anzi per lui, chiunque sia, indipendentemente da quanto valga, da ciò che faccia, anche se fosse nostro nemico... È l'amore secondo Gesù Cristo, è l'amore secondo Simone Weil o Jankélévitch, e il segreto, se essa è possibile, della santità. Non si confonderà questa gentile e amorosa carità con l'elemosina o la condiscendenza: si tratterebbe piuttosto di una amicizia universale, perché liberata dall'ego (che non è il caso dell'amicizia semplice: «perché era lui, perché ero io» dirà Montaigne a proposito della sua amicizia per La Boétie), liberata dall'egoismo, liberata da tutto, e per questo liberatrice. Sarebbe l'amore di Dio, se esiste («Ho Theós agápe éstin» si legge nella prima epistola di san Giovanni: Dio è amore), e ciò che vi si avvicina di più, nei nostri cuori o nei nostri sogni, se Dio non esiste.

 

Eros, agape: l'amore che manca o che prende; l'amore che si rallegra e condivide; l'amore che accoglie e dona... Che non ci si affretti troppo a voler scegliere fra i tre! Quale gioia senza mancanza? Quale dono senza condivisione? Se occorre distinguere, almeno intellettualmente, questi tre amori, o questi tre tipi d'amore, o gradi dell'amore, è soprattutto per capire che sono tutti e tre necessari, tutti e tre legati, e per illuminare il processo che conduce dall'uno all'altro. Non sono tre essenze, che si escludono reciprocamente; sono piuttosto tre poli di uno stesso campo, il campo dell'amare, o tre momenti di uno stesso processo, quello del vivere. Eros viene sempre primo, come ci ricorda Freud, dopo Platone e Schopenhauer; agape è la meta (verso la quale possiamo almeno tendere), che i Vangeli non smettono di indicarci; infine philia è il cammino: ciò che trasforma la mancanza in capacità, e la povertà in ricchezza.

Guardate il bambino che prende il latte al seno. E guardate la madre che glielo offre. Di certo è stata prima una bambina: cominciamo tutti col prendere, ed è già un modo di amare. Poi impariamo a dare, almeno un po', almeno qualche volta, ed è il solo modo di essere fedeli fino in fondo all'amore ricevuto, all'amore umano, mai troppo umano, all'amore così debole, così inquieto, così limitato, e che tuttavia è come un'immagine dell'infinito, all'amore di cui siamo stati oggetto e che ci ha resi soggetti, all'amore immeritato che ci precede come una grazia, che ci ha generati e non creati, all'amore che ci ha cullati, lavati, nutriti, protetti, consolati, all'amore che ci accompagna, definitivamente, e che ci manca, e che ci rallegra, e che ci sconvolge, e che ci illumina... Se non ci fossero le madri, cosa sapremmo dell'amore? Se non ci fosse l'amore, cosa sapremmo di Dio?

 

Una dichiarazione d'amore filosofica? Potrebbe essere, per esempio, questa:

C'è l'amore secondo Platone: «Ti amo, mi manchi, ti voglio».

C'è l'amore secondo Aristotele o Spinoza: «Ti amo: sei la causa della mia gioia, e questo mi rallegra».

C'è l'amore secondo Simone Weil o Jankélévitch: «Ti amo come me stesso, che non sono niente, o quasi niente, ti amo come Dio ci ama, se esiste, ti amo come chiunque: metto la mia forza al servizio della tua debolezza, la mia poca forza al servizio della tua immensa debolezza...».

Eros, agape: l'amore che prende, che non può che gioire o soffrire, possedere o perdere; l'amore che si rallegra e condivide, che vuole bene a colui che ci fa del bene; insomma, l'amore che accetta e protegge, che dona e si abbandona, che non ha neanche più bisogno di essere amato...

Ti amo in tutti questi modi: ti prendo avidamente, condivido gioiosamente la tua vita, il tuo letto, il tuo amore, mi dono e mi abbandono dolcemente...

Grazie di essere ciò che sei: grazie di esistere e di aiutarmi a esistere!

 

 

(Da: Discorsi brevi sui grandi temi della filosofia, Angelo Colla editore 2010, pp. 35-42)


 

Il testimone

 

Antonio Rosmini

 

Martire per la Chiesa

 

Nell'ultima intervista rilasciata dal cardinale Carlo Maria Martini, passata alla cronaca come il suo testamento spirituale, egli affermava con sofferenza: «La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote?» («Corriere della Sera», 1 settembre 2012). Stava forse pensando al grido di preoccupazione espresso, esattamente 180 anni prima, da Antonio Rosmini nelle sue Cinque piaghe della santa Chiesa? Non lo sappiamo. Fatto sta che quel libro continua a costituire una pietra di paragone irrinunciabile per chiunque si interroghi sulla fatica con la quale la Chiesa cammina nella propria riforma per divenire sempre più conforme a come il suo Maestro l'aveva pensata e voluta all'inizio. Nelle Parole preliminari necessarie a leggersi, all'inizio del testo, Rosmini confida di aver esitato a scriverlo: «Sta egli bene, che un uomo senza giurisdizione componga un trattato sui mali della santa Chiesa? O non ha egli forse alcuna cosa di temerario a pur occuparne il pensiero, non che a scriverne, quando ogni sollecitudine della Chiesa di Dio appartiene di diritto ai Pastori della medesima?» (A. Rosmini, Delle cinque piaghe della santa Chiesa, Città Nuova, Roma 1981, p. 15). Un dubbio sull'onestà cui ne segue uno sull'opportunità: «Consideravo che tutti quelli i quali hanno scritto di somiglianti materie nei tempi nostri, e che si sono proposti e hanno dichiarato di voler tenere una strada media fra i due estremi, in luogo di piacere alle due potestà, della Chiesa e dello Stato, sono dispiaciuti egualmente all'una ed all'altra» (ivi, p. 16). Ai quali risponde con argomenti convincenti e che lo incoraggiano, fortunatamente per noi, a scrivere quella che resta, fino a oggi, una delle riflessioni più alte circa il cammino accidentato della Chiesa, quanto ai contenuti e quanto al metodo che lo ispira.

Quando mette mano a questo aureo libro, Antonio Rosmini è presbitero da undici anni e ha da pochissimo compreso che Dio gli chiede di mettersi alla guida di un gruppo di uomini e di donne che portino avanti, nella Chiesa, quell'apostolato della cultura che sia Pio VII che Pio VIII lo avevano fortemente incitato a realizzare: «Si ricordi — gli ha detto papa Castiglioni —, Ella deve attendere a scrivere libri; ella maneggia assai bene la logica e noi abbiamo bisogno di scrittori che sappiano farsi temere». È per questo che il mercoledì delle Ceneri del 1828 è salito al Calvario di Domodossola dove scrive le Costituzioni dell'Istituto della Carità, della quale ha già in mente l'impostazione spirituale e il campo di attività. Ed è proprio al Calvario che conclude, nel 1832, le Cinque piaghe, che saranno tuttavia edite solo nel 1848, all'indomani dell'elezione di papa Pio IX.

A detta di Alessandro Manzoni, di cui fu intimo amico e confidente, Rosmini è stato «una delle sei, sette grandi intelligenze dell'umanità». Ma è forse più alla profezia cristiana che si deve la sorprendente premonizione contenuta nel secondo dubbio prima citato, il suo timore prudenziale di dispiacere «alle due potestà, della Chiesa e dello Stato». Poiché così è stato a tutti gli effetti. Solo pochi anni fa, precisamente il 1° luglio 2001, con una Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede, a firma di Joseph Ratzinger, è stata definitivamente revocata la condanna delle sue opere da parte della Chiesa, impartita nel 1887 con il decreto Post obitum, in cui venivano giudicate erronee ben 40 sue proposizioni: una condanna che, benché non toccasse affatto la sua santità personale, pesò grandemente sulla sua eredità. Quanto a dispiacere allo Stato, è noto che il feldmaresciallo Josef Radetzky, governatore del Lombardo-Veneto e simbolo dell'oppressione austro-ungarica, considerava Rosmini un nemico pericolosissimo non solo per le sue idee patriottiche, ma soprattutto per la riflessione intorno alla piaga del piede destro - la quarta - della santa Chiesa, vale a dire la nomina de' Vescovi abbandonata al potere laicale, che costituiva uno degli strumenti elettivi dell'impero per il controllo sociale delle sue popolazioni. Non ci sono conferme definitive, ma sempre più forte si è fatta la convinzione che si trovi qui la causa della morte prematura di Rosmini, all'età di appena 58 anni, il 1° luglio 1855, dopo otto ore di terribile agonia: un avvelenamento di cui egli stesso non volle mai rivelare l'autore. Nient'altro che «adorare, tacere, godere»: così chiudeva la sua vita terrena un vero e proprio "martire" per la riforma della Chiesa, oggi beato.

 

(Alessandro Andreini)


Carlo Maria Martini:

 

 

fedele alla storia,

 

 

fedele all'Eterno

 

 

Bruno Forte

Il cardinale Martini è uno di quei maestri verso i quali la distanza temporale non solo non fa diminuire l’interesse, ma in qualche modo l’accresce, portando a scoprire nuove risonanze e significati inediti del messaggio che ci hanno lasciato. Qual è questo messaggio nel caso di Martini? Provo a riassumerne le linee portanti: fedele alla storia, fedele all’Eterno, egli ha provato di continuo a coniugare queste due fedeltà. L’urgenza di essere fedele alla storia nasceva in lui dalla convinzione che per il cristiano la trascendenza divina va intesa sempre anche come un’imminenza, che tocca e trasforma dal di dentro il cuore umano.

 

Ispiratore di questa concezione era il pensiero di un altro grande gesuita, Karl Rahner, che aveva saputo coniugare i diritti del soggetto, rivendicati dalla ragione moderna, con quelli della verità oggettiva, postulati dal pensiero classico: l’uomo non è né un soggetto prigioniero del proprio mondo interiore, incomunicabile all’altro, né un semplice caso dell’universale, misurato da leggi astratte e assolute. Essere dell’apertura verso il Trascendente, l’uomo è l’“uditore della Parola”, proiettato fuori di sé in un esodo liberamente orientato all’avvento di Dio. Questa visione si ritrova nel pensiero di Martini anzitutto nella struttura dialogica che sempre vi ritorna, nell’accento posto sul rapporto d’alleanza fra l’uomo che esce da sé e il Dio che viene a lui. È però interessante rilevare i correttivi che Martini introduce nella concezione di Rahner: lì dove questa rischia di essere eccessivamente ottimista e di oscurare la realtà tragica del peccato e dei suoi effetti, Martini attinge dalla Scrittura e dalla sapienza pastorale della Chiesa il senso del dramma del male e delle sue conseguenze (si pensi all’analisi del Salmo 50, il Miserere). Lì dove l’attenzione all’individuo potrebbe prevalere sulla necessità della mediazione comunitaria, in Martini è molto marcato il senso dell’appartenenza alla Chiesa. È possibile allora rilevare come le intuizioni di Rahner abbiano trovato nel Cardinale un mediatore creativo, che ha saputo adattarle alle esigenze con cui il servizio pastorale lo ha messo in contatto, per aiutare la fede e l’amore al prossimo nel vissuto della sua gente.

 

Un secondo tratto del messaggio che ci ha lasciato Martini è costituito dalla sua volontà di essere fermamente fedele all’Eterno. Sia che esalti la dimensione contemplativa della vita, sia che inviti a porsi in ascolto della Parola di Dio, sia che evidenzi la centralità dell’eucaristia e l’esigenza che ne scaturisce di farsi prossimo, Martini ha presente come meta e criterio la ricerca di Dio e della sua gloria. Risuonano qui alcuni motivi fondamentali degli Esercizi ignaziani: “L’uomo è creato per lodare, rispettare e servire Dio, nostro Signore, e con ciò salvare la propria anima. Le altre cose sulla faccia della terra sono create per l’uomo, per aiutarlo a conseguire il fine per il quale è stato creato” (Principio e fondamento).

 

Il primato di Dio è affermato senza riserve: tutto, anche l’essere e l’agire ecclesiali, va sottoposto a questa suprema misura, ed è ciò che immette nella coscienza della Chiesa il bisogno di un continuo rinnovamento e di un’incessante riforma. Si coglie qui anche la ragione del forte attaccamento di Martini alla “santa radice” dell’albero cristiano, la fede di Israele, che in maniera unica e singolare fra i popoli ha testimoniato il primato del Dio dell’alleanza nella storia: a questa linfa egli ha attinto sempre, fino alla fine, come dimostra il suo amore al popolo ebraico e a Gerusalemme, la città dove aveva sognato di morire.

 

È questo stesso “pathos” dell’assoluto primato di Dio che rende il pensiero del grande biblista e pastore singolarmente aperto al dialogo ecumenico, come a quello con i mondi religiosi diversi dal cristianesimo e con l’esperienza della non-credenza: nella piena consapevolezza della grazia che è l’appartenere alla Chiesa, Martini riconosce nel “Dio sempre più grande” il termine su cui misurare la relatività di ogni presunzione, anche religiosa. Rispetto all’Assoluto divino ogni fede religiosa ha semi di verità che vanno riconosciuti e apprezzati: perfino nella non-credenza può riconoscersi una “cattedra”, perché nella voce di chi lotta con Dio, pensando di non credere in Lui, è sempre la misura del Suo mistero più grande che si affaccia.

 

Ciò costituisce per chi crede una formidabile scuola di umiltà dinanzi all’Eterno e alle vie insondabili che la Sua Grazia sceglie per raggiungere il cuore degli uomini. La proclamazione del primato di Dio è per Martini il contributo più grande che i credenti possano dare alla crisi della modernità e delle sue certezze ideologiche e all’insorgere inquieto del post-moderno, con il suo volto nichilista e al tempo stesso con la sua paradossale ricerca di senso, al di là delle catture ideologiche e delle scorciatoie della ragione strumentale.

 

L’ultimo tratto che vorrei evidenziare nel messaggio che Martini ci ha lasciato è l’urgenza di coniugare le due fedeltà, alla terra e al cielo, al mondo presente e al mondo che deve venire. Il biblista e pastore apprende questo compito dalla frequentazione assidua della Sacra Scrittura e dalla spiritualità ignaziana, educata alla valorizzazione dei “sensi spirituali”. Per Sant’Ignazio tanto l’“applicazione dei sensi” al mistero meditato, quanto la “composizione del luogo”, dove si situa ciò che è oggetto di meditazione, sono strumenti indispensabili per crescere nell’esperienza di Dio e nella conoscenza della sua volontà, perché il divino ci raggiunge sempre attraverso le forme dell’umano.

 

L’attenzione alla mediazione sensibile si trova diffusamente in Martini: il frequente ricorso alle immagini, il gusto narrativo, l’attenzione ai particolari, la concretezza delle applicazioni, sono altrettanti aspetti della valorizzazione di quell’“umanità di Dio”, che un’intera tradizione teologica ha esaltato, contro ogni spiritualismo disincarnato e ogni riduzione razionalistica del cristianesimo. Martini si serve del mondo della sensibilità secondo un procedimento che rivela l’influenza di un altro grande gesuita, Bernard Lonergan: le quattro tappe del metodo, da questi proposto - attenzione, intelligenza, giudizio, decisione -, si ritrovano in moltissimi dei testi del Cardinale.

 

È secondo queste tappe che il Cardinale ama scandire le sue analisi, partendo dalla concretezza percepita dai sensi per intenderla e valutarla alla luce della Parola di Dio e giungere così all’appello alla decisione, che incide nel cambiamento dell’esistenza davanti all’Eterno. Questa metodologia dona ai suoi ragionamenti uno spessore di vicinanza al vissuto, che tanto ne aiuta l’assimilazione spirituale, rendendoli lontani dalle speculazioni astratte, per le quali anzi sembra avere un’istintiva ritrosia. A riprova di questo appassionato impegno di coniugazione del tempo e dell’Eterno, vorrei citare alcune frasi della lettera Alzati va’ a Ninive, la grande città,  del 1991.

 

Martini scrive: “Il nostro problema fondamentale è quello di rimetterci in spirito contemplativo e in una situazione interiore di disponibilità… di fronte alla Parola, alla promessa e alla proposta di Dio che in Gesù Cristo offre salvezza a questo nostro mondo contemporaneo…, e mostrare la sua forza oggi non meno che nei primi tempi del Cristianesimo. Si tratta di far vedere che anche oggi - in una civiltà profondamente mutata dalla tecnica, segnata dal benessere, percorsa da conflitti e confusa dal moltiplicarsi dei messaggi - è possibile costruire comunità cristiane che siano nel nostro tempo testimoni di pace, di gioia evangelica, di fiducia nel regno di Dio che viene, comunità missionarie che sappiano operare per attrazione, per proclamazione, per convocazione, per irradiazione, per lievitazione, per contagio”.

 

 

È questo il sogno che il Pastore della Chiesa di Sant’Ambrogio e di San Carlo ha nutrito per sé e per il suo popolo, come per l’intera comunità ecclesiale e per l’umanità tutta, e che ha portato anche al centro della sua missione d’intercessione a Gerusalemme, come nell’umiltà dell’infermeria dei Gesuiti a Gallarate, dove ha chiuso la sua laboriosa giornata terrena


 

“Sulla tua parola getterò le reti”

 

 

10 febbraio 2019

 

V domenica del tempo Ordinario

Lc 5,1-11

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo, 1 mentre la folla faceva ressa attorno a Gesù per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, 2vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. 3Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.

4Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». 5Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». 6Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. 7Allora fecero cenno ai compagni dell'altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. 8Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». 9Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; 10così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini». 11E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

 

Siamo sempre agli inizi della predicazione e dell’attività di Gesù e anche Luca colloca in questo esordio del ministero pubblico del profeta di Galilea la chiamata dei primi discepoli. Rispetto però al vangelo secondo Marco (cf. Mc 1,16-20), ripreso negli stessi termini da Matteo (cf. Mt 4,18-22), Luca dà un’altra lettura della vocazione. Il racconto si arricchisce di particolari, è espresso con un’ottica diversa, sicché già qui vi è un messaggio che allude alla missione della chiesa.

 

La predicazione di Gesù da Nazaret (cf. Lc 4,16) a Cafarnao (cf. Lc 4,31) si estende alle città attorno al lago di Tiberiade (o di Gennesaret), e Gesù quale profeta continua a dispensare la parola di Dio ad ascoltatori che aumentano ogni giorno, fino a diventare una vera e propria folla che fa ressa, premendo per stargli vicino e raccogliere le sue parole. In quella calca, Gesù vede due barche ormeggiate sulla spiaggia, perché i pescatori erano scesi e stavano pulendo le reti dai detriti risaliti dalle acque del lago insieme ai pesci. Pensa allora di salire su una delle due barche, quella appartenente a Simone, e lo prega di allontanare un po’ la barca da riva, così da farne una sorta di ambone da cui proclamare la parola di Dio. La scena è di per sé eloquente: Gesù “parla la Parola” – scrive letteralmente Luca – e come seme la getta verso terra (la spiaggia) nel cuore degli ascoltatori lì radunati (cf. Lc 8,4-15); ciò che nella sinagoga è un ambone solenne, una cattedra, qui è la barca di Simone, la barca della chiesa…

 

Non appena ha terminato quell’insegnamento alla folla, Gesù passa dalle parole all’evento: chiede a Simone di “prendere il largo” (“Duc in altum!”, nella Vulgata) – cioè di abbandonare con coraggio e speranza le acque quiete dell’insenatura per inoltrarsi in mare aperto – e di gettare le reti in mare. Simone è un pescatore esperto, per tutta la notte ha tentato la pesca senza ottenere risultati. Sa che non si pesca in pieno giorno, soprattutto se non si è preso nulla durante la notte. Tuttavia quel Gesù che ha parlato lo ha impressionato per la sua exousía; è un uomo affidabile – pensa –, che merita fiducia e obbedienza, dunque gli risponde: “Maestro, … sulla tua parola getterò le reti”. Chiama Gesù con un termine che indica più il capo che il maestro (epistátes) e, da padrone della barca, lascia che sia Gesù a guidarla. Eccolo dunque avanzare verso le acque profonde, verso l’abisso (eis tò báthos), senza timore, munito solo della fede nella parola di quel profeta.

 

Il risultato è immediato, sbalorditivo: “Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare”. Da dove viene questo successo, se per tutta la notte questi uomini hanno faticato invano? Dalla fede-fiducia nella parola di Gesù! C’è qui una profezia per ogni “uscita”, per ogni missione della chiesa: deve essere sempre fatta su indicazione di Gesù, va eseguita con fede piena nelle sua parola, altrimenti risulterà sterile e inutile. Non era bastata la loro competenza di pescatori, non era risultata feconda la loro fatica, ma tutto muta se è Gesù a chiedere, a guidare, ad accompagnare la missione.

 

Questo successo della pesca appare come un segno che stupisce Simone: subito cade ai piedi di Gesù in atto di silenziosa adorazione; nello stesso tempo, percependosi nella condizione di uomo peccatore, chiede a Gesù di stare lontano da lui. Accade cioè nel cuore di Pietro la rivelazione che in Gesù c’è la santità, che Gesù è il Kýrios, il Signore, mentre egli è solo un uomo, un peccatore, indegno di tale relazione con chi è divino. È la stessa reazione di Isaia quando nel tempio “vede il Signore” (cf. Is 6,1) e si sente costretto a gridare: “Guai a me, uomo dalle labbra impure!” (Is 6,8); è la reazione di tanti profeti che hanno visto Dio entrare nelle loro vite, attraverso teofanie, manifestazioni grandiose di Dio stesso e hanno subito misurato la loro incapacità di stare davanti a lui.

 

Qui c’è Gesù, un uomo, un profeta su una barca, eppure Pietro ha compreso la sua identità: Gesù è il Santo di Dio – come Pietro stesso confessa esplicitamente nel quarto vangelo (cf. Gv 6,69) –, mentre egli è un peccatore e tale si sentirà per tutta la vita, in tante occasioni. E quando dimenticherà di essere peccatore, il canto del gallo glielo ricorderà: il gallo, infatti, canterà tre volte, così come lui tre volte aveva gravemente peccato, dicendo di non avere mai conosciuto né avuto rapporti con l’uomo (cf. Lc 22,54-62) di cui qui riconosce la santità e che più tardi confesserà quale “Cristo, Messia di Dio” (Lc 9,20).

 

Stupore e tremore per Pietro, dunque, ma anche per i suoi compagni, di cui ora Luca svela i nomi: Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo. Si intravede già quel gruppetto di tre che saranno i più vicini a Gesù: erano discepoli amati, non prediletti, non amati più degli altri, perché l’amore, quando è vivo ed è in azione, non è mai uguale nel manifestarsi. Certo, amati da Gesù come gli altri, ma partecipi all’intimità della sua vita in modo diverso, poiché muniti di doni diversi rispetto agli altri: non a caso saranno scelti da Gesù quali testimoni della resurrezione della figlia di Giairo (cf. Lc 8,51-55), testimoni della gloriosa trasfigurazione dell’aspetto di Gesù sull’altro monte (cf. Lc 9,28-29), testimone della sua de-figurante passione nel giardino degli Ulivi (secondo Mc 14,33 e Mt 26,37). Saranno coinvolti con Gesù nella sua gloria e nella sua miseria, dunque sempre in ansia, sempre chiamati alla vigilanza, di cui non sono capaci (cf. Lc 22,45-46 e par.), sempre chiamati a una fedeltà che però viene meno, a causa del rinnegamento (cf. Lc 22,54-62) o della fuga (cf. Mc 14,50; Mt 26,56).

 

Secondo Luca qui Gesù invita Pietro a non temere e gli consegna la vocazione-promessa: “Non temere, d’ora in poi tu prenderai, pescherai vivi degli uomini”. Ovvero, “d’ora in poi è tuo compito andare al largo, su acque profonde, per salvare uomini preda del male, per salvarli da marosi e abissi infernali, da strade perdute, e condurli alla vita!”. Non si pensi alla missione come cattura e proselitismo, ma soprattutto a un annuncio di salvezza, quello che Gesù aveva illustrato di sé nella sinagoga di Nazaret, leggendo un brano del profeta Isaia e dichiarando realizzata quella profezia: liberare i prigionieri, ridare la vista ai ciechi, redimere gli oppressi, annunciare ai poveri la buona notizia del Vangelo (cf. Lc 4,16-21; Is 61,1-2).

 

La chiesa, quando va in missione, non va innanzitutto per fare cristiani, per aumentare il numero dei suoi membri, per battezzare, ma in primis per un’azione di liberazione dei bisognosi, per una manifestazione dell’amore gratuito di Dio. Così la chiesa annuncerà il Signore Gesù e, se Dio vorrà, ci saranno conversioni, sequela del Signore e partecipazione al corpo ecclesiale. Attenzione però a non capovolgere la dinamica della missione determinata dal Signore, calcolando e cercando risultati, confidando nelle opere visibili delle nostre mani.

 

Ecco allora avvenire il mutamento decisivo per Simone e gli altri compagni che sono con lui, i quali, da pescatori di pesci, diventano discepoli; e da discepoli, per la promessa di Gesù, diventeranno pescatori di uomini nella missione della chiesa:

 

“Tirate le barche a terra,

lasciarono tutto

e lo seguirono”.

 

Ormai non sono più addetti alla barca, alla pesca, al loro mestiere, ma tutte queste cose (ecco la radicalità evangelica!) sono abbandonate per sempre sulla riva del lago. Ora Simone e gli altri hanno detto il loro il “sì”, l’“amen” al profeta e Signore Gesù, affidabile e dunque autorevole. Hanno preso la decisione: vale la pena seguirlo e fondare la propria vita sulla sua parola. Luca ha utilizzato la metafora della pesca – come accade altre volte nei vangeli – per dirci una cosa semplice: quando Gesù chiama, trasforma quello che facciamo, e questa trasformazione richiede un abbandono di ciò che eravamo e una novità di vita, di forma di vita, nel futuro che si apre davanti a noi.

 

 

In ogni vocazione c’è sempre la chiamata, ma anche la promessa più o meno esplicita. Perché quando chi è chiamato risponde alla parola del Signore, egli intraprende un cammino, una sequela che sta sempre sotto la promessa della fedeltà di Dio. Dio resta fedele anche quando il chiamato diventa infedele (cf. 2Tm 2,13). Così avverrà per Simone-Pietro (cf. Lc 22,61) e così avviene anche per noi.


 

Il discernimento?

 

È capire la volontà di Dio

 

Enzo Bianchi

 

 

«Non ho mai tralasciato la meditazione su questo tema così decisivo». Lo scrive Enzo Bianchi nel libro “L’arte di scegliere. Il discernimento” oggi in uscita per le Edizioni San Paolo (pagine 162, 16 euro).

Un volume in cui il fondatore della comunità monastica di Bose riflette su un termine, un concetto, oggi caduto un po’ nell’oblio ma tornato di stretta attualità grazie al magistero di papa Francesco che l’ha voluto inserire anche nel titolo del Sinodo dei giovani. Una scelta quanto mai significativa perché – scrive Bianchi – «è indispensabile tornare a esercitarsi in quest’arte così essenziale per la vita cristiana e non, offrendo anche utili e preziosi consigli affinché la nostra esistenza, nonostante i limiti e le fragilità, giunga a compimento e sia un “amen” sincero e convinto alla volontà del Signore». Di seguito l’introduzione di Enzo Bianchi che apre il libro.

 

Agli orecchi dei più, e in particolare a quelli delle nuove generazioni cristiane, il termine “discernimento” risulta ermetico. E infatti una parola caduta nell’oblio, ma che recentemente appare spesso nell’insegnamento di papa Francesco. Proprio Francesco ha scelto come tema per il prossimo Sinodo ordinario dei vescovi (ottobre 2018) il discernimento, indicandolo come operazione urgente nella vita della Chiesa e soprattutto nel processo vocazionale, riguardante in modo particolare i cristiani che nella loro età giovanile approdano a una forma di presenza specifica nella chiesa e nel mondo. Lo stesso Francesco nella sua Esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia (19 marzo 2016) ha riservato ampio spazio al tema del discernimento in relazione alla vita familiare, dedicando tra l’altro un intero capitolo, l’ottavo, al tema dell’accompagnare, discernere e integrare le fragilità. E significativa questa affermazione chiara e netta del Papa: «Oggi la chiesa ha bisogno di crescere nel discernimento, nella capacita di discernere».

In verità nella vita monastica e nella spiritualità loyoliana (da cui il Papa proviene) il termine “discernimento” è sempre stato presente e a esso sono stati dedicati studi e ricerche in vista di una sua comprensione e di un’attualizzazione di questo dono dello Spirito, di questo carisma che i padri del deserto giudicavano il più necessario per camminare nella sequela di Cristo verso il regno di Dio.

Un anziano disse: «Migliore di tutte le virtù è il discernimento». Fu chiesto a un anziano: «Qual è l’opera del monaco?». Rispose: «Il discernimento».

Io stesso nel 1975 dedicai al discernimento una prima riflessione, pubblicata dalla Federazione Italiana Esercizi Spirituali, e quattro anni dopo mi impegnai in uno studio più approfondito del tema. In seguito sono tornato sovente su tale argomento nelle catechesi monastiche rivolte alla mia comunità e si può dire che non ho mai tralasciato la meditazione su questo tema così decisivo.

Il discernimento è un dono tra i doni dello Spirito santo fatti al credente ma, in via preliminare, non si deve mai dimenticare che il dono per eccellenza, la cosa buona tra le cose buone (cf. Lc 11,13), è lo Spirito santo stesso. Non si confondano dunque i doni con il Dono e si faccia discernimento, si riconosca che in verità lo Spirito è «il dono settiforme» (inno Veni Creator Spiritus), la fonte di tutti i doni. Chiarito questo primum essenziale, occorre chiedersi: come si può definire il discernimento?

Quanto all’etimologia, “discernimento ” deriva dal verbo latino discernere, composto di cernere (vedere chiaro, distinguere) preceduto da dis (tra): dunque, discernere significa “vedere chiaro tra”, osservare con molta attenzione, scegliere separando. Il discernimento è un’operazione, un processo di conoscenza, che si attua attraverso un’osservazione vigilante e una sperimentazione attenta, al fine di orientarci nella nostra vita, sempre segnata dai limiti e dalla non conoscenza.

Come tale, è un’operazione che compete a ogni uomo e a ogni donna per vivere con consapevolezza, per essere responsabile, per esercitare la coscienza. Quando sperimentiamo la fatica della scelta, il dubbio, l’incertezza, oppure cerchiamo un orientamento nella vita quotidiana o nelle grandi decisioni da prendere, noi dobbiamo fare discernimento.

Nel cristiano, poi, radicandosi su questa dimensione prettamente umana, il discernimento si manifesta come sinergia tra il proprio spirito e lo Spirito santo, il Soffio della vita interiore spirituale e della vita comunitaria cristiana: «lo Spirito attesta al nostro spirito» (Rm 8,16)... Il discernimento cristiano non è riducibile a un metodo e a una tecnica di introspezione, di maggiore conoscenza di se, ma è un itinerario che richiede l’intervento di un dono dello Spirito, di un’azione della grazia. Si, ascoltare lo Spirito, ascoltare la voce di Dio che parla nel cuore umano, nella creazione e negli eventi della storia, richiede di riconoscere innanzitutto questa voce tra tante voci, nella consapevolezza che la voce di Dio non si impone, non comanda, ma suggerisce e propone, anche con un sottile silenzio (cf. 1Re 19,12).

All’interno della grande tradizione cristiana, una definizione del discernimento molto chiara e sintetica e, nel contempo, articolata, è quella di Giovanni Climaco (metto in evidenza i termini greci, che ci torneranno utili nel prosieguo): Il discernimento (diakrisis), nei principianti, è una sovraconoscenza (epignosis) autentica di se stessi; in coloro che sono a meta del cammino, è un senso spirituale che distingue (verbo diakrino) infallibilmente il bene autentico da quello naturale e dal suo contrario; nelle persone spiritualmente mature, è una scienza infusa per divina illuminazione, che è in grado di illuminare con il proprio lume anche ciò che negli altri rimane coperto dalle tenebre. Forse, più in generale, si definisce ed è discernimento (diakrisis) la comprensione sicura della volontà di Dio in ogni tempo, luogo e circostanza, che è presente solo in chi e puro nel cuore, nel corpo e nella parola... Il discernimento (diakrisis) è una coscienza immacolata e una sensibilità pura... Chi possiede il dono del discernimento (diakritikos) fa ritrovare la salute e distrugge la malattia.

E il teologo Giuseppe Angelini fa eco: Il discernimento può essere definito, in primissima approssimazione, come la qualità dell’animo che consente di riconoscere in ogni circostanza quello che conviene fare; e consente, prima ancora, di scorgere in ogni circostanza che conviene fare qualcosa, che si può e si deve prendere una decisione, che insomma le diverse situazioni in cui ci veniamo via via a trovare ci riguardano, ci interpellano, ci invitano a prendere parte, non ci respingono invece nella situazione troppo comoda (ma anche, sotto altro profilo, troppo scomoda) di coloro che sono sempre e soltanto spettatori.

 

Proseguendo il ragionamento di questi due autori, possiamo definire il discernimento come quel processo che ogni essere umano deve compiere nel duro mestiere di vivere, nelle diverse situazioni con cui si trova a confrontarsi, per fare una scelta, prendere una decisione, esprimere qui e ora un giudizio con consapevolezza. Il discernimento riguarda veramente ogni essere umano, nel suo specifico hic et nunc, ed è essenziale a ogni cristiano per vedere, conoscere, sentire, giudicare e operare in conformità alla parola di Dio.


L’urgenza della gioia

 

Enzo Bianchi

 

 

La santità deve essere cercata nella vita quotidiana, non ispirata a modelli ideali, astratti, sovraumani e raccontata come perfezione raggiunta. Ognuno ha una propria strada per la santità, strada tracciata dal Signore e che può essere percorsa anche in mezzo a imperfezioni e cadute, ma strada illuminata e fatta percorrere dalla grazia del Signore…

Papa Francesco ha donato alla chiesa universale un’esortazione apostolica, la terza dopo Evangelii gaudium (2013) e Amoris lætitia (2016), sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo. Questa esortazione porta significativamente il titolo Gaudete et exsultate, dunque è un invito alla gioia e all’esultanza rivolto a tutti i cristiani. Anche solo in questo titolo risuona un’urgenza evangelica alla quale Papa Francesco è molto attento, perché la ritiene decisiva nella vita dei discepoli di Gesù: l’urgenza della gioia, che è gioia del Vangelo, letizia dell’amore, esperienza gioiosa della comunione con il Signore Gesù.

Conosciamo i rimproveri rivolti a noi cristiani in particolare da Friedrich Nietzsche all’inizio del secolo scorso, sul nostro volto che sovente appare triste, stanco, depresso, astenico e addirittura cinico. Siamo schiacciati dal peso dei precetti, in profonda contraddizione con il messaggio del Vangelo che è “buona notizia”, annuncio che dovrebbe destare gioia ed esultanza: la gioia che nasce da un incontro che dà senso all’esistenza; la gioia della scoperta di un tesoro incalcolabile; la gioia della liberazione, della pienezza di vita che il Signore offre a chi accoglie il suo amore, che mai deve essere meritato. I cristiani dimenticano purtroppo che la gioia è un comando apostolico, rivolto da Paolo alla chiesa: «Rallegratevi sempre nel Signore, ve lo ripeto: rallegratevi!» (Filippesi 4, 4).

Dimenticano che la gioia è un esercizio da compiersi nella lotta contro l’accidia, contro la tristezza mondana; che la gioia è una confessio laudis che canta l’azione di Dio in noi e nella storia; che la gioia è il dono del Risorto che niente e nessuno può rubare (cfr. Giovanni 15, 11; 16, 20-22). È significativo che già Paolo VI aveva avuto l’audacia di scrivere un’esortazione apostolica intitolata Gaudete in Domino (1975), chiedendo ai cristiani che la loro vita fosse capace di mostrare la gioia della fede, della speranza e dell’amore che abitano nei loro cuori.

Francesco sottolinea dunque che la via della santità deve innanzitutto essere contrassegnata dalla gioia, quella gioia «frutto dello Spirito» (Galati 5, 22), che è stata manifestata dai santi nella loro vita ed è stata buona notizia per i loro fratelli e le loro sorelle. Sì, noi discepoli e discepole di Gesù sulle vie del mondo siamo circondati da una moltitudine di testimoni (cfr. Ebrei 12, 1), non siamo soli, ma siamo immersi in una comunione di vita, di sentimenti e di preghiera che ci rende amici di Dio, insieme.

All’interno di questa visione della grande nuvola di testimoni, Papa Francesco ricorda che la chiamata alla santità è rivolta a tutti i cristiani e che, certi di questa chiamata universale, dovremmo essere capaci di fare discernimento dei «santi della porta accanto», che magari incontriamo sullo stesso pianerottolo, sul lavoro o per le strade: santi quotidiani, uomini e donne che, nella semplicità di una vita che non appare e non si impone, tuttavia hanno dei tratti in comunione con Gesù e sono, pur con tutti i limiti e le debolezze umane, conformi a lui, fino a essere con la loro vita un riflesso della presenza di Dio in mezzo a noi. Anonimi, sconosciuti per la gente, ignorati dai poteri di questo mondo, sono veri discepoli di Gesù, alla sua sequela.

Per secoli la chiesa ha proclamato santi dei papi, vescovi, presbiteri, monaci e religiosi, ma molti di più sono stati santi: semplici cristiani, padri e madri che hanno conosciuto il duro mestiere di vivere, hanno vissuto fedelmente l’amore, hanno saputo accogliere il frutto del loro amore, i figli, e li hanno fatti crescere con cura e sollecitudine; poveri che hanno dovuto lavorare per sfamare le loro famiglie; oppressi che non avevano voce ma non si sono piegati all’ingiustizia e al potere della violenza; malati e ultimi che hanno conosciuto soprattutto fatica e sofferenza… Nell’ultimo secolo si è avvertita nella chiesa questa sete di santità “ordinaria” e un’intera stagione di letteratura cattolica, in particolare in Francia (Malègue, Mauriac, Bernanos, Green), ha cercato di renderla eloquente nella narrazione di vite di semplici cristiani: santità reale, vissuta in modo ordinario, eroica nella perseveranza e nell’umiltà, non in azioni straordinarie.

I santi - dicevano i padri del deserto - non sono quelli che fanno miracoli o risuscitano i morti, ma quelli che si riconoscono peccatori e mendicano da Dio la sua misericordia, cercando di vivere nella carità. C’è un episodio nella tradizione dei padri del deserto che ben illustra la santità indicata da Francesco. Si narra che Antonio, il padre dei monaci, dopo decenni di ascesi e di lotta spirituale ebbe una visione. Un giorno abba Antonio pregava nella sua cella e gli giunse una voce che disse: «Antonio, non sei ancora giunto alla misura di quel ciabattino di Alessandria». L’anziano si alzò di buon mattino, prese il suo bastone di palma e andò a trovare il ciabattino. Entrò, lo abbracciò, sedette accanto a lui e gli disse: «Fratello, dimmi quello che fai». Ed egli rispose: «Non so che cosa faccio di buono, abba. Semplicemente, al mattino, quando mi alzo e mi metto al lavoro, mi dico che tutti gli abitanti di questa città, dal più piccolo al più grande, entreranno nel Regno a motivo delle loro opere di giustizia, io solo riceverò il castigo per i miei peccati. E di nuovo, la sera, prima di addormentarmi, mi ripeto la stessa cosa». A queste parole l’anziano disse: «In verità, come un buon orafo che sta seduto a lavorare in pace a casa sua, tu hai ereditato il regno dei cieli; io invece, che non ho discernimento, anche se dimoro sempre nel deserto, non ti ho raggiunto» (Detti dei padri del deserto, Serie anonima, Nau 490).

Ecco la «santità della porta accanto», la santità possibile a tutti coloro che non rifiutano la grazia del Signore, sempre preveniente e immeritata. Questa santità, come quella di chi spende la vita per gli altri o perde la vita a causa della sua fede in Cristo, travalica certamente i confini della chiesa: è ecumenismo del sangue di quanti, pur all’interno di confessioni diverse, diventano martiri a causa di Cristo; è testimonianza di gratuità e di umanità data a tutti anche da parte di chi non è cristiano ma ha dedicato l’intera sua vita al bene comune e al servizio dell’altro. Questa santità è vissuta su tante vie differenti, perché «la vita divina si comunica ad alcuni in un modo e ad altri in un altro» (n. 11); perché, se la chiamata alla santità è rivolta a tutti, a ciascuno Dio fa un dono particolare e a ciascuno compete “la sua strada”, “il suo cammino” verso il Regno: non isolato, mai senza gli altri, ma facendo obbedienza al proprio corpo, alla propria storia, alla propria collocazione nel mondo e nella chiesa, alla propria coscienza. Sempre nei cristiani opera la grazia battesimale, ma mai nell’omologazione, mai esigendo un’imitazione, ma chiedendo solo la sequela del Signore Gesù ovunque egli vada (cfr. Apocalisse 14, 4), in modo da essere immersi nella sua morte per risorgere con lui a vita nuova (cfr. Romani 6, 4; Colossesi 2, 12), nella santità che Dio dona ai suoi figli.

Chiamata alla santità - si faccia attenzione - non significa appiattimento, vita nella tiepidezza, ma chiamata alla carità, all’amore pienamente vissuto: e per l’amore non c’è misura! A questo proposito Papa Francesco può essere mal interpretato, perché la sua visione umanissima del santo non corrisponde a canoni presenti nella tradizione o ai modelli classici dell’agiografia e della devozione. In verità Francesco non privilegia nessuna via di santità, ma chiede con forza di riconoscerla anche in vite che non emergono, non si impongono e non sembrano avere nulla di straordinario o di eroico. Da parte di chi ancora crede che vi siano vie istituzionali o corsie privilegiate contraddistinte da perfetta carità - come si diceva della vita religiosa - questa visione della santità può non essere compresa nella sua verità: quella che riconosce che i santi sono tutti peccatori, che non ci sono persone perfette, superuomini, e che Dio può riempire della sua grazia il peccatore pentito più dell’osservante fiero di se stesso. I santi non sono l’aristocrazia dello spirito, ma le “moltitudini” per le quali Gesù ha sparso il suo sangue, che hanno risposto all’amore di Dio credendo e vivendo l’amore!

La santità deve essere cercata nella vita quotidiana, non ispirata a modelli ideali, astratti, sovraumani e raccontata come perfezione raggiunta. Ognuno ha una propria strada per la santità, strada tracciata dal Signore e che può essere percorsa anche in mezzo a imperfezioni e cadute, ma strada illuminata e fatta percorrere dalla grazia del Signore.

Lo aveva ben capito il giovane Angelo Roncalli, poi diventato papa Giovanni XXIII, quando nel suo Giornale dell’anima scriveva il 16 gennaio 1903, a 22 anni: «A forza di toccarlo con mano mi sono convinto di una cosa: come cioè sia falso il concetto che della santità applicata a me stesso io mi sono formato. Nelle mie singole azioni, nelle piccole mancanze subito avvertite, richiamavo alla mente l’immagine di qualche santo cui mi proponevo d’imitare in tutte le cose minute, come un pittore copia esattamente un quadro di Raffaello (…) Avveniva però che io non arrivavo mai a raggiungere quanto mi ero immaginato di poter fare e m’inquietavo (…) Io non sono san Luigi, né devo santificarmi proprio come ha fatto lui, ma come lo comporta il mio essere diverso, il mio carattere, le mie differenti condizioni». E Francesco riecheggia queste parole affermando: «Dio non vuole per tutte le anime una stessa e uguale perfezione!».

In ogni via di santità ciò che è determinante è l’amore per gli altri, l’amore del prossimo, la carità che uno vive verso il fratello che vede e non quella che vanta di vivere verso Dio che non vede (cfr. 1 Giovanni 4, 20). La vita del cristiano deve conoscere ed esercitare il silenzio e la contemplazione, ma non come esenzione dalla fatica di vivere, non come fuga dai fratelli e dalle sorelle, non come rifugio in una gnosi spiritualistica, non come privilegio rispetto alla condizione dei poveri e della gente che vive lavorando e faticando. Dobbiamo porci seriamente una domanda: «Una certa vita, definita contemplativa e dichiarata meritoria, non è stata a volte un’evasione dalla storia e dalla condizione umana?». La spiritualità cristiana - e questo oggi va affermato con forza - non può avere come obiettivo ultimo la pace interiore, tanto meno il ben-essere con se stessi, ma l’amore verso gli altri, la carità vissuta quotidianamente e concretamente.

Quando il pontefice, nel secondo capitolo dell’esortazione, mette in guardia dai rischi dello gnosticismo e del pelagianesimo, chiede soprattutto di aderire al realismo cristiano del Vangelo e non a canoni di spiritualità che comunque devono sottostare al giudizio del Vangelo stesso. Non la conoscenza intellettuale o spiritualistica salva, e neppure il confidare nella propria volontà, nelle proprie opere, nell’adempimento puntuale di leggi, precetti e metodi indicati dalle molte spiritualità: solo l’amore di Dio salva! Sicché, «anche qualora l’esistenza di qualcuno sia stata un disastro, anche quando lo vediamo distrutto dai vizi o dall’alienazione del peccato, dobbiamo ritenere che Dio è presente nella sua vita» (n. 42). Sì, perché la grazia, amore gratuito di Dio, Spirito che rimette i peccati, opera sempre, anche in modi che noi non conosciamo e fuori dei confini che noi tracciamo. In verità - come afferma sant’Agostino - Dio invita ogni persona a fare quello che può e a chiedere quello che non può (cfr. n. 49) sulla via della sequela del Signore. La salvezza, infatti, viene solo dal Signore, e ogni essere umano, ogni cristiano «riconosce di essere privo della vera giustizia e di aspettare la giustificazione, attraverso la fede, solo da Cristo» (n. 52).

Questo il messaggio più nuovo dell’esortazione apostolica sulla chiamata alla santità, che tuttavia è affermazione del messaggio eterno del Vangelo: «Chi ama l’altro ha adempiuto la Legge» (Romani 13, 8) e «tutta la Legge trova la sua pienezza in un solo precetto: “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Levitico 19, 18)» (Galati 5, 14).

Al centro dell’esortazione, nel capitolo terzo, il papa delinea il volto di Gesù, il volto del primo destinatario delle beatitudini, perché è proprio lui che le ha vissute pienamente, traendo da questa esperienza l’autorevolezza, l’exousía nel proclamarle. Per Francesco le beatitudini sono illustrazione della santità cristiana (cfr. n. 63), sono proclamazione della felicità, della beatitudine che il discepolo di Gesù conosce vivendole e mostrando così i tratti della santità.

Il pontefice commenta le otto beatitudini nella versione di Matteo (cfr. Matteo 5, 3-12). Le sue parole non vogliono essere le ultime e neppure la sola interpretazione di questo testo che in ogni secolo ha ispirato commenti, dai padri della chiesa ai commentatori dei nostri giorni. In questa illustrazione delle beatitudini si sente la sua spiritualità ignaziana, e non poteva essere diversamente. D’altronde, questa esortazione è il frutto di tutta la sua vita spirituale, vissuta in un tempo preciso, ispirata a una spiritualità precisa e in una terra che è la sua. Noi cogliamo dunque nelle sue parole una traccia di lettura delle beatitudini tra le tante percorse, testimoniate e messe per iscritto da numerosi altri testimoni di Cristo.

Al papa non interessa che si leggano le beatitudini solo nella sua ottica, ma piuttosto che non si dimentichi questo annuncio così decisivo e riassuntivo dei tratti richiesti dalla sequela di Gesù. È significativo che al discorso della montagna venga accostato il discorso del Signore sul giudizio universale (cfr. Matteo 25, 31-46), in cui la salvezza è decisa dal comportamento tenuto dal cristiano nella storia, di fronte al fratello e alla sorella nel bisogno. Proprio nell’affamato, nell’assetato, nello straniero, in chi è nudo, nel malato e nel prigioniero Cristo va cercato, contemplato, amato e servito. Il cristiano è chiamato a leggere le pagine delle beatitudini e del giudizio accogliendole sine glossa, senza edulcorarle, ma ritenendole illustrazione della necessaria misericordia da vivere e praticare come «il cuore pulsante del Vangelo» (n. 97).

La santità cristiana non è un’impresa personale da vivere e portare a pienezza solo davanti a Dio, ma è santità che nella pratica della fraternità umana scopre e confessa la paternità di Dio. Mai senza gli altri è possibile un cammino verso Dio; mai senza gli altri è possibile la comunione con Cristo; mai senza gli altri si può essere mossi dallo Spirito santo. Anzi, proprio l’amore verso il prossimo può testimoniare la presenza dell’amore per Dio, perché amare Dio significa assolutamente compiere il suo comandamento, che è l’amore del prossimo. Un santo che non conosca i poveri, che non si senta solidale con gli ultimi, che non viva la compassione con i sofferenti, è una menzogna (psèudos) di santità. Potrà essere un uomo ascetico, un osservante di pratiche religiose e spirituali, ma non sarà un discepolo di Gesù, dunque non sarà un cristiano.

Lo sappiamo: i poveri non sono belli, gli stranieri ci possono fare paura e ci complicano la vita, i malati spesso sono insistenti e pretenziosi, disturbando così la nostra quotidianità, ma questi sono «la carne di Cristo», sono il suo primo sacramento nel mondo. L’ideale di santità cristiana non ignora l’ingiustizia che è nel mondo, non passa oltre le vittime del potere e della violenza, non rivendica un’oasi di pace e di esenzione dal duro mestiere di vivere, ma sa discernere il povero e il bisognoso (cfr. Salmi 40 [41], 2 secondo la Settanta), sa prendersene cura, sa assumere la loro difesa e la responsabilità della liberazione dalle loro oppressioni. Questo è il culto gradito al Dio di Gesù, perché egli non vuole offerte e sacrifici ma vuole che la nostra vita sia spesa e offerta per gli altri (cfr. Romani 12, 1), vuole la misericordia e il discernimento della sua presenza nei nostri fratelli e sorelle (cfr. Osea 6, 6).

Dopo questa illustrazione della centralità del messaggio delle beatitudini e della memoria del giudizio di Dio sul nostro operare nella storia, nel capitolo quarto papa Francesco indica alcune caratteristiche della santità nel mondo di oggi. Egli mette a fuoco cinque manifestazioni dell’amore cristiano, per richiamare i credenti in Gesù Cristo a quelle che paiono urgenze avvertite soprattutto oggi. Di questo capitolo bisogna sottolineare innanzitutto l’appello alla fede, la fede salda che certo è un dono di Dio ma va sempre chiesto, custodito e rinnovato nella vita cristiana. Chi ha fede (pìstis), adesione al Signore, può diventare affidabile (pistós) davanti agli altri e così testimoniare la fedeltà di Dio che non viene mai meno.

Un’altra urgenza indicata - come già si diceva all’inizio - è quella della gioia: il pontefice parla addirittura dell’importanza del senso dell’umorismo, perché «essere cristiani è “gioia nello Spirito santo” (Romani 14, 17)» (n. 122), perché la gioia narra la prossimità fedele di Dio, il suo amore, il suo compiere sempre meraviglie nella vita di ciascuno e nella storia dell’umanità. Certo, non si tratta della gioia mondana, individualista e senza gli altri, ma della gioia della comunione (cfr. n. 128).

Non poteva poi mancare l’urgenza della parrhesìa che tanto sta a cuore a Francesco: parrhesìa come non avere paura, dunque audacia della fede; parresìa come libertà vissuta per non cadere sotto il peso della Legge; parresìa come convinzione salda che vince ogni mancanza di fervore, ogni esitazione e ogni paralisi nei confronti delle cose nuove che Dio ci prepara e ci offre (cfr. Isaia 43, 19). La parresìa è la vittoria sulla sindrome di Giona, il profeta tentato da paura, sfiducia e gelosia per la propria identità, esitante nell’accogliere la misericordia di Dio e perciò incline a un ministero di condanna della povera umanità e delle creature tutte, delle quali Dio ha compassione.

Il papa insiste poi in modo particolare sull’urgenza di una santità comunitaria, cioè di un cammino comunitario da compiere sempre insieme, con gli altri e mai da soli. Va confessato che veniamo da secoli nei quali la spiritualità è stata spesso vissuta in modo individualistico, senza che si delineasse per il discepolo l’orizzonte comunitario. È significativo che il pontefice citi come esempi vicini a noi solo santi manifestati nel martirio in terre di missione, fino ai sette monaci trappisti dell’Atlante algerino. Eppure è la comunità, la koinonìa cristiana, il luogo in cui si sperimenta il Cristo risorto, si riceve il dono dello Spirito santo, Spirito di unità e di diversità riconciliate, si conosce la pratica essenziale del comandamento nuovo dato da Gesù ai suoi (cfr. Giovanni 13, 34; 15, 12) e indicato come unico segno della qualità cristiana dei suoi discepoli (cfr. Giovanni 13, 35).

La comunità familiare o religiosa non è un accidente nella vita cristiana: è la forma della sequela di Cristo, che volle vivere la sua vocazione in una vita comunitaria di uomini e donne discepole e che indicò la comunità familiare come narrazione dell’alleanza fedele di Dio con il suo popolo. Vivere in comunità richiede l’esercizio di un amore sincero, quotidiano, concreto, non ideale ma capace di accogliere le difficoltà, le tensioni, i conflitti e di superarli nella comunione che lo Spirito sempre edifica. No all’individualismo spirituale dunque, tentazione oggi tanto presente perché l’individualismo culturale dominante ispira purtroppo, nella spiritualità e in presunte vie di santità, atteggiamenti che non sono conformi alla koinonìa, alla comunione che è Dio stesso e che Gesù ha voluto narrarci e vivere in mezzo a noi.

Vi è infine l’urgenza della preghiera, cioè lo stare alla presenza di Dio, l’ascoltare la sua parola, il dare del tu al Signore per dirgli semplicemente “amen” e per invocare il suo Spirito santo e la sua misericordia. Senza la preghiera, eloquenza della fede (cfr. Giacomo 5, 15), la fede stessa non vive ma finisce per morire.

L’ultimo capitolo, quello sulle vie della santificazione, è dedicato a tre temi classici per la spiritualità cristiana, temi centrali già per i padri del deserto e da allora sempre rinnovati e riattualizzati. Innanzitutto la lotta spirituale, lotta contro le tentazioni del demonio. La vita è una lotta (cfr. Giobbe 7, 1) e la vita cristiana è lotta non contro la carne e il sangue ma contro le potenze idolatriche alienanti, che ci seducono e ci rendono schiavi (cfr. Efesini 6, 12). È una lotta il cui protagonista resta il Signore, che così possiamo invocare: «Nella mia lotta sii tu a lottare!» (Salmi 43, 1; 119, 154). È una lotta in cui si può sperimentare la gioia per la presenza del Signore che non ci abbandona alla tentazione ma la vince in noi e ci rende partecipi della sottomissione del demonio che egli fa arretrare. Il demonio è una potenza, il diavolo è il divisore, Satana è l’accusatore, è il principe di questo mondo, ma nella fede sappiamo che Gesù l’ha vinto per sempre. Il demonio è però ancora attivo e non dobbiamo credere nella sua presenza, perché la sperimentiamo nelle tentazioni, ma possiamo essere certi che il Signore Gesù lo vince sempre in noi e che la grazia ci libera dal suo potere tenebroso e alienante.

Questa lotta richiede la vigilanza. «Chi è il cristiano?», si chiedeva san Basilio (ritratto nell’icona). E rispondeva: «Colui che ha uno spirito vigilante». Sulla via della santità risuonano i ripetuti appelli di Gesù: «Vigilate, vegliate». Occorre restare svegli, non cedere all’intontimento spirituale, non abituarsi mai alle cadute, ma sempre accogliere la parola di Dio che impedisce al nostro cuore di diventare calloso, indurito, insensibile alla volontà del Signore e dunque preda della corruzione spirituale.

L’ultima urgenza della vita spirituale ma anche nella vita della chiesa oggi, come il papa spesso avverte e sottolinea, è il discernimento. Il discernimento è quell’operazione che viene dallo Spirito santo, il quale si innesta nel nostro spirito umano permettendoci di cogliere, giudicare e operare ciò che è secondo la volontà del Signore, dunque è il nostro bene, e ciò che invece contraddice la vita buona, bella e beata del cristiano. Il discernimento è un tema molto esplorato, fin da Origene e dai padri del deserto, quindi dai padri della chiesa indivisa e dalle tradizioni spirituali di oriente e di occidente. Sant’Ignazio di Loyola ne ha fatto un punto centrale del cammino spirituale vissuto e poi tracciato per i suoi discepoli e ne ha fornito un’interpretazione propria, che però non esaurisce la ricchezza della meditazione ecclesiale su questo tema. Certo, papa Francesco, da gesuita, si riferisce soprattutto a questa tradizione da lui ricevuta, ma non vuole che si dimentichi tutta la dottrina spirituale dei padri al riguardo, molto più variegata e ricca, che definisce il discernimento come la madre di tutte le virtù, il dono e l’esercizio decisivo per il cammino di sequela di Cristo verso il Regno.

In ogni caso, il discernimento è uno dei sette doni dello Spirito santo, essenziale nella vita spirituale cristiana, perché ci permette di ascoltare il Signore e non noi stessi né tantomeno le pulsioni che vengono dal demonio. Il discernimento ci permette di giudicare con lo sguardo di Dio ciò che è bene e ciò che è male, ci dà la possibilità di scorgere i segni dei tempi e dei luoghi, al fine di vivere oggi la sequela di Cristo nella compagnia degli uomini e nella comunione della chiesa.

 

Questi sono solo spunti, indicazioni offerte alla chiesa con nuovi accenti o con particolare insistenza. Ma l’esortazione va letta e rimeditata come un dono che ci fa capire che non “ci facciamo santi” ma che il Signore ci fa santi nella sua misericordia infinita, se noi accogliamo come dono gratuito il suo amore preveniente e mai da meritare.


Gesù, profeta perseguitato

 

 

 

 

IV domenica del tempo Ordinario

Lc 4,21-30

di ENZO BIANCHI

 

21In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

22Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». 23Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: «Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!»». 24Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. 25Anzi, in verità io vi dico: c'erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone. 27C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».

28All'udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. 29Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. 30Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

 

Il brano evangelico odierno è il seguito di quello di domenica scorsa (cf. Lc 4,14-21). Siamo sempre nella sinagoga di Nazaret, il villaggio dove Gesù è stato allevato e dove era tornato all’inizio della sua predicazione in Galilea. Partecipando al culto sinagogale in giorno di sabato, Gesù ha ascoltato la lettura della Torah e, invitato a leggere la seconda lettura tratta dal profeta Isaia (cf. Is 61,1-2), ha fatto un commento, un’omelia sintetizzata da Luca nelle parole: “Oggi si è realizzata questa Scrittura (ascoltata) nei vostri orecchi”.

 

Ed ecco la reazione dell’uditorio: “Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”. Con la sua omelia Gesù ha colpito l’uditorio, ha saputo destare l’interesse e la meraviglia perché le sue erano anche “parole di grazia” (lógoi tês cháritos). Come il Messia del salmo 45, Gesù è lodato perché “la grazia è sparsa sulle sue labbra” (v. 3). Potremmo dunque dire che la prima predicazione di Gesù al ritorno nel suo villaggio d’origine inizialmente è sembrata un successo, ha destato stupore, ma subito è parsa “segno di contraddizione” (Lc 2,34).

 

Infatti il racconto subisce una svolta improvvisa. Quelli che hanno appena approvato e “applaudito” Gesù, dicono: “Costui è il figlio di Giuseppe, il carpentiere che ben conosciamo come nostro concittadino. È un uomo, nient’altro che un semplice uomo ordinario, nulla di più!”. Le parole di Gesù hanno meravigliato quella gente: il messaggio che egli ha dato è buono – pensano gli abitanti di Nazaret – ma è il messaggio di un uomo ordinario, come lo si vedeva e lo si poteva descrivere conoscendo bene suo padre Giuseppe. L’entusiasmo e la meraviglia non conducono alla fede in Gesù, perché i presenti, per riconoscergli autorità, non si accontentano di parole: vogliono segni, miracoli che garantiscano la sua missione!

 

Gesù, conoscendo i pensieri del loro cuore (cf. Gv 2,24-25), passa all’attacco duro, frontale. Non evita il conflitto, non lo tace, ma anzi lo fa esplodere. “Certamente” – dice – “alla fine dei vostri ragionamenti vi verrà in mente un proverbio: ‘Medico, cura te stesso’. Ovvero, se vuoi avere autorità e non solo pronunciare parole, fa’ anche qui a Nazaret, tra quelli che conoscono la tua famiglia, ciò che hai fatto a Cafarnao!”. È una tentazione che Gesù sentirà più volte rivolta a sé: qui tra i suoi, più tardi a Gerusalemme (cf. Lc 11,16) e infine addirittura sulla croce (cf. Lc 23,35-39). È la domanda di segni, di azioni straordinarie, di miracoli: ma tutta la Scrittura ammonisce che proprio questo atteggiamento è il primo atteggiamento degli uomini religiosi che, tentando Dio, in realtà lo rifiutano. Sempre, come scrive Paolo, “gli uomini religiosi chiedono segni” (cf. 1Cor 1,22)… In verità a Cafarnao Gesù aveva compiuto azioni di liberazione da malattia e peccato, ma queste erano, appunto, soltanto “segni” per manifestare la sua volontà: la liberazione da tutti i mali, la liberazione per tutti, come Gesù ha appena letto nel profeta Isaia.

 

Di fronte a questo repentino cambiamento di umore dell’uditorio nei suoi confronti, dallo stupore all’indignazione, Gesù pronuncia alcune parole cariche di mitezza e, insieme, di rincrescimento, parole suggerite dalla sua assiduità alle Scritture, soprattutto ai profeti. Con un solenne “amen” emette una sentenza breve ma efficace, acuta come una freccia: “Nessun profeta è bene accetto nella sua patria, nella sua terra”. Gesù la pronuncia con rincrescimento per il rifiuto patito ma anche con una gioia interiore indicibile, perché proprio da quel rifiuto riceve una testimonianza. Lodandolo per le sue parole di grazia non gli davano testimonianza, ma paradossalmente ora, rigettandolo, sì: perché questo accade a chi è profeta, a chi porta sulla sua bocca una parola di Dio e la consegna a chi ascolta. Gesù dunque in quel momento riceve la testimonianza dello Spirito santo che sempre lo accompagna e che gli dice: “Tu sei veramente profeta, per questo conosci il rigetto!”. Sì, profeta a caro prezzo, e solo chi conosce il rifiuto per le sue parole – che possono essere cariche di grazia ma non vengono accolte per il mancato riconoscimento della sua autorevolezza (exousía) – conosce anche la mite e serena certezza di svolgere un servizio non in nome proprio, ma in nome del Signore; non per interesse personale, ma in obbedienza a una vocazione e a una missione vissute e sentite come più forti della propria disposizione interiore e dei propri desideri umani. Questo è l’atteggiamento degli uomini di Dio, dei profeti.

 

Qui va inoltre messa in risalto la tensione tra Nazaret, la patria, e Cafarnao, città straniera per Gesù, ma dove egli incontrerà proprio stranieri, non ebrei che hanno una fede da lui mai vista in Israele, all’interno del popolo di Dio (cf. Lc 7,9): è più facile per Gesù operare in spazi stranieri che in quelli propri del popolo di Dio. Egli sa bene che le Scritture attestano che questo rifiuto avvenne anche per i profeti Elia ed Eliseo, e lo dice. Fu una vedova straniera, di Sarepta di Sidone, ad accogliere il primo e a dargli cibo nel tempo della carestia e della fame (cf. 1Re 17,7-16). Quanto a Eliseo, egli guarì uno straniero, Naaman il siro (cf. 2Re 5), mentre non riuscì a purificare nessuno dei lebbrosi appartenenti al popolo eletto. Con queste parole Gesù, nella sua missione, fa cadere ogni frontiera, ogni muro di separazione: non c’è più una terra santa e una profana; non c’è più un popolo dell’alleanza e gli altri esclusi dall’alleanza. No, c’è un’offerta di salvezza rivolta da Dio a tutti. Anzi, il Dio di Gesù ama i pagani perché ha come nostalgia di loro, che durante i secoli sono rimasti lontani da lui. Gesù dunque li va a cercare, a incontrare e trova in loro una fede-fiducia che gli permettono quell’azione liberatrice per la quale era stato inviato da Dio.

 

Queste parole di Gesù, che attestano la fine dei privilegi di Israele e l’accoglienza delle genti, non potevano che aumentare il rigetto nei suoi confronti e scatenare ulteriormente la collera contro di lui: “si alzarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù”. È la violenza che non sopporta chi svela la sua fonte nel cuore umano… In tal modo Gesù fa una prima esperienza di ciò che gli accadrà quando verrà il tempo del suo ministero a Gerusalemme. Gesù è perseguitato per la collera di uomini religiosi che non accettano il volto di Dio predicato e rivelato da lui, un uomo non investito di autorità da parte delle istituzioni sacre: tentano di farlo fuori già all’inizio del suo ministero, già in Galilea, a casa sua.

 

 

Ma per Gesù non è ancora venuto il tempo della passione e così semplicemente, con coraggio e libertà, “passando in mezzo a loro, se ne andò”, in direzione di Cafarnao (cf. Lc 4,31). “Transiens per medium illorum ibat”, attesta la Vulgata. Gesù che “passa in mezzo”, che “passa facendo il bene” (cf. At 10,38), che passa causando entusiasmo ma anche rigetto. Ieri come oggi, “Gesù passa in mezzo e va”, ma noi non ce ne accorgiamo… Passa in mezzo alla sua chiesa ma va oltre la chiesa; come Elia, come Eliseo, va tra i pagani che Dio ama. A Luca è cara questa immagine: Gesù passa e va. E a Erode che glielo vorrebbe impedire, manda a dire: “Andate a dire a quella volpe – Gesù non nomina mai il nome di costui! –: Ecco, io scaccio demoni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno sarò alla fine. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente me ne vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme” (Lc 13,32-33). Fino a che giunga l’ora degli avversari, “il potere delle tenebre” (Lc 22,53), Gesù cammina, va, ma già ora è pronto! Nel quarto vangelo ciò che accade qui a Nazaret è sintetizzato nelle parole del prologo: “La Parola venne tra i suoi, e i suoi non l’hanno accolta” (Gv 1,11).


Nessun profeta è gradito

 

nella sua patria!

 

IV domenica del T.O. (C)

 

a cura di Franco Galeone *

 

Apollinare

La guarigione dell'ossesso nei mosaici di Sant'Apollinare, Ravenna

 

Nei giorni del re Giosia

 

1. Siamo nel 627 a.e.v. e Geremia forse ha solo 20 anni quando viene chiamato da Dio alla vocazione di profeta. Una missione difficile, perché deve annunciare un messaggio contrario alle attese dei suoi connazionali. Per questo la sua vita sarà tutta un susseguirsi di drammi dolorosi. Dio non lo illude, non gli promette una vita facile né felice. Sarà come un soldato braccato dai nemici, come una fortezza assediata ma quello che importa sono le parole finali del brano: Ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno. Io sono come te (v.9).

 

Vi mostrerò una via migliore di tutte

 

2. A Corinto c’erano dissensi e gelosie per superare le quali Paolo indica una via, la migliore di tutte: la carità. Il brano inizia con un elogio dell’amore (vv.1-3), dicendo che la carità è superiore a tutti gli altri doni e carismi. Dio è amore e la via che porta a lui è la carità. Nella seconda parte (vv.4-7) Paolo parla della carità quasi fosse una persona: la descrive con 15 verbi tutti molto espressivi. Nella terza parte (vv.8-13) la carità è confrontata con gli altri carismi: questi passeranno, dimenticati, come i giochi dell’infanzia, la carità invece non finirà mai. Va sottolineato che Corinto, sia ai tempi dei greci che dei romani, godeva la fama di essere un centro di piacere e di vizio; un proverbio greco consigliava di non andare nella godereccia Corinto, e alcuni vocaboli indicavano il basso livello morale della città: korinthia kòre=ragazza corinzia, prostituta, korintiasthes=lenone. Corinto era una città rinomata e voluttuosa, coagulo dei vizi dell’Oriente e dell’Occidente. Proprio in Corinto Paolo parla di amore e di carità!

 

Furono pieni di sdegno

 

3. Le difficoltà di questo brano sono numerose come anche le interpretazioni. Non si capisce perché gli abitanti di Nazaret passano dall’ammirazione al rifiuto. Se non ha detto nulla di provocante, perché lo vogliono linciare? Non è chiaro neppure perché cita due proverbi: Medico, cura te stesso e Nessun profeta è gradito nella sua patria. La richiesta degli abitanti di Nazaret (Quanto hai fatto altrove, fallo anche qui tra noi) sembra legittima, ma Gesù è di altro parere: esigere da lui un miracolo, significa voler imporre a Dio la nostra volontà. La fede che esige miracoli è una brutta fede. Vorremmo sapere infine come è sfuggito a tanta gente inferocita. Si è miracolosamente volatilizzato? Quando nella lettura del vangelo incontriamo particolari strani, bisogna rallegrarsi, sono segnali preziosi, che invitano ad andare oltre, ad approfondire.

 

Un giorno di vendetta

 

4. Gli evangelisti riferiscono che gli abitanti di Nazaret e gli stessi parenti non hanno creduto in Gesù (Mt 12,46; Mc 3,21; Lc 8,19; Gv 7,5). Quanto accade a Nazaret è un’ouverture di tutta la missione di Gesù. Il tentativo di linciaggio ha il suo parallelo nella scena della passione. L’espressione Medico, cura te stesso richiama lo scherno della crocifissione: Ha salvato gli altri. Salvi se stesso (Lc 23,35). Inizialmente il brano inizia molto bene: Tutti erano meravigliati (v.22). Evidentemente poi Gesù ha detto o fatto qualcosa di urtante, Che cosa? L’irritazione degli ascoltatori scoppia quando Gesù improvvisamente omette un versetto del libro di Isaia. Confrontiamo i due testi:

Isaia 61,1: Lo spirito del Signore Dio è su di me (…); mi ha mandato a promulgare l'anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio…

Luca 4,17: Lo spirito del Signore è su di me (…); mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore…

Un giorno di vendetta: ecco quello che tutti volevano sentire, dopo tante umiliazioni, e invece Gesù annuncia un anno santo, un giubileo di grazia. Ma non basta: nella seconda parte del vangelo (vv.25-27) Gesù aumenta la provocazione, facendo capire che Israele non è l’unico destinatario della salvezza. Già i paesani non avevano gradito la scelta di Gesù di lasciare Nazaret per trasferirsi a Cafarnao, una citta commerciale, piena di pagani, dov’era impossibile osservare la purità legale. E Gesù sfida la loro grettezza. Infine Gesù, passando in mezzo a loro se ne andò (v.30), non nel senso di una sparizione miracolosa, ma di un messaggio consolante: il credente, protetto da Dio, passerà anche lui indenne tra le persecuzioni.

 

Oggi!

 

5. Gesù viene rifiutato per quel semplice oggi. È scoccata l’ora di Dio, il tempo è arrivato, occorre decidersi: Il faut parier! È proprio quello che noi rifiutiamo, e che rimandiamo a domani. Più comodo accarezzare un Dio astratto, atemporale, aoristo, più difficile accorgersi che il regno di Dio è già qui, in mezzo a noi, ci interpella: sì o no, fuori o dentro, pro o contro. Avvertiamo che accettare il Vangelo non è un scossa superficiale ma un cortocircuito folgorante, un terremoto di magnitudo infinita, e comporta una cura radicale (S. Kierkegaard). L’incontro con Dio è sempre pericoloso; se ne accorsero Paolo, Francesco, Ignazio, Alfonso … e perciò noi allontaniamo l’oggi decisivo verso un imprecisato domani.

Attenzione alle abitudini!

 

6. Altro aspetto fastidioso del messaggio di Cristo è la sua scelta, la sua preferenza per quelli di fuori, i non ebrei, gli ultimi. Gesù, accanto a sé, tra i suoi, spesso incontra persone nate stanche che vivono per riposare, contenti di ruminare la sterile sapienza, vuote crisalidi, senza spirito e vita. Ogni religione, anche la più vera, corre il rischio di degenerare nel formalismo; corriamo il rischio di ritrovarci più increduli di chi non ha mai creduto, perché chi non ha può ricevere, ma chi presume di avere non è aperto alla novità. Non vorrei esagerare, ma vi è il pericolo che proprio la religione impedisca di essere religiosi, che possiamo trascorrere una vita intera in una religiosità da scenario, in una cristianità senza cristianesimo. Attenzione ai professionisti! In religione non ci sono professionisti ma solo amanti che si lasciano amare da Dio. Cristo ha trovato fede in uomini e donne perduti, persone semplici e lontane; le maggiori opposizioni le ha trovate tra i professionisti della religione, tra i dottori della legge, tra i burocrati del sacro, insomma tra i suoi. Questo pensiero non può lasciare tranquilli. Santa inquietudine! C’è dunque il rischio di essere lontani da Cristo anche in una casa religiosa, in mezzo a pratiche religiose, da mattutino a compieta.

 

Nessun profeta è gradito nella sua patria!

 

7. Quante volte, davanti alla incomprensione degli altri, abbiamo ripetuto questa celebre espressione, con rabbia repressa, con altezzosità contro i meschini che non ci comprendono. Noi italiani: un popolo di incompresi e di sprizza-cervelli, incompresi dai parenti, dai professori, dagli amici, dal parroco … e assumiamo l’aria di perseguitati, ci mettiamo all’ombra di Gesù, pretendiamo addirittura di somigliargli. Troppo facile! Gesù non fa l’incompreso o la vittima (Nessuno mi comprende!) né l’arrogante (Non sapete chi sono io!); non si ritira come Achille nella tenda. Non mettiamoci nei panni dell’incompreso ma in quelli dei nazaretani, che tanto ci somigliano, che credono fino ad un certo punto, che mettono le condizioni per credere: Se fa i miracoli qui, in casa nostra, sotto i nostri occhi, allora crederemo. Ecco caduta la maschera. Anche noi, come loro, dettiamo le condizioni per credere: se mi guarisce il figlio, se cambia la testa al mio parroco, se vinco quel concorso … allora crederò. Questo non è credere ma usare Dio, non è servire Dio ma servirsi di Dio.

 

Essere contro ma per amore

 

8. Gesù, pur non uscendo dai confini di Israele, viveva fuori: era dentro la storia del suo popolo, che amava fino al pianto, ma portò nei confini del suo popolo l’universale paternità del Padre. Anche noi: non dobbiamo uscire, non dobbiamo abbandonare il nostro posto, la rivoluzione va fatta all’interno, a partire dalla nostra vita. La differenza tra Martin Lutero e Francesco è questa: Lutero si è messo contro il papa, ha preteso la conversione degli altri, ha spaccato in due l’Europa; Francesco ha convertito se stesso, e sua dura intenzione ad Innocenzo aperse / e da lui ebbe primo sigillo a sua religione. Se nel posto in cui viviamo, portiamo l’universo, noi annunciamo l’amore universale del Padre, noi ripetiamo lo stesso annuncio di Gesù a Nazaret. Finché i nazareni potevano dire: Gesù, che fa miracoli e trascina le folle, è nostro, egli era gradito ai suoi compaesani. Ma tutto cambia quando Gesù dice che nessuno è profeta in casa sua, perché nella sua casa il profeta non esalta i grandi destini della patria, ma ricorda alla gente per bene di dentro che fuori del nostro piccolo perimetro persone davvero “per bene” fanno da cariatidi alla nostra opulenza! Vivere la fede nella dimensione della carità, significa rovesciare presunzioni consolidate, diventare maestri del sospetto, estranei in casa propria, purché il regno di Dio si allarghi, e nessuno si senta estraneo o emarginato. Il vero profeta corre il rischio di essere lapidato dai tutori dell’ordine, dagli specialisti di Dio. Una fede vissuta nella carità è profetica, certo, ma esige che ogni giorno si prenda la croce. Come Gesù!

Buona vita!

 

 

* Gruppo biblico ebraico-cristiano


 

 

 

“DIO È PADRE E MADRE DI TUTTI, ANCHE DEI DELINQUENTI”. COSA VUOL DIRE IL PAPA?

 

Don Antonio Mazzi

 

Il Pontefice ha spiazzato tutti affermando tra l’altro che non bisogna dimenticare “che il Padre ha l’animo di una madre”

Non sono un teologo e quindi mi sento felice e libero, senza voler fare subito salti troppo alti, di poter sintetizzare l’intera pastorale di questo Papa in poche parole che metto nella sua bocca: “Sono qui per dirvi che Dio non solo è Padre, ma è anche “Papà”.

Tutti abbiamo capito che il Padre Nostro è la preghiera che predilige e che, appena può, ai genitori, ai bambini, ai preti, ai fedeli, presenta il Dio della bontà, della misericordia, del perdono, dell’accoglienza. Potremmo citare all’infinito frasi e gesti che comprovano questa sua interiorità.

“Noi continuiamo a dire Padre ma diciamolo come se nel cuore dicessimo Papà, Babbo. Difatti l’aramaico Abbà ci porta più vicini al concetto di Papà che a quello di Padre.

Un altro concetto travolgente, molto più suo che di altri Pontefici, è l’abbinamento della paternità alla maternità di Dio. “Non dimenticate mai di dire che il Padre ha l’animo di una madre”.

E l’entusiasmo e la convinzione con cui parla dell’amore di Dio. “Dio ti cerca, anche se tu non lo cerchi, Dio ti ama anche se tu ti sei dimenticato di Lui”. E sempre a braccio: “Forse qualcuno ha dentro di sé cose brutte, cose che non sa come risolvere, tanta amarezza per aver fatto questo o quest’altro”. A chi dice: “Io sono un delinquente”, Lui risponde: “Dio conosce solo l’amore”.

La catechesi di Francesco sul Padre Nostro è sconvolgente, perché include la parabola del figlio prodigo, le parole sulla croce al buon ladrone, il perdono senza limiti.

 

 

 

Don Antonio Mazzi


Siamo gli ultimi cristiani?

 

Enzo Bianchi

 

 

Jesus - Bisaccia del mendicante - Gennaio 2019

 

Jean-Marie Tillard, grande teologo dal soffio ecumenico, e per me maestro e amico, negli ultimi anni di vita domandava spesso: “Siamo gli ultimi cristiani?”. Era un discepolo di Gesù, non colto da pessimismo o da amarezza, ma quella domanda gli sorgeva spontanea; ed era spinto a porla e a porsela non dalle statistiche che rivelavano la diminuzione del numero dei cristiani nel nostro occidente, ma constatando il venir meno della passione, della convinzione da parte di molti battezzati che pur continuavano a dirsi cristiani e magari confessavano un’appartenenza alla chiesa.

 

Ormai anziano, sono anch’io tentato di pormi questa domanda, e per l’evidenza delle stesse ragioni. Raramente, infatti, trovo cristiani che nutrono una passione per Gesù Cristo, per il Vangelo, e sono davvero convinti non solo che Gesù possa essere una risposta alle loro domande di senso della vita, ma sia la loro vita, il loro futuro. È vero, oggi si può constatare tra i cristiani una ricerca di vita spirituale o interiore molto intensa, forse più intensa di ieri. Ma sovente si tratta di una spiritualità che si nutre di una certa credenza in Dio, di una ricerca di benessere interiore, e attende non il Regno che viene, non Gesù Cristo, ma un insegnamento etico per vivere meglio, una didascalia antropologica che consenta di trovare pace, armonia in sé e con gli altri.

 

Così il messaggio di Gesù è svuotato e ridotto a una spiritualità raffinata ma senza la grazia, a una via di auto-salvezza. Chi cita ancora la parola di Gesù: “Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà” (Mc 8,35)? Proprio per questo viene a mancare la passione, che è un’esperienza più che un sentimento, un’esperienza in grado di destare vita nella nostra vita. Se c’è questa passione, allora ci sarà anche la gioia di essere cristiani, di poter vivere insieme a Gesù Cristo, di poterci sentire fratelli e sorelle nella comunità dei discepoli del Signore.

 

L’esperienza cristiana è molto più del vivere una spiritualità che, come vita interiore, tutti gli esseri umani possono fare. Sono numerosi oggi quelli che sembrano abbagliati dall’attenzione di molti battezzati alla “spiritualità”; ma se poi si indaga a fondo, si scopre che costoro non sono impegnati in una “vita spirituale”, cioè animata dallo Spirito santo, dunque vita in Cristo, ma piuttosto in cammini di interiorità scaturiti dalle diverse sapienze umane. Purtroppo anche tanti autori, vere star della spiritualità che si dicono cattolici, in realtà insegnano solo un’etica terapeutica. La fede cristiana non può essere ridotta a una via per “diventare personalmente migliori”, ma deve restare una comunicazione di vita, una grazia che giustifica l’esistenza di ciascuno e la rende gioiosa. La gioia del Vangelo è gioia della fede!

 

Benedetto XVI ha ricordato con forza che “all’inizio dell'essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì un evento, l’incontro con una persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò un orientamento definitivo” (Enciclica Deus caritas est 1, 25 dicembre 2005). Nell’incontro con Gesù Cristo si è generati come amanti, come persona la cui passione è veramente amare più lui che il padre, la madre e persino la propria vita (cf. Lc 14,26; Mt 10,37), è veramente conoscere la profondità e l’ampiezza dell’amore. E si faccia attenzione: non mi riferisco a un amore mistico, semplicemente di desiderio, ma all’amore che conosce la gratuità dell’amore di Dio, sempre preveniente e mai da meritarsi.

 

Allora pregare è una festa, celebrare la liturgia è una festa, leggere le scritture ascoltando la parola è una festa, una beatitudine. Siamo dunque gli ultimi cristiani? Dobbiamo rassegnarci a vivere in comunità dove manca il fuoco, quel fuoco che Gesù volle portare sulla terra e desiderò tanto vedere ardere (cf. Lc 12,49)? Siamo stati incapaci di trasmettere quella passione che rende la fede contagiosa? A volte mi dico che la durezza di cuore è meglio della tiepidezza… In ogni caso, credo che queste domande e soprattutto questa ricerca di un’intensa passione per Cristo non possano essere evase o tralasciate con sufficienza


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

27 gennaio 2019

 

III domenica del tempo Ordinario

Lc 1,1-4; 4,14-21

di ENZO BIANCHI

 

1 Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, 2come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, 3così anch'io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, 4in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto. 4in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.

 

Nel dare forma alla buona notizia, il Vangelo, attraverso il racconto, Luca ha la consapevolezza di una propria responsabilità davanti a Dio e agli uomini. Davanti a Dio deve essere un “servo della Parola”, capace di tenere conto di altri scrittori precedenti a lui e più autorevoli di lui: “i testimoni oculari”, quelli che hanno vissuto nell’intimità e nella vita pubblica con Gesù (cf. At 1,21-22); davanti agli uomini sente il dovere di rispondere a quei primi cristiani della sua comunità, dando loro una parola come cibo capace di nutrire e confermare la loro fede. Per questo ha composto quello che chiamiamo il terzo vangelo, attingendo con cura alla tradizione apostolica ma nello stesso tempo scrivendo con le sue capacità e la sua sensibilità a dei cristiani di lingua greca negli anni 70-80 della nostra era. Il Vangelo è un canto a quattro voci, quattro racconti, quattro memorie: ma il canto polifonico resta un solo canto, e uno solo è il Vangelo fatto carne, uomo (cf. Gv 1,14), Gesù di Nazaret.

 

Luca è molto attento a testimoniare la presenza dello Spirito di Dio in Gesù. Gesù – che è la Parola di Dio (cf. Gv 1,1) – e lo Spirito santo sono “compagni inseparabili” (Basilio di Cesarea), dunque dove Gesù parla e agisce là c’è anche lo Spirito. Nei capitoli precedenti del vangelo, quelli riguardanti la venuta nel mondo del Figlio di Dio, Luca ha mostrato che egli è stato concepito nell’utero di Maria grazie alla potenza dello Spirito santo (cf. Lc 1,35), e la sua apparizione pubblica quale discepolo di Giovanni il Battista, che lo ha immerso nel Giordano, è stata sigillata dalla discesa su di lui dello Spirito santo (cf. Lc 3,22). Proprio questo Spirito conduce Gesù nel deserto, dove viene tentato dal demonio (cf. Lc 4,1-2a), e lo accompagna – è l’inizio del nostro brano liturgico – quando ritorna in Galilea, la sua terra, dalla quale si era allontanato per andare nel deserto e mettersi alla sequela del profeta battezzatore. Con questa insistenza Luca è intenzionato a far comprendere al lettore che Gesù è “ispirato”, che la sua sorgente interiore, il suo respiro profondo è lo Spirito di Dio, il Soffio del Padre. Non è un profeta come gli altri, sui quali lo Spirito scendeva momentaneamente, perché in lui lo Spirito riposava, sostava, dimorava (cf. Gv 1,32), lo riempiva di quella forza (dýnamis) che non è potere, ma partecipazione all’azione e allo stile di Dio.

 

E cosa fa Gesù nel suo ritorno alla “Galilea delle genti” (Mt 4,15; Is 8,23), terra periferica e impura? Va a “insegnare nelle sinagoghe”. Per iniziare la sua missione non ha scelto né Gerusalemme né il tempio, ma quelle umili sale in cui si riunivano i credenti per ascoltare le sante Scritture e offrire il loro servizio liturgico al Signore. Nelle sinagoghe di sabato si facevano preghiere, poi si leggeva la Torah (una pericope, una parashah del Pentateuco), la Legge, quindi si pregavano Salmi e, a commento della Torah, si proclamava un brano (haftarah) tratto dai Profeti. Non era una liturgia diversa da quella che ancora oggi noi cristiani compiamo ogni domenica. Gesù è ormai un uomo di circa trent’anni, non appartiene alla stirpe sacerdotale, quindi non è un sacerdote, è un semplice credente figlio di Israele ma, diventato a dodici anni “figlio del comandamento” (cf. Lc 2,41-42), è abilitato a leggere pubblicamente le sante Scritture e a commentarle, facendo l’omelia.

 

E così accade che quel sabato, proprio nella sinagoga in cui la sua fede era stata nutrita fin dall’infanzia, quando abitava a Nazaret, mediante le liturgie comunitarie, Gesù sale sull’ambone e, aperto il rotolo che gli viene dato, legge la seconda lettura il brano previsto per quel sabato: il capitolo 61 del profeta Isaia. Questo testo è l’autopresentazione di un profeta anonimo che testimonia la sua vocazione e la sua missione:

 

Lo Spirito del Signore è sopra di me,

per questo mi ha unto (échrisen)

e mi ha inviato per annunciare la buona notizia ai poveri,

per proclamare ai prigionieri la liberazione

e ai ciechi la vista,

per rimandare in libertà gli oppressi,

per proclamare l’anno di grazia del Signore (Is 61,1-2a).

 

Chi è questo profeta senza nome, presentato da Isaia? Quale la sua identità? Quale sarà la sua missione? Quando la sua venuta tanto attesa? Queste certamente le domande che sorgevano alla lettura di quel testo.

 

Gesù, dopo aver letto il brano tralasciando i versetti finali che annunciavano “un giorno di vendetta per il nostro Dio” (Is 62,2b), lo commenta con pochissime parole, così riassunte da Luca:

 

Oggi si è realizzata questa Scrittura

 

(ascoltata) nei vostri orecchi.

 

Oggi, oggi (sémeron) Dio ha parlato e ha realizzato la sua Parola. Oggi, perché quando un ascoltatore accoglie la parola di Dio, è sempre oggi: è qui e adesso che la parola di Dio ci interpella e si realizza. Non c’è spazio alla dilazione: oggi! È proprio Luca a forgiare questa teologia dell’“oggi di Dio”. Per ben dodici volte nel suo vangelo risuona questo avverbio, “oggi”, di cui queste le più significative:

 

per la rivelazione fatta dagli angeli a Betlemme (cf. Lc 2,11);

per la rivelazione ad opera dalla voce celeste nel battesimo (cf. Lc 3,22; variante che cita Sal 2,7);

nel nostro brano, come affermazione programmatica (cf. Lc 4,21);

durante il viaggio di Gesù verso Gerusalemme (cf. Lc 13,32.33);

come annuncio della salvezza fatto da Gesù a Zaccheo (cf. Lc 19,5.9);

come parola rivolta a Pietro quale annuncio del suo rinnegamento (cf. Lc 22,34.61);

come salvezza donata addirittura sulla croce, a uno dei due malfattori (cf. Lc 23,43).

 

Oggi è per ciascuno di noi sempre l’ora per ascoltare la voce di Dio (cf. Sal 95,7d), per non indurire il cuore (cf. Sal 95,8) e poter così cogliere la realizzazione delle sue promesse. La parola di Dio nella sua potenza risuona sempre oggi, e “chi ha orecchi per ascoltare, ascolti” (Lc 8,8; cf. Mc 4,9; Mt 13,9). Oggi si ascolta e si obbedisce alla Parola o la si rigetta; oggi si decide il giudizio per la vita o per la morte delle nostre vicende; oggi è sempre parola che possiamo dire come ascoltatori autentici di Gesù: “Oggi abbiamo visto cose prodigiose” (Lc 5,26). E possiamo dirla anche dopo un passato di peccato: “Oggi ricomincio”, perché la vita cristiana è andare “di inizio in inizio attraverso inizi che non hanno mai fine” (Gregorio di Nissa).

 

Gesù è dunque il profeta atteso e annunciato dalle sante Scritture, il profeta ultimo e definitivo, ma questo non lo proclama apertamente, bensì lascia ai suoi ascoltatori di comprendere la sua identità facendo discernimento sulle azioni che egli compie, accogliendo la novità della buona notizia da lui annunciata. Gesù è il Cristo, il Messia unto da Dio (échrisen), non con un’unzione di olio ma attraverso lo Spirito santo; è l’inviato per portare ai poveri, sempre in attesa della giustizia, il Vangelo; per proclamare ai prigionieri di ogni potere la liberazione; per dare la vista ai ciechi; per liberare gli oppressi da ogni forma di male; per annunciare l’anno di grazia del Signore, il tempo della misericordia, dell’amore gratuito di Dio.

 

Missione profetica questa, che Gesù ha inaugurato con segni e parole, ma missione affidata ai discepoli nel loro abitare la storia nella compagnia degli uomini. Sì, queste parole di Gesù ci possono sembrare una promessa mai realizzata, perché i poveri continuano a gridare, gli oppressi e i prigionieri continuano a gemere e neppure i cristiani sanno vivere la misericordia di Dio annunciata da Gesù. Eppure questa liturgia della Parola, che ha avuto in Gesù non solo il lettore e l’interprete, ma soprattutto colui che l’ha compiuta e realizzata, illumina tutto il suo ministero: da Nazaret, dove egli l’ha inaugurata nella sinagoga, a Gerusalemme, dove in croce porterà a compimento la sua missione


Giorno della Memoria

 

Libri per non dimenticare la Shoah

 

a cura di Liana Messina

 

Auschwitz

 

 

Il Giorno della memoria 2019 è il 27 gennaio. Quest’anno cade di domenica. È la giornata in cui ricordiamo tutte le vittime dell’Olocausto. Il 27 gennaio 1945, le truppe sovietiche entravano nel campo di concentramento di Auschwitz. In Polonia. Il mondo scopriva il significato della parola Shoah.

Simon Wiesenthal in Gli assassini sono tra noi, ricorda le SS dire ai prigionieri come lui: “Nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà.

Forse ci saranno sospetti, discussioni, ricerche di storici, ma non ci saranno certezze, perché noi distruggeremo le prove insieme a voi. E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti”.

Tra il 1933 e il 1945 le vittime della Shoah, dell’Olocausto, furono dai 15 ai 17 milioni. Uomini e donne, anziani e bambini. Gli ebrei che scomparvero furono dai 5 ai 7 milioni.

Vittime della Shoah furono tutte le persone che i nazisti consideravano “inferiori”, “impure”. Gli ebrei, ma anche i popoli slavi delle regioni che occuparono. E gli oppositori politici, gli handicappati, gli omosessuali. Le minoranze: rom, sinti, jenisch. I gruppi religiosi come i testimoni di Geova e i pentecostali.

 

Primo Levi, sopravvissuto anche lui, in I sommersi e i salvati, scrive: “Chi è stato ferito rimuove il ricordo per non rinnovare il dolore. Chi ha ferito ricaccia il ricordo nel profondo per liberarsene. Per alleggerire il suo senso di colpa”.


Un segno

 

che si rinnova

 

in ogni generazione

 

Seconda domenica del tempo ordinario C

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

anfore

 

 

2,1-11 L’inizio dei segni [1]

 

L’annuncio dell’“ora”

Il Vangelo odierno riprende questo filo divino che attraversa delicatamente la storia: dalla pienezza del tempo passiamo al «terzo giorno» del ministero di Gesù (cfr Gv 2,1) e all’annuncio dell’«ora» della salvezza (cfr v. 4). Il tempo si restringe, e la manifestazione di Dio avviene sempre nella piccolezza. Così avviene «l’inizio dei segni compiuti da Gesù» (v. 11) a Cana di Galilea. Non c’è un gesto eclatante compiuto davanti alla folla, nemmeno un intervento che risolve una questione politica scottante, come la sottomissione del popolo al dominio romano. Avviene invece, in un piccolo villaggio, un miracolo semplice, che rallegra lo sposalizio di una giovane famiglia, del tutto anonima. Eppure, l’acqua cambiata in vino alla festa di nozze è un grande segno, perché ci rivela il volto sponsale di Dio, di un Dio che si mette a tavola con noi, che sogna e compie la comunione con noi. Ci dice che il Signore non mantiene le distanze, ma è vicino e concreto, sta in mezzo a noi e si prende cura di noi, senza decidere al posto nostro e senza occuparsi di questioni di potere. Predilige infatti farsi contenere in ciò che è piccolo, al contrario dell’uomo, che tende a voler possedere qualcosa di sempre più grande. Essere attratti dalla potenza, dalla grandezza e dalla visibilità è tragicamente umano, ed è una grande tentazione che cerca di insinuarsi ovunque; donarsi agli altri, azzerando le distanze, dimorando nella piccolezza e abitando concretamente la quotidianità, questo è squisitamente divino. Dio ci salva dunque facendosi piccolo, vicino e concreto.

 

Dio salva facendosi piccolo…

Anzitutto, Dio si fa piccolo. Il Signore, «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), preferisce i piccoli, ai quali è rivelato il Regno di Dio (Mt 11,25); essi sono grandi ai suoi occhi e su di loro volge lo sguardo (cfr Is66,2). Li predilige, perché si oppongono alla «superbia della vita», che viene dal mondo (cfr 1 Gv 2,16). I piccoli parlano la sua stessa lingua: l’amore umile che rende liberi. Perciò chiama persone semplici e disponibili a essere suoi portavoce, e a loro affida la rivelazione del suo nome e i segreti del suo Cuore. Pensiamo a tanti figli e figlie del vostro popolo: ai martiri, che hanno fatto risplendere la forza inerme del Vangelo; alle persone semplici eppure straordinarie che hanno saputo testimoniare l’amore del Signore in mezzo a grandi prove; agli annunciatori miti e forti della Misericordia, come san Giovanni Paolo II e santa Faustina. Tramite questi “canali” del suo amore, il Signore ha fatto giungere doni inestimabili a tutta la Chiesa e all’intera umanità. Ed è significativo che questo anniversario del Battesimo del vostro popolo venga a coincidere proprio con il Giubileo della Misericordia.

 

… vicino

Inoltre, Dio è vicino, il suo Regno è vicino (cfr Mc 1,15): il Signore non desidera essere temuto come un sovrano potente e distante, non vuole restare su un trono in cielo o nei libri di storia, ma ama calarsi nelle nostre vicende di ogni giorno, per camminare con noi. Pensando al dono di un millennio abbondante di fede, è bello anzitutto ringraziare Dio, che ha camminato con il vostro popolo, prendendolo per mano, come un papà il bambino, e accompagnandolo in tante situazioni. È quello che, anche come Chiesa, siamo chiamati sempre a fare: ascoltare, coinvolgerci e farci prossimi, condividendo le gioie e le fatiche della gente, così che il Vangelo passi nel modo più coerente e che porta maggior frutto: per positiva irradiazione, attraverso la trasparenza della vita.

 

… concreto

Infine, Dio è concreto. Dalle Letture di oggi emerge che tutto, nell’agire di Dio, è concreto: la Sapienza divina «opera come artefice» e «gioca» (cfr Prv 8,30), il Verbo si fa carne, nasce da una madre, nasce sotto la legge (cfr Gal 4,4), ha degli amici e partecipa a una festa: l’eterno si comunica trascorrendo il tempo con persone e in situazioni concrete. Anche la vostra storia, impastata di Vangelo, Croce e fedeltà alla Chiesa, ha visto il positivo contagio di una fede genuina, trasmessa di famiglia in famiglia, di padre in figlio, e soprattutto dalle mamme e dalle nonne, che bisogna tanto ringraziare.

 

Maria piena corrispondenza con Gesù

In particolare, avete potuto toccare con mano la tenerezza concreta e provvidente della Madre di tutti, che sono venuto qui a venerare come pellegrino e che abbiamo salutato nel Salmo come «onore della nostra gente» (Gdt 15,9).

Proprio a lei noi, qui riuniti, guardiamo. In Maria troviamo la piena corrispondenza al Signore: al filo divino si intreccia così nella storia un “filo mariano”. Se c’è qualche gloria umana, qualche nostro merito nella pienezza del tempo, è lei: è lei quello spazio, preservato libero dal male, in cui Dio si è rispecchiato; è lei la scala che Dio ha percorso per scendere fino a noi e farsi vicino e concreto; è lei il segno più chiaro della pienezza dei tempi.

Nella vita di Maria ammiriamo questa piccolezza amata da Dio, che «ha guardato l’umiltà della sua serva» e «ha innalzato gli umili» (Lc 1,48.52). Egli tanto se ne è compiaciuto, che da lei si è lasciato tessere la carne, così che la Vergine è diventata Genitrice di Dio, come proclama un antichissimo inno, che da secoli voi cantate. A voi, che ininterrottamente vi recate da lei, accorrendo in questa capitale spirituale del Paese, ella continui a indicare la via, e vi aiuti a tessere, nella vita, la trama umile e semplice del Vangelo.

A Cana come qui a Jasna Góra, Maria ci offre la sua vicinanza, e ci aiuta a scoprire ciò che manca alla pienezza della vita. Ora come allora, lo fa con premura di Madre, con la presenza e il buon consiglio, insegnandoci a evitare decisionismi e mormorazioni nelle nostre comunità. Quale Madre di famiglia, ci vuole custodire insieme, tutti insieme. Il cammino del vostro popolo ha superato, nell’unità, tanti momenti duri; la Madre, forte ai piedi della croce e perseverante nella preghiera con i discepoli in attesa dello Spirito Santo, infonda il desiderio di andare oltre i torti e le ferite del passato, e di creare comunione con tutti, senza mai cedere alla tentazione di isolarsi e di imporsi.

La Madonna, a Cana, ha mostrato tanta concretezza: è una Madre che si prende a cuore i problemi e interviene, che sa cogliere i momenti difficili e provvedervi con discrezione, efficacia e determinazione. Non è padrona né protagonista, ma Madre e serva. Chiediamo la grazia di fare nostra la sua sensibilità, la sua fantasia nel servire chi è nel bisogno, la bellezza di spendere la vita per gli altri, senza preferenze e distinzioni. Ella, causa della nostra gioia, che porta la pace in mezzo all’abbondanza del peccato e ai subbugli della storia, ci ottenga la sovrabbondanza dello Spirito, per essere servi buoni e fedeli.

 

Chiediamo per noi lo stile divino incarnato da Maria

Per sua intercessione la pienezza del tempo si rinnovi anche per noi. A poco serve il passaggio tra il prima e il dopo Cristo, se rimane una data negli annali di storia. Che possa compiersi, per tutti e per ciascuno, un passaggio interiore, una Pasqua del cuore verso lo stile divino incarnato da Maria: operare nella piccolezza e accompagnare da vicino, con cuore semplice e aperto.

 

2,1-11 I miracoli segni per rafforzare la fede [2]

 

Un dono per gli sposi…

Il Vangelo di questa domenica presenta l’evento prodigioso avvenuto a Cana, un villaggio della Galilea, durante una festa di nozze alla quale partecipano anche Maria e Gesù, con i suoi primi discepoli (cfr Gv 2,1-11). La Madre fa notare al Figlio che è venuto a mancare il vino, e Gesù, dopo averle risposto che non è ancora giunta la sua ora, tuttavia accoglie la sua sollecitazione e dona agli sposi il vino più buono di tutta la festa. L’evangelista sottolinea che «questo fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (v. 11).

I miracoli, dunque, sono segni straordinari che accompagnano la predicazione della Buona Notizia e hanno lo scopo di suscitare o rafforzare la fede in Gesù. Nel miracolo compiuto a Cana, possiamo scorgere un atto di benevolenza da parte di Gesù verso gli sposi, un segno della benedizione di Dio sul matrimonio. L’amore tra l’uomo e la donna è quindi una buona strada per vivere il Vangelo, cioè per incamminarsi con gioia sul percorso della santità.

 

… e per ogni persona

Ma il miracolo di Cana non riguarda solo gli sposi. Ogni persona umana è chiamata ad incontrare il Signore nella sua vita. La fede cristiana è un dono che riceviamo col Battesimo e che ci permette di incontrare Dio. La fede attraversa tempi di gioia e di dolore, di luce e di oscurità, come in ogni autentica esperienza d’amore. Il racconto delle nozze di Cana ci invita a riscoprire che Gesù non si presenta a noi come un giudice pronto a condannare le nostre colpe, né come un comandante che ci impone di seguire ciecamente i suoi ordini; si manifesta come Salvatore dell’umanità, come fratello, come il nostro fratello maggiore, Figlio del Padre: si presenta come Colui che risponde alle attese e alle promesse di gioia che abitano nel cuore di ognuno di noi.

 

… per conoscere Gesù e i sacramenti

Allora possiamo chiederci: davvero conosco il Signore così? Lo sento vicino a me, alla mia vita? Gli sto rispondendo sulla lunghezza d’onda di quell’amore sponsale che Egli manifesta ogni giorno a tutti, a ogni essere umano? Si tratta di rendersi conto che Gesù ci cerca e ci invita a fargli spazio nell’intimo del nostro cuore. E in questo cammino di fede con Lui non siamo lasciati soli: abbiamo ricevuto il dono del Sangue di Cristo. Le grandi anfore di pietra che Gesù fa riempire di acqua per tramutarla in vino (v. 7) sono segno del passaggio dall’antica alla nuova alleanza: al posto dell’acqua usata per la purificazione rituale, abbiamo ricevuto il Sangue di Gesù, versato in modo sacramentale nell’Eucaristia e in modo cruento nella Passione e sulla Croce. I Sacramenti, che scaturiscono dal Mistero pasquale, infondono in noi la forza soprannaturale e ci permettono di assaporare la misericordia infinita di Dio.

 

Maria modello di mediazione

La Vergine Maria, modello di meditazione delle parole e dei gesti del Signore, ci aiuti a riscoprire con fede la bellezza e la ricchezza dell’Eucaristia e degli altri Sacramenti, che rendono presente l’amore fedele di Dio per noi. Potremo così innamorarci sempre di più del Signore Gesù, nostro Sposo, e andargli incontro con le lampade accese della nostra fede gioiosa, diventando così suoi testimoni nel mondo.

 

2,1-11 Cana, il primo segno della Misericordia [3]

 

Un “portale d’ingresso”

Dopo aver commentato alcune parabole della misericordia, oggi ci soffermiamo sul primo dei miracoli di Gesù, che l’evangelista Giovanni chiama “segni”, perché Gesù non li fece per suscitare meraviglia, ma per rivelare l’amore del Padre. Il primo di questi segni prodigiosi è raccontato proprio da Giovanni (2,1-11) e si compie a Cana di Galilea. Si tratta di una sorta di “portale d’ingresso”, in cui sono scolpite parole ed espressioni che illuminano l’intero mistero di Cristo e aprono il cuore dei discepoli alla fede. Vediamone alcune.

 

Gesù è lo sposo

Nell’introduzione troviamo l’espressione «Gesù con i suoi discepoli» (v. 2). Coloro che Gesù ha chiamato a seguirlo li ha legati a sé in una comunità e ora, come un’unica famiglia, sono invitati tutti alle nozze. Dando avvio al suo ministero pubblico nelle nozze di Cana, Gesù si manifesta come lo sposo del popolo di Dio, annunciato dai profeti, e ci rivela la profondità della relazione che ci unisce a Lui: è una nuova Alleanza di amore. Cosa c’è a fondamento della nostra fede? Un atto di misericordia con cui Gesù ci ha legati a sé. E la vita cristiana è la risposta a questo amore, è come la storia di due innamorati. Dio e l’uomo si incontrano, si cercano, si trovano, si celebrano e si amano: proprio come l’amato e l’amata nel Cantico dei Cantici. Tutto il resto viene come conseguenza di questa relazione. La Chiesa è la famiglia di Gesù in cui si riversa il suo amore; è questo amore che la Chiesa custodisce e vuole donare a tutti.

 

La legge di Mosè trasformata in Vangelo

Nel contesto dell’Alleanza si comprende anche l’osservazione della Madonna: «Non hanno vino» (v. 3). Come è possibile celebrare le nozze e fare festa se manca quello che i profeti indicavano come un elemento tipico del banchetto messianico (cfr Am 9,13-14; Gl 2,24; Is 25,6)? L’acqua è necessaria per vivere, ma il vino esprime l’abbondanza del banchetto e la gioia della festa. È una festa di nozze nella quale manca il vino; i novelli sposi provano vergogna di questo. Ma immaginate voi finire una festa di nozze bevendo thé; sarebbe una vergogna. Il vino è necessario per la festa. Trasformando in vino l’acqua delle anfore utilizzate «per la purificazione rituale dei Giudei» (v. 6), Gesù compie un segno eloquente: trasforma la Legge di Mosè in Vangelo, portatore di gioia. Come dice altrove lo stesso Giovanni: «La Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo» (1,17).

 

L’eredità di Maria

Le parole che Maria rivolge ai servitori vengono a coronare il quadro sponsale di Cana: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (v. 5). È curioso: sono le ultime sue parole riportate dai Vangeli: sono la sua eredità che consegna a tutti noi. Anche oggi la Madonna dice a noi tutti: “Qualsiasi cosa vi dica – Gesù vi dica -, fatela”. È l’eredità che ci ha lasciato: è bello! Si tratta di un’espressione che richiama la formula di fede utilizzata dal popolo di Israele al Sinai in risposta alle promesse dell’alleanza: «Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!» (Es 19,8). E in effetti a Cana i servitori ubbidiscono. «Gesù disse loro: Riempite d’acqua le anfore. E le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto. Ed essi gliene portarono» (vv. 7-8). In queste nozze, davvero viene stipulata una Nuova Alleanza e ai servitori del Signore, cioè a tutta la Chiesa, è affidata la nuova missione: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela!». Servire il Signore significa ascoltare e mettere in pratica la sua Parola. È la raccomandazione semplice ma essenziale della Madre di Gesù ed è il programma di vita del cristiano. Per ognuno di noi, attingere dall’anfora equivale ad affidarsi alla Parola di Dio per sperimentare la sua efficacia nella vita. Allora, insieme al capo del banchetto che ha assaggiato l’acqua diventata vino, anche noi possiamo esclamare: “Tu hai tenuto da parte il vino buono finora” (v. 10). Sì, il Signore continua a riservare quel vino buono per la nostra salvezza, così come continua a sgorgare dal costato trafitto del Signore.

 

Conclusione: lo Sposo dà avvio alle nozze

La conclusione del racconto suona come una sentenza: «Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (v. 11). Le nozze di Cana sono molto più che il semplice racconto del primo miracolo di Gesù. Come uno scrigno, Egli custodisce il segreto della sua persona e lo scopo della sua venuta: l’atteso Sposo dà avvio alle nozze che si compiono nel Mistero pasquale. In queste nozze Gesù lega a sé i suoi discepoli con una Alleanza nuova e definitiva. A Cana i discepoli di Gesù diventano la sua famiglia e a Cana nasce la fede della Chiesa. A quelle nozze tutti noi siamo invitati, perché il vino nuovo non viene più a mancare!

 

2,1-11 Un segno che si rinnova in ogni generazione [4]

 

Il brano del Vangelo che abbiamo ora ascoltato (Gv 2,1-11) rappresenta il primo segno prodigioso che si realizza nella narrazione del Vangelo di Giovanni. La preoccupazione di Maria, divenuta supplica a Gesù: “Non hanno più vino” – Gli dice –, e il riferimento a “l’ora” si comprenderanno dopo, nei racconti della Passione.

Ed è bene che sia così, perché questo ci permette di scorgere l’ansia di Gesù di insegnare, accompagnare, guarire e rallegrare a partire da quell’appello di sua madre: “Non hanno più vino”.

Le nozze di Cana si rinnovano in ogni generazione, in ogni famiglia, in ognuno di noi e nei nostri sforzi perché il nostro cuore riesca a trovare stabilità in amori duraturi, in amori fecondi, in amori gioiosi. Facciamo spazio a Maria, “la madre”, come afferma l’Evangelista. E facciamo ora insieme a lei l’itinerario di Cana.

 

L’itinerario di Cana:

 

1.Maria è attenta, è attenta in quelle nozze già iniziate, è sollecita verso le necessità degli sposi. Non si isola in sé stessa, centrata nel proprio mondo, al contrario, l’amore la fa “essere verso” gli altri. Nemmeno cerca le amiche per commentare quello che sta succedendo e criticare la cattiva preparazione delle nozze. E perché sta attenta, con la sua discrezione, si rende conto che manca il vino. Il vino è segno di gioia, di amore, di abbondanza. Quanti adolescenti e giovani percepiscono che nelle loro case ormai da tempo non c’è più di quel vino! Quante donne sole e rattristate si domandano quando l’amore se n’è andato, quando l’amore è colato via dalla loro vita! Quanti anziani si sentono lasciati fuori dalle feste delle loro famiglie, abbandonati in un angolo e ormai senza il nutrimento dell’amore quotidiano dei loro figli, dei loro nipoti, pronipoti! La mancanza di quel vino può essere anche la conseguenza della mancanza di lavoro, delle malattie, delle situazioni problematiche che le nostre famiglie in tutto il mondo attraversano. Maria non è una madre che “pretende”, nemmeno è una suocera che vigila per divertirsi delle nostre inesperienze, dei nostri errori o delle disattenzioni. Maria, semplicemente, è madre! È presente, attenta e premurosa. È bello ascoltare questo: Maria è Madre. Provate a dirlo tutti insieme con me? Forza: Maria è Madre! Ancora: Maria è Madre! Ancora: Maria è Madre!

 

2.Maria però, in quel momento in cui si accorge che manca il vino, si rivolge con fiducia a Gesù. Questo significa che Maria prega. Non va dal maggiordomo, ma presenta direttamente la difficoltà degli sposi a suo Figlio. La risposta che riceve sembra scoraggiante: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora». (v. 4). Ma intanto lei ha posto il problema nelle mani di Dio. La sua premura per le necessità degli altri anticipa “l’ora” di Dio. E Maria è parte di quell’ora, dal presepe fino alla croce. Lei, che seppe «trasformare una grotta per animali nella casa di Gesù, con alcune povere fasce e una montagna di tenerezza» (EG 286), e ci ricevette come figli quando una spada le trafiggeva il cuore. Ella ci insegna a porre le nostre famiglie nelle mani di Dio; ci insegna a pregare, alimentando la speranza che ci indica che le nostre preoccupazioni sono anche preoccupazioni di Dio.

E pregare ci fa sempre uscire dal recinto delle nostre preoccupazioni, ci fa andare oltre quello che ci fa soffrire, quello che ci agita o che ci manca, e ci aiuta a metterci nei panni degli altri. La famiglia è una scuola dove il pregare ci ricorda anche che c’è un “noi”, che esiste un prossimo vicino, evidente, che vive sotto lo stesso tetto, che condivide con noi la vita e ha delle necessità.

 

3.E, alla fine, Maria agisce. Le parole: “Fate quello che vi dirà” (v. 5), rivolte a quelli che servivano, sono un invito rivolto anche a noi, a metterci a disposizione di Gesù, che è venuto per servire e non per essere servito. Il servizio è il criterio del vero amore. Chi ama serve, si mette al servizio degli altri. E questo si impara specialmente nella famiglia, dove ci facciamo per amore servitori gli uni degli altri. In seno alla famiglia, nessuno è escluso, tutti valgono lo stesso. Mi ricordo che una volta chiesero a mia mamma quale dei suoi cinque figli – perché noi siamo cinque fratelli – quale dei suoi cinque figli amava di più. E lei disse [mostra la mano]: “Come le dita, se mi pungono questo mi fa male lo stesso come se mi pungono questo”. Una madre ama i suoi figli come sono. E in una famiglia i fratelli si amano come sono. Nessuno è scartato.

Lì nella famiglia si impara a chiedere “permesso” senza prepotenza, a dire “grazie” come espressione di sentito apprezzamento per le cose che riceviamo, a dominare l’aggressività o l’avidità, e lì si impara anche a chiedere “scusa” quando facciamo qualcosa di male, quando litighiamo. Perché in ogni famiglia ci sono litigi. Il problema è dopo, chiedere perdono. Questi piccoli gesti di sincera cortesia aiutano a costruire una cultura della vita condivisa e del rispetto per quanto ci circonda» (LS 213). La famiglia è l’ospedale più vicino: quando uno è malato lo curano lì, finché si può. La famiglia è la prima scuola dei bambini, è il punto di riferimento imprescindibile per i giovani, è il miglior asilo per gli anziani. La famiglia costituisce la grande ricchezza sociale, che altre istituzioni non possono sostituire, che dev’essere aiutata e potenziata, per non perdere mai il giusto senso dei servizi che la società presta ai suoi cittadini. In effetti, questi servizi che la società presta ai suoi cittadini non sono una forma di elemosina, ma un autentico “debito sociale” nei confronti dell’istituzione familiare, che è la base e che tanto apporta al bene comune.

La famiglia forma anche una piccola Chiesa, la chiamiamo “Chiesa domestica”, che, oltre a dare la vita, trasmette la tenerezza e la misericordia divina. Nella famiglia la fede si mescola al latte materno: sperimentando l’amore dei genitori si sente più vicino l’amore di Dio.

E nella famiglia – di questo siamo tutti testimoni – i miracoli si fanno con quello che c’è, con quello che siamo, con quello che uno ha a disposizione; e molte volte non è l’ideale, non è quello che sogniamo e neppure quello che “dovrebbe essere”.

 

Due particolari: 1. Il vino viene dalle giare della purificazione

C’è un particolare che ci deve far pensare: il vino nuovo, quel vino così buono come dice il maestro di tavola alle nozze di Cana, nasce dalle giare della purificazione, vale a dire, dal luogo dove tutti avevano lasciato il loro peccato; nasce dal peggio: «dove abbondò il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5,20). In ciascuna delle nostre famiglie e nella famiglia comune che formiamo tutti, nulla si scarta, niente è inutile […] Persino quello che a noi sembra impuro – come l’acqua delle giare –, che ci scandalizza o ci spaventa, Dio – facendolo passare attraverso la sua “ora” – lo possa trasformare in miracolo. La famiglia oggi ha bisogno di questo miracolo.

 

2. Hanno gustato il vino migliore

Tutta questa storia ebbe inizio perché “non avevano più vino”, e tutto si è potuto compiere perché una donna – la Vergine – è stata attenta, ha saputo porre nelle mani di Dio le sue preoccupazioni, ed ha agito saggiamente e con coraggio. Però c’è un particolare, non è da meno il dato finale: hanno gustato il vino migliore. E questa è la buona notizia: il vino migliore è quello che sta per essere bevuto, la realtà più amabile, la più profonda e la più bella per la famiglia deve ancora arrivare. Viene il tempo in cui gustiamo l’amore quotidiano, in cui i nostri figli riscoprono lo spazio che condividiamo e gli anziani sono presenti nella letizia di ogni giorno. Il vino migliore è ‘in speranza’, sta per venire per ogni persona che accetta il rischio di amare. E nella famiglia bisogna correre il rischio dell’amore, bisogna arrischiarsi ad amare. E il migliore dei vini sta per venire, anche se tutte le possibili variabili e le statistiche dicessero il contrario. Il vino migliore sta per venire per quelli che oggi vedono crollare tutto. Sussurratevelo fino a crederci: il vino migliore sta per arrivare. Sussurratevelo ciascuno nel suo cuore: il vino migliore sta per venire. E sussurratelo ai disperati e a quelli con poco amore: abbiate pazienza, abbiate speranza, fate come Maria, pregate, agite, aprite il cuore, perché il migliore dei vini sta per venire. Dio si avvicina sempre alle periferie di coloro che sono rimasti senza vino, di quelli che hanno da bere solo lo scoraggiamento; Gesù ha una preferenza per versare il migliore dei vini a quelli che per una ragione o per l’altra ormai sentono di avere rotto tutte le anfore.

Come ci invita a fare Maria, facciamo “quello che Dio ci dice” (cfr Gv 2,5). Fate quello che Lui vi dice. E siamo grati perché in questo nostro tempo e in questa nostra ora, il vino nuovo, il migliore, ci fa recuperare la gioia della famiglia, la gioia di vivere in famiglia. Così sia.

 

2,1-11 Chiesa va in missione sempre sulla scia di Maria

Lasciarsi sorprendere da Dio [5]

 

Chiesa va in missione sempre sulla scia di Maria

Vorrei dirvi anzitutto una cosa. In questo santuario, dove sei anni fa si è tenuta la V Conferenza Generale dell'Episcopato dell'America Latina e dei Caraibi, è avvenuto un fatto bellissimo di cui ho potuto rendermi conto di persona: vedere come i Vescovi – che hanno lavorato sul tema dell’incontro con Cristo, il discepolato e la missione – si sentivano incoraggiati, accompagnati e, in un certo senso, ispirati dalle migliaia di pellegrini che venivano ogni giorno ad affidare la loro vita alla Madonna: quella Conferenza è stata un grande momento di Chiesa. E, in effetti, si può dire che il Documento di Aparecida sia nato proprio da questo intreccio fra i lavori dei Pastori e la fede semplice dei pellegrini, sotto la protezione materna di Maria.

La Chiesa, quando cerca Cristo bussa sempre alla casa della Madre e chiede: “Mostraci Gesù”. È da Lei che si impara il vero discepolato. Ed ecco perché la Chiesa va in missione sempre sulla scia di Maria.

Oggi, guardando alla Giornata Mondiale della Gioventù che mi ha portato in Brasile, anche io vengo a bussare alla porta della casa di Maria – che ha amato ed educato Gesù – affinché aiuti tutti noi, i Pastori del Popolo di Dio, i genitori e gli educatori, a trasmettere ai nostri giovani i valori che li rendano artefici di una Nazione e di un mondo più giusti, solidali e fraterni. Per questo, vorrei richiamare tre semplici atteggiamenti, tre semplici atteggiamenti: mantenere la speranza, lasciarsi sorprendere da Dio, e vivere nella gioia.

1.Mantenere la speranza. La seconda lettura della Messa presenta una scena drammatica: una donna – figura di Maria e della Chiesa – viene perseguitata da un Drago - il diavolo - che vuole divorarne il figlio. Ma la scena non è di morte, ma di vita, perché Dio interviene e mette in salvo il bambino (cfr Ap 12,13a.15-16a). Quante difficoltà ci sono nella vita di ognuno, nella nostra gente, nelle nostre comunità, ma per quanto grandi possano apparire, Dio non lascia mai che ne siamo sommersi. Davanti allo scoraggiamento che potrebbe esserci nella vita, in chi lavora all’evangelizzazione oppure in chi si sforza di vivere la fede come padre e madre di famiglia, vorrei dire con forza: abbiate sempre nel cuore questa certezza: Dio cammina accanto a voi, in nessun momento vi abbandona! Non perdiamo mai la speranza! Non spegniamola mai nel nostro cuore! Il “drago”, il male, c’è nella nostra storia, ma non è lui il più forte. Il più forte è Dio, e Dio è la nostra speranza! È vero che oggi un po’ tutti, e anche i nostri giovani sentono il fascino di tanti idoli che si mettono al posto di Dio e sembrano dare speranza: il denaro, il successo, il potere, il piacere. Spesso un senso di solitudine e di vuoto si fa strada nel cuore di molti e conduce alla ricerca di compensazioni, di questi idoli passeggeri. Cari fratelli e sorelle, siamo luci di speranza! Abbiamo uno sguardo positivo sulla realtà. Incoraggiamo la generosità che caratterizza i giovani, accompagniamoli nel diventare protagonisti della costruzione di un mondo migliore: sono un motore potente per la Chiesa e per la società. Non hanno bisogno solo di cose, hanno bisogno soprattutto che siano loro proposti quei valori immateriali che sono il cuore spirituale di un popolo, la memoria di un popolo. In questo Santuario, che fa parte della memoria del Brasile, li possiamo quasi leggere: spiritualità, generosità, solidarietà, perseveranza, fraternità, gioia; sono valori che trovano la loro radice più profonda nella fede cristiana.

2.Il secondo atteggiamento: lasciarsi sorprendere da Dio. Chi è uomo, donna di speranza - la grande speranza che ci dà la fede - sa che, anche in mezzo alle difficoltà, Dio agisce e ci sorprende. La storia di questo Santuario ne è un esempio: tre pescatori, dopo una giornata a vuoto, senza riuscire a prendere pesci, nelle acque del Rio Parnaíba, trovano qualcosa di inaspettato: un'immagine di Nostra Signora della Concezione. Chi avrebbe mai immaginato che il luogo di una pesca infruttuosa sarebbe diventato il luogo in cui tutti i brasiliani possono sentirsi figli di una stessa Madre? Dio sempre stupisce, come il vino nuovo nel Vangelo che abbiamo ascoltato. Dio riserva sempre il meglio per noi. Ma chiede che noi ci lasciamo sorprendere dal suo amore, che accogliamo le sue sorprese. Fidiamoci di Dio! Lontano da Lui il vino della gioia, il vino della speranza, si esaurisce. Se ci avviciniamo a Lui, se rimaniamo con Lui, ciò che sembra acqua fredda, ciò che è difficoltà, ciò che è peccato, si trasforma in vino nuovo di amicizia con Lui.

3. Il terzo atteggiamento: vivere nella gioia. Cari amici, se camminiamo nella speranza, lasciandoci sorprendere dal vino nuovo che Gesù ci offre, nel nostro cuore c’è gioia e non possiamo che essere testimoni di questa gioia. Il cristiano è gioioso, non è mai triste. Dio ci accompagna. Abbiamo una Madre che sempre intercede per la vita dei suoi figli, per noi, come la regina Ester nella prima lettura (cfr Est 5, 3). Gesù ci ha mostrato che il volto di Dio è quello di un Padre che ci ama. Il peccato e la morte sono stati sconfitti. Il cristiano non può essere pessimista! Non ha la faccia di chi sembra trovarsi in un lutto perpetuo. Se siamo davvero innamorati di Cristo e sentiamo quanto ci ama, il nostro cuore si “infiammerà” di una gioia tale che contagerà quanti vivono vicini a noi. Come diceva Benedetto XVI, qui, in questo Santuario: “Il discepolo è consapevole che senza Cristo non c'è luce, non c'è speranza, non c'è amore, non c'è futuro” (Discorso inaugurale della Conferenza di Aparecida [13 maggio 2007]: Insegnamenti III/1 [2007], p. 861).

 

 

NOTE

 

[1] Omelia 1050mo anniversario del Battesimo della Polonia Częstochowa 28 luglio 2016

[2] Angelus 17 gennaio 2016

[3] Udienza 8 giugno 2016

[4] Omelia Santa Messa per le famiglie, Parque de los Samanes, Guayaquil (Ecuador) 6 luglio 2015

 

[5] Omelia nella Basilica del Santuario di nostra signora di Aparecida 24 Luglio 2013


 

PAPA FRANCESCO HA DETTO: “MEGLIO ATEI CHE IPOCRITI”. CHE COSA INTENDE?

 

 

Il Pontefice ha espresso parole molto dure nei confronti di coloro che “vanno in chiesa e poi vivono odiando gli altri”. Non dovrebbe essere più misericordioso?

Se fossi stato io a dire la frase che nei giorni scorsi Papa Francesco ha pronunciato, nel corso della prima udienza di quest’anno, tutto sarebbe passato inosservato, magari con il solito commento: “Già, è don Mazzi”. Ma stavolta è il Papa.

Anticipo una mia impressione: la frase è sintomo di una grande sofferenza che Papa Francesco si porta dentro al cuore. Il popolo cristiano si va pian piano svuotando della forza evangelica pacificamente rivoluzionaria e radicale e si accontenta di frequentare le liturgie, non perché cariche di spiritualità e di scelte meditate, ma quasi per abitudine.

Sempre più spesso la nostra fede si esaurisce tra un’entrata e un’uscita, la domenica, dalle porte della chiesa. Papa Francesco ha voluto questa volta essere chiaro fino alle ultime conseguenze, ponendo ciascuno davanti alla propria ipocrisia.

Ecco la sua frase: “Meglio atei che ipocriti, perché andare in chiesa e poi vivere odiando gli altri è scandaloso”. Questa frase va interpretata leggendo il Discorso della Montagna, riportato nel Vangelo di Matteo, che il Papa stava commentando.

Qualche cristiano della domenica rimarrà sconcertato. Ma questo è il Vangelo spiegato senza fronzoli e mezze verità.

 

 

 

Don Antonio Mazzi


GLI APPELLI DEL PAPA INTERROGANO I CRISTIANI

 

 

Che mondo è quello in cui si cancellano per legge i diritti vitali che chiamiamo umani?

Credo che l’appello, stranamente duro e quasi spazientito del Papa, lanciato all’Italia e all’Europa nel giorno dell’Epifania perché trovassero approdo in u porto sicuro i “disperati” a bordo delle navi Sea Watch 3 e Sea Eye, da settimane nel Mediterraneo, abbia lasciato molto sconcertati e tristi i cristiani e gli onesti, perché accolto con indifferenza.

Gli italiani erano tutti impegnati ad assaltare i supermercati e i negozi, più o meno di qualità, perché i saldi valgono più delle donne, dei bambini, degli uomini, delle tragiche povertà, delle violenze e delle ingiustizie. Anzi, quest’anno meno “barboni” hanno allungato le mani, all’ingresso e all’uscita dei negozi. Straordinario obiettivo ottenuto! Non posso nemmeno tacere per l’atteggiamento di un vicepresidente del Consiglio che, senza la minima decenza, ha subito ribadito al Papa il suo no, più potente, secondo lui, del sì dell’intero Governo (il caso si è poi risolto dopo un estenuante braccio di ferro, ma quel no al Papa resta nella memoria).

Questo Papa, dal primo giorno del suo pontificato, ha lanciato inviti, preghiere e intere giornate. Ogni giorno ci chiede che tipo di mondo sia quello nel quale vengono cancellati per legge i diritti vitali e primari che dovrebbero renderci più uomini.

Vittorino Andreoli nel suo ultimo libro, dal titolo un po’ particolare ma molto azzeccato, Homo stupidus, stupidus, scrive: “Una civiltà ha bisogno di essere guidata da sentimenti che non possono essere sostituiti dai freddi commi della ragione. Di fronte ad un bambino che muore di fame, deve scattare il rifiuto. La burocrazia copre il sentimento e seppellisce la pietà”.

Vogliamo vivere una ricchezza fasulla che si restringe tutta dentro fauci sempre più inumane, allargando sempre più le povertà. L’ultimo episodio, fatto di pochi bambini e di poche mamme non si esaurisce in un sì o un no di pochi, ma spalanca una voragine che rischia di seppellire il meglio della nostra storia.

Una politica che si rafforza, moltiplicando e trasformando in battute barbare la denutrizione e la morte di creature, non può essere accettata in silenzio.

 

 

 

Don Antonio Mazzi


Senza rischio che fede è?

 

 

 -

di ENZO BIANCHI

Non dovremmo dimenticare che parlare della fede non significa parlare di Dio: altro è Dio, altra è la fede in Dio. La fede è atto umano che suppone una determinata comprensione di Dio

 

 

Può apparire paradossale, ma la tentazione dell’ateismo, del nulla è costantemente in agguato anche, e forse soprattutto, per gli uomini e le donne di preghiera, per quanti vivono nella fede e nella salda adesione al Signore: anche loro possono giungere a lamentarsi del silenzio di Dio, a piangerne l’assenza e a invocarne una parola. Perché questo intrecciarsi della fede con il dubbio, perché sperimentiamo a volte la sterilità della fede e la fecondità del dubbio?

 

Non dovremmo dimenticare che parlare della fede non significa parlare di Dio: altro è Dio, altra è la fede in Dio. La fede è atto umano che suppone una determinata comprensione di Dio, delle immagini del Dio a cui ci si affida. Dio, infatti, non è circoscrivibile dai nostri concetti, dai nostri pensieri e dalle nostre parole. Le stesse definizioni dogmatiche fissate dalla chiesa, le “verità di fede” ritenute tali “sempre, da tutti e in ogni luogo” non possono essere assolutizzate e confuse con Dio perché le definizioni linguistiche della verità non sono la verità stessa, ma restano nell’ambito della ricerca della verità e non possono essere considerate che accostamenti, avvicinamenti, approssimazioni (alla verità, ma non esauriscono né la verità, né Dio.

-Potremmo definire “umiltà” questa dimensione della fede cristiana – troppo spesso dimenticata nella storia cristiana e lasciata alla sua dimensione individuale – che mi pare costitutiva della fede nel Dio che si è rivelato nell’incarnazione e nell’abbassamento fino alla morte e, come specifica san Paolo, non una morte qualsiasi, ma l’infamante “morte di croce” . Questa umiltà traduce il paradosso che è al cuore del cristianesimo, paradosso di cui il credente dovrebbe essere sempre consapevole. La fede cristiana chiede di amare il non amabile (il nemico), di sperare contro ogni speranza (la morte non ha l’ultima parola), di credere l’incredibile (Dio invisibile o addirittura Dio fatto uomo). Questa dimensione di umiltà costitutiva della fede non riguarda solo il suo contenuto, ma anche la sua espressione, la sua forma, dunque il soggetto credente e lo stile della sua presenza nel mondo.

 

Emerge qui un altro aspetto della fede cristiana, non sempre colto e messo in luce: la fede cristiana è un rischio.. Che a volte la fede cristiana sia stata o venga colta come “rassicurante” oppure sia stata o venga vissuta come riserva di certezze e come “assicurazione”, fino al punto da esser declinata come arroganza, pretesa e perfino come violenza, questo non toglie che la sua configurazione autentica, che trova nella fede di Gesù stesso il suo paradigma e il suo fondamento, è una fede non identificabile con una bacchetta magica e totalmente estranea a una sicurezza che toglie il dubbio o esime dalla ricerca. Anche Gesù, sulla croce, non ha visto rimossa da sé una dimensione di enigma, di incomprensibile. Un drammatico “perché?” ha traversato la sua relazione con Dio: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. È indubbio che la fede suscita una sicurezza, una convinzione, ma questa non è dello stesso ordine della certezza razionale: mai si tratterà di una sicurezza acquisita a partire da se stessi o al termine dei propri ragionamenti, ma di una fiducia che si pone in un altro da sé, anzi, nella sua promessa. L’espressione di san Paolo “io so in chi ho messo la mia fiducia” (2 Timoteo 1,12), mostra che la “convinzione” della fede è tutta interna al rischio della fede, al suo movimento di uscita da sé per affidarsi a Dio.

 

 

-Così il credente troverà la sua stabilità in tale movimento, che è rischio mortale: “Se non crederete non avrete stabilità” (Isaia 7,9), ma che è anche il “bel rischio” di cui parla Clemente di Alessandria (Protrettico X,39). E anche qui la bellezza di questo rischio trova la sua attestazione degna di fiducia nel rischio che Gesù stesso ha vissuto, secondo i vangeli, giocando la totalità della sua esistenza nella dedizione a Dio e agli uomini. È la bellezza del rischio mortale della fede che echeggia le parole evangeliche: “Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà” (Luca 17,33). Senza questa dimensione, la fede viene soffocata in una sorta di “sistema assicurativo” e perde la propria vitalità, il proprio carattere di avventura e di novità, precisamente perché troppo ingessata nelle proprie certezze da difendere o da imporre a ogni costo. Senza una reale dimensione di rischio, di provvisorietà, di precarietà (parola da cui non a caso deriva “preghiera”), fidarsi di Dio diventerebbe solamente un gioco di parole.


 

ENZO BIANCHI: "LA BIBBIA CI INSEGNA CHE NELLA STORIA SIAMO TUTTI MIGRANTI"

  In Centroamerica varie migliaia di persone, partite dall'Honduras, marciano verso gli Stati Uniti, mentre l'Occidente innalza muri contro gli stranieri. Ma, dice il fondatore della Comunità di Bose, i progenitori degli ebrei erano nomadi, il cristianesimo si è spostato da un luogo all'altro. L'umanità, da sempre, è in cammino.

 

Lorenzo Montanaro

 

(Foto Reuters: la carovana dei migranti in Messico, diretta verso il confine con gli Stati Uniti)

 

Un'impressionante fiume di gente in marcia. Gente a piedi, che porta con sé il vestito che ha addosso e poco altro. C'è chi dice siano 7.000, chi di più. L’unica certezza è che il loro numero aumenta di giorno in giorno, grazie al tamtam della rete e a volantini passati di mano in mano. Sono migranti. I primi sono partiti circa due settimane fa dall’Honduras (Stato poverissimo dell’America centrale) e si sono messi in cammino per raggiungere gli Stati Uniti, meta o miraggio di una vita migliore. A ogni tappa, il fiume raccoglie nuovi disperati. Dopo un percorso estenuante tra Honduras e Guatemala, ora la carovana sta attraversando il Messico. E benché i migranti siano ancora lontanissimi dal confine statunitense, il presidente Donald Trump ha già minacciato dure repressioni: ha inviato 800 soldati alla frontiera e molto probabilmente sta facendo pressione sul Messico perché la colonna in marcia venga arrestata.

 

Guardando le immagini di quella moltitudine in cammino, è impossibile non pensare ai racconti dell’esodo biblico. L'Occidente torna ad alzare muri contro un fenomeno antico quanto l’uomo. Ma leggere con profondità e attenzione la Sacra Scrittura potrebbe aiutarci a decifrare il presente. Sì, perché «la Bibbia nasce da migrazioni di popoli», ci ricorda Enzo Bianchi, fondatore della comunità monastica di Bose (Biella), una realtà molto speciale, formata da monaci di entrambi i sessi, provenienti da diverse Chiese cristiane.

 

«I progenitori degli ebrei erano nomadi che dall’Oriente si spostavano verso il Medio Oriente», spiega il religioso. «E la storia del popolo ebraico è stata una migrazione continua: prima in terra di Canan, poi in Egitto, poi l'esodo dall’Egitto alla Palestina. C'è un legame profondo tra la rivelazione del nostro Dio e i migranti. I credenti che si riconoscono nel Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe individuano come punti di riferimento tre nomadi, tre uomini che hanno sempre cercato una terra e hanno sempre dimorato in luoghi per loro stranieri». Non parliamo poi della storia della Chiesa: «Il Cristianesimo nasce giudaico, ma presto si sposta nel mondo greco e latino, per poi subire le influenze dei popoli barbari. Proprio da questa mescolanza di genti è nato il pensiero europeo, che mostra un’umanizzazione e un cammino raro nella storia dell’umanità».

 

Ma certo il tema non si esaurisce con le ragioni storiche, poiché l’appartenenza al popolo cristiano ci chiede un impegno nel qui e ora. Un impegno quanto mai concreto. «Basterebbe ricordare», prosegue Enzo Bianchi, «che nel cuore del messaggio di Gesù, là dove vengono esemplificate quelle relazioni sulle quali si giocherà la nostra salvezza, leggiamo “ero straniero e mi avete accolto”. Con il Vangelo, l’amore per il migrante, già presente nell’Antico Testamento, assume una dimensione universale, poiché lo straniero diventa segno, sacramento di Cristo stesso».

 

Ma se l'accoglienza è così fortemente presente nel Dna del messaggio di Cristo, come spiegare il timore dello straniero che in questo periodo attanaglia tanti Paesi cristiani, in America come in Europa? «Emerge una grande fragilità, anche nella fede. Per molti, il cristianesimo si riduce a un fatto culturale, diventa semplice tradizione, localismo, appartenenza al campanile, rassicurante tranquillità. Ma così si nega il messaggio più profondo racchiuso nel Vangelo. Ci sono poi forze politiche che cavalcano queste paure e in certa misura le creano». Risultato: «Una barbarie incipiente, della quale dovremmo vergognarci».

 

 

«Dovremmo recuperare la nostra autentica memoria cristiana», osserva il fondatore della comunità di Bose. «O, più semplicemente, dovremmo ricordarci di ciò che siamo stati. Vale per noi italiani, vale per il popolo statunitense, che è costituto da discendenti di migranti. Attualmente siamo preda di impreparazione e mancanza di conoscenza. I fenomeni migratori non possono essere negati, ma vanno governati. Serve una politica piena di visione, che non si accontenti delle risposte a breve termine. Quando i migranti sono alle nostre frontiere, o peggio, in mare, dovremmo rispondere con umanità. Ma servirebbe anche uno sguardo globale. Non dimentichiamo che il più grande movimento migratorio del nostro tempo non si sta verificando nel Mediterraneo, ma all’interno del continente africano. Allo stesso modo, in America ci si muove da Sud verso il più ricco Nord. Finché queste persone non avranno la possibilità di una vita nelle loro terre, continueranno a fuggire. E tenteranno di raggiungere i nostri Paesi. Perché, da sempre, chi ha fame si sposta per cercare il pane»


13 gennaio 2019

 

Battesimo del Signore

Lc 3,15-16.21-22

di ENZO BIANCHI

 

In quei giorni 15poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, 16Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. 21Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì 22e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento».

 

È la festa del battesimo di Gesù, della sua immersione da parte di Giovanni nel fiume Giordano: il primo atto di Gesù uomo maturo, la sua prima apparizione pubblica. Tutti i vangeli ricordano questo evento posto all’inizio del ministero di Gesù, e ciascuno lo narra in modo proprio: cerchiamo dunque di comprendere ed esplicitare le peculiarità del racconto di Luca.

 

Giovanni il Battista aveva annunciato un Veniente più forte di lui, che avrebbe immerso (cioè battezzato) non nelle acque del Giordano ma in Spirito santo e fuoco. E tuttavia questo Veniente, che è discepolo di Giovanni e porta il nome non ancora famoso di Jeshu‘a, Gesù, va anche lui a farsi battezzare. Luca sottolinea che egli fa questo insieme a “tutto il popolo”, espressione enfatica che vuole porre l’accento sul grande numero di giudei radunati da colui che “evangelizzava” (Lc 3,18), cioè annunciava la buona notizia, e che doveva “preparare al Signore un popolo ben disposto” (Lc 1,17). Solidale con quel popolo, uomo come tutti gli altri, mescolato alla folla anonima, in fila tra uomini e donne, senza nessuna volontà di distinzione dai peccatori, Gesù si fa immergere da Giovanni: uno del popolo, con il popolo, in mezzo al popolo, dove questo termine indica certamente la gente ordinaria, ma anche quel nuovo popolo che Dio sta radunando per farne il suo popolo per sempre. Gesù inizia così la sua vita pubblica: non con una predicazione, non con un miracolo, non con un’apparizione che potesse stupire e meravigliare i presenti, ma un gesto umano di umiltà, di sottomissione a Dio e di totale solidarietà con i suoi fratelli e sorelle peccatori.

 

Luca vuole anche mettere in evidenza ciò che accade a Gesù, ciò che diventa sua esperienza personalissima in quell’evento. A differenza degli altri vangeli rivela che Gesù riceve il battesimo mentre sta pregando, mentre riconosce la presenza e la signoria del suo Dio e Padre. Ecco la prima azione di Gesù nella sua vita pubblica: la preghiera! E nel vangelo secondo Luca la preghiera sarà anche l’ultima azione di Gesù in croce, prima di morire (cf. Lc 23,46). Cosa significa dunque pregare? Poche cose: fare silenzio, fare spazio dentro di sé per accogliere lo Spirito di Dio e ascoltare quella parola che Dio rivolge personalmente al credente. Questa e solo questa è la preghiera cristiana: non parole dette a Dio, non ripetizione di formule, non esercizio di affetti, ma silenzio, predisposizione di se stessi all’accoglienza della Parola e dello Spirito di Dio.

 

Avviene per Gesù ciò che avviene per la prima comunità dei discepoli, dopo la sua resurrezione, quando resterà in preghiera, farà spazio allo Spirito e riceverà il dono (cf. At 1,4; 2,1-12). Per questo Gesù, secondo Luca, parlando della preghiera e del suo esaudimento precisa: “Se voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito santo a quelli che glielo chiedono” (Lc 11,13). La preghiera cristiana è epiclesi dello Spirito e il suo esaudimento è il dono dello Spirito.

 

Gesù dunque si fa immergere da Giovanni ma soprattutto prega, appresta tutto il suo essere per farsi dimora dello Spirito santo, che solo Gesù “vede scendere” dal cielo sotto forma di colomba per dimorare in lui. È il segno dello Spirito di Dio che covava sulle acque al momento della creazione (cf. Gen 1,2), il segno della Shekinah, la Presenza del Dio vivente che dal cielo scende sulla terra. I cieli si aprono per questa discesa da Dio dello Spirito e, con lo Spirito, ecco risuonare la parola personalissima rivolta a Gesù: “Tu! Tu sei mio Figlio!”. Questa l’identità di Gesù: è il Figlio di Dio!

 

Per esplicitare questa proclamazione, il vangelo secondo Luca cita il salmo 2: “Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato” (v. 7), sicché questa voce non è una rivelazione per Gesù, che conosceva la sua relazione con il Padre (cf. Lc 2,49), ma piuttosto un’intronizzazione messianica all’inizio della sua missione. Nel vangelo secondo Marco la voce discesa dal cielo (ripresa da Matteo e da alcuni manoscritti di Luca) risuona in modo diverso: “Tu sei mio Figlio, l’amato, in te mi sono compiaciuto!” (Mc 1,11; Mt 3,17). Oltre al salmo 2, viene qui echeggiata anche la dichiarazione del Signore sul suo Servo (“Ecco il mio Servo, … in lui mi sono compiaciuto”: Is 42,1). Sì, Dio si compiace, trova gioia nel suo Servo, come la trova nella sua venuta tra gli umani (cf. Lc 2,14). Anche nella trasfigurazione questa voce dal cielo scenderà per proclamare Gesù come Figlio di Dio, come Servo eletto al quale va l’ascolto, e confermarlo nel suo cammino verso la passione e la morte (cf. Lc 9,35).

 

Nessuno ascolta quella voce, nessuno vede scendere lo Spirito all’infuori di Gesù, che quell’evento potrà dunque proclamare con autorevolezza: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha unto e mi ha inviato a portare la buona notizia ai poveri” (Lc 4,18; Is 61,1). Il battesimo è dunque rivelazione della chiamata rivolta a Gesù, che lui realizzerà pienamente e puntualmente quale Messia, perciò Figlio di Dio, e quale Profeta, perciò Servo del Signore.

 

“Gesù aveva circa trent’anni” (Lc 3,23), annota Luca subito dopo, dunque ha trascorso molti anni di vita nascosta. Dal suo bar mitzwah, quando a dodici anni divenne “figlio del comandamento” (cf. Lc 2,41-50), fino a questo evento di rivelazione, Gesù ha vissuto un’esistenza ordinaria, che a noi resta oscura. Inutile ricostruire con la fantasia e l’immaginazione quegli anni, per farne discendere una “spiritualità” di Gesù in famiglia, di Gesù operaio, di Gesù a Nazaret… Ci basti sapere che ha atteso, che non si è dato ruoli né una vocazione, ma che ha sempre saputo vivere l’oggi di Dio.

 

Siamo certi soltanto della sua obbedienza a Dio piuttosto che agli uomini e alla famiglia (cf. Lc 2,49; At 5,29); della sua disponibilità a fare posto nella propria vita e nel proprio corpo allo Spirito santo, “il suo compagno inseparabile” (Basilio di Cesarea); del suo esercitarsi nell’arte dell’ascolto della Parola di Dio, che egli trovava nell’assiduità alle sante Scritture; del suo farsi discepolo mettendosi alla sequela di Giovanni, rabbi e profeta; del suo fare discernimento della propria vocazione e missione. Questo fino a circa trent’anni, quando ormai era un uomo maturo e, per il suo tempo, avanti negli anni. E quando il suo maestro Giovanni fu imprigionato da Erode (cf. Lc 3,19-20), ecco venuta la sua ora, l’ora di far risuonare la sua parola, l’ora di proclamare il Vangelo, l’ora di percorrere le vie della Galilea e della Giudea “passando tra gli umani facendo il bene” (cf. At 10,38) e facendo arretrare il diavolo.

 

Questo cammino va dall’immersione nelle acque del Giordano all’immersione nelle acque della passione e della morte (cf. Sal 69,2-3). E anche nell’ora della morte Gesù sarà crocifisso in mezzo a due malfattori (cf. Lc 22,37; 23,33; Is 53,12), solidale con i peccatori, come lo era stato per tutta la vita. Li aveva preferiti ai giusti, facendosi battezzare insieme a loro da Giovanni; li preferirà ancora ai giusti morendo in croce tra di loro, ma arrivando a promettere proprio a uno di loro: “Oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43). E appena morto sentirà di nuovo la voce del Padre: “Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato”, voce che lo richiama dai morti, Spirito santo che lo rialza alla vita eterna. L’Apostolo Paolo rileggerà questa storia in modo sintetico all’inizio della Lettera ai Romani: “Cristo Gesù, … Figlio di Dio, nato dalla stirpe di David secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito santo, attraverso la resurrezione dei morti” (Rm 1,1.3-4).

 

La festa del battesimo di Gesù è l’ultima manifestazione-epifania del tempo di Natale. Venendo nel mondo, Gesù si è manifestato a Betlemme ai pastori, ai poveri di Israele; si è manifestato come Re dei giudei ai sapienti venuti dall’oriente, alle genti della terra; e all’inizio del suo ministero pubblico si è manifestato a tutto Israele quale Messia e Figlio di Dio. Dalla prossima domenica, attraverso la lettura cursiva del vangelo secondo Luca, la chiesa ci chiederà di seguire Gesù verso la sua Pasqua, “il suo esodo che dovrà compiersi a Gerusalemme” (Lc 9,31).


Leonardo da Vinci

 

di fronte al tema

 

della religione

 

Gianfranco Ravasi

 

 

Venerdì 2 maggio 1519, a 67 anni (era nato il sabato 15 aprile 1452), moriva nel castello di Cloux, oggi Clos-Lucé presso Amboise, sulla riva sinistra della Loira nella Francia centrale, Leonardo da Vinci. Imponenti saranno nel 2019 le celebrazioni di questo genio che ha lasciato un’altrettanto imponente eredità artistica, scientifica, letteraria. Steve Jobs, il fondatore di Apple, non esitava a considerarlo come il modello più alto da seguire anche nei nostri giorni apparentemente così diversi, e la ragione sarebbe nel fatto che egli aveva saputo coniugare scienza e arte, cioè tecnica e umanesimo in un intreccio unico e creativo. Jobs lo definiva l’«ingegnere rinascimentale» e noi lo possiamo considerare come colui che ha risolto in anticipo il dibattito sulle «due culture», formalizzato nel 1959 dall’omonimo saggio di Charles Percy Snow, che in proprio era di professione chimico e romanziere.

Ovviamente non possiamo ora delineare un ritratto biografico del personaggio, per altro abbozzato in modo esemplare nel Leonardo di Carlo Vecce (1998), né percorrere la sua straordinaria produzione artistica o la sua suprema elaborazione scientifica e neppure inoltrarci nel suo eventuale pensiero sistematico come ha fatto in una nota conferenza fiorentina dell’aprile 1906 Benedetto Croce dedicandosi a Leonardo filosofo, testo raccolto poi da Laterza nell’opera Saggio su Hegel seguito da altri scritti di storia della filosofia. Né è possibile raccogliere la massa delle sue annotazioni, spesso aforistiche, di stampo etico. Eccone solo alcuni esempi: «Riprendi l’amico in segreto e lodalo in palese… Questo uomo ha una somma pazzia, che sempre stenta per non stentare, e la vita a lui fugge sotto speranza di godere i beni con somma fatica acquistati… L’uomo ha grande discorso, del quale la più parte è vano e falso; gli animali l’hanno piccolo, ma utile e vero. È meglio la piccola certezza che la grande bugia… Felici fien quelli che presteranno orecchi alla parola dei morti: leggere le buone opere e osservarle… Chi poco pensa, molto erra… Chi non punisce il male comanda lo si faccia… Oh, miseria umana, di quante cose per danari ti fai serva!… Chi semina virtù fama ricoglie». E ancora, in particolare, sull’esistenza morale: «La vita bene spesa lunga è… Siccome una giornata bene spesa dà lieto dormire, così una vita bene spesa dà lieto morire… Chi non stima la vita non la merita… Quando io crederò imparare a vivere, e io imparerò a morire». Per concludere col celebre «Non si volta chi a stella è fiso». […]

Augusto Marinoni pubblicò su «Vita e Pensiero» (n. 1/1983) un articolo intitolato La religione di Leonardo, il tema a cui vorrei ora accennare, un soggetto sostanzialmente negletto dai leonardisti. Certo, c’è il saggio di Rodolfo Papa un po’ arditamente intitolato Leonardo teologo (2006). In realtà, però, si tratta dell’analisi dell’iconografia biblica dei suoi vari dipinti, essendo allora le Sacre Scritture il grande codice artistico fondamentale: si pensi solo all’Ultima cena milanese, all’Annunciazione e all’Adorazione dei Magi degli Uffizi, alla Vergine delle rocce, alla Sant’Anna Metterza del Louvre, all’incompiuto San Girolamo della Vaticana. Ogni artista si confrontava allora con questi soggetti con una propria ermeneutica dalle molteplici iridescenze spirituali.

Ma se volessimo identificare attraverso attestazioni autobiografiche la religiosità personale di Leonardo, la messe sarebbe esigua, al di là delle frequentazioni con uomini di Chiesa (pensiamo, ad esempio, al cardinale Luigi d’Aragona o allo stesso papa Leone X che lo ospitò in un appartamento del Belvedere tra il 1513 e il 1516). Prevale la convinzione che la visione “teologica” leonardiana fosse di stampo panteistico naturalistico, con una pratica religiosa tradizionale e comune. Al riguardo è significativa la narrazione della sua morte fatta dal Vasari nelle sue famose Vite de’ più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani (1550). Eccone un estratto: «Finalmente, venuto vecchio, stette molti mesi ammalato; e vedendosi vicino alla morte, si volse diligentemente informare de le cose catoliche e della via buona e santa religione cristiana, e poi con molti pianti confesso e contrito, sebene e’ non poteva reggersi in piedi, sostenendosi nelle braccia di suoi amici e servi, volse divotamente pigliare il Santissimo Sacramento fuor del letto. Sopragiunseli il re, che spesso et amorevolmente lo soleva visitare; per il che egli per riverenza rizzatosi a sedere sul letto, contando il mal suo e gli accidenti di quello, mostrava tuttavia quanto avea offeso Dio e gli uomini del mondo non avendo operato nell’arte come si conveniva».

Il racconto della morte pia, pur avendo un suo fondamento per la ragione sopra evocata dell’adesione alla fede comune, ha un aspetto celebrativo, come lo è l’introduzione fantasiosa del re Francesco I di Valois, tra le cui braccia regali Leonardo si sarebbe spento (il sovrano in realtà era allora in un castello presso Parigi). La sua vita era stata lambita da un’accusa di immoralità: nel 1476 aveva subito una denuncia per sodomia a Firenze ma l’indagine si era conclusa con un’assoluzione. Vasari lo riteneva un “eretico”, anche se nell’edizione successiva delle Vite (1568) tale definizione era stata omessa: «Fece ne l’animo un concetto sì eretico, che e’ non s’accostava a qualsivoglia religione, stimando per avventura assai più lo esser filosofo che cristiano».

Certo è, come notava un altro importante studioso vinciano, Carlo Pedretti, che quello della fede di Leonardo è «un problema scomodo, per non dire spinoso». La stessa frammentarietà e l’ecletticità dei suoi scritti rendono impossibile l’elaborazione di una visione unitaria in questo ambito che era da lui poco trattato rispetto ai temi scientifici o artistici che dominavano la sua ricerca. Proprio per questo ogni particolare filosofico-teologico delle sue annotazioni è stato soggetto a interpretazioni antitetiche e ipotetiche. Così, tanto per esemplificare, la sua stroncatura della credulità nei fantasmi ha fatto ipotizzare una sua negazione dell’immortalità, mentre la sua passione per la ricerca sperimentale («la meccanica è il paradiso delle scienze matematiche») è stata letta da alcuni come una opzione deterministica e materialistica.

Freud rappresentò Leonardo come un uomo svegliatosi troppo presto nella notte quando tutti gli altri dormivano ancora. Tuttavia è visibile in lui l’influsso di Marsilio Ficino, filosofo platonico toscano, suo contemporaneo, che lo conduce a scavare, sì, nella materia per isolarne il dinamismo energetico; ma questo moto immanente avrebbe la sua origine nel Primo Motore, Dio. Nell’essenza umana, invece, sarebbe l’anima a costituire questa energia che in noi è fulminea e metatemporale, espressa nella mente, nella conoscenza, nel desiderio di «ritornare al suo Mandatario», Dio, sorgente di questo dinamismo vitale e spirituale. Proprio in questa luce è da decifrare la sua definizione della pittura come «discorso mentale». La materia oppone la sua passività, ma è lo spirito a sommuoverla e a esprimersi con la sua potenza attraverso essa. Come scienziato, Leonardo studia le leggi che regolano la materia; ma come artista cerca di cogliere l’intimo vibrare dell’anima che vivifica la materia. Osserva Marinoni nell’articolo citato apparso nella rivista: «Dio non è solo il Primo Motore che muove il mondo, ma anche sommo Maestro e “altore”, ossia l’artista che ha ideato la forma del cosmo, suo capolavoro». È in questa luce che, creando le sue opere artistiche, come scriveva Leonardo, «la mente del pittore si trasmuta in una similitudine di mente divina».

Possiamo, allora, concludere con una delle rare professioni di fede orante che egli ci ha lasciato, ove amore e timore s’incrociano in forma lapidaria: «Tu, o Iddio, ci vendi tutti li beni per prezzo di fatica… Io t’ubbidisco, Signore, prima per l’amore che ragionevolmente ti debbo, secondariamente che sai abbreviare le vite a li omini».

 

 

(“Il Sole 24 Ore” )


La religione:

 

elemento identitario

 

e relazionale

 

Brunetto Salvarani

 

 

Parto da qualche considerazione su due termini chiave di questo nostro tempo così incerto: identità e differenza. Entrambe le parole, a ben vedere, sono attualmente messe fortemente in discussione: dalle ingombranti tendenze all’universalità e alla globalizzazione (più del mercato che dei valori, in realtà), da un lato, ma anche da un parossistico rinchiudersi sul proprio tribalistico particulare, sul proprio etnocentrismo o comunitarismo come unica reazione – spesso scomposta – a simili tendenze, dall’altro. Nel primo caso, l’identità è negata alla radice, così come la differenza; nel secondo, l’identità è celebrata acriticamente e spesso retoricamente (in non rari casi, direi paranoicamente), come un fragile totem perennemente uguale a se stesso, mentre la differenza viene percepita come un disvalore cui si deve dare ogni forma possibile di ostracismo, e come un attentato alla propria superiore specificità. Va riconosciuto onestamente che è naturale, del resto, manifestare uno stato di insicurezza psicologica nei confronti di un’alterità sconosciuta e non rielaborata; di una complessità sociale di fronte alla quale è semplice smettere di pensare e opporre una lettura semplificatoria del reale, buoni versus cattivi, bianchi versus neri, autoctoni versus immigrati e così via. Mentre la differenza, nel quadro della pedagogia interreligiosa significa diritto all’opacità: sei così diverso da me che non capisco tutto del tuo universo, che mi tocca non dare per scontato nulla del mio universo, che qualcosa tra noi rimane opaco.

Eppure, ciò non impedisce la relazione, la convivenza, il rapporto. Anche perché capisco che la diversità fa appieno parte della realtà. C’è una diversità di fatto che diventa di principio.

Se non subentra una qualche forma di etica, quell’etica dell’incontro e del dialogo di cui – nel secolo scorso – ci hanno parlato, fra gli altri, maestri come Buber, Heidegger, Lévinas, e i pensatori francesi del personalismo, appare impossibile uscire positivamente dal sopra citato cul-de-sac. Ma è proprio vero che identità e differenza si oppongono irrimediabilmente?

 

Per una pedagogia della differenza

 

L’esperienza di ogni relazione di incontro e di dialogo, che si tratti di dialogo fra cristiani o con persone di altre convinzioni, è che proprio attraverso l’incontro, e tramite lo sguardo degli altri, è possibile scoprire (o riscoprire) qualcosa della nostra identità. Questo è il segreto di ogni incontro e di ogni dialogo autentici. Certo, dialogare è difficile. Eppure – come spiega Adriano Fabris nel suo Etica della comunicazione [1] - il dialogo rappresenta il paradigma di ogni rapporto comunicativo, nella misura in cui, dialogando, l’interlocuzione viene a realizzarsi nella maniera più adeguata. Secondo tale autore, il primato del dialogo semplicemente s’impone, in piena evidenza: basta, però, aver chiaro cosa significa, in senso proprio, dialogare. Si può prendere le mosse dall’esperienza quotidiana: perché si dia dialogo, ciascun interlocutore è chiamato a riconoscere da subito, almeno implicitamente, le buone ragioni dell’altro. Sarebbe la differenza reciproca, dunque, su questa linea, accettata e percepita e vissuta come un’occasione di autopurificazione e di miglioramento del proprio cammino, il punto di partenza per ogni autentico dialogo. Con uno slogan: l’identità non risiede nel soggetto, come si crede di solito, ma nella relazione, nel rapporto, nella dimensione io-tu. Una simile considerazione, tuttavia, non è stata sempre pacificamente riconosciuta, anzi. Per parecchio tempo il senso comune sul dialogo ecumenico e interreligioso ha predicato che esso si sarebbe potuto realizzare meglio sulla base di una rinuncia – più o meno tattica – alla propria identità religiosa da parte dei partecipanti al dialogo stesso. In nome di una sorta di minimo comune denominatore tra le fedi coinvolte, semmai… In tale prospettiva, per dialogare e capirsi basterebbe che ciascun dialogante si dimostrasse arrendevole su qualche punto spinoso del proprio credo, fino a giungere a un generico embrassons-nous che sorvolasse sui problemi aperti.

Attualmente, però, si ritiene (correttamente) che una simile prospettiva non funzioni più e non aiuti per nulla a fare qualche passo avanti. Piuttosto, è appunto la consapevolezza della propria identità a consentire qualsiasi forma di dialogo.

Un’identità non è costituita da un idolo, bensì da esperienze vissute e condivise nel tempo, e spesso, quando ci imbattiamo in appelli all’identità cristiana presentata (oggi capita con una certa frequenza) come irrimediabile impedimento al dialogo, in realtà mi pare si tratti di pura strumentalizzazione, se non di mera ideologia. Lo mostra felicemente, fra gli altri, un bel saggio del teologo peruviano Gustavo Gutierrez, da poco novantenne, che scrive: “Avere convincimenti fermi non è di ostacolo al dialogo, ne è piuttosto la condizione necessaria. Accogliere, non per merito proprio ma per grazia di Dio, la verità di Gesù Cristo nelle proprie vite è qualcosa che non solo non invalida il nostro modo di fare nei riguardi di persone che hanno assunto prospettive diverse dalla nostra, ma conferisce al nostro atteggiamento il suo genuino significato.

Di fronte alla perdita di riferimenti, che alcuni sembrano vivere, è importante ricordare come l’identità costituisca una componente essenziale di una spiritualità”.[2] Mentre Piero Coda, fra i teologi da anni più impegnati sul terreno del dialogo interreligioso, evidenzia a più riprese che per un dialogo autentico non si può in alcun caso prescindere dall’identità altrui: occorre invece rispettarla “nella sua originalità, conoscendola nella sua diversità ed entrando in un reale rapporto di reciprocità”[3], e che “solamente delle identità religiose vive, profonde e stagliate sono capaci di poter conoscere anche le altre, e di interagire con esse”[4]. Nessuna abdicazione alla propria identità, quindi, per predisporsi efficacemente all’incontro con l’altro, ma piuttosto un investimento serio su una pedagogia della differenza. Perché l’identità, per di più – vale la pena di non dimenticarlo – è un elemento in perenne movimento, che si plasma nel relazionarci alle persone, allo spazio, persino agli oggetti. Che cambia nel trascorrere del tempo, costruita su alcuni punti irrinunciabili, provenienti dalla tradizione e dalla lettura dei segni dei tempi, operata nel discernimento [5]. Come ci ha spiegato Zygmunt Bauman, un’identità perfetta non esiste: esiste un puzzle, composto di tessere differenti come differenti sono gli elementi che ci definiscono. Di più: la nostra identità è “un puzzle difettoso, in cui mancano alcuni pezzi”.[6]

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La Bibbia, il Grande codice dell’ospitalità

 

Nel cuore di un’identità consapevolmente situata nell’ambito della lettura ebraicocristiana della realtà, è necessario evidenziarlo, risiede la Bibbia, grande codice della cultura occidentale. E nella crisi di quell’identità, pertanto, non può essere sottaciuto il vero e proprio dramma della cronica ignoranza di essa, che affligge anche paesi di consolidata tradizione cristiana come il nostro. Lo conferma una percezione generalizzata, oltre che una discreta serie di inchieste dedicate a tale argomento.[7]

Ritengo legittimo sostenere che, in assenza di una consapevolezza almeno minima della Bibbia, ci si preclude la comprensione di numerose presenze nella vita quotidiana di molti Paesi di antica cristianità, compreso il nostro: come interpretare edifici, sculture e immagini che popolano città e campagne, capire espressioni, modi di dire e proverbi del linguaggio popolare e colto, muoversi tra calendari, celebrazioni e feste, se si è privi dell’alfabeto che li ha generati e nutriti? E come auspicare, inoltre, l’inte(g)razione e la convivenza di quanti giungono qui provenendo da mondi religiosi multicolori, se chi dovrebbe accoglierli non è in grado di spiegare loro testi e meccanismi che nella storia ne hanno originato usi e costumi? Sì, sono domande tutt’altro che marginali – e tutt’altro che neutre - nell’attuale quadro sociale nazionale: quali episodi, volti, immagini bibliche hanno plasmato l’orizzonte simbolico e culturale di generazioni di uomini e donne nati e cresciuti in una società che, un tempo almeno, non poteva non dirsi cristiana? Quali dei racconti e dei personaggi biblici parlano ancor oggi un linguaggio universale, come fanno, ad esempio, le figure immortali del teatro classico o la raffinata sapienza orientale? Non poche, direi… Si noti, poi: la rilevanza della Bibbia non riguarda soltanto aspetti legati alla fede.

Seguendo una suggestione del cardinal Martini, in una società di laicità matura potremmo evidenziarne anche il carattere di libro che educa:[8] non solo come libro letterario ma anche come testo sapienziale, “che esprime la verità della condizione umana, di qualunque continente e cultura, può sentirsi specchiata almeno in qualche

parte di esso”, e come libro narrativo. In tale direzione, lo è “perché descrive le vicende di un popolo nell’ambito di altri popoli attraverso un cammino progressivo di liberazione, di presa di coscienza, di crescita di responsabilità del soggetto individuale, fornendo un paradigma storico valido per l’intera storia dell’umanità”. La Bibbia è un libro con il quale siamo chiamati a confrontarci, credenti o (cosiddetti) non credenti, laici o religiosi che siamo. I suoi personaggi si affannano e comunicano, s’innamorano e lavorano, combattono e piangono, mentono e tradiscono, uccidono e vengono uccisi, desiderano e sognano, mangiano e si divertono: sono, dunque, come gli uomini e le donne di ogni tempo e di ogni luogo, di ieri e di oggi, chiamati, se ci riescono, a umanizzarsi e a fare i conti con la nostra fragilità così come lo siamo noi. La Bibbia, con Dio a scuola di umanità. Anzi, a scuola di fragilità, di relazioni e di ospitalità.[9]

 

 

NOTE

 

1 A. FABRIS, Etica della comunicazione, Carocci, Roma 2006, pp.74-79.

2 G. GUTIERREZ, “Un nuovo tempo della teologia della liberazione”, in Il Regno Attualità 41(1997)10, pp.298-315.

3 P. CODA, “Nuove frontiere per il dialogo interreligioso”, in Protestantesimo 55 (2001)56, p.178.

4 IDEM, L’amore di Dio è più grande del nostro cuore, Piemme, Casale Monferrato (AL) 2000, p.30.

5 A. SEN, Identità e violenza, Laterza, Roma-Bari 2006.

6 Z. BAUMAN, Intervista sull’identità, a cura di B. Vecchi, Laterza, Roma-Bari 2003, pp.56s.

7 Cfr., ad esempio, I. DIAMANTI, Gli italiani e la Bibbia, EDB, Bologna 2014.

8 C.M. MARTINI, “La parola di Dio nel futuro dell’Europa”, in AA.VV., Non passare oltre, EDB, Bologna 2003, pp.383-390.

9 È questa la tesi di fondo del mio Teologia per tempi incerti, Laterza, Roma-Bari 2018.

 

 

(CEM - Bergamo "LE PAROLE CHE ESCLUDONO, QUELLE CHE INCLUDONO" - 24 novembre 2018)


L’Epifania, manifestazione dell’anti-regalità di Gesù

 

 

 

 

6 gennaio 2019

 

Epifania del Signore

Mt 2,1-12

di ENZO BIANCHI

 

1 Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme 2e dicevano: «Dov'è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». 3All'udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. 4Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. 5Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:

 

6E tu, Betlemme, terra di Giuda,

non sei davvero l'ultima delle città principali di Giuda:

da te infatti uscirà un capo

che sarà il pastore del mio popolo, Israele».

 

7Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella 8e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo».

9Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. 10Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. 11Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. 12Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese.

 

Alla nascita e alla morte di Gesù risuona per lui lo stesso titolo, “Re dei giudei”. Alla nascita – è il testo che oggi la liturgia ci propone – lo dicono i magi e lo ripetono gli scribi ed Erode; alla morte lo fa scrivere Pilato su un cartello (cf. Mc 15,26 e par.; Gv 19,19), lo usano i soldati per schernirlo (cf. Mc 15,18; Mt 27,29; Gv 19,3), lo leggono tutti i presenti all’esecuzione barbara della crocifissione (cf. Gv 19,20). Alla nascita e sotto la croce vi è la stessa rivelazione: l’umanità è una nella ricerca di Dio e nel ripudio di Dio, o meglio nel credere al bene con speranza oppure nel non credere al bene, preferendo la violenza, il male.

 

Dunque il vangelo dell’Epifania, della manifestazione dell’identità di Gesù alle genti, a quelli che non erano ebrei, figli di Israele, è un vangelo decisivo, che dà alla festa odierna un particolare significato: Gesù è nato Re dei giudei, Re del popolo di Dio, ma per tutti, e tutti possono cercarlo e andare a lui. In questo racconto di Matteo ci sono eventi, eventi nella storia, ma c’è anche una lettura che l’evangelista fa nella fede. Nasce un bambino in una semplice famiglia formata da un artigiano, Giuseppe, e dalla sua giovane moglie, Maria; nasce in una stalla, riparo per il gregge nella campagna di Betlemme, eppure alcuni uomini da lontano, dall’oriente, o meglio dalla loro sapienza “orientata”, nella loro ricerca sono portati a vedere in questa semplice nascita il compimento del loro cercare, la pienezza della loro attesa.

 

I magi non conoscono le Scritture né la lingua o le consuetudini della terra verso cui si mettono in viaggio. Sono talmente sprovveduti da chiedere informazioni a Erode circa la nascita del nuovo re, ma sono uomini abitati dal desiderio, dall’inquietudine e dunque in ricerca, in attesa. Tutti gli umani di ogni tempo e cultura hanno in comune soprattutto la ricerca del bene, anche se poi contraddicono questo loro desiderio così impegnativo. In ogni essere umano c’è un anelito al bene, alla vita piena, alla pace, e questo fuoco che abita gli umani li spinge a cercare, a mettersi in cammino, a dichiarare per loro insufficiente la terra che abitano, l’orizzonte consueto. Per questo cammino gli umani cercano e trovano come segnali ciò che possono: il cielo, la terra, il mare e anche le creature animate e inanimate con le quali sanno comunicare.

 

In quel lungo pellegrinaggio, soprattutto della mente e del cuore, alcuni sapienti, i magi, hanno guardato alle stelle, alla sabbia del deserto, alle bestie che cavalcavano, al bagaglio che trasportavano con sé, per vivere e per fare doni. Per chi scruta l’orizzonte sempre sorge una stella, sempre – come dice il nostro brano evangelico – c’è un oriente, un segno che sorge all’orizzonte, che invita al cammino. E così è avvenuto per quei mágoi, che dall’oriente (apò anatolôn) giungono a Gerusalemme, la città santa, l’ombelico del mondo (cf. Sal 48,3; cf. Ez 5,5; 38,12). Essi chiedono: “Dov’è il Re dei giudei che è nato?”, proprio ai giudei che non si erano accorti della nascita del loro Re. Non se n’era accorto il re che regnava in quel momento, Erode, non se n’erano accorti i sacerdoti del tempio di Gerusalemme e neppure gli esperti delle sante Scritture, gli scribi. Ecco lo scandalo: chi è deputato a conoscere e a osservare ciò che accade non sa, chi è capace di interpretare puntualmente le Scritture in riferimento al Re dei giudei lo annuncia con chiarezza e certezza, eppure in una situazione di radicale accecamento. È così, e ancora oggi avviene così: si possono conoscere le parole di Dio contenute nelle Scritture, si possono citare e spiegare con competenza, si possono addirittura insegnare agli altri, eppure, nel contempo, restare in una situazione di totale cecità o sordità, manifestazioni della sklerokardía, della callosità del cuore che impedisce di discernere la presenza dell’azione di Dio.

 

Questa venuta dei magi causa però inquietudine, turbamento da parte dei rappresentanti del potere politico e di tutta Gerusalemme, perché quando un potere ne vede sorgere un altro teme e trema, sentendosi minacciato. Da quell’ora l’inquietudine e il turbamento non cesseranno, fino al giorno in cui questo Re dei giudei che è nato andrà alla morte, rivestito di un manto di porpora, con una canna come scettro in mano, con una corona di spine sulla testa, deriso, sbeffeggiato e infine appeso nudo a un palo, la croce!

 

Eppure quei sapienti obbedienti alle Scritture dei giudei, anzi ri-orientati dalle Scritture, riescono nuovamente a vedere la stella che, dopo una lunga eclisse, li conduce fino al bambino Re Messia, a Betlemme, dove trovano ciò che cercavano ma che certamente non si aspettavano così: non una reggia, non una corte regale in festa, non lo sfarzo degno della nascita di un principe, ma semplicemente un bambino e sua madre. Contemplano non quello che avevano tanto atteso e cercato, ma altro: l’imprevedibile nascita di un povero bambino in una famiglia semplice che ha trovato riparo in una grotta. Tre sono i segni che i magi hanno ascoltato interpretato: la stella apparsa nel cielo, un evento di questo mondo che va assolutamente percepito e decifrato; le sante Scritture, che contengono quella parola di Dio che illumina e rivela ciò che non possiamo sapere da noi stessi; l’ardere del cuore che chiede di fare il viaggio, l’inquietudine che spinge a cercare, ad andare verso una promessa.

 

E così, come convertiti, mutati nella loro mente e nel loro cuore, i magi riconoscono la vera regalità nell’anti-regalità, la regalità potente e universale nella debolezza umana, in un infante incapace di parlare e di essere eloquente con la parola. Eppure capiscono, giungono alla fede, sebbene non siano destinatari né della rivelazione né delle sante Scritture; e non a caso Matteo annota che fanno ritorno al loro paese attraverso un altro cammino, cioè un altro modo di pensare e di vivere; “convertiti”, dunque.

 

Così avviene la rivelazione, per i giudei e per le genti: solo guardando alla debolezza di Gesù, al suo essere piccolo, si può comprendere la sua vera regalità, la sua vera identità, non plasmata in base alle immagini dei re e dei potenti di questo mondo. Per altre strade gli altri vangeli diranno la stessa cosa: contemplazione (theoría) di Gesù è il vederlo crocifisso (cf. Lc 23,48); visione che porta alla fede in Gesù è vederlo come seme caduto a terra (cf. Gv 12,24). Quei magi, convertiti alla vista del bambino in quella povera famiglia, in quella greppia, adorano, si prostrano e gli offrono in dono oro, incenso e mirra, prodotti preziosi dell’oriente, elaborati dalla cultura delle genti. Ciò che Gesù risorto chiederà ai discepoli – “Andate e fate discepole tutte le genti” (Mt 28,19) – ha qui la sua primizia, perché nei magi le genti iniziano a farsi discepole di Gesù stesso. Le genti, infatti, divengono discepole quando cercano con sincerità, si aprono con audacia e si mettono in cammino senza indugio.

 

Nell’Epifania del Re dei giudei a Betlemme comincia a manifestarsi quello scisma che si consumerà di fronte a Gesù: da una parte il riconoscimento e l’adorazione delle genti, dall’altra il non riconoscimento da parte dei figli della promessa. Eppure proprio in questo evento Gesù, l’umanizzazione del Dio di Israele, appare come luogo di incontro tra le genti e il popolo di Dio, perché figlio di Israele, Re dei giudei, ma riconosciuto e adorato come Re anche dall’umanità priva della promessa.

 

Quanti uomini e quante donne, dall’oriente e dall’occidente, dal nord e dal sud, come questi magi cercano il bene, si sentono viandanti, in cammino, si esercitano a riconoscere la salvezza come umanizzazione e si impegnano perché l’umano sia sempre più umano. Lo sappiano o meno, sono persone alle quali ogni bambino che nasce, ogni umano che viene al mondo deve apparire con la dignità di un re; come un fratello o una sorella che attende da noi il nostro oro (ciò che abbiamo), il nostro incenso (il profumo sprigionato dalla nostra presenza), la nostra mirra (ciò che sappiamo sacrificare di noi stessi, spendendo la vita per l’altro).

 

L’Epifania è manifestazione della vera regalità a tutti, cristiani e non cristiani. Ma ormai ci incamminiamo verso la Pasqua, come ricorda l’indizione della data di questa “festa delle feste”, che oggi viene fatta nelle chiese d’oriente e d’occidente: la Pasqua, quando il Re dei giudei farà la fine di chiunque osa pensare e mettere in pratica una regalità come servizio dell’altro e non come potere violento. Ma l’ultima parola spetta a Dio, al Dio di Gesù, colui che lo ha costituito Signore e Messia per sempre, Re dei Giudei e dunque Re dell’universo.


Lottiamo insieme...

 

possiamo facerla

 

Stephen Hawking (1942-2018)

 

 

 

Ho avuto una vita straordinaria su questo pianeta, al contempo attraversando l'intero universo con la mia mente e le leggi della fisica. Sono arrivato agli estremi confini della galassia, ho viaggiato in un buco nero e sono tornato indietro fino all'inizio del tempo. Sulla Terra, ho visto alti e bassi, turbolenze e tranquillità, successo e sofferenza. Sono stato ricco e povero, fisicamente abile e disabile. Sono stato lodato e criticato, ma mai ignorato. Grazie al mio lavoro, ho avuto l'enorme privilegio di contribuire alla comprensione dell'universo. Ma l'universo sarebbe vuoto se non fosse per le persone che amo e che mí amano: senza di loro, ai miei occhi tutta la sua meraviglia perderebbe di significato.

Alla fine di tutto, íl fatto che noi umani, che siamo dei semplici insiemi di particelle fondamentali della natura, siamo stati ín grado di giungere a una comprensione delle leggi che governano noi e il nostro universo, rappresenta uno straordinario trionfo. E sono lieto di condividere la mia eccitazione e il mio entusiasmo per questi importanti traguardi.

Spero che un giorno troveremo le risposte a tutte le nostre domande. Ci sono infatti altre sfide, altri grandi interrogativi ancora irrisolti riguardo al nostro pianeta, che dovranno essere affrontati dalle future generazioni di uomini e donne che vorranno dedicarsi con passione alla ricerca scientifica.

Come riusciremo a nutrire una popolazione mondiale sempre più numerosa? A fornirle acqua potabile, a produrre energia rinnovabile, a prevenire e curare le malattie e a rallentare il cambiamento climatico globale? Mi auguro che la scienza e la tecnologia ci forniranno le risposte a queste ulteriori domande, ma per implementare le soluzioni non si potrà fare a meno degli esseri umani, con le loro conoscenze e la loro capacità dí comprendere il reale. Lottiamo perché ogni donna e ogni uomo possano vivere delle vite sane e sicure, piene di opportunità e di amore. Siamo tutti viaggiatori del tempo, incamminati verso il futuro, ma dobbiamo lavorare insieme per rendere quel futuro un posto piacevole da abitare.

Siate coraggiosi, curiosi e determinati, anche quando le condizioni giocano a vostro sfavore. Potete farcela!


“Non sapevate che devo stare presso il Padre mio?”

 

 

 

30 dicembre 2018

 

Domenica fra l’Ottava di Natale, Santa famiglia

Lc 2,41-52

di ENZO BIANCHI

 

In quei giorni 41 i genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. 42Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. 43Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. 44Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; 45non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. 46Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. 47E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. 48Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». 49Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». 50Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.

51Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. 52E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

 

Giuseppe e Maria erano credenti giudei fedeli e osservanti della Legge di Dio data a Mosè, dunque, in obbedienza alla Torah (cf. Dt 16,6), ogni anno facevano la salita, il pellegrinaggio alla città santa di Gerusalemme in occasione della festa di Pasqua, memoriale della liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto. Quando Gesù, il figlio nato a Betlemme e ormai cresciuto con loro a Nazaret, compì dodici anni, i suoi genitori lo portarono a Gerusalemme affinché diventasse, attraverso un rito che si svolgeva al tempio, bar mitzwah, “figlio del comandamento”, cioè un uomo credente responsabile della sua identità davanti al Signore e in mezzo al suo popolo. Il ragazzo forse già allora – come avviene ancora oggi tra gli ebrei – era invitato a leggere i rotoli delle sante Scritture, mostrava di saperle leggerle in ebraico come stava scritto e poi, interrogato dagli scribi, gli esperti della Legge, rispondeva, dando prova della preparazione che aveva ricevuto e dello studio in cui si era impegnato, alle domande riguardanti la volontà del Signore inscritta nella Torah.

 

Così fece anche Gesù. Poi Giuseppe e Maria, insieme alla loro carovana partita dalla Galilea, intraprendono il cammino del ritorno, finché alla sera, durante la sosta, si accorgono che l’adolescente Gesù non è con loro. Un figlio che si è perduto, o che comunque non è accanto ai genitori in viaggio al calare della notte, desta in loro ansia, paura, e dunque la necessità di una ricerca affannosa, innanzitutto all’interno della carovana. Ma Gesù risulta un figlio che non c’è, che desta la domanda: “Dov’è?”, domanda ben più profonda di quanto possa apparire in quella circostanza di sofferenza e di paura. Dov’è Gesù? Giuseppe e Maria decidono allora di ritornare a Gerusalemme e di cercarlo in città, come un figlio che si è perduto o che se n’è andato dalla famiglia. Per tre giorni quella ricerca continua, e tutti noi sappiamo cosa significhi non trovare più qualcuno che amiamo, non sapere dove sia, dover fare i conti con la prospettiva di una sua mancanza definitiva. Tre giorni, il tempo dell’attesa secondo la tradizione ebraica, il tempo dell’angoscia che trova un termine, perché al terzo giorno Dio si fa presente (cf. Os 6,2)… Dopo averlo cercato ovunque, ritornano infine al tempio, là dove Gesù era stato accompagnato da loro per essere annoverato tra i credenti osservanti della Legge.

 

Ed ecco, trovano Gesù proprio al tempio, luogo dal quale non era uscito: era rimasto a dimorare là dove dimora la Shekinah, la Presenza di Dio. Egli è seduto tra i rabbini, i dottori della Legge, gli uomini esperti e interpreti delle sante Scritture, intento ad ascoltarli e a interrogarli. Stiamo attenti a non leggere in questo episodio qualcosa di miracoloso e di straordinario, bisognosi come siamo di segni e miracoli, pur di non capire il vero messaggio: Gesù non sta facendo un’omelia che stupisce tutti, ma si fa veramente discepolo dei rabbini, in primo luogo attraverso il loro ascolto e poi interrogandoli, per comprendere meglio ciò che il Signore dice a chi lo ascolta. Dovremmo dunque dire che questa pagina evangelica ci parla di “Gesù discepolo”, ragazzo credente, dotato di “un cuore che ascolta” (lev shomea‘: 1Re 3,9) e capace di porsi domande. Come Samuele cominciò a profetizzare a dodici anni (cf. 1Sam 3), come Daniele a questa età disse una parola di sapienza (cf. Dn 13,45-49), così Gesù manifesta che, anche nella sua crescita, quello che più cercava e più lo coinvolgeva era la presenza del Signore capace di “parlare” a chi si fa figlio dell’insegnamento e “servo della Parola” (cf. Lc 1,2). Ecco dov’è Gesù!

 

I suoi genitori sono stupefatti, sorpresi, e la madre Maria lo rimprovera: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo!”. Nel vangelo secondo Luca Giuseppe non parla, ma Maria lo evoca a Gesù chiamandolo “tuo padre”, perché, anche se Gesù non era stato da lui generato, era stato affidato come figlio a Giuseppe ed egli restava suo padre secondo la Legge. Gesù dunque con semplicità replica loro senza biasimarli, ma facendo una rivelazione, che si esprime con una prima domanda: “Perché mi cercavate?”. Parole che certamente hanno raggiunto il cuore di Maria e Giuseppe, i quali hanno dovuto interrogare se stessi, i loro sentimenti e la loro fede riguardo a questo Figlio dono di Dio, nato per volontà di Dio e non per loro volontà. Sì, nel rapporto tra il ragazzo Gesù e “i suoi genitori”ci sono state incomprensioni e conflitti. Come tutti i figli, anche Gesù è stato causa di ansia e sofferenza per suo padre e sua madre, i quali sono intervenuti nella sua educazione anche con rimproveri e correzioni. Ogni crescita umana e ogni impegno per “mettere al mondo un figlio”sono faticosi, e proprio perché il Figlio di Dio si è incarnato, si è fatto veramente uomo, ha dunque conosciuto una crescita e una maturazione umanissima.

 

Legata a questo interrogativo, ecco la seconda domanda: “Non sapevate che devo stare presso il Padre mio, nella proprietà di mio Padre?” (en toîs toû Patrós mou). Egli ha un Padre che è il suo vero Padre, da lui riconosciuto come tale: è Dio, e Gesù, ora che è stato messo al mondo ed è cresciuto, deve stare, rimanere presso il Padre, nel tempio che al suo cuore, il Santo dei santi, contiene la sua Presenza. Alla madre che gli ricorda i doveri filiali prescritti dal comandamento (cf. Es 20,12; Dt 5,16), Gesù risponde ricordandole il primo comandamento, i doveri verso Dio (cf. Es 20,3-6; Dt 5,7-10). Innanzitutto egli è Figlio di Dio, sa chi è il Padre suo che è nei cieli e a lui offre l’ascolto obbediente. È comunque importante rilevare come la prima parola di Gesù testimoniata da Luca nel suo vangelo sia una confessione di Dio suo Padre, così come l’ultima parola sarà un’invocazione rivolta sempre al Padre (cf. Lc 23,46).

 

Gesù deve stare presso il Padre, è una necessità per lui, ed egli tante volte nella sua vita sentirà e annuncerà ai suoi discepoli che qualcosa “è necessario, bisogna, occorre” (deî). Lungo tutta la sua esistenza Gesù obbedisce a tale “necessità”, non perché questo sia il suo destino, dal momento che egli conserva sempre una piena libertà, ma perché questa è la sua volontà e la sua missione: compiere ciò che Dio suo Padre gli chiede. Non a caso questa necessitas risuonerà martellante soprattutto a partire dall’ora della sua salita a Gerusalemme per vivere la passione, la morte in croce e ricevere da Dio la vita per sempre attraverso la resurrezione (cf. Lc 9,22; 13,33; 17,25; 22,7.37; 24,7.26.44). Ma ogni volta che Gesù ha detto: “È necessario”, chi lo ha ascoltato non ha compreso. Qui si tratta dei suoi genitori, più tardi saranno i suoi discepoli (cf. Lc 18,34)… Di fronte a questa parola (rhêma) di Gesù, Maria e Giuseppe restano senza parole, muti e senza comprenderla.

 

In ogni caso, per compiere anche il comandamento dell’amore verso il padre e la madre, Gesù torna con loro a Nazaret e resta loro sottomesso. Ma ormai il segno è stato dato e verrà il giorno in cui essi comprenderanno, soprattutto Maria, che “custodiva tutti questi eventi-parole nel suo cuore”, come brace sotto la cenere: infatti il fuoco della fede divamperà per lei nell’ora della croce e a Pentecoste (cf. At 2,1-12).

 

Questa è la festa della santa famiglia, famiglia che si vuole esemplare per le nostre famiglie. Ma allora la si comprenda bene: qui è contestato ogni legame familiare che possa relativizzare il legame con il Signore e l’obbedienza a lui. Di fatto in questa pagina, come nelle altre che mettono in evidenza il legame tra Gesù e la sua famiglia (madre e clan), vi è una forte critica alla famiglia tradizionale con i suoi codici, assolutamente contraddetti dal Vangelo. Dirà Gesù:

 

Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me (Mt 10,37; cf. Lc 14,26).

 

Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà (Mc 10,29-30; cf. Mt 19,29-30; Lc 18,29-30).

 

 

Dunque, questa festa della santa famiglia in verità ci interroga sul concetto che noi cristiani abbiamo della famiglia, concetto purtroppo più debitore verso la tradizione che verso l’annuncio fatto su di essa dal Vangelo.


Il grande mistero della Visitazione

 

 

 

23 dicembre 2018

 

IV domenica di Avvento

Lc 1,39-45

di ENZO BIANCHI

 

39In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. 40Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. 41Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo 42ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? 44Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. 45E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

 

Il quarto vangelo confessa in modo dossologico, glorioso: “La Parola si è fatta carne e ha posto la sua tenda tra di noi” (Gv 1,14), e anche i vangeli sinottici ci testimoniano che la Parola di Dio si è umanizzata in mezzo a noi in Gesù di Nazaret, il figlio di Maria e di Giuseppe.

 

Luca, in particolare, è l’evangelista che vuole precisare quando e come questa Parola, ben prima di apparire pubblicamente, ha abitato in mezzo a noi, e con audacia ci racconta il momento stesso in cui, secondo le parole del messaggero di Dio, la potenza dello Spirito santo stende la sua ombra su Maria (cf. Lc 1,35), una ragazza vergine di Nazaret, e la rende madre di un figlio di Adamo che solo Dio ci poteva dare: suo Figlio! Così, nel nascondimento, nel silenzio avviene l’umanizzazione di Dio: da quel concepimento la Parola di Dio è in mezzo a noi e Maria, la madre di Gesù, è la tenda nella quale essa prende dimora. Secondo Luca questa Parola, questo Lógos toû Theoû, inizia un viaggio, vive tra gli umani (cf. Bar 3,38), da Nazaret a Gerusalemme e da Gerusalemme fino agli estremi confini del mondo, fino a Roma (cf. Lc 2,22.41; 9,51; 24,47; At 1,8; 28,30-31). Ecco “la corsa della Parola” (cf. 2Ts 3,1), l’evangelizzazione che inizia – lo si dimentica troppo spesso – con il cammino, il viaggio di una donna, di Maria, la madre del Figlio di Dio.

 

Sì, perché Maria, appena ricevuto l’annuncio della sua gravidanza (cf. Lc 1,26-38), per un impulso interiore causato dalle parole dell’angelo, che rivelandole la sua maternità le ha anche rivelato la fecondità del grembo di Elisabetta, sua cugina, si mette in viaggio in fretta, la fretta escatologica, verso la montagna della Giudea. Dalla Galilea alla Giudea, da Nazaret alla periferia di Gerusalemme, un viaggio di più giorni. Da cosa è mossa Maria? Dalla carità verso l’anziana Elisabetta, che tutti dicono “la sterile” (cf. Lc 1,36), ma anche dall’ansia di comunicare la buona notizia, il vangelo ricevuto dall’angelo, nonché dal desiderio di ascoltare la cugina come donna nella quale Dio ha compiuto meraviglie. Maria appare subito come donna di carità e donna missionaria.

 

Ed ecco l’incontro tra le due donne: Maria raggiunge la casa di Zaccaria, il marito di Elisabetta, il sacerdote che all’annuncio dell’angelo circa la nascita di un figlio da lui vecchio e dalla moglie sterile era restato titubante nel credere, e perciò era diventato afono, a tal punto da non poter dare la benedizione al popolo, al termine della liturgia dell’offerta dell’incenso (cf. Lc 1,8-22). Maria incontra subito Elisabetta, ed entrando in casa la saluta: una donna gravida da pochi giorni di fronte a un’altra donna gravida da sei mesi, entrambe in questa condizione in virtù della grazia e della potenza di Dio, che ha reso fecondo il loro grembo inerte; entrambe portatrici di un figlio voluto da Dio; entrambe madri, vere e proprie “tende” nelle quali dimoravano due eletti, chiamati da Dio stesso con un nome da lui rivelato. Il figlio di Maria sarà chiamato Jeshu‘a, Gesù, che significa “il Signore salva”, e si manifesterà come Messia, Figlio del Dio Altissimo (cf. Lc 1,31-32), concepito da Spirito santo (cf. Lc 1,35). Il figlio di Elisabetta, Giovanni, “il Signore fa grazia” (Jochanan), sarà colui che “camminerà davanti al Messia con lo spirito e la potenza di Elia” (cf. Lc 1,17), profeta ripieno di Spirito santo ancor prima di nascere, fin dal grembo di sua madre.

 

Ed ecco, appena Maria entra nella casa, rivolge il suo saluto a Elisabetta, provocando una reazione inaspettata nell’anziana parente. Con il suo saluto, infatti, Maria causa tre eventi che permettono a Elisabetta di riconoscere in lei non solo la cugina che va a trovarla, ma la “madre del Signore”. Appena Maria indirizza a Elisabetta il saluto messianico: “Rallegrati!”,

 

il figlio di cui la cugina è gravida, invaso dalla gioia messianica, danza, esulta nel suo grembo;

 

lo Spirito santo scende su Elisabetta;

 

lo stesso Spirito le consente il discernimento profetico di colei che le sta davanti e del frutto del suo grembo.

 

In quel viaggio di carità, ma anche evangelizzatore, con il semplice suono della sua voce (phoné), Maria provoca la gioia messianica annunciata dagli antichi profeti (cf. Sof 3,14; Zc 2,14), nonché la discesa dello Spirito santo su Elisabetta. E subito Giovanni sussulta o danza, rivelando alla madre l’identità profonda di Maria. Si compie così la promessa dell’angelo a Zaccaria: “Sarà colmato di Spirito santo fin dal grembo di sua madre” (Lc 1,15). E così Giovanni, ancora bambino anonimo nel grembo della madre, già profetizza, non con la parola ma con l’esultanza. Avviene una communicatio idiomatum tra figlio e madre, che riconoscono entrambi la presenza del Signore in embrione nel grembo di Maria. Sì, possiamo dire che nella Visitazione ha inizio il ministero di Maria, polo di attrazione dello Spirito santo, e insieme quello di Giovanni, che profetizza, annuncia, indica il Veniente ed esulta per la sua presenza (cf. Gv 3,29).

 

Questo racconto dà le vertigini: il Messia Gesù, non ancora nato ma presente nel grembo della madre Maria, incontra il precursore, profeta presente egli pure nel grembo della madre Elisabetta e, riconosciuto, causa la gioia, l’esultanza, la danza, come quella di David davanti all’arca della presenza del Signore (cf. 2Sam 6,12-15). Avviene l’incontro con il Cristo da parte di tutta la profezia che lo ha preceduto, profezia di Israele ma anche delle genti, che discerne la venuta del Veniente tanto desiderato e profetizzato; e questo riconoscimento provoca la danza adorante e gioiosa per il compimento delle promesse di Dio. Tutto questo accade grazie a due donne che si incontrano. Elisabetta allora, riempita di Spirito santo profetico, è resa capace di interpretare la danza del suo bambino nel grembo e così esclama, con un’acclamazione liturgica (verbo anaphonéo: cf. 1Cr 15,28; 16,4.5.42; 2Cr 5,13 LXX): “Tu, Maria, sei benedetta tra tutte le donne, sei beata perché hai creduto alla parola del Signore, sei la madre del mio Signore (Kýrios!)”. Non riconosce in quella gravidanza solo la fecondazione divina (“Benedetto sarà il frutto del tuo grembo [, o Israele]”: Dt 28,4), ma confessa che quell’embrione è il Signore concepito da Maria per la potenza dello Spirito di Dio. Sì, il figlio di Maria è il Cristo Signore annunciato dal salmo 110 (v. 1), dunque Maria è l’Israele benedetto, la terra benedetta perché contenente la benedizione piena e definiva di Dio per tutta l’umanità.

 

Sono tante le donne benedette nella storia della salvezza, anche se lo dimentichiamo troppo facilmente: da Sara a Elisabetta, infatti, la loro presenza nelle Scritture è continua. Ma Maria, proprio in quanto madre del Signore, è la benedetta tra tutte, è colei che tutte le generazioni acclameranno “beata”! Elisabetta, però, non solo benedice Maria, ma confessa anche la sua vera identità: come David, il Messia e profeta, di fronte all’arca dell’alleanza che gli veniva incontro, aveva esclamato con stupore: “Come potrà venire da me l’arca del Signore?” (2Sam 6,9), così Elisabetta esclama: “Come mi è dato che la madre del mio Signore venga da me?”. Come l’arca dell’alleanza era sito della Presenza, della Shekinah di Dio, così Maria! Veramente, secondo quanto la chiesa confesserà con intelligenza spirituale, Maria è foederis arca, arca che contiene il Signore; è colei che, significativamente, apparirà nei cieli come la donna madre del Messia (cf. Ap 11,19-12,1). Ed Elisabetta, pur consapevole di ciò che Dio ha operato nel suo grembo sterile, sa comprendere questa differenza: Maria è l’arca dell’alleanza, il luogo della presenza di Dio nel mondo, il sito in cui è localizzabile, individuabile il Dio fatto carne.

 

Qui il mistero è grande: mistero del Dio nascosto,

 

nascosto in un bambino ancora anonimo,

cioè ancora senza l’imposizione umana del nome,

ma con un nome gradito a Dio: Gesù, “il Signore salva”.

 

Nello stesso tempo, mistero della profezia,

 

in Giovanni ancora afona,

ma che in lui sa già indicare il Veniente, il Signore,

perché egli sa subito vivere la vocazione di precursore.

 

Tutto questo nell’utero di due donne che parlano l’una all’altra, si ascoltano e si rallegrano lodando Dio. Il suono della voce di Maria raggiunge Elisabetta, che “canta” a lei e per lei; la confessione della fede di Elisabetta raggiunge Maria, che canta il Magnificat (cf. Lc 1,46-55).

 

 

Queste non sono preistorie del Messia, ma è la storia del Messia, del Figlio di Dio fattosi umano tra di noi: di questo sono eloquenti due donne, Elisabetta e Maria, donne capaci di fede nella parola del Signore, donne ripiene di Spirito santo.


L’AMORE FRA ESSERE E CONOSCERE

 

"LA VERITÀ, VI PREGO, SULL'AMORE" 

 

Roberto Carelli

 

 

 

 

L’amore passepartout

 

Non è facile parlare d’amore senza tradirlo o contraddirlo. La sua disperante polisemia non aiuta. Succede a tutte le realtà più semplici e profonde: sembrano intuitive – ed effettivamente ne abbiamo una certa intuizione – ma proprio per questo celano la loro complessità e le nostre complicazioni. Accade soprattutto per l’amore: la stessa evocazione del termine promette una facile intesa, che raramente tuttavia si realizza. Lo esprime bene Michela Marzano nel suo recente saggio sull’amore: «il problema dell’amore è sempre lo stesso. Quando lo si idealizza, lo si tradisce. Quando si è dentro, ci si impantana» [1].

Si tratta, come ha insegnato R. Guardini, di una legge generale dello spirito: più le realtà sono elevate, più rischiano di essere dimenticate, e più sono destinate a riuscire, più sono storicamente vulnerabili. Ciò vale massimamente per i gesti e le opere dell’amore:

«con quanta maggior purezza le cose provengono dall’amore, tanto più forte è il loro spirito e tanto più potente il loro senso; al tempo stesso, però, tanto più delicata è la loro costituzione, e tanto più è incerta nel mondo» [2].

A dispetto della sua apparente univocità e universalità, la parola “amore” è facilmente esposta a un uso retorico e ideologico: funge da pretesto e dipende dai contesti, serve a dire tutto e a parlare d’altro, può favorire il dialogo o chiudere in partenza ogni discussione, appella al concreto ma svapora nell’ideale. Ironiche e pertinenti le parole di M. Hadjadj:

«il fatto è che l’amore spesso funge da jolly. Negli ambienti cattolici viene utilizzato come un argomento che non ammette repliche, un vero permesso di non pensare. Avete “problemi di coppia”? Dovete imparare ad amarvi. Si tratta di autorizzare il “matrimonio omossessuale”? Evidentemente, perché si amano… Una parola tappabuchi. Una scusa universale» [3].

Occorre riconoscere che la semplicità dell’amore è complessa, e lo è perché sua caratteristica costitutiva è il paradosso, la capacità di tenere insieme cose che sembrano incompatibili: l’amore unisce e differenzia, è spirituale e carnale, attivo e passivo, volontario e involontario; esso ferisce e guarisce, fa gioire e soffrire, è volere e dovere, gratuità e giustizia [4]. Come X. Lacroix ha osservato, l’ampiezza semantica del termine “amore” è sorgente di tanti equivoci:

«come può essere che una stessa parola designi realtà così diverse, addirittura opposte? Un termine identico per la dedizione e per la lussuria, per il godimento e per lo slancio verso Dio, per il desiderio e per l’attaccamento, per l’affetto materno e per il piacere carnale, per la passione divorante e per l’amore coniugale, per la cioccolata e per un quadro di Vermeer… E non è uno dei minori paradossi dell’amore quello di avere un doppio ancoraggio, corporeo e mentale; un piede nel reale, un altro nell’immaginario» [5].

Va da sé che non è questione nominale, ma esistenziale: «nessuna cultura ha mai valorizzato tanto l’amore quanto la nostra, eppure mai il numero dei singles è stato così grande. Mai si è basato tanto sull’amore, ma mai il legame coniugale è stato così precario... Troppe aspettative nei confronti dell’amore uccidono l’amore o, quanto meno, ne accentuano la fragilità» [6].

L’univocità dell’amore si spezza in equivoco anche nei discorsi più elevati. M. Schoepflin, illustrando le interpretazioni filosofiche dell’amore lungo i secoli, ha evidenziato tre tensioni generali. La prima questione con cui si sono cimentati i più grandi pensatori è se l’amore sia possibile o impossibile: di fatto, rispunta continuamente il sospetto che l’amore non sia altro che egoismo mascherato. La questione successiva è se l’amore, in quanto comporta l’esperienza del patire, sia un valore umano o primariamente divino: si sa come l’idea di un Dio Amore non abbia alcuna ovvietà filosofica e religiosa. La terza questione, laddove si riconosca l’amore di Dio e si percepisca l’abisso fra la sua perfezione e la nostra imperfezione, è se vi sia compatibilità o incompatibilità fra eros e agape, se cioè l’amore sia fenomeno di natura o emergenza dello spirito: anche qui sappiamo come sia oggi dominante la tendenza, specie in campo scientifico, a naturalizzare il fenomeno amoroso[7].

Ad ostacolare un’idea integra dell’amore sono in particolare gli approcci scientifici, che di loro natura sono “riduttivi” e dunque inadatti a rendere conto del paradosso di unificazione e differenziazione che caratterizza l’amore come tale. J.L. Marion, nel suo saggio sul “fenomeno erotico”, mette seriamente in guardia dal pregiudicare l’amore con approcci parziali o settoriali, invece che sforzarsi di coglierne l’integrità e l’irriducibilità. Occorre fare ogni sforzo, prima di ogni successiva distinzione, per «mantenere intatta il più a lungo possibile l’unica tunica dell’amore»: «primariamente si indebolisce e si compromette ogni concetto di amore non appena ci si sente autorizzati a distinguerne delle accezioni divergenti, se non inconciliabili; ad esempio, opponendo subito, come un’ovvietà indiscutibile, l’amore e la carità, il desiderio, che si presume possessivo, e la benevolenza, che si presume gratuita, l’amore razionale e la passione irrazionale. Un concetto serio dell’amore si distingue in primo luogo per la propria unità» [8].

Nel suo celebre saggio sull’amore umano, J. Guitton aggiunge che non solo lo sguardo specialistico nuoce all’integrità dell’oggetto, ma danneggia anche la sensibilità dei soggetti, la loro stessa capacità di conoscere e riconoscere l’amore: «la decomposizione dell’essenza dell’amore, come la praticano i moderni, trasforma subito la maniera di amare, di modo che, di scomposizione mentale in dissociazione reale, si rischia di annullare non solo l’amore, ma la facoltà stessa di conoscere l’amore. Quando l’analisi di società si rivolge all’essenza umana, rischia di provocare una natura falsa ma non irreale, i cui elementi separati, benché incapaci di riunirsi, si distruggono a vicenda» [9].

 

L’amore e la vita

 

Parlare d’amore senza fargli torto è difficile, soprattutto perché non si può presumere di comprendere senza praticarlo: uno sguardo imparziale, che in altri casi è garanzia di sapere rigoroso, nel caso dell’amore deve cedere il passo a una viva partecipazione personale. L’amore traffica oggetti ma non è un oggetto, ha a che fare con le cose ma le trasfigura in doni, prende corpo in azioni ma ha il suo cuore nelle relazioni. L’amore è meno oggetto di conoscenza che di esperienza, e se si offre all’intelligenza lo fa attraverso il canale della testimonianza. Esso, senza essere irrazionale, sfugge alla presa razionale, poiché è insieme presenza e mistero, è sempre concreto e universale, eccede tutte le sue forme ma non si dà senza forma: la sua universalità coincide con la sua attualità, e la sua razionalità coincide con la sua gratuità. L’ordine dell’amore è insomma originale, gli si addice – ricorda Guitton [10] – il carattere di “eccesso”, ed è impossibile ridurlo ai dati di fatto o alle conclusioni logiche. Per una epistemologia dell’amore vale quanto prospetta A. Cozzi:

«l’amore deve essere agito, più che pensato. In esso emerge il carattere sovra-logico e sovra-essenziale dell’essere, che squalifica i tentativi di logicizzazione (idealismo) ed essenzializzazione (concettualismo)» [11].

Similmente Marion: «non appena lo si demoltiplica in accezioni sottili e differenziate fino all’equivoco, non lo si analizza meglio: lo si dissolve e lo si manca completamente» [12].

Meglio ancora Balthasar, nel suo noto testo sulla credibilità dell’amore: «l’amore che mi è donato posso intenderlo sempre e solo come un miracolo… L’amore non può essere misurato su nient’altro che su se stesso… Nella sua realtà intrinseca, l’amore viene conosciuto soltanto dall’amore… Il punto da cui l’amore può essere osservato e testimoniato non può essere collocato al di fuori dell’amore; esso può trovarsi solo in re, cioè nel dramma della vita stessa» [13].

Di più – spiega Hadjadj – pensare l’amore senza viverlo non solo è illusorio, è anche demoniaco. Citando Beda il Venerabile egli ricorda che

«i demoni possono credere che Dio è, credere che ciò che egli dice è vero. Ma soltanto coloro che amano Dio riescono a credere in Dio (cit. PL XCIII, 22)»,

e spiega che «la suprema falsità non è nella conoscenza, bensì nelle azioni. Essa consiste nel difendere la verità senza amore, diciamo pure la verità senza la verità, illusione tra le più temibili di tutte, perché l’errore vi si trova senza errore… La peggiore delle menzogne non è non dire la verità, ma ripeterla incessantemente per non viverla» [14].

Infatti l’azione del maligno si fa più insidiosa non tanto quando nega la verità, ma quando ci induce a non amarla e a non viverla, quando ci spinge a oggettivarla e strumentalizzarla, quando la rende «un appiglio piuttosto che un abbraccio, un oggetto di conoscenza piuttosto che un soggetto di riconoscimento» [15].

Per lo stesso motivo, il maligno non agisce da misantropo ma da filantropo, sottrae la verità all’amore e l’amore alla verità, non solo induce al vizio ma manipola la virtù:

«i vizi dilagano e danneggiano. Ma anche le virtù, lasciate in balia di se stesse, si diffondono più selvaggiamente e fanno anche terribili danni. “Così alcuni scienziati coltivano la verità, ed è una verità senza pietà; così alcuni umanitari coltivano la pietà e la loro pietà, mi dispiace dirlo, è spesso nemica della verità” (Chesterton)… La giustizia senza misericordia vira nella crudeltà, a fronte di una misericordia senza giustizia che vira al lassismo; l’umiltà senza magnanimità vira alla pigra eliminazione, a fronte della magnanimità senza umiltà che vira all’attivismo vanitoso. Infine, la verità senza amore, che è la fede dei demoni, a fronte dell’amore senza la verità, che è la filantropia del diavolo»[16].

Soprattutto, in concreto, il tentatore cercherà sempre di separare l’amore di Dio dall’amore del prossimo, non importa se in forma religiosa o irreligiosa: «il principe di questo mondo è il portabandiera nei due campi: coloro che pretendono di amare Dio senza però amare il proprio fratello, e coloro che pretendono di amare il loro fratello senza amare Dio. Da un lato la teocrazia disumana; dall’altro l’umanesimo ateo» [17].

 

Il sapere dell’amore

 

Il punto capitale è che l’amore, prima di essere oggetto della conoscenza, ne è la sorgente. Esso è l’originaria via di accesso alla realtà e ciò che la rende visibile, a tal punto che una teoria della conoscenza cristianamente ispirata non ha difficoltà ad affermare la fondamentale priorità dell’amore sulla conoscenza. Fra i massimi pensatori che hanno mostrato come l’amore risvegli e acutizzi tutto ciò che è umano, vi è senz’altro M. Scheler, il quale, studiando i rapporti dell’amore con la conoscenza, afferma che «l’amore è sempre ciò che risveglia la conoscenza della volontà, e addirittura è la madre dello spirito e della ragione… L’uomo, ancor prima di essere un ens cogitans o un ens volens, è un ens amans… Anche i beni reali e le cose pratiche sono penetrati ed esaminati dal peculiare meccanismo selettivo dell’ordo amoris… Allo stesso modo anche la destinazione individuale di un soggetto spirituale singolare o collettivo è qualcosa di non meno oggettivo, benché sia al contempo ciò che per il suo particolare contenuto di valore mira a questo soggetto e solo a questo soggetto» [18].

L’ordine dell’amore non è dunque esterno o estraneo all’ordine della ragione. Si potrebbe dire, con V. Jankélévitch, che «l’amore ha sempre ragione»[19], nel duplice senso che è dotato di ragione e che è il contenuto radicale della ragione: come infatti la ragione ricerca il principio di unità del reale, così l’amore è ciò che la realizza in concreto. In altri termini, c’è stretta parentela fra ragione e relazione, come fra “comprendere” e “abbracciare”, poiché l’intenzionalità è la medesima, ossia la ricerca dell’unità (lògos-lègein). Molto lucido è P. Barcellona nel parlare di “conoscenza affettiva”: «pensare è sempre un evento relazionale; il pensiero nasce nello spazio dell’incontro della presenza dell’altro, a partire dalla domanda: chi è la persona che mi trovo di fronte?... Ma noi abbiamo perduto il senso della vita perché abbiamo confuso, forse intenzionalmente il pensiero con la ragione e la comprensione con la conoscenza. La ragione ha distrutto il pensiero e la cognizione ha soppresso l’intesa affettiva» [20].

La conseguenza più affascinante, a nostro avviso, sarebbe quella di ripensare l’esercizio stesso del pensiero in senso comunionale: se l’amore ha in sé il proprio principio critico, allora occorre pensare insieme, non da soli! Anche perché, in ottica cristiana, non c’è niente che non debba essere trinitario. Qui va detto che il pensiero contemporaneo, pur con vicende alterne e non senza contraddizioni, risulta globalmente impegnato a superare ogni estrinsecismo fra conoscenza e amore. Esso tuttavia si ripresenta in nuove edizioni, oggi nella scissione fra razionalità e affettività che è fattore determinante della cosiddetta “emergenza educativa”. Nel suo ampio studio sui rapporti fra logos e pathos, P. Gomarasca, la cui tesi è la genesi affettiva dell’intenzionalità, si esprime così: «scientismo ed emozionalismo finiscono per delineare un circolo vizioso: l’impresa scientifica moderna nasce come operazione di ritaglio, presa di distanza dal dominio ambiguo dell’emotivo; dal canto suo, l’emotivo, cioè il non razionale, diviene oggetto di culto… La scissione fra razionalità calcolante e consumo emotivo è diventata oggigiorno una delle verità sull’esperienza quotidiana degli individui» [21].

In realtà conoscenza e amore, senz’altro distinti, non si possono separare, perché, come ha richiamato Benedetto XVI con bella formula, si appartengono: «non c’è l’intelligenza e poi l’amore: ci sono l’amore ricco di intelligenza e l’intelligenza piena di amore»[22]. L’inclusione della conoscenza nell’assoluto affettivo è peraltro intimissima. Citando ancora Balthasar, bisogna dire che non è la conoscenza che spiega l’amore, ma è l’amore che dispiega la conoscenza: «la conoscenza è spiegabile unicamente mediante l’amore e per l’amore… L’aspetto distintivo è solo questo, che l’amore è l’eterno più di quanto già si sa… L’amore è lo stesso movimento della verità… la verità è la misura dell’essere, ma l’amore è la misura della verità» [23].

In ogni caso, l’amore determina la conoscenza soprattutto quando si tratta di conoscenza personale, quando riguarda gli individui, i loro affetti e i loro valori. Già Scheler aveva messo in luce la superiorità del sapere affettivo in quanto sapere eticamente orientato: spiegava che i modi dell’ordo amoris – come il percepire, il preferire e posporre, l’amare e l’odiare – non danno necessariamente luogo a un sapere relativistico, ma aprono sull’universale[24]. Lo sfondo affettivo della conoscenza personale è stato di recente approfondito dalle ricerche fenomenologiche di R. De Monticelli: «i sentimenti costituiscono lo strato del sentire propriamente diretto sulla realtà personale… L’amore è la via d’accesso privilegiata alla retta e soprattutto piena percezione dello stile di trascendenza che ci è proprio, quello delle individualità essenziali» [25].

Se questo è vero, allora occorre «articolare la tesi filosofica che rivendica al sentire un posto non soltanto centrale, ma costitutivo della nostra vita di persone. E non come residuo animale ma come parte essenziale del nostro pensiero dovunque sia questione di valori, e quindi di scelte e decisioni, conflitti e confronti esterni ed interiori, gusti e convinzioni profonde, abiti di vita e scoperte esistenziali, consuetudini e innovazioni, incontri e crescite» [26].

Non è dunque vero, come si suol dire, che “l’amore è cieco”: quando c’è, è oculato[27]. Esso ha le proprie vedute, al cui servizio devono porsi la vista del corpo e le visioni della mente, che ne restano a loro volta potenziate: «l’amore – diceva S. Weil – vede ciò che è invisibile»[28]. Il rischio che gli occhi, la mente e il cuore procedano parallelamente è sempre in agguato, ma tutti intuiscono che vede e comprende bene solo chi ama di vero amore. Come intuiva Scheler rifacendosi a Goethe, il sapere e l’amare crescono insieme in proporzione all’elevatezza dell’oggetto che li suscita: «non si acquista conoscenza se non di ciò che si ama, e quanto più profonda e completa la conoscenza ha da essere, tanto più intenso, forte e vivo deve essere l’amore, anzi la passione» [29].

Al contrario, fuori dal campo dell’amore, la comprensione delle cose perde acutezza e diventa riduttiva, e la stessa percezione sensibile resta non di rado alterata e distorta. Su questo si trovano d’accordo tanto la ragione quanto la rivelazione; ne conviene la ragione, perché tutti ritengono più autorevole chi conosce non per sentito dire ma per esperienza personale: la miglior conoscenza avviene per connaturalità; e ne conviene la rivelazione, perché chi non ama non conosce Dio che è Amore (1Gv 4,8): Dio non offre infatti il suo amore in forma ideale o esemplare, ma come pane di vita (Gv 6,51-56).

Comprensibile l’invito di Benedetto XVI a “dilatare gli spazi della ragione”, perché un modello razionalista non solo tradisce la realtà, ma corrompe anche la ragione stessa[30], sortendo effetti ideologici e dispotici nei confronti degli affetti, che alla fine vengono giudicati alternativi alla ragione o squalificati come irrazionali. Nel suo tentativo di ritrovare nel fenomeno erotico un orizzonte della ragione più radicale rispetto a quello che estremizza l’importanza dell’oggetto (metafisica classica) o il potere del soggetto (metafisica moderna), Marion dichiara: «l’amore non manca di ragione, né di logica: semplicemente non ne ammette altre se non le proprie e diviene leggibile solo a partire da queste. L’amore non si dice e non si fa che in un unico senso: il suo… Un concetto di amore deve poter restituire razionalità a tutto ciò che il pensiero non erotico qualifica spregiativamente come irrazionale e degrada a follia: il desiderio e il giuramento, l’abbandono e la promessa, il godimento e la sua sospensione, la gelosia e la menzogna, l’infanzia e la morte» [31].

In ottica credente, la profonda compenetrazione di conoscenza e amore si sostiene a maggior ragione: poiché nel mistero dell’Incarnazione il Logos è il Filius, il pensiero cristiano ha buoni motivi per promuovere la sensibilizzazione della ragione e rivendicare la ragionevolezza degli affetti. Tanto è vero che in teologia si moltiplicano i tentativi di comprendere l’intero disegno di Dio in chiave di amore, quale punto di vista superiore per rileggere i rapporti fra Dio e uomo, creazione e rivelazione, Incarnazione e Redenzione, filosofia e teologia: si parla di “metafisica della carità”, di “teologia agapica”, di “ontologia trinitaria”, ma sono i diversi nomi di progetti sostanzialmente convergenti[32].

Addirittura il progetto teologico di Balthasar trova la sua sponda filosofica nell’idea che “tutto l’essere è amore”, che essere e amore sono “coestensivi”, che l’amore non può essere subordinato a nessun apriori ontologico o antropologico, che anzi è l’amore a costituire il punto di convergenza insuperabile fra il fondamento trinitario della teologia e l’apriori dialogico della filosofia: «l’amore è l’apriori più ampio che ci sia, perché non presuppone altri che se stesso. Esso determina la verità, è superiore alla libertà… e conferisce anche all’essere il suo valore» [33].

In tale progetto l’amore non è l’apice personale e affettivo di una realtà impersonale e anaffettiva, ma è “il trascendentale dei trascendentali”, il motivo per cui tutto l’essere e ogni essere si offre come uno, vero, buono e bello. Ciò significa che tutte le tensioni del reale che la filosofia ha di volta in volta messo in evidenza – quindi essere e divenire, uno e molteplice, sostanza e relazione, soggetto e oggetto, individuo e persona, identità e alterità, ecc. – non preesistono a monte dell’amore, ma sono determinate esattamente dal fatto che tutto l’essere partecipa della realtà di un Dio che è Amore. Ciò che è più promettente sul piano teorico, ma con evidenti ricadute pratiche, è che se il mistero dell’essere è inteso come amore, allora unità e distinzione sono cooriginari, allora il dare e il ricevere hanno identica dignità, e così le tensioni della vita e le polarità del pensiero, che nel corso della storia hanno preso una piega dialettica, possono ritrovare una dinamica dialogica: così, ad esempio, il classico privilegio accordato alla stabilità sostanziale e alla luce diurna, al primato dell’uomo maschio, dell’amore oblativo e del discorso affermativo verrebbero controbilanciati dal riscatto del momento relazionale e notturno dell’essere, delle forme del femminile, della passione d’amore e del discorso apofatico. E infatti – nota Balthasar – nell’amore vero non c’è alternativa fra ricchezza e povertà, fra umiltà e grandezza, fra libertà e appartenenza, fra possedersi e spossessarsi, perché ogni polarità esiste in grazia dell’altra:

«nell’amore s’illumina il carattere dell’essere in sé, che non consiste in altro se non in un non vivere per sé» [34].

Il che è quanto la logica evangelica esprime nelle parole e nei gesti del Signore: l’amore è unità del perdersi e del ritrovarsi (Mc 8,35), sintesi drammatica del morire e del dare la vita (Gv 15,13), unità pasquale di croce e di gloria (Gv 8,28).

In sintesi, con Pascal e oltre, si potrebbe dire: al cuore della ragione ci stanno le ragioni del cuore, poiché la ragione ultima delle cose non è la ragione stessa, ma appunto l’amore. Peccato che nonostante i più seri tentativi di rivendicare la reciproca inclusione del sapere e dell’amare, perdura da più parti l’inclinazione a dirottare l’ulteriorità della sfera affettiva nell’alogico e nell’irrazionale, perpetuando una visione alternativa dei rapporti fra razionalità e affettività, quasi che l’una fosse il regno del controllo e l’altra necessariamente del fuori controllo, o al contrario, come se la prima rendesse l’uomo inautentico e poco libero, mentre solo l’altra fosse all’altezza dell’umana dignità.

Ora – osserva Gomarasca – «l’idea che il pathos sia una malattia del logos è antica», ma l’idea contemporanea di «sovvertire il dominio del logos per riportare la testa della verità sulle spalle dei sensi non è affatto risolutiva»[35]. Per riconciliare la storia degli affetti con la narrazione scientifica occorre superare il duplice pregiudizio che la ragione funzioni meglio senza passioni e che queste siano necessariamente senza logica o riconducibili a una logica evolutiva. Il punto è che quest’ultima ipotesi è quella dominante: anche gli affetti, come il pensiero, invece di testimoniare l’eccedenza spirituale dell’umano, vengono ricondotti al dato naturale di un essere superiore agli altri solo perché dotato della capacità di auto-organizzazione[36]. Si tratta senza dubbio di un impoverimento dell’umano, operato dall’azione congiunta di filosofie allineate alle scienze umane, a loro volta assoggettate alle scienze naturali: «purtroppo – lamenta la De Monticelli – man mano che cresce la nostra sapienza chimica, decresce la sapienza del cuore, e sempre più disimpariamo a identificare, a partire da come stiamo, ciò di cui abbiamo bisogno, o che ci manca per vivere» [37].

Inutile dire quale mortificazione dell’umano e quali paralisi dell’educazione questo comporti. L’uomo di oggi andrebbe piuttosto rassicurato intorno allo sfondo affettivo del pensiero e alla qualità razionale degli affetti. Secondo Botturi andrebbe promosso «un intero antropologico costituito dall’intima sinergia di cognitivo e affettivo e quindi unità indivisibile d’intelligenza appetitiva e di appetizione intelligente, di ragione affettiva e di affezione ragionevole; più in generale, di un pensiero affettuoso e di un’affezione pensante» [38].

Ciò sarebbe decisivo per correggere sia la tendenza ultramoderna al controllo razionale generalizzato, sia la spinta postmoderna al primato quasi sacro delle emozioni. Perché certo, la conoscenza senza amore si irrigidisce, ma l’amore senza la conoscenza si illanguidisce: come osserva R. Bodei, «conoscenza d’amore più che amore di conoscenza, volontà d’amore più che amore di volontà… ma quando non è rischiarato dall’intelligenza, innervato dalla volontà, riscoperto come memoria, l’amore rischia di diventare futile e impotente» [39].

Similmente C. Vigna: «l’esperienza comune testimonia che, se il logos si assottiglia, l’emotività dilaga. Ma testimonia anche la situazione opposta: l’intellettualizzazione insistita impoverisce oltremodo il mondo emotivo» [40].

A conclusione di questo primo ambito di riflessione, molti sarebbero gli spunti educativi che se ne potrebbero ricavare, ma uno ci sembra intercettare direttamente l’interesse e l’urgenza attuale, e riguarda l’educazione affettivo/sessuale dei giovani. Alla luce delle tre indicazioni che abbiamo raccolto – la necessità di offrire un’idea integrale di amore, l’inseparabilità dell’amore dalla sua pratica effettiva, l’opportunità di promuovere le ragioni dell’amore – il suggerimento convergente ci sembra quello di parlare proprio d’amore e non di altro. Questo suggerimento è valido in genere, ma quando si ha a che fare con il “mistero” dell’amore uomo-donna o dell’amore di Dio, in questo caso è d’obbligo. Altrimenti, come suggeriva Marcel, il mistero diventa un problema.

Cerchiamo di spiegarci indicando due possibili ricadute pratiche. La prima è quella di evitare di parlare di “sessualità” e “affettività” prima di parlare d’amore: non si possono preferire le astrazioni alla realtà, né anteporre le parti alla totalità. L’amore è il tema, la sessualità e l’affettività sono le sue specificazioni. Il punto è che in genere, nei corsi scolastici di educazione sessuale, come nei corsi parrocchiali in preparazione al matrimonio, il percorso consueto permane “naturalistico”: parte dal biologico e, se va bene, arriva allo spirituale. La verità è però che l’amore non si aggiunge: ci precede e ci costituisce. Sferzante la denuncia di D. De Rougemont, a cui si deve uno dei saggi più fortunati sulla “storia” dell’amore in occidente: «siamo tutti più o meno materialisti, noi eredi del secolo decimonono. Non appena ci venga additato, nella natura o nell’istinto, il rudimentale embrione dei fatti spirituali, subito presumiamo di possedere una spiegazione di tali fatti. Il più basso è sempre più vero. È la superstizione del tempo, la mania di ricondurre il sublime all’infimo… Ma io non riesco a vedere il vantaggio di un affrancamento che consiste nello spiegare Dostoevskij con l’epilessia, e Nietzsche con la sifilide. Curioso modo di liberare lo spirito, negandolo» [41].

La seconda ricaduta suggerisce di evitare ogni parola sull’amore troppo orizzontale o troppo verticale, troppo materiale o troppo spirituale, affinché l’idea di amore appaia sempre ad un tempo concreta e integrale, mai astratta e parziale: c’è in gioco l’affrancamento dagli “oggetti parziali”, la promozione della “purezza”, il riscatto della virtù di “castità”, il bene prezioso della “verginità”: tutti oggetti mediamente smarriti o seriamente minacciati, che soli, però, concorrono all’educazione dell’integrità e dell’intimità dell’amore. Ogni discorso sull’amore umano dovrà perciò tenersi altrettanto lontano da linguaggi spudorati e spiegazioni specialistiche, da parole crude e presentazioni asettiche, da divieti moralistici e allusioni licenziose, insomma, da tutto ciò che corrompe il carattere di grazia e di miracolo, di sorpresa e incanto, di delicatezza e tenerezza, di gioia e sacrificio che sono propri dell’esperienza amorosa. Pertinenti e incisive sono ancora una volta le parole di Hadjadj, che mostrano come al centro dell’educazione sentimentale vi debba essere l’introduzione al desiderio dell’altro (che implica l’esperienza della “mancanza”) e l’iniziazione al dono di sé (che implica l’esperienza dello “spossessamento”): «la nozione di educazione sessuale è problematica, perché la sessualità implica l’esperienza del desiderio e del suo eccesso. Il desiderio sessuale non si educa come si educa alla matematica: non è una semplice forma di istruzione. Si tratta di un desiderio che ci fa sentire non più padroni di noi stessi. Questa esperienza di spossessamento chiede di essere vissuta pienamente, e qui si innesta l’esigenza dell’educazione nel senso di un “accompagnamento” del desiderio… Di fronte a un tema del genere, come può la posizione dell’“esperto” non essere quella di uno che impone una riduzione tecnica? Bisogna accettare che nellambito della sessualità non esistono gli esperti. Altrimenti si finisce nel tecnicismo e nell’ingiunzione sociale. Gli “esperti” che entrano nelle scuole rendono impossibile agli adolescenti la sessualità come scoperta. Quello che predomina è un massiccio discorso entro il quale i gesti del desiderio sono ridotti a delle pratiche. E perciò a delle tecniche. E questo è veramente terribile, perché all’essere in un incontro si sostituisce l’induzione di comportamenti» [42].

 

 

NOTE

 

[1] L’amore è tutto: è tutto ciò che so dell’amore, Utet, Torino 2013, 28.

[2] Antropologia cristiana, Morcelliana, Brescia 2013, 73.

[3] Mistica della carne. La profondità dei sessi, Medusa, Napoli 2009, 78.

[4] Cf. A. Fabris, I paradossi dell’amore fra grecità, ebraismo e cristianesimo, Morcelliana, Brescia 2001.

[5] I miraggi dell’amore, Vita e Pensiero, Milano 2010, 67.17.

[6] Ibi, 4.

[7] Cf. L’amore secondo i filosofi, Città Nuova, Roma 1999, 5-6.

[8] Il fenomeno erotico, Cantagalli, Siena 2007, 9.

[9] Saggio sull’amore umano, Morcelliana, Brescia 1954, 236. Nelle citazioni, i corsivi sono nostri.

[10] «Lo stato di eccesso deve essere considerato con attenzione in ogni campo, ma più particolarmente in quello che riguarda l’amore. Qui l’eccesso non è una cosa accidentale: è lo stadio desiderabile e normale, quello almeno che l’amore vorrebbe conoscere e che si sforza di raggiungere» (ibi, 36). Similmente si è espresso papa Benedetto: «il dono per sua natura oltrepassa il merito, la sua regola è l’eccedenza… La verità, che al pari della carità è dono, è più grande di noi, come insegna sant’Agostino. Anche la verità di noi stessi, della nostra coscienza personale, ci è prima di tutto “data”. In ogni processo conoscitivo, in effetti, la verità non è prodotta da noi, ma sempre trovata o, meglio, ricevuta. Essa, come l’amore, non nasce dal pensare e dal volere ma in certo qual modo si impone all’essere umano (Caritas in veritate, 34).

[11] Il mistero del Figlio. Generazione di Dio, destinazione dell’uomo, in Aa.Vv., Di generazione in generazione. La trasmissione dell’umano nell’orizzonte della fede, Glossa, Milano 2012, 161-221, 184.

[12] Il fenomeno erotico, 112.

[13] Solo l’amore è credibile, 54.125.77.84.

[14] La fede dei demoni, 150.

[15] Ibi, 142.

[16] Ibi, 144.

[17] Ibi, 211.

[18] Ordo amoris, Morcelliana, Brescia 2008, 70.71.53.58.

[19] Trattato sulle virtù, Garzanti, Milano 1996, 131.

[20] Il sapere affettivo, Diabasis, Reggio Emilia 2011, 91.98.

[21] La ragione negli affetti. Radice comune di logos e pathos, Vita e Pensiero, Milano 2007, 53.

[22] Caritas in veritate, 30.

[23] Teo-logica 1. Verità del mondo, Jaca Book, Milano 1987, 114.125.175.

[24] Cf. Ordo amoris, 21-22.

[25] L’ordine del cuore. Etica e teoria del sentire, Garzanti, Milano 2008, 111.186.

[26] Ibi, II-III.

[27] «Il dono di agape non è per ciò stesso cieco, come gli sciocchi dicono che l’amore sia, e parlano allo stesso modo, infatti, della fede. L’ordine degli affetti non è un dominio separato e parallelo rispetto a quelli della ragione e dell'autodeterminazione… L'ordine degli affetti non è una conoscenza alternativa (le famose ragioni del cuore, in nome delle quali tanti delitti sono commessi). Non è neppure un'alternativa alla conoscenza (come l'ambigua deriva anche razionalistica, erotica e mistica vorrebbe farci ammettere)» (P.A. Sequeri, Dono verticale e orizzontale: fra teologia, filosofia e antropologia, in Aa.Vv., Il dono tra etica e scienze sociali, Lavoro, Roma, 1999, 107-155, 151).

[28] Attesa di Dio, Rusconi, Milano 1996, 112.

[29] Amore e conoscenza, Morcelliana, Brescia 2009, 31.

[30] M. Heidegger diceva che «il pensiero inizierà solo quando avremo esperito che la ragione, glorificata da secoli, è la più accanita avversaria del pensiero» (Sentieri erranti, Bompiani, Milano 2002, 315).

[31] Il fenomeno erotico, 112.10.

[32] Per lo scavo teologico-fondamentale sul tema, v. la ricostruzione del pensiero di Sequeri di D. Ricotta, Il Logos, in verità, è amore, Ancora, Milano 2007.

[33] Teologica 1, 130.220.

[34] Solo l’amore è credibile, 141.

[35] La ragione negli affetti, 139.13.

[36] Cf. le pagine vibranti di P. Barcellona, Il sapere affettivo, 9.14-27.

[37] L’ordine del cuore, 100.

[38] Etica degli affetti?, in Aa.Vv., Affetti e legami, Vita e Pensiero, Milano 2004, 37-64, 48.

[39] Ordo amoris. Conflitti terreni e felicità celeste, Il Mulino, Bologna 2005, 107.129.

[40] Affetti e legami, in Aa.Vv., Affetti e legami, Vita e Pensiero, Milano 2004, 3-22, 8.

[41] L’amore e l’Occidente. Eros, morte, abbandono nella letteratura europea, Rizzoli, Milano 1977, 101.

 

[42] Intervista pubblicata su http://www.documentazione.info/sesso-intervista-a-fabrice-hadjadj, 1° ottobre 2009.

16 dicembre 2018

 

III domenica di Avvento

Lc 3,10-18

di ENZO BIANCHI

 

10 In quel tempo le folle interrogavano Giovanni: «Che cosa dobbiamo fare?». 11Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto». 12Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». 13Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». 14Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».

15Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, 16Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. 17Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

18Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

 

Il vangelo di domenica scorsa ci presentava la vocazione di Giovanni il Battista e la sua missione (cf. Lc 3,1-6). Come era accaduto per i profeti, anche su di lui “cadde”, cioè “a lui fu rivolta la parola di Dio” (Lc 3,2), mentre abitava nel deserto. Giovanni è il profeta che non solo porta la Parola (pro-phétes) al popolo, ma è colui che è venuto per indicare la Parola stessa di Dio ormai presente, fattasi carne (cf. Gv 1,14) in Gesù di Nazaret suo discepolo. Nella fede Giovanni sa che la parola di Dio non cadrà su Gesù, non sarà rivolta a lui, perché egli è la Parola stessa di Dio: il precursore annuncia dunque al popolo la conversione in vista di questo incontro e del possibile riconoscimento di Gesù.

 

Cosa chiede Giovanni nella sua predicazione? L’evento che si compie è straordinario, unico in tutta la storia: Dio è tra gli uomini, uomo tra gli uomini, talmente uomo da aver avuto bisogno di un maestro (Giovanni), di una comunità di fratelli (quella del Battista), per “venire al mondo” nella sua soggettività adulta capace di prendere e di rivolgere la parola. Come era stato generato da Maria, educato da lei e da Giuseppe, così aveva avuto bisogno di un “tempo oscuro” nel deserto per essere iniziato alla sua missione. Sì, tutto avviene nella semplicità della vita umana quotidiana, e così anche ciò che il Battista chiede nella sua predicazione appartiene alla vita quotidiana. Affinché il popolo sia preparato all’incontro con il Veniente, Giovanni non richiede di fare sacrifici e olocausti, di recarsi più volte al tempio per partecipare alle solenni liturgie, di rispettare calendari liturgici o di fare particolari digiuni, ma chiede azioni umanissime. Ecco dunque le sue risposte alle domande che le folle gli pongono, domande che ogni essere umano, di ogni generazione, sempre rinnova nella storia: “Che cosa dobbiamo fare? Che fare?”.

 

Innanzitutto egli dice alle folle: “Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto”. Ecco ciò che bisogna fare in vista della venuta del Signore: condividere l’essenziale, cioè cibo, vestito, casa. Questo è sufficiente per dire che uno si è convertito, ha fatto metánoia, ha cambiato la sua vita in vista dell’incontro con il Signore veniente. Giovanni ci stupisce, perché non chiede ciò che ancora oggi una certa predicazione ecclesiastica chiede: liturgie, novene, pii esercizi… Questi infatti sono strumenti, solo strumenti per acquisire una più grande carità, per essere più facilmente capaci di condividere i beni elementari necessari per vivere. Questa l’azione che segue la conversione: dopo aver incontrato Gesù, Zaccheo darà la metà dei suoi beni ai poveri (cf. Lc 19,8) e così la salvezza entrerà nella sua casa (cf. Lc 19,9); i giudei di Gerusalemme, diventati cristiani, condivideranno i beni (cf. At 2,44; 4,32), e così nessuno tra loro sarà bisognoso. Noi cristiani, come tutti gli uomini religiosi, ci preoccupiamo invece così spesso di regole di purità, mentre il Vangelo ci chiede di preoccuparci di condividere ciò che abbiamo in casa, ciò che è nostro, con chi è nel bisogno: allora saremo nella vera purità (cf. Lc 11,41), perché agiremo come puri, retti di cuore.

 

Vi sono poi alcune categorie specifiche di persone, presenti nell’uditorio di Giovanni, che gli pongono la stessa domanda: “Che cosa dobbiamo fare?”. È il caso dei pubblicani, esattori delle tasse in combutta con il potere imperiale e frequentatori di pagani. A loro il Battista non chiede cose straordinarie, non chiede neppure di abbandonare la loro professione, ma di viverla nella giustizia. Per questi funzionari tentati dal sopruso, dalla vessazione finanziaria, dal rubare nell’esigere le tasse, è sufficiente praticare una grande virtù: la giustizia. Anche i militari sono attratti da Giovanni, uomo così inerme, senza difesa, destinato a essere ucciso proprio da loro, esecutori degli ordini dei potenti di questo mondo, di quanti opprimono e dominano la povera gente e si fanno anche chiamare benefattori (cf. Lc 22,25). E Giovanni cosa chiede ai militari? Non di disertare, perché nella loro funzione c’è un compito necessario, quello di garantire la libertà e l’ordine di qualsiasi convivenza sociale. No: chiede di rinunciare alla violenza. Com’è facile la violenza per chi ha armi, com’è facile compiere denunce false, com’è facile – siccome le paghe sono normalmente base – rivalersi sulla gente, usando l’immunità professionale concessa a polizia e forze dell’ordine: quando si è più forti, diventa facilissimo schiacciare i deboli…

 

Giovanni predica dunque una conversione che chiede un mutamento concreto del vivere quotidiano, un mutamento che cambia profondamente i rapporti interpersonali, e nessuno è escluso da questo cammino di conversione. In reazione a queste sue parole, si crea un clima di grande attesa nel popolo di Israele, al punto che sorgono domande su di lui: “Chi è questo Giovanni? È un profeta? È il Profeta (cf. Dt 18,15.18)? È Elia redivivo?”. Non appena Giovanni si rende conto di questi pensieri presenti tra i suoi ascoltatori, subito proclama con chiarezza: “Io sono solo uno che immerge nell’acqua, ma ecco, viene il più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi immergerà in Spirito Santo e fuoco”. Tra le due immersioni, i due battesimi, c’è continuità ma anche differenza. Entrambi significano spogliazione dell’uomo vecchio segnato dalla logica del peccato e rinascita dell’uomo nuovo, ma il battesimo di Giovanni è solo un’anticipazione di quello definitivo: l’uno è immersione nell’acqua, l’altro nel fuoco dello Spirito santo. Quest’ultimo battesimo, l’immersione operata da Gesù, è quello che la comunità dei discepoli riceverà nel giorno di Pentecoste (cf. At 2,1-11), quando sarà resa nuovo popolo di Dio mediante la nuova alleanza, perché la Legge sarà scritta nei cuori (cf. Ger 31,31-33) e lo Spirito nuovo abiterà un cuore nuovo (cf. Ez 11,19; 36,26). E proprio perché annuncia questa immersione nel fuoco dello Spirito santo, Giovanni, in conformità alle Scritture alle quali obbedisce, deve annunciare che questo Veniente, costui che è il più forte, sarà giudice, con in mano il ventilabro del giudizio, della separazione tra grano e pula, tra giusti e ingiusti.

 

E come attesta Luca, “Giovanni annunciava al popolo il Vangelo”: già lui, Giovanni, annuncia la stessa buona notizia di Gesù. Va però detto che questo suo discepolo, Gesù, da lui annunciato e presentato a Israele, lo deluderà nel realizzare la sua missione: sarà diverso e non sarà quel giudice che Giovanni aveva previsto. Giovanni si è dunque sbagliato? La sua predicazione è stata un’illusione (cf. Lc 7,18-19; Mt 11,2-3)? No, ma Dio la realizzerà solo alla fine dei tempi: per ora a Giovanni spetta il compiere ogni giustizia (cf. Mt 3,15), a Gesù l’annunciare e il fare misericordia. E Giovanni, in carcere, accetta ancora una volta, in piena obbedienza, di rinnovare la sua avventura della fede. Sì, come dirà Gesù, “tra i nati da donna nessuno è più grande di Giovanni” (Lc 7,28; cf. Mt 11,11).

 

 

Non si dimentichi infine che questa domenica, a metà del tempo dell’Avvento, è chiamata “Gaudete”, dalla prima parola che risuona per l’assemblea all’inizio della liturgia eucaristica. “Gaudete”, cioè “rallegratevi”, è l’invito, anzi il comando rivolto dall’Apostolo Paolo ai cristiani di Filippi: “Rallegratevi sempre nel Signore; ve lo ripeto, rallegratevi! … Il Signore è vicino!” (Fil 4,4-5). Dobbiamo dunque rallegrarci perché la venuta del Signore è vicina; perché, se anche egli tarda, non mente, e lo incontreremo al più presto. Se abbiamo questa fede salda, allora la nostra vita è inondata di gioia e di esultanza! C’è forse qualcosa di più gioioso dell’incontro con il Signore Gesù Cristo? No, lui è la gioia, è il nostro futuro, è la vita eterna!


 

 

 

 

MUSTAFA, IL SUO GESTO SFATA I PREGIUDIZI

 

 

La generosità del marocchino che ha salvato una dottoressa dovrebbe farci riflettere

Noi italiani in un quarto d’ora passiamo dal diavolo all’acqua santa e dai profughi affamati, disperati e ammassati come fossero animali da macello dentro barche in mezzo al Mediterraneo, negando loro l’arrivo, alla medaglia al valore per chi, facendo il suo dovere, salva un’altra persona.

Fino a ieri tutti i marocchini erano almeno ladri e malviventi che scappavano dal loro Paese per venire a rubare posti di lavoro e abitazione a noi. Qualche giorno fa il marocchino Mustafa ha salvato la dottoressa Maria Carmela Calindro, a Crotone, da un uomo che, dopo averle sferrato un fendente al collo, stava colpendola ulteriormente con un cacciavite.

“Ho sentito gridare, mi sono girato, ho visto un uomo con qualcosa in mano che stava colpendo la donna, ho mollato la mia bancarella e sono corso a bloccare quel disgraziato, fino all’arrivo delle forze dell’ordine”. Ora la dottoressa è in rianimazione ma non dovrebbe rischiare la vita.

Chiaramente un fatto così meraviglia ed entusiasma. Ed è stato facile dichiarare Mustafa eroe e uomo straordinario. Anch’io l’ho detto e fatto. Però vado avanti e voglio chiedere al Governo, e alle decine di migliaia di italiani che quotidianamente offendono questi poveri, perché cose così belle, umane e civili non succedono quotidianamente e perché sia un marocchino, invece che un italiano, a rischiare quello che ha rischiato.

Arriverà il giorno che noi italiani torneremo ad essere un popolo civile, accogliente, capace di aiutare chi si trova in enormi difficoltà e, soprattutto, vergognarci anziché esaltarci, per quanto stiamo dicendo e facendo alla gente che arriva e che è arrivata da altri Paesi e dal mare in cerca di aiuto, serenità e pace?

Purtroppo la vergogna, questa volta, parte da molto alto, cioè dal Governo, cosa che mai, almeno io, avrei pensato e immaginato. L’Italia è stata per un certo tempo, lei, pellegrina e povera ed è andata a bussare alle porte di altri continenti.

Oggi, che si sono ribaltate le situazioni, non ci è lecito dimenticare il nostro passato e, ancor più, non ci è lecito etichettare tutti i poveri che ci cercano come delinquenti, truffatori e terroristi.

Sta arrivando il Natale. Potrà la stella della pace illuminare anche le stanze di alcuni palazzi?

 

 

 

Don Antonio Mazzi


La Speranza che non delude mai!

IL CAMMINO COMUNE. «Questo giorno – ha detto il Papa – ha un fascino speciale, ci fa provare un sentimento profondo del senso della storia. Riscopriamo la bellezza di essere tutti in cammino: la Chiesa, con la sua vocazione e missione, e l’umanità intera, i popoli, le civiltà, le culture, tutti in cammino attraverso i sentieri del tempo». «Ma in cammino verso dove? », si chiede il Papa: «C’è una meta comune? E qual è questa meta? ». «Il Signore ci risponde attraverso il profeta Isaia», ha detto Francesco, citandolo: «Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli, e ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno: “Venite, saliamo al monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri”». Si tratta, ha proseguito il Papa, di «un pellegrinaggio universale verso una meta comune», la quale nell’Antico Testamento è identificata con Gerusalemme, «dove sorge il tempio del Signore, perché da lì, da Gerusalemme, è venuta la rivelazione del volto di Dio e della sua legge».

 

 

META: LA RIVELAZIONE. «La rivelazione – ha proseguito il Papa – ha trovato in Gesù Cristo il suo compimento, e il “tempio del Signore”, Gesù Cristo, Lui stesso è diventato il tempio, il Verbo fatto carne: è Lui la guida ed insieme la meta del nostro pellegrinaggio, del pellegrinaggio di tutto il Popolo di Dio; e alla sua luce anche gli altri popoli possono camminare verso il Regno della giustizia, verso il Regno della pace». Il Papa ha poi citato ancora il profeta Isaia, che profetizza un giorno in cui gli uomini «spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra». «Quando accadrà questo? Che bel giorno sarà, nel quale le armi saranno smontate, per essere trasformate in strumenti di lavoro! Che bel giorno sarà questo! E questo è possibile! Scommettiamo sulla speranza, sulla speranza di una pace e sarà possibile!».

 

 

SPERANZA FONDATA SU PAROLA DI DIO. Il cammino degli uomini, ha detto il Papa, «non è mai concluso». «Come nella vita di ognuno di noi c’è sempre bisogno di ripartire, di rialzarsi, di ritrovare il senso della meta della propria esistenza, così per la grande famiglia umana è necessario rinnovare sempre l’orizzonte comune verso cui siamo incamminati». Qual è questo orizzonte? «L’orizzonte della speranza! Quello è l’orizzonte per fare un buon cammino. Il tempo di Avvento, che oggi di nuovo incominciamo, ci restituisce l’orizzonte della speranza, una speranza che non delude perché è fondata sulla Parola di Dio». «Una speranza che non delude semplicemente perché il Signore non delude mai! Lui è fedele! Lui non delude! Pensiamo e sentiamo questa bellezza», ha esortato Francesco. «Il modello di questo atteggiamento spirituale, di questo modo di essere e di camminare nella vita, è la Vergine Maria. Una semplice ragazza di paese, che porta nel cuore tutta la speranza di Dio! Nel suo grembo, la speranza di Dio ha preso carne, si è fatta uomo, si è fatta storia: Gesù Cristo» ha proseguito il pontefice. «Il suo Magnificat  – ha concluso Papa Francesco – è il cantico del Popolo di Dio in cammino, e di tutti gli uomini e le donne che sperano in Dio, nella potenza della sua misericordia. Lasciamoci guidare da lei, che è Madre, è mamma e sa come guidarci. Lasciamoci guidare da Lei in questo tempo di attesa e di vigilanza operosa».


Un'immersione per la remissione dei peccati

 

 

 

 

9 dicembre 2018

 

II domenica di Avvento

Lc 3,1-6

di ENZO BIANCHI

 

1 Nell'anno quindicesimo dell'impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell'Iturea e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell'Abilene, 2sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. 3Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, 4com'è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia:

Voce di uno che grida nel deserto:

Preparate la via del Signore,

raddrizzate isuoi sentieri!

5Ogni burrone sarà riempito,

ogni monte e ogni colle sarà abbassato;

le vie tortuose diverranno diritte

e quelle impervie, spianate.

6Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!

 

Per l’evangelista Luca l’inizio dell’annuncio del Vangelo si ha con la chiamata e la missione di Giovanni il Battista, che non a caso egli ci presenta già come “colui che annuncia il Vangelo” (cf. Lc 3,18). Gesù, infatti, era nato a Betlemme circa trent’anni prima (cf. Lc 3,23), ma la sua vita era stata caratterizzata dal nascondimento. Quei tre decenni restano per tutti i vangeli “gli anni oscuri di Gesù”, nel senso che sappiamo che egli è stato allevato a Nazaret (cf. Lc 2,51-52), poi è cresciuto ed è diventato una persona matura: non conosciamo però con esattezza dove ciò sia avvenuto, anche se supponiamo che Gesù abbia trascorso quel tempo nel deserto, quale discepolo di Giovanni.

 

Ecco allora il racconto solenne di Luca, che inserisce nella macrostoria dell’impero romano e del sacerdozio giudaico l’evento decisivo, l’intervento di Dio nel deserto. Vale la pena riportarlo alla lettera: “Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode principe della Galilea, e Filippo, suo fratello, principe dell’Iturea e della Traconìtide, e Lisània principe dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio fu (venne, cadde) su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto”. Ecco l’evento decisivo: la parola di Dio “avviene” su un uomo, Giovanni, appartenente alla stirpe sacerdotale ma dimorante nel deserto di Giuda, e lo istituisce profeta, cioè porta-parola dello stesso Signore Dio. La profezia che da cinque secoli taceva in Israele si rende dunque di nuovo presente in uomo che, reso predicatore itinerante dalla Parola, percorre tutta la valle del Giordano, regione marginale situata tra la terra santa e il deserto, per far ritornare a Dio il suo popolo.

 

Giovanni predica la conversione, ossia l’esigenza di un mutamento di mentalità, di comportamento e di stile di vita, e chiede che questa volontà, questa decisione che può avere origine solo nel cuore, sia accompagnata da un’azione semplice, umana: si tratta di lasciarsi immergere (questo, alla lettera, il senso del verbo “battezzare”) nelle acque del fiume Giordano. Questo atto è immagine di un affogamento: si va sott’acqua, si depone nell’acqua “l’uomo vecchio con i suoi comportamenti mortiferi” (Col 3,9; cf. Rm 6,6; Ef 4,22), e si viene fatti riemergere dalle acque come uomini e donne in grado di “camminare in una vita nuova” (Rm 6,4). Questa immersione, segno che significa un ricominciare, una novità, ed è compiuto pubblicamente, davanti a tutti e davanti al profeta che immerge, diventa un impegno. Non è una delle tante abluzioni prescritte dalla Torah per riacquistare la purità perduta, ma è un atto compiuto una volta per sempre, che indica una precisa opzione, che dovrà essere guida e criterio di tutta la vita che verrà. Conversione, ritorno sulla strada che porta a Dio, ritorno al Signore, rivolgersi a lui: ecco ciò che questa immersione significa, in vista della venuta del Signore e del suo giudizio (cf. Lc 3,7-9).

 

Secondo il vangelo (cf. anche Mc 1,4) in questo gesto è contenuta una grande novità: la remissione dei peccati da parte di Dio. Sì, quell’immersione, segno della volontà di conversione, è strettamente legata alla remissione, al perdono dei peccati per opera di Dio. È questa offerta potente di perdono da parte di Dio, è questo suo amore preveniente a causare la conversione, oppure è la conversione a causare il suo perdono? Nessun dubbio: “è Dio che produce in noi il volere e l’operare” (cf. Fil 2,13) e che sempre ci offre, ben prima che noi lo desideriamo o lo cerchiamo, il suo amore, che è misericordia infinita. Se noi predisponiamo tutto per ricevere questo amore, se sappiamo accoglierlo e dunque ci convertiamo, allora il dono del perdono dei peccati ci raggiunge e opera ciò che nessuno di noi potrebbe operare: i nostri peccati, il nostro aver fatto il male è cancellato e dimenticato da Dio, che ci guarda come creature irreprensibili perché perdonate e giustificate dalla sua misericordia. Questo è il Vangelo, la buona notizia che comincia a risuonare tra le dune e le rocce del deserto e il fiume Giordano, per opera di Giovanni. Questo è il messaggio che, dopo la passione, morte e resurrezione del Signore Gesù, dovrà essere predicato a tutte le genti (cf. Lc 24,47). Ormai questo annuncio è dato dal precursore che è un profeta in mezzo al popolo, il quale accorre a lui per ascoltare la parola di Dio annunciata dalla sua voce.

 

Giovanni, chiamato dalla parola di Dio “venuta” su di lui come “veniva” sugli antichi profeti (cf. Ger 1,2; Ez 1,3), compie una missione ben precisa, preannunciata dal profeta Isaia (cf. Is 40,3-5): una missione, un ministero di consolazione. Non possiamo qui non fare memoria dei “monaci” della comunità di Qumran che vivevano proprio in quella regione del deserto in cui era apparso pubblicamente Giovanni. Essi avevano applicato a se stessi proprio questa profezia di Isaia che chiedeva di aprire una strada nel deserto e di appianarla per la venuta del Signore, assumendola come fonte del loro ministero e della loro missione. Per questo erano venuti nel deserto per vivere secondo la volontà di Dio e per attendere nella preghiera e nello studio perseverante delle sante Scritture la venuta del suo Messia e del suo regno. Giovanni, asceta come loro nel deserto, condivide con loro la stessa missione, e il suo manifestarsi è conforme alla medesima profezia di Isaia: “Com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia, ‘voce che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, rendete dritti i suoi sentieri … Ogni carne vedrà la salvezza di Dio’”. Questa voce – Luca lo sottolinea – vuole raggiungere “ogni carne”, ogni uomo e ogni donna, non solo i figli e le figlie di Israele, in modo che tutti possano ricevere la salvezza di Dio: questa infatti non è rivolta solo al popolo delle alleanze e delle benedizioni, come annunciavano gli antichi profeti, ma Giovanni il Battista proclama che è una salvezza universale, per tutti, proprio per tutti! Dunque buona notizia “non per alcuni, né per pochi né per molti, ma per tutti”, come ha gridato con gioia papa Francesco (Cattedrale di Firenze, 10 novembre 2015, Incontro con i rappresentanti del convegno nazionale della chiesa italiana).

 

Tutto ciò avviene ai margini della terra santa, alle soglie del deserto, con il suo vuoto, il suo silenzio, la sua solitudine. Quale contrasto tra la “grande” storia, che vede regnare Tiberio, Erode e gli altri, che registra il sommo sacerdozio di Anna e Caifa, e la storia di salvezza, che si realizza in modo umile, nascosto! Niente di ciò che dà lustro al potere politico è presente; niente di ciò che caratterizza la solenne liturgia sacerdotale del tempio appare: no, semplicemente un fiumiciattolo, dell’acqua in cui immergersi, dei corpi che scendono e risalgono dall’acqua per azione delle braccia di un uomo, Giovanni, il quale è solo voce che nel deserto chiede una vita altra, nuova, chiede agli uomini e alle donne di ritornare al Signore e di ricominciare a vivere secondo la sua volontà. Quello di Giovanni era un battesimo in cui l’acqua era eloquente di per sé, non oscurata o nascosta da tante pretese azioni cultuali: acqua, parola, corpi che sono immersi e poi riemergono, braccia che accompagnano chi discende e poi lo risollevano… piena umanità di quel segno-sacramento dell’immersione. È sufficiente però per molti cristiani definirlo “battesimo”, per comprenderlo purtroppo solo come rito e non come gesto e parola, gesto che parla, parola che agisce segno efficace dell’azione del Dio vivente!

 

Dunque la salvezza è vicina e “ogni carne”, cioè tutta l’umanità fragile, mortale e peccatrice potrà vederla. Al risuonare della voce che grida nel deserto e che annuncia la venuta del Signore, occorrerà andargli incontro e spianargli la via, raddrizzare i sentieri che portano all’incontro con lui: questa è un’operazione necessaria nel cuore di ogni persona, che deve abbassare i monti del proprio orgoglio e della propria autosufficienza, deve riempire gli abissi infernali e le disperazioni che la abitano. Nel cammino di conversione si tratta dunque di predisporre tutto il cuore, liberando dagli ostacoli che impediscono alla grazia, cioè all’amore gratuito di Dio, di operare. Solo così la preghiera e la vigilanza richieste nell’Avvento diventano operanti in noi, rendendoci capaci di alzare lo sguardo e di andare incontro con parrhesía al Signore che viene!


 

Dio viene dal futuro

 

 

 

C'è nella storia, una continuità secondo ragione, che è il futurum.

 

E' la continuità di ciò che si incastra armonicamente, secondo la logica del prima e del poi. Secondo le categorie di causa ed effetto. Secondo gli schemi dei bilanci, in cui, alle voci di uscita, si cercano i riscontri corrispondenti nelle voci di entrata: finche tutto non quadra.

 

E c'è una continuità secondo lo Spirito, che è l'adventus.

 

E' il totalmente nuovo, il futuro che viene come mutamento imprevedibile, il sopraggiungere gaudioso e repentino di ciò che non si aveva neppure il coraggio di attendere.

 

In un canto che viene eseguito nelle nostre chiese e che è tratto dai salmi si dice: "Grandi cose ha fatto il Signore per noi: ha fatto germogliare i fiori tra le rocce!". Ecco, adventus è questo germogliare dei fiori carichi di rugiada tra le rocce del deserto battute dal sole meridiano.

 

Promuovere l'avvento, allora, è optare per l'inedito, accogliere la diversità come gemma di un fiore nuovo. Cantare, accennandolo appena, il ritornello di una canzone che non è stata ancora scritta, ma che si sa rimarrà per sempre in testa all'hit-parade della storia.

 

Mettere al centro delle attenzioni pastorali il povero, è avvento. E' avvento, per una madre, amare il figlio handicappato più di ogni altro. E' avvento, per una coppia felice e con figli, mettere in forse la propria tranquillità, avventurandosi in operazioni di "affidamento", con tutte le incertezze che tale ulteriore fecondità si porta dietro, anzi, si porta avanti.

 

E' avvento, per un giovane, affidare il futuro alla non garanzia di un volontariato, alla non copertura di un impegno sociale in terre lontane, alla gratuità e "inutilità" della preghiera perché la sua testimonianza sia forte in questi tempi di confusione.

 

E' avvento, per una comunità, condividere l'esistenza del terzo mondiale e sfidare i benpensanti che si chiudono davanti al diverso, per non permettere infiltrazioni inquinanti al proprio patrimonio culturale e religioso.

 

E' avvento, per una congregazione religiosa o per un presbitero Diocesano, allentare le cautele della circospezione mondana per tutelarsi il sostentamento, facendo affidamento sulla "insostenibile leggerezza" della Provvidenza di Dio.

 

Per Antonella, mia amica, è avvento abbandonare le lusinghe della carriera sportiva e, dopo aver frequentato l'Isef, farsi suora di clausura.

 

Per Karol Tarantelli è avvento perdonare l'assassino di suo marito.

 

Per Madre Teresa di Calcutta avvento è abbandonare la clausura e "farsi prossimo" sulle strade del mondo.

 

 

"Ecco come è avvenuta la nascita di Gesù": per promuovere l'avvento, Dio è partito dal futuro.


Vieni, Signore Gesù, vieni presto!

 

2 dicembre 2018

 

I domenica di Avvento

Lc 21,25-28.34-36

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «25Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, 26mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. 27Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. 28Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».

34State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all'improvviso; 35come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. 36Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell'uomo».

 

La prima domenica di Avvento segna anche l’inizio di un nuovo anno liturgico, in cui domenica dopo domenica la chiesa celebra e fa rivivere il mistero di Cristo morto e risorto, dinamica di salvezza sempre presente in ogni evento della vita di Gesù, dalla sua nascita alla sua venuta gloriosa alla fine dei tempi. Quest’anno il vangelo che verrà letto cursivamente è quello secondo Luca, che ci presenta Gesù soprattutto come profeta che annuncia la venuta di Dio in mezzo a noi nell’umiltà, nella debolezza, nella misericordia infinita ispiratagli dal Padre suo, un Padre con viscere d’amore materne.

 

Avevamo concluso la lettura liturgica di Marco con l’annuncio della venuta gloriosa del Figlio dell’uomo (cf. Mc 13,26-27), e oggi lo stesso evento è posto davanti ai nostri occhi nella versione lucana. Sì, questo evento finale e definitivo, dopo il quale c’è solo il regno di Dio che si instaura su tutta la creazione e su tutta l’umanità di ogni tempo e di ogni terra, è l’Avvento (adventus), che significa “venuta”. Ecco allora il discorso escatologico di Gesù: “Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di genti in ansia per i maremoti e le tempeste” (cf. Is 65,8). Gesù si serve del linguaggio apocalittico, quello proprio di una corrente spirituale che cercava di far rinascere nei credenti la speranza, soprattutto in tempi di prova, di persecuzione e di tenebra. Nella pressura, quando sembra addirittura che la storia sfugga dalle mani di Dio, vi è più che mai una rivelazione, un alzare il velo (questo il senso letterale di apokálypsis, apocalisse) da parte di Dio, il quale agisce, è Kýrios, Signore, e porta a compimento il suo disegno di salvezza. Alla fine della storia i tre spazi in cui viviamo – terra, cielo e mare – subiranno un processo di rinnovamento che potrà sembrare un ritorno al caos primordiale: sarà invece un parto, una nuova creazione in cui il cosmo verrà trasfigurato, per diventare dimora del Regno.

 

Le immagini di questa fine possono spaventarci, ma cerchiamo di decodificarle con intelligenza. Il sole, la luna e le stelle per le genti erano idoli, dèi, ed erano adorati – come potenze divine –; in quel giorno della venuta del Figlio dell’uomo queste creature celesti saranno dunque demitizzate e detronizzate per sempre, perché solo il Signore nostro Dio sarà Dio e Re dell’universo. Di questo potere di Dio sul cosmo e sulla storia vi è già stato un segno nell’ora della morte in croce di Gesù, quando “verso mezzogiorno si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato” (Lc 23,44-45): ovvero, tutte le creature furono turbate da quell’evento della morte del “giusto” (Lc 23,47), perché erano testimoni della morte del loro Signore. In quel giorno (il giorno del Signore) l’umanità vivrà questo dramma cosmico, storico ed esistenziale: proverà angoscia (synoché), sperimenterà una situazione senza via di scampo, una situazione di smarrimento e confusione (aporía). Ma questi sono i dolori del parto della nuova creazione che, anziché moltiplicare la paura, devono ammonirci e destabilizzare le nostre certezze mondane sugli assetti del cosmo e della storia.

 

Gesù dunque qui annuncia questa epifania di Dio alla fine della storia e dei tempi, una fine che arriverà all’improvviso. Non si tratta di un domani lontano, di un evento che riguarderà l’ora nella quale, per cause intrinseche all’universo, esso avrà una fine così come ha avuto un inizio: no, è un evento vicino, che ci può cogliere in modo da sorprenderci. Improvvisamente, senza che nessuno di noi possa prevederlo, “apparirà il Figlio dell’uomo su una nube con grande potenza e gloria” (cf. Dn 7,13) e la sua presenza si imporrà su tutto l’universo. Nessuno potrà sottrarsi a questa visione che rivelerà la piena identità di Gesù. Quell’uomo, Gesù di Nazaret, che “passò facendo il bene” (At 10,38), che fu condannato a una morte violenta e ignominiosa, lui che era innocente e giusto, capace di amare e di perdonare fino alla fine (cf. Lc 23,34), ebbene quell’uomo, che ormai è in Dio in pienezza e nella gloria, si rivelerà quale Kýrios, Signore e Salvatore dell’umanità, Giudice del male e del bene compiuti nella storia.

 

Scrive il veggente Giovanni, riprendendo le parole del profeta Zaccaria (cf. Zc 12,10): “Ecco, viene sulle nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che l’hanno trafitto” (Ap 1,7; cf. anche Gv 19,37). Si noti: tutti lo riconosceranno nelle trafitture delle mani, dei piedi e del costato, trafitture non scomparse nel corpo spirituale del Risorto, come appare dalle sue manifestazioni ai discepoli dopo la resurrezione (cf. Lc 24,40; Gv 20,20.27); trafitture che gli umani gli hanno inflitto ogni volta che hanno ferito e colpito l’altro, il fratello, il povero, l’innocente, l’ultimo, il senza voce e senza dignità riconosciuta. Questa la parusia, la presenza manifesta del Crocifisso risorto nella gloria di Dio. È un evento che si impone, un evento a cui nessuno sfugge, un evento temibile ma anche misericordioso, perché chi appare è colui che ha già portato il peccato del mondo, è colui che è venuto a sedersi alla tavola dei peccatori (cf. Lc 7,34), è colui che è venuto per cercare e salvare chi era perduto (cf. Lc 19,10).

 

Che fare dunque in attesa di quel giorno? Vigilare, stare attenti, osservare la realtà nella quale si è immersi, abitare la vita concreta del nostro tempo. Il contadino che vive tra gli alberi di frutta, che li conosce, li osserva e li cura, dal fico comprende anche l’andamento delle stagioni. Quando la gemma di questa pianta, appena accennata nell’inverno, si gonfia, cresce e sembra pronta ad aprirsi, allora il contadino capisce che sta arrivando l’estate. Così, quando noi leggiamo in profondità eventi del nostro tempo e realtà dei nostri luoghi, possiamo discernerli come “segni”, cioè segnali capaci di indicare qualcosa: segni dei tempi (cf. Mt 16,3) e dei luoghi che i discepoli di Gesù devono essere esercitati a interpretare, per comprendere come e dove va la storia guidata da Dio e come gli uomini si oppongono a questo cammino (cf. Lc 21,29-33).

 

I discepoli di Gesù, i credenti in lui dovranno dunque non abbattersi ma “sollevare la testa”, assumere la postura dell’uomo in cammino, in posizione eretta, sorretto dalla speranza. Immagine straordinaria: l’umano in piedi, con il capo levato nella parrhesía, nella franchezza e nella convinzione che ciò che accade è per la sua salvezza; l’umano che non teme e quindi cammina sicuro verso il Signore veniente. È la postura dell’umano in preghiera davanti a Dio, che desidera l’incontro con chi ama; è la postura della sentinella che in piedi, sveglia, attenta, scruta l’orizzonte per essere pronta a gridare alla città che il Signore viene, sta per giungere e per manifestarsi nella gloria (cf. Is 62,6-7).

 

E come i discepoli e le discepole di Gesù devono vivere questa vigilia, questa attesa del “giorno del Signore”? Con la veglia e la preghiera! La veglia significa stare svegli, attenti, senza essere preda dell’intontimento spirituale, esito di una vita distratta, di cuori appesantiti dalle preoccupazioni mondane e di una ricerca di piaceri che stordiscono. Senza questa vigilanza, è impossibile mantenere un orientamento nella vita e restare in attesa della venuta del Signore, perché altre cose diventano oggetto delle nostre attese: la veglia è una vera lotta spirituale! E insieme alla veglia, la preghiera, che è stare davanti a Dio, è discernimento della sua presenza in noi, è manifestazione dell’adesione a Cristo che si vive quotidianamente; ma è anche invocazione, carica di desiderio, della venuta del Signore e del suo Regno, quando “Dio sarà tutto in tutti” (cf. 1Cor 15,28).

 

 

 

 

Noi cristiani aspettiamo davvero questo evento oppure non ci crediamo, lo consideriamo niente più che un mito? Ma è su questa venuta del Signore nella gloria che si decide la nostra fede cristiana, la quale non è solo un’etica nello stare al mondo, non è solo l’adesione a una storia di salvezza, ma è speranza certa della venuta del Signore: colui che è venuto nella debolezza della carne umana a Betlemme, verrà gloriosamente nella pienezza di Dio e Signore, per fare cielo e terra nuovi (cf. Is 65,17; 66,22; 2Pt 3,13; Ap 21,1). L’Avvento, dunque, ci invita a risvegliare l’attesa del Veniente, ci invita a invocare: “Marana tha (1Cor 16,22)! Vieni, Signore Gesù (Ap 22,20), vieni presto!”.


 

 

Ci aspetta

 

l'incontro con Gesù

 

Prima Domenica di Avvento C

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi 

 

vegliare

 

21,28 Tenete alto lo sguardo [1]

 

Non lasciarsi rattrappire gli orizzonti

Non lasciatevi tentare da racconti di catastrofi o profezie di sciagure, perché quello che conta veramente è perseverare impedendo che si raffreddi l’amore (cfr Mt 24,12) e tenere alto e levato il capo verso il Signore (cfr Lc 21,28), perché la Chiesa non è nostra, è di Dio! Lui c’era prima di noi e ci sarà dopo di noi! Il destino della Chiesa, del piccolo gregge, è vittoriosamente nascosto nella croce del Figlio di Dio. I nostri nomi sono scolpiti nel suo cuore – scolpiti nel suo cuore! –; la nostra sorte è nelle sue mani. Pertanto, non spendete le vostre migliori energie per contabilizzare fallimenti e rinfacciare amarezze, lasciandovi rimpiccolire il cuore e rattrappire gli orizzonti.

 

Trovare la luce, la gioia là dove…

 

Cristo sia la vostra gioia, il Vangelo sia il vostro nutrimento. Tenete fisso il vostro sguardo solo sul Signore Gesù e, abituandovi alla sua luce, sappiate cercarla incessantemente anche dove essa si rifrange, sia pure attraverso umili bagliori.

Là, nelle famiglie delle vostre comunità, dove, nella pazienza tenace e nella generosità anonima, il dono della vita viene cullato e nutrito.

Là, dove sussiste nei cuori la fragile ma indistruttibile certezza che la verità prevale, che amare non è vano, che il perdono ha il potere di cambiare e di riconciliare, che l’unità vince sempre la divisione, che il coraggio di dimenticare sé stessi per il bene dell’altro è più appagante del primato intangibile dell’io.

Là, dove tanti consacrati e ministri di Dio, nella silenziosa dedizione di sé, perseverano incuranti del fatto che il bene spesso non fa rumore, non è tema dei blog né arriva sulle prime pagine. Essi continuano a credere e a predicare con coraggio il Vangelo della grazia e della misericordia a uomini assetati di ragioni per vivere, per sperare e per amare. Non si spaventano davanti alle ferite della carne di Cristo, sempre inferte dal peccato e non di rado dai figli della Chiesa.

 

… non ignorando la carne di Cristo

So bene quanto nel nostro tempo imperversano solitudine e abbandono, dilaga l’individualismo e cresce l’indifferenza al destino degli altri. Milioni di uomini e donne, bambini, giovani sono smarriti in una realtà che ha oscurato i punti di riferimento, sono destabilizzati dall’angoscia di appartenere a nulla. La loro sorte non interpella la coscienza di tutti e spesso, purtroppo, coloro che avrebbero le maggiori responsabilità, colpevolmente si scansano. Ma a noi non è consentito ignorare la carne di Cristo, che ci è stata affidata non soltanto nel Sacramento che spezziamo, ma anche nel Popolo che abbiamo ereditato.

 

21,34-36 Ci aspetta l’incontro con Gesù [2]

 

Gesù ci ammonisce - come riporta Luca nel suo Vangelo (21,34-36) - con queste parole: «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita». In pratica Gesù ci dice: «Contemplate quello che vi aspetta, che il vostro cuore non si appesantisca con gli affanni e le preoccupazioni della vita; guardate avanti e abbiate speranza»: quella speranza che apre i cuori all’incontro con Gesù. Proprio questo ci aspetta, l’incontro con Gesù: è bello, è molto bello! E lui ci chiede soltanto di essere umili e di dire: “Signore”. Basterà quella parola e lui farà il resto.

 

21,28 Il segno degli ultimi tempi [3]

 

Non negare la propria vocazione…

Gli anticristi stanno tra noi: sono quelli che si sono stancati di Cristo umile. L’appartenenza a Cristo non si giudica solamente dallo stare fisicamente in una comunità. Va più in là: è appartenenza allo Spirito, è lasciarsi ungere dallo stesso Spirito che ha unto Gesù. Chi giudica della nostra unzione è lo stesso Signore «che sa quello che c’è in ogni uomo» (cfr Gv 2,24-25). Nella misura in cui Cristo è accettato dal cuore, chi l’accetta diviene allora fonte di divisione (Mt 10,21). È il segno degli ultimi tempi (Lc 21,28). Il credente partecipa dello stesso Cristo, che «è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione» (Lc 2,34). Chi non ha l’unzione, chi non l’accetta o vi supplisce con mera scienza umana, può negare di fatto questa vocazione alla croce.

 

… scegliendosi “i segni dei tempi”…

Una prima maniera di negarla consiste nell’atteggiamento di chi pretende di scegliersi da solo i segni di contraddizione. La croce, allora, già non è più oblazione della propria vita, sequela amorosa del Signore sulla strada che Egli per primo ha percorso, bensì gesto artificioso, «protagonismo», superficialità. Abbiamo visto molti sacerdoti e religiosi che nella loro vita di comunità giocano alla Chiesa primitiva. Alcuni, del resto, nella loro vita apostolica giocano anche alla croce. In questo caso le eventuali persecuzioni non nascono dallo zelo per la gloria del Padre, dal compimento della volontà di Dio, ma piuttosto da una scelta squisita ed elitaria dei mezzi che paiono più proficui al proprio egoismo e alla propria vanità.

 

… o non accettando l’indole bellica della nostra vocazione

La seconda maniera di negare la nostra vocazione per la croce radica nel non accettare l’indole bellica della nostra vocazione. Si tratta della tentazione della «pace a qualsiasi costo», la tentazione dell’irenismo. Poiché si teme la contraddizione, allora si ricorre a ogni sorta di accomodamenti e pastrocchi... purché ci sia pace. Che vuol dire: purché non compaia alcuna contraddizione. Risultato: uomini e donne che non sanno niente della vera pace, ma vivono la codardia o, se si vuole, la pace dei sepolcri.

 

… e divenendo nemici della croce

Entrambe queste tentazioni radicano nel non volersi spogliare del desiderio di essere protagonisti: i primi, della croce; i secondi, della pace. E dimenticano che sia la croce sia la pace hanno già visto un protagonista che ha colmato qualsiasi sequela nel dolore e le ha dato senso, così come alla conso-lazione della resurrezione. Questi due gruppi di persone, nemiche della croce di Cristo, esagerano, «vanno oltre» la dottrina della comunità (2 Gv 9); fabbricano un’alternativa alla statura del loro egoismo, sono deliranti, «contaminano il proprio corpo, disprezzano il Signore e insultano gli angeli» (Gdc 9).

 

21,36 Vegliare pregando [4]

 

In questo stare saldi c’è una dimensione escatologica. C’è Stefano, in Atti 1,55, che vede Gesù stare alla destra di Dio. C’è una dimensione cultuale: «Ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto» (Eb 10,11). «Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo» (Lc 21,36). Insomma, resistere, stare saldi, non è un atto isolato o l’insieme di atti momentanei: è un’azione aperta al tempo e all’eternità; per questo ha un senso cultuale ed escatologico. Trascende il momento e guarda al tempo, e pertanto guarda al procedere del popolo di Dio. Anche indietreggiare ha un senso escatologico, perché significa tornare al peccato: «State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù» (Gal 5,1).

Non è questione di vincere una battaglia, bensì d’intraprendere una guerra prolungata.

 

 

NOTE

 

[1] Discorso ai vescovi di recente nomina, 13 settembre 2018.

[2] Meditazione, 25 novembre 2016.

[3] PAPA FRANCESCO - J.M. BERGOGLIO, In lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book (Milano) - LEV (Città del Vaticano) 2013.

 

[4] La perseveranza nella vocazione, in J.M. BERGOGLIO, Natale, (Le parole di papa Francesco 1,) Corriere della sera, Milano 2014,55-65.


"Il Papa della mia

 

vicenda cristiana"

 

Ritratto spirituale di Paolo VI

 

Enzo Bianchi

 

 

Non ho conosciuto personalmente Paolo VI e non l’ho mai incontrato, a differenza di quanto mi è accaduto con i suoi successori. L’ho ascoltato, l’ho visto, certamente l’ho sempre letto, e devo confessare che ogni volta che sono chiamato a dire qualche parola sulla Chiesa e sull’evangelizzazione, rileggo i suoi scritti, che restano insuperati dallo stesso magistero papale successivo.

Questo lo ha detto in varie occasioni anche Papa Francesco, riferendosi soprattutto all’enciclica Ecclesiam suam (6 agosto 1964) e all’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi (8 dicembre 1975), testi che non hanno ancora indebolito né esaurito la loro forza ispiratrice, e perciò profetica, per la vita della Chiesa e dei cristiani nella storia degli uomini.

Paolo VI è stato il Papa della mia vicenda cristiana e monastica che, nata alla fine del concilio, è cresciuta durante gli anni del suo pontificato, assumendo quel profilo che è diventato forma vitae nostrae e trovando collocazione e comunione nella Chiesa. Qui vorrei solo ricordare un momento della sua vita che è stato vissuto da me e dalla mia comunità con un’intensità e una consapevolezza forti. Il 6 agosto, festa della Trasfigurazione del Signore, è la ricorrenza scelta da noi come festa della comunità, giorno in cui, nella gloria e nella luce del Cristo trasfigurato, celebriamo le professioni monastiche definitive, emettendo i voti davanti alla Chiesa.

Quel 6 agosto del 1978 avevamo vissuto la liturgia eucaristica nella quale un fratello e una sorella si impegnavano per sempre nella vita monastica, stringendo l’alleanza definitiva. Alla sera, nel chiarore dell’estate, eravamo nella chiesetta a celebrare compieta, e io stavo tenendo la monizione fraterna, invitando tutti al ringraziamento, quando un fratello venne a sussurrarmi nell’orecchio la notizia della morte di Paolo VI. Dopo qualche istante di silenzio dissi semplicemente: «Ecco, nel segno della trasfigurazione del Signore, nella bellezza della gloria del Signore, Paolo VI ha incontrato il volto da lui tanto amato. La sua morte alla sera di questo giorno riceve dal Signore il sigillo: ha amato Gesù Cristo e la sua bellezza umana e divina, e in questa luce il Signore lo ha preso con sé».

Ricordo ancora vivamente il modo in cui Paolo VI proclamava il termine “Cristo”: con voce convinta e vibrante, ripetendolo più volte, quasi in una litania nella quale egli vi accostava definizioni e attributi densissimi. Già in questa espressione, e nello stile con cui la pronunciava, si intuivano tutto l’amore, tutta la fede e tutta la speranza che Paolo VI poneva nel Signore Gesù. La sua vita spirituale — tutti l’hanno notato — era essenzialmente cristocentrica, perché Cristo, il Figlio di Dio e l’uomo nato da Maria, era al centro di ogni suo pensiero, parola e azione.

Restano memorabili le sue parole del 29 settembre 1963, nell’allocuzione di apertura della seconda sessione del concilio, quando volle raffigurarsi nel suo rapporto con Cristo ricorrendo a questa immagine: «Noi sembriamo quasi rappresentare la parte del nostro predecessore Onorio III che adora Cristo, come è raffigurato con splendido mosaico nell’abside della basilica di San Paolo fuori le Mura. Quel pontefice, di proporzioni minuscole e con il corpo quasi annichilito prostrato a terra, bacia i piedi di Cristo, che, dominando con la mole gigantesca, ammantato di maestà come un regale maestro, presiede e benedice la moltitudine radunata nella basilica, che è la Chiesa».

Questa è veramente l’icona capace di illustrare il rapporto vitale che Paolo VI viveva con il Cristo Signore. Egli aveva un profondo senso di umiltà e di indegnità personale, confessava la sua pochezza e il suo peccato, come Pietro quando disse a Gesù: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore» (Luca, 5, 8). Ma si sentiva anche un suo discepolo chiamato e amato, un successore di Pietro al quale Gesù continuava a chiedere nient’altro che l’amore: «Mi ami tu? (…) Pasci i miei agnelli» (Giovanni, 21, 15). Quante volte la penna di Paolo VI trascrive le parole di questo brano evangelico in cui Pietro è fatto pastore sull’unico fondamento del suo amore per Cristo!

La sera della sua elezione a Papa, il 21 giugno 1963, annota: «Sono nell’appartamento pontificio: impressione profonda di disagio e di confidenza insieme». E aggiunge: «Il mondo mi osserva, mi assale. Devo imparare ad amarlo veramente. La Chiesa qual è. Il mondo qual è. Quale sforzo! Per amare così bisogna passare per il tramite dell’amore di Cristo: mi ami? Pasci! O Cristo, o Cristo! Non permettere che io mi separi da te».

Cristo era per Paolo VI «il compagno inseparabile». Si può dire che lui viveva insieme a Cristo (cfr. 1 Tessalonicesi, 5, 10), e tutto ciò che pensava, viveva, decideva, diceva e scriveva, sembra averlo fatto con accanto questa presenza. Segno di questo legame spirituale è anche un piccolo libretto, il Manuale Christianum (H. Dessain, Malines, 1914), contenente tra l’altro il Nuovo Testamento e L’imitazione di Cristo, che Paolo VI porterà sempre con sé, anche nei viaggi apostolici, fino al termine della sua vita.

Il Cristo in cui egli credeva e che amava era quello dei vangeli, letti con assiduità, meditati e pregati; vangeli certamente anche attualizzati grazie all’aiuto di varie opere su Cristo, in particolare di autori del novecento, ma soprattutto accostati come richiesto da L’imitazione di Cristo: attraverso la liturgia e l’ascesi cristiana che impegna a una continua reformatio di se stessi e delle realtà affidate a noi dalla volontà divina. Da tutti gli scritti di Paolo VI si riceve la testimonianza di una sequela sempre più intima di Cristo, che egli sente come Figlio di Dio venuto nel mondo attraverso l’incarnazione, ma per questo «Figlio dell’uomo» che «ha raffigurato in sé l’umanità nella sua tragica, immonda, conclusiva realtà: dolore e peccato. L’umanità lebbrosa di tutti i suoi mali, specchio del più spaventoso realismo; ognuno vi si ritrova. Ma perché?… Per far trovare noi stessi in lui; per assumere in sé ogni nostra sofferenza, ogni nostra miseria; per immensa, silenziosa, discreta ed effettiva simpatia. Per essere lui noi stessi», scrive nel 1971 in una lunga riflessione sulla passione di Gesù.

Paolo VI aveva un senso fortissimo del peccato dell’uomo, ma poneva questo peccato davanti a Cristo, confidando nella sua misericordia e nel suo perdono. Come non ricordare la grande preghiera litanica fatta nella basilica del Santo Sepolcro, durante il suo pellegrinaggio in Terra santa del gennaio 1964: «Siamo qui, Signore Gesù. Siamo venuti come i colpevoli che ritornano al luogo del loro delitto» e «tu sei la nostra redenzione e la nostra speranza».

Nel 1921, dunque appena ventiquattrenne, scriveva: «Desidero vederlo, Gesù, forse presto», e questo voler vedere il Signore è la sua ricerca essenziale, il filo conduttore di tutta la sua vita. In uno scritto di dieci anni dopo annota: «Voglio che la mia vita sia una testimonianza alla verità per imitare così Gesù Cristo, come a me si conviene» (cfr. Giovanni, 18, 37). Egli sceglie il nome di Paolo perché — confessa in una nota manoscritta dopo la sua elezione — l’apostolo era «amoroso di Cristo», amante di Cristo. Durante tutto il pontificato ha sentito rivolte a sé le parole del Signore: «Mi ami? (…) Pasci i miei agnelli». E nel Pensiero alla morte, il testo che è forse il più espressivo di Paolo VI, esclama in forma di preghiera: «Meraviglia delle meraviglie, il mistero della nostra vita in Cristo».

Il cristocentrismo di Paolo VI è un vivere con Cristo al centro, è un riconoscere Cristo come Signore, è una comunione con un Cristo che è compagno e amante. Cristo infatti «è il centro della storia e del mondo; egli è colui che ci conosce e che ci ama; egli è il compagno e l’amico della nostra vita», dice a Manila il 29 novembre 1970. Davvero «Paolo VI ha saputo testimoniare, in anni difficili, la fede in Gesù Cristo. Risuona ancora, più viva che mai, la sua invocazione: “Tu ci sei necessario, o Cristo!”. Sì, Gesù è più che mai necessario all’uomo di oggi, al mondo di oggi, perché nei “deserti” della città secolare lui ci parla di Dio, ci rivela il suo volto», ha detto Papa Francesco il 22 giugno 2013.

La prima enciclica di Paolo VI, l’Ecclesiam suam, è affidata alla Chiesa il 6 agosto del 1964, a poco più di un anno dall’inizio del pontificato. Non vuole essere un’enciclica dottrinale — dice il Papa — ma piuttosto esortativa e confortante, con uno stile aperto, non polemico ma spirituale. In questo testo, in cui fa ricorso a fonti essenzialmente bibliche, Paolo VI insiste in modo particolare sulla riforma della Chiesa, indicando un itinerario preciso, ovvero i tre assi portanti dell’enciclica: coscienza, rinnovamento, dialogo. La Chiesa deve «riflettere su se stessa», «approfondire la coscienza ch’ella deve avere di sé» (Ecclesiam suam, 19), sentirsi una. Ma quest’atto riflessivo altro non è che postura di ascolto e di obbedienza alla parola di Dio, docilità a Cristo Signore (cfr. Ecclesiam suam, 21 e 28).

Nella Chiesa Paolo VI vuole vedere il volto di Cristo, la sposa bella e pronta per il suo sposo (cfr. Efesini, 5, 27; Apocalisse, 21, 2) sempre rivolta con lo sguardo al Signore ma, nello stesso tempo, capace di collocarsi nella storia umana con lo stesso paradigma dell’incarnazione, cioè con il dialogo, quindi facendosi strumento di quel dialogo che Dio tesse con l’umanità. Il dialogo appare costitutivo della Chiesa, connesso alla sua intima natura e ragion d’essere. Così dunque il Papa si esprime in un passaggio dell’enciclica giustamente divenuto celebre: «La Chiesa deve venire a dialogo con il mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa conversazione» e questo dialogo «deve ricominciare ogni giorno; e da noi prima che da coloro ai quali è rivolto» (Ecclesiam suam, 67 e 79).

E già a Betlemme il 6 gennaio 1964 aveva esclamato: «Noi guardiamo al mondo con immensa simpatia. E se anche il mondo si sentisse estraneo al cristianesimo e non guardasse a noi, noi continueremmo ad amarlo perché il cristianesimo non potrà sentirsi estraneo al mondo».

Se la salvezza passa attraverso lo spirito della relazione con Dio in Gesù, parola definitiva di Dio all’umanità (cfr. Giovanni, 1, 18; Ebrei, 1, 2), allora il dialogo è la forma e il contenuto con cui la Chiesa obbedisce al suo Signore e si pone a servizio dell’umanità, perché «tutto ciò che è umano ci riguarda» (Ecclesiam suam, 101). Ecco il nuovo stile che Paolo VI chiede alla Chiesa di adottare nel mondo contemporaneo: uno stile che è direttamente buona notizia, vangelo, in quanto afferma che il modo della presenza è tanto essenziale quanto il suo contenuto, che il modo di stare della Chiesa tra gli uomini è già messaggio. Così il dialogo diventa per Paolo VI un’arte di comunicazione spirituale, in cui chiarezza, mitezza, fiducia diventano anche carità della Chiesa verso ogni uomo e donna nel mondo: «La Chiesa si è quasi dichiarata l’ancella dell’umanità», dice Paolo VI il 7 dicembre 1965 nell’ultima sessione pubblica del concilio. «La Chiesa è l’ancella dell’uomo, la Chiesa crede in Cristo che è venuto nella carne e perciò serve l’uomo, ama l’uomo, crede nell’uomo», gli ha fatto eco Papa Francesco il 22 giugno 2013. Potremmo dire che Paolo VI ha gettato su di noi il mantello di una sapienza profetica e di uno stile di ascolto e di dialogo che la Chiesa solo ora inizia a imparare e a praticare.

Il terreno per l’evangelizzazione è dunque preparato, e quando Paolo VI scriverà l’Evangelii nuntiandi, il suo magistero più profetico e tuttora insuperato che Papa Francesco il 22 giugno 2013 ha definito «il documento pastorale più grande che è stato scritto fino a oggi», la Chiesa potrà ricordare che la parola di Dio è prima e che la conversione è seconda, ma è assolutamente necessaria affinché vi sia dialogo tra la Chiesa e il mondo. L’Evangelii nuntiandi è il paradigma del pensiero teologico-spirituale di Paolo VI ed esprime la sua postura di cristiano e di apostolo. Di un cristiano che cerca di portare il Vangelo nel mondo, non certo identificandolo con una cultura; anzi, il Vangelo spogliato da ogni cultura ma che sa entrare nel tessuto delle culture senza asservirsi ad alcuna, restando “buona notizia” che deve essere comunicata certamente mediante una buona comunicazione, ma soprattutto attraverso la testimonianza. Insomma un Vangelo vissuto, ovvero la coerenza e lo stile del cristiano che vive ciò che annuncia. Al riguardo, non si può non citare uno splendido passaggio di questa esortazione: «La Buona Notizia è anzitutto proclamata mediante la testimonianza. Ecco: un cristiano o un gruppo di cristiani, in seno alla comunità d’uomini nella quale vivono, manifestano capacità di comprensione e di accoglimento, comunione di vita e di destino con gli altri, solidarietà negli sforzi di tutti per tutto ciò che è nobile e buono. Ecco: essi irradiano, inoltre, in maniera molto semplice e spontanea, la fede in alcuni valori che sono al di là dei valori correnti, e la speranza in qualche cosa che non si vede, e che non si oserebbe immaginare. Allora con tale testimonianza senza parole, questi cristiani fanno salire nel cuore di coloro che li vedono vivere, domande irresistibili: perché sono così? Perché vivono in tal modo? Che cosa o chi li ispira? Perché sono in mezzo a noi? Ebbene, una tale testimonianza è già una proclamazione silenziosa, ma molto forte ed efficace della Buona Notizia» (Evangelii nuntiandi, 21). Paolo VI aveva una fede profonda nella dýnamis della parola di Dio: anche in questo era davvero paolino (cfr. per esempio Romani, 1, 16: «il Vangelo è dýnamis, potenza di Dio») e credeva fermamente che la Parola può compiere la sua corsa nel mondo (cfr. 2 Tessalonicesi, 3, 1), se coloro che la annunciano la vivono come l’ha vissuta Gesù Cristo.

 

 

(L'Osservatore Romano - 24 novembre 2018)




La venuta del figlio dell'uomo nella gloria

 

 

 

 

18 novembre 2018

 

XXXIII domenica del tempo Ordinario

Mc 13,24-32

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:

«24In quei giorni, dopo quella tribolazione,

il sole si oscurerà,

la luna non darà più la sua luce,

25le stelle cadranno dal cielo

e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.

26Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. 27Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo.

28Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina. 29Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte.

30In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. 31Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

32Quanto però a quel giorno o a quell'ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre.»

 

Con questa domenica termina la lettura cursiva del vangelo secondo Marco, che abbiamo ascoltato nell’assemblea domenicale lungo tutta l’annata liturgica B.

 

Le parole di Gesù su cui oggi meditiamo sono quelle da lui pronunciate negli ultimi giorni della sua vita, prima della passione e morte; parole da lui rivolte sul monte degli Ulivi ai quattro discepoli della prima ora (cf. Mc 1,16-20), quelli a lui più vicini: Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea (cf. Mc 13,3). Il cosiddetto “discorso escatologico” è molto lungo – occupa tutto il capitolo 13 – e vuole essere una risposta alla domanda circa il tempo successivo alla vicenda terrena di Gesù: cosa accadrà? Servendosi di idee e immagini tratte dai libri profetici, Gesù annuncia che il tempio di Gerusalemme, che si ergeva maestoso davanti a lui e ai discepoli, andrà in rovina (cf. Mc 13,2), che ci saranno eventi che causeranno grande sofferenza agli umani (cf. Mc 13,5-23) e che alla fine – è il tema del nostro brano – il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria per compiere il giudizio ultimo e definitivo (cf. Mt 25,31-46). Questo discorso di Gesù è un messaggio in un linguaggio codificato, secondo il genere apocalittico, un linguaggio che vuole essere rivelativo, profetico, pur risultando a volte oscuro, di difficile interpretazione.

 

Noi ne leggiamo per l’appunto solo la parte finale, l’annuncio della venuta gloriosa del Messia, quando si sarà verificata la distruzione del tempio e sarà passato il tempo della storia, nella quale guerre, calamità e persecuzioni si faranno dolorosamente presenti nella vita di uomini e donne (come vediamo da che mondo è mondo…). Dopo la terribile prova che investirà l’intera umanità, il popolo di Israele e la chiesa del Signore, ci sarà uno sconvolgimento di tutto l’assetto dell’universo creato. Non lasciamoci spaventare dalle parole di Gesù, ma intimorire sì, perché essere rivelano la “verità” di questo mondo che Dio ha creato, voluto e sostenuto, ma che avrà un termine, una fine: come c’è una fine personale, la morte, così ci sarà una fine di questo mondo. Gesù vuole parlare di questi eventi, per rivelare una realtà dai tratti indescrivibili. La creazione subirà un processo di de-creazione, potremmo dire un ritorno all’in-principio (cf. Gen 1,1-2), ma in vista di una nuova creazione, di un mondo nuovo, con cieli e terra nuovi (cf. Is 65,17; 66,22; 2Pt 3,13; Ap 21,1). Queste immagini non vogliono significare distruzione, decomposizione, scomparsa della materia, ma la fine degli attuali assetti della creazione, in preda alla sofferenza, al male e alla morte, per una ri-creazione, una trasfigurazione che non riusciamo neppure a immaginare.

 

Ecco allora le immagini apocalittiche, ispirate da fenomeni che l’uomo contempla, ma che sono transitori, dunque non distruttori della vita: il sole che si eclissa definitivamente, la luna che perde la sua luce, le stelle che cadono dal cielo… Immagini evocatrici della fragilità dell’assetto del nostro universo, che non è eterno, che – come ci assicurano anche le scienze – ha avuto un inizio e avrà una fine. E tuttavia questo universo, che agli occhi dei credenti nel Signore Gesù “geme e soffre le doglie del parto” (Rm 8,22), è un universo voluto da Dio e che Dio salverà, trasfigurandolo in dimora del suo Regno.

 

Proprio in questa “crisi” cosmica si manifesterà il Figlio dell’uomo, farà la sua parusia in modo glorioso, venendo dai cieli, nella luce definitiva che vincerà per sempre le tenebre: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria” (cf. Dn 7,13-14). Lo ripeto: la venuta finale del Signore non nega la storia, ma vuole trasfigurare il nostro mondo. Ma in verità anche questo evento chi può descriverlo? I cristiani hanno dipinto o rappresentato in mosaici nelle absidi delle chiese il Veniente nella gloria, seduto sull’arcobaleno, giudice di tutto l’universo, Pantokrátor (2Cor 6,18; Ap 1,8; 4,8, ecc.), cioè colui che tiene insieme tutte le cose; ma nel farlo hanno dovuto ispirarsi alla parusia, all’ingresso glorioso dei re e degli imperatori, rivestendo il Figlio di Dio e Figlio dell’uomo dei tratti di una gloria umana.

 

In realtà, non sappiamo in che forma contempleremo il Signore veniente; possiamo solo dire che allora lo riconosceremo tutti, anche quelli che durante la loro vita non l’hanno mai riconosciuto nell’affamato, nell’assetato, nel malato, nello straniero, nel carcerato, nell’ignudo (cf. Mt 25,31-46). Anche quelli che hanno trafitto Gesù o hanno trafitto il povero, la vittima, allora lo riconosceranno, si batteranno il petto (cf. Ap 1,7) e capiranno che le trafitture inferte all’altro, al fratello o alla sorella, erano trafitture che raggiungevano il Signore, il quale ora si mostra giudice misericordioso ma temibile. Sarà quella anche l’ora del raduno di tutti gli eletti, i giusti, quelli che hanno vissuto esercitando fiducia nell’altro, sperando insieme agli altri, amando chi avevano accanto e, con il loro comportamento, rendevano prossimo, vicino. I figli di Dio dispersi saranno finalmente una comunione, che non conoscerà più né morte, né male, né peccato (cf. Is 35,10; Ap 21,4).

 

Quando questo accadrà (cf. Mc 13,4)? In un giorno che nessuno conosce, eppure è un giorno certo, è una promessa di Dio che si realizzerà. Non è il “quando” che conta, bensì la fiduciosa certezza di un futuro orientato dalla promessa del Signore: “Io vengo presto!” (Ap 22,20). I discepoli di Gesù non devono dunque chiedere “quando?”, ma devono piuttosto chiedersi se loro stessi saranno pronti ad accogliere quell’evento della parusia come salvezza, se saranno capaci di gioire davanti alla venuta del Figlio dell’uomo, se avranno saputo sperare con perseveranza in quell’ora: un’ora che è un segreto, perché neanche l’uomo Gesù la conosceva, e neppure gli angeli, ma solo il Padre. Per questo i credenti imparino a osservare la storia con spirito di discernimento, leggendo i “segni dei tempi”. Gesù, del resto, lo aveva constatato, con un certo stupore che è anche un’esortazione: “Sapete interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi?” (Mt 16,3). Domanda che sempre ci intriga e accende la nostra responsabilità, chiamando in causa il nostro discernimento…

 

La venuta del Figlio dell’uomo sarà come l’estate che i contadini sanno prevedere, guardando soprattutto la pianta di fico: quando il fico, per il risalire della linfa, intenerisce i suoi rami e si aprono le gemme rimaste chiuse per tutto l’inverno, allora sta per scoppiare l’estate. Così, se il credente sa leggere la storia, aderendo alla realtà quotidiana della vita umana e ascoltando la parola di Dio che sempre risuona nel suo “oggi” (cf. Sal 95,7), allora sarà pronto per l’ora della venuta temibile e misericordiosa del Signore. Si tratta – come si legge nella conclusione del discorso (cf. Mc 13,33-37), quella con cui abbiamo aperto l’anno liturgico, nella I domenica d’Avvento – di vegliare, di restare vigilanti, desti, capaci di esercitare l’intelligenza per discernere e non essere trovati addormentati o spiritualmente intontiti…

 

Sarà la fine? Sì, ma quella fine porta un nome: è il Signore Gesù Cristo, Figlio dell’uomo e Figlio di Dio, uomo e Dio che è venuto nel mondo, da Dio qual era (cf. Fil 2,6), per farsi uomo, e verrà nella gloria perché l’uomo diventi Dio. Allora, finalmente, Dio sarà tutto in tutti (cf. 1Cor 15,28): tutta l’umanità sarà in Dio e ognuno di noi sarà il Figlio di Dio.


Nessuno vive

 

solo per se stesso

 

Enzo Bianchi

 

 

È terminato il sinodo dei vescovi dedicato a “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” e ora attendiamo con fiducia le ricadute nelle chiese e nelle realtà locali di quei giorni di preghiera, lavoro, dialogo, discernimento comunitario e dei documenti che ne sono scaturiti e ne scaturiranno.

Tornando al mio monastero ritrovo nella mia bisaccia di mendicante i volti così diversi di tanti giovani che le parole dei padri sinodali hanno saputo tratteggiare, sovente anche attraverso tonalità di luce contrastanti.

A loro, da anziano che li guarda con simpatia e cerca ogni giorno di ascoltarli, chiederei di meditare su una semplice verità: nessuno vive per se stesso e solo da se stesso. La sua felicità, il suo bene dipendono sempre anche dal tessuto di rapporti che ognuno crea, custodisce, sviluppa ogni giorno. E in questo tessuto un giovane deve scoprire di essere debitore verso molti altri che gli hanno reso possibile il suo presente, sacrificando qualcosa o molto del loro presente: altri hanno faticato, operato rinunce, a volte hanno dato la vita o, perlomeno, l’hanno spesa affinché il loro mondo fosse più umano. Molti hanno lavorato all’umanizzazione della società e della vita, hanno sacrificato qualcosa del loro presente affinché il futuro fosse più vivibile, più umano. E questo debito è ancora più grande per i giovani che vivono in una condizione ancora ignota a molti, troppi loro coetanei, immersi in un presente segnato da miseria, fame, guerra, migrazione forzata…

È importante esserne consapevoli, perché se i giovani non dimenticano il loro passato né le sofferenze di tanti loro compagni di cammino ai quattro angoli del mondo, allora non sono tentati di appiattire il loro presente solo al fine del godimento; non sono tentati di crescere dandosi un comportamento individualistico, egoistico, in cui pensano solo a se stessi senza gli altri, magari a costo di mettersi contro gli altri. Un giovane che comprende il suo essere debitore verso gli altri, il suo aver ricevuto dagli altri, sente di avere responsabilità neo confronti degli altri e del futuro collettivo della società e dell’umanità intera: ecco come uno scopre, assume l’etica, che è sempre un guardare alla convivenza, alla communitas, in modo da vivere con gli altri nel rispetto, nella giustizia, nella collaborazione, nella solidarietà, in modo da godere insieme della vita piena, della pace, fino a sperare insieme…

E così un giovane scopre il bisogno di autodominio, di autocontrollo, impara a discernere tra le proprie voglie ciò che è possibile, ciò che è buono, ciò che costruisce la vita insieme agli altri. Si tratta di assumere la disciplina che non cede a concessioni continue a ciò che si vuole, si sente, si desidera, a ciò che soddisfa. Essere intelligenti, esercitare un giudizio, mettere in atto tutte le proprie facoltà intellettuali è un dono e una responsabilità. La vita infatti è complessa, sempre esposta al male e al bene, tentata dal demonio e nel contempo attirata dalle energie dello Spirito santo. Immerso in questo contesto, il cristiano è chiamato, indipendentemente dalla sua età, a leggere il futuro, a scegliere un’azione piuttosto che un’altra, ad accogliere o rifiutare una chiamata. Proprio qui si situa la necessità del discernimento, carisma che va invocato, custodito e costantemente affinato; fino a possedere, se Dio la concede, quella chiaroveggenza spirituale che è vera partecipazione allo sguardo di Dio sugli uomini, sulle cose e sugli eventi, attraverso un progressivo cedere alla sua grazia che ci attira.

Compito non facile, quello del discernimento quotidiano, soprattutto per un giovane sollecitato da chi ha interesse a orientare in un determinato senso le scelte, per trarne profitto a breve o a lungo termine. Eppure compito ineludibile: non esistono infatti scelte individuali che non abbiano effetto di bene o di male sulla vita sociale, sul futuro di tutti! L’esistenza di un giovane deve saper vivere anche le rinunce, anche il sacrificio, ma è in questo modo che si conosce la beatitudine della comunione dell’amicizia, dell’amore: e allora si può vivere sperando, sì sperando…

 

Ha scritto sant’Agostino: «In tutte le cose umane nulla è bene per l’uomo, se l’uomo non ha uomini amici». Si vive umanamente bene solo se fin da giovani condividiamo, se siamo responsabili gli uni degli altri, se conosciamo la dolcezza della societas, la bontà della communitas.


Due figure di cristiani

 

Domenica XXXII del T.O. (B)

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

Vedova 2

 

12, 38-41 Due figure di cristiano

 

Il brano del Vangelo si compone di due parti: una in cui si descrive come non devono essere i seguaci di Cristo; l’altra in cui viene proposto un ideale esemplare di cristiano.

 

Come non deve essere il cristiano

Cominciamo dalla prima: cosa non dobbiamo fare. Nella prima parte Gesù addebita agli scribi, maestri della legge, tre difetti che si manifestano nel loro stile di vita: superbia, avidità e ipocrisia.

A loro – dice Gesù - piace “ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti” (Mc 12,38-39). Ma sotto apparenze così solenni si nascondono falsità e ingiustizia. Mentre si pavoneggiano in pubblico, usano la loro autorità per “divorare le case delle vedove” (cfr v. 40), che erano considerate, insieme agli orfani e agli stranieri, le persone più indifese e meno protette. Infine, gli scribi “pregano a lungo per farsi vedere” (v. 40).

Anche oggi esiste il rischio di assumere questi atteggiamenti. Ad esempio, quando si separa la preghiera dalla giustizia, perché non si può rendere culto a Dio e causare danno ai poveri. O quando si dice di amare Dio, e invece si antepone a lui la propria vanagloria, il proprio tornaconto.

 

Come deve essere il cristiano

E in questa linea si colloca la seconda parte del Vangelo di oggi. La scena è ambientata nel tempio di Gerusalemme, precisamente nel luogo dove la gente gettava le monete come offerta. Ci sono molti ricchi che versano tante monete, e c’è una povera donna, vedova, che mette appena due spiccioli, due monetine. Gesù osserva attentamente quella donna e richiama l’attenzione dei discepoli sul contrasto netto della scena. I ricchi hanno dato, con grande ostentazione, ciò che per loro era superfluo, mentre la vedova, con discrezione e umiltà, ha dato “tutto quanto aveva per vivere” (v. 44); per questo - dice Gesù - lei ha dato più di tutti. A motivo della sua estrema povertà, avrebbe potuto offrire una sola moneta per il tempio e tenere l’altra per sé. Ma lei non vuole fare a metà con Dio: si priva di tutto. Nella sua povertà ha compreso che, avendo Dio, ha tutto; si sente amata totalmente da Lui e a sua volta Lo ama totalmente. Che bell’esempio quella vecchietta!

 

Non è questione di portafoglio, ma di cuore

Gesù, oggi, dice anche a noi che il metro di giudizio non è la quantità, ma la pienezza. C’è una differenza fra quantità e pienezza. Tu puoi avere tanti soldi, ma essere vuoto: non c’è pienezza nel tuo cuore. Pensate, in questa settimana, alla differenza che c’è fra quantità e pienezza. Non è questione di portafoglio, ma di cuore. C’è differenza fra portafoglio e cuore… Ci sono malattie cardiache, che fanno abbassare il cuore al portafoglio… E questo non va bene! Amare Dio “con tutto il cuore” significa fidarsi di Lui, della sua provvidenza, e servirlo nei fratelli più poveri senza attenderci nulla in cambio.

 

Un aneddoto

Mi permetto di raccontarvi un aneddoto, che è successo nella mia diocesi precedente. Erano a tavola una mamma con i tre figli; il papà era al lavoro; stavano mangiando cotolette alla milanese… In quel momento bussano alla porta e uno dei figli – piccoli, 5, 6 anni, 7 anni il più grande - viene e dice: “Mamma, c’è un mendicante che chiede da mangiare”. E la mamma, una buona cristiana, domando loro: “Cosa facciamo?” - “Diamogli, mamma…” - “Va bene”. Prende la forchetta e il coltello e toglie metà ad ognuna delle cotolette. “Ah no, mamma, no! Così no! Prendi dal frigo” – “No! facciamo tre panini così!”. E i figli hanno imparato che la vera carità si dà, si fa non da quello che ci avanza, ma da quello ci è necessario. Sono sicuro che quel pomeriggio hanno avuto un po’ di fame… Ma così si fa!

Di fronte ai bisogni del prossimo, siamo chiamati a privarci – come questi bambini, della metà delle cotolette – di qualcosa di indispensabile, non solo del superfluo; siamo chiamati a dare il tempo necessario, non solo quello che ci avanza; siamo chiamati a dare subito e senza riserve qualche nostro talento, non dopo averlo utilizzato per i nostri scopi personali o di gruppo.

 

Alla scuola della vedova

Chiediamo al Signore di ammetterci alla scuola di questa povera vedova, che Gesù, tra lo sconcerto dei discepoli, fa salire in cattedra e presenta come maestra di Vangelo vivo. Per l’intercessione di Maria, la donna povera che ha dato tutta la sua vita a Dio per noi, chiediamo il dono di un cuore povero, ma ricco di una generosità lieta e gratuita.

 

12,40.42 La Chiesa vedova dà tutto ciò che le resta per vivere [1]

 

Quando le viene “strappato lo sposo”, la sposa piange, rimane sola, vedova. È la manifestazione della “vedovanza della Chiesa” che aspetta la venuta definitiva dello Sposo. La Chiesa vedova che è perseguitata dagli approfittatori (Mt 23, 14; Mc 12,40; Lc 20,47). La Chiesa vedova che serve il Signore con la preghiera e il digiuno e che non smette di insistere e intercedere per le necessità sue e dei suoi figli (Lc 18, 3). La Chiesa vedova che dà tutto ciò che le resta per vivere (Mc 12,42; Lc 21, 2), affinché il suo sacrificio sia culto in onore dello Sposo che aspetta nel suo cuore. La Chiesa vedova, per la quale ciascuno dei figli è “figlio unico” con il nome con il quale lo ha dato alla luce nel Battesimo, e tanto più “unico” quanto più è morto nel Regno: per questo piange, per questo unico figlio (Lc 7,12) .

 

12,42 Andare avanti, tutto offrendo [2]

 

La storia della salvezza continua a progredire in mezzo agli uomini. La Chiesa, sposa e vedova, vergine e madre, santa e peccatrice, si avvia verso le nozze definitive (Ap 21,2), offrendo tutto ciò che possiede per vivere (Mc 12, 42; Lc 21, 2). In questa storia il Signore si manifesta a ciascun uomo e a ciascuna donna, si manifesta alla sua Chiesa anche tra le vicissitudini della vita, le quali sono sempre caratterizzate da grazia e peccato. La spiga fertile, carica di grano, è cresciuta accanto a quella debole e anche accanto alla zizzania. E il dubbio circa la manifestazione del Signore, circa il suo tempo o la sua autenticità, non è risparmiato a nessuno. La perplessità riguarda sia il discepolo sia il nemico, e questa perplessità implica sempre un’esortazione di Dio ad andare avanti, a lasciarsi toccare dalla manifestazione della grazia, a permettere lo svelamento del Signore.

 

12,41-44 “Guardiamo le mani” [3]

 

Un gesto piccolissimo…

Il Vangelo ci presenta un avvenimento piccolissimo, un fatto successo in due secondi, così rapido e compiuto in modo così riservato che nessuno se ne rese conto. L’unico a rendersene conto fu Gesù. Questi l’apprezzò e quindi lo fece notare ai suoi discepoli (Mc 12,41-44). E perciò si è trasformato in un gesto grande, in un insegnamento per tutti. In mezzo a tutta la gente che dava l’elemosina, Gesù notò una donna povera che aveva perso suo marito e si occupava da sola della sua famiglia. Questa signora mise nel tesoro del Tempio le due monetine che aveva da parte per mangiare quel giorno. Due monetine che non fecero il rumore delle grandi monete d’argento, eppure il loro tintinnio risuonò come una preghiera nel cuore di Gesù […].

 

…che vede solo chi guarda con il cuore

Ci sono cose che se non si guarda il cuore della gente come fa Gesù, non si capiscono o vengono male interpretate. L’amore e la fede con cui quella donna buona mise la sua offerta tra le offerte per i poveri, soltanto Gesù li comprese. Lei ebbe fiducia e si giocò tutta la sua speranza nelle mani di Dio. La sua logica fu: io sto male, ma aiuterò qualcuno che sta peggio di me e con questo gesto implorerò il Signore che si ricordi di me e benedica i miei figli. E il Signore, che fa la posta a questi piccoli dettagli tipici di coloro che amano molto, la vide e il suo gesto rimase inciso nella Parola viva del Vangelo come il modello per tutti quei piccoli gesti che ci riempiono di speranza.

 

.. e restano nel cuore di Gesù

A volte sul giornale escono notizie come questa: l’altro giorno una mamma molto povera ha restituito una somma di denaro che aveva trovato nel suo carrello. Sono gesti che sui giornali durano un giorno, ma nel cuore di Gesù i gesti di quelle mani che danno con speranza, di quelle mani che restituiscono con onestà, restino incisi pei sempre.

 

Guardiamo le mani di san Gaetano e le nostre…

Il motto di quest’anno è “Non scoraggiamoci, nella mano di san Gaetano troveremo la via per ricominciare” [5]. Notate, ci parla di non scoraggiarci, di avere speranza, e concentra tutto nella mano di san Gaetano. Quando si vuole sapere se qualcuno ha speranza o è scoraggiato, bisogna guardargli le mani.

Oggi guarderemo le mani. Le mani di san Gaetano che reggono il Bambino Gesù e la spiga. E guardiamo anche le nostre mani, una che stringe due monetine per l’elemosina e l’altra con cui accarezziamo l’immagine [di san Gaetano], e gli affidiamo la debolezza della nostra famiglia, la nostra debolezza personale, le nostre invocazioni e la nostra gratitudine, tutte le nostre speranze, intrise di lacrime... Ci sono tante cose in queste mani che curano la debolezza, che spezzano il pane, che prendono grazia e danno ciò che hanno! In queste mani c’è il segreto per ricominciare, per riprendere il cammino senza scoraggiarci, pieni di una speranza che non tradisce mai.

 

Mano che stringe

Mano nella mano con il Bambino Gesù vogliamo stringere forte la mano della nostra famiglia. Soprattutto in questi tempi in cui la famiglia viene tanto aggredita, e la si vuole distruggere in tante maniere diverse. Così, ben stretta e calda, la mano del Bambino trasforma la nostra debolezza in fortezza. Mano nella mano con san Gaetano vogliamo stringere la mano di tutti gli argentini, specie di quelli che non hanno più speranza, per ricevere così, tutti insieme, il dono della pace e il dono del lavoro. Dio nostro Padre dà questi doni a quelli che vogliono includere tutti. E se Egli li offre a tutti noi, nessuno escluso, nessuno ce li può negare. Sono un diritto inalienabile. Il pane e il lavoro che riceviamo assieme e che condividiamo riguardano la nostra dignità, di persone e di nazione. Recuperarli per tutti può essere più o meno faticoso. A volte vanno pretesi, a volte richiesti, e sempre condivisi... Ma con la consapevolezza che non si tratta di elemosina: è giustizia.

 

Mani per ricevere e donare

Con la mano con cui prendiamo grazia vogliamo riconoscere che ogni dono e ogni giustizia vengono anzitutto dalle mani di Dio prima che di qualsiasi uomo, prima che dalla mano dura o morbida di qualsiasi governo, prima che dalla “mano invisibile” di qualsiasi sistema economico.

E mentre diamo due monetine con l’altra mano, vogliamo attestare che siamo liberi e sovrani perché siamo padroni di dare, infatti nella nostra povertà e debolezza prima diamo e poi chiediamo.

Dacci la mano, Bambino Gesù! Come ce la danno i nostri figli, che hanno fiducia in noi. Vogliamo recuperare il coraggio di guardare avanti e dare tutto per loro. Loro sono la speranza del nostro popolo e non vogliamo defraudarli.

 

Dacci la mano che regge la spiga

Dacci la mano, san Gaetano! Quella mano che regge la spiga, e fai sì che la speranza del pane e del lavoro di ogni giorno risollevi le nostre braccia cadute. Vogliamo essere un popolo che lavora come hanno lavorato i nostri avi, e vogliamo che questa memoria cancelli qualsiasi falsa illusione che il pane si possa guadagnare senza il sudore della nostra fronte.

Dacci la mano, Padre del cielo! Fa’ che prendendo la grazia dal santo sentiamo la tua Provvidenza di Padre. Tu sai bene di che cosa abbiamo bisogno, in te confida la nostra famiglia, la famiglia argentina. Vogliamo essere un popolo che si sa curato nella sua debolezza. Nessuno possa dire che ci abbandoni, Signore. Per l’onore del tuo nome!

Dacci la mano, Madonnina, Madre nostra! Sta nella tua mano la nostra speranza. Tu sei quella che ci dice: “Qualsiasi cosa Gesù vi dica, fatela” (Gv 2,5). Nel tuo linguaggio materno, questa raccomandazione tenera ed esigente rafforzi le nostre mani, le faccia diventare agili e industriose nel lavoro e piene della gioia laboriosa della carità. Tu sei la donna forte della nostra patria, che ogni giorno mette quelle due monetine che mancano nel tesoro di ogni famiglia, affinché a nessuno manchi il pane.

Dacci la mano, Signore, attraverso i tuoi santi!... E, mano nella mano di san Gaetano, non scoraggiamoci! Troveremo la via per ricominciare.

 

12,41-44 “I Dettagli” alimentano la speranza [6]

 

Per Gesù “i piccoli dettagli” sono molto importanti

Non dimentichiamo quei dettagli che per Gesù rivestono un’enorme importanza: il “piccolo dettaglio” della pecora smarrita (cfr Mt 18,12-14); del vino che stava per finire alla festa di nozze (cfr Gv 2,1-13); della vedova che offrì nel tempio le sue due monete (cfr Mc 12,41-44); di colui che non volle condonare un debito irrisorio nonostante gliene fosse stato condonato uno molto più consistente (cfr Mt 18,23-35); delle vergini che portano con sé l’olio di scorta per le lampade, nell’eventualità che lo sposo ritardi (cfr. Mt 25,1-13); di controllare quanti pani avesse a disposizione (cfr Mc 8,1-28); di preparare un fuoco di brace e qualche pesce in attesa dell’arrivo dei discepoli all’alba (cfr Gv 21,9-13 ); di chiedere a Pietro se davvero lo amasse (cfr ivi, 15-19); di non aver voluto curare le proprie piaghe.

 

… e di essi si prende cura

Questi gesti sacerdotali di Gesù alimentano la speranza: la speranza che non manchi nessuno, che la gioia non si esaurisca, ma anzi sia abbondante e feconda. La speranza che a Dio siano graditi i nostri atti di amore più segreti, e che tutti imparino l’arte del perdono. La speranza che prendersi cura della propria piccola fiamma contribuisca allo splendore del mondo. Che il pane basti per tutti, e che il Signore si trovi sempre sull’altra riva ad attenderci.

La speranza che, in fin dei conti, la cosa più importante per Dio sia averci come amici; che il dolore non venga dimenticato, ma che lui baci una a una le nostre piaghe quando saliremo in cielo, affinché esse testimonino una gloria umile e riconoscente.

 

 

NOTE

[1] L’epifania della sposa, in J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 128-139; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica alla luce della speranza, Oscar Mondadori Milano - LEV Città del Vaticano, 2014, 75-84.

[2] Per un approfondimento più ampio di questi versetti, vedi sopra le riflessioni al capitolo 2,18-20: “La presenza e l’assenza dello sposo”.

[3] Il cammino verso la manifestazione finale, in J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 139-143.

[4] Non scoraggiamoci, troveremo la via per ricominciare, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.J., Rizzoli, Milano 2016,240-243; Le mani di Dio in J.M. BERGOGLIO, Impegno, (= Le parole di papa Francesco, 12), Corriere della Sera, Milano 2015, 65-73; Troveremo la strada per ricominciare, Omelia nel santuario di San Gaetano, 7 agosto 2003, in PAPA FRANCESCO - J.M. BERGOGLIO, Servire gli altri, Jaca Book – LEV, Milano 2013.

[5] Omelia, festa di san Gaetano, Buenos Aires, 7 agosto 2003.

 

[6] Omelia, Messa crismale, 17 aprile 2003, in La speranza che Dio si prenda cura della nostra fragilità, J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013, 255-258. Un testo più ampio si trova in J.M.BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 212-214.


"Questa povera vedova ha dato tutta la sua vita"

 

 

11 novembre 2018

 

XXXII domenica del tempo Ordinario

Mc 12,38-44

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo Gesù 38diceva ai suoi discepoli nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, 39avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. 40Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».41Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. 42Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. 43Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. 44Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

 

Il brano evangelico di questa domenica ci testimonia un attacco molto duro di Gesù verso gli scribi e i farisei, diventati nel mondo cristiano figure tipologiche, che incarnano perfidia, ipocrisia, orgoglio. Attenzione però, perché qui si richiede da parte nostra un esercizio ermeneutico sapiente, che sappia anche essere “giusto”.

 

Gli scribi erano gli esperti delle sante Scritture, uomini che fin dall’infanzia si dedicavano alla lettura e allo studio della tradizione di Israele; giunti poi all’età matura, diventavano persone autorevoli, rabbini, “maestri”, dotati di poteri giuridici nelle diverse istituzioni giudaiche. I farisei – l’abbiamo sottolineato altre volte – erano invece un “movimento ecclesiale”, un gruppo che con zelo cercava di vivere la Legge di Mosè e la precettistica elaborata dai padri rabbinici. Erano semplici fedeli, appartenenti al popolo, e rappresentavano una componente forte, molto presente e anche missionaria all’interno di Israele. Certamente gli scribi e anche alcuni farisei furono avversari di Gesù, ma la polemica di Gesù, riattualizzata dagli evangelisti in un contesto di aspro confronto e di persecuzione dei cristiani, ritenuti dai farisei una setta eterodossa, riguardava soprattutto la loro postura di “persone religiose”. Nel riprendere questa polemica gli evangelisti intendevano inoltre denunciare quelli che nella chiesa cristiana avevano ormai assunto lo stesso stile. Si faccia dunque attenzione a non finire per leggere i vangeli in modo antigiudaico: non tutti gli scribi erano arroganti, non tutti i farisei erano ipocriti, anzi a volte i vangeli testimoniano di scribi vicini al regno di Dio (cf. Mc 12,34) e di farisei retti e giusti che sono stati ben disposti verso Gesù (cf. Lc 13,31).

 

Sì, c’è stato un conflitto aspro, ma Gesù oggi potrebbe rivolgere gli stessi duri avvertimenti a tanti ecclesiastici… Basta leggere con attenzione le parole rivolte da Gesù alla folla, che si potrebbero così parafrasare e attualizzare: “Diffidate degli scribi, degli esperti di Bibbia e di teologia! Quando escono, appaiono con vesti lunghe, filettate, addirittura colorate, indossano abiti sgargianti, si ornano di catene, di croci gemmate e preziose, cercano i volti di chi passa per essere salutati e riveriti, senza discernere le persone nel loro bisogno e nella loro sofferenza: volti che non sono guardati, ma chiamati a guardare! Nelle assemblee liturgiche hanno posti eminenti, cattedre e troni simili a quelli dei faraoni e dei re, e sono sempre invitati ai banchetti di potenti”. Davvero queste invettive di Gesù sono più che mai attuali: sono parole che dovrebbero farci arrossire e spingerci a interrogarci nel cuore su dove siamo finiti…

 

Quando si adotta questa postura di arroganza, si assume inevitabilmente uno stile che chiede ammirazione, che desidera adepti, che esige applausi da parte di persone devote. Per mantenere un tale atteggiamento occorre poi avere molto denaro, e così si finisce per divorare le case delle vedove ed esigere soldi proprio da parte dei più poveri, soldi derubati! È stato così ed è ancora così qua e là nella chiesa, e ognuno di noi in cuor suo conosce in quali modi, magari diversi da quelli stigmatizzati da Gesù, è tentato di apparire, di mostrarsi, di ricevere riconoscimenti e applausi anche nella vita ecclesiale! Non possiamo qui non rendere testimonianza a papa Francesco per i suoi richiami e i suoi sforzi in vista di una chiesa povera, nella quale “i primi”, quelli che governano o presiedano, non ricadano nei vizi degli uomini religiosi, che chiedono agli altri di dare gloria a Dio dando gloria proprio a loro, che si pensano suoi rappresentanti…

 

Gesù fa questi discorsi nel tempio, di fronte alla sala del tesoro, dove i fedeli, i pellegrini saliti a Gerusalemme, mettono le loro monete in “cassette per le offerte”. Come sempre, Gesù osserva, vede, comprende e discerne: sa cosa accade accanto a sé, è vigilante e trae dalla concreta realtà lezioni di vita. Qui che cosa vede? Nota che ci sono alcuni che mettono grandi somme di denaro: sono i ricchi, quelli che senza grande fatica e senza privarsi di qualcosa di essenziale, nella loro devozione possono mettere anche molto denaro nel tesoro del tempio. Anche di questo abbiamo avuto e abbiamo esperienza nella chiesa. Solo cinquant’anni fa i primi banchi in chiesa avevano la targa in ottone con incisi i nomi dei ricchi che avevano fatto grandi offerte, e quei banchi erano loro riservati. E i poveri? In fondo alla chiesa, in piedi, perché anche le sedie messe a disposizione erano a pagamento. Nulla di nuovo dunque!

 

Gesù però vede e discerne tra tutti una donna – per di più vedova –, cioè una persona che non conta nulla in un mondo dominato da uomini, che sentono anche il tempio come qualcosa che appartiene a loro: le donne, infatti, non facevano assemblea davanti a Dio come loro e con loro. Questa povera donna avanza tra molti altri, nella sua umiltà, e sembra che nessuno possa notarla. Gesù invece la nota e la addita tra tutti come “la vera offerente”, la vera persona capace di fare un dono, di dare gloria al Signore. Costei getta solo due spiccioli, due piccole monete di rame, cioè un quadrante, un quarto di soldo: una somma insignificante! Ma ecco che Gesù commenta il suo gesto e lo fa in modo solenne, introducendo le sue parole con: “Amen”, cioè: “È così, è la verità e io ve la dico”. “Amen, io vi dico: questa povera vedova ha gettato nella cassetta delle offerte più di tutti gli altri. Tutti, infatti, hanno preso dal loro superfluo; lei, invece, nella sua povertà, ha dato tutto quello che aveva, tutto quello che aveva per vivere (hólon tòn bíon autês; alla lettera, ‘tutta la sua vita’)”. E così ama Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutti i suoi beni, come chiede lo Shema‘ Jisra’el (cf. Dt 6,5).

 

Questa vedova, recatasi al tempio per dire il suo amore a Dio, non viene in contatto con Gesù, non riceve da lui nessuna parola diretta e – possiamo supporre – nemmeno si accorge che Gesù è presente e la vede. Non è una donna che conosce Gesù e crede in lui, è una figlia di Israele che cerca soltanto di osservare la volontà di Dio, che si affida totalmente a lui, che non grida sui tetti ciò che fa, che non suona la tromba davanti a sé per farsi notare (cf. Mt 6,2), ma aderisce alle parole dei profeti che proclamano i poveri privilegiati e amati da Dio. È un’icona dell’Israele povero e fedele, che dipende da Dio solo (cf. Sof 2,3; 3,12-13); è la contro-figura degli uomini religiosi che apparentemente osservano la Legge, dimenticando invece “la giustizia, la misericordia e la fedeltà” (Mt 23,23) e, anzi, divorando proprio le case delle vedove… Ma è anche simile a tanti poveri della terra che, nella loro pratica religiosa o anche nella loro “irreligiosità”, cercano di compiere ciò che è buono secondo la loro coscienza, e Gesù la indica come esemplare, come operatrice di bene, come esempio di dono totale. Questa donna, infatti, non dà, come gli altri, briciole di ciò che possiede; non dà l’offerta senza che ne consegua per lei una sofferenza; non offre denaro di cui non ha affatto bisogno, perché ne ha tanto in più: no, questa donna si spoglia di ciò che le era necessario per vivere, di tutto ciò che aveva, non di una sua porzione minima. Questa vedova è per Gesù un’immagine dell’amore che sa rinunciare anche a ciò che è necessario: ecco una donna anonima, ma una vera discepola di Gesù.

 

Oggi quando parliamo di “chiesa dei poveri” dovremmo fare memoriale di questa donna, discepola di Gesù nella chiesa dei poveri da lei inaugurata, e dovremmo interrogarci su cosa diamo a quelli meno muniti di noi, ai più poveri. Noi che facilmente buttiamo via il cibo, qualche volta diamo ai poveri qualcosa che ci costringe a sentire un bisogno, a fare a meno di ciò che ci piacerebbe possedere o consumare? Si fa troppo presto a dire “chiesa povera” o “di poveri”: ma noi ne facciamo parte o ne siamo esclusi?


 

Il coraggio di sognare

 

Tra papa Francesco e i giovani dialogo vero

 

Francesco Ognibene

 

Piano a snobbare i "sognatori": sono capaci di sorprendere chi li crede ingenui e illusi. Uno per tutti: «Mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa..."». Il sogno è una cosa seria, non va scambiato con l’astrazione inconcludente di chi si chiama fuori dalla storia per costruirsi un mondo a parte. C’è il sogno che vale una ritirata, ma anche quello che vede una realtà nuova, e ha bisogno di sottrarsi alla rassegnazione per alzare lo sguardo sul domani. Sognare spalanca la vita a progetti che faticano a star dentro la camicia di forza di compromessi e regole scritte da altri. È solo sognando che si può contemplare ciò che ancora non esiste e che tutti, attorno, ti spingono a credere inutile, faticoso, irrealizzabile. È così che si costruisce lo spazio nel quale può entrare il cambiamento di orizzonte, la rivoluzione di vita, l’idea e la parola che il mondo non conosce. È l’inaudito che diventa credibile.

Per questo nel silenzio creato dal sogno Dio può parlare all’uomo, riempie il cuore disposto a non accontentarsi, e convince che l’impossibile è tale solo per chi si contenta del prudente realismo. Così sbaraglia il castello di carte del calcolo e della convenienza col vento del nuovo. Chi sogna così passerà pure per matto ma custodisce il segreto che tutti, misteriosamente e una volta ancora ogni mattino, continua a muoverci malgrado ogni avversità: la speranza. Chi non sogna più smette anche di sperare, si contenta del menù passato da una vita al ribasso, e vallo a dire ai giovani che da qui in avanti la loro strada sarà tutta così. Giuseppe, poco più di un ragazzo, non era tipo da accontentarsi se Dio gli parlò in sogno capovolgendo i suoi progetti, evidentemente contando che poi, «destatosi, fece come gli aveva ordinato l’angelo». Un sognatore della massima affidabilità.

Solo detto questo, per capirci bene, risulta comprensibile perché Francesco ami tanto parlare di sogni. Lo fece anche rivolgendosi alla Chiesa italiana radunata a Firenze nel 2015 per il suo convegno decennale: «Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà». È il Papa che ha iniziato il suo ministero petrino nel giorno di san Giuseppe il "sognatore", che tiene nel suo studio una statuetta del santo patriarca dormiente affidandogli le richieste di preghiera che gli arrivano da ogni dove. E che ai giovani italiani che sabato sera al Circo Massimo gli rivolgevano domande in carne viva – tutt’altro che da ingenui – ha chiesto di capire un formidabile paradosso: bisogna svegliarsi per sognare, scendere dal letto per poter vedere il proprio futuro e mostrarlo a un mondo che i sogni non addomesticati dal mercato li liquida come vani e pericolosi. «I sogni sono importanti – ha detto Bergoglio sabato ai 70mila della magnifica veglia romana –. Tengono il nostro sguardo largo, ci aiutano ad abbracciare l’orizzonte, a coltivare la speranza in ogni azione quotidiana». I sogni, ha aggiunto (e ce n’è anche per noi adulti), «ti svegliano, ti portano in là, sono le stelle più luminose, quelle che indicano un cammino diverso per l’umanità» ormai troppo abituata ai «sogni della tranquillità», quelli «che addormentano» e che «fanno di un giovane coraggioso un giovane da divano». Tutt’altra è la strada dei sogni di futuro, veramente tali solo se «in grande», e condivisi: diversamente si trasformano in «miraggi o delirio di onnipotenza». Per questo «hanno bisogno di Dio» e del «noi», garanzie di autenticità.

I giovani che sono arrivati a Roma "#permillestrade", come da hashtag ufficiale, si sono conquistati la meta grazie alla loro fatica personale e hanno mostrato alla Chiesa e alla società che non li ferma nessuno se gli si sa dare vero ascolto senza temerne attese, domande, contraddizioni, insofferenze, richieste, ingenuità, sfacciataggini. Più spesso di quel che sembra dentro la loro anima in subbuglio ci sono i sogni che chi dovrebbe introdurli nel mondo sembra aver disattivato come notifiche moleste in una vita già data per satura.

 

Indubbiamente questi cammini italiani e l’incontro col Papa segnano un passo nuovo nel dialogo tra giovani e Chiesa, una consegna seria al Sinodo di ottobre: la consapevolezza che ci si può ritrovare nello spazio libero dei sogni e delle speranze grandi. Per niente di meno vale la pena destarsi.



Enzo Bianchi Commento Vangelo 23 settembre 2018

 

📖 "Se uno vuole essere il primo"

23 settembre 2018

XXV domenica del tempo Ordinario

Commento al Vangelo

di ENZO BIANCHI

 

 

Mc 9,30-37

 

In quel tempo Gesù con i suoi discepoli 30attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. 31Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». 32Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.33Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». 34Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. 35Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti». 36E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: 37«Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

 

La confessione di Pietro che proclamava Gesù quale Messia (cf. Mc 8,29) rappresenta nel vangelo secondo Marco una svolta nella vita e nella predicazione di Gesù. A partire da quell’evento, Gesù cerca di raggiungere Gerusalemme discendendo dalle pendici dell’Hermon e passando per Cafarnao in Galilea.

Questa è l’unica salita di Gesù verso la città santa testimoniata da Marco, e quindi dagli altri sinottici, una salita durante la quale Gesù intensifica l’insegnamento rivolto ai suoi discepoli, alla sua comunità itinerante, continuando ad annunciare loro la necessitas della sua passione e morte. Come già aveva detto all’inizio del viaggio, a Cesarea di Filippo (cf. Mc 8,31), qui ribadisce: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”; e lo farà ancora poco dopo per la terza volta (cf. Mc 10,33-34). Gesù sta per essere consegnato (paradídomi), verbo forte che indica un essere dato in balìa, in potere di qualcuno. Così avverrà, e Gesù sarà sempre un soggetto passivo di tale azione: consegnato da Giuda ai sacerdoti (cf. Mc 14,10), dai sacerdoti a Pilato (cf. Mc 15,1), consegnato da Pilato perché fosse crocifisso (cf. Mc 15,15).

 

Il passivo usato negli annunci della passione e la medesima necessitas espressa in tutti e tre i casi indica tuttavia che, sebbene questa consegna avvenga per mano di uomini responsabili delle loro azioni, essa però non accade come un semplice accidente (“a Gesù è andata male…”) o come frutto di un cieco destino, bensì secondo ciò che è conforme alla volontà di Dio. Ovvero, che un giusto non si vendichi, non si sottragga a ciò che gli uomini vogliono e possono fare nella loro malvagità: rigettare, odiare, perseguitare, mettere a morte chi è giusto, perché gli ingiusti non lo sopportano.

Ne abbiamo già parlato, ma vale la pena tornarci ancora una volta, più in breve, perché siamo davvero al cuore della vita di Gesù, dunque del Vangelo: di quale necessitas si tratta? Necessitas umana innanzitutto: in un mondo di ingiusti, il giusto non può che patire ed essere condannato. È stato sempre così, in ogni tempo e luogo, e ancora oggi è così… Dio non vuole la morte di Gesù, ma la sua volontà è che il giusto resti tale, fino a essere consegnato alla morte, continuando ad “amare fino alla fine” (cf. Gv 13,1). Il giusto mai e poi mai consegna un altro alla morte ma, piuttosto di compiere il male, si lascia consegnare: ecco la necessitas divina della passione di Gesù. È il continuare ad “amare fino alla fine” (cf. Gv 13,1), anche i nemici, in risposta alla volontà del Padre, che mette nel cuore umano per grazia la possibilità di questo amore che può sgorgare solo da lui.

 

E che questo amore sia difficile, a caro prezzo, lo dimostra la reazione della comunità di Gesù, di quanti hanno condiviso la vita con lui, dunque dovrebbero essere in sintonia con il suo insegnamento. Come Pietro al primo annuncio (cf. Mc 8,32-33), qui tutti i discepoli si rifiutano di comprendere le parole di Gesù e, chiusi nella loro cecità, neppure osano interrogarlo. Ma ecco che, giunti nella loro casa di Cafarnao, Gesù e i suoi sostano per riposarsi. In quell’intimità Gesù domanda loro: “Di che cosa stavate discutendo per la strada?”. La risposta è un silenzio pieno di imbarazzo e vergogna. I discepoli, infatti, sanno di che cosa hanno parlato, sanno che in quella discussione si era manifestato in loro un desiderio e un atteggiamento in contraddizione con l’insegnamento di Gesù: ognuno era stato tentato – e forse lo aveva anche espresso a parole – di aspirare e di pensarsi al primo posto nella comunità. Avevano rivaleggiato gli uni con gli altri, avanzando pretese di riconoscimento e di amore. In risposta alla rivelazione del Messia servo e alla prospettiva della sua andata verso la morte ignominiosa, i discepoli non hanno saputo fare di meglio – magari pensando al “dopo Gesù” – che discutere su chi tra di loro fosse il più grande. Nel Vangelo di Tommaso, al loghion 12, sta scritto: “I discepoli dissero a Gesù: ‘Sappiamo che presto ci lascerai: chi sarà allora il più grande tra di noi?’”. Sì, dobbiamo confessarlo: se la comunità cristiana non fa propria la logica pasquale di Gesù, finisce inevitabilmente per fomentare al proprio interno la mentalità mondana della competizione e della rivalità. Si scatenano allora logiche di potere e di forza nello spazio ecclesiale e, come accecati, si finisce per leggere il servizio come potere, come occasione di onore.

 

Gesù allora chiama a sé i discepoli, chiama soprattutto i Dodici, quelli che dovranno essere i primi responsabili della chiesa, e compie un gesto. Prende un piccolo (paidíon), un povero, uno che vive la condizione di dipendenza e non conta nulla, lo mette al centro, e abbracciandolo teneramente, afferma: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”. Un bambino, un piccolo, un povero, un escluso, uno scarto è posto in mezzo al cerchio di un’assemblea di primi, di uomini destinati ad avere il primo posto nella comunità, per insegnare loro che se uno vuole il primo posto, quello di chi governa, deve farsi ultimo e servo di tutti.

 

Stiamo attenti alla radicalità espressa da Gesù nel vangelo secondo Marco. Se c’è qualcuno che pensa di poter giungere al primo posto della comunità, allora per lui il cammino da seguire è semplice: si faccia ultimo, servo di tutti, e si troverà a essere al primo posto della comunità. Non ci sono qui dei primi designati ai quali Gesù chiede di farsi ultimi e servi di tutti, ma egli traccia il cammino opposto: chi si fa ultimo e servo di tutti si troverà ad avere il primo posto, a essere il primo dei fratelli. Sì, un giorno nella chiesa si dovrà scegliere che deve stare al primo posto, chi deve governare: si tratterà solo di riconoscere come primo colui che serve tutti, colui che sa anche stare all’ultimo posto. Gesù confermerà e anzi amplierà questo stesso annuncio poco più avanti: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servo, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti” (Mc 10,42-44).

 

E invece sappiamo cosa accadrà spesso nelle comunità cristiane: si sceglierà il più brillante, il più visibile, quello che s’impone da sé, magari il più munito intellettualmente e il più forte, addirittura il prepotente, lo si acclamerà primo e poi gli si faranno gli auguri di essere ultimo e servo di tutti. Povera storia delle comunità cristiane, chiese o monasteri… Non a caso gli stessi vangeli successivi prenderanno atto che le cose stanno così, e allora Luca dovrà esprimere in altro modo le parole di Gesù: “Chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve” (Lc 22,26). Ma se la parola di Gesù fosse realizzata secondo il tenore del vangelo più antico, allora saremmo più fedeli al pensiero e alla volontà di Gesù!

 

 

Al termine di questo brano evangelico, soprattutto chi è pastore nella comunità si domandi se, tenendo il primo posto, essendo chi presiede, il più grande, sa anche tenere l’ultimo posto e sa essere servo dei fratelli e delle sorelle, senza sogni o tentativi di potere, senza ricerca di successo per sé, senza organizzare il consenso attorno a sé e senza essere prepotente con gli altri, magari sotto la forma della seduzione. Da questo dipende la verità del suo servizio, che potrà svolgere più o meno bene, ma senza desiderio di potere sugli altri o, peggio ancora, di strumentalizzarli. Nessuno può essere “pastore buono” come Gesù (Gv 10,11.14), e le colpe dei pastori della chiesa possono essere molte: ma ciò che minaccia in radice il servizio è il non sentirsi servi degli altri, il fare da padrone sugli altri. D’altronde questa deriva è visibile: l’autorità che non sa stare accanto agli ultimi, non sa dar loro la sua presenza, non sa ascoltare quelli che apparentemente non contano nella comunità cristiana è un’autorità che ha cura di se stessa, impedita dal proprio narcisismo ad accorgersi di quelli che deboli, marginali e nascosti sono pur sempre membra del corpo di Cristo.


Pier Giorgio Gianazza

 

(NPG 1999-08-55)

 

padremisericordioso

 

Diamo un primo sguardo al dipinto. In quel padre e in quel figlio facilmente cogliamo la scena centrale della parabola del figlio prodigo, raccontata da Gesù. È il padre che abbraccia il figlio più giovane, tornato a casa. Individuiamo anche gli altri quattro personaggi della scena: il fratello maggiore, uno spettatore seduto e due donne in piedi, meno percettibili. Ora ti invito a rileggere il racconto integrale della parabola, riportata nel vangelo secondo Luca (capitolo 15, versetti 11-32). Lo rileggo anch’io, adagio e cercando di penetrare le parole, le frasi, i gesti, gli atteggiamenti dei personaggi. Mi immagino anche i luoghi e le scene. Poi guardo ancora il quadro, sostando anche sui particolari. Il pittore vuole anzitutto esprimere la propria esperienza interiore, ma vuole anche comunicarmi un messaggio. In questa lettura vorrei essere il tuo compagno di cammino più che la tua guida. Insieme lasciamo che la luce emanante dal volto del padre illumini anche il nostro sguardo. Insieme chiediamo a Dio, «il Padre della luce» (Gc 1,17), di darci occhi puri per elevarci fino a Lui. Sarà la nostra gioia: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8). Insieme ritorniamo alla casa del padre e lasciamoci abbracciare dal suo amore.

 

La storia di un celebre dipinto

 

Se vai al museo di San Pietroburgo (Leningrado al tempo dell’Unione Sovietica), vedrai ogni giorno una lunga fila di visitatori, che attende il turno per entrare. Più di tutto vogliono ammirare la tela ad olio del celebre pittore olandese H. Rembrandt (1606-1669), conosciuta come Il ritorno del figlio prodigo. Già le misure sono grandiose: 343,84 cm di altezza per 182,88 cm di larghezza. Ma la vera grandiosità è offerta dalle espressioni dei personaggi della scena. Le figure che accentrano subito lo sguardo sono quelle del padre e del figlio minore, che costituiscono un gruppo inscindibile nel loro abbraccio e che sono indubbiamente il centro focale della scena. Poi l’occhio si estende ai personaggi di contorno: il fratello maggiore ritto in piedi, un uomo seduto che contempla pensoso la scena, una donna in piedi che col suo sorriso completa l’intima gioia del momento, un’altra donna sullo sfondo quasi nascosta nel buio. Un gioco intenso di luce e di oscurità, un contrasto tra il rosso e il nero nelle loro varie gradazioni guidano lo sguardo dello spettatore a ritornare sempre al centro. Questo centro invisibile e nascosto, ma onnipresente, è il cuore del padre: da lì tutto parte, là tutto arriva.

Rembrandt ha dipinto questo quadro verso la fine della sua vita. Con tutta probabilità è stato uno dei suoi ultimi lavori. Conoscendo la sua vita travagliata, non è difficile vedervi il simbolo del suo ritorno alla vera casa, alla casa del Padre. Da giovane pittore, aveva conosciuto la fama e il denaro, ma anche una vita orgogliosa, arrogante e dissoluta. Alcuni suoi primi quadri lo mostrano come un giovane vagabondo, dedito ai piaceri e alla baldoria. Poteva dipingersi come quel figlio minore che, «raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto» (Lc 15,13). Ma col passare degli anni anch’egli «venne a trovarsi nel bisogno» (15,14): sfortune e dispiaceri familiari, sofferenze, separazioni e morti di cari, strettezze economiche e debiti, solitudine e abbandono. Il pianto, il dolore, la quiete, il rimorso, riconducono i passi dell’artista alla casa rimasta sempre aperta, alle braccia rimaste sempre tese, alla luce mai spenta, al cuore sempre amante. Alla sua morte, non aveva più niente: aveva perso tutto, ma aveva trovato tutto. Aveva ritrovato il suo Dio, il suo caro Abbà, il suo amato Papà.

Il suo dipinto continuerà a testimoniare e a comunicare la sua esperienza. Acquistato nel 1776 da Caterina la Grande per il Museo (chiamato Ermitage) di San Pietroburgo, ancora oggi vi è custodito. Ma la riproduzione ha fatto il giro del mondo, con copie nelle chiese, nelle sale ecumeniche, nelle case, nelle collezioni private. In questo terzo e ultimo anno di preparazione al Grande Giubileo del Duemila, il 1999 anno di Dio Padre, la figura del Ritorno del figlio prodigo di Rembrandt conosce un successo editoriale: la si trova sovente in riviste, viene riprodotta e commentata in pubblicazioni, viene esposta nelle chiese, viene usata nei ritiri spirituali.

Non meraviglia se essa è stata oggetto di studi e anche di tesi di laurea non solo in campo artistico, ma anche in campo teologico. Il celebre dipinto ha suscitato anche libri di profondo commento spirituale, facendo la funzione di una vera icona che porta verso il Cielo.

 

IL QUADRO NEI SUOI DETTAGLI

 

Il figlio più giovane

 

La sua figura dà il nome a tutto il quadro: i critici d’arte lo chiamano infatti Il ritorno del figlio prodigo. L’artista ha voluto raffigurare il suo passaggio dalla vita antica alla vita nuova. Egli è inginocchiato davanti al padre e affonda il viso nel suo petto. Effonde nel cuore del padre tutto il suo dispiacere, il suo pentimento, la sua stanchezza della vita. Trova in lui pace, sicurezza, accoglienza, perdono, amore. Il suo aspetto esterno è simile a quello di un servo e di un mendicante: indumenti mezzo stracciati e impolverati, calzari consumati, corda posticcia, borsa vuota. Le uniche parti visibili del suo corpo sono il capo e un piede. La testa è nuda e rasata, come di uno che ha perso la sua fierezza e la sua indipendenza. Il piede sinistro è sfilato dal sandalo e coperto di cicatrici. Solo una piccola spada, che gli pende al fianco e che nessuno gli ha mai sottratto, richiama la sua antica nobiltà. Ma la sua dignità di figlio, mai perduta, traspare soprattutto dai lineamenti del volto: gli occhi chiusi indicano il dolore e il bisogno di tenerezza, la bocca silenziosa esprime la sincera confessione del suo cuore. Mani e capo appoggiano filialmente sul petto e sul grembo del padre, come un movimento di ritorno alla condizione filiale della nascita e al grembo proteggente del genitore. La prostrazione in ginocchio mostra la sottomissione filiale e la confidenza totale, unita al riconoscimento del proprio tradimento e della propria indegnità.

È un figlio che aveva tutto, che poi ha perso tutto e che ora ritrova tutto. Ha voluto sperimentare la sua libertà ed esercitare il suo potere. Ha deciso di costruirsi una vita da solo, lontano dal padre, dalla famiglia, dalla casa, dalla comunità.

Si è appoggiato solo sul potere illusorio del denaro e sulle false amicizie. Ora qui vedo un uomo umiliato, sconfitto, calpestato, debole, affamato, solo. Ha perso i suoi beni più preziosi: la salute, la buona reputazione, l’onore, la fiducia in se stesso, il coraggio di lottare, l’amicizia, la pace interiore, la dignità di figlio, il focolare domestico. Ma sente che gli è rimasto il bene più grande, che comprende tutti gli altri beni: suo padre. Il suo amore lo scuote: «Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te, non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre» (Lc 15,1920).

Il cammino del ritorno comincia da lontano: dalla coscienza del suo peccato. Ma comincia anche da vicino: dal profondo del suo cuore. La voce del padre risuona in lui e la ascolta di nuovo, come se gli ripetesse: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato» (Sal 2,7). Ancor oggi mio padre mi ama, oggi voglio ritornare a lui. Ma lungo il viaggio avanzano i dubbi e le tentazioni: «Cosa gli dirò? Come mi accoglierà? Sarò degno di lui? E mio fratello e mia mamma, quale saranno le loro reazioni? Sono un povero disgraziato: non merito di essere uno della famiglia, non merito di essere figlio. È giusto che sia punito. Accetto di essere almeno un operaio al servizio della casa». Arriva finalmente a casa. Non riesce a terminare la sceneggiatura che si era preparato, perché il padre lo precede col suo amore preveniente.

 

Il padre

 

Il padre è dipinto come un uomo anziano mezzo cieco, con baffi e con barba bipartita, con una lunga tunica ricamata in oro e con un mantello rosso scuro. Egli è unito al figlio e il figlio è unito a lui. Non si possono disgiungere: il figlio si appoggia sul padre e il padre sostiene il figlio. Nella sua composta immobilità infonde movimento a tutta la scena. Con i suoi occhi chiusi getta luce su tutti i personaggi. Con le sue braccia tese e le sue mani abbraccianti conquista tutti con il suo amore. Con la sua vita avanzata infonde nuova vita a chi sta per morire di stenti. Tutto parte da lui e tutto converge a lui. La luce del suo volto illumina i volti degli altri personaggi con diverse gradazioni.

Questa luce si fa viva e splendente soprattutto nelle sue mani. Le sue mani stesse diventano una fonte di luce e di calore. Tutto il corpo del figlio inginocchiato, ma specialmente il suo petto sede del cuore, sono invasi e penetrati dalle luce che emana da esse. Sono mani di fuoco che bruciano ogni male e infondono nuova vita. Sono mani che toccano e guariscono, donando speranza, fiducia, conforto. Queste mani attirano gli sguardi di tutti gli ammiratori della tela di Rembrandt. I visitatori della tela originale e gli ammiratori delle sue riproduzioni ben presto concentrano su di esse la loro attenzione. Sono insieme simili e dissimili. La mano sinistra è forte e muscolosa. Le sue dita sono aperte e coprono gran parte della spalla destra del figlio prodigo. È una mano che stringe e sorregge. Ha i tipici lineamenti di una mano maschile. La mano destra invece è delicata, soave e molto tenera. Le dita sono ravvicinate e presentano un aspetto elegante. Essa è posata dolcemente sulla spalla. Non calca, ma piuttosto accarezza, protegge, consola, calma. È la mano di una madre. Due mani diverse per un unico amore: è insieme amore paterno e materno.

Tutto nel padre parla di amore: il volto assorto, le vesti che proteggono, il corpo che accoglie, le mani che abbracciano e benedicono. Il suo corpo si fa grembo accogliente e le sue mani trattengono, stringono e accarezzano il figlio ritrovato. Il suo amore assume tutte le tonalità e le espressioni: è accoglienza, perdono, pianto, tenerezza, dono, condivisione, benedizione, augurio, gioia, festa, vita, eredità. La sua generosità lascia stupiti tutti quelli che sono presenti alla scena: ognuno reagisce a suo modo, ma tutti rimangono meravigliati. Il grande mantello rosso avvolge il figlio: è come la casa ospitale, è come la tenda che invita al riposo e alla mensa.

Più ancora assomiglia alle ali di un’aquila o di una chioccia: il piccolo vi trova rifugio, forza, sicurezza. Il padre anziano si abbassa verso il figlio, facendo una cosa sola con lui. Lo accoglie su una piccola elevazione: sia essa una pedana, sia essa la soglia di casa, è comunque simbolo della dignità e dell’onore ritrovati e della grandezza della condizione filiale.

La figura del padre è talmente centrale che giustamente il quadro si può anche chiamare L’accoglienza del padre misericordioso. Qualcuno chiama la parabola, rovesciando i termini, Il Padre prodigo, nel senso positivo di padre generosissimo e sovrabbondante nei suoi doni.

Il dipinto non evidenzia tutti questi doni oltre misura: vestito più bello, anello-sigillo, calzature di lusso, vitello grasso, banchetto sontuoso, orchestra musicale. Ma il pittore pone tutti questi doni nel cuore del padre: ivi è la sorgente di ogni bene. Il vangelo stesso pone al centro della parabola e come culmine del racconto l’atteggiamento del padre: «Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò» (Lc 14,20). Il verbo centrale è: «si commosse», che letteralmente significa: si sentì rimuovere nelle viscere, cioè si sentì toccare nel profondo del suo cuore.

 

Il figlio maggiore

 

L’uomo che sta in piedi alla destra della pedana è il figlio maggiore. C’è una distanza tra lui e il padre che abbraccia il figlio. Si percepisce non solo una distanza fisica, ma anche un distacco spirituale, una separazione dall’atteggiamento del padre e una ripulsa di fronte al fratello ribelle. Si sofferma meravigliato a guardare la scena di benvenuto. Ha uno sguardo enigmatico, tra il duro e l’incredulo, tra lo smarrito e l’indeciso. Guarda il padre, ma non esprime gioia o consenso. Si protende in avanti, non vuole sentirsi coinvolto. Vuole giudicare, ma in qualche modo si sente anche lui giudicato. Ha l’aria di chi è risentito, sdegnato, offeso, ma il suo volto sembra anche pensoso. Interroga, ma sente di essere interrogato. Perché non leggere nel suo sguardo anche alcuni interrogativi che possono emergere nel suo cuore? Come questi: «Eccolo tornato il figlio ribelle! Ma perché papà lo accoglie così? E allora chi sono io che sempre gli sono stato fedele? Perché sento gelosia verso mio fratello e sento disaccordo verso mio padre? Ma allora chi sa amare veramente il padre, io o mio fratello? Solo lui ha abbandonato la casa o forse anch’io?». Ma le voci dell’orgoglio e dell’onore sembrano avere il sopravvento: «Non sono io il figlio primogenito? Non sono stato sempre fedele a mio padre, servendolo in tutto? E perché ora mi fa questo affronto, preferendo quel suo figlio dissoluto?».

Eppure già al primo sguardo, si nota subito che questo figlio maggiore assomiglia più al padre che al fratello. Come il padre, anch’egli sta ritto sui suoi piedi, porta la barba, indossa un ampio mantello rosso sulle spalle, ha il capo coperto da un bel turbante, ha il volto illuminato. Ma d’altra parte uno sguardo più attento mostra anche quanto sia dissimile dal padre. Leggermente inchinato l’anziano genitore, superbamente ritto il figlio maggiore. Gli occhi del padre sono chiusi, quelli del figlio sono aperti. Ma è il primo che vede bene, mentre il secondo «pur vedendo, non vede» (Mt 13,13). Il mantello del padre è ampio e accogliente, quello del figlio è rigido e aderente al corpo, quasi possesso egoistico. Le mani del vecchio sono aperte e appoggiate sulle spalle del figlio perduto e ritrovato. Le mani del figlio rimasto a casa sono strette e quasi legate, appoggiate sul proprio petto, mentre reggono un bastone (bastone del viaggio, del lavoro, del comando?). La luce sul volto del figlio maggiore rimane circoscritta e non si diffonde, mentre la luce del volto del padre si riverbera sul figlio e gli comunica luminosità e calore.

Tutte queste considerazioni possono condurci a dare un terzo titolo al quadro di Rembrandt, oltre ai due già suggeriti. Potrebbe giustamente essere anche chiamato La parabola dei due figli perduti. Con quei sentimenti di astio e di risentimento, anche il figlio maggiore era perduto. La parabola raccontata da Gesù ci dice che il più giovane è stato ritrovato, ma non dice nulla sull’esito finale del figlio maggiore. È una parabola aperta, senza apparente conclusione. Anche il pittore olandese lascia aperta ogni via. Ogni ascoltatore della parabola e ogni ammiratore del dipinto è invitato a lasciarsi coinvolgere, a immedesimarsi in uno dei personaggi e a dare liberamente la sua risposta.

 

Gli altri personaggi

 

Gli altri personaggi del quadro sono figure minori che completano la scena. Essi mostrano la reazione personale a quello sta accadendo, che può esser di maggior o minor partecipazione o persino di critica e di distacco. Accanto al figlio maggiore sta un uomo seduto, con una gamba accavallata sull’altra e una mano al petto. È ben vestito, ha il volto leggermente illuminato, gli occhi aperti e la bocca chiusa. Non guarda direttamente la scena dell’abbraccio, ma guarda fisso nel vuoto. Riflette, sogna, critica, approva, è incerto, si fa tante domande. Questo personaggio può ben rappresentare le persone che criticavano il comportamento di Gesù. Infatti le tre parabole della misericordia (pecorella smarrita, dramma perduta e figlio prodigo) sono state narrate da Gesù, perché «i farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro» (Lc 15,2).

Dietro all’uomo seduto, leggermente scostato, si vede una donna appoggiata ad un’arcata dell’abitazione. Sta in piedi tra l’uomo seduto e il padre, situandosi quasi al centro geometrico della scena. Solo il suo capo è illuminato, risaltando nella penombra. Il suo volto esprime gioia contenuta, incredulità, meraviglia, coinvolgimento. Il personaggio corrisponde alla parabola di Gesù, che parla di festa, allegria, musica e danze (cf Lc 15,25). Infine sullo sfondo buio si intravede appena un’altra donna, visibile solo nel volto e di profilo. Nel suo atteggiamento si può cogliere una fuggevole occhiata alla scena ed è difficile cogliere i suoi sentimenti: curiosità, nascondimento, compassione, meraviglia, paura o desiderio di coinvolgimento?

Una nota comune a tutti questi personaggi minori è l’atteggiamento enigmatico, che dà adito a diverse letture. Ciò significa che il dipinto, così come del resto il racconto stesso del vangelo, pone anche una nota restrittiva. Esso non è aperto spontaneamente a una soluzione rapida e facile della questione. Non si intravede subito una riconciliazione universale, un racconto a lieto fine per tutti. Permane la domanda sull’esito del dialogo del padre col figlio maggiore e la domanda sul senso della presenza dell’uomo seduto e delle due donne.

Ogni riconciliazione implica infatti una lotta interiore e una libera decisione nella direzione dell’amore.

 

LE RAPPRESENTAZIONI

 

Il dipinto di Rembrandt raffigura la scena centrale della parabola raccontata da Gesù. I suoi personaggi riproducono fedelmente i personaggi ricordati nella parabola. Ma quel Gesù che parla volentieri in parabole vuole annunciare un vangelo di salvezza: è la bella notizia che Dio ci ama sempre, perché è veramente Padre. I personaggi del racconto assumono allora contorni nuovi e dimensioni universali. E anche chi è attento alla sua parola (letta, ascoltata, dipinta) è chiamato ad esser coinvolto. Chi rimane estraneo, chi non coglie il messaggio, perde un’occasione di lasciarsi toccare da Dio.

 

Il Padre

 

È Dio, Dio Padre, il personaggio centrale di questa parabola. «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione» (2 Cor 1,34). Questa esperienza personale di Paolo è stata anche l’esperienza di Rembrandt ed è l’esperienza di ognuno di noi. Dio ci ama sempre per primo (cf 1 Gv 4,19) e ci ama per ultimo. Non siamo noi a scegliere lui, ma è lui a scegliere noi. Lui ci cerca prima ancora che noi lo cerchiamo. Ci ama donandoci il suo stesso Figlio e in lui ci dona ogni bene (cf 1 Gv 4,810; Ef 1,35). Ascoltiamo ancora Paolo: «Egli non ha risparmiato il suo Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa con lui?» (Rm 8,32). L’unica potenza che rivendica per sé è la potenza dell’amore. Non costringe né il figlio minore né il figlio maggiore: lascia che provino la loro libertà. Vuole che i figli siano veramente figli, cioè liberi di amare, liberi di scegliere. Sa che questo può comportare per loro distacco, abbandono, offese, vie tortuose, insoddisfazione, infelicità. Sa che tutto questo si riflette nel suo cuore di padre: è la sua sofferenza e la sua compassione. Nel suo profondo dolore per il peccato dei suoi figli, il Padre soffre per loro. Stende sempre le sue mani per guarire e le sue braccia per accogliere chi ritorna alla sua casa. Egli concede perdono, riconciliazione, guarigione, quiete, sicurezza, forza. Non si stanca di ripetere al figlio ritrovato, guardando il suo Figlio crocifisso: «[Anche] tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto» (Mc 1,11).

Questo amore è espresso nel quadro di Rembrandt mediante il volto, ma anche mediante le mani. Quelle mani di padre e di madre, una forte e una delicata, sono cariche di un vivo messaggio. Esse richiamano tante parole e tanti gesti del Dio della Bibbia, particolarmente come è stato rivelato in pienezza da Gesù. Esse dicono che Dio ama gli uomini come un padre e come una madre. Dice il Signore: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio del suo seno? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49,15). Gesù stesso, rivelatore e portatore dell’amore del Padre per gli uomini, usa l’immagine materna della chioccia per esprimere il suo amore verso il popolo eletto, amore non corrisposto: «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina raccoglie i pulcini sotto le sue ali, e voi non avete voluto» (Mt 23,37). È la storia vissuta del figlio che abbandona la casa paterna, è la storia di ognuno di noi. Ma Dio è sempre accogliente: il suo curvarsi sul figlio e sulla figlia che ritorna rappresenta il grembo della vita. Il «seno del Padre» (Gv 1,18) è la sorgente della vita e della nuova vita. Il Padre ama tutti e non fa preferenze di persone: abbraccia il figlio minore e dialoga con amore anche con il figlio maggiore. Va incontro anche a lui, ma non forza la sua libertà. È felice di dirgli: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo» (Lc 15,31). La festa per il figlio ritrovato non è piena se anche il figlio maggiore non partecipa. Il padre non fa confronti tra i due figli, li ama ambedue nella loro rispettiva libertà. Per Dio, tutti i suoi figli sono prediletti, tutti sono amati di un amore speciale, unico, personale. È lo stesso insegnamento che ci viene proposto con la parabola degli operai delle diverse ore (Mt 20,1-15). Chi mai può dirsi insoddisfatto della propria ricompensa, solo perché il padrone si mostra buono e generoso verso tutti? Quando noi facciamo paragoni, o reclamiamo distinzioni e preferenze, o vantiamo meriti, o ci lamentiamo del successo dei nostri amici o rivali, dobbiamo ascoltare bene quello che dice il Signore: «Tu sei invidioso, perché io sono buono?» (Mt 20,15).

Il padre della parabola organizza una grande festa per il figlio tornato a casa. Non manca proprio nulla: vestiti, anello, calzari, banchetto, musica, danze. Egli stesso si veste a festa, fa adornare la sua casa, prepara il palco per il figlio. Supera le resistenze e le rimostranze del figlio maggiore: «Bisognava far festa e rallegrarsi» (Lc 15,32). È un imperativo: un imperativo dell’amore. L’amore non conosce limiti; l’amore esplode in gioia e in festa. E la gioia non è vera gioia se non è partecipata da tutti i presenti. Un solo emarginato turba il clima della festa.

Dio ci ama e vuole la nostra gioia. Organizza un banchetto per tutti i suoi figli per festeggiare le nozze di suo Figlio (cf Mt 22,1-14, Lc 14,16-24). Tutti sono invitati, nessuno è escluso: «Tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze» (Mt 22,9). Il Dio cristiano è un Dio di gioia. Non solo la parabola del figlio prodigo, ma anche le altre due parabole della misericordia terminano con un messaggio di gioia. Esprimono la gioia stessa di Dio, sorgente di ogni gioia umana. La gioia del pastore per la pecora ritrovata è il simbolo della gioia di Dio per il figlio ritornato: «Ci sarà più gioia nel cielo per un solo peccatore convertito che per novantanove giusti» (Lc 15,7). La gioia della casalinga per la monetina ritrovata è la gioia degli angeli di Dio (cf Lc 15,10). La gioia di Dio contagia tutta la casa di Dio: angeli, santi, uomini, cielo, terra. È gioia anche per uno solo su cento, per uno solo su mille e su milioni. Sì, perché ogni uomo è figlio di Dio, ogni uomo è un valore infinito, ogni singolo uomo vale tutti i mondi. Nessuno è un numero davanti a Dio, nessuno è un modello di una serie. Tutti sono originali, tutti sono figli unici e prediletti. Non è possibile? «Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio» (Mc 10,27).

Questo impossibile che è possibile spiega anche perché in Dio, e nei figli di Dio, possono coesistere gioia e sofferenza. Il Figlio di Dio è il re glorioso e il servo sofferente, è lo sposo gioioso e l’uomo dei dolori. Soffre nel vedere che l’amore del Padre non è accolto, è rifiutato. Si può essere felici se manca un fratello a tavola o se tiene rancore contro il fratello? Il Signore gioisce quando un malato nel corpo e nello spirito gli grida: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me» (Lc 18,38). Gioisce quando una donna peccatrice gli si getta ai piedi in lacrime, per implorare il perdono di Dio (cf Lc 6,36-38). La gioia del Padre è che «tutti gli uomini siano salvi» (1 Tm 2,4).

 

Il Figlio

 

È troppo ardito vedere Gesù nel figlio prodigo? Come si può infatti vedere il santo nel peccatore pur pentito? Eppure sappiamo che Gesù si è caricato dei peccati di tutti noi (cf Is 53,12) e che «portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce» (1 Pt 2,24). Paolo spiega con parole drammatiche la condizione del Figlio innocente e sofferente: «Colui che non aveva peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (2 Cor 5,21). Per questo il Figlio eterno diventa compagno di cammino degli uomini sulla terra, si assume i loro peccati e diventa figlio prodigo. Lascia la casa del Padre in cielo, viene in un paese straniero e pone la sua tenda tra gli uomini (cf Gv 1,4). Dona tutto quello che ha, è abbandonato, disprezzato, e alla fine, per la via della croce, torna alla casa del Padre. Veramente «da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). Si è fatto figlio prodigo, perché noi diventassimo figli prediletti. Al suo ritorno al Padre porta con sé una moltitudine di fratelli: «Ascendendo in cielo ha portato con sé i prigionieri» (Ef 4,7), conduce con sé tutti i figli prodighi, perduti e ritrovati.

E il figlio maggiore? In qualche modo Gesù si fa simile anche a lui, porta anche il suo peccato, perché vuole salvare anche lui. C’è una corrispondenza che colpisce tra le parole del padre al figlio maggiore e le parole di Gesù che parla del Padre suo. Il padre della parabola dice: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo» (Lc 15,21). E Gesù parla così del Padre: «Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite» (Gv 5,19). E a conclusione del dialogo di Gesù con Nicodemo leggiamo: «Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa» (Gv 3,35). Gesù, inviato dall’amore del Padre, entra in dialogo con quel figlio maggiore, perché lo vuole aiutare ad uscire dal suo egoismo e dal suo risentimento, a decidersi nella sua libertà e ad entrare in comunione con l’altro fratello, con tutti i fratelli e con il padre. Tutti sono chiamati ad entrare nella casa del Padre e a sedere alla sua mensa (cf Mt 8,11).

 

E io?

 

Continuo a contemplare il dipinto di Rembrandt, alla luce del racconto di Gesù. Capisco che è anche la mia storia, la storia che Dio vuole raccontarmi, la storia che io voglio raccontare a Dio, la storia che io voglio annunciare ai miei fratelli e sorelle. È la storia di Rembrandt, la storia del popolo di Dio, la storia degli uomini. È la storia di Dio! Nasce un dialogo tra me e Dio. Sento che peccato e perdono si abbracciano, che morte e vita si toccano: il peccato è bruciato dall’amore. Vedo che il cielo e la terra, il tempo e l’eterno, l’umano e il divino si congiungono e diventano una cosa sola. Non posso rimanere estraneo, devo entrare anch’io nella scena. Quale parte scelgo?

Spontaneamente scelgo la parte del figlio prodigo: mi è congeniale. Quante volte ho abbandonato la casa del Padre, in cerca di avventure e di esperienze nuove! Le attrazioni sono più o meno sempre le stesse: denaro, potere, piacere, concupiscenza, autonomia, orgoglio, soddisfazione. Sono le tentazioni che ha provato anche Gesù (cf Mt 4,1-11; Lc 4,1-13). Giovanni le riassume come «concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita» (1 Gv 2,16). Ogni volta che cerco l’amore fuori della casa del padre infliggo una ferita al suo cuore. Piccole o grandi evasioni da casa sono sempre un’offesa alla sua paternità e al suo amore. Ma quante volte ho provato la gioia dell’abbraccio misericordioso e benedicente del Padre! Quante volte mi sono sentito fallito, abbandonato, incompreso, non amato. Quale grande gioia nel sentirsi consolato da Dio, amato, perdonato, aiutato. Gesù è l’amore di Dio fatto uomo per noi, per me, e io posso dire con Paolo: «Mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20).

Quanto al fratello maggiore... non mi piace il suo comportamento. Pur riconoscendo la sua fedeltà alla casa e la sua laboriosità, lo trovo egoista, invidioso, pronto a giudicare, sicuro di sé e della sua giustizia. Non è vero che anche lui si è spiritualmente allontanato da suo padre? Ma se mi guardo bene, io che lo critico mi comporto esattamente come lui e peggio di lui. Mi accorgo che la mia parte nella scena è più vicina alla sua che a quella del figlio più giovane. Sono pronto a brontolare, a giudicare, a condannare gli altri. Non cedo nei miei punti di vista, non ammetto indulgenze verso chi ha sbagliato, non condivido la gioia degli altri. Temo di essere sottovalutato, mi spiace se qualcuno mi viene preferito, sono geloso, mi risento se qualcuno non riconosce la mia personalità. Forse è più difficile guarire dalla malattia del figlio maggiore che dalla malattia del figlio minore. Questo soffriva di una malattia legata ai sensi, quello di una malattia legata allo spirito. Tutti e due sono figli perduti. Tutti e due hanno bisogno di redenzione. Io sono a volte l’uno, a volte l’altro, a volte insieme.

Quanto poi al padre non mi viene neanche in mente che io potrei fare la sua parte. II padre è sublime, è al di sopra di tutto, illumina tutto, è il centro di tutto: sembra inimitabile. Eppure quando ascolto Gesù che mi dice: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro» (Lc 6,36), mi prende una forza speciale. Le sue parole sono rivolte a uomini, non ad angeli; sono rivolte ad uomini deboli e peccatori come me, non a profeti e a santi. Allora capisco che Gesù mi chiama a imitare il padre. La mia vocazione è di diventare padre, padre misericordioso come lui. Sono sempre figlio, ma chiamato a condividere la tenerezza del padre. Gesù è l’immagine perfetta della tenerezza del Padre. Dio, unico Padre (cf Mt 23,9), mi chiama a rappresentarlo come padre, a vivere nell’amore per la forza del suo Spirito. Proprio perché da lui «proviene ogni paternità in cielo e sulla terra» (Ef 3,15), egli mi invita a essere partecipe e testimone della sua paternità. Solo vivendo come padre che ama, posso manifestare una piccola luce dell’amore infinito di Dio.

 

In un’epoca in cui la figura del padre in Occidente sta perdendo rilevanza e credibilità, in un’epoca in cui il ruolo del padre in Oriente conserva una forma autoritaria, in «una società senza padri» (come qualcuno ha detto) è importante e necessario testimoniare il vero ruolo del padre secondo il vangelo. La parabola dei due figli perduti e del loro padre amoroso deve suscitare in me una doppia domanda: «Come posso diventare figlio? Come posso diventare padre?». L’esperienza vissuta di Paolo lo fa esclamare: «Lo Spirito stesso attesta al nostro Spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare alla sua gloria» (Rm 8,16-17). Siamo figli e siamo eredi: ci vengono partecipati i doni di casa, sono nostri. Come è bello quanto Paolo dice ai cristiani di Corinto e a tutti noi: «Tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro. Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (l Cor 3,21-22). Vivere col Padre, tornare alla sua casa è un perenne invito ad essere pieni di amore e di tenerezza come Lui. Siamo chiamati a trasformarci a sua immagine. Siamo chiamati a rivestirci di Cristo, il figlio prediletto. Lui ha vissuto in modo perfetto la beatitudine che ha proclamato sul monte: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7). Beati quelli che sanno amare, perché sono amati da Dio.


Gesù rivela

 

la sua identità

 

Domenica XXIV del T.O. (B)

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

Gesù flagellato2

 

8,27-33 Gesù rivela il “segreto messianico" [1]

 

Pietro coraggioso e contento della sua risposta

Pietro è stato certamente il più coraggioso quel giorno, quando Gesù domandò ai discepoli: “Ma voi chi dite che io sia?”. Pietro ha risposto con decisione: “Tu sei il Cristo”. E dopo questa confessione, probabilmente si sarà sentito soddisfatto dentro di sé: “Ho detto giusto!” E veramente aveva detto giusto.

 

… ma Gesù chiarisce “apertamente” il segreto di “Tu sei il Cristo” (Messia)

Il dialogo con Gesù, però, non finisce così. Infatti il Signore incominciò a spiegare cosa doveva accadere. Ma Pietro non era d’accordo con quanto aveva sentito: non gli piaceva quella strada prospettata da Gesù, il quale invece, come i legge nel Vangelo, “faceva questo discorso apertamente” ai suoi discepoli.

Anche oggi, sentiamo tante volte dentro di noi la stessa domanda rivolta da Gesù agli apostoli. Gesù si rivolge a noi e ci domanda: “ma per te chi sono io? Chi è Gesù Cristo per ognuno di noi, per me? Chi è Gesù Cristo?”. E anche noi sicuramente daremo la stessa risposta di Pietro, quella che abbiamo imparato nel catechismo: “ma tu sei il Figlio di Dio vivo, tu sei il Redentore, tu sei il Signore!”.

 

Reazione di Pietro alla rivelazione del segreto di Gesù

Diversa è la reazione di Pietro quando Gesù incominciò a spiegare cosa doveva succedere: “il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere”. A Pietro certamente non piaceva questo discorso. Lui ragionava così: “Tu sei il Cristo! Tu vinci e andiamo avanti!”. Per questa ragione non capiva questa strada di sofferenze indicata da Gesù. Tanto che, come racconta il Vangelo, lo “prese in disparte” e “si mise a rimproverarlo”. Era tanto contento di aver dato quella risposta - “Tu sei il Cristo” - che si sentì con la forza di rimproverare Gesù.

Il vangelo ci dice che Gesù “voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: ‘Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini’”.

 

Per rispondere dobbiamo fare il cammino di Pietro … anche piangendo …

Dunque per rispondere a quella domanda che noi tutti sentiamo nel cuore - chi è Gesù per noi - non è sufficiente quello che abbiamo imparato, studiato nel catechismo. È certo importante studiarlo e conoscerlo, ma non è sufficiente. Perché per conoscerlo veramente è necessario fare il cammino che ha fatto Pietro. Infatti, dopo questa umiliazione, Pietro è andato avanti con Gesù, ha visto i miracoli che Gesù faceva, ha visto i suoi poteri. Poi ha pagato le tasse, come gli aveva detto Gesù, ha pescato il pesce e tolto la moneta: ha visto tanti miracoli del genere!

Però a un certo punto Pietro ha rinnegato Gesù, ha tradito Gesù. Proprio in quel momento ha imparato quella tanto difficile scienza - più che scienza saggezza - delle lacrime, del pianto. Pietro ha chiesto perdono al Signore.

E ancora, nell’incertezza di quella mattinata di quella domenica di Pasqua, Pietro non sapeva cosa pensare di quanto avevano riferito le donne sul sepolcro vuoto. E così anche lui è andato al sepolcro. Nel Vangelo non è riportato esplicitamente il momento, ma si dice che il Signore ha incontrato Pietro, si dice che Pietro ha incontrato il Signore vivo, solo, faccia a faccia.

 

… seguendolo

Nei quaranta giorni successivi Pietro ha sentito tante spiegazioni di Gesù sul regno di Dio. E forse è stato tentato di pensare: “ah, adesso conosco chi è Gesù Cristo!”. Invece ancora gli mancavano tante cose per conoscere chi è Gesù. E così quella mattina, sulla spiaggia del Tiberiade, Pietro è stato interrogato un’altra volta. Tre volte. E lui ha sentito vergogna, ha ricordato quella sera del giovedì santo: le tre volte che aveva rinnegato Gesù. Ha ricordato quel pianto. Sulla spiaggia del lago di Tiberiade Pietro pianse non amaramente come il giovedì, ma pianse. E quella frase “Tu sai tutto Signore, tu sai che ti amo”, - ne sono sicuro - Pietro l’ha pronunciata piangendo.

 

Si capisce il segreto di Gesù soltanto nel cammino…

Dunque la domanda a Pietro - Chi sono io per voi, per te? - si capisce soltanto lungo una strada, dopo una lunga strada. Una strada di grazia e di peccato. È la strada del discepolo. Infatti Gesù a Pietro e ai suoi apostoli non ha detto: conoscimi! Ha detto: seguimi! E proprio questo seguire Gesù ci fa conoscere Gesù. Seguire Gesù con le nostre virtù e anche con i nostri peccati. Ma seguire sempre Gesù!.

Per conoscere Gesù, non è necessario uno studio di nozioni ma una vita da discepolo. In questo modo, andando con Gesù impariamo chi è lui, impariamo quella scienza di Gesù. Conosciamo Gesù come discepoli. Lo conosciamo nell’incontro quotidiano col Signore, tutti i giorni. Con le nostre vittorie e le nostre debolezze. È proprio attraverso questi incontri che ci avviciniamo a lui e lo conosciamo più profondamente. Perché in questi incontri di tutti i giorni abbiamo quello che san Paolo chiama il senso di Cristo, l’ermeneutica per giudicare tutte le cose.

 

… un cammino fatto in compagnia dello Spirito

Si tratta però di un cammino che noi non possiamo fare da soli. Nella narrazione che Matteo (16, 13-28) fa di quell’episodio, Gesù dice a Pietro: “La confessione che io sono il Figlio di Dio, il Messia, tu non l’hai imparata dalla scienza umana, te l’ha rivelato il Padre”. E, ancora, Gesù dirà ai suoi discepoli: “Lo Spirito Santo, che vi invierò, vi insegnerà tutto e vi farà capire quello che io vi ho insegnato”.

Dunque si conosce Gesù come discepoli sulla strada della vita, dietro di lui. Ma questo non basta, perché conoscere Gesù è un dono del Padre: è lui che ci fa conoscere Gesù. In realtà, questo è un lavoro dello Spirito Santo, che è un grande lavoratore: non è un sindacalista, è un grande lavoratore. E lavora in noi sempre; e fa questo grande lavoro di spiegare il mistero di Gesù e di darci questo senso di Cristo. Chiediamo al Padre che ci dia la conoscenza di Cristo e lo Spirito Santo ci spieghi questo mistero.

 

8,31-33 La missione non può realizzarsi senza la Croce [2]

 

Non è mancata l’occasione in cui il Signore ha fatto capire ai discepoli - o a quanti aspiravano ad esserlo - che la sofferenza che deriva dal compiere la volontà di Dio è condizione essenziale del Regno. A Pietro, che voleva togliere la croce del Vangelo, il Signore arrivò a dire che era “Satana”. Consideriamo il passo di Mc 8,31-33, nel quale il Signore rimprovera severamente Pietro e gli mostra come ci sono pensieri ispirati dal Padre, e altri pensieri che non sono “secondo Dio, ma secondo gli uomini”.

Sarebbe una tentazione pensare che la nostra missione come pastori possa realizzarsi senza sofferenze […]. La croce non la si inventa, né tanto meno la si incontra per fatalità. È il Signore che ce la mette sulla spalla - quella croce che è un giogo portato da due, del quale egli porta il maggior peso - e ci dice: “Prendi la tua croce e seguimi!”. Per portare la croce il pastore avrà bisogno della forza che viene dalla speranza (e deve chiederla nella preghiera per prendere le decisioni necessarie, anche se sono impopolari) e della magnanimità per iniziare imprese difficili a servizio del Signore nostro Dio e per perseverare in esse senza perdersi d’animo davanti alle contraddizioni. Quando non si porta la croce della nostra missione, nemmeno si assapora la speranza. E cadiamo nella ricerca di segni straordinari, finché diventiamo immemori, come i discepoli di Emmaus, dei segni di Dio nelle prove e difficoltà della Chiesa durante la storia. Nel passo evangelico di Emmaus si vede come le cose che i discepoli “speravano” stavano in contraddizione con la croce del Signore. Quando questi mostra loro che era necessario che il Messia soffrisse per entrare nella gloria (cfr Lc 24,26), comincia loro ad ardere il cuore per la vera speranza, quella che abbraccia la croce.

 

8,33 La logica della Croce [3]

 

Uscire come Gesù da se stessi…

Seguire, accompagnare Cristo, rimanere con lui esige un uscire, uscire. Uscire da se stessi, da un modo di vivere la fede stanco e abitudinario, dalla tentazione di chiudersi nei propri schemi che finiscono per chiudere l’orizzonte dell’azione creativa di Dio. Dio è uscito da se stesso per venire in mezzo a noi, ha posto la sua tenda tra noi per portarci la sua misericordia che salva e dona speranza. Anche noi, se vogliamo seguirlo e rimanere con lui, non dobbiamo accontentarci di restare nel recinto delle novantanove pecore, dobbiamo “uscire”, cercare con lui la pecorella smarrita, quella più lontana. Ricordate bene: uscire da noi, come Gesù, come Dio è uscito da se stesso in Gesù e Gesù è uscito da se stesso per tutti noi.

 

… è accogliere la Croce

Qualcuno potrebbe dirmi: “Ma, padre, non ho tempo”, “ho tante cose da fare”, “è difficile”, “che cosa posso fare io con le mie poche forze, anche con il mio peccato, con tante cose? Spesso ci accontentiamo di qualche preghiera, di una Messa domenicale distratta e non costante, di qualche gesto di carità, ma non abbiamo questo coraggio di uscire per portare Cristo. Siamo un po’ come san Pietro. Non appena Gesù parla di passione, morte e risurrezione, di dono di sé, di amore verso tutti, l’Apostolo lo prende in disparte e lo rimprovera. Quello che dice Gesù sconvolge i suoi piani, appare inaccettabile, mette in difficoltà le sicurezze che si era costruito, la sua idea di Messia. E Gesù guarda i discepoli e rivolge a Pietro forse una delle parole più dure dei Vangeli: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mc 8,33).

 

8,35 Il fallimento rivela il segreto dell’identità e missione di Gesù [4]

 

Il fallimento storico di Gesù e le frustrazioni di tante speranze – “Noi speravamo” (Lc 24,21) - sono, per la fede cristiana, il cammino per eccellenza attraverso il quale Dio si rivela in Cristo e compie la salvezza. Gesù stesso l’aveva predetto: “Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà” (Mc 8,35; Lc 9, 24). Il fallimento imminente dell’opera di salvezza compariva già, frammentato e con minore intensità, nell’impresa della fuga dall’Egitto e dell’arrivo nella terra promessa. Mosè percepisce il fallimento quando si trova sulla riva del mare, in mezzo a un popolo scontento e con gli egiziani alle spalle. Non ha molte alternative: o si consegna agli Egizi, o cerca di scendere a patti con loro, o si suicida, o si affida a Dio. Sceglie l’ultima opzione, e Dio si manifesta nell’impotenza dei mezzi umani. Lo stesso accade quando il popolo si lamenta perché vuole acqua, carne e così via. Dio fa percepire all’uomo tutta la sua impotenza, e solo allora interviene. Il fallimento di Gesù s’inserisce in questa dinamica: “Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge” (Mt 26, 31); allora interviene Dio con la forza della risurrezione. La risurrezione di Gesù Cristo non è il finale di un film: è l’intervento di Dio sulla totale impossibilità della speranza umana; l’intervento che proclama “Signore” colui che ha accettato la via del fallimento in modo tale che il potere del Padre si manifesti e sia glorificato.

 

Il tentativo di camuffare il fallimento

Noi tendiamo a camuffare la constatazione della più grande frustrazione umana, che è la morte: basta guardare i cimiteri e i monumenti funerari per capire che cerchiamo con ogni mezzo di abbellire e “alienare” questo fallimento che riguarda tutta l’umanità. Lo stesso si dica della “canonizzazione” del defunto. Dopo piazza San Pietro, il luogo in cui si canonizza la maggior quantità di persone è la camera ardente; in genere il defunto viene definito “un santo”. Certo, ora è santo perché non può più disturbare. Tentiamo in ogni modo di dissimulare il fallimento della morte. Inconsapevolmente riponiamo la speranza al di fuori del fallimento, e perciò non la riponiamo in Dio. La speranza pura in Dio si ha quando, come nel caso di Gesù, si tocca il fondo del fallimento (che va oltre la mancanza di vie d’uscita: è l’affermazione positiva che non c’è più via d’uscita, che è tutto finito).

Gesù ha perduto ogni possibilità umana d’uscita con l’infamia dell’esecuzione pubblica: questo è il suo fallimento. Ed è arrivato a quel punto perché la cosa più importante per lui era corrispondere al tipo di persona che il Padre voleva che fosse, adempiere la volontà del Padre: “Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera”“ (Gv 4, 34).

 

Il fallimento mette in luce la “carne” di Gesù

La considerazione del fallimento mette in luce la “carne” di Gesù. Nel Getsemani Gesù sperò istintivamente di evitare la possibilità di fallimento. Solo la certezza dell’amore del Padre l’ha reso capace di superare questa paura. Nel riflettere sul fallimento di Gesù, conviene ricordare le raccomandazioni di sant’Ignazio. Bisogna “toccare” la carne di Gesù. Esistono altri modi “educati” per evitare lo “scandalo”, ma questo significherebbe negare la carne di Gesù in questo fallimento: si sfocerebbe nel neodocetismo illuminato, così comune nelle nostre élite ecclesiastiche, nelle nostre sinistre ateizzanti e nelle nostre destre scettiche. Le élite cattoliche sono a digiuno della beatitudine che lo stesso Gesù proclamò riguardo al tempo del fallimento: “E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!” (Mt 11,6; Lc 7,23). In questo caso si trattava di fallimento perché la predicazione di Gesù era diretta ai semplici. Le élite schizzinose arricciano il naso di fronte al fallimento, si scandalizzano. E preferiscono disegnare quadri della Chiesa basati più sul “buonsenso” che sul fallimento della croce... Sono neodocetisti e, in fondo, non sono nemmeno molto convinti che Gesù, il Cristo, sia vivo con il suo corpo, sia risuscitato. Al massimo accettano una risurrezione più vicina al concetto bultmanniano o una risurrezione spiritualista, semplicemente perché hanno negato la carne di Cristo non accettandone il fallimento.

 

Il fallimento dell’amicizia

Il grande fallimento di Gesù, nell’ambito dell’amicizia umana, sono i suoi discepoli, e Giuda è il più grande di tutti: non ha saputo leggere la misericordia negli occhi del Maestro. Gli ultimi momenti di Gesù con i suoi discepoli sono segnati da un isolamento che si è fatto profondo come un abisso. Gesù non poteva arrivare a loro e gli apostoli non erano in grado di comprendere le profondità in cui si trovava il Maestro. È questo il momento in cui ha inizio la vera solitudine, quel sentimento di totale abbandono, anche da parte del Padre, che sperimenterà sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46).

 

Il definitivo fallimento

Ed è proprio sulla croce che Gesù accetta definitivamente il fallimento e il male; e li trascende. Lì si manifesta l’insondabilità del suo amore, perché solo chi ama molto possiede la libertà e la vitalità di spirito per accettare il fallimento. Gesù muore da fallito. In lui raggiungono la loro pienezza le situazioni momentanee e parziali, che nell’Antico Testamento sono considerate fallimento: “Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi” (Eb 11,13), cioè morirono, in parte, con in bocca il sapore del fallimento. Gesù nella sua morte accetta e dà pienezza a tutti i fallimenti della storia di salvezza. Ora rimane solo una soluzione: la soluzione divina, in questo caso la risurrezione come fermento rivoluzionario. Ciò significa che un cristiano deve accogliere nella sua vita quotidiana la convinzione che Gesù Cristo è vivo in mezzo a noi. Altrimenti, il suo cristianesimo è uno pseudo-fallimento: per evitare il fallimento scandaloso della croce, il totale annichilamento senza speranza umana, per non aver “sperato contro ogni speranza”, la sua vita attraversa i meandri di un fallimento più accettabile, un fallimento che può convivere elegantemente con i valori universali e trasversali; è il fallimento di una religione senza pietà, perché semplicemente le manca il fervore di ogni pietà: Gesù Cristo risuscitato. Vivo tra noi.

 

8,35 Imitare la Passione di Gesù [5]

 

I primi cristiani hanno sperimentato una purificazione riguardo al modo di concepire la persecuzione. In una prima epoca si resero conto che le persecuzioni, fomentate contro di loro dai giudei, rientravano nel genere dei castighi inflitti da costoro agli inviati del Signore (cfr Mt 23,29-36; At 1,51-52). Più tardi la persecuzione contro i cristiani si colloca in un contesto escatologico e riveste un’importanza che in precedenza non possedeva: “Colmano la misura” (cfr 1Ts 2,15-16) nel momento stesso in cui il Figlio dell’uomo viene a giudicare e a separare i buoni dagli empi (cfr Mt 25,31- 32). A questo punto la persecuzione viene considerata come questo giudizio sulle opere. Un terzo stadio della riflessione, ulteriore, invita coloro che sono perseguitati a soffrire e a morire “a causa del Figlio dell’uomo” (Lc 6,22; cfr Mc 8,35; Mc 13,8-13; Mt 10,39) e, più ancora, a imitarne la Passione (cfr Mt 10,22-23; Mc 10,38). A quest’ultima concezione corrisponde il martirio di Stefano, che va letto con molta attenzione (cfr At 6,8-7,60). Stefano muore soltanto per Cristo, muore come lui, con lui, e questa partecipazione al mistero stesso della Passione di Gesù Cristo è la base della fede del martire: morendo in questa maniera afferma a suo modo che la morte non è stata l’ultima parola della vita di Gesù.

 

 

NOTE

* Vedi J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Marco. Il Vangelo del Segreto svelato. Lettura spirituale e pastorale, a cura di Gianfranco Venturi, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2017, 280-292.

[1] Meditazione, 20 febbraio 2014.

[2] Il Signore che ci riprende e ci perdona, in PAPA FRANCESCO - J.M. BERGOGLIO, In lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book (Milano) - LEV Città del Vaticano 2013.

[3] Udienza, 27 marzo 2013.

[4] Il fallimento di Gesù, in J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 242-245; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV Città del Vaticano, 2014,41-44.

[5] Croce e senso bellico della vita, in J.M. BERGOGLIO, Pace, Corriere della Sera, Milano 2014 (= Le parole di papa Francesco, 5) 31-46


 

 

 

LE DIECI STANZE

 

DEL RITO CRISTIANO

 

Alla riscoperta del senso della messa

 

Introduzione

 

Carmine Di Sante

 

 

 

 

(NPG 2001-09-04)

 

Introduzione

 

La stanza della Parola

 

La stanza della risposta

 

La stanza della preghiera

 

La stanza della lode

 

La stanza dell'anamnesi

 

La stanza del sacrificio

 

La stanza della comunione

 

La stanza della «frazione del pane»

 

La stanza della testimonianza

 

La stanza del «Fiat voluntas tua»

 

 

 

INTRODUZIONE

 

Al centro della religione c’è il rito. Che è come l’esecuzione musicale di un’opera nella quale le note rivivono in suoni ed armonia. La «musica» che il rito delle religioni esegue è l’ordine del mondo e l’armonia dell’esistenza. Il rito è annuncio e canto che l’uomo, nel mondo, non è solo, non vi è capitato casualmente, non vi è gettato e abbandonato tristemente e che, come non ne è il padrone, neppure ne è il servitore o una parte come le altre. Il rito annuncia che, nel mondo, l’uomo deve rispondere ad un «al di là» del mondo i cui nomi variano da religione a religione (antenati, progenitori, eroi, esseri extraterrestri o dei) e che, nel monoteismo della tradizione ebraica, acquistano il volto del Dio unico – personale e universale – così come si è rivelato escatologicamente, cioè definitivamente, attraverso Israele e in Gesù. L’ordine del mondo (intendendo per «mondo» non quello cosmologico, frutto della ricerca razionale, ma quello vissuto, oggetto dell’esperienza quotidiana) che il rito annuncia, proviene da questo «al di là» del mondo o alterità divina e si mantiene tale solo là dove l’uomo, nel mondo, si mantiene in contatto con questo «al di là» del mondo.

Per questo il rito più importante della tradizione cristiana porta il nome di ordo missae: «rito della messa». Che vuol dire: l’insieme ordinato delle varie parti che compongono il rito cristiano; ma soprattutto: la messa in scena, attraverso l’ordine del rito, dell’ordine del mondo che il rito cristiano custodisce e, eseguito, riattualizza. Come vuole il suo probabile etimo, rito rimanda infatti a ritmo, armonia, ed è la radice stessa della aritmetica o matematica che, non senza significato, per i filosofi pitagorici coincideva con la filosofia stessa perché, come motiva Aristotele, essi «pensarono che gli elementi del numero fossero elementi di tutte le cose, e che tutto quanto l’universo fosse armonia e numero».

Messa in luce dell’ordine e dell’armonia, il rito non va identificato dunque con la ripetizione sterile o ossessiva che, del rito, è la caricatura e la degenerazione. E – precisazione ancora più importante – l’ordine che esso annuncia non è lo spazio chiuso e limitante (chi non ricorda la cattiva retorica dei regimi che dell’ordine fanno il principio delle loro politiche repressive?), ma lo spazio aperto e aprente, dove, come in un giardino, si corre, si danza e si gioisce.

L’ordine che il rito annuncia è il Senso del mondo: non il senso soggettivo – che il soggetto gli dà – ma il senso oggettivo, che al soggetto è dato in dono e che, per questo, è come una melodia che incanta, una luce che orienta, una fonte che irriga, un’acqua che disseta, una roccia che sostiene, una parola che illumina, una mano che accarezza o un volto che sorride. Per ritrovare il significato profondo del rito cristiano, penetrandone i meandri complessi e affascinanti, è necessario riscoprire il senso profondo e positivo della parola ordine, il cui significato originario, nelle religioni, è di essere, sul piano oggettivo la negazione del caos e del nulla, mentre sul piano soggettivo il superamento dell’angoscia e del disorientamento. In una intervista rilasciata in occasione del suo ultimo libro, dal titolo Come diventare buoni, alla domanda se, come autore, non si sentisse di impersonare «il ruolo dell’uomo qualunque di fine millennio afflitto da turbe emotive e comportamentali», Nick Hornby ha risposto: «Completamente. Un numero enorme di persone ha problemi, per un verso o per l’altro la gente si sente persa e alienata, gira a vuoto, intrappolata nel lavoro sbagliato, nella relazione sbagliata. È una sensazione così diffusa che forse non è corretto parlare di problemi comportamentali, forse sentirsi così significa solo essere umani» (in «La Repubblica» 1.6.2001, p. 37). Il rito, che le religioni vogliono a fondamento dell’umano, è per definizione l’antidoto allo spaesamento dell’uomo nel mondo.

Lo è stato nel passato. Può tornare ad esserlo anche nel presente. Ad una condizione: che ci si disponga ad ascoltarne la melodia e comprenderne il linguaggio.

Fin dai primi secoli, in occidente, il rito per eccellenza della tradizione cristiana è stato conosciuto e tramandato con il nome di messa: termine non facile da spiegare che, forse, rimandava al momento conclusivo della prima parte della celebrazione quando i catecumeni venivano congedati (etimologicamente il termine vuol dire «congedo», dal verbo latino mittere) non potendo partecipare al rito vero e proprio, perché non battezzati e, quindi, non ancora cristiani.

A parte i nomi comunque (che, nel corso dei secoli, sono stati tanti, tra i quali: «cena del Signore», «frazione del pane», «eucaristia», «sacrificio», «anafora», «liturgia», «riunione», «colletta»), l’importante è capire l’insieme del rito cristiano, individuandone la struttura e l’articolazione interna.

Cosa non facile: perché i riti sono come le città che si sviluppano lentamente e spesso caoticamente, per esigenze ed urgenze provenienti da chi le abita e vi interagisce quotidianamente. Ciò spiega perché in un rito ci si può «perdere», come in una città o in un palazzo, quando non se ne conoscono la mappa e i punti di riferimento.

La riforma della messa voluta dal Vaticano II offre una mappa dettagliata del rito cristiano, ricorrendo a nomi venerandi e affascinanti che, se allontanano per i loro suoni incomprensibili, attraggono per il segreto che custodiscono: come quei cocci, mattoni o pietre delle zone archeologiche che, per chi le sa interrogare, parlano e veicolano la saggezza del passato Per essa dieci sono le grandi parole o indicazioni da seguire per non perdersi e che, quali segnavia, introducono in altrettante stanze – le dieci stanze appunto – dell’edificio rituale cristiano:

1. La parola o il logos;

2. La risposta o il dia-logos;

3. La preghiera o la oratio;

4. La lode o la benedizione

5. L’anamnesi o il memoriale

6. Il sacrificio o la gratuità

7. La comunione o la sequela

8. La «frazione del pane» o la fraternità

9. La testimonianza o la missione

10. Il «fiat voluntas tua» o l’abbandono.

 

Sosteremo lentamente in ciascuna di queste stanze, per contemplarne la bellezza e fissarne le immagini che, come quelle di un mosaico, custodiscono e svelano l’ordine che regge il mondo e sostiene l’esistenza umana, dotandola di senso e orientandola.


La potenza del seme del Regno

 

 

17 giugno 2018

 

XI domenica del tempo Ordinario

Mc  4,26-34

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo 26 Gesù Diceva ai suoi discepoli : «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; 27dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. 28Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; 29e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura». 30Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? 31È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; 32ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell'orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». 33Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. 34Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

 

Nel vangelo secondo Marco Gesù pronuncia un lungo discorso in parabole, come insegnamento rivolto ai discepoli che ha chiamato alla sua sequela e alle folle che ascoltano la sua predicazione del Regno veniente (cf. Mc 4,1-34). Le parabole sono un linguaggio enigmatico che diventa però “mistero” (Mc 4,11) per chi segue Gesù e in qualche modo entra nella sua intimità, fino a trovarsi in uno spazio che può essere definito da Gesù stesso éso, “dentro”, contrapposto a quello éxo, “fuori” (cf. Mc 3,31-32; 4,11).

 

Nello stesso tempo, le parabole sono da lui dette in modo che gli ascoltatori cambino il loro modo di pensare. Esse, infatti, contengono sempre un messaggio di contro-cultura, correggono ciò che tutti pensano o sono portati a pensare, e di conseguenza sono annuncio di qualcosa di nuovo: una novità apportata da Gesù non a livello di idee, ma come qualcosa che cambia il modo di vivere, di sentire, di giudicare e di operare. Gesù era un uomo che innanzitutto sapeva vedere: vedeva, osservava, contemplava tutto ciò che gli era intorno e tutti quelli che gli si avvicinavano e che egli avvicinava a sé. In lui la consapevolezza e l’adesione alla realtà erano sempre in esercizio, sicché poteva poi pensare. Di più, potremmo dire che il suo pensare davanti al Padre e alla sua volontà era un pregare che gli permetteva di immaginare racconti e situazioni, da comunicare ai discepoli attraverso la narrazione di molte parabole.

 

Nella nostra pericope Gesù, dopo aver pronunciato la parabola del seminatore, spiegata in seguito ai soli discepoli come semina della parola di Dio (cf. Mc 4,1-20), e i due brevi detti sulla lampada “che viene” per essere vista e sulla misura dell’ascolto (cf. Mc 4,21-25), narra due ultime parabole, quelle offerteci dalla liturgia odierna, che vogliono attestare l’efficacia della Parola seminata. La prima, presente solo in Marco, afferma che “così è, viene il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa”. Gesù ci parla ancora del seme, un elemento che lo intrigava e sul quale aveva molto meditato. Il seme è sempre qualcosa che resta dal raccolto precedente, è il frutto di una pianta che, raccolto, secca e sembra morto. Ma se il seme cade, se è gettato sotto terra, allora nella terra intrisa di acqua marcisce, visibilmente si disfa e scompare; in realtà, però, genera vita, che diventa un germoglio, poi una pianta, e che apparirà infine addirittura come una moltiplicazione e una trasformazione del seme stesso, attraverso frutti abbondanti. Il seme è adatto per rappresentare la dinamica dell’enigma che diventa mistero, ed è per questo che Gesù ricorre più volte a questa immagine, la più presente nelle parabole da lui create.

 

La venuta del regno di Dio, il suo apparire, è dunque paragonato al processo agricolo che ogni contadino conosce bene, anzi che vive con attenzione e premura: semina, nascita del grano, crescita, formazione della spiga e maturazione. Di fronte a tale sviluppo, occorre meravigliarsi, guardando alla potenza, alla forza presente in quel piccolo seme secco, che sembra addirittura morto. Così è il regno di Dio: piccola realtà, ma che ha in sé una potenza misteriosa, silenziosa, irresistibile ed efficace, che si dilata senza che noi facciamo nulla. Di fronte a questa realtà, il contadino non può fare davvero nulla: deve solo seminare il seme nella terra, ma poi sia che lui dorma sia che si alzi di notte per controllare ciò che accade, la crescita non dipende più da lui. Anzi, se il contadino volesse misurare la crescita e andasse a verificare cosa accade al seme sotto terra, minaccerebbe fortemente la nascita e la vita del germoglio.

 

Ecco allora l’insegnamento di Gesù: occorre meravigliarsi del Regno che si dilata sempre di più, anche quando noi non ce ne accorgiamo, e di conseguenza occorre avere fiducia nel seme e nella sua forza. E il seme è la parola che, seminata dal predicatore, darà frutto anche se lui non se ne accorge né può verificare il processo: di questo deve essere certo! Nessuna ansia pastorale, ma solo sollecitudine e attesa; nessuna angoscia di essere sterili nel predicare: se il seme è buono, se la parola predicata è parola di Dio e non del predicatore, essa darà frutto in modo anche invisibile. Questa la certezza del “seminatore” credente e consapevole di ciò che opera: la speranza della mietitura e del raccolto non può essere messa in discussione.

 

Segue un’altra parabola, sempre sul seme, ma questa volta su un seme di senape. Gesù è veramente un uomo esercitato all’attenzione, discernere, al pensare, e quale rabbi sapiente esprime con poche parole la dinamica del Regno, da lui annunciato attraverso la semina e la crescita del granello di sé. Il chicco di senape è tra i semi più minuscoli, non più grande di un granello di sale, eppure anch’esso, se seminato in terra, cresce e diventa il più grande degli arbusti. Sembra impossibile che da un seme così minuscolo possa derivare una pianta tanto rigogliosa: anche qui c’è dunque da stupirsi, da meravigliarsi! Eppure proprio ciò che ai nostri occhi è piccolo, può avere una forza impensabile per noi umani… Ecco, infatti, che il seme di senape sotto terra marcisce, germoglia, poi spunta e cresce fino a essere un arbusto sulle cui fronde gli uccelli possono fare il nido. Qui Gesù allude certamente a quell’albero intravisto da Daniele, simbolo del regno universale di Dio (cf. Dn 4,6-9.17-19). Sì, anche questa parabola vuole comunicarci qualcosa di decisivo: la parola di Dio che ci è stata donata può sembrare piccola cosa, rivestita com’è di parola umana, fragile e debole, messa in bocca a uomini e donne poveri, non intellettuali, non saggi secondo il mondo (cf. 1Cor 1,26). Eppure quando essa è seminata e predicata da loro, proprio perché è parola di Dio contenuta in parole umane, è feconda e può crescere come un albero capace di accogliere tante creature. E non solo la parola di Dio, ma anche l’inizio del Regno, l’inizio della comunità del Signore può apparire una realtà, insignificante; eppure in seguito crescerà, diventerà una realtà inattesa, impensabile per molti, ma veramente significativa e capace di accogliere chi vuole trovare ristoro alla sua ombra.

 

La rivelazione dell’efficacia della parola di Dio è decisiva per noi cristiani. Questa Parola, infatti, è “potenza di Dio” (Rm 1,16), è seme di vita immortale (cf. 1Pt 1,23) e ha in sé una potenzialità che noi non possiamo prevedere. Proprio come afferma il profeta Isaia a nome del Signore: “La Parola uscita dalla mia bocca non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is 55,11). Certo, l’efficacia della Parola ha una modalità propria di operare in forme molto diverse, non prevedibili, che possono anche contraddire il nostro modo di pensarla e discernerla. È un’efficacia non mondana, non misurabile in termini quantitativi, perché la parola del Signore è anche “parola della croce” (1Cor 1,18). Quando è seminata nei cuori degli ascoltatori, la parola di Dio deve essere accolta, interiorizzata e custodita, deve essere discreta rispetto alle altre parole e quindi essere realizzata, in modo che appaiano i suoi frutti: frutti quasi mai percepiti e visti dal discepolo, perché “come la Parola cresca in lui, egli non lo sa”.

Queste parabole ci interrogano dunque sulla nostra consapevolezza della parola di Dio che ci è data e che noi dobbiamo seminare, sulla nostra visione del Regno come realtà di piccoli e di poveri, realtà di un “piccolo gregge” (Lc 12,32), che può divenire una raccolta delle genti del mondo intero, in cammino verso il regno di Dio veniente per tutti. Ma riflettiamo: chi pronunciava queste parabole era un oscuro figlio di Israele di Galilea, un “ebreo marginale”, non un sacerdote e neppure un rabbino formatosi in qualche scuola riconosciuta a Gerusalemme o lungo il lago di Galilea. E con lui c’era una comunità itinerante che lo seguiva: una dozzina di uomini e poche donne senza appartenenza all’elite culturale o religiosa giudaica: una realtà piccola e oscura, eppure significativa.

 

 

Allora, perché avere timore di essere noi cristiani una minoranza oggi nel mondo? Basta che siamo significativi, cioè che crediamo alla potenza della parola di Dio, che la seminiamo con umiltà e molta pace, senza angoscia né frenetica attesa di vedere i risultati… Occorre saper attendere, occorre pazienza e soprattutto fede nella parola di Dio: se il seme è buono, spunterà e darà il suo frutto. Il disegno di Dio si compie sempre, ben al di là delle nostre previsioni e della nostra impazienza.


 

il mistero del regno

 

Domenica XI del T. O. (B)

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

 senape 2

 

Mc 4,26-34 Le parabole del Regno [1]

 

Il Vangelo di oggi è formato da due parabole molto brevi: quella del seme che germoglia e cresce da solo, e quella del granello di senape (cfr Mc 4,26–34). Attraverso queste immagini tratte dal mondo rurale, Gesù presenta l’efficacia della Parola di Dio e le esigenze del suo Regno, mostrando le ragioni della nostra speranza e del nostro impegno nella storia.

 

La parabola del seme

Nella prima parabola l’attenzione è posta sul fatto che il seme, gettato nella terra, attecchisce e si sviluppa da solo, sia che il contadino dorma sia che vegli. Egli è fiducioso nella potenza interna al seme stesso e nella fertilità del terreno. Nel linguaggio evangelico, il seme è simbolo della Parola di Dio, la cui fecondità è richiamata da questa parabola. Come l’umile seme si sviluppa nella terra, così la Parola opera con la potenza di Dio nel cuore di chi l’ascolta. Dio ha affidato la sua Parola alla nostra terra, cioè a ciascuno di noi con la nostra concreta umanità. Possiamo essere fiduciosi, perché la Parola di Dio è parola creatrice, destinata a diventare «il chicco pieno nella spiga» (v. 28). Questa Parola, se viene accolta, porta certamente i suoi frutti, perché Dio stesso la fa germogliare e maturare attraverso vie che non sempre possiamo verificare e in un modo che noi non sappiamo (cfr v. 27). Tutto ciò ci fa capire che è sempre Dio, è sempre Dio a far crescere il suo Regno - per questo preghiamo tanto che “venga il tuo Regno” - è Lui che lo fa crescere, l’uomo è suo umile collaboratore, che contempla e gioisce dell’azione creatrice divina e ne attende con pazienza i frutti.

La Parola di Dio fa crescere, dà vita. E qui vorrei ricordarvi un’altra volta l’importanza di avere il Vangelo, la Bibbia, a portata di mano - il Vangelo piccolo nella borsa, in tasca - e di nutrirci ogni giorno con questa Parola viva di Dio: leggere ogni giorno un brano del Vangelo, un brano della Bibbia. Non dimenticare mai questo, per favore. Perché questa è la forza che fa germogliare in noi la vita del Regno di Dio.

 

Il granello di senape

La seconda parabola utilizza l’immagine del granello di senape. Pur essendo il più piccolo di tutti i semi, è pieno di vita e cresce fino a diventare «più grande di tutte le piante dell’orto» (Mc 4,32). E così è il Regno di Dio: una realtà umanamente piccola e apparentemente irrilevante. Per entrare a farne parte bisogna essere poveri nel cuore; non confidare nelle proprie capacità, ma nella potenza dell’amore di Dio; non agire per essere importanti agli occhi del mondo, ma preziosi agli occhi di Dio, che predilige i semplici e gli umili. Quando viviamo così, attraverso di noi irrompe la forza di Cristo e trasforma ciò che è piccolo e modesto in una realtà che fa fermentare l’intera massa del mondo e della storia.

 

Iniziativa di Dio e collaborazione umana

Da queste due parabole ci viene un insegnamento importante: il Regno di Dio richiede la nostra collaborazione, ma è soprattutto iniziativa e dono del Signore. La nostra debole opera, apparentemente piccola di fronte alla complessità dei problemi del mondo, se inserita in quella di Dio non ha paura delle difficoltà. La vittoria del Signore è sicura: il suo amore farà spuntare e farà crescere ogni seme di bene presente sulla terra. Questo ci apre alla fiducia e alla speranza, nonostante i drammi, le ingiustizie, le sofferenze che incontriamo. Il seme del bene e della pace germoglia e si sviluppa, perché lo fa maturare l’amore misericordioso di Dio.

La Vergine Santa, che ha accolto come «terra feconda» il seme della divina Parola, ci sostenga in questa speranza che non ci delude mai.

 

4,26-29 Potenzialità imprevedibile della Parola (EG 21)

 

La Parola ha in sé una potenzialità che non possiamo prevedere. Il Vangelo parla di un seme che, una volta seminato, cresce da sé anche quando l’agricoltore dorme (cfr 4,26-29). La Chiesa deve accettare questa libertà inafferrabile della Parola, che è efficace a suo modo, e in forme molto diverse, tali da sfuggire spesso le nostre previsioni e rompere i nostri schemi.

 

4,26-29 Il regno, realtà nascosta, azione di Dio e dell’uomo

 

Il seme fruttifica per l’azione di Dio…

Ci è sempre stata di grande ispirazione la parabola del seme che cresce da solo (Mc 4,26-29). Ma diventa sempre più difficile (per esperienza e per onestà intellettuale) intenderla secondo un’idea di «sviluppo». Gesù, qui, non stava parlando di una storia capace di «maturare» nel tempo, grazie all’azione occulta del Regno, fino a raggiungere la pienezza. Infatti, se non altro, questa idea di una «crescita organica» era estranea all’uomo antico. Tra il seme e il frutto non si scorgeva continuità, ma semmai contrasto: un fatto quasi miracoloso. La parabola di Gesù intendeva mostrare il Regno come una realtà nascosta agli occhi umani, ma che produrrà il suo frutto tramite l’azione di Dio, indipendentemente da ciò che farà il seminatore.

 

… ma questo non significa passività umana

Questo significa accettare una dissociazione tra lo sforzo umano e l’azione divina? Giustifica una posizione di scetticismo o di pragmatismo? In un modo o nell’altro, è quanto accade oggi a tante persone. L’individualismo e l’estetismo postmoderni, quando non il pragmatismo e un certo cinismo contemporanei, sono il risultato della caduta delle certezze storiche, della perdita di senso dell’azione umana come costruttrice di qualcosa che sia oggettivamente e concretamente migliore. Anche nel caso di alcuni cristiani ciò si può esprimere in un mero «vivere il momento» (fosse anche il «momento» dell’esperienza spirituale), aspettando passivamente che il Regno «cada» dal cielo.

 

La discontinuità dell’avanzamento del regno

Ma con tutto ciò la speranza cristiana non ha niente da spartire. Comunque dobbiamo riconoscere che non esiste una continuità lineare tra storia e compimento del Regno, nel senso di un avanzamento o di un’ascesa ininterrotti. Così come il compimento individuale (l’incontro con Dio e la definitiva trasfigurazione personale nella Risurrezione) passa nella stragrande maggioranza dei casi attraverso un terribile momento di «discontinuità», di fallimento e di distruzione (la morte), non c’è ragione per escludere che la stessa cosa possa accadere alla storia nel suo insieme. Ecco la verità della mentalità apocalittica: questo mondo passa, non c’è pienezza senza qualche forma, ancorché non possiamo predeterminare quale, di distruzione o di perdita. Ma d’altra parte non è vero che non i i sarà alcuna continuità: sarò io stesso a risuscitare! Saranno la stessa umanità, lo stesso creato, la stessa storia a essere trasfigurati nella pienezza dei tempi! Continuità e discontinuità. Una realtà misteriosa di presenza- assenza, del «già» compimento delle promesse ma «non ancora» in un modo pieno. Un Regno che effettivamente «è vicino», in ogni momento, in ogni luogo, anche nella peggiore delle situazioni umane. E che un giorno cesserà di restare nascosto per manifestarsi pienamente e palesemente.

 

4,26-29 Il seme, simbolo carico di speranza [3]

 

Siamo soldati del regno, ma non fachiri. Possiamo contare su un trionfo sicuro, anche se non ce ne sono stati rivelati né il giorno né l’ora, vale a dire l’ampiezza della battaglia che si presenterà a noi. Ma è altrettanto sicuro che non saremo tentati oltre le nostre forze e che il regno non è proporzionato ai nostri sforzi, perché il Signore ha voluto parlarci del regno attraverso un simbolo carico di speranza, quando ce l’ha descritto come un seme che cresce da solo (Mc 4,26s). Le virtù solide e perfette non solo si forgiano nella nostra lotta quotidiana, ma acquisiscono unicamente la loro solidità e perfezione quando «in Lui solo ripongono la speranza».

 

4,26-27 Nel piccolo seme lo stile dell’annuncio [4]

 

È importante imparare dal Vangelo lo stile dell’annuncio. Non di rado, infatti, anche con le migliori intenzioni, può succedere di indulgere a una certa smania di potere, al proselitismo o al fanatismo intollerante. Il Vangelo, invece, ci invita a rifiutare l’idolatria del successo e della potenza, la preoccupazione eccessiva per le strutture, e una certa ansia che risponde più a uno spirito di conquista che a quello del servizio. Il seme del Regno, benché piccolo, invisibile e talvolta insignificante, cresce silenziosamente grazie all’opera incessante di Dio: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa» (Mc 4,26-27). Questa è la nostra prima fiducia: Dio supera le nostre aspettative e ci sorprende con la sua generosità, facendo germogliare i frutti del nostro lavoro oltre i calcoli dell’efficienza umana.

Con questa fiducia evangelica ci apriamo all’azione silenziosa dello Spirito, che è il fondamento della missione. Non potrà mai esserci né pastorale vocazionale, né missione cristiana senza la preghiera assidua e contemplativa. In tal senso, occorre alimentare la vita cristiana con l’ascolto della Parola di Dio e, soprattutto, curare la relazione personale con il Signore nell’adorazione eucaristica, “luogo” privilegiato di incontro con Dio.

 

4,30-32 La lezione del piccolo seme [5]

 

La vera grandezza

Chi si fa piccolo come un bambino – ci dice Gesù – «è il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18,4). La vera grandezza dell’uomo consiste nel farsi piccolo davanti a Dio. Perché Dio non si conosce con pensieri alti e tanto studio, ma con la piccolezza di un cuore umile e fiducioso. Per essere grandi davanti all’Altissimo non bisogna accumulare onori e prestigio, beni e successi terreni, ma svuotarsi di sé. Il bambino è proprio colui che non ha niente da dare e tutto da ricevere. È fragile, dipende dal papà e dalla mamma. Chi si fa piccolo come un bimbo diventa povero di sé, ma ricco di Dio.

 

I bambini insegnano…

I bambini, che non hanno problemi a capire Dio, hanno tanto da insegnarci: ci dicono che Egli compie grandi cose con chi non gli fa resistenza, con chi è semplice e sincero, privo di doppiezze. Ce lo mostra il Vangelo, dove si operano grandi meraviglie con piccole cose: con pochi pani e due pesci (cfr Mt 14,15-20), con un granello di senape (cfr Mc 4,30-32), con un chicco di grano che muore in terra (cfr Gv 12,24), con un solo bicchiere d’acqua donato (cfr Mt 10,42), con due monetine di una povera vedova (cfr Lc 21,1-4), con l’umiltà di Maria, la serva del Signore (cfr Lc 1,46-55).

 

… ad accogliere le sorprese di Dio e la logica della semplicità

Ecco la grandezza sorprendente di Dio, di un Dio pieno di sorprese e che ama le sorprese: non perdiamo mai il desiderio e la fiducia delle sorprese di Dio! E ci farà bene ricordare che siamo sempre e anzitutto figli suoi: non padroni della vita, ma figli del Padre; non adulti autonomi e autosufficienti, ma figli sempre bisognosi di essere presi in braccio, di ricevere amore e perdono. Beate le comunità cristiane che vivono questa genuina semplicità evangelica! Povere di mezzi, sono ricche di Dio. Beati i Pastori che non cavalcano la logica del successo mondano, ma seguono la legge dell’amore: l’accoglienza, l’ascolto, il servizio. Beata la Chiesa che non si affida ai criteri del funzionalismo e dell’efficienza organizzativa e non bada al ritorno di immagine. Piccolo amato gregge di Georgia, che tanto ti dedichi alla carità e alla formazione, accogli l’incoraggiamento del Buon Pastore, affidati a Lui che ti prende sulle spalle e ti consola!

 

4,31-32 Il Regno nella piccolezza [6]

 

Colpisce, soprattutto, come si realizza la venuta di Dio nella storia: «nato da donna». Nessun ingresso trionfale, nessuna manifestazione imponente dell’Onnipotente: Egli non si mostra come un sole abbagliante, ma entra nel mondo nel modo più semplice, come un bimbo dalla mamma, con quello stile di cui ci parla la Scrittura: come la pioggia sulla terra (cfr Is 55,10), come il più piccolo dei semi che germoglia e cresce (cfr Mc 4,31-32). Così, contrariamente a quanto ci aspetteremmo e magari vorremmo, il Regno di Dio, ora come allora, «non viene in modo da attirare l’attenzione» (Lc 17,20), ma viene nella piccolezza, nell’umiltà.

 

NOTE

[1] Angelus, 14 giugno 2015.

[2] Messaggio alle comunità educative, Buenos Aires, 29 marzo 2000, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 50-64.

[3] Discorso di apertura alla Congregazione provinciale, Buenos Aires 8 febbraio 1978, in PAPA FRANCESCO – J.M. BERGOGLIO, Pastorale sociale, Jaca Book – Comunità Sant’Egidio, Milano 20015.

[4] Messaggio per la 54 giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, 27 novembre 2016.

[5] Omelia,Stadio M. Meskhi – Tbilisi 1 ottobre 2016.

 

[6] Omelia, nella santa Messa del 1050o anniversario del battesimo della Polonia, Częstochowa 28 luglio 2016.


UMILE È LA GIOIA?

 

Incanti di libertà o passioni tristi? 

 

Paolo Zini

 

(NPG 2013-04-21)

 

 

Mi domando perché pensare

troppo mi turba

e se una volta almeno mio padre

ha fumato l’erba.

Mi domando se avrò un figlio

e se mio figlio mi odierà,

perché purtroppo si odia

chi troppo amore ci dà.

Mi domando se la mia

è una vita felice

e so rispondere solo che mi piace![1]

 

Sono interessanti le domande che risuonano nelle parole di questa recente canzone sulla libertà, ma è l’ultima di esse – a dispetto della sua importanza fondamentale per l’orientamento dell’esistenza – ad essere chiusa da una risposta tranquillamente compiaciuta e pericolosamente confusa.

Certo la vita non è una canzone e una canzone può permettersi – senza pagarne lo scotto – leggerezze che la vita non tarderebbe a sanzionare; ma quelle parole, ignare di cosa sia una felicità distinta dal piacere, non possono lasciare indifferenti, anche perché forse riflettono un sentire che non riguarda soltanto il pubblico affezionato alle creazioni di un giovane cantante.

Sulla particolare confusione che segna il rapporto dell’uomo di questo tempo con la felicità è necessario allora soffermarsi; lo chiede anche la logica del vagabondaggio di pensieri sin qui compiuto.

Pensare la libertà come tratto di strada che l’uomo trova tra sé e la propria felicità costringe a misurarsi non solo con il protagonista di questo tratto di strada o con le forme più o meno raccomandabili del suo peregrinare, ma anche con i caratteri della meta che giustifica la fatica del cammino, la felicità, appunto.

L’interrogativo sulla felicità ha però portata ed implicanze tali da scoraggiare una trattazione che non puntualizzi qualche preciso intento, onde cautelarsi dalla genericità superficiale dei luoghi comuni.

La prospettiva di queste note vorrebbe allora essere molto precisa: di felicità è necessario parlare non perché manchino nella convivenza attuale le proposte che si candidano a realizzarla; piuttosto perché è arduo sondare l’affidabilità e la consistenza di tali proposte, che – sgomitando tra loro – animano un mercato brulicante di contraddizioni.

E, mentre logica vorrebbe che tali contraddizioni suscitassero legittimi sospetti quanto alla credibilità del rispettivo mercato, i fatti sembrano attestare il contrario: ambite sono le felicità di piccolo cabotaggio, dagli investimenti facili da realizzare come da revocare e capaci di contiguità aliene da ogni coerenza.

Ma allora l’uomo cosa cerca quando cerca la felicità? Vuole essere felice oppure, sapendo di non poterlo essere, cerca illusioni e ottundimenti?

Come comprendere altrimenti la malía ostinata di offerte inverosimili, proprio per la posa stucchevole e gli studiati artifici della loro menzogna?

Sono dunque le riserve sulla falsa felicità a rendere impellente l’interrogativo sulla soddisfazione che attende quanti raccolgono la sfida della libertà puntando all’unificazione del volere, alla sua emancipazione dalle voglie, alla cura del desiderio, educato nella pazienza del presente e nell’ascolto della realtà.

La formazione del sentire, come vita del cuore e condizione di possibilità del rispetto e dell’amore, assicura all’uomo una felicità autentica e profonda?

Oppure la rarità, che ne fa il sigillo di esistenze eroiche, è l’indicatore del suo carattere eccezionale, e pertanto elitario e improponibile ai più?

Se la questione della felicità ammettesse solo queste due soluzioni, ci sarebbe di che dubitare della bontà stessa delle vita: non sarebbe infatti troppo severa l’alternativa tra una felicità falsa – maschera di un fallimento abbracciato dalla maggioranza degli umani soltanto con gradi differenti di consapevolezza, ottundimento, meschinità o rassegnazione – e una felicità tragica, riservata alle rare libertà capaci di eroismo?

Gli scritti di G. Bernanos [2] potrebbero forse fornire spunti significativi per porre la questione in modo diverso.

Due opzioni sono suggerite al romanziere francese dal suo esigente realismo: parlare di gioia anziché di felicità, onde smascherare le false e pericolose illusioni di una via facile e leggera alla vita felice; ridefinire l’eroismo attraverso l’umiltà, per rivelare la verità ultima e l’universale accessibilità della virtù che rende gioiosa la vita.

 

Facili o felici?

 

Per comprendere la riflessione di Bernanos sul rapporto dell’uomo alla felicità occorre anzitutto lasciarsi provocare dalla sua battaglia contro il costume e la cultura della menzogna.

«Solo per pochi la menzogna è un vizio di cui essi conoscono la furiosa e sterile voluttà, ma per la maggior parte degli uomini che se ne servono senza neppure pensarvi, con una sorprendente spontaneità, la menzogna è la soluzione a tutti i problemi della vita».[3]

Sono dure le parole dell’autore francese, ma obbligano a pensare: quando la doppiezza assurge a forma di rapporto dell’uomo alla realtà, agli altri e a se stesso, non solo gli equivoci sulla meta dell’esistere si moltiplicano, ma si fanno più sottili, avvalendosi delle complicità più subdole della coscienza, della cultura, delle abitudini collettive.

Così, la libertà, vittima – colpevolmente ignara – della propria patologia, esaspera la corsa febbrile di una vita priva di orientamento.

«Andare più presto, correre più velocemente. Andare sempre più velocemente, ma andare dove? Ah, come vi importa poco di sapere dove andate, imbecilli!... E così, che cosa fuggite? Ahimè, siete voi stessi che fuggite, ciascuno di voi fugge se stesso, come se sperasse di correre abbastanza velocemente per uscire finalmente dalla sua guaina di pelle».[4]

Nella postmodernità sono le forme di questa corsa, stigmatizzata da Bernanos per la sua insipiente inconcludenza, ad avvicendarsi freneticamente, senza per questo mutare indole.

E deputate ad ottimizzarne la frenesia sono le agenzie di arredo ludico dell’esistenza, agenzie alle quali oggi è assicurato uno straordinario credito culturale e un inedito successo economico.

Di qui un dato socioculturale di solare evidenza e dalla novità priva di analogie storiche: nelle società del benessere si spaccia per riuscita una vita fedele alla forma di un grande gioco, oscillante dentro il range che va dalla leggerezza del diversivo al parossismo del trasgressivo.

Un immaginario collettivo plasmato da una simile figura di esistenza subordina la felicità all’idolatria della facilità e reagisce alla fatica, al limite, alla misura quasi si trattasse di insopportabili mutilazioni lesive della dignità umana.

È questo immaginario ad interdire l’elaborazione delle esperienze di vita più esigenti per la libertà, che, alla prova dei fatti, scoprendosi immatura, sa soltanto concedersi infantilismi regressivi.

Infantilismi che abbracciano la logica del risarcimento come prospettiva esistenziale: le dilazioni di qualche gratificazione immediatamente disponibile vengono tollerate solo per brevi intervalli di tempo, purché siano promessi, alla loro scadenza, godimenti più appetibili quanto a forme ed intensità.

In questa prospettiva viene stravolto il senso dell’impegno, del lavoro, della fedeltà alle persone, valori ridotti a variabile dipendente di calcoli interessati a massimizzare divertimenti e piaceri di una vita facile.

Per la comprensione del binomio felicità/libertà l’equivoco non potrebbe essere più pericoloso, illusorio e mortificante, come sottolineano, ad esempio, le parole di Risè, acuto interprete dell’attualità e del suo costume.

«Lo stile della narrazione debole, della vita umana come commedia, a cui nessun Dio presiede e dalla quale nessun Dio è visibile, non comprende, invece, la felicità, che è un’esperienza non debole ma forte».[5]

Si potrebbe trascrivere l’osservazione in una sorta di legge, oggi vigente con disperante ubiquità: facilità ossessive moltiplicano felicità infelici.

Ma, oltre lo stordimento di una facilità infelice, rimane qualche spazio praticabile all’uomo per un compimento della libertà?

In proposito è di nuovo possibile ascoltare Bernanos; la sua opera non si accontenta di denunciare la menzogna e di smascherare l’imbecillità di un non senso che si compiace della propria disperata gaiezza, ma invita a considerare realisticamente la meta di un esistere autenticamente umano:

«L’uomo vero non vuole la felicità, vuole la gioia, e la sua gioia non è di questo mondo o, almeno, non vi appartiene tutta intera».[6]

Bernanos affronta il problema da credente, ma – questo è il suo fascino – con quella virilità che sa piantare lo sguardo al cuore della vita e del suo mistero, e per questo si ritiene autorizzato al dialogo con ogni uomo.

Perché dunque Bernanos non parla di felicità ma di gioia? È una sorta di pessimismo cristiano a suggerirgli di proporre prospettive esistenziali meno allegre, più dimesse?

Bernanos, al pari di altri celebri pensatori, vuol dar voce alla realtà, raccomandandone l’ascolto fuori dagli agguati – che sovente l’uomo corteggia – di fantasie e illusioni.

E la realtà non si sogna neppure di promettere alla libertà beatitudini facili, gaudenti, smisurate.

Se il mondo è intossicato di promesse di questo genere – come s’è visto – la loro radice non è la realtà, ma l’inganno della coscienza, o la miopia della cultura, o qualche sindrome del costume, o interessi di parte, capaci di ogni malafede.

La realtà, la vita, il cuore, secondo Bernanos, promettono invece una gioia impegnativa, a coronamento della libertà che vuole e sa realizzare la propria misura.

Gioia e misura: ecco la bipolarità dentro la quale Bernanos ritiene sia possibile condurre un’esistenza veramente umana, libera dalla mediocrità di una sopravvivenza annaspante tra le proprie menzogne.

 

Alle radici della gioia

 

Nonostante l’autorevolezza di Bernanos, alla sua proposta va rivolto un interrogativo: il riferimento alla gioia piuttosto che alla felicità non è un’operazione meramente lessicale, una sostituzione di parole, nella permanenza di un medesimo significato?

Alcune precise affermazioni del romanziere francese consentono forse di rispondere no, in quanto sembrano suggerire una visione della gioia originale ed affascinante, legata ad un principio fondamentale:

«Niente giustifica la tristezza: soltanto il diavolo ha ragioni per essere triste».[7]

La gioia avrebbe dunque destinazione e accessibilità universali, ma non in ragione di una sua superficiale noncuranza rispetto alla vita; al contrario, secondo Bernanos, proprio questa gioia, possibile a tutti, saprebbe nascere – fuori da ogni faciloneria – in un rapporto radicale, onesto e realistico addirittura con la tristezza dell’esistere:

«La gioia viene da una parte troppo profonda dell’anima perché le sue radici non affondino nella tristezza, che è la parte più profonda dell’uomo da quando ha perduto il paradiso».[8]

Ma cos’è allora questa tristezza che, nelle parole di Bernanos, per un verso è prerogativa esclusiva del demonio, ma per un altro è nientemeno che terreno di coltura della gioia in ogni uomo?

Forse proprio qui si tocca il punto capitale di una riflessione sulla meta accessibile alla pienezza della libertà!

Alludendo a questa tristezza, Bernanos nomina l’innominabile: il rimosso più fastidioso ed ingombrante per l’immaginario collettivo contemporaneo è infatti un fondamentale dell’esistere, al quale il costume guarda con angoscia, intento a congegnare stratagemmi che l’occultino, quando andrebbero suscitate energie che lo elaborino.

La tradizione cristiana ha sempre preso di petto questo rimosso contemporaneo – la tristezza cui allude Bernanos – contestualizzandola nella complessa riflessione sul peccato originale, quel rapporto arrogante, ingrato e colpevole della libertà alla sua finitezza, che avrebbe inaugurato la storia diffondendovi la propria malizia.

Ma quest’antica espressione sembra conoscere oggi solo due destini: accendere controversie teologiche riservate agli specialisti, o guadagnare lo scherno di modesti opinionisti, presuntuosamente impegnati a svecchiare il cristianesimo da fantomatici reperti del fideismo oscurantista.

Competerebbe proprio alla riflessione sull’uomo – urgente soprattutto fuori dai confini della dogmatica ecclesiale – interrogarsi sulla tristezza che Bernanos nomina.

Una felicità che con quella tristezza non sapesse misurarsi sarebbe fatua, falsa, pericolosa.

E una tristezza di quelle proporzioni, se blandita, diverrebbe il pungiglione della morte, deputato a regolare i conti con ogni felicità della vita.

Spingendo lo sguardo dentro le profondità dell’uomo, eccola questa tristezza: secondo Bernanos si tratta della nostalgia di un’armonia infranta, di un’integrità pregiudicata.

Si tratta della voce di una ferita che non può essere zittita, neppure dal clamore di eccitazioni sguaiate, abili però a renderne incomprensibile il messaggio.

Paradossalmente, Bernanos ritiene che l’ascolto di questa ferita, il radicarsi in questa tristezza, il frequentarne la scuola, produca una gioia credibile, e universalmente disponibile.

Che questa ferita non sia creata dalle definizioni dogmatiche per qualche strano pessimismo interessato, è l’onestà dell’esperienza a doverlo ammettere.

Sebbene infatti la fede ne sappia illuminare straordinariamente la profondità e vi possa accendere una sorprendente speranza, questa ferita provoca il cuore di ogni uomo, persino a dispetto degli anestetici intenti a blandirla, e risuona nella ferialità dei suoi giorni.

Chi potrebbe negare che feriale è l’esperienza d’un vivere ferito e che ferita è la ferialità umana?

Non sono infatti riservate ai fedeli di qualche chiesa o agli eroi di qualche valore e nemmeno risparmiate ai dervisci della facilità, gli ordinari contenuti e le consuete forme del vivere segnate da questa mancanza d’integrità e d’armonia.

Ferito è il nascere, drammatico e rischioso proprio nella novità della speranza che l’accompagna, e ferito è il lavoro dell’uomo, che non risparmia sfinimento persino quando riempie il cuore; ferita è la complementarità dell’amore, vittima dei suoi stessi ardori, e ferito è persino il riposo, che sembra allontanare d’un soffio la sua promessa proprio mentre la realizza.

Ma la feriale prossimità di questa ferita non ne diluisce il mistero: non è impertinente alludervi, a prescindere dalle tradizioni religiose, nei termini di tristezza.

Ma doveroso è anche rilevarne l’incapacità di inghiottire tutta la bellezza del vivere.

È proprio il sapore di benedizione per la libertà, che – a dispetto di ogni sua imboscata – la vita conserva, a rendere tristemente acuta la percezione di questa ferita.

Se ad inasprirla non fosse il contrasto con la preziosità dei beni che la ospitano, neanche sarebbe lecito parlare di ferita.

Mentre il cuore umano sa che vivere è proprio esporsi al suo spasimo.

Per questo ancora Bernanos è nel vero affermando che «chi cerca la verità nell’uomo deve farsi padrone del suo dolore».[9]

 

Se il segreto fosse l’umiltà?

 

Ma cosa può apprendere la libertà prestando ascolto a questa ferita?

E perché in essa può fiorire la gioia?

È ancora Bernanos a suggerire qualche risposta a questi interrogativi, attraverso un punto fermo di tutta la sua opera:

«Il cuore del mondo batte ancora. La giovinezza è questo cuore. Se non fosse per questo dolce scandalo dell’infanzia, in uno o due secoli l’avarizia e l’inganno avrebbero disseccato la terra. Il povero pianeta, a dispetto dei chimici e degli ingegneri, non sarebbe che un osso sbiancato scaraventato nello spazio».[10]

Se la ferita dell’esistere è testimone – attraverso il linguaggio misterioso della tristezza che invoca la gioia – di una costitutiva vocazione umana all’armonia e all’integrità, nell’infanzia questa vocazione trova invece una sorta di simbolizzazione positiva, di compimento realizzato senza fatica, ricevuto in dono da una libertà capace della fiducia accogliente e incondizionata tipica di un bimbo.

Lo spirito di infanzia reca dunque in se stesso tracce singolarmente visibili di quella condizione che la ferita dell’esistere tristemente, sebbene istruttivamente, avverte come precaria, o perduta, o colpevolmente sciupata.

Ecco perché Bernanos ritiene catastrofici per il mondo due inganni tra loro legati: il rifiuto dello spirito d’infanzia e la consuetudine con il vivere imbecille, incapace di abitare sapientemente la ferita del vivere, distillando la gioia accessibile nella sua tristezza.

E ad annodare il rifiuto dello spirito d’infanzia al rifiuto della lezione della tristezza è l’orgoglio, la seduzione della dismisura, vero cancro della libertà e morte del cuore.

La ferita dell’esistere, se sapientemente ascoltata, rivela che a determinare la perdita dell’armonia con sé, gli altri, il mondo, è sempre una smisuratezza del proprio io, vagheggiata come soluzione all’impegno del vivere, straniante rispetto al presente, cieca rispetto al dono della misura e alla misura come dono.

L’assillo per questa smisuratezza è assente nello spirito d’infanzia, figura dell’umano che reca in sé la traccia storica meno sbiadita dell’integrità della gioia.

L’infanzia è la condizione umana nella quale il rapporto dell’uomo alla sua misura ha la forma dell’accoglienza del dono; quando all’accoglienza subentra il sospetto, la misura è considerata maledizione e la libertà diventa ribelle, invaghita di sé, illusa di poter divenire principio della propria grandezza.

Bernanos insegna come solo alla scuola dello spirito d’infanzia l’uomo possa riconoscere nell’idolatria – di sé e della propria smisuratezza – la più pericolosa tra le patologie del cuore.

«Ci sono due modi di dannarsi, due cammini di perdizione. Il primo è amare il male più del bene, per le soddisfazioni che se ne ricavano. È il più breve. L’altro è preferire se stessi al bene e al male, restare indifferenti a entrambi. È il cammino più lungo, quello da cui non si ritorna».[11]

L’ingombro dell’io può ostruire la via della gioia, paralizzare la libertà, impedirle di formare il cuore secondo quello spirito di piccolezza che, per Bernanos, è la chiave di volta della storia dell’uomo e del mondo.

La dismisura di sé è ciò che ignora lo spirito d’infanzia, tanto nella forma dell’esondazione incontenibile delle voglie, sempre sedotte dall’assente e insoddisfatte dal presente, quanto nella forma della grandiosità della propria immagine, inseguita a dispetto di ogni evidenza e al prezzo di doppiezze e soprusi.

La sorpresa grata per la misura di sé e la misura del mondo permettono di abitare l’esistenza nella ferialità della sua ferita, raccogliendo, fuori da fughe e risentimenti, la grazia del presente, senza per questo spegnere la speranza nel futuro.

Lo spirito d’infanzia è infatti la forma di libertà che riconcilia obbedienza e iniziativa, gratitudine per il presente e speranza per il futuro, adesione alla misura del mondo e alla misura di sé.

Il nome meno poetico – e forse per questo anche meno insidiato dalla retorica – dello spirito d’infanzia è umiltà; un nome che custodisce la memoria della sua radice humus, terra.

È fuori moda questa misura e questo nome della gioia, ma quando la libertà, meno irretita da falsi miraggi, ne provasse il gusto, forse, riconoscendone l’impagabile pregio, ne percorrerebbe, modestamente e semplicemente, la via.

«Non ci si contorce per diventare umili, come un grosso gatto per entrare nella trappola per topi. La vera umiltà è innanzitutto una dignità, un equilibrio».[12]

 

Dunque?

 

Una libertà fedele al compito della propria educazione cosa può attendersi a sanzione del suo impegno?

Forse il culto della facilità deve la moltiplicazione dei suoi devoti ad un sottile pessimismo che sembra sovente ammonire il cuore umano circa l’impossibilità della felicità.

La vita di chi capitola a questo pessimismo conosce due sole opportunità: compiacersi del proprio disperato eroismo oppure godere della propria meschinità, chiamandola felice.

La fortuna di questa praticatissima alternativa è pari soltanto alla sua menzogna.

Altro infatti è l’orizzonte di un’esistenza riuscita.

È l’orizzonte di un’autentica educazione alla gioia, alla gioia vera, che non può non germogliare sul suolo ferito del mondo, l’unico che all’uomo sia dato di calcare.

Di pochi è il coraggio di ascoltare la verità di questa ferita, che parla di un’integrità perduta, dell’uomo e del mondo, di un loro convenire fattosi precario, quando non ridotto a reciproca minaccia.

Lo spirito d’infanzia, il cui nome proprio è umiltà, nelle sue evenienze mondane sa fare timidamente memoria della verità di quella condizione perduta, e così illumina la regola per un suo ritrovamento: la grata adesione alla semplicità della propria misura genera la libertà alla gioia.

 

 

NOTE

 

[1] F. Moro, Libero, da Domani, CD, 2008.

[2] George Bernanos (Parigi 1888-1948), letterato e romanziere francese, ha consegnato ai suoi scritti una profonda riflessione sulla verità cristiana dell’uomo, della sua fallibilità e della sua libertà. Non sarebbe eccessivo considerare la sua opera, riflesso di una vita coerente ed appassionata, un’apologia dell’esistenza credente, come crescente armonizzazione, resa possibile dallo Spirito di Dio, di eroismo del volere e spirito d’infanzia, nel sereno abbandono all’efficacia storica della Grazia di Dio.

[3] G. Bernanos, Le crépuscole des vieux, citato in Id., Pensieri, parole e profezie (La parola e le parole), Paoline Editoriale Libri, Milano 1996, 105.

[4] G. Bernanos, Français, si vous saviez, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 45.

[5] C. Risè, Felicità è donarsi, contro la cultura del narcisismo e per la scoperta dell’altro, Sperling Paperback, Milano 2004, 23.

[6] G. Bernanos, Les grands cimitières sous la lune, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 117.

[7] G. Bernanos, Correspondance, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 117.

[8] G. Bernanos, Correspondance, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 118.

[9] G. Bernanos, La joie, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 115.

[10] G. Bernanos, Jeanne, relapse et sainte, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 49.

[11] G. Bernanos, Le chemin de la croix-des-âmes, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 21.

 

[12] G. Bernanos, Dialogues des Carmélites, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 122.


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La nuova famiglia di Gesù

 

 

10 giugno 2018

 

X domenica del tempo Ordinario

Mc  3,20-35

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo 20 Gesù entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. 21Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé».

22Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni». 23Ma egli li chiamò e con parabole diceva loro: «Come può Satana scacciare Satana? 24Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; 25se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. 26Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. 27Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa. 28In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; 29ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna». 30Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito impuro».

31Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. 32Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano». 33Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». 34Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! 35Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».

 

Riprendiamo la lettura quasi cursiva del vangelo secondo Marco in questo tempo per annum e cerchiamo di essere molto attenti alla specificità del messaggio di questo vangelo.

Gesù è ormai riconosciuto come maestro affidabile, da alcuni come un profeta che continua la missione di Giovanni il Battista. Ma Gesù non abita nel deserto, non vive in solitudine e attorno a sé ha radunato una comunità di discepoli e discepole, tra i quali ne emergono dodici per la vita vissuta insieme a lui e per la partecipazione all’annuncio della venuta del regno di Dio. La parola autorevole di Gesù e la sua attività di cura e guarigione dei malati attivano molta gente, che vuole ascoltarlo e vederlo. Questo successo della sua predicazione talvolta impedisce di fatto a lui e alla sua comunità anche solo di saziarsi con un po’ di pane: non c’è tempo…

 

Quando Gesù è in casa a Cafarnao, la gente, sapendo dove si trova, viene a cercarlo e così questa fama desta preoccupazione nella famiglia di provenienza di Gesù e anche nella sua comunità religiosa. Marco osa ancora attestare questa diffidenza ostile a Gesù da parte dei “suoi”, i familiari che, venuti dal loro villaggio, cercano di mettere le mani su di lui, di prenderlo e portarlo via, giudicandolo “fuori di sé”, esaltato, impazzito. Gesù aveva operato scelte di vita che ai suoi familiari potevano sembrare stoltezza e follia. Aveva infatti abbandonato la famiglia, si era dato a una vita itinerante, viveva la condizione del celibe, del non coniugato, infamante per la cultura del tempo, e con il suo successo si era inimicato le stesse autorità religiose.

 

Giudicato “eversivo”, andava dunque fermato. Ma non era stato questo il destino dei profeti? Con il suo modo di vivere e di parlare, infatti, il profeta disturba, perciò si preferisce farlo tacere, giudicandolo pazzo, delirante, fino a pensare di eliminarlo fisicamente (cf. Os 9,7). Ma all’ostilità dei familiari si aggiunge quella delle legittime autorità giudaiche. Gli scribi, discesi da Gerusalemme in Galilea, sono preoccupati dell’ascolto di Gesù da parte delle folle. Se per i suoi familiari Gesù è pazzo, gli esperti delle sante Scritture lo ritengono posseduto da Beelzebul, il capo dei demoni, che – costoro affermano – opera in lui fino a scacciare dalle persone i demoni inferiori. Si faccia attenzione: costoro non negano che Gesù compia un’opera di liberazione, di guarigione delle persone che egli incontra e cura. Pensano che Gesù scacci i demoni che tengono in schiavitù uomini e donne, ma lo faccia da indemoniato: in lui agisce il capo dei demoni, Beelzebul (alla lettera: il signore dello sterco)! Questa l’insinuazione e il giudizio di quelli che contano, delle autorità della comunità religiosa cui Gesù appartiene.

 

Gesù però li chiama a sé, li smaschera e si rivolge a loro con linguaggio parabolico, mediante una domanda seguita da alcune affermazioni: “Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito”. Il concetto espresso da Gesù è chiaro: se fosse vero ciò che dicono gli scribi, se Satana, attraverso le sue azioni, insorgesse contro se stesso, ciò significherebbe che il suo potere sta andando in rovina, che non è più vincitore ma vinto. Per questo Gesù aggiunge, in modo decisamente convincente e non contestabile: “Nessuno può penetrare nella casa di un uomo forte e saccheggiarla, se prima non lo ha reso inoffensivo legandolo. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa”. Dunque Gesù può scacciare Satana perché lo ha legato, perché ha reso impotente colui che è forte, fin dalla sua immersione nel Giordano (cf. Mc 1,9-11) e dalla sua lotta contro Satana nel deserto (cf. Mc 1,12-13). Gesù d’altronde era stato annunciato da Giovanni il Battista come “il più forte” (Mc 1,7), colui che, munito della forza di Dio, ha “autorità” (exousía: Mc 1,22) e può comandare ai demoni che gli obbediscono (cf. Mc 1,27).

 

Ma la risposta di Gesù diventa anche un avvertimento grave e minaccioso, introdotto da un solenne “Amen”: “Amen, in verità vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie, per quante ne abbiano dette; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito santo non avrà mai perdono, sarà colpevole di una colpa definitiva”. Parole dure, che devono però essere accolte senza indulgere a fantasie o immaginazioni circa questo peccato contro lo Spirito santo. In realtà è un peccato banale, come è banale il male; è un peccato che non richiede particolare malvagità ma è semplicemente consumato da chi vede e discerne il bene che viene fatto eppure, piuttosto che riconoscere questa verità, preferisce chiamarlo male, attribuendolo a Satana. È il peccato che procede dall’invidia, dal non sopportare che un altro abbia fatto o faccia il bene, perché si vorrebbe solo se stessi come soggetti del bene; e non volendo riconoscere in un altro quel bene che viene da Dio, si preferisce attribuirlo al demonio. Quegli scribi vedevano il bene operato da Gesù ma, piuttosto che riconoscerlo come opera ispiratagli da Dio, sceglievano deliberatamente di imputarlo a Satana. Non riconoscere l’opera di Dio, non riconoscere l’azione dello Spirito santo, fino a stravolgere lo sguardo e il giudizio, attribuendo il bene operato a Satana, è davvero il peccato imperdonabile, dice Gesù! E questo – lo si ricordi – è un peccato spesso consumato dalle persone religiose, ancora oggi nella chiesa!

 

A complemento del giudizio negativo su Gesù da parte dei suoi e degli scribi, Marco racconta anche che la madre e i fratelli di Gesù giungono presso la casa dove egli dimora e, stando fuori, mandano a chiamarlo. Si tratta dei suoi familiari, di quanti erano usciti per portarlo via giudicandolo pazzo, oppure Marco si riferisce a un altro episodio in cui è soprattutto messa in rilievo la madre di Gesù? In ogni caso, l’evangelista sembra sottolineare che proprio i familiari che avevano dichiarato Gesù fuori di sé (exéste) in realtà restano fuori (éxo), fuori dallo spazio di Gesù. Egli viene avvertito: “Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano”. Vogliono incontrarlo ma restano fuori dal suo spazio. Gesù, da parte sua, non si muove verso di loro, resta al suo posto, tra i suoi discepoli, in mezzo alla comunità riunita in cerchio attorno a lui, e volgendo lo sguardo su questo gruppo dice con forza: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”.

 

In tal modo egli dichiara di conoscere e vivere i legami di una nuova famiglia, la comunità dei discepoli, legami che non nascono dalla carne o dal sangue, cioè dalla storia familiare, ma dal fare la volontà di Dio. La prossimità a Gesù non è decisa dal vincolo parentale ma si basa sull’ascolto della parola di Dio, sul realizzare la sua volontà, sul vivere la fraternità nel vincolo dell’amore quale figli e figlie di un unico Padre: Dio. Dopo questa dichiarazione di Gesù dobbiamo dunque chiederci: chi è veramente fuori e chi è dentro lo spazio di relazione e comunione con lui?

 

Certo, questa pagina evangelica appare dura e noi ci chiediamo anche come la madre di Gesù, Maria, abbia vissuto questo incontro mancato. Possiamo rispondere che lo abbia vissuto nella fede perché queste parole di Gesù, apparentemente dure, in realtà attestano la sua grandezza: Maria ha compiuto pienamente la volontà di Dio, per questo è stata per Gesù madre, degna di essere madre nella sua carne.

 

La lettura di questo brano avverte in ogni caso i discepoli e le discepole di Gesù in ogni tempo: anche loro conosceranno diffidenza e inimicizia da parte della famiglia di provenienza, conosceranno l’opposizione da parte delle autorità religiose, dovranno sempre interrogarsi sulla loro prossimità a Gesù, sperimentabile solo nel compiere la volontà di Dio, nel realizzare la sua parola e nell’accogliere l’aiuto preveniente e gratuito della sua misericordia.