Rifletti con noi!

 

Con la lampada accesa

 

E noi oggi di che cosa parliamo se non di Avvento, di attesa? Voi promettete fede al Signore e con i vostri sospiri, con i vostri sentimenti, con le vostre attese, ricevete le tenerezze misteriose che vi riserva: vigilanti, così come si vive il periodo del fidanzamento, con il tripudio interiore.

 

Un giorno le nozze dell'Agnello le celebreremo tutti quanti. Saremo tutti invitati, tutti protagonisti. Verrà questo giorno!

 

Nei tempi gelidi che stiamo vivendo, nell'appannamento dei nostri entusiasmi e nella tristezza dei nostri peccati, non possiamo sentirci mancare il coraggio, al punto da non annunciarvi queste cose con forza, per quanto possano sembrare lontane, utopiche. No, non sono utopie, sono invece i luoghi dove noi realizzeremo veramente la nostra felicità, il nostro bene. Questo vi annunciamo oggi!

 

 

A voi che oggi non fuggite per la tangente dell'irreale, ma fate una scelta di concretezza, vorrei dire: «Amate il mondo e siate disponibili a dare l'olio alle lampade del mondo, perché anche il mondo possa attendere e possa vivere l'attesa».


Vegliare per entrare

 

nel mistero

 

Domenica I di Avvento B

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

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Vegliare per entrare nel mistero [1]

 

“Entrare nel mistero” significa capacità di stupore, di contemplazione; capacità di ascoltare il silenzio e sentire il sussurro di un filo di silenzio sonoro in cui Dio ci parla (cfr 1 Re 19,12).

Entrare nel mistero ci chiede di non avere paura della realtà: non chiudersi in sé stessi, non fuggire davanti a ciò che non comprendiamo, non chiudere gli occhi davanti ai problemi, non negarli, non eliminare gli interrogativi…

Entrare nel mistero significa andare oltre le proprie comode sicurezze, oltre la pigrizia e l’indifferenza che ci frenano, e mettersi alla ricerca della verità, della bellezza e dell’amore, cercare un senso non scontato, una risposta non banale alle domande che mettono in crisi la nostra fede, la nostra fedeltà e la nostra ragione.

Per entrare nel mistero ci vuole umiltà, l’umiltà di abbassarsi, di scendere dal piedistallo del nostro io tanto orgoglioso, della nostra presunzione; l’umiltà di ridimensionarsi, riconoscendo quello che effettivamente siamo: delle creature, con pregi e difetti, dei peccatori bisognosi di perdono. Per entrare nel mistero ci vuole questo abbassamento che è impotenza, svuotamento delle proprie idolatrie… adorazione. Senza adorare non si può entrare nel mistero.

 

Vigilare vuol dire custodire con tenerezza [2]

 

La vocazione di custodire riguarda tutti e tutto

La vocazione del custodire, non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. È l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, poi come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. È il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene. In fondo, tutto è affidato alla custodia dell’uomo, ed è una responsabilità che ci riguarda tutti. Siate custodi dei doni di Dio!

E quando l’uomo viene meno a questa responsabilità di custodire, quando non ci prendiamo cura del creato e dei fratelli, allora trova spazio la distruzione e il cuore inaridisce. In ogni epoca della storia, purtroppo, ci sono degli “Erode” che tramano disegni di morte, distruggono e deturpano il volto dell’uomo e della donna.

Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo “custodi” della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo!

 

Vigilare su noi stessi

Ma per “custodire” dobbiamo anche avere cura di noi stessi! Ricordiamo che l’odio, l’invidia, la superbia sporcano la vita! Custodire vuol dire allora vigilare sui nostri sentimenti, sul nostro cuore, perché è proprio da lì che escono le intenzioni buone e cattive: quelle che costruiscono e quelle che distruggono! Non dobbiamo avere paura della bontà, anzi neanche della tenerezza!

 

Vigilare con tenerezza

E qui aggiungo, allora, un’ulteriore annotazione: il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza. Nei Vangeli, san Giuseppe appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, capacità di amore. Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!

 

Il Signore nascose la sua venuta

perché fossimo vigilanti [3]

 

1. La sua venuta si può verificare ai nostri giorni. Il diacono sant’Efrem, nel suo Commento sul Diatessaron (XVIII, 15.17), ci dice: «Egli nascose il tempo della sua venuta perché fossimo vigilanti e ognuno di noi ritenesse che il fatto può accadere ai nostri stessi giorni. [...] Mise in risalto quei segni perché fin dall’inizio tutti i popoli e tutti i tempi avessero motivo di pensare che la sua venuta si sarebbe potuta verificare ai loro giorni. Vegliate, perché, quando il corpo s’addormenta, ha in noi il sopravvento la natura, e la nostra azione non si svolge secondo la nostra volontà, ma si compie secondo un impulso inconscio. E quando il torpore, cioè la viltà e la trepidazione, domina l’anima, prende dominio su di lei il nemico e fa per suo mezzo ciò che essa non vuole. Sulla natura domina una forza bruta e sull’anima domina il nemico. Pertanto la vigilanza di cui parlò il Signore nostro è prescritta per ambedue: per il corpo, perché non si abbandoni a pesante sonno; per l’anima, perché non cada nel torpore della pusillanimità».

2. Il Signore annunciò che sarebbe venuto come un ladro. Vegliate dunque, comportatevi con rettitudine. Possono aiutare Mt 24, 42 e Mt 25, lss. Le vergini potevano dormire, ma dovevano essere pronte al minimo segno. Marco (13, 33-37) ci avvisa di fare attenzione alla porta.

3. Si tratta di una «vigilanza attiva». Ci si chiede di fare determinate cose e non altre. Da questa vigilanza attiva scaturisce la fedeltà. L’infedele s’impadronisce di ciò che gli viene affidato, sia per farne un uso personale (Mt 21, 33-46), sia per cattiva amministrazione o pigrizia (Mt 25,14-30). Il servo fedele e quello infedele (Mt 24,45).

4. La mancanza di vigilanza e l’infedeltà vanno di pari passo. Traggono nutrimento l’una dall’altra, reciprocamente. Non si è capaci di accettare l’invito del Signore quando il nostro cuore è succube del proprio giudizio, del proprio spazio interiore, dei propri interessi. Gli invitati alle nozze rifiutano di partecipare per seguire i propri affari. Esiste anche l’infedele che tiene un comportamento ambiguo: va alla festa ma non indossa l’abito adatto, ovvero si dimostra indegno di prendere parte al banchetto (Mt 22,1-4).

5. Esiste però una vigilanza che va oltre la semplice attenzione: è la «vigilanza in attesa». Bisogna rileggere le Scritture per vedere gli uomini giusti, le donne pie e il popolo fedele di Dio che vivono questa speranza in attesa: Giovanni Battista, che manda a chiedere a Gesù se è «colui che deve venire» (Mt 11,3), o Giuseppe di Arimatea, che «aspettava» (Mc 15, 43) o Simeone (Lc 2,25) o ancora il popolo fedele al quale parlava Anna (Lc 2, 38) e che «era in attesa» (Lc3,15). Dobbiamo chiederci se la nostra vigilanza includa questa parte di speranza in attesa, «secondo la mia ardente attesa e la speranza che in nulla rimarrò deluso» (Fil 1, 20), o se «l’ardente aspettativa della creazione [...] è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8, 19), e se «aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo» (Rm 8, 23) «attendiamo con perseveranza» (Rm 8,25). Questa attesa ha la virtù di accelerare la venuta del regno di Dio, e perciò san Pietro, «mentre aspettate e affrettate la venuta del giorno di Dio», ci consiglia: «nell’attesa di questi eventi, fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia» (2Pt 3, 12-14).

6. Le Scritture ci presentano Dio stesso che aspetta con gioia la nostra redenzione (2Pt 3, 8-9). Bramare la manifestazione di Dio significa soddisfare il suo desiderio paterno. Implica una capacità di veglia trepidante e paziente, attenta e fedele, che trova il suo strumento nella preghiera e nell’esame di coscienza quotidiano. Vuol dire attendere la sua manifestazione (Gc5,7-9). E il desiderio della sua venuta (2Tm 4, 8); è l’attesa del grande Dio e salvatore Gesù Cristo (Tit 2,13). Aspetta¬re Cristo, la manifestazione di Cristo, e nient’altro.

7. Vigilare nella preghiera. Perciò la comunità prega Dio, affinché si riveli (Nm 6, 25; 1Cor 16, 22; Ap 22, 20). Pregare affinché si manifesti colui che si manifestò una volta e per sempre nella gloria. Questa richiesta riporta la speranza.

 

Gli atteggiamenti in vista dell’incontro finale con Gesù [4]

 

Una vita ricca di buone opere

Nel Vangelo (cf. Lc 12,32-48), Gesù parla ai suoi discepoli dell’atteggiamento da assumere in vista dell’incontro finale con Lui, e spiega come l’attesa di questo incontro deve spingere ad una vita ricca di opere buone. Tra l’altro dice: «Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma» (v. 33). È un invito a dare valore all’elemosina come opera di misericordia, a non riporre la fiducia nei beni effimeri, a usare le cose senza attaccamento ed egoismo, ma secondo la logica di Dio, la logica dell’attenzione agli altri, la logica dell’amore. Noi possiamo, essere tanto attaccati al denaro, avere tante cose, ma alla fine non possiamo portarle con noi. Ricordatevi che “il sudario non ha tasche”.

 

La vigilanza, impegnati al servizio

L’insegnamento di Gesù prosegue con tre brevi parabole sul tema della vigilanza. Questo è importante: la vigilanza, essere attenti, essere vigilanti nella vita. La prima è la parabola dei servi che aspettano nella notte il ritorno del padrone. «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli» (v. 37): è la beatitudine dell’attendere con fede il Signore, del tenersi pronti, in atteggiamento di servizio. Egli si fa presente ogni giorno, bussa alla porta del nostro cuore. E sarà beato chi gli aprirà, perché avrà una grande ricompensa: infatti il Signore stesso si farà servo dei suoi servi - è una bella ricompensa - nel grande banchetto del suo Regno passerà Lui stesso a servirli. Con questa parabola, ambientata di notte, Gesù prospetta la vita come una veglia di attesa operosa, che prelude al giorno luminoso dell’eternità. Per potervi accedere bisogna essere pronti, svegli e impegnati al servizio degli altri, nella consolante prospettiva che, “di là”, non saremo più noi a servire Dio, ma Lui stesso ci accoglierà alla sua mensa. A pensarci bene, questo accade già ogni volta che incontriamo il Signore nella preghiera, oppure nel servire i poveri, e soprattutto nell’Eucaristia, dove Egli prepara un banchetto per nutrirci della sua Parola e del suo Corpo.

 

L’imprevedibiltà della venuta

La seconda parabola ha come immagine la venuta imprevedibile del ladro. Questo fatto esige una vigilanza; infatti Gesù esorta: «Tenetevi pronti, perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo» (v. 40). Il discepolo è colui che attende il Signore e il suo Regno. Il Vangelo chiarisce questa prospettiva con la terza parabola: l’amministratore di una casa dopo la partenza del padrone. Nel primo quadro, l’amministratore esegue fedelmente i suoi compiti e riceve la ricompensa. Nel secondo quadro, l’amministratore abusa della sua autorità e percuote i servi, per cui, al ritorno improvviso del padrone, verrà punito. Questa scena descrive una situazione frequente anche ai nostri giorni: tante ingiustizie, violenze e cattiverie quotidiane nascono dall’idea di comportarci come padroni della vita degli altri. Abbiamo un solo padrone a cui non piace farsi chiamarsi “padrone” ma “Padre”. Noi tutti siamo servi, peccatori e figli: Lui è l’unico Padre.

 

L’attesa non dispensa dal servizio

Gesù oggi ci ricorda che l’attesa della beatitudine eterna non ci dispensa dall’impegno di rendere più giusto e più abitabile il mondo. Anzi, proprio questa nostra speranza di possedere il Regno nell’eternità ci spinge a operare per migliorare le condizioni della vita terrena, specialmente dei fratelli più deboli.

 

Come Maria

La Vergine Maria ci aiuti ad essere persone e comunità non appiattite sul presente, o, peggio, nostalgiche del passato, ma protese verso il futuro di Dio, verso l’incontro con Lui, nostra vita e nostra speranza.

 

NOTE

 

[1] Omelia, Veglia pasquale 4 aprile 2015.

[2] Omelia per l’inizio del ministero petrino, 13 marzo 2013.

[3] Aspettando l’Epifania, in J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 104-107; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV, Città del Vaticano 2014, 54-57.

 

[4] Angelus, 7 agosto 2016.


NOVENA ALL'IMMACOLATA CONCEZIONE

 

I° GIORNO: INVOCAZIONE D'AIUTO A MARIA

 

O Vergine Immacolata, primo e soave frutto di salvezza, noi ti ammiriamo e con Te celebriamo le grandezze del Signore che ha fatto in Te mirabili prodigi. Guardando Te, noi possiamo capire ed apprezzare l'opera sublime della Redenzio-ne e possiamo vedere nel loro risultato esemplare le ricchezze infinite che Cristo, con il suo Sangue, ci ha donato. Aiutaci, o Maria, ad essere, come Te, salvato-ri insieme con Gesù di tutti i nostri fratelli. Aiutaci a portare agli altri il dono ricevuto, ad essere "segni" di Cristo sulle strade di questo nostro mondo assetato di verità e di gloria, bisognoso di redenzione e di salvezza. Amen. 3 Ave Maria

 

 

 

  2° GIORNO: TI SALUTO, O MARIA

 

Ti saluto, o Maria, tutta pura, tutta irre-prensibile e degna di lode. Tu sei la corredentrice, la rugiada del mio arido cuore, la serena luce della mia mente confusa, la riparatrice di tutti i miei mali. Compatisci, o purissima, l'infermità dell'a-nima mia. Tu puoi ogni cosa perché sei la Madre di Dio; a Te nulla si nega, perché sei la Regina. Non disprezzare la mia preghiera e il mio pianto, non deludere la mia attesa. Piega il Figlio tuo in mio favore e, finché durerà questa vita, difendimi, proteggimi, custodiscimi. 3 Ave Maria

 

 

 

 

 

  3° GIORNO: OTTIENIMI UN CUORE FEDELE

 

 anta Maria, Madre di Dio, conservami un cuore di fanciullo, puro e limpido come acqua di sorgente. Ottienimi un cuore semplice che non si ripieghi ad assaporare le proprie tristezze: un cuore magnanimo nel donarsi, facile alla compassione; un cuore fedele e generoso, che non dimentichi alcun bene e non serbi rancore di alcun male. Formami un cuore dolce e umile che ami senza esigere di essere riamato; un cuore grande e indomabile così che nessuna ingratitudine lo possa chiudere e nessuna indifferenza lo possa stancare; un cuore tormentato dalla gloria di Gesù Cristo, ferito dal suo grande amore con una piaga che non rimargini se non in Cielo. 3 Ave Maria

 

 

 

 

 

4° GIORNO: AIUTACI, O MADRE

 

Regina nostra, inclita Madre di Dio, ti preghiamo: fa' che i nostri cuori siano ricolmi di grazia e risplendano di sapienza. Rendili forti con la tua forza e ricchi di virtù. Su noi effondi il dono della misericordia, perché otteniamo il perdono dei nostri peccati. Aiutaci a vivere così da meritare la gloria e la beatitudine del Cielo. Questo ci conceda Gesù Cristo, tuo Figlio, che ti ha esaltata al di sopra degli Angeli, ti ha incoronata Regina, e ti ha fatto assidere in eterno sul fulgido trono. A Lui onore e gloria nei secoli. Amen. 3 Ave Maria

 

 

 

 

5° GIORNO: SALVACI, O MARIA!

 

O Vergine, bella come la luna, delizia del Cielo, nel cui volto guardano i beati e si specchiano gli Angeli, fa' che noi, tuoi figli, ti assomigliamo, e che le nostre anime ricevano un raggio della tua bellez-za che non tramonta con gli anni, ma che rifulge nell'eternità. O Maria, Sole del Cielo, risveglia la vita dovunque è la morte e rischiara gli spiriti dove sono le tenebre. Rispecchiandoti nel volto dei tuoi figli, concedi a noi un rifles-so del tuo lume e del tuo fervore. Salvaci, o Maria, bella come la luna, fulgi-da come il sole, forte come un esercito schierato, sorretto non dall'odio, ma dalla fiamma dell'amore. Amen. 3 Ave Maria

 

 

 

 

6° GIORNO: TU, O MARIA

 

Ave Maria! Piena di grazia, più Santa dei Santi, più elevata dei cieli, più glo-riosa degli Angeli, più venerabile di ogni creatura. Ave, celeste Paradiso! Tutto fra-granza, giglio che olezza soave, rosa profu-mata che si schiude a salute dei mortali. Ave, tempio immacolato di Dio costruito santamente, adorno di divina magnificen-za, aperto a tutti, oasi di mistiche delizie. Ave purissima! Vergine Madre! Degna di lode e di venerazione, fonte d'ac-que zampillanti, tesoro d'innocenza, splendore di santità. Tu, o Maria, guidaci al porto della pace e della salvezza, a gloria di Cristo che vive in eterno con il Padre e con lo Spirito Santo. Amen. 3 Ave Maria

 

 

 

 

7° GIORNO: RICORDATI DEI TUOI FIGLI

 

Vergine Maria, Madre della Chiesa, a Te raccomandiamo la Chiesa tutta. Tu che sei chiamata "aiuto dei Pastori", proteggi e assisti i vescovi nella loro missio-ne apostolica, e quanti, sacerdoti, religiosi, laici, li aiutano nella loro ardua fatica. Ricordati di tutti i tuoi figli; avvalora pres-so Dio le loro preghiere; conserva salda la loro fede; fortifica la loro speranza; aumenta la carità. Ricordati di coloro che versano nelle tribo-lazioni, nelle necessità, nei pericoli; ricordati di coloro soprattutto che soffrono perse-cuzioni e si trovano in carcere per la fede. A costoro, o Vergine, concedi la forza e affretta il sospirato giorno della giusta libertà. 3 Ave Maria

 

 

 

 

8° GIORNO: O PADRE MISERICORDIOSO

 

Padre di misericordia, datore di ogni bene, noi ti ringraziamo perché dalla nostra stirpe umana hai eletto la beata Ver-gine Maria ad essere Madre del Figlio tuo fatto uomo. Ti ringraziamo perché l'hai preservata da ogni peccato, l'hai riempita di ogni dono di grazia, l'hai congiunta all'opera di redenzione del tuo Figlio e l'hai assunta in anima e corpo al Cielo. Ti preghiamo, per sua intercessione, di poter realizzare la nostra vocazione cristia-na, di crescere ogni giorno nel tuo amore e di venire con Lei a godere per sempre nel tuo regno beato. Amen. 3 Ave Maria

 

 

 

 

9° GIORNO: CHINATI SU DI NOI

 

Ascolta, o prediletta da Dio, l'ardente grido che ogni cuore fedele innalza verso di Te. Chinati sulle nostre piaghe dolo-ranti. Muta le menti dei malvagi, asciuga le lacrime degli afflitti e degli oppressi, custo-disci il fiore della purezza nei giovani, pro-teggi la Chiesa santa, fa' che gli uomini tutti sentano il fascino della cristiana bontà... Accogli, o Madre dolcissima, le nostre umili suppliche e ottienici soprattutto che possiamo un giorno ripetere dinanzi al tuo trono l'inno che si leva oggi sulla terra intorno ai tuoi altari: tutta bella sei, o Maria! Tu gloria, Tu letizia, Tu onore del nostro popolo. Amen. 3 Ave Maria.

 

 

 

 

 

 

 

Un po' di storia...

 

 

La riflessione teologica sull'Immacolata Concezio-ne di Maria è stata molto lenta. Una festa della Natività di Maria era celebrata in Oriente verso la fine del VI secolo. Nel secolo seguente, poi, sorse una festa della Concezione di Maria. In Occidente, invece, questa festa della Concezione di Maria appare solo in Italia Meridiona-le, a Napoli, nel IX secolo e in-torno al 1060 veniva celebrata anche in Inghilterra, introdotta molto probabilmente da un mo-naco orientale. Dopo la conqui-sta dell'isola da parte dei Nor-manni, la festa riacquistò vigore e passò in Europa come festa del-l'Immacolata Concezione. Non tutti i teologi del tempo erano favorevoli. Perfino il gran-de San Bernardo di Chiaravalle (1091-1153), il cantore di Maria, colui che si sentì rispondere ad un suo saluto rivolto alla statua della Vergine: "Ave, Bernarde" (Ciao, Bernardo), protestò in una lette-ra contro i Canonici di Lione per aver introdotto questa festa. In questo stesso periodo, però, un discepolo di Sant'Anselmo di Aosta (1033-1109), Eadmero, so-stenne la possibilità dell'Imma-colata Concezione. L'argomento era molto semplice: Dio lo poteva fare. Se perciò lo voleva fare, lo fece. Di qui ebbe origine il fa-moso assioma: "Potuit, decuit, ergo fecit" (Dio poteva; era con-veniente, perciò lo fece). L'in-tuizione era buona, ma poteva portare a delle esagerazioni. U-na volta che i teologi avevano deciso che una cosa era conve-niente, concludevano che Dio l'a-veva fatta. Ed esagerazioni del genere non mancarono. Seguirono alcuni secoli di di-battito teologico al riguardo. Poi, nel 1477, Sisto IV dà il suo be-neplacido ad una Messa della Concezione; nel 1695, Innocen-zo XII approva una Messa con ufficio e ottava per la Chiesa in-tera, ed infine, nel 1708, con Cle-mente IX la festa divenne di pre-cetto. Un altro appoggio alla cele-brazione dell'Immacolata Con-cezione venne nel 1830 con le apparizioni della Vergine a Ca-terina Labouré, che promosse la diffusione della Medaglia Mira-colosa con l'invocazione: "O Ma-ria, concepita senza peccato, pre-gate per noi che ricorriamo a voi". Finalmente nel 1854, Pio IX definì come dogma di fede la Concezione Immacolata di Ma-ria e quattro anni dopo la Ma-donna stessa, a suggello di quan-to la Chiesa aveva proclamato, si autodefinì a Lourdes: "Io so-no l'Immacolata Concezione". Con la riforma liturgica del Va-ticano Il questa celebrazione ha assunto il grado di solennità.



 

Riconoscere Gesù

 

nella carne

 

per contemplarlo

 

nella gloria

 

Solennità di nostro Signore Gesù Cristo

 

Re dell’universo

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

 

25,31.34-36.41-43 Contemplare Gesù [1]

 

Contemplare Gesù giudice…

Fermiamoci a contemplare la scena. Torniamo al Gesù che qui [Cattedrale di Firenze] è rappresentato come Giudice universale. Che cosa accadrà quando “il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria” (Mt 25,31)? Che cosa ci dice Gesù?

Possiamo immaginare questo Gesù che sta sopra le nostre teste dire a ciascuno di noi e alla Chiesa italiana alcune parole. Potrebbe dire: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,34-36).

Ma potrebbe anche dire: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato” (Mt 25,41-43).

 

… e nei suoi gesti

Le beatitudini e le parole che abbiamo appena lette sul giudizio universale ci aiutano a vivere la vita cristiana a livello di santità. Sono poche parole, semplici, ma pratiche. Due pilastri: le beatitudini e le parole del giudizio finale. Che il Signore ci dia la grazia di capire questo suo messaggio! E guardiamo ancora una volta ai tratti del volto di Gesù e ai suoi gesti. Vediamo Gesù che mangia e beve con i peccatori (Mc 2,16; Mt 11,19); contempliamolo mentre conversa con la samaritana (Gv 4,7-26); spiamolo mentre incontra di notte Nicodemo (Gv 3,1-21); gustiamo con affetto la scena di Lui che si fa ungere i piedi da una prostituta (cf Lc 7,36-50); sentiamo la sua saliva sulla punta della nostra lingua che così si scioglie (Mc 7,33). Ammiriamo la “simpatia di tutto il popolo” che circonda i suoi discepoli, cioè noi, e sperimentiamo la loro “letizia e semplicità di cuore” (At 2,46-47).

 

25,31.40 Verrà nella sua carne gloriosa [2]

 

Cristo verrà nella sua carne …

“Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria” (Mt 25,31). Perché verrà, e noi siamo in sua attesa. “Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò” (Lc 19,15). Sono tante le parabole in cui Gesù fa riferimento al “ritorno”. “Verrà nella sua gloria”, ma tale gloria non rinnegherà la realtà precedente, la realtà di Gesù vivo, “venuto nella carne” (2Gv 7). Il Signore non è solo spirito: “Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho” (Lc 24, 39). E Nostro Signore risorto ritornerà, alla fine dei tempi, anche sotto forma di carne. Sarà così più vicino a noi, e tutta la carne vedrà la gloria di Dio (Is 60) e sarà carne gloriosa. Quel Verbo che si fece carne (Gv 1, 14) non ci giudicherà secondo i criteri di un’etica astratta o puramente “spirituale”, ma in base a quel modello di vita che Egli stesso ha vissuto e che Egli stesso ha tracciato per noi. Saremo giudicati sulla scorta di quanto avremo saputo avvicinarci a “tutti gli uomini” riconoscendo in quella stessa carne il Verbo di Dio.

 

… per salvare la carne peccatrice

Il Verbo fatto uomo rimette i peccati del mondo attraverso la sua passione; si carica di ogni sofferenza, di ogni colpa. Gesù si avvicina alla carne peccatrice e per salvarla offre la sua stessa carne (Col 2, 14). Gesù non “passò oltre” (Lc 10,31ss), Egli è il buon samaritano. Noi saremo giudicati secondo quanto ci saremo accostati alla carne sofferente, secondo quanto avremo saputo vedere nell’altro il nostro “prossimo”.

Molte persone hanno disdegnato di avvicinarsi alla carne dei loro fratelli: sono passate oltre come il levita e il sacerdote della parabola (Lc 10,31). Altre si sono avvicinate, ma in modo sbagliato: hanno razionalizzato il dolore rifugiandosi in luoghi comuni (“la vita è fatta così”), o hanno posato il loro sguardo solo su alcuni, in maniera selettiva, oppure si sono schierate nelle fila di coloro che adornano la loro vita di frivolezze per dimenticarsi della sofferenza.

 

Avvicinarsi alla carne sofferente…

Avvicinarsi alla carne sofferente significa invece aprire il cuore, lasciarsi commuovere, mettere il dito nella piaga, portare sulle spalle il ferito, pagare due denari e alla fine farsi carico di tutte le spese. Saremo giudicati secondo quanto saremo stati capaci di seguire questo modello. E per poter comprendere il senso di tutto ciò (poiché il reale significato si coglie con l’intelligenza, col cuore e con le nostre opere), dobbiamo lasciar entrare nella nostra vita modi di pensare, di sentire e di procedere diversi da quelli a cui il mondo ci ha abituato:

- amare la giustizia con la stessa sete di chi cammina nel deserto;

- preferire la ricchezza della povertà alla miseria a cui conduce il benessere mondano;

- aprire il cuore alla tenerezza anziché addestrarlo alla prepotenza;

- cercare la pace, più forte di ogni pacifismo;

- avere uno sguardo limpido, che proviene da un cuore altrettanto puro, evitando di cadere nell’avida accumulazione dei beni (Mt 23,16).

E tutto ciò concretamente si traduce nel non temere di avvicinarsi alla carne, alla carne che ha fame e sete, alla carne malata e ferita, alla carne che sta scontando la propria colpa, alla carne che non ha di che vestirsi, alla carne che conosce l’amarezza corrosiva della solitudine nata dal disprezzo.

 

… per poi contemplare Cristo apparire nella sua carne

“Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò”. Lo stesso re glorioso che ha avuto il coraggio di avvicinarsi alla carne sofferente. E, alla fine dei tempi, potrà godere della contemplazione di questa carne glorificata solo chi ha saputo riconoscerla e avvicinarla anche quando la sua gloria era celata dalla lordura e dalle piaghe che la ricoprivano - uomo reietto e disprezzato -, quando la sua gloria era nascosta poiché “venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14) come un nostro fratello. “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. [...] In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me” (Mt 25, 40ss).

 

Preparare la nostra carne alla contemplazione

Il Vangelo ci propone pertanto un cammino da seguire per la nostra vita. E, se contempliamo il Verbo celato nella carne, noi - creati con la stessa materia - saremo colmati dalla contemplazione della gloria di Dio. Si tratta di preparare la nostra carne a questa visione; la nostra carne sarà glorificata, la stessa carne con cui cercheremo di riconoscere il Verbo di Dio nel nostro prossimo: “Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita” (1Gv 1,1).

Preparare la nostra carne alla contemplazione significa servire il prossimo e comparire quindi alla presenza di Dio, sottoporre la nostra vita all’azione del Verbo e dello Spirito per la gloria del Padre; metterla a servizio, un servizio che sfinisce e stanca: ritornare poveri, in cammino, pellegrini... Porsi con tutta la carne “alla presenza di Dio” significa anche pregare. La preghiera ci guiderà nel cammino, a volte facile, a volte insidioso, per riconoscere il Verbo nella carne sofferente, per consegnare la nostra carne alla volontà di Dio e per vivere secondo lo Spirito. La preghiera ci prepara affinché i nostri occhi vedano e contemplino il Verbo sotto forma di carne, gloriosa, che verrà per giudicare quanto saremo stati capaci di riconoscerlo nella carne del prossimo.

 

25,40 Avere cura della fragilità (EG 209-211)

 

Gesù, l’evangelizzatore per eccellenza e il Vangelo in persona, si identifica specialmente con i più piccoli (cf. Mt 25,40). Questo ci ricorda che tutti noi cristiani siamo chiamati a prenderci cura dei più fragili della Terra. Ma nel vigente modello “di successo” e “privatistico”, non sembra abbia senso investire affinché quelli che rimangono indietro, i deboli o i meno dotati possano farsi strada nella vita.

È indispensabile prestare attenzione per essere vicini a nuove forme di povertà e di fragilità in cui siamo chiamati a riconoscere Cristo sofferente, anche se questo apparentemente non ci porta vantaggi tangibili e immediati: i senza tetto, i tossicodipendenti, i rifugiati, i popoli indigeni, gli anziani sempre più soli e abbandonati, ecc. I migranti mi pongono una particolare sfida perché sono Pastore di una Chiesa senza frontiere che si sente madre di tutti. Perciò esorto i Paesi ad una generosa apertura, che invece di temere la distruzione dell’identità locale sia capace di creare nuove sintesi culturali. Come sono belle le città che superano la sfiducia malsana e integrano i differenti, e che fanno di tale integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Come sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che collegano, mettono in relazione, favoriscono il riconoscimento dell’altro!

Mi ha sempre addolorato la situazione di coloro che sono oggetto delle diverse forme di tratta di persone. Vorrei che si ascoltasse il grido di Dio che chiede a tutti noi: “Dov’è tuo fratello?” (Gen 4,9). Dov’è il tuo fratello schiavo? Dov’è quello che stai uccidendo ogni giorno nella piccola fabbrica clandestina, nella rete della prostituzione, nei bambini che utilizzi per l’accattonaggio, in quello che deve lavorare di nascosto perché non è stato regolarizzato? Non facciamo finta di niente. Ci sono molte complicità. La domanda è per tutti! Nelle nostre città è impiantato questo crimine mafioso e aberrante, e molti hano le mani che grondano sangue a causa di una complicità comoda e muta.

 

25,31-46 Gesù è venuto nella carne [3]

 

L’Apostolo Giovanni è chiaro: “Colui che dice che il Verbo non è venuto nella carne, non è da Dio! È dal diavolo”. Non è nostro, è nemico! Perché c’era la prima eresia - diciamo la parola fra di noi - ed è stata questa, che l’Apostolo condanna: che il Verbo non sia venuto nella carne. No! L’incarnazione del Verbo è alla base: è Gesù Cristo! Dio e uomo, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, vero Dio e vero uomo. E così lo hanno capito i primi cristiani e hanno dovuto lottare tanto, tanto, tanto per mantenere queste verità: il Signore è Dio e uomo; il Signore Gesù è Dio fatto carne. È il mistero della carne di Cristo: non si capisce l’amore per il prossimo, non si capisce l’amore per il fratello, se non si capisce questo mistero dell’Incarnazione. Io amo il fratello perché anche lui è Cristo, è come Cristo, è la carne di Cristo. Io amo il povero, la vedova, lo schiavo, quello che è in carcere… Pensiamo al “protocollo” sul quale noi saremo giudicati: Matteo 25. Amo tutti costoro, perché queste persone che soffrono sono la carne di Cristo, e a noi che siamo su questa strada dell’unità farà bene toccare la carne di Cristo. Andare alle periferie, proprio dove ci sono tanti bisogni, o - diciamolo meglio - ci sono tanti bisognosi, tanti bisognosi… Anche bisognosi di Dio, che hanno fame - ma non di pane, ne hanno tanto di pane - di Dio! E andare là, per dire questa verità: Gesù Cristo è il Signore e lui ti salva. Ma sempre andare a toccare la carne di Cristo! Non si può predicare un Vangelo puramente intellettuale: il Vangelo è verità ma è anche amore ed è anche bellezza! E questa è la gioia del Vangelo! Questa è proprio la gioia del Vangelo.

 

25,31-47 Contemplare è entrare nelle ferite di Cristo [4]

 

(Rispondendo ad una domanda) Essere contemplativo nell’azione non è camminare nella vita guardando il cielo, perché cadrai in una buca, di sicuro! Bisogna capire cosa significa questa contemplazione. Tu hai detto una cosa, una parola che mi ha colpito: ho toccato con mano le ferite del Signore nelle povertà degli uomini del nostro tempo. E questa credo che sia una delle migliori medicine per una malattia che ci colpisce tanto, che è l’indifferenza. Anche lo scetticismo: credere che non si possa fare niente. Il patrono degli indifferenti e degli scettici è Tommaso: Tommaso ha dovuto toccare le ferite.

 

Entrare nelle ferite del Signore

C’è un bellissimo discorso, una bellissima meditazione di san Bernardo sulle piaghe del Signore. […] Entrare nelle ferite del Signore: noi serviamo un Signore piagato d’amore; le mani del nostro Dio sono mani piagate di amore. Essere capaci di entrare lì… E ancora Bernardo continua: “Sii fiducioso: entra nella ferita del suo fianco e contemplerai l’amore di quel cuore”. Le ferite dell’umanità, se tu ti avvicini lì, se tu tocchi – e questa è dottrina cattolica – tocchi il Signore ferito. Questo lo troverai in Matteo 25, non sono eretico dicendo questo. Quando tu tocchi le ferite del Signore, tu capisci un po’ di più il mistero di Cristo, di Dio incarnato. Questo è proprio il messaggio di Ignazio, nella spiritualità: una spiritualità dove al centro è Gesù Cristo, non le istituzioni, non le persone, no. Gesù Cristo. Ma Cristo incarnato! E quando tu fai gli Esercizi spirituali, lui ti dice che vedendo il Signore che soffre, le ferite del Signore, sforzati di piangere, di sentire dolore. E la spiritualità ignaziana dà al vostro Movimento questa strada, offre questa strada: entrare nel cuore di Dio attraverso le ferite di Gesù Cristo. Cristo ferito negli affamati, negli ignoranti, negli scartati, negli anziani soli, negli ammalati, nei carcerati, nei pazzi… è lì. E quale potrebbe essere lo sbaglio più grande per uno di voi? Parlare di Dio, trovare Dio, incontrare Dio ma un Dio, un “Dio-spray”, un Dio diffuso, un Dio etereo… Ignazio voleva che tu incontrassi Gesù Cristo, il Signore, che ti ama e ha dato la sua vita per te, ferito per il tuo peccato, per il mio peccato, per tutti… E le ferite del Signore sono dappertutto. In questo che tu hai detto c’è proprio la chiave.

 

Formare ad entrare nelle ferite del Signore

Noi possiamo parlare tanto di teologia, tanto… cose buone, parlare di Dio… ma la strada è che tu sia capace di contemplare Gesù Cristo, leggere il Vangelo, cosa ha fatto Gesù Cristo: è lui, il Signore! E innamorarti di Gesù Cristo e dire a Gesù Cristo che ti scelga per seguirlo, per essere come lui. E questo si fa con la preghiera e anche toccando le ferite del Signore. Mai conoscerai, tu, Gesù Cristo se non tocchi le sue piaghe, le sue ferite. Lui è stato ferito per noi. Questa è la strada, è la strada che offre la spiritualità ignaziana a tutti noi: il cammino… E vado anche un po’ oltre: tu sei formatore di futuri sacerdoti. Per favore, se tu vedi un ragazzo intelligente, bravo, ma che non ha questa esperienza di toccare il Signore, di abbracciare il Signore, di amare il Signore ferito, consigliagli di andarsene a prendere una bella vacanza di uno o due anni… e gli farai del bene. “Ma, Padre, noi siamo pochi sacerdoti: ne abbiamo bisogno…”. Per favore, che l’illusione della quantità non ci inganni e ci faccia perdere di vista la qualità! Abbiamo bisogno di sacerdoti che preghino. Ma che preghino Gesù Cristo, che sfidino Gesù Cristo per il loro popolo, come Mosè che aveva la faccia tosta per sfidare Dio e salvare il popolo che Dio voleva distruggere, con quel coraggio davanti a Dio; sacerdoti che abbiano anche il coraggio di soffrire, di portare la solitudine e dare tanto amore. Anche per loro vale quel discorso di Bernardo sulle piaghe del Signore.

 

25,31-46 Sono ancora valide e attuali le opere di misericordia? [5]

 

Sono attuali, sono valide. Forse in qualche caso si possono “tradurre” meglio, ma restano la base per il nostro esame di coscienza. Ci aiutano ad aprirci alla misericordia di Dio, a chiedere la grazia di capire che senza misericordia la persona non può fare niente, che tu non puoi fare niente, e che “il mondo non esisterebbe” come diceva la vecchietta che incontrai nel 1992.

Guardiamo anzitutto alle sette opere di misericordia corporale: dar da mangiare agli affamati; dar da bere agli assetati; vestire chi è nudo; dare alloggio ai pellegrini; visitare gli ammalati; visitare i carcerati; seppellire i morti. Mi sembra che non ci sia molto da spiegare. E se guardiamo alla nostra situazione, alle nostre società, mi sembra che non manchino circostanze e occasioni attorno a noi. Di fronte al senzatetto che staziona sotto casa nostra, al povero che non ha da mangiare, alla famiglia dei nostri vicini che non arriva a fine mese a causa della crisi, perché il marito ha perso il lavoro, che cosa dobbiamo fare? Di fronte agli immigrati che sopravvivono alla traversata e sbarcano sulle nostre coste, come dobbiamo comportarci? Di fronte agli anziani soli, abbandonati, che non hanno più nessuno, che cosa dobbiamo fare?

Gratuitamente abbiamo ricevuto, gratuitamente diamo. Siamo chiamati a servire Gesù crocifisso, in ogni persona emarginata, a toccare la carne di Cristo in chi è escluso, ha fame, ha sete, è nudo, carcerato, ammalato, disoccupato, perseguitato, profugo. Lì troviamo il nostro Dio, lì tocchiamo il Signore. Ce l’ha detto Gesù stesso, spiegando quale sarà il protocollo sulla base del quale tutti saremo giudicati: ogni qual volta avremo fatto questo al più piccolo dei nostri fratelli, l’avremo fatto a Lui (Mt 25,31-46).

Alle opere di misericordia corporale seguono quelle di misericordia spirituale: consigliare i dubbiosi; insegnare agli ignoranti; ammonire i peccatori; consolare gli afflitti; perdonare le offese; sopportare pazientemente le persone moleste; pregare Dio per i vivi e per i morti. Pensiamo alle prime quattro opere di misericordia spirituale: non hanno a che fare, in fondo, con quello che abbiamo defi¬nito “l’apostolato dell’orecchio”? Avvicinare, saper ascoltare, consigliare, insegnare anzitutto con la nostra testimonianza. Nell’accoglienza dell’emarginato che è ferito nel corpo, e nell’accoglienza del peccatore che è ferito nell’anima, si gioca la nostra credibilità come cristiani. Ricordiamo sempre le pa¬role di san Giovanni della Croce: “Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore”.

 

25,35 “Ero forestiero e mi avete accolto” [6]

 

Ero forestiero... Ognuno di voi, rifugiati che bussate alle nostre porte ha il volto di Dio, è carne di Cristo. La vostra esperienza di dolore e di speranza ci ricorda che siamo tutti stranieri e pellegrini su questa Terra, accolti da qualcuno con generosità e senza alcun merito. Chi come voi è fuggito dalla propria terra a causa dell’oppressione, della guerra, di una natura sfigurata dall’inquinamento e dalla desertificazione, o dell’ingiusta distribuzione delle risorse del pianeta, è un fratello con cui dividere il pane, la casa, la vita.

Troppe volte non vi abbiamo accolto! Perdonate la chiusura e l’indifferenza delle nostre società che temono il cambiamento di vita e di mentalità che la vostra presenza richiede. Trattati come un peso, un problema, un costo, siete invece un dono. Siete la testimonianza di come il nostro Dio clemente e misericordioso sa trasformare il male e l'ingiustizia di cui soffrite in un bene per tutti. Perché ognuno di voi può essere un ponte che unisce popoli lontani, che rende possibile l’incontro tra culture e religioni diverse, una via per riscoprire la nostra comune umanità.

 

25,35 Mancanza di abitazione [7]

 

Voglio essere molto chiaro: non c’è nessun motivo, nessun tipo di giustificazione sociale, morale, o di altro genere per accettare la mancanza di abitazione. Sono situazioni ingiuste, ma sappiamo che Dio le sta soffrendo insieme con noi, le sta vivendo al nostro fianco. Non ci lascia soli.

Gesù non solo ha voluto essere solidale con ogni persona, non solo ha voluto che nessuno senta o viva la mancanza della sua compagnia, del suo aiuto, del suo amore. Egli stesso si è identificato con tutti quelli che soffrono, che piangono, che patiscono qualche tipo di ingiustizia. Lo dice chiaramente: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto” (Mt 25,35).

È la fede a dirci che Dio è con voi, che Dio è in mezzo a noi e la sua presenza ci spinge alla carità. Quella carità che nasce dalla chiamata di un Dio che non cessa di bussare alla nostra porta, la porta di tutti per invitarci all’amore, alla compassione, a donarci gli uni agli altri.

Gesù continua a bussare alle nostre porte, alla nostra vita. Non lo fa magicamente, non lo fa con trucchi o con cartelli luminosi o con fuochi d’artificio. Gesù continua a bussare alla nostra porta nel volto del fratello, nel volte del vicino, nel volto di chi ci sta accanto.

 

 

NOTE

 

[1] Discorso, Incontro con i rappresentanti del V Convegno Nazionale della Chiesa Italiana. Cattedrale di Santa Maria del Fiore, Firenze,10 novembre 2015.

[2] La nostra carne nella preghiera, in J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR Rizzoli, Milano 2014, 181-187; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori - LEV, 2014, 7-11.

[3] Discorso, Chiesa pentecostale della Riconciliazione, Caserta - 28 luglio 2014.

[4] Incontro con le comunità di Vita Cristiana (CVX) e la lega missionaria studenti d’Italia. Domande e risposte a braccio Aula Paolo VI, 30 aprile 2015.

[5] Per vivere il giubileo, in FRANCESCO, Il nome di Dio è misericordia. Una conversazione con Andrea Tornielli, PIEMME - LEV, Milano – Città del Vaticano 2016, 105-109.

[6] Videomessaggio per i 35 anni del Centro Astalli, 21 aprile 2016.

 

[7] Visita al Centro Caritativo della Parrocchia St Patrick e incontro con i senza tetto, Washington, D.C., 24 settembre 2015.

 

26 novembre 2017

XXXIV domenica del tempo Ordinario

di ENZO BIANCHI

 

Mt  25,31-46

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «31 Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. 32 Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, 33 e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. 34 Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, 35 perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, 36 nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi». 37 Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? 39 Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?». 40 E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». 41 Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, 42 perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, 43 ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato». 44 Anch'essi allora risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?». 45 Allora egli risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me». 46 E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».».

 

Siamo giunti all’ultima domenica dell’anno liturgico, la quale nei tempi recenti (per l’esattezza dal 1925, ad opera di Pio XI) è stata istituita come “Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo”: festa di colui che reintesterà in sé tutte le realtà create, che si mostrerà “Re dei re e Signore dei signori” (Ap 19,16) e che nel giudizio finale emetterà la parola ultima sul bene e sul male della storia, inaugurando “cieli nuovi e terra nuova” (Is 65,17; 66,22; 2Pt 3,13; Ap 21,1).

 

L’ordo liturgico prevede un brano del Vangelo secondo Matteo, la conclusione del discorso escatologico (cf. Mt 24-25), pronunciato da Gesù a Gerusalemme nei giorni precedenti la sua passione e morte. Al cuore del lungo discorso riguardante la fine dei tempi, Gesù ha annunciato la venuta del Figlio dell’uomo, la sua parusia gloriosa: prima comparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo, la croce, poi tutti vedranno lo stesso Figlio dell’uomo veniente nella potenza e nella gloria sulle nubi del cielo, attorniato da angeli inviati a radunare gli eletti da tutti confini della terra. Sarà un avvento di dimensione cosmica, un evento che s’imporrà a tutto l’universo e che provocherà nelle genti della terra un sentimento di accusa verso di sé per il male compiuto, fino a battersi il petto. Ognuno contemplerà questo Veniente nella gloria, trafitto, perché egli attirerà a se gli occhi di tutti (cf. Gv 19,37; Ap 1,7).

 

Dopo questo annuncio (cf. Mt 24,4-44), Gesù consegna un ammonimento (cf. Mt 24,37-44) e tre parabole sulla vigilanza e sulla responsabilità da assumere di fronte alla sua venuta gloriosa (cf. Mt 24,45-25,30). Infine, chiude il discorso con il brano che oggi meditiamo, testo difficilmente catalogabile all’interno dei generi letterari: è un racconto che sembra una parabola, ma non lo è pienamente; non è neppure un’allegoria; è piuttosto un racconto esemplare, la descrizione profetica di un quadro apocalittico. Aprendo il cuore e chiedendo allo Spirito santo di operare nella nostra intelligenza, cerchiamo ora di cogliere in queste parole di Gesù dove stia per noi, qui e ora, il Vangelo, la buona notizia.

 

“Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui…”. Sì, all’orizzonte della storia c’è la venuta del Figlio dell’uomo, il Veniente da Dio, preesistente alla creazione del mondo presso Dio, che nell’umiltà è venuto nel mondo e ha annunciato il Regno in azioni e parole, che ora va verso la passione e morte, ma che verrà nella gloria alla fine della storia per un decreto estrinseco alla storia stessa, in obbedienza alla volontà del Padre, Signore e Creatore del cielo e della terra. Quando verrà nella gloria, apparirà con tutti i suoi angeli, creature a noi invisibili. Così avveniva, secondo l’Antico Testamento, la manifestazione, l’epifania del Dio vivente: quando Dio appare, è attorniato dalle sue schiere di messaggeri (cf. Dt 33,2) e dai suoi santi (cf. Zc 14,5). È lo jom ’Adonaj, “il giorno del Signore” (cf. Am 5,18.20; Is 2,12; Sof 1,7, ecc.) preannunciato dai profeti, nel quale si manifesterà il Veniente, incaricato di emettere il giudizio su tutta la storia. Egli ha le sembianze di un “umano” (ben enosh, hyiòs toû anthrópou), ed essendo giudice va a sedersi sul trono della gloria, il trono sul quale il Signore regna (cf. Sal 9,5.8; 11,4, ecc.).

 

La visione è grandiosa: davanti a lui saranno riunite tutte le genti della terra, di ogni luogo e di ogni tempo, tutta l’umanità! Si tratterà innanzitutto di operare una separazione, di fare un discernimento tra gli umani, allo stesso modo con cui un pastore deve separare le pecore dalle capre. Se la zizzania era cresciuta insieme al grano, ora la si deve separare da esso (cf. Mt 13,24-30.36-43); se la rete aveva catturato pesci buoni e pesci cattivi, è venuto il momento di fare la cernita, trattenendo quelli buoni e gettando nel mare i cattivi (cf. Mt 13,47-50). Questa operazione che il Figlio dell’uomo farà come pastore, è sempre stata annunciata ed è necessaria affinché l’ultima parola sul male e sul bene operato dagli umani nella storia sia di Dio: parola definitiva, parola di giustizia, che contiene in sé la misericordia ma che è nel contempo un giudizio. Guai se il cristiano dimenticasse questa realtà che lo attende, d’altronde confessata nel Credo: “Di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare (venturus est … iudicare) i vivi e i morti e il suo Regno non avrà fine”.

 

Davanti a questo Re universale, che ammette o esclude dal suo regno, vi è l’oikouméne, il mondo intero, l’umanità, i cristiani e i figli di Israele: tutti, veramente tutti! Nello stesso tempo, si avverte che il giudizio è dato a ogni persona, uomo e donna, perché il Re “renderà a ciascuno secondo le sue azioni” (Mt 16,27; cf. Sal 62,13). Ecco allora la seconda scena, quella del giudizio vero e proprio, costituita da un dittico che presenta elementi paralleli: una doppia sentenza emessa sull’umanità, la prima positiva, la seconda negativa. Che cosa considera il Re seduto sul trono della gloria, per formulare il giudizio? Ciò è molto interessante, e credo che poco ci si sia interrogati sulla scelta dei capi di approvazione o di accusa scelti e proclamati da Gesù. Non si tratta di questioni che riguardano la fragilità degli umani, il loro aver compiuto il male in quanto attratti da passioni umane. Non che questi non siano stati peccati, ma in vista della salvezza o della perdizione non appaiono come cause di vita o di morte eterna. Non sono neppure elencati i peccati contro Dio, quali la bestemmia o la mancata osservanza del sabato (di tradizioni religiose). Le colpe che causano l’esclusione o l’ingresso nel Regno sono invece quelle concernenti i rapporti, le relazioni tra gli umani, in particolare in riferimento alla situazione di bisogno o di disgrazia: la fame, la sete, l’emarginazione dello straniero, la nudità, la malattia, la prigionia. Rispetto a queste situazioni, come si sono comportati gli umani? Sulla risposta a tale interrogativo si fonda la benedizione o la maledizione.

 

Questo Re dell’universo può dunque dire: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Qui si gioca la salvezza: nella relazione concreta con ogni altro essere umano. Sulla terra avviene già il “processo”, quando di fronte a chi è nel bisogno facciamo qualcosa, quello che possiamo e sappiamo fare, oppure non facciamo nulla, perché passiamo oltre ignorando il suo grido di aiuto. Alla fine, nel giudizio, ci sarà solo la sentenza. Non nel culto, non nella liturgia ci si salva, ma nella relazione tra corpi, nel volto contro volto, mano nella mano, carne che tocca la carne… L’amore che Gesù richiede non è astratto, non è fatto di intenzioni e sentimenti, non è solo “preghiera per”: è azione, comportamento, concreta responsabilità. Se la liturgia, la preghiera e i sacramenti non ci conducono a questo, allora sono sterili e inutili, in quanto sono finalizzati all’amore, al vivere nell’amore, all’amare persino il nemico, il non amabile (cf. Mt 5,43-48).

 

Ma questa sentenza del Re, stupisce e meraviglia coloro ai quali viene rivolta. Per questo essi reagiscono con una domanda: “Quando mai, Signore, abbiamo fatto questo e quest’altro?”. Lo stupore dei giusti è altamente significativo: questi benedetti non sanno di essere stati misericordiosi anche verso Gesù! Ed è fondamentale non saperlo, perché Gesù, come Dio, è presenza nascosta, elusiva: se non lo si riconosce, si compie l’azione in piena gratuità, senza pensare di aver fatto un’opera meritoria che Dio ricompenserà in quanto rivolta al Figlio dell’uomo. La malvagità o la bontà dell’azione compiuta nascono dal modo in cui si vive la relazione con il fratello o la sorella, e non in riferimento al Dio che non si vede. Su ciò sono sempre istruttive le parole della Prima lettera di Giovanni: “Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è compiuto in noi … Se uno dice: ‘Io amo Dio’ e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1Gv 4,12.20). Sì, tra queste persone davanti al Re ve ne sono alcuni che non conoscono Gesù, che mai hanno sentito parlare di lui: sia i suoi discepoli, sia quanti sono estranei al cristianesimo, tutti sono giudicati in base alla relazione con i più piccoli (oi eláchistoi), fratelli e sorelle di Gesù, il piccolo e il povero per eccellenza.

 

 

Al termine di questo ascolto, mi ardono gli orecchi, perché in quanto ascoltatore e lettore sono costretto a constatare quante volte ho compiuto omissioni, cioè non ho fatto il bene: i peccati di omissione sono i capi di accusa contro di noi nel giorno del giudizio. Benedizione per chi ha saputo prendersi cura, con la sua carne, della carne dei fratelli e delle sorelle; maledizione per chi è passato oltre, magari bisbigliando preghiere, ma non vedendo, non riconoscendo, non avvicinandosi all’altro che era nel bisogno. Questa pagina è un grande insegnamento per chi pensa di poter amare il Dio che non si vede senza amare il bisognoso che si vede… Eppure noi cristiani – confessiamolo – non siamo tra i benedetti: c’è chi ha fame all’entrata dei supermercati, e noi gli diamo solo le monete che appesantiscono le nostre tasche; c’è chi è straniero, e noi pensiamo a lui dando qualcosa di superfluo alla Caritas, magari per il pasto di Natale, ma mai lo invitiamo alla nostra tavola, a casa nostra, perché questo ci provoca troppo disagio; c’è chi è nudo, e tutt’al più gli diamo un abito da noi consumato, che riteniamo indegno di stare nei nostri armadi pieni; c’è chi è in carcere, e noi neanche ci sogniamo di andarlo a trovare, perché non lo conosciamo e perché pensiamo che se l’è meritata. Quanto siamo ipocriti! Il giudizio del Re lo mostrerà.


 

I doni trafficati

 

XXXIII Domenica A

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

Talents

 

25,14-30 Tre servitori a confronto [1]

 

La parabola

Il Vangelo (Mt 25,14-30) racconta di un uomo che, prima di partire per un viaggio, convoca i servitori e affida loro il suo patrimonio in talenti, monete antiche di grandissimo valore. Quel padrone affida al primo servitore cinque talenti, al secondo due, al terzo uno. Durante l’assenza del padrone, i tre servitori devono far fruttare questo patrimonio. Il primo e il secondo servitore raddoppiano ciascuno il capitale di partenza; il terzo, invece, per paura di perdere tutto, seppellisce il talento ricevuto in una buca. Al ritorno del padrone, i primi due ricevono la lode e la ricompensa, mentre il terzo, che restituisce soltanto la moneta ricevuta, viene rimproverato e punito.

 

Il suo significato

È chiaro il significato di questo. L’uomo della parabola rappresenta Gesù, i servitori siamo noi e i talenti sono il patrimonio che il Signore affida a noi. Qual è il patrimonio? La sua Parola, l’Eucaristia, la fede nel Padre celeste, il suo perdono… insomma, tante cose, i suoi beni più preziosi. Questo è il patrimonio che lui ci affida. Non solo da custodire, ma da far crescere! Mentre nell’uso comune il termine “talento” indica una spiccata qualità individuale – ad esempio talento nella musica, nello sport, eccetera –, nella parabola i talenti rappresentano i beni del Signore, che lui ci affida perché li facciamo fruttare. La buca scavata nel terreno dal “servo malvagio e pigro” (v. 26) indica la paura del rischio che blocca la creatività e la fecondità dell’amore. Perché la paura dei rischi dell’amore ci blocca. Gesù non ci chiede di conservare la sua grazia in cassaforte! Non ci chiede questo Gesù, ma vuole che la usiamo a vantaggio degli altri. Tutti i beni che noi abbiamo ricevuto sono per darli agli altri, e così crescono. È come se ci dicesse: “Eccoti la mia misericordia, la mia tenerezza, il mio perdono: prendili e fanne largo uso”. E noi che cosa ne abbiamo fatto? Chi abbiamo “contagiato” con la nostra fede? Quante persone abbiamo incoraggiato con la nostra speranza? Quanto amore abbiamo condiviso col nostro prossimo? Sono domande che ci farà bene farci. Qualunque ambiente, anche il più lontano e impraticabile, può diventare luogo dove far fruttificare i talenti. Non ci sono situazioni o luoghi preclusi alla presenza e alla testimonianza cristiana. La testimonianza che Gesù ci chiede non è chiusa, è aperta, dipende da noi.

 

Non nascondere la fede

Questa parabola ci sprona a non nascondere la nostra fede e la nostra appartenenza a Cristo, a non seppellire la Parola del Vangelo, ma a farla circolare nella nostra vita, nelle relazioni, nelle situazioni concrete, come forza che mette in crisi, che purifica, che rinnova. Così pure il perdono, che il Signore ci dona specialmente nel Sacramento della Riconciliazione: non teniamolo chiuso in noi stessi, ma lasciamo che sprigioni la sua forza, che faccia cadere muri che il nostro egoismo ha innalzato, che ci faccia fare il primo passo nei rapporti bloccati, riprendere il dialogo dove non c’è più comunicazione… E così via. Fare che questi talenti, questi regali, questi doni che il Signore ci ha dato, vengano per gli altri, crescano, diano frutto, con la nostra testimonianza.

Credo che oggi sarebbe un bel gesto che ognuno di voi prendesse il Vangelo a casa, il Vangelo di San Matteo, capitolo 25, versetti dal 14 al 30, Matteo 25,14-30, e leggere questo, e meditare un po’: “I talenti, le ricchezze, tutto quello che Dio mi ha dato di spirituale, di bontà, la Parola di Dio, come faccio che crescano negli altri? O soltanto li custodisco in cassaforte?”.

 

Non a tutti le stesse cose; a tutti la fiducia

Il Signore non dà a tutti le stesse cose e nello stesso modo: ci conosce personalmente e ci affida quello che è giusto per noi; ma in tutti, in tutti c’è qualcosa di uguale: la stessa, immensa fiducia. Dio si fida di noi, Dio ha speranza in noi! E questo è lo stesso per tutti. Non deludiamolo! Non lasciamoci ingannare dalla paura, ma ricambiamo fiducia con fiducia!

 

Maria la donna del dono trafficato

La Vergine Maria incarna questo atteggiamento nel modo più bello e più pieno. Ella ha ricevuto e accolto il dono più sublime, Gesù in persona, e a sua volta lo ha offerto all’umanità con cuore generoso. A lei chiediamo di aiutarci ad essere “servi buoni e fedeli”, per partecipare “alla gioia del nostro Signore”.

 

25,21 Vivere la disponibilità [2]

 

Da dove cominciare per diventare “servi buoni e fedeli” (cf. Mt 25,21)? Come primo passo, siamo invitati a vivere la disponibilità. Il servitore ogni giorno impara a distaccarsi dal disporre tutto per sé e dal disporre di sé come vuole. Si allena ogni mattina a donare la vita, a pensare che ogni giorno non sarà suo, ma sarà da vivere come una consegna di sé. Chi serve, infatti, non è un custode geloso del proprio tempo, anzi rinuncia ad essere il padrone della propria giornata. Sa che il tempo che vive non gli appartiene, ma è un dono che riceve da Dio per offrirlo a sua volta: solo così porterà veramente frutto. Chi serve non è schiavo dell’agenda che stabilisce, ma, docile di cuore, è disponibile al non programmato: pronto per il fratello e aperto all’imprevisto, che non manca mai e spesso è la sorpresa quotidiana di Dio. Il servitore è aperto alla sorpresa, alle sorprese quotidiane di Dio. Il servitore sa aprire le porte del suo tempo e dei suoi spazi a chi gli sta vicino e anche a chi bussa fuori orario, a costo di interrompere qualcosa che gli piace o il riposo che si merita. Il servitore trascura [va oltre] gli orari. A me fa male al cuore quando vedo un orario, nelle parrocchie: “Dalla tal ora alla tal ora”. E poi? Non c’è porta aperta, non c’è prete, non c’è diacono, non c’è laico che riceva la gente… Questo fa male. Trascurare [andare oltre] gli orari: avere questo coraggio, di trascurare [andare oltre] gli orari. Così, cari diaconi, vivendo nella disponibilità, il vostro servizio sarà privo di ogni tornaconto ed evangelicamente fecondo.

 

25,31-43 Riconoscere e promuovere le persone [3]

 

Raddrizzare alcune “storture” dell’amore

Uno spunto di riflessione viene da un altro insegnamento di Gesù, anch’esso sull’amore: la parabola del giudizio finale (Mt 25,31-43). Come abbiamo visto, quella del buon samaritano ci di¬mostra che l’amore verso gli altri è imprescindi¬bile affinché noi siamo uomini a tutti gli effetti e il popolo sia una vera comunità e non un mero agglomerato di interessi personali. D’altra parte è anche necessario evidenziarne i limiti e sottoli¬neare il bisogno di raddrizzare alcune “storture” dell’amore. Infatti, sebbene la sua forza più pro¬rompente risieda nell’immediatezza del rapporto “faccia a faccia” con l’altro, essa da sola non è suf¬ficiente. Vediamo perché.

Nel “faccia a faccia” ciò che è immediato può impedirci di vedere ciò che è veramente importan¬te. Tutto potrebbe esaurirsi nel qui e ora. Al con¬trario, un amore davvero efficace, una solidarietà “di fondo”, deve contemplare non solo le situazio¬ni presenti, con tutto il dolore e l’ingiustizia che le caratterizzano, ma anche le azioni e le pratiche che ne sono state all’origine; solo in questo modo sarà possibile un amore che non è solo vicinanza, protezione e compagnia, ma anche un modo con-sapevole per alleviare le sofferenze altrui.

D’altra parte, l’amore inteso semplicemente co¬me risposta immediata di fronte al volto di un nostro simile è minacciato da un’altra debolezza, tipica del nostro animo peccatore: il rischio di considerarlo un veicolo del nostro desiderio di esibizionismo o di autoredenzione. Vi invito a ri¬flettere sulla profondità e sulla finezza psicologica delle parole del Signore quando raccomanda a co¬lui che dà l’elemosina: “Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra” (Mt 6,3) o quando critica il fariseo che prega in piedi davanti all’altare com¬piacendosi della propria virtù (cf. Lc 18,9-14).

 

Un amore efficace a lungo termine: le istituzioni

La parabola del giudizio finale ci consente di individuare altre dimensioni dell’amore che sono alla base di ogni comunità umana e di ogni ami¬cizia solidale. Vorrei richiamare l’attenzione su un punto in particolare del brano biblico: colo¬ro che erano stati chiamati “benedetti” dal Figlio dell’uomo per avergli dato da mangiare, da bere, per averlo accolto nella propria casa, per averlo ve¬stito o avergli fatto visita, non si erano nemmeno resi conto di aver compiuto tali gesti. L’effettiva presa di coscienza di aver “toccato” Cristo e di es¬sergli stati davvero prossimi attraverso il contatto con gli altri nostri fratelli si ha solo a posteriori, quando “tutto si è concluso”. Non sappiamo mai quando le nostre azioni aiutano davvero gli altri, o almeno, purtroppo o per fortuna, non ne siamo consapevoli fino a che tali azioni non hanno pro¬dotto i loro effetti.

Ciò dunque implica un amore che diventa effi¬cace “a lungo termine”, alla fine di un percorso. In concreto, mi riferisco alla sua dimensione isti¬tuzionale (nel senso più ampio del termine), ov¬vero alla sua capacità di attraversare la storia ren¬dendo effettivi e duraturi nel tempo gli obiettivi e le aspirazioni di una società, quali per esempio le leggi, le forme di convivenza, i meccanismi sociali che stanno alla base della giustizia, dell’equità o della partecipazione... I “doveri” di una società, che a volte ci sembrano privi di scopo, ma che alla lunga rendono possibile una vita in comune nella quale tutti, e non solo coloro che hanno la forza per imporsi, possano esercitare i propri diritti.

La parabola del giudizio finale, dunque, ci illu¬stra l’importanza delle istituzioni nel riconoscere e nel promuovere le persone. “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria” (Mt 25,31) ci chiederà conto dei nostri comportamenti, ovvero se abbiamo rispettato o meno quei “doveri” che, in ultima analisi, hanno ricadute sul piano dell’a¬more. Tra questi possiamo annoverare anche il dovere di partecipare attivamente alla “cosa pub¬blica” invece di criticare o stare a guardare.

 

24,14.30 Non chiudersi in se stessi

 

La parabola dei talenti, ci fa riflettere sul rapporto tra come impieghiamo i doni ricevuti da Dio e il suo ritorno, in cui ci chiederà come li abbiamo utilizzati (cfr Mt 25,14-30). Conosciamo bene la parabola: prima della partenza, il padrone consegna ad ogni servo alcuni talenti, affinché siano utilizzati bene durante la sua assenza. Al primo ne consegna cinque, al secondo due e al terzo uno. Nel periodo di assenza, i primi due servi moltiplicano i loro talenti – queste sono antiche monete -, mentre il terzo preferisce sotterrare il proprio e consegnarlo intatto al padrone. Al suo ritorno, il padrone giudica il loro operato: loda i primi due, mentre il terzo viene cacciato fuori nelle tenebre, perché ha tenuto nascosto per paura il talento, chiudendosi in se stesso. Un cristiano che si chiude in se stesso, che nasconde tutto quello che il Signore gli ha dato è un cristiano… non è cristiano! E’ un cristiano che non ringrazia Dio per tutto quello che gli ha donato! Questo ci dice che l’attesa del ritorno del Signore è il tempo dell’azione - noi siamo nel tempo dell’azione -, il tempo in cui mettere a frutto i doni di Dio non per noi stessi, ma per Lui, per la Chiesa, per gli altri, il tempo in cui cercare sempre di far crescere il bene nel mondo. E in particolare in questo tempo di crisi, oggi, è importante non chiudersi in se stessi, sotterrando il proprio talento, le proprie ricchezze spirituali, intellettuali, materiali, tutto quello che il Signore ci ha dato, ma aprirsi, essere solidali, essere attenti all’altro. Nella piazza, ho visto che ci sono molti giovani: è vero, questo? Ci sono molti giovani? Dove sono? A voi, che siete all’inizio del cammino della vita, chiedo: Avete pensato ai talenti che Dio vi ha dato? Avete pensato a come potete metterli a servizio degli altri? Non sotterrate i talenti! Scommettete su ideali grandi, quegli ideali che allargano il cuore, quegli ideali di servizio che renderanno fecondi i vostri talenti. La vita non ci è data perché la conserviamo gelosamente per noi stessi, ma ci è data perché la doniamo. Cari giovani, abbiate un animo grande! Non abbiate paura di sognare cose grandi!

 

 

 

NOTE

[1] Angelus, 16 novembre 2014.

 

[2] Omelia, Giubileo dei diaconi, 29 maggio 2016.


La parabola dei talenti

 

19 novembre 2017

XXXIII domenica del tempo Ordinario

di ENZO BIANCHI

 

Mt  25,14-30

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «14 Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. 15 A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito 16 colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. 17 Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. 18 Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 19 Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. 20 Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: «Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque». 21 «Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone». 22 Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: «Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due». 23 «Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone». 24 Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: «Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. 25 Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo». 26 Il padrone gli rispose: «Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 27 avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. 28 Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. 29 Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. 30 E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti».

 

La parabola dei talenti proposta dalla liturgia odierna è una parabola che, secondo il mio povero parere, oggi è pericolosa: pericolosa, perché più volte l’ho sentita commentare in un modo che, anziché spingere i cristiani a conversione, pare confermarli nel loro attuale comportamento tra gli altri uomini e donne, nel mondo e nella chiesa. Dunque forse sarebbe meglio non leggere questo testo, piuttosto che leggerlo male…

 

In verità questa parabola non è un’esaltazione, un applauso all’efficienza, non è un’apologia di chi sa guadagnare profitti, non è un inno alla meritocrazia, ma è una vera e propria contestazione verso il cristiano che sovente è tiepido, senza iniziativa, contento di quello che fa e opera, pauroso di fronte al cambiamento richiesto da nuove sfide o dalle mutate condizioni culturali della società. La parabola non conferma neppure “l’attivismo pastorale” di cui sono preda molte comunità cristiane, molti “operatori pastorali” che non sanno leggere la sterilità di tutto il loro darsi da fare, ma chiede alla comunità cristiana consapevolezza, responsabilità, laboriosità, audacia e soprattutto creatività. Non la quantità del fare, delle opere, né il guadagnare proseliti rendono cristiana una comunità, ma la sua obbedienza alla parola del Signore che la spinge verso nuove frontiere, verso nuovi lidi, su strade non percorse, lungo le quali la bussola che orienta il cammino è solo il Vangelo, unito al grido degli uomini e delle donne di oggi quando balbettano: “Vogliamo vedere Gesù!” (Gv 12,21).

 

Leggiamo allora con intelligenza questa parabola la cui prospettiva – lo ripeto – non è economica né finanziaria; essa non è un invito all’attivismo ma alla vigilanza che resta in attesa, non contenta del presente ma tutta protesa verso la venuta del Signore. Egli non è più tra di noi, sulla terra, è come partito per un viaggio e ha affidato ai suoi servi, ai suoi discepoli un compito: moltiplicare i doni da lui fatti a ciascuno. Nella parabola, a due servi il Signore ha lasciato molto, una somma cospicua – cinque lingotti di argento a uno, due a un altro –, affinché la facciano fruttificare; a un terzo servo ha lasciato un solo lingotto, che comunque non è poco. In tutti egli ha messo la sua fiducia senza limiti, confidando loro i suoi beni. Spetta dunque ai servi non tradire la grande fiducia del padrone e operare una sapiente gestione dei beni, non di loro proprietà ma del padrone, il quale al suo ritorno darà loro la ricompensa. A ciascuno il padrone da in funzione della sua capacità, e il suo dono è anche un compito: custodire e far fruttificare.

 

Al di là dell’immagine dei talenti, che cos’è questo dono, in definitiva? Secondo Ireneo di Lione è la vita accordata da Dio a ogni persona. La vita è un dono che non va assolutamente sprecato, ignorato o dissipato. Purtroppo – dobbiamo constatarlo – per alcuni la vita non ha alcun valore: non la vivono, anzi la sprecano e la sciupano “fino a farne una stucchevole estranea” (Konstantinos Kavafis), e così si lasciano vivere. Eppure si vive una volta sola e il farlo con consapevolezza e responsabilità è decisivo al fine di salvare una vita o perderla! Secondo altri padri orientali, i talenti sono le parole del Signore affidate ai discepoli perché le custodiscano, certo, ma soprattutto le rendano fruttuose nella loro vita, le mettano in pratica fino a seminarle copiosamente nella terra che è il mondo. Di nuovo, è questione di vita, di “scegliere la vita” (cf. Dt 30,19).

 

“Dopo molto tempo” – allusione al ritardo della parusia, della venuta gloriosa del Signore (cf. Mt 24,48; 25,5) – il padrone ritorna e chiede conto della fiducia da lui riposta nei suoi servi, i quali devono mostrare la loro capacità di essere responsabili, in grado cioè di rispondere della fiducia ricevuta. Eccoli dunque presentarsi tutti davanti a lui. Colui che aveva ricevuto cinque talenti si è mostrato operoso, intraprendente, capace di rischiare, si è impegnato affinché i doni ricevuti non fossero diminuiti, sprecati o inutilizzati; per questo, all’atto di consegnare al padrone dieci talenti, riceve da lui l’elogio: “Bene, servo buono e fedele, … entra nella gioia del tuo Signore”. Lo stesso avviene per il secondo servo, anche lui in grado di raddoppiare i talenti ricevuti. Per questi due servi la ricompensa è proporzionalmente uguale, anche se le somme affidate erano diverse, perché entrambi hanno agito secondo le loro capacità.

 

Viene infine colui che aveva ricevuto un solo talento, il quale mette subito le mani avanti, manifestando il pensiero che lo ha paralizzato: “Da quando mi hai dato il talento, io sapevo che sei un uomo duro, esigente, arbitrario, che fa ciò che vuole, raccogliendo anche dove non ha seminato”. Con queste sue parole (“dalle tue parole ti giudico”, si legge nel testo parallelo di Lc 19,22) il servo confessa di essersi fabbricato un’immagine distorta del Signore, un’immagine plasmata dalla sua paura e dalla sua incapacità di avere fiducia nell’altro: egli considera il padrone come qualcuno che gli fa paura, che chiede una scrupolosa osservanza di ciò che ordina, che agisce in modo arbitrario. Avendo questa immagine in sé, ha scelto di non correre rischi: ha messo al sicuro, sotto terra, il denaro ricevuto, e ora lo restituisce tale e quale. Così rende al padrone ciò che è suo e non ruba, non fa peccato… Ma ecco che il Signore va in collera e gli risponde: “Sei un servo malvagio (ponerós) e pigro (oknerós). Malvagio perché hai obbedito all’immagine perversa del Signore che ti sei fatta, e così hai vissuto un rapporto di amore servile, di amore ‘costretto’. Per questo sei stato pigro, inaffidabile, non hai avuto né il cuore né la capacità di operare secondo la fiducia che ti avevo accordato. Non hai fatto neanche lo sforzo di mettere il talento in banca, dove sarebbe stato fruttuoso, dandomi interessi. Non hai avuto cura del mio bene affidato a te”.

 

Sì, lo sappiamo: è più facile seppellire i doni che Dio ci ha dato, piuttosto che condividerli; è più facile conservare le posizioni, i tesori del passato, che andarne a scoprire di nuovi; è più facile diffidare dell’altro che ci ha fatto del bene, piuttosto che rispondere consapevolmente, nella libertà e per amore. Ecco dunque la lode per chi rischia e il biasimo per chi si accontenta di ciò che ha, rinchiudendosi nel suo “io minimo”. Questo servo non ha fatto il male; peggio ancora, non ha fatto niente! Dunque davanti a Dio nel giorno del giudizio compariranno due tipi di persone:

 

chi ha ricevuto e ha fatto fruttificare il dono,

chi lo ha ricevuto e non ha fatto niente.

 

I servi fedeli entreranno nella gioia del Signore; chi invece è stato “buono a nulla” (achreîos) sarà spogliato anche dei meriti che pensava di poter vantare!

 

Ma a me piacerebbe che la parabola si concludesse altrimenti: così sarebbe più chiaro il cuore del padrone, mentre il cuore del discepolo sarebbe quello che il padrone desidera. Oso dunque proporre questa conclusione “apocrifa”:

 

Venne il terzo servo, al quale il padrone aveva confidato un solo talento, e gli disse: “Signore, io ho guadagnato un solo talento, raddoppiando ciò che mi hai consegnato, ma durante il viaggio ho perso tutto il denaro. So però che tu sei buono e comprendi la mia disgrazia. Non ti porto nulla, ma so che sei misericordioso”. E il padrone, al quale più del denaro importava che quel servo avesse una vera immagine di lui, gli disse: “Bene, servo buono e fedele, anche se non hai niente, entra pure tu nella gioia del tuo padrone, perché hai avuto fiducia in me”.

 

 

Anche così la parabola sarebbe buona notizia!



Prepararsi all'incontro

 

XXXII Domenica A

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

vergini sagge e stolte

 

25,10-13 Prepararsi all’incontro con Gesù [1]

 

Con l’Ascensione, il Figlio di Dio ha portato presso il Padre la nostra umanità da Lui assunta e vuole attirare tutti a sé, chiamare tutto il mondo ad essere accolto tra le braccia aperte di Dio, affinché, alla fine della storia, l’intera realtà sia consegnata al Padre. C’è, però, questo “tempo immediato” tra la prima venuta di Cristo e l’ultima, che è proprio il tempo che stiamo vivendo. In questo contesto del “tempo immediato” si colloca la parabola delle dieci vergini (cfr Mt 25,1-13). Si tratta di dieci ragazze che aspettano l’arrivo dello Sposo, ma questi tarda ed esse si addormentano. All’annuncio improvviso che lo Sposo sta arrivando, tutte si preparano ad accoglierlo, ma mentre cinque di esse, sagge, hanno olio per alimentare le proprie lampade, le altre, stolte, restano con le lampade spente perché non ne hanno; e mentre lo cercano giunge lo Sposo e le vergini stolte trovano chiusa la porta che introduce alla festa nuziale. Bussano con insistenza, ma ormai è troppo tardi, lo Sposo risponde: non vi conosco. Lo Sposo è il Signore, e il tempo di attesa del suo arrivo è il tempo che Egli ci dona, a tutti noi, con misericordia e pazienza, prima della sua venuta finale; è un tempo di vigilanza; tempo in cui dobbiamo tenere accese le lampade della fede, della speranza e della carità, in cui tenere aperto il cuore al bene, alla bellezza e alla verità; tempo da vivere secondo Dio, poiché non conosciamo né il giorno, né l’ora del ritorno di Cristo. Quello che ci è chiesto è di essere preparati all’incontro - preparati ad un incontro, ad un bell’incontro, l’incontro con Gesù -, che significa saper vedere i segni della sua presenza, tenere viva la nostra fede, con la preghiera, con i Sacramenti, essere vigilanti per non addormentarci, per non dimenticarci di Dio. La vita dei cristiani addormentati è una vita triste, non è una vita felice. Il cristiano dev’essere felice, la gioia di Gesù. Non addormentarci!

 

25,1-13 Non dividere l’indivisibile [2]

 

Vorrei proporvi l’esempio evangelico delle vergini prudenti. Avverto che lì vi è un insegnamento di cui necessitiamo come Chiesa. Come tutti ricordano, le vergini prudenti si rifiutano di dividere il loro olio con le altre, e questo fa sì che, in una lettura rapida e superficiale, le si condanni (le si riempia di insulti) come meschine ed egoiste. Una lettura più profonda ci mostra la grandezza del loro atteggiamento, perché non dividevano l’indivisibile, non rischiavano ciò che non si poteva rischiare: l’incontro con il loro Signore e il valore di quell’incontro. Nella Chiesa forse ci viene addosso l’insulto e il disprezzo se, per seguire il Signore, smettiamo di “provare i buoi”, di “comprare il campo” e di “prendere moglie” (Lc 14,18-20). E nella sequela del Signore la nostra umiltà sarà povera, perché sarà molto vicina a conoscere “l’essenziale”: ciò che è bene e ciò che è male, senza perdersi negli inganni delle ricchezze. E poiché la vita di Dio in noi non è un lusso, bensì il pane quotidiano, la cureremo con la nostra preghiera e la nostra penitenza. Questo spirito di preghiera e penitenza, anche in mezzo a grandi avversità, ci farà guardare pieni di speranza al cammino di Dio.

 

25,10-13 Cristo servo della sua sposa [3]

 

I racconti stessi dell’ultima cena fanno riferimento alla cena del Messia, quella definitiva, alla morte di Gesù per il suo popolo, per la sua Chiesa: “fino al giorno in cui lo berrò di nuovo con voi, nel regno del Padre mio” (Mt 26,29). “Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove e io preparo per voi un regno, come il Padre mio l’ha preparato per me, perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno. E siederete in trono a giudicare le dodici tribù d’Israele” (Lc 22, 28-30). Partecipare al banchetto di nozze del Signore glorioso è “decisivo” (Mt 25,10-13). Sarà lui stesso a servire gloriosamente il suo popolo, la Chiesa sua sposa (Fil 2,6-10); lui, che ha ricevuto la gloria proprio per aver assunto la condizione di servo (Fil 2,6-10); sarà egli stesso che, nella pienezza della sua gloria, si rallegrerà di essere servo dei suoi servi, servo della sua Sposa (Lc 12,35-38). Ecco l’aspetto decisivo del banchetto finale: anche in questo caso, ma non più in relazione con il peccato (Eb 10, 18) e la morte, Cristo si darà come servo alla sua Chiesa, si occuperà di lei e la festeggerà nel suo banchetto.

 

NOTE

 

[1] Udienza 24 aprile 2013

[2] Conversazione introduttiva, in PAPA FRANCESCO – J. M. BERGOGLIO, In lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book – LEV, Milano - Città del Vaticano 2013, 11-14.

[3] L’epifania della sposa, in J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR Rizzoli, Milano 2014, 128-139; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV, Milano - Città del Vaticano 2014, 75-84.


XXXII domenica del tempo Ordinario

di ENZO BIANCHI

 

Mt  25,1-13

 

In quel tempo Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. 2 Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; 3 le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l'olio; 4 le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l'olio in piccoli vasi. 5 Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. 6 A mezzanotte si alzò un grido: «Ecco lo sposo! Andategli incontro!». 7 Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. 8 Le stolte dissero alle sagge: «Dateci un po' del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono». 9 Le sagge risposero: «No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene». 10 Ora, mentre quelle andavano a comprare l'olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. 11 Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: «Signore, signore, aprici!». 12 Ma egli rispose: «In verità io vi dico: non vi conosco». 13 Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora.»

 

A conclusione dell’anno liturgico, in questa e nelle prossime due domeniche la chiesa ci propone la lettura di Mt  25, la seconda parte del grande discorso escatologico, cioè sulla fine dei tempi, fatto da Gesù nei capitoli 24-25. Matteo leggeva in Marco queste parole di Gesù:

 

Fate attenzione, vegliate (agrypneîte, vigilate), perché non sapete quando è il momento … Vegliate (gregoreîte, vigilate) dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino … Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate (gregoreîte, vigilate)! (Mc 13,33.35.37).

 

A partire da tale monito, Matteo ha ricordato e collocato a questo punto tre parabole del Signore su cosa significa vigilare (cf. Mt 24,45-25,30) seguite dal grande affresco sul giudizio finale (cf. Mt 25,31-46). Visto il ritardo della parusia, della venuta gloriosa di Cristo – almeno ai nostri occhi, se è vero che “davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno” (2Pt 3,8) –, come vivere il nostro qui e ora?

 

Il nostro testo va inoltre collocato almeno all’interno di ciò che Gesù, seduto sul monte degli Ulivi, di fronte al tempio (cf. Mt 24,3), ha appena detto ai discepoli: “Vegliate (gregoreîte, vigilate), perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe (egregóresen, vigilaret) e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo” (Mt 24,42-44). Un’affermazione analoga si ripete anche alla fine del nostro brano, creando un’inclusione: “Vegliate (gregoreîte, vigilate) dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora” (Mt 25,13). Più in generale, tale monito avvolge le tre parabole seguenti, che dipingono uno scenario in bianco e nero, con due vie opposte tra le quali scegliere:

 

Mt 24,45-51: il servo che può essere fedele e prudente/saggio oppure malvagio;

 

Mt 25,1-13: cinque vergini stolte e cinque prudenti/sagge. Ovvero: cos’è la prudenza/saggezza?

 

Mt 25,14-30: due servi fedeli che fanno fruttare i talenti ricevuti, uno malvagio che lo seppellisce. Ovvero: cos’è la fedeltà?

 

La nostra parabola ritrae le usanze matrimoniali palestinesi: il giorno precedente le nozze, al tramonto, il fidanzato si recava con gli amici a casa della fidanzata, che lo attendeva insieme ad alcune amiche. Ma se facciamo attenzione, il nostro racconto presenta molti tratti strani: la sposa non c’è; lo sposo arriva a mezzanotte; si chiede di comprare olio in piena notte; la conclusione è fuori luogo, quasi tragica… In breve, il punto è un altro. Questa parabola è costruita ad arte da Matteo, a partire dal ricordo di parole di Gesù, per descrivere la prolungata attesa della venuta gloriosa del Signore Gesù: è lui, il Messia, “lo Sposo che tarda”, e il vero problema è come comportarsi in questa attesa! Come vigilare?

 

“Il regno dei cieli sarà simile…”: con questo frase tipica di Gesù siamo subito condotti nel vivo del racconto. Ci sono dieci vergini che si muniscono delle loro lampade per “uscire incontro allo sposo”. Quest’ultimo particolare è espresso in greco con una formula tecnica per indicare l’accoglienza del re nella sua parusia, nella visita ufficiale a una città. Ecco la vera posta in gioco: l’accoglienza di quel re del tutto singolare che è Gesù Cristo, lui che viene ad aprirci il regno dei cieli. L’evangelista precisa subito l’essenziale: cinque di queste vergini sono stolte, cinque prudenti/sagge. In cosa consiste la differenza? Nel prepararsi o meno all’incontro con il Signore, prendendo con sé l’olio. Questa netta contrapposizione può essere illuminata attraverso ciò che Gesù dice al termine del “discorso della montagna”:

 

Chi ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chi ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande (Mt 7,24-27).

 

È saggio chi ascolta la Parola e la mette in pratica; è stolto chi ascolta e non fa. L’ascolto è comune allo stolto e al saggio: ciò che li differenzia è la pratica, punto e basta.

 

“Poiché lo Sposo tardava…”: ecco il particolare decisivo della parabola. Il problema è il ritardo della venuta finale di Gesù, un vero e proprio trauma per le prime generazioni cristiane. E noi attendiamo ancora il Veniente oppure – come affermava Ignazio Silone – abbiamo per la sua venuta lo stesso entusiasmo di quelli che aspettano l’autobus alla fermata? “… si assopirono tutte e si addormentarono”. Paradosso: si sta parlando di vegliare, e tutte dormono! Dunque, che tipo di vigilanza è quella a cui Gesù vuole esortarci? Dove sta la differenza tra le stolte e le sagge, se tutte si addormentano?

 

Prima di tentare una risposta, lasciamoci colpire dalla voce che squarcia la notte: “Ecco lo Sposo! Andategli incontro!”. Grido che giunge improvviso a mezzanotte, l’ora più inattesa, in cui il Signore viene e ci sorprende come un ladro nella notte, afferma a più riprese il Nuovo Testamento (cf. Mt 24,43; 1Ts 5,2-4; 2Pt 3,10; Ap 3,3; 16,15). All’udire questa voce potente, tutte le vergini, come si erano addormentate, così si destano, “risorgono” (verbo egheíro). Ma ecco che finalmente si manifesta la differenza. Le cinque stolte non hanno olio, dunque sono costrette a chiederne un po’ alle altre cinque. Si sentono però rispondere: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto a comprarvene”.

 

Risposta dettata dall’egoismo? No, è un modo, seppur brusco, per dire che nel giudizio finale ognuno deve rispondere per sé: non si può avere in extremis l’olio necessario, l’incontro con il Signore va preparato prima. Quest’olio o lo si ha in sé oppure nessuno può pretenderlo dagli altri: è l’olio del desiderio dell’incontro con il Signore. Certo, i padri testimoniano molti altri modi di intendere quest’olio: la carità, la compassione, le azioni giuste che danno carne alla fede, ecc. Ma credo non si debba insistere troppo su un singolo elemento, finendo per perdere di vista l’insieme, cioè l’essenziale: è nella capacità di tenere vivo oggi il desiderio dell’incontro con il Signore che si gioca il giudizio finale, ossia l’essere o meno riconosciuti dal Signore quando verrà alla fine dei tempi. Questo desiderio lo manifestiamo nella nostra vita quotidiana – come Gesù dice nell’affresco di Mt 25,31-46 –; lo manifestiamo in questo tempo di attesa, nella consapevolezza che la vita è lunga e non basta essere uomini e donne “di un momento” (Mc 4,17; cf. Mt 13,21), per darle senso!

 

Ma finalmente giunge lo Sposo, ed entrano con lui nella sala di nozze solo le cinque vergini sagge, definite con un altro aggettivo: il “come”, lo stile della loro saggezza consiste nell’essere “pronte”, preparate, senza bisogno di alcuna dilazione. Allora “la porta fu chiusa”, un particolare icastico, che dice in pochissime parole una verità nettissima, anche se scomoda: dentro o fuori, non vi è una terza possibilità!

 

“Alla fine” – espressione cara a Matteo (cf. Mt 4,2; 21,29.32.37; 22,27; 26,60) – giungono le altre cinque vergini, di ritorno dall’acquisto dell’olio, e cominciano a invocare: “Signore, Signore, aprici!”. Egli però risponde risolutamente: “Amen, io vi dico: non vi conosco”, formula tecnica con cui all’interno di una scuola rabbinica il maestro ripudia il suo discepolo. Non è forse una risposta troppo dura? Per le nozze sì, nell’ambito del giudizio no: essa ci ricorda che l’incontro con il Signore è al tempo stesso festa e giudizio. Nell’ultimo giorno, al momento di dare inizio al banchetto del Regno, il Signore Gesù non potrà non mettere in luce la verità della nostra vita, mediante quel giudizio che noi confessiamo nel “Credo” (“di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti”), giudizio assolutamente necessario affinché la storia abbia un senso.

 

Tale verità è mirabilmente espressa da Gesù in un altro brano del “discorso della montagna”, che precede quello citato sopra:

 

Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demoni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’ingiustizia!” (Mt 7,21-23).

 

Qui il discernimento di Gesù è sottile e smaschera una forma di ipocrisia tipicamente “religiosa”: si può presumere di compiere prodigi nel nome di Cristo e invece ingannarsi miseramente; ossia, non fare la volontà del Padre, che è anche la sua volontà. Non è sufficiente neppure compiere gesti carismatici o eclatanti, perché queste opere possono trasformarsi in idoli seducenti in quanto creati dalle nostre mani, in azioni che danno gloria a chi le fa. No, ciò che il Padre vuole è la misericordia, come Gesù ha affermato citando il profeta Osea: “Misericordia io voglio, non sacrificio” (Os 6,6; Mt 9,13; 12,7). È un annuncio della misericordia di Dio che deve trasparire dalla nostra prassi in mezzo agli altri uomini e donne, ed è solo su questo che saremo giudicati nell’ultimo giorno. Allora sarà rivelato chi ha veramente aderito al Signore e chi, pur fingendo di agire in suo nome, è stato un operatore d’ingiustizia… Insomma, non c’è solo la discrepanza tra dire e fare; c’è anche quella tra un fare egoistico, autoreferenziale, e un fare ispirato dalla volontà di Dio, da quella misericordia che è la “giustizia superiore” (cf. Mt 5,20) rivelata da Gesù. In questo “fare differente” consiste l’essere pronti per andare incontro allo Sposo veniente.

 

Infine, Gesù conclude: “Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”. La vigilanza è la matrice di ogni virtù umana e cristiana, è il sale di tutto l’agire, è la luce del pensare, ascoltare e parlare di ogni umano. Non si può non ricordare, al riguardo, l’acuta comprensione del grande Basilio, a conclusione delle sue Regole morali:

 

“Che cosa è specifico del cristiano?”. “Vigilare ogni giorno e ogni ora ed essere pronti nel compiere pienamente la volontà di Dio, sapendo che nell’ora che non pensiamo il Signore viene (cf. Mt 24,44; Lc 12,40)” (80,22).

 

E l’Apostolo Paolo, in quello che è il più antico scritto del Nuovo Testamento, così ammonisce i cristiani di Tessalonica:

 

Voi, fratelli, non siete nella tenebra, sicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro. Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alla tenebra. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri (1Ts 5,4-6).

 

 

Vegliare, vigilare, è andare incontro al Signore con le lampade del desiderio accese; è essere saggi, cioè pronti a vivere il tempo lungo dell’attesa con l’aiuto dell’olio dell’intelligenza. E ciò tenendo presente – come Gesù rivela con realismo – la possibilità di addormentarci, ovvero di dimenticare, di rimuovere l’orizzonte della venuta del Signore. Come fare fronte a questa che è più di una possibilità? Lottando ogni giorno per non lasciare appesantire le nostre vite dalla routine, dalla ripetitività del quotidiano, che è pur sempre l’oggi di Dio, l‘unica porta d’accesso nel mondo alla venuta finale del Signore: “Beati quei servi che il Signore alla sua venuta troverà vigilanti!” (Lc 12,37).


Enzo Bianchi Commento Vangelo 5 novembre 2017

 

📖 Dire e non fare…

5 novembre 2017

XXXI domenica del tempo Ordinario

Commento al Vangelo

di ENZO BIANCHI

 

 

Mt 23,1-12

 

In quel tempo 34 i farisei, avendo udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme 35 e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: 36 «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». 37 Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. 38 Questo è il grande e primo comandamento. 39 Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. 40 Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

 

Nel vangelo secondo Matteo, dopo diversi scontri e controversie tra Gesù e scribi, sacerdoti, farisei (cf. Mt 21,23-22,46), durante il suo ultimo soggiorno a Gerusalemme, egli pronuncia un lungo discorso, il penultimo, prima di quello escatologico. Si tratta di una raccolta di invettive e di ammonizioni indirizzate da Gesù proprio a quei suoi avversari che tante volte lo avevano contraddetto, gli avevano teso tranelli, lo avevano messo alla prova, lo avevano calunniato e insidiato con giudizi e complotti. Questo discorso, registrato al capitolo 23, è duro, e può meravigliarci di trovarlo sulla bocca di chi con misericordia perdonava i peccatori, mangiava con loro e li faceva sentire amati da Dio, anche se non meritavano tale amore. Gesù – possiamo dire – attacca i legittimi pastori del suo popolo, i dirigenti, quelli che erano riconosciuti esperti delle sante Scritture, che erano ritenuti maestri e modelli esemplari per i credenti. Sia però chiaro che queste sue parole vanno a colpire vizi religiosi non solo giudaici ma anche cristiani!

 

E si faccia attenzione: Gesù non fa di tutta l’erba un fascio, non si scaglia contro i tutti i farisei, tutti i sacerdoti, tutti i maestri, ma contro coloro che in quel preciso tempo dominavano, erano al comando; contro quelli che lo accuseranno, lo perseguiteranno e, dopo averlo condannato, lo consegneranno ai pagani per l’esecuzione capitale. Dunque, questi rimproveri non vanno applicati generalizzando, ma vanno ripetuti per noi cristiani, noi che nella chiesa svolgiamo una funzione e sovente siamo ritenuti “uomini e donne di Dio”, secondo il linguaggio corrente.

 

Ma ascoltiamo con piena obbedienza le parole di Gesù, che così apre il suo discorso: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro azioni, perché parlano ma non realizzano ciò che predica”. C’è una cattedra del popolo di Dio, c’è un ministero, un servizio reso ai credenti, ossia il compito di proclamare la parola di Dio contenuta nella Torah data da Mosè a Israele nel deserto, dopo la liberazione dall’Egitto. Il Dio che ha liberato il suo popolo dalla schiavitù ha anche dato al suo popolo la Torah, l’insegnamento, affinché conoscesse la sua volontà e fosse dunque un popolo di testimoni capaci di proclamarla a tutte le genti.

 

Dopo Mosè, molti e diversi sono stati i maestri, dotati di un magistero per il popolo, ma quanti in quel momento storico (30 d.C.) erano i dirigenti e le guide religiose, abitualmente insegnavano in modo conforme alla tradizione ma in loro non c’era coerenza di comportamento, perciò mancavano di autorità (exousía). Predicavano ai fedeli ma in realtà non osservavano quanto dicevano. Erano persone divise, che con le labbra dicevano una cosa ma con il cuore ne pensavano altre (cf. Mt 15,8; Is 29,13). Fare e osservare sono le espressioni con cui il popolo ha scelto il Signore, ha ripudiato gli idoli e ha sancito con lui l’alleanza: “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo e lo ascolteremo” (Es 24,7), ovvero “lo comprenderemo nella misura in cui lo metteremo in pratica”.

 

Tale promessa doveva valere tanto più per i capi del popolo del Signore, e invece costoro esaurivano la realtà nella sua proclamazione verbale. In profondità non ascoltavano, perché chi ascolta il Signore obbedisce. Ma essi preferivano sentire la parola del Signore per predicarla senza invece ascoltarla, senza fare l’esperienza della faticosa realizzazione della volontà di Dio attraverso un intelligente discernimento e un’azione piena di carità. Succede anche a noi di dire e poi di non agire conseguentemente, ma lo dobbiamo confessare ai fratelli e alle sorelle, senza pretendere di essere esemplari se non siamo coerenti nel nostro comportamento reale e quotidiano: siamo peccatori e ciò non va nascosto! Gesù definisce questo comportamento “ipocrisia” e lo condanna, perché di fatto favorisce una cecità su se stessi, fino a credere di vedere e addirittura a giudicare gli altri come ciechi (cf. Gv 9,41). Costoro fingono, recitano una parte senza essere né convinti né conseguenti.

 

Segue un’altra accusa: “Legano fardelli pesanti e difficili da portare e li impongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito”. Qui Gesù intravede la funzione assunta da scribi e farisei: spiegare la Legge, determinare il comportamento, interpretare il comando emanando precetti. E così la parola di Dio, data come Torah, insegnamento, diventava gravida di prescrizioni legali minuziosissime: in partenza lo scopo era quello di porre una siepe attorno alla Legge per custodirla, ma di fatto questi precetti umani finivano per essere pesi imposti sulle spalle soprattutto dei piccoli e dei semplici, pesi e fatiche che loro, i pretesi legislatori, non conoscevano e certamente non portavano. Di fatto, in tal modo si annullava la parola di Dio, la si eludeva con abilità, si svuotava il comando dato dal Signore (cf. Mc 7,8-13; Mt 15,3-6)…

 

Ma la lettura di Gesù va più a fondo: “Tutte le loro azioni le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange”. Questo è il vizio di chi pensa di avere un potere sugli altri e vuole dunque mostrarlo, per essere riconosciuto dalla gente: farsi vedere per testimoniare la fede, a fin di bene, per educare gli altri e dare il buon esempio… Quante volte questi atteggiamenti coprono intenzioni squallide e menzognere! Le testimonianze devono essere lette da chi vede e ascolta, non date da chi dovrebbe solo vivere, senza fare narrazioni di sé e delle proprie azioni: saranno gli altri, con il loro discernimento, a giudicare la verità o la falsità di chi deve parlare solo del Signore, non di se stesso. Questo esibizionismo religioso purtroppo è tanto presente, ancora oggi, nelle nostre chiese!

 

Di seguito Gesù menziona alcuni status symbol, tanto amati perché utili a creare consenso. Quelli che il Signore aveva chiesto come segni (’ot), diventati filatteri (tephillin, da tephillah, “preghiera”), anziché ricordare a chi li portava il Dio liberatore (cf. Es 13,9.16; Dt 6,8; 11,18), finivano per essere sempre più vistosi perché gli altri li ammirassero (come quelli che tirano fuori dalle tasche in mezzo agli altri un rosario, per essere considerati uomini o donne di preghiera!). Non solo, costoro allargavano anche le frange, cioè i fiocchi (tzitzit) nel loro mantello di preghiera, non per ricordarsi di Dio (cf. Nm 15,37-41), ma per farsi ammirare come uomini di preghiera. È la perversione di strumenti dati da Dio per confermare la fede e l’ascolto la sua parola e invece divenuti, attraverso un meccanismo perfido, strumenti per ricevere applausi e onori!

 

E così ecco la conseguenza: “Amano i posti d’onore nei banchetti, i primi seggi nelle sinagoghe, i saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati ‘maestri’ dalla gente”. Quando si esercita l’autorità, si è facilmente preda di queste tentazioni: si è ossessionati dalle vesti, si è abbigliati come quelli che stanno nei palazzi del potere (cf. Mt 11,8; Lc 7,25), e magari si afferma di comportarsi così solo per dare gloria a Dio e prestigio alla chiesa, professando una falsa umiltà. Sappiamo che sotto vestiti ricercati e orpelli sontuosi si nascondono ecclesiastici umilissimi o poveri: non si tratta dunque di dare giudizi sulle persone, ma di indicare dati oggettivamente in contraddizione con il modo di vivere di Gesù, richiesto a chi fa riferimento al suo Nome. D’altra parte, è sempre valida l’osservazione di Yves Congar:

 

Si può beneficiare ordinariamente di privilegi senza arrivare a pensare che sono dovuti? O vivere in un certo lusso esteriore senza contrarre certe abitudini? E essere onorati, adulati, trattati in forme solenni e prestigiose, senza mettersi moralmente su un piedistallo? È possibile comandare e giudicare, ricevere uomini in atteggiamento di richiesta, pronti a complimentarci, senza prendere l’abitudine di non più veramente ascoltare? Si può trovare davanti a sé dei turiferari senza prendere un po’ il gusto dell’incenso?

 

E qual è il luogo migliore per apparire se non i pranzi e le cene con quelli che in questo mondo contano? Cene e ricevimenti che forniscono un autocompiacimento egocentrico, occasioni nelle quali risuonano grandi e altisonanti titoli onorifici, svolazzanti fasce colorate… Allora il titolo era “rabbi”, “maestro” (non ancora termine tecnico per indicare gli attuali rabbini); oggi ce ne sono molti di più, mediati dalla mondanità più banale: si pensi per esempio a “eccellenza”, titolo estraneo nella chiesa fino al secolo scorso e poi mutuato dal fascismo, che chiamava “eccellenza” i prefetti…

 

Dobbiamo dirlo: sovente siamo caduti nel ridicolo, e oggi molti leggono tante ostentazioni ecclesiastiche come vuote e controproducenti; ma la cecità è tale che tutto sembra continuare come nelle corti bizantine o rinascimentali, se si esclude qualche eccezione. E invece nella comunità cristiana ogni titolo deve significare ciò che viene realmente vissuto, non deve essere un orpello onorifico. Per questo Gesù avverte i suoi discepoli: “Ma voi non così, non fatevi chiamare ‘rabbi’, perché uno solo è il vostro Maestro (didáskalos) e voi siete tutti fratelli. E non chiamate ‘padre’ nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre (patér) vostro, quello nei cieli. E non fatevi chiamare ‘guide’, perché uno solo è la vostra Guida (katheghétes), il Cristo”. Il discepolo di Gesù è avvertito: rabbi e guida sono titoli che vanno applicati solo a lui, il Cristo di Dio, così come solo Dio va invocato quale Padre. Parole nette, chiare, alle quali però raramente si è rimasti fedeli, perché già nella chiesa antica si sono definiti padri quelli che hanno generato a Cristo nella fede fratelli e sorelle e sono stati chiamati maestri e guide quanti erano incaricati dell’insegnamento e del discernimento spirituale nella comunità cristiana.

 

 

Ciò che è decisivo in questo avvertimento di Gesù si trova alla fine del nostro brano: chi è più grande o chi è il primo della comunità cristiana – e ci deve essere chi è più grande, chi presiede i fratelli e le sorelle – sia servo di tutti, si abbassi e si spogli di ogni potere e arroganza, sull’esempio di Gesù, il Servo del Signore, e così sarà innalzato (cf. Fil 2,5-11). Altrimenti sarà abbassato, deposto dal trono, retrocesso nel banchetto celeste. A questo punto Gesù continua ad ammonire scribi e farisei fino alla fine di questo capitolo, pronunciando i sette “guai”, che non sono maledizioni ma avvertimenti, aspri richiami in vista della conversione, invettive e lamenti pronunciati da chi continua a sperare che i destinatari di queste parole possano fare ritorno a Dio. In ogni caso, dovremmo leggerli facendo memoria del commento di Girolamo: “Guai a noi, miserabili, che abbiamo ereditato i vizi degli uomini religiosi!”.


No ipocriti

 

Sì cristiani senza trucco (Mt 22,34)

 

XXXI Domenica A

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

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23,1-12 Tre parole per non fare i “furbi” [1]

 

Il messaggio della Chiesa oggi si può riassumere in tre parole: l’invito, il dono e la “finta”“.

Un invito che, come si legge nel libro del profeta Isaia (1,10.16) riguarda proprio la conversione: “Prestate orecchio all’insegnamento del nostro Dio. Lavatevi, purificatevi!”, ovvero: “Ciò che voi avete dentro che non è buono, quello che è cattivo, quello che è sporco, deve essere purificato”.

[..] La sporcizia del cuore non si toglie come si toglie una macchia: andiamo in tintoria e usciamo puliti. Si toglie col “fare”. La conversione è fare una strada diversa, un’altra strada da quella del male.

Altra domanda: “E come faccio il bene?”. La risposta viene ancora dal profeta Isaia: “Cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova”. Per ognuno di noi significa: vai dove sono le piaghe dell’umanità, dove c’è tanto dolore; e così, facendo il bene, tu laverai il tuo cuore. Tu sarai purificato! Questo è l’invito del Signore. [..]

Se faremo questo quale sarà il dono del Signore? “Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve; se fossero rossi come porpora, diventeranno come la lana”.

Persino di fronte alla nostra paura o titubanza - “Ma, padre, io ho tanti peccati! Ne ho fatti tanti, tanti, tanti, tanti!” - il Signore ci conferma: “Se tu vieni per questa strada, nella quale io ti invito, anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve”.

La terza parola, la finta. Nel Vangelo di Matteo (23,1-12) Gesù parla degli scribi e dei farisei. Anche noi facciamo i furbi, da peccatori: sempre troviamo una strada che non è quella giusta, per sembrare più giusti di quello che siamo: è la strada dell’ipocrisia.

Gesù parla di quegli uomini cui piace vantarsi come giusti: i farisei, i dottori della legge, che dicono le cose giuste, ma che fanno il contrario. A questi “furbi” piacciono la vanità, l’orgoglio, il potere, il denaro. E sono ipocriti perché fanno finta di convertirsi, ma il loro cuore è una menzogna: sono bugiardi. Infatti il loro cuore non appartiene al Signore; appartiene al padre di tutte le menzogne, a satana. E questa è la “finta” della santità. È un atteggiamento contro il quale Gesù ha usato sempre parole molto chiare. Egli infatti preferiva mille volte i peccatori agli ipocriti. Almeno i peccatori dicevano la verità su loro stessi: “Allontanati da me Signore, che sono un peccatore!” (Lc 5,8). Così aveva fatto “Pietro, una volta. Un riconoscimento che invece non affiora mai sulla bocca degli ipocriti, i quali dicono: “Ti ringrazio Signore, perché non sono peccatore, perché sono giusto” (cf. Lc 18,11).

Ecco allora le tre parole su cui meditare: l’invito alla conversione; il dono che ci darà il Signore e cioè un perdono grande; e la “trappola”, cioè “fare finta” di convertirsi e prendere la strada dell’ipocrisia. Con queste tre parole nel cuore si può partecipare all’Eucaristia, la nostra azione di grazie”, nella quale si sente l’invito del Signore: “Vieni da me, mangiami. Io cambierò la tua vita. Fai la giustizia, fai il bene ma, per favore, guardati dal lievito dei farisei, dall’ipocrisia”.

 

23,4 Comunicare ciò che si è contemplato (EG 150)

 

Gesù si irritava di fronte a questi presunti maestri, molto esigenti con gli altri, che insegnavano la Parola di Dio, ma non si lasciavano illuminare da essa: “Legano fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito” (Mt 23,4). L’Apostolo Giacomo esortava: “Fratelli miei, non siate in molti a fare da maestri, sapendo che riceveremo un giudizio più severo” (Gc 3,1). Chiunque voglia predicare, prima dev’essere disposto a lasciarsi commuovere dalla Parola e a farla diventare carne nella sua esistenza concreta. In questo modo, la predicazione consisterà in quell’attività tanto intensa e feconda che è “comunicare agli altri ciò che uno ha contemplato” [2]. Per tutto questo, prima di pre¬parare concretamente quello che uno dirà nella predicazione, deve accettare di essere ferito per primo da quella Parola che ferirà gli altri, perché è una Parola viva ed efficace, che come una spada “penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12). Questo riveste un’importanza pastorale. Anche in questa epoca la gente preferisce ascoltare i testimoni: “ha sete di autenticità [...] reclama evangelizzatori che gli parlino di un Dio che essi conoscano e che sia a loro familiare, come se vedessero l’Invisibile” [3].

 

23,1-12 No ipocriti, Sì cristiani senza trucco [4]

 

Il cristiano truccato

La quaresima dunque ci invita ad aggiustare, a sistemare la nostra vita. È proprio questo che ci consente di avvicinarci al Signore. Egli è pronto a perdonare.

“Io ti cambio l’anima”: questo ci dice Gesù. E cosa ci chiede? Di avvicinarsi. Di avvicinarsi a lui. Lui è Padre; ci aspetta per perdonarci. E ci dà un consiglio: “Non siate come gli ipocriti” (Mt 23,1-12). Lo abbiamo letto nel vangelo: questo tipo di avvicinamento il Signore non lo vuole. Lui vuole un avvicinamento sincero, vero. Invece cosa fanno gli ipocriti? Si truccano. Si truccano da buoni. Fanno la faccia da immaginetta, pregano guardando al cielo, facendosi vedere, si sentono più giusti degli altri, disprezzano gli altri. E si vantano di essere buoni cattolici perché hanno conoscenze tra benefattori, vescovi e cardinali.

Questa è l’ipocrisia. E il Signore dice no, perché nessuno deve sentirsi giusto per suo giudizio personale. Tutti abbiamo bisogno di essere giustificati e l’unico che ci giustifica è Gesù Cristo. Per questo dobbiamo avvicinarci: per non essere cristiani truccati. Quando l’apparenza svanisce si vede la realtà e questi non sono cristiani.

 

I cristiani senza trucco

Ma qual è il segno che siamo sulla buona strada? Lo dice sempre la Scrittura: difendere l’oppresso, avere cura del prossimo, dell’ammalato, del povero, di chi ha bisogno, dell’ignorante. Questa è la pietra di paragone. Gli ipocriti non possono fare questo, perché sono tanto pieni di se stessi che sono ciechi per guardare agli altri. Ma quando uno cammina un po’ e si avvicina al Signore, la luce del Padre fa vedere queste cose e va ad aiutare i fratelli. E questo è il segno della conversione.

Certo questa non è tutta la conversione; perché essa è l’incontro con Gesù Cristo. Ma il segno che noi siamo con Gesù è proprio questo: curare i fratelli, i più poveri, gli ammalati come il Signore ci insegna nel vangelo.

Dunque la quaresima serve per cambiare la nostra vita, per aggiustare la vita, per avvicinarsi al Signore. Mentre l’ipocrisia è il segno che noi siamo lontani dal Signore. L’ipocrita si salva da se stesso, almeno così pensa; mentre il segno che ci siamo avvicinati al Signore con spirito di penitenza e di perdono è che noi ci prendiamo cura dei fratelli bisognosi. Il Signore ci dia a tutti luce e coraggio: luce per conoscere cosa succede dentro di noi e coraggio per convertirci, per avvicinarci al Signore. È bello essere vicini al Signore.

 

23,4-7.13.23 La condanna dell’ipocrisia [5]

 

Con l’aggettivo “ipocriti”, Gesù condanna i ministri che adulterano in modo sofisticato la purezza della casa di Dio. A loro rinfaccerà che “legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filatteri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbi” dalla gente” (Mt 23,4-7). Dirà loro chiaramente che sono strumento di conflitto tra il popolo e Dio: “Chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare” (Mt 23,13), “pagate la decima sulla menta, sull’aneto e sul cumino, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà” (Mt 23,23).

 

 

 

NOTE

 

[1] Meditazione, 3 marzo 2015.

[2] San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 188, art. 6.

[3] Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi (8 dicembre 1975), 76: AAS 68 (1976), 68.

[4] Meditazione, 18 marzo 2014.

[5] Il tempio nella vita del cristiano, in J. M. BERGOGLIO, Impegno, (= Le parole di papa Francesco, 12), Corriere della Sera, Milano 2015, 171-8


 

XXXI Domenica Tempo Ordinario A

 

a cura di Franco Galeone *

 

 

 

L’ipocrisia: un virus antico e sempre in agguato

 

1. Il brano evangelico di oggi si ferma prima che Gesù inizi la sua invettiva: Guai a voi, scribi e farisei ipocriti! (vv. 13-29). La tensione, creatasi tra Gesù e i capi del popolo, diventa sempre più violenta; le invettive sono tanto gravi che suscitano stupore; è come se Gesù appartenesse ad un altro popolo, nemico, e parlasse una lingua straniera. Leggendo meglio, però, si comprende che le invettive e le minacce di Gesù sono come quelle scenate di casa, scenate di una grande famiglia come quella ebraica, litigiosa certo, ma in fondo tenacemente unita. Guai a fraintendere quei momenti di collera familiare, e dimenticare che anch’essi derivano dall’Amore, proprio come dall’Amore derivano anche la Legge e i Profeti. Gesù amava la sua gente. Le sue sferzate mirano non al ripudio e al rifiuto, ma alla comprensione e alla conversione. In Gesù fremeva un amore infinito, che lo faceva soffrire della cattiveria degli altri, e dei suoi in particolare. Insomma, Matteo non polemizza contro il popolo ebraico, ma ricorda ai maestri seduti sulla cattedra la necessità della coerenza tra annuncio di fede e vita di ogni giorno.

 

2. Malachia e Matteo lanciano invettive gravissime. Malachia rimprovera apertamente i sacerdoti, perché sono ipocriti; le sue parole sono persino brutali: Spanderò sulla vostra faccia gli escrementi (2,3). Mai trovato minacce così umilianti! Davvero l’ipocrisia ripugna tanto a Dio! Ricordiamole queste parole: anch’esse fanno parte dei Libri Santi! Matteo per ben sette volte riporta il Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, con la chiusura terribile: Serpenti, razze di vipere (v.33). Queste invettive di Gesù sono le più forti nel Nuovo Testamento. Sembrano rimproveri rivolti solo ai sacerdoti, ma a ben riflettere riguardano anche noi. Gesù non invita il popolo alla disubbidienza, non mette in discussione l’autorità degli scribi e dei farisei, non demonizza tutto il popolo ebraico. Quello che Gesù rimprovera è l’ipocrisia. E questa è un vizio non solo clericale ma anche laicale, non solo ebraico ma anche cristiano!

 

3. Da alcuni si sostiene che l’ipocrisia si incontra più tra i cristiani che gli altri, molto più tra i religiosi che i laici. È vero? Difficile rispondere; forse è vero, per il fatto che l’ideale cristiano è molto elevato, e non riuscendo a viverlo in pienezza, facilmente noi cristiani scendiamo a compromessi. Ma l’ipocrisia è una tentazione comune, tocca sacerdoti e laici, individui e famiglie, credenti e atei. Gesù vuole denunciare le deformazioni, le maschere che i credenti possono portare sul viso. Tutti! Più che colpire i farisei, Gesù vuole colpire il fariseismo. Le parole di Gesù non vanno scaraventate sulla faccia del vicino, del nostro parroco, degli altri insomma. Quando noi le sentiamo, siamo subito tentati di applicarle agli altri e invece vanno applicate anzitutto e soprattutto a noi, a ciascuno di noi. È sul nostro viso che devono lasciare il segno! È quell’ipocrita, nascosto nel nostro profondo, che va stanato!

 

4. Il Vangelo rivela all’uomo il suo vero atteggiamento: il Vangelo è uno specchio (Gc 1,23), in cui ognuno è rivelato e denunziato; ma noi generalmente ci indigniamo della cattiveria altrui. Proprio come nella favola delle due bisacce raccontata da Fedro! Proprio come Pietro, che, quando gli fu predetto il suo tradimento, pensava a quello degli altri e non al suo (Mt 26,34). Proprio come il profeta Natan quando rimproverò Davide re: Sei tu quell’uomo! (2Sam 12,7). Tu, non un altro!

Non chiamate nessuno Maestro, Padre …

 

5. Questo comando di Gesù sembra che nella Chiesa sia sempre stato violato. Quanti ecclesiastici si fanno chiamare maestro, monsignore, padre, rettor magnifico, reverendo, eccellenza, eminenza, santità… Tutti questi titoli spesso non facilitano una comunicazione diretta, fraterna. Gesù, sia ben chiaro, non propone semplicemente di abolire i titoli o di inventarne di nuovi; se bastasse questo, sarebbe una nuova forma di ipocrisia. L’apostolo Paolo, per esempio, anche lui a volte si farà chiamare padre, senza per questo andare contro il Vangelo. Il vero senso delle parole di Gesù è nelle parole finali del brano ascoltato: Il più grande tra voi sia il vostro servo. A questa condizione di servizio, lascia capire Gesù, ogni titolo può ancora restare, perché ha riacquistato il suo giusto significato. Il potere deve trasformarsi in servizio. Se avviene questo, sono superate tre tentazioni: a) quella del clericalismo, che serve più la Chiesa nelle sue strutture che il Cristo nell’umanità; b) quella del trionfalismo, che esercita il proprio servizio con orgogliosa autosufficienza; c) quella del paternalismo, che con il pretesto del servizio, invade la vita e la coscienza degli altri.

La vera Chiesa? Dove si ama di più!

 

6. Il brano del Vangelo di Matteo fu scritto per la prima comunità cristiana, nella quale riemergevano i bisogni di distinzione, gli appetiti di dominio, e Matteo ricorda le parole di Gesù contro i farisei di ieri e quelli di oggi. Le parole del Vangelo, quindi, ci chiamano tutti in causa: la Chiesa in alto come gerarchia, e la Chiesa in basso come popolo di Dio. Quando noi, sconsolati, parliamo di scristianizzazione del mondo, dobbiamo interrogarci se abbiamo osservato le indicazioni del Vangelo. La parola di Dio non può essere pronunciata da chiunque e da qualunque cattedra; essa passa attraverso la testimonianza vissuta. Oggi non crediamo più ai maestri ma solo ai testimoni! Paolo, per esempio, nei suoi viaggi pastorali, non si presentava come predicatore di professione, non come maestro o padre o monsignore, ma come uomo tra gli uomini, preoccupandosi addirittura di non essere di peso a nessuno, lavorando con le sue mani per vivere. Sì, Paolo fu un prete-operaio ante litteram! Non ci dovremmo stupire se coloro che si chiamano successori degli apostoli vivano come gli altri, con il lavoro delle loro mani. Dovrebbe essere normale, come lo fu per Gesù, uomo tra gli uomini, senza distinzioni sacerdotali, in costante polemica contro quanti cercavano i primi posti, i pubblici inchini, i turiboli fumiganti!

 

7. Se la nostra comunità cristiana dev’essere fraterna, allora quante sovrastrutture devono cadere. Non è accaduto: l’Annuario Pontificio contempla ancora tutta una serie di privilegi, di titoli, di lustrini, delizia e tormento di quanti spasimano fare carriera. Dobbiamo essere predicatori di fraternità, non solo nello spirito invisibile, ma anche nella storia visibile; senza questa coerenza, il nostro rapporto con il mondo è ipocrisia, e la storia della Chiesa si confonde con la storia delle classi dominanti. Oggi, firmare i documenti con il bel titolo di servus servorum Dei non basta più; occorre esserlo davvero agli occhi dei popoli, altrimenti questi continueranno a immaginare la massima autorità della Chiesa ancora come the king of kings. Nella società civile, almeno formalmente sono stati compiuti grandi progressi in questa direzione Invece all’interno della Chiesa sopravvivono. La vera Chiesa? Quella dove c’è più verità? No, quella dove ci si ama di più! Buona vita!

 

 

* Gruppo biblico ebraico-cristiano


 

 

Chi sta con Gesù è  Felice!

 

di Amedeo Lomonaco

 

I Santi “non sono modellini perfetti ma persone attraversate da Dio” che hanno accolto la luce del Signore “nel loro cuore e l’hanno trasmessa al mondo”. E’ quanto ha affermato Papa Francesco all’Angelus, nella solennità di Tutti i Santi, esprimendo anche dolore per gli attacchi terroristici in Somalia, in Afghanistan e a New York. “Chi sta con Gesù - ha aggiunto il Santo Padre - è beato, è felice”.

“La felicità non sta nell’avere qualcosa o nel diventare qualcuno, no, la felicità vera è stare col Signore e vivere per amore”.

Le beatitudini sono ingredienti per la felicità

Le beatitudini - ha aggiunto Francesco - sono “ingredienti” per una vita felice”:

“Sono beati i semplici, gli umili che fanno posto a Dio, che sanno piangere per gli altri e per i propri sbagli, restano miti, lottano per la giustizia, sono misericordiosi verso tutti, custodiscono la purezza del cuore, operano sempre per la pace e rimangono nella gioia, non odiano e, anche quando soffrono, rispondono al male con il bene”.

I santi seguono sempre Gesù

E le beatitudini - ha sottolineato il Papa - “non richiedono gesti eclatanti, non sono per superuomini, ma per chi vive le prove e le fatiche di ogni giorno”:

“Così sono i santi: respirano come tutti l’aria inquinata dal male che c’è nel mondo, ma nel cammino non perdono mai di vista il tracciato di Gesù, quello indicato nelle beatitudini, che sono come la mappa della vita cristiana”.

I poveri in spirito non vivono per successo, potere e denaro

“Oggi – ha spiegato il Papa - è la festa di quelli che hanno raggiunto la meta indicata da questa mappa: non solo i santi del calendario, ma tanti fratelli e sorelle ‘della porta accanto’, che magari abbiamo incontrato e conosciuto”. Ed è “una festa di famiglia, di tante persone semplici e nascoste che in realtà aiutano Dio a mandare avanti il mondo”. Chi sono – ha chiesto poi il Papa – i poveri in spirito?

“Che non vivono per il successo, il potere e il denaro; sanno che chi accumula tesori per sé non arricchisce davanti a Dio (cfr Lc 12,21). Credono invece che il Signore è il tesoro della vita, l’amore al prossimo l’unica vera fonte di guadagno. A volte siamo scontenti per qualcosa che ci manca o preoccupati se non siamo considerati come vorremmo; ricordiamoci che non sta qui la nostra beatitudine, ma nel Signore e nell’amore: solo con Lui, solo amando si vive da beati”.

Preghiera per i defunti

Il Santo Padre ha ricordato infine che “domani saremo chiamati ad accompagnare con la preghiera i nostri defunti, perché godano per sempre del Signore”. “Ricordiamo con gratitudine – ha detto - i nostri cari e preghiamo per loro”. Dopo l’Angelus, il Papa ha anche rivolto un saluto speciale ai partecipanti alla Corsa dei Santi, promossa dalla Fondazione “Don Bosco nel mondo” per offrire "una dimensione di festa popolare alla celebrazione religiosa di Tutti i Santi”. E ha anche ricordato che domani pomeriggio si recherà al Cimitero americano di Nettuno e poi alle Fosse Ardeatine: “chiedo di accompagnarmi con la preghiera – ha detto il Papa - in queste due tappe di memoria e di suffragio per le vittime della guerra e della violenza”.


GODIAMOCI LA VENTATA RINNOVATRICE DI QUESTO PAPA

 

 

C’è chi pensa già alla successione. Ma abbiamo appena cominciato ad assaporare i frutti di questo straordinario pontificato

Mi ha preso il magone quando, la settimana scorsa, aprendo un settimanale ho letto uno dei tanti titoli: “E dopo Francesco? Ecco i tre candidati”. Con sottotitolo: “In Vaticano già si pensa alla successione”.

Che ci sia qualcuno che già pensa alla fine di questo Papato credo faccia male a tutti e, spero, soprattutto al giornalista, dalla pensata idiota e antipaticamente anticipata.

Abbiamo appena cominciato ad assaporare, giorno dopo giorno, questo miracolo e questo regalo che ci ha fatto il Padreterno, in un momento così delicato per il mondo e per la chiesa, e già gli uccellacci del malaugurio svolazzano, pesanti e sinistri, tra le pagine della stampa.

Mi rifiuto di pensare e di presagire sui Papi di domani, quali saranno i più o meno degni di salire “sul trono”. È mai possibile che la nostra vita quotidiana non possa godere delle poche gioie che ha già e abbia voglia di imbrattarle?

Ci sono certi difetti nella cultura della comunicazione, così strampalati da obbligarci (anch’io purtroppo faccio parte di questo mondo) a disprezzarla e ad evitarla, con tristezza. A noi lettori pare, non sempre con ragione, che ogni piccolo segno negativo possa ingigantire in un attimo, ed ogni piccolo segno negativo possa ingigantire in un attimo e ogni segno positivo invece venga, con altrettanta esagerazione, male interpretato e sottovalutato.

Vale sempre l’idea che le disgrazie portano più utenti, più acquirenti e quindi più “soldi”? Per fortuna anche dentro questi mezzi crescono palesi contraddizioni che ci permettono di non perdere totalmente la speranza e l’ottimismo.

Infatti lo stesso editore che lanciava questo lugubre titolo, il medesimo giorno riportava la recensione di Eugenio Scalfari ad un libro di Monsignor Vincenzo Paglia, e finiva così: “Aggiungo da parte mia: per i non credenti è un incontro con i valori laici della libertà, dell’eguaglianza e della fraternità”.

Godiamoceli i valori che nessun’altro Pontefice ci ha fatto assaporare, senza perdere tempo a manipolare “pendolini” stregati. E, anche se valgo meno di certi personaggi, permettetemi di augurare lunga vita a questo Francesco capace, come pochi, di farci intuire un cristianesimo diverso e una gerarchia commisurata sul “servizio” e non sul potere.

 

Don Antonio Mazzi


Restituite a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”

22 ottobre 2017

XXIX domenica del tempo Ordinario

Commento al Vangelo

di ENZO BIANCHI

 

 

Mt 22,15-21

 

In quel tempo 15 i farisei consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. 16 Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. 17 Dunque, di' a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». 18 Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? 19 Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. 20 Egli domandò loro: «Questa immagine e l'iscrizione, di chi sono?». 21 Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

 

Negli ultimi giorni prima di essere catturato e subire la morte vergognosa di croce, a Gerusalemme Gesù si è scontrato con quelli che sarebbero stati i suoi accusatori durante il processo. Alcune di queste controversie sono testimoniate dal vangelo secondo Matteo, in dipendenza da Marco: la controversia con i farisei e gli erodiani circa il tributo a Cesare (cf. Mt 22,15-22), la controversia con i sadducei sulla resurrezione dei morti (cf. Mt 22,23-33), le controversie con i farisei sul comandamento più grande e sulla signoria del Messia rispetto a David (cf. Mt 22,34-46), e infine un attacco preciso di Gesù nei confronti di questi suoi avversari, che si estende su un intero capitolo (cf. Mt 23).

 

Oggi la liturgia ci propone il racconto della prima controversia, quella sul pagamento del tributo a Cesare. Non si dimentichi però che Gesù si era già trovato in precedenza di fronte a un problema analogo. Al capitolo 17 (vv. 24-27) – testo purtroppo tralasciato dal lezionario domenicale nonostante sia presente solo in Matteo – si narra che a Cafarnao si avvicinano a Pietro gli esattori della tassa per il tempio e gli chiedono: “Il vostro maestro non paga la tassa?”. Pietro risponde: “Sì!”, perché Gesù non si sottraeva ai precetti della Torah che comandavano questo tributo (cf. Es 30,11-16). Poi, all’entrare in casa, Gesù interroga Pietro: “Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi?”. E Pietro risponde: “Dai sudditi, non dai familiari”. Allora Gesù replica: “Di conseguenza, i figli sono esenti. Ma, per evitare di scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala loro per me e per te”.

 

È un testo importante, perché ci rivela innanzitutto che Gesù, essendo il Figlio, ed essendo i discepoli suoi fratelli, quindi anch’essi figli di Dio, non devono pagare tributi a intermediari tra Dio e loro; testimonia inoltre che Gesù non vuole mai scandalizzare, mettere inciampi, dunque compie ciò che non è male e che può essere fatto guardando al bene dell’altro. Questo racconto ci testimonia in ogni caso l’obbedienza alla Legge da parte di Gesù: egli non è un ribelle, non è un contestatore della Legge, e solo quando questa viene pervertita dagli esseri umani, sconfessando così l’intenzione del Legislatore, il Signore, e rendendo l’umanità schiava dei precetti, allora può essere fatta cadere e non obbedita. Insomma, anche qui valgono le parole di Gesù: “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!” (Mc 2,27).

 

Gesù paga i tributi, come Pietro aveva detto a quegli esattori. Ma qui farisei ed erodiani vogliono far cadere Gesù in un tranello, complottando contro di lui. D’altronde i partigiani di Erode, il re della Giudea posto al potere dei romani, dunque collaborazionisti con l’impero, chiedevano che i giudei pagassero le tasse a Cesare, a differenza dei farisei che su tale questione avevano un atteggiamento variegato al loro interno. Alcuni erano intransigenti e, se anche non partecipavano alla lotta armata degli zeloti, pensavano che almeno non si dovessero versare tributi all’autorità occupante e idolatrica. Altri, invece, ammettevano come male minore il sistema erariale imposto. In questo caso, seppur partendo da posizioni antitetiche, capi dei farisei ed erodiani trovano un accordo contro Gesù e inviano dei farisei anonimi a interrogarlo.

 

Costoro tessono un elogio di Gesù: riconoscono la sua capacità di dire la verità in ogni situazione, la sua coerenza tra ciò che dice e ciò che fa, il suo non avere uno sguardo partigiano o pauroso, il suo parlare senza tenere conto dell’aspetto di alcuno. Ma ecco, dopo questa captatio benevolentiae, il tentativo di farlo cadere: “Maestro, è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?”. Se Gesù rispondesse negativamente, allora mostrerebbe di essere un contestatore dell’imperatore, un nemico di Roma; se, al contrario, rispondesse affermativamente, potrebbe essere collocato tra i collaborazionisti dell’impero, odiati dalla gente semplice. Ma Gesù, anziché rispondere direttamente, spiazza i suoi interlocutori: prima svela la loro malizia e ipocrisia, chiedendo per quale motivo vogliono tentarlo, poi chiede loro di mostrargli una moneta e li interroga sull’effigie stampata su di essa e sull’iscrizione. Costoro rispondono ovviamente che l’immagine e l’iscrizione sono di Cesare, allora Gesù pronuncia la famosa parola: “Restituite (verbo apodídomi) dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”.

 

Frase lapidaria, che ha solcato i secoli e che viene spesso invocata quando sorgono tensioni tra ciò che si deve a Dio e gli obblighi verso i poteri di questo mondo. In verità, questa parola di Gesù va innanzitutto compresa in profondità e letta in primo luogo nella situazione concreta di Gesù stesso, non applicata in modo letterale all’oggi. Come non ricordare, invece, l’abuso che i cristiani hanno fatto di questo detto? È su questa parola di Gesù che è stata elaborata in occidente la “teoria delle due spade”, secondo la quale la chiesa, che detiene il potere di Dio, pur rispettando Cesare esercita una giurisdizione superiore sui poteri di questo mondo, i quali devono esserle sottomessi: è la teocrazia medievale, secondo cui la chiesa detiene il potere assoluto e il re un potere subalterno. Quanto all’oriente, si ricordi la posizione simmetrica e contraria, il cosiddetto cesaropapismo, che considera l’imperatore, il basileús, come vescovo dei vescovi e capo supremo della chiesa sulla terra.

 

Ora, il detto di Gesù non allude affatto a queste o simili posizioni, e quando in epoca moderna la separazione tra chiesa e stato è diventata effettiva nella società, o per imposizione dello stato o per negoziazione (i concordati), in verità il problema non è stato risolto: il potere mondano a volte vuole confinare la chiesa nello spazio del privato; altre volte la chiesa vuole diffondere la religione civile che conviene allo stato, ricevendo in cambio da esso protezione e favori. La celebre parola di Gesù va dunque sempre ricompresa a partire da alcune semplici verità. Dicendo: “Restituite a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”, Gesù si tiene lontano da una politicizzazione di Dio così come da una sacralizzazione del potere politico. Cesare non è né Dio né divino, come invece indicava l’iscrizione sulla moneta: “Tiberio Cesare figlio del divino Augusto, Augusto”; nello stesso tempo, Dio non può prendere il posto di Cesare attraverso l’istituzione religiosa. Saremmo di fronte a due forme di idolatria che sconfessano l’autentica signoria di Dio, offendendola o pervertendola. Cesare non può pretendere per sé l’adorazione, non può pretendere di legiferare contro le convinzioni del cristiano, che in questo caso ha il dovere di obbedire a Dio piuttosto che al potere politico (cf. At 5,29), ma ha un compito ben preciso: ordinare la società, affinché possa vivere nella logica della libertà e del bene comune. Potremmo dire che i doveri verso Dio sono annunciati a tutti, ovunque e sempre, ma ciò che si deve a Cesare, le tasse e i tributi, vanno assolutamente pagati. Ogni cristiano, così come ogni figlio di Israele, è in alleanza con il Signore e porta sulla propria mano l’iscrizione: “Io appartengo al Signore” (cf. Is 44,5), e tuttavia vive nella polis, riconoscendo l’autorità politica e obbedendo a essa in ciò che non contraddice la volontà e la signoria di Dio. La moneta porta impressa l’effigie di Cesare, ma l’uomo porta impressa l’immagine di Dio (cf. Gen 1,27), dunque a Dio deve “restituire” se stesso interamente e obbedire a lui; a Cesare deve invece restituire quanto gli appartiene, non il proprio cuore!

 

Certamente con questa parola Gesù non voleva risolvere i nostri litigi e le nostre lotte politiche, perché ciò spetta alla nostra responsabilità che nasce da un discernimento che dobbiamo operare da noi stessi, come egli stesso ha avvertito: “Perché non giudicate, non discernete da voi stessi ciò che è giusto?” (Lc 12,57). Gesù non è stato e non ha voluto essere un Messia politico; e se ha confessato di essere Re, ha subito aggiunto di esserlo non come i re di questo mondo (cf. Gv 18,36). Non è stato dunque un Cesare contro Cesare, ma ha rispettato e ha chiesto di rispettare l’autorità stabilita e di onorare i suoi diritti, in quanto autorità umana necessaria, sempre sottomessa alla complessità della realtà sociale e politica di un’epoca precisa. Per questo Paolo domanderà ai cristiani di sottomettersi alle autorità civili (cf. Rm 13,1-7; Tt 3,1), e analogamente farà anche l’apostolo Pietro: “Agite da uomini liberi,… quali servi di Dio. Onorate tutti, amati i vostri fratelli, temete Dio, rispettate il re” (1Pt 2,16-17). Queste direttive apostoliche – non lo si dimentichi – vengono date in un’epoca di persecuzione dei cristiani da parte dell’impero romano…

 

Il cristiano deve pertanto essere un cittadino leale e capace di onorare il suo dovere verso lo Stato, ma sarà servo di Dio, mai servo degli uomini o di poteri umani; e soprattutto, si sentirà chiamato a una cittadinanza (políteuma) nel regno di Dio, nei cieli (cf. Fil 3,20). Il cristiano sarà fedele alla terra, senza esenzioni né evasioni dalla storia, senza invocare spiritualizzazioni o fughe “angeliche”, ma opererà nel mondo secondo la volontà del Signore, cercando il bene comune, la libertà, la giustizia, la riconciliazione, la pace. Restituire a Dio ciò che è di Dio significa rendergli un’umanità che non porta solo la sua immagine indelebile ma che si è fatta a lui rassomigliante: questo restituirgli l’umanità rassomigliante è il cammino dell’umanizzazione!

 

 

Con la presente controversia si avvicina per Gesù il dramma della passione, ormai imminente, e il processo politico, quando Gesù sarà accusato di “sobillare il popolo e di impedire di pagare i tributi a Cesare” (cf. Lc 23,2). Ormai i nemici di Gesù, che non riescono a farlo cadere con un tranello, sono decisi ad accusarlo falsamente, al fine di eliminarlo per sempre.


 

 

Il tranello smascherato

 

Domenica XIX del tempo ordinario A

 

papa Francesco

 

29A

22,15-22 I dialoghi dell’inganno [1]

 

[Papa Francesco nota che nel vangelo ci sono vari tipi di dialoghi con Gesù; alcuni vengono detti “i dialoghi dell’inganno”; sono quelli in cui] si cerca di “tentare” il Signore per trovare un punto debole nella sua coerenza, un appiglio che dia la possibilità di concepire la pietà come una merce di scambio: così si confonde la fede con la sicurezza, la speranza con il possesso, l’amore con l’egoismo.

Nel racconto della donna adultera (Gv 8,1-11), - ad esempio - se Gesù risponde affermativamente viene meno la sua misericordia, se risponde negativamente contravviene alla legge. In questi dialoghi dell’inganno Gesù è solito fare due cose: dice una parola coerente con la dottrina a chi vuole coglierlo in fallo, e un’altra alla vittima (in questo caso l’adultera) o riferita alla situazione manipolata per farlo cadere in contraddizione. A coloro che volevano ingannarlo restituisce dunque la condanna, invitandoli ad applicarla per primi a loro stessi; mentre alla donna restituisce la vita, chiedendole di vivere rettamente.

Con questa medesima chiave di lettura si può riflettere sui tranelli del tributo a Cesare, che insinua la tentazione sadducea del collaborazionismo (Mt 22,15-22), e della dichiarazione riguardo alla sua stessa autorità (Lc 20,1-8), a cui Gesù risponde esortando a rico­noscere le “autorità” che Dio ha inviato e che chi lo interroga non ha accettato.

 

22,16 Gesù è veritiero e insegna la via di Dio secondo verità [2]

 

Gesù Cristo, il testimone fedele e veritiero, ci raduna affinché facendo la verità veniamo verso la luce (cfr. Gv 3,21). Egli ci insegnerà ad adorare in spirito e in verità (cfr. Gv 4,23), a glorificare cercando la gloria del Pa­dre, come Egli ha cercato la gloria di chi l’ha mandato, e per questo è veritiero (cfr. Gv 7,18). Egli ci ha resi suoi e con la nostra fedeltà - possiamo dire che «c’è la verità di Cristo in me» (cfr. 2Cor 11,10), perché abbiamo sentito la Parola della verità, il Vangelo della salvezza (cfr. Ef 1,13). Ci ha ricreati: siamo «uomini nuovi, creati secondo Dio nella giustizia e nella vera santità» (cfr. Ef 4,24), e nella verità abbiamo conosciuto la gratuità dell’amore di Dio, la grazia di Dio (cfr. Col 1,6), e siamo stati scelti per amore «per la salvezza, per mezzo della fede nella verità» (cfr. 2Ts 2,13), perché egli «vuole che tutti gli uomi­ni giungano alla conoscenza della verità» (cfr. 1Tm 2,4).

Gesù Cristo, il glorioso, è stato in mezzo a noi, è stato uno di noi. È stato il Maestro della verità. Possiamo dirgli anche: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità» (Mt 22 22,16; Lc 20,21). È l’atteggiamento umile di chi si sente redento, non quello scettico di chi domanda: «Che cos’è la verità?» (Gv 18,37). Accostarci al Maestro della verità comporta il desiderio di mantenerci fedeli alla sua parola, ed essere così davvero suoi discepoli (cfr. Gv 8,31), in grado di ascoltare, con cuore aperto, questa promessa fedele: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,32).

 

22,21 La novità perenne da riscoprire [3]

 

Dio solo è il Signore

Alla provocazione dei farisei che, per così dire, volevano fargli l’esame di religione e condurlo in errore, Gesù risponde con questa frase ironica e geniale. È una risposta ad effetto che il Signore consegna a tutti coloro che si pongono problemi di coscienza, soprattutto quando entrano in gioco le loro convenienze, le loro ricchezze, il loro prestigio, il loro potere e la loro fama. E questo succede in ogni tempo, da sempre.

L’accento di Gesù ricade certamente sulla seconda parte della frase: «E (rendete) a Dio quello che è di Dio». Questo significa riconoscere e professare - di fronte a qualunque tipo di potere - che Dio solo è il Signore dell'uomo, e non c’è alcun altro. Questa è la novità perenne da riscoprire ogni giorno, vincendo il timore che spesso proviamo di fronte alle sorprese di Dio.

 

Il Vangelo è “la novità di Dio” nella Chiesa e nel Mondo

Lui non ha paura delle novità! Per questo, continuamente ci sorprende, aprendoci e conducendoci a vie impensate. Lui ci rinnova, cioè ci fa “nuovi” continuamente. Un cristiano che vive il Vangelo è “la novità di Dio” nella Chiesa e nel Mondo. E Dio ama tanto questa “novità”! «Dare a Dio quello che è di Dio», significa aprirsi alla Sua volontà e dedicare a Lui la nostra vita e cooperare al suo Regno di misericordia, di amore e di pace.

Qui sta la nostra vera forza, il fermento che la fa lievitare e il sale che dà sapore ad ogni sforzo umano contro il pessimismo prevalente che ci propone il mondo. Qui sta la nostra speranza perché la speranza in Dio non è quindi una fuga dalla realtà, non è un alibi: è restituire operosamente a Dio quello che Gli appartiene. È per questo che il cristiano guarda alla realtà futura, quella di Dio, per vivere pienamente la vita - con i piedi ben piantati sulla terra - e rispondere, con coraggio, alle innumerevoli sfide nuove.

 

 

NOTE

 

1 I dialoghi di Gesù, in J. M. Bergoglio – Papa Francesco, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli Milano 2014,15-16; Papa Francesco – J. M. Bergoglio, In lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book (Milano) - LEV (Città del Vaticano) 2013, 77-78.

2 J.M. Bergoglio - Francesco, Il desiderio allarga il cuore. Esercizi spirituali con il Papa, EMI, Bologna 2014, 28-35.

 

3 Omelia, 19 ottobre 2014.



 

L’invito accolto

 

e rifiutato

 

Domenica XXVIII del tempo ordinario A

 

Papa Francesco

 

A cura di Gianfranco Venturi

 

28A2017

22,1-14 L’invito alla festa di nozze [1]

 

L’invito rifiutato

Gesù ci parla della risposta che viene data all’invito di Dio - rappresentato da un re - a partecipare ad un banchetto di nozze (cf. Mt 22,1-14). L’invito ha tre caratteristiche: la gratuità, la larghezza, l’universalità. Gli invitati sono tanti, ma avviene qualcosa di sorprendente: nessuno dei prescelti accetta di prendere parte alla festa, dicono che hanno altro da fare; anzi alcuni mostrano indifferenza, estraneità, perfino fastidio. Dio è buono verso di noi, ci offre gratuitamente la sua amicizia, ci offre gratuitamente la sua gioia, la salvezza, ma tante volte non accogliamo i suoi doni, mettiamo al primo posto le nostre preoccupazioni materiali, i nostri interessi e anche quando il Signore ci chiama, tante volte sembra che ci dia fastidio. Alcuni invitati addirittura maltrattano e uccidono i servi che recapitano l’invito.

 

L’invito accolto

Ma, nonostante le mancate adesioni dei chiamati, il progetto di Dio non si interrompe. Di fronte al rifiuto dei primi invitati egli non si scoraggia, non sospende la festa, ma ripropone l’invito allargandolo oltre ogni ragionevole limite e manda i suoi servi nelle piazze e ai crocicchi delle strade a radunare tutti quelli che trovano. Si tratta di gente qualunque, poveri, abbandonati e diseredati, addirittura buoni e cattivi – anche i cattivi sono invitati – senza distinzione. E la sala si riempie di “esclusi”. Il Vangelo, respinto da qualcuno, trova un’accoglienza inaspettata in tanti altri cuori.

 

Tutti, anche i peccatori sono invitati

La bontà di Dio non ha confini e non discrimina nessuno: per questo il banchetto dei doni del Signore è universale, per tutti. A tutti è data la possibilità di rispondere al suo invito, alla sua chiamata; nessuno ha il diritto di sentirsi privilegiato o di rivendicare un’esclusiva. Tutto questo ci induce a vincere l’abitudine di collocarci comodamente al centro, come facevano i capi dei sacerdoti e i farisei. Questo non si deve fare; noi dobbiamo aprirci alle periferie, riconoscendo che anche chi sta ai margini, addirittura colui che è rigettato e disprezzato dalla società è oggetto della generosità di Dio. Tutti siamo chiamati a non ridurre il Regno di Dio nei confini della “chiesetta”- la nostra “chiesetta piccoletta” - ma a dilatare la Chiesa alle dimensioni del Regno di Dio. Soltanto, c’è una condizione: indossare l’abito nuziale cioè testimoniare la carità verso Dio e verso il prossimo.

 

22,1 Lo sposo è Gesù [2]

 

Non tutti possono partecipare al banchetto, ma solo coloro che sono stati invitati, e l’invitato è beato: “Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!” (Lc 14, 14). Molti sono gli invitati (Mt 22; Lc 14,16; Mt 20,16). Gli invitati si radunano e l’atmosfera è di gioia: “Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena” (Gv 3, 29). Si tratta della gioia annunciata già da tempo: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli” (Is 61, 10). “Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposeranno i tuoi figli; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Is 62,5; Sal 45).

Questa gioia che regna nel banchetto assumerà anche forma di culto nella Gerusalemme definitiva e nel nostro tempo dell’attesa. “Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare” (Mc 2, 19). Il culto è anche la festa che si celebra grazie alla presenza dello sposo: “E Gesù disse loro: “Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno i giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno” (Mt 9,15). La gioia regna tra i discepoli perché Gesù è con loro: non c’è digiuno, bensì banchetto.

È singolare che chi parla di Gesù come sposo sia proprio Gesù stesso o Giovanni, che lo battezza nel Giordano (Gv 3,29ss). Il Battista, colui che dà testimonianza di Gesù, colui che lo chiama “Agnello di Dio” (Gv 1,32-36), è anche colui che lo chiama “Sposo”. È stato testimone del compimento di ciò che aveva detto colui che l’aveva inviato a battezzare (Gv 1,33ss), ha visto lo Spirito scendere su di lui, ha udito la voce del Padre garantire che egli era suo Figlio: nel suo cuore di ebreo fedele che aspettava le nozze del proprio popolo con il Messia, contempla nel Battesimo nel Giordano l’epifania di quelle nozze: lo sposo che purifica la sposa dai suoi peccati.

 

22,1-4 Il rifiuto dell’invito [3]

 

La mancanza di vigilanza e l’infedeltà vanno di pari passo. Traggono nutrimento l’una dall’altra, reciprocamente. Non si è capaci di accettare l’invito del Signore quando il nostro cuore è succube del proprio giudizio, del proprio spazio interiore, dei propri interessi. Gli invitati alle nozze rifiutano di partecipare per seguire i propri affari. Esiste anche l’infedele che tiene un comportamento ambiguo: va alla festa ma non indossa l’abito adatto, ovvero si dimostra indegno di prendere parte al banchetto (Mt 22,1-4).

 

22,1-14 Misericordia di Dio e degli uomini [4]

 

(domanda): Quali affinità e quali differenze esistono tra la misericordia di Dio e quella degli uomini?

Questo parallelo può essere fatto per ogni virtù e per ogni attributo di Dio. Camminare sulla strada della santità significa vivere alla presenza di Dio, essere irreprensibili, porgere l’altra guancia, cioè imitare la Sua infinita misericordia. “Se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due” (Mt 5,41); “A chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica” (Lc 6, 29); “Dà a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle” (Mt 5,42). E infine: “Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori” (Mt 5,44). Tanti insegnamenti del Vangelo che ci aiutano a capire la sovrabbondanza della misericordia, la logica di Dio.

Gesù invia i suoi non come detentori di un potere o come padroni di una legge. Li invia nel mondo chiedendo loro di vivere nella logica dell’amore e della gratuità. L’annuncio cristiano si trasmette accogliendo chi è in difficoltà, accogliendo l’escluso, l’emarginato, il peccatore. Nei Vangeli leggiamo la parabola del re e degli invitati alla festa di nozze del figlio (Mt 22,1-14; Lc 14,15-24). Accade che non si presentano al banchetto coloro che erano stati invitati, cioè i sudditi migliori, coloro che si sentono a posto, che lasciano cadere nel vuoto l’invito, perché troppo presi dalle loro occupazioni. Così il re ordina ai suoi servi di andare nelle strade, nei crocicchi, e di radunare tutti quelli che incontrano, buoni e cattivi, per farli partecipare al banchetto.

 

 

NOTE

 

1 Angelus, 12 ottobre 2014.

2 L’epifania della sposa, in J. M. Bergoglio – Papa Francesco, Aprite la mente al vostro cuore, BUR Rizzoli, Milano 2014, 128-139; Francesco, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV, 2014, 75-84.

3 Aspettando l’epifania, in J. M. Bergoglio – Papa Francesco, Aprite la mente al vostro cuore, BUR Rizzoli, Milano 2014, 104-107; Francesco, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV, 2014, 54-57.

 

4 Misericordia e compassione, Francesco, Il nome di Dio è misericordia. Una conversazione con Andrea Tornielli, PIEMME- LEV, Milano – Città del Vaticano, 2016, 99-103.


 

 

 

 

 

15 ottobre 2017

XXVIII domenica del tempo Ordinario

di ENZO BIANCHI

 

Mt  22,1-14

 

In quel tempo 1 Gesù riprese a parlare con parabole e disse: 2«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. 3 Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. 4 Mandò di nuovo altri servi con quest'ordine: «Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!». 5 Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; 6 altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. 7 Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. 8 Poi disse ai suoi servi: «La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; 9 andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze». 10 Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. 11 Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l'abito nuziale. 12 Gli disse: «Amico, come mai sei entrato qui senza l'abito nuziale?». Quello ammutolì. 13 Allora il re ordinò ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti». 14 Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

 

Ecco la terza parabola pronunciata da Gesù nel tempio di Gerusalemme e indirizzata ai capi dei sacerdoti e alle guide religiose che avevano contestato la sua autorità nella predicazione e nell’operare il bene (cf. Mt 21,23-27). È una parabola strettamente collegata con la precedente, quella dei vignaioli malvagi (cf. Mt 21,33-43), perché il tema di fondo è lo stesso: il rifiuto opposto al Signore della vigna o al Re che offre il banchetto. Questa parabola è stata a lungo letta nella tradizione cristiana come condanna di Israele, il popolo scelto da Dio, che non avendo riconosciuto in Gesù il Messia inviatogli da Dio stesso, non può che essere castigato insieme alla città di Gerusalemme consegnata alle fiamme e alla distruzione.

 

Ora, quando Matteo mette per iscritto questo racconto, Gerusalemme è stata distrutta dai romani nel 70 d.C., e tale evento sembrava “autorizzare” l’interpretazione della catastrofe giudaica come punizione inviata da Dio. Ma dobbiamo essere intelligenti e vigilanti: questa parabola, non a caso scritta nel Vangelo e indirizzata alla comunità cristiana, riguarda noi, noi che ci diciamo cristiani, chiamati da Dio personalmente alla fede e al banchetto del Regno. Di fronte a questa chiamata che il Signore sempre rinnova, siamo pronti ad accedere al banchetto, senza dilazioni, o invece opponiamo alla sua parola molte ragioni personali, per non ascoltarla? E se partecipiamo al banchetto, vi andiamo mutando la veste del nostro comportamento, in una vera conversione, o invece finiamo per mentire con ipocrisia, entrando nell’alleanza con il Signore senza aver operato un reale cambiamento del nostro habitus vivendi?

 

Sono domande che dobbiamo assolutamente porci, per poter comprendere bene questa parabola e non finire per sentirci giudici degli altri, spioni del loro comportamento, persone rigide che, abituate a spiare gli altri, sono cieche verso se stesse. Ascoltiamo dunque umilmente questo racconto che ci vuole svelare qualcosa che accade di fronte alla venuta del regno dei cieli. Un re vuole celebrare le nozze di suo figlio con un grande banchetto. Invia dunque i suoi servi a chiamare alla festa gli invitati, ma questi, anziché sentirsi onorati, non rispondono alla chiamata e non danno segni di volerla cogliere. Allora il re invia altri servi ad annunciare agli invitati: “Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Dunque, non una ma due volte il re ripete l’invito e dichiara che tutto è pronto e che il banchetto così sontuoso non può essere dilazionato.

 

Basterebbe questa parte della narrazione per ricevere dalla parabola un messaggio. Agli ascoltatori di Gesù era facile comprendere, per la conoscenza della profezia veterotestamentaria (cf., per esempio, Is 25 6-10), che egli stava parlando dell’unione nuziale tra il Messia il suo popolo e che Gesù stesso era lo Sposo, come aveva rivelato ai discepoli e ai farisei, dichiarando che quello era il tempo della presenza dello Sposo in vista delle nozze ormai vicine (cf. Mt 9,15). Ma ecco il rifiuto: il dono di Dio non è accolto e tutti disertano le nozze. Quel Re, però, è il Signore misericordioso, paziente, capace di makrothymía, di attendere e di sentire in grande, per questo invia una terza volta i suoi servi a rinnovare l’invito. Nell’intenzione di Gesù questi sono forse i profeti o i missionari da lui inviati alla comunità di Israele? In ogni caso, gli invitati rispondono con delle giustificazioni, rifiutando ancora una volta l’invito: hanno campi da lavorare, poderi da sorvegliare, commerci da realizzare… Non solo non rispondono positivamente ma, come offesi da quell’invito reiterato, insultano gli inviati, li cacciano e li perseguitano fino ad ucciderne alcuni! Superficialità, trascuratezza, mancanza di discernimento di chi non stima il dono ricevuto, possono trasformarsi addirittura in violenza e aggressività, quando il dono è rinnovato gratuitamente, ancora e ancora!

 

Per Matteo questa era la realtà della missione cristiana verso la fine del primo secolo, una realtà che permetteva una comprensione profonda della parabola. Ecco in verità cosa hanno scelto quegli invitati, sordi alla parola del Signore: hanno scelto vie di morte, e ciò viene espresso con uno stile orientale, che ci può anche scandalizzare se non decodifichiamo le parole dette da Gesù come avvertimento, ammonizione per gli ascoltatori. In quest’ottica, il re che manda i servi a distruggere con il fuoco la loro città (Gerusalemme), è una visione ammonitrice, non una realtà avvenuta, perché Dio ha pazienza, non castiga, ma resta pur vero che ognuno sceglie la via della morte o della vita: ciascuno è libero di scegliere verso dove incamminarsi, non è Dio che ve lo destina!

 

Ma la parabola continua con un altro invio, perché il banchetto nuziale va comunque celebrato e festeggiato. Questa volta l’ordine dato ai servi è di andare lungo le strade, ai crocicchi, dove stanno i pellegrini, i viandanti, i mendicanti, gli “scarti”. Così la sala del banchetto si riempie non degli invitati, degli eletti del Signore chiamati personalmente da lui, ma di coloro che non erano mai sembrati degni a nessuno di partecipare a una festa, a un banchetto nuziale. Entrano nella sala giusti e ingiusti, buoni e cattivi, tutti resi degni dalla misericordia del Signore: è un pranzo dove si trovano insieme il buon grano e la zizzania, i pesci buoni e i pesci cattivi (cf. Mt 13,24-30.47-50). Questa raccolta pare proprio il risultato della missione della chiesa presso le genti, presso i pagani, quelli che non erano stati né eletti nei chiamati da Dio, dall’epoca di Abramo fino a quell’ora di pienezza dei tempi, in cui Cristo era venuto in mezzo agli umani. Nella sua redazione di questa parabola, Luca precisa che quanti sono fatti entrare nella sala delle nozze sono “i poveri, gli storpi, i ciechi, gli zoppi” (Lc 14,21), cioè gli emarginati, gli scarti umani, che prendono il posto dei primi invitati. Accade – come aveva detto Gesù – che prostitute e pubblicani precedono nel Regno gli uomini religiosi, osservanti (cf. Mt 21,31).

 

Quando la sala è piena, ecco giungere il re, che si mette a salutare gli invitati dell’ultima ora. Passando dall’uno all’altro, nota che uno di loro non ha l’abito nuziale. Cosa significa questo? Per noi non è facile comprendere la reazione del re, che lo caccia fuori dalla sala nelle tenebre di morte. Ma forse possiamo capire meglio questo particolare, se ricordiamo gli usi dei banchetti nuziali di quel tempo. All’entrata nella sala, ciascun invitato riceveva in dono uno scialle da mettersi sulle spalle come segno di festa. Ebbene, il re nota che uno degli invitati è privo di questo scialle: certamente questo dono gratuito gli era stato offerto, ma egli lo aveva rifiutato.

 

In altri termini, di fronte al dono immeritato e sorprendente dell’invito al banchetto, di fronte a quel dono dell’abito che significava la sua volontà di “cambiarsi”, di mutare comportamento, egli ha opposto un rifiuto. Quell’abito gratuito era un onore per l’ospite, un dono da accogliere con stupore e gratitudine, e invece egli ha detto “no”. Insomma, quest’uomo ha accolto l’invito a nozze, ma poi ha deciso che tale invito non significava nulla per lui e che egli non era assolutamente capace di accettare quel dono: era una persona autosufficiente, stava bene nella sua situazione e non aveva alcun desiderio di mutare. Ecco allora che il re lo butta fuori, non può fare altrimenti. Non la sua indegnità lo ha escluso, ma il suo non discernere il dono, il suo non accogliere la misericordia del Signore. Quest’uomo non doveva meritare l’invito, ma doveva cambiare mentalità e comprendere che l’amore di Dio è gratuito, è grazia: basta accoglierlo con gioia, come un bambino accoglie il dono del regno di Dio (cf. Mt 18,3).

 

Questa parabola, giocata sulla dialettica tra dono e responsabilità, ci svela una verità che non sempre sappiamo comprendere: la grazia è il dono tra i doni, ma il suo prezzo è l’accoglierla liberamente e per amore. L’abito donato ma rifiutato da quell’invitato significa nient’altro che il prezzo della grazia. Scriveva in proposito Dietrich Bonhoeffer:

 

Grazia a caro prezzo è il tesoro nascosto nel campo, per amore del quale l’uomo va a vendere con gioia tutto ciò che aveva; la pietra preziosa, per il cui valore il mercante dà tutti i suoi beni; … la chiamata di Gesù Cristo, per cui il discepolo abbandona le reti e si pone alla sua sequela. Grazia a caro prezzo è il Vangelo, che si deve sempre di nuovo cercare, il dono che si deve sempre di nuovo accogliere … È a caro prezzo, perché ci chiama alla sequela; è grazia, perché chiama alla sequela di Gesù Cristo; è a caro prezzo, perché l’uomo l’acquista al prezzo della propria vita; è grazia, perché proprio in questo modo gli dona la vita; è a caro prezzo, perché condanna il peccato, è grazia, perché giustifica il peccatore.

 

 

A tutti noi questa parabola pone dunque una semplice domanda. Di fronte alla chiamata di Dio al Regno, chiamata in Gesù Cristo che si rinnova ogni giorno, qual è la mia risposta? Indifferenza, non ascolto o pretesa di una giustizia e di meriti che non possiedo?


 

Theaster Gates, Soul Food, performance e progetto a lungo termine

 

Il progetto di Theaster Gates nasce dalla consapevolezza del degrado della sua città, Chicago. Non avendo ricevuto aiuto dalle istituzioni si è rivolto ai cittadini innescando così un circolo virtuoso che sta contagiando altre città americane. Dal crollo del sistema immobiliare americano con la bolla economica dei mutui, che ha innescato la crisi che tutt’ora stiamo affrontando, le periferie americane si sono svuotate lasciando spazio al degrado.

 

Si sono moltiplicati gli edifici messi in vendita, che hanno seguito più o meno lo stesso iter: messa in vendita, nessun acquirente, abbandono della manutenzione dell’immobile e suo lento declino.

 

Questo è stato il punto di partenza per non cedere al lento disfacimento del tessuto sociale delle periferie americane. Così, Theaster scelse il primo edificio che è stato lentamente restaurato, lasciandolo volutamente “non finito”. In questo edificio sono state ospitate mostre, concerti, e lunghe tavolate del “Soul Food”.

 

I “Soul Food” sono pasti di incontro della comunità afroamericana, la più numerosa e anche la meno visibile delle periferie americane: durante questi pasti si condividono la musica delle proprie radici e le proprie culture di appartenenza mangiando assieme. Per Gates il pasto assume la caratteristica di luogo di incontro e socializzazione del quartiere. Da questi pasti nascono ulteriori progetti che aggregano nuovi abitanti che si mettono in gioco per aiutare il quartiere a ricostruire il suo tessuto di socialità.

 

Coloro che dovevano agire e partecipare (le istituzioni) sono assenti, al loro posto i cittadini riprendono in mano la possibilità di migliorare la qualità di vita dei loro quartieri: una rivincita da parte di coloro che sono scartati, perché non vivono nei quartieri alla moda, senza rabbia, ma con la voglia di impegnarsi per un territorio più vivo.

 

Il successo di questa attività ha permesso di restaurare e attivare nuove case dedicate all’arte e alla socializzazione, fino ad arrivare a recuperare l’edificio di una banca (l’emblema della crisi) per trasformarlo nella “Stony Island Arts Bank”, una banca d’arte. Questo edificio ospita una biblioteca nata dai libri doppi scartati dalla biblioteca comunale e da altri archivi cittadini. Il recupero passa anche attraverso il riuso degli scarti.

 

 

Il vangelo di questa domenica, affiancato al lavoro di Theaster Gates sul territorio, ci invita a riflettere sull’impegno che possiamo assumere come “invitati”: proprio in quanto invitati, non possiamo addurre scuse per non impegnarci, ma siamo chiamati a darci da fare, partendo dal nostro vicino, per costruire insieme il Regno ed entrarci insieme.


Il Figlio inviato nella vigna

8 ottobre 2017

XXVII domenica del tempo Ordinario

Commento al Vangelo

di ENZO BIANCHI

 

 

Mt 21,33-43

 

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: 33 ascoltate un'altra parabola: c'era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. 34 Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. 35 Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. 36 Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. 37 Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: «Avranno rispetto per mio figlio!». 38 Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: «Costui è l'erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!». 39 Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. 40 Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». 41 Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».

42 E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:

La pietra che i costruttori hanno scartato

è diventata la pietra d'angolo;

questo è stato fatto dal Signore

ed è una meraviglia ai nostri occhi?

43 Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti.

 

Dopo essere entrato nella città santa di Gerusalemme in mezzo ad acclamazioni (cf. Mt 21,1-11) e aver compiuto il gesto della cacciata dei commercianti dal tempio (cf. Mt 21,12-17), Gesù torna nel tempio per annunciare con parabole la venuta del regno dei cieli. Oggi ascoltiamo la seconda di queste parabole, in realtà un’allegoria, indirizzata a quei sacerdoti e anziani del popolo che erano venuti a contestare Gesù interrogandolo sulla sua autorità, sull’origine della sua missione (cf. Mt 21,23-27). Ancora una volta Gesù ripete l’invito: “Ascoltate!”, ridice questo comando tante volte gridato da Mosè e dai profeti. Si tratta di smettere di sentire soltanto, per imparare ad ascoltare con attenzione una parola che viene dal Signore, ad accogliere nel cuore questa parola al fine di operare un mutamento e realizzare ciò che il Signore chiede a chi è e vuole essere in alleanza con lui.

 

Eccoci allora di fronte a un’altra parabola che evoca una vigna, come già quella ascoltata domenica scorsa (cf. Mt 21,28-32). Nel Mediterraneo la vigna è la coltivazione per eccellenza, che comporta anni di lavoro, richiede cura e amore, esige un rapporto stabile e pieno di attenzione verso di essa da parte del vignaiolo. Basta pensare che la vigna è un impianto stabile, occupa il terreno per generazioni, non è come un prato o un campo che annualmente possono essere destinati ad altre coltivazioni. Proprio questo legame duraturo, questa vera e propria alleanza tra la vigna e il vignaiolo, generano un amore profondo ed appassionato da parte di chi lavora per la “sua“ vigna. Sono queste le ragioni per cui già i profeti avevano intravisto nell’amore tra vignaiolo e vigna una narrazione dell’amore tra Dio e il suo popolo ed erano ricorsi all’immagine della vigna per esprimere il rapporto di alleanza: una storia tormentata ma piena di amore tra il Signore e la sua proprietà, il suo tesoro (segullah: cf. Es 19,5; Dt 7,6, ecc.). Isaia, in particolare, aveva cantato “il canto di amore dell’amante per la sua vigna“ (Is 5,1; cf. vv. 1-7), raccontando di un vignaiolo che aveva vangato la terra, l’aveva liberata dai sassi e vi aveva piantato ceppi scelti di vite. L’aveva addirittura ornata con una torre in cui aveva posto un tino. Avendole dedicato tanta cura, si aspettava da essa uva buona e bella, invece quella vigna si era inselvatichita producendo grappoli di uva immangiabile.

 

Questa immagine era ben conosciuta da Gesù e dai suoi ascoltatori, perciò, non appena Gesù inizia la parabola dicendo che “un padrone aveva piantato una vigna“, i presenti capiscono subito di cosa si tratta: è una storia su Dio e su Israele, sua vigna. Questo canto che esprime la speranza di Dio e, nel contempo, l’incapacità del popolo di comprendere il suo amore, dunque un canto di accusa verso Israele, è stato conservato e tramandato proprio da Israele. Il popolo dell’antica alleanza non ha espunto dalle Scritture i rimproveri e i giudizi di Dio nei suoi confronti: questo va tenuto presente da noi quando leggiamo questa parabola e, facilmente, siamo tentati di puntare il dito contro questo popolo, fino a gloriarci di essere noi il popolo del Signore al quale è stata data la vigna tolta ad altri. Stiamo attenti, perché questa parabola che Matteo colloca nel vangelo indirizzato ai cristiani riguarda certamente i capi religiosi di Israele, ma riguarda anche i capi che sono nella chiesa e riguarda pure noi!

 

Ebbene, questo proprietario della vigna, che l’ha piantata e l’ha dotata di tutto il necessario perché fruttifichi, la affida a dei contadini perché la lavorino in sua assenza: la vigna continua a essere sua proprietà, ma è affidata ad altri uomini in tutto il tempo della presa di distanza e dell’allontanamento da essa da parte del Signore. Giunge però l’ora della vendemmia, un giorno preciso in cui le uve sono mature, all’inizio dell’autunno, e allora il padrone manda alcuni suoi servi dai vignaioli per ritirare il raccolto con cui produrre il vino. Perché il raccolto resta suo, come la vigna è sua! Ma nel frattempo è sorta in quei vignaioli la tentazione di essere loro i padroni della vigna, perché il padrone ha tardato molto tempo prima di ritornare. Questa è la tentazione di chi è stato posto dal Signore come primo, come più grande, come lavoratore nella sua vigna: spadroneggiare sulla vigna, pensarla come proprietà personale, sostituendosi a colui che deve invece solo rappresentare nel servizio. Così quei vignaioli, all’arrivo dei servi inviati dal padrone, reagiscono con un rifiuto violento. Colpiscono alcuni e ne uccidono e lapidano altri, per farli scomparire. Il Signore però pazienta, continua ad aspettare il frutto della vigna e invia altri servi, in numero più grande di quanto fatto nella prima missione. Ma anche questi vengono trattati allo stesso modo, subendo rifiuto e rigetto.

 

Il Signore dunque nella sua makrothymía (sentire in grande, pazienza) fa un ultimo tentativo. Siccome spera ancora, decide di inviare suo figlio, che ha più autorità dei servi. La sua speranza profonda è che, vedendo il suo figlio amato, i vignaioli sentano di avere di fronte a sé il signore stesso e dunque, portando rispetto a lui, gli consegnino il frutto della sua vigna. Ingenuità di questo padrone? No, da parte sua c’è la volontà di restare in alleanza con i vignaioli a cui ha affidato la vigna. Cosa avviene invece? Quei vignaioli, “al vedere il figlio”, aumentano ancora di più il desiderio di essere padroni, di avere potere sulla vigna, perciò dicono tra sé: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra!”. Innanzitutto escludono il figlio dalla sua vigna, prendendolo e gettandolo fuori, poi lo uccidono; prima lo portano “fuori”, fuori dalla vigna, fuori dalla città (cf. Lc 4,29; Mc 15,20; Mt 27,31; At 7,58), poi lo eliminano.

 

Gesù racconta questa allegoria alla vigilia della sua passione, la racconta proprio per quelli che la metteranno in pratica contro di lui, fino a rigettarlo fuori dalla città e a crocifiggerlo. Così Matteo ci mostra che Gesù ha coscienza di essere il Figlio inviato dal Padre nella vigna di Israele, sa ciò che lo attende come fine (télos) della sua missione in questo mondo e non si sottrae a questa necessitas humana inscritta nella storia: in un mondo ingiusto, il giusto può solo essere rigettato fino a essere eliminato! Gesù sa che il Padre non l’ha mandato nel mondo perché subisca la morte violenta; sa che il Padre, come il padrone della vigna, lo ha inviato perché sperava, perché spera di essere accolto. E anche se questa è la fine dolorosa che lo attende, Gesù sa che l’ultima parola spetta comunque al Padre. Conoscendo le sante Scritture e pregandole, sa infatti che – come sta scritto – la pietra che proprio i costruttori (questo è il termine con cui si chiamavano i capi religiosi del tempio) avrebbero scartato, messo fuori dalla costruzione, Dio l’avrebbe scelta e posta come testata d’angolo, facendo poggiare su di essa tutta la costruzione. Gesù crede, aderisce a questo piano di Dio profetizzato e cantato nel salmo 118.

 

Questa parabola risuona certamente come un giudizio di Dio: non però sul popolo d’Israele, ma su quei capi del popolo che hanno rigettato e condannato Gesù. Matteo, infatti, registra subito la loro reazione: cercano di catturarlo ma hanno paura della folla, per questo decidono di rimandare di qualche giorno il loro piano, attendendo una situazione più propizia (nella notte e nel Getsemani, dove non ci sarà la folla dei suoi seguaci; cf. Mt 26,47-56). Hanno infatti compreso che quella parabola individua proprio in loro i vignaioli omicidi. Ma la parabola dice che questo sarà pure il giudizio sulla chiesa, soprattutto sui suoi capi. La vigna è stata tolta a quei capi di Israele e data una nuova collettività umana (éthnos): la comunità dei poveri nello spirito, dei miti che, secondo la promessa del Signore, erediteranno la terra (cf. Mt 5,5; Sal 37,11), a quel popolo umile e povero costituito erede per sempre dal Signore (cf. Sof 3,12-13; Is 60,21; Ger 30,3).

 

 

Certo, al suo interno ci saranno ancora dei pastori, dei capi, dei primi, ma stiano attenti a non essere come i vignaioli della parabola. La loro tentazione, infatti, è quella di occupare tutto lo spazio ecclesiale, assolutizzando i loro progetti e chiedendo obbedienza a sé; la loro tentazione è quella di sostituirsi al Signore, magari con il semplice stare al centro, sentendosi non servi dei servi, ma padroni. Anche nella chiesa può accadere come nella parabola. E, se anche in essa non si manifesta la violenza fisica (come però è purtroppo avvenuto in altre epoche storiche!), oggi magari si pratica la violenza del non ascolto, del rifiuto, dell’emarginazione, della calunnia, del disprezzo, della manipolazione, dell’abuso psicologico. Queste le tentazioni dei vignaioli perfidi, ma anche, qui e ora, di chiunque nello spazio ecclesiale, nella vigna, esercita l’autorità. Non si scarichi dunque l’accusa di questa parabola su Israele, ma si pensi a noi, oggi, nelle vigne delle chiese.

Il dramma di oggi:

 

parola imprigionata

 

e liberata

 

Domenica XXVII del tempo ordinario A

 

Papa Francesco

 

A cura di Gianfranco Venturi

 

27A

21,33-43.45 La parola imprigionata [1]

 

Il dramma di alcuni capi

Vangelo di Matteo (21,33-43.45) presenta questa parabola che lo stesso Gesù dice alla gente e ai farisei, ai sacerdoti, agli anziani del popolo per far capire dove sono caduti. Siamo davanti al dramma non del popolo ma di alcuni capi del popolo, di alcuni sacerdoti di quel tempo, dei dottori della legge, degli anziani che non erano con il cuore aperto alla parola di Dio. Infatti essi sentivano Gesù ma invece di vedere in lui la promessa di Dio, o invece di riconoscerlo come un grande profeta, avevano paura. In fondo è lo stesso sentimento di Erode. Anche loro dicevano: “Quest’uomo è un rivoluzionario, fermiamolo in tempo, dobbiamo fermarlo!”. Per questo cercavano di catturarlo, cercavano di metterlo alla prova, perché cadesse e potesserlo catturare: è la persecuzione contro Gesù. Ma perché questa persecuzione? Perché questa gente non era aperta alla parola di Dio, erano chiusi nel loro egoismo. È proprio in questo contesto che Gesù racconta questa parabola

Dio ha dato in eredità un terreno con una vigna che ha fatto con le sue mani. Si legge infatti nel Vangelo che il padrone “piantò una vigna, la circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre”. Sono tutte cose che ha fatto lui, con tanto amore. E poi ha dato la vigna in affitto a dei contadini. Esattamente quello che Dio ha fatto con noi: ci ha dato la vita in affitto e con essa la promessa che sarebbe venuto a salvarci. Invece questa gente ha visto un bel negozio qui, un bell’affare: la vigna è bella, prendiamola, è nostra! E così quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, sono andati i servi di questo signore a ritirare il raccolto. Ma i contadini, che già si erano impadroniti della vigna, hanno detto: no, cacciamoli via, questo è nostro!

 

La parola imprigionata

La parabola di Gesù racconta precisamente il dramma di questa gente, ma anche il dramma nostro. Quelle persone infatti si sono impadronite della parola di Dio. E la parola di Dio diventa parola loro. Una parola secondo il loro interesse, le loro ideologie, le loro teologie, al loro servizio. A tal punto che ognuno la interpreta secondo la propria volontà, secondo il proprio interesse. E uccidono per conservare questo. È quanto è successo anche a Gesù, perché i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro quando avevano sentito questa parabola e così “cercarono di catturarlo e farlo morire”. Ma in questo modo la parola di Dio diventa morta, diventa imprigionata. E lo Spirito Santo è ingabbiato nei desideri di ognuno di loro. Lo stesso succede a noi, quando non siamo aperti alla novità della parola di Dio, quando non siamo obbedienti alla parola di Dio. Ma disobbedire alla parola di Dio è come voler affermare che questa parola non è più di Dio: adesso è nostra!

Come la parola di Dio è morta nel cuore di questa gente, può anche morire nel nostro cuore. Eppure la parola non finisce perché è viva nel cuore dei semplici, degli umili, del popolo di Dio. Infatti quanti cercavano di catturare Gesù ebbero paura del popolo che lo considerava un profeta. Era la folla semplice, che andava dietro Gesù perché quello che Gesù diceva faceva bene e scaldava il cuore. Questa gente non usava la parola di Dio per il proprio interesse ma semplicemente sentiva e cercava di essere un po’ più buona”.

 

La parola liberata

Cosa noi possiamo fare per non uccidere la parola di Dio, per non impadronirci di questa parola, per essere docili, per non ingabbiare lo Spirito Santo?

Due semplici strade: quella dell’umiltà e quella della preghiera.

Non era certo umile questa gente che non accettava la parola di Dio ma diceva: sì, la parola di Dio è questa, ma la interpreto secondo il mio interesse! Con questo modo di fare erano superbi, erano sufficienti, erano i “dottori” fra virgolette: persone che credevano di avere tutto il potere per cambiare il significato della parola di Dio. Invece soltanto gli umili hanno il cuore disposto per ricevere la parola di Dio. Ma bisogna precisare che c’erano anche buoni e umili sacerdoti, umili farisei che avevano ricevuto bene la parola di Dio: per esempio i Vangeli ci parlano di Nicodemo. Dunque il primo atteggiamento per ascoltare la parola di Dio è l’umiltà, perché senza umiltà non si può ricevere la parola di Dio.

E il secondo è la preghiera. Le persone di cui parla la parabola infatti non pregavano, non avevano bisogno di pregare: si sentivano sicuri, si sentivano forti, si sentivano dei.

Dunque con l’umiltà e la preghiera andiamo avanti per ascoltare la parola di Dio e obbedirle nella Chiesa. E così non succederà a noi ciò che è accaduto a questa gente: non uccideremo per difendere quella parola che noi crediamo essere la parola di Dio, ma che invece è divenuta una parola totalmente alterata da noi”.

Chiediamo al Signore la grazia dell’umiltà, di guardare Gesù come il Salvatore che ci parla: parla a me! Ognuno di noi deve dire: parla a me! Quando leggiamo il Vangelo: parla a me! Apriamo il cuore allo Spirito Santo che dà forza a questa parola e preghiamo, preghiamo tanto perché noi abbiamo la docilità di ricevere questa parola e obbedirle.

 

21,33-42 I padri di famiglia nel vangelo [2]

 

Nelle parabole evangeliche, i padri di famiglia sono caratterizzati in questo modo: coloro che sanno sintetizzare il nuovo e il vecchio (Mt 13,52); un’altra immagine del padre è quella di colui che non esita a sacrificare il suo stesso figlio - ricordate la parabola dei vignaioli? (Mt 21,33-42) - perché l’eredità inalienabile, quasi come l’olio delle dieci vergini, sia feconda e dia molto pane al popolo che la rispetti e non la pretenda per sé. Un altro padre è quello che non smette mai di vedere nel germoglio di grano, pur indebolito dalla troppa zizzania, la speranza della crescita (Mt 13,24-30), e per questo lo aspetta in strada, come racconta Luca nella sua parabola sulla misericordia, perché sa che Dio è Padre anche di coloro che arrivano all’undicesima ora (Mt 20,1-16).

 

21,42 Gli scarti divenuti pietra d’angolo [3]

 

Dai poveri e dagli anziani si inizia a cambiare la società. Gesù dice di sé stesso: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo” (Mt 21,42). Anche i poveri sono in qualche modo “pietra d’angolo” per la costruzione della società. Oggi purtroppo un’economia speculativa li rende sempre più poveri, privandoli dell’essenziale, come la casa e il lavoro. È inaccettabile! Chi vive la solidarietà non lo accetta e agisce. E questa parola “solidarietà” tanti vogliono toglierla dal dizionario, perché a una certa cultura sembra una parolaccia. No! È una parola cristiana, la solidarietà! E per questo siete famiglia dei senza casa, amici delle persone con disabilità, che esprimono - se amati - tanta umanità. Vedo qui inoltre molti “nuovi europei”, migranti giunti dopo viaggi dolorosi e rischiosi. La Comunità li accoglie con premura e mostra che lo straniero è un nostro fratello da conoscere e da aiutare. E questo ci ringiovanisce.

 

21,33-44 Una Chiesa in stato di vedovanza [4]

 

Saluto cordialmente la Delegazione e ringrazio per essere venuti dalla Nigeria con spirito di pellegrinaggio. Per me è una consolazione questo incontro, perché sono molto triste per la vicenda della Chiesa in Ahiara.

La Chiesa, infatti - e mi scuso per la parola -, è come in stato di vedovanza per aver impedito al Vescovo di andarvi. Tante volte mi è venuta in mente la parabola dei vignaioli assassini, di cui parla il Vangelo (cfr Mt 21,33-44), i quali vogliono appropriarsi dell'eredità. In questa situazione la Diocesi di Ahiara è come senza sposo, ha perso la sua fecondità e non può dare frutto.

 

 

NOTE

 

1 Omelia, 21 marzo 2014.

2 Discorso di apertura alla congregazione provinciale, San Miguel, Buenos Aires, 8 febbraio 1978, in Papa Francesco – Jorge Maria Bergoglio, Pastorale sociale, Jaca Book – Comunità Sant’Egidio, Milano 2015, 251-262.

3 Visita alla comunità di Sant’Egidio, Basilica di Santa Maria in Trastevere, 15 giugno 2014.

 

4 Parole ai membri della delegazione della diocesi di Ahiara (Nigeria), 8 giugno 2017.


XXVI domenica del tempo Ordinario

Commento al Vangelo

di ENZO BIANCHI

 

 

Mt 21,28-32

 

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: 28 «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: «Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna». 29 Ed egli rispose: «Non ne ho voglia». Ma poi si pentì e vi andò. 30 Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: «Sì, signore». Ma non vi andò. 31 Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. 32 Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

 

Gesù ha terminato il suo viaggio verso Gerusalemme, la città santa in cui è entrato acclamato quale Messia, figlio di David, dai discepoli che lo accompagnavano e dalle folle; ha cacciato dal tempio quanti impedivano che fosse una casa di preghiera e ha simbolicamente seccato l’albero di fico che non dava frutti (cf. Mt 21,1-22) Queste azioni causano una profonda indignazione da parte delle autorità religiose legittime ma perverse, “sacerdoti e anziani“, che intervengono pubblicamente chiedendo a Gesù con quale autorità compia quei gesti provocatori. Ma Gesù non risponde, anzi pone loro una domanda riguardo alla missione di Giovanni il Battista: missione voluta da Dio o missione che Giovanni aveva inventato per sé?

 

Questo interrogativo non riceve però una risposta (cf. Mt 21,23-27), e allora Gesù indirizza loro tre parabole: quella dei due figli, quella dei vignaioli assassini e quella degli invitati al banchetto nuziale (cf. Mt 21,28-22,14). Di fatto sono tre parabole con le quali egli cerca di causare un ravvedimento in quei suoi avversari che poco tempo dopo saranno i suoi accusatori e i suoi condannatori. Le parabole sono per Gesù proprio uno strumento per far cambiare pensiero e atteggiamento a coloro ai quali sono rivolte. Ma qui accadrà esattamente l’opposto. Anziché interrogarsi e convertirsi, sacerdoti e anziani si indigneranno ancor di più e, comprendendo che tali racconti sono rivolti proprio a loro, induriranno ancor più il loro cuore, accrescendo la loro opposizione e il loro odio verso Gesù.

 

Ascoltiamo dunque la prima parabola, in obbedienza all’ordo liturgico che la prevede per questa domenica: “Che ve ne pare?”, introduzione che è un invito a pensare e a fare discernimento, perché alla fine ci sarà un’altra domanda da parte di Gesù, che richiederà una risposta chiara e decisiva. “Un uomo aveva due figli. Avvicinandosi al primo, disse: ‘Figlio, va oggi a lavorare nella vigna’. Ed egli rispose: ‘Non ne ho voglia’. Ma poi, pentitosi, vi andò”. La risposta iniziale è irriverente, all’insegna di una disobbedienza consapevole. Ma questo figlio che osa resistere alla richiesta del padre e gli nega l’obbedienza, in seguito (hýsteron) cambia avviso, muta di opinione (metameletheís) e va a lavorare nella vigna. Così egli mostra di essersi ravveduto: pensando, ha cambiato parere, e la non voglia si è trasformata per lui in obbedienza possibile.

 

Entra poi in scena il secondo figlio. Il padre si rivolge a lui allo stesso modo che all’altro, e la risposta che ottiene è positiva: “Sì, Signore (Kýrios)!”, ma poi costui non va. Siamo di fronte a un figlio rispettoso del padre, che lo chiama addirittura signore. È rispettoso forse per paura, perché incapace di dire un no a suo padre. Oppure è rispettoso perché nutrito di formalismo: dice sì al padre, come richiesto dalla legge e dalla prassi, ma poi non esegue la volontà. Forse pensa che il padre non si accorgerà che egli non ha messo in pratica ciò che ha detto… Non conosciamo le motivazioni della non esecuzione dell’invito: resta il fatto che la volontà del padre non è compiuta. Questo secondo figlio si accontenta di fare una dichiarazione verbale secondo il desiderio del padre e non percepisce la propria incoerenza: come un cieco non vede, non legge se stesso…

 

È evidente che ciò che succede in questa parabola succedeva ai tempi di Gesù, tra i credenti giudei, ma succede ancora oggi nelle comunità dei discepoli, nella chiesa. Sempre ci sono stati, ci sono e ci saranno quanti dicono: “Signore! Signore!”, lo invocano e hanno spesso il suo nome sulla loro bocca, ma poi non fanno la volontà del Padre suo che è nei cieli(cf. Mt 7,21). Le parole di Gesù vogliono smascherare questi credenti che confidano nel loro frequentare assemblee dove risuona la parola del Signore, che partecipano a pasti con il Signore mangiando e bevendo alla sua tavola (cf. Mt 7,22-23; Lc 13,25-27), ma in verità senza essere concretamente discepoli alla sequela di Gesù, nel tentativo di conformare la loro vita alla sua. Militanti, certo, senza essere discepoli!

 

Grazie a questa parabola siamo invitati a discernere nel nostro oggi quelli che di fatto, senza saperlo, sono rappresentati dal primo o dal secondo figlio: uomini religiosi che vantano appartenenza confessionale e parlano, parlano…; dicono sì alla volontà di Dio, ma quotidianamente non la realizzano, perché per loro è più importante apparire che essere e fare. D’altra parte, quelli che sembrano dire costantemente no a Dio perché non si mostrano religiosi, perché non proclamano la loro appartenenza religiosa, poi invece la vivono nell’anonimato, nella quotidianità, realizzano la volontà del Signore senza nominarlo e a volte senza conoscerlo. Perfetti anonimi per noi, ma che semplicemente “praticano la giustizia, amano la misericordia e camminano umilmente con Dio” (cf. Mi 6,8). Ecco allora puntuale, alla fine della parabola, la domanda di Gesù: “Chi dei due figli ha compiuto la volontà del padre?”, cui segue la scontata risposta dei sacerdoti e degli anziani: “Il primo!“.

 

E allora Gesù li invita a trarre le conseguenze, commentando: “In verità io vi dico: ‘I peccatori manifesti e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio!’”. Parole di Gesù dure come pietre, perché costituiscono il giudizio pronunciato su questi ascoltatori. Ma perché? Non è forse questo paradossale? Eppure avviene così, perché quelli che pubblicamente appaiono peccatori e sono da tutti ritenuti tali, sono preda della vergogna e sentono in loro il desiderio, più o meno ascoltato, di cambiare vita: desiderano uscire fuori dalla loro vita di peccato, che gli altri disprezzano e condannano. Gli uomini religiosi, invece (qui i sacerdoti e gli anziani, interlocutori di Gesù), che appaiono osservanti ma hanno peccati nascosti, siccome tutti li venerano e tutti guardano a loro per il loro status, non vogliono assolutamente cambiare vita. Gli uni sono dunque aperti a un invito a convertirsi, mentre gli altri si sentono a posto e pensano di non avere bisogno di alcuna conversione: da questo nascono la loro ipocrisia, la loro rigidità, il loro giudicare e spiare gli altri, senza mai interrogarsi su di sé; sono sempre pronti ad assolversi, perché agli occhi della gente risultano giusti e addirittura esemplari…

 

Lo ripeto, perché sia ben chiaro. Chi pecca di nascosto non è mai spronato alla conversione da un rimprovero che gli venga da altri, perché continua a essere venerato e stimato per ciò che della sua persona appare all’esterno: questa è la malattia della maggior parte delle persone, tra le quali primeggiano però proprio quelle religiose e devote, che credono di dover essere d’esempio agli altri… Chi, al contrario, è un peccatore pubblico, si trova costantemente esposto al giudizio e al biasimo altrui, e in tal modo è indotto a un desiderio di cambiamento. Solo animato da tale desiderio, solo nel pentimento che nasce da un cuore spezzato – questo significa etimologicamente “contrito” (cf. Sal 34,19; 51,19; 147,3) –, l’essere umano può divenire sensibile alla presenza di Dio.

 

 

E così Gesù annota che, quando è venuto Giovanni il Battista a chiedere la conversione, i peccatori pubblici hanno risposto fattivamente all’invito e si sono convertiti, mentre i sacerdoti e le autorità religiose, pur avendo visto, nulla hanno mutato del loro comportamento per aderire al suo messaggio. Con questa parabola Gesù interroga dunque ciascuno di noi, se vogliamo ascoltarlo. E ciascuno di noi, più è riconosciuto per la sua professione di fede, più deve interrogarsi: dice sì a Dio solo a parole, oppure realizza senza clamore e senza ostentazione, umilmente, la sua volontà? Insomma, “nell’ultimo giorno, il giorno del giudizio” – come recita un’affermazione tradizionalmente attribuita ad Agostino, che dovremmo tenere ben più presente – “molti che si ritenevano dentro saranno trovati fuori, mentre molti che pensavano di essere fuori saranno trovati dentro il regno dei cieli”.


Quanti vicini

 

sono lontani! (Mt 21, 28)

 

XXVI Domenica Tempo Ordinario A

 

La domenica “del fare la volontà del Padre”

 

A cura di Francesco Galeone *

 

 

 

Siamo ormai verso la fine della vita terrena di Gesù. I capi religiosi sono furibondi perché Gesù ha dichiarato che il tempio è un covo di ladri dando implicitamente a loro dei banditi. I discorsi tra Gesù e le autorità politico-religiose diventano sempre più aspri. Gesù alterna il cammino tra Betania, il Tempio, l’Orto del Getsemani: sono i tre luoghi testimoni della sua imminente passione. È l’epilogo. Dopo l’entrata gloriosa di Gesù a Gerusalemme (Mt 21,1) e la violenta cacciata dei mercanti dal tempio (Mt 21,12), la gran parodia del potere (W. Carter), il vangelo di Matteo colloca tre parabole tremende, tutte e tre dirette contro i dirigenti religiosi (non contro il popolo di Israele: Gesù non è contro il suo popolo!): la parabola dei due figli (Mt 21,28), quella dei vignaioli omicidi (Mt 21,33) e quella del banchetto del Regno (Mt 22,1). Naturalmente ogni parabola sarà seguita dagli attacchi dei farisei e dei sadducei contro Gesù, che a loro volta provocheranno le invettive di Gesù contro di loro. Il brano di oggi è sviluppato con grande abilità: Gesù racconta una parabola (v.28), chiede il giudizio ai suoi interlocutori (v.31), e lo ritorce contro di loro, facendo la seguente applicazione: il Regno di Dio non è di coloro che dicono “sì” e fanno “no”.

 

 

Molti che sembrano lontani, sono vicini!

 

 

 

Nei secoli precedenti, si dava forse più importanza alla ortodossia, cioè al giusto modo di credere, alla verità; oggi noi siamo più sensibili alla ortoprassia, cioè al giusto modo di agire, di fare. A giudicare dal Vangelo di oggi, Gesù non si preoccupa molto di ortodossia, non parla di verità da contemplare, ma di verità da fare. Parole strane, contraddittorie, per noi educati all’intellettualismo etico. Non è forse vero che la verità si pensa, riguarda il piano dianoetico, è qualcosa di logico? Secondo Cristo, invece, la verità si fa; chi fa la verità conosce il vero Dio, e arriva all’esemplificazione scandalosa: le prostitute vi precedono! Le prostitute: non vergogniamoci di pronunciare questa parola in un luogo santo: non è la parola che ci deve spaventare, ma la realtà che c’è dietro. Gesù non ebbe paura di sporcarsi, si lasciò toccare e baciare da queste donne: La gente come me - e ce n’è tanta come me - se non avesse la certezza che Cristo è venuto sulla terra per capire, perdonare, salvare anche noi, sarebbe disperata. C’è sempre nella vita un momento quando rimane solo Lui a difenderci, proprio quando non abbiamo più difesa, e tutti ci sputano addosso (D. Fabbri, La bionda). Incoraggeremo la gente a prostituirsi? No, certamente, ma solo ricordarci che non dobbiamo giudicare perché da queste pietre Dio sa ricavare i figli della luce, che dal letame nascono i fiori, e che dai diamanti non nasce niente!

 

La cattedrale dell’umanità è costruita da credenti e da atei

 

Chi sono i cristiani? Quelli che dicono “sì” al Padre; ma quelli che dicono “sì” e poi fanno “no”, sono cristiani? La conversione consiste nel rendersi conto che noi non facciamo la verità che diciamo. Il compito di un profeta-educatore è quello di formare una coscienza inquieta, in modo che un “credente” non si senta più tranquillo, e magari qualche altro lo diventi. Molti che sembrano lontani, in realtà sono vicini al Signore (sant’Agostino). P. Peter Lippert ha scritto questo magnifico brano in Giobbe parla con Dio: I tuoi santi hanno baciato i lebbrosi ma non hanno fatto niente per curare la lebbra. Hanno donato ai poveri le loro ricchezze, ma non si sono sforzati, perché nessuno sia più mendicante. Con preghiere hanno tentato per secoli di allontanare lo straripamento dei fiumi e la peste, e in poche decine di anni i giganti della scienza hanno incatenato le acque e sterminato la peste. Questi uomini ti sono meno cari delle anime devote ma inoperose, immerse nell’orazione? I figli di questo secolo, che non onorano il tuo nome, hanno illuminato la notte, aperto strade larghe, vinto tante miserie, allungato la vita dell’uomo, attutito i suoi dolori; la loro arte è mirabile, sconfinato il desiderio di conoscere, accanita la loro brama di sperimentare. Cosa pensi di questi uomini e delle loro opere? Sì, la cattedrale dell’umanità è costruita da credenti e da atei: anche questi fanno parecchio!

 

Beati i nostri “no” che diventano “sì”

 

Nei due figli che dicono e subito si contraddicono, è rappresentato il nostro cuore diviso. Se ne accorse anche Paolo di Antiochia: Video bona proboque... deteriora sequor (Rm7,15). Come anche Goethe: Ho in me due anime. Il primo figlio si pentì, cioè trasformò il suo modo di vedere: la vigna non era solo del padre ma anche la sua; non si tratta di essere semplicemente obbedienti; il sogno di Dio è avere una casa abitata non da servi ma da figli, liberi e adulti. La morale evangelica non è quelle dell’obbedienza ma quella di portare molto frutto. I due figli, di cui parla il Vangelo, rappresentano le due coscienze degli uomini: la coscienza buona che, anche quando non ne ha voglia, finisce con obbedire al padre; e la coscienza cattiva che, pur professando docilità al padre, non passa dalle parole ai fatti. Per questo Gesù minaccia: Pubblicani e prostitute vi precedono nel Regno di Dio.

Frasi come Peccatori e prostitute vi precedono nel Regno di Dio piacciono a quelli che non sanno che farsene della morale. Gesù, con quelle frasi, sembra uno di loro, uno spirito superiore, un populista che simpatizza con i viziosi, che dà sempre ragione all’operaio solo perché operaio, che blandisce i giovani solo perché giovani. In realtà Gesù non giudica gli uomini per categorie sociali o per fasce sindacali o per credo religioso o per titolo accademico o per colore razziale. Leggiamola bene, questa parabola dei due figli: se Gesù elogia chi prima ha detto “no” è perché poi si converte, e quel “no” diventa un “sì”. In paradiso, i peccatori non vanno perché peccatori, ma perché hanno compreso la colpa, e hanno accolto il perdono.

È sulle scelte operative che si giudica l’appartenenza: Non chi dice: Signore, Signore! Gesù denunzia i paraventi della cattiva coscienza, i finti devoti, gli abili ipocriti. Dio non si inganna! Chi si salva deve avere compiuto il bene, anche se c’è stato un rifiuto all’inizio. Chi si perde è perché è vissuto male, anche se è c’è stato un sì gioioso all’inizio. A questo punto una sola è la conclusione: beati quei “no” che diventano “sì”. La possibilità di dire “sì”, che poi diventa “no”, tocca anche noi cristiani. Questa scomoda parabola è un’occasione per un esame serio e sereno della nostra fedeltà a Cristo. Noi con facilità diciamo Amen, che significa Così è e così sia, cioè fiducia e abbandono a Dio! Noi con facilità recitiamo gli articoli del credo, diciamo “sì” nel rito del matrimonio, nella celebrazione dei sacramenti, ma poi dimentichiamo che il “sì” va inverato nelle scelte quotidiane.

Sottolineature:

- Il termine greco adoperato dall’evangelista (τέκνον) è pieno di tenerezza: potremmo tradurlo meglio con Figliolino mio. È la stessa radice da cui viene il verbo partorire (τικτειν), e quindi è un verbo di grande tenerezza materna. Oggi vai a lavorare nella vigna, la vigna - si sa - è immagine del popolo d’Israele. Egli rispose: Non ne ho voglia, ma poi si pentì e vi andò. Quindi c’è un primo figlio che risponde di no all’invito del Signore, ma poi si pente. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: Sì signore. Ma non vi andò. Mai fidarsi di quelli che dicono: Sì, Signore! Questo secondo non ha un rapporto con il padre, non ha detto Sì padre, dice Sì, signore. Dio è un signore al quale obbedire. E Gesù allora chiede alle autorità religiose, Quale dei due ha compiuto la volontà del padre? Ecco che appare il termine padre. Sarebbe stato meglio che anche questa volta fossero stati zitti, che non avessero risposto. Invece rispondono. Risposero: il primo!

- E Gesù disse loro: In verità... Quindi è un’affermazione solenne, importante, Io vi dico pubblicani e prostitute vi passano avanti. La costruzione del verbo greco (προαγειν), tradotto con passare avanti, non indica però precedenza, cioè vi passano avanti e poi voi venite, ma indica esclusione, cioè vi hanno preso il posto.

- Tre volte nel vangelo di Matteo appare il verbo pentirsi (μεταμελομαι): qui, nella parabola del figlio che si pente (Mt 21,29), nel caso di Giuda il traditore che si pente (Mt 27,3), ma le autorità no. Le autorità non si pentiranno mai. Si è pentito Giuda, ma le autorità non si pentiranno mai. L’evangelista ci fa comprendere che le autorità religiose sono completamente refrattarie alla buona notizia di Gesù perché dovrebbero perdere il loro potere, i loro privilegi e il loro prestigio.

- Si capisce subito che l’etica di Gesù non è l’etica delle buone intenzioni ma delle buone azioni. Per Gesù ciò che si dice non conta; ciò che conta è ciò che si fa. Che è ciò che è successo con quei due fratelli. Ed è quello che accade tante volte all’élite religiosa: nelle loro predicazioni parlano contro l’amore al denaro quelli che assomigliano a qualunque cosa meno che ad un povero; parlano contro l’orgoglio quelli che occupano sedi di potere e di dignità; sono severi censori del sesso quelli che nascondono e proteggono delinquenti sessuali.

- Gesù accentua la sua denuncia affermando che i gruppi più disprezzati dall’élite religiosa (pubblicani e prostitute) precederanno quest’élite nel cammino verso il Regno. L’aspetto notevole è che il verbo greco proágousin (Mt 21,31b) sta al presente, cioè già ora (M. Zerwick) i pubblicani e le prostitute vi precedono nel cammino verso il Regno. A giudizio di Gesù, quelli che sono più in ritardo nel cammino verso Dio sono proprio quelli che pensano di precedere gli altri e quelli che vedono se stessi come l’esempio da seguire.

 

 

* Gruppo Biblico ebraico-cristiano


Misericordia non meritocrazia!

 

 

 

di ENZO BIANCHI

 

Mt  20,1-16

 

In quel tempo  Gesù disse ai suoi discepoli: «1  Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2 Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. 3 Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, 4 e disse loro: «Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò». 5 Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. 6 Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». 7 Gli risposero: «Perché nessuno ci ha presi a giornata». Ed egli disse loro: «Andate anche voi nella vigna». 8 Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: «Chiama i lavoratori e da' loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi». 9 Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10 Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro. 11 Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone 12 dicendo: «Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». 13 Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? 14 Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: 15 non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?». 16 Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

 

Dopo la parabola del servo spietato che non sa reiterare la misericordia e il perdono ottenuti (cf. Mt 18,21-35), eccone una sulla scandalosa misericordia di Dio. Scandalosa perché non è meritocratica, cioè non è un sentimento, un’azione di Dio che raggiunga gli esseri umani a partire dai loro meriti; non può essere conquistata e tantomeno acquistata, ma può solo essere accolta come un dono: essa è gratuita, per questo il suo nome è anche “grazia”. Dio fa grazia nella sua infinita libertà e nel suo infinito amore, e nessuno può pretendere premi, né tanto meno privilegi, per elezione o vocazione.

 

- Gesù fa l’annuncio di questa buona notizia in una parabola raccontata in tre scene e completata da un commento finale (v. 16):

- a ore diverse, dall’alba fino al tardo pomeriggio, il padrone della vigna esce per ingaggiare lavoratori (vv. 1-7);

- alla sera egli paga i lavoratori (vv. 8-10);

- infine il padrone giustifica il proprio comportamento (vv. 11-15).

 

Il protagonista della prima scena è “un uomo, un padrone di casa”, in seguito definito anche “padrone della vigna”, che agisce dal mattino alla sera, uscendo di casa per andare nella piazza a cercare lavoratori per la sua vigna, com’era abitudine a quei tempi. Fin dallo spuntare dell’alba, dunque fin dalle sei, si reca sulla piazza e chiama dei lavoratori, stipulando con loro un contratto: li pagherà, per la giornata intera, un denaro, secondo le tariffe del mercato di quell’epoca. Poi esce di nuovo verso le nove e assolda altri operai, promettendo loro: “Quello che è giusto ve lo darò”. Fa lo stesso verso mezzogiorno, verso le tre e addirittura verso le cinque del pomeriggio. A quelli che trova sulla piazza quasi alla fine del giorno chiede ragione del loro starsene senza far niente, ed essi rispondono: “Nessuno ci ha presi a giornata”, cioè “siamo rimasti disoccupati”. Il padrone fa molte chiamate, non esclude nessuno, offre lavoro a tutte le ore: esce di casa per ben cinque volte, anche nel tardo pomeriggio, quando si avvicina il tramonto e non resta che un’ora soltanto utile per il lavoro.

 

Da questa prima scena risulta che tutti quelli che erano sulla piazza del mercato sono stati chiamati dal padrone e che alla sera non vi sono più disoccupati. Si noti anche che questo ingaggio è fatto dal padrone stesso, non da un suo amministratore: ciò è molto strano, perché i proprietari di solito non entravano direttamente a contatto con lavoratori sovente sporchi, vestiti con abiti indecenti e comunque rozzi. Ma tale comportamento indica la sollecitudine di questo padrone, che vuole vedere in faccia chi lavora nella sua vigna e vuole stipulare lui stesso i contratti con i suoi operai.

 

Giunge la sera e gli operai ritornano dalla vigna. Il padrone, uomo giusto e anche generoso, osserva fedelmente la legge: “Non sfrutterai il salariato povero e bisognoso … Gli darai il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole, perché egli è povero e attende ciò con impazienza. Non alzi grida al Signore contro di te: sarebbe grande il tuo peccato!” (Dt 24,14-15). Il padrone chiama dunque l’amministratore e gli ordina di pagare i lavoratori, incominciando dagli ultimi e terminando con i primi ingaggiati. L’ordine dei chiamati è capovolto, e questo fa sì che i primi possano osservare quale salario il padrone ha corrisposto a quanti hanno lavorato meno di loro. L’amministratore, secondo l’ordine ricevuto, comincia con il dare un denaro agli operai dell’ultima ora. Quelli che hanno lavorato fin dal mattino presto pensano allora di dover ricevere una paga più alta: hanno lavorato più ore, dunque meritano di più! Si crea in loro un’attesa, ben presto delusa. Il testo annota infatti laconicamente: “… ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro”, né più né meno degli altri.

 

Se fin qui erano descritte quasi solo azioni, con l’eccezione del rapido accenno al pensiero balenato nella mente degli operai assoldati al mattino presto, nell’ultima scena Gesù, mostrando tutta la sua abilità di narratore e di conoscitore del cuore umano, si arresta a considerare i sentimenti dei personaggi. Gli operai della prima ora passano dal pensiero fugace al paragone con gli altri lavoratori: da ciò nasce la rabbia per essere stati trattati come gli altri, e la loro attesa frustrata li spinge infine a mormorare. Mormorare, questo terribile uso della parola, purtroppo tanto familiare e attestato nella chiesa e nelle comunità; tante volte ci siamo soffermati su questo autentico cancro delle relazioni umane…

 

Questi lavoratori recriminano, esponendo con rabbia al padrone il risultato delle loro parole scambiate nel nascondimento: “Abbiamo lavorato dal mattino alla sera, abbiamo faticato per dodici ore, abbiamo sopportato il peso della calura, sotto il sole cocente, mentre questi ultimi sono giunti a giornata quasi finita, hanno lavorato un’ora sola, nella frescura del tramonto, eppure tu li hai fatti uguali a noi”. Questo, in ultima analisi, ciò che non riescono a sopportare: “loro sono stati fatti uguali a noi”, chiamati per primi e chiamati per ultimi sono tutti uguali! Ai loro occhi ciò appare come un’ingiustizia, un atteggiamento che non vede né riconosce i meriti. Di conseguenza, il padrone è da loro ritenuto ingiusto, quindi insopportabile. Costoro ci rappresentano bene: quando infatti vogliamo affermare quella che ci appare la giustizia, ci sentiamo carichi di autorità, alziamo la voce per esprimere in modo anche duro la nostra convinzione. “La giustizia innanzitutto!”, diciamo, e non ci sfiora nemmeno il pensiero che la nostra giustizia può essere limitata e che ci possano essere altri criteri di giustizia. Quando gli altri esprimono giudizi di giustizia su di noi, li sentiamo duri; quando invece noi ci possiamo appellare alla giustizia per giudicare, ci sentiamo forti, alziamo la voce…

 

Su quella mormorazione interviene risolutamente il padrone della vigna, rivolgendosi a uno dei contestatori. Innanzitutto lo chiama “amico”, termine utilizzato nella parabola del banchetto nuziale, per indicare l’uomo sprovvisto dell’abito per la festa (cf. Mt 22,12), e addirittura da Gesù per Giuda, nell’ora del tradimento (cf. Mt 26,50). Il rimprovero è dunque introdotto in modo amichevole, forse non privo di una certa ironia. Il padrone ricorda inoltre che ha rispettato il compenso pattuito, quindi non ha fatto alcun torto, non è stato ingiusto. Ma non vuole calcare la mano, per questo congeda il mormoratore senza alcuna parola di condanna: “Prendi il tuo denaro e vattene”.

 

Poi però prosegue, con l’intenzione di spostare l’accento sulla propria gratuità: “Io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio?”. Egli certamente rispetta la giustizia, e quindi l’accordo stabilito, ma vuole dare di più a colui al quale spetterebbe meno, affinché possa portare a casa il salario necessario per sé e per la propria famiglia. Mostra pertanto una giustizia altra da quella prospettata e attuata dagli uomini: una giustizia non retributiva né meritocratica. Tale concetto di giustizia, che Gesù attribuisce a Dio, scandalizza i devoti che si affaticano a contare le loro azioni per poter enumerare i loro meriti. “Lavoro, guadagno, dunque pretendo!”: questo volgare modo di esprimersi è all’insegna di una logica che ci abita e che dobbiamo sforzarci di estirpare dal nostro cuore. Accanto a noi ci sono persone meno fortunate per nascita o per storia; ci sono persone deboli che non lavorano come noi perché non possono; ci sono quelli che non hanno un lavoro o che la malattia ha reso meno produttivi. Questi non sono scarti da dimenticare o, peggio, da abbandonare: sono nostri fratelli e sorelle, carne della nostra carne, e noi dobbiamo pensare anche a loro, a immagine del signore della vigna che nella sua generosità misericordiosa non vuole che un altro essere umano torni a casa, dalla propria famiglia, senza il necessario per vivere.

 

Infine il padrone della vigna mette a nudo un rischio presente nell’atteggiamento di chi fa paragoni con gli altri: “Oppure il tuo occhio è malvagio perché io sono buono?”. Con questa semplice domanda tratteggia il meccanismo dell’invidia, termine che deriva da in-videre, cioè “non voler vedere” la felicità, il bene, la gioia dell’altro, come se questa attentasse alla nostra. Gelosia e invidia possono nascere nel nostro cuore – perché “è dal cuore umano che nasce … l’occhio cattivo” (Mc 7,21-22) – ma vanno combattute, per giungere progressivamente, nell’esercizio dell’ascolto dell’altro, della com-passione e dell’empatia con lui, a gioire quando l’altro beneficia della bontà nostra, che è sempre anche bontà di Dio.

 

Quanto questa parabola sia scandalosa lo possiamo misurare anche leggendo una parabola rabbinica, ispirata con buona probabilità alla nostra:

 

Un re, che aveva ingaggiato molti operai, venne a controllare il lavoro che svolgevano. Notò che uno di loro era più abile e svelto di tutti gli altri; gli chiese allora di accompagnarlo in una passeggiata che durò tutto il resto della giornata. Alla sera gli diede un compenso uguale a quello degli altri che erano rimasti a lavorare. Questi allora protestarono: “Noi abbiamo lavorato duro tutto il giorno e costui, che ha lavorato soltanto due ore, ha ricevuto il nostro stesso salario. Non è giusto!”. Rispose allora il re: “Costui ha fatto più lavoro in due ore che voi in un giorno intero” (Talmud di Gerusalemme, Berakhot 2,3).

 

Il contrasto con la parabola evangelica non potrebbe essere più netto: qui vi è una logica meritocratica, mentre Gesù parla di gratuità, di una misericordia che non va meritata, ma accolta con gioia come dono e come amore riversato su tutti noi, tutti fratelli e sorelle, tutti figli e figlie amati da Dio. Di fronte a questo amore non ci sono privilegi da vantare! Facciamoci una domanda: come pensiamo il nostro rapporto con Dio? Come relazione nella grazia o come prestazione meritoria? In verità solo la grazia di Dio può instaurare la comunione con noi; e se cercassimo di andare a lui forti di nostri presunti meriti, non riusciremmo a conoscere il suo amore, sempre gratuito e mai meritato.

 

Degna conclusione di questa parabola che canta la misericordia del Signore, che non crea primi e ultimi, ma tutti vuole salvare, mi pare un brano della Catechesi sulla santa Pasqua attribuita a Giovanni Crisostomo:

 

Chi ha lavorato fin dalla prima ora, riceva oggi il giusto salario; chi è venuto dopo la terza, renda grazie e sia in festa; chi è giunto dopo la sesta, non esiti: non subirà alcun danno; chi ha tardato fino alla nona, venga senza esitare; chi è giunto soltanto all’undicesima, non tema per il suo ritardo. Il Signore è generoso, accoglie l’ultimo come il primo, accorda il riposo a chi è giunto all’undicesima ora come a chi ha lavorato dalla prima. Fa misericordia all’ultimo e serve il primo.

 

 

La misericordia infinita del Signore, che ci è donata in modo totalmente gratuito, sia condivisa tra noi, tutti suoi amati e amate, senza fare alcun paragone, ma entrando nella sua logica, rivelataci una volta per tutte da Gesù Cristo: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8).


 

Dio ha bisogno

 

di operai [1]

 

Domenica XXV del tempo ordinario A

 

Papa Francesco

 

A cura di Gianfranco Venturi

 

 

 

 

20,1-16 Uscire a tutte le ore [2]

 

C’è una seconda parola che mi fa riflettere. Quando Gesù racconta del padrone di una vigna che, avendo bisogno di operai, uscì di casa in diverse ore del giorno per chiamare lavoratori nella sua vigna (cf. Mt 20,1-16). Non è uscito una sola volta. Nella parabola Gesù dice che è uscito almeno cinque volte: all’alba, alle nove, a mezzogiorno, alle tre e alle cinque del pomeriggio - abbiamo ancora tempo che venga da noi! - C’era tanto bisogno nella vigna e questo signore ha passato quasi tutto il tempo per andare nelle strade e nelle piazze del paese a cercare operai. Pensate a quelli dell’ultima ora: nessuno li aveva chiamati; chissà come si potevano sentire, perché alla fine della giornata non avrebbero portato a casa niente per sfamare i loro figli. Ecco, quanti sono responsabili della pastorale possono trovare un bell’esempio in questa parabola. Uscire in diverse ore del giorno per andare ad incontrare quanti sono in ricerca del Signore. Raggiungere i più deboli e i più disagiati per dare loro il sostegno di sentirsi utili nella vigna del Signore, fosse anche per un’ora soltanto.

 

20,3 Gesù preoccupato delle folle disoccupate [3]

 

Allo stesso modo, nel suo Figlio Gesù, Dio è sceso fra gli uomini, si è incarnato e si è mostrato solidale con l’umanità, in ogni cosa, eccetto il peccato. Gesù si identificava con l’umanità: “il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29). Egli non si accontentava di insegnare alle folle, ma si preoccupava di loro, specialmente quando le vedeva affamate (cf. Mc 6,34-44) o disoccupate (cf. Mt 20,3). Il suo sguardo non era rivolto soltanto agli uomini, ma anche ai pesci del mare, agli uccelli del cielo, alle piante e agli alberi, piccoli e grandi; abbracciava l’intero creato. Egli vede, certamente, ma non si limita a questo, perché tocca le persone, parla con loro, agisce in loro favore e fa del bene a chi è nel bisogno. Non solo, ma si lascia commuovere e piange (cf. Gv 11,33-44). E agisce per porre fine alla sofferenza, alla tristezza, alla miseria e alla morte. 

 

20,7 Nessuno ci ha presi a giornata [4]

 

La Chiesa ha bisogno di giovani capaci di dare una risposta a Dio che li chiama, per tornare ad avere famiglie cristiane stabili e feconde, per tornare ad avere consacrati e consacrate che scambino tutto per il tesoro del Regno di Dio, per tornare ad avere sacerdoti immolati con Cristo per i loro fratelli e le loro sorelle. Abbiamo tanti giovani disoccupati mentre il Regno dei Cieli scarseggia di operai e di servitori... Dio non può volere questo. Che cosa sta succedendo allora? “Perché nessuno ci ha presi a giornata” (Mt 20,7). Dobbiamo dare una dimensione vocazionale a un percorso catechetico globale che possa ricoprire le varie età dell’essere umano, di modo che tutte siano una risposta al buon Dio che chiama: ancora nel seno della madre, ha chiamato alla vita e il nostro essere si è affacciato alla vita; e una volta terminata la sua tappa terrena, dovrà rispondere con tutto il suo essere a questa chiamata: “Servo buono e fedele... prendi parte alla gioia del tuo padrone” (Mt 25,21).

 

20,1-16 La mancanza di lavoro (AL 25)

 

Si capisce come la disoccu­pazione e la precarietà lavorativa diventino soffe­renza, come si registra nel piccolo Libro di Rut e come ricorda Gesù nella parabola dei lavoratori che stanno seduti, in un ozio forzato, nella piazza del paese (cf. Mt 20,1-16), o come egli sperimen­ta nel fatto stesso di essere tante volte circonda­to da bisognosi e affamati. È ciò che la società sta vivendo tragicamente in molti paesi, e questa mancanza di lavoro colpisce in diversi modi la serenità delle famiglie.

 

 

NOTE

 

[1] Da J.M. Bergoglio – Papa Francesco, Matteo. Il vangelo del compimento. Lettura spirituale e pastorale, a cura di Gianfranco Venturi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2016.

[2] Discorso ai partecipanti all’incontro promosso dal Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, 19 settembre 2014.

[3] Messaggio per la XLIX Giornata mondiale per la pace, 1 gennaio 2016.

 

[4] Discorso agli Ecc.mi Presuli della Conferenza Episcopale del Portogallo, 7 settembre 2015.


Vacanza, meditazione,

 

silenzio

 

Gianfranco Ravasi

 

 

 

Questo articolo (pensato per il numero della rivista di agosto) si colloca all'interno di un arco temporale segnato da un fenomeno comune a tutte le nazioni e a tutte le culture, anche antiche. Si tratta della vacanza (o «ferie») che nella società contemporanea è spesso una sorta di vuoto, una pagina bianca che molti non sanno come riempire e che, per questo, o stracciano consumandola in noia o ricolmano con la stessa frenesia del resto dell'anno (la Rimini estiva e vacanziera è proprio diversa dalla Milano feriale e convulsa?). È paradossale, ma il termine «vacanza» – come è noto –deriva dal latino vacare che in realtà significa il dedicarsi pienamente a un'attività. È per questo che nelle antiche culture la vacanza aveva un taglio molto diverso: era uno spazio temporale da connettere a temi come la riflessione, la meditazione, lo studio, il silenzio, la quiete. In questo senso, allora, la vera sosta dovrebbe scandire ogni giornata e ogni opera umana: il grande filosofo Blaise Pascal non esitava a scrivere che «ogni disgrazia viene agli uomini da una cosa sola: il non saper restare in riposo in una camera» (Pensieri n. 139, ed. Brunschvicg).

Noi vorremmo, allora, proporre una duplice considerazione che si sviluppa in due tappe distinte ma coordinate tra loro. La prima cerca di studiare in modo accurato la categoria «vacanza-riposo» con un'analisi che si basa su quel «grande codice» della cultura occidentale che è la Bibbia, la quale per il credente è anche «lampada per i passi» nel cammino della vita, per usare un'espressione di quello stesso testo sacro. La seconda riflessione sarà un po' più libera e variegata e punterà su una pratica quasi del tutto disattesa se non osteggiata ai nostri giorni: quella della meditazione e del silenzio "bianco". Quello "nero" è, in realtà, una maledizione perché è la pura e semplice assenza di parole e suono e quindi è un vuoto di comunicazione, una sorta di autismo spirituale. Invece, come il colore bianco è la sintesi di tutti i colori, così il silenzio autentico è intimità profonda, è espressione dell'ineffabile, è sintonia piena con se stessi e col mondo.

Iniziamo, dunque, con la prima considerazione che parte dal concetto più profondo e genuino di vacanza. Esso potrebbe essere definito ricorrendo piuttosto alla categoria «riposo» che, a livello biblico, ha un rilievo particolare. Come punto di riferimento rimandiamo a un paragrafo che suggella il primo racconto biblico della creazione (Genesi 1,1-2,4), considerato dagli studiosi frutto della cosiddetta "Tradizione Sacerdotale", sorta nel VI sec. a.C. durante l'esilio babilonese di Israele. Ora, come è noto, questa pagina ritma la creazione del mondo sullo schema settimanale con approdo al riposo sabbatico: la settimana liturgica (il calendario, nelle sue forme proto-tipiche, non era mai modellato sulla base di un computo "cronologico" estrinseco, ma era sempre generato dal mito e dal rito) regge la narrazione dell'origine delle creature. Anzi, il numero «sette» scandisce tutta la trama di quel racconto, nella consapevolezza che quella cifra nell'antico Vicino Oriente era carica di una valenza simbolica di pienezza e perfezione. E questo era sperimentabile già nella stessa architettura sacra: a Babilonia e a Borsippa le ziqqurat, ossia i templi a piramide, avevano sette piani, come su sette piani erano strutturati i complessi templari mesopotamici di Lagash e Uruk.

Ora, se ci soffermiamo sul testo biblico della Genesi citato, ci accorgiamo che non solo sette sono i giorni del racconto, sette sono anche le formule fisse usate per costruire la trama del racconto, sette volte echeggia il verbo bara', «creare», trentacinque volte (7 x 5) risuona il nome divino 'Elohim, Dio, ventun volte (7 x 3) entrano in scena «terra e cielo», mentre il primo versetto del testo ebraico è di sette parole e il secondo di quattordici (7 x 2)... Si può, a questo punto, affermare senza esitazione che il sabato appare come il coronamento della creazione. Leggiamo, allora, il passo col vertice "sabbatico" del racconto biblico: «Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Dio, nel settimo giorno, portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto. Queste sono le origini del cielo e della terra quando vennero creati» (2,1-4a).

«Dio disse a Mosè: Mosè, io posseggo nella mia tesoreria un dono prezioso che si chiama sabato e lo voglio regalare ad Israele». Questa semplice e pittoresca definizione rabbinica può riassumere l'atteggiamento di venerazione, di amore e di stupore con cui il giudaismo ha accolto, come i suoi padri, quel settimo giorno, nervatura e consacrazione dell'intero fluire della settimana, cioè del tempo. Anche se collegato dalla stessa Bibbia all'idea di «riposo» (2,2) attraverso una libera associazione etimologica (il termine shabbat forse più che «riposo» potrebbe indicare semplicemente «la settima» giornata), il sabato non è – come ironizzava già lo storico romano Tacito – un'area vuota, votata alla pigrizia. Il riposo biblico è, infatti, un concetto positivo, che non si riduce a mera assenza di fatica. Anzi, come è spesso attestato, è per eccellenza simbolo della piena e perfetta comunione con Dio, è la requies aeterna che i cristiani augureranno ai loro defunti.

Già in Mesopotamia esistevano calendari a ritmo settenario regolati dalla divinità lunare che scandiva il tempo: il shapattu babilonese indicava un giorno di luna piena, segnato però probabilmente da connotazioni infauste. Si trattava di uno «spazio» confinato e isolato nel tempo, tant'è vero che esistevano altri giorni intangibili e magici analoghi al settimo giorno ed erano considerati nefasti per intraprendere ogni tipo di attività (erano chiamati in babilonese umu lemnuti, in pratica «giorni intoccabili»). Certo, il rischio di isolare sacralmente il giorno festivo in un'aura di incensi e di prescrizioni legali, rendendolo una specie di tabù, circondato da una siepe di proibizioni, sarà un rischio sempre in agguato in tutte le religioni (e non solo per la normativa giudaica dell'osservanza rituale del sabato che comprende ben 39 proibizioni di atti o gesti). In realtà, come diceva quell'aforisma rabbinico, il riposo festivo è un tesoro; è una scintilla di luce deposta nel grigiore delle ore feriali; è un seme che feconda la terra del lavoro; è uno sguardo verticale, levato verso l'alto e l'infinito, capace di interrompere l'orizzontalità della nostra visione comune e continua.

È interessante notare che la stessa concezione presente nel passo citato della Genesi brilla anche nel Decalogo, rivelato da Dio a Mosè e a Israele al Sinai: «Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro» (Esodo 20, 8-11).

Sono importanti i due verbi, che ricorrono anche nella narrazione della Genesi, del «benedire» e del «consacrare» o «santificare». La benedizione è curiosamente sperimentabile per la Bibbia e per le culture orientali soprattutto nella fecondità. La vita che si dirama di genealogia in genealogia è il supporto su cui Dio stende la sua trama di salvezza. Il sabato, come sosta di preghiera e di riposo, non è assenza sterile di azione; è in séfecondo, genera una sua vita che è squisitamente interiore, alimenta l'esistere stesso dell'uomo. D'altra parte, però, il sabato è anche "sacro", è come un'area protetta, simile al tempio e all'altare. In essa risiede il mistero, domina il silenzio, si incontra il divino.

C'è, quindi, una sorta di contrappunto nel sabato biblico: da un lato, è attivo, fecondo, collegato all'esistenza e alla creazione; dall'altro, è chiuso in sé, perfetto e distaccato, non segnato dai rumori, non occupato dalle cose. Ed è proprio su questa duplicità, che non deve diventare opposizione, che dobbiamo recuperare l'autentica spiritualità non solo della nostra domenica, del culto, della preghiera liturgica, ma anche della meditazione e del riposo autentico. Se si perde quella duplicità, il giorno festivo diventa o un'isola sacra, in cui si esegue freddamente un «precetto», cioè l'assistenza a una liturgia, oppure un giorno come gli altri, freneticamente riempito di azioni, di divertimenti forzati, di rumori e distrazioni simili a quelli che profanano le strade e le ore degli altri sei giorni.

Ritorniamo, allora, sulla dimensione della «consacrazione» o«santificazione» che suppone un'idea di «separazione» rispetto alla profanità, come accade appunto nello spazio sacro destinato ad area per il santuario. Il sabato col suo riposo è il tempio del tempo, è l'architettura sacra che sostiene il tempo profano, è il luogo in cui l'uomo incontra la gloria di Dio all'interno delle vicende della storia profana. Il giorno (o il tempo) del riposo fa tacere le cose esteriori e il ritmo quotidiano perché l'uomo incontri il mistero che lo avvolge. È la scoperta del silenzio "pieno", quello che, quando si è innamorati, è più eloquente, prezioso e comunicativo delle parole: due innamorati sanno, attraverso il linguaggio del silenzio e dei loro occhi, trasmettersi mille e mille sensazioni. Anticipiamo così la successiva considerazione sulla meditazione silenziosa.

Un po' paradossalmente si dice che Pitagora imponesse ai suoi discepoli di non rompere mai il silenzio se non per dire una cosa più importante del silenzio. Alberto Moravia, in uno dei saggi raccolti nel volume L'uomo come fine (1964), riconosceva che «per ritrovare un'idea dell'uomo, ossia una vera fonte di energia, bisogna che gli uomini ritrovino il gusto della contemplazione. La contemplazione è la diga che fa risalire l'acqua nel bacino. Essa permette agli uomini di accumulare di nuovo l'energia di cui l'azione li ha privati». Questo è il senso di una vera vacanza "umana" e spirituale.

Certo, il silenzio "vuoto" fa paura; la civiltà contemporanea moltiplica i rumori, alza i decibel, allarga il flusso della chiacchiera perché teme il silenzio o lo considera solo come assenza di parole. L'educazione al silenzio è riscoperta di se stessi, anche della propria miseria e solitudine. Un poeta, Giorgio Caproni, metteva in scena in una sua lirica uno dei tanti uomini soli che, di fronte ad una parete spoglia, pensa ai suoi torti e alle sue virtù ma non ha più nessuno con cui comunicare se non i morti. Le soste di riposo dovrebbero, invece, essere lo spazio del silenzio interiore popolato da Dio e dai fratelli coi quali si dialoga e si vive. Ma soprattutto è l'orizzonte silenzioso in cui si contempla e si dialoga con Dio. L'homo faber scopre il senso ultimo del suo esistere non nell'azione, pur necessaria, ma nel «riposo», attraverso la sua esperienza di homo religiosus. Lo scrittore mistico ebreo Abraham Joshua Heschel (1907-1972) nel suo famoso libro dedicato appunto al sabato (II Sabato, Garzanti 2001) dichiarava che «il settimo giomo fornisce all'uomo nel tempo un assaggio di eternità», cioè è come se entrasse nel «tempo» perfetto e infinito di Dio, pieno di pace e di serenità.

È suggestivo sottolineare un particolare rilevante nel racconto della Genesi che abbiamo prima evocato. L'uomo, pur essendo al vertice della creazione, è però creato il «sesto giorno»; ora, nella simbolica numerica dell'antico Vicino Oriente, il «sei» è la cifra dell'imperfezione, essendo il «sette» il segno della pienezza. L'uomo è, quindi, relegato nella prigione del limite e dell'imperfezione. Attraverso il culto sabbatico e il suo «riposo», però, l'uomo esce dal carcere della sua natura di creatura del «sesto giorno» ed entra nell'orizzonte di Dio,nella perfezione del suo «settimo giorno», pregustando il «riposo» definitivo e perfetto della comunione eterna con Dio. Per questo uno scritto apocrifo giudaico intitolato Vita di Adamo ed Eva affermava che «il settimo giorno è il segno della risurrezione e del mondo futuro». E quella splendida omelia del Nuovo Testamento che è la Lettera agli Ebrei dipinge la vita eterna come un sabato senza fine, non più compresso dalla fuga del tempo, non più occupato dagli idoli terreni e percorso dal frastuono delle disobbedienze e delle ribellioni, delle ingiustizie e del male (3,7-4,11).

Attraverso il vero «riposo», l'uomo non solo spiega e dà senso al tempo e alle opere che in esso egli compie, ma viene purificato e trasfigurato ed è introdotto nel «tempo» perfetto e pieno di Dio, il suo «eterno riposo» di pace e di luce. È curioso notare che in russo la domenica è espressa col vocabolo voskresen'e che letteralmente significa «risurrezione». Il cristiano ogni domenica celebra la risurrezione di Cristo e professa la sua fede nel destino ultimo che l'attende, quel «riposo eterno» a cui sopra abbiamo già accennato, una «vita radiosa, stupenda, meravigliosa», come diceva lo scrittore russo Anton Cechov, nel finale del dramma Zio Vanja (1899), perché sarà trasfigurazione del nostro essere in una nuova e perfetta creazione. È per questo che il pastore e teologo Dietrich Bonhoeffer, mentre stava andando incontro al martirio sotto i nazisti, che l'avrebbero impiccato il 9 aprile del 1945 nel lager di Flossenbürg, aveva esclamato: «Riposo di Dio, tu vieni incontro ai tuoi fedeli come una sera di festa immensa!».

Ed è proprio questo grande testimone di coerenza cristiana contro il mostro hitleriano che ci introduceva in modo più esplicito nella seconda nostra riflessione già anticipata nelle righe precedenti, quella del silenzio meditativo. Ecco il suo appello: «Facciamo silenzio prima di ascoltare la Parola di Dio perché i nostri pensieri sono già rivolti alla Parola. Facciamo silenzio dopo l'ascolto della Parola perché questa ci parla ancora, vive e dimora in noi. Facciamo silenzio la mattina, perché Dio deve avere la prima parola. Facciamo silenzio prima di coricarci perché l'ultima parola appartiene a Dio».

L'appello è tutto ritmato su un'apparente antitesi, parola-silenzio. In realtà, le vere parole, quelle che nascono dal cuore, strappate dalla verità intima, e non estratte dalla tasca della giacca per essere spese nella chiacchiera o nell'uso quotidiano, hanno bisogno di un alone di silenzio. Soprattutto quando sono di scena le grandi parole, anzi la Parola per eccellenza, quella divina. Con un orecchio ostruito dalle ortiche del vaniloquio non è possibile lasciare spazio a una Parola così alta, che inquieta e consola, che ammonisce e pacifica, che provoca e rasserena. Ecco, allora, una piccola scelta, per i giorni particolari delle vacanze: ricreare nel deserto dell'esistenza quotidiana almeno due piccole oasi alla mattina e alla sera. Modesti orizzonti di silenzio in cui lasciar vagare gli occhi per qualche minuto sulle righe di un testo sacro, custodire l'orecchio dal rumore incessante, penetrare nella profonda stanza della coscienza. C'è un bellissimo verso del poeta Vittorio Sereni (191383) che dice: «Con non altri che te è il colloquio... E qui ti aspetto». Sono parole che valgono per ogni vero incontro d'amore, per ogni attesa di uno svelamento dell'altro. Anche dell'Altro supremo e misterioso, cioè di Dio.

Stiamo ancora in quell'orizzonte cupo che fu il nazismo per un'altra testimonianza che si muove nella stessa direzione con la medesima intensità: «Dentro di me c'è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c'è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente è coperta di pietra e di sabbia: in quel momento Dio è sepolto, bisogna allora dissotterrarlo di nuovo». Era il 30 novembre 1943 e ad Auschwitz, in una camera a gas, veniva dissolta la vita terrena di soli 29 anni di una geniale giovane donna olandese, Etty Hillesum. Pochi mesi prima, nel suo Diario, aveva scritto le righe che abbiamo citato e che possono essere liberamente assunte come una rappresentazione simbolica della meditazione. Essa è come un liberare l'anima dal terriccio delle cose, dal fango del peccato, dalla sabbia della banalità, dalle erbacce delle chiacchiere. Tante sono le strade possibili per dissotterrare la voce di Dio che forse è diventata flebile in noi.

È paradossale, ma si potrebbero tenere lunghe conferenze e persino corsi sul silenzio, scrivere saggi, moltiplicare citazioni, a partire dall'enigmatica asseverazione dell'Amleto shakespeariano: The rest is silent. Non per nulla, nella fede come nell'amore, i silenzi sono più eloquenti delle parole. Da un lato, infatti, il «mistero» divino è un vocabolo che ha la sua matrice greca nel myein, cioè «tacere»; non per caso il nome di Jhwh, il Dio biblico, è solo consonantico e, quindi, impronunciabile, e la fede ha come suo approdo ultimo la contemplazione ineffabile. È ciò che confessa Giobbe al termine del suo travagliato itinerario teologico: «lo ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti vedono» (42,5). Anche per il profeta Elia l'apice della teofania non è il fracasso del terremoto o il rombo del fulmine, bensì, in ebraico, una qôl demamah daqqah, ossia lo straordinario ossimoro di «una voce di silenzio sottile» (1Re 19,12).

D'altro lato, come già si diceva, anche nell'amore umano – se è veramente tale e non sfregamento di corpi – esaurito l'arsenale delle parole e la reiterazione del «ti amo», i due innamorati si guardano negli occhi e tacciono, e quella visione dice molto più delle esplicitazioni verbali. In questa linea vorremmo evocare un piccolo libro di un coltissimo frate cappuccino e critico letterario ticinese, Giovanni Pozzi, vissuto a Lugano (19232002), intitolato semplicemente Tacet (Adelphi, Milano 2001). Per lui solitudine e silenzio possono divenire il grembo generativo dell'essere veramente persona.

Noi, infatti, siamo solitari ma non soli, unici ma anche duali, siamo individui che hanno però accanto l'altro, pronti a comunicare ma la cui esistenza è solo del singolo che la vive. Come si intuisce, le esperienze umane si aggrovigliano: la solitudine può decadere in isolamento fino al dramma dell'autismo o alla degenerazione del narcisismo; la parola e la comunicazione possono assurgere fino allo zenit divino, ove è in attesa il silenzio mistico, ma anche precipitare nel nadir della chiacchiera, del rumoreggiare dispersivo esteriore. Giovanni Pozzi, intarsiando nelle sue pagine un arcobaleno di testimonianze letterarie, spesso ignote ai più eppure necessarie, propone un pellegrinaggio le cui tappe si aprono su paesaggi sorprendenti. Sono appunto le vie diverse, a cui sopra accennavamo, per incontrare il mistero che è in noi e fuori di noi.

Così, oltre alla scalata fino al «silenzio di Dio», si va alla ricerca della parola vestita di silenzio (si pensi solo agli spazi bianchi dei testi poetici); si entra nel notturno sensoriale dell'ascolto che è, invece, illuminazione folgorante della mente e del cuore (si pensi alla lettura o all'ascolto musicale); si procede verso il «silenzio di memoria» in cui il seme della parola, deposta in quel terreno fertile che è appunto il ricordo, si leva in stelo e grano di affetti perduti ma ancora vivi. Si giunge, infine, a una serie di soste omogenee che stanno in vetta a questo itinerario lungo le strade del pianeta del silenzio: l'orazione, la contemplazione, l'ascesa mistica e la «discesa annichilativa», estremo ed emozionante affondo nel buio e nel nulla del silenzio, le «stanze della solitudine e del silenzio» che sono la cella e il libro, che è colmo di parole ma tace.

Sempre in questa linea proponiamo, tra i tanti, un altro libretto esplicito già nel titolo, L'arte di tacere (Elliot, Roma 2013). Anche qui è di scena un religioso, l'abate settecentesco Dinouart, prete di Amiens, morto alle soglie della Rivoluzione francese. Egli aveva lasciato il ministero pastorale per diventare precettore del figlio di un conte e, così, dedicarsi allo studio. Il suo trattatello, pubblicato nel 1771 e continuamente riedito, non è solo una guida al tacere, i cui principi costitutivi si aprono proprio col già citato precetto pitagorico secondo il quale «si deve smettere di tacere solo quando si abbia qualcosa da dire che valga più del silenzio». La sua è anche una pedagogia a distinguere il tacere, che è un non dire e non sapere nulla, da un silenzio che è, invece, un condensato del sapere autentico. Un sapere che può essere poi centellinato nel dire e nello scrivere.

Ed è così che la seconda parte della sua trattazione è dedicata all'«arte dello scrivere poco», una gustosa staffilata elegantemente lasciata cadere sulle malattie della scrittura: «Si scrive male, talvolta si scrive troppo, e a volte non si scrive a sufficienza... Il silenzio sarebbe indispensabile a molti autori, sia perché scrivono male, sia perché scrivono troppo». L'abate prosegue sereno ma implacabile contro questi vizi con un dettato lieve ma pungente, documentato e analitico ma non pedante, giungendo in finale alla proposta di dodici principi che un po' ricalcano quelli sul parlare. Infatti, il primo suona così: «Non si deve mai smettere di trattenere la penna, se non si ha qualcosa da scrivere che sia preferibile al silenzio». Se anche solo questo principio fosse stato messo in pratica più spesso, si sarebbero salvate intere foreste, impedito a molti di sprecare tempo e risparmiato nei bilanci, perché la carta costa! Anche questa via è un percorso verso la celebrazione della parola necessaria e, quindi, del silenzio.

A questo punto, dopo questo ampio e libero excursus sul silenzio, fonte di meditazione, concludiamo con altre importanti testimonianze finali, lasciando quindi la voce a persone "sapienti". Nel suo Zibaldone, alla data 5 settembre 1823, Giacomo Leopardi annotava una curiosa etimologia (non so fino a che punto fondata) secondo la quale «meditare» deriverebbe dal latino medeor, che significa «curare, medicare», per cui – concludeva – «il meditare una cosa è una continuazione del semplice averne o pigliarne cura». Una sana, pacata, quieta riflessione diventa, allora, una vera e propria cura o medicina dell'anima. È un po' anche ciò che proponeva quel grande pensatore e moralista francese che fu Montaigne (1533-92). Nei suoi Saggi scriveva: «Meditare è un'occupazione potente e piena: io preferisco formare la mia anima piuttosto che arredarla». La meditazione non è, infatti, un imbottire lo spirito e l'anima di nozioni, curiosità o banalità, come spesso ci accade vivendo esposti alla vita sociale («arredare» l'anima, come dice Montaigne), ma è un plasmarla, un formarla e, se ci sono ferite, un medicarla e curarla.

Meditare per qualche minuto ogni giorno non è tempo perso; anzi, è una sorta di fermento che feconda il nostro pensare e agire, impedendo che si disperdano in vanità e fumo. È una medicazione necessaria soprattutto quando la superficialità ha aperto tante ferite e feritoie nella nostra coscienza, lasciando che da esse fuoriescano e si disperdano nel vuoto l'interiorità, la sensibilità morale, l'anelito per la verità. Vi ricordate quando a scuola s'imparavano quei versi di Petrarca: «Solo e pensoso i più deserti campi / vo mesurando a passi tardi e lenti»? Ecco, nell'agitarsi frenetico della società contemporanea, rallentiamo, appartiamoci e pensiamo, anzi, meditiamo. Tra l'altro, un curioso proverbio giapponese afferma che «l'uomo in silenzio è più bello da ascoltare».


10 settembre 2017

XXIII domenica del tempo Ordinario

di ENZO BIANCHI

 

Mt  18,15-20

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:« 15 Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 16 se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. 17 Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. 18 In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. 19 In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. 20 Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

 

Nel capitolo 18 del vangelo secondo Matteo leggiamo diversi insegnamenti di Gesù riguardanti la vita della sua comunità, la comunità cristiana. L’evangelista li raccoglie e li raduna qui per consegnare ai cristiani degli orientamenti in un’ora già segnata dalla fatica della vita ecclesiale tra fratelli e sorelle in conflitto, da rivalità e patologie di rapporti tra autorità e credenti. Il messaggio centrale di questa pagina indica la misericordia come decisiva, assolutamente necessaria nei rapporti tra fratelli e sorelle.

 

I pochi versetti proclamati in questa domenica vogliono indicare la necessità della riconciliazione sia nel vivere quotidiano sia nella preghiera rivolta al Signore vivente. Ecco allora la prima parola di Gesù: “Se tuo fratello pecca (contro di te), va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato tuo fratello”. In verità questa sentenza di Gesù è attestata nei manoscritti in due forme: quella breve, che parla di un fratello che pecca (cioè che compie un peccato contro le esigenze cristiane), e quella lunga, che specifica “contro di te”, ipotizzando un’offesa personale. Nel primo caso la direttiva sarebbe ecclesiale, e dunque si tratterebbe di un preciso comportamento da viversi come chiesa; nel secondo caso Gesù si riferirebbe alla riconciliazione fraterna in caso di dissidio o offesa. La traduzione italiana ufficiale opta per questa seconda lettura, ma sia l’una sia l’altra versione sono accentuazioni diverse di un’unica verità, perché il peccato intravisto è comunque un peccato grave che impedisce la comunione fraterna.

 

Gesù chiede la correzione e la riconciliazione tra quanti sono in conflitto, tra l’offeso e l’offensore, ma le richiede anche a livello comunitario, quando un membro della comunità mediante il suo peccato contamina tutto il corpo, diventa soggetto di scandalo, di ostacolo alla vita cristiana, che è e deve essere sempre comunione tra diversità riconciliate e dunque sinfoniche. La comunione esige un serio impegno, anche una fatica, ed è questione di essere responsabili e custodi anche dell’altro. Si faccia attenzione a non leggere in queste parole di Gesù una procedura giuridica cristiana, da osservare come una legge! Certo, Gesù si ispira a quanto si legge nel Levitico: “Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un suo peccato” (Lv 19,17; cf. anche Sir 19,13-17). Ma non dà una nuova legge capace di risolvere i conflitti e di eliminare i peccati, bensì chiede che in mezzo alle tensioni, ai conflitti, alle contese e alle offese che inevitabilmente avvengono in ogni comunità permanga il desiderio di comunione, la volontà di edificazione comune, la responsabilità intelligente di ciascuno verso tutti. Quando avviene il peccato grave e manifesto, nella comunità cristiana occorre operare con creatività, sapienza, pazienza e, soprattutto, misericordia.

 

Che cosa dunque deve fare il cristiano maturo? Ammonire il peccatore, certo, ma con molta carità. Lo ammonisca nell’ora opportuna, lo ammonisca con umiltà e chiarezza, lo ammonisca coprendo la sua vergogna, non svelandola agli altri, dunque da solo a solo. Chi compie la correzione, deve avere il cuore di Gesù che perdona, non disprezza e non si nutre di pregiudizi. Deve farlo con lo spirito del buon pastore che, nella parabola raccontata subito prima da Gesù, va a cercare la pecora che si è perduta (cf. Mt 18,12-14). Deve farlo non perché la legge è stata infranta, ma perché chi ha peccato ha fatto del male a se stesso, ha scelto la via della morte e non quella della vita. In ogni caso, chi corregge non può pensare di dover sradicare la zizzania e salvare il buon grano (cf. Mt 13,24-30)! Va dunque tentato tutto il possibile affinché chi si è smarrito ritrovi la strada della vita e chi ha offeso il fratello ritrovi la via della riconciliazione. Gesù richiede semplicemente questo, eppure constatiamo quanto sia difficile nelle comunità cristiane questo semplice passo verso la comunione. Sembra che l’arte di ammonire e correggere l’altro, arte certo delicata e difficile, non sia possibile e lasci invece posto all’indifferenza da parte di chi è troppo preoccupato di se stesso e della propria salvezza per pensare agli altri.

 

Ma nel vangelo si testimonia anche la possibilità che la correzione fraterna abbia un esito negativo: il fratello che ha peccato può non voler essere corretto né tanto meno cambiare atteggiamento, convertendosi dalla strada intrapresa in contraddizione con il Vangelo. Che fare in questo caso? Accettando senza rancore il rifiuto opposto dal fratello, occorrerà cercare una via ulteriore rispetto a quella percorsa, magari ricorrendo all’aiuto di altri fratelli e sorelle della comunità: “Se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ‘ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni’ (Dt 19,15)”. Anche in questa opzione non si legga un procedimento giuridico rigido da parte di Gesù! Si colga invece lo spirito di tali ingiunzioni, che vogliono salvare il fratello o la sorella, non rendere pura la comunità, percorrendo vie di esclusione. Chiedere l’aiuto di altri fratelli significa cercare il terzo che aiuti la riconciliazione quando non c’è possibilità di accordo nel faccia a faccia, significa cercare la parola autorevole di altri, che aiuti a discernere meglio quale sia la strada della conversione.

 

Se poi anche questa via risulta insufficiente, allora – dice Gesù – si può chiedere all’assemblea, alla chiesa (ekklesía) di intervenire perché il conflitto sia risolto e il richiamo alla conversione sia espresso con la massima autorevolezza. Ma anche quest’ultimo tentativo può non avere successo, e allora? Non si dimentichi che comunque l’assemblea non è un tribunale di ultima istanza, ma un’occasione per ascoltare la voce dei fratelli e delle sorelle nel corpo di Cristo, la chiesa: “Se non ascolterà neanche la comunità, la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano (ho ethnikòs kaì ho telónes)”. Questo atteggiamento, assunto da chi è stato offeso o ha visto il peccato, ha corretto e non è stato ascoltato, non è la scomunica, parola usata con accezioni o interpretazioni fantasiose. No! Gesù dice che, se vengono esauriti tutti i tentativi di correzione fraterna e di riconciliazione, allora occorre prendere le distanze per conservare la pace e non incattivire il fratello, occorre considerarlo come se fosse un appartenente alle genti (un pagano) o un pubblicano. Cioè uno che Gesù amava ed era disponibile a incontrare (cf. Mt 9,11; 11,19), un malato che abbisogna di essere guarito, un peccatore che necessita di perdono.

 

A questo punto il cristiano assume su di sé due responsabilità, quella di perdonare il peccato oppure di non perdonarlo: “Tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo”. Il potere del legare e dello sciogliere, conferito da Gesù a Pietro (cf. Mt 16,19), è dato anche a ogni cristiano affinché eserciti il ministero della riconciliazione, sempre e con autorevolezza. Questo potere è dato ai discepoli come l’ha avuto Gesù stesso, “non per giudicare ma per salvare il mondo” (cf. Gv 3,17). Nella sua Regola san Benedetto legifera su queste patologie vissute talvolta dalla comunità e sa che, esaurita ogni possibilità di correzione di un fratello che continua a dimorare nel peccato grave, non resta che pregare, rimettendo l’altro alla misericordia del Signore e alla potenza della grazia, l’amore che non va mai meritato (cf. RBen 23-28). Anche la scomunica monastica prevista da Benedetto per il fratello peccatore che non si pente è solo medicina: esclusione dalla tavola e dalla preghiera comune, ma mai esclusione totale del fratello.

 

Il “salvataggio” di un fratello, di una sorella, è opera delicata, faticosa, che richiede pazienza e deve essere ispirata solo dalla misericordia. Perché tutti siamo deboli, tutti cadiamo e abbiamo bisogno di essere aiutati e perdonati: nella comunità cristiana non ci sono puri che aiutano gli impuri o sani che curano i malati! Prima o poi conosciamo il peccato e abbiamo bisogno di un aiuto intelligente e veramente misericordioso, l’aiuto che verrebbe da Dio. Occorre infatti salvarsi insieme, come scrive ancora Benedetto nella Regola: “Cristo ci conduca tutti insieme alla vita eterna (nos pariter ad vitam aeternam perducat)” (RBen 72,12). Nessuno si salva da solo: che salvezza sarebbe quella che riguarda solo me stesso, senza gli altri? Che regno di Dio sarebbe quello in cui si entra da soli, mentre gli altri restano fuori? Che solitudine, che tristezza…

 

 

Proprio per questo Gesù chiede ai i suoi discepoli che, quando pregano, siano in comunione. Non basta pregare gli uni accanto agli altri, giustapposti, non basta pregare con le stesse formule o compiere gli stessi gesti. Affinché la preghiera sia autentica e la liturgia gradita di Dio, occorre soprattutto accordarsi (verbo sýn-phonéo) nella carità, essere comunione. Allora la preghiera viene esaudita, perché dove c’è sinfonia dei cuori, là c’è lo Spirito santo, il dono dei doni, sempre concesso a chi lo invoca (cf. Lc 11,13). E bastano pochi, due o tre che pregano nella fede di Cristo Signore, perché Cristo stesso sia presente. Dicevano i rabbini: “Quando due o tre sono insieme e tra loro risuonano le parole della Torah, allora la Shekinah, la Presenza di Dio, è in mezzo a loro” (Pirqé Abot 3,3). Analogamente, Gesù dice che, quando anche solo due o tre fratelli o sorelle si riuniscono nel suo Nome, nella carità reciproca, allora egli è presente. Sì, Gesù è presente là dove si vive l’amore, la carità tra i fratelli, tra le sorelle.


Artigiani della carità

 

Domenica XXIII del tempo ordinario A

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

 

 

 

18,19-20 Preghiera comunitaria [1]

 

La preghiera tende a essere “preghiera del popolo”. Nella preghiera si crea un legame tra tutti coloro che fanno parte del corpo di Cristo, il particolare viene inglobato nell’universale che ci libera così dall’individualismo. Siamo persone: io, totalmente responsabile delle mie azioni, sono inserito in una realtà di popolo. Quando la nostra carne avverte la responsabilità di ogni gesto e l’appartenenza a un popolo, prega in comunione, nonostante al momento si trovi da solo. La preghiera comunitaria è particolarmente efficace (Mt 18,19). Gesù non si stanca di ripeterlo. E la preghiera della carne esiliata, in cammino verso la terra promessa, con­sapevole di appartenere a qualcosa che oltrepassa i limiti della propria fisicità: al popolo di Dio.

I discepoli giunsero alla comprensione di ciò, e per questo erano “perseveranti e concordi nella preghiera” (At 1,14), e nei momenti più difficili per la Chiesa primitiva la preghiera costituiva la principale protagonista del cammino verso Dio: si prega per sostituire Giuda (At 1,24-26), per l’elezione dei sette (At 6, 6); quando i dodici decidono di dedicarsi alla preghiera e al servizio della parola (At 6,4); la comunità prega per la liberazione di Pietro e Giovanni (At 4,24-30); Pietro e Giovanni pregano per coloro che sono stati battezzati da Filippo nella Samaria (At 8,15). In diverse circostanze vediamo pregare Pietro, capo della Chiesa (At 9, 40; 10, 9) e Paolo (At 9,11; 13,3; 14,23; 20,36; 21,5).

 

 

18,15 Riconoscere e aiutare crescere (EG 172)

 

Chi accompagna sa riconoscere che la situazione di ogni soggetto, davanti a Dio e alla sua vita di grazia, è un mistero che nessuno può conoscere pienamente dall’esterno. Il Vangelo ci propone di correggere e aiutare a crescere una persona a partire dal riconoscimento della malva­gità oggettiva delle sue azioni (cf. Mt 18,15), ma senza emettere giudizi sulla sua responsabilità e colpevolezza (cf. Mt 7,1; Lc 6,37). In ogni caso un valido accompagnatore non accondiscende ai fatalismi o alla pusillanimità. Invita sempre a volersi curare, a rialzarsi, ad abbracciare la croce, a lasciare tutto, ad uscire sempre di nuovo per annunciare il Vangelo. La personale esperienza di lasciarci accompagnare e curare, riuscendo ad esprimere con piena sincerità la nostra vita da­vanti a chi ci accompagna, ci insegna ad essere pazienti e comprensivi con gli altri e ci mette in grado di trovare i modi per risvegliarne in loro la fiducia, l’apertura e la disposizione a crescere.

 

18,15-18 Correzione fraterna [2]

 

Artigiani della carità

Le parole sull’amore che abbiamo ascoltato (Mt 18,15-18) non sono retoriche, il Signore lo aveva già sottolineato nella parabola del buon samaritano e in quella del giudizio finale... essere giudicati dall’amore. Questo passo del Vangelo colpisce perché indica quanto sia laborioso l’amore, quanto sia laborioso instaurarlo: “Se tuo fratello pecca contro di te...», cioè se fa qualcosa contro di te, se ti danneggia... vai e correggilo in privato, se ti ascolta te lo sei guadagnato. Se non ti ascolta, cerca una o due persone, affinché la questione si decida per la dichiarazione di due o tre testimoni, con l’aiuto di questi fratelli. Altrimenti, cerca la comunità. Se ancora non vuole ascoltarti, consideralo come un pagano. Allontanati. L’atteggiamento abituale nella nostra convivenza sociale, almeno qui - basta accendere la radio o vedere la televisione -, è anzitutto condannare, dopo il parlare. Prima insultare, poi vediamo. È il detto che conosciamo: “Chi colpisce per primo, colpisce due volte”. Ma questa non è la logica dell’amore.

 

C’è bisogno di una laboriosità artigianale

Instaurare l’amore è un lavoro da artigiani, da persone pazienti che spendono tutto quello che hanno per persuadere, ascoltare, avvicinare. E questo la­voro artigianale ha i suoi pacifici e magici creatori d’amore. E il compito del mediatore, il significato di “mediatore” lo confondiamo a volte con il termine “intermediario”. Ma non è la stessa cosa. Il mediatore è colui che, per unire le parti, paga con il suo stipendio, con quello che ha. È lui a spendersi. L’intermediario è quel commerciante che fa sconti ad am­bedue le parti per ottenere il suo merita­to guadagno. L’amore ci colloca nel ruolo del mediatore, non in quello dell’intermediario. Il mediatore perde sempre, perché la logica della carità è giungere a perdere tutto affinché vincano l’unità e l’amore. Ancora di più, la legge del cristiano è la stessa del mediatore. Per un cristiano, progredire non è scalare posti, avere buona reputazione, essere considerato. Per un cristiano progredire è “ab­bassarsi”, mentre svolge il suo compito di mediatore. Abbassarsi... come fu la condizione di abbassamento e annientamento (cioè il farsi niente) vissuta da Gesù. E qui veramente cambia tutto.

 

18,17 Integrare tutti nella comunità ecclesiale (AL 297)

 

Si tratta di integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia “immeritata, incondizionata e gratuita”. Nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vange­lo! Non mi riferisco solo ai divorziati che vivono una nuova unione, ma a tutti, in qualunque situa­zione si trovino. Ovviamente, se qualcuno osten­ta un peccato oggettivo come se facesse parte dell’ideale cristiano, o vuole imporre qualcosa di diverso da quello che insegna la Chiesa, non può pretendere di fare catechesi o di predicare, e in questo senso c’è qualcosa che lo separa dalla co­munità (cf. Mt 18,17). Ha bisogno di ascoltare nuovamente l’annuncio del Vangelo e l’invito alla conversione. Ma perfino per questa persona può esserci qualche maniera di partecipare alla vita della comunità: in impegni sociali, in riunioni di preghiera, o secondo quello che la sua personale iniziativa, insieme al discernimento del Pastore, può suggerire. Riguardo al modo di trattare le diverse situazioni dette “irregolari”, i Padri sino­dali hanno raggiunto un consenso generale, che sostengo: “In ordine ad un approccio pastorale verso le persone che hanno contratto matrimo­nio civile, che sono divorziati e risposati, o che semplicemente convivono, compete alla Chiesa rivelare loro la divina pedagogia della grazia nella loro vita e aiutarle a raggiungere la pienezza del piano di Dio in loro”, sempre possibile con la forza dello Spirito Santo.

 

18,20 Spendersi per l’unità e per l’amore [3]

 

Incoraggiamoci gli uni gli altri a diventare discepoli sempre più fedeli di Gesù, sempre più liberi dai rispettivi pregiudizi del passato e sempre più desiderosi di pregare per e con gli altri. Un bel segno di questa volontà è il “gemellaggio” realizzato tra la vostra parrocchia di All Saints e quella cattolica di Ognissanti. I Santi di ogni confessione cristiana, pienamente uniti nella Gerusalemme di lassù, ci aprano la via per percorrere quaggiù tutte le possibili vie di un cammino cristiano fraterno e comune. Dove ci si riunisce nel nome di Gesù, Egli è lì (cfr Mt 18,20), e rivolgendo il suo sguardo di misericordia chiama a spendersi per l’unità e per l’amore.

 

 

NOTE

 

[1] La carne del viaggio del ritorno, in J. M. Bergoglio – Papa Francesco, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 214-218; Francesco, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori - LEV, 2014, 21-25.

[2] J. M. Bergoglio, Artigiani della carità, Omelia pronunciata in occasione del 40° anniversario della fondazione della Comunità di Sant’Egidio, Cattedrale metropolitana di Buenos Aires, 6 settembre 2008.

 

[3] Omelia nell’incontro con la comunità anglicana nella chiesa “All Saints” in via del Babuino, 26 febbraio 2017.

Chi non ama non deve

 

correggere il fratello

 

La domenica della correzione fraterna

 

XXIII Domenica Tempo Ordinario A

 

A cura di Franco Galeone *

 

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1. Nel Vangelo di due settimane fa abbiamo ascoltato come Gesù fonda la Chiesa e l’affida a Pietro. Nel Vangelo di questa settimana, Gesù ci fa vedere la sua Chiesa in azione. Ma nulla di trionfale! Certo, la Chiesa diventerà un grande albero, ma l’inizio è un seme, un lievito, un granello di senapa. L’insegnamento di Gesù è un invito alla moderazione nell’uso di certe regole di disciplina comunitaria. La condanna ufficiale del fratello è possibile solo quando egli persevera nel male, e rifiuta ogni correzione (v.17). Noi siamo corrivi a chiamare gli altri peccatori; Gesù ci dice invece fratello che commette una colpa; c’è differenza tra chi pecca qualche volta, e chi è davvero peccatore.

2. Il problema posto in questo vangelo è quello del perdono dei peccati. Se capita che uno ti offende, cosa fare? Gesù non ricorre a nessun rituale e a nessun personaggio in sacris con poteri speciali per perdonare in nome di Dio. Gesù è molto chiaro: se uno offende o danneggia un altro, c’è una sola soluzione: che si riconcilino tra di loro, cioè che si perdonino reciprocamente.

 

L’intervento dell’autorità ecclesiastica (prima il vescovo e, a partire dal secolo VIII, anche i presbiteri) si verificò relativamente presto, già nel secolo III. Ma storicamente si sa che sempre si è ammesso il perdono concesso tramite la benedizione di un laico, un’abitudine che sopravvisse con sicurezza fino al secolo XVI. Ignazio di Loyola nella sua Autobiografia racconta che in una situazione di difficoltà si confessò con un soldato. In ogni caso la confessione auricolare dettagliata dei peccati ad un prete non è documentata dogmaticamente. È stata una decisione disciplinare del concilio di Trento.

3. Lo stile del Vangelo colpisce subito per il suo realismo. L’episodio raccontato ha per protagonista un fratello che commette un peccato. Gesù dice di non mettere subito di mezzo la Chiesa ufficiale, di non far intervenire subito i sacri tribunali dell’Inquisizione. Che un altro fratello corregga il peccatore, e il peccato resti segreto! Ma se il peccatore non dà retta? Allora lo si corregga alla presenza di qualche altra persona. Se si ostina ancora, venga rimproverato davanti all’assemblea; se neanche questo rimprovero è efficace, allora lo si escluda dalla comunità, sia scomunicato. Per sempre? No, se si pente, va perdonato e riammesso, anche settanta volte sette. Gesù non vuole una Chiesa di eremiti, di solitari, di perfetti! La religione di Cristo è sociale, oltre che interiore! Notiamo infine il tono serio e sereno di questa Chiesa, che è madre e maestra insieme. Niente di legalitario, di curiale, di burocratico. Meno ancora l’ombra del boia, i bagliori del rogo, le torture dell’inquisizione. Se questi errori sono stati commessi, non è stato certo Gesù a consigliarli.

4. L’esclusione dalla comunità: ecco la massima pena! Ma sempre nella pedagogia della conversione e non della repressione! Quello che conta non è dimostrare il vero o il falso, ma recuperare il fratello. Per questo occorre molta discrezione. Invece noi, adottiamo una procedura diversa: se un fratello pecca, ne parliamo subito con tutti, addirittura amplificando i fatti. E quel fratello sovente è l’ultimo a sapere quanto si racconta alle sue spalle. Lo faceva già notare Pascal con una certa ironia: Un principe potrà essere la favola di tutta l’Europa, e sarà l’unico a non saperne nulla. Nessuno parla di noi in nostra presenza come ne parla in nostra assenza. L’unione tra gli uomini è fondata su questo reciproco inganno, e poche amicizie durerebbero se ognuno sapesse quello che dice di lui l’amico in sua assenza. Sono più che certo che se tutti gli uomini sapessero quello che dicono gli uni degli altri, nel mondo non ci sarebbero quattro amici. Gesù parla di correzione fraterna, ossia si corregge perché si ama. A chi sostiene i diritti della verità va ricordato che la verità è un nome astratto, e che con il pretesto della verità abbiamo commesso tanti delitti contro l’uomo. Esistono solo i diritti dell’uomo, perché solo l’uomo è soggetto di diritti e doveri. Il peccato va sempre condannato, ma il peccatore merita sempre rispetto. A chi si difende con: Io dico sempre la verità, gli va aggiunto: E sei un maleducato! A chi dice: Io sono fatto così, gli va aggiunto: E sei fatto male! perché la verità non sempre va detta, e in ogni caso la verità va detta con carità. Non c’è da essere felici quando un nostro fratello ci lascia; non c’è da tenere il muso quando un nostro fratello ritorna nella comunità convertito. Siamo tutti felici dentro quando nessuno è infelice fuori. Ed ora qualche sottolineatura:

* Se tuo fratello - quindi si tratta di un componente della comunità - commetterà una colpa contro di te, va’ e … - non ammoniscilo, come riporta questa traduzione, ma convincilo (ελεγξον αυτον). Non è la posizione di un superiore verso un inferiore per ammonirlo, ma è la posizione del fratello che cerca di ricomporre l’unità. Sempre ricordando quanto Gesù già ha ammonito, cioè che prima di guardare la pagliuzza nell’occhio del fratello, occorre stare attenti che uno non abbia la trave conficcata nel suo (trave che deforma la sua realtà).

* Tra te e lui solo, quindi al dissidio non deve essere data pubblicità, si deve risolvere il problema. Ed è la persona offesa che deve andare verso l’offensore, perché chi sbaglia, chi offende spesso non ha il coraggio, non ha la forza di chiedere scusa, di chiedere perdono. Allora deve essere la parte lesa, la persona offesa, che va verso l’offensore e ricomporre il dissidio.

* E se ti ascolterà avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi con te una o due persone - sono quelli che nella comunità svolgono il ruolo di costruttori di pace - perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni, secondo quanto afferma il libro del Deuteronomio (19,15). Il dato fondamentale è che il perdono reciproco tra gli uomini è anche perdono di Dio. Dove due persone si uniscono, Dio si unisce con loro.

* E se non ascolterà neanche la comunità, sia per te - quindi non per la comunità, ma per te - come il pagano e il pubblicano. Cosa significa? Non significa che quest’individuo, causa del dissidio, vada escluso dall’amore della comunità, e neanche dal tuo amore, ma significa che questo amore sarà a senso unico. Gesù dirà di amare i nemici. Quindi non significa escludere questa persona dal tuo amore, ma amarlo in perdita, a senso unico.

* Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo: il verbo mettersi d’accordo è συμφωνησωσιν, da cui la parola sinfonia. È importante perché indica la vita della comunità: sinfonia significa che diverse voci, diversi strumenti suonano ciascuno dando il meglio di sé. Non ci deve essere una uniformità di voci e di suoni, ma c’è una varietà nell’unico spartito che è quello dell’amore. Quindi è l’amore vissuto nelle varie forme, fiorito nelle varie modalità.

* Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro: ritorna il tema caro all’evangelista, quella di Gesù, il Dio con noi. Mentre nella tradizione ebraica si diceva che dove due o tre si riuniscono per studiare la Torah, la Shekhinàh, cioè la gloria di Dio è in mezzo a loro, Gesù si sostituisce alla Toràh: l’adesione a Dio non avviene più attraverso una legge esterna all’uomo, ma nella conformazione a una persona: Gesù di Nazaret.

Buona vita!

 

 

 

 

* Gruppo Biblico ebraico-cristiano

L'amore

 

André Comte-Sponville

 

 

«Amare è gioire». Aristotele

 

L'amore è l'argomento più interessante. Prima di tutto in se stesso, per la felicità che promette o sembra promettere – perfino per quella, talvolta, che minaccia o fa perdere. Quale argomento, tra amici, più piacevole, più intimo, più forte? Quale discorso, tra amanti, più segreto, più dolce, più conturbante? E cosa c'è di più appassionante, tra sé e sé, della passione?

Si obietterà che ci sono altre passioni oltre a quelle amorose, altri amori oltre a quelli passionali... Questo, che è verissimo, conferma la mia tesi: l'amore è l'argomento più interessante, non solo in se stesso – per la felicità che promette o compromette – ma anche indirettamente: perché ogni interesse lo presuppone. Ti interessi particolarmente allo sport? Significa che ami lo sport. Al cinema? Significa che ami il cinema. Al denaro? Significa che ami il denaro, o ciò che esso ti permette di acquistare. Alla politica? Significa che ami la politica, o il potere, o la giustizia, o la libertà... Al tuo lavoro? Significa che lo ami, o che ami perlomeno ciò che esso ti porta o ti porterà... Alla tua felicità? Significa che ami te stesso, come tutti, e che la felicità non è altro, magari, che l'amore di ciò che si è, di ciò che si ha, di ciò che si fa... Ti interessi di filosofia? Essa porta l'amore nel suo nome (philosophia, in greco, è l'amore della saggezza) e nel suo oggetto (quale altra saggezza se non quella d'amare?). Socrate, da tutti i filosofi onorato, non ha mai aspirato ad altro. Ti interessi, ancora, al fascismo, allo stalinismo, alla morte, alla guerra? Significa che li ami, o che ami, più verosimilmente, più giustamente, ciò che resiste loro: la democrazia, i diritti dell'uomo, la pace, la fraternità, il coraggio... Tanti amori diversi quanti i diversi interessi. Ma nessun interesse senza amore, e questo mi riporta al punto di partenza: l'amore è l'argomento più interessante, e nessun altro ha interesse se non in proporzione all'amore che vi mettiamo o vi troviamo.

Bisogna dunque amare l'amore o non amare niente – bisogna amare l'amore o morire; per questo l'amore, non il suicidio, è il solo problema filosofico davvero serio.

 

Sto pensando, come si è capito, a ciò che scriveva Albert Camus, all'inizio del Mito di Sisifo: «Non c'è che un problema filosofico davvero serio: è il suicidio. Giudicare se la vita vale o non vale la pena di essere vissuta, significa rispondere alla domanda fondamentale della filosofia». Sottoscriverei volentieri la seconda di queste frasi; ed è ciò che mi impedisce nel modo più assoluto di acconsentire alla prima. La vita vale la pena di essere vissuta? Il suicidio sopprime il problema, più che risolverlo; solo l'amore, che non lo sopprime (poiché la domanda si pone di nuovo tutte le mattine e tutte le sere), lo risolve più o meno, fintanto che siamo vivi, e ci mantiene in vita. Che la vita valga o no la pena di essere vissuta, anzi che essa valga o no la pena e il piacere di essere vissuta, dipende per prima cosa dalla quantità d'amore di cui si è capaci. E ciò che aveva capito Spinoza: «Tutta la nostra felicità e tutta la nostra miseria non risiedono che in un solo punto: a quale sorta di oggetto siamo attaccati dall'amore?». La felicità è un amore felice, o molti; l'infelicità, un amore infelice o mancanza del tutto di amore. La psicosi depressiva o melancolica, dirà Freud, si caratterizza in primo luogo per «la perdita della capacità di amare», compresa quella di amare se stessi. Non c'è da stupirsi se essa è così spesso suicida. È l'amore che fa vivere, poiché è esso a rendere la vita amabile. È l'amore che salva; si tratta dunque di salvare l'amore.

 

Ma quale amore? E per quale oggetto?

L'amore, infatti, è indubbiamente molteplice, come innumerevoli sono i suoi oggetti. Si può amare il denaro o il potere, ho detto, ma anche i propri amici, quell'uomo o quella donna di cui si è innamorati, i propri figli, i genitori, perfino uno sconosciuto: colui che è qui, semplicemente, ed è ciò che chiamiamo il prossimo.

Si può anche amare Dio, se ci si crede. E credere in sé, se ci si ama almeno un po'.

L'unicità della parola, per tanti amori diversi, è fonte di confusioni, perfino – perché il desiderio inevitabilmente vi si intromette – di illusioni. Sappiamo di cosa parliamo, quando parliamo d'amore? Non approfittiamo molto spesso dell'equivoco della parola per nascondere o abbellire degli amori equivoci, intendo dire egoistici o narcisistici, per raccontarci delle storie, per fingere di amare qualcosa di diverso da noi stessi, per mascherare – più che per correggere – i nostri errori o i nostri malvezzi? L'amore piace a tutti. Questo, che è fin troppo comprensibile, dovrebbe indurci alla vigilanza. L'amore della verità deve accompagnare l'amore dell'amore, illuminarlo, guidarlo, a rischio di smorzarne, forse, l'entusiasmo. Che si debba amare se stessi, per esempio, è evidente: come potrebbe venirci chiesto, sennò, di amare il nostro prossimo come noi stessi? Ma che si ami spesso solo se stessi, o per se stessi, è un dato di fatto ed è un pericolo. Perché ci verrebbe chiesto, altrimenti, di amare anche il nostro prossimo?

Sarebbero necessarie parole diverse per amori diversi. Non mancano certo le parole: amicizia, tenerezza, passione, affetto, attaccamento, inclinazione, simpatia, tendenza, diletto, adorazione, carità, concupiscenza... Non si ha che l'imbarazzo della scelta e questo, in effetti, è molto imbarazzante. I Greci, forse più lucidi di noi, o più sintetici, si servivano principalmente di tre parole, per designare tre amori differenti. Sono i tre nomi greci dell'amore, e i più illuminanti, che io sappia, in tutte le lingue: eros, philía, agape. Ne ho parlato a lungo nel mio Piccolo trattato delle grandi virtù. Qui posso solo indicare brevemente qualche traccia.

Che cos'è l'eros? È la mancanza ed è la passione amorosa. È l'amore secondo Platone: «Ciò che non si ha, ciò che non si è, ciò di cui si è privi, ecco gli oggetti del desiderio e dell'amore». È l'amore che prende, che vuole possedere e tenere. Ti amo: ti voglio. E il più facile. È il più violento. Come non amare ciò che manca? Come amare ciò che non manca? È il segreto della passione (che non dura se non nella mancanza, nell'infelicità, nella frustrazione); è il segreto della religione (Dio è ciò che manca in senso assoluto). Come potrebbe un tale amore esser felice senza la fede? È necessario che esso ami ciò che non ha e quindi soffra, o che abbia ciò che non ama più (poiché non ama che ciò di cui è privo) e quindi si annoi... Sofferenza della passione, tristezza delle coppie: non c'è amore (eros) felice.

Ma come si può essere felici senza amore? E come, amando, non esserlo mai? Il fatto è che Platone non ha ragione su tutto, né sempre. Il fatto è che la mancanza non è l'essenziale dell'amore: ci capita anche, talvolta, di amare ciò che non ci manca – di amare ciò che abbiamo, ciò che facciamo, ciò che è – e di gioirne gioiosamente, sì, di gioirne e di rallegrarcene! Questo è ciò che i Greci chiamano philía, diciamo che è l'amore secondo Aristotele («Amare è gioire») e il segreto della felicità. Noi amiamo allora ciò che non ci manca, ciò di cui gioiamo, e questo ci rallegra, anzi il nostro amore è questa gioia stessa. Piacere del coito e dell'azione (l'amore che si fa), felicità delle coppie e degli amici (l'amore che si condivide): non c'è amore (philía) infelice.

L'amicizia? È così che si traduce abitualmente philía, riducendone alquanto il campo o la portata. Perché questa amicizia non è esclusiva né del desiderio (che allora non è più mancanza ma potenza), né della passione (eros e philía possono mescolarsi e si mescolano spesso), né della famiglia (Aristotele designa con philía tanto l'amore tra genitori e figli quanto l'amore tra coniugi: un po' come Montaigne, più tardi, parlerà dell'amicizia maritale), né dell'intimità, così conturbante e preziosa, degli amanti... Non è più, o non è più soltanto, ciò che san Tommaso chiamava l'amore di concupiscenza (amare l'altro per il proprio bene); è l'amore di benevolenza (amare l'altro per il suo bene) e il segreto delle coppie felici. Perché si sospetta che questa benevolenza non escluda la concupiscenza: tra amanti, al contrario, essa se ne nutre e la illumina. Come non rallegrarsi del piacere che si dà o che si riceve? Come non voler bene a colui o colei che ci vuole bene?

Questa benevolenza gioiosa, questa gioia benevola, che i Greci chiamavano philía, è, dicevo, l'amore secondo Aristotele: amare è gioire e volere il bene di colui che si ama. Ma è anche l'amore secondo Spinoza: «una gioia – si legge nell'Etica – che accompagna l'idea di una causa esterna». Amare è gioire di. Per questo non c'è altra gioia che d'amare; per questo non c'è altro amore, per principio, oltre quello gioioso. La mancanza? Non è l'essenza dell'amore; è un suo accidente, quando il reale ci manca, quando il lutto ci ferisce o ci strazia. Ma non ci ferirebbe se non fosse già lì la felicità, quand'anche in sogno. Il desiderio non è mancanza; l'amore non è mancanza: il desiderio è potenza (potenza di gioire, godimento in potenza), l'amore è gioia. Tutti gli amanti lo sanno, quando sono felici, e tutti gli amici. Ti amo: sono felice che tu esista.

Agape? Ancora una parola greca, ma molto tarda. Di una tale parola, né Platone, né Aristotele, né Epicuro poterono mai fare uso. A loro bastavano eros e philía: non conoscevano che la passione o l'amicizia, la sofferenza della mancanza o la gioia della condivisione. Ma si dà il caso che un piccolo ebreo, molto dopo la morte di quei tre, si sia messo a un tratto, in una lontana colonia romana, in un improbabile dialetto semitico, a dire delle cose sorprendenti: «Dio è amore... Amate il vostro prossimo... Amate i vostri nemici...». Queste frasi, senz'altro insolite in tutte le lingue, sembravano quasi intraducibili in greco. Di quale amore poteva trattarsi? Eros? Philía? Questo ci condannerebbe all'assurdo. Come potrebbe Dio mancare di qualsiasi cosa? Essere amico di chicchessia? «C'è qualcosa di ridicolo – diceva già Aristotele – nel dirsi amici di Dio». Di fatto, non si vede come la nostra esistenza, così misera, così insignificante, potrebbe accrescere l'eterna e perfetta gioia divina... E chi potrebbe ragionevolmente chiederci di innamorarci del nostro prossimo (vale a dire di tutti e di chiunque!) o di essere amici, per assurdo, dei nostri nemici? Tuttavia era necessario tradurre questo insegnamento in greco, come lo si farebbe oggi in inglese, affinché fosse compreso dalla gente... I primi discepoli di Gesù, perché è ovviamente di lui che si tratta, dovettero per questo inventare o divulgare un neologismo, coniato a partire da un verbo (agapao: amare) che non aveva un sostantivo usuale: ciò portò ad agape, che i Latini avrebbero tradotto con caritas, e noi, più spesso, con carità... Di che cosa si tratta? Dell'amore del prossimo, per quanto ne siamo capaci: dell'amore per colui che non ci manca né ci fa del bene (di cui non siamo né innamorati né amici), ma che è lì, semplicemente lì, e che bisogna amare senza alcun profitto, per niente, anzi per lui, chiunque sia, indipendentemente da quanto valga, da ciò che faccia, anche se fosse nostro nemico... È l'amore secondo Gesù Cristo, è l'amore secondo Simone Weil o Jankélévitch, e il segreto, se essa è possibile, della santità. Non si confonderà questa gentile e amorosa carità con l'elemosina o la condiscendenza: si tratterebbe piuttosto di una amicizia universale, perché liberata dall'ego (che non è il caso dell'amicizia semplice: «perché era lui, perché ero io» dirà Montaigne a proposito della sua amicizia per La Boétie), liberata dall'egoismo, liberata da tutto, e per questo liberatrice. Sarebbe l'amore di Dio, se esiste («Ho Theós agápe éstin» si legge nella prima epistola di san Giovanni: Dio è amore), e ciò che vi si avvicina di più, nei nostri cuori o nei nostri sogni, se Dio non esiste.

 

Eros, agape: l'amore che manca o che prende; l'amore che si rallegra e condivide; l'amore che accoglie e dona... Che non ci si affretti troppo a voler scegliere fra i tre! Quale gioia senza mancanza? Quale dono senza condivisione? Se occorre distinguere, almeno intellettualmente, questi tre amori, o questi tre tipi d'amore, o gradi dell'amore, è soprattutto per capire che sono tutti e tre necessari, tutti e tre legati, e per illuminare il processo che conduce dall'uno all'altro. Non sono tre essenze, che si escludono reciprocamente; sono piuttosto tre poli di uno stesso campo, il campo dell'amare, o tre momenti di uno stesso processo, quello del vivere. Eros viene sempre primo, come ci ricorda Freud, dopo Platone e Schopenhauer; agape è la meta (verso la quale possiamo almeno tendere), che i Vangeli non smettono di indicarci; infine philia è il cammino: ciò che trasforma la mancanza in capacità, e la povertà in ricchezza.

Guardate il bambino che prende il latte al seno. E guardate la madre che glielo offre. Di certo è stata prima una bambina: cominciamo tutti col prendere, ed è già un modo di amare. Poi impariamo a dare, almeno un po', almeno qualche volta, ed è il solo modo di essere fedeli fino in fondo all'amore ricevuto, all'amore umano, mai troppo umano, all'amore così debole, così inquieto, così limitato, e che tuttavia è come un'immagine dell'infinito, all'amore di cui siamo stati oggetto e che ci ha resi soggetti, all'amore immeritato che ci precede come una grazia, che ci ha generati e non creati, all'amore che ci ha cullati, lavati, nutriti, protetti, consolati, all'amore che ci accompagna, definitivamente, e che ci manca, e che ci rallegra, e che ci sconvolge, e che ci illumina... Se non ci fossero le madri, cosa sapremmo dell'amore? Se non ci fosse l'amore, cosa sapremmo di Dio?

 

Una dichiarazione d'amore filosofica? Potrebbe essere, per esempio, questa:

C'è l'amore secondo Platone: «Ti amo, mi manchi, ti voglio».

C'è l'amore secondo Aristotele o Spinoza: «Ti amo: sei la causa della mia gioia, e questo mi rallegra».

C'è l'amore secondo Simone Weil o Jankélévitch: «Ti amo come me stesso, che non sono niente, o quasi niente, ti amo come Dio ci ama, se esiste, ti amo come chiunque: metto la mia forza al servizio della tua debolezza, la mia poca forza al servizio della tua immensa debolezza...».

Eros, agape: l'amore che prende, che non può che gioire o soffrire, possedere o perdere; l'amore che si rallegra e condivide, che vuole bene a colui che ci fa del bene; insomma, l'amore che accetta e protegge, che dona e si abbandona, che non ha neanche più bisogno di essere amato...

Ti amo in tutti questi modi: ti prendo avidamente, condivido gioiosamente la tua vita, il tuo letto, il tuo amore, mi dono e mi abbandono dolcemente...

Grazie di essere ciò che sei: grazie di esistere e di aiutarmi a esistere!

 

 

(Da: Discorsi brevi sui grandi temi della filosofia, Angelo Colla editore 2010, pp. 35-42)


 

 

“Se qualcuno vuole

 

venire dietro a me…”

 

XXII domenica del Tempo Ordinario A

 

Enzo Bianchi

 

22a

In quel tempo, 21 Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. 22 Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». 23 Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». 24 Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 25 Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. 26 Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? 27 Perché il Figlio dell'uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni.

Mt 16,21-27

 

Nel brano evangelico di domenica scorsa, che precede immediatamente quello odierno, Pietro rispondeva a Gesù, che interrogava i suoi discepoli sulla sua identità, con una confessione di fede: “Tu sei il Cristo, il Messia, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16). Proprio per questa rivelazione ricevuta dal Padre che è nei cieli, Simone, il pescatore di Galilea, viene istituito da Gesù come Roccia (pétra), la prima pietra della costruzione della sua chiesa (cf. Mt 16,18).

Ma ecco l’ordine perentorio di Gesù di non svelare a nessuno la sua identità di Messia e, insieme, l’inizio di una nuova rivelazione. Sta scritto infatti che “da allora Gesù cominciò (érxato) a mostrare (deiknýein) ai suoi discepoli…”. Non solo a dire, a insegnare, come annotano gli altri sinottici, ma a mostrare, dunque con le parole e il comportamento, che “era necessario (deî) per lui andare a Gerusalemme e patire molte cose (pollá) da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno”. Matteo racconta che Gesù, dopo l’uccisione di Giovanni il Battista (cf. Mt 14,1-12) e le contestazioni e il rifiuto da parte di scribi e farisei (cf. Mt 15,1-20; 16,1-12), si era allontanato dalla Galilea verso le terre del nord, oltre le frontiere della terra santa, ma ora ritorna e decide di iniziare la salita verso Gerusalemme, la città santa, ma che egli conosce anche come “città che uccide i profeti” (Mt 23,37).

Gesù sente che “è necessario”, che “deve” intraprendere questo viaggio, non perché un fato lo decida per lui, ma perché la sua missione lo richiede, anche al prezzo della morte violenta. Questa necessitas è innanzitutto umana, inscritta nella storia umana, nelle vicende del mondo: in un mondo ingiusto, il giusto può solo ricevere rifiuto, persecuzione e persino la morte. Se Gesù vuole compiere la sua missione in parole e opere secondo la volontà del Padre suo, se resta coerente con ciò che ha predicato, deve compiere la sua missione anche andando nella città santa, anche affrontando l’odio e il rifiuto dei sacerdoti, degli scribi, degli uomini religiosi muniti di autorità e potere nel popolo del Signore. Questa necessitas umana diventa così anche necessitas divina. Ma attenzione: non perché Dio, il Padre di Gesù che è nei cieli, desideri la morte del Figlio, ma perché vuole che Gesù lo narri fedelmente come Dio di amore, Dio disarmato e mite, Dio che accetta di essere colpito piuttosto che colpire. Vigiliamo a non proiettare su Dio l’immagine perversa di un Padre che vorrebbe la morte e la sofferenza del Figlio (pollà patheîn). No, avviene così perché è una logica insita nel mondo, come aveva letto e profetizzato l’autore del libro della Sapienza, smascherando i ragionamenti degli empi e la loro persecuzione del giusto e povero credente nel Signore, il quale confessa Dio come Padre (cf. Sap 1,16-2,20).

Lo ripeto: in un mondo ingiusto, il giusto può solo conoscere la sofferenza, e Gesù, da quell’ora immediatamente successiva alla confessione di Pietro, lo mostra. Si noti che Gesù fa per tre volte questo annuncio durante la salita a Gerusalemme (cf. Mt 16,21; 17,22-23; 20,17-19), dunque con un’insistenza e un’intenzione precise: i discepoli che lo seguono devono comprendere che nella sua vocazione, nella sua identità di Messia è contenuta tutta la vocazione del Servo del Signore, che conosce sofferenza e morte (cf. Is 52,13-53,12). L’essenziale dell’annuncio-profezia è la necessitas della passione quale sofferenza patita, quale rifiuto da parte dell’autorità religiosa legittima, quale morte violenta, esito umanamente fallimentare di una vita e di una missione. Proprio dopo questa fine, però, vi sarà la resurrezione dai morti il terzo giorno, come azione del Padre su di lui, il Figlio: resurrezione non come vendetta sulla morte, ma come frutto della passione e della morte. E non vi sono solo parole da parte di Gesù, ma anche il suo comportamento insegna ai suoi discepoli tale necessitas: vita e parole concorrono nel suo “annunciare la parola apertamente (parrhesía)” (cf. Mc 8,32).

Di fronte a questo annuncio, la Roccia della chiesa, Pietro, appena istituito tale e proclamato da Gesù “beato” (cf. Mt 16,17-19), reagisce. Prende con sé Gesù, quasi in disparte dagli altri discepoli, e comincia a rimproverarlo dicendogli: “(Dio) ti preservi, Signore! Ciò non ti accadrà mai!”. Pietro invoca Gesù quale Kýrios, Signore, lo riconosce nella sua identità, ma proprio per questo lo rimprovera ritenendo le sue parole insensate, perché la passione e la morte non possono accadere al Messia. Non scandalizziamoci delle parole di Pietro: anche Gesù provava rifiuto e ripugnanza per ciò che lo attendeva e nel Getsemani lo mostrerà ai discepoli con un’angoscia vissuta visibilmente e con una preghiera al Padre affinché allontanasse da lui il calice di quella misera fine (cf. Mt 26,36-46)! La sofferenza e la morte, nostra e di chi amiamo, ma anche degli altri, ci fanno male e ci ripugnano. Pietro sta dicendo questo.

Ma per Gesù quelle parole suonano come una tentazione rinnovata da parte di Satana. Colui che l’aveva tentato nel deserto, offrendogli una via messianica senza croce e senza morte, ma fatta solo di successo e di potere (cf. Mt 4,1-11), si manifesta ora nelle parole del discepolo da lui istituito come Roccia. Per questo Gesù gli grida: “Opíso mou, sta alla mia sequela, dietro a me, non prendermi in disparte, non essere un ostacolo sulla mia strada, perché i tuoi pensieri sono umani, non sono pensieri di Dio”. Ecco perché la Roccia può essere chiamato Satana! Nessuna smentita della precedente investitura e della beatitudine rivolta a Pietro, ma un chiaro avvertimento: anche alla Roccia è possibile finire per ragionare mondanamente ed essere un ostacolo sulla via del Signore.

E affinché questo “mostrare” la necessitas passionis sia una parola definitiva, a questo punto Gesù, secondo Marco, chiama addirittura a sé la folla (cf. Mc 8,34), e secondo Matteo dice ai discepoli: “Se qualcuno vuole venire dietro a me (opíso mou), smetta di conoscere solo se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Ecco come il discepolato si precisa per tutti: non è solo seguire un maestro sapiente e autorevole, non è solo seguire un profeta capace di compiere miracoli, ma significa essere coinvolti con la vita di Gesù, significa rinunciare a conoscere e affermare se stessi, significa prendere la propria croce, lo strumento della morte dell’uomo mondano, dell’“uomo vecchio” (Rm 6,6; Ef 4,22; Col 3,9), e seguire Gesù ovunque egli vada (cf. Ap 14,4). Discepolato a caro prezzo! Discepolato che non rende esenti dallo scandalo, dalla prova, dalla sofferenza. Discepolato che pone dalla parte di Gesù, il Servo sofferente, e dalla parte di tutti quelli che soffrono in questo mondo. Sì, beati i poveri, i miti, quelli che piangono, quelli che sono perseguitati (cf. Mt 5,1-12)… La perdita di sé, del sé mondano, è necessaria perché possa emergere il proprio autentico sé, quello che si trova in Cristo Gesù. I cristiani, e soprattutto i pastori della chiesa, che proclamano la vera identità di Gesù quale Figlio del Dio vivente, non dimentichino, non occultino mai il crocifisso. Infatti, la gloria di ogni cristiano sta tutta in quel prendere la propria croce e seguire il suo Signore nella passione, morte e resurrezione.

Ecco allora, di seguito, alcune sentenze di Gesù imperniate sulla parola “vita”. La vita è innanzitutto non quella che uno cerca di conservare a ogni costo, seguendo l’impulso a vivere anche senza e contro gli altri, in una logica di autoconservazione, logica che non riconosce la dinamica del dono di sé a Dio e agli altri. Al contrario, si può addirittura spendere la vita fino a perderla nel darla, e in questo caso la si ritrova nella potenza della resurrezione che Dio opera come parola ultima e intima sulle nostre vite.

La vita vera, inoltre, non significa guadagnare il mondo, non si identifica con l’avere, con il possedere, perché nessuno può pagare a Dio la propria redenzione e salvare la propria vita (cf. Sal 49,8-9). Questa verità sarà manifesta quando verrà il Figlio dell’uomo nella gloria del Padre, con tutti i suoi angeli, in quello che sarà “il giorno del Signore”, annunciato dai profeti e confermato da Gesù come giorno del Figlio dell’uomo (cf. Mt 24,44; 25,31). Allora, mediante un giudizio ultimo e definitivo, apparirà la verità della vita di ciascuno di noi e ognuno riceverà da Dio un giudizio conforme a ciò che avrà vissuto e operato sulla terra. All’orizzonte ultimo della storia sta dunque per tutti noi la venuta nella gloria di Cristo, Figlio dell’uomo e Figlio del Dio vivente, colui che è stato crocifisso ed è stato risuscitato il terzo giorno.

 

E se noi abbiamo tentato di seguire Gesù, ma come Pietro, la Roccia, di fronte alla persecuzione abbiamo riconosciuto solo noi stessi, fino a dire di Gesù: “Non lo conosco” (cf. Mt 26,69-75), nel pentimento conosceremo lo sguardo misericordioso di Gesù. Come è accaduto a Pietro (cf. Lc 22,61-62)!



 

 

Il seme del Regno:

sparso su ogni terreno,

accolto e fecondo

Domenica XV del tempo ordinario A

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi

 

seminatore

Mt 13,1-23 La fiducia nel seme del regno [1]

Per iniziare i suoi discepoli e le folle a questa mentalità evangelica e consegnare loro i giusti “occhiali” con cui accostarsi alla logica dell’amore che muore e risorge, Gesù faceva ricorso alle parabole, nelle quali il Regno di Dio è spesso paragonato al seme, che sprigiona la sua forza vitale proprio quando muore nella terra (cfr Mc 4,1-34). Ricorrere a immagini e metafore per comunicare la potenza umile del Regno non è un modo per ridurne l’importanza e l’urgenza, ma la forma misericordiosa che lascia all’ascoltatore lo “spazio” di libertà per accoglierla e riferirla anche a sé stesso. Inoltre, è la via privilegiata per esprimere l’immensa dignità del mistero pasquale, lasciando che siano le immagini – più che i concetti – a comunicare la paradossale bellezza della vita nuova in Cristo, dove le ostilità e la croce non vanificano ma realizzano la salvezza di Dio, dove la debolezza è più forte di ogni potenza umana, dove il fallimento può essere il preludio del più grande compimento di ogni cosa nell’amore. Proprio così, infatti, matura e si approfondisce la speranza del Regno di Dio: «Come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce» (Mc 4,26-27).

Il Regno di Dio è già in mezzo a noi, come un seme nascosto allo sguardo superficiale e la cui crescita avviene nel silenzio. Chi ha occhi resi limpidi dallo Spirito Santo riesce a vederlo germogliare e non si lascia rubare la gioia del Regno a causa della zizzania sempre presente.

 

13,1-23 La Parola ha bisogno di preghiera [2]

Non rincorriamo la voce delle sirene che chiamano a fare della pastorale una convulsa serie di iniziative, senza riuscire a cogliere l’essenziale dell’impegno di evangelizzazione. A volte sembra che siamo più preoccupati di moltiplicare le attività piuttosto che essere attenti alle persone e al loro incontro con Dio. Una pastorale che non ha questa attenzione diventa poco alla volta sterile. Non dimentichiamo di fare come Gesù con i suoi discepoli: dopo che questi erano andati nei villaggi per portare l’annuncio del Vangelo, ritornarono contenti per i loro successi; ma Gesù li prende in disparte, in un luogo solitario per stare un po’ insieme con loro (cfr Mc 6,31). Una pastorale senza preghiera e contemplazione non potrà mai raggiungere il cuore delle persone. Si fermerà alla superficie senza consentire che il seme della Parola di Dio possa attecchire, germogliare, crescere e portare frutto (cfr Mt 13,1-23).

 

13,3-9 La dispersione della semente [3]

Altre due cose possono aiutarci in questa preghiera in cui chiediamo la conoscenza, il sentimento interiore e la capacità di condannare. La prima è contenuta nell’esortazione di Giacomo: “Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi; perché, se uno ascolta la Parola e non la mette in pratica, costui somiglia a un uomo che guarda il pro­prio volto allo specchio: appena si è guardato, se ne va, e subito dimentica come era” (Gc 1,22-25). La Parola va accolta nella memoria e nel cuore ed esercitata con le mani. Riguardo a questo possiamo leggere, qui, con calma, la parabola del seminatore (cfr Mt 13,3-9). E interrogarci sulle menzogne della dispersione della semente lungo la strada, o tra i rovi, o tra i sassi che non lasciano crescere la Verità nel nostro cuore.

La seconda cosa che dobbiamo considerare è che la menzogna sul nostro cuore ci suona così convincente da farci credere che stiamo facendo il bene. Si tratta dell’inganno nelle cose di Dio, che attecchisce specialmente nella vita religiosa. La contemplazione della vicenda di Anania e Saffira (cf. At 5,1-11) deve condurci al sentimento che l’intera comunità cristiana di quei tempi provò verso la menzogna del cuore: “Un grande timore” (5,11).

Pregando ed esaminando raggiungiamo le radici dei nostri peccati, i disordini capitali, sapendo che sono lì, nascosti, perché è lì che si trova anche l’impronta del peccato originale: “Non spunti né cresca in mezzo a voi alcuna radice velenosa, che provochi danni e molti ne siano contagiati” (Eb 12,15).

13,10-13 La Parola rifiutata indurisce il cuore [4]

 

Il peccato s’insedia a poco a poco nel nostro cuore e lo rende ingiusto, lo indurisce. Dietro una disobbedienza c’è sempre un prescindere dal Signore, un’idolatria, un peccato di magia: “Peccato di divinazione è la ribellione, e colpa e terafìm l’ostinazione” (1Sam 15,23). Le Sacre Scritture ricordano spesso questo indurimento del cuore a causa del peccato, dell’abbandono di Dio verso i peccatori (Rm 1,18ss). Questa è già la fine di un processo, quando siamo dominati dalla nostra ingiustizia, trascinati dalle nostre colpe come dal vento (Is 64,5-6). La caratteristica fondamentale di questo indurimento è il rifiuto istintivo dell’amore, della Parola di Dio fatta carne (che ci parla di umiltà, annientamento, croce), di ogni richiesta venuta dal cuore del Signore. Sembra persino che proprio la Parola di Dio indurisca ancora di più questi cuori ostinati e li renda più ribelli (Lc 8,9-10; Mt 13,10-13; Mc 4,10-12).

 

13,14ss La durezza del cuore [5]

 

Gesù affronta questa durezza di cuore, che assume diverse forme a seconda dei casi ma la cui origine è sempre la stessa: il peccato come velo che offusca l’intelligenza (2Cor 3,14ss), come abbandono di Dio attraverso l’ostinazione di chi non si apre alla sua grazia salvifica (si ricordi il tragico testo di Rm 1,18ss), come inganno autosufficiente di chi ha scelto non più il peccato, ma l’ostinazione di non volerlo ab­bandonare nonostante le evidenze si impongano con tutta la loro forza (Mt 28,11-15). Ma quando un cuore è abituato a vivere nelle tenebre, diventa come una talpa e qualsiasi luce ne acceca la vista. Questa durezza di cuore era già stata profetizzata da Isaia: “Ascoltate pure, ma non comprenderete, osservate pure, ma non conoscerete. Rendi insensibile il cuore di questo popolo, rendilo duro d’orecchio e acceca i suoi occhi, e non veda con gli occhi né oda con gli orecchi né comprenda con il cuore né si converta in modo da essere guarito” (Is 6,9-10ss; Mt 13,14ss; At 28,26-27; Gv 12, 40).

 

13,22 Lo spirito del mondo soffoca la parola [6]

San Giovanni ci esorta a non amare il mondo, quel mondo che è autonomo rispetto a Dio, quel mondo che è oggetto di possesso: il mondo, che è stato creato per condurci a Dio, si trasforma in “mondo” malvagio, che fa a meno della sovranità di Cristo. E questa degradazione è figlia della concupiscenza: nasce quando il “desiderio” diventa “concupiscenza”. Allora parliamo dello “spirito del mondo”: Gesù ci mette in guardia da esso definendolo come colui che soffoca la parola (Mt 13,22), che è padre di figli molto più astuti dei figli della luce (Lc 16,8). Lo spirito del mondo indirizza il nostro cuore concupiscente appresso alla carne, agli occhi, alla stima orgogliosa dei beni (cfr 1Tm 6,9; Gv 7,18).

13,22 Lo spirito del mondo [7]

Gesù ci previene contro questo spirito del mondo defi­nendolo come quello che soffoca la Parola (Mt 13,22), come pa­dre di figli molto più astuti di quelli della luce (Lc 16,8). Questo spirito del mondo rivolge il nostro cuore concupiscente verso la carne, gli occhi, la fiducia orgogliosa nei beni (cfr 1Tm 6,9; Gv 7,18). Lo spirito del mondo è padre dell’incredulità e di ogni empietà. Fu precisamente il dio di questo mondo che accecò la sua mente (2Cor 4,4), sotto l’inganno di una sapienza che - in definitiva - non risultò più che un astuto stratagemma, incapace di valicare i confini del proprio egoismo: “Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mon­do? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo?” (1Cor 1,20). “Tra i perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei domina­tori di questo mondo che vengono ridotti al nulla” (1Cor 2,6). San Paolo insiste nel consiglio: “Non conformatevi alla mentali­tà di questo secolo” (Rm 12,2), più letteralmente: “non entrate negli schemi del mondo”.

E l’avvertimento a noi che abbiamo peccato e abbiamo cono­sciuto il Signore: “Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati, nei quali un tempo viveste alla maniera di questo mondo, seguendo il principe delle potenze dell’aria, quello spirito che ora opera negli uomini ribelli. Nel numero di quei ribelli, del resto, siamo vissuti anche tutti noi, un tempo, con i desideri della nostra carne, seguen­do le voglie della carne e i desideri cattivi...” (Ef 2,1-3).

Così come il peccato ha indurito il nostro cuore rendendoci iniqui, è proprio dello spirito del mondo farci divenire vani­tosi.

 

NOTE

[1] Messaggio per la 51ma Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali (24 gennaio 2017).

[2] Discorso ai partecipanti all’incontro promosso dal Pontificio Consiglio per la Promozione della nuova Evangelizzazione, 19 settembre 2014.

[3] Veracità e conversione. Terzo esercizio, in J. M. Bergoglio - Francesco, Il desiderio allarga il cuore. Esercizi spirituali con il Papa, EMI, Bologna 2014, 55-56.

[4] Peccato, in J. M. Bergoglio - Papa Francesco, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Milano 2014, 71-13; Male, in: Papa Francesco - J. M. Bergoglio, La misericordia è una carezza. Vivere il giubileo nella realtà di ogni giorno, a cura di Antonio Spadaro, Rizzoli, Milano 2015, 77-108.

[5] La manifestazione del peccato, in J. M. Bergoglio – Papa Francesco, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 101-103; Francesco, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica alla luce della speranza, Oscar Mondadori - LEV 2014, 60-63.

[6] Lo Spirito del mondo, in Papa Francesco – J. M. Bergoglio, Pastorale sociale, Jaca Book – Comunità Sant’Egidio, Milano 2015, 281-285; Lo spirito del mondo, in J. M. Bergoglio - Papa Francesco, Nel cuore di ogni Padre. Alle radici della mia spiritualità. Introduzione di Antonio Spadaro, Rizzoli, Milano 2014, 145-150.

 

[7] Lo spirito del mondo o l’antiregno, in Papa Francesco - J. M. Bergoglio, In lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book (Milano) - LEV, Milano - Città del Vaticano 2013, 40-41.

 

 "Il cielo in una stanza"

 

Don Tonino Bello 

 

...vi ricordate? Il cielo in una stanza. È il titolo di una celebre canzone che esalta la pienezza della vita, quando questa viene illuminata dall’amore autentico per una creatura.

Cantata da Gino Paoli, mi piaceva tantissimo. In fondo non era altro che la traduzione musicale di una frase latina, mi pare di San Bonaventura, che i monaco del convento del mio paese avevano scolpito sullo stipite delle loro celle: “Cella sit tibi coelum”. Che vuol dire: la cella sia per te come il cielo.

Ricordo ancora oggi la stanzetta del frate, un vecchio missionario, dal quale andavo spesso a confessarmi, col batticuore, quando ero ragazzo, lì nel convento dei cappuccini del mio paese. Le pareti erano tappezzate con la carta geografica dei cinque continenti, e i fianchi della scrivania erano ricoperti dalla mappa dei due emisferi celesti.

Non di rado mi distraevo nella contemplazione di quelle terre e di quei cieli lontani, e avevo l’impressione che la minuscola cella del mio confessore, più che un luogo destinato a comprimere gli orizzonti, fosse una capsula spaziale spinta nella vertigine misteriosa dei mondi.

“Il cielo in una stanza” deve divenire la sigla morale di ogni uomo di buona volontà che si batte per la pace, che non vuole farsi catturare dall’effimero, che teme di lasciarsi imprigionare dai problemi di campanile e che intende fuggire la seduzione, tutta moderna, del “piccolo è bello”.

Oggi non possiamo più vivere nel guscio rassicurante del nostro cortile. O isolarci nei recinti delle piazzole paesane. O chiuderci nell’ovatta sentimentale del nostro piccolo mondo antico. E non solo perché la terra è divenuta un villaggio globale, come dice McLuhan, al punto che ciò che accade agli antipodi è come se si fosse verificato dietro l’angolo di casa tua. Ma soprattutto perché ormai i problemi sono così strettamente connessi tra loro, che l’apartheid del Sudafrica ha riverberi sulla qualità della vita perfino nell’Alaska. E allora, apertura alla mondialità non è solo contemplazione panoramica dei problemi del mondo dal belvedere delle astrazioni accademiche. Apertura alla mondialità è sentirsi risucchiato dal traffico planetario e coinvolto, sì, da tutte le crescite, ma anche da tutte le tragedie della terra.

I lutti dei popoli lontani sono lutti cittadini, anzi di famiglia. I cinquanta milioni di fratelli che ogni anno muoiono per fame interpellano pure te. I debiti colossali dei paesi in via di sviluppo modificano anche i tuoi conti in tasca. Tutti gli oppressi dalle ingiustizie e dalle segregazioni e tutte le vittime delle discriminazioni operate dalla oscena distribuzione delle ricchezze, chiamano te come correo: e non solo davanti al tribunale ultimo di Dio, ma anche a quello penultimo della storia.

Lo scempio delle risorse naturali, i sacrilegi della corsa alle armi, la malignità dei loschi traffici di droga, le follie degli scudi spaziali, la violazione dei diritti umani... non possono lasciarti indifferente, anche se questi fenomeni perversi accadono lontano dalla tua stanza.

Aprirsi alla mondialità significa educarsi alla convivialità delle differenze. Non solo accogliendo in casa tua il marocchino, l’emarginato, il diverso. Ma, soprattutto, facendolo sedere a mensa con te.

Ti accorgerai che, anche nella sua povertà, potrà cavare dalla sua bisaccia di pellegrino un pane, forse un po’ troppo duro per i tuoi denti, ma capace finalmente di placare la tua fame di umanità.

E quando avrai sperimentato che il povero introdotto a tavola con te ti ha restituito alla gioia di vivere, allora il cielo entrerà davvero nella tua stanza.


“Il seminatore uscì a seminare…”

16 luglio 2017

XV Domenica del Tempo ordinario Anno A

Commento al Vangelo

di ENZO BIANCHI

 

 

 

Mt 13,1-23

 

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.

Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.

Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:

"Udrete, sì, ma non comprenderete,

guarderete, sì, ma non vedrete.

Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,

sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi,

perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!".

Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!

Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l'accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

 

L’ordo liturgico ci fa ascoltare per tre domeniche alcune parabole raccolte in Matteo 13, il terzo lungo discorso di Gesù in questo vangelo, detto appunto “discorso parabolico”. Il tempo dell’ascolto entusiasta di Gesù da parte delle folle sembra esaurito e ormai si è palesata l’ostilità dei capi religiosi giudaici, che sono giunti alla decisione di “farlo fuori” (cf. Mt 12,14).

 

Sì, è accaduto così e accade così anche oggi nei confronti di chi predica e annuncia veramente il Vangelo. E noi possiamo essere non solo perplessi, ma a volte sgomenti: ogni domenica nella nostra terra d’Italia più di dieci milioni di uomini e donne che credono, o dicono di credere, in Gesù Cristo si radunano nelle chiese per ascoltare la parola di Dio e diventare eucaristicamente un solo corpo in Cristo. Eppure constatiamo che a questa partecipazione alla liturgia non consegue un mutamento: non accade qualcosa che manifesti il regno di Dio veniente. Perché succede questo? La parola di Dio è inefficace? Chi la predica, predica in realtà parole sue? E chi ascolta, ascolta veramente e accoglie la parola di Dio? E chi l’accoglie, è poi conseguente, fino a realizzarla nella propria vita?

 

Quando Matteo scrive questa pagina che presenta Gesù sulla barca intento ad annunciare le parabole, interrogativi simili risuonano anche nella sua comunità cristiana. I cristiani, infatti, sanno che la parola di Dio è dabar, è evento che si realizza; sanno che, uscita da Dio, produce sempre il suo effetto (cf. Is 55,10-11): e allora perché tanta Parola predicata, a fronte di un risultato così scarso? Ma le parabole di Gesù, racconti che vogliono rivelare un senso nascosto, ci possono illuminare. Gesù fa ricorso alla realtà, al mondo contadino di Galilea, a ciò che ha visto, contemplato e pensato, perché si dava del tempo per osservare e trovare ispirazione per le sue parole, che raggiungevano non gli intellettuali, ma gente semplice, disposta ad ascoltare. Avendo visto più volte il lavoro dei contadini, così Gesù inizia a raccontare, con parole molto note, che per questo vanno ascoltate con ancor più attenzione:

 

Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti!

 

In questa parabola stupisce la quantità di seme gettato dal seminatore, e chi non sa che in Palestina prima si seminava e poi si arava per seppellire il seme, potrebbe pensare a un contadino sbadato… Invece il seme è abbondante perché abbondante è la parola di Dio, che deve essere seminata, gettata come un seme, senza parsimonia. Ma il predicatore che la annuncia sa che ci sono innanzitutto ascoltatori i quali la sentono risuonare ma in verità non l’ascoltano. Superficiali, senza grande interesse né passione per la Parola, la sentono ma non le fanno spazio nel loro cuore, e così essa è subito sottratta, portata via. Ci sono poi ascoltatori che hanno un cuore capace di accogliere la Parola, possono addirittura entusiasmarsi per essa, ma non hanno vita interiore, il loro cuore non è profondo, non offre condizioni per farla crescere, e allora quella predicazione appare sterile: qualcosa germoglia per un po’ ma, non nutrito, subito si secca e muore. Altri ascoltatori avrebbero tutte le possibilità di essere fecondi; accolgono la Parola, la custodiscono, sentono che ferisce il loro cuore, ma hanno nel cuore altre presenze potenti, dominanti: la ricchezza, il successo e il potere. Questi sono gli idoli che sempre si affacciano, con volti nuovi e diversi, nel cuore del credente. Queste presenze non lasciano posto alla presenza della Parola, che viene contrastata e dunque muore per mancanza di spazio. Ma c’è anche qualcuno che accoglie la Parola, la pensa, la interpreta, la medita, la prega e la realizza nella propria vita. Certo, il risultato di una semina così abbondante può sembrare deludente: tanto seme, tanto lavoro, piccolo il risultato… Ma la piccolezza non va temuta: ciò che conta è che il frutto venga generato!

 

Questi racconti in parabole non erano comuni tra i rabbini del tempo di Gesù, e anche per questo i discepoli gli chiedono conto del suo stile particolare nell’annunciare il Regno che viene. Gesù risponde loro con parole che ci stupiscono, ci intrigano e ci chiedono grande responsabilità: “A voi è stata consegnata la conoscenza dei misteri del regno dei cieli”. Nel passo parallelo di Marco, a cui Matteo si ispira, queste parole di Gesù sono ancora più forti: “A voi è stato consegnato il mistero del regno di Dio” (Mc 4,11). Sì, proprio ai poveri discepoli è stato affidato e consegnato, da Dio (passivo divino), ciò che riguarda il suo regno. Per dono di Dio essi hanno accesso a una conoscenza che li rende capaci di vedere il velo alzato sul mistero, su ciò che era stato nascosto per essere svelato. Non è un privilegio per i discepoli, ma una grande responsabilità: a loro è stata data la conoscenza di come Dio agisce nella storia di salvezza!

 

Ecco però, subito dopo, l’annuncio di una contrapposizione: vi sono invece altri che vedendo non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono, restando chiusi nella loro autosufficienza, nella loro autoreferenzialità religiosa. E si badi bene ai semitismi di queste parole di Gesù, ispirate al profeta Isaia (cf. Is 6,9-10): esse non vogliono indicare arbitrio da parte di Dio, il quale consegnerebbe il Regno ad alcuni e lo negherebbe ad altri. Si deve invece comprendere che chi è destinatario della parola predicata da Dio e non l’ascolta, ma la lascia cadere, non resta nella situazione di partenza. La “parola di Dio”, sempre “viva ed efficace” (Eb 4,12), quando è accolta, salva, guarisce e vivifica; al contrario, quando è rifiutata, causa la malattia della sclerocardia, della durezza del cuore, che diventa sempre più insensibile alla Parola, sempre più incapace di sentirsi toccato e ferita da essa. È così, ma non per volontà di Dio, bensì per il rifiuto da parte dell’essere umano: gli viene offerta la vita, ma non la accoglie, e di conseguenza va verso la morte…

 

Sovente il popolo di Israele, ma anche il popolo dei discepoli di Gesù, ha un cuore indurito, ha orecchi chiusi, ha occhi accecati, e così non solo non comprende ma neppure discerne la parola del Signore e non fa nessun tentativo di conversione, di ritorno a Dio, il quale sempre ci attende per guarire i nostri orecchi e i nostri occhi. Basterebbe riconoscere e affermare: “Siamo ciechi, siamo sordi, parlaci Signore!”. Eppure quella dei giorni terreni di Gesù era “un’ora favorevole” (2Cor 6,2), l’ora della visita di Dio (cf. Lc 19,44), l’ora della misericordia del Signore (cf. Lc 4,19). Perciò Gesù dice ai discepoli che lo circondano: “Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti dell’antica alleanza hanno desiderato di essere presenti nei giorni del Messia, hanno sognato di vederlo in azione e di ascoltare le sue parole, ma a loro non è stato possibile. Voi invece, voi che ho chiamato e che mi avete seguito, avete potuto vedere con i vostri occhi e ascoltare con i vostri orecchi”. Addirittura il discepolo amato potrà aggiungere, con audacia: “Avete potuto palpare con le vostre mani la Parola della vita” (cf. 1Gv 1,1). Non un’idea, non un’ideologia, non una dottrina, non un’etica, ma un uomo, Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio, venuto da Dio! “Voi lo avete incontrato e ne avete fatto esperienza con i vostri sensi. Sì, beati voi!”.

 

 

Dunque, a noi che ogni domenica ascoltiamo la Parola e accogliamo la sua semina nel nostro cuore, non resta che vigilare e stare attenti: la Parola viene a noi e noi dobbiamo anzitutto interiorizzarla, custodirla, meditarla e lasciarci da lei ispirare; dobbiamo perseverare in questo ascolto e in questa custodia nel nostro cuore; dobbiamo infine predisporci alla lotta spirituale per custodirla, farle spazio, difenderla da quelle presenze che ce la vorrebbero rubare. In breve, basta avere fede in essa: la Parola, “il Vangelo è potenza di Dio” (Rm 1,16).



Non temete!

Con questa domenica riprendiamo la lettura cursiva del vangelo secondo Matteo, esattamente dal capitolo decimo, che contiene il discorso di Gesù sulla missione dei discepoli nel mondo. È un discorso che si indirizza, al di là del tempo in cui è stato pronunciato e messo per iscritto, a tutti coloro che sono chiamati al servizio di Gesù Cristo e del suo regno; un discorso che risente dell’esperienza dei dodici apostoli in missione tra i figli di Israele e dei missionari della chiesa di Matteo nei decenni precedenti l’80 d.C.

 

Gesù invia i discepoli “tra le pecore perdute della casa d’Israele” e consegna loro il messaggio da annunciare, l’azione da compiere e lo stile del comportamento (cf. Mt 10,5-15). Poi annuncia le persecuzioni che gli inviati dovranno sopportare nella missione (cf. Mt 10,16-23) e con autorevolezza e chiaroveggenza profetica dice loro: “Un discepolo non è più grande del maestro, né un servo è più grande del suo signore; è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore. Se hanno chiamato Beelzebul il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia!” (Mt 10,24-25). Ovvero, ciò che Gesù ha vissuto, sarà vissuto anche dai suoi inviati, che verranno chiamati diavoli, al servizio del capo dei demoni, Beelzebul, e verranno perseguitati fino a essere uccisi da chi crede di dare in questo modo gloria a Dio (cf. Gv 16,2).

 

 

 

Dunque? Occorre avere coraggio, lottare contro la paura, non temere mai. Questo è il messaggio della pericope di oggi, che Gesù consegna come comando per ben tre volte: “Non temete!” (vv. 26.28.31). Nelle sante Scritture dell’Antico e del Nuovo Testamento questo invito-comando è la parola indirizzata da Dio quando si manifesta e parla a quanti egli chiama: così ad Abramo, a Mosè, ai profeti, a Maria, la madre di Gesù… “Non temere!” cioè “non avere paura della presenza del Dio tre volte santo, ma abbi solo timore, ossia capacità di discernere la sua presenza, e quindi non avere mai paura degli uomini, anche quando sono nemici. Non avere mai paura, ma vinci la paura con la fiducia nel Signore fedele, sempre vicino, accanto al credente, e sempre fedele, anche quando sembra assente o inerte”. La paura è un sentimento umano grazie al quale impariamo a vivere nel mondo, facendo attenzione a dove vi sono il pericolo o la minaccia; ma per chi ha fede salda nel Signore, la paura deve essere vinta, non deve diventare determinante nel rapporto con il Signore e con la sua volontà.

Nel vivere il Vangelo e nell’annunciarlo alle genti, i discepoli di Gesù incontrano diffidenza, chiusura, ostilità e rifiuto. In queste situazioni la tentazione è tacere la speranza che abita il proprio cuore, restare silenti e nascondere la propria identità, magari fino a fuggire. Ma Gesù avverte: il tempo della missione è un tempo di apocalisse, non nel senso catastrofico solitamente attribuito a questo termine, ma nel senso etimologico di ri-velazione, di alzata del velo. L’annuncio del Vangelo, infatti, richiede che ciò che Gesù ha detto nell’intimità sia proclamato in pieno giorno, ciò che è stato detto nell’orecchio sia gridato sui tetti. C’è stato un nascondimento di “verità”, avvenuto non per dimenticare o seppellire ma per rivelare nel tempo opportuno ciò che era stato nascosto: “Nulla vi è di nascosto (verbo kalýpto) che non sarà ri-velato (verbo apokalýpto) né di segreto (kryptós) che non sarà conosciuto (verbo ghinósko)” (v. 26). Le cose nascoste fin dalla fondazione del mondo (cf. Mt 13,35; Sal 78,2) sono rivelate da Gesù e poi dai discepoli nella storia.

 

D’altronde, i veri nemici dei discepoli non sono quelli di fuori ma quelli di dentro, quelle tentazioni che nascono dal cuore, quegli atteggiamenti idolatrici ai quali la comunità cristiana cede. I nemici di fuori, in realtà, sono occasioni per mettere in pratica il Vangelo, per mostrare la propria fede e la propria fedeltà al regno di Dio. Annunciare la parola di Dio è un compito che trascende il discepolo, la discepola: chi assume tale compito sa che la sua vita è posta sotto una forza che viene da Dio, sa che non può sottrarsi alla vocazione affidatagli, ma deve lottare per farla risplendere, combattendo l’idolatria che lo seduce. E la parola che proclama è dýnamis (cf. Rm 1,16), è forza che attraversa la storia umana senza impedimenti, in una sorta di corsa (cf. 2Ts 3,1)…

 

Si tratta dunque di non temere quelli che uccidono il corpo, che interrompono la vita terrestre, ma in verità non possono togliere la vera vita. L’unico “timore” – nel senso che si diceva – da avere è quello verso il Signore, perché lui solo può decidere della vita terrestre e di quella vera. La vita, infatti, può essere vissuta come umanizzazione, conformemente alla volontà del Creatore, oppure essere segnata da scelte mortifere, che possono solo condurre alla rovina: per esprimere questo secondo esito Gesù si riferisce metaforicamente alla Gehenna, la valle che raccoglieva la spazzatura di Gerusalemme.

 

Di seguito Gesù eleva lo sguardo verso il suo Dio, il suo Abba, Padre, e testimonia tutta la potenza con cui egli si prende cura delle sue creature, le salva, non abbandonando mai chi ha fede in lui. Cosa sono due passeri? Queste creature piccole, che abitano a centinaia sui tetti, sembrano a noi creature insignificanti, che non meritano attenzione né cura, eppure non è così per Dio! E qui si faccia attenzione. Nella Bibbia italiana la traduzione delle parole di Gesù suona: “Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro”. E invece occorre rendere, alla lettera: “… senza il Padre vostro”. Ovvero, neppure un passero, cadendo a terra, è abbandonato da Dio: non cade a terra perché Dio l’ha voluto (fatalismo tipicamente pagano), ma anche quando cade a terra non è abbandonato dal Padre! Allo stesso modo, anche i capelli della nostra testa, che perdiamo ogni giorno senza accorgercene, sono tutti contati, tutti sotto lo sguardo di Dio. Da una tale contemplazione nasce la fiducia che scaccia il timore: Dio vede come ci vede un padre, che ci guarda sempre con amore e non ci abbandona mai, neanche quando cadiamo.

 

I discepoli di Gesù, ben più preziosi agli occhi di Dio dei passeri e dei capelli della testa, possono essere perseguitati e messi a morte, ma anche nella loro morte il Padre è là, nelle loro tentazioni il Signore è là, nelle loro sofferenze è Cristo a soffrire. La comunione con il Signore non può essere spezzata se non da noi stessi, mai dagli altri. Per questo occorre essere preparati a riconoscere Gesù Cristo, il Signore, davanti agli uomini: ciò deve essere fatto con mitezza, senza arroganza e senza vanto, ma anche a caro prezzo. Oggi nel mondo occidentale non corriamo il rischio della persecuzione, del dover scegliere la testimonianza a Cristo che provoca una morte violenta, ma non illudiamoci di essere esenti dalla prova. Ogni volta che semplicemente arrossiamo nel dirci discepoli o discepole di Gesù, ogni volta che manchiamo di coraggio nel testimoniare la verità cristiana, che è sempre a servizio dell’umanizzazione, della giustizia, della pace e della carità, allora noi scegliamo di non essere riconosciuti da Gesù, nel giorno del giudizio, davanti al Padre che è nei cieli. Per essere rinnegatori di Gesù, è sufficiente cedere al “così fan tutti”, al “così dicon tutti”, all’ignavia pigra di chi non vuole essere disturbato, di chi teme anche solo di non poter più godere del favore di qualche potente o di chi conta… Pietro ha rinnegato davanti a una povera serva, non davanti a un tribunale (cf. Mt 26,69-75 e par.)!

 

In ogni caso, ci siano oggi di esempio quei cristiani che in Egitto e in medio oriente scelgono di partecipare alla liturgia sapendo che rischiano la vita e diventando vittime, in grande numero, di una cieca violenza anticristiana. Il martirio è ricomparso e oggi ci sono più martiri cristiani che nei secoli dell’impero romano. È dunque l’ora del coraggio, del non temere, sapendo che Gesù è accanto a noi nella potenza dello Spirito santo e lo sarà, come “altro Paraclito” (cf. Gv 14,26), avvocato per noi davanti al Padre. Coraggio! La paura è la più grande minaccia alla fede cristiana: essa induce al dubbio e il dubbio al rinnegamento del Signore e del Vangelo. Se invece nel cristiano c’è un’umile fiducia, c’è una forza invincibile!

 

 

p. Enzo Bianchi

 

 

La missione

 

tra ostacoli

 

e persecuzioni

 

Domenica XII del tempo ordinario A

 

Papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

 

Mt 10,26.28 La paura della missione [1]

 

Grandezza e paura della missione

Tra il Signore e le persone che egli invia esiste una relazione particolare: Mosè, Isaia, Geremia, Giuseppe, Giovanni Battista e così via. Tutti costoro hanno avvertito l’insufficienza delle loro possibilità davanti alla chiamata del Signore: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire gli Israeliti dall’Egitto?» (Es 3,11). «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono» (Is 6,5). «Ahimè, Signore Dio! Ecco, io non so parlare, perché sono giovane» (Ger 1,6). «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?» (Mt 3,14). E Giuseppe che nei confronti di Maria aveva deciso «di ripudiarla in segreto» (Mt 1,9-20). Questa resistenza iniziale, questa incapacità di comprendere la grandezza della chiamata, è la paura della missione. Si tratta di un segno di buono spirito, soprattutto se non ci si ferma lì e si consente alla forza del Signore di esprimersi su questa debolezza e di darle consistenza, di fondarla: «Io sarò con te. Questo sarà per te il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte» (Es 3,12). «Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato» (Is 6,7). «Non dire: “Sono giovane”. Tu andrai da tutti coloro a cui ti manderò e dirai tutto quello che io ti ordinerò. Non aver paura di fronte a loro, perché io sono con te per proteggerti» (Ger 1,7-8). «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia» (Mt 3,15). «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo» (Mt 1,20).

Quanto è accaduto ai nostri predecessori ci serve da esempio.

 

La missione ci mette sul legno della Croce

Quando veniamo scelti, sentiamo che il peso è grande, proviamo paura (in qualche caso si giunge al panico): è l’inizio della croce. E tuttavia, al tempo stesso, sentiamo quella profonda attrazione del Signore che, con il suo stesso chiamarci, ci seduce con un fuoco ardente affinché lo seguiamo (cfr. Ger 20,7-18).

I due sentimenti sono congiunti perché, fin dall’epoca dei patriarchi, prefigurano l’abbandono di Cristo sulla croce, arrivato a quel punto per compiere fino in fondo la volontà del Padre. La missione ci mette, necessariamente, sul legno della croce: è questo il segno che la missione ricevuta è secondo lo Spirito di Dio e non secondo la carne.

Nella solitudine di colui che viene inviato c’è una spoliazione iniziale («e, lasciando tutto, lo seguirono») che andrà consolidandosi nel corso della vita fino alla vecchiaia («quando sarai vecchio altri ti vestiranno e ti porteranno dove tu non vuoi»).

Accettare la missione comporta una dimensione di abbandono di tutto, come quella che si dà nel moribondo. E soltanto se entriamo in questa dimensione da «moribondi» comprendiamo la portata effettiva di quel che ci viene chiesto, e imbocchiamo la retta via: [2] «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).

 

La dialettica fra timore e seduzione

Tra le consegne date da Gesù ai suoi discepoli al momento di inviarli (quando affida loro la missione), distinguiamo due serie di raccomandazioni. [3] La prima si riferisce alla lotta che dovranno ingaggiare, e li previene rispetto alla situazione esistenziale: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi [...]. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani» (Mt 10,16-18). «Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato» (Mt 10,21-22). «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa» (Mt 10,34-36). «Chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio» (Gv 16,1).

La seconda serie di esortazioni porta fortezza e consolazione: «Quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi» (Mt 10,19- 20). «Non abbiate dunque paura di loro» (Mt 10,26). «E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geenna e l’anima e il corpo» (Mt 10,28). «Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!» (Mt 10,31).

 

10,22 Perseveranza nella missione [4]

 

Perseveranti nella perseveranza di Gesù

Nel giorno della visione, nel giorno del Signore, Gesù ci dirà come a Giovanni: “Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo” (Ap 1,17). Tutti avremo questa visione, in comunità, perché siamo “fratelli e compagni nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù” (Ap 1,9). La perseveranza implica pazienza, sopportazione. Per esprimerlo, il Nuovo Testamento usa il verbo hypoménein (“essere sottoposti a qualcosa”). Vale a dire, in questo linguaggio, sopportare, resistere, sostenere, e va applicato alla costanza nelle prove quando si tratta di resistere a una pressione, a una persecuzione, a qualsiasi tipo di stanchezza o di scoraggiamento, alla seduzione. È la costanza del credente pellegrino a consentirgli di raggiungere la meta del suo camminare. Il Signore, annunciando sofferenze ai suoi discepoli, ha fatto della resistenza fino alla fine la condizione e la certezza della salvezza: Mt 10,22; 24,13; Ap 2,10; Mc 13,13.

 

… fondati sulla roccia

“Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la vostra fede, messa alla prova, produce pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla” (Gc 1,3-4; cfr. anche Gc 1,12; Gc 5,11).

Resistere, sopportare, pazientare, tollerare, significa essere fermi davanti ai “movimenti” che tentano di farci venir meno. “Vigilate, state saldi nella fede, comportatevi in modo virile, siate forti” (1Cor 16,13). Ma qui non s’intende un restare fermi nel senso d’immobilità o fissità, bensì fermi come chi è fondato sulla roccia (e non come chi è inamidato o rigido). “Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza del Signore, il quale oggi agirà per voi [...]. Il Signore combatterà per voi” (Es 14,13). Questo stare saldi ha senso di coraggio, virilità, il viriliter age che così spesso compare nella Bibbia. La mancanza di virilità, la viltà, la doppiezza, i modi effeminati, la falsità, l’ipocrisia, sono sempre segni di chi non è forte e non è fermo, di chi è fondato sulla sabbia (cf. nell’Antico Testamento i brani in cui si viene esortati a questa virilità fiduciosa in Dio: Dt 31,6.7.23; Gs 1,6.7.9.18; Gs 10,35; 2Cr 32,7; 1Cr 22,13; 18,20; Dn 10,19; Sal 27,14; 31,24).

 

10,22-23.38 Tra ostacoli e persecuzioni [5]

 

Diversità di persecuzioni

Le difficoltà a volte superano il semplice “ostacolo” e divengono vere e proprie persecuzioni: la condizione di perseguitati è normale nell’esistenza cristiana, sempre che si viva con l’umiltà del servo inutile, lungi da ogni desiderio di appropriazione che conduca al vittimismo. I primi cristiani furono purificati dal modo in cui affrontarono le persecuzioni. In un primo periodo, si resero conto che le persecuzioni avviate contro di loro dagli ebrei rientravano nella linea dei castighi già inflitti da questi ultimi agli inviati del Signore (Mt 23, 29-36; At 7, 51-52). Più tardi, le persecuzioni saranno lette in un contesto escatologico, assumendo un’importanza che in precedenza non avevano: colmano la misura (1Ts 2, 15ss) nello stesso momento in cui il Figlio dell’Uomo viene a giudicare e separare i buoni dai malvagi (Mt 5,10-12). La persecuzione viene intesa, allora, come il giudizio sulle opere. Un terzo stadio di riflessione, successivo, invita i perseguitati a soffrire e morire “per il Figlio dell’Uomo” (Lc 6, 22; Mc 8, 35; 13, 8-13; Mt 10, 39) e, ancora oltre, a imitare la sua passione (Mt 10,22-23; Mc 10,38). A quest’ultima concezione corrisponde il martirio di Stefano, che consiglio a tutti di rileggere con calma e meditare (At 6,8-7.60). Stefano non solo muore per Cristo, ma muore come Lui, con Lui, e questa partecipazione al mistero stesso della passione di Gesù Cristo è la base della fede del martire: morendo da perseguitato, afferma con la sua vita che la morte non è stata l’ultima parola della vita di Gesù.

 

Le nostre persecuzioni

Anche noi facciamo esperienza di questi tre modi di vivere le difficoltà e le persecuzioni nel corso della nostra vita. Quando siamo di fronte al terzo modo, allora ci troviamo a vivere il più vicino possibile a Cristo. Dunque possiamo affermare che la morte di Cristo è come l’a priori fondamentale di ogni vocazione cristiana: “L’amore del Cristo infatti ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. Ed Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro” (2Cor 5, 14-15). Contemplando Cristo in croce, ci rendiamo conto che gli dobbiamo la nostra vita perché - e solo per questo - Lui ha dato la sua per noi; e se la gratitudine è sincera, allora ci porta sullo stesso piano: a dare la vita come ha fatto Lui. E in questo preciso punto che vengono mandate all’aria tutte le forme di “comportamentismo” che pretendono di esaurire le modalità dell’atteggiamento cristiano. Alla generosità di Cristo non si può rispondere con un formale ed educato “tante grazie”: bisogna essere pronti a offrire la vita, che esiste così come la concepiamo da quando il Signore ha percorso la strada della croce. Bisogna rispondere con la gratitudine di tutto il nostro essere. Questo “ringraziare” con la nostra vita si verifica ogni giorno, nella celebrazione del “rendere grazie” per antonomasia, l’Eucaristia, che è a sua volta la memoria della passione del Signore. L’Eucaristia fonda la Chiesa, la alimenta, la mantiene viva. “Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché Egli venga” (1Cor 11, 26). Quando celebriamo l’Eucaristia, rendiamo presente l’ora della nascita della Chiesa, che coincide con l’ora della morte del Signore. E il nostro modo di rendere grazie è accettare questa morte, conformarci a essa. E qui che si crea, in definitiva, la nostra appartenenza alla Chiesa.

 

10,37-39 L’ostilità al modus vivendi del cristiano [6]

 

Se vogliamo servire Dio, ci sarà lotta, fino alla ricerca della croce come unico luogo teologico di vittoria, passando attraverso la capacità di condanna e il desiderio di offrirsi alla fatica. Chi procede per questo itinerario viene condotto, come il Signore, a Gerusalemme.

C’è, dunque, una dimensione di ostilità nel modus vivendi cristiano (tanto più in quello di un religioso desideroso di seguire il suo Signore più da vicino): “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,37-39).

La decisione di seguire Gesù racchiude quella di percorrerne la strada e la sicurezza della croce. Quanto è lontano, questo, dalle concessioni accettate da un cuore diviso, che sogna la coesistenza pacifica tra il Signore della gloria e lo spirito del mondo!

L’ostilità a cui si sottopone colui che decide di percorrere la strada di Cristo nostro Signore affiora nelle varie persecuzioni che vi fanno la loro comparsa. Il servizio cristiano, quando è autentico, spazza via ogni nostalgia esistenziale basata su canoni da ecloga bucolica.

 

 

NOTE

 

1 J.M. BERGOGLIO, La croce e la missione, in: J.M. BERGOGLIO, Pace, Milano Corriere della sera 2014, (= Le parole di papa Francesco,5), 107-126.

2 Perciò sant’Ignazio ritiene quella di collocarsi nel momento della morte una situazione eccellente per scegliere bene: «Immaginandomi in punto di morte, considerare il modo di procedere che allora vorrei aver tenuto nella maniera di fare la presente scelta e regolandomi su di essa, prendere coerentemente la mia decisione» (ES 186). Ritorna qui la teologia del «come se», molto cara a sant’Ignazio.

3 Cfr. H.U. VON BALTHASAR, Cordula, ovverosia il caso serio.

4 Perseveranza nella vocazione, in J.M. BERGOGLIO, Natale (= Le parole di Papa Francesco,1) Corriere della sera, Milano 2015, 55-66

5 Croce e senso belligerante della vita, in J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Milano 2014, 63-70.

 

6 Croce e senso bellico della vita, in J.M. BERGOGLIO, Pace, Milano Corriere della sera 2014, (= Le parole di papa Francesco, 5), 31-46.

18 giugno 2017

 

Santo Sacramento del Corpo e del Sangue di Cristo

di ENZO BIANCHI

 

Gv  6,51-58

 

In quel tempo, Gesù disse alla folla: 51 Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». 52 Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53 Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57 Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58 Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

 

La chiesa celebra oggi la festa del Corpus Domini, un’altra festa teologico-dogmatica, istituita nel XIII secolo per affermare la dottrina eucaristica contro quanti la interpretavano in modo non conforme alla chiesa romana. Il nuovo ordo liturgico ha mantenuto questa festa, che diventa così l’occasione per comprendere maggiormente il mistero grande dell’eucaristia e per adorare il corpo e il sangue del Signore, quel corpo che egli ha dato e quel sangue che ha versato per tutta l’umanità, avendola amata fino all’estremo (cf. Gv 13,1).

 

Il brano del vangelo secondo Giovanni proclamato nella liturgia è tratto dal capitolo 6, un intero capitolo dedicato al racconto della moltiplicazione dei pani, alle parole di Gesù che spiegano quell’evento e poi rispondono alle domande e alle contestazioni dei suoi ascoltatori. La pericope è breve ma molto densa, come emerge dalle cinque parole che in essa ricorrono a più riprese, come una sorta di filo rosso: mangiare (8 volte), bere/bevanda (4 volte), carne (6 volte), sangue (4 volte), vita/vivere (9 volte).

 

Ascoltiamo innanzitutto una dichiarazione di Gesù: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo” (cf. anche Gv 6,48). Gli ascoltatori sono rimandati da Gesù non a qualcosa con carattere di straordinarietà, di grandezza, di forza, ma all’umile realtà del pane che ognuno mangia quotidianamente per sostentarsi e che molti devono cercare, a volte addirittura mendicare nella loro povertà. Il pane, questo cibo umile e semplice, ma che è il simbolo della vita, del cibo “necessario” per vivere: Gesù va proprio a questa realtà necessaria all’uomo, ma semplice e umile, per rivelare qualcosa di sé e per significare il dono a noi di se stesso. Gesù dice che egli stesso è pane, un pane per la vita, un pane vivo che non viene dagli uomini, che gli uomini non possono darsi, ma viene dal cielo, da Dio. Un pane per la vita eterna, che è comunione con Dio, vita per sempre con Dio, partecipazione definitiva al suo amore. Nel quarto vangelo questo pane, chiamato nei sinottici “corpo”, è indicato come “carne”, che in senso biblico non è la sostanza fisica del corpo umano, ma è la totalità dell’essere vivente, l’intera persona umana. Tutta la vita di Gesù è dunque nel pane che egli ci dona attraverso la sua esistenza spesa nell’amore, offerta attraverso la morte in croce e risuscitata dal Padre nella potenza dello Spirito santo (cf. Rm 1,4). Ecco perché Gesù dice: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne, data perché il mondo viva”.

 

Sono parole che dobbiamo contemplare, non spiegare, perché non riusciamo a comprenderle in pienezza. Se noi vogliamo vivere della vita vera e piena, non solo della nostra vita biologica che va verso la morte, dobbiamo mangiare il pane che Gesù ci offre, se stesso. Tutta la sua vita, tutta la sua azione, tutte le sue parole, dalla nascita a Betlemme fino alla morte di croce, tutto è innestato nella vita del Figlio da sempre e per sempre nel seno del Padre (cf. Gv 1,18), e perciò è vita eterna che viene offerta a noi, se siamo in ricerca, affamati di questa vita. Attenzione: questa vita non è solo vita divina, in vista di una divinizzazione, ma è anche e innanzitutto la vita umana di Gesù, la vita da lui vissuta nella carne fragile e mortale che aveva assunto nascendo dalla vergine Maria. Quella vita umana vissuta in questo mondo per amore di noi umani, vita di un uomo che l’ha spesa, consumata fino alla morte di croce, è per noi cibo di vita per sempre.

 

Ebbene, credo che la festa odierna ci consenta, anzi ci chieda di approfondire tale realtà decisiva per noi credenti cristiani. Noi andiamo a Dio attraverso Gesù, “l’immagine del Dio invisibile” (Col 1,15): narrando Dio con la sua vita (cf. Gv 1,18: exeghésato), Gesù ha giudicato tutte le immagini e i volti di Dio che gli esseri umani si fabbricano con le proprie mani, ha giudicato tutte le proiezioni umane che sovente attribuiscono a Dio il volto di un Dio “perverso”. Ormai ciò che di Dio può essere conosciuto e predicato è ciò che è stato vissuto e predicato da Gesù. Ora, se è vero che per la fede dei cristiani è decisivo aderire a Gesù, bisogna però intendersi bene sulle parole: quando si dice “Gesù”, ci si riferisce a un vero uomo, debole, fragile e mortale come lo siamo noi; un uomo di carne (sárx: Gv 1,14), la sua carne che egli ci dona. Un uomo che è nato, vissuto e morto come ogni figlio di Adamo (cf. Lc 3,38): humanissimus, come amavano definirlo i padri monastici medievali!

 

Se dunque c’è un Dio, per noi cristiani è il Dio che deve essere conosciuto, letto e “visto” nell’esistenza umana di Gesù di Nazaret (cf. Gv 14,9). Per questo motivo il cristianesimo esige che Gesù sia conosciuto attraverso la sua vita narrata e testimoniata nei vangeli da parte chi è stato coinvolto nella sua vicenda, i discepoli, divenuti “servi della Parola” (Lc 1,2); solo attraverso questa conoscenza potremo anche credere in lui fino ad amarlo, fino a confessarlo “Messia”, “Signore”, “Figlio di Dio”, “Salvatore”, e così giungere alla fede in Dio, alla conoscenza del Dio vivente e vero. Se invece non si conosce l’umanità di Gesù, si finisce – lo ripeto – per credere in lui come a una realtà da noi immaginata e costruita. È assolutamente necessario guardare alla sua esistenza umana quotidiana, trovare in essa la vita stessa di Dio, leggervi l’espressione compiuta di Dio, e, di conseguenza, cogliere anche gli elementi “straordinari” della sua vicenda come segni, segnali – semeîa secondo il quarto vangelo (cf. Gv 2,11.18.23; 3,2; ecc.) – capaci di orientare la nostra fede.

 

È dunque la sua forma di vita – la sua carne e il suo sangue, per dirla con la pagina evangelica odierna – che è Vangelo, buona notizia per sempre e per tutti, mentre se si acclama Gesù quale Dio senza confessarlo “venuto nella carne” (1Gv 4,2), si finisce per snaturarlo. Qui sta la singolarità del cristianesimo: Dio si è rivelato in Gesù, si è fatto conoscere nella sua umanità; Dio si è fatto uomo e l’incarnazione è l’umanizzazione di Dio. Sì, Gesù ha vissuto la sua esistenza terrena quale uomo povero e fragile, esattamente come gli uomini e le donne con cui entrava in relazione; il Figlio è entrato nella storia come uomo, pienamente uomo: un uomo capace di fare della sua vita un capolavoro d’amore. Ed è questo amore, nient’altro che questo amore reciproco, vissuto e praticato sul suo esempio, che egli ci ha lasciato come “comandamento nuovo”, ultimo e definitivo (cf. Gv 13,34; 15,12), come prassi che ci consente di essere riconosciuti quali suoi discepoli e discepole (cf. Gv 13,35).

 

Ha scritto il grande teologo Giuseppe Colombo: “L’eucaristia non comunica la vita di Gesù ai cristiani, viceversa attira la vita dei cristiani unendola e conformandola a quella di Gesù … È da cancellare completamente dall’immaginario cristiano l’idea ingenua dell’eucaristia come realtà autosufficiente cui attribuire azioni e reazioni personali. In questo senso l’eucaristia non è Gesù Cristo, perché sarebbe un “secondo” Gesù Cristo – il Gesù Cristo eucaristico o il Gesù dell’eucaristia – che si aggiunge al Gesù della storia … In realtà Gesù Cristo è uno solo e non può essere raddoppiato … Il Gesù dell’eucaristia è il Gesù che ha vissuto la storia degli uomini e non un altro Gesù” (L’esistenza cristiana, Glossa, Milano 1999, pp. 15-17).

 

Anche noi però, come quegli ascoltatori giudei, siamo perlomeno turbati dalle parole di Gesù rimeditate e ridette dal quarto vangelo: come è possibile che un uomo ci dia la sua carne come cibo? Questa è una follia! Eppure Gesù non ha paura di scandalizzare con un’affermazione così forte; anzi, commentandola la rende ancor più scandalosa: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita”. Linguaggio duro – come diranno subito dopo molti dei suoi discepoli (cf. Gv 6,60) – ma con il quale Gesù cerca di rivelarci che mangiare il pane eucaristico e bere al calice della benedizione è ricevere la realtà misteriosa (cioè nel mistero, nel sacramento) di Cristo, umanità trasfigurata nella resurrezione e vita divina del Figlio nel seno del Padre. Così nell’eucaristia la vita di Cristo diventa nostra vita e noi diventiamo corpo di Cristo, sue membra viventi, per lo stesso soffio che è lo Spirito santo. Questo è il “pane” che non si corrompe e che ci fa vivere per la vita eterna.

 

Non dobbiamo però dimenticarlo: tutto questo lo viviamo sacramentalmente, avendo davanti a noi pane spezzato e vino da bere. Ma il nostro occhio, se è abilitato dallo Spirito santo, discerne in quel pane e in quel vino il corpo e il sangue di Cristo. Noi ce ne cibiamo ed essi, entrati in noi, nel metabolismo eucaristico – metabolismo contrario rispetto a quello biologico – ci fanno diventare corpo del Signore. Questo è il grande mistero che noi innanzitutto adoriamo:

 

“la Parola si è fatta carne” (Gv  1,14) in Gesù;

la carne di Gesù si è fatta pane, nostro cibo (cf. Gv  6,51);

il pane nostro cibo, che è Gesù con tutta la sua vita, morte e resurrezione, ci dà

 

la vita eterna (cf. Gv  6,58).

 

Santissimo Corpo e Sangue di Cristo - Anno A

 

Papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

Corpus Domini Papa

 

 

 

Gv 6,51-58 Fare della nostra vita un pane spezzato, dono senza misura [1]

 

Diventare pane spezzato…

Il Vangelo di Giovanni presenta il discorso sul “pane di vita”, tenuto da Gesù nella sinagoga di Cafarnao, nel quale afferma: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,51). Gesù sottolinea che non è venuto in questo mondo per dare qualcosa, ma per dare sé stesso, la sua vita, come nutrimento per quanti hanno fede in lui. Questa nostra comunione con il Signore impegna noi, suoi discepoli, ad imitarlo, facendo della nostra esistenza, con i nostri atteggiamenti, un pane spezzato per gli altri, come il Maestro ha spezzato il pane che è realmente la sua carne. Per noi, invece, sono i comportamenti generosi verso il prossimo che dimostrano l’atteggiamento di spezzare la vita per gli altri.

Ogni volta che partecipiamo alla Santa Messa e ci nutriamo del Corpo di Cristo, la presenza di Gesù e dello Spirito Santo in noi agisce, plasma il nostro cuore, ci comunica atteggiamenti interiori che si traducono in comportamenti secondo il Vangelo. Anzitutto la docilità alla Parola di Dio, poi la fraternità tra di noi, il coraggio della testimonianza cristiana, la fantasia della carità, la capacità di dare speranza agli sfiduciati, di accogliere gli esclusi. In questo modo l’Eucaristia fa maturare uno stile di vita cristiano. La carità di Cristo, accolta con cuore aperto, ci cambia, ci trasforma, ci rende capaci di amare non secondo la misura umana, sempre limitata, ma secondo la misura di Dio.

 

… dono senza misura

E qual è la misura di Dio? Senza misura! La misura di Dio è senza misura. Tutto! Tutto! Tutto! Non si può misurare l’amore di Dio: è senza misura! E allora diventiamo capaci di amare anche chi non ci ama: e questo non è facile. Amare chi non ci ama… Non è facile! Perché se noi sappiamo che una persona non ci vuole bene, anche noi siamo portati a non volerle bene. E invece no! Dobbiamo amare anche chi non ci ama! Opporci al male con il bene, di perdonare, di condividere, di accogliere. Grazie a Gesù e al suo Spirito, anche la nostra vita diventa “pane spezzato” per i nostri fratelli. E vivendo così scopriamo la vera gioia! La gioia di farsi dono, per ricambiare il grande dono che noi per primi abbiamo ricevuto, senza nostro merito. È bello questo: la nostra vita si fa dono! Questo è imitare Gesù.

 

Da ricordare

Io vorrei ricordare queste due cose. Primo: la misura dell’amore di Dio è amare senza misura. È chiaro questo? E la nostra vita, con l’amore di Gesù, ricevendo l’Eucaristia, si fa dono. Come è stata la vita di Gesù. Non dimenticare queste due cose: la misura dell’amore di Dio è amare senza misura. E seguendo Gesù, noi, con l’Eucaristia, facciamo della nostra vita un dono.

Gesù, Pane di vita eterna, è disceso dal cielo e si è fatto carne grazie alla fede di Maria Santissima. Dopo averlo portato in sé con ineffabile amore, Ella lo ha seguito fedelmente fino alla croce e alla risurrezione. Chiediamo alla Madonna di aiutarci a riscoprire la bellezza dell’Eucaristia, a farne il centro della nostra vita, specialmente nella Messa domenicale e nell’adorazione.

 

6,51-58 L’Eucaristia segno del rimanere di Gesù in noi e noi in lui [2]

 

Cosa significa mangiare il corpo e bere il sangue di Gesù?

In queste domeniche la Liturgia ci sta proponendo, dal Vangelo di Giovanni, il discorso di Gesù sul Pane della vita, che è lui stesso e che è anche il sacramento dell’Eucaristia. Il brano di oggi (Gv 6,51-58) presenta l’ultima parte di tale discorso, e riferisce di alcuni tra la gente che si scandalizzano perché Gesù ha detto: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,54). Lo stupore degli ascoltatori è comprensibile; Gesù infatti usa lo stile tipico dei profeti per provocare nella gente – e anche in noi – delle domande e, alla fine, provocare una decisione. Anzitutto delle domande: che significa “mangiare la carne e bere il sangue” di Gesù?, è solo un’immagine, un modo di dire, un simbolo, o indica qualcosa di reale? Per rispondere, bisogna intuire che cosa accade nel cuore di Gesù mentre spezza i pani per la folla affamata. Sapendo che dovrà morire in croce per noi, Gesù si identifica con quel pane spezzato e condiviso, ed esso diventa per lui il “segno” del Sacrificio che lo attende. Questo processo ha il suo culmine nell’Ultima Cena, dove il pane e il vino diventano realmente il suo Corpo e il suo Sangue. È l’Eucaristia, che Gesù ci lascia con uno scopo preciso: che noi possiamo diventare una cosa sola con lui. Infatti dice: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui” (v. 56). Quel “rimanere”: Gesù in noi e noi in Gesù. La comunione è assimilazione: mangiando lui, diventiamo come lui. Ma questo richiede il nostro “sì”, la nostra adesione di fede.

 

A che serve la Messa?

A volte si sente, riguardo alla santa Messa, questa obiezione: “Ma a cosa serve la Messa? Io vado in chiesa quando me la sento, o prego meglio in solitudine”. Ma l’Eucaristia non è una preghiera privata o una bella esperienza spirituale, non è una semplice commemorazione di ciò che Gesù ha fatto nell’Ultima Cena. Noi diciamo, per capire bene, che l’Eucaristia è “memoriale”, ossia un gesto che attualizza e rende presente l’evento della morte e risurrezione di Gesù: il pane è realmente il suo Corpo donato per noi, il vino è realmente il suo Sangue versato per noi.

L’Eucaristia è Gesù stesso che si dona interamente a noi. Nutrirci di lui e dimorare in lui mediante la Comunione eucaristica, se lo facciamo con fede, trasforma la nostra vita, la trasforma in un dono a Dio e ai fratelli. Nutrirci di quel “Pane di vita” significa entrare in sintonia con il cuore di Cristo, assimilare le sue scelte, i suoi pensieri, i suoi comportamenti. Significa entrare in un dinamismo di amore e diventare persone di pace, persone di perdono, di riconciliazione, di condivisione solidale. Le stesse cose che Gesù ha fatto.

 

Il cielo incomincia con la comunione

Gesù conclude il suo discorso con queste parole: “Chi mangia questo pane vivrà in eterno” (Gv 6,58). Sì, vivere in comunione reale con Gesù su questa terra ci fa già passare dalla morte alla vita. Il Cielo incomincia proprio in questa comunione con Gesù.

 

E in Cielo ci aspetta già Maria nostra Madre – abbiamo celebrato ieri questo mistero. Lei ci ottenga la grazia di nutrirci sempre con fede di Gesù, Pane della vita.

 

6,56 Fare memoria della carne resuscitata [3]

 

La carne del Signore è la nostra carne risuscitata

Nella festa del Corpus Domini facciamo memoria di tutto il tempo pa¬squale, che si concentra nella festa della Carne e del Sangue di Cristo. La carne del Signore è la nostra carne risuscitata e assunta al più alto dei cieli. Un grande credente diceva che «il cielo è l’intimità sacra del Dio Santo». Ecco, nel Corpus Domini festeggiamo il luogo fisico in cui l’in¬timità sacra del Dio Santo ci si apre e ci si offre ogni giorno: l’Eucaristia.

 

Fare memoria del pane dei tempi difficili

In questi tempi così difficili per la nostra patria, in cui la bassezza morale sembra appiattire ogni cosa, ci fa bene alzare gli occhi verso l’Eu¬caristia e ricordarci a quale speranza siamo stati chiamati. Siamo invitati a vivere in comunione con Gesù. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui» (Gv 6,56), ci ha detto il Signore durante l’ultima cena, aggiungendo: «Fate questo in memoria di me» (1Cor 11,24).

Facciamo memoria con le parole di Mosè […] al popolo; ci risuonano nelle orecchie con drammatico realismo: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore» (Dt 8,2).

Mosè interpreta la storia del suo popolo, quarantanni di apparente insuccesso, attraverso lo sguardo salvifico del Signore. Agli occhi di Dio non esistono decenni perduti.

Là nel deserto, proprio quando il popolo non riesce a vedere nient’altro che i propri limiti, il Signore gli dona un nutrimento speciale: la manna, figura e anticipazione dell’Eucaristia. Quel pane del cielo ha delle caratteristiche peculiari: dura un giorno solo; bisogna condividerlo con gli altri, perché se avanza va a male; ognuno ne raccoglie soltanto ciò che gli serve per la sua famiglia. La manna insegna al popolo a vivere del «nostro pane quotidiano».

 

Imparare a riconoscere il pane falso

Nel Vangelo, Gesù ci rivela che lui stesso è la manna, il pane «disceso dal cielo» (Gv 6,51). Egli è il Pane che dà vita, una vita per sempre: «La mia carne è vero cibo» (ivi, 55). Quel giorno molti discepoli lo abbando¬narono, perché quelle parole suonavano loro molto dure. Volevano qual¬cosa di più concreto, una spiegazione migliore su come vivere con quello che Gesù ci dice, con quello che Gesù ci dà. Invece Pietro e gli apostoli scommisero sul Signore: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (ivi, 68). Anche noi, come popolo, attraversiamo una situazione simile: una situazione di deserto, una situazione in cui siamo tenuti a prendere decisioni dove ne va della vita. Di fronte al pane vivo, in quanto popolo fedele di Dio, lasciamoci dire dal Signore: popolo mio, ricordati del Pane con cui ti nutre il Padre celeste e impara a riconoscere il pane falso che ti ha illuso e condotto a questa situazione.

 

Memoria del pane che parla di semina e di raccolta, pane solidale

Ricordati che il Pane del cielo è pane vivo, che ti parla di semina e raccolto, perché è pane di una vita che deve morire per farsi nutrimento. Ricordati che il Pane del cielo è un pane quotidiano, perché il tuo futuro è nelle mani del Padre buono e non soltanto in quelle degli uomini. Ri¬cordati che il Pane del cielo è un pane solidale: accumularlo non serve, ma va condiviso e goduto in famiglia. Ricordati che il Pane del cielo è pane di vita eterna e non pane deperibile. Ricordati che il Pane del cielo viene spezzato perché tu apra gli occhi alla fede, e abbandoni l’incredu¬lità. Ricordati che il Pane del cielo ti rende compagno di Gesù e ti fa accomodare alla mensa del Padre, dalla quale non è escluso nessuno dei tuoi fratelli. Ricordati che il Pane del cielo ti fa vivere in intimità con il tuo Dio e in comunione con i tuoi fratelli. Ricordati che il Pane del cielo, affinché tu potessi mangiarlo, si è spezzato sulla croce e si è condiviso generosamente per la salvezza di tutti. Ricordati che il Pane del cielo si moltiplica quando ti preoccupi di distribuirlo. Ricordati che il Pane del cielo è benedetto per te, è spezzato per te, ti viene servito dallo stesso Signore risorto, con le sue mani piagate per amore. Ricordati! Ricordati! Non dimenticarlo mai!

 

Memoria del pane che apre allo Spirito

Questa memoria che riguarda il pane ci apre allo Spirito, ci dà forza, ci dà speranza. Questa speranza incrollabile di sederci un giorno alla mensa del banchetto celeste ci liberi dalla tentazione di accostarci alla tavola degli autosufficienti e dei superbi, che non lasciano nemmeno le briciole ai più poveri. Vivere nella sacra intimità con il Dio Santo ci liberi dalle discordie politiche fratricide che stritolano la nostra patria. Saziarci dell’umile pane quotidiano ci guarisca dall’ambizione finanziaria. Il lavoro quotidiano per il Pane che dà vita eterna ci risvegli dal sogno vanitoso della ricchezza e della fama. Il piacere del pane condiviso ci sottragga alle chiacchiere maldicenti e lagnose dei media. L’Eucaristia celebrata con amore ci difenda da ogni mondanità spirituale.

 

Maria ci guidi nel fare memoria del pane che dà la vita e del vino che rallegra

Chiediamo alla Vergine queste grazie di memoria. La Madonna è il modello dell’anima cristiana ed ecclesiale che custodisce «tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2,51). La supplichiamo di ricordarci sempre dov’è il Pane che ci dà vita e il vino che rallegra il nostro cuore. Non smetta di ripeterci con la sua voce materna: «Qualsiasi cosa [Gesù] dica, fatela» (Gv 2,5). Ci scolpisca in cuore le parole di suo Figlio: «Fate questo in memoria di me».

 

NOTE

 

1 Angelus, 22 giugno 2014

2 Angelus, 16 agosto 2015.

 

3 «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, Dio tuo, ti ha fatto percorrere», Omelia, Corpus Domini, 1 giugno 2002, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 171-173; BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013, 311-313.

Una comunione d’amore

11 giugno 2017

Santissima Trinità

Commento al Vangelo

di ENZO BIANCHI

 

 

Brevi note sulle altre letture bibliche

Nel tempo di Pasqua, non essendo le altre letture scelte dal lezionario romano parallele al vangelo, si commenta solo il brano evangelico.

 

Gv 3,16-18

 

16 Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17 Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.

 

È la domenica in cui confessiamo la Triunità di Dio. In verità la Triunità di Dio è confessata dalla chiesa sempre, in ogni liturgia, ma recentemente si è sentito il bisogno di istituire una festa teologico-dogmatica, che non è conosciuta né dall’antichità cristiana né, tuttora, dalla tradizione cristiana orientale. È comunque l’occasione di una lode, di un ringraziamento, di un’adorazione del mistero del nostro Dio, comunione d’amore tra Padre, Figlio e Spirito santo.

 

Qualcuno può essere stupito che il testo evangelico scelto dalla chiesa per questa festa parli in modo manifesto solo del Padre e del Figlio, mentre sembra fare silenzio sullo Spirito santo. In realtà lo Spirito è presente come “amore di Dio” e come “compagno inseparabile del Figlio” (Basilio di Cesarea), perché là dove sta scritto che “Dio ha tanto amato il mondo”, il cristiano comprende che Dio ha amato il mondo con il suo amore che è lo Spirito santo del Padre e del Figlio. È stato lungo il cammino della rivelazione, e dunque dell’adesione a essa da parte dei credenti, riguardo alla Triunità di Dio. Lo riconosce con finezza Gregorio di Nazianzo: “L’Antico Testamento proclamava in modo chiaro il Padre, in modo più oscuro il Figlio; il Nuovo Testamento ha manifestato il Figlio e ha fatto intravedere la divinità dello Spirito; ora lo Spirito … ci accorda una comprensione più chiara di se stesso … Così attraverso ascensioni, avanzamenti, progressi di gloria in gloria, la luce della Triunità brillerà con ancora più chiarezza” (Discorsi teologici 31,26).

 

La Triunità di Dio non è una formula cristallizzata e non occorre nominare sempre le tre persone per evocarla: Padre, Figlio e Spirito santo sono termini che indicano una vita di amore plurale, comunitario, sono una comunione che noi tentiamo di esprimere con le nostre povere parole, sempre incapaci di dire il mistero, di esprimere la rivelazione del nostro Dio. Non è un caso che spesso, per dire qualche nostra parola sulla Triunità di Dio, dopo secoli ricorriamo ancora all’intuizione di Agostino che vede nel Padre l’Amante, nel Figlio l’Amato e nello Spirito l’Amore che intercorre tra i due. E San Bernardo di Clairvaux, dal canto suo, leggeva la Triunità di Dio come un bacio “circolare” ed eterno: “Il Padre dà il bacio, il Figlio lo riceve e il bacio stesso è lo Spirito santo, colui che è tra il Padre e il Figlio, la pace inalterabile, l’amore indiviso, l’unità indissolubile” (Sermoni sul Cantico dei cantici 8,2).

 

Ma soffermiamoci sul brano evangelico. Siamo nel contesto del colloquio notturno tra Gesù e Nicodemo (cf. Gv 3,1-21), un “maestro di Israele” (Gv 3,10) che rappresenta la sapienza giudaica in dialogo con Gesù. È questo un dialogo faticoso per Nicodemo, che ha fede in Gesù ma fatica ad accogliere la novità della rivelazione portata da questo rabbi “venuto da Dio”. Gesù risponde alle domande del suo interlocutore, ma l’ultima risposta, quella più lunga, sembra contenuta all’interno di una meditazione dell’autore del quarto vangelo. Dunque, nei versetti che oggi la chiesa ci offre è Gesù a parlare oppure si tratta di una meditazione dell’evangelista? In ogni caso sono parole di Gesù non certo riportate tali e quali, ma meditate, comprese e ridette nel tessuto di una comunità cristiana che ha cercato di crederle e di viverle.

 

Così si apre il brano: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui … abbia la vita eterna”. Subito prima sta scritto: “Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14-15). Queste due affermazioni sono parallele e si spiegano a vicenda. Affinché ogni essere umano possa credere, aderire al Figlio dell’uomo e mettere la propria fiducia in lui, occorre che conosca l’amore di Dio per tutta l’umanità, per questo mondo. Tale amore di Dio ha avuto la sua epifania in un atto preciso, databile, localizzabile nella storia e sulla terra: il 7 aprile dell’anno 30 della nostra era un uomo, Gesù di Nazaret, nato da Maria ma Figlio di Dio, è stato innalzato sulla croce, dove è morto “avendo amato fino alla fine” (cf. Gv 13,1), e in quell’evento tutti hanno potuto vedere che Dio ha talmente amato il mondo da consegnargli il suo unico Figlio, da lui “inviato nel mondo”. In quell’ora della croce, “l’ora di Gesù”, più che mai è stata manifestata la gloria di Gesù come gloria di colui che ha amato fino alla fine, narrando (exeghésato: Gv 1,18) l’amore di Dio attraverso l’offerta della sua vita a tutti, senza discriminazioni. Quella è stata l’ora dell’innalzamento del Figlio dell’uomo, al quale tutti gli umani, di tutti i secoli e di tutte le generazioni, guardano come al “trafitto per amore” (cf. Zc 12,10; Gv 19,37; Ap 1,7).

 

Ecco il dono dei doni di Dio: dono gratuito, dono di se stesso, dono irrevocabile e senza pentimento; dono mai da meritare, ma da accogliere con fede; dono fatto solo per un amore folle di Dio, il quale ha voluto diventare uomo, carne fragile e mortale (cf. Gv 1,14), per essere in mezzo a noi, con noi, e così condividere la nostra vita, la nostra lotta, la nostra sete di vita eterna. Ecco ciò che è accaduto con la venuta nella carne del Figlio di Dio e con la discesa dello Spirito che sempre è il compagno inseparabile del Figlio; ecco il mistero dell’amore di Dio vissuto in comunione, comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito santo. Quel mondo (kósmos) che a volte nel quarto vangelo è letto sotto il segno del male, del dominio di Satana, “il principe di questo mondo” (Gv 12,31; 16,11; cf. 14,30), qui è letto come umanità, come universo che Dio vide “cosa buona” (Gen 1,4.10.12.18.21.25) e “molto buona” (Gen 1,31), che egli ha amato fino alla follia, fino al dono di se stesso, dono che gli ha richiesto spogliazione, povertà, umiliazione. Essere salvati significa passare dalla morte alla vita definitiva, e questo è possibile per chi accetta il dono aderendo a Gesù Cristo, colui che dà lo Spirito della vita. Questo dono folle di Dio al mondo non ha come scopo il giudizio del mondo ma la sua salvezza: Dio vuole che l’umanità conosca la vita per sempre, la vita piena, che soltanto lui può darle.

 

Ma di fronte al dono resta la libertà umana. Il dono è fatto senza condizioni, dunque può essere accolto o rifiutato. Chi lo accoglie sfugge al giudizio e vive la vita per sempre, ma chi non lo accoglie si giudica da se stesso. Non è Dio che giudica o condanna, ma ciascuno, accogliendo o rifiutando l’amore, entra nella vita oppure si allontana dalla sorgente della vita, percorrendo una strada mortifera. Certamente troviamo qui espressioni di Gesù molto dure, radicali, ma esse vanno decodificate e spiegate. Se Gesù dice che “chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”, non lo dice manifestando una condanna per le moltitudini di uomini e donne che non hanno potuto incontrarlo nella storia, perché appartenenti ad altri tempi o ad altre culture. Costoro, se avranno vissuto la loro esistenza in conformità all’esistenza umana di Gesù, contraddistinta dall’amore dei fratelli e delle sorelle, è come se avessero partecipato, pur con tutti i limiti umani, alla vita umana di Gesù; e così, senza conoscerlo, senza professare il suo Nome nella fede cristiana, conosceranno la vita eterna in lui e con lui. Ma chi ha avuto una vita gravemente difforme dalla vita umana di Gesù, e anzi in contraddizione con essa, non conoscendo l’amore, costui è già giudicato e condannato: non c’è per lui vita eterna.

 

La festa della Triunità di Dio dovrebbe non tanto indurci a speculazioni su questo mistero ineffabile, quanto piuttosto a fare esperienza della Triunità stessa nella chiesa, la quale ne è immagine, in quanto nata nel cuore del Padre, fondata sul Figlio e radunata dallo Spirito santo. La chiesa è il luogo in cui, per quanto possibile a noi umani, ci è dato di fare esperienza del cuore di Dio e della sua comunione plurale.


 

 

 

 

Contemplare ed entrare

 

nel mistero dell’amore

 

per un nuovo umanesimo

 

SS. Trinità - Anno A

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

trinity 016

3,16-17 Contemplare ed entrare nella dinamica dell’amore [1]

 

Contempliamo l’amore e la comunione

La solennità della Santissima Trinità, presenta alla nostra contemplazione e adorazione la vita divina del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo: una vita di comunione e di amore perfetto, origine e meta di tutto l’universo e di ogni creatura, Dio. Nella Trinità riconosciamo anche il modello della Chiesa, nella quale siamo chiamati ad amarci come Gesù ci ha amato. È l’amore il segno concreto che manifesta la fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. È l’amore il distintivo del cristiano, come ci ha detto Gesù: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). È una contraddizione pensare a cristiani che si odiano. È una contraddizione! E il diavolo cerca sempre questo: farci odiare, perché lui semina sempre la zizzania dell’odio; lui non conosce l’amore, l’amore è di Dio!

 

Chiamati a testimoniare l’amore

Tutti siamo chiamati a testimoniare ed annunciare il messaggio che “Dio è amore”, che Dio non è lontano o insensibile alle nostre vicende umane. Egli ci è vicino, è sempre al nostro fianco, cammina con noi per condividere le nostre gioie e i nostri dolori, le nostre speranze e le nostre fatiche. Ci ama tanto e a tal punto che si è fatto uomo, è venuto nel mondo non per giudicarlo ma perché il mondo si salvi per mezzo di Gesù (cfr Gv 3,16-17). E questo è l’amore di Dio in Gesù, quest’amore che è tanto difficile da capire ma che noi sentiamo quando ci avviciniamo a Gesù. E lui ci perdona sempre, lui ci aspetta sempre, lui ci ama tanto. E l’amore di Gesù che noi sentiamo è l’amore di Dio.

 

Lo Spirito ci fa entrare nel dinamismo dell’amore

Lo Spirito Santo, dono di Gesù Risorto, ci comunica la vita divina e così ci fa entrare nel dinamismo della Trinità, che è un dinamismo di amore, di comunione, di servizio reciproco, di condivisione. Una persona che ama gli altri per la gioia stessa di amare è riflesso della Trinità. Una famiglia in cui ci si ama e ci si aiuta gli uni gli altri è un riflesso della Trinità. Una parrocchia in cui ci si vuole bene e si condividono i beni spirituali e materiali è un riflesso della Trinità.

L’amore vero è senza limiti, ma sa limitarsi, per andare incontro all’altro, per rispettare la libertà dell’altro.

 

L’eucaristia roveto ardente della Trinità

Tutte le domeniche andiamo alla Messa, celebriamo l’Eucaristia insieme e l’Eucaristia è come il “roveto ardente” in cui umilmente abita e si comunica la Trinità; per questo la Chiesa ha messo la festa del Corpus Domini dopo quella della Trinità. Giovedì prossimo, secondo la tradizione romana, celebreremo la Santa Messa a San Giovanni in Laterano e poi faremo la processione con il Santissimo Sacramento. Invito i romani e i pellegrini a partecipare per esprimere il nostro desiderio di essere un popolo “adunato nell’unità del Padre e del figlio e dello Spirito Santo” (San Cipriano).

 

3,16 Dio ama il mondo [2]

 

La terza parola che abbiamo ascoltato è mondo. “Dio ha tanto amato il mondo” da inviare Gesù (cfr Gv 3,16). Chi ama non sta lontano, ma va incontro. Voi [del cammino neocatecumenali] andrete incontro a tante città, a tanti Paesi. Dio non è attirato dalla mondanità, anzi, la detesta; ma ama il mondo che ha creato, e ama i suoi figli nel mondo così come sono, là dove vivono, anche se sono “lontani”. Non sarà facile per voi la vita in Paesi lontani, in altre culture, non vi sarà facile. Ma è la vostra missione. E questo lo fate per amore, per amore alla Madre Chiesa, all’unità di questa madre feconda; lo fate perché la Chiesa sia madre e feconda. Mostrate ai figli lo sguardo tenero del Padre e considerate un dono le realtà che incontrerete; familiarizzate con le culture, le lingue e gli usi locali, rispettandoli e riconoscendo i semi di grazia che lo Spirito ha già sparso. Senza cedere alla tentazione di trapiantare modelli acquisiti, seminate il primo annuncio: “ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario” (EG 35). È la buona notizia che deve sempre tornare, altrimenti la fede rischia di diventare una dottrina fredda e senza vita. Evangelizzare come famiglie, poi, vivendo l’unità e la semplicità, è già un annuncio di vita, una bella testimonianza.

 

3,16-21 Dio ha dato suo figlio per salvarci [3]

 

Negli Atti degli apostoli c’è una frase molto suggestiva, quando l’Angelo apre la prigione agli apostoli. Dice loro: “Andate e proclamate al popolo, nel tempio, tutte queste parole di vita” (At 5,20). Annunciate questa proposta, questa proposta che state predicando. Un mandato che persiste lungo i secoli e non è altro se non l’eco di Gesù: “Andate, annunciate, insegnate, bat¬tezzate”. Andate e proclamate al popolo, nel tempio, tutte queste paro¬le di vita. E che cosa ha da dirci questa nuova vita? Semplice. Che Dio ci ha tanto amati da dare suo Figlio per salvarci. L’abbiamo sentito nel Vangelo appena proclamato. E Gesù, quando lo spiega, dice che “la luce è venuta nel mondo, Dio ha inviato la luce al mondo” (cfr Gv 3,16-21).

 

3,16 Gesù è venuto per dare la sua vita [4]

 

Gesù sceglie liberamente la via della passione…

Giuda, si reca dai capi del Sinedrio per mercanteggiare e consegnare ad essi il suo Maestro: «Quanto mi date se io ve lo consegno?». Gesù in quel momento ha un prezzo. Questo atto drammatico segna l’inizio della Passione di Cristo, un percorso doloroso che egli sceglie con assoluta libertà. Lo dice chiaramente lui stesso: “Io do la mia vita… Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo” (Gv 10,17-18). E così, con questo tradimento, incomincia quella via dell’umiliazione, della spogliazione di Gesù. Come se fosse nel mercato: questo costa trenta denari…. Una volta intrapresa la via dell’umiliazione e della spogliazione, Gesù la percorre fino in fondo.

Gesù raggiunge la completa umiliazione con la “morte di croce”. Si tratta della morte peggiore, quella che era riservata agli schiavi e ai delinquenti. Gesù era considerato un profeta, ma muore come un delinquente.

 

… e prende su di sè tutte le sofferenze

Guardando Gesù nella sua passione, noi vediamo come in uno specchio le sofferenze dell’umanità e troviamo la risposta divina al mistero del male, del dolore, della morte. Tante volte avvertiamo orrore per il male e il dolore che ci circonda e ci chiediamo: “Perché Dio lo permette?”. È una profonda ferita per noi vedere la sofferenza e la morte, specialmente quella degli innocenti! Quando vediamo soffrire i bambini è una ferita al cuore: è il mistero del male. E Gesù prende tutto questo male, tutta questa sofferenza su di sé. […]

 

… vince nel fallimento

Noi attendiamo che Dio nella sua onnipotenza sconfigga l’ingiustizia, il male, il peccato e la sofferenza con una vittoria divina trionfante. Dio ci mostra invece una vittoria umile che umanamente sembra un fallimento. Possiamo dire che Dio vince nel fallimento! Il Figlio di Dio, infatti, appare sulla croce come uomo sconfitto: patisce, è tradito, è vilipeso e infine muore. Ma Gesù permette che il male si accanisca su di Lui e lo prende su di sé per vincerlo. La sua passione non è un incidente; la sua morte – quella morte – era “scritta”. Davvero non troviamo tante spiegazioni. Si tratta di un mistero sconcertante, il mistero della grande umiltà di Dio: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito” (Gv 3,16). […] Quando tutto sembra perduto, quando non resta più nessuno perché percuoteranno «il pastore e saranno disperse le pecore del gregge» (Mt 26,31), è allora che interviene Dio con la potenza della risurrezione. La risurrezione di Gesù non è il finale lieto di una bella favola, non è l’happy end di un film; ma è l’intervento di Dio Padre e là dove si infrange la speranza umana. Nel momento nel quale tutto sembra perduto, nel momento del dolore, nel quale tante persone sentono come il bisogno di scendere dalla croce, è il momento più vicino alla risurrezione. La notte diventa più oscura proprio prima che incominci il mattino, prima che incominci la luce. Nel momento più oscuro interviene Dio e risuscita.

 

Chiamati a seguirlo

Gesù, che ha scelto di passare per questa via, ci chiama a seguirlo nel suo stesso cammino di umiliazione. Quando in certi momenti della vita non troviamo alcuna via di uscita alle nostre difficoltà, quando sprofondiamo nel buio più fitto, è il momento della nostra umiliazione e spogliazione totale, l’ora in cui sperimentiamo che siamo fragili e peccatori. È proprio allora, in quel momento, che non dobbiamo mascherare il nostro fallimento, ma aprirci fiduciosi alla speranza in Dio, come ha fatto Gesù.

 

3,17 Il nuovo umanesimo [5]

 

“Ecco l’uomo”

Nella cupola di questa bellissima Cattedrale [Santa Maria in Fiore - Firenze] è rappresentato il Giudizio universale. Al centro c’è Gesù, nostra luce. L’iscrizione che si legge all’apice dell’affresco è “Ecce Homo”. Guardando questa cupola siamo attratti verso l’alto, mentre contempliamo la trasformazione del Cristo giudicato da Pilato nel Cristo assiso sul trono del giudice. Un angelo gli porta la spada, ma Gesù non assume i simboli del giudizio, anzi solleva la mano destra mostrando i segni della passione, perché lui “ha dato sé stesso in riscatto per tutti” (1 Tm 2,6). “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” (Gv 3,17).

 

… in lui i tratti del volto autentico dell’uomo

Nella luce di questo Giudice di misericordia, le nostre ginocchia si piegano in adorazione, e le nostre mani e i nostri piedi si rinvigoriscono. Possiamo parlare di umanesimo solamente a partire dalla centralità di Gesù, scoprendo in lui i tratti del volto autentico dell’uomo. È la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche di quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo. Il volto è l’immagine della sua trascendenza. È il misericordiae vultus. Lasciamoci guardare da lui. Gesù è il nostro umanesimo. Facciamoci inquietare sempre dalla sua domanda: “Voi, chi dite che io sia?” (Mt 16,15).

Guardando il suo volto che cosa vediamo? Innanzitutto il volto di un Dio “svuotato”, di un Dio che ha assunto la condizione di servo, umiliato e obbediente fino alla morte (cfr Fil 2,7). Il volto di Gesù è simile a quello di tanti nostri fratelli umiliati, resi schiavi, svuotati. Dio ha assunto il loro volto. E quel volto ci guarda. Dio – che è “l’essere di cui non si può pensare il maggiore”, come diceva sant’Anselmo, o il Deus semper maior di sant’Ignazio di Loyola – diventa sempre più grande di sé stesso abbassandosi. Se non ci abbassiamo non potremo vedere il suo volto. Non vedremo nulla della sua pienezza se non accettiamo che Dio si è svuotato. E quindi non capiremo nulla dell’umanesimo cristiano e le nostre parole saranno belle, colte, raffinate, ma non saranno parole di fede. Saranno parole che risuonano a vuoto.

 

I tratti dell’uomo nuovo

Non voglio qui disegnare in astratto un “nuovo umanesimo”, una certa idea dell’uomo, ma presentare con semplicità alcuni tratti dell’umanesimo cristiano che è quello dei “sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,5). Essi non sono astratte sensazioni provvisorie dell’animo, ma rappresentano la calda forza interiore che ci rende capaci di vivere e di prendere decisioni.

Quali sono questi sentimenti? Vorrei oggi presentarvene almeno tre.

- l’umiltà. Il primo sentimento è l’umiltà. “Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso” (Fil 2,3), dice san Paolo ai Filippesi. Più avanti l’Apostolo parla del fatto che Gesù non considera un «privilegio» l’essere come Dio (Fil 2,6). Qui c’è un messaggio preciso. L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra. La gloria di Dio che sfolgora nell’umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo ci sorprende sempre.

- disinteresse. Un altro sentimento di Gesù che dà forma all’umanesimo cristiano è il disinteresse. “Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri” (Fil 2,4), chiede ancora san Paolo. Dunque, più che il disinteresse, dobbiamo cercare la felicità di chi ci sta accanto. L’umanità del cristiano è sempre in uscita. Non è narcisistica, autoreferenziale. Quando il nostro cuore è ricco ed è tanto soddisfatto di sé stesso, allora non ha più posto per Dio. Evitiamo, per favore, di «rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli” (EG 49). […]

- beatitudine. Un ulteriore sentimento di Cristo Gesù è quello della beatitudine. Il cristiano è un beato, ha in sé la gioia del Vangelo. Nelle beatitudini il Signore ci indica il cammino. Percorrendolo noi esseri umani possiamo arrivare alla felicità più autenticamente umana e divina. […] La beatitudine è una scommessa laboriosa, fatta di rinunce, ascolto e apprendimento, i cui frutti si raccolgono nel tempo, regalandoci una pace incomparabile: “Gustate e vedete com’è buono il Signore” (Sal 34,9)!

 

3,16 Gesù con la sua Croce percorre le nostre strade [6]

 

Un’antica tradizione della Chiesa di Roma racconta che l'Apostolo Pietro, uscendo dalla città per scappare dalla persecuzione di Nerone, vide Gesù che camminava nella direzione opposta e stupito gli domandò: “Signore, dove vai?”. La risposta di Gesù fu: “Vado a Roma per essere crocifisso di nuovo”. In quel momento, Pietro capì che doveva seguire il Signore con coraggio, fino in fondo, ma capì soprattutto che non era mai solo nel cammino; con lui c’era sempre quel Gesù che lo aveva amato fino a morire. Ecco, Gesù con la sua Croce percorre le nostre strade e prende su di sé le nostre paure, i nostri problemi, le nostre sofferenze, anche le più profonde. […] Nella Croce di Cristo c’è la sofferenza, il peccato dell’uomo, anche il nostro, e lui accoglie tutto con le braccia aperte, carica sulle sue spalle le nostre croci e ci dice: Coraggio! Non sei solo a portarle! Io le porto con te e io ho vinto la morte e sono venuto a darti speranza, a darti vita (cfr Gv 3,16).

 

3,17-18 Il giudizio finale [7]

 

Timore per la sua venuta?

Quando pensiamo al ritorno di Cristo e al suo giudizio finale, che manifesterà, fino alle sue ultime conseguenze, il bene che ognuno avrà compiuto o avrà omesso di compiere durante la sua vita terrena, percepiamo di trovarci di fronte a un mistero che ci sovrasta, che non riusciamo nemmeno a immaginare. Un mistero che quasi istintivamente suscita in noi un senso di timore, e magari anche di trepidazione. Se però riflettiamo bene su questa realtà, essa non può che allargare il cuore di un cristiano e costituire un grande motivo di consolazione e di fiducia.

 

… no! perché è la venuta dello sposo…

A questo proposito, la testimonianza delle prime comunità cristiane risuona quanto mai suggestiva. Esse infatti erano solite accompagnare le celebrazioni e le preghiere con l’acclamazione Maranathà, un’espressione costituita da due parole aramaiche che, a seconda di come vengono scandite, si possono intendere come una supplica: “Vieni, Signore!”, oppure come una certezza alimentata dalla fede: “Sì, il Signore viene, il Signore è vicino”. È l’esclamazione in cui culmina tutta la Rivelazione cristiana, al termine della meravigliosa contemplazione che ci viene offerta nell’Apocalisse di Giovanni (cfr Ap 22,20). In quel caso, è la Chiesa-sposa che, a nome dell’umanità intera e in quanto sua primizia, si rivolge a Cristo, suo sposo, non vedendo l’ora di essere avvolta dal suo abbraccio: l’abbraccio di Gesù, che è pienezza di vita e pienezza di amore. Così ci abbraccia Gesù. Se pensiamo al giudizio in questa prospettiva, ogni paura e titubanza viene meno e lascia spazio all’attesa e a una profonda gioia: sarà proprio il momento in cui verremo giudicati finalmente pronti per essere rivestiti della gloria di Cristo, come di una veste nuziale, ed essere condotti al banchetto, immagine della piena e definitiva comunione con Dio. […]

 

… perché il Padre ha dato il suo Figlio per salvarci

Un’ulteriore suggestione ci viene offerta dal Vangelo di Giovanni, dove si afferma esplicitamente che “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nell’unigenito Figlio di Dio” (Gv 3,17-18). Questo significa allora che quel giudizio finale è già in atto, incomincia adesso nel corso della nostra esistenza. Tale giudizio è pronunciato in ogni istante della vita, come riscontro della nostra accoglienza con fede della salvezza presente ed operante in Cristo, oppure della nostra incredulità, con la conseguente chiusura in noi stessi. Ma se noi ci chiudiamo all’amore di Gesù, siamo noi stessi che ci condanniamo.

 

La salvezza è aprirci a Gesù, al suo perdono…

La salvezza è aprirsi a Gesù, e lui ci salva; se siamo peccatori – e lo siamo tutti – gli chiediamo perdono e se andiamo a lui con la voglia di essere buoni, il Signore ci perdona. Ma per questo dobbiamo aprirci all’amore di Gesù, che è più forte di tutte le altre cose. L’amore di Gesù è grande, l’amore di Gesù è misericordioso, l’amore di Gesù perdona; ma tu devi aprirti e aprirsi significa pentirsi, accusarsi delle cose che non sono buone e che abbiamo fatto. Il Signore Gesù si è donato e continua a donarsi a noi, per ricolmarci di tutta la misericordia e la grazia del Padre. Siamo noi quindi che possiamo diventare in un certo senso giudici di noi stessi, autocondannandoci all’esclusione dalla comunione con Dio e con i fratelli.

 

… e pregustare così il calore e lo splendore del volto di Dio

Non stanchiamoci, pertanto, di vigilare sui nostri pensieri e sui nostri atteggiamenti, per pregustare fin da ora il calore e lo splendore del volto di Dio - e ciò sarà bellissimo - che nella vita eterna contempleremo in tutta la sua pienezza. Avanti, pensando a questo giudizio che comincia adesso, è già cominciato. Avanti, facendo in modo che il nostro cuore si apra a Gesù e alla sua salvezza; avanti senza paura, perché l’amore di Gesù è più grande e se noi chiediamo perdono dei nostri peccati lui ci perdona. È così Gesù. Avanti allora con questa certezza, che ci porterà alla gloria del cielo

 

 

NOTE

 

1 Angelus, 15 giugno 2014.

2 Discorso agli aderenti al cammino neocatecumenale, 18 marzo 2016.

3 Aprite il vostro cuore alla luce, in J.M. BERGOGLIO -PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 696-697.

4 Udienza, 16 aprile 2014.

5 Discorso nell’incontro con i rappresentanti del V convegno Nazionale della Chiesa Italiana di Firenze, 10 novembre 2015.

6 Discorso in occasione della XXVIII GMG, Via Crucis 26 luglio 2013.

 

7 Udienza, 11 dicembre 2013.


Trinità: Dio soffre

 

la solitudine!

 

Solennità della Trinità - A

 

Franco Galeone *

 

Trinità Crocifisso

Tutto il creato è “imago” della Trinità

 

La festa della Trinità non è una festa astratta per intelletti metafisici, né un’occasione per dispute teologiche, ma un mistero pieno di luce e con forti suggestioni per la nostra esistenza. Grandi pittori, come Benozzo Gozzoli a San Gimignano, Rubens nella Galleria Nazionale di Praga, Dello Zoppo a Santo Spirito a Firenze, e tanti altri, hanno rappresentato Agostino che, meditabondo lungo la spiaggia, conversa con il Bambino che giocava a travasare tutto il mare in una piccola buca nella sabbia: una bella leggenda, che la grande arte ha voluto illustrare per il suo alto simbolismo. Dio è mistero ineffabile: di Lui non sapremmo nulla, se egli stesso non si rivela in qualche modo. Ma Dio si è anche fotografato nella nostra interiorità. Agostino ha scoperto questo documento fotografico nella interiorità dell’uomo. Per Agostino, anche l’uomo, nella sua profonda psicologia, è Trinità: esistenza, conoscenza, amore sono qualcosa di unico e di distinto. Un punto fondamentale della dottrina trinitaria in Agostino consiste nelle analogie trinitarie che egli scopre nel creato come vestigia e nell’uomo come imago della divinità. Tutte le cose create, sia quelle materiali che quelle spirituali, presen¬tano unità, forma, ordine. Ora, poiché dalle opere noi risaliamo al Crea¬tore, che è Dio uno e trino, noi possiamo ritenere questi tre caratteri come vestigia di sé lasciate dalla Trinità nella sua opera. Analogamen¬te, a un livello più alto, l’uomo è immagine della Trinità, perché anche l’uomo è uno e trino: Esistenza, conoscenza, amore sono tre cose, e queste tre cose non sono che una.

Il vero cristiano non crede in Dio-onnipotente, ma crede in Dio-padre-onnipotente: non separa mai la paternità dall’onnipotenza. Credere in Dio-padre-onnipotente significa credere che Dio può sempre suscitare o risuscitare in me un figlio che gli somigli. Tutte le Maddalene possono diventare santa Maddalena; tutti i figli prodighi possono tornare a servire il Padre abbandonato con maggiore affetto; tutte le nostre colpe possono diventare delle felici colpe. C’è, infatti, una gioia che è concessa solo a chi ha peccato. Il vero ateo non è colui che dice Dio non esiste, ma l’ateo vero è colui che dice che Dio non lo cambierà più, che ha tentato troppe volte, che è troppo tardi. Costui nega il primo articolo della fede, nega la onnipotente paternità di Dio. Cristo ha rivelato Dio come impotenza di forza e onnipotenza di amore. Cessiamo di parlare in termini di volontà di potenza, per parlare di volontà di amore. Saremo adulti nella fede quando ci convincerà più un gesto di amore, che un segno di forza.

 

La Trinità: mistero e non problema

 

Riflettiamo sul mistero della Trinità, non sul problema della Trinità. L’esistenzialista G. Marcel ci insegna la distinzione tra problema e mistero: il problema è qualcosa che non conosciamo, ma che, con l’affinamento della ragione e lo sviluppo della scienza, potremo conoscere; il mistero è invece qualcosa che mai comprenderemo, perché Lui comprende noi. Ignoramus et ignorabimus! Il mistero della Trinità ci fa toccare con mano la nostra povertà epistemologica, la fragilità delle nostre filosofie e teologie. Unico atteggiamento corretto è solo il silenzio, l’adorazione, l’ascolto. Il rischio è di parlare della Trinità come di un oggetto complicato, di un rompicapo mentale, di un crampo metafisico; la Trinità non è quel famoso occhio che ci spia nel triangolo; non significa che 1 è uguale a 3, ma che Dio è uno nella natura (monoteismo) e trino nelle persone (trinità). La Trinità non è un problema ma un mistero, e mistero significa non assurdità ma verità superiore, luce accecante. Cosa c’è di più luminoso del sole, eppure per poterlo guardare con i nostri occhi abbiamo bisogno di uno schermo oscuro!

Un libro dello scrittore francese Jean Claude Barreau ci aiuta a comprendere qualcosa di questo mistero. Un uomo armonioso e completo vive in tre dimensioni: il verticale (sopra), l’orizzontale (intorno), l’interiore (dentro). Grazie alla dimensione verticale, l’uomo riconosce l’autorità (il padre), si scopre figlio, impara l’obbedienza; grazie alla dimensione orizzontale, l’uomo riconosce quanti gli stanno attorno, si scopre fratello, impara la fraternità; grazie alla dimensione interiore, l’uomo riconosce il suo mondo profondo (anima), impara i valori dello spirito, diventa un essere libero. Se manca una dimensione, diventa quell’essere uni-dimensionale teorizzato da H. Marcuse. Chi resta solo figlio, diventerà un conservatore e un tutore dell’ordine; chi resta solo fratello, rifiuterà i valori dell’ordine e della disciplina; chi resta solo interiore, sarà portato a chiudersi nel suo piccolo ed egoistico mondo interiore. Applicando questa interpretazione alla Trinità, il credente, quando legge il Vangelo, incontra un Dio che sta sopra, il Padre appunto, sempre pronto ad accogliere; ma trova anche un Figlio che si è fatto nostro fratello; e infine Dio si trova nel nostro profondo, come dice Agostino: intimior intimo meo. Dio dev’essere trinità, famiglia, pluralità perché è Amore; se Dio è amore, dev’essere essere uno e molteplice, perché ogni vero amore tende all’unità e alla pluralità. L’esperienza della sessualità è illuminante: gli sposi nel rapporto sessuale cercano l’unità fisica e psichica, la fusione in una sola carne, ma questa si realizza non nel corpo degli sposi ma nella generazione del figlio; il padre e la madre possono dire in tutta verità: Nostro figlio, il figlio del nostro amore.

Buona vita!

 

 

* Gruppo Biblico ebraico-cristiano)



Educazione alla Fede


 

 

 

Partire come popolo

 

verso il mondo

 

accompagnati

 

dall’amore [1]

 

Ascensione del Signore A

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

 

Il Vangelo di Matteo riporta il mandato di Gesù ai discepoli: l’invito ad andare, a partire per annunciare a tutti i popoli il suo messaggio di salvezza (cfr Mt 28,16-20). “Andare”, o meglio, “partire” diventa la parola chiave della festa odierna: Gesù parte verso il Padre e comanda ai discepoli di partire verso il mondo.

 

Gesù parte…

Gesù parte, ascende al Cielo, cioè ritorna al Padre dal quale era stato mandato nel mondo. Ha fatto il suo lavoro, quindi torna al Padre. Ma non si tratta di una separazione, perché egli rimane per sempre con noi, in una forma nuova. Con la sua ascensione, il Signore risorto attira lo sguardo degli Apostoli - e anche il nostro sguardo - alle altezze del Cielo per mostrarci che la meta del nostro cammino è il Padre. Lui stesso aveva detto che se ne sarebbe andato per prepararci un posto in Cielo. Tuttavia, Gesù rimane presente e operante nelle vicende della storia umana con la potenza e i doni del suo Spirito; è accanto a ciascuno di noi: anche se non lo vediamo con gli occhi, lui c’è! Ci accompagna, ci guida, ci prende per mano e ci rialza quando cadiamo. Gesù risorto è vicino ai cristiani perseguitati e discriminati; è vicino ad ogni uomo e donna che soffre. È vicino a tutti noi, anche oggi è qui con noi in piazza; il Signore è con noi!

 

… e porta al Padre il suo regalo

Gesù, quando ritorna al Cielo, porta al Padre un regalo. Quale è il regalo? Le sue piaghe. Il suo corpo è bellissimo, senza lividi, senza le ferite della flagellazione, ma conserva le piaghe. Quando ritorna dal Padre gli mostra le piaghe e gli dice: “Guarda Padre, questo è il prezzo del perdono che tu dai”. Quando il Padre guarda le piaghe di Gesù ci perdona sempre, non perché noi siamo buoni, ma perché Gesù ha pagato per noi. Guardando le piaghe di Gesù, il Padre diventa più misericordioso. Questo è il grande lavoro di Gesù oggi in Cielo: fare vedere al Padre il prezzo del perdono, le sue piaghe. È una cosa bella questa che ci spinge a non avere paura di chiedere perdono; il Padre sempre perdona, perché guarda le piaghe di Gesù, guarda il nostro peccato e lo perdona.

 

Dà ai suoi il mandato di partire

Ma Gesù è presente anche mediante la Chiesa, che lui ha inviato a prolungare la sua missione. L’ultima parola di Gesù ai discepoli è il comando di partire: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19). È un mandato preciso, non è facoltativo! La comunità cristiana è una comunità “in uscita”, “in partenza”. Di più: la Chiesa è nata “in uscita”. E voi mi direte: ma le comunità di clausura? Sì, anche quelle, perché sono sempre “in uscita” con la preghiera, con il cuore aperto al mondo, agli orizzonti di Dio. E gli anziani, i malati? Anche loro, con la preghiera e l’unione alle piaghe di Gesù.

Ai suoi discepoli missionari Gesù dice: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (v. 20). Da soli, senza Gesù, non possiamo fare nulla! Nell’opera apostolica non bastano le nostre forze, le nostre risorse, le nostre strutture, anche se sono necessarie. Senza la presenza del Signore e la forza del suo Spirito il nostro lavoro, pur ben organizzato, risulta inefficace. E così andiamo a dire alla gente chi è Gesù.

 

28,18 Gesù sommo rivelatore del Padre [3]

 

L’intera storia della manifestazione di Dio, che è per noi storia di salvezza, raggiunge il suo culmine in Cristo. Cristo è Colui che viene nella pienezza dei tempi, il “Rivelatore” del Padre. Ed è a lui che alludevano le profezie che lo hanno annunciato e, dunque, è il sommo segreto che il Padre vuole svelarci perché, attraverso il Figlio, rivelerà se stesso nella sua misteriosa pienezza.

Gesù Cristo è il Rivelatore per eccellenza del mistero di Dio. Egli annuncia il Padre e lo fa conoscere (Gv 1,18) e dice al mondo ciò che ha udito da suo Padre (Gv 3,3.32; 8,26; 15,15). Perché egli è il Figlio Unigenito che viene al mondo e ha pieno potere e coscienza della propria missione di Rivelatore del Padre. Ha autorità e la fa sentire: “Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. [...] Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!”. “La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea” (Mc 1,22.27-28). Gesù crea sconcerto in coloro che lo ascoltano e lo vedono operare. Possiede una forza tale da stupire, originata dal suo stesso essere, dal fatto che gli “è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra” (Mt 28,18) e perciò, nel rivelare il mistero di Dio, divide le opinioni a seconda del cuore degli uomini (Lc 1,35). Il riflesso della sua autorità divina, di Figlio Unigenito, è segno di contraddizione tra gli uomini (Mt 21,42; At 4,14). Gesù Cristo, in quanto Rivelatore del mistero trinitario, irromperà nella vita degli uomini con una potenza mai vista, ma subirà nella sua carne il rifiuto cui la sua stessa rivelazione lo ha esposto.

 

28,19-20 Portare l’annuncio della speranza [4]

 

Davanti al dolore e alla delusione, i cristiani sono chiamati alla speranza. Non come ricerca di un’illusione fantasiosa, ma con la fiducia del discepolo e dell’apostolo che “la speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,5). Questa speranza è l’ancora che è stata fissata nei Cieli e a cui ci afferriamo per continuare a camminare. Lo stesso Gesù ci viene incontro per ripeterci con serenità e fermezza: “Non temete!” (Mc 6,50); “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20); “Andate dunque e fate discepoli” (Mt 28,19). Portare l’annunciò, essere vicini a chi è fragile quando noi stessi siamo fragili, è possibile soltanto confidando nella promessa che il Signore Risorto ci fa di essere sempre con noi (Mt 28,20). E poiché non siamo supereroi, né fieri lottatori che confidano ciecamente nelle proprie forze, agiamo con l’audacia propria dei discepoli di Gesù, membri della sua famiglia; audacia di fratelli del Signore.

 

28,19 Inviati tutti come popolo (EG113)

 

La salvezza, che Dio realizza e che la Chiesa gioiosamente annuncia, è per tutti, e Dio ha dato origine a una via per unirsi a ciascuno degli esseri umani di tutti i tempi. Ha scelto di convocarli come popolo e non come esseri isolati [5]. Nessuno si salva da solo, cioè né come individuo isolato né con le sue proprie forze. Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che comporta la vita in una comunità umana. Questo popolo che Dio si è scelto e convocato è la Chiesa. Gesù non dice agli Apostoli di formare un gruppo esclusivo, un gruppo di élite. Gesù dice: “Andate e fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19). San Paolo afferma che nel popolo di Dio, nella Chiesa “non c’è Giudeo né Greco... perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28). Mi piacerebbe dire a quelli che si sentono lontani da Dio e dalla Chiesa, a quelli che sono timorosi e agli indifferenti: il Signore chiama anche te ad essere parte del suo popolo e lo fa con grande rispetto e amore!

 

28,19 Discepoli-missionari (EG 120)

 

In virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cf. Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni. La nuova evangelizzazione deve implicare un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati. Questa convinzione si trasforma in un appello diretto ad ogni cristiano, perché nessuno rinunci al proprio impegno di evangelizzazione, dal momento che, se uno ha realmente fatto esperienza dell’amore di Dio che lo salva, non ha bisogno di molto tempo di preparazione per andare ad annunciarlo, non può attendere che gli vengano impartite molte lezioni o lunghe istruzioni. Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che siamo sempre “discepoli-missionari”. Se non siamo convinti, guardiamo ai primi discepoli, che immediatamente dopo aver conosciuto lo sguardo di Gesù, andavano a proclamarlo pieni di gioia: “Abbiamo incontrato il Messia” (Gv 1,41). La samaritana, non appena terminato il suo dialogo con Gesù, divenne missionaria, e molti samaritani credettero in Gesù “per la parola della donna” (Gv 4,39). Anche san Paolo, a partire dal suo incontro con Gesù Cristo, “subito annunciava che Gesù è il figlio di Dio” (At 9,20). E noi che cosa aspettiamo?

 

28,20 L’amore ci accompagna sempre [6]

 

Il Salmo ci ha invitato a ringraziare il Signore perché “il suo amore è per sempre”. Ecco l’amore fedele, la fedeltà: è un amore che non delude, non viene mai meno. Gesù incarna questo amore, ne è il Testimone. Lui non si stanca mai di volerci bene, di sopportarci, di perdonarci, e così ci accompagna nel cammino della vita, secondo la promessa che fece ai discepoli: “Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Per amore si è fatto uomo, per amore è morto e risorto, e per amore è sempre al nostro fianco, nei momenti belli e in quelli difficili. Gesù ci ama sempre, sino alla fine, senza limiti e senza misura. E ci ama tutti, al punto che ognuno di noi può dire: “Ha dato la vita per me”. Per me! La fedeltà di Gesù non si arrende nemmeno davanti alla nostra infedeltà. Ce lo ricorda san Paolo: “Se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare sé stesso” (2Tm 2,13). Gesù rimane fedele, anche quando abbiamo sbagliato, e ci aspetta per perdonarci: lui è il volto del Padre misericordioso. Ecco l’amore fedele

 

 

 

NOTE

 

1 Da J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Matteo. Il vangelo del compimento. Lettura spirituale e pastorale, a cura di Gianfranco Venturi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2016.

2 Angelus, 1° giugno 2014.

3 Gesù Cristo rivelazione del Padre, in J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR Rizzoli, Milano 2014, 122-127; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV 2014, 66-71.

4 La speranza non rimarrà delusa, in J. M. Bergoglio, Perdono, (= Le parole di papa Francesco, 10), Corriere della Sera, Milano 2015, 5-14.

5 Cf Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 9.

 

6 Omelia, Torino Piazza Vittorio, 21 giugno 2015.


Dante Gabriel Rossetti "Annunciazione"

 

Forse la più diffusa tra le rappresentazioni sociali del giovane è quella che lo vuole sempre attivo, lanciato in una folle corsa attraverso il mondo, mai fermo a riflettere o a “perdere tempo”; il giovane non contempla, non subisce, non è mai passivo: agisce. Chi critica la sfrontatezza dei giovani a volte ne condivide però la ragion d’essere: vista l’arroganza, la protervia e la prepotenza di molti quarantenni viene da pensare che molte critiche ai giovani e alla loro presunzione non siano dettate da senso morale ma dalla percezione di avere di fronte un pericoloso concorrente nella lotta per la vita. Una specie di darwinismo sociale perverso si è impadronito degli adulti e di rimando anche dei giovani: si finge di disprezzare l’iperattivismo dei giovani ma quando si vede un ventenne (soprattutto maschio, anche se sempre più queste caratteristiche sono poco apprezzate anche nelle ragazze) che riflette, non agisce, ammorbidisce il suo rapporto con il mondo si assume un atteggiamento che sta a metà strada tra il preoccupato e l’indignato: non si aspetterà mica che il pane gli voli in bocca da solo? Molti adulti condividono segretamente –mentre se ne difendono- l’arroganza dei giovani lucidamente descritti da Adorno (forse perché non è che lo specchio della loro stessa arroganza):

 

che, nella società repressiva, la libertà e la sfrontatezza finiscano per fare tutt’uno, è provato dai gesti noncuranti dei giovani, che chiedono con aria strafottente “quanto costa il mondo” (…) Per sottolineare che non dipendono da nessuno e che quindi non sono tenuti a dar prova di rispetto, affondano le mani nelle tasche dei pantaloni. Ma i gomiti che,così facendo, sporgono in fuori, sono già pronti a urtare senza riguardi chiunque tagli loro il cammino[1]

L’aggressività del giovane e il suo attivismo esasperato è una delle maschere che assume oggi lo spirito di concorrenza e di competitività sfrenata che sembra permeare di sé ogni rapporto umano; occorre essere competitivi, considerare sempre gli altri e le altre come avversari e soprattutto non avere mai un momento di pausa, di riflessione, di distacco. L’arroganza e la prepotenza che i giovani in questo modo manifestano è un tratto adulto del loro carattere:

 

ci troviamo di fronte a una sedicente giovane generazione che, in tutti i suoi moti e impulsi, è intollerabilmente più adulta di quel che i genitori non siano mai stati: che ha rinunciato prima di qualunque conflitto e che trae da questa rinuncia la sua forza: ostinata, autoritaria e irriducibile [2]

Ma si tratta comunque di una partita persa: il giovane sa di essere escluso dal gioco del potere e sfoga il suo attivismo prepotente sui più deboli, mettendo in atto quello che gli studiosi della società totalitaria definiscono principio del ciclista: come il ciclista gregario, che sa di non poter mai vincere la gara, viene insultato dal direttore sportivo sull’ammiraglia e, non potendo reagire, si sfoga calcando il passo sui pedali, così coloro che sono trattati con durezza dai superiori o comunque dalla materialità della vita trovavano nelle loro vittime la possibilità di sfogare i loro istinti repressi[3].

 

Ma la vera bellezza del giovane sta nel suo essere passivo; il giovane è un vaso che attende di essere riempito, una cavità che si presenta al mondo nella sua nudità e ingenuità. Non si tratta qui di ignorare le istanze positive che il giovane può dare al mondo ma di intenderle come successive a un atteggiamento di passività e di ascolto. “Stai zitto tu che sei ancora giovane!”: una frase da adulti arroganti, ma anche un suggerimento implicito certo al di là dell’intenzione di chi la pronuncia: abbi il coraggio di tacere perché il tacere, in attesa degli eventi, in attesa di essere attraversato dal mondo. È la vera forza dei giovani. Nella società della chiacchiera catodica non c’è quasi trasmissione televisiva che non meta un microfono sotto il naso di un giovane chiedendogli il suo parere su tutto, salvo poi ovviamente disinteressarsene; ma è ben raro che si conceda al giovane il tempo per aspettare, riflettere, lasciarsi andare per un momento alle ondate del mondo per saperle poi governare. Il giovane ha il tempo a disposizione per essere passivo; e questo tempo non va sprecato, nemmeno se si è assediati dagli ipocriti inviti adulti all’attivismo a tutti i costi

 

Questa disponibilità a lasciarsi attraversare dal mondo è del resto la stessa della giovane palestinese Myriam che si dona all’annuncio inatteso e che si lascia attraversare dalla notizia sapendo che non le farà male: una capacità che si possiede se si è fatti di cristallo, se si è cioè in grado di farsi colpire e attraversare dalla luce rifrangendola senza trattenerla e senza esserne feriti:

 

E’ cristallo Maria, il Figlio luce di cielo:

per questo può attraversarla tutta pur senza aprirla [4]

Il giovane è allora chiamato ad essere madre; la gioventù sprecata è quella che non si lascia fecondare dalle idee, dalle esperienze, dal mondo, e l’imperativo realmente urgente per i giovani è non rimanere vuoti; ma per non rimanere vuoti occorre sentirsi vuoti, presentare la propria cavità al mondo. Il vuoto ha senso solo se viene esibito senza paura; allora la passività è ricettività e ricezione, è capacitò di riempirsi di senso:

 

La verginità vale, però dev’esser madre

Oppure è come un campo dalla terra infruttuosa [5]

Il giovane recettivo accoglie il poter-essere-riempito proprio del carattere femminile, meglio materno; non ha paura di essere accusato di passività perché sa che solo la passività permette al mondo di fecondarci:

 

“Donna è la parola più nobile che si possa attribuire all’anima, molto più nobile che vergine. Che l’uomo accolga in sé Dio è bene e in questo accogliere è vergine. Ma che Dio divenga in lui fecondo è meglio” [altrimenti] “la sua verginità non gli serve a niente perché, essendo vergine, non è divenuto donna” [6]

Ogni volta che un giovane incontra un adulto significativo, l’esperienza che gli accade è proprio questo fare spazio dentro di sé, questo lasciare spazio all’altro che sarà poi cruciale nell’esperienza amorosa. E’ la fiducia nel mondo e nell’adulto che permette questa apertura esistenziale. L’uomo è un essere aperto, anche zoologicamente: l’acquisizione della posizione eretta ha permesso l’esibizione del ventre e dei genitali, in una posizione che è difficile da mantenere perché espone le parti intime e delicate del corpo a possibili attacchi; ma l’uomo è questo, e la sua apertura costitutiva non si lascia sopraffare dalla paura. In questo l’ingenuità giovanile, il fatto che i giovani “si lascino condizionare” come spesso si dice, la loro disponibilità a seguire l’adulto nonostante tutto è davvero un tratto ingenuo, nel senso etimologico di “originario”; forse il giovane che osa aprirsi al mondo e che lascia spazio perché il mondo lo penetri è quanto di più vicino all’umano possiamo concepire. L‘uomo è concavo:

 

“dobbiamo formare una capanna, estenderci in modo che Dio possa operare molto in noi” [7]

Il ricavo di questa apertura è enorme: conosciamo tutti il senso di pienezza e di novità che si prova alla fine di una esperienza importante; ci si sente come gravidi. Non si tratta della sazietà, una sensazione tutto sommato fine a se stessa, ma proprio dell’idea di gravidanza, come se quanto è stato depositato nel nostro intimo dall’esperienza compiuta non si esaurisse in sé ma fosse solo l’inizio di una nuova storia, di una nuova vita:

 

“A un uomo sembrò in sogno – ma era un sogno ad occhi aperti- di diventare gravido del nulla come la donna di un bambino e in questo nulla nacque Dio; era il frutto del nulla, Dio viene generato nel nulla [8]

E non ha molto senso, dopo esperienze così arricchenti, dopo che la cavità che abbiamo coraggiosamente mostrato al mondo si è riempita, preoccuparsi eccessivamente del contenuto con cui essa è stata riempita: come ogni madre sa, anche qui occorre lasciar-fare, lasciar-accadere lasciar-maturare. Quante volte abbiamo sentito padri preoccupati chiedere ai giovani “quale guadagno avessero” oppure “a che cosa portasse” l’esperienza che stavano facendo. Ma per il giovane che si affida al mondo, conta maggiormente il fatto di lasciarsi attraversare e penetrare che il contenuto di questa penetrazione; ciò che ci attraversa, come per Myriam di Nazareth, è mistero:

 

L’esser davvero vuoto è come un nobile vaso

Che dentro ha nettare; ha e non sa che cosa [9]

In questo modo, lasciando spazio al mondo, il giovane impara tra l’altro una qualità che lo guiderà nel futuro rapporto con le persone, gli animali, le piante: l’ esperienza del con-patire, nel senso del patire-insieme dell’essere-insieme-passivi, un modo di posizionarsi nei confronti del mondo che sprofonda il giovane nelle cose del presente e del futuro e che lo rende in grado di decifrarne i segreti o le tendenze latenti. Si tratta di un atteggiamento di attesa, che non forza gli eventi ma li lascia avvenire. Una posizione nei confronti della realtà che può essere esemplificata dall’esperienza dell’ascolto della musica, che tanta parte ha ancora oggi nella crescita dei giovani. Siamo però convinti che oggi la musica non si ascolti; la si balla, la si usa come colonna sonora, la si considera una specie di tappeto sonoro su cui poggiare le conversazioni, ma non la si ascolta realmente perché l’ascolto della musica prevede una dimensione passiva, di sospensione dell’azione, di disponibilità ad essere sorpresi e per certi versi anche aggrediti, tutte dimensioni alle quali i giovani vengono educati a tenersi ben lontani. La danza è una possibile risposta alla musica, ma è appunto un risposta attiva (o semi-passiva) del soggetto, non può essere il primo approccio alla musica. “Finché l’orecchio vibrava in armonia con i suoni della natura o con una musica costruita anch’essa in armonia con le strutture interne all’uomo, costui non si distruggeva. La frenesia assordante delle città,la pseudo-musica a base di frastuono che non è altro che la disintegrazione del suono (...) tutto questo insieme concorre a far proliferare le piante mortali del nostro essere”;[10] ci sentiamo di integrare e parzialmente correggere la de Souzenelle affermando che certe esperienze musicali al limite tra musica e rumore o comunque in equilibrio sull’abisso della dissonanza (pensiamo al primo Hindemith, ma soprattutto a Schoenberg, Berg, Webern; e al lascito che queste esperienze hanno avuto nel campo della musica apparentemente più commerciale, da “Atom Heart Mother” dei Pink Floyd a “The Black Rider” di Tom Waits) sono fortemente educative anche e soprattutto come mimesi della società, come riproduzione –ma sublimata e criticata, dunque capita- della civiltà che ottunde il silenzio. Nella dissonanza è poi celato un altro segreto, un ordine ulteriore che va al di là dell’ordine del contrappunto, ed è solo a un ascolto esperto e attento che questo segreto si svela.

 

Il giovane che sa essere recettivo è allora il giovane che sa porsi in ascolto mettendo così in campo un’esperienza di vita e di verità tanto antica quanto desueta: dire che una cosa è vera perché l’abbiamo sentita dire significa far rientrare la propria affermazione in un regime di verità completamente differente da quello della spiegazione scientifica; la parola di verità che si sente, la verità che si esprime nella parola sono quelle divine; l’ascolto della parola divina sta, per le civiltà giudaico-cristiane alla base di ogni successivo ascolto e di ogni successiva ricerca di verità. Archetipo di questa concezione dell’ascolto è il risuonare della parola divina all’orecchio dei primi uomini; ma gli uomini e le donne possono ascoltare anche i suoni e i rumori della natura; anzi, è proprio nell’ascolto, inizialmente muto e rispettoso, dei suoni naturali che l’uomo e la donna possono davvero farsi interpreti della natura, articolando nel loro il suo muto linguaggio Anche certi suoni prodotti dall’uomo e dalla donna, come il suono delle campane, non sono che tentativi di articolare in un linguaggio umano e artificiale certi suoni naturali. La musica deve la sua levità e la sua nobiltà alla dialettica mai del tutto risolta tra suono naturale e suono “culturale”. La sensibilità che i giovani spesso dimostrano nei confronti della natura è figlia proprio di questa qualità dell’ascolto: “E' una verità metafisica che ogni natura prenderebbe a lamentarsi se le fosse data la parola (...) essa piangerebbe sulla lingua stessa. L'incapacità di parlare è il grande dolore della natura (e per redimerla è la vita e la lingua dell'uomo nella natura)”[11] Ma essere capaci di cogliere il suono della natura e articolarlo in lamento significa anzitutto affinare ed allenare il proprio udito all’ascolto del lamento; che esso si esprima con il grido lacerante o con l’impercettibile sussurro[12], si tratta sempre di articolare in parole comprensibili il rantolo del moribondo o del sofferente.

 

E infine la disponibilità del giovane all’attesa, all’ascolto, alla passività, alla recettività significa anche disponibilità ad essere educato, a intrattenere rapporti umani che siano improntati in senso pedagogico; perché l’educazione del giovane è anche caratterizzata da un momento in cui egli/ella è passivo e recettivo, nonostante le parodie attuali di quello straordinario paradigma di ricerca che era l’attivismo, che non aveva certo in mente, come risultato dell’educazione, il manager isterico e superimpegnato di oggi. L’educazione è fidarsi e affidarsi a qualcuno, lasciarsi penetrare e impregnare dalle esperienze che costui ci permette di fare, come un Padre della Chiesa afferma, in un discorso significativamente indirizzato Ai giovani a proposito delle letture pagane:

 

come i tintori, che prima preparano con certi trattamenti una stoffa atta a ricevere la tinta, poi vi applicano il colore, o purpureo o di altro genere, così anche noi, se si vuole che l’idea del bene resti in noi indelebile, dopo esserci dedicati appunto a questi studi profani capiremo allora i misteri delle sacre dottrine [13]

Se, come spesso gli adulti lamentano, i giovani non ci ascoltano, forse è perché abbiamo poco da dir loro, o non ci importa nulla che stiano ad ascoltarci. I giovani invece possono essere educati proprio perché sono costitutivamente concavi, presentando all’adulto un vuoto da riempire. Non perché i giovani siano vuoti, ma perché esibiscono davanti a noi quella parte cava che è nostro dovere riempire. Pretendere che il nostro sia solo un meccanico riempimento significa ricadere nella concezione depositaria dell’educazione che Paulo Freire giustamente demolì[14]; il nostro atteggiamento è semmai quello di chi pone delicatamente un uovo in un nido, sperando che gli accada qualcosa che ormai non dipende più da noi; con la delicatezza dell’uomo che feconda una donna, con la fragilità della rugiada che si posa sui fiori:

 

Per indicare l’educazione gli Egizi raffigurano il cielo stillante rugiada, volendo dire con questo che, come la rugiada cadendo si posa su tutte le piante e addolcisce quelle la cui natura può essere addolcita, mentre su quelle per propria natura insensibili non può agire allo stesso modo, così anche l’educazione è comune a tutti gli uomini e chi ha una buona disposizione la riceve come rugiada mentre chi manca della predisposizione naturale non può farlo [15]

E la costellazione rugiada-fecondità ci riporta al nostro punto di partenza, alla giovane palestinese che rilasciò attraversare da un annuncio inaudito:

 

La dolce rugiada della Trinità senza inizio

Cadde dalla fonte dell’Eterna divinità

Nel fiore dell’ancella eletta [16] 

 

Anche ai nostri giovani occorre dire che questo attraversamento è possibile. Che non occorre aver paura, ma aspettare fiduciosa la parola che potrà far vivere una nuova vita. Che non devono temere alcun male da questa lieve, tenera penetrazione; come nulla soffrì la giovanissima Myriam, quando con stupore si accorse del lieve passaggio del figlio di Dio:

 

Gesù attraversò il tuo corpo come la rugiada passa attraverso il fiore[17]

 

 

 

(da Raffaele Mantegazza, Tra il marzo e il giugno della vita. Pedagogia della gioventù, Elledici 2011, pp. 54-62.

 

Il capitolo a cui questo articolo si riferisce è intitolato: MYRIAM: GIOVENTÙ RECETTIVA)

 

 

[1] Theodor W. Adorno, Minima Moralia. Meditazioni della vita offesa. Torino, Einaudi, 1979, pag. 124

 

[2] Ivi, pag. 12

 

[3] Si tratta del meccanismo per cui alcuni membri di comunità vittime di odio razziale o xenofobo ribaltano quello stesso odio su altre comunità percepite come “inferiori” (questo ruolo è interpretato in Italia dai rom, in Germania dai Turchi ecc.) Questo meccanismo è stato egregiamente esemplificato nella novella di James Joyce La contropartita, in Gente di Dublino. Milano, Garzanti, 1982

 

[4] Angelus Silesius, Il pellegrino cherubino, Cinisello, Paoline, 1989, pag. 242

 

[5] Ivi pag. 244

 

[6] Meister Eckhart, I Sermoni, Cinisello, Paoline, 1999, pag, 100

 

[7] Ivi, pag, 510

 

[8] Ivi, pag. 493

 

[9] Angelus Silesius, op,. cit, pag, 209

 

[10]Annick de Souzenelle, Il simbolismo del corpo umano. Dall’albero di vita allo schema corporeo, Brescia, servitium, 2000, pag. 306

 

[11] Walter Benjamin, Sulla lingua in generale e sulla lingua dell’uomo in Angelus Novus, Milano, Einaudi, 1962, pag. 63

 

[12] Cfr. Giuseppe Ungaretti, Non gridate più: “Hanno l’impercettibile sussurro/non fanno più rumore/del crescere dell’erba/muta dove non passa l’uomo”

 

[13] Basilio di Cesarea, Ai giovani, Bologna, Dehoniane, 2006 pag. 87

 

[14] Paulo Freire, Pedagogia degli oppressi Torino, Ega, 2004

 

[15] Orapollo, I geroglifici, Milano, Rizzoli, 2003, pag. 137

 

[16] Mechtihild von Magdeburg, La luce fluente della divinità, Firenze, Giunti, 1991, pag,. 40

 

 

[17] Ivi, pag. 51


 

 

“Signore, dammi sempre quest’acqua!”

 

19 marzo 2017

III domenica di Quaresima

Commento al Vangelo

di ENZO BIANCHI

 

 

 

 

Brevi note sulle altre letture bibliche

 

Esodo 17,3-7

 

Nelle prime due domeniche di Quaresima, con la memoria di Adamo ed Eva, cioè dell’umanità nei suoi inizi, e la memoria di Abramo, il primo credente nel Dio vivente, abbiamo considerato l’inizio della storia di salvezza. In questa domenica e nelle prossime le tre letture diventano nuovamente parallele e convergenti su temi battesimali e pasquali: l’acqua, la luce, la vita.

In questo brano dell’Esodo riviviamo il dono dell’acqua fatto da Dio al suo popolo nel deserto, quando era minacciato dalla sete. La sete è metafora della nostra ricerca, come nel vangelo che ci presenta la donna samaritana la quale va ad attingere acqua al pozzo e, nell’incontro con Gesù, trova l’acqua della vita.

 

Lettera ai Romani 5,1-2.5-8

 

L’Apostolo illustra ai cristiani di Roma la salvezza non meritata: attraverso la fede sono giustificati, resi giusti, dunque abitati dall’amore di Dio riversato nei loro cuori attraverso lo Spirito santo. E ciò avviene grazie all’evento pasquale: Cristo ha dato la vita per gli uomini, tutti peccatori. Proprio mentre gli esseri umani erano peccatori e nemici di Dio, Dio li ha amati fino a donare loro suo Figlio Gesù Cristo. Ecco l’epifania dell’amore gratuito di Dio, amore senza reciprocità, amore che riconcilia con Dio il peccatore.

 

Gv 4,5-42

 

In quel tempo Gesù 5 giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6 qui c'era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. 7 Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». 8 I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. 9 Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. 10 Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere!», tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». 11 gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest'acqua viva? 12 Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». 13 Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; 14 ma chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna». 15 «Signore - gli dice la donna -, dammi quest'acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». 16 Le dice: «Va' a chiamare tuo marito e ritorna qui». 17 Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: «Io non ho marito». 18 Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». 19 Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! 20 I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». 21 Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. 22 Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23 Ma viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. 24 Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». 25 Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». 26 Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».

27 In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». 28 La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: 29 «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». 30 Uscirono dalla città e andavano da lui. 31 Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». 32 Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». 33 E i discepoli si domandavano l'un l'altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». 34 Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. 35 Voi non dite forse: «Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura»? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. 36 Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. 37 In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l'altro miete. 38 Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica». 39 Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». 40 E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. 41 Molti di più credettero per la sua parola 42 e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

 

Dopo averci presentato le tentazioni di Gesù e la sua trasfigurazione, nell’annata liturgica A la chiesa propone, attraverso brani del quarto vangelo, un percorso che ci aiuta ad approfondire le valenze del battesimo. Oggi meditiamo sull’incontro tra Gesù e la donna samaritana, nel quale è rivelato il dono dell’acqua della vita.

 

Da Gerusalemme Gesù deve ritornare in Galilea, e potrebbe farlo risalendo la valle del Giordano. La strada era più piana, più sicura e permetteva di non dover attraversare la Samaria, terra i cui abitanti da secoli erano talmente nemici dei giudei – che li ritenevano impuri ed eretici –, da molestarli quando questi la attraversavano (cf. Lc 9,52-53). Invece – dice il testo – Gesù “doveva” (édei) passare per la Samaria, un “dovere” che esprime una necessità divina: in obbedienza a Dio, proprio perché egli è stato inviato non solo ai giudei, Gesù attraversa quella terra per compiere la sua missione. Per questo riceverà l’insulto di chi non lo capisce: “Sei un samaritano e un indemoniato!” (Gv 8,48). Eppure Gesù accetta di incontrare questi che sono considerati nemici ed empi; anzi, va a cercare questo popolo disprezzato e si fa samaritano tra i samaritani, sostando presso un pozzo, come il samaritano della parabola ha sostato presso chi era stato percosso dai briganti (cf. Lc 10,33-35).

 

Nell’ora più calda del giorno egli giunge in Samaria, “affaticato per il viaggio”, e va a sedersi vicino al pozzo di Sicar, il pozzo di Giacobbe (cf. Gen 33,18-20). È stanco e assetato ma non ha alcun mezzo per attingere acqua. Sopraggiunge allora anche una donna la quale, forse a causa del suo comportamento immorale pubblicamente riconosciuto, è costretta a uscire per strada a quell’ora, per non imbattersi in quanti la disprezzano. Gesù le chiede: “Dammi da bere”. Al sentire quelle parole nella lingua dei giudei, ella si meraviglia: qualcuno che è nella sua stessa condizione di assetato le chiede da bere, le chiede ospitalità, ma è un nemico, uno che dovrebbe sentirsi superiore a lei. Una donna samaritana poteva aspettarsi da un uomo giudeo solo disprezzo; egli invece si fa mendicante presso di lei. Ecco la vera autorità vissuta da Gesù: la sua capacità – come indica il latino auctoritas, da augere – di aumentare l’altro, di farlo crescere.

 

Stupita, la donna chiede a Gesù: “Come mai tu, giudeo, chiedi da bere a me, una donna samaritana?”. Quale abbassamento! È questo ciò che la colpisce e accende una dinamica relazionale, in un faccia a faccia cordiale, senza più barriere. Tra Gesù e la donna, infatti, è caduto un muro di separazione (cf. Ef 2,14), anzi due: un muro dovuto all’inimicizia tra samaritani e giudei e un muro culturale e religioso di ingiusta disparità, che impediva a un uomo, in particolare a un rabbi, di conversare con una donna. Ma se una persona non può andare a Dio, è Dio che la va a cercare, perché nessuno può essere escluso dal suo amore: questo narra Gesù con il suo comportamento.

 

Egli, intuito che il dialogo promette di essere un dialogo di qualità, comincia a intrigare la donna: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: ‘Dammi da bere!’, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva!”. La donna ha sete, Gesù ha sete ma, in realtà, chi dà da bere all’altro? C’è una sete di acqua di Gesù e della donna, resa più impellente dal caldo, ma c’è pure un’altra sete che lentamente emerge… Gesù sa che c’è una sete più profonda e sa che il pozzo simboleggia la Torah, quella parte delle Scritture che proprio i samaritani ritenevano l’unica contenente la parola di Dio e alla quale dovevano attingere per vivere da credenti. Gesù sa anche che questa donna, figura della Samaria adultera (cf. Os 2,7), ha cercato di placare la sua sete attraverso vie sbagliate: ha avuto diversi uomini, ha bevuto ogni sorta di acqua, vittima e artefice di amori sbagliati…

 

E così le svela la sua condizione, ma senza condannarla, bensì invitandola ad aderire alla realtà e, di conseguenza, a fare ritorno al Dio vivente. La samaritana, incuriosita, vuole saperne di più: “Chi sei tu che doni quest’acqua viva? Sei forse più grande del nostro padre Giacobbe? Hai davvero un’acqua che disseta per sempre? Da dove prendi quest’acqua viva?”. Il patriarca Giacobbe non solo aveva scavato quel pozzo profondo, ma secondo la tradizione giudaica aveva la forza di far risalire l’acqua dal pozzo con la sua sola presenza. Gesù è forse più grande di Giacobbe, potrà forse dare acqua che risale dal pozzo, acqua viva?

 

La donna accetta di mettersi in gioco e riceve in cambio una promessa straordinaria: “L’acqua di questo pozzo non disseta per sempre, la Legge di Mosè non disseta definitivamente, ma io dono un’acqua che diventa sorgente d’acqua zampillante, fonte inesauribile che dà acqua per la vita eterna”. Gesù le annuncia l’inaudito, l’umanamente impossibile: c’è un’acqua da lui donata la quale, anziché essere attinta dal pozzo, diventa fonte zampillante, acqua che sale dal profondo. Bere l’acqua da lui donata significa trovare in sé una sorgente interiore: quest’acqua è lo Spirito effuso da Gesù nei nostri cuori (cf. Gv 7,37-39; 19,30.34), Spirito che zampilla per la vita eterna, che nel cuore del credente diventa “maestro interiore”.

 

La samaritana comincia a intuire qualcosa, e allora chiede: “Signore (Kýrios), dammi quest’acqua!”. Qui Gesù dà un’improvvisa svolta al dialogo: “Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui”. Cosa c’entra il marito? In realtà Gesù conosce bene la situazione della samaritana, perché “conosceva quello che c’è in ogni uomo” (Gv 2,25). Egli legge nella vicenda amorosa disgraziata di questa donna la vicenda idolatrica dei samaritani con gli idoli stranieri. Vi legge simbolicamente la storia del regno del Nord, Israele, chiamato dai profeti “donna adultera e prostituta” per l’infedeltà allo Sposo unico, il Signore Dio, e l’adulterio con gli idoli falsi (cf. Os 2,4-3,6).

 

La donna, rispondendo che ora non ha marito, che è alla ricerca di amanti, confessa di non aver trovato lo sposo unico, sempre fedele nell’amore, anche in caso di tradimento (cf. Os 14,5). Gesù sta davanti al popolo dei samaritani per dire loro che il Signore non li ha mai abbandonati, che vuole attirarli a sé (cf. Os 2,16) e celebrare con loro nozze di alleanza eterna. Ecco perché la samaritana, al di là dell’acqua, deve trovare chi è la fonte, dietro al dono deve scoprire il donatore. Nella risposta data a Gesù, riconosce implicitamente i suoi numerosi fallimenti, la sua sete frustrata di comunione e di amore; è una donna nella miseria, che conosce padroni ma non uno sposo, una donna sfruttata e abbandonata. Ma scoprendo se stessa, scopre che Gesù è profeta e subito gli chiede dove è possibile adorare, dove è possibile incontrare Dio e iniziare una vita di comunione con lui: a Gerusalemme, come dicono i giudei, o sul monte Garizim, come sostengono i samaritani?

 

In risposta, Gesù le annuncia l’ora: “Credimi, donna, viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e Verità”, cioè nello Spirito santo e in Gesù Cristo stesso che è la Verità (cf. Gv 14,6), l’ultima e definitiva narrazione di Dio (cf. Gv 1,18). Sì, il luogo dell’autentica liturgia cristiana non è più un luogo-santuario, monte, tempio o cattedrale, ma è la dimora del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, cioè la nostra persona intera, corpo di Cristo (cf. 2Cor 13,5) e “tempio dello Spirito” (1Cor 6,19). Di fronte a queste parole, la samaritana osa confessare la propria attesa: lei e la sua gente attendono il Messia profetico, il nuovo Mosè (cf. Dt 18,15-18), attendono colui che svelerà tutto. Ed è in questo momento che Gesù le dice: “Io sono – il Nome di Dio (cf. Es 3,14) – che ti parlo”. La donna si è svelata nella sua miseria, Gesù si svela nella sua verità di Messia, di Cristo, inviato da Dio.

 

Ma ormai l’incontro umanissimo con Gesù ha trasformato questa donna in una creatura nuova, rendendola testimone ed evangelizzatrice. Ecco perché, “lasciata la sua anfora” – gesto che dice più di tante parole! –, corre in città a testimoniare quanto le è accaduto. Per la samaritana testimoniare è innanzitutto ricordare gli eventi, raccontare la propria esperienza: qualcosa di decisivo è avvenuto nella sua vita, e ciò ha provocato in lei un mutamento, una conversione. E così, dopo aver ricordato i fatti, suggerisce un’interpretazione: “Che sia lui il Messia?”. Non impone a quanti la ascoltano un dogma, né una verità espressa in termini rigidi, ma propone una lettura che permetterà loro di fare una scelta nella libertà, mossi dall’amore. Suggerisce più che concludere, e così accende il desiderio dell’incontro. “La fede nasce dall’ascolto” (Rm 10,17), dirà l’Apostolo: dall’ascolto di Gesù è nata la fede della samaritana, dall’ascolto della samaritana è nata la fede della sua gente. E dalla fede procede la conoscenza, dalla conoscenza l’amore: questo è l’evento cristiano, mirabilmente riassunto nell’incontro di due persone assetate!


 

 

 

Il testimone

 

Carlo Maria Martini

 

Il primato della Parola

 

 

 

Il 31 agosto 2012 moriva, assistito dai suoi confra- i telli nella casa di Gallarate, il cardinale Carlo Maria Martini, gesuita e arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002. Era nato a Torino il 15 febbraio 1927. Fin da piccolo aveva ricevuto una convinta educazione cristiana, come scriverà lui stesso in uno dei suoi libri densi di spiritualità e di sapienza: «I miei genitori mi hanno donato la fede in Dio, mia madre mi ha insegnato a pregare». A soli 17 anni era entrato nella Compagnia di Gesù dove avrebbe svolto il suo ministero di studioso della Sacra Scrittura, di docente, di rettore, di pastore, di uomo di Dio. Durante gli anni di noviziato, aveva imparato dai suoi maestri a vivere la fede nella libertà, nel continuo discernimento culturale e spirituale per mantenere vigile la propria coscienza. Col tempo, aveva imparato a fondare il proprio cammino spirituale e la direzione delle sue azioni sull'ascolto e sullo studio della parola di Dio. Nella Scrittura, nella Bibbia, nei Vangeli, ricordava spesso, Dio si rivela agli uomini e indica loro la via da seguire per una vita santa, nella sequela di Cristo e nella testimonianza verso il prossimo. Il problema era riuscire a calare la Bibbia, la Parola scritta e raccontata, nella vita reale. Soprattutto per rispondere alla complessità e alle domande della vita che rendono il nostro credere faticoso. Più crediamo, più troviamo difficoltà, l'importante è accettare la nostra debolezza, portare e sostenere queste domande senza paura di riconoscere il nostro non credere. Come aveva intuito più di un secolo prima santa Teresa di Gesù Bambino, siamo seduti alla tavola dei peccatori, nel senso che ne condividiamo i dubbi e le fragilità. Ed è questa una delle chiavi di lettura più importanti per comprendere la vicenda umana di Carlo Maria Martini.

Entrò nella diocesi di Milano con il Vangelo in mano e come prima cosa introdusse la "Scuola della parola". A indicare chiaramente come tutta la suamissionarietà partiva, passava, si incarnava e tornava alla parola di Dio. La strada più sicura per udire la voce di Dio, per conoscerne la vera immagine. Era, quindi, necessario porgere agli uomini l'autentica immagine di Dio, depurata dalle incrostazioni, dai pregiudizi ideologici e culturali, dalle paure e dalle proiezioni degli uomini. Senza, però, salire in cattedra o porsi come giudice, ma da umile tramite. Come il suo Maestro, Gesù Cristo, i suoi gesti erano di amore gratuito, senza obiettivi da raggiungere, anche se buoni. Da qui anche il titolo del recente film-dossier di Salvatore Nocita, Carlo Maria Martini. Un uomo di Dio (Italia 2013), prodotto da Officina della Comunicazione, Multimedia San Paolo e «Corriere della Sera». Il documentario, attraverso il montaggio di una serie di interviste a don Luigi Ciotti, Ferruccio De Bortoli, mons. Erminio De Scalzi, Giulio Giorello, Giuseppe Laras, Mouheli Moschen, mons. Thomas Rosica, don Antonio Sciortino, Aldo Maria Valli e mons. Dario Viganò, ripercorre le tappe più importanti della vita del cardinal Martini. La vocazione religiosa, il ministero all'interno della Compagnia di Gesù, la partecipazione al concilio Vaticano II, la nomina ad arcivescovo di Milano, gli anni di piombo, tangentopoli, lo studio a Gerusalemme, il morbo di Parkinson.

Apparentemente, l'idea può sembrare banale perché, più o meno, questa è la struttura di gran parte dei documentari. In realtà, tutto lascia pensare che il regista abbia scelto questo tipo di montaggio proprio per sottolineare come l'apostolato di Martini era la sua parola, il servizio umile alla parola di Dio. Attraverso la sua viva voce e le testimonianze dei suoi collaboratori, infatti, viene fuori l'immagine di un uomo che, sulla scia del Concilio, ha saputo ridare al messaggio cristiano il suo fascino profetico. Quella forte identità che non ha paura di confrontarsi con le altre culture, con le altre religioni, con i non credenti, perché la sua verità non risiede nella morale, nei grandi numeri, nelle strutture, ma nell'immagine di Dio. Un Dio che dall'eternità cerca il dialogo con gli uomini per aiutarli a dare un senso buono e bello alla loro vita. Questo è stato il servizio che il cardinal Martini ha donato alla sua Chiesa e agli uomini che ha incontrato: «Non ci proponiamo nessun proselitismo – sono parole sue –, non miriamo a nessuna conquista, ci basta essere come Gesù, vivere il Vangelo».

 

(Giovanni Meucci)


 

La porzione buona

 

XVI domenica del tempo Ordinario anno C

 

Enzo Bianchi

 

marta e maria

In quei giorni mentre Gesù e i suoi discepoli erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t'importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c'è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Lc 10,38-42

 

Quando Luca scrive il terzo vangelo, resta un uomo “ecclesiale”, che ha una conoscenza esperienziale della vita delle comunità cristiane, quelle che descriverà nella seconda parte della sua opera, gli Atti degli apostoli. Nella chiesa di allora, come ancora oggi in ogni comunità cristiana, si registravano e si registrano difficoltà, tensioni tra i diversi servizi e i diversi modi di vivere la vita cristiana. Negli Atti – non lo si dimentichi – Luca testimonia un conflitto tra il servizio a tavola e il servizio della Parola, che viene risolto attraverso una ripartizione dei servizi: agli apostoli compete annunciare il Vangelo, mentre ad altri sette credenti il servizio a tavola (cf. At 6,1-6). Questa soluzione non vuole essere esemplare o autoritativa per la chiesa: è stata una soluzione, ma forse ve ne potevano essere altre… In ogni caso, si è risolto il conflitto riconoscendo che c’è un primato da rispettare: il primato della parola di Dio ascoltata e predicata, senza la quale non vi è comunità cristiana. Nel brano odierno si manifesta lo stesso problema: cerchiamo dunque di comprendere umilmente le parole di Gesù.

Nella sua salita verso Gerusalemme, Gesù trova ospitalità presso una famiglia: due sorelle, Marta e Maria, e il fratello Lazzaro, a Betania, nei pressi della la città santa, lo accolgono in casa offrendogli cibo e alloggio. Questo succederà spesso, in particolare nella settimana prima della passione di Gesù (cf. Mc 11,11; Mt 21,17; Gv 12,1-11). Il quarto vangelo ci dà molte notizie su questi tre amici di Gesù, da lui molto amati (cf. soprattutto Gv 11,1-43). Dunque Gesù, che è stato respinto dai samaritani (cf. Lc 9,51-55), trova una casa che lo accoglie, che gli permette di gustare l’intimità dell’amicizia, di riposare, di avere tempo per pensare alla sua missione. Entrato in casa, è accolto da Marta, una donna attiva, intraprendente, che si sente impegnata a preparargli il cibo e una tavola degna di un rabbi, di un amico. Marta qui è “tirata da tutte le parti”, indaffarata e assorbita dai servizi.

Maria, l’altra sorella, appare invece una donna più contemplativa, che durante la sosta di Gesù in casa ama innanzitutto ascoltarlo, mettersi ai piedi del maestro e profeta per ricevere il suo insegnamento. Alla presenza di Gesù, Maria assume così la postura classica del discepolo (cf. Lc 8,35; At 22,3). La tradizione rabbinica affermava: “La tua casa sia un luogo di riunione per i sapienti; attaccati alla polvere dei loro piedi e bevi assetato le loro parole” (Mishnà, Avot I,4), ma questo compito era riservato agli uomini, non certo alle donne. Ciò sarebbe stato non solo inusuale, ma anche scandaloso, come si legge sempre nella Mishnà: “Chiunque insegni la Torah a sua figlia è come se le insegnasse cose sporche” (Sotah 3,4). Maria compie pertanto un gesto coraggioso, audace, mostrando una forte soggettività e una profonda consapevolezza: si fa discepola, sicura che il rabbi Gesù non la respingerà, ma eserciterà il suo ministero rivolgendosi a una donna come agli uomini, accetterà di avere una discepola e non solo dei discepoli. D’altronde, Luca aveva già dato testimonianza circa le donne al seguito di Gesù (cf. Lc 8,2-3); qui però egli specifica ulteriormente: le donne non solo seguono Gesù “servendolo con i loro beni”, ma sono destinatarie del suo insegnamento, esattamente come i discepoli.

Ma ecco apparire il conflitto. Vedendo la sorella in ascolto ai piedi Gesù, Marta interviene indispettita, dicendogli: “Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille che mi aiuti!”. Si faccia attenzione: Marta chiama Gesù Kýrios, Signore, titolo che echeggia la confessione pasquale della chiesa nei suoi confronti (“È il Signore!”: Gv 21,7). D’altronde, secondo il quarto vangelo, Marta è colei che fa la più alta confessione di fede in Gesù, definendolo “il Cristo, il Figlio di Dio veniente nel mondo” (Gv 11,27), confessione più completa di quella di Pietro (cf. Gv 6,69). Qui però le sue parole denotano irritazione e quasi costringono Gesù a intervenire presso sua sorella Maria. In fondo Marta si sta dando da fare proprio per accogliere bene Gesù, ma il suo zelo sconfina nell’inquietudine e nella preoccupazione. Pur facendo azioni per Gesù, Marta è distratta e preoccupata, dunque divisa – come Gesù stesso le dice subito dopo –, cioè ha assunto un atteggiamento e dei sentimenti che le impediscono di ascoltare il Kýrios.

Gesù allora interviene, non per fare un rimprovero, ma per offrire a Marta una diagnosi: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti affanni per molte cose!”. Queste parole vanno capite bene e non comprese secondo un adagio che abbiamo nei nostri orecchi perché ripetuto da secoli, adagio che beatifica la vita contemplativa e le conferisce il primato su quella attiva, frutto avvelenato del neoplatonismo cristiano… No! Ciò che Gesù vuole correggere in Marta, peraltro dolcemente, è la preoccupazione, ossia quell’agitazione che impedisce l’ascolto e l’accoglienza autentica di Gesù stesso. Per fare piacere a Gesù ed essergli vicina, Marta non si accorge che in realtà fa di tutto per creare ostacoli al vero rapporto con lui. I mezzi per raggiungere il fine sono per lei più importanti del fine. Agitarsi, preoccuparsi significa togliere attenzione all’altro e pensare troppo a se stessi: ci si illude di pensare agli altri, ma l’agitazione non lo permette, anzi lo impedisce…

Gesù, del resto, altrove ammonisce di non preoccuparsi delle parole da pronunciare per difendersi quando si è accusati a causa sua (cf. Lc 12,11: verbo merimnáo), di non preoccuparsi per il cibo e il vestito (cf. Lc 12,22-29: verbo merimnáo), di non lasciarsi prendere dall’agitazione per la vita, nell’attesa della venuta del Figlio dell’uomo (cf. Lc 21,34-35: sostantivo mérimna). Ora, nel mettere per iscritto questo episodio nonché le esortazioni appena citate, è molto probabile che Luca si ispiri a quanto affermato da Paolo in 1Cor 7, quando, parlando della relazione con il Signore, l’Apostolo esorta a non essere distratti, tirati qua e là (aperispástos: 1Cor 7,35; cf. periespâto: Lc 10,40), né preoccupati, divisi (amerímnous: 1Cor 7,32; meméristai: 1Cor 7,34; cf. merimnâs: Lc 10,41). Questo ammonimento vale dunque per Marta come per ciascuno di noi! Sia dunque chiaro: Gesù non condanna Marta perché lavora, facendo qualcosa per lui, anche perché egli amava la tavola, gioiva nel condividere buon cibo e buon vino con gli amici e le amiche, ma la mette in guardia dal lasciarsi prendere dall’affanno, fino a dimenticare la sua presenza. Occuparsi, non preoccuparsi; lavorare, non agitarsi; servire, non correre: sono attitudini umane assolutamente necessarie a ogni “buona” accoglienza!

Infine, ecco un’ultima parola: “Una sola cosa è necessaria. Maria ha scelto la porzione buona, che non le sarà tolta”. Cosa è veramente necessario? Cosa è determinante nel rapporto con Gesù? Una sola cosa: essere suo discepolo, sua discepola, ascoltando la sua parola. Non a caso proprio Luca ci dice che addirittura la relazione di maternità di Maria nei confronti di Gesù passa in secondo piano rispetto al legame decisivo con lui, costituito dall’ascolto e dalla messa in pratica della sua parola (cf. Lc 11,27-28). Dunque,

non l’utero che ha portato Gesù è beato,

non chi accoglie Gesù con un pasto straordinario è beato,

non chi pensa di dover fare molte cose per Gesù è beato,

ma chi ascolta la sua parola e la mette in pratica!

Per noi non è facile rispettare questo primato dell’ascolto, perché pensiamo di avere molte cose da fare, molti servizi da compiere, e spesso ce li inventiamo, pur di non ascoltare le parole di Gesù. In noi, infatti, c’è ribellione alle parole di Gesù, c’è la tentazione di non ascoltarle per non osservarle, c’è la tentazione di preferire ciò che vogliamo, ciò che decidiamo, ciò di cui siamo protagonisti, piuttosto che ascoltare e obbedire. Quando mi interrogo su questo brano evangelico, mi sento più Marta che Maria, e ne provo vergogna e pentimento…

 

Ma non si dimentichi la grande novità di questa pagina: una donna si fa discepola di Gesù, e questa è “la porzione” di Maria che ascolta, la porzione buona che non le sarà mai tolta, perché “sua porzione è il Signore” (cf. Sal 16,5). Le donne non sono solo chiamate, come tutti i discepoli, al servizio, alla diakonía, ma innanzitutto all’ascolto: l’opposizione tra Marta e Maria rivelata da Gesù non è un’opposizione tra attività e contemplazione, ma tra non ascolto e ascolto del Signore.

Il silenzio

 

del Sabato Santo

 

 

 

Il Sabato Santo, incastonato tra il dolore della Croce e la gioia della Pasqua, si colloca al centro della nostra fede. È un giorno denso di sofferenza, di attesa e di speranza; segnato da un profondo silenzio.

I discepoli hanno ancora nel cuore le immagini dolorose della morte di Gesù che segna la fine dei loro sogni messianici. In quel giorno sperimentano il silenzio di Dio, la pesantezza della sua apparente sconfitta, la disperazione dovuta all’assenza del Maestro prigioniero della morte.

C’è stato, a partire dalla cena pasquale, un succedersi vorticoso di fatti imprevedibili, che li ha sorpresi e ammutoliti. Le anticipazioni sulla sua passione più volte fatte da Gesù, i segni rassicuranti e miracolosi che le avevano sostenute, l’amore mostrato nell’Ultima Cena... tutto, in questo giorno, sembra svanito.

I discepoli hanno l’impressione che Dio sia divenuto muto e che non suggerisca più linee interpretative della storia.

A ciò si aggiunge la vergogna d’essere fuggiti e d’aver rinnegato il Signore: si sentono traditori, incapaci di far fronte al presente e senza prospettiva di futuro, non vedono come uscire da una situazione di crollo delle illusioni, mancando ancora quei segni che incominceranno a scuoterli a partire dal mattino della Domenica con il racconto del sepolcro vuoto e le apparizioni del Risorto.

Tuttavia, i discepoli, proprio attraverso la porta del Sabato Santo, ci aiutano a riflettere sul senso del nostro tempo e a leggere il passaggio dei nostri giorni, riconoscendo nel loro disorientamento, le nostalgie e le paure che caratterizzano la nostra vita di credenti nello scenario che s’appresta all’inizio di questo millennio.

 

La presenza di Maria

 

Ma questo giorno è anche il Sabato di Maria. Ella lo vive nelle lacrime unite alla forza della fede. Veglia nell’attesa fiduciosa e paziente; sa che le promesse di Dio si avverano per la potenza divina che risuscita i morti. Così Maria con la sua forza d’animo sorregge la fragile speranza dei discepoli amareggiati e delusi.

Con la Madonna del Sabato Santo, anche noi leggeremo la nostra attesa e le nostre speranze, la fede vissuta come continuo e faticoso cammino verso il mistero, per rispondere con verità, speranza ed amore alle domande che ci portiamo dentro: “Chi siamo e dove siamo diretti? Dove va il cristianesimo e la Chiesa che amiamo?”.

Anche nel sabato del tempo in cui ci troviamo è necessario riscoprire l’importanza dell’attesa. L’assenza di speranza è forse la malattia mortale delle coscienze di oggi.

Siamo nel sabato del tempo, è vero, un sabato che indica quasi assenza di direzione, tempo sospeso ma pur sempre un tempo santificato dall’azione di Dio, anche se un Dio silente, che tace e si nasconde.

Verrà quindi per tutti il giorno ottavo, il giorno del ritorno del Signore Gesù, non fuori, ma dentro le contraddizioni della storia. Per questo, dobbiamo lasciarci ispirare dalla Pasqua e riflettere sulla gioia degli apostoli quando incontrano Gesù vivente e risorto: “E i discepoli gioirono al vedere il Signore”.

All’indifferenza, alla frustrazione e alla delusione senza attese di futuro, deve opporsi come antidoto soltanto la speranza, non quella fondata su calcoli, ma sull’unico fondamento della promessa di Dio.

 

La Madonna del Sabato Santo getta luce sul compito che ci aspetta e che ci è reso possibile dal dono dello Spirito del Risorto. Si tratta di irradiare attorno a noi, con gli atti semplici della vita quotidiana, e senza forzature, la gioia interiore e la pace, frutti della consolazione dello Spirito. Perché credere in Cristo, morto e risorto, per noi significa essere testimoni, con la parola e con la vita, della speranza che non muore.


 

 

Gesù viene a riscattarci

Giovedi Santo 24 Marzo 2016

 

Papa Francesco 

 

 

 

 

 

Ascoltando dalle labbra di Gesù, dopo la lettura del passo di Isaia, le parole «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21), nella sinagoga di Nazareth avrebbe ben potuto scoppiare un applauso. E poi avrebbero potuto piangere dolcemente, con intima gioia, come piangeva il popolo quando Neemia e il sacerdote Esdra leggevano il libro della Legge che avevano rinvenuto ricostruendo le mura. Ma i Vangeli ci dicono che sorsero sentimenti opposti nei compaesani di Gesù: lo allontanarono e gli chiusero il cuore. All’inizio «tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca» (Lc 4,22); ma dopo, una domanda insidiosa si fece largo: «Non è costui il figlio di Giuseppe, il falegname?». E infine: “Si riempirono di sdegno” (Lc 4,28). Volevano buttarlo giù dalla rupe... Si adempiva così quello che il vecchio Simeone aveva profetizzato alla Madonna: sarà «segno di contraddizione» (Lc 2,34). Gesù, con le sue parole e i suoi gesti, fa in modo che si riveli quello che ogni uomo e donna porta nel cuore.

 

E lì dove il Signore annuncia il vangelo della Misericordia incondizionata del Padre nei confronti dei più poveri, dei più lontani e oppressi, proprio lì siamo chiamati a scegliere, a «combattere la buona battaglia della fede» (1 Tm 6,12). La lotta del Signore non è contro gli uomini ma contro il demonio (cfr Ef 6,12), nemico dell’umanità. Però il Signore «passa in mezzo» a coloro che cercano di fermarlo “e prosegue il suo cammino” (cfr Lc 4,30). Gesù non combatte per consolidare uno spazio di potere. Se rompe recinti e mette in discussione sicurezze è per aprire una breccia al torrente della Misericordia che, con il Padre e lo Spirito, desidera riversare sulla terra. Una Misericordia che procede di bene in meglio: annuncia e porta qualcosa di nuovo: risana, libera e proclama l’anno di grazia del Signore.

 

La Misericordia del nostro Dio è infinita e ineffabile, ed esprimiamo il dinamismo di questo mistero come una Misericordia “sempre più grande”, una Misericordia in cammino, una Misericordia che ogni giorno cerca il modo di fare un passo avanti, un piccolo passo in là, avanzando sulla terra di nessuno, dove regnavano l’indifferenza e la violenza.

 

Questa è stata la dinamica del buon Samaritano, che “praticò la misericordia” (cfr Lc 10,37): si commosse, si avvicinò all’uomo tramortito, bendò le sue ferite, lo portò alla locanda, si fermò quella notte e promise di tornare a pagare ciò che si sarebbe speso in più. Questa è la dinamica della Misericordia, che lega un piccolo gesto con un altro, e senza offendere nessuna fragilità, si estende un po’ di più nell’aiuto e nell’amore. Ciascuno di noi, guardando la propria vita con lo sguardo buono di Dio, può fare un esercizio con la memoria e scoprire come il Signore ha usato misericordia con noi, come è stato molto più misericordioso di quanto credevamo, e così incoraggiarci a chiedergli che faccia un piccolo passo in più, che si mostri molto più misericordioso in futuro. «Mostraci, Signore, la tua misericordia» (Sal 85,8). Questo modo paradossale di pregare un Dio sempre più misericordioso aiuta a rompere quegli schemi ristretti nei quali tante volte incaselliamo la sovrabbondanza del suo Cuore. Ci fa bene uscire dai nostri recinti, perché è proprio del Cuore di Dio traboccare di misericordia, straripare, spargendo la sua tenerezza, in modo tale che sempre ne avanzi, poiché il Signore preferisce che si perda qualcosa piuttosto che manchi una goccia, preferisce che tanti semi se li mangino gli uccelli piuttosto che alla semina manchi un solo seme, dal momento che tutti hanno la capacità di portare frutto abbondante, il 30, il 60, e fino al cento per uno.

 

Come sacerdoti, siamo testimoni e ministri della Misericordia sempre più grande del nostro Padre; abbiamo il dolce e confortante compito di incarnarla, come fece Gesù, che «passò beneficando e risanando» (At 10,38), in mille modi, perché giunga a tutti. Noi possiamo contribuire ad inculturarla, affinché ogni persona la riceva nella propria personale esperienza di vita e così la possa comprendere e praticare – creativamente – nel modo di essere proprio del suo popolo e della sua famiglia.

 

Oggi, in questo Giovedì Santo dell’Anno Giubilare della Misericordia, vorrei parlare di due ambiti nei quali il Signore eccede nella sua Misericordia. Dal momento che è Lui che ci dà l’esempio, non dobbiamo aver paura di eccedere anche noi: un ambito è quello dell’incontro; l’altro è quello del suo perdono che ci fa vergognare e ci dà dignità.

 

Il primo ambito nel quale vediamo che Dio eccede in una Misericordia sempre più grande, è quello dell’incontro. Egli si dà totalmente e in modo tale che, in ogni incontro, passa direttamente a celebrare una festa. Nella parabola del Padre Misericordioso rimaniamo sbalorditi di fronte a quell’uomo che corre, commosso, a gettarsi al collo di suo figlio; vedendo come lo abbraccia e lo bacia e si preoccupa di mettergli l’anello che lo fa sentire uguale, e i sandali propri di chi è figlio e non dipendente; e poi come mette tutti in movimento e ordina di organizzare una festa. Nel contemplare sempre meravigliati questa sovrabbondanza di gioia del Padre, al quale il ritorno del figlio permette di esprimere liberamente il suo amore, senza resistenze né distanze, noi non dobbiamo avere paura di esagerare nel nostro ringraziamento. Il giusto atteggiamento possiamo prenderlo da quel povero lebbroso che, vedendosi risanato, lascia i suoi nove compagni che vanno a compiere ciò che ha ordinato Gesù e torna ad inginocchiarsi ai piedi del Signore, glorificando e rendendo grazie e Dio a gran voce.

 

La misericordia restaura tutto e restituisce le persone alla loro dignità originaria. Per questo il ringraziamento effusivo è la risposta giusta: bisogna entrare subito alla festa, indossare l’abito, togliersi i rancori del figlio maggiore, rallegrarsi e festeggiare… Perché solo così, partecipando pienamente a quel clima di celebrazione, si può poi pensare bene, si può chiedere perdono e vedere più chiaramente come poter riparare il male commesso. Può farci bene domandarci: dopo essermi confessato, festeggio? O passo rapidamente ad un’altra cosa, come quando dopo essere andati dal medico, vediamo che le analisi non sono andate tanto male e le rimettiamo nella busta e passiamo a un’altra cosa. E quando faccio l’elemosina, dò tempo a chi la riceve di esprimere il suo ringraziamento, festeggio il suo sorriso e quelle benedizioni che ci danno i poveri, o proseguo in fretta con le mie cose dopo “aver lasciato cadere la moneta”?

 

L’altro ambito nel quale vediamo che Dio eccede in una Misericordia sempre più grande, è il perdono stesso. Non solo perdona debiti incalcolabili, come al servo che lo supplica e poi si dimostrerà meschino con il suo compagno, ma ci fa passare direttamente dalla vergogna più vergognosa alla dignità più alta senza passaggi intermedi. Il Signore lascia che la peccatrice perdonata gli lavi familiarmente i piedi con le sue lacrime. Appena Simon Pietro gli confessa il suo peccato e gli chiede di allontanarsi, Lui lo eleva alla dignità di pescatore di uomini. Noi, invece, tendiamo a separare i due atteggiamenti: quando ci vergogniamo del peccato, ci nascondiamo e andiamo con la testa bassa, come Adamo ed Eva, e quando siamo elevati a qualche dignità cerchiamo di coprire i peccati e ci piace farci vedere, quasi pavoneggiarci.

 

La nostra risposta al perdono sovrabbondante del Signore dovrebbe consistere nel mantenerci sempre in quella sana tensione tra una dignitosa vergogna e una dignità che sa vergognarsi: atteggiamento di chi per sé stesso cerca di umiliarsi e abbassarsi, ma è capace di accettare che il Signore lo innalzi per il bene della missione, senza compiacersene. Il modello che il Vangelo consacra, e che può servirci quando ci confessiamo, è quello di Pietro, che si lascia interrogare a lungo sul suo amore e, nello stesso tempo, rinnova la sua accettazione del ministero di pascere le pecore che il Signore gli affida.

 

Per entrare più in profondità in questa “dignità che sa vergognarsi”, che ci salva dal crederci di più o di meno di quello che siamo per grazia, ci può aiutare vedere come nel passo di Isaia che il Signore legge oggi nella sua sinagoga di Nazareth, il Profeta prosegue dicendo: «Voi sarete chiamati sacerdoti del Signore, ministri del nostro Dio» (61,6). È il popolo povero, affamato, prigioniero di guerra, senza futuro, residuale e scartato, che il Signore trasforma in popolo sacerdotale.

 

Come sacerdoti, noi ci identifichiamo con quel popolo scartato, che il Signore salva, e ci ricordiamo che ci sono moltitudini innumerevoli di persone povere, ignoranti, prigioniere, che si trovano in quella situazione perché altri li opprimono. Ma ricordiamo anche che ognuno di noi sa in quale misura tante volte siamo ciechi, privi della bella luce della fede, non perché non abbiamo a portata di mano il Vangelo, ma per un eccesso di teologie complicate. Sentiamo che la nostra anima se ne va assetata di spiritualità, ma non per mancanza di Acqua Viva – che beviamo solo a sorsi –, ma per un eccesso di spiritualità “frizzanti”, di spiritualità “light”. Ci sentiamo anche prigionieri, non circondati, come tanti popoli, da invalicabili mura di pietra o da recinzioni di acciaio, ma da una mondanità virtuale che si apre e si chiude con un semplice click. Siamo oppressi, ma non da minacce e spintoni, come tanta povera gente, ma dal fascino di mille proposte di consumo che non possiamo scrollarci di dosso per camminare, liberi, sui sentieri che ci conducono all’amore dei nostri fratelli, al gregge del Signore, alle pecorelle che attendono la voce dei loro pastori.

 

E Gesù viene a riscattarci, a farci uscire, per trasformarci da poveri e ciechi, da prigionieri e oppressi in ministri di misericordia e consolazione. E ci dice, con le parole del profeta Ezechiele al popolo che si era prostituito e aveva tradito gravemente il suo Signore: «Io mi ricorderò dell’alleanza conclusa con te al tempo della tua giovinezza [...] Allora ricorderai la tua condotta e ne sarai confusa, quando riceverai le tue sorelle maggiori insieme a quelle più piccole, che io darò a te per figlie, ma non in forza della tua alleanza. Io stabilirò la mia alleanza con te e tu saprai che io sono il Signore, perché te ne ricordi e ti vergogni e, nella tua confusione, tu non apra più bocca, quando ti avrò perdonato quello che hai fatto – oracolo del Signore Dio» (Ez 16,60-63).

 

 

In questo Anno Giubilare celebriamo, con tutta la gratitudine di cui è capace il nostro cuore, il nostro Padre, e lo preghiamo che “si ricordi sempre della sua Misericordia”; accogliamo, con dignità che sa vergognarsi, la Misericordia nella carne ferita del nostro Signore Gesù Cristo, e gli chiediamo che ci lavi da ogni peccato e ci liberi da ogni male; e con la grazia dello Spirito Santo ci impegniamo a comunicare la Misericordia di Dio a tutti gli uomini, praticando le opere che lo Spirito suscita in ciascuno per il bene comune di tutto il popolo fedele di Dio.



LA MADRE DI GESÙ HA QUALCOSA DA DIRCI?

 

 

 

 

La tristezza nella Chiesa e nel mondo ha certamente qualche rapporto con l'assenza della Madre di Gesù.

 

Fate bene attenzione. Nel Vangelo e nelle icone Maria non è mai sola: porta sempre il figlio per mostrarlo al mondo. Lei non rivendica mai il primo posto. D'altra parte, senza Maria non riuscirai mai a capire veramente Gesù. Provate fastidio per le immagini e i pellegrinaggi? E sì che ormai siamo ben lontani dall'esuberanza barocca con cui una volta le si rendeva omaggio! Anzi, forse siamo arrivati all'altro estremo: una liturgia senza immagini e povera di simboli. Forse la freddezza delle nostre celebrazioni e l'aridità della nostra cultura religiosa hanno un qualche rapporto con l'offuscamento della figura di Maria. Una tale iconoclastia, infatti, può essere mortale per la fede cattolica. La nostra preghiera diventa «riflessione», l'amore è pervaso di razionalismo, la fede diventa incertezza e scetticismo. La tristezza nella Chiesa e nel mondo ha certamente qualche rapporto con I'assenza della Madre di Gesù. Eppure noi - e anch'io - abbiamo tanto bisogno di gioia...

 

«Un paziente sforzo di educazione sarà necessario per imparare nuovamente a gustare in semplicità le molte gioie umane che il Creatore mette già sul nostro cammino - scriveva Paolo VI -: la gioia dì vivere, di amare, la gioia pacificante della natura e del silenzio... La creatura umana ha tagliato il legame vitale che la univa a Dio... Dio le appare astratto, inutile: senza che lo sappia esprimere, il silenzio di Dio le pesa enormemente...» (Esortazione apostolica «Gaudete in Domino», 1975).

 

Forse Maria può aiutarci a ritrovare la gioia della vita.

 

Possiamo cavarcela da soli?

 

Maria è capace di dire un sì perfetto, di offrirsi  totalmente a Dio.

 

Parte della nostra tristezza dipende dalla nostra memoria debole, dalla nostra miopia. Abbiamo dimenticato che Dio ci ha già dato tutto, molto prima che facessimo qualcosa. Ci ha dato la vita e l'esistenza, mentre noi immaginiamo di dover far tutto da soli, partendo dal nulla. Questo fatto ci angoscia e ci inquieta. Abbiamo perduto la gioia, per un sentimento esasperato delle nostre responsabilità.

 

E Maria? Essa sa benissimo che niente viene da lei: tutto le viene dalla mano di Dio. Vive di un'unica convinzione: «Dio mi ha preceduto in tutto». É quindi capace di dire un «si» perfetto, sì abbandona totalmente a Dio. É libera di se stessa, completamente. E ciò la rende felice! In noi, invece, da tanto tempo è radicato il ano»... Anche nella nostra vita Dio ci precede sempre: prima che potessimo vedere, sentire o parlare, abbiamo ricevuto tutto da lui. L'amore di Dio è già all'opera nella creatura umana prima che il male la minacci. Il suo amore creatore nonni abbandona mai. Il primo passo sulla strada della gioia è appunto prendere coscienza di questa realtà.

 

 

 

II nostro cuore è decisamente «incatenato»

 

É vero, siamo sicuri, ma del tutto soli!

 

Il nostro cuore è sprangato, blindato «per sopravvivere». Abbiamo paura di essere troppo vulnerabili. Abbiamo paura delle persone e delle loro domande. Abbiamo paura di Dio che può chiederci ancora di più. Non sobbalziamo più quando sentiamo la parola di Dio, perché il nostro cuore è decisamente «incatenato». La sentiamo con difficoltà. È vera, siamo sicuri, ma del tutto soli! Solamente colui che lascia la porta aperta. che rimane vulnerabile, può essere visitato e confortato da Dio, come è avvenuto per Maria. Il messaggio dell'angelo le procura un po' di spavento: aveva pensato di poter continuare a vivere nella penombra della casa di Giuseppe. Aveva immaginato la propria missione come qualcosa d'insignificante, da svolgere nell'anonimato. In realtà, chi era lei, povera ragazza di Nazareth?

 

E tuttavia non dubita. Attende l'intervento di Dio. Per noi è ben diverso. Noi diciamo a con scetticismo o ironia: «Com'è possibile?». Ebbene, Maria è convinta che tutto è possibile per la potenza dello Spirito di Dio e per i segni dati da Dio.

 

 

 

La gioia forza la serratura del nostro cuore

 

Colui che sa di essere amato da Dio non può non amare gli altri.

 

Essere aperto alla potenza dello Spirito di Dio significa credere che Dio ci dà una mano nella nostra vita. Che non tutto dipende da noi. Proprio questa fede chiede Dio. Tuttavia egli non lascia nessuno da solo sul cammino verso questa fede, ma gli offre dei segni. Così avvenne anche con Maria: trova nella cugina Elisabetta una compagna di viaggio. Nessuno è capace di realizzare da solo una missione divina. Ha bisogno di «parenti». Ha bisogno dì qualcuno che l'accompagni, di un «Tu» per dialogare. Buona parte della tristezza e dello scoraggiamento pro viene dal fatto che non siamo più capaci di vedere i segni o non vogliamo più vederli. Segni ce ne sono sempre: persone. cose, avvenimenti che Dio dà come indicatori stradali che ci orientano a lui. Ma li vediamo?

 

La gioia che proviene da Dio ha qualcosa del tutto speciale. Non si adagia in un'atmosfera confortevole, ma fa esplodere il cuore e spinge alla condivisione. Al contrario, la gioia diventa tristezza se la vuoi imprigionare.

 

Dopo la visita dell'angelo, Maria aveva mille ragioni per chiudersi in se stessa e godersi il fatto che Dio era stato così buono con lei. Ma non lo fa assolutamente. Leggera come una piuma s'affretta attraverso i monti in aiuto della cugina Elisabetta. Il testo del racconto è scoppiettante d'allegrezza.

 

La vera gioia che proviene da Dio è attiva: non si riposa, ma si concretizza in aiuto e servizio, perché colui che sa di essere amato da Dio non può non amare gli altri..

 

 

 

Nell'occhio del ciclone

 

Nel cuore del dialogo con Dio sta la sorgente della gioia più profonda.

 

C'è un'altra ragione per cui la nostra epoca è così poco allegra: abbiamo disimparato la gioia che procura la preghiera di lode, anzi ogni preghiera. Siamo circondati da rumori assordanti e siamo immersi in una confusione di lingue degna di Babele, e Dio viene circondato da un silenzio profondo, come nell'occhio d'un ciclone. E anche quando ci rivolgiamo a Dio, il più delle volte lo facciamo per parlare di noi stessi. Un essere umano che non sa più pregare diventa triste... perché solamente nella conversazione con Dio sta la sorgente della gioia più profonda: non la puoi scoprire in nessun dialogo con gli uomini. E Dio ha preso l'iniziativa di tale conversazione. È un suo dono se riusciamo a esprimerci totalmente. Egli ci fa scoprire la gioia della preghiera, o almeno della preghiera di lode che può veramente liberare (perché la preghiera può essere anche arida e monotona). Le grida di gioia rivolte a Dio ci allargano il cuore.

 

Maria ha tutte le ragioni per implorare l'aiuto di Dio adesso che porta in sé il figlio promesso, con il suo immenso mistero. Invece non lo fa, e canta: «L'anima mia magnifica il Signore, il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore». Gioia, ammirazione e riconoscenza purissime!

 

 

 

Vuole soltanto persane in ginocchio?

 

Riconoscerti piccolo al cospetto di Dio non è altro che riconoscere la tua realtà davanti a lui.

 

Un'altra fonte di gioia è l'essere «piccolo». Non è come essere umile o modesto. La «piccolezza» è un dono di Dio. In Maria è parte integrante del suo mistero: la sua infinita disponibilità a essere piccola, la meravigliosa capacità di ricevere. diventa in lei apertura totale a Dio. Lei sa di non aver meritato il figlio Gesù..

 

Noi ci ribelliamo a un'idea del genere: ma allora Dio vuole unicamente persone in ginocchio? Nessuno può più stare in piedi? Dobbiamo negarci ogni autodeterminazione e indipendenza e subire tutto passivamente?

 

No. Dio vuole che siamo persone libere, non degli schiavi. Egli ci considera come partners dell'alleanza e ha in noi una fiducia straordinaria. Riconoscerti piccolo al cospetto di Dio non è altro che riconoscere la tua realtà davanti a lui: aver coscienza della realtà divina e della nostra vera condizione umana. Accettarti così come sei, talvolta ben diverso da come ti eri sognato. Non è facile...

 

 

 

Dio è un rivoluzionario

 

Il vero cambiamento è opera di Dio.

 

Il canto di Maria per Dio e il mondo - il Magnificat - è un canto sovversivo. Maria parla d'un mondo nuovo, dove vigono altre leggi: il grande è piccolo, il piccolo è grande. Dio capovolge tutte le situazioni, rovescia i dati abituali. Produce una vera rivoluzione. Anzitutto riguardo a se stesso, perché si dimostra ben diverso dal previsto. In lui l'amore è esattamente il contrario dell'amore come lo pensiamo noi.

 

Ma anche riguardo al mondo, proprio perché Dio è diverso: i ricchi diventano poveri, i poveri diventano ricchi: un fatto che si ripete spesso nella Scrittura. Dio mette fine all'oppressione, alla fame e alla morte.

 

Proprio cosî, il vero capovolgimento è opera di Dio, non è solamente opera umana. È la rivoluzione di Dio. Il quale però chiede che lo seguiamo.

 

I valori rivoluzionari del Magnificat sono messi in bocca a una ragazza. impotente, poco considerata e inerme. Maria ed Elisabetta saranno gli strumenti della missione dei loro figli. Giuseppe e Zaccaria rimangono in secondo piano, questa pagina del Vangelo non parla di loro. Sostengono in silenzio la missione sempre più grande delle loro spose. È questa la pedagogia di Dio. Spesso ben diversa da quella degli uomini, per i quali generalmente le donne non contano niente...

 

Siccome Dio mette il canto in bocca di qualcuno che si affida totalmente alla sua potenza, la rivoluzione divina è anche impregnata di gioia e priva di amarezza. Ecco il mistero della piccolezza di Maria. In ogni epoca gli uomini hanno cercato di chiuderla in immagini e in sogni. Ma lei è sempre stata abbastanza forte da spezzare ogni costrizione. Per fortuna!

 

 

 

Obbedienza superata?

 

Volontà di ascolto e obbedienza. Come fare?

 

Vediamo un altro aspetto della gioia di Maria che conosciamo appena: era sempre in ascolto e obbediente. Ella ha concepito Gesù nel proprio grembo, ma ha pure ascoltato con tutta l'anima la parola di Dio e ha detto «sì». Due caratteristiche che a noi sembrano piuttosto una limitazione della gioia e una riduzione della felicità. Volontà di ascolto e obbedienza... Come fare?

 

In realtà, se dici di sì a Dio - ascoltandolo e obbedendo alla sua volontà - diventi veramente felice, il tuo cuore si riscalda e tu riprendi fiato. Non ti senti pio solo, ma portato dalla corrente possente della volontà di Dio.

 

Lo so benissimo: ascoltare Dio non è facile. Perché è così diverso. Sembra sottrarsi sempre alle nostre idee e alle nostre attese. E questo ci fa star male. Eppure Dio non scompare mai del tutto. Lo ritroviamo. Egli non vuole che naufraghiamo nella nostra ricerca. A ogni ripresa si lascia ritrovare, ma diverso. Dio non ci priva della gioia del ritrovamento. Maria ne è stata la prova vivente...

 

 

 

Card. Godfried Danneels

 

L'Assunta,

un anticipo

e una speranza

Alessandro Maggiolini

 

L'Assunta.

Non è facile parlare della Madonna. Si rischia sem­pre l'ingenuità. Ma bisogna rischiarla questa ingenuità quando si parla della mamma: anche se si hanno qua­rant'anni suonati o si sta morendo. Ricordo il ritornel­lo d'una canzone che insiste: Come potrò dire a mia ma­dre che ho paura?

L'Assunta, dunque.

Stiamo al dogma: al termine della propria vita terre­na, per singolare privilegio, Maria è stata assunta in cielo in anima e corpo, unendosi così in modo partico­larissimo al suo Figlio glorioso.

Non vale ripetere che il cielo non è altrove, lontano, facendo dell'Assunzione una sorta di salita ad un fan­tomatico ultimo piano con uno strano ascensore. E cie­lo è il mistero nascosto tra noi. Maria è presente.

Ebbene, se le cose stanno così, buttiamo avanti in modo deciso l'interrogativo che abbiamo dentro: l'As­sunta che cosa dice a noi, uomini d'oggi? O, in modo ancor più netto: in che cosa ci tocca, in che cosa ci coinvolge questo dogma apparentemente tanto astrat­to? Maria è in cielo anche nel corpo. E sia. Ma noi?

Ecco, c'è da vergognarsi a porre le domande così. Ma riflettiamo un istante senza il sussiego di uomini adulti (occorre essere un po' bambini per capire que­ste faccende).

L'Assunta dice a noi che nella gloria, con Cristo, è entrata Maria, nostra Madre. Nella gloria è entrata non solo la mente, ma il cuore, la sensibilità, la premura di una madre; di una madre che ci conosce, che ci se­gue, che trepida e intercede per noi: non come ci può conoscere un registro d'anagrafe o un calcolatore elet­tronico, ma come una madre, appunto, che è attenta alle minuzie che formano la nostra vita, indovina i pensieri quando ci vede rabbuiati, tace quando intui­sce che abbiamo bisogno di soffrire, condivide le gioie quasi nascondendosi, e prima che usciamo, si premu­ra di controllare se abbiamo le scarpe lucide ai piedi e il fazzoletto pulito in tasca... Una madre conosce così: col cuore; e si sa che le cose più importanti sono invi­sibili agli occhi...

E di contro: una madre la si conosce così. Un bimbo richiesto di descrivere la mamma, non si sognerebbe mai di rispondere che ella è nome comune di persona singolare femminile. Ci direbbe che è la più bella e la più buona del mondo, e allargherebbe le braccia per dire che le vuol bene così.

E poi l'Assunta ci è motivo di speranza e anticipo di ciò che saremo.

Il suo destino è il nostro futuro.

Anima e corpo. Ciò significa che anche la pesantez­za e l'opacità del nostro corpo saranno riscattate: non è intuizione da poco, quando si osserva o si esperimenta il disfacimento della malattia e della morte; o quando si avverte che il corpo è ostacolo e schermo invece di essere parola tersa detta all'altro e intenzionalità d'amore manifestata...

Anima e corpo. Ciò significa che ha un senso il no­stro faticare quotidiano e il nostro riposo: il vivere tra i fornelli di cucina o gli altiforni delle fonderie, tra pannolini e biberon o tra scartoffie d'ufficio o tra libri o nel chiasso di un'officina o in una vacanza con ami­ci... Tutto viene recuperato e trasfigurato alle soglie dell'aldilà.

Non c'è lembo d'esistenza che va messo in parentesi perché inutile: tranne il peccato. Ce lo assicura l'Assun­ta: questo ideale d'umanità che è reale come e assai più delle nostre incombenze più immediate.

C'è di che stupirsi. C'è di che impegnarsi. C'è di che ringraziare Maria perché precede e dà senso ai nostri sforzi; o semplicemente perché è lei; perché esiste... Cambia un po' tutto. Davvero.


Un colloquio interrotto con Te..


"Mi hai resa così ricca, mio Dio, lasciami anche dispensare agli altri a piene mani. La mia vita è diventata un colloquio ininterrotto con te, mio Dio, un unico grande colloquio. A volte, quando me ne sto in un angolino del campo, i miei piedi piantati sulla tua terra, i miei occhi rivolti al cielo, le lacrime mi scorrono sulla faccia, lacrime che sgorgano da una profonda emozione e riconoscenza. Anche di sera, quando sono coricata nel mio letto e riposo in te, mio Dio, lacrime di riconoscenza mi scorrono sulla faccia e questa è la mia preghiera.

Sono molto, molto stanca, già da diversi giorni, ma anche questo passerà, tutto avviene secondo un ritmo più profondo che si dovrebbe insegnare ad ascoltare, è la cosa più importante che si può imparare in questa vita.

Io non combatto contro di te, mio Dio, tutta la mia vita è un grande colloquio con te. Forse non diventerò mai una grande artista come in fondo vorrei, ma mi sento già fin troppo al sicuro in te, mio Dio. A volte vorrei incidere delle piccole massime e storie appassionate, ma mi ritrovo prontamente con una parola sola: Dio, e questa parola contiene tutto e allora non ho più bisogno di dire quelle altre cose. E la mia forza creativa si traduce in colloqui interiori con te, e le ondate del mio cuore sono diventate qui più lunghe, mosse e insieme tranquille, e mi sembra che la mia ricchezza interiore cresca ancora."

 

Etty Hillesum

 

 

 

 

 

A che «serve» Dio?

 

A che «serve» Dio? Non ci prende talvolta l'impressione che egli sia terribilmente «inutile»? Un lusso tra tante cose necessarie che ancora ci mancano. Un ingombro tra mille impegni che ci assillano la giornata: a una faccenda ne segue un'altra con ritmo vertiginoso; c'è sempre qualcosa da fare: occorrerebbero due vite per viverne una come vorremmo; abbiamo l'agenda zeppa di appuntamenti e di incombenze.

A che «serve» Dio tra queste convulsioni? Dio, l'impalpabile, l'invisibile, il non registrabile: colui che non entra nei nostri bilanci se non per rubarci qualche lembo di tempo prezioso... E la sensazione di vuoto, spesso, quando ci si mette la testa tra le mani e si pensa a lui - o si tenta di pensare a lui e di parlargli. La paura di parlare a se stessi, perché di là c'è il vuoto, e la voce ritorna come l'eco in un mesto monologo. E la sofferta esperienza di chi teme di sospendersi al nulla. Ci si dirige a Lui come al «Tu» più vero della nostra vita, ed ecco insorge dentro di noi il timore che nessuno ci stia ad ascoltare; che la nostra invocazione si perda nel deserto della solitudine.

A che «serve» Dio? Quante volte l'abbiamo supplicato con sincerità, col cuore in angoscia, e l'abbiamo sentito estraneo, lontano, come incapace di tenerezza? Non ci ha risposto. Ci ha lasciati nella nostra sofferenza. E chiedevamo il giusto; quanto ci sembrava semplicemente indispensabile per continuare la dura fatica di esistere. A che «serve» Dio?

Amici, occorre avere il coraggio di dir chiaro: non «serve» a nulla; se mettiamo noi stessi - i nostri affari, le nostre vicende, i nostri consuntivi - al centro della nostra esistenza; se rimaniamo nel campo del constata- bile, dell'efficiente. Non «serve» a nulla.

Eppure, rifacciamoci la domanda: riusciremmo a vivere senza di Lui? A vivere non in superficie ma in profondità; là dove diciamo «io» ed emergono le attese più urgenti ed insopprimibili; là dove decidiamo il destino della nostra esistenza. Anche in un giorno senza storia.

Chi ci darà il coraggio di perdonare al fratello terribilmente banale che ci sta accanto? Dove troveremo le risorse per ricominciare la giornata, domani? E chi ringrazieremo per la giornata di oggi? E a chi ci aggrapperemo quando le forze ci mancano e tutto ci appare privo di senso, assurdo?

Dio, l'«inutile» necessario. Dio, il vicinissimo: tanto vicino - dentro di noi - da non riuscire a coglierlo...

Riusciremmo a vivere senza di Lui? Il perché dei nostri giorni. L'orizzonte dei nostri sforzi. La gioia, alla fine: quella che non si riesce ad esprimere, ma rimane nel fondo dell'animo. Vera. La si riscopre talvolta quando la si rifiuta: come una nostalgia che ci richiama sui nostri passi...

(Alessandro Maggiolini)



“Dalla grazia dei muri alla grazia dei volti” Camaldoli Mezzasalma pag 46

 

La lettura dell’esperienza del Concilio in Padre Benedetto Calati

 

C’è un testo di padre di Benedetto Calati che reca il significativo titolo di “ Il primato della comunione” e nel quale ….,cita una pagina di papa Giovanni XIII scritta il 24 maggio 1963 e quindi 10 giorni prima di morire è morto infatti il 3 giugno-Le circostanze odierne,le esigenze degli ultimi cinquantenni,l’approfondimento dottrinale,ci hanno condotto di fronte a realtà nuove,come dissi nel discorso di apertura del concilio “non è il Vangelo che cambia siamo noi che cominciamo a comprendere meglio”.

“Chi è vissuto più a lungo si è trovato come me agli inizi del secolo in faccia ai compiti nuovi di un’attività sociale che investe tutto l’uomo,chi è stato,come io  fui,vent’anni in oriente,otto in francia ed ha potuto confrontare culture e tradizioni diverse sa che è giunto il momento di riconoscere i segni dei tempi,di cogliere le opportunità e guardare lontano”.

 

Commenta Padre Calati “Papa Giovanni afferma il primato dell’Evangelo e la necessità di comprenderlo meglio,notiamo la carica ermeneutica di queste affermazioni,circostanze,esigenze,approfondimento.

Sulla scorta del saggio di O’Malley come proprio il Vaticano II fosse stato un “evento linguistico” nel tentativo di affrontare una questione decisiva:come comunicare all’uomo contemporaneo il messaggio di una chiesa che negli ultimi secoli si era contrapposta al mondo moderno coltivando la nostalgia di un mitico passato medievale in cui gli uomini le riconoscevano,quasi in assoluto la direzione della società civile?

 

….L’analisi di Padre Benedetto Calati su questo tipo di ecclesiologia è impietosa ma difficilmente contestabile: “ tutto questo era possibile perché c’era carenza di Parola di Dio,carenza di una coscienza di essere popolo di Dio”

La normativa giuridica aveva la precedenza de facto sulla Parola di Dio e la mancanza di comunione originava l’incapacità di leggere i segni dei tempi,con il sospetto nei confronti di ogni atteggiamento profetico. Questa situazione così anomala era conseguenza di quell’assolutismo ecclesiastico che era stato frutto dei “malintesi”  ecclesiologi seguiti al Concilio Vaticano I.

P 48 L’immobilismo della Chiesa è legato al suo peccato di divisione da principio dell’oriente e dell’occidente e in gran parte conseguenza della politica dei carolingi come pure aggiunge Padre Calati della riforma Protestante agli inizi dell’età moderna,è all’origine di tutte le difficoltà  che nella contemporaneità incontriamo nell’esperienza della fede…:L’unità della Chiesa nasce dalla Parola.E’ Cristo il fermento dell’unità,è il suo spirito il garante del pluralismo dei doni che anima la comunione ecclesiale.

L’unità della Chiesa non è semplicemente un fatto sociologico,la comunione delle Chiese rende visibile Koinonia di Dio.

La parola di Dio che ci rivela il suo amore per noi è perciò costante nutrimento e garanzia della comunione.


 

Andiamo a Betlemme

 

La storia di Maria è una storia che ha per noi oggi dell’incredibile..un Angelo fu mandato da Dio ad una Vergine promessa sposa di un uomo della casa di Davide e quell’Angelo le doveva annunciare che le sarebbe nato un bimbo ( confronta Lc 1,26 e seguenti)…il Figlio di Dio!

Così il Vangelo di Luca ci propone l’annuncio a Maria come un fatto miracoloso e inquietante. Non manca ormai molto al matrimonio quando  un Angelo le appare e le parla nel segreto del suo cuore e le prospetta un evento imminente che la riguarda molto da vicino( Lc 1,31): “Ecco concepirai un Figlio lo darai alla Luce lo chiamerai Gesù”.Ma come, ma cosa sta dicendo quell’Angelo,quella voce che batte forte sul cuore come un ossessione?Ma come è possibile questo? Giustamente Luca disse che Maria rimase turbata( Lc 1,29) e chi non lo sarebbe?Ma in queste parole risuonava per Maria di Nazareth la voce di Dio. In quell’annuncio,una visita dal cielo. E’ questo il modo in cui di solito Dio viene ad incontrare l’uomo: un modo che turba,che disorienta,che sconvolge tutti i piani e i programmi. L’impatto con Dio è scomodo,rischioso solo pochi riescono a dire si come Maria, tanto più sarebbe difficile oggi rispondere all’annuncio dell’Angelo Gabriele per un tipo di mentalità come quella corrente dove tutto deve essere spiegato e ogni scelta motivata da un concreto profitto. Maria credette in questa impresa e mise a repentaglio la sua vita il suo presente e il suo futuro e si legò irrevocabilmente ad un Dio che non voleva abbandonare la storia dell’uomo a se stessa ma voleva essere Emanuele,”Dio con noi”,che voleva trovare un cantuccio nel paese,un corpo che potesse abbracciarlo e custodirlo,dargli un po’ di calore,piuttosto di tirarsi indietro,di farsi paralizzare dalla paura di quanto avrebbe comportato la nascita di quel Figlio.Ella credette,si affidò,consegnò il suo corpo alla Vita e alla Speranza:”Avvenga di me secondo la sua parola”(LC1,38) e lo fece proprio accettando Gesù nel suo grembo.

(Cfr Rosanna Virgili in Vita Monastica)

Betlemme è soprattutto l’incontro con un Dio che abbiamo troppo sbrigativamente mandato in esilio,un Dio nuovo,un Dio che genera,un Dio che non ha mai smesso di creare, un Dio che ci spinge a farci complici dell’atto di generare. Due persone che si amano sono vicine al cielo e una donna che dà vita alla vita è complice dell’inguaribile attitudine del generare di Dio. A Betlemme infatti le stelle che illuminano la capanna, avvolgono quel miracolo della vita che è la nascita di nostro Signore è il segno più spettacolare che indica il tempio in cui il Dio che genera ha deciso di abitare.

A Betlemme Dio ha finalmente un volto. Non una maschera,un volto. Semplicemente da contemplare ovvero da amare. Ci chiede il miracolo  un Dio bambino confuso  tra milioni di altri bambini: non sono cori di angeli da presepe ma grida di dolore che ci ricordano l’urgenza di generare pace e giustizia insieme alla bellezza e all’incanto.

(Cfr Tonino dall’Olio,Rocca 24 pag 25)

 

Anche noi andiamo a Betlemme partecipando, percorrendo la strada dalle nostre case nell’incontro nella Chiesa della nostra Comunità dove troveremo il Signore presente nei piccoli e nei grandi, nella diversità delle persone ma in ognuno un cuore da incontrare e da amare.

Buon Natale e Felice anno nuovo pieno di Speranza.

 

Padre Lorenzo,Padre Luigi, Padre Angelo.

 


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