Rifletti con noi!

Mangiare la carne e bere il sangue di Cristo

 

 

19 agosto 2018

 

XX domenica del tempo Ordinario

Gv 6,51-58

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo Gesù disse si suoi discepoli:« 51Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». 52Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

 

Questa pagina del vangelo secondo Giovanni è tra le più scandalose di tutti i vangeli, può addirittura risultare ripugnante a chi non sta nello spazio “dentro” (éso), lo spazio dell’intimità con il Signore. Chi l’ha scritta ha faticato per far comprendere ciò che doveva affermare, di fronte a una fede gnostica che non accettava l’umanità, la carne umana nella sua debolezza quale luogo in cui incontrare Dio. Eppure, secondo il quarto vangelo, Dio ha scelto che la sua manifestazione definitiva, la sua rivelazione decisiva fosse l’umanità come carne debole di Gesù (cf. Gv 1,14.18), un galileo che andava verso la morte. Tentiamo dunque con molta umiltà di leggere questa pagina.

 

Gesù aveva detto: “Io sono il pane vivente, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Questo annuncio appariva una pretesa intollerabile, un’affermazione irricevibile e, come tale, aveva suscitato mormorazione e discussione (cf. Gv 6,41-42). Qui nasce un’aspra discussione, una vera e propria battaglia verbale tra gli ascoltatori di Gesù: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Ed egli risponde loro con espressioni ancora più scandalose, rendendo il suo annuncio più duro e urtante, in modo da togliere ogni possibilità di comprendere le sue parole in modo semplicemente parabolico, in modo intellettuale, raffinato ma gnostico: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete la vita eterna”.

 

Era già uno scandalo pensare di poter mangiare la carne del Figlio dell’uomo, ma bere il sangue è un’azione gravemente peccaminosa, vietata dalla Legge e dunque ripugnante per i credenti nell’alleanza sancita da Mosè. Su questo non c’erano dubbi. Nella Torah, infatti, sta scritto: “Ogni uomo, figlio di Israele o straniero, che mangi qualsiasi tipo di sangue, contro di lui, che ha mangiato il sangue, io volgerò il mio volto e lo eliminerò dal suo popolo. Poiché la vita (nephesh) della carne è nel sangue” (Lv 17,10-11). L’ebreo sapeva che l’umanità fino ai giorni di Noè non si era nutrita della carne di animali ma unicamente di vegetali e che solo nell’economia dopo il diluvio Dio aveva permesso e tollerato le carni animali come nutrimento, ma a una precisa condizione: “Soltanto non mangerete la carne con la sua vita (nephesh), cioè con il suo sangue” (Gen 9,4). Questo comando, che indica un rispetto della vita, rappresentata dal sangue, era talmente importante che gli apostoli lo manterranno anche per i cristiani provenienti dalle genti (cf. At 15,20.29; 21,25).

 

Eppure Gesù annuncia che per avere parte alla vita eterna, alla vita di Dio, per conoscere la salvezza, è necessario mangiare – o meglio “masticare”, stando al verbo greco utilizzato (trógo) – la carne del Figlio dell’uomo e bere il suo sangue? Perché questo realismo nelle parole di Gesù secondo il quarto vangelo, parole che non risuonano né negli altri vangeli né nel resto del Nuovo Testamento? Perché questo linguaggio proprio nel vangelo che non ricorda l’istituzione eucaristica, ma la sostituisce con il racconto della lavanda dei piedi (cf. Gv 13,1-17)? Certamente l’autore di questo racconto si serve di un linguaggio che vuole affermare come la partecipazione al pane e al calice di Gesù Cristo sia partecipazione al suo corpo e al suo sangue. Questo avviene sacramentalmente, cioè attraverso il mangiare i segni del pane e del vino, ma ciò che si riceve è tutta la vita del Figlio fattosi carne e sangue, nato da donna, manifestatosi uomo veramente uomo come noi che siamo suoi fratelli.

 

Lo sappiamo, fin dall’inizio della fede cristiana, non fu facile confessare la reale umanità di Gesù, e il corpo di Gesù fu immaginato solo apparenza e la sua carne come del tutto provvisoria. Un mero strumento per mostrarsima da abbandonare al più presto con la resurrezione. E invece “chi non riconosce Gesù nella carne, non è da Dio” (1Gv 4,3).

 

Ciò che questo linguaggio duro tenta di farci comprendere è che l’incarnazione, cioè l’umanizzazione di Dio, va accolta seriamente, senza riserve e senza pensieri che rispondono più al bisogno religioso dell’umanità che all’azione di Dio. La verità è che Dio si è fatto uomo in Gesù affinché lo cercassimo e lo trovassimo, per quanto ci è possibile, nella condizione umana. Dio ha voluto condividere con noi proprio la nostra umanità, la nostra stessa carne, perché noi potessimo realmente conoscere il suo amore, non come qualcosa da credere, ma come qualcosa che comprendiamo e sperimentiamo attraverso e nella nostra carne. Gesù è questa carne che possiamo incontrare nella nostra carne, è questo corpo che possiamo incontrare solo nella nostra corporeità. Perché noi potessimo partecipare alla vita di Dio – “diventare Dio”, come si esprimevano gli antichi padri della chiesa d’oriente – era necessario che Dio diventasse uomo e che carne e carne, corpo e corpo si incontrassero realmente. L’amore espresso solo a parole, anche nella rivelazione non era sufficiente: occorreva una carne umana che raccontasse (exeghésato: Gv 1,18) Dio, una carne umana che, amando la nostra umanità, ci narrasse l’amore di Dio, o meglio il “Dio” che “è amore” (1Gv 4,8.16). Questa nostra carne, che ci dice la nostra debolezza, la nostra fragilità, la nostra morte, questa carne che a volte pensiamo di negare o dimenticare in favore di una “vita spirituale”, per poter incontrare Dio, proprio questa carne è stata assunta da Dio e non è un ostacolo alla comunione con lui, ma anzi è il luogo ordinario dell’incontro con Dio.

 

Le parole eucaristiche di Gesù, in questo sesto capitolo di Giovanni, in profondità ci dicono che incarnazione di Dio, resurrezione della carne ed eucaristia esprimono insieme il mistero della nostra salvezza. Nella nostra povera carne, nel “corpo di miseria” (Fil 3,21) che noi siamo, proprio lì noi incontriamo Dio, perché in Gesù “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9). Carne da masticare e sangue da bere sono la condizione in cui Gesù si consegna a noi, in cui Dio si dà a noi, raggiungendoci là dove siamo e non chiedendo a noi di salire alla sua condizione divina, azione per noi impossibile e solo frutti di un orgoglio religioso malato. Entrando in noi, la carne e il sangue di Cristo ci trasformano, per partecipazione in carne e sangue di Cristo, producendo ciò che a noi è impossibile: diventare il Figlio di Dio in Cristo stesso, l’Unigenito amato dall’amante, il Padre, con un amore infinito, lo Spirito santo. Chi mangia la carne e beve il sangue di Cristo conoscerà la resurrezione, vivrà per sempre, in una salda comunione con Cristo per la quale rimane, dimora (verbo méno) in Cristo, così come Cristo rimane, dimora in lui: corpo nel Corpo e Corpo nel corpo!

 

Lo stesso Giovanni nel prologo della sua Prima lettera, parlando dell’esperienza di Gesù da lui fatta, scrive: “Ciò che noi abbiamo ascoltato, visto e toccato del Verbo della vita…” (cf. 1Gv 1,1), cioè di Gesù. E in questa pagina del vangelo è come se arrivasse a dire: “Ciò che abbiamo mangiato, gustato di Gesù”, attraverso l’eucaristia, è la nostra vita!

 

 

Proprio per questo non dobbiamo isolare l’eucaristia come fosse un principio di riferimento, un realtà autosufficiente cui attribuire un potere proprio. No! L’eucaristia non è un secondo Gesù Cristo, non c’è un Cristo eucaristica separato dal Cristo della storia che è nato, è vissuto, è morto ed è risorto! Gesù Cristo è unico, e nell’eucaristia è totalmente presente, e se non si è capaci nella fede di cogliere questa unica soggettività, allora si cosifica l’eucaristia, la si riduce a cosa, a oggetto, attentando all’unica vita di Gesù Cristo! Ricevendo dunque l’eucaristia, come ammonisce con intelligenza cristiana il teologo Giuseppe Colombo, al cristiano è data la possibilità di vivere la vita come l’ha vissuta Gesù perché non vive più lui ma Cristo vive in lui (cf. Gal 2,20).


 

Il cielo incomincia

 

mangiando

 

il pane di Gesù

 

Domenica XX del T.O. (B)

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

 

 

Gv 6,51-58 Fare della nostra vita un pane spezzato, dono senza misura [1]

 

Diventare pane spezzato…

Il Vangelo di Giovanni presenta il discorso sul “pane di vita”, tenuto da Gesù nella sinagoga di Cafarnao, nel quale afferma: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,51). Gesù sottolinea che non è venuto in questo mondo per dare qualcosa, ma per dare sé stesso, la sua vita, come nutrimento per quanti hanno fede in lui. Questa nostra comunione con il Signore impegna noi, suoi discepoli, ad imitarlo, facendo della nostra esistenza, con i nostri atteggiamenti, un pane spezzato per gli altri, come il Maestro ha spezzato il pane che è realmente la sua carne. Per noi, invece, sono i comportamenti generosi verso il prossimo che dimostrano l’atteggiamento di spezzare la vita per gli altri.

Ogni volta che partecipiamo alla Santa Messa e ci nutriamo del Corpo di Cristo, la presenza di Gesù e dello Spirito Santo in noi agisce, plasma il nostro cuore, ci comunica atteggiamenti interiori che si traducono in comportamenti secondo il Vangelo. Anzitutto la docilità alla Parola di Dio, poi la fraternità tra di noi, il coraggio della testimonianza cristiana, la fantasia della carità, la capacità di dare speranza agli sfiduciati, di accogliere gli esclusi. In questo modo l’Eucaristia fa maturare uno stile di vita cristiano. La carità di Cristo, accolta con cuore aperto, ci cambia, ci trasforma, ci rende capaci di amare non secondo la misura umana, sempre limitata, ma secondo la misura di Dio.

 

… dono senza misura

E qual è la misura di Dio? Senza misura! La misura di Dio è senza misura. Tutto! Tutto! Tutto! Non si può misurare l’amore di Dio: è senza misura! E allora diventiamo capaci di amare anche chi non ci ama: e questo non è facile. Amare chi non ci ama… Non è facile! Perché se noi sappiamo che una persona non ci vuole bene, anche noi siamo portati a non volerle bene. E invece no! Dobbiamo amare anche chi non ci ama! Opporci al male con il bene, di perdonare, di condividere, di accogliere. Grazie a Gesù e al suo Spirito, anche la nostra vita diventa “pane spezzato” per i nostri fratelli. E vivendo così scopriamo la vera gioia! La gioia di farsi dono, per ricambiare il grande dono che noi per primi abbiamo ricevuto, senza nostro merito. È bello questo: la nostra vita si fa dono! Questo è imitare Gesù.

 

Due cose da ricordare

Io vorrei ricordare queste due cose. Primo: la misura dell’amore di Dio è amare senza misura. È chiaro questo? E la nostra vita, con l’amore di Gesù, ricevendo l’Eucaristia, si fa dono. Come è stata la vita di Gesù. Non dimenticare queste due cose: la misura dell’amore di Dio è amare senza misura. E seguendo Gesù, noi, con l’Eucaristia, facciamo della nostra vita un dono.

Gesù, Pane di vita eterna, è disceso dal cielo e si è fatto carne grazie alla fede di Maria Santissima. Dopo averlo portato in sé con ineffabile amore, Ella lo ha seguito fedelmente fino alla croce e alla risurrezione. Chiediamo alla Madonna di aiutarci a riscoprire la bellezza dell’Eucaristia, a farne il centro della nostra vita, specialmente nella Messa domenicale e nell’adorazione.

 

6,51-58 L’Eucaristia segno del rimanere di Gesù in noi e noi in lui [2]

 

Cosa significa mangiare il corpo e bere il sangue di Gesù?

Il brano di oggi (Gv 6,51-58) presenta l’ultima parte di tale discorso, e riferisce di alcuni tra la gente che si scandalizzano perché Gesù ha detto: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,54). Lo stupore degli ascoltatori è comprensibile; Gesù infatti usa lo stile tipico dei profeti per provocare nella gente – e anche in noi – delle domande e, alla fine, provocare una decisione. Anzitutto delle domande: che significa “mangiare la carne e bere il sangue” di Gesù? è solo un’immagine, un modo di dire, un simbolo, o indica qualcosa di reale? Per rispondere, bisogna intuire che cosa accade nel cuore di Gesù mentre spezza i pani per la folla affamata. Sapendo che dovrà morire in croce per noi, Gesù si identifica con quel pane spezzato e condiviso, ed esso diventa per lui il “segno” del Sacrificio che lo attende. Questo processo ha il suo culmine nell’Ultima Cena, dove il pane e il vino diventano realmente il suo Corpo e il suo Sangue. È l’Eucaristia, che Gesù ci lascia con uno scopo preciso: che noi possiamo diventare una cosa sola con lui. Infatti dice: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui” (v. 56). Quel “rimanere”: Gesù in noi e noi in Gesù. La comunione è assimilazione: mangiando lui, diventiamo come lui. Ma questo richiede il nostro “sì”, la nostra adesione di fede.

 

A che serve la Messa?

A volte si sente, riguardo alla santa Messa, questa obiezione: “Ma a cosa serve la Messa? Io vado in chiesa quando me la sento, o prego meglio in solitudine”. Ma l’Eucaristia non è una preghiera privata o una bella esperienza spirituale, non è una semplice commemorazione di ciò che Gesù ha fatto nell’Ultima Cena. Noi diciamo, per capire bene, che l’Eucaristia è “memoriale”, ossia un gesto che attualizza e rende presente l’evento della morte e risurrezione di Gesù: il pane è realmente il suo Corpo donato per noi, il vino è realmente il suo Sangue versato per noi.

L’Eucaristia è Gesù stesso che si dona interamente a noi. Nutrirci di lui e dimorare in lui mediante la Comunione eucaristica, se lo facciamo con fede, trasforma la nostra vita, la trasforma in un dono a Dio e ai fratelli. Nutrirci di quel “Pane di vita” significa entrare in sintonia con il cuore di Cristo, assimilare le sue scelte, i suoi pensieri, i suoi comportamenti. Significa entrare in un dinamismo di amore e diventare persone di pace, persone di perdono, di riconciliazione, di condivisione solidale. Le stesse cose che Gesù ha fatto.

 

Il cielo incomincia con la comunione

Gesù conclude il suo discorso con queste parole: “Chi mangia questo pane vivrà in eterno” (Gv 6,58). Sì, vivere in comunione reale con Gesù su questa terra ci fa già passare dalla morte alla vita. Il Cielo incomincia proprio in questa comunione con Gesù.

 

6,51-58 Gesù pane di vita per noi pellegrini [3]

 

Gesù mandato come pane di vita…

L’odierna pagina evangelica, tratta da San Giovanni, è una parte del discorso sul “pane di vita” (cfr 6,51-58). Gesù afferma: «Io sono il pane vivo disceso dal cielo. […] Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (v. 51). Egli vuole dire che il Padre lo ha mandato nel mondo come cibo di vita eterna, e che per questo Lui sacrificherà sé stesso, la sua carne. Infatti Gesù, sulla croce, ha donato il suo corpo e ha versato il suo sangue. Il Figlio dell’uomo crocifisso è il vero Agnello pasquale, che fa uscire dalla schiavitù del peccato e sostiene nel cammino verso la terra promessa. L’Eucaristia è sacramento della sua carne data per far vivere il mondo; chi si nutre di questo cibo rimane in Gesù e vive per Lui. Assimilare Gesù significa essere in Lui, diventare figli nel Figlio.

 

… si affianca a noi pellegrini

Nell’Eucaristia Gesù, come fece con i discepoli di Emmaus, si affianca a noi, pellegrini nella storia, per alimentare in noi la fede, la speranza e la carità; per confortarci nelle prove; per sostenerci nell’impegno per la giustizia e la pace. Questa presenza solidale del Figlio di Dio è dappertutto: nelle città e nelle campagne, nel Nord e nel Sud del mondo, nei Paesi di tradizione cristiana e in quelli di prima evangelizzazione. E nell’Eucaristia Egli offre sé stesso come forza spirituale per aiutarci a mettere in pratica il suo comandamento – amarci come Lui ci ha amato –, costruendo comunità accoglienti e aperte alle necessità di tutti, specialmente delle persone più fragili, povere e bisognose.

Nutrirci di Gesù Eucaristia significa anche abbandonarci con fiducia a Lui e lasciarci guidare da Lui. Si tratta di accogliere Gesù al posto del proprio “io”. In questo modo l’amore gratuito ricevuto da Gesù nella Comunione eucaristica, con l’opera dello Spirito Santo alimenta l'amore per Dio e per i fratelli e le sorelle che incontriamo nel cammino di ogni giorno. Nutriti del Corpo di Cristo, noi diventiamo sempre più e concretamente il Corpo mistico di Cristo. Ce lo ricorda l’apostolo Paolo: «Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane» (1Cor 10,16-17).

 

6,56 Fare memoria della carne resuscitata [4]

 

La carne del Signore è la nostra carne risuscitata

Nella festa del Corpus Domini facciamo memoria di tutto il tempo pa¬squale, che si concentra nella festa della Carne e del Sangue di Cristo. La carne del Signore è la nostra carne risuscitata e assunta al più alto dei cieli. Un grande credente diceva che “il cielo è l’intimità sacra del Dio Santo”. Ecco, nel Corpus Domini festeggiamo il luogo fisico in cui l’in¬timità sacra del Dio Santo ci si apre e ci si offre ogni giorno: l’Eucaristia.

 

Fare memoria del pane dei tempi difficili

In questi tempi così difficili per la nostra patria, in cui la bassezza morale sembra appiattire ogni cosa, ci fa bene alzare gli occhi verso l’Eu¬caristia e ricordarci a quale speranza siamo stati chiamati. Siamo invitati a vivere in comunione con Gesù. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui» (Gv 6,56), ci ha detto il Signore durante l’ultima cena, aggiungendo: «Fate questo in memoria di me» (1Cor 11,24).

Facciamo memoria con le parole di Mosè […] al popolo; ci risuonano nelle orecchie con drammatico realismo: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore» (Dt 8,2).

Mosè interpreta la storia del suo popolo, quarant'anni di apparente insuccesso, attraverso lo sguardo salvifico del Signore. Agli occhi di Dio non esistono decenni perduti.

Là nel deserto, proprio quando il popolo non riesce a vedere nient’altro che i propri limiti, il Signore gli dona un nutrimento speciale: la manna, figura e anticipazione dell’Eucaristia. Quel pane del cielo ha delle caratteristiche peculiari: dura un giorno solo; bisogna condividerlo con gli altri, perché se avanza va a male; ognuno ne raccoglie soltanto ciò che gli serve per la sua famiglia. La manna insegna al popolo a vivere del “nostro pane quotidiano”.

 

Imparare a riconoscere il pane falso

Nel Vangelo, Gesù ci rivela che lui stesso è la manna, il pane «disceso dal cielo» (Gv 6,51). Egli è il Pane che dà vita, una vita per sempre: «La mia carne è vero cibo» (ivi, 55). Quel giorno molti discepoli lo abbando¬narono, perché quelle parole suonavano loro molto dure. Volevano qual¬cosa di più concreto, una spiegazione migliore su come vivere con quello che Gesù ci dice, con quello che Gesù ci dà. Invece Pietro e gli apostoli scommisero sul Signore: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (ivi, 68). Anche noi, come popolo, attraversiamo una situazione simile: una situazione di deserto, una situazione in cui siamo tenuti a prendere decisioni dove ne va della vita. Di fronte al pane vivo, in quanto popolo fedele di Dio, lasciamoci dire dal Signore: popolo mio, ricordati del Pane con cui ti nutre il Padre celeste e impara a riconoscere il pane falso che ti ha illuso e condotto a questa situazione.

 

Memoria del pane che parla di semina e di raccolta, pane solidale

Ricordati che il Pane del cielo è pane vivo, che ti parla di semina e raccolto, perché è pane di una vita che deve morire per farsi nutrimento. Ricordati che il Pane del cielo è un pane quotidiano, perché il tuo futuro è nelle mani del Padre buono e non soltanto in quelle degli uomini. Ri¬cordati che il Pane del cielo è un pane solidale: accumularlo non serve, ma va condiviso e goduto in famiglia. Ricordati che il Pane del cielo è pane di vita eterna e non pane deperibile. Ricordati che il Pane del cielo viene spezzato perché tu apra gli occhi alla fede, e abbandoni l’incredu¬lità. Ricordati che il Pane del cielo ti rende compagno di Gesù e ti fa accomodare alla mensa del Padre, dalla quale non è escluso nessuno dei tuoi fratelli. Ricordati che il Pane del cielo ti fa vivere in intimità con il tuo Dio e in comunione con i tuoi fratelli. Ricordati che il Pane del cielo, affinché tu potessi mangiarlo, si è spezzato sulla croce e si è condiviso generosamente per la salvezza di tutti. Ricordati che il Pane del cielo si moltiplica quando ti preoccupi di distribuirlo. Ricordati che il Pane del cielo è benedetto per te, è spezzato per te, ti viene servito dallo stesso Signore risorto, con le sue mani piagate per amore. Ricordati! Ricordati! Non dimenticarlo mai!

 

Memoria del pane che apre allo Spirito

Questa memoria che riguarda il pane ci apre allo Spirito, ci dà forza, ci dà speranza. Questa speranza incrollabile di sederci un giorno alla mensa del banchetto celeste ci liberi dalla tentazione di accostarci alla tavola degli autosufficienti e dei superbi, che non lasciano nemmeno le briciole ai più poveri. Vivere nella sacra intimità con il Dio Santo ci liberi dalle discordie politiche fratricide che stritolano la nostra patria. Saziar¬ci dell’umile pane quotidiano ci guarisca dall’ambizione finanziaria. Il lavoro quotidiano per il Pane che dà vita eterna ci risvegli dal sogno vanitoso della ricchezza e della fama. Il piacere del pane condiviso ci sottragga alle chiacchiere maldicenti e lagnose dei media. L’Eucaristia celebrata con amore ci difenda da ogni mondanità spirituale.

 

Maria ci guidi nel fare memoria del pane che dà la vita e del vino che rallegra

Chiediamo alla Vergine queste grazie di memoria. La Madonna è il modello dell’anima cristiana ed ecclesiale che custodisce «tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2,51). La supplichiamo di ricordarci sempre dov’è il Pane che ci dà vita e il vino che rallegra il nostro cuore. Non smetta di ripeterci con la sua voce materna: «Qualsiasi cosa [Gesù] dica, fatela» (Gv 2,5). Ci scolpisca in cuore le parole di suo Figlio: «Fate questo in memoria di me».

 

NOTE

[1] Angelus, 22 giugno 2014.

[2] Angelus, 16 agosto 2015.

[3] Angelus, 18 giugno 2017.

 

[4] «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, Dio tuo, ti ha fatto percorrere», Omelia, Corpus Domini, 1 giugno 2002, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 171-173; BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013, 311-313.


"Santa Maria, Vergine del meriggio, donaci l'ebbrezza della luce. Stiamo fin troppo sperimentando lo spegnersi delle nostre lanterne, e il declinare delle ideologie di potenza, e l'allungarsi delle ombre crepuscolari sugli angusti sentieri della terra, per non sentire la nostalgia del sole meridiano. Strappaci dalla desolazione dello smarrimento e ispiraci l'umiltà della ricerca. Abbevera la nostra arsura di grazia nel cavo della tua mano. Riportaci alla fede che un'altra Madre, povera e buona come te, ci ha trasmesso quando eravamo bambini, e che forse un giorno abbiamo in parte svenduto per una miserabile porzione di lenticchie. Tu, mendicante dello Spirito, riempi le nostre anfore di olio destinato a bruciare dinanzi a Dio: ne abbiamo già fatto ardere troppo davanti agli idoli del deserto. Facci capaci di abbandoni sovrumani in Lui. Tempera le nostre superbie carnali. Fa' che la luce della fede, anche quando assume accenti di denuncia profetica, non ci renda arroganti o presuntuosi, ma ci doni il gaudio della tolleranza e della comprensione. Soprattutto, però, liberaci dalla tragedia che il nostro credere in Dio rimanga estraneo alle scelte concrete di ogni momento sia pubbliche che private, e corra il rischio di non diventare mai carne e sangue sull' altare della ferialità."

 

Don Tonino Bello


12 agosto 2018

 

XIX domenica del tempo Ordinario

Gv 6,41-51

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo 41 i Giudei si misero a mormorare contro di Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». 42E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: «Sono disceso dal cielo»?».

43Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. 44Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 45Sta scritto nei profeti: E tutti saranno istruiti da Dio. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. 46Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. 47In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.

48Io sono il pane della vita. 49I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; 50questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. 51Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

 

Siamo sempre impegnati nella lectio delle parole pronunciate da Gesù nella sinagoga di Cafarnao: parole suscitate da reazioni e domande di quegli ascoltatori definiti nel quarto vangelo come “i giudei”, cioè quei credenti nel Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe nutriti dell’ideologia giudaica dominante, forgiata dai capi religiosi del popolo, ostili a Gesù e poi responsabili, insieme ai capi politici romani, della sua condanna.

 

Nella porzione di discorso proposta dall’ordo liturgico per questa domenica, viene innanzitutto testimoniata una mormorazione. Gesù aveva parlato di un pane, donato dal Padre suo, venuto dal cielo, un pane capace di dare la vita al mondo (cf. Gv 6,32-33). In seguito si era identificato egli stesso con questo pane: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete” (Gv 6,35), ma queste sue affermazioni risultano agli orecchi dei suoi ascoltatori una pretesa folle, scandalosa, inaudita. Per questo si domandano l’un l’altro: come può quest’uomo, Gesù di Nazaret, che appare ed è realmente un uomo, rivelarsi come disceso dal cielo, dunque venuto da Dio, inviato da lui? Come può dirsi pane, dirsi cibo capace di togliere la fame? La sua pretesa risulta inammissibile, dunque irricevibile, perché attenta alla signoria di Dio (cf. Gv 5,18; 10,33).

 

Proprio l’umanità di Gesù scandalizza, la sua carne e il suo sangue: il suo corpo fragile di creatura lo dichiara terrestre, non disceso dal cielo. Inoltre quei giudei hanno una conoscenza precisa di Gesù, dovuta alla realtà dei fatti: è il figlio del falegname di Nazaret, anche sua madre è ben conosciuta, dunque egli viene semplicemente da questo piccolo borgo della Galilea, non dal cielo.

 

Di fronte a queste contestazioni e a questo disprezzo, Gesù reagisce chiedendo in primo luogo di astenersi dal mormorare, poi dichiarando: “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato”. Ecco il mistero della fede: non basta l’intelligenza umana, non sono sufficienti le facoltà umane per discernere chi è veramente Gesù, ma occorre un’azione di Dio, colui che Gesù stesso definisce suo Padre. Solo attraverso l’accoglienza di questo dono gratuito si può accedere a Gesù, attirati da questa forza divina. Aderire a Gesù, essere coinvolti nella sua vita è essenzialmente grazia che accompagna, con un’assoluta preminenza sull’impegno personale del discepolo. Certo, a questa attrazione del Padre si può rispondere con consapevolezza, convinzione, nella libertà e accedendo all’amore per Gesù, ma le si può anche opporre un rifiuto, una chiusura.

 

Quando però avviene questo accesso convinto a Gesù, allora la comunione con la sua vita è tale che neppure l’ostacolo definitivo, la morte, può vincerla. Infatti Gesù stesso, lui, il Risorto, farà risorgere nell’ultimo giorno chi si è affidato a lui condividendo con lui la sua stessa vita. Siamo ormai nel tempo del compimento della profezia e se i profeti avevano annunciato che Dio stesso avrebbe istruito il suo popolo, ecco che questa azione di Dio nell’oggi si compie attraverso la presenza del Figlio sulla terra, non come istruzione per l’osservanza della Legge, ma come istruzione finalizzata all’aderire all’uomo Gesù (cf. Is 54,13; Ger 31,33-34).

 

Tutti gli umani, non solo i figli dell’antica alleanza ma tutti i figli di Adamo, tutta l’umanità può ascoltare Dio, accogliere il suo insegnamento e quindi venire a Gesù. Non vi è certo ancora la possibilità di vedere Dio faccia a faccia, perché questo non è mai stato possibile nel regime della fede: solo il Figlio, che è da Dio, lo ha visto faccia a faccia (cf. Gv 1,18) e ne è la narrazione, l’interpretazione unica e veritiera, perché chi vede il Figlio vede il Padre (cf. Gv 14,9).

 

Anche queste parole possono suscitare scandalo, ma qui siamo al cuore della fede cristiana: andare a Gesù significa incontrare un uomo, con un’umanità piena, con una carne fragile, significa incontrare un uomo che vive tra gli altri, ha sentimenti umani, parla una lingua umana, incontra gli esseri umani, si mette al loro servizio, li istruisce, li cura e li guarisce. È in questa sua umanità che possiamo vedere Dio e quindi compiere il cammino che ci porta ad aderire a lui. Sì, perché, come Gesù ha detto: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6). Ritorna quindi sulla bocca di Gesù per la terza volta l’affermazione solenne: “Io sono (Egó eimi) il pane della vita, il pane vivo”. Chi parla è Egó eimi, il Nome santo di Dio rivelato a Mosè (cf. Es 3,14), e definisce la sua identità quale pane, cibo per la vita.

 

Qui però dobbiamo fare molta attenzione e soprattutto non finire per dividere “il pane della vita” da Gesù, l’uomo Gesù, il Figlio di Dio fatto carne. Mai si deve disgiungere il Cristo, il Figlio, dalle sue parole e dal pane che egli ha donato al mondo: sarebbe un attentato alla pienezza dell’identità di Gesù! E non ci si lasci ingannare dal parallelismo che egli instaura tra il pane che discende dal cielo e la manna, perché solo il movimento dal cielo alla terra lo giustifica. La manna che Dio aveva dato ai padri nel deserto dopo l’uscita dall’Egitto era sì un dono, ma per saziare la fame; non era un cibo che poteva procurare loro salvezza, tant’è vero che i destinatari di quel dono sono poi morti senza entrare nella terra promessa. “Il pane disceso dal cielo”, invece, quello che il Padre dona, è Gesù Cristo stesso, ed è decisivo per la vita eterna. Chi partecipa al banchetto di questo pane – che l’inno liturgico per la festa del Corpo del Signore definisce panis vivus et vitalis – vive la vita eterna. Assimilare questo pane che è Gesù Cristo significa ricevere l’antidoto alla morte, iniziando a vivere una vita altra da quella mortale, la vita stessa del Figlio di Dio

 

Certo, dobbiamo ammetterlo: queste parole di Gesù nel quarto vangelo ci danno le vertigini se le accogliamo con fede, mentre ci scandalizzano se non sentiamo una profonda e segreta attrazione verso Gesù, destata da Dio. Dio non ci costringe, neppure si impone, porgendoci il dono del Figlio nel suo grande amore per Dio e per il mondo (cf. Gv 3,16), ma ci fa un’offerta affinché sappiamo rispondergli nella libertà e per amore. E proprio in virtù di questa accoglienza del dono di colui che è disceso dal cielo “per noi e per la nostra salvezza” e che ha dato la sua intera vita, il suo corpo, la sua carne, il suo sangue, e il suo spirito, come dono gratuito e per tutti, vigiliamo per essere sempre capaci di credere, adorare e confessare Gesù come l’unico nostro Signore. In quest’ottica, siamo chiamati a non scindere mai l’eucaristia dalla cristologia, con il rischio di cosificare il sacramento e di impoverirlo dell’immensità del mistero.

 

 

Questo capitolo sesto del vangelo secondo Giovanni, nell’insistere sull’unica identità di colui che è il Figlio del Padre disceso dal cielo, di colui che è parola di Dio ed è pane, cibo di vita eterna per i credenti, ci rende saldi nella fede cristiana, alla quale è immanente la fede eucaristica.


Il pane

 

per un popolo

 

in cammino

 

Domenica XIX del T.O. (B)

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

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Gv 6,41-51 “Il pane della vita” [1]

 

Gesù spiega il segno

Gesù, dopo aver compiuto il grande miracolo della moltiplicazione dei pani, spiega alla gente il significato di quel “segno” (Gv 6,41-51).

Come aveva fatto in precedenza con la Samaritana, partendo dall’esperienza della sete e dal segno dell’acqua, qui Gesù parte dall’esperienza della fame e dal segno del pane, per rivelare Sé stesso e invitare a credere in Lui.

La gente lo cerca, la gente lo ascolta, perché è rimasta entusiasta del miracolo - volevano farlo re! -; ma quando Gesù afferma che il vero pane, donato da Dio, è Lui stesso, molti si scandalizzano, non capiscono, e cominciano a mormorare tra loro: «Di lui – dicevano – non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo?”» (Gv 6,42). E cominciano a mormorare. Allora Gesù risponde: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato», e aggiunge: «Chi crede ha la vita eterna» (vv. 44.47).

 

 

 

La dinamica della fede…

Ci stupisce, e ci fa riflettere questa parola del Signore. Essa introduce nella dinamica della fede, che è una relazione: la relazione tra la persona umana – tutti noi – e la Persona di Gesù, dove un ruolo decisivo gioca il Padre, e naturalmente anche lo Spirito Santo – che qui rimane sottinteso. Non basta incontrare Gesù per credere in Lui, non basta leggere la Bibbia, il Vangelo - questo è importante! ma non basta -; non basta nemmeno assistere a un miracolo, come quello della moltiplicazione dei pani. Tante persone sono state a stretto contatto con Gesù e non gli hanno creduto, anzi, lo hanno anche disprezzato e condannato. E io mi domando: perché, questo? Non sono stati attratti dal Padre? No, questo è accaduto perché il loro cuore era chiuso all’azione dello Spirito di Dio. E se tu hai il cuore chiuso, la fede non entra. Dio Padre sempre ci attira verso Gesù: siamo noi ad aprire il nostro cuore o a chiuderlo. Invece la fede, che è come un seme nel profondo del cuore, sboccia quando ci lasciamo “attirare” dal Padre verso Gesù, e “andiamo a Lui” con il cuore aperto, senza pregiudizi; allora riconosciamo nel suo volto il Volto di Dio e nelle sue parole la Parola di Dio, perché lo Spirito Santo ci ha fatto entrare nella relazione d’amore e di vita che c’è tra Gesù e Dio Padre. E lì noi riceviamo il dono, il regalo della fede.

 

… arrivare a comprendere il “pane della vita”

Allora, con questo atteggiamento di fede, possiamo comprendere anche il senso del “Pane della vita” che Gesù ci dona, e che Egli esprime così: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51). In Gesù, nella sua “carne” – cioè nella sua umanità concreta – è presente tutto l’amore di Dio, che è lo Spirito Santo. Chi si lascia attirare da questo amore va verso Gesù e va con fede, e riceve da Lui la vita, la vita eterna.

Colei che ha vissuto questa esperienza in modo esemplare è la Vergine di Nazaret, Maria: la prima persona umana che ha creduto in Dio accogliendo la carne di Gesù. Impariamo da Lei, nostra Madre, la gioia e la gratitudine per il dono della fede. Un dono che non è “privato”, un dono che non è proprietà privata ma è un dono da condividere: è un dono «per la vita del mondo»!

 

6,49-51 Camminare insieme [2]

 

Pane per un popolo in cammino

Gesù parla di un pane che scende dal cielo per dare vita a un popolo in cammino e che viene offerto a tutti, un pane missionario. «I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti [...]. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,49.51).

Nell’ascoltare queste parole, penso alle nostre comunità: siamo persone che camminano l’una affianco all’altra, ognuno con la propria vita, con il proprio carisma individuale. Padri di famiglia, sacerdoti, religiose, catechisti; bambini, anziani, giovani, padri e madri che camminano insieme. Siamo il popolo di Dio, riunito intorno al corpo di Cristo, pane di vita. Come il popolo di Israele che esce compatto dall’Egitto verso la terra promessa, che per noi è il cielo dal quale scende, offrendosi a noi nell’Eucaristia, Colui che è pane per la vita del mondo.

Il Signore convoca tutti noi alla sua mensa, e ci invita all’unità, alla comunione con gli altri. Mi risuona nel cuore la parte finale del Vangelo di Giovanni, quella notte in cui, a Pietro che dice: «Io vado a pescare» si unirono altri due discepoli: «“Veniamo anche noi con te.” Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla» (Gv 21,3).

Tuttavia, a fatica e in quell’acqua sterile, qualcosa riuscirono a pescare. Quel piccolo gruppo, quella prima Chiesa - ancora una barchetta - attrasse il Signore. Potremmo dire che pescarono Gesù. In realtà era lui che erano andati a cercare. O meglio, erano usciti ad aspettare che lui li trovasse, come era accaduto già altre volte. E Pietro, quando lo vede, si butta in acqua con audacia e coraggio.

 

Camminare insieme

Camminare insieme, come il popolo di Israele nel deserto, navigare insieme, come i primi discepoli del Cristo risorto, vuol dire esporci perché il Signore ci guardi, ci cerchi e si manifesti a noi.

Non mancano altri esempi di un cammino comune. Penso a quello di Giuseppe e Maria che hanno condiviso l’appassionante esperienza del discernimento, lasciando che fosse Dio a scrivere la loro storia. Oppure ai discepoli di Emmaus dai quali possiamo imparare a entrare nel «tempio del Signore» di modo che la sua presenza amorevole ci permetta di conoscere a fondo la nostra identità e di prendere coscienza della nostra missione.

Camminare insieme significa disporci al dialogo, lungo la strada, come facevano i discepoli mentre seguivano Gesù, lasciando che poi, nel condividere il pane, lui li aiutasse a superare i disaccordi e a crescere in una santità comunitaria e missionaria. E implica anche uscire all’incontro con la gente, aver cura delle altrui fragilità, fiduciosi nella promessa di Gesù che renderà efficace la Parola e nei gesti con cui testimoniamo il suo amore.

Quando la Chiesa si riunisce ed è assidua nella preghiera, lo Spirito si sente nuovamente chiamato e viene in nostro aiuto. Allora ci mettiamo in cammino per attirare lo sguardo benevolo del nostro Padre del cielo, che guarda noi figli prodighi da lontano. Appena ci alziamo e imbocchiamo la strada del ritorno a Lui, ecco che ha già pronto il banchetto dell’Eucaristia, il pane della misericordia, capace di rallegrarci ben oltre ogni aspettativa umana. […]

Quando, con coraggio apostolico, camminiamo insieme, il Signore cammina con noi. Ed è Lui a scrivere la storia. Riunirsi vuol dire accettare che sia Dio a scrivere la storia e a rendere nuove tutte le cose. E che faccia tutto ciò insieme a noi: con i segni che tracciamo con le nostre mani, con le impronte lasciate dai nostri passi... Lui scrive la storia.

 

NOTE

[1] Angelus, 9 agosto 2015.

 

[2] J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013, 322-325.


 

E questo è il riferimento all’Eucaristia, il dono più grande che sazia l’anima e il corpo. Incontrare e accogliere in noi Gesù, “pane di vita”, dà significato e speranza al cammino spesso tortuoso della vita. Ma questo “pane di vita” ci è dato con un compito, cioè perché possiamo a nostra volta saziare la fame spirituale e materiale dei fratelli, annunciando il Vangelo ovunque. Con la testimonianza del nostro atteggiamento fraterno e solidale verso il prossimo, rendiamo presente Cristo e il suo amore in mezzo agli uomini.

6,32 Il Padre mio vi dà il pane vero [4]

L’Eucaristia è dono del Padre

Gesù vuole farcelo comprendere: «È il Padre mio che vi dà il pane del cielo, quello vero» (Gv 6,32). Questo pane non è più cibo provvisorio, come la manna; il Corpo di Cristo è il cibo definitivo, capace di dare vita, e vita eterna. L’Eucaristia ci rende tangibile l’amore del Padre: un amore vicino, incondizionato; un amore accessibile in ogni momento, «commestibile», puro dono; conveniente a ogni persona umile e affamata che ha bisogno di rigenerare le proprie forze.

… di tale dono rendiamo grazie

Nella festa del Corpus Domini celebriamo questo immenso dono e, seguendo l’insegnamento di Gesù, ogni nostro ringraziamento si rivolge al Padre suo e Padre nostro. Gesù vuole che rendiamo grazie al Padre per questo cibo: a Lui la gloria e la lode. A Lui il ringraziamento. Con questo non togliamo nulla a Gesù, perché Lui non è altri che il Figlio, e si sente lui stesso puro dono del Padre. E inserisce anche noi nel suo ringraziamento e nella sua offerta di sé: «Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me» (ivi, 57).

Gesù ricordo vivente del Padre

Gesù, il figlio di Maria, nell’Eucaristia è il ricordo vivente del Padre.

Ricordati di tuo Padre, popolo fedele di Dio!

Ricordati di tuo Padre per riguadagnare oggi giorno la tua dignità, quella dignità che al giorno d’oggi viene troppo spesso disprezzata, al punto che vivi da esule nella tua stessa terra.

Ricordati di tuo Padre per vivere grato; Lui che nutre i passeri, nutre anche te con la carne del suo amato Figlio. Ricordati di tuo Padre per sentirti protetto: con la certezza che nessuno potrà strapparti dalle sue mani, come Gesù ha promesso. Ricordati di tuo Padre per sentirti fratello dei tuoi fratelli, solidale, compagno, buon amico. Ricordati di tuo Padre e fioriranno i migliori talenti del tuo cuore: Lui ti ha insegnato a lavorare per i tuoi figli e a festeggiare in famiglia. Lui fa sì che tu giudichi con equità, che ti preoccupi per i più deboli, e ti fa assumere responsabilmente i tuoi impegni. Ricordati di tuo Padre, che ti ha donato Gesù, te lo dà ogni giorno nell’Eucaristia. Popolo di Dio, popolo di Buenos Aires, il ricordo di tuo Padre ti ha reso un popolo umile e speranzoso.

6,33.38.41.50-51.59 “Discese dal cielo” [5]

La contemplazione del mistero di Cristo…

Solo attraverso la contemplazione del mistero di Cristo possiamo farci un'idea di ciò che significa la speranza teologale, che si manifesta in maniera particolare quando le circostanze scartano ogni speranza umana, e bisogna fare spazio affinché il Signore irrompa «contro ogni speranza».

In questo caso si ha il fenomeno dell’«abbassamento», un abbassamento delle possibilità di successo, un abbassamento di «potere», un abbassamento di probabilità di ottenere quello che si spera. Il precursore sentì nella sua carne tale «declino», i suoi discepoli furono testimoni di questo opacizzarsi della speranza umana: le angosce in carcere, i dubbi, l'impossibilità di essere liberato, finché «l'uomo più grande nato da una donna» finisce per consegnare la propria testa (e con quella, apparentemente, tutta la speranza d'Israele) ai capricci di una ballerina incoraggiata da una depravata. Gesù segue il cammino del suo precursore.

… è contemplazione del suo “discendere”, del suo abbassamento

I due «Credo» ci parlano di «discesa» del Verbo: «descendit de coelis», «descendit ad inferos». A partire dall'incarnazione, il Figlio di Dio non fece altro che «discendere» (cfr. Gv 6,33.38.41.50-51.59). Si tratta di una dinamica, di una maniera di vivere: l'umiliazione, la synkatàbasis che - lasciando da parte e superando le potenzialità puramente naturali - «faceva spazio» a un'altra di-mensione che si sarebbe rivelata a poco a poco, attraverso la pazienza, fino alla fine. Attraverso questo «discendere», la speranza si svela nella sua dimensione più totale, radicata nell'esempio di Gesù Cristo, il quale «mantenne» fedelmente la promessa. Di qui l'esortazione a mantenere, «senza vacillare, la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso» (Eb 10,23). La speranza getta le proprie radici nella sovrana fedeltà di Dio, la cui promessa si sublima nella nullità per il successo e nel fallimento delle sole potenzialità umane. L'«attesa», per trasformarsi in speranza, deve passare attraverso il crogiolo della «passione», deve essere «passione pura».

NOTE

[1] Meditazione, 20 aprile 2015.

[2] Omelia nella messa di apertura dell’Assemblea plenaria della Conferenza episcopale argentina, Buenos

Aires, 7 aprile 2008, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016,611-614.

[3] Angelus, 2 agosto 2015.

[4] Omelia nella messa del Corpus Domini, Buenos Aires 5 giugno 1999, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 14-15.

 

[5] “In Lui solo riporre la speranza”, meditazione del dicembre 1991, in FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV, 2014, 161-172.


È stata avviata la causa di beatificazione per Chiara Corbella, un esempio per la Chiesa? Un prete deve incoraggiare certe scelte?

In un paese nel quale le nascite sono sempre più rare e meno desiderate, accadono anche "miracoli" che però non troviamo raccontato in grande sulle pagine dei giornali. Troppo belli e troppo educativi!  Pensiamo a Chiara Corbella, che ha rifiutato le cure chemioterapeutiche per non mettere a rischio la salute della creatura che custodiva in seno. Già aveva portato a concepimento due bambini, Maria e Davide, contro il parere dei medici, vissuti poche ore a causa di gravi malformazioni.

Questo era il terzo. È nato sano. Si chiama Francesco. Chiara, solo dopo la nascita, ha accettato di essere curata, ma ormai era troppo tardi. È morta poco dopo la gravidanza, a 28 anni. E poco prima della morte, avvenuta il 13 giugno 2012, commentando l'arrivo del terzo, scriveva: "Nel matrimonio il Signore ha voluto donarci due figli speciali: Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni, ma ci ha chiesto di accompagnarli soltanto fino alla nascita… Ora ci ha affidato questo terzo figlio, Francesco, sta bene e nascerà tra poco…! Dio continuerà a fare cose grandi, e il tumore che ho scoperto qualche settimana fa non ci metterà paura…".

Ora la diocesi di Roma, giustamente, ha aperto la causa di beatificazione per l'eroismo che questa mamma ha manifestato. E per la sua grande, inscalfibile, fede.

 

 

 

Don Antonio Mazzi


Davanti ai problemi

 

della gente

 

Domenica XVII del T.O. (B)

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

Apollinare

La moltiplicazione dei pani (VI sec.), Basilica di S. Apollinare Nuovo, Ravenna

 

6,1-15 i discepoli alla prova [1]

 

Gesù il maestro mette alla prova i discepoli

Gesù si trova sulla riva del lago di Galilea (Gv 6,1-15), ed è circondato da «una grande folla», attirata dai «segni che compiva sugli infermi» (v. 2). In Lui agisce la potenza misericordiosa di Dio, che guarisce da ogni male del corpo e dello spirito. Ma Gesù non è solo guaritore, è anche maestro: infatti sale sul monte e si siede, nel tipico atteggiamento del maestro quando insegna: sale su quella “cattedra” naturale creata dal suo Padre celeste. A questo punto Gesù, che sa bene quello che sta per fare, mette alla prova i suoi discepoli. Che fare per sfamare tutta quella gente? Filippo, uno dei Dodici, fa un rapido calcolo: organizzando una colletta, si potranno raccogliere al massimo duecento denari per comperare del pane, che tuttavia non basterebbe per sfamare cinquemila persone.

 

Dalla logica del comprare a quella del dare…

I discepoli ragionano in termini di “mercato”, ma Gesù alla logica del comprare sostituisce quell’altra logica, la logica del dare. Ed ecco che Andrea, un altro degli Apostoli, fratello di Simon Pietro, presenta un ragazzo che mette a disposizione tutto ciò che ha: cinque pani e due pesci; ma certo – dice Andrea – sono niente per quella folla (cfr v. 9). Ma Gesù aspettava proprio questo. Ordina ai discepoli di far sedere la gente, poi prese quei pani e quei pesci, rese grazie al Padre e li distribuì (cfr v. 11). Questi gesti anticipano quelli dell’Ultima Cena, che danno al pane di Gesù il suo significato più vero. Il pane di Dio è Gesù stesso. Facendo la Comunione con Lui, riceviamo la sua vita in noi e diventiamo figli del Padre celeste e fratelli tra di noi. Facendo la comunione ci incontriamo con Gesù realmente vivo e risorto! Partecipare all’Eucaristia significa entrare nella logica di Gesù, la logica della gratuità, della condivisione. E per quanto siamo poveri, tutti possiamo donare qualcosa. “Fare la Comunione” significa anche attingere da Cristo la grazia che ci rende capaci di condividere con gli altri ciò che siamo e ciò che abbiamo.

 

… e offrire quel poco che abbiamo

La folla è colpita dal prodigio della moltiplicazione dei pani; ma il dono che Gesù offre è pienezza di vita per l’uomo affamato. Gesù sazia non solo la fame materiale, ma quella più profonda, la fame di senso della vita, la fame di Dio. Di fronte alla sofferenza, alla solitudine, alla povertà e alle difficoltà di tanta gente, che cosa possiamo fare noi? Lamentarsi non risolve niente, ma possiamo offrire quel poco che abbiamo, come il ragazzo del Vangelo. Abbiamo certamente qualche ora di tempo, qualche talento, qualche competenza... Chi di noi non ha i suoi “cinque pani e due pesci”? Tutti ne abbiamo! Se siamo disposti a metterli nelle mani del Signore, basteranno perché nel mondo ci sia un po’ più di amore, di pace, di giustizia e soprattutto di gioia. Quanta è necessaria la gioia nel mondo! Dio è capace di moltiplicare i nostri piccoli gesti di solidarietà e renderci partecipi del suo dono.

La nostra preghiera sostenga il comune impegno perché non manchi mai a nessuno il Pane del cielo che dona la vita eterna e il necessario per una vita dignitosa, e si affermi la logica della condivisione e dell’amore. La Vergine Maria ci accompagni con la sua materna intercessione.

 

6,1-15 Gesù si occupa dei problemi della gente [2]

 

Il passo liturgico del Vangelo di Giovanni (6,1-15) racconta che a seguire Gesù c’era «una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi, sugli indemoniati. Ma lo seguiva anche per ascoltarlo, perché la gente diceva di lui: questo parla con autorità! Non come gli altri, i dottori della legge, i sadducei, tutta questa gente che parlava ma senza autorità. Erano queste, infatti, persone che non avevano un discorso forte come Gesù. E forte non perché Gesù gridasse: forte nella sua mitezza, nel suo amore, forte in quello sguardo con cui il Signore guardava la gente, con tanto amore. La forza è appunto l’amore: ecco l’autorità di Gesù e per questo la gente lo seguiva.

Proprio questo brano evangelico fa vedere come Gesù ama la gente e pensa alla fame della gente: “Questi che sono qui hanno fame, come possiamo dare da mangiare?”. Dunque Gesù si occupa dei problemi della gente. A lui non passa per la testa di fare per esempio un censimento: ma vediamo quanti ci seguono, è cresciuta la Chiesa? Gesù parla, predica, ama, accompagna, fa strada con la gente. È mite, umile. A tal punto che quando la gente, presa un po’ dall’entusiasmo di vedere una persona così tanto buona che parla con autorità e che ama tanto, vuol farlo re, lui li ferma. E dice loro: no, questo no! E se ne va. Gesù, così, aiutava davvero il suo popolo.

 

6,5 Date voi stessi da mangiare [3]

 

Lasciarsi coinvolgere

Una delle conseguenze del cosiddetto “benessere” è quella di condurre le persone a chiudersi in sé stesse, rendendole insensibili alle esigenze degli altri. […]

Di fronte a certe notizie e specialmente a certe immagini, l’opinione pubblica si sente toccata e partono di volta in volta campagne di aiuto per stimolare la solidarietà. Le donazioni si fanno generose e in questo modo si può contribuire ad alleviare la sofferenza di tanti. Questa forma di carità è importante, ma forse non ci coinvolge direttamente. Invece quando, andando per la strada, incrociamo una persona in necessità, oppure un povero viene a bussare alla porta di casa nostra, è molto diverso, perché non sono più davanti a un’immagine, ma veniamo coinvolti in prima persona. Non c’è più alcuna distanza tra me e lui o lei, e mi sento interpellato. La povertà in astratto non ci interpella, ma ci fa pensare, ci fa lamentare; ma quando vediamo la povertà nella carne di un uomo, di una donna, di un bambino, questo ci interpella! E perciò, quell’abitudine che noi abbiamo di sfuggire ai bisognosi, di non avvicinarci a loro, truccando un po’ la realtà dei bisognosi con le abitudini alla moda per allontanarci da essa. Non c’è più alcuna distanza tra me e il povero quando lo incrocio. In questi casi, qual è la mia reazione? Giro lo sguardo e passo oltre? Oppure mi fermo a parlare e mi interesso del suo stato? E se fai questo non mancherà qualcuno che dice: “Questo è pazzo perché parla con un povero!”. Vedo se posso accogliere in qualche modo quella persona o cerco di liberarmene al più presto? Ma forse essa chiede solo il necessario: qualcosa da mangiare e da bere. Pensiamo un momento: quante volte recitiamo il “Padre nostro”, eppure non facciamo veramente attenzione a quelle parole: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”.

 

… e dimostrare che la nostra fede non è morta…

Nella Bibbia, un Salmo dice che Dio è colui che «dà il cibo ad ogni vivente» (136,25). L’esperienza della fame è dura. Ne sa qualcosa chi ha vissuto periodi di guerra o di carestia. Eppure questa esperienza si ripete ogni giorno e convive accanto all’abbondanza e allo spreco. Sono sempre attuali le parole dell’apostolo Giacomo: «A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in sé stessa è morta» (2,14-17) perché è incapace di fare opere, di fare carità, di amare. C’è sempre qualcuno che ha fame e sete e ha bisogno di me. Non posso delegare nessun altro. Questo povero ha bisogno di me, del mio aiuto, della mia parola, del mio impegno. Siamo tutti coinvolti in questo.

 

… condividendo ciò che abbiamo

È anche l’insegnamento di quella pagina del Vangelo in cui Gesù, vedendo tanta gente che da ore lo seguiva, chiede ai suoi discepoli: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro possano mangiare?» (Gv 6,5). E i discepoli rispondono: “È impossibile, è meglio che tu li congedi…”. Invece Gesù dice loro: “No. Date loro voi stessi da mangiare” (cfr Mc 14,16). Si fa dare i pochi pani e pesci che avevano con sé, li benedice, li spezza e li fa distribuire a tutti. È una lezione molto importante per noi. Ci dice che il poco che abbiamo, se lo affidiamo alle mani di Gesù e lo condividiamo con fede, diventa una ricchezza sovrabbondante.

 

6,5-13 Insufficienti ma indispensabili [4]

 

Forse possono costituire un buon simbolo di noi stessi quei cinque pani e due pesci che il ragazzo del Vangelo consegna a Gesù per saziare la folla. Non si sarebbe detto che con cinque pani e due pesci Gesù avrebbe potuto saziare la folla; ma nemmeno senza di essi, forse, Gesù l’avrebbe sfamata. Sicché i cinque pani e i due pesci donati da un uomo e ricevuti da Dio si rivelavano insieme indispensabili e insufficienti. Da soli non sarebbero serviti a niente; in mano a Gesù hanno cominciato a servire in una maniera insospettata. È accaduto in seguito a un’unica condizione: quella di essere stati donati senza remore. Cinque pani e due pesci possedeva quel ragazzo, e cinque pani e due pesci ricevette Gesù. Allo stesso modo, anche a noi è richiesto di donare pienamente i nostri cinque pani e due pesci senza dimenticarcene alcuno nelle pieghe della nostra coscienza; e, una volta che Gesù li ha benedetti, ci è richiesto di distribuirli con generosità e con fede, guidati dall’unica e retta intenzione di alimentare il cuore degli uomini e di servire il Signore. E questa verità umile, che sarà quella della nostra vita, servirà anche, insieme con le sante preghiere e con i desideri, a far sì che altri uomini vogliano vivere a loro volta, come noi, cercando la limpidezza di vita.

 

6,5-13.48-58 “Fate questo” [5]

 

Fare

«Fate questo». Cioè prendete il pane, rendete grazie e spezzatelo; prendete il calice, rendete grazie e distribuitelo. Gesù comanda di ripetere il gesto con cui ha istituito il memoriale della sua Pasqua, mediante il quale ci ha donato il suo Corpo e il suo Sangue. E questo gesto è giunto fino a noi: è il “fare” l’Eucaristia, che ha sempre Gesù come soggetto, ma si attua attraverso le nostre povere mani unte di Spirito Santo.

«Fate questo». Già in precedenza Gesù aveva chiesto ai discepoli di “fare”, quello che Lui aveva già chiaro nel suo animo, in obbedienza alla volontà del Padre. Lo abbiamo ascoltato poco fa nel Vangelo. Davanti alle folle stanche e affamate, Gesù dice ai discepoli: «Voi stessi date loro da mangiare» (Lc 9,13; cfr Gv 6,2-13). In realtà, è Gesù che benedice e spezza i pani fino a saziare tutta quella gente, ma i cinque pani e i due pesci vengono offerti dai discepoli, e Gesù voleva proprio questo: che, invece di congedare la folla, loro mettessero a disposizione quel poco che avevano. E poi c’è un altro gesto: i pezzi di pane, spezzati dalle mani sante e venerabili del Signore, passano nelle povere mani dei discepoli, i quali li distribuiscono alla gente. Anche questo è “fare” con Gesù, è “dare da mangiare” insieme con Lui. È chiaro che questo miracolo non vuole soltanto saziare la fame di un giorno, ma è segno di ciò che Cristo intende compiere per la salvezza di tutta l’umanità donando la sua carne e il suo sangue (cfr Gv 6,48-58). E tuttavia bisogna sempre passare attraverso quei due piccoli gesti: offrire i pochi pani e pesci che abbiamo; ricevere il pane spezzato dalle mani di Gesù e distribuirlo a tutti. Fare e anche spezzare!

 

Spezzare

Questa è l’altra parola che spiega il senso del «fate questo in memoria di me». Gesù si è spezzato, si spezza per noi. E ci chiede di darci, di spezzarci per gli altri. Proprio questo “spezzare il pane” è diventato l’icona, il segno di riconoscimento di Cristo e dei cristiani. Ricordiamo Emmaus: lo riconobbero «nello spezzare il pane» (Lc 24,35). Ricordiamo la prima comunità di Gerusalemme: «Erano perseveranti […] nello spezzare il pane» (At 2,42). È l’Eucaristia, che diventa fin dall’inizio il centro e la forma della vita della Chiesa. Ma pensiamo anche a tutti i santi e le sante – famosi o anonimi – che hanno “spezzato” sé stessi, la propria vita, per “dare da mangiare” ai fratelli. Quante mamme, quanti papà, insieme con il pane quotidiano, tagliato sulla mensa di casa, hanno spezzato il loro cuore per far crescere i figli, e farli crescere bene! Quanti cristiani, come cittadini responsabili, hanno spezzato la propria vita per difendere la dignità di tutti, specialmente dei più poveri, emarginati e discriminati! Dove trovano la forza per fare tutto questo? Proprio nell’Eucaristia: nella potenza d’amore del Signore risorto, che anche oggi spezza il pane per noi e ripete: «Fate questo in memoria di me».

 

6,9 Ma che cos’è questo per tanta gente? [6]

 

Sentiamo spesso la fatica e la stanchezza. Ci tenta lo spirito di accidia, di pigrizia. Inoltre guardiamo a quanto c’è da fare, e a quanto siamo pochi. Come gli apostoli, diciamo al Signore: «Ma che cos’è questo per tanta gente?» (Gv 6,9), che cosa siamo noi per curare tanta debolezza? E proprio là si radica la nostra fortezza: nella fiducia umile di chi ama e si sa amato e curato dal Padre, nella fiducia umile di chi si sa scelto gratui¬tamente e inviato. L’esperienza di san Paolo è stata quella di portare un tesoro in vasi di creta (2Cor 4,7), e la trasmette a tutti noi. È lo sguardo su di sé e sugli altri. Non ha paura di guardare il vaso di creta perché pro¬prio il tesoro che contiene è fondato in Gesù Cristo, e da lui gli vengono il coraggio, l’audacia, il fervore apostolico.

 

6,11 La benedizione di Gesù [7]

 

Prendendo i cinque pani e i due pesci (da un bam¬bino, che forse era un venditore ambulante), Gesù rivolse gli occhi al cielo, recitò la benedizione, li spezzò e li diede ai discepoli affinché li distribuis-sero fra la gente. Quella benedizione sortì un effet¬to moltiplicatore e il pane bastò per tutti. Qualche tempo dopo, istituendo il sacramento dell’Eucari¬stia, la stessa benedizione del Signore sul pane e il vino darà luogo alla transustanziazione. Da quella notte, il pane e il vino consacrati si trasformano nel corpo e nel sangue di Cristo, pane della vita e calice di salvezza di cui siamo partecipi (cfr 1Cor 10,16).

 

6,15 Nella preghiera Gesù scopre la sua missione [8]

 

Se ci soffermiamo su queste parole notiamo che la preghiera di Gesù presenta una profonda disposizione all’obbedienza legata a una missione che il Padre gli ha affidato. Nella preghiera, Gesù scopre o, meglio, rivela la sua missione: Mc 1,38; Lc 4,42-43; Mc 6,46; Gv 6,15. Sempre nella preghiera, san Paolo trova l’efficacia della sua missione apostolica (2Cor 1,11; Rm 10,1; 2Ts 3,1; Rm 1,10). Per adempiere a essa prega incessantemente (Rm 1,10; Col 1,9; 2Ts 1,3; 2,13). Ricorre alla preghiera per riconoscere il progetto di Dio anche nei momenti di difficoltà, come per esempio allorché la comunità non chiede né il castigo per i persecutori né la fine delle vessazioni, ma il coraggio di rimanere fedeli alla propria missione, cioè di annunciare apertamente il Vangelo di Cristo anche durante la persecuzione (At 4, 24-30).

 

 

 

NOTE

[1] Angelus, 26 luglio 2015.

[2] Meditazione, 2 maggio 2014.

[3] Udienza, 19 ottobre 2016.

[4] Chiarezza di coscienza e limpidezza di vita, in M. BERGOGLIO, Pace, Milano Corriere della sera 2014, (= Le parole di papa Francesco,5), 31-46.

[5] Omelia, 26 maggio 2016.

[6] Gettiamo le reti in acque profonde, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 251-254.

[7] Bene, in PAPA FRANCESCO - J. M. BERGOGLIO, La misericordia è una carezza. Vivere il giubileo nella realtà di ogni giorno, a cura di Antonio Spadaro, Rizzoli, Milano 2015, 109-140.

 

[8] Sottomettere la nostra carne: l’obbedienza della preghiera, in J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 191-194; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori - LEV, 2014,12-15.


 

 

Il silenzio e la fede

 

Max Picard

 

 silenzio

 

I

Un intimo rapporto lega il silenzio e la fede. La sfera della fede e la sfera del silenzio s'implicano a vicenda. Il silenzio è la base naturale sulla quale si dispiega la dimensione sovrannaturale della fede.

Un Dío si è fatto uomo per amore dell'uomo: questo evento è talmente enorme e contrario ad ogni esperienza della ragione o ad ogni visione dell'occhio che l'uomo non riesce a rispondervi con la parola. Uno strato di silenzio sí posa quasi spontaneamente tra questo evento eccezionale e l'uomo e in questo silenzio l'uomo si avvicina a quell'altro silenzio che circonda Dio. È nel silenzio che in primo luogo s'incontrano l'uomo e il mistero, ma la parola che nasce da questo silenzio è originaria come la prima parola che non ha ancora mai detto alcunché; per questo è capace di parlare del mistero.

È segno dell'amore divino il fatto che il mistero si circondi sempre di uno strato di silenzio; l'uomo è così esortato a serbare presso di sé uno strato di silenzio per avvicinarsi al mistero. Oggi che nell'uomo e intorno all'uomo non vi è che rumore, l'accesso al mistero risulta difficile. Se manca lo strato di silenzio, la dimensione straordinaria si mescola facilmente con quella ordinaria, con il normale andamento delle cose, e l'uomo riduce allora lo straordinario a semplice parte dell'ordinario, dell'affarìo abituale.

La parola di molti predicatori sul mistero manca spesso di vitalità e risulta inefficace: deriva semplicemente dalla parola già mescolata con migliaia di altre parole, non dal silenzio; eppure nel silenzio avviene non soltanto il primo incontro tra l'uomo e il mistero, ma dal silenzio la parola attinge anche la forza di divenire straordinaria come la straordinarietà del mistero, elevandosi sopra l'ordine delle parole normali come il mistero si eleva sul normale andamento delle cose, e sembra anzi che la parola non sia stata creata per nient'altro che per rappresentare lo straordinario. In tal modo s'identifica con lo straordinario, col mistero, ed è potente come il mistero.

Certo, grazie allo spirito l'uomo è capace di rendere originale e potente la parola, ma la parola che deriva dal silenzio è già naturalmente originale e non c'è bisogno che lo spirito impieghi molta della sua forza per restituire originalità alla parola, giacché il silenzio gliel'ha già conferita; in tal senso il silenzio aiuta lo spirito.

L'uomo riuscirebbe anche soltanto con lo spirito a mantenersi permanentemente nella fede, ma allora lo spirito dovrebbe sempre essere desto, vigilare sempre su se stesso e la fede cesserebbe di essere qualcosa di spontaneo, che esiste senza sforzo. In tal caso l'importante parrebbe lo sforzo di restare nella fede e non la fede stessa; l'uomo che crede in tale tensione potrebbe allora ritenere di essere investito della fede direttamente da Dio medesimo, come qualcuno a cui Dio abbia donato la fede direttamente, quasi fosse un eletto, un profeta. La fede è certo lo straordinario, ma non il contesto esteriore della fede, non lo sforzo per reggerla. Quando manca la base naturale del silenzio, il contesto esteriore diviene lo straordinario.

 

II

Il silenzio di Dio è diverso dal silenzio umano. Non si oppone alla parola: in Dio parola e silenzio sono uno. Proprio come la parola caratterizza l'essenza umana, così il silenzio è l'essenza di Dio, anche se in lui ogni cosa è chiara ed è nel contempo parola e silenzio.

 

La voce di Dio non è una voce qualsiasi della natura o l'insieme delle voci della natura, bensì la voce del silenzio. Se è vero che tutto il creato sarebbe muto se il Signore non avesse donato la voce e che quindi tutto ciò che ha fiato deve lodare il Signore, è altrettanto vero che soltanto chi percepisce la voce inaudibile può sentire la voce propria del Signore in tutte le voci (Wilhelm Vischer) [1].

 

Talvolta sembra che l'uomo e la natura parlino soltanto in quanto Dio ancora non parla e che l'uomo e la natura tacciano soltanto perché non odono ancora il silenzio di Dio.

Grazie all'amore il silenzio di Dio si trasforma in parola; la parola di Dio è silenzio che si dona, silenzio che si dona all'uomo.

Se qualcuno, come Paolo, «ha udito parole ineffabili che all'uomo non è dato pronunciare» [2], questa ineffabilità grava sul silenzio umano, lo rende più profondo e la parola che proviene da questa profondità abitata dall'ineffabile porta in sé una traccia dell'ineffabile divino.

 

Nel ciel che più della sua luce prende

fu' io, e vidi cose che ridire

né sa né può chi di là su discende,

perché appressando sé al suo disire,

nostro intelletto si sprofonda tanto,

che dietro la memoria non può ire.

(Dante, Divina commedia, «Paradiso» I, 4-9) [3]

 

III

Nella preghiera la parola torna spontaneamente al silenzio, si pone anzi sin dall'inizio nella sfera del silenzio: è accolta da Dio, tolta all'uomo, e assorbita nel silenzio, ove svanisce. La preghiera può non aver fine: la parola della preghiera scompare sempre nel silenzio, poiché pregare è trasfondere la parola nel silenzio.

Nella preghiera la parola emerge dal silenzio come ogni vera parola, ma scaturisce dal silenzio soltanto per giungere fino a Dío, per giungere alla «voce di un sottile silenzio» [4].

Nella preghiera la regione del silenzio inferiore, del silenzio umano, entra in contatto con il silenzio superiore, quello divino e il silenzio inferiore trova riposo in quello superiore. Nella preghiera, la parola e quindi l'uomo stanno a metà strada tra due regioni del silenzio. Nella preghiera l'uomo è sospeso tra queste due regioni.

Altrimenti, al di fuori della preghiera, il silenzio dell'uomo raggiunge il proprio compimento e il suo senso attraverso la parola. Ma nella preghiera, raggiunge il proprio senso e la pienezza attraverso l'incontro con il silenzio divino.

Altrimenti, al di fuori della preghiera, il silenzio dell'uomo è a servizio della parola umana, ma adesso, nella preghiera, la parola della preghiera è a servizio del silenzio umano: qui la parola conduce il silenzio umano al silenzio divino.

 

Lo stato attuale del mondo, la vita intera è malata. Se fossi medico e mi si chiedesse un consiglio, risponderei: create silenzio! Fate tacere gli uomini! Altrimenti la parola di Dio non può essere sentita. E se si ricorre a mezzi altrettanto rumorosi per renderla percepibile anche nel baccano, allora non è più la parola di Dio. Create dunque silenzio! (Kierkegaard).

 

 

NOTE

 

1 Wilhelm Vischer (1895-1988), teologo svizzero noto soprattutto per la sua opera in due volumi: Das Christenszeugnis des Alten Testaments (1934).

2 2Corinzi 12, 4: «Quoniam raptus est in Paradisum: et audivit arcana verba, quae non licet homini loqui».

3 Nel testo l'autore cita la versione tedesca di Karl Vossler (1942).

4 1Re 19, 12: sul monte Oreb la presenza di Dio si manifesta ad Elia nel «mormorio di un vento leggero». Cf. anche nota 8, p. 30.

 

 

(FONTE: Max Picard, Il mondo del silenzio, Servitium 2014 II ed, pp. 199-202)


L’arte, nelle sue varie espressioni e nel corso dei secoli, ha saputo tradurre in immagini cariche ora di pathos e drammaticità, ora di serenità e beatitudine i momenti salienti della storia della salvezza.

Un racconto che la Sacra Scrittura ha dispiegato in parole, ma a cui la pittura e la scultura hanno – paradossalmente – dato nuova voce attraverso le vibrazioni del colore, la vividezza della carne che quasi si fa reale sotto gli occhi dello spettatore, e le espressioni dei visi, l’intensità di sguardi e gesti che ancora interrogano, intimoriscono, rimproverano e rassicurano l’uomo. Perché rileggere questo racconto sorprende e scuote, ma offre anche la speranza di una redenzione accessibile – nel rispetto della libertà umana – a chiunque voglia accoglierla come dono gratuito di Dio.

 

Proponiamo ai lettori un affascinante viaggio in questa storia, scandendolo in tappe cronologiche in accordo al dato biblico e facendoci accompagnare e guidare dal genio e dalla sensibilità di vari artisti


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La vita cristiana

 

 

 

XV domenica del tempo Ordinario

Mc 6,7-13

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo 7 Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. 8E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient'altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; 9ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. 10E diceva loro: "Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. 11Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro". 12Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, 13scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

 

Quando un profeta è rifiutato a casa sua, dai suoi, dalla sua gente (cf. Mc 6,4), può solo andarsene e cercare altri uditori. Hanno fatto così i profeti dell’Antico Testamento, andando addirittura a soggiornare tra i gojim, le genti non ebree, e rivolgendo loro la parola e l’azione portatrice di bene (si pensi solo a Elia e ad Eliseo; cf., rispettivamente, 1Re 17 e 2Re 5). Lo stesso Gesù non può fare altro, perché comunque la sua missione di “essere voce” della parola di Dio deve essere adempiuta puntualmente, secondo la vocazione ricevuta.

 

Rifiutato e contestato dai suoi a Nazaret, Gesù percorre i villaggi d’intorno per predicare la buona notizia (cf. Mc 6,6) in modo instancabile, ma a un certo momento decide di allargare questo suo “servizio della parola” anche ai Dodici, alla sua comunità. Per quali motivi? Certamente per coinvolgerli nella sua missione, in modo che siano capaci un giorno di proseguirla da soli; ma anche per prendersi un po’ di tempo in cui non operare, restare in disparte e così poter pensare e rileggere ciò che egli desta con il suo parlare e il suo operare. Per questo li invia in missione nei villaggi della Galilea, con il compito di annunciare il messaggio da lui inaugurato: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete alla buona notizia” (Mc 1,15). Li manda “a due a due”, perché neppure la missione può essere individuale, ma deve sempre essere svolta all’insegna della condivisione, della corresponsabilità, dell’aiuto e della vigilanza reciproca. In particolare, per gli inviati essere in due significa affidarsi alla dimensione della condivisione di tutto ciò che si fa e si ha, perché si condivide tutto ciò che si è in riferimento all’unico mandante, il Signore Gesù Cristo.

 

Ma se la regola della missione è la condivisione, la comunione visibile, da sperimentarsi e manifestare nel quotidiano, lo stile della missione è molto esigente. Il messaggio, infatti, non è isolato da chi lo dona e dal suo modo di vivere. Come d’altronde sarebbe possibile trasmettere un messaggio, una parola che non è vissuta da chi la pronuncia? Quale autorevolezza avrebbe una parola detta e predicata, anche con abile arte oratoria, se non trovasse coerenza di vita in chi la proclama? L’autorevolezza di un profeta – riconosciuta a Gesù fin dagli inizi della sua vita pubblica (cf. Mc 1,22.27) – dipende dalla sua coerenza tra ciò che dice e ciò che vive: solo così è affidabile, altrimenti proprio chi predica diventa un inciampo, uno scandalo per l’ascoltatore. In questo caso sarebbe meglio tacere e di-missionare, cioè dimettersi dalla missione!

 

Per queste ragioni Gesù non si attarda sul contenuto del messaggio da predicare, mentre entra addirittura nei dettagli sul “come” devono mostrarsi gli inviati e gli annunciatori. Povertà, precarietà, mitezza e sobrietà devono essere lo stile dell’inviato, perché la missione non è conquistare anime ma essere segno eloquente del regno di Dio che viene, entrando in una relazione con quelli che sono i primi destinatari del Vangelo: poveri, bisognosi, scartati, ultimi, peccatori… Per Gesù la testimonianza della vita è più decisiva della testimonianza della parola, anche se questo non l’abbiamo ancora capito. In questi ultimi trent’anni, poi, abbiamo parlato e parlato di evangelizzazione, di nuova evangelizzazione, di missione – e non c’è convegno ecclesiale che non tratti di queste tematiche! –, mentre abbiamo dedicato poca attenzione al “come” si vive ciò che si predica. Sempre impegnati a cercare come si predica, fermandoci allo stile, al linguaggio, a elementi di comunicazione (quanti libri, articoli e riviste “pastorali” moltiplicati inutilmente!), sempre impegnati a cercare nuovi contenuti della parola, abbiamo trascurato la testimonianza della vita: e i risultati sono leggibili, sotto il segno della sterilità!

 

Attenzione però: Gesù non dà delle direttive perché le riproduciamo tali e quali. Prova ne sia il fatto che nei vangeli sinottici queste direttive mutano a seconda del luogo geografico, del clima e della cultura in cui i missionari sono immersi. Nessun idealismo romantico, nessun pauperismo leggendario, già troppo applicato al “somigliantissimo a Cristo” Francesco d’Assisi, ma uno stile che permetta di guardare non tanto a se stessi come a modelli che devono sfilare e attirare l’attenzione, bensì che facciano segno all’unico Signore, Gesù. È uno stile che deve esprimere innanzitutto decentramento: non dà testimonianza sul missionario, sulla sua vita, sul suo operare, sulla sua comunità, sul suo movimento, ma testimonia la gratuità del Vangelo, a gloria di Cristo. Uno stile che non si fida dei mezzi che possiede, ma anzi li riduce al minimo, affinché questi, con la loro forza, non oscurino la forza della parola del “Vangelo, potenza di Dio” (Rm 1,16). Uno stile che fa intravedere la volontà di spogliazione, di una missione alleggerita di troppi pesi e bagagli inutili, che vive di povertà come capacità di condivisione di ciò che si ha e di ciò che viene donato, in modo che non appaia come accumulo, riserva previdente, sicurezza. Uno stile che non confida nella propria parola seducente, che attrae e meraviglia ma non converte nessuno, perché soddisfa gli orecchi ma non penetra fino al cuore. Uno stile che accetta quella che forse è la prova più grande per il missionario: il fallimento. Tanta fatica, tanti sforzi, tanta dedizione, tanta convinzione,… e alla fine il fallimento. È ciò che Gesù ha provato nell’ora della passione: solo, abbandonato, senza più i discepoli e senza nessuno che si prendesse cura di lui. E se la Parola di Dio venuta nel mondo ha conosciuto rifiuto, opposizione e anche fallimento (cf. Gv 1,11), la parola del missionario predicatore potrebbe avere un esito diverso?

 

Proprio per questa consapevolezza, l’inviato sa che qua e là non sarà accettato ma respinto, così come altrove potrà avere successo. Non c’è da temere; rifiutati ci si rivolge ad altri, si va altrove e si scuote la polvere dai piedi per dire: “Ce ne andiamo, ma non vogliamo neanche portarci via la polvere che si è attaccata ai nostri piedi. Non vogliamo proprio nulla!”. E così si continua a predicare qua e là, fino ai confini del mondo, facendo sì che la chiesa nasca e rinasca sempre. E questo avviene se i cristiani sanno vivere, non se sanno soltanto annunciare il Vangelo con le parole… Ciò che è determinante, oggi più che mai, non è un discorso, anche ben fatto, su Dio; non è la costruzione di una dottrina raffinata ed espressa ragionevolmente; non è uno sforzarsi di rendere cristiana la cultura, come molti si sono illusi.

 

No, ciò che è determinante è vivere, semplicemente vivere con lo stile di Gesù, come lui ha vissuto: semplicemente essere uomini come Gesù è stato uomo tra di noi, dando fiducia e mettendo speranza, aiutando gli uomini e le donne a camminare, a rialzarsi, a guarire dai loro mali, chiedendo a tutti di comprendere che solo l’amore salva e che la morte non è più l’ultima parola. Così Gesù toglieva terreno al demonio (“cacciava i demoni”) e faceva regnare Dio su uomini e donne che grazie a lui conoscevano la straordinaria forza del ricominciare, del vivere, dello sperare, dell’amare e dunque vivere ancora… L’invio in missione da parte di Gesù non crea militanti e neppure propagandisti, ma forgia testimoni del Vangelo, uomini e donne capaci di far regnare il Vangelo su loro stessi a tal punto da essere presenza e narrazione di colui che li ha inviati. Attesta uno scritto cristiano delle origini, la Didaché: “L’inviato del Signore non è tanto colui che dice parole ispirate ma colui che ha i modi del Signore” (11,8).

 

 

Noi cristiani dobbiamo sempre interrogarci: viviamo il Vangelo oppure lo proclamiamo a parole senza renderci conto della nostra schizofrenia tra parola e vita? La vita cristiana è una vita umana conforme alla vita di Gesù, non innanzitutto una dottrina, non un’idea, non una spiritualità terapeutica, non una religione finalizzata alla cura del proprio io!


Il "programma pastorale"

 

dei discepoli

 

Domenica XV del T.O. (B)

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

Discepoli 2

 

Mc 6,7-13 Inviati in missione [1]

 

È Gesù che chiama e invia

Abbiamo ascoltato come Gesù chiama i suoi discepoli e li invia a portare il Vangelo: è lui che chiama. Il Vangelo dice che “chiamò a sé” e mandava e dava loro poteri: nella vocazione dei discepoli, il Signore dà il potere: il potere per cacciare gli spiriti impuri per liberare, per guarire. Questo è il potere che dà Gesù. Egli infatti non dà il potere di manovrare o fare grandi imprese; ma il potere, lo stesso potere che aveva lui, il potere che lui aveva ricevuto dal Padre, glielo consegna. E lo fa con un consiglio chiaro: andate in comunità, ma per il viaggio non prenderete nient’altro che un bastone, né pane, né sacca, né denaro: in povertà!

Il Vangelo è così tanto ricco e tanto forte che non ha bisogno di fare grandi ditte, grandi imprese per essere annunciato. Perché il Vangelo dev’essere annunciato in povertà, e il vero pastore è quello che va come Gesù: povero, ad annunciare il Vangelo, con quel potere. E quando il Vangelo viene custodito con questa semplicità, con questa povertà, si vede chiaramente che la salvezza non è una “teologia della prosperità”, ma è un dono, lo stesso dono che Gesù aveva ricevuto per darlo.

Guardiamo quella scena tanto bella della sinagoga, quando Gesù si presenta ai suoi: “Io sono stato inviato a portare salvezza, a portare il lieto annuncio ai poveri, ai carcerati la liberazione, ai ciechi il dono della vista. La liberazione a tutti quelli che sono oppressi e per annunziare l’anno di grazia, l’anno di gioia”. Proprio questo, ha detto, è lo scopo dell’annunzio evangelico, senza tante cose strane, mondane. Gesù manda così.

 

 

 

Il “programma pastorale” di Gesù

Cosa comanda di fare ai discepoli, qual è il suo programma pastorale? Semplicemente quello di curare, guarire, alzare, liberare, cacciare via i demoni: questo è il programma semplice. Che coincide con la missione della Chiesa: la Chiesa che guarisce, che cura. Tanto che alcune volte io ho parlato della Chiesa come di un ospedale da campo: è vero! Quanti feriti ci sono, quanti feriti! Quanta gente che ha bisogno che le sue ferite siano guarite!

Questa è la missione della Chiesa: guarire le ferite del cuore, aprire porte, liberare, dire che Dio è buono, che Dio perdona tutto, che Dio è padre, che Dio è tenero, che Dio ci aspetta sempre.

 

Al ritorno: la felicità, il racconto, il riposo

Dalla loro missione, ci dice il Vangelo di Luca (10,17-20), i discepoli sono tornati felici, perché non credevano che ce l’avrebbero fatta. E dicevano al Signore: “Ma, Signore, anche i demoni se ne andavano!”. Erano appunto felici perché questo potere di Gesù, fatto con semplicità, con povertà, con amore, dava un buon risultato.

Proprio la frase rivolta a Gesù dai discepoli felici, secondo quanto riporta il Vangelo, ci spiega tutto. Essi raccontano: “Abbiamo fatto questo, e questo, e questo, e questo…”. Così, dopo averli ascoltati, Gesù chiude gli occhi e dice: “Io ho visto satana cadere dal cielo”. Una frase che rivela qual è la guerra della Chiesa: è vero, noi dobbiamo prendere aiuto e fare organizzazioni che aiutino, perché il Signore ci dà i doni per questo; ma quando dimentichiamo questa missione, dimentichiamo la povertà, dimentichiamo lo zelo apostolico e mettiamo la speranza in questi mezzi, la Chiesa lentamente scivola in una ONG e diviene una bella organizzazione: potente ma non evangelica, perché manca quello spirito, quella povertà, quella forza di guarire.

C’è di più: al loro ritorno, Gesù porta con sé i discepoli a riposarsi un po’, a fare una giornata in campagna, a mangiare panini con una bibita. Insomma il Signore vuole passare insieme un po’ di tempo per festeggiare. E insieme parlano della missione appena compiuta. Ma Gesù non dice loro: “Voi siete grandi, eh! Alla prossima uscita, adesso, organizzate meglio le cose!”. Si limita a raccomandare: “Quando avete fatto tutto questo che dovete fare, dite a voi stessi: ‘servi inutili siamo’” (Lc 17,10).

 

Il profilo dell’apostolo

In queste parole del Signore c’è il profilo dell’apostolo. E infatti, quale sarebbe la lode più bella per un apostolo? Ecco la risposta: “È stato un operaio del regno, un lavoratore del regno”. Proprio questa è la lode più grande, perché va su questa strada dell’annunzio di Gesù, va a guarire, a custodire, a proclamare questo lieto annunzio e questo anno di grazia. A fare che il popolo ritrovi il Padre, a fare la pace nei cuori della gente.

 

6,7-13 L’alveo della missione [2]

 

Ascoltiamo il discorso che il Signore rivolge ai suoi discepoli (Mc 6,7-13). Comincia con un’esperienza di abbandono nella provvidenza di Dio e si conclude con una condotta ferma a cui i suoi discepoli devono attenersi, al punto di scuotersi la polvere dai piedi. E devono predicare la conversione, espellere i demoni, ungere coloro che soffrono. Si tratta del limite invalicabile della nostra sequela che ha origine in Dio, che accetta l’alveo della realtà e precisa la missione. […] Se il nostro peccato è essere schiavi di Satana, la nostra conversione non significa lasciare che la nostra libertà si espanda a piacere. Convertirsi è voler essere incanalati dal Signore, accettando gli argini che egli ha voluto stabilire con questi criteri.

 

6,7-13 La parola chiave: ospitalità [3]

 

Le regole precise della missione…

Gesù chiama i suoi discepoli e li invia dando loro regole chiare, precise. Li sfida con una serie di atteggiamenti, comportamenti che devono avere. Non sono poche le volte che ci possono sembrare esagerati o assurdi; atteggiamenti che sarebbe più facile leggere simbolicamente o “spiritualmente”. Ma Gesù è molto chiaro. Non dice loro: “Fate in qualche modo” o “fate quello che potete”. Ricordiamo insieme queste raccomandazioni: “Non prendete per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, ne denaro… rimanete nella casa dove vi daranno alloggio” (cfr Mc 6,8-11). Sembrerebbe qualcosa di impossibile.

 

… si possono riassumere in “ospitalità”

Potremmo concentrarci sulle parole “pane”, “denaro”, “borsa”, “bastone”, “sandali”, “tunica”. E sarebbe legittimo. Ma mi sembra che ci sia una parola-chiave, che potrebbe passare inosservata di fronte all’impatto di quelle che ho appena enumerato. Una parola centrale nella spiritualità cristiana, nell’esperienza di discepolato: ospitalità. Gesù, come buon maestro, pedagogo, li invia a vivere l’ospitalità. Dice loro: “Rimanete dove vi accoglieranno”. Li manda ad imparare una delle caratteristiche fondamentali della comunità credente. Potremmo dire che il cristiano è colui che ha imparato ad ospitare, che ha imparato ad accogliere.

Gesù non li invia come potenti, come proprietari, capi, o carichi di leggi e di norme; al contrario, indica loro che il cammino del cristiano è semplicemente trasformare il cuore, il proprio, e aiutare a trasformare quello degli altri. Imparare a vivere in un altro modo, con un’altra legge, sotto un’altra normativa. È passare dalla logica dell’egoismo, della chiusura, dello scontro, della divisione, della superiorità, alla logica della vita, della gratuità, dell’amore. Dalla logica del dominio, dell’oppressione, della manipolazione, alla logica dell’accogliere, del ricevere e del prendersi cura.

Sono due le logiche che sono in gioco, due modi di affrontare la vita e di affrontare la missione. Quante volte pensiamo la missione sulla base di progetti o programmi. Quante volte immaginiamo l’evangelizzazione intorno a migliaia di strategie, tattiche, manovre, trucchi, cercando di convertire le persone con le nostre argomentazioni. Oggi il Signore ce lo dice molto chiaramente: nella logica del Vangelo non si convince con le argomentazioni, le strategie, le tattiche, ma semplicemente imparando ad accogliere, a ospitare.

 

La Chiesa casa dell’ospitalità

La Chiesa è madre dal cuore aperto che sa accogliere, ricevere, specialmente chi ha bisogno di maggiore cura, chi è in maggiore difficoltà. La Chiesa, come la voleva Gesù, è la casa dell’ospitalità. E quanto bene possiamo fare se ci incoraggiamo ad imparare questo linguaggio dell’ospitalità, questo linguaggio del ricevere, dell’accogliere! Quante ferite, quanta disperazione si può curare in una dimora dove uno possa sentirsi accolto! Per questo bisogna tenere le porte aperte, soprattutto le porte del cuore.

Ospitalità con l’affamato, con l’assetato, con lo straniero, con il nudo, con il malato, con il prigioniero (cfr Mt 25,34-37), con il lebbroso, con il paralitico. Ospitalità con chi non la pensa come noi, con chi non ha fede o l’ha perduta, e magari per colpa nostra. Ospitalità con il perseguitato, con il disoccupato. Ospitalità con le culture diverse, di cui questa terra paraguaiana è così ricca. Ospitalità con il peccatore, perché ognuno di noi pure lo è.

 

… per vincere la solitudine

Tante volte ci dimentichiamo che c’è un male che precede i nostri peccati, che viene prima. C’è una radice che causa tanti ma tanti danni, che distrugge silenziosamente tante vite. C'è un male che, poco a poco, si fa un nido nel nostro cuore e “mangia” la nostra vitalità: la solitudine.

Solitudine che può avere molte cause, molti motivi. Quanto distrugge la vita e quanto ci fa male! Ci separa dagli altri, da Dio, dalla comunità. Ci rinchiude in noi stessi. Perciò quello che è proprio della Chiesa, di questa madre, non è principalmente gestire cose, progetti, ma imparare a vivere la fraternità con gli altri. È la fraternità accogliente la migliore testimonianza che Dio è Padre, perché “da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). In questo modo Gesù, ci apre ad una nuova logica. Un orizzonte pieno di vita, di bellezza, di verità, di pienezza.

 

… e aprire orizzonti

Dio non chiude mai gli orizzonti, Dio non è mai passivo di fronte alla vita, non è mai passivo di fronte alla sofferenza dei suoi figli. Dio non si lascia mai vincere in generosità. Per questo ci manda il suo Figlio, lo dona, lo consegna, lo condivide; affinché impariamo il cammino della fraternità, il cammino del dono. È definitivamente un nuovo orizzonte, è una nuova parola per tante situazioni di esclusione, di disgregazione, di chiusura, di isolamento. È una Parola che rompe il silenzio della solitudine.

E quando siamo stanchi o ci diventa pesante il compito di evangelizzare, è bene ricordare che la vita che Gesù ci offre risponde alle necessità più profonde delle persone, perché tutti siamo stati creati per l’amicizia con Gesù e per l’amore fraterno (cfr EG 265).

 

Libertà di dare e ricevere ospitalità

Una cosa è certa: non possiamo obbligare nessuno a riceverci, ad ospitarci; è certo ed è parte della nostra povertà e della nostra libertà. Ma è altrettanto certo che nessuno può obbligarci a non essere accoglienti, ospitali verso la vita del nostro popolo. Nessuno può chiederci di non accogliere e abbracciare la vita dei nostri fratelli, soprattutto la vita di quelli che hanno perso la speranza e il gusto di vivere. Com’è bello immaginare le nostre parrocchie, comunità, cappelle, dove ci sono i cristiani, non con le porte chiuse, ma come veri centri di incontro tra noi e Dio. Come luoghi di ospitalità e di accoglienza.

 

Ospitali come Maria

La Chiesa è madre, come Maria. In lei abbiamo un modello. Accogliere, come Maria, che non ha dominato né si è impadronita della Parola di Dio, ma, al contrario, l’ha ospitata, l’ha portata in grembo e l’ha donata.

Accogliere come la terra che non domina il seme, ma lo riceve, lo nutre e lo fa germogliare.

Così vogliamo essere noi cristiani, così vogliamo vivere la fede in questo suolo paraguaiano, come Maria, accogliendo la vita di Dio nei nostri fratelli con fiducia, con la certezza che “il Signore ci darà la pioggia e la nostra terra darà il suo frutto”.

 

NOTE

[1] Meditazione, 5 febbraio 2015.

[2] Il Signore che ci riprende, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nel cuore di ogni Padre. Alle radici della mia spiritualità, Introduzione di Antonio Spadaro, S.J., Rizzoli Milano 2014, 238-244.

 

[3] Omelia nel Viaggio Ecuador, Bolivia e Praraguya, Campo Grande di Ñu Guazú, Asunción (Paraguay), 12 luglio 2015


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LE DIECI STANZE

 

DEL RITO CRISTIANO

 

Alla riscoperta del senso della messa

 

Introduzione

 

Carmine Di Sante

 

 

 

 

(NPG 2001-09-04)

 

Introduzione

 

La stanza della Parola

 

La stanza della risposta

 

La stanza della preghiera

 

La stanza della lode

 

La stanza dell'anamnesi

 

La stanza del sacrificio

 

La stanza della comunione

 

La stanza della «frazione del pane»

 

La stanza della testimonianza

 

La stanza del «Fiat voluntas tua»

 

 

 

INTRODUZIONE

 

Al centro della religione c’è il rito. Che è come l’esecuzione musicale di un’opera nella quale le note rivivono in suoni ed armonia. La «musica» che il rito delle religioni esegue è l’ordine del mondo e l’armonia dell’esistenza. Il rito è annuncio e canto che l’uomo, nel mondo, non è solo, non vi è capitato casualmente, non vi è gettato e abbandonato tristemente e che, come non ne è il padrone, neppure ne è il servitore o una parte come le altre. Il rito annuncia che, nel mondo, l’uomo deve rispondere ad un «al di là» del mondo i cui nomi variano da religione a religione (antenati, progenitori, eroi, esseri extraterrestri o dei) e che, nel monoteismo della tradizione ebraica, acquistano il volto del Dio unico – personale e universale – così come si è rivelato escatologicamente, cioè definitivamente, attraverso Israele e in Gesù. L’ordine del mondo (intendendo per «mondo» non quello cosmologico, frutto della ricerca razionale, ma quello vissuto, oggetto dell’esperienza quotidiana) che il rito annuncia, proviene da questo «al di là» del mondo o alterità divina e si mantiene tale solo là dove l’uomo, nel mondo, si mantiene in contatto con questo «al di là» del mondo.

Per questo il rito più importante della tradizione cristiana porta il nome di ordo missae: «rito della messa». Che vuol dire: l’insieme ordinato delle varie parti che compongono il rito cristiano; ma soprattutto: la messa in scena, attraverso l’ordine del rito, dell’ordine del mondo che il rito cristiano custodisce e, eseguito, riattualizza. Come vuole il suo probabile etimo, rito rimanda infatti a ritmo, armonia, ed è la radice stessa della aritmetica o matematica che, non senza significato, per i filosofi pitagorici coincideva con la filosofia stessa perché, come motiva Aristotele, essi «pensarono che gli elementi del numero fossero elementi di tutte le cose, e che tutto quanto l’universo fosse armonia e numero».

Messa in luce dell’ordine e dell’armonia, il rito non va identificato dunque con la ripetizione sterile o ossessiva che, del rito, è la caricatura e la degenerazione. E – precisazione ancora più importante – l’ordine che esso annuncia non è lo spazio chiuso e limitante (chi non ricorda la cattiva retorica dei regimi che dell’ordine fanno il principio delle loro politiche repressive?), ma lo spazio aperto e aprente, dove, come in un giardino, si corre, si danza e si gioisce.

L’ordine che il rito annuncia è il Senso del mondo: non il senso soggettivo – che il soggetto gli dà – ma il senso oggettivo, che al soggetto è dato in dono e che, per questo, è come una melodia che incanta, una luce che orienta, una fonte che irriga, un’acqua che disseta, una roccia che sostiene, una parola che illumina, una mano che accarezza o un volto che sorride. Per ritrovare il significato profondo del rito cristiano, penetrandone i meandri complessi e affascinanti, è necessario riscoprire il senso profondo e positivo della parola ordine, il cui significato originario, nelle religioni, è di essere, sul piano oggettivo la negazione del caos e del nulla, mentre sul piano soggettivo il superamento dell’angoscia e del disorientamento. In una intervista rilasciata in occasione del suo ultimo libro, dal titolo Come diventare buoni, alla domanda se, come autore, non si sentisse di impersonare «il ruolo dell’uomo qualunque di fine millennio afflitto da turbe emotive e comportamentali», Nick Hornby ha risposto: «Completamente. Un numero enorme di persone ha problemi, per un verso o per l’altro la gente si sente persa e alienata, gira a vuoto, intrappolata nel lavoro sbagliato, nella relazione sbagliata. È una sensazione così diffusa che forse non è corretto parlare di problemi comportamentali, forse sentirsi così significa solo essere umani» (in «La Repubblica» 1.6.2001, p. 37). Il rito, che le religioni vogliono a fondamento dell’umano, è per definizione l’antidoto allo spaesamento dell’uomo nel mondo.

Lo è stato nel passato. Può tornare ad esserlo anche nel presente. Ad una condizione: che ci si disponga ad ascoltarne la melodia e comprenderne il linguaggio.

Fin dai primi secoli, in occidente, il rito per eccellenza della tradizione cristiana è stato conosciuto e tramandato con il nome di messa: termine non facile da spiegare che, forse, rimandava al momento conclusivo della prima parte della celebrazione quando i catecumeni venivano congedati (etimologicamente il termine vuol dire «congedo», dal verbo latino mittere) non potendo partecipare al rito vero e proprio, perché non battezzati e, quindi, non ancora cristiani.

A parte i nomi comunque (che, nel corso dei secoli, sono stati tanti, tra i quali: «cena del Signore», «frazione del pane», «eucaristia», «sacrificio», «anafora», «liturgia», «riunione», «colletta»), l’importante è capire l’insieme del rito cristiano, individuandone la struttura e l’articolazione interna.

Cosa non facile: perché i riti sono come le città che si sviluppano lentamente e spesso caoticamente, per esigenze ed urgenze provenienti da chi le abita e vi interagisce quotidianamente. Ciò spiega perché in un rito ci si può «perdere», come in una città o in un palazzo, quando non se ne conoscono la mappa e i punti di riferimento.

La riforma della messa voluta dal Vaticano II offre una mappa dettagliata del rito cristiano, ricorrendo a nomi venerandi e affascinanti che, se allontanano per i loro suoni incomprensibili, attraggono per il segreto che custodiscono: come quei cocci, mattoni o pietre delle zone archeologiche che, per chi le sa interrogare, parlano e veicolano la saggezza del passato Per essa dieci sono le grandi parole o indicazioni da seguire per non perdersi e che, quali segnavia, introducono in altrettante stanze – le dieci stanze appunto – dell’edificio rituale cristiano:

1. La parola o il logos;

2. La risposta o il dia-logos;

3. La preghiera o la oratio;

4. La lode o la benedizione

5. L’anamnesi o il memoriale

6. Il sacrificio o la gratuità

7. La comunione o la sequela

8. La «frazione del pane» o la fraternità

9. La testimonianza o la missione

10. Il «fiat voluntas tua» o l’abbandono.

 

Sosteremo lentamente in ciascuna di queste stanze, per contemplarne la bellezza e fissarne le immagini che, come quelle di un mosaico, custodiscono e svelano l’ordine che regge il mondo e sostiene l’esistenza umana, dotandola di senso e orientandola.


La potenza del seme del Regno

 

 

17 giugno 2018

 

XI domenica del tempo Ordinario

Mc  4,26-34

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo 26 Gesù Diceva ai suoi discepoli : «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; 27dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. 28Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; 29e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura». 30Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? 31È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; 32ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell'orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». 33Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. 34Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

 

Nel vangelo secondo Marco Gesù pronuncia un lungo discorso in parabole, come insegnamento rivolto ai discepoli che ha chiamato alla sua sequela e alle folle che ascoltano la sua predicazione del Regno veniente (cf. Mc 4,1-34). Le parabole sono un linguaggio enigmatico che diventa però “mistero” (Mc 4,11) per chi segue Gesù e in qualche modo entra nella sua intimità, fino a trovarsi in uno spazio che può essere definito da Gesù stesso éso, “dentro”, contrapposto a quello éxo, “fuori” (cf. Mc 3,31-32; 4,11).

 

Nello stesso tempo, le parabole sono da lui dette in modo che gli ascoltatori cambino il loro modo di pensare. Esse, infatti, contengono sempre un messaggio di contro-cultura, correggono ciò che tutti pensano o sono portati a pensare, e di conseguenza sono annuncio di qualcosa di nuovo: una novità apportata da Gesù non a livello di idee, ma come qualcosa che cambia il modo di vivere, di sentire, di giudicare e di operare. Gesù era un uomo che innanzitutto sapeva vedere: vedeva, osservava, contemplava tutto ciò che gli era intorno e tutti quelli che gli si avvicinavano e che egli avvicinava a sé. In lui la consapevolezza e l’adesione alla realtà erano sempre in esercizio, sicché poteva poi pensare. Di più, potremmo dire che il suo pensare davanti al Padre e alla sua volontà era un pregare che gli permetteva di immaginare racconti e situazioni, da comunicare ai discepoli attraverso la narrazione di molte parabole.

 

Nella nostra pericope Gesù, dopo aver pronunciato la parabola del seminatore, spiegata in seguito ai soli discepoli come semina della parola di Dio (cf. Mc 4,1-20), e i due brevi detti sulla lampada “che viene” per essere vista e sulla misura dell’ascolto (cf. Mc 4,21-25), narra due ultime parabole, quelle offerteci dalla liturgia odierna, che vogliono attestare l’efficacia della Parola seminata. La prima, presente solo in Marco, afferma che “così è, viene il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa”. Gesù ci parla ancora del seme, un elemento che lo intrigava e sul quale aveva molto meditato. Il seme è sempre qualcosa che resta dal raccolto precedente, è il frutto di una pianta che, raccolto, secca e sembra morto. Ma se il seme cade, se è gettato sotto terra, allora nella terra intrisa di acqua marcisce, visibilmente si disfa e scompare; in realtà, però, genera vita, che diventa un germoglio, poi una pianta, e che apparirà infine addirittura come una moltiplicazione e una trasformazione del seme stesso, attraverso frutti abbondanti. Il seme è adatto per rappresentare la dinamica dell’enigma che diventa mistero, ed è per questo che Gesù ricorre più volte a questa immagine, la più presente nelle parabole da lui create.

 

La venuta del regno di Dio, il suo apparire, è dunque paragonato al processo agricolo che ogni contadino conosce bene, anzi che vive con attenzione e premura: semina, nascita del grano, crescita, formazione della spiga e maturazione. Di fronte a tale sviluppo, occorre meravigliarsi, guardando alla potenza, alla forza presente in quel piccolo seme secco, che sembra addirittura morto. Così è il regno di Dio: piccola realtà, ma che ha in sé una potenza misteriosa, silenziosa, irresistibile ed efficace, che si dilata senza che noi facciamo nulla. Di fronte a questa realtà, il contadino non può fare davvero nulla: deve solo seminare il seme nella terra, ma poi sia che lui dorma sia che si alzi di notte per controllare ciò che accade, la crescita non dipende più da lui. Anzi, se il contadino volesse misurare la crescita e andasse a verificare cosa accade al seme sotto terra, minaccerebbe fortemente la nascita e la vita del germoglio.

 

Ecco allora l’insegnamento di Gesù: occorre meravigliarsi del Regno che si dilata sempre di più, anche quando noi non ce ne accorgiamo, e di conseguenza occorre avere fiducia nel seme e nella sua forza. E il seme è la parola che, seminata dal predicatore, darà frutto anche se lui non se ne accorge né può verificare il processo: di questo deve essere certo! Nessuna ansia pastorale, ma solo sollecitudine e attesa; nessuna angoscia di essere sterili nel predicare: se il seme è buono, se la parola predicata è parola di Dio e non del predicatore, essa darà frutto in modo anche invisibile. Questa la certezza del “seminatore” credente e consapevole di ciò che opera: la speranza della mietitura e del raccolto non può essere messa in discussione.

 

Segue un’altra parabola, sempre sul seme, ma questa volta su un seme di senape. Gesù è veramente un uomo esercitato all’attenzione, discernere, al pensare, e quale rabbi sapiente esprime con poche parole la dinamica del Regno, da lui annunciato attraverso la semina e la crescita del granello di sé. Il chicco di senape è tra i semi più minuscoli, non più grande di un granello di sale, eppure anch’esso, se seminato in terra, cresce e diventa il più grande degli arbusti. Sembra impossibile che da un seme così minuscolo possa derivare una pianta tanto rigogliosa: anche qui c’è dunque da stupirsi, da meravigliarsi! Eppure proprio ciò che ai nostri occhi è piccolo, può avere una forza impensabile per noi umani… Ecco, infatti, che il seme di senape sotto terra marcisce, germoglia, poi spunta e cresce fino a essere un arbusto sulle cui fronde gli uccelli possono fare il nido. Qui Gesù allude certamente a quell’albero intravisto da Daniele, simbolo del regno universale di Dio (cf. Dn 4,6-9.17-19). Sì, anche questa parabola vuole comunicarci qualcosa di decisivo: la parola di Dio che ci è stata donata può sembrare piccola cosa, rivestita com’è di parola umana, fragile e debole, messa in bocca a uomini e donne poveri, non intellettuali, non saggi secondo il mondo (cf. 1Cor 1,26). Eppure quando essa è seminata e predicata da loro, proprio perché è parola di Dio contenuta in parole umane, è feconda e può crescere come un albero capace di accogliere tante creature. E non solo la parola di Dio, ma anche l’inizio del Regno, l’inizio della comunità del Signore può apparire una realtà, insignificante; eppure in seguito crescerà, diventerà una realtà inattesa, impensabile per molti, ma veramente significativa e capace di accogliere chi vuole trovare ristoro alla sua ombra.

 

La rivelazione dell’efficacia della parola di Dio è decisiva per noi cristiani. Questa Parola, infatti, è “potenza di Dio” (Rm 1,16), è seme di vita immortale (cf. 1Pt 1,23) e ha in sé una potenzialità che noi non possiamo prevedere. Proprio come afferma il profeta Isaia a nome del Signore: “La Parola uscita dalla mia bocca non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is 55,11). Certo, l’efficacia della Parola ha una modalità propria di operare in forme molto diverse, non prevedibili, che possono anche contraddire il nostro modo di pensarla e discernerla. È un’efficacia non mondana, non misurabile in termini quantitativi, perché la parola del Signore è anche “parola della croce” (1Cor 1,18). Quando è seminata nei cuori degli ascoltatori, la parola di Dio deve essere accolta, interiorizzata e custodita, deve essere discreta rispetto alle altre parole e quindi essere realizzata, in modo che appaiano i suoi frutti: frutti quasi mai percepiti e visti dal discepolo, perché “come la Parola cresca in lui, egli non lo sa”.

Queste parabole ci interrogano dunque sulla nostra consapevolezza della parola di Dio che ci è data e che noi dobbiamo seminare, sulla nostra visione del Regno come realtà di piccoli e di poveri, realtà di un “piccolo gregge” (Lc 12,32), che può divenire una raccolta delle genti del mondo intero, in cammino verso il regno di Dio veniente per tutti. Ma riflettiamo: chi pronunciava queste parabole era un oscuro figlio di Israele di Galilea, un “ebreo marginale”, non un sacerdote e neppure un rabbino formatosi in qualche scuola riconosciuta a Gerusalemme o lungo il lago di Galilea. E con lui c’era una comunità itinerante che lo seguiva: una dozzina di uomini e poche donne senza appartenenza all’elite culturale o religiosa giudaica: una realtà piccola e oscura, eppure significativa.

 

 

Allora, perché avere timore di essere noi cristiani una minoranza oggi nel mondo? Basta che siamo significativi, cioè che crediamo alla potenza della parola di Dio, che la seminiamo con umiltà e molta pace, senza angoscia né frenetica attesa di vedere i risultati… Occorre saper attendere, occorre pazienza e soprattutto fede nella parola di Dio: se il seme è buono, spunterà e darà il suo frutto. Il disegno di Dio si compie sempre, ben al di là delle nostre previsioni e della nostra impazienza.


 

il mistero del regno

 

Domenica XI del T. O. (B)

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

 senape 2

 

Mc 4,26-34 Le parabole del Regno [1]

 

Il Vangelo di oggi è formato da due parabole molto brevi: quella del seme che germoglia e cresce da solo, e quella del granello di senape (cfr Mc 4,26–34). Attraverso queste immagini tratte dal mondo rurale, Gesù presenta l’efficacia della Parola di Dio e le esigenze del suo Regno, mostrando le ragioni della nostra speranza e del nostro impegno nella storia.

 

La parabola del seme

Nella prima parabola l’attenzione è posta sul fatto che il seme, gettato nella terra, attecchisce e si sviluppa da solo, sia che il contadino dorma sia che vegli. Egli è fiducioso nella potenza interna al seme stesso e nella fertilità del terreno. Nel linguaggio evangelico, il seme è simbolo della Parola di Dio, la cui fecondità è richiamata da questa parabola. Come l’umile seme si sviluppa nella terra, così la Parola opera con la potenza di Dio nel cuore di chi l’ascolta. Dio ha affidato la sua Parola alla nostra terra, cioè a ciascuno di noi con la nostra concreta umanità. Possiamo essere fiduciosi, perché la Parola di Dio è parola creatrice, destinata a diventare «il chicco pieno nella spiga» (v. 28). Questa Parola, se viene accolta, porta certamente i suoi frutti, perché Dio stesso la fa germogliare e maturare attraverso vie che non sempre possiamo verificare e in un modo che noi non sappiamo (cfr v. 27). Tutto ciò ci fa capire che è sempre Dio, è sempre Dio a far crescere il suo Regno - per questo preghiamo tanto che “venga il tuo Regno” - è Lui che lo fa crescere, l’uomo è suo umile collaboratore, che contempla e gioisce dell’azione creatrice divina e ne attende con pazienza i frutti.

La Parola di Dio fa crescere, dà vita. E qui vorrei ricordarvi un’altra volta l’importanza di avere il Vangelo, la Bibbia, a portata di mano - il Vangelo piccolo nella borsa, in tasca - e di nutrirci ogni giorno con questa Parola viva di Dio: leggere ogni giorno un brano del Vangelo, un brano della Bibbia. Non dimenticare mai questo, per favore. Perché questa è la forza che fa germogliare in noi la vita del Regno di Dio.

 

Il granello di senape

La seconda parabola utilizza l’immagine del granello di senape. Pur essendo il più piccolo di tutti i semi, è pieno di vita e cresce fino a diventare «più grande di tutte le piante dell’orto» (Mc 4,32). E così è il Regno di Dio: una realtà umanamente piccola e apparentemente irrilevante. Per entrare a farne parte bisogna essere poveri nel cuore; non confidare nelle proprie capacità, ma nella potenza dell’amore di Dio; non agire per essere importanti agli occhi del mondo, ma preziosi agli occhi di Dio, che predilige i semplici e gli umili. Quando viviamo così, attraverso di noi irrompe la forza di Cristo e trasforma ciò che è piccolo e modesto in una realtà che fa fermentare l’intera massa del mondo e della storia.

 

Iniziativa di Dio e collaborazione umana

Da queste due parabole ci viene un insegnamento importante: il Regno di Dio richiede la nostra collaborazione, ma è soprattutto iniziativa e dono del Signore. La nostra debole opera, apparentemente piccola di fronte alla complessità dei problemi del mondo, se inserita in quella di Dio non ha paura delle difficoltà. La vittoria del Signore è sicura: il suo amore farà spuntare e farà crescere ogni seme di bene presente sulla terra. Questo ci apre alla fiducia e alla speranza, nonostante i drammi, le ingiustizie, le sofferenze che incontriamo. Il seme del bene e della pace germoglia e si sviluppa, perché lo fa maturare l’amore misericordioso di Dio.

La Vergine Santa, che ha accolto come «terra feconda» il seme della divina Parola, ci sostenga in questa speranza che non ci delude mai.

 

4,26-29 Potenzialità imprevedibile della Parola (EG 21)

 

La Parola ha in sé una potenzialità che non possiamo prevedere. Il Vangelo parla di un seme che, una volta seminato, cresce da sé anche quando l’agricoltore dorme (cfr 4,26-29). La Chiesa deve accettare questa libertà inafferrabile della Parola, che è efficace a suo modo, e in forme molto diverse, tali da sfuggire spesso le nostre previsioni e rompere i nostri schemi.

 

4,26-29 Il regno, realtà nascosta, azione di Dio e dell’uomo

 

Il seme fruttifica per l’azione di Dio…

Ci è sempre stata di grande ispirazione la parabola del seme che cresce da solo (Mc 4,26-29). Ma diventa sempre più difficile (per esperienza e per onestà intellettuale) intenderla secondo un’idea di «sviluppo». Gesù, qui, non stava parlando di una storia capace di «maturare» nel tempo, grazie all’azione occulta del Regno, fino a raggiungere la pienezza. Infatti, se non altro, questa idea di una «crescita organica» era estranea all’uomo antico. Tra il seme e il frutto non si scorgeva continuità, ma semmai contrasto: un fatto quasi miracoloso. La parabola di Gesù intendeva mostrare il Regno come una realtà nascosta agli occhi umani, ma che produrrà il suo frutto tramite l’azione di Dio, indipendentemente da ciò che farà il seminatore.

 

… ma questo non significa passività umana

Questo significa accettare una dissociazione tra lo sforzo umano e l’azione divina? Giustifica una posizione di scetticismo o di pragmatismo? In un modo o nell’altro, è quanto accade oggi a tante persone. L’individualismo e l’estetismo postmoderni, quando non il pragmatismo e un certo cinismo contemporanei, sono il risultato della caduta delle certezze storiche, della perdita di senso dell’azione umana come costruttrice di qualcosa che sia oggettivamente e concretamente migliore. Anche nel caso di alcuni cristiani ciò si può esprimere in un mero «vivere il momento» (fosse anche il «momento» dell’esperienza spirituale), aspettando passivamente che il Regno «cada» dal cielo.

 

La discontinuità dell’avanzamento del regno

Ma con tutto ciò la speranza cristiana non ha niente da spartire. Comunque dobbiamo riconoscere che non esiste una continuità lineare tra storia e compimento del Regno, nel senso di un avanzamento o di un’ascesa ininterrotti. Così come il compimento individuale (l’incontro con Dio e la definitiva trasfigurazione personale nella Risurrezione) passa nella stragrande maggioranza dei casi attraverso un terribile momento di «discontinuità», di fallimento e di distruzione (la morte), non c’è ragione per escludere che la stessa cosa possa accadere alla storia nel suo insieme. Ecco la verità della mentalità apocalittica: questo mondo passa, non c’è pienezza senza qualche forma, ancorché non possiamo predeterminare quale, di distruzione o di perdita. Ma d’altra parte non è vero che non i i sarà alcuna continuità: sarò io stesso a risuscitare! Saranno la stessa umanità, lo stesso creato, la stessa storia a essere trasfigurati nella pienezza dei tempi! Continuità e discontinuità. Una realtà misteriosa di presenza- assenza, del «già» compimento delle promesse ma «non ancora» in un modo pieno. Un Regno che effettivamente «è vicino», in ogni momento, in ogni luogo, anche nella peggiore delle situazioni umane. E che un giorno cesserà di restare nascosto per manifestarsi pienamente e palesemente.

 

4,26-29 Il seme, simbolo carico di speranza [3]

 

Siamo soldati del regno, ma non fachiri. Possiamo contare su un trionfo sicuro, anche se non ce ne sono stati rivelati né il giorno né l’ora, vale a dire l’ampiezza della battaglia che si presenterà a noi. Ma è altrettanto sicuro che non saremo tentati oltre le nostre forze e che il regno non è proporzionato ai nostri sforzi, perché il Signore ha voluto parlarci del regno attraverso un simbolo carico di speranza, quando ce l’ha descritto come un seme che cresce da solo (Mc 4,26s). Le virtù solide e perfette non solo si forgiano nella nostra lotta quotidiana, ma acquisiscono unicamente la loro solidità e perfezione quando «in Lui solo ripongono la speranza».

 

4,26-27 Nel piccolo seme lo stile dell’annuncio [4]

 

È importante imparare dal Vangelo lo stile dell’annuncio. Non di rado, infatti, anche con le migliori intenzioni, può succedere di indulgere a una certa smania di potere, al proselitismo o al fanatismo intollerante. Il Vangelo, invece, ci invita a rifiutare l’idolatria del successo e della potenza, la preoccupazione eccessiva per le strutture, e una certa ansia che risponde più a uno spirito di conquista che a quello del servizio. Il seme del Regno, benché piccolo, invisibile e talvolta insignificante, cresce silenziosamente grazie all’opera incessante di Dio: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa» (Mc 4,26-27). Questa è la nostra prima fiducia: Dio supera le nostre aspettative e ci sorprende con la sua generosità, facendo germogliare i frutti del nostro lavoro oltre i calcoli dell’efficienza umana.

Con questa fiducia evangelica ci apriamo all’azione silenziosa dello Spirito, che è il fondamento della missione. Non potrà mai esserci né pastorale vocazionale, né missione cristiana senza la preghiera assidua e contemplativa. In tal senso, occorre alimentare la vita cristiana con l’ascolto della Parola di Dio e, soprattutto, curare la relazione personale con il Signore nell’adorazione eucaristica, “luogo” privilegiato di incontro con Dio.

 

4,30-32 La lezione del piccolo seme [5]

 

La vera grandezza

Chi si fa piccolo come un bambino – ci dice Gesù – «è il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18,4). La vera grandezza dell’uomo consiste nel farsi piccolo davanti a Dio. Perché Dio non si conosce con pensieri alti e tanto studio, ma con la piccolezza di un cuore umile e fiducioso. Per essere grandi davanti all’Altissimo non bisogna accumulare onori e prestigio, beni e successi terreni, ma svuotarsi di sé. Il bambino è proprio colui che non ha niente da dare e tutto da ricevere. È fragile, dipende dal papà e dalla mamma. Chi si fa piccolo come un bimbo diventa povero di sé, ma ricco di Dio.

 

I bambini insegnano…

I bambini, che non hanno problemi a capire Dio, hanno tanto da insegnarci: ci dicono che Egli compie grandi cose con chi non gli fa resistenza, con chi è semplice e sincero, privo di doppiezze. Ce lo mostra il Vangelo, dove si operano grandi meraviglie con piccole cose: con pochi pani e due pesci (cfr Mt 14,15-20), con un granello di senape (cfr Mc 4,30-32), con un chicco di grano che muore in terra (cfr Gv 12,24), con un solo bicchiere d’acqua donato (cfr Mt 10,42), con due monetine di una povera vedova (cfr Lc 21,1-4), con l’umiltà di Maria, la serva del Signore (cfr Lc 1,46-55).

 

… ad accogliere le sorprese di Dio e la logica della semplicità

Ecco la grandezza sorprendente di Dio, di un Dio pieno di sorprese e che ama le sorprese: non perdiamo mai il desiderio e la fiducia delle sorprese di Dio! E ci farà bene ricordare che siamo sempre e anzitutto figli suoi: non padroni della vita, ma figli del Padre; non adulti autonomi e autosufficienti, ma figli sempre bisognosi di essere presi in braccio, di ricevere amore e perdono. Beate le comunità cristiane che vivono questa genuina semplicità evangelica! Povere di mezzi, sono ricche di Dio. Beati i Pastori che non cavalcano la logica del successo mondano, ma seguono la legge dell’amore: l’accoglienza, l’ascolto, il servizio. Beata la Chiesa che non si affida ai criteri del funzionalismo e dell’efficienza organizzativa e non bada al ritorno di immagine. Piccolo amato gregge di Georgia, che tanto ti dedichi alla carità e alla formazione, accogli l’incoraggiamento del Buon Pastore, affidati a Lui che ti prende sulle spalle e ti consola!

 

4,31-32 Il Regno nella piccolezza [6]

 

Colpisce, soprattutto, come si realizza la venuta di Dio nella storia: «nato da donna». Nessun ingresso trionfale, nessuna manifestazione imponente dell’Onnipotente: Egli non si mostra come un sole abbagliante, ma entra nel mondo nel modo più semplice, come un bimbo dalla mamma, con quello stile di cui ci parla la Scrittura: come la pioggia sulla terra (cfr Is 55,10), come il più piccolo dei semi che germoglia e cresce (cfr Mc 4,31-32). Così, contrariamente a quanto ci aspetteremmo e magari vorremmo, il Regno di Dio, ora come allora, «non viene in modo da attirare l’attenzione» (Lc 17,20), ma viene nella piccolezza, nell’umiltà.

 

NOTE

[1] Angelus, 14 giugno 2015.

[2] Messaggio alle comunità educative, Buenos Aires, 29 marzo 2000, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 50-64.

[3] Discorso di apertura alla Congregazione provinciale, Buenos Aires 8 febbraio 1978, in PAPA FRANCESCO – J.M. BERGOGLIO, Pastorale sociale, Jaca Book – Comunità Sant’Egidio, Milano 20015.

[4] Messaggio per la 54 giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, 27 novembre 2016.

[5] Omelia,Stadio M. Meskhi – Tbilisi 1 ottobre 2016.

 

[6] Omelia, nella santa Messa del 1050o anniversario del battesimo della Polonia, Częstochowa 28 luglio 2016.


UMILE È LA GIOIA?

 

Incanti di libertà o passioni tristi? 

 

Paolo Zini

 

(NPG 2013-04-21)

 

 

Mi domando perché pensare

troppo mi turba

e se una volta almeno mio padre

ha fumato l’erba.

Mi domando se avrò un figlio

e se mio figlio mi odierà,

perché purtroppo si odia

chi troppo amore ci dà.

Mi domando se la mia

è una vita felice

e so rispondere solo che mi piace![1]

 

Sono interessanti le domande che risuonano nelle parole di questa recente canzone sulla libertà, ma è l’ultima di esse – a dispetto della sua importanza fondamentale per l’orientamento dell’esistenza – ad essere chiusa da una risposta tranquillamente compiaciuta e pericolosamente confusa.

Certo la vita non è una canzone e una canzone può permettersi – senza pagarne lo scotto – leggerezze che la vita non tarderebbe a sanzionare; ma quelle parole, ignare di cosa sia una felicità distinta dal piacere, non possono lasciare indifferenti, anche perché forse riflettono un sentire che non riguarda soltanto il pubblico affezionato alle creazioni di un giovane cantante.

Sulla particolare confusione che segna il rapporto dell’uomo di questo tempo con la felicità è necessario allora soffermarsi; lo chiede anche la logica del vagabondaggio di pensieri sin qui compiuto.

Pensare la libertà come tratto di strada che l’uomo trova tra sé e la propria felicità costringe a misurarsi non solo con il protagonista di questo tratto di strada o con le forme più o meno raccomandabili del suo peregrinare, ma anche con i caratteri della meta che giustifica la fatica del cammino, la felicità, appunto.

L’interrogativo sulla felicità ha però portata ed implicanze tali da scoraggiare una trattazione che non puntualizzi qualche preciso intento, onde cautelarsi dalla genericità superficiale dei luoghi comuni.

La prospettiva di queste note vorrebbe allora essere molto precisa: di felicità è necessario parlare non perché manchino nella convivenza attuale le proposte che si candidano a realizzarla; piuttosto perché è arduo sondare l’affidabilità e la consistenza di tali proposte, che – sgomitando tra loro – animano un mercato brulicante di contraddizioni.

E, mentre logica vorrebbe che tali contraddizioni suscitassero legittimi sospetti quanto alla credibilità del rispettivo mercato, i fatti sembrano attestare il contrario: ambite sono le felicità di piccolo cabotaggio, dagli investimenti facili da realizzare come da revocare e capaci di contiguità aliene da ogni coerenza.

Ma allora l’uomo cosa cerca quando cerca la felicità? Vuole essere felice oppure, sapendo di non poterlo essere, cerca illusioni e ottundimenti?

Come comprendere altrimenti la malía ostinata di offerte inverosimili, proprio per la posa stucchevole e gli studiati artifici della loro menzogna?

Sono dunque le riserve sulla falsa felicità a rendere impellente l’interrogativo sulla soddisfazione che attende quanti raccolgono la sfida della libertà puntando all’unificazione del volere, alla sua emancipazione dalle voglie, alla cura del desiderio, educato nella pazienza del presente e nell’ascolto della realtà.

La formazione del sentire, come vita del cuore e condizione di possibilità del rispetto e dell’amore, assicura all’uomo una felicità autentica e profonda?

Oppure la rarità, che ne fa il sigillo di esistenze eroiche, è l’indicatore del suo carattere eccezionale, e pertanto elitario e improponibile ai più?

Se la questione della felicità ammettesse solo queste due soluzioni, ci sarebbe di che dubitare della bontà stessa delle vita: non sarebbe infatti troppo severa l’alternativa tra una felicità falsa – maschera di un fallimento abbracciato dalla maggioranza degli umani soltanto con gradi differenti di consapevolezza, ottundimento, meschinità o rassegnazione – e una felicità tragica, riservata alle rare libertà capaci di eroismo?

Gli scritti di G. Bernanos [2] potrebbero forse fornire spunti significativi per porre la questione in modo diverso.

Due opzioni sono suggerite al romanziere francese dal suo esigente realismo: parlare di gioia anziché di felicità, onde smascherare le false e pericolose illusioni di una via facile e leggera alla vita felice; ridefinire l’eroismo attraverso l’umiltà, per rivelare la verità ultima e l’universale accessibilità della virtù che rende gioiosa la vita.

 

Facili o felici?

 

Per comprendere la riflessione di Bernanos sul rapporto dell’uomo alla felicità occorre anzitutto lasciarsi provocare dalla sua battaglia contro il costume e la cultura della menzogna.

«Solo per pochi la menzogna è un vizio di cui essi conoscono la furiosa e sterile voluttà, ma per la maggior parte degli uomini che se ne servono senza neppure pensarvi, con una sorprendente spontaneità, la menzogna è la soluzione a tutti i problemi della vita».[3]

Sono dure le parole dell’autore francese, ma obbligano a pensare: quando la doppiezza assurge a forma di rapporto dell’uomo alla realtà, agli altri e a se stesso, non solo gli equivoci sulla meta dell’esistere si moltiplicano, ma si fanno più sottili, avvalendosi delle complicità più subdole della coscienza, della cultura, delle abitudini collettive.

Così, la libertà, vittima – colpevolmente ignara – della propria patologia, esaspera la corsa febbrile di una vita priva di orientamento.

«Andare più presto, correre più velocemente. Andare sempre più velocemente, ma andare dove? Ah, come vi importa poco di sapere dove andate, imbecilli!... E così, che cosa fuggite? Ahimè, siete voi stessi che fuggite, ciascuno di voi fugge se stesso, come se sperasse di correre abbastanza velocemente per uscire finalmente dalla sua guaina di pelle».[4]

Nella postmodernità sono le forme di questa corsa, stigmatizzata da Bernanos per la sua insipiente inconcludenza, ad avvicendarsi freneticamente, senza per questo mutare indole.

E deputate ad ottimizzarne la frenesia sono le agenzie di arredo ludico dell’esistenza, agenzie alle quali oggi è assicurato uno straordinario credito culturale e un inedito successo economico.

Di qui un dato socioculturale di solare evidenza e dalla novità priva di analogie storiche: nelle società del benessere si spaccia per riuscita una vita fedele alla forma di un grande gioco, oscillante dentro il range che va dalla leggerezza del diversivo al parossismo del trasgressivo.

Un immaginario collettivo plasmato da una simile figura di esistenza subordina la felicità all’idolatria della facilità e reagisce alla fatica, al limite, alla misura quasi si trattasse di insopportabili mutilazioni lesive della dignità umana.

È questo immaginario ad interdire l’elaborazione delle esperienze di vita più esigenti per la libertà, che, alla prova dei fatti, scoprendosi immatura, sa soltanto concedersi infantilismi regressivi.

Infantilismi che abbracciano la logica del risarcimento come prospettiva esistenziale: le dilazioni di qualche gratificazione immediatamente disponibile vengono tollerate solo per brevi intervalli di tempo, purché siano promessi, alla loro scadenza, godimenti più appetibili quanto a forme ed intensità.

In questa prospettiva viene stravolto il senso dell’impegno, del lavoro, della fedeltà alle persone, valori ridotti a variabile dipendente di calcoli interessati a massimizzare divertimenti e piaceri di una vita facile.

Per la comprensione del binomio felicità/libertà l’equivoco non potrebbe essere più pericoloso, illusorio e mortificante, come sottolineano, ad esempio, le parole di Risè, acuto interprete dell’attualità e del suo costume.

«Lo stile della narrazione debole, della vita umana come commedia, a cui nessun Dio presiede e dalla quale nessun Dio è visibile, non comprende, invece, la felicità, che è un’esperienza non debole ma forte».[5]

Si potrebbe trascrivere l’osservazione in una sorta di legge, oggi vigente con disperante ubiquità: facilità ossessive moltiplicano felicità infelici.

Ma, oltre lo stordimento di una facilità infelice, rimane qualche spazio praticabile all’uomo per un compimento della libertà?

In proposito è di nuovo possibile ascoltare Bernanos; la sua opera non si accontenta di denunciare la menzogna e di smascherare l’imbecillità di un non senso che si compiace della propria disperata gaiezza, ma invita a considerare realisticamente la meta di un esistere autenticamente umano:

«L’uomo vero non vuole la felicità, vuole la gioia, e la sua gioia non è di questo mondo o, almeno, non vi appartiene tutta intera».[6]

Bernanos affronta il problema da credente, ma – questo è il suo fascino – con quella virilità che sa piantare lo sguardo al cuore della vita e del suo mistero, e per questo si ritiene autorizzato al dialogo con ogni uomo.

Perché dunque Bernanos non parla di felicità ma di gioia? È una sorta di pessimismo cristiano a suggerirgli di proporre prospettive esistenziali meno allegre, più dimesse?

Bernanos, al pari di altri celebri pensatori, vuol dar voce alla realtà, raccomandandone l’ascolto fuori dagli agguati – che sovente l’uomo corteggia – di fantasie e illusioni.

E la realtà non si sogna neppure di promettere alla libertà beatitudini facili, gaudenti, smisurate.

Se il mondo è intossicato di promesse di questo genere – come s’è visto – la loro radice non è la realtà, ma l’inganno della coscienza, o la miopia della cultura, o qualche sindrome del costume, o interessi di parte, capaci di ogni malafede.

La realtà, la vita, il cuore, secondo Bernanos, promettono invece una gioia impegnativa, a coronamento della libertà che vuole e sa realizzare la propria misura.

Gioia e misura: ecco la bipolarità dentro la quale Bernanos ritiene sia possibile condurre un’esistenza veramente umana, libera dalla mediocrità di una sopravvivenza annaspante tra le proprie menzogne.

 

Alle radici della gioia

 

Nonostante l’autorevolezza di Bernanos, alla sua proposta va rivolto un interrogativo: il riferimento alla gioia piuttosto che alla felicità non è un’operazione meramente lessicale, una sostituzione di parole, nella permanenza di un medesimo significato?

Alcune precise affermazioni del romanziere francese consentono forse di rispondere no, in quanto sembrano suggerire una visione della gioia originale ed affascinante, legata ad un principio fondamentale:

«Niente giustifica la tristezza: soltanto il diavolo ha ragioni per essere triste».[7]

La gioia avrebbe dunque destinazione e accessibilità universali, ma non in ragione di una sua superficiale noncuranza rispetto alla vita; al contrario, secondo Bernanos, proprio questa gioia, possibile a tutti, saprebbe nascere – fuori da ogni faciloneria – in un rapporto radicale, onesto e realistico addirittura con la tristezza dell’esistere:

«La gioia viene da una parte troppo profonda dell’anima perché le sue radici non affondino nella tristezza, che è la parte più profonda dell’uomo da quando ha perduto il paradiso».[8]

Ma cos’è allora questa tristezza che, nelle parole di Bernanos, per un verso è prerogativa esclusiva del demonio, ma per un altro è nientemeno che terreno di coltura della gioia in ogni uomo?

Forse proprio qui si tocca il punto capitale di una riflessione sulla meta accessibile alla pienezza della libertà!

Alludendo a questa tristezza, Bernanos nomina l’innominabile: il rimosso più fastidioso ed ingombrante per l’immaginario collettivo contemporaneo è infatti un fondamentale dell’esistere, al quale il costume guarda con angoscia, intento a congegnare stratagemmi che l’occultino, quando andrebbero suscitate energie che lo elaborino.

La tradizione cristiana ha sempre preso di petto questo rimosso contemporaneo – la tristezza cui allude Bernanos – contestualizzandola nella complessa riflessione sul peccato originale, quel rapporto arrogante, ingrato e colpevole della libertà alla sua finitezza, che avrebbe inaugurato la storia diffondendovi la propria malizia.

Ma quest’antica espressione sembra conoscere oggi solo due destini: accendere controversie teologiche riservate agli specialisti, o guadagnare lo scherno di modesti opinionisti, presuntuosamente impegnati a svecchiare il cristianesimo da fantomatici reperti del fideismo oscurantista.

Competerebbe proprio alla riflessione sull’uomo – urgente soprattutto fuori dai confini della dogmatica ecclesiale – interrogarsi sulla tristezza che Bernanos nomina.

Una felicità che con quella tristezza non sapesse misurarsi sarebbe fatua, falsa, pericolosa.

E una tristezza di quelle proporzioni, se blandita, diverrebbe il pungiglione della morte, deputato a regolare i conti con ogni felicità della vita.

Spingendo lo sguardo dentro le profondità dell’uomo, eccola questa tristezza: secondo Bernanos si tratta della nostalgia di un’armonia infranta, di un’integrità pregiudicata.

Si tratta della voce di una ferita che non può essere zittita, neppure dal clamore di eccitazioni sguaiate, abili però a renderne incomprensibile il messaggio.

Paradossalmente, Bernanos ritiene che l’ascolto di questa ferita, il radicarsi in questa tristezza, il frequentarne la scuola, produca una gioia credibile, e universalmente disponibile.

Che questa ferita non sia creata dalle definizioni dogmatiche per qualche strano pessimismo interessato, è l’onestà dell’esperienza a doverlo ammettere.

Sebbene infatti la fede ne sappia illuminare straordinariamente la profondità e vi possa accendere una sorprendente speranza, questa ferita provoca il cuore di ogni uomo, persino a dispetto degli anestetici intenti a blandirla, e risuona nella ferialità dei suoi giorni.

Chi potrebbe negare che feriale è l’esperienza d’un vivere ferito e che ferita è la ferialità umana?

Non sono infatti riservate ai fedeli di qualche chiesa o agli eroi di qualche valore e nemmeno risparmiate ai dervisci della facilità, gli ordinari contenuti e le consuete forme del vivere segnate da questa mancanza d’integrità e d’armonia.

Ferito è il nascere, drammatico e rischioso proprio nella novità della speranza che l’accompagna, e ferito è il lavoro dell’uomo, che non risparmia sfinimento persino quando riempie il cuore; ferita è la complementarità dell’amore, vittima dei suoi stessi ardori, e ferito è persino il riposo, che sembra allontanare d’un soffio la sua promessa proprio mentre la realizza.

Ma la feriale prossimità di questa ferita non ne diluisce il mistero: non è impertinente alludervi, a prescindere dalle tradizioni religiose, nei termini di tristezza.

Ma doveroso è anche rilevarne l’incapacità di inghiottire tutta la bellezza del vivere.

È proprio il sapore di benedizione per la libertà, che – a dispetto di ogni sua imboscata – la vita conserva, a rendere tristemente acuta la percezione di questa ferita.

Se ad inasprirla non fosse il contrasto con la preziosità dei beni che la ospitano, neanche sarebbe lecito parlare di ferita.

Mentre il cuore umano sa che vivere è proprio esporsi al suo spasimo.

Per questo ancora Bernanos è nel vero affermando che «chi cerca la verità nell’uomo deve farsi padrone del suo dolore».[9]

 

Se il segreto fosse l’umiltà?

 

Ma cosa può apprendere la libertà prestando ascolto a questa ferita?

E perché in essa può fiorire la gioia?

È ancora Bernanos a suggerire qualche risposta a questi interrogativi, attraverso un punto fermo di tutta la sua opera:

«Il cuore del mondo batte ancora. La giovinezza è questo cuore. Se non fosse per questo dolce scandalo dell’infanzia, in uno o due secoli l’avarizia e l’inganno avrebbero disseccato la terra. Il povero pianeta, a dispetto dei chimici e degli ingegneri, non sarebbe che un osso sbiancato scaraventato nello spazio».[10]

Se la ferita dell’esistere è testimone – attraverso il linguaggio misterioso della tristezza che invoca la gioia – di una costitutiva vocazione umana all’armonia e all’integrità, nell’infanzia questa vocazione trova invece una sorta di simbolizzazione positiva, di compimento realizzato senza fatica, ricevuto in dono da una libertà capace della fiducia accogliente e incondizionata tipica di un bimbo.

Lo spirito di infanzia reca dunque in se stesso tracce singolarmente visibili di quella condizione che la ferita dell’esistere tristemente, sebbene istruttivamente, avverte come precaria, o perduta, o colpevolmente sciupata.

Ecco perché Bernanos ritiene catastrofici per il mondo due inganni tra loro legati: il rifiuto dello spirito d’infanzia e la consuetudine con il vivere imbecille, incapace di abitare sapientemente la ferita del vivere, distillando la gioia accessibile nella sua tristezza.

E ad annodare il rifiuto dello spirito d’infanzia al rifiuto della lezione della tristezza è l’orgoglio, la seduzione della dismisura, vero cancro della libertà e morte del cuore.

La ferita dell’esistere, se sapientemente ascoltata, rivela che a determinare la perdita dell’armonia con sé, gli altri, il mondo, è sempre una smisuratezza del proprio io, vagheggiata come soluzione all’impegno del vivere, straniante rispetto al presente, cieca rispetto al dono della misura e alla misura come dono.

L’assillo per questa smisuratezza è assente nello spirito d’infanzia, figura dell’umano che reca in sé la traccia storica meno sbiadita dell’integrità della gioia.

L’infanzia è la condizione umana nella quale il rapporto dell’uomo alla sua misura ha la forma dell’accoglienza del dono; quando all’accoglienza subentra il sospetto, la misura è considerata maledizione e la libertà diventa ribelle, invaghita di sé, illusa di poter divenire principio della propria grandezza.

Bernanos insegna come solo alla scuola dello spirito d’infanzia l’uomo possa riconoscere nell’idolatria – di sé e della propria smisuratezza – la più pericolosa tra le patologie del cuore.

«Ci sono due modi di dannarsi, due cammini di perdizione. Il primo è amare il male più del bene, per le soddisfazioni che se ne ricavano. È il più breve. L’altro è preferire se stessi al bene e al male, restare indifferenti a entrambi. È il cammino più lungo, quello da cui non si ritorna».[11]

L’ingombro dell’io può ostruire la via della gioia, paralizzare la libertà, impedirle di formare il cuore secondo quello spirito di piccolezza che, per Bernanos, è la chiave di volta della storia dell’uomo e del mondo.

La dismisura di sé è ciò che ignora lo spirito d’infanzia, tanto nella forma dell’esondazione incontenibile delle voglie, sempre sedotte dall’assente e insoddisfatte dal presente, quanto nella forma della grandiosità della propria immagine, inseguita a dispetto di ogni evidenza e al prezzo di doppiezze e soprusi.

La sorpresa grata per la misura di sé e la misura del mondo permettono di abitare l’esistenza nella ferialità della sua ferita, raccogliendo, fuori da fughe e risentimenti, la grazia del presente, senza per questo spegnere la speranza nel futuro.

Lo spirito d’infanzia è infatti la forma di libertà che riconcilia obbedienza e iniziativa, gratitudine per il presente e speranza per il futuro, adesione alla misura del mondo e alla misura di sé.

Il nome meno poetico – e forse per questo anche meno insidiato dalla retorica – dello spirito d’infanzia è umiltà; un nome che custodisce la memoria della sua radice humus, terra.

È fuori moda questa misura e questo nome della gioia, ma quando la libertà, meno irretita da falsi miraggi, ne provasse il gusto, forse, riconoscendone l’impagabile pregio, ne percorrerebbe, modestamente e semplicemente, la via.

«Non ci si contorce per diventare umili, come un grosso gatto per entrare nella trappola per topi. La vera umiltà è innanzitutto una dignità, un equilibrio».[12]

 

Dunque?

 

Una libertà fedele al compito della propria educazione cosa può attendersi a sanzione del suo impegno?

Forse il culto della facilità deve la moltiplicazione dei suoi devoti ad un sottile pessimismo che sembra sovente ammonire il cuore umano circa l’impossibilità della felicità.

La vita di chi capitola a questo pessimismo conosce due sole opportunità: compiacersi del proprio disperato eroismo oppure godere della propria meschinità, chiamandola felice.

La fortuna di questa praticatissima alternativa è pari soltanto alla sua menzogna.

Altro infatti è l’orizzonte di un’esistenza riuscita.

È l’orizzonte di un’autentica educazione alla gioia, alla gioia vera, che non può non germogliare sul suolo ferito del mondo, l’unico che all’uomo sia dato di calcare.

Di pochi è il coraggio di ascoltare la verità di questa ferita, che parla di un’integrità perduta, dell’uomo e del mondo, di un loro convenire fattosi precario, quando non ridotto a reciproca minaccia.

Lo spirito d’infanzia, il cui nome proprio è umiltà, nelle sue evenienze mondane sa fare timidamente memoria della verità di quella condizione perduta, e così illumina la regola per un suo ritrovamento: la grata adesione alla semplicità della propria misura genera la libertà alla gioia.

 

 

NOTE

 

[1] F. Moro, Libero, da Domani, CD, 2008.

[2] George Bernanos (Parigi 1888-1948), letterato e romanziere francese, ha consegnato ai suoi scritti una profonda riflessione sulla verità cristiana dell’uomo, della sua fallibilità e della sua libertà. Non sarebbe eccessivo considerare la sua opera, riflesso di una vita coerente ed appassionata, un’apologia dell’esistenza credente, come crescente armonizzazione, resa possibile dallo Spirito di Dio, di eroismo del volere e spirito d’infanzia, nel sereno abbandono all’efficacia storica della Grazia di Dio.

[3] G. Bernanos, Le crépuscole des vieux, citato in Id., Pensieri, parole e profezie (La parola e le parole), Paoline Editoriale Libri, Milano 1996, 105.

[4] G. Bernanos, Français, si vous saviez, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 45.

[5] C. Risè, Felicità è donarsi, contro la cultura del narcisismo e per la scoperta dell’altro, Sperling Paperback, Milano 2004, 23.

[6] G. Bernanos, Les grands cimitières sous la lune, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 117.

[7] G. Bernanos, Correspondance, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 117.

[8] G. Bernanos, Correspondance, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 118.

[9] G. Bernanos, La joie, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 115.

[10] G. Bernanos, Jeanne, relapse et sainte, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 49.

[11] G. Bernanos, Le chemin de la croix-des-âmes, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 21.

 

[12] G. Bernanos, Dialogues des Carmélites, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 122.


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La nuova famiglia di Gesù

 

 

10 giugno 2018

 

X domenica del tempo Ordinario

Mc  3,20-35

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo 20 Gesù entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. 21Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé».

22Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni». 23Ma egli li chiamò e con parabole diceva loro: «Come può Satana scacciare Satana? 24Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; 25se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. 26Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. 27Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa. 28In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; 29ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna». 30Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito impuro».

31Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. 32Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano». 33Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». 34Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! 35Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».

 

Riprendiamo la lettura quasi cursiva del vangelo secondo Marco in questo tempo per annum e cerchiamo di essere molto attenti alla specificità del messaggio di questo vangelo.

Gesù è ormai riconosciuto come maestro affidabile, da alcuni come un profeta che continua la missione di Giovanni il Battista. Ma Gesù non abita nel deserto, non vive in solitudine e attorno a sé ha radunato una comunità di discepoli e discepole, tra i quali ne emergono dodici per la vita vissuta insieme a lui e per la partecipazione all’annuncio della venuta del regno di Dio. La parola autorevole di Gesù e la sua attività di cura e guarigione dei malati attivano molta gente, che vuole ascoltarlo e vederlo. Questo successo della sua predicazione talvolta impedisce di fatto a lui e alla sua comunità anche solo di saziarsi con un po’ di pane: non c’è tempo…

 

Quando Gesù è in casa a Cafarnao, la gente, sapendo dove si trova, viene a cercarlo e così questa fama desta preoccupazione nella famiglia di provenienza di Gesù e anche nella sua comunità religiosa. Marco osa ancora attestare questa diffidenza ostile a Gesù da parte dei “suoi”, i familiari che, venuti dal loro villaggio, cercano di mettere le mani su di lui, di prenderlo e portarlo via, giudicandolo “fuori di sé”, esaltato, impazzito. Gesù aveva operato scelte di vita che ai suoi familiari potevano sembrare stoltezza e follia. Aveva infatti abbandonato la famiglia, si era dato a una vita itinerante, viveva la condizione del celibe, del non coniugato, infamante per la cultura del tempo, e con il suo successo si era inimicato le stesse autorità religiose.

 

Giudicato “eversivo”, andava dunque fermato. Ma non era stato questo il destino dei profeti? Con il suo modo di vivere e di parlare, infatti, il profeta disturba, perciò si preferisce farlo tacere, giudicandolo pazzo, delirante, fino a pensare di eliminarlo fisicamente (cf. Os 9,7). Ma all’ostilità dei familiari si aggiunge quella delle legittime autorità giudaiche. Gli scribi, discesi da Gerusalemme in Galilea, sono preoccupati dell’ascolto di Gesù da parte delle folle. Se per i suoi familiari Gesù è pazzo, gli esperti delle sante Scritture lo ritengono posseduto da Beelzebul, il capo dei demoni, che – costoro affermano – opera in lui fino a scacciare dalle persone i demoni inferiori. Si faccia attenzione: costoro non negano che Gesù compia un’opera di liberazione, di guarigione delle persone che egli incontra e cura. Pensano che Gesù scacci i demoni che tengono in schiavitù uomini e donne, ma lo faccia da indemoniato: in lui agisce il capo dei demoni, Beelzebul (alla lettera: il signore dello sterco)! Questa l’insinuazione e il giudizio di quelli che contano, delle autorità della comunità religiosa cui Gesù appartiene.

 

Gesù però li chiama a sé, li smaschera e si rivolge a loro con linguaggio parabolico, mediante una domanda seguita da alcune affermazioni: “Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito”. Il concetto espresso da Gesù è chiaro: se fosse vero ciò che dicono gli scribi, se Satana, attraverso le sue azioni, insorgesse contro se stesso, ciò significherebbe che il suo potere sta andando in rovina, che non è più vincitore ma vinto. Per questo Gesù aggiunge, in modo decisamente convincente e non contestabile: “Nessuno può penetrare nella casa di un uomo forte e saccheggiarla, se prima non lo ha reso inoffensivo legandolo. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa”. Dunque Gesù può scacciare Satana perché lo ha legato, perché ha reso impotente colui che è forte, fin dalla sua immersione nel Giordano (cf. Mc 1,9-11) e dalla sua lotta contro Satana nel deserto (cf. Mc 1,12-13). Gesù d’altronde era stato annunciato da Giovanni il Battista come “il più forte” (Mc 1,7), colui che, munito della forza di Dio, ha “autorità” (exousía: Mc 1,22) e può comandare ai demoni che gli obbediscono (cf. Mc 1,27).

 

Ma la risposta di Gesù diventa anche un avvertimento grave e minaccioso, introdotto da un solenne “Amen”: “Amen, in verità vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie, per quante ne abbiano dette; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito santo non avrà mai perdono, sarà colpevole di una colpa definitiva”. Parole dure, che devono però essere accolte senza indulgere a fantasie o immaginazioni circa questo peccato contro lo Spirito santo. In realtà è un peccato banale, come è banale il male; è un peccato che non richiede particolare malvagità ma è semplicemente consumato da chi vede e discerne il bene che viene fatto eppure, piuttosto che riconoscere questa verità, preferisce chiamarlo male, attribuendolo a Satana. È il peccato che procede dall’invidia, dal non sopportare che un altro abbia fatto o faccia il bene, perché si vorrebbe solo se stessi come soggetti del bene; e non volendo riconoscere in un altro quel bene che viene da Dio, si preferisce attribuirlo al demonio. Quegli scribi vedevano il bene operato da Gesù ma, piuttosto che riconoscerlo come opera ispiratagli da Dio, sceglievano deliberatamente di imputarlo a Satana. Non riconoscere l’opera di Dio, non riconoscere l’azione dello Spirito santo, fino a stravolgere lo sguardo e il giudizio, attribuendo il bene operato a Satana, è davvero il peccato imperdonabile, dice Gesù! E questo – lo si ricordi – è un peccato spesso consumato dalle persone religiose, ancora oggi nella chiesa!

 

A complemento del giudizio negativo su Gesù da parte dei suoi e degli scribi, Marco racconta anche che la madre e i fratelli di Gesù giungono presso la casa dove egli dimora e, stando fuori, mandano a chiamarlo. Si tratta dei suoi familiari, di quanti erano usciti per portarlo via giudicandolo pazzo, oppure Marco si riferisce a un altro episodio in cui è soprattutto messa in rilievo la madre di Gesù? In ogni caso, l’evangelista sembra sottolineare che proprio i familiari che avevano dichiarato Gesù fuori di sé (exéste) in realtà restano fuori (éxo), fuori dallo spazio di Gesù. Egli viene avvertito: “Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano”. Vogliono incontrarlo ma restano fuori dal suo spazio. Gesù, da parte sua, non si muove verso di loro, resta al suo posto, tra i suoi discepoli, in mezzo alla comunità riunita in cerchio attorno a lui, e volgendo lo sguardo su questo gruppo dice con forza: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”.

 

In tal modo egli dichiara di conoscere e vivere i legami di una nuova famiglia, la comunità dei discepoli, legami che non nascono dalla carne o dal sangue, cioè dalla storia familiare, ma dal fare la volontà di Dio. La prossimità a Gesù non è decisa dal vincolo parentale ma si basa sull’ascolto della parola di Dio, sul realizzare la sua volontà, sul vivere la fraternità nel vincolo dell’amore quale figli e figlie di un unico Padre: Dio. Dopo questa dichiarazione di Gesù dobbiamo dunque chiederci: chi è veramente fuori e chi è dentro lo spazio di relazione e comunione con lui?

 

Certo, questa pagina evangelica appare dura e noi ci chiediamo anche come la madre di Gesù, Maria, abbia vissuto questo incontro mancato. Possiamo rispondere che lo abbia vissuto nella fede perché queste parole di Gesù, apparentemente dure, in realtà attestano la sua grandezza: Maria ha compiuto pienamente la volontà di Dio, per questo è stata per Gesù madre, degna di essere madre nella sua carne.

 

La lettura di questo brano avverte in ogni caso i discepoli e le discepole di Gesù in ogni tempo: anche loro conosceranno diffidenza e inimicizia da parte della famiglia di provenienza, conosceranno l’opposizione da parte delle autorità religiose, dovranno sempre interrogarsi sulla loro prossimità a Gesù, sperimentabile solo nel compiere la volontà di Dio, nel realizzare la sua parola e nell’accogliere l’aiuto preveniente e gratuito della sua misericordia.


L'orizzonte di una nuova

 

familiarità

 

Domenica X del T.O. (B)

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Galeone

 

Jesus and Disciples

 

Mc 3,22-27 La durezza di chi non vuol capire [1]

 

Non c’è mitezza e non c’è dottrina che possano abbattere quel muro d’idolatria. Gesù stesso se ne dispiace: “Voi cercate di uccidere me, un uomo che vi ha detto la verità” Gv 8,40). La stessa mitezza di Gesù è uno sprone per quella durezza, i suoi segni vengono attribuiti ai demoni (cfr Mt 12,24; Mc 3,22) e, quando l’evidenza (come nel caso di Lazzaro) si fa indiscutibile, allora cercano di uccidere sia lui che Lazzaro (cfr Gv 12,10), perché molte persone lo seguono a causa del miracolo. Riguardo a Gesù questo non è accaduto soltanto a quei tempi: siamo noi a farlo accadere ogni volta che ci rifiutiamo di riconoscere un’adesione idolatrica, ogni volta che affermiamo di vedere mentre siamo ciechi. Il segno è il medesimo. Se qualcuno, un fratello, un profeta, richiama la nostra attenzione sulla nostra idolatria, il cuore s’inasprisce di più, e ciò basta a mantenerci radicati nei nostri atteggiamenti.

 

3,31-35 La nuova familiarità del pastore con Dio [2]

 

Il pastore annuncia serenamente e appassionatamente la Parola di Dio, incoraggia i credenti a puntare in alto. Egli renderà capaci i suoi fratelli e le sue sorelle dell’ascolto e della pratica della promessa di Dio, che allarga anche l’esperienza della maternità e della paternità nell’orizzonte di una nuova “familiarità” con Dio (cfr Mc 3,31-35). Il pastore vigila sul sogno, sulla vita, sulla crescita delle sue pecore. Questo “vigila” non nasce dal fare discorsi, ma dalla cura pastorale. È capace di vigilare solo chi sa stare “in mezzo”, chi non ha paura delle domande, chi non ha paura del contatto, dell’accompagnamento. Il pastore vigila prima di tutto con la preghiera, sostenendo la fede del suo popolo, trasmettendo fiducia nel Signore, nella sua presenza. Il pastore rimane sempre vigilante aiutando ad alzare lo sguardo quando compaiono lo scoraggiamento, la frustrazione o le cadute.

 

3,33-34 La prova dei parenti [3]

 

Gesù ha sperimentato la prova nella sua vita. Comincia nel deserto (Mt 4,1-11) e non finisce lì perché a quel punto “il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato” (Lc 4,13). La subisce fino all’agonia: “Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora!” (Gv 12,27); cfr. anche Lc 22,40-46). Gesù sperimenta la prova nei suoi parenti (Mc 3,33s), in Pietro, che non esita a chiamare Satana (Mc 8,33), nella prospettiva di un messianismo temporale (Gv 6,15).

La Chiesa deve seguire la stessa strada di Cristo (Mc 10,38s). Pietro verrà scosso nella sua perseveranza affinché, più tardi, una volta convertito, confermi i suoi fratelli (Lc 22,31s). Anche il cristiano deve compiere questo percorso: sarà esaminato da Dio (1Ts 2,4), sarà sottoposto alla prova (1Tim 3,10), conscio però di non aver subito tentazioni superiori alla misura umana (1Cor 10,11-13).

 

3,34-35 Il cibo di Gesù [4]

 

Gesù è venuto per fare la volontà del Padre…

All’inizio della celebrazione, è stato chiesto al Signore: “Guida i nostri atti secondo la tua volontà, perché portiamo frutti di opere buone”.

Gesù, quando entra nel mondo, dice: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta” (Eb,10, 5), perché sono provvisori; non dico inutili, provvisori. “Un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb10,5-7). Questo atto di Cristo, di venire nel mondo per fare la volontà di Dio, è quello che ci giustifica, è il sacrificio: il vero sacrificio che, una volta per sempre, ci ha giustificato.

 

… fino al suo annientamento

Gesù viene per fare la volontà di Dio e incomincia in una maniera forte, così come finisce, sulla croce. Il suo percorso terreno infatti incomincia annientandosi, come scrive Paolo ai Filippesi (2,8): “Annientò se stesso. Si umiliò, prendendo forma di servo e facendosi obbediente fino alla croce” (cfr 2,7-8). Di conseguenza “l’obbedienza alla volontà di Dio è la strada di Gesù, che incomincia con questo: “Io vengo per fare la volontà di Dio”. Ed è anche la strada della santità, del cristiano, perché è stata proprio la strada della nostra giustificazione: che Dio, il piano di Dio, venga realizzato, la salvezza di Dio venga fatta. Al contrario di quanto accaduto nel Paradiso terrestre con la non-obbedienza di Adamo: quella disobbedienza ha portato il male a tutta l’umanità”.

Anche i peccati sono atti di non obbedire a Dio, di non fare la volontà di Dio. Invece, il Signore ci insegna che questa è la strada, non ce n’è un’altra. Una strada che incomincia con Gesù, nel cielo, nella volontà di obbedire al Padre, e sulla terra incomincia con la Madonna, nel momento in cui ella dice all’angelo: “Che si faccia quello che tu dici (cfr Lc 2, 38), cioè che si faccia la volontà di Dio. E con quel “sì” a Dio, il Signore ha incominciato il suo percorso fra noi.

 

Fare la volontà di Dio è il cibo di Gesù

È importante per Gesù fare la volontà di Dio. Lo testimonia l’episodio successivo all’incontro con la samaritana, quando in quel mezzogiorno, nel calore di quella zona un po’ desertica, allorché i discepoli gli dissero: “Mangia, maestro”, egli rispose: “No: il mio cibo è fare la volontà del Padre” (cfr Gv 4, 31-34). Facendo capire in tal modo che la volontà di Dio per lui era come il cibo, quello che gli dava forza, quello che gli permetteva di andare avanti. Non a caso spiegherà poi ai discepoli: “Io sono venuto nel mondo per fare la volontà di colui che mi ha inviato (cfr Gv 6, 38), per compiere un’opera di obbedienza”.

Eppure, neanche per Gesù è stato facile. Il diavolo, nel deserto, nelle tentazioni, gli ha fatto vedere altre strade, ma non si trattava della volontà del Padre e lui lo ha respinto. Lo stesso accade quando Gesù non viene capito e lo lasciano; tanti discepoli se ne vanno perché non capiscono com’è la volontà del Padre, mentre Gesù prosegue nel fare questa volontà. Una fedeltà che ritorna anche nelle parole: “Padre, sia fatta la tua volontà”, pronunciate prima del giudizio, la sera in cui pregando nell’orto chiede a Dio di allontanare questo calice, questa croce. Soffre Gesù, soffre tanto. Ma dice: che sia fatta la tua volontà.

 

… e anche il cibo del cristiano

Questo è il cibo di Gesù, ed è anche la strada del cristiano. Lui ci ha fatto strada per la nostra vita, e non è facile fare la volontà di Dio, perché ogni giorno ci presentano su un vassoio tante opzioni: fa’ questo che va bene, non è male. Invece bisognerebbe subito chiedersi: “È la volontà di Dio? Come faccio per compiere la volontà di Dio?”. Ecco un suggerimento pratico: Prima di tutto pregare e chiedere la grazia di voler fare la volontà di Dio. Questa è una grazia.

Successivamente occorre anche domandarsi: “Io prego che il Signore mi dia la voglia di fare la sua volontà? O cerco i compromessi, perché ho paura della volontà di Dio?”. Inoltre bisogna pregare per conoscere la volontà di Dio su di me e sulla mia vita, sulla decisione che devo prendere adesso, sul modo di gestire le cose: preghiera per voler fare la volontà di Dio e preghiera per conoscere la volontà di Dio. E quando conosco la volontà di Dio, anche una terza preghiera: per realizzarla. Per compiere quella volontà, che non è la mia, ma è quella di lui.

 

Diventare famiglia di Gesù

Il Signore dia la grazia a tutti noi che un giorno egli possa dire di noi - come nel brano liturgico del Vangelo di Marco (3,34-35) - quello che ha detto di quel gruppo, di quella folla che lo seguiva, quelli che erano seduti attorno a lui: “Ecco mia madre e i miei fratelli. Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”. Fare la volontà di Dio ci fa essere parte della famiglia di Gesù, ci fa madre, padre, sorella, fratello. Il Signore ci dia la grazia di questa familiarità” con lui; una familiarità che significa proprio fare la volontà di Dio.

 

3,34-35 I legami familiari nell’ambito della fede [5]

 

Legami di famiglia non vengono cancellati

In un primo momento, ci possono venire alla mente alcune espressioni evangeliche che sembrano contrapporre i legami della famiglia e il seguire Gesù. Per esempio, quelle parole forti che tutti conosciamo e abbiamo sentito: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me» (Mt 10,37-38).

Naturalmente, con questo Gesù non vuole cancellare il quarto comandamento, che è il primo grande comandamento verso le persone. I primi tre sono in rapporto a Dio, questo in rapporto alle persone. E neppure possiamo pensare che il Signore, dopo aver compiuto il suo miracolo per gli sposi di Cana, dopo aver consacrato il legame coniugale tra l’uomo e la donna, dopo aver restituito figli e figlie alla vita famigliare, ci chieda di essere insensibili a questi legami! Questa non è la spiegazione.

 

… ma riempiti di un nuovo senso…

Al contrario, quando Gesù afferma il primato della fede in Dio, non trova un paragone più significativo degli affetti famigliari. E, d’altra parte, questi stessi legami familiari, all’interno dell’esperienza della fede e dell’amore di Dio, vengono trasformati, vengono “riempiti” di un senso più grande e diventano capaci di andare oltre sé stessi, per creare una paternità e una maternità più ampie, e per accogliere come fratelli e sorelle anche coloro che sono ai margini di ogni legame. Un giorno, a chi gli disse che fuori c’erano sua madre e i suoi fratelli che lo cercavano, Gesù rispose, indicando i suoi discepoli: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre» (Mc 3,34-35).

 

…inseriti nell’ambito dell’obbedienza della fede…

La sapienza degli affetti che non si comprano e non si vendono è la dote migliore del genio famigliare. Proprio in famiglia impariamo a crescere in quell’atmosfera di sapienza degli affetti. La loro “grammatica” si impara lì, altrimenti è ben difficile impararla. Ed è proprio questo il linguaggio attraverso il quale Dio si fa comprendere da tutti.

L’invito a mettere i legami famigliari nell’ambito dell’obbedienza della fede e dell’alleanza con il Signore non li mortifica; al contrario, li protegge, li svincola dall’egoismo, li custodisce dal degrado, li porta in salvo per la vita che non muore. La circolazione di uno stile famigliare nelle relazioni umane è una benedizione per i popoli: riporta la speranza sulla terra. Quando gli affetti famigliari si lasciano convertire alla testimonianza del Vangelo, diventano capaci di cose impensabili, che fanno toccare con mano le opere di Dio, quelle opere che Dio compie nella storia, come quelle che Gesù ha compiuto per gli uomini, le donne, i bambini che ha incontrato. Un solo sorriso miracolosamente strappato alla disperazione di un bambino abbandonato, che ricomincia a vivere, ci spiega l’agire di Dio nel mondo più di mille trattati teologici. Un solo uomo e una sola donna, capaci di rischiare e di sacrificarsi per un figlio d’altri, e non solo per il proprio, ci spiegano cose dell’amore che molti scienziati non comprendono più. E dove ci sono questi affetti famigliari, nascono questi gesti dal cuore che sono più eloquenti delle parole. Il gesto dell’amore... Questo fa pensare.

 

… nell’alleanza dell’uomo e della donna con Dio

La famiglia che risponde alla chiamata di Gesù riconsegna la regia del mondo all’alleanza dell’uomo e della donna con Dio. Pensate allo sviluppo di questa testimonianza, oggi. Immaginiamo che il timone della storia (della società, dell’economia, della politica) venga consegnato - finalmente! - all’alleanza dell’uomo e della donna, perché lo governino con lo sguardo rivolto alla generazione che viene. I temi della terra e della casa, dell’economia e del lavoro, suonerebbero una musica molto diversa!

Se ridaremo protagonismo – a partire dalla Chiesa – alla famiglia che ascolta la parola di Dio e la mette in pratica, diventeremo come il vino buono delle nozze di Cana, fermenteremo come il lievito di Dio!

 

NOTE

[1] Meditazioni sulla Prima settimana di Esercizi. 5. Il peccato come menzogna, in J.M. BERGOGLIO - FRANCESCO, Il desiderio allarga il cuore. Esercizi spirituali con il Papa, EMI, Bologna 2014, 51-56.

[2] Discorso nell’Incontro con i vescovi ospiti dell’Incontro Mondiale delle Famiglie, Philadelphia 27 settembre 2015.

[3] I nostri padri sono stati tentati, in J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nel cuore di ogni Padre. Alle radici della mia spiritualità, Introduzione di Antonio Spadaro, S,J., Rizzoli Milano 2014, 170-175.

[4] Meditazione, 27 gennaio 2015.

 

[5] Udienza, 2 settembre 2015.


Ciò che rende la fede

 

difficile

 

Jean Paul Hernández

 

 

«La fede comporta un pericolo, comporta un rischio,

forse comporta un attentato alla propria tranquillità e alla propria incolumità.

Ecco un altro aspetto che rende difficile la fede».

(Paolo VI, festa dei SS. Pietro e Paolo 1967)

 

 

Le difficoltà della fede sono le stesse difficoltà dell'amore. Perché la fede è una relazione che vive solo se ama. La Bibbia descrive la fede come un saper rischiare. La si può paragonare al passo in avanti di un corpo umano. In effetti ogni passo è l'inizio di un precipitare. È una perdita di equilibrio, una possibile caduta. Il passo è uno squilibrio fra due brevi momenti di equilibrio. Si può dire che il passo è quel «sapere» che trasforma la caduta in uno spostamento in avanti. Si vede bene nei bambini piccoli quando iniziano a «saper camminare». Ogni spostamento della gamba è un terribile rischio! Così è la fede. Essa non cancella l'instabilità umana ma la trasforma in un progresso.

Come il camminare in posizione verticale, la fede è qualcosa di «quasi innato» nell'uomo. Anzi, di specifico. Gli antropologi parlano di «homo viator». Eppure è qualcosa che si impara. Senza l'esempio e l'accompagnamento del genitore il bimbo camminerebbe in modo molto goffo. Così la fede è accompagnata da un «maestro» che insegna a «saper credere». Questa «madre nella fede» può essere la famiglia, la comunità, un amico, dei testimoni. È ciò che i primi cristiani hanno chiamato «la Chiesa».

Il «cammino del credente» non è un evitare i rischi, non è un cercare una stabilità o una «quiete» – solo un morto è «stabile»! Il credente è e deve essere «uno squilibrato», uno sbilanciato. Il camminare nella fede è quella «sapienza» che porta il corpo, squilibrio dopo squilibrio, al luogo del suo desiderio. Perciò nella Bibbia l'immagine del credente è quella del pellegrino. Cioè di qualcuno che arriverà alla meta dopo che tanti suoi squilibri saranno diventati amore.

Come ogni pellegrino, il credente è continuamente in preda a possibili sbagli, incidenti, stanchezze. In realtà sono un buon segno! Non c'è fede senza difficoltà. Anzi, le difficoltà del credente gli dimostrano che sta veramente camminando. I Padri del deserto dicono: «Solo chi cammina sente la resistenza del vento in faccia».

Le vere difficoltà del credente non sono le cadute ma quegli inganni che impediscono di trasformarle in passo avanti, cioè che impediscono di amare. Nella Bibbia il contrario della fede non è l'ateismo ma è l'inganno che ci impedisce di camminare. E questo è l'unico vero «peccato», dal latino «pes captum» (piede bloccato).

Possiamo distinguere questi inganni in otto grosse categorie:

 

1. LE FALSE IMMAGINI DI DIO

 

Nel libro della Genesi il racconto del primo peccato, quello di Adamo ed Eva (Gn 3), inizia con una falsa immagine di Dio: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare...». Con una menzogna, il serpente riesce a convincere l'uomo che Dio gli ha vietato tutto. Si forma allora l'immagine di un Dio nemico del piacere, avversario della vita. Un Dio dal quale ci si deve difendere. O con cui conviene negoziare. Più avanti il serpente rincara la dose: «Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi...». Il «sottotesto» è: «Dio avrebbe potuto fare di più per voi e non l'ha fatto, dunque non è vero che vi ama, non vi potete fidare di lui!» Allora l'uomo decide di non fidarsi, cioè di non avere fede. Il peccato è questo: non fidarsi. È il dubbio sull'amore che uccide la fede.

L'antropologia contemporanea descrive spesso l'umanità come una fantastica «fabbrica di immagini di Dio». Già per il filosofo Feuerbach Dio è la proiezione gigante dei grandi desideri dell'uomo. Perciò continuamente l'uomo «crea Dio a sua immagine e somiglianza». Da lì nascono tante immagini della divinità: «grande architetto», «motore immobile», «grande mago» che dovrebbe risolvere tutti i problemi, giudice severo che esige tanti sacrifici, macchinetta che eroga servizi se si paga, energia diffusa, destino capriccioso che bisogna cercare di arginare e sfruttare,...

Una delle immagini di Dio più radicate nell'inconscio collettivo di molti popoli è stata sintetizzata nella mitologia greco-romana dal mito di Chronos. Questo «padre degli dèi» è una figura paterna primordiale. Il suo nome significa «tempo». Chronos divora con avidità i suoi figli appena vengono al mondo. Vale a dire il tempo mette al mondo continuamente degli attimi che vengono però immediatamente inghiottiti e non torneranno mai più. Solo il piccolo Giove riuscirà a sfuggire all'avidità del padre e sarà nascosto a Creta dove crescerà allattato dalla capra Amaltea. Un giorno prenderà lui il posto di suo padre e diventerà il capo degli dèi. La figura di Chronos sintetizza le paure davanti a un Dio assettato di vittime. Un Dio che ci divora, come il tempo divora pian piano le nostre vite. Un Dio da cui bisogna nascondersi e che un giorno bisogna detronizzare.

La storia del Dio della Bibbia racconta come il Padre di infinita misericordia, davanti a dei figli che hanno paura di essere divorati da lui, decide di invertire questa falsa immagine. In Gesù Cristo, Dio dice ad ogni suo figlio: «Hai paura che io ti mangi? Ebbene mangia me!» E così nasce a Betlehem che significa «casa del pane». E così è deposto in una mangiatoia come se fosse nato per essere mangiato. E così decide di rimanere per sempre in mezzo ai suoi discepoli sotto l'apparenza di un pezzo di pane da mangiare. Egli diventa «Figlio dell'uomo», consegnato alle mani avide di ogni uomo. Allora l'uomo scopre che quella terribile immagine del padre Chronos è una fantastica proiezione dell'uomo stesso nelle sue ansie di possesso, nella sua avidità di potere, nella sua disperata solitudine. Solo un Dio che si fa mangiare e stritolare libera dalle false immagini di Dio.

Perciò il Vangelo ci lascia una sola immagine di Dio: l'uomo della croce. Capiamo adesso perché i primi cristiani furono accusati di «ateismo». Perché l'immagine di Dio che propone il Vangelo è la distruzione radicale di tutte le immagini di Dio che l'uomo produce. Come dice San Paolo, la croce è «follia e scandalo». È l'unica immagine davvero divina di Dio e consiste proprio... in un uomo!

Nel cammino del singolo credente si ripropongono molte delle immagini di Dio che l'umanità ha elaborato durante i secoli. Allora è importante nella preghiera silenziosa lasciare che si frantumino davanti all'unica vera immagine: il Dio crocifisso. Un cristiano è un «ateo» nel senso che per dire Dio non dispone di una definizione di Dio ma ha solo la storia di un uomo che ama fino all'ultima goccia del suo sangue. Egli è l'unica «immagine visibile del Dio invisibile» (Col 1,18). Quando un cristiano pensa Dio senza pensare a Gesù Cristo, non è più un cristiano.

Molti nostri contemporanei si dichiarano «atei» o «non credenti» in realtà perché rifiutano le false immagini di Dio che spesso vengono veicolate. Allora ben venga questo ateismo! Molti atei, rifiutando queste immagini di Dio, sono in realtà molto più vicini al Dio del Vangelo di molti credenti. L'ateismo spesso è una tappa necessaria verso la fede del Vangelo. È quel crollo degli idoli che lascia spazio a una nuova scoperta, a quel Dio di Gesù che si rivela nel punto più basso dell'uomo. Il dubbio di fede, la voce «atea» che parla nel fondo di ogni cuore credente, è quel necessario squilibrio che apre a un affidamento più profondo. È quella caduta che diventa passo avanti.

Una risposta concreta a questa prima difficoltà della fede è mettersi in ginocchio ai piedi del crocifisso e del pane eucaristico.

 

2. LO SCANDALO DEL MALE

 

Nel tentativo inutile e disperato di definire Dio, l'uomo si blocca spesso in una contraddizione fra due affermazioni: a) Dio è giusto; b) Dio è onnipotente.

Allora davanti al male del mondo e in particolare davanti alle vittime innocenti, nasce il seguente ragionamento: se Dio è giusto non può essere onnipotente, altrimenti non lascerebbe esistere la sofferenza dell'innocente; ma se Dio è onnipotente allora non è giusto. Si arriva così molto facilmente alla conclusione di Sartre: «Se Dio esistesse bisognerebbe punirlo».

Dagli albori della storia del pensiero, l'uomo è alle prese con la domanda sul male. Non solo dal punto di vista religioso, ma anche dal punto di vista filosofico si sono tentate le più svariate risposte: il male come «antitesi» necessaria per un bene maggiore, il male in realtà non esiste perché siamo «nel migliore dei mondi possibili», il male come opera di una divinità malvagia,... Ma cosa se ne fa il sofferente di queste spiegazioni?

Neanche Gesù spiega il motivo del male. Egli non ne dà né una definizione, né un'appagante spiegazione delle origini. Egli viene invece ad «abitarlo». Egli viene a stare dentro al male. Egli è per eccellenza la vittima innocente. Questa è l'unica risposta possibile al male. Non una risposta a tavolino ma una risposta che richiede tutta una vita.

Il male diventa la «vocazione di Dio», ciò che Dio non può trattenersi di venire ad abitare. Gesù Cristo è la storia di quel Dio «ingiustamente vinto dal male». Lui diventa la «storia della sofferenza» perché ogni sofferenza diventi «storia di Dio».

In campo di concentramento Elie Wiesel racconta di un bambino appeso e seviziato dai nazisti davanti alla folla dei prigionieri. Una voce si alza: «Dov'è Dio?» E l'unica risposta fu: «in questo bambino».

Allora quando diciamo che Dio è giusto, non lo dobbiamo capire come la giustizia di un giudice freddo ma come 1'«ingiusta giustizia» di chi muore per amore. E quando diciamo che Dio è onnipotente non lo dobbiamo capire come la potenza di un politico della terra, ma come la potenza di colui che può ciò che nessuno può: amare. Dio è giusto fino all'estrema ingiustizia ed è potente fino all'estrema debolezza. L'amore è «ingiusto» perché restituisce il male con il bene e l'amore è debole perché rende «dipendente».

Ciò non toglie che di fronte al male e all'ingiustizia noi possiamo gridare la nostra rabbia, la nostra ribellione. Quel grido sarà grido umano diventato divino. Comunione con il Cristo in croce che grida «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato» (Mc 15,34). Già nell'Antico Testamento, Giobbe il giusto, in balia a tutte le sofferenze, aveva scoperto sulla sua pelle di essere se stesso immagine e presenza della Passione di Dio. Il grido di Giobbe, la sua protesta disperata, addirittura il suo chiamare Dio a giudizio sono descritti da Dio come quel modo giusto di relazionarsi con Lui (cf. Gb 42,7). Giobbe ha parlato bene «di» Dio perché ha parlato «a» Dio. Questo è lo squilibrio che si trasforma in passo vero, e diventa poi cammino, vocazione. Davanti a un moribondo steso per strada un uomo chiese a Dio: «Cosa fai per questo povero?» E si sentì rispondere: «Ho fatto te».

L'unica risposta vera a questa seconda difficoltà della fede è la radicalità della propria scelta di vita.

 

3. IL SENSO DI COLPA

 

Ma se Dio diventa «storia del male», allora chi non vede il male non vede Dio. È ciò che succede a molti uomini che rifiutano ogni distinzione fra bene e male. Nasce allora in loro un diffuso senso di colpa che loro stessi non sanno spiegare. È questo senso di colpa che sfruttano molte campagne pubblicitarie e molte ideologie. Per non guardare in faccia il proprio male, l'uomo si estranea, fugge, si stordisce, per poi considerarsi tutto un male. È l'esilio del cuore. Il disagio di esistere. Il non stare bene «nella propria pelle». La filosofia esistenzialista parla di «nausea» e di «noia di vivere». È la divisione fra interiorità e corporeità, fra presente e futuro, fra dovere e volere.

Il senso di colpa è spesso rinforzato da una falsa immagine di se stesso: l'io ideale. Esso diventa un idolo tirannico che non manca un'occasione di accusare i fallimenti dell'io reale. Nasce così la frustrazione e la chiusura. La convinzione che ormai non posso più cambiare e che più nessuno mi può salvare. La sensazione che Dio mi ha abbandonato e che comunque non sono degno di Lui. Questa accusa sistematica è spesso attribuita a Dio, mentre invece «accusatore» si dice in ebraico «Satan».

La «Buona Notizia» del Vangelo è la liberazione da ogni senso di colpa, la vittoria sul Satan. La Parola di Dio aiuta ad individuare il male con precisione. E una volta individuato proclama che proprio lì il Signore ama il peccatore. «Non sono venuto per condannare ma per amare» dice Gesù di Nazareth. Non a caso gli Esercizi Spirituali di Sant'Ignazio iniziano col mettere a fuoco la dinamica profonda del peccato. Prima tappa per potersene liberare. Ma soprattutto tappa decisiva per poter scoprire chi è Dio.

Il Dio di Gesù è il Dio che ci ama lì dove noi non ci amiamo. In quella parte che noi vorremmo non ci sia mai stato nella nostra vita. Gesù Cristo è la storia di quel Dio che si identifica con ciò che in noi è «pietra scartata» e lo fa diventare «pietra d'angolo». L'incontro con Cristo trasforma il nostro peccato nel nostro punto di forza. Questo è il vero «senso del peccato», opposto al «senso di colpa».

Mentre il senso di colpa chiude nella disperazione e nel tentativo sempre fallito dell'auto-salvezza, il senso del peccato apre alla gioia di chi sa che qualcun altro lo ha già salvato. Se il morto Gesù non è stato dimenticato dal Padre nella tomba allora il mio peccato è stato scelto per diventare risurrezione.

Una risposta concreta a questa terza difficoltà della fede è un percorso serio di Esercizi spirituali.

 

4. LA PAURA

 

Ciò che un bambino che impara a camminare deve vincere quando si lancia a fare un passo è la paura. Paura di cadere e farsi male. Nel fondo: paura di morire. La paura è ciò che blocca l'uomo. È il peggior nemico della fede. Non è un caso se il Risorto appare spesso ai suoi discepoli con le parole «Non abbiate paura!»

La paura è il modo regressivo di gestire l'istinto di sopravvivenza. Essa si manifesta in particolare davanti alle scelte. Perché ogni scelta potrebbe essere la scelta sbagliata. Anzi, ogni scelta è già in sé una perdita perché scegliendo A perdo B, C, D,... Eppure siamo costantemente obbligati a scegliere, «condannati a essere liberi». L'illusione dell'onnipotenza ci porterebbe a scegliere tutto allo stesso tempo, cioè a non scegliere. E' perché non accettiamo di non essere onnipotenti che facciamo fatica a scegliere. Scegliere è allora accettare il proprio confine, accettare di non essere in-finiti, accettare se stessi. Il perdere ciò che non si sceglie è allora la condizione per ricuperare se stessi, per rinascere a vita nuova. Perciò ogni scelta ha fondamentalmente la struttura della Pasqua: è una morte e una Risurrezione.

Ma la fede è la scelta più radicale che ci sia perché consiste nel «lasciare tutto», come spesso ricorda il Vangelo. La chiamata dei discepoli durante la pesca o di Levi seduto al banco delle imposte non è una chiamata a diventare «prete» o «suora» ma è una chiamata semplicemente alla fede. Il credente è sempre il più povero di tutti perché accetta di non possedere neanche ciò per cui ha lasciato tutto. Nella tradizione biblica Abramo è considerato come «il nostro padre nella fede», proprio perché il suo «cammino di fede» inizia col lasciare la propria terra e la casa di suo padre, cioè tutte le sicurezze, tutto ciò di cui prima si fidava. Egli scoprirà che il fidarsi di Dio significa fidarsi solo di Dio. E quando Dio gli chiederà di sacrificare il proprio figlio, Abramo capirà che il sacrificio per eccellenza è proprio la fede. Perché essa significa dare tutta la vita, e così facendo «farla sacra» («sacrum facio» da cui «sacrificio»).

Perciò per il Nuovo Testamento la decisione di fede è vivere in prima persona la Pasqua di Gesù. Non a caso il Nuovo Testamento in tanti modi diversi invita a vivere «da risorti». Proprio perché la fede è morte e risurrezione essa suscita le paure più grandi... finché uno non si decide.

La Pasqua è al tempo stesso ciò che nella fede ci fa paura e ciò che ci toglie la paura di questa decisione. Gesù Cristo è il primo ad avere attraversato la morte perché la paura di morire non abbia più presa su di noi. La sua Pasqua ci dice: non abbiate paura di scegliere, non abbiate paura di morire, cioè non abbiate paura di vivere. Perché solo dando la vita, cioè scegliendo, la riceverete, cioè sarete risuscitati. «Se il chicco di grano non muore, rimane solo e non porta frutto». Così ci dicono anche le vite di tanti santi che non hanno avuto paura di credere.

Una risposta concreta a questa quarta difficoltà della fede è la lettura della vita dei santi e un'esperienza concreta di vicinanza ai più poveri.

 

5. I TRADIMENTI DELLA CHIESA

 

Molte volte la fede entra «in crisi» quando vediamo dei credenti comportarsi in modo opposto alla stessa fede. I nostri giornali sono pieni degli scandali della Chiesa. Ma anche nella nostra vita quotidiana possiamo trovare tanti «cristiani» che ci «scandalizzano». Vediamo allora la fede come del tutto inutile o addirittura come una ipocrisia.

Inoltre la storia ci insegna che la religione alleata al potere ha spesso schiacciato, perseguitato, ucciso, e che le guerre dette «di religione» sono state spesso le più crudeli. Come posso fidarmi di ciò che ha fatto del male all'uomo?

Qua è molto importante distinguere fra fede e religione. Nel cristianesimo la fede è la relazione personale con il Dio di Gesù Cristo. La religione è l'insieme di pratiche e di istituzioni che l'uomo crea intorno alla fede. La fede non può vivere senza religione perché ciò che dà il senso più profondo della vita si deve per forza esprimere, celebrare, tradurre in realtà sociali. Invece la religione può a volte «perdere la fede». E allora diventa una macchina infernale. Proprio perché fa leva su ciò che l'uomo ha di più profondo. Perciò la Chiesa dalle sue origini sa che è «sempre da riformare». E ogni vera storia di fede è una storia di riforma religiosa. I santi sono stati i più grandi riformatori perché essi hanno avuto fede. Così hanno trasformato la caduta in passo in avanti.

Ma bisogna anche rendersi conto che l'avidità di molti a cercare tutti i possibili scandali della Chiesa è in parte un meccanismo di auto-difesa per non lasciarsi scomodare dal Vangelo. Emblematico è l'esempio di Saulo di Tarso raccontato negli Atti degli Apostoli. Egli acutizza la persecuzione contro i cristiani perché sta lottando contro ciò che in lui lavora nel profondo da quando ha visto il martirio di Stefano (cf. At 6-9).

Le incoerenze personali degli «uomini di Chiesa» funzionano poi come un'enorme macchina di proiezione delle proprie incoerenze. L'indignazione contro di essi tradiscono spesso l'indignazione contro ciò che meno sopportiamo in noi stessi: appunto i nostri tradimenti. È poi noto agli psicologi quanto la figura del Papa, già solo per il suo nome («Papa»!) sia un catalizzatore di tante frustrazioni e conflitti irrisolti con la figura paterna.

Ma l'indignazione contro la Chiesa rivela anche la sincera delusione di chi in qualche modo sperava nella forza della Buona Notizia. Si può dire che nel fondo del cuore di ogni uomo c'è un desiderio, consapevole o no, di credere alla più bella notizia della storia, l'amore folle di Dio. Ma come ha recentemente riconosciuto Benedetto XVI, i credenti stessi sono il principale impedimento alla fede degli altri. Quando i cristiani appaiono come la «prova» che la Buona Notizia non è vera, allora si scatena nei non credenti un'aggressività sorprendente che nasce dagli strati più profondi dell'uomo. Questa ostilità in molti casi sproporzionata tradisce quanto la fede sia il desiderio più intimo di ogni uomo.

I «tradimenti della Chiesa» non sono una novità del nostro secolo o dei papi del Rinascimento. Dagli albori della Bibbia, Dio sceglie un popolo che sarà ripetutamente infedele. La «preistoria» delle infedeltà della Chiesa sono da cercare nella storia del popolo di Israele che l'Antico Testamento non esita a paragonare a una prostituta. Si può dire che tutta la storia del «popolo di Dio» è un intreccio di infedeltà umana e perdono divino.

Così anche quando Gesù sceglie i dodici apostoli che dovrebbero essere «il Nuovo Israele». Il Nuovo Testamento non è particolarmente compiacente nel descriverli. I loro tradimenti e le loro mediocrità scandiscono la narrazione evangelica. Essi sono davvero «il nuovo Israele».

Particolarmente illuminante è la figura di Giuda. Egli non fa altro che rispecchiare le dinamiche che attraversa ciascuno dei dodici. Non a caso in molte descrizioni evangeliche egli fa quasi tutt'uno con Simon Pietro. Giuda è colui che tradisce nel senso di «colui che consegna». Il verbo greco usato (paradidomi) significa «consegnare» in tutti e due i sensi di «tradire» e di «tramandare». Anche il latino «traditio» e «tradere» conserva questa ambiguità.

Gli esegeti hanno potuto mostrare che il tradimento di Gesù, cioè la sua consegna alla morte si articola in tre fasi: gli apostoli (Giuda), gli ebrei (sinedrio), i pagani (Pilato). Questi tre scalini coincidono esattamente con i tre cerchi concentrici della missione della prima generazione cristiana. Cristo è stato «tramandato» («consegnato» nel senso di «annunciato») prima dagli apostoli, poi presso gli ebrei, poi presso i pagani. Questa identità strutturale coincide con l'identità lessicale: nei due casi si usa lo stesso verbo (paradidomi). Il messaggio teologico di questa ambivalenza è forte: è nel tradimento che Cristo viene tramandato. In altre parole: è impossibile tramandarlo senza tradirlo, ma al tempo stesso ogni nostro tradimento è il luogo dove Lui si consegna. Quante volte proprio le nostre debolezze diventano scuola di umiltà per noi e possibile aggancio di identificazione per chi ci guarda «da fuori».

Si potrebbe allora dire che la struttura stessa della Chiesa è l'essere «traditrice». Perciò i Padri la chiamano la «santa prostituta». «Prostituta» perché si concede a chi offre di più; «santa» perché scelta senza merito alcuno per consegnare Cristo. Alla morte e dunque a tutti.

La grande Tradizione della Chiesa è consapevole che la grazia e la bontà abbondano spesso di più fra i non credenti che fra i credenti. Basta osservare quante opere buone vengono realizzate senza alcun richiamo alla fede. Questa costatazione aiuta a capire che la fede non è una morale. E ancora meno un metodo di auto-perfezionamento. La Buona Notizia non è «Devi amare!», ma è «Sei amato!». Forse dopo molto tempo chi si è scoperto amato inizierà ad amare. Ma sarà una conseguenza spontanea della nuova situazione del suo cuore. Ci sono già tante scuole filosofiche che dicono: «Devi amare». Ma Gesù non ha preteso nessuna condizione morale prima di sedersi a mangiare con prostitute e pubblicani di cui ha detto che «ci precederanno nel Regno dei cieli» (Mt 21,31). Al fariseo Simone, Gesù pone come «maestra» la donna peccatrice perché solo se il «giusto» si scopre peccatore allora può scoprirsi amato (Lc 7,36-50).

Il rabbi Gesù di Nazareth amava poi smascherare dietro a tante «opere buone» una triste motivazione di auto-affermazione o di auto-salvezza. Ed è esattamente questa auto-salvezza che è l'opposto della fede. Perciò Lutero ha potuto affermare che le opere più diaboliche sono le «buone opere». E Friedrich Nietzsche nella sua «genealogia della morale» ha ferocemente ironizzato su temi come la generosità, l'aiuto, l'assistenza umanitaria. La tradizione cattolica invece e lo stesso Nuovo Testamento valorizzano le buone opere, anzi esse sono la «roccia» su cui poggia la casa della fede (cf. Mt 7,24-27); ma rimane che ridurre la fede a un imperativo etico è farne la più mostruosa impresa di auto-glorificazione.

La tensione positiva tra fede e opere è ciò che ha reso oggi la Chiesa cattolica a scala mondiale la realtà in assoluto più significativa in termini di aiuto, assistenza umanitaria, educazione, vicinanza ai sofferenti. Sia il volume globale dell'aiuto che la sua capillarità sono senza paragone alcuno con qualsiasi altra istituzione umana. Nonostante i tradimenti o forse appunto proprio attraverso i tradimenti, la comunità cristiana tramanda lungo i secoli, in parole ed opere, l'annuncio più rivoluzionario della storia. Per i credenti essa tramanda anche i sacramenti. Essi sono segni fatti da uomini ma incontri reali con Cristo, a prescindere da ogni bravura o mediocrità umana.

Una risposta concreta a questa quinta difficoltà della fede è il meditare spesso con la Parola di Dio e il confessarsi regolarmente.

 

6. IL RIDUZIONISMO IDEOLOGICO

 

Capita a volte che qualcuno «lasci la fede» perché abbraccia «un'altra spiegazione del mondo» che sembra più convincente. Alcuni «sistemi di rappresentazione del mondo» possono in effetti appagare molte delle esigenze razionali che abitano l'uomo. Uno può scoprire nel sistema di Sigmund Freud il vero motivo del comportamento umano, o può ritrovarsi nell'antropologia strutturalista quando si tratta di descrivere le società umana, o può considerarsi soddisfatto dalle spiegazioni della biochimica per capire «l'anima umana», o ancora può pensare che solo la fisica e il caso governano la storia. Inoltre i diversi conflitti storici fra la Chiesa e alcuni scienziati hanno lasciato l'impressione che fra scienza e fede ci sia una sorta di contraddizione.

Bisogna subito precisare che la fede non è affatto un «sistema di spiegazione del mondo». Lo stesso Galileo afferma: «La Bibbia non spiega come va il cielo ma come si va in cielo». Ed è esattamente ciò che la teologia ci insegna. Per esempio il famoso racconto della creazione nel primo capitolo della Bibbia non è un discorso con delle pretese astronomiche o geologiche che vorrebbe convincerci che il mondo è stato fatto in sette giorni, ma è un discorso sull'uomo, su quanto Dio lo ama. Esso invita a non aver paura degli elementi e della natura perché non sono dèi, contrariamente a ciò che gli israeliti sentono dai loro oppressori i babilonesi. È dunque un testo di spiritualità, un testo per pregare e lodare Dio. Così anche le grandi deflagrazioni cosmiche descritte nel libro dell'Apocalisse sono delle descrizioni simboliche della dinamica spirituale con le sue resistenze, le sue lotte, le sue grosse paure. La conoscenza scientifica dei diversi generi letterari della Bibbia aiuta a sciogliere tanti falsi conflitti nati nel fondo dal non comprendere la Bibbia.

Visto che la fede non è un sistema di rappresentazione del mondo essa non entra in conflitto diretto con nessun sistema di rappresentazione del mondo. Anzi, essa si arricchisce di tanti elementi e spunti forniti dalla scienza e dalla ricerca umana. «Niente di umano è estraneo a Dio» dicono i Padri, e allora il conoscere meglio ciò che è umano, con gli stessi strumenti della ricerca umana, è per il credente un modo di lodare di più l'incredibile creatività di Dio e di amare di più questo mondo. Anzi, proprio perché il Dio del Nuovo Testamento è un Dio incarnato, la conoscenza dell'uomo diventa preghiera. Lo scienziato cristiano potrà continuamente commuoversi del fatto che è proprio in questa materia che Dio ha voluto incarnarsi.

I conflitti possono sorgere quando un sistema si pone come unico assoluto ad esclusione di altri. Si parla allora di «riduzionismo». E avviene quando una scienza straripa dal suo ambito di competenza. Una traccia linguistica del riduzionismo è il ripetersi dell'espressione «non è altro che». Se un esperto di biochimica del cervello dicesse che Dio «non è altro che» una sostanza facilmente individuabile in molti cervelli umani, questo esclude a priori qualsiasi altro discorso su Dio e lo «riduce» unicamente al livello chimico. Il credente può accogliere la scoperta dello scienziato, ma liberandola dal «non è altro che». Certo una sostanza chimica potrebbe essere individuata come sede del sentimento religioso ma con questo non viene detto niente di Dio stesso o del perché dell'esistenza di questa sostanza.

Così molti credenti accettano l'evoluzionismo e vedono nell'uomo un «discendente» della scimmia. Questo non contraddice affatto la fede. Essa però aggiunge che questo particolare discendente della scimmia che è l'uomo è scelto da Dio come «partner» privilegiato. L'evoluzionismo diventerebbe riduzionismo se cercasse di escludere «scientificamente» ogni relazione Dio-uomo e affermasse che l'uomo «non è altro che» una scimmia evoluta. La stessa teoria del «Big Bang», elaborata dal sacerdote belga Georges Lemaitre ha l'umiltà di non voler cercare le cause ultime della materia, ma di descrivere soltanto la sua storia. Essa non contraddice in niente l'idea di un Creatore, anzi rende più che razionale l'idea della sua esistenza. Albert Einstein aveva affermato: «Un po' di scienza allontana da Dio, molta scienza avvicina di nuovo a Dio». In chiave riduzionista invece, Yuri Gagarin al ritorno dal suo primo viaggio nello spazio affermava: «Sono salito in cielo e non ho trovato Dio».

Negli ultimi decenni la ricerca interdisciplinare aiuta lo scienziato stesso a considerare con maggiore umiltà la propria scienza come una delle tante angolature con cui guardare il mondo. E la scienza stessa riconosce di fondarsi in ultima analisi su un atto di fede che è la fiducia nei propri strumenti e nelle regoli basilari della razionalità umana. Grandi scienziati contemporanei credenti hanno sottolineato come la scienza sia stato per loro un cammino verso la consapevolezza del limite umano.

Anche nell'ambito storico-umanistico, il credente può accogliere p. es. la tesi dell'egittologo che scopre molte coincidenze fra la fede cristiana e la fede dei faraoni. Ma nel momento in cui l'egittologo affermasse che Cristo «non è altro che» una riproposizione della fede dei faraoni, allora il credente può facilmente dissociarsi. Lo stesso credente però sarà molto arricchito nel considerare grazie all'egittologo che la persona e le parole di Cristo corrispondono talmente tanto al desiderio più profondo dell'uomo che in molte culture troviamo come una «profezia» che annuncia già il Cristo. E allora il credente capirà meglio che Gesù Cristo è quel Dio che si incarna in una carne (in una storia, in una umanità) che è già piena di Dio.

In realtà, la fede nel Dio della Bibbia è una istanza critica di tutto l'umano e perciò assume tutto l'umano in ciascun periodo storico. È come se la fede biblica non potesse sussistere se non «incarnandosi» in quelle diverse culture, scienze e rappresentazioni del mondo che lo spirito umano elabora. Essa si nutre pienamente di ciò che l'uomo produce e al tempo stesso lo rielabora come in una sorta di risposta che lo trascende e che a volte lo ribalta. Non ci sarebbe stato mai il libro di Giobbe senza l'eroe tragico greco, né il Qoelet senza i grandi pensatori dello scetticismo, né il Cantico dei Cantici senza la poesia erotica orientale, né i Vangeli senza le biografie ellenistiche, né il battesimo senza i riti d'acqua ebraici e pagani, né il genio di Sant'Agostino senza la filosofia di Platone, né le chiese cristiane senza i luoghi sacri pagani, né la teologia di San Tommaso senza Aristotele, né l'acutezza di molti teologi contemporanei senza il marxismo, la psicanalisi, il nichilismo, il "pensiero debole" e i pensatori della "società liquida". In una parola: non ci sarebbe stato mai Gesù Cristo senza l'uomo. Come non ci sarebbe mai stata una risposta se prima non ci fosse stato una domanda... anche se spesso una bella domanda è già «gravida» della risposta.

Il credente non deve aver paura della scienza perché più saprà e meglio crederà. Un buon modo per fare di questa sesta difficoltà della fede un «passo in avanti» è lo studio della teologia.

 

7. IL RELATIVISMO RELIGIOSO

 

Una variante molto particolare del riduzionismo ideologico prende spunto dalla pluralità delle religioni. Chi mi dice che la mia è quella vera? Così nasce il relativismo spirituale che pone l'uomo come «spettatore» di fronte a un ventaglio di possibili percorsi religiosi. Egli si sforza di guardarli «dal di fuori», senza capire che nessun punto di vista è oggettivo. Come ha mostrato l'ermeneutica contemporanea, l'uomo non può fare a meno della sua precomprensione ed è solo se la assume pienamente che potrà percorrere un cammino di verità.

Il sottile inganno del relativismo religioso è che con il pretesto dell'oggettività esso impedisce ogni esperienza. Siamo vicini a quanto dicevamo sopra della «paura di scegliere». Possiamo dire: ci sono tante vie che portano a Dio ma certamente non quella di non scegliere nessuna via. Non a caso, proprio colui che va molto a fondo nella propria esperienza religiosa, ben situata all'interno di una precisa tradizione, riesce a capire e cogliere la profondità di altre tradizioni religiose. È ciò che ha vissuto qualcuno come il Mahatma Ghandi. Ed è ciò che nel cristianesimo vivono molti contemplativi e molti santi anche recenti. Sono molti gli islamici che pregavano con Charles de Foucauld e gli induisti che pregavano con Madre Teresa di Calcutta. L'attuale esperienza contemplativa interreligiosa a Deir Mar Musa (Siria) ne è un esempio fra tanti.

A livello interno del cristianesimo, il dialogo ecumenico porta a costatazioni analoghe. Particolarmente illuminante in Europa è l'esempio di Taizé che da più generazioni permette ad ogni cristiano di approfondire la propria confessione e proprio così arrivare a una comunione reciproca.

Come ciò che si diceva della ricerca umana, il credente in Gesù è chiamato a lasciarsi arricchire da ciò che proviene da altre tradizioni religiose. Più conoscerà e seguirà Gesù di Nazareth e la sua Chiesa e più potrà accogliere in profondità le altre vie verso Dio. E viceversa: più conoscerà in profondità le altre tradizioni religiose e più conoscerà e amerà il Cristo.

Si può considerare il dialogo interreligioso (ma anche l'ecumenismo) secondo due metafore molto diverse. La prima vede le religioni come delle cifre che cercano un comune divisore. P. es. 21, 9 e 12. Essi si accordano sul 3. Ma in realtà nessuna delle tre cifre sarà «soddisfatta» nel vedersi rappresentata dal «3». Questo «3» è una triste riduzione a tavolino di ciascuna delle religioni. L'altra metafora è quella delle diverse lingue che cercano di tradurre il concetto di «amore». Se per venire incontro alla parola tedesca «Liebe» il francese non osasse dire «amour» ma si inventasse qualcosa come «Libour», sarebbe una ridicola costruzione mentale. Il vero dialogo interreligioso consiste nel fatto che il tedesco deve pronunciare al meglio «Liebe» e l'inglese al meglio «love» e lo spagnolo al meglio «amor» e il francese al meglio «amour». E il francese che dirà senza paura «amour» sarà contento di sentire le belle sonorità delle altre lingue. Ne apprezzerà la forza o la delicatezza, la tenerezza o la sensualità. Che sono alla base della stessa parola «amour».

Negli ultimi decenni, molti teologi cristiani hanno ripreso e rielaborato un pensiero maturato dai Padri della Chiesa. Essi parlavano dei «semi di Verità» che lo Spirito Creatore ha seminato in ogni popolo e in ogni tradizione umana e religiosa. Perciò è possibile contemplare lo splendore del Cristo, come Sapienza eterna del Padre, in ogni religione della famiglia umana.

In questo punto il credente nel Dio di Gesù Cristo deve vivere in una difficile tensione tra due verità che sembrano inconciliabili. Da una parte, il Vangelo è intrecciato di verità umane presenti in molte altre religioni e uno potrebbe dire che Gesù è solo un «nome» o un «volto» per ciò che altrove è espresso in altre modalità. Dall'altra esiste uno specifico biblico ed evangelico che non bisogna aver paura di mettere in luce. In particolare la persona storica di Gesù di Nazareth esercita un fascino che supera di molto i confini del cristianesimo e che non ha uguale nella storia di tutta l'umanità. Non solo alcune cime del suo insegnamento sono considerate di una novità senza precedenti, ma soprattutto la sua morte in croce per amore dei propri carnefici è ciò che rende superflua ogni altra parola.

Davanti a questa settima difficoltà della fede una esperienza decisiva può essere un soggiorno prolungato in una comunità contemplativa.

 

8. LA DESOLAZIONE SPIRITUALE

 

Infine a volte il pellegrino della fede si stanca quando attraversa un tempo prolungato di tristezza, senso di vuoto o di assenza di Dio. È ciò che Sant'Ignazio chiama la «desolazione spirituale». Spesso la desolazione proviene dal nostro ascoltare «la voce del nemico», cioè quei pensieri e quegli inganni che ci fanno sentire lontani da Dio, senza amore, senza speranza.

Ma nei suoi Esercizi Spirituali, il fondatore dei gesuiti spiega che ci possono essere tre motivi per i quali Dio stesso può lasciare l'anima del credente in un lungo momento di desolazione.

Il primo motivo è molto semplice: se non ci prendiamo del tempo per Dio. Cioè se nella nostra giornata manca un tempo per la preghiera personale o se nel ritmo dei nostri calendari diventano rare le messe, le confessioni, i ritiri,... Allora questa desolazione è un modo che Dio usa per svegliarci. Ma ci sono altri due motivi ancora più interessanti.

Il secondo motivo elencato da Sant'Ignazio è che Dio ci dona la possibilità di fare un salto di qualità nel nostro amore per lui. Egli ci ama del tutto gratuitamente. E con la desolazione ci permette di amarlo anche al di là di ciò che Egli ci dona o non ci dona. Certo, all'inizio di un cammino spirituale, uno può cercare Dio perché ha provato una forte commozione nel cuore, o perché la preghiera gli dona pace, o gli fa capire tante cose. Ma a un certo momento si tratta non più di amare «i doni di Dio» ma «il Dio dei doni». Si tratta di amare non delle cose ma Qualcuno. E allora la lunga desolazione diventa l'occasione per rimanere fedeli nella preghiera e per gridare a Dio che lo cerchiamo con tutto il cuore.

Molti santi hanno vissuto questo genere di desolazione in modo così forte che potrebbe sembrare quasi una perdita di fede. San Giovanni della Croce parla di «notte oscura». Santa Teresa di Lisieux scrive: «non posso più dire che credo ma che voglio credere». Madre Teresa di Calcutta vive per decenni la desolazione che descrive in uno scritto del 1959: «Nella mia anima, io provo il terribile dolore di questa perdita, sento che Dio non mi vuole, che Dio non è Dio, che Dio non esiste veramente. Gesù, ti prego di perdonare la blasfemia, ma mi è stato ordinato di scrivere tutto ciò che vivo, di descrivere l'oscurità che mi circonda da ogni parte. Io non posso elevare la mia anima verso Dio. Nessuna luce, nessuna ispirazione penetra nella mia anima». Più tardi Madre Teresa scriverà che proprio questo senso di abbandono l'ha aiutata a sentirsi così vicina ai più abbandonati.

Il terzo motivo elencato da Sant'Ignazio è perché ricordiamo che la consolazione è puro dono. Ciò che proviamo durante la preghiera non è il prodotto auto-indotto dalla nostra concentrazione o dai testi che leggiamo. La preghiera è un vero e proprio incontro con un altro da me. Che è libero come me, di farsi incontrare o meno. La de-solazione allora è un'occasione per ringraziare di tutte le consolazioni e le gioie regalate da Dio, ma è soprattutto un'occasione per scoprire che dall'altra parte del silenzio non c'è uno specchio o un vuoto ma «Colui che è, che era e che viene».

Un buon modo di rispondere a questa ottava difficoltà è la direzione spirituale.

 

* * * * *

 

Queste otto «difficoltà» della fede sono solo l'inizio di «un cammino che dura tutta la vita» (Benedetto XVI, «La porta della fede», 1). E nel fondo, proprio le difficoltà della fede ci dicono cosa sia la fede.

Le comunità del Nuovo Testamento, già esse preoccupate da «ciò che rende la fede difficile», elaborano diverse «catechesi narrative» per chi «fa fatica nella fede».

La comunità di Giovanni si rispecchia p. es. nel discepolo «assente» (Gv 20,19-29). Quel Tommaso che ha deciso di non credere perché non era presente nel momento delle apparizioni. Egli si sente dire «Beati coloro che crederanno senza aver visto». Questa è anche la nostra fede. La fede di chi «non ha visto». Risalendo a ritroso, la nostra fede è quella fiducia nella testimonianza di coloro che hanno visto il Risorto. Allora capiamo che la fede è in realtà già dall'inizio «fede nella fede di un altro». Perciò non c'è fede senza «Chiesa».

Le comunità dei vangeli sinottici si riconoscono invece nella parabola del seminatore (Mc 4,1-9 e paralleli). Il seme gettato è la Parola annunciata. Ma è anche Gesù stesso, Parola uscita dal grembo del Padre, gettata a terra, seme che muore per portare frutto, forza che trasforma in vita la materia inorganica che tocca. La fede è l'accoglienza e la crescita di questa Parola seminata in noi. I diversi tipi di terra sono le diverse difficoltà della fede. La prima, quella dove gli uccelli del cielo portano via il seme, allude esplicitamente all'esistenza del diavolo che farà di tutto per togliere il seme della Parola. Con questo ammonimento il Vangelo ci rende consapevoli di una realtà oggi troppo taciuta. L'avversario agisce. E il suo primo nemico è la nostra fede.

Nella parabola, gli altri tipi di difficoltà sono le spine e il terreno sassoso. Due immagini forti di ciò che ci toglie l'energia spirituale e di ciò che ci rende incostanti. Tutte e due si riferiscono all'agire, alla vita concreta, e non tanto al ragionamento. La fede non può essere "pensata" se non va prima vissuta. Sant'Ignazio di Loyola scrive al riguardo: «Gli errori di fede provengono spesso da errori di vita».

Noi siamo queste diverse terre ma siamo anche la terra buona. E lì il frutto è spettacolare, esplosivo: fino a cento volte tanto. I tassi di produttività dell'Antichità salivano al massimo a 7 o 10 volte. Questa «esagerazione» del testo è la Buona Notizia che la fede porta un frutto umanamente incalcolabile.

 

 

(Ciò che rende la fede difficile. Vademecum per pellegrini che si stancano spesso, AdP 2013)


Giugno Mese dedicato al Sacro Cuore di Gesù



Dove vuoi

 

che prepariamo

 

la Pasqua?

 

Corpo e Sangue di Cristo - Anno B

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

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Mc 14,12-16 Preparare per la cena pasquale [1]

 

Gesù ha predisposto tutto accuratamente

La domanda dei discepoli, “Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?”, suscita una particolare risposta del Signore: “Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”... E successe esattamente così! Il Signore aveva già pensato e preparato tutto accuratamente. Per celebrare la cena di Pasqua volle scegliere quella “sala grande, arredata e già pronta”.

 

Fare attenzione alla preparazione

Come preparava bene le cose il Signore! E altrettanto bene rese i suoi discepoli partecipi nel preparare quell’avvenimento davvero sacro e speciale che fu l’ultima cena.

L’Eucaristia è la vita della Chiesa, è la nostra vita. Pensiamo alla comunione che ci unisce a Gesù quando ne riceviamo il Corpo e il Sangue. Pensiamo al suo sacrificio redentore (infatti quel che mangiamo è la sua “Carne donata per noi” e ciò che beviamo è il suo “Sangue sparso per il perdono dei peccati”). Di tutta questa ricchezza di amore dell’Eucaristia oggi guardiamo in particolare la sua preparazione.

Gesù ha dato molta importanza a questo aspetto del preparare. È uno dei compiti che nel cielo riserva .1 se stesso: “Vado .1 prepararvi un posto.

Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi” (cfr Gv 14,4 ss.). In questa dinamica del “prepararci un posto in cielo”, l’Eucaristia è già un anticipo di quel posto, un pegno della gloria futura: ogni volta che ci riuniamo a mangiare il Corpo di Cristo, il posto dove celebriamo si trasforma per un poco nel nostro posto in cielo, Egli ci prende con sé e stiamo con Lui. Ogni luogo in cui si celebra l’Eucaristia — si tratti di una basilica, di un’umile cappellina o di una catacomba - è anticipo del nostro posto definitivo, anticipo del cielo che è la comunione piena di tutti i redenti con il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo.

 

 

 

Gesù prepara ogni giorno l’Eucaristia

Così ci sentiamo qui, stasera, nella festa del Corpus Domini: ci sentiamo nel nostro posto comune, riuniti dove c’è Lui. E il suo modo di esserci è quello del Risorto che prepara da mangiare ai discepoli reduci da tutta la notte senza aver pescato nulla. Giovanni ci dice che non appena scesi a terra i discepoli videro delle braci predisposte, con su un pesce, e del pane (cfr Gv 21,9). Questa è l’immagine vera di chi è Gesù per noi: colui che ogni giorno ci prepara l’Eucaristia. E a questo compito siamo tutti invitati a partecipare con le nostre buone opere. A questo si riferiscono le parabole del Signore che ci sollecitano a “essere preparati” alla sua venuta. Preparati come “il servo fidato e prudente che dà a ciascuno di loro il cibo a tempo debito” (cfr Mt 24,45).

Così come è bello, dopo la comunione, pensare che la nostra vita sia una messa prolungata in cui portiamo il frutto della presenza del Signore al mondo della famiglia, del quartiere, dello studio o del lavoro, allo stesso modo ci fa bene pensare la nostra vita quotidiana come preparazione per l’Eucaristia, in cui il Signore prende tutto ciò che è nostro e lo offre al Padre.

 

Domandare oggi dove preparare l’Eucarestia

Insieme ai discepoli, oggi possiamo domandare di nuovo a Gesù: dove vuoi che ti prepariamo l’Eucaristia? E lui ci farà sentire che anche oggi ha preparato tutto. Nella nostra città ci sono molti cenacoli dove il Signore già condivide il suo pane con gli affamati, ci sono molti luoghi ben disposti dov’è accesa la luce della sua Parola, attorno alla quale si riuniscono i suoi discepoli […].

Gesù ci prepara un posto per stare con noi, ma non si tratta di un posto statico e chiuso, bensì dinamico e aperto, come la sponda del lago nella mattina della pesca miracolosa. Il posto in cui Gesù vuole che prepariamo l’Eucaristia è tutto il territorio della nostra patria e della nostra città, simboleggiata da questa piazza. Perciò prepariamo l’Eucaristia camminando, come segno di inclusione, facendo posto affinché entriamo tutti, uscendo verso tutte le sponde esistenziali. In questa società così piena di posti chiusi, di tante riserve di potere, di luoghi esclusivi ed escludenti, vogliamo preparare per il Signore una “sala grande” come questa piazza, grande come la nostra città, grande come la nostra patria e come il mondo intero, dove ci sia posto per tutti. Infatti i banchetti del Signore sono così. La festa in cui la sala, dapprima disprezzata da molli invitati, poi si riempie di invitati umili che vogliono partecipare con gioia all’azione di grazia del Signore.

[…] Gli domandiamo:

Dove vuoi, Signore, che oggi ti prepariamo la tua Eucaristia?

Dove vuoi che camminiamo in atteggiamento di adorazione e di servizio?

Dove vuoi che ti apriamo la porta in modo che tu ci spezzi il Pane?

Quali persone vuoi che seguiamo, portatrici di acqua viva, maestri della verità?

Chi vuoi che usciamo a invitare - poveri e malati, giusti e peccatori ai crocevia delle strade?

 

14,16.25 I cammini di Pasqua [2]

 

Il cammino per preparare la Pasqua

La strada che porta all’Eucaristia è iniziata quel giorno con una domanda: “Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?” (Mt 26,17). I discepoli interpellano il Signore e Lui li manda in città a seguire l’uomo con una brocca d’acqua che incontreranno come per caso. È una strada che pare incerta ma, tuttavia, è sicura. Gesù li manda a seguire uno sconosciuto tra la moltitudine della grande città... ma ha previsto e pianificato tutto. Il Maestro conosce ogni dettaglio della stanza al piano superiore della casa dove sta per donarsi come Pane di vita per il mondo.

Essi partirono, obbedienti nella fede. Forse si scambiarono qualche sguardo complice, all’inizio di quella specie di caccia al tesoro a cui il Signore li mandava. Il Vangelo ci conferma che “trovarono come aveva detto loro” (Mc 14,16; Lc 22,13). Era tipico del Signore far percorrere al suo inviato una strada incerta, ma già prevista da Lui, in modo che alla fine l’atto di obbedienza del discepolo potesse fondersi con la sapienza del Maestro. L’ha fatto con Pietro, quando lo mandò a pescare un pesce e a tirare fuori dal suo ventre la moneta per pagare il tributo. L’ha fatto con i discepoli quando ordinò loro di gettare la rete a destra oppure di contare quanti pani e pesci avevano a disposizione: “Diceva così per metterli alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere” ci dice Giovanni (cfr. Gv 6,6).

Come abbiamo ricordato nella notte di Pasqua, dal giorno in cui Abramo intraprese il suo cammino di fede “senza sapere dove andava”, nel percorso dell’umanità è successo qualcosa di nuovo. Egli obbedì e fu giustificato. Anche a noi succede lo stesso quando camminiamo seguendo le sue istruzioni, come hanno fatto i discepoli, quando ci lasciamo “condurre spiritualmente” dal Signore: quelle strade ci portano all’Eucaristia, al pane dell’incontro, della verità e della vita.

 

Il nostro cammino

Dopo aver dato loro l’Eucaristia, il Signore parla agli apostoli di un nuovo cammino, un cammino che si trova in continuità con il precedente, ma è di ampio respiro, perché punta verso il cielo. È la strada verso il banchetto celeste che avrà luogo nella casa del Padre, il banchetto in cui Gesù stesso ci farà sedere a tavola e ci servirà. E per chiarire che ci siamo incamminati sulla via del Regno, il Signore usa un’immagine: dice che non berrà “mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio” (Mc 14,25). Ha inizio così un’era intermedia, il tempo della Chiesa pellegrina verso il cielo, dove l’ha preceduta il suo Buon pastore. È un cammino di speranza, cammino verso ciò che non vediamo, ma di cui abbiamo le primizie nell’Eucaristia. Facendo la comunione ci sentiamo sicuri che il Signore è là e ci sta aspettando.

 

È sempre il cammino del pane

Due strade, dunque, e in entrambe il pane è protagonista. Il cammino quotidiano, tra le cose di tutti i giorni, in mezzo alla città, che termina nell’Eucaristia fraterna, nella messa. E il cammino lungo di tutta la vita, dell’intera storia: anch’esso finirà nella comunione con il Signore, nel banchetto del cielo, nella casa del Padre. L’Eucaristia è il sostegno e la ricompensa di entrambi.

L’Eucaristia quotidiana è il Pane di vita che ristora le forze e dona la pace al cuore. Il pane dell’unico Sacrificio, il pane dell’incontro. Ma allo stesso tempo è pane della speranza, il pane spezzato che apre gli occhi pieni di stupore al Risorto che ci ha accompagnati in incognito per tutto il giorno, per tutta la vita. È pane che accende il fervore del cuore e fa uscire di corsa verso la missione nella comunità grande; è pane-àncora che ci strattona il cuore verso il cielo, e risveglia nei figli prodighi la fame del Dio più grande, il desiderio della casa paterna.[…]

 

…assaporando il pane della speranza grande, di un banchetto finale

La difficoltà della strada lunga, quella che ci conduce al Regno definitivo, può essere lo sconforto, quando la promessa si offusca nella quotidianità della vita. Quando si raffredda il fervore della speranza, la brace che riscalda di carità i nostri gesti quotidiani. Senza di essa possiamo, sì, continuare a camminare, tuttavia man mano diventiamo freddi, indifferenti, autocentrati, distanti, esclusori.

Lungo la strada ci rafforzerà assaporare il pane della speranza grande, la speranza di un banchetto finale, di un incontro con un Padre che ci aspetta a braccia aperte, ci trasforma il cuore e lo sguardo e riempie la nostra vita di un nuovo significato. Quando Paolo ci dice che dobbiamo pregare in ogni momento, ci sta parlando di questa preghiera: di gustare in ogni momento il pane della speranza. Può assalirci la tentazione contraria, ovvero di masticare l’uva aspra e le amarezze della vita, anziché il Pane di Dio, quel pane che Maria “masticava” nel suo cuore, guardando suo Figlio e guardando la storia di salvezza con il sapore della speranza.

 

14,22 “Prendete, questo è il mio corpo” [3]

 

Parole che indicano la presenza del Signore

Il Vangelo presenta il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia, compiuta da Gesù durante l’Ultima Cena, nel cenacolo di Gerusalemme. La vigilia della sua morte redentrice sulla croce, egli ha realizzato ciò che aveva predetto: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo…Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Gv 6,51.56). Gesù prende tra le mani il pane e dice “Prendete, questo è il mio corpo” (Mc 14,22). Con questo gesto e con queste parole, egli assegna al pane una funzione che non è più quella di semplice nutrimento fisico, ma quella di rendere presente la sua Persona in mezzo alla comunità dei credenti.

 

Punto di arrivo di tutta la vita di Cristo

L’Ultima Cena rappresenta il punto di arrivo di tutta la vita di Cristo. Non è soltanto anticipazione del suo sacrificio che si compirà sulla croce, ma anche sintesi di un’esistenza offerta per la salvezza dell’intera umanità. Pertanto, non basta affermare che nell’Eucaristia è presente Gesù, ma occorre vedere in essa la presenza di una vita donata e prendervi parte. Quando prendiamo e mangiamo quel Pane, noi veniamo associati alla vita di Gesù, entriamo in comunione con Lui, ci impegniamo a realizzare la comunione tra di noi, a trasformare la nostra vita in dono, soprattutto ai più poveri.

 

Punto di riferimento di tutta la nostra vita

Ci spinge ad accoglierne l’intimo invito alla conversione e al servizio, all’amore e al perdono. Ci stimola a diventare, con la vita, imitatori di ciò che celebriamo nella liturgia. Il Cristo, che ci nutre sotto le specie consacrate del pane e del vino, è lo stesso che ci viene incontro negli avvenimenti quotidiani; è nel povero che tende la mano, è nel sofferente che implora aiuto, è nel fratello che domanda la nostra disponibilità e aspetta la nostra accoglienza. È nel bambino che non sa niente di Gesù, della salvezza, che non ha la fede. È in ogni essere umano, anche il più piccolo e indifeso.

L’Eucaristia, sorgente di amore per la vita della Chiesa, è scuola di carità e di solidarietà. Chi si nutre del Pane di Cristo non può restare indifferente dinanzi a quanti non hanno pane quotidiano.

 

14,23 “Rese grazie”: la lode più grande [4]

 

La lode più grande che possiamo rivolgere al Padre è l’offerta della passione del suo Figlio. La nostra carne, peccatrice ed esiliata, offre le piaghe della carne del Verbo. Per questo motivo la lode assume la forma di una benedizione: eulogia significa “benedizione”, mentre eucaristia vuol dire “rendere grazie” (Mc 6, 41; 14, 23). La benedizione esprime la riconoscenza, la gratitudine. Nasce dall’avvertimento di un dono ricevuto da Dio e si conclude con il riconoscimento della fraternità di tutti i credenti. Pronunciare parole di benedizione vuol dire rinunciare a considerarsi proprietari dei beni che ci circondano. Il vero proprietario è Dio: “Ti rendo lode, Padre” (Mt 11, 25-26; Lc 10, 21). Gesù era scacciato dai sapienti che si ritenevano proprietari del mondo, ma gli umili gli andavano incontro. Egli stesso attribuisce al Padre il potere, lodandolo (per esempio quando risuscita Lazzaro, Gv 11, 41). La preghiera di lode nasce solamente da coloro che sanno vedere, nella propria storia, la presenza di Dio che compie meraviglie.

 

NOTE

[1] Omelia, Corpus Domini, Buenos Aires, 9 giugno 2012, in Facciamo posto affinché entriamo tutti, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro SJ., Rizzoli, Milano 2016, 921-923; Dove vuoi, Signore, che prepariamo oggi la tua eucaristia, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Agli educatori. Il pane della speranza. Non stancarti di seminare, LEV, Città del Vaticano 2014,71-75; Gesù Pane di Vita, M. BERGOGLIO, Vita, (= Le parole di papa Francesco, 13), Corriere della Sera, Milano 2015,78-88; J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Riflessioni di un pastore. Misericordia, Missione, testimonianza, vita, LEV, Città del Vaticano 2013, 539-543.

[2] Omelia, Corpus Domini Buenos Aires 2006, in Il Signore cammina al nostro fianco, J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.J., Rizzoli, Milano 2016,461-464; J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013, 326-330.

[3] Angelus, 7 giugno 2015.

 

[4] Il mistero dell’avvicinamento a Dio, in M. BERGOGLIO . PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 222-229; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori - LEV, 25-231.


Storia di una procedura.

In merito alle vicende che hanno accompagnato la  formazione del nuovo governo ci è venuto spontaneo ricordare  il comportamento della classe politica anni 97-98-99  nelle vicende che hanno accompagnato la costruzione della nostra chiesa.

“ Dopo anni di pratiche avviate, apparentemente arrivate a conclusione,sempre di nuovo riaperte per motivi più disparati, la comunità parrocchiale non sa ancora se potrà avere una propria chiesa e le opere annesse o no. I motivi addotti dalle diverse autorità a giustificazione di tale non soluzione del problema sono le più diverse:alcune serie,altre di una banalità sconcertante. Mai nessuno dice un si definitivo o un altrettanto no. Così le attese sono frustrate,l’impegno si accanisce, il disagio sale, l’incomprensione va alle stelle.

Sono comportamenti gravi e pericolosi quelli assunti da politici, amministratori e da tecnici. Essi infatti, inducono nelle persone due diverse convinzioni giustificate o no.

La prima, è che ci si trova di fronte a uno Stato che non è di diritto. E’ qualcosa di astratto di capriccioso, che non da alcuna certezza del diritto del cittadino. Quindi uno Stato autoritario che fa come e quanto vuole senza avere e rispettare regole che dicano, con semplicità comprensibile a chiunque, ciò che è legittimo  e ciò che non lo è. E’ ciò che si verifica in ogni esercizio di potere autoritario, non democratico. I comportamenti che sono stati assunti dalle differenti autorità nell’esercizio del proprio potere in questo caso, dunque, hanno educato a una forma di regime autoritario negando di fatto e nei fatti,l’esistenza di una democrazia e di uno Stato di diritto.

La seconda convinzione, di fronte a un potere oscuro, che dice e nega di aver detto, che blandisce a parole, ma che vieta di fatto l’esercizio di un diritto, è che tale potere sia una “macchina predisposta” per essere mossa solo da “spinte” non coerenti con il diritto, ma altre forme di rapporto. Si fa, insomma,l’esperienza di come sia stato e sia possibile in Italia il sistema e soprattutto la cultura della corruzione e concussione che ha nome Tangentopoli.

Si dirà che tutto questo non è vero. Che le autorità e i tecnici preposti all’esame e alle decisioni in materia operano in senso opposto. Resta il fatto che, nella coscienza delle persone, la convinzione di essere in balia di un potere autoritario, non limpido non trasparente si forma e si consolida.

E questa è una perdita di civiltà che inquina la vita privata e quella pubblica.”

 

 

Parrocchia Natività di Maria 


 

Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

Mc  14,12-16.22-26

di ENZO BIANCHI

 

12 In quel tempo il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». 13Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d'acqua; seguitelo. 14Là dove entrerà, dite al padrone di casa: «Il Maestro dice: Dov'è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?». 15Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». 16I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. 22E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». 23Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. 24E disse loro: «Questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti. 25In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». 26Dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

 

Questa festa dell’Eucaristia, o del Corpo del Signore (Messale di Pio V), o solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo (Messale di Paolo VI), come la solennità della Triunità di Dio celebrata domenica scorsa è tardiva. Infatti, è stata istituita nel XIII secolo, e nel secolo seguente ha faticato a imporsi in occidente, restando invece sempre sconosciuta nella tradizione ortodossa. L’intenzione della chiesa è quella di proporre, fuori del santissimo triduo pasquale, la contemplazione, l’adorazione e la celebrazione del mistero eucaristico del quale viene fatto memoria il giovedì santo, in coena Domini. Quanto al brano evangelico scelto, il messale italiano in questa annata B propone la lettura del racconto dell’ultima cena nel vangelo secondo Marco, che ora cerchiamo di accogliere come parola del Signore.

 

Prima del suo arresto e della sua morte in croce, Gesù ha voluto celebrare la Pasqua con i suoi discepoli, e proprio per questo durante il suo ultimo soggiorno a Gerusalemme, nel primo giorno della festa dei pani azzimi, invia due suoi discepoli affinché preparino l’occorrente per la cena pasquale. Gesù sa di essere braccato, di non potersi fidare neppure di tutti i suoi discepoli, perché uno l’ha ormai tradito (cf. Mc 14,10-11), dunque predispone ogni cosa perché quella cena pasquale possa avvenire, ma agisce con molta circospezione, come se non volesse che si sappia dove la celebrerà.

 

Per questo i due discepoli da lui inviati devono incontrare un uomo che porta una brocca d’acqua (cosa insolita, perché erano le donne a svolgere tale operazione, ma questo è il segno convenuto), devono seguirlo fino a una casa, dove costui indicherà loro la “camera alta”, la sala al piano superiore già arredata e pronta, in cui predisporre tutto per la cena pasquale. Occorre infatti preparare il pane, il vino, l’agnello, le erbe amare, per ricordare in un pasto – come prevedeva la Legge (cf. Es 12) – l’uscita di Israele dall’Egitto, la liberazione dalla schiavitù, la nascita del popolo appartenente al Signore. E così, in obbedienza all’ordine dato da Gesù con autorità e gravità ai due discepoli inviati, tutto è preparato per quella celebrazione pasquale, per quell’ora solenne, per quell’ora ultima di Gesù con i suoi discepoli, per quell’ora nella quale la Pasqua dell’agnello diventerà la Pasqua di Gesù.

 

E quando Gesù siede a tavola per la cena, compie dei gesti e dice alcune parole sul pane e sul vino, dando origine alla celebrazione della nuova alleanza con la sua comunità. Di questa scena abbiamo quattro racconti, tre nei vangeli sinottici (cf. Mc 14,22-25; Mt 26,26-29; Lc 22,18-20) e uno, il più antico, nella Prima lettera ai Corinzi (cf. 1Cor 11,23-25): racconti che riportano parole tra loro un po’ diverse, a testimonianza di come non si tratti di formule magiche da ripetersi tali e quali, ma di parole che manifestano l’intenzione di Gesù e spiegano i suoi gesti. Le prime comunità cristiane, dunque, volendo restare fedeli all’intenzione di Gesù, hanno ridetto le sue parole, hanno ripreso i suoi gesti, e da allora la cena del Signore è sempre e dovunque celebrata nelle chiese.

 

Innanzitutto Gesù compie un’azione rituale: prende il pane azzimo che è sulla tavola del seder pasquale, pronuncia la benedizione a Dio per quel dono, quindi lo spezza e lo porge ai discepoli. Prendere il pane, spezzarlo e darlo è un gesto quotidiano fatto da chi presiede la tavola, ma Gesù lo compie con un’intensità e con una forza che lo rendono carico di significato, ne fanno un gesto che si imprime nella mente e nel cuore dei commensali di quella cena pasquale. Gesù assume l’atteggiamento e la parola della Sapienza di Dio che parla e invita al banchetto (cf. Pr 9,1-6), fa sue le parole del profeta che chiama al pasto dell’alleanza eterna (cf. Is 55,1-3), e offre come cibo la sua vita, il suo corpo, se stesso! Vi è in questo gesto e in queste parole di Gesù il suo donarsi fino all’estremo, perché egli ha amato e ama fino al dono della sua vita (cf. Gv 13,1). Di fronte a questa azione i discepoli furono certamente scossi e solo dopo la morte e resurrezione di Gesù compresero ciò che non avevano potuto dimenticare.

 

Non si dimentichi inoltre che il gesto dello spezzare il pane già nei profeti indicava il condividere il pane con i poveri, i bisognosi e gli affamati (cf. Is 58,7), esprimendo in tal modo una condivisione di ciò che fa vivere, che manifesta la comunione tra tutti quelli che mangiano lo stesso pane. Ecco perché il primo nome dato all’Eucaristia dai discepoli e dai cristiani delle origini è “frazione del pane” (cf. Lc 24,35; At 2,42; 20,7; Didaché 9,3). Quanto alle parole che accompagnano il gesto – “Prendete, questo è il mio corpo” –, esse vogliono significare che Gesù consegna e dona la sua intera vita ai discepoli i quali, mangiando quel pane, si fanno partecipi della sua vita spesa e consegnata per amore, “fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,8). In questo modo Gesù spiega in anticipo e in piena libertà, con gesti e parole, ciò che accadrà di lì a poco: la sua morte dovrà essere percepita come dono della sua vita agli uomini, vita offerta in sacrificio a Dio.

 

Poi Gesù prende anche il calice tra le sue mani, rende grazie a Dio per il frutto della vite e con solennità dichiara: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, che è sparso per le moltitudini”. Come ha dato il suo corpo porgendo il pane, così dà il suo sangue porgendo il calice del vino da bere ai discepoli; ovvero, Gesù dona la sua vita, significata nella cultura semitica dal sangue. L’evangelista sottolinea che a questo calice “bevvero tutti”, perché il dono di Gesù è per tutti, nessuno escluso. C’è un contrasto tra questo “tutti”, che indica tutti i discepoli, e le parole dette in precedenza: “Uno di voi mi tradirà” (Mc 14,18). Ma ciò mette ancor più in risalto il fatto che tutti sono associati al bere al calice offerto, anche Giuda il traditore. A tutti, nessuno escluso, Gesù offre la sua vita e il suo amore gratuito, che non deve mai essere meritato.

Ma qui si deve cogliere anche il compimento a cui Gesù vuole portare le parole che sigillavano l’alleanza tra Dio e Israele al monte Sinai, quando, con il sangue delle vittime del sacrificio Mosè asperse l’altare, trono di Dio, e il popolo riunito in assemblea, dicendo: “Questo è il sangue dell’alleanza” (cf. Es 24,6-8). Al Sinai, in quella celebrazione dell’alleanza, il sangue, la vita univa Dio e il suo popolo in un patto di appartenenza reciproca, in una comunione fedele nella quale Dio si mostrava come “il Signore misericordioso e compassionevole, lento all’ira, grande nell’amore e nella fedeltà” (Es 34,6). Ma l’alleanza che Gesù stipula con il dono della sua vita non è più ristretta al popolo di Israele, bensì è un’alleanza universale, aperta a tutte le genti, un’alleanza nel suo sangue sparso “per le moltitudini” (rabbim, polloí: cf. Is 53,11-12): non “per molti” dunque, ma “per tutti” (cf. Concilio Vaticano II, Ad gentes 3).

 

L’Apostolo Paolo, proprio per affermare questa destinazione universale del dono del sangue di Cristo, scrive nella Lettera ai Romani: “La prova che Dio ci ama tutti è che il Cristo è morto per noi, mentre noi eravamo peccatori” (cf. Rm 5,7-8). È morto per tutti, anche per Giuda, come per tutti noi che siamo nella malvagità e nell’inimicizia con Dio. Qui dovremmo cogliere come il dono dell’Eucaristia non è un premio, un privilegio per i giusti, ma un farmaco per i malati, un viatico per i peccatori. L’Eucaristia altro non è che narrazione in parole e gesti dell’amore di Dio, è la sintesi di tutta la vita del Figlio Gesù Cristo, la sintesi di tutta la storia di salvezza.

 

 

Ricordiamo infine che quell’anticipazione della morte di Gesù, nel rito del ringraziamento sul pane spezzato e nel rito del calice condiviso, è un’anticipazione anche del Regno che viene, dove la morte sarà vinta per sempre. Per questo Gesù dice: “Amen, io vi dico che non berrò più del frutto della vite, fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio”. Il pasto eucaristico prelude dunque al banchetto del Regno, dove Gesù, il Kýrios risorto, mangerà con noi e berrà con noi il calice della vita futura, al banchetto nuziale, dove il vino sarà nuovo, cioè altro, ultimo e definitivo, vino della stessa vita divina, la sua vita che è agápe, amore: e noi berremo quel vino nuovo vivendo in lui e con lui per sempre.


 

La fede,

 

altrimenti

 

solo simboli vuoti!

 

Corpo e Sangue di Cristo - Anno B

 

a cura di Franco Galeone *

 

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Partire dall’Alleanza

 

Nell’AT il termine Alleanza ricorre ben 286 volte e questo ci dice l’importanza che Israel ha dato a questa istituzione. Ma che significa? Non si tratta certo di un contratto bilaterale perché i contraenti (Dio / uomo) non sono uguali. La prima alleanza, stabilita con Noè e in lui con tutti gli uomini, dopo il diluvio, fu unilaterale (Genesi 9,8). Lungo la sua travagliata storia Israel non ha perso mai la speranza in Dio, fedele all’Alleanza.

Erano solenni e a volte complicati i riti di alleanza; il più cruento consisteva nello squartare in due parti un vitello e far passare i contraenti tra le sue metà, dichiarando così di essere disposti a subire la sorte toccata all’animale se avessero infranto il patto (Geremia 34,18). Il patto poteva anche essere stabilito consumando insieme del sale (alleanza del sale) perché, come il sale, anche il patto doveva essere incorruttibile.

Il brano della prima lettura fa riferimento a un altro rito: quello del sangue (Esodo 24,6): Mosè prende il sangue delle vittime e ne versa metà sopra l’altare e metà sopra le dodici pietre (simbolo delle dodici tribù): con questo rito Mosè stabiliva un legame intimo tra Dio e Israel. Una stessa vita, un unico corpo, un unico destino: Come la cintura aderisce ai fianchi di un uomo, così io volli che aderisse a me tutto Israel (Geremia 13,11).

 

Partire dalla Pasqua ebraica

 

La solennità del Corpo e del Sangue di Gesù è un’occasione forte per rivivere con intensità l’esperienza della comunione eucaristica, che dev’essere per il cristiano una necessità quasi fisica, primordiale, biologica direi. Il racconto di Marco, bene analizzato dagli studiosi, rivela in filigrana i gesti e le formule che, nel nome di Gesù, la comunità delle origini usava nelle celebrazioni eucaristiche; quei riti, ripetuti attraverso i secoli, sono giunti a noi, nelle chiese di tutto il mondo. Per comprendere meglio, occorre partire dal rituale della Pasqua ebraica, regolato dal sèder (ordine)che comprende almeno 14 riti diversi. Davanti a Gesù, si trovano i pani azzimi e la terza coppa di vino. Gesù pronuncia la tradizionale benedizione e spiegazione, ma poi, ecco a sorpresa, quelle misteriose parole: Questo è il mio corpo, che nella mentalità orientale significano Questo sono io! Poi Gesù prende la terza coppa di vino, forse inghirlandata di fiori, espressione della gioia pasquale, e dice ancora quelle misteriose parole: Questo è il mio sangue, che nel linguaggio orientale significano Questa è la mia vita. Con questi due gesti, Gesù chiama i suoi ad una profonda unione con lui, alla sua vita, al suo sangue, alle sue vicende di morte e di gloria.

 

Notazioni sul vangelo di Marco

 

Il racconto di Marco sembra semplice resoconto stenografico. Ma così non è:

* l’iniziativa di celebrare la Pasqua non parte da Gesù ma dai discepoli (v.12); sono loro che vogliono fare memoria della liberazione dall’Egitto e non immaginano cosa accadrà quella notte durante la cena; Gesù sarà rimasto felice: i discepoli finalmente prendevano un’iniziativa;

* colui che accompagna i discepoli nella sala è un servo (v.13) che svolge un lavoro riservato alle donne (portare acqua); non è un dettaglio banale, ma il segno di un cambiamento nei rapporti sociali: si va alla scuola di Gesù non per diventare maestri ma servi;

* la sala è grande, perché c’è posto per tanti; è al piano superiore, perché quel cibo nutre lo spirito; è arredata con divani (v.15) perché chiunque entra, anche se povero o schiavo, si deve sentire libero e figlio di Dio;

* Gesù si dona a molti, che significa a tutti (v.24), perché l’eucaristia non è un privilegio per i buoni e i catari, ma è pane spezzato e condiviso tra fratelli in cammino.

 

L’eucaristia: una tavola con amici

 

Per un buon pranzo, occorre una persona che inviti, degli invitati che accettino, del cibo da consumare. Qui la persona che invita è Gesù, che offre tutto se stesso attraverso il gesto più umano: l’invito a una tavola. A tavola avviene un duplice scambio: scambio con chi invita, ma anche tra gli invitati. Che tavola triste quella in cui ogni invitato parla solo con il padrone, o gli invitati solo tra loro senza ringraziare il padrone! Non sarebbe più un pasto tra amici ma una refezione tra collegiali. Qualche volte nelle nostre chiese sembra di partecipare non a un unico banchetto, dove batte un cuore e un’anima sola, ma di trovarsi in un ristorante con tanti tavolini, dove ognuno si comunica con il suo Dio. Ognuno per sé e Dio per tutti! A tavola occorre stare insieme e parlarsi, raccontarsi, progettare. La tavola è fatta non solo di presenze, ma anche di parole, di confidenze, di narrazioni. A tavola si dialoga. A tavola il cellulare va spento. A tavola occorre non solo darsi, ma anche dirsi! Allora il Corpus Domini è in qualche modo anche il Corpus hominis, allora le nostre piccole cose diventano grandi cose, epifania di Dio!

L’eucaristia deve produrre fraternità

Andare a messa è diventato questione di buona abitudine, di educazione ricevuta, e tanta brava gente va la domenica in chiesa perché precettata. Questo è drammatico: la gente ci va, restando però come prima, anzi, ritorna dispensata da ogni inquietudine. Noi preti dobbiamo fare qualcosa perché qualche buon cristiano senta inquietudine, e qualche spirito tormentato riacquisti tranquillità! Rispettiamo realmente noi cristiani quello che ci ha detto? Il Signore ci ha lasciato detto questo: Fate questo (quello che io sto facendo) perché vi ricordiate di me. Sono state le sue ultime volontà. Cosa stiamo facendo noi di quel suo ultimo testamento?

Guardiamo la realtà. L’autorità ecclesiastica ha legiferato – in forma meticolosa – su come si deve celebrare l’Eucaristia; la conseguenza è che più della metà delle parrocchie del mondo non celebra e non può celebrare la messa se non una volta a settimana. Questo perché, invece di fare quello che ha fatto Gesù quella notte, si sono organizzati una teologia ed un rituale che vanifica il mandato del Signore. È necessario un prete che abbia studiato, che sia celibe, che sia uomo (e mai donna!), che abbia l’approvazione del vescovo (ed il vescovo deve averla da Roma)…

La cosa più preoccupante non è quello che sta avvenendo, ma quello che avverrà tra pochi anni. Sappiamo che, negli ultimi dieci anni, il numero dei preti cattolici è diminuito del 45%. Nei seminari non entrano giovani per prendere il posto di quelli che si ammalano, muoiono, abbandonano il ministero, etc. Questo vuole dire che il problema si aggrava ogni anno che passa. Possiamo permettere che questo stato di cose peggiori di giorno in giorno? E conviene terminare ricordando che l’importante non è cenare insieme, ma rendere vivo ed attuale quello che ha rappresentato quella cena d’addio. Pensiamoci!

Buona vita!

 

 

* Gruppo biblico ebraico-cristiano


«Non è stata la “Madonna della seggiola” a suggerirmi questo titolo. Anche se la tela di Raffaello, che ritrae la Vergine finalmente seduta e col piccolo Gesù che riposa tra le sue braccia, evoca tutta una costellazione di immagini centrate attorno all’archetipo materno, che dondola la sua creatura per farla addormentare. (…)

A suggerirmi, comunque, il titolo di Madonna del riposo, non è tanto il figlio che le dorme tra le braccia, quanto lo sposo che le dorme accanto. Sì, perché solo accanto a una donna come Maria, un uomo aduso alle asprezze della vita come Giuseppe può riposare con tanta serenità, da sognare ininterrottamente. (…)

Chi sa quante volte avrà detto a Giuseppe: “Come ti senti? Ti vedo stanco. Non affaticarti così tanto. Riposati un poco”. Maria, donna del riposo, dunque. Perché nessuno come lei sperimentava il “sabato” del Signore, ogni volta che cantava il salmo 22: “In pascoli di erbe fresche mi fa riposare”. (…)

Santa Maria, donna del riposo, accorcia le nostri notti quando non riusciamo a dormire. Come è dura la notte senza sonno! (…) Mettiti accanto a noi quando, nonostante i sedativi, non ce la facciamo a chiudere occhio, e il letto più morbido diventa una tortura, e dalla strada i latrati del cane sembrano dar voce ai gemiti dell’universo. (…)

Sorveglia il riposo di chi vive solo. Allunga nei vecchi i sipari del sonno, corti e leggeri come veli di melagrana. Tonifica il dormiveglia di chi sta in ospedale sotto un pianto di flebo. Rasserena l’inquietudine notturna di chi si rigira nel letto sotto un pianto di rimorsi. Acquieta l’ansia di chi non riposa perché teme il sopraggiungere del giorno. Rimbocca gli stracci di chi dorme sotto i ponti. E riscalda i cartoni con cui la notte i miserabili si riparano dal freddo dei marciapiedi. (…)

Santa Maria, donna del riposo, facci capire che se il segreto del riposo fisico sta nelle pause settimanali o nelle ferie annuali che ci concediamo, il segreto della pace interiore sta nel saper perdere tempo con Dio. Lui ne perde tanto con noi. E anche tu ne perdi tanto».*

 

 

* Fonte: Antonio Bello, Maria donna dei nostri giorni, Paoline, Milano 1993.


L’esempio di Newman riaccende il carisma di san Filippo Neri

 

 

 

 

In merito al carisma oratoriano di san Filippo Neri, praticato dal beato Newman, ZENIT ha intervistato padre Edoardo Aldo Cerrato.

 

Perché un padre oratoriano è così interessato a due autori inglesi come Chesterton e Newman?

 

Padre Cerrato: Quello che mi colpisce in Chesterton è ‘l’intelligenza della realtà’ per dirla con una frase di Benedetto XVI. Perché oggi non è così scontato che la realtà esista, i fatti non sono guardati come fatti, prevale l’interpretazione sulla realtà. Anche Newman era attentissimo alla realtà. Chesterton definì Newman una ‘saetta incandescente’, una saetta che arriva dritta al punto delle questioni. Chesterton e Newman guardano a ciò che esiste, entrano con la ragione e l’intelligenza a comprendere le ragioni, ma non sovrappongono mai la loro interpretazione al fatto.

 

Perché questo suo interesse per Newman?

 

Padre Cerrato: Perché Newman è un oratoriano, cioè seguace del carisma di san Filippo Neri. Carisma che ha praticato per 43 anni. Dal 1847 alla morte Newman visse nell’Oratorio. Quando il Papa Leone XIII gli propose il cardinalato Newman rispose, “ringrazio Vostra Santità per questo onore, ma vi prego non toglietemi al mio Padre Filippo e da questa casa dove ho vissuto in pace per tanti anni”. Allora il Papa disse: “bene, bene continuate a lavorare, sono felice che voi rimaniate nella vostra casa”. Quella casa per dirla con i termini inglesi usati da Newman era ‘House’ ma anche ‘Home’. Era il dolce nido, il mondo degli affetti, dell’amicizia, della fraternità vissuta nella realtà e nella concretezza di una vita.

 

Quanto è attuale il carisma di Filippo Neri anche alla luce della beatificazione di Newman?

 

Padre Cerrato: Tra i moderni Newman è il miglior propagandista di san Filippo Neri. Filippo è un santo che ha affascinato Newman e devo dire che, e lo constato ogni giorno, continua ad affascinare tante persone. San Filippo arrivò a Roma e fu laico fino all’età di 36 anni. Tutta la sua esperienza forte di incontro con Cristo nella realtà concreta della Chiesa, avviene prima da laico e poi da sacerdote. Intorno a lui, per il fatto che è simpatico, affascinate, brillante, profondo ed in continua ricerca di Dio, si crea un gruppo di amici. Ha scritto un suo biografo: “San Filippo non aveva discepoli, aveva amici”. Tutti lo potevano incontrare e presto diventavano suoi amici. Il suo motto scritto sul letto di morte è “chi cerca altro che non sia Cristo, non sa quel che cerca” questo non significa che tutto il resto non abbia valore, al contrario che tutta la realtà è comprensibile attraverso l’esperienza cristiana.

 

Cosa pensa della fiction su san Filippo Neri “Preferisco il paradiso”, trasmessa in Tv da Rai uno?

 

Padre Cerrato: Si tratta di una fiction che ho visto in anteprima alla Lux Vide. In estrema sintesi, riflette lo spirito di Filippo Neri dentro alla vicenda di un uomo che non è lui. Cioè storicamente non c’è nulla o quasi nulla della vicenda di san Filippo Neri. Lo spirito c’è tutto, il rapporto con i bambini, alcune frasi pronunciate dai protagonisti, ma tutto il contesto, il rapporto con i Cardinali, con il Papa, con la Santa Sede, le storie di alcuni suoi seguaci, è tutta fiction. In particolare il rapporto con la Curia vaticana è falsato. Filippo ebbe difficoltà di ordine naturale per la tipologia del carisma, ma il suo atteggiamento è sempre stato di assoluta obbedienza, fedeltà e umiltà.

 

Che cosa significa essere Procuratore generale e come procede la vita della Confoederatio Oratorii Sancti Philippi Neri?

 

Padre Cerrato: Sono 17 anni che sono il Procuratore generale, a cui compete l’accompagnamento delle nuove comunità, ed ho avuto la gioia di vedere nascere 19 nuove case in tutte le parti del mondo. In un tempo in cui è più facile vedere che le case vengano chiuse, noi ne abbiamo aperte di nuove. Oltre a queste 19, ci sono 32 progetti di nuove fondazioni, in tutti i continenti e anche in Europa che è il miracolo dei miracoli. Questo significa che il messaggio di san Filippo è di grande attualità. Per dirlo in parole povere, i laici capiscono benissimo che Filippo non era un clericale, ed i preti stessi capiscono che la secolarità non è secolarismo. La secolarità è fondamentalmente un’attitudine, attraverso la quale un cristiano, sia laico che prete, vive nel mondo la sua fede cristiana non sopra il mondo, ma dentro alle circostanze, condividendo le ansie, le gioie, i problemi della storia, vivendo la realtà. Secondo san Filippo, questa è la via di santità che porta alla perfezione.

 

Per capire questo rapporto dentro alla realtà c’è un episodio significativo della vita di san Filippo. Una grande dama dell’aristocrazia romana chiese a san Filippo con un linguaggio ecclesiasticamente impostato: “Quando vostra reverenza ha lasciato il mondo?”. E Filippo rispose: “veramente a me pare di non averlo lasciato mai”. Filippo era un fiorentino molto arguto, non solo conservò il tipico temperamento toscano, ma ci teneva che si sapesse che fosse fiorentino, divenne romano rimanendo fiorentino. Per quanto riguarda la carica che ricopro, bisogna sapere che la nostra è una confederazione, e ognuna delle case ha una sua autonomia, non c’è un superiore generale. Potremmo dire che il Procuratore generale è l’equivalente dell’Abate generale di una congregazione di monaci.

 

Quali sono le virtù che Newman colse nella spiritualità di san Filippo?

 

Padre Cerrato: Newman comprende che tutto il mondo interiore di Filippo si esprime all’esterno con il termine di gentilezza, cioè massimo rispetto della persona. Per questo motivo nell’educare il singolo e per l’incontro con le persone, san Filippo scelse il confessionale e non il pulpito. Filippo è stato il confessore di Roma. Cambiò il volto dell’Urbe attraverso il confessionale. Tutto il giorno e parte della notte lo passava al confessionale. Un grande storico dell’arte ha scritto che Roma in quell’epoca non aveva bisogno di battezzatori ma di medici delle anime, e Filippo fu un medico delle anime.

 

Che cosa può dirci su questa storia secondo cui san Filippo aveva un cuore grande?

 

Padre Cerrato: Si tratta di una vicenda di carattere mistico. Quando Filippo morì, il Pontefice autorizzò l’autopsia, da cui risultò che il santo aveva un cuore enormemente dilatato. In vita non si sapeva di questa dilatazione, ma si conoscevano manifestazioni di carattere particolare. Testimoni raccontano che in alcuni momenti di estasi il battito del cuore di Filippo si sentiva all’esterno. Inoltre alcuni parlano di un rigonfiamento sul petto di Filippo all’altezza del cuore. Sulla base di queste testimonianze il Pontefice autorizzò l’autopsia che venne fatta dai medici pontifici con a capo Andrea Cisalpino che era la massima autorità medica del tempo.

 

Cisalpino è colui che ha scoperto la duplice circolazione del sangue, se fosse vivo oggi gli darebbero il Nobel. Il cuore di Filippo fu trovato due volte e mezzo la dimensione di un cuore normale. Si tratta di una dilatazione che non permette la vita. Eppure Filippo visse dall’età di 29 anni fino a 80 anni in questa situazione. Si tratta quindi di un fenomeno mistico, inspiegabile dal

 

 

punto di vista fisico. Si scoprì inoltre che Filippo aveva tre costole staccate dallo sterno per fare spazio al cuore dilatato. Di questo fenomeno parlò anche il Servo di Dio Pio XII, quando ricevette i padri oratoriani, quattro giorni prima di morire. Pio XII conosceva bene la storia di san Filippo, aveva frequentato fin da piccolo la chiesa di Santa Maria in Navicella. Alla Chiesa nuova c’è ancora il confessionale dove si inginocchiava. A proposito di questa inspiegabile grandezza di cuore di san Filippo, Pio XII parla di fenomeno nuovo che si inserisce nei grandi fenomeni mistici nella storia della Chiesa. Una spiritualità con al centro il cuore colpì moltissimo Newman, che pur riprendendola da san Francesco di Sales, nel suo stemma ha scritto “Cor ad Cor loquitor”, “il cuore parla al cuore”.


La Triunità di Dio

 

 

 

27 maggio 2018

Pentecoste

di ENZO BIANCHI

 

Mt  28,16-20

In quel tempo 16i discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 17Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. 18Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. 19Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

 

Domenica scorsa con la Pentecoste, pienezza delle energie della resurrezione di Cristo, abbiamo terminato di vivere il tempo pasquale e siamo così entrati nel tempo per annum. Una consuetudine millenaria della liturgia latina ci chiede di celebrare in questa domenica la festa della Santissima Trinità: ci chiede dunque di contemplare con umiltà il mistero del nostro Dio, il Dio vivente e vero, mistero espresso attraverso un termine dottrinale e dogmatico, la Triunità di Dio. Questo titolo, infatti, vuole affermare che Dio è uno – come recita il comandamento dato a Israele: “Ascolta, Israele, il Signore nostro Dio è uno” (Dt 6,4) –, ma si è rivelato attraverso la venuta di suo Figlio nella nostra umanità, dunque è comunione del Padre e del Figlio e dello Spirito santo: un’unica vita divina, ma vissuta nella koinonía, nella sinfonia di soggetti di un unico amore, l’agápe (cf. 1Gv 4,8.16: “Dio è amore”).

 

Ma proprio perché le idee e le formule sono sempre inadeguate nel rivelare il Dio che nessuno ha mai visto (cf. Gv 1,18) né contemplato (cf. 1Gv 4,12), dovremmo soprattutto credere a una realtà: in Dio c’è ormai l’umanità del Figlio Gesù Cristo, morto come uomo ma risuscitato nella forza dello Spirito santo, sicché non si può più parlare di Dio senza pensare a lui, senza parlare dell’uomo e pensare l’uomo. Soprattutto, non si può più andare a Dio se non attraverso “la via” (Gv 14,6) che è suo Figlio Gesù Cristo, uomo nato da Maria, vissuto tra di noi, morto e risorto nella nostra storia. Ecco allora cosa annunciare in questa festa che succede al tempo pasquale: con l’incarnazione di suo Figlio, Dio si è unito all’umanità in modo indissolubile e l’umanità trasfigurata è in Dio attraverso il Figlio Gesù che, come era disceso, così è salito al cielo (cf. Ef 4,9-10), “costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della resurrezione dei morti” (Rm 1,4).

 

Per celebrare la santa Triunità di Dio, la liturgia ci propone la conclusione del vangelo secondo Matteo, in cui Gesù consegna ai discepoli parole che di fatto sono la “professione di fede” di ogni cristiano quando diventa tale, discepolo di Gesù attraverso il battesimo. Vorrei sostare soprattutto su una frase molto semplice: “Gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato”. Secondo Matteo solo Maria di Magdala e l’altra Maria, dopo aver trovato la tomba vuota, avevano visto Gesù, il quale le aveva salutate con il dono messianico della pace: “Shalom!” (Mt 28,9). Poi aveva comandato loro di essere messaggere dell’annuncio pasquale presso gli apostoli: “Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno” (Mt 28,10). I discepoli intimi di Gesù, ascoltato l’annuncio da parte delle donne discepole, eseguono puntualmente quel comando.

 

E così quel gruppo di dodici, ridotto a undici perche Giuda se n’è andato, ritorna sulle strade della Galilea. Devono lasciare Gerusalemme, la città santa, e tornare dov’era iniziata la predicazione di Gesù (cf. Mt 4,12-17): nella Galilea delle genti, terra periferica, terra spuria, abitata da ebrei e non ebrei, terra cosmopolita… Devono andare nel mondo, tra gli uomini e le donne, per affermare che tutti sono chiamati alla fede in Cristo, che ormai – come scrive Paolo – “non c’è più né giudeo né greco” (Gal 3,28), per dare vita a una nuova comunità, non più legata da carne e sangue, da lingua o cultura, da vicinanza o lontananza, ma una comunità che trovi in Gesù Cristo un legame, un fondamento al suo credere, sperare e amare. Potremmo dire che quel soggetto di undici persone è “il piccolo gregge” (Lc 12,32), la chiesa sulle strade del mondo, un piccolo gregge non chiuso in un recinto, non pauroso, non autoreferenziale, ma disposto a stare in mezzo ad altri, fossero anche dei lupi. Non è una gran cosa, né quegli undici sono uomini straordinari: di qualcuno si è tramandato qualche fatto della vita, di altri sappiamo appena il nome; povera gente, in mezzo alla quale vi sono anche alcuni che dubitano su Gesù e sulla sua missione…

 

Eppure, obbedendo all’indicazione delle donne vanno verso la montagna, il nuovo Nebo (cf. Dt 32,49; 34,1), il luogo della manifestazione della volontà di Dio. Sulla montagna Gesù aveva predicato il Vangelo delle beatitudini (cf. Mt 5,1-7,29), sulla montagna aveva moltiplicato il pane (cf. Mt 15,32-39), sulla montagna era stato trasfigurato dal Padre davanti ai discepoli (cf. Mt 17,1-8): ora sulla montagna gli Undici devono ascoltare le ultime parole del Risorto, le sue ultime volontà. Ed ecco che salgono sul monte indicato e, non appena vedono Gesù, si prostrano, si inginocchiano a terra e adorano. Gesù, che li aveva visti l’ultima volta all’inizio della passione, quando “tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono” (Mt 26,56), ora li vede ai suoi piedi, in adorazione: gesto pieno di significato, perché quando un uomo si inchina di fronte a un altro, compie uno dei più grandi gesti umani. Come già accennato, essi adorano Gesù anche tra i dubbi, perché in loro i dubbi rimangono e rimarranno fino alla morte, vinti però e trascesi dall’amore: sì, perché l’amore vince i dubbi della fede, questa è la dinamica nel cuore del cristiano…

 

Gesù allora si avvicina a questi uomini, chiesa di peccatori fragili e dubbiosi, ma chiesa che sa amare e adorare il suo Signore. Questa è la chiesa quotidiana che noi conosciamo e siamo, non un’istituzione trionfante e che si impone, ma un gruppetto di povere persone che dicono per amore: “Signore, aumenta la nostra fede (cf. Lc 17,5)! Signore, noi veniamo meno, qualcuno se ne va, ma vogliamo restare con te! Signore, siamo fuggiti davanti alla sofferenza e alla morte ma, non appena ci hai richiamati, eccoci qui, inchinati davanti a te! Vieni Signore Gesù, vieni presto, Marana tha (1Cor 16,22; cf. Ap 22,20)!”.

 

Gesù, in risposta, si rivolge agli Undici con la sua parola di Kýrios, di Signore risorto e vivente, dicendo loro: “Una volta andati tra le genti dell’umanità intera, fino ai confini del mondo, fate discepoli, cioè cercate che gli uomini e le donne accolgano la buona notizia del Vangelo, mettendosi alla sua scuola. E immergeteli (questo significa letteralmente il verbo “battezzare”) nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo”. È l’unica volta in cui nel Nuovo Testamento si parla di battesimo-immersione nel Nome della Triunità di Dio, mentre di solito si attesta il battesimo nel Nome di Gesù, l’essere immersi con lui nella sua morte e resurrezione, o nello Spirito che rimette i peccati e santifica. Qui Matteo opera un accrescimento teologico, perché nel suo vangelo Gesù rivela il Padre parlando sovente di lui e rivela lo Spirito promettendolo ai discepoli (cf. Mt 10,20). La comunità dei discepoli ha le sue radici nella vita triunitaria del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, è chiesa che nasce dalla vita della Triunità di Dio, nasce dalla carità di Dio, perché Dio è amore.

 

Infine, il Signore Gesù proclama se stesso come colui che ha ricevuto ogni potere in cielo e sulla terra. La sua signoria è ben più grande di quella di Ciro, imperatore del mondo (cf. 2Cr 36,23, ultimo versetto della Bibbia ebraica!), perché è quella del Figlio dell’uomo che riceve da Dio stesso il potere (cf. Dn 7,13-14). È una signoria che chiede ai suoi servi solo di vivere il comandamento nuovo dell’amore (cf. Gv 13,34; 15,12); è la signoria di colui che ci assicura: “Io sono con voi”, dunque è l’‘Immanu-El, il Dio-con-noi (cf. Is 7,14; Mt 1,23), sempre, senza mai abbandonarci. Dio resta il Dio tre volte Santo nell’alto dei cieli, “Santo, Santo, Santo” (Is 6,3), ma è ormai il Dio-uomo, il Dio-con-noi, che in Gesù risorto e vivente per sempre ci accompagna sulle vie del mondo; e la comunione di Dio, comunione plurale, è la nostra dimora.

 

 

Santissima Trinità


 Partire insieme

 

nell'«oggi di Gesù»

 

Santissima Trinità - Anno B

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

Trinità 1

 

Mt 28,18 Gesù sommo rivelatore del Padre [1]

 

L’intera storia della manifestazione di Dio, che è per noi storia di salvezza, raggiunge il suo culmine in Cristo. Cristo è Colui che viene nella pienezza dei tempi, il “Rivelatore” del Padre. Ed è a lui che alludevano le profezie che lo hanno annunciato e, dunque, è il sommo segreto che il Padre vuole svelarci perché, attraverso il Figlio, rivelerà se stesso nella sua misteriosa pienezza.

Gesù Cristo è il Rivelatore per eccellenza del mistero di Dio. Egli annuncia il Padre e lo fa conoscere (Gv 1,18) e dice al mondo ciò che ha udito da suo Padre (Gv 3,3.32; 8,26; 15,15). Perché Egli è il Figlio Unigenito che viene al mondo e ha pieno potere e coscienza della propria missione di Rivelatore del Padre. Ha autorità e la fa sentire: “Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. [...] Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!”. “La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea” (Mc 1,22.27-28). Gesù crea sconcerto in coloro che lo ascoltano e lo vedono operare. Possiede una forza tale da stupire, originata dal suo stesso essere, dal fatto che gli “è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra” (Mt 28,18) e perciò, nel rivelare il mistero di Dio, divide le opinioni a seconda del cuore degli uomini (Lc 1,35). Il riflesso della sua autorità divina, di Figlio Unigenito, è segno di contraddizione tra gli uomini (Mt 21,42; At 4,14). Gesù Cristo, in quanto Rivelatore del mistero trinitario, irromperà nella vita degli uomini con una potenza mai vista, ma subirà nella sua carne il rifiuto cui la sua stessa rivelazione lo ha esposto.

 

28,16-20 La parola chiave: partire [2]

 

Il Vangelo di Matteo riporta il mandato di Gesù ai discepoli: l’invito ad andare, a partire per annunciare a tutti i popoli il suo messaggio di salvezza (cf. Mt 28,16-20). “Andare”, o meglio, “partire” diventa la parola chiave della festa odierna: Gesù parte verso il Padre e comanda ai discepoli di partire verso il mondo.

 

Gesù parte…

Gesù parte, ascende al Cielo, cioè ritorna al Padre dal quale era stato mandato nel mondo. Ha fatto il suo lavoro, quindi torna al Padre. Ma non si tratta di una separazione, perché egli rimane per sempre con noi, in una forma nuova. Con la sua ascensione, il Signore risorto attira lo sguardo degli Apostoli - e anche il nostro sguardo - alle altezze del Cielo per mostrarci che la meta del nostro cammino è il Padre. Lui stesso aveva detto che se ne sarebbe andato per prepararci un posto in Cielo. Tuttavia, Gesù rimane presente e operante nelle vicende della storia umana con la potenza e i doni del suo Spirito; è accanto a ciascuno di noi: anche se non lo vediamo con gli occhi, lui c’è! Ci accompagna, ci guida, ci prende per mano e ci rialza quando cadiamo. Gesù risorto è vicino ai cristiani perseguitati e discriminati; è vicino ad ogni uomo e donna che soffre. È vicino a tutti noi, anche oggi è qui con noi in piazza; il Signore è con noi!

 

…e porta al Padre il suo regalo

Gesù, quando ritorna al Cielo, porta al Padre un regalo. Quale è il regalo? Le sue piaghe. Il suo corpo è bellissimo, senza lividi, senza le ferite della flagellazione, ma conserva le piaghe. Quando ritorna dal Padre gli mostra le piaghe e gli dice: “Guarda Padre, questo è il prezzo del perdono che tu dai”. Quando il Padre guarda le piaghe di Gesù ci perdona sempre, non perché noi siamo buoni, ma perché Gesù ha pagato per noi. Guardando le piaghe di Gesù, il Padre diventa più misericordioso. Questo è il grande lavoro di Gesù oggi in Cielo: fare vedere al Padre il prezzo del perdono, le sue piaghe. È una cosa bella questa che ci spinge a non avere paura di chiedere perdono; il Padre sempre perdona, perché guarda le piaghe di Gesù, guarda il nostro peccato e lo perdona.

 

Dà ai suoi il mandato di partire

Ma Gesù è presente anche mediante la Chiesa, che lui ha inviato a prolungare la sua missione. L’ultima parola di Gesù ai discepoli è il comando di partire: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19). È un mandato preciso, non è facoltativo! La comunità cristiana è una comunità “in uscita”, “in partenza”. Di più: la Chiesa è nata “in uscita”. E voi mi direte: ma le comunità di clausura? Sì, anche quelle, perché sono sempre “in uscita” con la preghiera, con il cuore aperto al mondo, agli orizzonti di Dio. E gli anziani, i malati? Anche loro, con la preghiera e l’unione alle piaghe di Gesù.

Ai suoi discepoli missionari Gesù dice: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (v. 20). Da soli, senza Gesù, non possiamo fare nulla! Nell’opera apostolica non bastano le nostre forze, le nostre risorse, le nostre strutture, anche se sono necessarie. Senza la presenza del Signore e la forza del suo Spirito il nostro lavoro, pur ben organizzato, risulta inefficace. E così andiamo a dire alla gente chi è Gesù.

 

28,20 “Dio con noi fino alla fine dei tempi” [3]

Il testo evangelico che abbiamo ascoltato culmina chiamando Gesù l’Emmanuele, che significa il Dio con noi. Così come comincia, ugualmente Matteo conclude il suo Vangelo: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei tempi» (28,20). Gesù è l’Emmanuele che nasce e l’Emmanuele che ci accompagna ogni giorno, è il Dio con noi che nasce e il Dio che cammina con noi fino alla fine del mondo.

 

28,20 “Io sono con voi tutti i giorni” [4]

 

L’ «oggi di Gesù» è tempo di grazia

 

Mi colpisce molto l’oggi di Gesù l’oggi speciale in cui l’attesa millenaria e paziente del popolo di Israele si concentra nell’Unto del Signore per poi espandersi nel tempo della carità e dell’annuncio evangelico della Chiesa.

L’oggi di Gesù è kairós, tempo di grazia, sorgente di acqua viva e di luce, che sgorga dal Verbo fattosi carne, una carne che possiede una storia, una cultura, un tempo.

La Chiesa vive nell’oggi di Gesù, e la messa crismale, preludio a quella di Pasqua, è tra le sue espressioni più piene: è l’oggi perenne dell’ultima cena, fonte di perdono, di comunione e di servizio. Egli è venuto per stare con noi e annunciarci la Buona Novella, liberandoci dalla schiavitù e guarendo i nostri cuori feriti. Solo nell’oggi di Gesù la fragilità del nostro popolo fedele viene curata, soltanto lì l’audacia apostolica è efficace e dà frutto.

 

I tempi fuori dall’oggi di Gesù

Fuori dall’oggi, fuori dal tempo del Regno, che è tempo di grazia, di libertà e di misericordia, tutti gli altri tempi, ad esempio quelli della politica, dell’economia e della tecnologia, tendono a divorarci, a escluderci, a opprimerci. Quando i tempi dell’uomo perdono la propria sintonia con quello di Dio, diventano incerti: sono ripetitivi, paralleli, troppo brevi o infinitamente lunghi. Non sono più umani: i tempi dell’economia non tengono conto della miseria e dell’analfabetismo dei giovani, né delle difficili condizioni di vita degli anziani; quelli della tecnologia sono così istantanei e carichi di immagini che impediscono ai ragazzi di maturare il cuore e la mente; quelli della politica, infine, talvolta sembrano privi di qualsiasi scopo. Al contrario, l’oggi di Gesù, che a prima vista può apparire noioso e poco stimolante, racchiude in sé i tesori della saggezza e della misericordia, è ricco di amore, fede e speranza. Inoltre, è un tempo di memoria: della famiglia, del popolo, della Chiesa in cui si mantiene vivo il ricordo di tutti i santi.

 

Nell’oggi di Gesù non c’è spazio per la paura

La liturgia è l’espressione di una memoria sempre viva. L’oggi di Gesù è un tempo colmo di aspettativa, di futuro e di cielo, del quale possediamo già la chiave e di cui viviamo un assaggio in ogni consolazione che ci dona il Signore. Lì il presente è una chiamata costante e un invito sempre rinnovato alla carità concreta del servizio quotidiano verso i più poveri, che riempie il cuore di gioia e ci spinge ad andare incontro al nostro popolo, giorno dopo giorno.

Nell’oggi di Gesù non c’è spazio per la paura dei conflitti perché «l’amore perfetto scaccia il timore» (1Gv 4,18), né trova posto l’incertezza dell’angoscia, dal momento che il Signore ci ha promesso di essere con noi «tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Non c’è ragione di disperarsi: l’oggi di Gesù è l’oggi del Padre, il quale è consapevole di ciò di cui abbiamo bisogno, e affidati alle sue mani sentiamo che i nostri giorni portano con sé solo un po’ di affanno. Infine, non c’è spazio per l’inquietudine, perché lo Spirito ci spinge a dire e a fare ciò che è giusto nel momento opportuno.

 

Entrare nell’oggi di Gesù…

L’audacia del Signore non si limita a gesti puntuali o straordinari. E un coraggio apostolico che si adatta, per così dire, alla debolezza e ai tempi di ciascuno, e guida il suo popolo fino a condurlo nel tempo di Dio. L’oggi di Gesù crea lo spazio per l’incontro e ne segna i momenti fondamentali. Per avvicinarci alla fragilità del nostro popolo dobbiamo entrare noi per primi nel tempo di grazia del Signore. Il nostro cuore ha bisogno innanzitutto di rinvigorirsi attraverso la preghiera e di rendersi consapevole del compimento delle promesse; solo così potremo vivere con audacia, fiduciosi nella provvidenza, assumendo un atteggiamento di vera apertura nei confronti degli altri e guardando il prossimo con occhi non offuscati dai nostri interessi personali, bensì desiderosi di compiacere Dio.

Esiste un altro modo per entrare nel tempo del Signore, che consiste nell’uscire da noi stessi e andare incontro al nostro popolo fedele, il quale vive l’oggi di Gesù molto più intensamente di quanto si potrebbe pensare. E se noi, in quanto pastori, ci lasceremo plasmare il cuore dalle fragilità del nostro popolo e dal suo modo di prendersene cura, accresceremo il nostro fervore spirituale e la fiducia in Dio. Lasciarsi plasmare il cuore significa saper accogliere le richieste semplici ma insistenti dei fedeli, la testimonianza di una fede capace di concentrare tutta la propria esperienza dell’amore di Dio nell’umile gesto di ricevere con gratitudine una benedizione. Vuol dire saper cogliere nei tempi della nostra gente, ad esempio tra una confessione e l’altra, il ritmo di un’esistenza in pellegrinaggio, segnata dalle grandi gioie della vita. Saper intravedere una speranza che mantiene saldo e intatto il filo conduttore dell’amore di Dio nel corso di tutto l’anno, impedendo alle vicissitudini quotidiane di spezzarlo.

 

… è l’oggi del Padre e del popolo

Nel cuore del nostro popolo è sempre vivo l’annuncio dell’angelo: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,10-11). L’oggi di Gesù che nasce in mezzo al suo popolo è l’oggi del Padre che gli dice: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato» (cfr. Eb 5,5).

Vi invito dunque a entrare nell’oggi salvifico di Gesù che afferma: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21), e a entrare nell’oggi del nostro popolo. Sentendoci in comunione con Gesù, il Buon Pastore, dobbiamo andare incontro ai nostri fedeli per sostenere la loro speranza attraverso la Buona Novella del Vangelo di ogni giorno, per rinsaldare la loro carità, liberando i reclusi e gli oppressi, e per rafforzare la loro fede, restituendo la vista ai ciechi.

 

28,19-20 Portare l’annuncio della speranza [5]

 

Davanti al dolore e alla delusione, i cristiani sono chiamati alla speranza. Non come ricerca di un’illusione fantasiosa, ma con la fiducia del discepolo e dell’apostolo che “la speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,5). Questa speranza è l’ancora che è stata fissata nei Cieli e a cui ci afferriamo per continuare a camminare. Lo stesso Gesù ci viene incontro per ripeterci con serenità e fermezza: “Non temete!” (Mc 6,50); “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20); “Andate dunque e fate discepoli” (Mt 28,19). Portare l’annunciò, essere vicini a chi è fragile quando noi stessi siamo fragili, è possibile soltanto confidando nella promessa che il Signore Risorto ci fa di essere sempre con noi (Mt 28,20). E poiché non siamo supereroi, né fieri lottatori che confidano ciecamente nelle proprie forze, agiamo con l’audacia propria dei discepoli di Gesù, membri della sua famiglia; audacia di fratelli del Signore.

 

28,19 Inviati tutti come popolo (EG113)

 

La salvezza, che Dio realizza e che la Chiesa gioiosamente annuncia, è per tutti, e Dio ha dato origine a una via per unirsi a ciascuno degli esseri umani di tutti i tempi. Ha scelto di convocarli come popolo e non come esseri isolati. Nessuno si salva da solo, cioè né come individuo isolato né con le sue proprie forze. Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che comporta la vita in una comunità umana. Questo popolo che Dio si è scelto e convocato è la Chiesa. Gesù non dice agli Apostoli di formare un gruppo esclusivo, un gruppo di élite. Gesù dice: “Andate e fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19). San Paolo afferma che nel popolo di Dio, nella Chiesa “non c’è Giudeo né Greco... perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28). Mi piacerebbe dire a quelli che si sentono lontani da Dio e dalla Chiesa, a quelli che sono timorosi e agli indifferenti: il Signore chiama anche te ad essere parte del suo popolo e lo fa con grande rispetto e amore!

 

28,19 Tutti discepoli-missionari (EG 120)

 

In virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cf. Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni. La nuova evangelizzazione deve implicare un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati. Questa convinzione si trasforma in un appello diretto ad ogni cristiano, perché nessuno rinunci al proprio impegno di evangelizzazione, dal momento che, se uno ha realmente fatto esperienza dell’amore di Dio che lo salva, non ha bisogno di molto tempo di preparazione per andare ad annunciarlo, non può attendere che gli vengano impartite molte lezioni o lunghe istruzioni. Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che siamo sempre “discepoli-missionari”. Se non siamo convinti, guardiamo ai primi discepoli, che immediatamente dopo aver conosciuto lo sguardo di Gesù, andavano a proclamarlo pieni di gioia: “Abbiamo incontrato il Messia” (Gv 1,41). La samaritana, non appena terminato il suo dialogo con Gesù, divenne missionaria, e molti samaritani credettero in Gesù “per la parola della donna” (Gv 4,39). Anche san Paolo, a partire dal suo incontro con Gesù Cristo, “subito annunciava che Gesù è il figlio di Dio” (At 9,20). E noi che cosa aspettiamo?

 

28,20 L’amore ci accompagna sempre [7]

 

Il Salmo ci ha invitato a ringraziare il Signore perché “il suo amore è per sempre”. Ecco l’amore fedele, la fedeltà: è un amore che non delude, non viene mai meno. Gesù incarna questo amore, ne è il Testimone. Lui non si stanca mai di volerci bene, di sopportarci, di perdonarci, e così ci accompagna nel cammino della vita, secondo la promessa che fece ai discepoli: “Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Per amore si è fatto uomo, per amore è morto e risorto, e per amore è sempre al nostro fianco, nei momenti belli e in quelli difficili. Gesù ci ama sempre, sino alla fine, senza limiti e senza misura. E ci ama tutti, al punto che ognuno di noi può dire: “Ha dato la vita per me”. Per me! La fedeltà di Gesù non si arrende nemmeno davanti alla nostra infedeltà. Ce lo ricorda san Paolo: “Se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare sé stesso” (2 Tm 2,13). Gesù rimane fedele, anche quando abbiamo sbagliato, e ci aspetta per perdonarci: lui è il volto del Padre misericordioso. Ecco l’amore fedele.

 

 

NOTE

[1] Gesù Cristo rivelazione del Padre, in J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR Rizzoli, Milano 2014, 122-127; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV, Milano – Città del Vaticano 2014, 66-71.

[2] Angelus, 1° giugno 2014.

[3] Omelia, Riconciliarsi in Dio, con i colombiani e con il creato, Terreno Catama (Villavicencio) Colombia,

8 settembre 201.

[4] «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato», Omelia, messa crismale 2003, in J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013, 362-265.

[5] La speranza non rimarrà delusa, in J. M. Bergoglio, Perdono, (= Le parole di papa Francesco, 10), Corriere della Sera, Milano 2015, 5-14.

[6] Cf Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 9.

[7] Omelia, Torino Piazza Vittorio, 21 giugno 2015.


L'annuncio

 

si fa in uscita

 

Domenica di Pentecoste - Anno B

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

 

 

Atti 2,1-2 Il battesimo della chiesa [1]

 

La Pentecoste…

La festa della Pentecoste ci fa rivivere gli inizi della Chiesa. Il libro degli Atti degli Apostoli narra che, cinquanta giorni dopo la Pasqua, nella casa dove si trovavano i discepoli di Gesù, «venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso …e tutti furono colmati di Spirito Santo» (2,1-2). Da questa effusione i discepoli vengono completamente trasformati: alla paura subentra il coraggio, la chiusura cede il posto all’annuncio e ogni dubbio viene scacciato dalla fede piena d’amore. È il “battesimo” della Chiesa, che iniziava così il suo cammino nella storia, guidata dalla forza dello Spirito Santo.

 

… cambia il cuore e la vita degli Apostoli

Quell’evento, che cambia il cuore e la vita degli Apostoli e degli altri discepoli, si ripercuote subito al di fuori del Cenacolo. Infatti, quella porta tenuta chiusa per cinquanta giorni finalmente viene spalancata e la prima Comunità cristiana, non più ripiegata su sé stessa, inizia a parlare alle folle di diversa provenienza delle grandi cose che Dio ha fatto (cfr v. 11), cioè della Risurrezione di Gesù, che era stato crocifisso. E ognuno dei presenti sente parlare i discepoli nella propria lingua. Il dono dello Spirito ristabilisce l’armonia delle lingue che era andata perduta a Babele e prefigura la dimensione universale della missione degli Apostoli. La Chiesa non nasce isolata, nasce universale, una, cattolica, con una identità precisa ma aperta a tutti, non chiusa, un’identità che abbraccia il mondo intero, senza escludere nessuno. A nessuno la madre Chiesa chiude la porta in faccia, a nessuno! Neppure al più peccatore, a nessuno! E questo per la forza, per la grazia dello Spirito Santo. La madre Chiesa apre, spalanca le sue porte a tutti perché è madre.

 

…. dà inizio alla stagione della testimonianza e della fraternità…

Lo Spirito Santo effuso a Pentecoste nel cuore dei discepoli è l’inizio di una nuova stagione: la stagione della testimonianza e della fraternità. È una stagione che viene dall’alto, viene da Dio, come le fiamme di fuoco che si posarono sul capo di ogni discepolo. Era la fiamma dell’amore che brucia ogni asprezza; era la lingua del Vangelo che varca i confini posti dagli uomini e tocca i cuori della moltitudine, senza distinzione di lingua, razza o nazionalità.

 

… che continua anche oggi

Come quel giorno di Pentecoste, lo Spirito Santo è effuso continuamente anche oggi sulla Chiesa e su ciascuno di noi perché usciamo dalle nostre mediocrità e dalle nostre chiusure e comunichiamo al mondo intero l’amore misericordioso del Signore. Comunicare l’amore misericordioso del Signore: questa è la nostra missione! Anche a noi sono dati in dono la “lingua” del Vangelo e il “fuoco” dello Spirito Santo, perché mentre annunciamo Gesù risorto, vivo e presente in mezzo a noi, scaldiamo il nostro cuore e anche il cuore dei popoli avvicinandoli a Lui, via, verità e vita.

 

… affidati sempre presente con i discepoli

Ci affidiamo alla materna intercessione di Maria Santissima, che era presente come Madre in mezzo ai discepoli nel Cenacolo: è la madre della Chiesa, la madre di Gesù diventata madre della Chiesa. Ci affidiamo a Lei affinché lo Spirito Santo scenda in abbondanza sulla Chiesa del nostro tempo, riempia i cuori di tutti i fedeli e accenda in essi il fuoco del suo amore.

 

Gv 16,12-15 Lo Spirito apre la strada [2]

 

L’incapacità di comprendere

Al momento di passare da questo mondo al Padre, cioè in un clima di addio, Gesù esprime tutte queste raccomandazioni che amiamo tanto gustare e ripetere e che, in qualche modo, trasferiamo in questo periodo post-pasquale, compreso tra Pasqua e la Pentecoste.

E nel brano di oggi Gesù comincia con una considerazione: «Ho molte cose da dirvi, ma adesso non potete comprendere».

I discepoli avevano trascorso con Gesù i giorni successivi alla Pasqua, ma non comprendevano ancora. Nel momento stesso dell’Ascensione gli chiedono se intenda stabilire il suo Regno qui e il Signore rimprovera la loro incredulità. Qualcosa impedisce la comprensione. Il Signore però dice: «Riceverete la forza dallo Spirito Santo». Lo Spirito insegnerà tutto ciò che, per quanto Gesù lo dica ora, i discepoli non possono capire.

 

Lo Spirito apre la strada verso il mistero…

E questa espressione colpisce: «Lo Spirito della verità vi guiderà a tutta la verità». Lo Spirito ci introduce dunque alla verità, ci apre la strada. Aprire la strada è una peculiarità dello Spirito, e la prima strada che ci apre è quella verso il mistero. Lo spirito di Gesù ci introduce nel mistero e ci conduce verso la sapienza della conoscenza che distrugge qualunque pretesa gnostica nella Chiesa.

Lo Spirito ci accompagna verso il mistero affinché il suo popolo, la sua Chiesa, sia una Chiesa che adora, che prega di fronte al mistero di Dio. Ci apre la strada verso il mistero di Dio.

 

… verso la dispersione evangelizzatrice

D’altra parte, lo stesso Spirito in qualche modo determinerà la dispersione di questo piccolo gruppo. O attraverso la feroce persecuzione a Gerusalemme, oppure tramite ispirazioni: Filippo che percorre la strada da Gerusalemme a Gaza perché di là passerà un funzionario della regina d’Etiopia a cui dovrà essere annunciato il Vangelo e amministrato il battesimo, o Pietro che si reca da Cornelio, Paolo che va in Macedonia, ancora Paolo trova i semi del Verbo nel tempio di Atene, o lo stesso Paolo ha il coraggio di affrontare Pietro che cade nella tentazione del rispetto umano.

Lo stesso Spirito che ispira tutto questo in questa Chiesa che si estende, sollecita ancora di più: «manda Sila e Timoteo», «non andare in Bitinia»; proietta cioè verso le periferie, non solo le periferie geografiche, non solo le periferie del mondo conosciuto della cultura, ma le periferie esistenziali. Lo Spirito che ci guida ci conduce anche lungo la strada verso ogni periferia umana: quella del non conoscere Dio da parte di molte persone, quella dell’ingiustizia, del dolore, della solitudine, della mancanza di senso della vita, tante periferie esistenziali che dobbiamo evangelizzare, ma è lo Spirito che ci deve portare là. Dunque questo stesso Spirito da un lato ci introduce nel mistero di Dio affinché la sua Chiesa adori e preghi e d’altra parte ci disperde verso ogni periferia esistenziale, perché la sua Chiesa sia evangelizzatrice.

 

È il creatore della diversità della Chiesa…

Questo Spirito è il creatore della diversità della Chiesa e semina carismi: a uno dà un dono, a uno un altro, e rende la comunità il più possibile varia e, mentre semina la diversità, realizza l’unità nell’armonia, perché Egli è l’armonia. Gesù ci promette questo, ci affida questo, questo Spirito. Uno spirito che ci libera dall’atteggiamento di sufficienza per la nostra conoscenza che ci porta alla gnosi. Uno spirito che, spingendoci all’evangelizzazione, ci libera dalla tentazione di chiuderci in una Chiesa autoreferenziale, come la donna curva del Vangelo che non fa altro che guardare se stessa, e di là il popolo di Dio.

 

… e porta vivere tra due trascendenze

E la nostra vita di discepoli e di battezzati si muove in questa tensione tra queste due trascendenze, il mistero di Dio e le periferie umane. Così camminiamo nella Chiesa; tutti, tutti siamo discepoli per il battesimo. Da questo popolo di Dio, il Signore prende alcuni, li separa ma non li esclude, affinché siano pastori, distinti ma non esclusi, inseriti nel popolo, e lo spirito promuove questo dialogo così bello tra il popolo e il suo pastore. Oggi siamo qui, tutti noi battezzati; alcuni separati, ma non esclusi da questo stesso popolo per essere pastori, insieme con Maria, la madre del Signore, chiedendo di ricevere forza dallo Spirito. Non vogliamo infatti essere una Chiesa autoreferenziale, ma missionaria, non vogliamo essere una Chiesa gnostica, ma che adora e prega. Noi popolo e pastori che costituiscono questo santo popolo fedele di Dio che ha l’infallibilità nella fede, insieme con il Papa, noi popolo e pastori parliamo in base a ciò che lo Spirito ci ispira, e preghiamo insieme e costruiamo la Chiesa insieme, o meglio siamo strumenti dello Spirito che la costruisce.

Chiedo al Signore Gesù che, vedendoci qui riuniti insieme con Maria, la madre del Signore, ci mandi questo Spirito che ci apra la strada verso il mistero e verso la dispersione evangelizzatrice e che promuova in noi questo bel dialogo tra il popolo e il suo pastore.

 

16,12-13 È necessario attendere lo Spirito (EG 225)

 

Questo criterio [il tempo è superiore allo spazio] è molto appropriato anche per l’evangelizzazione, che richiede di tener presente l’orizzonte, di adottare i processi possibili e la strada lunga. Il Signore stesso nella sua vita terrena fece intendere molte volte ai suoi discepoli che vi erano cose che non potevano ancora comprendere e che era necessario attendere lo Spirito Santo (cfr Gv 16,12-13). La parabola del grano e della zizzania (cfr Mt 13,24-30) descrive un aspetto importante dell’evangelizzazione, che consiste nel mostrare come il nemico può occupare lo spazio del Regno e causare danno con la zizzania, ma è vinto dalla bontà del grano che si manifesta con il tempo.

 

16,12 La speranza che dona lo Spirito [3]

 

Gli apostoli non capivano…

Povero Gesù! Voleva insegnare ai discepoli, che però avevano un limite, non capivano! Fino al giorno stesso dell’Ascensione gli domandano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Non capivano. Capivano un po’ così... Come i discepoli di Emmaus, ricordate? Erano in cammino, avevano lasciato il trambusto del mattino della Risurrezione e Gesù dice: Questi sono duri di comprendonio! Non capiscono! Ho spiegato loro le Scritture, ma non hanno ancora capito. E il giorno in cui Gesù ascende al cielo, il Vangelo dice che li rimprovera per la loro incredulità. Vedono, toccano e non capiscono.

 

… allora Gesù promette lo Spirito

Gesù dice: «Per quanto io vi parli, ora non potete comprendere. Ho molte cose da dirvi, ma non riuscite ancora a capire». E Gesù esprime questa bella promessa: «Lo Spirito della verità vi guiderà a tutta la verità». Questa è la prima tra le tante opere che lo Spirito compie in noi: ci conduce all’interno del mistero di Dio. Ci introduce nel mistero di Dio. Nessuno di noi può neppure pronunciare il nome di Gesù con fede, se non ci guida lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo ci conduce al mistero di Dio, all’amore di Dio. Ci fa sentire nel nostro intimo che siamo salvati. Qualunque cosa accada, siamo salvati. E questa è una grazia dello Spirito. Nella speranza, siamo salvati.

 

… e ci fa sentire che nella speranza siamo salvati

Abbiamo appena sentito che la speranza non delude. Ovviamente, dobbiamo però continuare a camminare in mezzo a mille problemi quotidiani: problemi familiari, problemi di lavoro, problemi qui, problemi là... Dobbiamo continuare a camminare, e questo è l’aspetto più pericoloso, in mezzo alle seduzioni del diavolo, che ci dice sempre: «Scegli la via più comoda». Invece di percorrere la strada, ci presenta la scorciatoia, il percorso. Ci seduce, vuole portarci via la speranza, quella che non delude. Se permettete, sapete che cosa fa il demonio? Ci accarezza la schiena. Ci dice: «No, per di qua. Non farci caso, vieni qui, vali molto, vieni qui, raccogli un po’ di denaro...». E il denaro, naturalmente, porta la vanità, e la vanità porta l’orgoglio. E poi, per quella via, lui là è il re. Ci accarezza la schiena perché non nutriamo la speranza.

 

La speranza che dona lo Spirito

E qual è la speranza che ci dona lo Spirito, questo Spirito che ci introduce nel mistero di Dio? Vedete, quando una persona si trova in mezzo a un fiume in una canoa, vuole avvicinarsi alla riva ed è molto vicino, getta l’ancora, e l’ancora affonda nel fango della riva, ma è ben fissata, e tirando la corda la canoa si avvicina. La speranza è così! È l’ancora che abbiamo già. Nella speranza siamo salvati! Il problema è che non lasciamo andare la corda... La corda che ci lega là, a questo mistero di Dio. Nella speranza siamo salvati! Nella speranza troveremo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Nella speranza godremo le cose di Dio...

 

… è l’ancora da portare oggi nella città, nelle case …

Ora però dobbiamo portare in città, nelle nostre case, nel nostro quartiere, al lavoro, a tutti la certezza di questa salvezza. Con la nostra vita e con le parole, dobbiamo dire a coloro che sono vicini a noi che sono salvati: «Non disperare, sei salvato! Credi nel Signore Gesù! Credi che è venuto a salvarti! Lasciati guidare dallo Spirito nel mistero di Dio!».

Oggi vi chiedo questo: mossi dallo Spirito Santo, guidate tutti coloro che sono vicino a voi nel mistero di Dio. Fateli entrare nel mistero di Dio. Non voi, lo Spirito Santo. Ma voi, fratelli, siate il tramite dello Spirito Santo, affinché questa società, tutti coloro i quali hanno ricevuto il santo battesimo, chi ha il sigillo dello Spirito, l’unzione dello Spirito, riconosca che la strada porta al mistero di Dio. Litigando non otteniamo nulla. Operiamo secondo lo stile dello Spirito Santo.

 

…con dolcezza

E in che modo lo Spirito Santo ci introduce nel mistero di Dio? A spintoni? No, con dolcezza, con mansuetudine. L’unzione dello Spirito Santo è carità, dolcezza, mitezza, amore. Oggi vi chiedo questo: con dolcezza, mitezza, amore, conduciamo i nostri fratelli, affinché lo Spirito Santo li faccia entrare nel mistero di Dio.

Questa città ora ha bisogno di questo. Il nostro Paese oggi ha bisogno di questo, ne ha bisogno il mondo di fronte a tante proposte che oggi vanno di moda: «Tutto va bene», «Fa’ quello che vuoi...».

Lo Spirito Santo, sempre con la sua mitezza, con la sua unzione, ci introduce nello Spirito di Dio. E noi, sentendo nel nostro intimo il mistero della salvezza, afferriamo la corda dell’ancora che è la speranza e nella quale siamo salvati.

Seminate speranza nella città. Vi chiedo questo, seminate speranza nella città. Siate canali, strumenti, affinché lo Spirito Santo introduca ogni uomo, ogni donna, ogni bambino, ogni bambina nel mistero di Dio. La nostra città ne ha bisogno. Ne hanno bisogno i nostri quartieri. Ne hanno bisogno le nostre famiglie. Ne hanno bisogno i nostri ambienti di lavoro. Tutti ne abbiamo bisogno. Bene, questo è il compito per casa, il compito per quest’unno.

 

… sempre, con coraggio

Avrete il coraggio di svolgerli? Ricordate la corda: afferrate la corda della speranza. Ricordate la mitezza e la bontà, l’unzione dello Spirito Santo... Non insultate nessuno. Nel mondo di oggi insultare è di moda. Non insultate nessuno. Rendete bene per male. Non dimenticate la mitezza e, poi, la corda, e lasciate spazio affinché lo Spirito Santo introduca ognuno di noi, e tutti coloro che sono vicini, nel mistero di Dio. E, naturalmente, una volta che ci introduce, ci stimola a uscire. Ci spinge a proclamare la sua Parola. Lo Spirito Santo scenda oggi su di noi come una nuova Pentecoste e ci dia la fede per aggrapparci alla corda, l’amore della mitezza e la bontà e la speranza per aprire strade affinché Egli possa agire e introdurre tutto il santo popolo fedele di Dio nel mistero di Dio.

 

NOTE

[1] Angelus, 24 maggio 2015.

[2] «Lo Spirito della verità vi guiderà a tutta la verità», Omelia, Celebrazione eucaristica ad Aparecida, 16 maggio 2007, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 548-550.

 

[3] Nella speranza, siamo salvati, Omelia, Messa con i membri del Rinnovamento nello Spirito Santo, 2 giugno 2007, in J.M.BERGOGLIO -PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 551-553.


20 maggio 2018

Pentecoste

di ENZO BIANCHI

 

Gv  15,26-27; 16,12-15

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:«26Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; 27e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. 12Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 14Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 15Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.»

 

Il lezionario della chiesa universale prevede per la solennità della Pentecoste il vangelo giovanneo che narra l’apparizione di Gesù risorto ai discepoli la sera del primo giorno della settimana, quando egli soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito santo” (cf. Gv 20,19-23). Il lezionario della chiesa italiana prevede invece, a seconda dell’annata, altri due brani tratti dal quarto vangelo, che in verità sono costruzioni un po’ artificiali, in quanto costituiti da versetti appartenenti a contesti diversi. In questa annata B il testo è composto da due versetti in cui Gesù promette ai discepoli lo Spirito santo (cf. Gv 15,26-27) e da altri quattro nei quali egli specifica l’azione dello stesso Spirito nei giorni della chiesa (cf. Gv 16,12-15). Anche se non è un’operazione facile commentare versetti non consecutivi, tentiamo comunque di farlo, con spirito d’obbedienza.

 

Gesù è ancora a tavola con i suoi discepoli dopo la lavanda dei piedi (cf. Gv 13,1-20) e pronuncia parole di addio, perché è “venuta l’ora di passare da questo mondo al Padre” (Gv 13,1). Sono parole che la chiesa giovannea ha custodito, meditato, interpretato e finalmente messo per iscritto, con un linguaggio e uno stile diversi da quelli delle parole uscite dalla bocca di Gesù. Potremmo dire che il discepolo amato e la sua chiesa hanno fatto “risorgere” le parole di Gesù e qui nel vangelo le ritroviamo nella loro verità, ma pronunciate dal Risorto glorioso, il Kýrios, e indirizzate ai discepoli radunati nelle chiese di ogni tempo.

 

Sappiamo dai vangeli sinottici che Gesù aveva parlato dello Spirito santo, disceso su di lui nel battesimo (cf. Mc 1,10 e par.), e lo aveva promesso come dono ai discepoli, in particolare per l’ora della persecuzione (cf. Mc 13,11 e par.), quando lo Spirito sarà la loro autentica difesa, “parlando in loro” e “insegnando loro ciò che occorre dire”. Ed ecco la stessa promessa nel vangelo secondo Giovanni (cf. Gv 14,26-27): quando verrà il Parákletos – il chiamato accanto come avvocato difensore, soccorritore e consolatore, lo Spirito di verità che Gesù, salito al Padre, invierà –, allora lo Spirito darà testimonianza a Gesù, e così faranno i discepoli stessi, hanno condiviso la vita con lui fin dall’inizio della sua missione, fin dal battesimo ricevuto da Giovanni. Ma anche i discepoli futuri di Gesù non potranno essere tali e dare testimonianza a lui se non accolgono il Vangelo dal suo inizio, cioè quella buona notizia di un Gesù uomo nato da donna, vissuto come “carne fragile”, crocifisso e risorto da morte: un Gesù che è stato sárx, carne, umanità, e che ora è vivente in Dio nella gloria, quale suo Figlio per sempre.

 

L’alito di Dio, la ruach che figurativamente indica la vita di Dio che procede dall’intimo del suo essere; l’alito di Dio che è la forza creatrice con cui egli ha creato il cosmo (cf. Gen 1,2); quel soffio che è sceso in una donna per permettere alla Parola di diventare “carne” (cf. Gv 1,14), Gesù quale Signore vivente lo soffierà sui discepoli dopo la sua resurrezione. La vita stessa di Dio che è la vita di Gesù risorto, sarà vita anche nei discepoli e li abiliterà a essere suoi testimoni. Avverrà così una sinergia tra la testimonianza dello Spirito e quella del discepolo riguardo a Cristo: anche quando gli uomini sentiranno estranei i cristiani, anche nelle persecuzioni e nelle ostilità subite da parte del mondo, nella potenza dello Spirito i cristiani continueranno a rendere testimonianza a Gesù. Questa è la funzione decisiva dello Spirito santo che, come fu “compagno inseparabile di Gesù” (Basilio di Cesarea), dopo che Gesù lo ha inviato dalla sua gloria presso il Padre, è il “compagno inseparabile” di ogni cristiano. La parola del discepolo di Gesù sarà voce dello Spirito santo (cf. Gv 3,8), sarà parola profetica rivolta al mondo come testimonianza piena di forza, pur nella debolezza e nella fragilità della condizione dei discepoli.

 

Riguardo a questo soffio divino Gesù dice ancora qualche parola (cf. Gv 16,12-15). Egli è consapevole di aver narrato, spiegato (exeghésato: Gv 1,18) Dio ai discepoli per alcuni anni con il suo comportamento e le sue parole, soprattutto amando i suoi fino alla fine (cf. Gv 13,1), ma sa anche che avrebbe potuto dire molte cose in più. Gesù sa che c’è una progressiva iniziazione alla conoscenza di Dio, una crescita di questa stessa conoscenza, che non può essere data una volta per tutte. Il discepolo impara a conoscere il Signore ogni giorno della sua vita, “di inizio in inizio, per inizi che non hanno mai fine” (Gregorio di Nissa). La vita del discepolo deve essere vissuta per una comprensione sempre più grande, e tutto ciò che una persona vive (incontri, realtà, ecc.), attraverso l’energia dello Spirito santo apre una via, approfondisce la conoscenza, rivela un senso.

 

Ognuno di noi lo sperimenta: più andiamo avanti nella vita personale e nella risposta alla chiamata del Signore nella storia, più lo conosciamo! Il Vangelo è sempre lo stesso, “Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre” (Eb 13,8), non cambia, ma noi lo conosciamo meglio proprio vivendo la nostra storia e la storia del mondo. D’altronde, proprio il vangelo secondo Giovanni testimonia che i discepoli comprendono alcuni gesti di Gesù soltanto più tardi, dopo la sua morte e la sua resurrezione: erano restati incapaci di interpretarli nel loro accadere (cf. Gv 2,22; 12,16), ma nella luce della fede nel Risorto si era aperta per loro la possibilità della comprensione.

Per questo Gesù confessa di non aver detto tutto: ha detto l’essenziale riguardo a Dio, quello che basta alla salvezza, ma la conoscenza è infinita. Ora Gesù è nel Regno con il Padre, ma lo Spirito santo che egli invia ai discepoli ricorda loro le sue parole (cf. Gv 14,26), le approfondisce, rende comprensibile ciò che essi non hanno compreso su di lui in precedenza. E nuovi eventi e realtà della storia sono illuminati e compresi proprio grazie alla presenza dello Spirito santo, che fa conoscere non una nuova rivelazione, non necessaria dopo Gesù, ma rischiara e approfondisce il mistero di Dio e del Figlio suo inviato nel mondo, morto e risorto. Si faccia però attenzione:

a Cristo non succede lo Spirito santo,

all’età del Figlio non succede quella dello Spirito,

perché lo Spirito che procede dal Padre è anche lo Spirito del Figlio (questo significa l’affermazione: “Tutto quello che il Padre possiede è mio”), inviato da lui e suo compagno inseparabile.

 

Dove c’è Cristo c’è lo Spirito e dove c’è lo Spirito c’è Cristo! E la parola di Dio è sempre la stessa: in Mosè, nei profeti e nei salmi (cf. Lc 24,44) c’è una stessa parola di Dio, uscita dalla sua bocca insieme al suo soffio e diventata “carne” in Gesù.

 

 

Leggendo la Pentecoste alla luce di queste parole di Gesù del quarto vangelo, oggi confessiamo che l’alito, il soffio di vita di Dio è il soffio di Cristo, è lo Spirito santo ed è il nostro soffio di cristiani: un soffio che scende su di noi e in noi costantemente e che, soprattutto nell’eucaristia, ci rinnova, donandoci la remissione di tutti i nostri peccati, abilitandoci all’evangelizzazione, che è sempre testimonianza resa a Gesù Cristo (cf. Lc 24,48; At 1,8), e rafforzandoci nelle persecuzioni e nelle prove.


La Madonna nei secoli

                                             

 Maria donna del popolo 

 

Don Tonino Bello 

 

«Sì, il Signore se l'è scelta proprio di là. Oggi diremmo: dai rioni popolari, grevi di sudori e impregnati di stabbio. Dai quartieri bassi, dove i tuguri dei poveri, se rimangono ancora in piedi, è perché si appoggiano a vicenda. (...)

Il Signore, Maria, l'ha scoperta lì. Nell'intreccio dei vicoli, profumati di minestre meridiane e allietati dal grido dei fruttivendoli. Tra le fanciulle che, dai pianerottoli colmi di gerani, parlavano d'amore. (...)

L'ha scoperta lì, in mezzo alla gente comune, e se l'è fatta sua. Maria non aveva particolari ascendenze dinastiche. L'araldica della sua famiglia non vantava stemmi nobiliari come Giuseppe. (...)

Lei, invece, era una donna del popolo. Ne aveva assorbito la cultura e il linguaggio, i ritornelli delle canzoni e la segretezza del pianto, il costume del silenzio e le stigmate della povertà. Prima di diventare madre, Maria era, dunque, figlia del popolo. (...) Santa Maria, donna del popolo, grazie perché hai convissuto con la gente, prima e dopo l'annuncio dell'angelo, e non hai preteso da Gabriele una scorta permanente di cherubini, che facesse la guardia d'onore sull'uscio di casa tua. (...)

Santa Maria, donna del popolo, oggi più che mai abbiamo bisogno di te. Viviamo tempi difficili, in cui allo spirito comunitario si sovrappone la sindrome della setta. Agli ideali di più vaste solidarietà si sostituisce l'istinto della fazione. (...)

 

Santa Maria, donna del popolo, insegnaci a condividere con la gente le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce che contrassegnano il cammino della nostra civiltà. Donaci il gusto di stare in mezzo, come te nel cenacolo. Liberaci dall'autosufficienza. E snidaci dalle tane dell'isolamento».


 

 

Il comandamento nuovo

 

 

 

6 maggio 2018

VI domenica di Pasqua

di ENZO BIANCHI

 

Gv  15,9-17

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:« 9Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. 12Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. 13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. 14Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi. 16Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.»

 

Nei “discorsi di addio” (cf. Gv 13,31-16,33), attraverso i quali Giovanni ci svela le parole del Signore risorto alla sua comunità, per due volte viene annunciato il “comandamento nuovo”, cioè ultimo e definitivo: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri (Gv 13,34); “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15,12, all’interno del brano di questa domenica).

 

Sono parole certamente consegnate ai discepoli, ai discepoli di Gesù che in ogni tempo lo seguono, ma questo comandamento non è limitante, non è riduttivo delle parole sull’amore comandato da Gesù addirittura verso i nemici e i persecutori (cf. Mt 5,44; Lc 6,27-28.35). L’amore è sempre amore di chi dà la vita per i propri amici, è sempre amore che ha avuto la sua epifania sulla croce, dunque amore di Dio per il mondo, per tutta l’umanità (cf. Gv 3,16). Questo amore è innanzitutto ciò che Dio è, perché “Dio è amore” (1Gv 4,8.16); è ciò che è vita del Padre e del Figlio nella comunione dello Spirito santo; è amore che Gesù di Nazaret ha vissuto fino alla fine, fino all’estremo (eis télos: Gv 13,1). L’amore, dunque, ha origine in Dio e da Dio discende, creando una relazione dinamica nella quale ogni persona è chiamata ad accogliere il dono dell’amore, a lasciarsi amare per poter diventare soggetto di amore.

 

Per noi l’abisso di amore estatico che è Dio stesso è incommensurabile, e riusciamo solo a leggerlo guardando alla vita e alla morte di Gesù, che avendo spiegato Dio (exeghésato: Gv 1,18), ci ha narrato il suo amore. Con tutta l’autorevolezza di chi ha vissuto l’amore fino all’estremo, Gesù ha potuto dire: “Come il Padre ha amato me, così anche io ho amato voi”. Ancora una volta queste parole di Gesù ci dovrebbero scandalizzare, perché appaiono come una pretesa: Gesù pretende di aver amato i suoi discepoli come Dio sa amare e di questo amore di Dio dice di avere conoscenza, di averne fatto esperienza.

 

Come può un uomo dire questo? Eppure il Kýrios risorto lo afferma e lo dice a noi che lo ascoltiamo. In questi nove versetti per nove volte risuona la parola “amore/amare” e per tre volte la parola “amici”: questo amore discende da Dio Padre sul Figlio, dal Figlio sui discepoli suoi amici e dai discepoli sugli altri uomini e donne. È un amore che si incarna e si dilata per poter raggiungere tutti. È quasi impossibile seguire adeguatamente il discorso di Gesù; possiamo però almeno segnalare che in lui l’amore di Dio è diventato amore dei discepoli, i quali possono rispondere a questo amore discendente, donato a loro gratuitamente, dimorando in tale amore, ossia restando saldi nel realizzare la volontà di Gesù, ciò che egli ha comandato.

 

E questa volontà consiste, in estrema sintesi, nell’amare l’altro, ogni altro. Riusciamo a capire cosa Gesù ci chiede nel farci dono del suo amore? Non ci chiede innanzitutto che amiamo lui, che ricambiamo il suo amore, amandolo a nostra volta. No, la risposta al suo amore è l’amare gli altri come lui ci ha amati e li ha amati. La restituzione dell’amore, il contro-dono, che è la legge dell’amore umano, deve essere amore rivolto verso gli altri. Allora questo amore fraterno è compiere la volontà di Dio, dunque amarlo in modo vero, come Dio desidera essere amato. Gesù ha risposto all’amore del Padre amando noi, e noi rispondiamo all’amore di Gesù amando l’altro, gli altri. Per questo tutta la Legge, tutti i comandamenti sono ridotti a uno solo, l’ultimo e il definitivo, che relativizza tutti gli altri: l’amore del prossimo. Lo ha detto Gesù: “Dai comandamenti dell’amore di Dio e del prossimo”, cioè dell’amore dell’altro vissuto come Dio vuole e come Gesù ha testimoniato, “dipendono tutta la Legge e i Profeti” (cf. Mt 22,40). E Paolo lo ha ulteriormente ribadito: “Tutta la Legge nella sua pienezza è riassunta nell’unica parola: ‘Amerai!’” (cf. Gal 5,14; cf. anche Rm 13,8-10).

 

Gesù ci consegna dunque un criterio oggettivo per valutare il nostro rapporto di discepoli con lui e con il Padre: l’amore fattivo, concreto verso gli altri. Solo mettendoci a servizio degli altri, solo facendo il bene agli altri, solo spendendo la vita per gli altri, noi possiamo sapere di dimorare, di restare nell’amore di Gesù, come egli sa di restare nell’amore del Padre. Senza questo amore fattivo non c’è possibilità di una relazione con Gesù e neppure con il Padre, ma c’è solo l’illusione religiosa di una relazione immaginaria e falsa con un idolo da noi forgiato e quindi amato e venerato.

 

In questa pagina del quarto vangelo Gesù ha anche l’audacia di reinterpretare il rapporto tra Dio e il credente tracciato da tutte le Scritture prima di lui. Il credente è certamente un servo (termine che indica un rapporto di sottomissione e di obbedienza) del Signore, ma Gesù dice ai suoi che ormai non sono più servi, bensì sono da lui resi amici: “Non vi chiamo più servi … ma vi ho chiamati amici (phíloi), perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi”. Intimità più profonda di quell’amicizia di Abramo (cf. Gc 2,23) o di Mosè (cf. Es 33,11) con Dio; intimità che è comunione di vita, comunione di amore.

 

Il discepolo di Gesù, che fa innanzitutto l’esperienza di essere amato dal Signore, può diventare a sua volta un amante del Signore: non è semplicemente qualcuno chiamato a essere servo per svolgere un’azione, ma è un amico che entra in relazione con il Signore. Egli riconosce che non vi è amore più grande che dare la vita per gli amici, e in tale amore concreto è reso partecipe della parola, dell’intimità, della rivelazione del Signore. Il discepolo di Gesù è stato da lui scelto, l’amore di Cristo lo ha preceduto e il frutto che Cristo attende è l’amore per gli altri. Questo sarà anche l’unico segno di riconoscimento del discepolo cristiano nel mondo (cf. Gv 13,35): null’altro, anzi il resto offusca l’identità del cristiano e non permette di vederla.

 

Che cosa dunque fare come discepoli di Gesù? Credere all’amore (cf. 1Gv 4,16), amare gli altri perché Dio ci ha amati per primo (cf. 1Gv 4,19) e non cedere mai alla tentazione di pensare che ci basti nutrire un amore di desiderio o di attesa per Dio: no, lo amiamo se realizziamo il comandamento nuovo dell’amore reciproco, a immagine di quello vissuto da Gesù. L’amore presente nel desiderio di Dio può essere una grande illusione, e Giovanni lo ribadisce con forza: “Se uno dice: ‘Io amo Dio’ e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1Gv 4,20).

 

Ecco, noi cristiani, comunità del Signore nel mondo e tra gli uomini, dobbiamo avere la consapevolezza di essere originati dalla carità, dall’amore di Dio. Ecclesia ex caritate: la chiesa nasce dalla carità di Dio e solo se dimora in tale carità può anche essere chiesa che opera la carità, sapendo che l’amore non può mai essere disgiunto dall’obbedienza al Signore. Infatti è il “comandamento”che sa indirizzare plasmare il nostro amore in conformità all’amore di Cristo, che ci spinge addirittura ad amare il non amabile, a operare la carità verso il nemico o verso chi ha commesso il male nei nostri confronti.

 

 

In questo dono da parte di Gesù del comandamento nuovo, del suo comandamento per eccellenza, c’è la costituzione della sua comunità, della chiesa. Questa deve essere una casa dell’amicizia, un’esperienza di amicizia; i cristiani restano certamente servi del Signore, nell’obbedienza, ma sono amici del Signore nella condivisione della sua vita più intima, nella conoscenza di ciò che il Padre comunica al Figlio e di ciò che il Figlio dice al Padre in quella comunione di vita e di amore che è lo Spirito santo. Sì, il comandamento nuovo non ci viene dato come una legge ma come un dono che ci fa partecipare alla vita di Dio stesso. C’è qui il grande mistero cristiano della grazia, dell’amore gratuito e preveniente, dell’amore che non si deve mai meritare ma che va solo accolto con stupore e riconoscenza. Si legge in un detto apocrifo attribuito a Gesù: “Hai visto il tuo fratello? Hai visto Dio!”. Parole che possono anche essere comprese come segue: “Hai amato il tuo fratello? Hai amato Dio!”.

Rimanete

 

nel mio amore

 

Domenica VI di Pasqua B

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

heartforgod2

 

15,9-11 Meno parole, più fatti [1]

 

Rimanere nell’amore

Il Signore ci chiede di rimanere nel suo amore, cioè rimanere nell’amore che lui ha (Gv 15,9-11). Qual è quell’amore?. È l’amore del Padre e Gesù stesso ci assicura: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi». È, dunque, la pienezza dell’amore: rimanere nell’amore di Gesù.

 

Come discernere il vero amore?

Questa realtà del vero amore bisogna capirla bene. Dunque, come è l’amore di Gesù? Come so che io che sento il vero amore?. Due criteri ci aiuteranno a distinguere il vero dal non vero amore. Il primo criterio è che l’amore si deve porre più nei fatti che nelle parole. E il secondo criterio consiste nel fatto che è proprio dell’amore comunicare: l’amore si comunica. Solo con questi due criteri possiamo trovare il vero amore di Gesù nei fatti, ma nei fatti concreti.

 

 

 

L’amore è nei fatti, non nella parole

La concretezza è dunque fondamentale: Noi possiamo guardare una telenovela, un amore di telenovela: è una fantasia. Sì, sono storie, ma non ci coinvolgono. Ci fanno battere un po’ il cuore, ma niente di più. Da parte sua, invece, Gesù ammoniva i suoi: «Non quelli che dicono: “Signore! Signore!” entreranno nel regno dei cieli, ma quelli che hanno fatto la volontà del Padre mio, che hanno osservato i miei comandamenti. Se osservate i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore».

Queste parole ci riportano alla concretezza dell’amore di Gesù. Esso è concreto, è nei fatti, non nelle parole. E così quando quel giovane dottore della legge è venuto da Gesù e gli ha chiesto: “Dimmi, Signore, qual è il più grande comandamento della legge?”, Gesù ha detto la legge com’era: “Amerai il tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima e il prossimo come te stesso”. A quel punto, quel giovane si è sentito un po’ imbarazzato e non sapeva come uscire da quella piccola vergogna. E per uscire ha fatto la domanda: chi è il prossimo? Per spiegarglielo Gesù ha raccontato la parabola del buon samaritano. E alla fine ha proposto a quel giovane: «Va’ e fai lo stesso».

 

… a volte è anche doloroso

Con questa esortazione Gesù mostra che il vero amore è concreto, è nelle opere, è un amore costante; non è un semplice entusiasmo. Ma tante volte è anche un amore doloroso: pensiamo all’amore di Gesù portando la croce. In ogni caso, le opere dell’amore sono quelle che Gesù ci insegna nel brano del capitolo 25 di san Matteo. Le parole sono chiare e concrete, come a dire: «chi ama fa questo». È un po’ il protocollo del giudizio: ero affamato, mi hai dato da mangiare, eccetera....

 

15,9-11 Il lavoro di Gesù [2]

 

Il lavoro di Dio con noi

«O Dio, che per la tua grazia da peccatori ci fai giusti e da infelici ci rendi beati, custodisci in noi il tuo dono», cioè lo Spirito Santo. In questa preghiera fatta all’inizio abbiamo ricordato al Signore qual è stato il suo lavoro con noi: “Da peccatori ci fai giusti e da infelici ci rendi beati”. Sì, è proprio questo il lavoro che ha fatto Gesù e noi oggi lo ricordiamo con gratitudine. Ma, in più, gli chiediamo anche di custodire il suo dono, il regalo che ci ha dato: lo Spirito Santo. Tanto che non diciamo “custodisci noi”, ma “custodisci il tuo dono”.

 

Tre parole chiave

È una questione importante perché Gesù, nel discorso di congedo, negli ultimi giorni prima di andarsene in cielo, ha parlato di tante cose, ma sempre intorno allo stesso punto, rappresentato da tre parole chiave: pace, amore e gioia.

 

1. Pace

Sulla prima abbiamo riflettuto già nella messa dell’altro ieri, convenendo che il Signore non ci dà una pace come la dà il mondo, ci dà un’altra pace: una pace per sempre!

 

2. Amore

Riguardo alla seconda parola chiave, amore, aveva detto tante volte che il comandamento è amare Dio e amare il prossimo. E ne aveva parlato anche in diverse occasioni quando insegnava “come si ama Dio”, senza gli idoli. E anche “come si ama il prossimo”. In sostanza Gesù racchiude tutto questo discorso nel “protocollo” al capitolo 25 del Vangelo di Matteo, sul quale noi tutti saremo giudicati. Lì il Signore spiega come si ama il prossimo.

 

Rimanere nell’amore

Però nel passo evangelico proposto dalla liturgia di oggi (Gv 15,9-11), Gesù dice una cosa nuova sull’amore: non solo amate, ma “rimanete nel mio amore”. Infatti la vocazione cristiana è rimanere nell’amore di Dio, cioè respirare e vivere di quell’ossigeno, vivere di quell’aria. Dunque dobbiamo “rimanere nell’amore di Dio”. E con questa affermazione il Signore chiude la profondità del suo discorso sull’amore. E va avanti.

Ma com’è questo amore di Dio? Ecco le parole di Gesù: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi». Perciò, è un amore che viene dal Padre. E il rapporto di amore tra Lui e il Padre diventa rapporto di amore fra Lui e noi. Così, a noi chiede di rimanere in questo amore che viene dal Padre. Poi l’apostolo Giovanni andrà avanti e ci dirà anche come dobbiamo dare questo amore agli altri, ma la prima cosa è “rimanere nell’amore”. E questa è, dunque, anche la seconda parola che ci lascia Gesù.

 

Come rimanere nell’amore

E come si rimane nell’amore? «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore». Ecco: “custodire i comandamenti” è il segno che noi rimaniamo nell’amore di Gesù. È una cosa bella questa: io seguo i comandamenti nella mia vita!. Bella a tal punto che quando non rimaniamo nell’amore sono i comandamenti che vengono, da soli, dall’amore». E l’amore ci porta a compiere i comandamenti, così naturalmente perché la radice dell’amore fiorisce nei comandamenti e i comandamenti sono il filo conduttore che lega, in questo amore che viene, la catena che unisce il Padre, Gesù e noi.

 

3. Gioia

La terza parola è “gioia”: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena». La gioia è il segno del cristiano: un cristiano senza gioia o non è cristiano o è ammalato, la sua salute cristiana «non va bene». E, ha aggiunto, «una volta ho detto che ci sono cristiani con la faccia da peperoncino in aceto: sempre con la faccia rossa e anche l’anima è così. E questo è brutto!. Questi non sono cristiani!, perché un cristiano senza gioia non è cristiano.

Per il cristiano, infatti, la gioia è presente anche nel dolore, nelle tribolazioni, pure nelle persecuzioni. Guardiamo alle martiri dei primi secoli - come le sante Felicita, Perpetua e Agnese - che andavano al martirio come se andassero alle nozze. Ecco, allora, la grande gioia cristiana che è anche quella che custodisce la pace e custodisce l’amore.

 

Comprendere il vero significato di queste parole

Tre parole chiave, dunque: pace, amore e gioia. Bisogna, però, comprenderne fino in fondo il vero significato. Non vengono infatti dal mondo ma dal Padre. Del resto è lo Spirito Santo che fa questa pace; che fa questo amore che viene dal Padre; che fa l’amore tra il Padre e il Figlio e che poi viene a noi; che ci dà la gioia. Sì, è lo Spirito Santo, sempre lo stesso: il grande dimenticato della nostra vita! Ho voglia di domandare, - ma non lo farò! - quanti pregano lo Spirito Santo. No, non alzate la mano!; la questione è che lo Spirito Santo è veramente il grande dimenticato!. Ma è Lui il dono che ci dà la pace, che ci insegna ad amare e ci riempie di gioia.

 

15,12-15 Il comandamento nuovo [3]

 

Il comandamento nuovo…

Il Vangelo di oggi - Giovanni, capitolo 15 - ci riporta nel Cenacolo, dove ascoltiamo il comandamento nuovo di Gesù. Dice così: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi» (v. 12). E, pensando al sacrificio della croce ormai imminente, aggiunge: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando» (vv.13-14). Queste parole, pronunciate durante l’Ultima Cena, riassumono tutto il messaggio di Gesù; anzi, riassumono tutto ciò che Lui ha fatto: Gesù ha dato la vita per i suoi amici. Amici che non lo avevano capito, che nel momento cruciale lo hanno abbandonato, tradito e rinnegato. Questo ci dice che Egli ci ama pur non essendo noi meritevoli del suo amore: così ci ama Gesù!

 

… è la legge dell’amore…

In questo modo, Gesù ci mostra la strada per seguirlo, la strada dell’amore. Il suo comandamento non è un semplice precetto, che rimane sempre qualcosa di astratto o di esteriore rispetto alla vita. Il comandamento di Cristo è nuovo perché Lui per primo lo ha realizzato, gli ha dato carne, e così la legge dell’amore è scritta una volta per sempre nel cuore dell’uomo (cfr Ger 31,33). E come è scritta? È scritta con il fuoco dello Spirito Santo. E con questo stesso Spirito, che Gesù ci dona, possiamo camminare anche noi su questa strada!

È una strada concreta, una strada che ci porta ad uscire da noi stessi per andare verso gli altri. Gesù ci ha mostrato che l’amore di Dio si attua nell’amore del prossimo. Tutti e due vanno insieme. Le pagine del Vangelo sono piene di questo amore: adulti e bambini, colti e ignoranti, ricchi e poveri, giusti e peccatori hanno avuto accoglienza nel cuore di Cristo.

 

… redento, liberato dall’egoismo

Dunque, questa Parola del Signore ci chiama ad amarci gli uni gli altri, anche se non sempre ci capiamo, non sempre andiamo d’accordo… ma è proprio lì che si vede l’amore cristiano. Un amore che si manifesta anche se ci sono differenze di opinione o di carattere, ma l’amore è più grande di queste differenze! È questo l’amore che ci ha insegnato Gesù. È un amore nuovo perché rinnovato da Gesù e dal suo Spirito. È un amore redento, liberato dall’egoismo. Un amore che dona al nostro cuore la gioia, come dice Gesù stesso: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (v.11).

 

… si manifesta nei piccoli gesti

È proprio l’amore di Cristo, che lo Spirito Santo riversa nei nostri cuori, a compiere ogni giorno prodigi nella Chiesa e nel mondo. Sono tanti piccoli e grandi gesti che obbediscono al comandamento del Signore: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (cfr Gv 15,12). Gesti piccoli, di tutti i giorni, gesti di vicinanza a un anziano, a un bambino, a un ammalato, a una persona sola e in difficoltà, senza casa, senza lavoro, immigrata, rifugiata… Grazie alla forza di questa Parola di Cristo, ognuno di noi può farsi prossimo verso il fratello e la sorella che incontra. Gesti di vicinanza, di prossimità. In questi gesti si manifesta l’amore che Cristo ci ha insegnato.

Ci aiuti in questo la nostra Madre Santissima, perché nella vita quotidiana di ognuno di noi l’amore di Dio e l’amore del prossimo siano sempre uniti.

 

15,12 La carità fraterna è la prima legge dei cristiani (AL 306)

 

In qualunque circostanza, davanti a quanti hanno difficoltà a vivere pienamente la legge divina, deve risuonare l’invito a percorrere la via caritatis. La carità fraterna è la prima legge dei cristiani (cfr Gv 15,12; Gal 5,14). Non dimentichiamo la promessa delle Scritture: «Soprattutto conservate tra voi una carità fervente, perché la carità copre una moltitudine di peccati» (1Pt 4,8); «sconta i tuoi peccati con l’elemosina e le tue iniquità con atti di misericordia verso gli afflitti» (Dn 4,24); « l’acqua spegne il fuoco che divampa, l’elemosina espia i peccati » (Sir 3,30). È anche ciò che insegna sant’Agostino: «Come dunque se fossimo in pericolo per un incendio correremmo per prima cosa in cerca dell’acqua, con cui poter spegnere l’incendio, [...] ugualmente, se qualche fiamma di peccato si è sprigionata dal fieno delle nostre passioni e perciò siamo scossi, rallegriamoci dell’opportunità che ci viene data di fare un’opera di vera misericordia, come se ci fosse offerta la fontana da cui prender l’acqua per spegnere l’incendio che si era acceso».

 

Amando si annuncia Dio-Amore [5]

 

Il comandamento di cui parla San Paolo (1Tm 6,14) ci fa pensare anche al comandamento nuovo di Gesù: «che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12). È amando che si annuncia Dio-Amore: non a forza di convincere, mai imponendo la verità, nemmeno irrigidendosi attorno a qualche obbligo religioso o morale. Dio si annuncia incontrando le persone, con attenzione alla loro storia e al loro cammino. Perché il Signore non è un’idea, ma una Persona viva: il suo messaggio passa con la testimonianza semplice e vera, con l’ascolto e l’accoglienza, con la gioia che si irradia. Non si parla bene di Gesù quando si è tristi; nemmeno si trasmette la bellezza di Dio solo facendo belle prediche. Il Dio della speranza si annuncia vivendo nell’oggi il Vangelo della carità, senza paura di testimoniarlo anche con forme nuove di annuncio.

 

 

NOTE

[1]Meditazione, 7 maggio 2015.

[2]Meditazione, 22 maggio 2014.

[3]Angelus, 10 maggio 2015.

[4]De catechizandisrudibus, I, 14, 22: PL 40, 327; cfr Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 193: AAS 105 (2013), 1101.

 

[5]Omelia, giubileo dei Catechisti, 25 settembre 2016


 

Che la vostra gioia

 

sia piena!

 

Domenica VI di Pasqua B

 

a cura di Franco Galeone *

 

amatevi-gli-uni-gli-altri

 

1) Tema centrale delle letture di questa domenica è l’amore universale di Dio Padre. Molti cattolici considerano il mondo come una vasta estensione in cui mandare i missionari a diffondere la verità del Vangelo. Da questo mondo, avvolto nelle tenebre del peccato e della morte, emerge ai loro occhi, bianca e luminosa, la chiesa, alla quale tutti devono guardare, se vogliono salvarsi, perché nulla salus extra ecclesiam. Il segno dell’amore di Dio nel mondo sarebbe la chiesa e solo la chiesa. Questa concezione teologica provoca nei credenti forme di narcisismo collettivo, di superbia storica, di rifiuto dello spirito eucaristico (intollerante fanatismo, guerre sante, inquisizione…). La delusione è dietro l’angolo! Esiste un altro modo di concepire la salvezza del mondo, più evangelico: Dio ama il mondo intero e illumina ogni uomo (Gv 1,9): nessun potere, nessuna istituzione, nessuna sapienza può prevedere o monopolizzare Dio. Il cristianesimo non aggiunge nulla alla realtà dell’amore. Quando si va verso gli increduli (=diversamente credenti), Dio è con loro da tempo; è il grande missionario e ci ha preceduti: Illumina ogni uomo. La chiesa porta agli uomini la rivelazione di quello che oscuramente intuiscono. Il cristianesimo rivela, cioè toglie il velo.

 

Tutte le creature sono pure!

2) Il fatto accadde a Cesarea, la bella capitale fondata da Erode il grande. In questa città risiedeva il procuratore romano con una guarnigione al comando del centurione Cornelio: un uomo onesto, rispettoso, generoso… ma tutto questo non bastava per gli ebrei: non era circonciso, non era ebreo, e perciò era considerato impuro, nessuno ebreo gli si avvicinava, e tra questi anche Pietro. Pietro era un tradizionalista, orgoglioso della sua elezione (Dt 7,6), evitava ogni contatto con gli stranieri… ma gli anni trascorsi insieme a Gesù l’avevano messo in crisi, le sue certezze vacillavano: le discriminazioni erano volute da Dio o dagli uomini? Decidere è sempre recidere; doveva scegliere, esitava, non era un tipo trasgressivo, ma alla fine ci credette e con altri sei discepoli andò a Cesarea e qui cominciò a comprendere la parola di Gesù: non esistono due categorie di persone, quelle impure e quelle pure. Per Dio tutte le persone sono pure, perché sue creature e suoi figli. Pietro non era responsabile della sua chiusura mentale, era solo vittima dell’educazione religiosa del tempo: la tradizione lo aveva reso un uomo chiuso e nello stesso tempo sicuro! Dio gli sconvolge i suoi pregiudizi e gli mostra che Dio è sovranamente libero!

 

Il cristiano è un “salvato” che diventa “salvatore”

3) Il cristiano non uno che, novello Tantalo, porta sulle sue spalle il destino del mondo. È Dio che ama e salva! Accettare questa verità che la Scrittura oggi ci propone non è facile, perché in noi agisce una volontà di dominio, una sete di potere, un inconscio narcisismo, per cui anche le parole del vangelo finiscono per legittimare la nostra superbia religiosa. Riscoprire il vangelo significa ritrovare la strada del regno di Dio, dentro cui la chiesa deve collocarsi e giudicarsi, senza giudicare il mondo, perché non è essa la luce del mondo ma Gesù, che illumina ogni uomo. L’amore di Dio è discensivo, va verso gli ultimi; è un amore che precipita verso le bassezze; non è un amore che dà appuntamento in alto, ai bravi, ai mistici, ai contemplativi; l’amore di Dio riempie la terra con la sua alluvione misteriosa, discende in basso, come l’acqua che cerca il fondo dove fermarsi. È agàpe e non eros. Un cristiano non deve fare altro che immergersi in quest’acqua di salvezza. Un cattolico fanatico guarda il mondo come un salvatore assetato di salvare gli altri, ma con la sicurezza di portare la verità, di distribuire la salvezza; è affetto da libido dominandi; da qui nascono quelle ricerche di appoggio economico, quel bisogno di potere, quel furore della verità dogmatica. Chi ama invece guarda tutte le creature con profonda simpatia, non distingue gli uomini in massa damnationis e in massa salvationis. A volte ci sarà capitato di ascoltare la voce di Dio in persone lontane, scomunicate, fuori da ogni chiesa. Dio non segue le nostre filosofie e le nostre teologie.

 

Le belle notizie del vangelo

4) Il vangelo di oggi ci consegna una serie di belle notizie. Ce ne rendiamo conto? Purtroppo siamo abitudinari, trituriamo nel frullatore delle banalità le rivelazioni più sconvolgenti. Anche qui, in chiesa, se non facessimo le belle statuine, dovremmo dirci l’un l’altro: Ma abbiamo capito bene? Cose dell’altro mondo, che invece devono diventare cose di questo mondo. Cose da non credere, che invece sono le uniche da credere e da vivere. Sono queste le belle notizie che, ascoltate e realizzate, ci fanno uscire dalle strettoie di un cristianesimo tremebondo e brontolone, in alto, verso una vita serena e con passo di danza. Siamo gli amici e i familiari di Dio! Così scrive I. A. Chiusano in Note di un contemporaneo: Possibile che tu sia così disattento da non esserti accorto che c’è Qualcuno che non smette un attimo di tenerti d’occhio? Da sempre? Da prima che tu nascessi?

 

L’amore può essere comandato?

5) Gesù dice: Questo è il mio comandamento: che vi amiate. Sembrano parole contraddittorie, perché l’amore non può essere comandato. E allora? Diciamo subito che esistono due tipi di comandi, uno viene dall’esterno, da una volontà diversa dalla mia (eteronomia), uno viene dall’interno, coincide con la mia stessa volontà (autonomia). L’uomo può fare o non fare il bene perché obbligato o perché libero: nel primo caso le leggi lo obbligano, nel secondo caso l’amore lo spinge. Nei primi versetti del vangelo, Gesù presenta il suo comandamento non come una legge ben definita in tutti i suoi dettagli, non come un codice da seguire meticolosamente ma come un orientamento dei vita, che va esplicitato nelle sue implicazioni quotidiane, momento per momento. Il vangelo è come una bussola di vita non come un codice di leggi! Frutto di questa scelta è la gioia piena. Per ben 12 volte, in questo vangelo, risuona il tema dell’amore e per sette volte il termine gioia. È radicata la convinzione che seguire Gesù equivalga a rinunciare a ciò che ci rende felici. Non è vero! Gesù certo mette in guardia dalla gioie facili che non rendono felici. La gioia cristiana è una tristezza superata perché passa attraverso il dolore: Sarete afflitti ma la vostra afflizione si cambierà in gioia (Gv 16,20). Prendere altre scorciatoie significa allontanarsi dalla Gioia. Gesù, dopo aver parlato dei suoi comandamenti, come se fossero molti, poi dichiara: Questo è il mio comandamento: che vi amiate (Gv 15,12), come se si trattasse di uno soltanto. Lo ha capito molto bene Agostino quando scrisse in una delle sue dieci omelie a commento della I lettera di Giovanni: Ama e fa’ ciò che vuoi. È vero: i comandamenti sono molti ma sono soltanto esplicitazioni di un solo comandamento: l’amore all’uomo. È al bene dell’uomo devono fare riferimento tutte le leggi religiose e civili.

 

6) In Matteo 25,31, Gesù parla di azioni fatte o non fatte all’uomo, cioè a Gesù, cioè a Dio. Da tutto il brano si comprende che l’elemento determinante della religione non è la fede, ma l’etica. Se ci atteniamo al testo, Gesù non chiederà conto a nessuno della sua fede, delle sue idee religiose, dei suoi dubbi o delle sue oscurità teologiche, delle sue fedeltà o infedeltà alla dottrina della fede. Di più, nessuno dovrà risponde re del proprio agnosticismo o del proprio ateismo. Nessuno dovrà spiegare perché sia stato progressista o conservatore, di destra o di sinistra, ortodosso o eterodosso. Tutto questo, che tanto preoccupa la gente di chiesa, per Dio, non sembra essere il problema decisivo. Nel giudizio finale, l’elemento determinante per la salvezza non è il sacro ma il profano, non il religioso ma il laico. La lista di cose che decideranno la salvezza o la perdizione nel giudizio ultimo riguarda tutte quelle cose che oggi definiremmo problemi umani, troppo umani. Quelle che Gesù indica come decisive sono sei questioni che saranno i grandi temi dell’esame di Dio: il mangiare, il bere, il vestire, la salute, l’accoglienza agli stranieri, la visita ai carcerati (Mt 25,35). Nessuno dei temi presentati da Gesù si riferisce direttamente a tematiche religiose. Ma non è solo questo. Altro elemento considerevole è che, nel giudizio finale, Dio non terrà conto di come ciascuno abbia affrontato i suoi problemi, ma i problemi degli altri. Quello che a Dio importa non è ciò che ciascuno fa per la propria salvezza, ma quello che fa per la felicità delle persone che incontriamo nella vita. L’insegnamento chiave è che, se vogliamo essere coerenti con il fondamento della nostra fede, il progetto cristiano non può essere un progetto di divinizzazione, ma un progetto di umanizzazione, appunto di …

Buona vita!

 

 

* Gruppo biblico ebraico-cristiano


PERCHÈ IL PAPA HA DETTO A UN BAMBINO INCONSOLABILE: "TUO PAPÀ ANCHE SE ATEO È IN PARADISO"?

 

 

Durante una visita a Corviale, quartiere di Roma, Francesco ha confortato così un piccolo orfano. Queste parole devono stupirci? In cielo allora vanno tutti?

Papa Francesco è vero fino in fondo. Perché è un gesuita particolare con il cuore più grande della testa.

E domenica l'abbiamo visto, durante la visita a Corviale, nel tenerissimo abbraccio con Emanuele, in lacrime per la morte del papà: "Vieni, vieni qui da me e dimmelo in un orecchio". Papa Francesco lo stringe a sé, la mano destra posata sui capelli e la sinistra sulla spalla.

Il bambino, in lacrime, parla nell'orecchio del Papa: "Mio papà era ateo. Ma ci ha fatto battezzate tutti quattro. È in cielo papà?". Gli occhi del Papa si inteneriscono mentre stringe ancora più forte Emanuele.

Poi avvicina la faccia e le labbra, quasi dentro l'orecchio del bambino: "Dio ha un cuore di papà e non abbandona nessuno, nemmeno tuo papà". Pochi istanti, silenzio nella piazza e mentre Emanuele scende gli scalini, papa Francesco chiede alla gente: "Voi pensate che Dio sarebbe capace di abbandonare i suoi figli?".

La piazza esplode: "No!". E, guardando Emanuele con l'aria provata, il Papa continua: "Questa è la risposta: Dio sicuramente era fiero di tuo papà, perché è più facile battezzare i figli essendo credenti che non essendolo. A Dio questo gesto è piaciuto tanto. Parla con tuo papà, prega tuo papà".

Nel cerimoniale pontificio questi gesti non sono nemmeno immaginati e, nei catechismi ufficiali, queste frasi è difficile trovarle. Ma sta tutta qui la pastorale di questo Papa: trasformare in straordinari i gesti ordinari!

 

Don Antonio Mazzi


L'umanesimo di Gesù

 

Carmelo Mezzasalma

 

 

 

Al di là di ogni discussione sul significato e senso dell'umanesimo nella situazione contemporanea, c'è un vero umanesimo evangelico incarnato da Gesù e che attende ancora di essere capito e vissuto in tutta la sua dirompente provocazione anche per i cristiani del nostro tempo tentati di "dispersione".

 

Da un lontano ricordo

 

Elias Canetti (1905-1994), l'autore di Potere e sopravvivenza e di La provincia dell'uomo, mentre era esule a Londra durante la fase più calda della seconda guerra mondiale (1942), scrisse degli aforismi per combattere in se stesso l'impotenza e l'orrore di quanto stava accadendo in quei giorni di guerra. Scoperti da pochi anni, questi aforismi sono anche pubblicati in italiano con il titolo Aforismi per Marie-Louise (Adelphi, Milano 2015) perché dedicati all'amica del cuore, la pittrice Marie-Louise von Motesiczky, con la quale Canetti aveva avviato in Inghilterra una relazione destinata a durare oltre mezzo secolo. Nonostante la distanza di tempo e la situazione storico-culturale ormai mutata, questi aforismi di Canetti conservano una loro particolare e pregnante attualità di pensiero dal momento che ruotano quasi tutti intorno all'orrore della guerra: «... non c'è luogo nascosto, non c'è palmo, non c'è poro, nelle cui profondità [gli uomini] non combattono l'uno contro l'altro all'ultimo sangue» (p. 11). E non è forse questa, salvo le condizioni diverse, la situazione in cui ci troviamo a vivere nella condizione postmoderna? L'individualismo, la lotta sotterranea per l'affermazione del proprio sé o per le proprie idee sulla vita e perfino sullafede, non dice a sufficienza che, probabilmente senza neppure averne coscienza, siamo stretti in una lotta all'ultimo sangue contro i nostri simili, gli amici o i congiunti? Tanto è il potere della cultura dominante che ci circonda e ci attrae.

L'aforisma, per sua natura, non chiede una dimostrazione logica e persuasiva. È un lampo dell'intelligenza e sensibilità umana che giunge al termine di un percorso interiore e, proprio per questo, ha la capacità di illuminare una situazione concreta al punto da avviare uno scossone salutare circa il vivere e il pensare, immemore e quotidiano, delle consuetudini acquisite e mai messe in discussione. Ma, a parte questo, è sorprendente constatare come, negli Aforismi per Marie-Louise, il problema di Dio occupi un posto non marginale e sia pure quel Dio dell'Antico Testamento che per l'ebreo Canetti rappresentava il nervo scoperto della questione. Eppure, c'è un aforisma che, crediamo, supera d'un balzo anche questo aspetto del problema e sembra rivolgersi a tutti coloro che, in un modo o nell'altro, fanno appello a un loro Dio per giustificare qualcosa del loro comportamento e delle loro scelte. L'aforisma suona così: «Dio è morto perché il suo nome è stato profanato, adesso lo invochino pure quanto vogliono» (p. 34). È quasi una scudisciata in pieno viso, qualcosa che ferisce in profondità anche un cristiano, perché può darsi che, a furia di difendere la fede, supposta immutabile nel viverla, anch'egli sia tentato di profanare il nome di Cristo tirandolo da ogni parte e, soprattutto, affidandosi a una "dottrina", a una prassi religiosa, anziché al Cristo per così dire in carne e ossa.

Potrebbe sembrare una domanda a effetto o comunque trascurabile – logico che un cristiano si riferisce sempre a Cristo –, ma sta di fatto che essa ci trasporta al cuore di quanto stiamo vivendo in questi anni di forte e quasi inarrestabile abbandono della pratica cristiana, mentre molti cristiani ancora non distinguono tra "credenza" e "fede" in Gesù Cristo.

 

Sulle rovine della "cristianità"

 

Il problema non è certamente nuovo. Già qualche anno fa si parlava di "scisma sommerso" di molti cristiani che, pur dichiarandosi tali, non intendevano accettare le direttive della Chiesa perché ansiosi di viversi una propria libertà e autonomia, nonché il diritto di sentirsi "moderni". Ma, in questi ultimi anni, si ha la sensazione che questo scisma sommerso non abbia intaccato soltanto i semplici fedeli, bensì anche coloro, presbiteri e religiosi, che avrebbero dovuto guidarli a vivere pienamente la via del Vangelo. Si constata, soprattutto, una certa "dispersione" nella vita di fede e nella Chiesa stessa, tanto che il teologo Christoph Theobald ha formulato, sulla scia delle indagini sociologiche in corso, un interrogativo per certi versi angosciante, ma vero e concreto: quale futuro attende la tradizione cristiana nei Paesi dell'Occidente europeo? La "dispersione" attuale ne annuncia la prossima fine o prepara una nuova e diversa coscienza (cfr. Ch. Theobald, Il compito del testimone, EDB, Bologna 2015)? Così, per superare la crisi dei riferimenti tradizionali, occorre incoraggiare il processo di ricezione del Vaticano II che ha privilegiato la libertà e la scelta individuale nei confronti di Cristo, quindi la strada della testimonianza, mentre, a suo dire, «il vero testimone è colui che si lascia interrogare e continua a interrogarsi sulla coerenza fra ciò che trasmette e il modo in cui lo fa» (p. 40).

Compito tutt'altro che scontato, vista la dispersione e la confusione in cui viviamo e in cui sempre di più ricorre quella terribile parola, scisma, per ogni questione ecclesiale, come il sinodo della famiglia, o altro. E la dispersione si vede bene se qualcuno, come Antonio Socci, si può permettere di dire che papa Francesco sia un papa abusivo, incontrando il favore e l'opinione favorevole di molti cristiani. O come V. Messori che evoca un possibile scisma nel caso di una sconfessione delle apparizioni di Medjugorje incontrando, a sua volta, un grande esercito di cristiani devoti. Nessun lontano rimorso di coscienza, ín questi casi, poiché si può dire di tutto e di più sulla fede, la Chiesa, l'autorità apostolica veicolando quel "tradimento dei chierici" – ma questa volta quelli veri – che tanta fortuna ha avuto nella coscienza sotterranea della modernità. E pensare, per ironia della sorte, che a invocare questo tradimento siano proprio quei cristiani, si dice tradizionalisti, che sembrano nemici giurati della modernità.

E intanto, mentre discutiamo "in casa" fra traditori e fedeli, la società europea si secolarizza sempre di più e gli stati si laicizzano mostrando quel mutamento radicale di cui ancora pochi sono in grado di capire le conseguenze. La gente comune, in effetti, ma soprattutto i giovani, ha sempre meno bisogno della religione e, in particolare, di quella fede cristiana che fino a qualche decennio fa pareva regnare da padrona nelle società occidentali. Il plurimillenario zoccolo su cui si era costruita la sua tradizione in questi paesi è crollato, trascinando, nella sua caduta, il senso stesso della fede cristiana per ogni vita umana. La fede non deperisce, a ben vedere, a causa di un suo rigetto da parte dei fedeli, considerati individualmente, ma a causa di un mutamento globale di civiltà, anzi della rottura delle articolazioni immemorabili tra credenze religiose e legame sociale. È la fine, non del cristianesimo, bensì di quel regime di "cristianità" che, per secoli, ha assicurato questo legame che induceva a pensare che la fede cristiana fosse al riparo da ogni terremoto storico-sociale. Ma il terremoto è accaduto e a nulla vale rifugiarsi nella "nostalgia", pur comprensibile a livello antropologico, che non costruisce nulla e anzi distrugge.

In realtà, il così detto crollo della fede nei paesi europei si è prodotto perché troppi cristiani si accontentavano di far derivare la loro appartenenza alla Chiesa dalla loro nascita e dalla loro educazione dipendendo, oltre tutto, dai loro preti che li educavano in una passività senza autentico slancio personale. Questi cristiani, in Belgio o in Olanda ad esempio, non si curavano affatto di "personalizzare" e vivificare la loro fede in Gesù Cristo attraverso l'ascolto e la meditazione frequente del Vangelo, la preghiera a tu per tu con Dio, per cui il loro legame con la Chiesa traeva la sua forza dalla forte presa di questa sulla società. La loro stessa fede in Cristo si nutriva di una generica e comunemente accettata "credenza in Dio". E nel momento stesso in cui si sfaldavano le strutture religiose della società, la fede di questi cristiani è svanita come neve al sole nella misura in cui la società non aveva più bisogno del sostegno di una trascendenza, bensì del sostegno del profitto, del mercato, del capitalismo consumistico. Ed è tutto questo che è avvenuto, e avviene ancora, a fare la gravità irreversibile della situazione per di più resa incandescente, ma senza nessun spirito polemico, dall'emergere del soggetto, ossia dalla presa di coscienza e l'autonomia della persona.

 

Gesù, un passante anonimo?

 

In questa situazione, non può sorprendere che gli uomini e le donne della postmodernità siano più coscienti, rispetto agli "antichi", del fatto che la loro umanità si identifica con la loro "mondanità". Non sono esseri gettati sulla terra e sprovvisti di una loro visione, percezione, pensiero, linguaggio. Tutto ciò che sono è dato loro dal mondo, da ciò che si guarda, si percepisce, si pensa e si esprime. Ed è questo che inquieta moltissimo gli uomini "religiosi" che, fin dai tempi di Gesù, sono tentati di manipolare il divino per tenere legati a sé i loro fedeli con i riti, il rifugio all'interno di solidi bastioni, la fiducia in consuetudini e tradizioni immutabili, perfino di soggiogarli attraverso l'autorità di mediatori consacrati.

In realtà, l'urto della storia ha sempre investito la fede cristiana ed è anche un bene dal momento che questa fede è una fede storica, fondata su Gesù uomo-Dio, che è tutt'altra cosa da un codice religioso, da una religione comunemente intesa. È al di fuori della centralità e obbedienza a Cristo che i cristiani si sentono, nelle vicissitudini umane e storiche, tentati dalla "dispersione". Di fatto, la costruzione della casa di Dio, della Chiesa, anche nell'immenso laboratorio delle nostre società secolarizzate, non è opera umana. Edificare e salvare la Chiesa non è in potere degli uomini così detti religiosi. Solo Gesù ha questo potere e che ha trasmesso ai Dodici. Tuttavia, perché sia chiaro che la loro non sarà opera umana, chiede di non preoccuparsi di nulla, neppure di ciò che sembra indispensabile: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né bisaccia, né pane, né denaro, né due tuniche...» (Lc 1,6). E tutto questo ci riporta agli inizi dell'avventura cristiana nella storia.

Potrebbe sembrare, infatti, strano o paradossale che Gesù, dopo essere risalito al Padre con la sua ascensione attraverso i cieli, continui a camminare lungo le strade degli uomini, soprattutto tra i poveri o coloro che cercano una speranza in un mondo a loro ostile e senza possibilità di essere amati e consolati. Eppure, non c'è da stupirsi. Gesù non situava Dio in alcun luogo particolare, né sulle alture né in fondo agli abissi. Ha infranto l'immagine del Dio di una religione d'élite, di ogni religione di "perfetti" a tutti i costi, per rivelarlo sulla Croce Padre universale: "Dio per noi" e "Dio con noi". E quando lascerà gli apostoli, per inviarli fino all'estremità della terra ad annunciare a tutti la "Buona Notizia" del vangelo, proprio gli apostoli rimarranno all'interno delle mura di Gerusalemme per paura o prudenza. Ma ecco, come ci racconta l'episodio finale del vangelo di Giovanni, che ancora Gesù li precede sulla via delle genti, rientrando in scena sul lago di Tiberiade, aprendo la strada e preparando la futura messe. Alla testa, come un tempo (cfr. Gv 21,12-22) .

Anche oggi, in una situazione di estremo disagio per la fede, coloro che credono in Gesù possono riconoscere, in questa scena sulle rive del lago, qualcosa che hanno già vissuto o che stanno per vivere o che può loro capitare: nell'amicizia condivisa, in un incoraggiamento dato e ricevuto, nella comunione in ciò che si vive, in una parola o in ogni scambio di profonda umanità! «Una fede attenta – ha scritto Joseph Moingt nel suo splendido L'umanesimo evangelico (Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2015) –può riconoscere Gesù che passa anonimo, che ci ha resi più veri, più forti, più fraterni, più umani, che ha cambiato e riorientato la nostra vita o il nostro sguardo su ciò che ci circonda e ci attira» (p. 25). Anche quando non vengono tenuti discorsi "religiosi" – di fronte a una realtà innamorata della bellezza, come la musica, la poesia, il linguaggio dell'arte, ma anche della condivisione e della fraternità umana – il cristiano autentico non dubita del passaggio di Gesù perché in ogni scambio, che avviene sotto il segno della gratuità, passa la gratuità assoluta dell'amore di Gesù, di Dio stesso, che misteriosamente salva chi la condivide e la promuove.

 

L'umanesimo evangelico

 

L'umanesimo di Gesù, l'umanesimo evangelico, ecco la sfida vera che attende il nostro cristianesimo a stretto contatto con le trasformazioni del vivere contemporaneo ormai da molto tempo. Teresa d'Avila, di cui ricordiamo il V Centenario della nascita, si convertì scoprendo l'umanità di Gesù in ciò che c'è di più umano nel suo volto: la sofferenza estrema. E forse rimase per vent'anni una tiepida monaca, finché lo sentì nella credenza astratta di un Dío lontano e irraggiungibile nella sua divinità, pronto a esigere più che a condividere, pronto alla condanna più che all'amore. Dopo tutto, anche oggi si tratta di salvare la persona umana da un possibile sfacelo, e si tratta ancora di edificare una società veramente umana contro tutti i tentativi di barbarie che vorrebbero distruggerla. Ed è stato l'umanesimo evangelico, senza ombra di dubbio, a dettare la sollecitudine dei Padri al concilio Vaticano II per i "segni dei tempi" – le trasformazioni, rapide e veloci, accadute nella modernità –, ma per «interpretarli alla luce del vangelo», come dice la Gaudium et spes (n. 4).

Sulla stessa scia si è posto anche papa Francesco, inaugurando un "dolce stil novo" per la Chiesa e per l'umanità (cfr. il suggestivo libretto di Maurizio Gronchi e Roberto Repole, Il dolce stil novo di papa Francesco, Edizioni Messaggero, Padova 2015), e attirandosi gli strali di tanti, perfino cristiani, con accuse e risentimenti che lasciano sgomenti e addolorati: dov'è la presenza di Gesù, il Gesù vivo che ama e guida la sua Chiesa, in tutto questo? Ci si riferisce a lui come al fondatore di una dottrina "religiosa" oppure a una presenza, appunto viva, cui riferirsi, nella preghiera e nel discernimento, per capire dove lo Spirito stia conducendo la Chiesa attraverso papa Francesco? Anche qui passa il sottile discrimine tra "credenza" e "fede" su cui non si riflette o non si ha desiderio di riflettere per paura di perdere quelle sicurezze "religiose" che ci rendono talvolta duri e spietati nelle nostre opinioni e nei nostri giudizi.

Una situazione, peraltro, già vissuta nell'Antico Testamento. Il popolo ebreo era ritornato dall'Egitto con grandi progetti e ambizioni circa la ricostruzione del tempio di Salomone, ma, con il profeta Aggeo, deve riconoscere che la ricostruzione era stata intralciata da mille difficoltà: «Chi di voi è ancora in vita – lamenta il profeta – che abbia visto questa casa nel suo primitivo splendore? Ma ora in quali condizioni la vedete? In confronto a quella, non è forse ridotta a un nulla?» (Ag 2,3). In effetti, non c'erano i mezzi per fare qualcosa di bello e di grande e il profeta lo constata. E, tuttavia, in questa condizione desolante, giunge a tutti il messaggio di consolazione: «Coraggio – dice Dio – io sono con voi, io lavoro per voi» (Ag 2,4). Ma per capire questo oracolo di Dio occorre riferirsi al Vangelo e al mistero di Cristo che è il vero tempio di Dio. È nel corpo di Cristo che possiamo incontrare Dio, ma questo corpo è anche corpo di sofferenza e di umiliazione (cfr. Lc 9,18-22) e la Chiesa, nel corso della storia, incontra anch'essa questo destino di sofferenza e di umiliazione. Invece di scoraggiarci per le difficoltà, se fossimo realmente persone di fede, dovremmo proprio, a motivo di esse, aumentare la nostra fiducia, perché sono un segno che Dio lavora con noi.

Ma non sempre è così. Oggi non è raro ascoltare lamenti simili a quelli del profeta Aggeo. Ci sono tanti che si lamentano della situazione attuale della Chiesa e soprattutto della supposta rovina della fede cristiana: «Prima – anche del Concilio – le cose erano così meravigliose: c'era molta unità, molta disciplina. Adesso non si capisce più dove andremo a finire anche con tutte queste innovazioni di stile e di misericordia evangelica di papa Francesco. Siamo proprio su una strada sbagliata!». E il fatto curioso è che quello che si dice della Chiesa, del Papa, si dice della vita religiosa e di tutto il resto: è finita ogni cosa, siamo nella desolazione più nera. Così, questi nostalgici del bel tempo andato, con fare lamentoso o minaccioso, dicono al Papa: dove sta conducendo la Chiesa? Ma il Papa ha dato a questo proposito una risposta spiazzante e vera, almeno per chi la vuole intendere: «Non sono ío a condurre la Chiesa, ma io a seguire la Chiesa». Dice così chiaramente che tutti devono tornare al mistero di Cristo, lui per primo, quando si affrontano i problemi attuali della fede e cioè con umiltà e fiducia perché è Cristo a guidare la Chiesa e non già uno qualsiasi. Papa Francesco invita non a seguire lui, ma a seguire Cristo anche nella storia del nostro tempo.

 

L'umanesimo di Gesù

 

D'altronde, proprio nei paesi europei stiamo vivendo una crisi senza precedenti per il futuro della fede, mentre la Chiesa stessa ha bisogno di una "conversione", un "cuore nuovo" per vivere e comunicare la buona novella di Gesù. È questo che scandalizza. Eppure, fin dai primi giorni del suo servizio, il Papa ha alzato la sua voce per scuotere la coscienza dí una Chiesa molto chiusa in se stessa, paralizzata dalla paura, preoccupata di salvaguardare la sua "struttura" e poco aperta verso la sua anima che è Gesù Cristo. Dopo tutto, una Chiesa distante dai problemi e dalle sofferenze, anche morali, che vive la gente. Così, nell'esortazione apostolica Evangelii gaudium, il Papa non pensa solo a un aggiornamento o a un adattamento della Chiesa ai tempi di oggi. Non pensa di recuperare l'orizzonte e lo spirito del Vaticano II – troppe cose sono cambiate da quel tempo felice e irripetibile –, ma piuttosto ci chiama a una conversione più radicale e urgente: «Tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo», e tornare a Gesù Cristo che «può rompere gli schemi noiosi nei quali pretendiamo di imprigionarlo e che ci sorprende con la sua costante creatività» (n. 11).

E ancora: «Più che la paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c'è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: "Voi stessi date loro da mangiare" (Mc 6,37)» (EG n. 49). Era anche questa la sottile e argomentata preoccupazione teologica di Benedetto XVI, soltanto che è stata fraintesa come restaurazione di una struttura ecclesiale che lasciava fuori le anime vere. In ogni caso, è questa la fede veramente vissuta e che papa Francesco tenta di testimoniare contro ogni reazione di autodifesa, di restaurazione, di passività generalizzata. E lo fa non con un linguaggio teologico raffinato, ma mettendo il dito nella piaga: «La Chiesa ha da portare Gesù... Se qualche volta succedesse che la Chiesa non porta Gesù, sarebbe una Chiesa morta». Un simile appello non è isolato, se un noto teologo spagnolo, José Antonio Pagola, ha sentito il bisogno di fondare «I gruppi di Gesù» con l'obiettivo di vivere un processo sia individuale che di gruppo di conversione a Gesù per cogliere in profondità l'essenziale del Vangelo. Gruppi che non richiedono la presenza di un prete, bensì possono essere portati avanti soprattutto dai laici, uomini e donne (cfr. J.A. Pagola, Tornare a Gesù, a cura di F. Strazzari, EDB, Bologna 2015). E ce n'era la necessità? Evidentemente sì. Forse Gesù è davvero il grande "assente" di tante omelie e discorsi religiosi, troppo religiosi.

In realtà, già il Vaticano II lasciava capire che, per parlare di Gesù a uomini e donne così lontani dal linguaggio cristiano, bisognava attraversare la sua umanità in tutto il suo spessore prima di volerla superare. Dunque, lasciare che si presenti a loro Egli stesso, in un primo incontro, in una lingua che essi possono facilmente comprendere. Non quelladei misteri, delle argomentazioni forbite e discorsive, bensì lingua dí umanità: la salvezza cristiana, infatti, non è nei discorsi edificanti o consolatori, ma è nel cammino di "umanizzazione" dell'uomo a cui Gesù ha dato l'impulso più radicale e duraturo lungo il tempo della nostra storia. Citiamo ancora Joseph Moingt: «Perché il Vangelo è sia la persona e la storia di Gesù sia la via che egli ci apre dinnanzi affinché noi lo seguiamo. Via che conduce a Dio coloro che riconoscono in Lui il suo Figlio: dunque via di religione? Certamente, ma da che cosa si riconosce Gesù come Figlio di Dio, e di quale Dio? È un Dio che in Gesù si fa "vedere" spogliato di ogni traccia di potenza e di giustizia vendicativa, al punto che il Padre abbandona il Figlio al rigetto e alla morte, e dunque si espone personalmente al rinnegamento» (Umanesimo evangelico, p. 63).

L'umanesimo di Gesù, che trova la sua più alta espressione nell'amore del prossimo, impone il rispetto per l'uomo, ogni forma di benevolenza e di compassione, per il fatto che è uomo e, proprio per questo, degno dell'amore speciale che Dio nutre per lui. Perché l'uomo, dopo la morte e risurrezione di Cristo, è rivestito da questo amore, incomprensibile e misterioso, da una dignità infinita che lo penetra fin nell'intimo del suo essere e soprattutto quando la cultura intorno a lui ne vorrebbe fare un oggetto di consumo, disumanizzandolo. In fondo, nonostante la modernità abbia rotto con la tradizione cristiana, una conciliazione tra le due è possibile, perché se il moderno è uscito dall'era cristiana è soltanto dopo avervi attinto lo slancio e il senso della sua liberazione. Così, l'incarnazione, o umanizzazione del Verbo di Dio in Gesù, elemento distintivo del cristianesimo rispetto a tutte le altre religioni, induce a tentare di arrischiarsi nell'associazione tra vangelo e umanesimo: il vangelo ne offre la testimonianza e un linguaggio sempre nuovo, profetico.

Dunque, si tratta di accettare che la fede cristiana ha interagito con il pensiero moderno nel corso della loro storia comune, altrove iniziata dopo una lunga coabitazione e compenetrazione tra cristianesimo e razionalismo greco. Questo sotterraneo lavorio della storia ha plasmato le rispettive identità del pensiero cristiano e dell'umanesimo secolarizzato in ciò che li unisce e in ciò che li divide, ma più che mai oggi s'impone – viste le tremende cronache delle guerre in corso o il tragico esodo dí milioni di persone dalla loro terra di origine – che si promuova un "umanesimo universale" con ogni mezzo a disposizione. Utopia? Forse. L'utopia del Vangelo e quella della migliore cultura umana che non cede alla barbarie e alla disumanizzazione, si chiama là profezia e qui memoria, patrimonio umano ed eredità. Neppure, questa memoria ed eredità potrà mai sganciarsi dall'umanesimo evangelico, dall'umanesimo di Gesù, senza comprometterne a fondo le radici ovunque presenti e molto attive. I poeti, che sono gli alati sismografi di questa memoria, anche se spesso ignorati o marginalizzati, sanno che l'anima di questa memoria non è altro che l'avventura spirituale dell'uomo. Spirituale, non solo chiusa tra la nascita e la morte, né soltanto storica, quindi umana e profondamente aperta alla commozione di spazi infiniti e ancora ignoti.

Fernando Pessoa (1888-1935), che molti in Italia si sono affrettati a catalogare tra i campioni del nichilismo contemporaneo, scriveva invece poesie, profonde e bellissime, nelle quali affiora prepotentemente una memoria di Cristo tutt'altro che frutto di un'educazione religiosa oppure occasionale. Pub-blicate ora anche in italiano dalle edizioni della Comunità di Bose, esse ci restituiscono un volto nuovo di questo scrittore portoghese dall'anima misteriosa e travagliata, ma viva e quasi paradossale come poche nel panorama letterario del Novecento (cfr. E Pessoa, Sono un sogno di Dio, tr. it. Manuele Masini, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2015). In una di queste poesie, ci sono versi colmi di uno stupore religioso che ci dicono quanto il passaggio di Gesù nella storia, anche moderna, sia ancora vitale e capace di illuminare la vita umana ben oltre le soglie di una fede riconosciuta e accettata: «Signore, il mio passo è sulla Soglia / della Tua Porta. / Rendimi umile di fronte al mio legato... / il mio mero essere che importa?... Voglio essere la nebbia che sale / per vederTi / l'umanità sofferente è cieca – / il resto solo essere» (p. 35).

 

 

(Feeria, 2015/1, n. 47, pp. 3-9)


La gloria dell’amore

 

 

 

11 marzo 2018

IV domenica di Quaresima

di ENZO BIANCHI

 

Gv  3,14-21

Gesù, prima di passare da questo mondo al Padre disse ai suoi discepoli«14E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, 15perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.16Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.

19E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. 20Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. 21Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

 

Domenica scorsa abbiamo ascoltato nel quarto vangelo l’annuncio che Gesù è ormai il tempio di Dio, cioè il luogo della comunione con Dio (cf. Gv 2,19.21). E abbiamo conosciuto ancora una volta come la lettura del quarto vangelo richieda una fatica più grande per la comprensione del Vangelo, della buona notizia in esso contenuta. Oggi eccoci nuovamente di fronte a un altro brano del vangelo giovanneo, a un testo per molti aspetti difficile: Giovanni, infatti, ha una visione che va colta al di là di quello che scrive, una visione più profonda, che non è – potremmo dire – la nostra visione umana, ma appartiene solo a chi ha la fede in Gesù, dunque una visione ispirata dallo sguardo di Dio sulla vicenda di Gesù.

 

Giovanni è stato testimone della passione e morte di Gesù sul Golgota, quel venerdì, vigilia della Pasqua, 7 aprile dell’anno 30 della nostra era. Ha visto la sofferenza di Gesù, il disprezzo che egli subiva da parte dei carnefici e soprattutto quel supplizio vergognoso e terribile – “crudelissimum taeterrimumque supplicium”, come lo definisce Cicerone (Contro Verre II,5,165) – che era la croce. Ha visto questa scena con i suoi occhi ma, dopo la resurrezione di Gesù, nella fede piena, nella contemplazione e meditazione di questo evento, giunge a leggerlo in modo altro rispetto ai vangeli sinottici. In quei vangeli Gesù aveva annunciato per tre volte la “necessità” della sua passione, morte e resurrezione, e per tre volte tale annuncio aveva atterrito i discepoli (cf. Mc 8,31-33 e par.; 9,30-32 e par.; 10,32-34 e par.). Anche il quarto vangelo attesta che per tre volte Gesù ha parlato di questa necessitas, ma lo fa con un linguaggio altro: ciò che nei sinottici è infamia, tortura, supplizio in croce, per Giovanni diventa invece un “innalzamento”, cioè una gloria.

 

Nel nostro brano risuona il primo dei tre annunci fatti da Gesù: “È necessario che il Figlio dell’uomo sia innalzato”. Effettivamente Gesù, appeso al legno, è stato innalzato da terra, ma per Giovanni questo innalzamento da terra non è riducibile all’innalzamento fisico del suo corpo sulla croce, bensì è un essere innalzato gloriosamente e messo in alto da Dio, un essere glorificato, cioè rivelato nella sua gloria. Per Giovanni “essere innalzato” (verbo hypsóo) è anche “essere glorificato” (verbo doxázo: cf. Gv 7,59; 8,54, ecc.), essere sulla croce è essere alla destra del Padre. Per questo Gesù dice anche: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo”, ossia lo avrete materialmente messo in croce, “allora conoscerete che Io Sono (egó eimi: cf. Es 3,14)” (Gv 8,28), che io sono come Dio. E ancora: “Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Quest’ora dell’innalzamento è dunque l’ora della glorificazione (cf. Gv 12,23; 13,31-32), l’ora nella quale Gesù attira a sé tutta l’umanità (cf. Gv 12,32), l’ora della passione e della croce. Nel quarto vangelo passione e Pasqua sono lo stesso mistero, unico e inscindibile, e l’ora della passione è l’ora dell’epifania dell’amore.

 

Sì, dobbiamo confessare che questo sguardo giovanneo sulla croce non è facilmente accettabile da noi umani, eppure questa è la vera e profonda comprensione della croce di Gesù: la croce è stata materialmente un supplizio, ma è stata anche un alzare il velo su come Gesù “ha amato i suoi fino all’estremo (eis télos)” (Gv 13,1); è stata una morte da maledetto da Dio e dagli uomini (cf. Dt 21,23; Gal 3,13), crocifisso a mezz’aria perché Gesù non era degno né del cielo né della terra, eppure proprio sulla croce egli riconciliava cielo e terra, faceva cadere ogni barriera e apriva il Regno all’umanità, portando l’umanità in Dio (cf. Ef 2,14-16). Sulla croce moriva un uomo solo e abbandonato, ma quest’uomo narrava che “l’amore più grande è dare la vita per gli amici” (cf. Gv 15,13).

 

Questa è la lettura paradossale della croce fatta da Giovanni. Questo è il Vangelo che Gesù rivela a Nicodemo, un esperto delle Scritture che però Gesù definisce “ignorante” (cf. Gv 3,10): un “maestro in Israele” che non conosce l’azione di Dio nella sua verità profonda. Per cercare di spiegargli questa “necessità” della passione e morte del Messia, Figlio dell’uomo, Gesù tenta un paragone con un fatto avvenuto a Israele nel deserto, dopo l’uscita dall’Egitto. Secondo il libro dei Numeri, gli ebrei furono attaccati da serpenti mortiferi, e allora Mosè innalzò su un’asta un serpente di bronzo: chi lo guardava, anche se morso dai serpenti restava in vita, era salvato (cf. Nm 21,4-9). Questo racconto antico viene reinterpretato dal libro della Sapienza che fa una lettura altra dell’evento, cogliendo nel serpente “un segno di salvezza” (Sap 16,6): “chi si volgeva a guardarlo era salvato non per mezzo dell’oggetto che vedeva, ma da te, Salvatore di tutti” (Sap 16,7).

 

Gesù dunque rivela “le cose del cielo” (Gv 3,12) di cui aveva parlato a Nicodemo, esprimendo la necessitas dell’innalzamento del Figlio dell’uomo, “affinché chiunque crede in lui non perisca ma abbia la vita per sempre ”: innalzamento del Figlio unico di Dio, donato da Dio al mondo proprio a causa del suo amore per il mondo, ossia per tutta l’umanità. Dio è colui che ama, Dio è colui che dona il suo Figlio unico, Dio è colui che lo innalza. In queste azioni di Dio è raccontato il suo amore: dunque la discesa dal cielo (cf. Gv 3,13), l’incarnazione in una vita umana, la passione culminante nel innalzamento sulla croce sono la manifestazione dell’amore di Dio per l’umanità.

 

Dobbiamo essere molto attenti e vigilanti nell’ascolto: le parole di Gesù a Nicodemo non indicano la croce come abbandono del Figlio alla morte da parte del Padre, ma ci rivelano un amore unico del Padre e del Figlio per tutta l’umanità. Il Figlio Gesù Cristo, proprio quale dono per l’umanità, ha vissuto la sua esistenza donando la vita, suscitando la vita, trasmettendo la vita. Il Padre, a sua volta, non ha voluto la discesa del Figlio e la sua incarnazione per giudicare il mondo, ma per salvarlo attraverso l’adesione e la risposta all’amore. La presenza di Gesù esige che ognuno operi ora la sua scelta, perché ora avviene il giudizio, perché ora di fronte a Gesù è possibile scegliere la tenebra o la luce, che non sono un destino ma dipendono da ciascuno di noi nel suo porsi di fronte all’amore rivelato.

 

Viene qui adombrato il ministero dell’incredulità, che non è rifiuto di una dottrina, di un’idea o di una morale, ma è qualcosa di molto più radicale: è rifiuto della fiducia, rifiuto della speranza, rifiuto dell’amore. Sì, da una parte c’è l’amore incondizionato di Dio, offerto a tutti gli esseri umani e mostrato nel dono del Figlio unico fatto uomo per essere uno di noi e vivere tra di noi e con noi; dall’altra vi è da parte nostra la possibilità di rispondere all’amore con l’amore o, al contrario, di rifiutare l’amore, di non credere all’amore e così di escluderci, collocandoci nella tenebra dell’odio e della morte. Nel quarto vangelo la fede e il credere sono sempre un operare nell’amore, come Gesù dirà: “Questa è l’opera, l’azione richiesta da Dio: credere in colui che egli ha mandato” (Gv 6,29).

 

 

Ecco dunque la via tracciata di fronte a noi: chi fa la verità, cioè sa rispondere all’amore con azioni, manifesta che queste azioni sono operate da Dio stesso in lui. Così il credente vive già ora la “vita eterna”. “Dio vuole che tutti gli umani siano salvati” (1Tm 2,4), proclama l’Apostolo Paolo; vuole che tutti “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Per questo Dio dona se stesso, il proprio Figlio unico e amato, al mondo che anela alla salvezza.



L’Epifania, manifestazione dell’anti-regalità di Gesù

 

Enzo Bianchi

Il vangelo dell’Epifania, della manifestazione dell’identità di Gesù alle genti, a quelli che non erano ebrei, figli di Israele, è un vangelo decisivo, che dà alla festa odierna un particolare significato: Gesù è nato Re dei giudei, ma per tutti, e tutti possono andare a lui. In questo racconto di Matteo c’è la storia, ma c’è anche una lettura che l’evangelista fa nella fede.

 

Nasce un bambino in una semplice famiglia formata da un artigiano, Giuseppe, e dalla sua giovane moglie, Maria; nasce in una stalla, riparo per il gregge nella campagna di Betlemme, eppure alcuni uomini da lontano, dall’oriente, o meglio dalla loro sapienza orientata, nella loro ricerca sono portati a vedere in questa semplice nascita il compimento del loro cercare, la pienezza della loro sapienza. Tutti gli umani di ogni tempo e cultura, infatti, hanno in comune soprattutto la ricerca del bene, anche se poi contraddicono questo loro desiderio così impegnativo. In ogni essere umano c’è un anelito al bene, alla vita piena, alla pace, e questo fuoco che abita gli umani li spinge a cercare, a mettersi in cammino, a dichiarare per loro insufficiente la terra che abitano, l’orizzonte consueto. Per questo cammino gli umani cercano e trovano come segnali ciò che possono: il cielo, la terra, il mare e anche le creature animate e inanimate con le quali sanno comunicare.

 

 

Enzo Bianchi

In quel lungo pellegrinaggio, soprattutto della mente e del cuore, alcuni sapienti, i magi, hanno guardato alle stelle, alla sabbia del deserto, alle bestie che cavalcavano, al bagaglio che trasportavano con sé, per vivere e per fare doni. Per chi scruta l’orizzonte sempre sorge una stella, sempre – come dice il nostro brano evangelico – c’è un oriente, un alzarsi, che invita al cammino. E così è avvenuto per quei mágoi, che dall’oriente (apò anatolôn) giungono a Gerusalemme, la città santa, l’ombelico del mondo (cf. Sal 48,3; cf. Ez 5,5; 38,12).

 

Essi chiedono: “Dov’è il Re dei giudei che è nato?”, proprio ai giudei che non si erano accorti della nascita del loro Re. Non se n’era accorto il re che regnava in quel momento, Erode, non se n’erano accorti i sacerdoti e neppure gli esperti delle sante Scritture, gli scribi. Ecco lo scandalo: chi è deputato a conoscere e a osservare ciò che accade non sa, chi è capace di interpretare puntualmente le Scritture in riferimento al Re dei giudei lo annuncia con chiarezza e certezza, eppure in una situazione di radicale accecamento. È così, e ancora oggi avviene così: si possono conoscere le parole di Dio contenute nelle Scritture, si possono citare e spiegare con competenza, si possono addirittura insegnare agli altri, eppure, nel contempo, restare in una situazione di totale cecità o sordità, manifestazioni della sklerokardía, della callosità del cuore…

 

Questa venuta dei magi causa però inquietudine, turbamento da parte dei rappresentanti del potere politico e di tutta Gerusalemme, perché quando il potere ne vede sorgere un altro teme e trema, sentendosi minacciato. Da quell’ora l’inquietudine e il turbamento non cesseranno, fino al giorno in cui questo Re dei giudei che è nato sarà finito per sempre, rivestito di un manto di porpora, con una canna come scettro in mano, con una corona di spine sulla testa, deriso, sbeffeggiato e infine appeso nudo a un palo, la croce!

 

Eppure quei sapienti obbedienti alle Scritture dei giudei, anzi ri-orientati dalle Scritture, riescono nuovamente a vedere la stella, che li conduce fino al bambino Re Messia, a Betlemme, dove trovano ciò che cercavano ma che certamente non si aspettavano così: non una reggia, non una corte regale in festa, non lo sfarzo degno della nascita di un principe, ma semplicemente un bambino e sua madre. Contemplano non quello che avevano tanto atteso e cercato, ma altro. E come convertiti, mutati nella loro mente e nel loro cuore, riconoscono la regalità nell’anti-regalità, la regalità potente e universale nella debolezza umana, in un infante incapace di parlare e di essere eloquente con la parola. Eppure i magi capiscono, giungono alla fede, pur non avendo né la rivelazione né le sante Scritture; e non a caso Matteo annota che fanno ritorno al loro paese attraverso un altro cammino, cioè un altro modo di pensare e di vivere.

 

Così avviene la rivelazione, per i giudei e per le genti: solo guardando alla debolezza di Gesù, al suo essere piccolo, si può comprendere la sua vera regalità, la sua vera identità, non plasmata in base alle immagini dei re e dei potenti di questo mondo. Per altre strade gli altri vangeli diranno la stessa cosa: contemplazione (theoría) di Gesù è il vederlo crocifisso (cf. Lc 23,48); visione di Gesù è il vederlo come seme caduto a terra (cf. Gv 12,24). Quei magi, convertiti alla vista del bambino in quella povera famiglia, in quella greppia, adorano, si prostrano e gli offrono in dono oro, incenso e mirra, prodotti preziosi dell’oriente, elaborati dalla cultura delle genti. Ciò che Gesù risorto potrà dire ai discepoli – “Andate e fate discepole tutte le genti” (Mt 28,19) – ha qui la sua primizia. Le genti divengono discepole quando cercano con sincerità, si aprono con audacia e si mettono in cammino senza indugio.

 

Quanti uomini e quante donne, dall’oriente e dall’occidente, dal nord e dal sud, come questi magi cercano il bene, si sentono viandanti, in cammino, si esercitano a riconoscere la salvezza come umanizzazione e lavorano perché l’umano sia sempre più umano. Lo sappiano o meno, sono persone alle quali ogni bambino che nasce, ogni umano che viene al mondo appare con la dignità di un re; appare come un fratello o una sorella che attende da noi il nostro oro (ciò che abbiamo), il nostro incenso (il profumo sprigionato dalla nostra presenza), la nostra mirra (ciò che sappiamo sacrificare di noi stessi, spendendo la vita per l’altro).

 

 

L’Epifania è manifestazione della vera regalità a tutti, cristiani e non cristiani. Ma ormai ci incamminiamo verso la Pasqua, come ricorda l’indizione della data di questa festa delle feste, che oggi viene fatta nelle chiese d’oriente e d’occidente: la Pasqua, quando il Re dei giudei farà la fine di chiunque osa pensare e mettere in pratica una regalità come servizio dell’altro e non come potere violento. Ma l’ultima parola spetta a Dio, al Dio di Gesù!


Maria Madre di Dio. Papa Francesco: servire la vita umana è servire Dio e ogni vita

Redazione Internet lunedì 1 gennaio 2018

"Abbiamo tutti bisogno di un cuore di madre" così papa Francesco nella solennità di Maria Madre di Dio. Al Te Deum: il 2017 è stato ferito con opere di morte, menzogne e ingiustizie

Papa Francesco: servire la vita umana è servire Dio e ogni vita

"L’anno si apre nel nome della Madre di Dio". Con queste parole il Papa ha cominciato l’omelia della Messa della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio nell’ottava di Natale e nella ricorrenza della 51.ma Giornata mondiale della Pace sul tema: "Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace".

 

"Madre di Dio è il titolo più importante della Madonna", ha ricordato il Papa, che si è chiesto: Perché diciamo Madre di Dio e non Madre di Gesù? "In queste parole – ha spiegato Francesco – è racchiusa una verità splendida su Dio e su di noi. E cioè che, da quando il Signore si è incarnato in Maria, da allora e per sempre, porta la nostra umanità attaccata addosso". "Non c’è più Dio senza uomo", ha affermato il Papa: "La carne che Gesù ha preso dalla Madre è sua anche ora e lo sarà per sempre". "Dire Madre di Dio ci ricorda questo", ha sintetizzato Francesco: "Dio è vicino all’umanità come un bimbo alla madre che lo porta in grembo".

 

Perché la fede non sia solo dottrina, abbiamo bisogno tutti di un cuore di madre

Come Maria, la Madre, "firma d'autore di Dio sull'umanità", "il dono di ogni madre e di ogni donna è tanto prezioso per la Chiesa, che è madre e donna. E mentre l'uomo spesso astrae, afferma e impone idee, la donna, la madre, sa custodire, collegare nel cuore, vivificare". "Perché la fede - ha sottolineato il Papa - non si riduca solo a idea o dottrina - ha concluso -, abbiamo bisogno, tutti, di un cuore di madre, che sappia custodire la tenerezza di Dio e ascoltare i palpiti dell'uomo".

 

"La Madre custodisca quest'anno e porti la pace di suo Figlio nei cuori e nel mondo". Con questa invocazione papa Francesco ha concluso la sua omelia celebrata oggi primo gennaio, nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio.

 

"Anche noi, cristiani in cammino, all'inizio dell'anno - ha spiegato - sentiamo il bisogno di ripartire dal centro, di lasciare alle spalle i fardelli del passato e di ricominciare da ciò che conta. Ecco oggi davanti a noi il punto di partenza: la Madre di Dio. Perché Maria è esattamente come Dio ci vuole, come vuole la sua Chiesa: Madre tenera, umile, povera di cose e ricca di amore, libera dal peccato, unita a Gesù, che custodisce Dio nel cuore e il prossimo nella vita. Per ripartire, guardiamo alla Madre. Nel suo cuore batte il cuore della Chiesa".

 

Ogni vita va accolta, amata e aiutata

Nella sua Madre, il Dio infinito si è fatto piccolo. L’uomo – ha detto il Papa – “non è più solo”, “mai più orfano”. L’Anno si apre con questa novità e noi la proclamiamo così, dicendo: Madre di Dio! È la gioia di sapere che la nostra solitudine è vinta. È la bellezza di saperci figli amati, di sapere che questa nostra infanzia non ci potrà mai essere tolta. È specchiarci nel Dio fragile e bambino in braccio alla Madre e vedere che l’umanità è cara e sacra al Signore. Perciò, servire la vita umana è servire Dio e ogni vita, da quella nel grembo della madre a quella anziana, sofferente e malata, a quella scomoda e persino ripugnante, va accolta, amata e aiutata.

 

Il Papa ha anche indicato un modo molto semplice e pratico per imitare Maria: "ritagliare ogni giorno un momento di silenzio con Dio è custodire la nostra anima; è custodire la nostra libertà dalle banalità corrosive del consumo e dagli stordimenti della pubblicità, dal dilagare di parole vuote e dalle onde travolgenti delle chiacchiere e del clamore".

 

Papa Francesco: ritagliare ogni giorno un momento di silenzio è antidoto a parole vuote, chiacchiere e clamore

Nella parte centrale dell’omelia della prima Messa del 2018 ha rivolto un invito, a otto giorni dal Natale: “Abbiamo bisogno di rimanere in silenzio guardando il presepe. Perché davanti al presepe ci riscopriamo amati, assaporiamo il senso genuino della vita. E guardando in silenzio, lasciamo che Gesù parli al nostro cuore: che la sua piccolezza smonti la nostra superbia, che la sua povertà disturbi le nostre fastosità, che la sua tenerezza smuova il nostro cuore insensibile”. L’esempio citato è quello di Maria, che “custodiva. Semplicemente custodiva”. “Maria non parla: il Vangelo non riporta neanche una sua parola in tutto il racconto del Natale”, ha ricordato Francesco: “Anche in questo la Madre è unita al Figlio: Gesù è infante, cioè senza parola, è muto. Il Dio davanti a cui si tace è un bimbo che non parla. La sua maestà è senza parole, il suo mistero di amore si svela nella piccolezza. Questa piccolezza silenziosa è il linguaggio della sua regalità. La Madre si associa al Figlio e custodisce nel silenzio”. “E il silenzio ci dice che anche noi, se vogliamo custodirci, abbiamo bisogno di silenzio”, l’invito del Papa.

 

 

Le celebrazioni del 31 dicembre 2017

Il senso di gratitudine è "l’unica risposta umana degna del dono immenso di Dio". "Una gratitudine struggente, che, partendo dalla contemplazione di quel Bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia, si estende a tutto e a tutti, al mondo intero". Così papa Francesco durante i Primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, celebrati nella Basilica San Pietro. Dopo la liturgia, è stato esposto il Santissimo Sacramento ed eseguito l’inno "Te Deum" in segno di ringraziamento al Signore a conclusione del 2017. Al termine della celebrazione, papa Francesco ha raggiunto Piazza San Pietro e ha sostato in preghiera davanti al Presepe.

 

 

Il 2017 ferito da opere di morte e guerre

Il rendimento di grazie per l’anno che volge al termine – ha affermato il Papa nell’omelia - non si può discostare dal riconoscere che tutto il bene è dono di Dio. Gesù Cristo ha dato “pienezza al tempo del mondo e alla storia umana”. Ma questo tempo – ha aggiunto il Santo Padre – può essere sfigurato dall’uomo:

 

Anche questo tempo dell’anno 2017, che Dio ci aveva donato integro e sano, noi umani l’abbiamo in tanti modi sciupato e ferito con opere di morte, con menzogne e ingiustizie. Le guerre sono il segno flagrante di questo orgoglio recidivo e assurdo. Ma lo sono anche tutte le piccole e grandi offese alla vita, alla verità, alla fraternità, che causano molteplici forme di degrado umano, sociale e ambientale. Di tutto vogliamo e dobbiamo assumerci, davanti a Dio, ai fratelli e al creato, la nostra responsabilità.

 

 

 

Gratitudine per quanti contribuiscono al bene di Roma

Ma questa sera – ha detto il Papa – “prevale la grazia di Gesù e il suo riflesso in Maria”: E prevale perciò la gratitudine, che, come Vescovo di Roma, sento nell’animo pensando alla gente che vive con cuore aperto in questa città. Provo un senso di simpatia e di gratitudine per tutte quelle persone che ogni giorno contribuiscono con piccoli ma preziosi gesti concreti al bene di Roma: cercano di compiere al meglio il loro dovere, si muovono nel traffico con criterio e prudenza, rispettano i luoghi pubblici e segnalano le cose che non vanno, stanno attenti alle persone anziane o in difficoltà, e così via. Questi a mille altri comportamenti esprimono concretamente l’amore per la città. Senza discorsi, senza pubblicità, ma con uno stile di educazione civica praticata nel quotidiano. E così cooperano silenziosamente al bene comune.

 

 

Il Pontefice ha espresso poi “grande stima per i genitori, gli insegnanti e tutti gli educatori che, con questo medesimo stile, cercano di formare i bambini e i ragazzi al senso civico, a un’etica della responsabilità, educandoli a sentirsi parte, a prendersi cura, a interessarsi della realtà che li circonda”. “Queste persone anche se non fanno notizia – ha detto - sono la maggior parte della gente che vive a Roma”. E tra di loro "non poche si trovano in condizioni di strettezze conomiche; eppure non si piangono addosso, nè covano risentimenti e rancori, ma si sforzano di fare ogni giorno la loro parte per migliorare un pò le cose". Nel giorno del rendimento di grazie a Dio, Papa Francesco ha esortato infine “ad esprimere anche la riconoscenza per tutti questi artigiani del bene comune, che amano la loro città non a parole ma con i fatti”.


31 dicembre 2017

Domenica fra l’Ottava di Natale, Santa famiglia

di ENZO BIANCHI

 

Lc  2,22-40

22Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore - 23come è scritto nella legge del Signore:Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore - 24e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.

 

25Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d'Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. 26Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. 27Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, 28anch'egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:

Il cantico di Simeone

29«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo

vada in pace, secondo la tua parola,

30perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,

31preparata da te davanti a tutti i popoli:

32luce per rivelarti alle genti

e gloria del tuo popolo, Israele».

Profezie di Simeone e di Anna

33Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. 34Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione 35- e anche a te una spada trafiggerà l'anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».

36C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, 37era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. 38Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.

Vita di Gesù a Nàzaret

39Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. 40Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

 

Se nel giorno di Natale abbiamo contemplato l’evento puntuale della nascita di Gesù a Betlemme e la sua adorazione da parte dei pastori, i poveri di Israele (cf. Lc 2,1-20), la pagina evangelica odierna attira la nostra attenzione su un altro aspetto del mistero della sua venuta nella carne. L’incarnazione comprende anche la crescita di Gesù, il suo divenire uomo nello spazio di una famiglia precisa e di un ambiente sociale e religioso determinato: è in questo contesto terreno e ordinario che “il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui”.

 

Gesù ha conosciuto una crescita umana e spirituale, affettiva e psicologica, così come ogni essere umano è chiamato a fare nella propria limitatezza, nella propria particolare situazione esistenziale: il Figlio di Dio, divenuto figlio dell’uomo “mettendo tra parentesi la sua forma divina” (Adolphe Gesché), ha assunto la forma umana (cf. Fili 2,6-7) e ha condiviso in tutto la nostra condizione umana, senza però commettere peccato (cf. Eb 2,15), restando cioè pienamente fedele e obbediente al Padre. È importante sottolineare il quotidiano e faticoso “divenire uomo” da parte di Gesù, che abbraccia tutti gli aspetti della sua umanità, a partire dall’obbedienza ai suoi genitori: da loro, come ogni neonato, egli dipende totalmente nei primi tempi della sua vita. È proprio passando attraverso questo amore accolto su di sé che egli diverrà una persona capace di relazioni e di “amore fino alla fine” (cf. Gv 13,1), fino al dono puntuale della vita per amore del Padre e degli uomini e donne, suoi fratelli e sorelle.

 

Ma oltre all’ambiente familiare Gesù ha conosciuto anche un ambiente sociale e religioso in cui è stato inserito fin dalla sua nascita. E così al compimento degli otto giorni egli viene circonciso, con il gesto che lo rende appartenente al popolo dell’alleanza e delle benedizioni (cf. Lc 2,21); poi al quarantesimo giorno Maria e Giuseppe, in obbedienza alla Torah, lo portano al tempio di Gerusalemme “per presentarlo al Signore”. Essi offrono “il sacrificio dei poveri” – cioè una coppia di colombi invece di un agnello (cf. Lv 5,7; 12,8), per loro troppo costoso – e in questo modo adempiono le norme di purificazione previste.

 

Ma questa obbedienza diviene ormai, per la presenza di Gesù, compimento della Legge: presentato al tempio, Gesù non viene riscattato mediante il pagamento di una somma di denaro, perché è lui stesso il riscatto, “la redenzione di Gerusalemme”, colui che è venuto a dare la vita in riscatto per tutti (cf. Mc 10,45; Mt 20,28); non viene santificato, come esigeva la Legge per ogni primogenito (cf. Es 13,2), ma viene riconosciuto Santo, come già era stato proclamato per bocca dell’angelo (cf. Lc 1,35). Insomma, per quanto al momento possa apparire paradossale – ma è il paradosso cristiano della forza nella debolezza (cf. 2Cor 12,10) – il neonato Gesù “entra nel suo tempio come Signore”, secondo le parole di Malachia (cf. Ml 3,1), l’ultimo profeta dell’Antico Testamento!

 

Al tempio il riconoscimento di Gesù avviene innanzitutto ad opera di Simeone e Anna, due anziani credenti che vivono la condizione di “poveri del Signore” (‘anawim), quell’umile resto di Israele che confidava solo nel Signore (cf. Sof 3,12-13) e attendeva con trepidazione la venuta del suo Messia. Illuminato dallo Spirito santo, Simeone, “uomo giusto e timorato di Dio”, accoglie tra le sue braccia il bambino e scioglie a Dio il suo canto di benedizione, il celebre Nunc dimittis (che la chiesa ci fa proclamare ogni sera nell’ultima preghiera della giornata prima di coricarci, l’ufficio di compieta): egli ormai può morire in una grande pace, perché i suoi occhi hanno contemplato in quel bambino la salvezza di Dio, colui che è “luce per la rivelazione alle genti e gloria del popolo di Israele”. A Simeone si può dunque applicare la beatitudine riferita da Luca più avanti e rivolta da Gesù ai suoi discepoli: “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono” (Lc 10,23-24).

 

L’incontro tra Gesù e Simeone è inoltre carico di suggestioni e di molteplici significati: sono l’uno davanti all’altro un vecchio e un bambino, l’Antico e il Nuovo Testamento, la secolare attesa e il definitivo compimento… Di più, Simeone rivela a Maria che Gesù lungo tutta la sua vita sarà “un segno che viene contraddetto e che svela i pensieri profondi di molti cuori”. Di fronte a Gesù, “venuto a portare sulla terra la divisione” (cf. Lc 12,51), occorre prendere posizione qui e ora; meglio, occorre decidere se accettare o rifiutare che sia lui a giudicare con la sua luce la nostra vita, a rischiarare le nostre tenebre (cf. Gv 1,5)…

 

Al tempio c’è anche Anna, un’anziana profetessa, vedova, che da molti anni vive nel luogo santo, “servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere”. Dopo essersi lungamente preparata con tutte le sue forze all’incontro decisivo con la salvezza di Dio, questa donna credente intuisce grazie all’intelligenza della fede che è finalmente arrivata l’ora del compimento atteso. Così, alla sera della sua vita, Anna loda il Dio fedele, che mantiene sempre le sue promesse, e annuncia il bambino quale Redentore e Salvatore. Nell’ottica dell’evangelista Luca, ella incarna già la missione del discepolo di Gesù Cristo, che – come il suo Maestro (cf. Lc 4,16-21; Is 61,1-2) – annuncia a tutti coloro che incontra la liberazione, il riscatto da ogni forma di male e di schiavitù, la possibilità di un concreto mutamento delle vicende umane alla luce del Regno che viene (cf. Lc 9,1-2).

 

I due anziani profeti non “trattengono” per sé Gesù ma si rallegrano di condividere con tutti la rivelazione della salvezza compiutasi in questo bambino. Più si è spogli di sé, poveri, più si è liberi, dunque capaci di accogliere la buona notizia del Vangelo, di assumerla nella propria vita e dunque di testimoniarla con chiarezza e semplicità a chi desidera accoglierla; si è capaci di condividerla con quella gioia che, secondo Luca, è il tratto distintivo dei discepoli di Gesù Cristo. In questo stile di vita, che accoglie e condivide con gratuità i doni del Signore, sempre più grandi delle attese umane, consiste la ricompensa sovrabbondante concessa a Simeone e Anna, che anche ciascuno di noi può sperimentare.

 

Leggendo questa pagina evangelica, siamo dunque condotti a comprendere che, per incontrare in verità il Signore Gesù e riconoscere la sua qualità di Salvatore di tutta l’umanità, sono necessarie la povertà di spirito e l’attesa perseverante testimoniate da questi due anziani credenti, nonché l’obbedienza alla volontà di Dio vissuta dai suoi genitori. È richiesta la disponibilità a “offrire i propri corpi”, cioè tutta la propria vita, “in sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (cf. Rm 12,1): questo è il modo più efficace per esprimere il nostro desiderio dell’incontro già oggi e poi definitivo, dopo la morte, con il Signore delle nostre vite.

 

 

Fin dai primi giorni terreni di Gesù, un neonato ancora incapace di parlare, si manifesta nella storia il disegno d’amore realizzato da Dio attraverso di lui: la venuta del Figlio di Dio nella carne “ci insegna a vivere” (cf. Tt 2,12), facendo della vita un cammino di obbedienza alla nostra condizione di creature volute e amate da Dio; e ci insegna a morire, facendo liberamente della nostra morte un atto d’amore per Dio e per i fratelli e le sorelle, alla sequela del Signore Gesù.


 

 

Chi sta con Gesù è  Felice!

 

di Amedeo Lomonaco

 

I Santi “non sono modellini perfetti ma persone attraversate da Dio” che hanno accolto la luce del Signore “nel loro cuore e l’hanno trasmessa al mondo”. E’ quanto ha affermato Papa Francesco all’Angelus, nella solennità di Tutti i Santi, esprimendo anche dolore per gli attacchi terroristici in Somalia, in Afghanistan e a New York. “Chi sta con Gesù - ha aggiunto il Santo Padre - è beato, è felice”.

“La felicità non sta nell’avere qualcosa o nel diventare qualcuno, no, la felicità vera è stare col Signore e vivere per amore”.

Le beatitudini sono ingredienti per la felicità

Le beatitudini - ha aggiunto Francesco - sono “ingredienti” per una vita felice”:

“Sono beati i semplici, gli umili che fanno posto a Dio, che sanno piangere per gli altri e per i propri sbagli, restano miti, lottano per la giustizia, sono misericordiosi verso tutti, custodiscono la purezza del cuore, operano sempre per la pace e rimangono nella gioia, non odiano e, anche quando soffrono, rispondono al male con il bene”.

I santi seguono sempre Gesù

E le beatitudini - ha sottolineato il Papa - “non richiedono gesti eclatanti, non sono per superuomini, ma per chi vive le prove e le fatiche di ogni giorno”:

“Così sono i santi: respirano come tutti l’aria inquinata dal male che c’è nel mondo, ma nel cammino non perdono mai di vista il tracciato di Gesù, quello indicato nelle beatitudini, che sono come la mappa della vita cristiana”.

I poveri in spirito non vivono per successo, potere e denaro

“Oggi – ha spiegato il Papa - è la festa di quelli che hanno raggiunto la meta indicata da questa mappa: non solo i santi del calendario, ma tanti fratelli e sorelle ‘della porta accanto’, che magari abbiamo incontrato e conosciuto”. Ed è “una festa di famiglia, di tante persone semplici e nascoste che in realtà aiutano Dio a mandare avanti il mondo”. Chi sono – ha chiesto poi il Papa – i poveri in spirito?

“Che non vivono per il successo, il potere e il denaro; sanno che chi accumula tesori per sé non arricchisce davanti a Dio (cfr Lc 12,21). Credono invece che il Signore è il tesoro della vita, l’amore al prossimo l’unica vera fonte di guadagno. A volte siamo scontenti per qualcosa che ci manca o preoccupati se non siamo considerati come vorremmo; ricordiamoci che non sta qui la nostra beatitudine, ma nel Signore e nell’amore: solo con Lui, solo amando si vive da beati”.

Preghiera per i defunti

Il Santo Padre ha ricordato infine che “domani saremo chiamati ad accompagnare con la preghiera i nostri defunti, perché godano per sempre del Signore”. “Ricordiamo con gratitudine – ha detto - i nostri cari e preghiamo per loro”. Dopo l’Angelus, il Papa ha anche rivolto un saluto speciale ai partecipanti alla Corsa dei Santi, promossa dalla Fondazione “Don Bosco nel mondo” per offrire "una dimensione di festa popolare alla celebrazione religiosa di Tutti i Santi”. E ha anche ricordato che domani pomeriggio si recherà al Cimitero americano di Nettuno e poi alle Fosse Ardeatine: “chiedo di accompagnarmi con la preghiera – ha detto il Papa - in queste due tappe di memoria e di suffragio per le vittime della guerra e della violenza”.


 

 

 

Il testimone

 

Carlo Maria Martini

 

Il primato della Parola

 

 

 

Il 31 agosto 2012 moriva, assistito dai suoi confra- i telli nella casa di Gallarate, il cardinale Carlo Maria Martini, gesuita e arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002. Era nato a Torino il 15 febbraio 1927. Fin da piccolo aveva ricevuto una convinta educazione cristiana, come scriverà lui stesso in uno dei suoi libri densi di spiritualità e di sapienza: «I miei genitori mi hanno donato la fede in Dio, mia madre mi ha insegnato a pregare». A soli 17 anni era entrato nella Compagnia di Gesù dove avrebbe svolto il suo ministero di studioso della Sacra Scrittura, di docente, di rettore, di pastore, di uomo di Dio. Durante gli anni di noviziato, aveva imparato dai suoi maestri a vivere la fede nella libertà, nel continuo discernimento culturale e spirituale per mantenere vigile la propria coscienza. Col tempo, aveva imparato a fondare il proprio cammino spirituale e la direzione delle sue azioni sull'ascolto e sullo studio della parola di Dio. Nella Scrittura, nella Bibbia, nei Vangeli, ricordava spesso, Dio si rivela agli uomini e indica loro la via da seguire per una vita santa, nella sequela di Cristo e nella testimonianza verso il prossimo. Il problema era riuscire a calare la Bibbia, la Parola scritta e raccontata, nella vita reale. Soprattutto per rispondere alla complessità e alle domande della vita che rendono il nostro credere faticoso. Più crediamo, più troviamo difficoltà, l'importante è accettare la nostra debolezza, portare e sostenere queste domande senza paura di riconoscere il nostro non credere. Come aveva intuito più di un secolo prima santa Teresa di Gesù Bambino, siamo seduti alla tavola dei peccatori, nel senso che ne condividiamo i dubbi e le fragilità. Ed è questa una delle chiavi di lettura più importanti per comprendere la vicenda umana di Carlo Maria Martini.

Entrò nella diocesi di Milano con il Vangelo in mano e come prima cosa introdusse la "Scuola della parola". A indicare chiaramente come tutta la suamissionarietà partiva, passava, si incarnava e tornava alla parola di Dio. La strada più sicura per udire la voce di Dio, per conoscerne la vera immagine. Era, quindi, necessario porgere agli uomini l'autentica immagine di Dio, depurata dalle incrostazioni, dai pregiudizi ideologici e culturali, dalle paure e dalle proiezioni degli uomini. Senza, però, salire in cattedra o porsi come giudice, ma da umile tramite. Come il suo Maestro, Gesù Cristo, i suoi gesti erano di amore gratuito, senza obiettivi da raggiungere, anche se buoni. Da qui anche il titolo del recente film-dossier di Salvatore Nocita, Carlo Maria Martini. Un uomo di Dio (Italia 2013), prodotto da Officina della Comunicazione, Multimedia San Paolo e «Corriere della Sera». Il documentario, attraverso il montaggio di una serie di interviste a don Luigi Ciotti, Ferruccio De Bortoli, mons. Erminio De Scalzi, Giulio Giorello, Giuseppe Laras, Mouheli Moschen, mons. Thomas Rosica, don Antonio Sciortino, Aldo Maria Valli e mons. Dario Viganò, ripercorre le tappe più importanti della vita del cardinal Martini. La vocazione religiosa, il ministero all'interno della Compagnia di Gesù, la partecipazione al concilio Vaticano II, la nomina ad arcivescovo di Milano, gli anni di piombo, tangentopoli, lo studio a Gerusalemme, il morbo di Parkinson.

Apparentemente, l'idea può sembrare banale perché, più o meno, questa è la struttura di gran parte dei documentari. In realtà, tutto lascia pensare che il regista abbia scelto questo tipo di montaggio proprio per sottolineare come l'apostolato di Martini era la sua parola, il servizio umile alla parola di Dio. Attraverso la sua viva voce e le testimonianze dei suoi collaboratori, infatti, viene fuori l'immagine di un uomo che, sulla scia del Concilio, ha saputo ridare al messaggio cristiano il suo fascino profetico. Quella forte identità che non ha paura di confrontarsi con le altre culture, con le altre religioni, con i non credenti, perché la sua verità non risiede nella morale, nei grandi numeri, nelle strutture, ma nell'immagine di Dio. Un Dio che dall'eternità cerca il dialogo con gli uomini per aiutarli a dare un senso buono e bello alla loro vita. Questo è stato il servizio che il cardinal Martini ha donato alla sua Chiesa e agli uomini che ha incontrato: «Non ci proponiamo nessun proselitismo – sono parole sue –, non miriamo a nessuna conquista, ci basta essere come Gesù, vivere il Vangelo».

 

(Giovanni Meucci)


 

La porzione buona

 

XVI domenica del tempo Ordinario anno C

 

Enzo Bianchi

 

marta e maria

In quei giorni mentre Gesù e i suoi discepoli erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t'importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c'è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Lc 10,38-42

 

Quando Luca scrive il terzo vangelo, resta un uomo “ecclesiale”, che ha una conoscenza esperienziale della vita delle comunità cristiane, quelle che descriverà nella seconda parte della sua opera, gli Atti degli apostoli. Nella chiesa di allora, come ancora oggi in ogni comunità cristiana, si registravano e si registrano difficoltà, tensioni tra i diversi servizi e i diversi modi di vivere la vita cristiana. Negli Atti – non lo si dimentichi – Luca testimonia un conflitto tra il servizio a tavola e il servizio della Parola, che viene risolto attraverso una ripartizione dei servizi: agli apostoli compete annunciare il Vangelo, mentre ad altri sette credenti il servizio a tavola (cf. At 6,1-6). Questa soluzione non vuole essere esemplare o autoritativa per la chiesa: è stata una soluzione, ma forse ve ne potevano essere altre… In ogni caso, si è risolto il conflitto riconoscendo che c’è un primato da rispettare: il primato della parola di Dio ascoltata e predicata, senza la quale non vi è comunità cristiana. Nel brano odierno si manifesta lo stesso problema: cerchiamo dunque di comprendere umilmente le parole di Gesù.

Nella sua salita verso Gerusalemme, Gesù trova ospitalità presso una famiglia: due sorelle, Marta e Maria, e il fratello Lazzaro, a Betania, nei pressi della la città santa, lo accolgono in casa offrendogli cibo e alloggio. Questo succederà spesso, in particolare nella settimana prima della passione di Gesù (cf. Mc 11,11; Mt 21,17; Gv 12,1-11). Il quarto vangelo ci dà molte notizie su questi tre amici di Gesù, da lui molto amati (cf. soprattutto Gv 11,1-43). Dunque Gesù, che è stato respinto dai samaritani (cf. Lc 9,51-55), trova una casa che lo accoglie, che gli permette di gustare l’intimità dell’amicizia, di riposare, di avere tempo per pensare alla sua missione. Entrato in casa, è accolto da Marta, una donna attiva, intraprendente, che si sente impegnata a preparargli il cibo e una tavola degna di un rabbi, di un amico. Marta qui è “tirata da tutte le parti”, indaffarata e assorbita dai servizi.

Maria, l’altra sorella, appare invece una donna più contemplativa, che durante la sosta di Gesù in casa ama innanzitutto ascoltarlo, mettersi ai piedi del maestro e profeta per ricevere il suo insegnamento. Alla presenza di Gesù, Maria assume così la postura classica del discepolo (cf. Lc 8,35; At 22,3). La tradizione rabbinica affermava: “La tua casa sia un luogo di riunione per i sapienti; attaccati alla polvere dei loro piedi e bevi assetato le loro parole” (Mishnà, Avot I,4), ma questo compito era riservato agli uomini, non certo alle donne. Ciò sarebbe stato non solo inusuale, ma anche scandaloso, come si legge sempre nella Mishnà: “Chiunque insegni la Torah a sua figlia è come se le insegnasse cose sporche” (Sotah 3,4). Maria compie pertanto un gesto coraggioso, audace, mostrando una forte soggettività e una profonda consapevolezza: si fa discepola, sicura che il rabbi Gesù non la respingerà, ma eserciterà il suo ministero rivolgendosi a una donna come agli uomini, accetterà di avere una discepola e non solo dei discepoli. D’altronde, Luca aveva già dato testimonianza circa le donne al seguito di Gesù (cf. Lc 8,2-3); qui però egli specifica ulteriormente: le donne non solo seguono Gesù “servendolo con i loro beni”, ma sono destinatarie del suo insegnamento, esattamente come i discepoli.

Ma ecco apparire il conflitto. Vedendo la sorella in ascolto ai piedi Gesù, Marta interviene indispettita, dicendogli: “Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille che mi aiuti!”. Si faccia attenzione: Marta chiama Gesù Kýrios, Signore, titolo che echeggia la confessione pasquale della chiesa nei suoi confronti (“È il Signore!”: Gv 21,7). D’altronde, secondo il quarto vangelo, Marta è colei che fa la più alta confessione di fede in Gesù, definendolo “il Cristo, il Figlio di Dio veniente nel mondo” (Gv 11,27), confessione più completa di quella di Pietro (cf. Gv 6,69). Qui però le sue parole denotano irritazione e quasi costringono Gesù a intervenire presso sua sorella Maria. In fondo Marta si sta dando da fare proprio per accogliere bene Gesù, ma il suo zelo sconfina nell’inquietudine e nella preoccupazione. Pur facendo azioni per Gesù, Marta è distratta e preoccupata, dunque divisa – come Gesù stesso le dice subito dopo –, cioè ha assunto un atteggiamento e dei sentimenti che le impediscono di ascoltare il Kýrios.

Gesù allora interviene, non per fare un rimprovero, ma per offrire a Marta una diagnosi: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti affanni per molte cose!”. Queste parole vanno capite bene e non comprese secondo un adagio che abbiamo nei nostri orecchi perché ripetuto da secoli, adagio che beatifica la vita contemplativa e le conferisce il primato su quella attiva, frutto avvelenato del neoplatonismo cristiano… No! Ciò che Gesù vuole correggere in Marta, peraltro dolcemente, è la preoccupazione, ossia quell’agitazione che impedisce l’ascolto e l’accoglienza autentica di Gesù stesso. Per fare piacere a Gesù ed essergli vicina, Marta non si accorge che in realtà fa di tutto per creare ostacoli al vero rapporto con lui. I mezzi per raggiungere il fine sono per lei più importanti del fine. Agitarsi, preoccuparsi significa togliere attenzione all’altro e pensare troppo a se stessi: ci si illude di pensare agli altri, ma l’agitazione non lo permette, anzi lo impedisce…

Gesù, del resto, altrove ammonisce di non preoccuparsi delle parole da pronunciare per difendersi quando si è accusati a causa sua (cf. Lc 12,11: verbo merimnáo), di non preoccuparsi per il cibo e il vestito (cf. Lc 12,22-29: verbo merimnáo), di non lasciarsi prendere dall’agitazione per la vita, nell’attesa della venuta del Figlio dell’uomo (cf. Lc 21,34-35: sostantivo mérimna). Ora, nel mettere per iscritto questo episodio nonché le esortazioni appena citate, è molto probabile che Luca si ispiri a quanto affermato da Paolo in 1Cor 7, quando, parlando della relazione con il Signore, l’Apostolo esorta a non essere distratti, tirati qua e là (aperispástos: 1Cor 7,35; cf. periespâto: Lc 10,40), né preoccupati, divisi (amerímnous: 1Cor 7,32; meméristai: 1Cor 7,34; cf. merimnâs: Lc 10,41). Questo ammonimento vale dunque per Marta come per ciascuno di noi! Sia dunque chiaro: Gesù non condanna Marta perché lavora, facendo qualcosa per lui, anche perché egli amava la tavola, gioiva nel condividere buon cibo e buon vino con gli amici e le amiche, ma la mette in guardia dal lasciarsi prendere dall’affanno, fino a dimenticare la sua presenza. Occuparsi, non preoccuparsi; lavorare, non agitarsi; servire, non correre: sono attitudini umane assolutamente necessarie a ogni “buona” accoglienza!

Infine, ecco un’ultima parola: “Una sola cosa è necessaria. Maria ha scelto la porzione buona, che non le sarà tolta”. Cosa è veramente necessario? Cosa è determinante nel rapporto con Gesù? Una sola cosa: essere suo discepolo, sua discepola, ascoltando la sua parola. Non a caso proprio Luca ci dice che addirittura la relazione di maternità di Maria nei confronti di Gesù passa in secondo piano rispetto al legame decisivo con lui, costituito dall’ascolto e dalla messa in pratica della sua parola (cf. Lc 11,27-28). Dunque,

non l’utero che ha portato Gesù è beato,

non chi accoglie Gesù con un pasto straordinario è beato,

non chi pensa di dover fare molte cose per Gesù è beato,

ma chi ascolta la sua parola e la mette in pratica!

Per noi non è facile rispettare questo primato dell’ascolto, perché pensiamo di avere molte cose da fare, molti servizi da compiere, e spesso ce li inventiamo, pur di non ascoltare le parole di Gesù. In noi, infatti, c’è ribellione alle parole di Gesù, c’è la tentazione di non ascoltarle per non osservarle, c’è la tentazione di preferire ciò che vogliamo, ciò che decidiamo, ciò di cui siamo protagonisti, piuttosto che ascoltare e obbedire. Quando mi interrogo su questo brano evangelico, mi sento più Marta che Maria, e ne provo vergogna e pentimento…

 

Ma non si dimentichi la grande novità di questa pagina: una donna si fa discepola di Gesù, e questa è “la porzione” di Maria che ascolta, la porzione buona che non le sarà mai tolta, perché “sua porzione è il Signore” (cf. Sal 16,5). Le donne non sono solo chiamate, come tutti i discepoli, al servizio, alla diakonía, ma innanzitutto all’ascolto: l’opposizione tra Marta e Maria rivelata da Gesù non è un’opposizione tra attività e contemplazione, ma tra non ascolto e ascolto del Signore.


LA MADRE DI GESÙ HA QUALCOSA DA DIRCI?

 

 

 

 

La tristezza nella Chiesa e nel mondo ha certamente qualche rapporto con l'assenza della Madre di Gesù.

 

Fate bene attenzione. Nel Vangelo e nelle icone Maria non è mai sola: porta sempre il figlio per mostrarlo al mondo. Lei non rivendica mai il primo posto. D'altra parte, senza Maria non riuscirai mai a capire veramente Gesù. Provate fastidio per le immagini e i pellegrinaggi? E sì che ormai siamo ben lontani dall'esuberanza barocca con cui una volta le si rendeva omaggio! Anzi, forse siamo arrivati all'altro estremo: una liturgia senza immagini e povera di simboli. Forse la freddezza delle nostre celebrazioni e l'aridità della nostra cultura religiosa hanno un qualche rapporto con l'offuscamento della figura di Maria. Una tale iconoclastia, infatti, può essere mortale per la fede cattolica. La nostra preghiera diventa «riflessione», l'amore è pervaso di razionalismo, la fede diventa incertezza e scetticismo. La tristezza nella Chiesa e nel mondo ha certamente qualche rapporto con I'assenza della Madre di Gesù. Eppure noi - e anch'io - abbiamo tanto bisogno di gioia...

 

«Un paziente sforzo di educazione sarà necessario per imparare nuovamente a gustare in semplicità le molte gioie umane che il Creatore mette già sul nostro cammino - scriveva Paolo VI -: la gioia dì vivere, di amare, la gioia pacificante della natura e del silenzio... La creatura umana ha tagliato il legame vitale che la univa a Dio... Dio le appare astratto, inutile: senza che lo sappia esprimere, il silenzio di Dio le pesa enormemente...» (Esortazione apostolica «Gaudete in Domino», 1975).

 

Forse Maria può aiutarci a ritrovare la gioia della vita.

 

Possiamo cavarcela da soli?

 

Maria è capace di dire un sì perfetto, di offrirsi  totalmente a Dio.

 

Parte della nostra tristezza dipende dalla nostra memoria debole, dalla nostra miopia. Abbiamo dimenticato che Dio ci ha già dato tutto, molto prima che facessimo qualcosa. Ci ha dato la vita e l'esistenza, mentre noi immaginiamo di dover far tutto da soli, partendo dal nulla. Questo fatto ci angoscia e ci inquieta. Abbiamo perduto la gioia, per un sentimento esasperato delle nostre responsabilità.

 

E Maria? Essa sa benissimo che niente viene da lei: tutto le viene dalla mano di Dio. Vive di un'unica convinzione: «Dio mi ha preceduto in tutto». É quindi capace di dire un «si» perfetto, sì abbandona totalmente a Dio. É libera di se stessa, completamente. E ciò la rende felice! In noi, invece, da tanto tempo è radicato il ano»... Anche nella nostra vita Dio ci precede sempre: prima che potessimo vedere, sentire o parlare, abbiamo ricevuto tutto da lui. L'amore di Dio è già all'opera nella creatura umana prima che il male la minacci. Il suo amore creatore nonni abbandona mai. Il primo passo sulla strada della gioia è appunto prendere coscienza di questa realtà.

 

 

 

II nostro cuore è decisamente «incatenato»

 

É vero, siamo sicuri, ma del tutto soli!

 

Il nostro cuore è sprangato, blindato «per sopravvivere». Abbiamo paura di essere troppo vulnerabili. Abbiamo paura delle persone e delle loro domande. Abbiamo paura di Dio che può chiederci ancora di più. Non sobbalziamo più quando sentiamo la parola di Dio, perché il nostro cuore è decisamente «incatenato». La sentiamo con difficoltà. È vera, siamo sicuri, ma del tutto soli! Solamente colui che lascia la porta aperta. che rimane vulnerabile, può essere visitato e confortato da Dio, come è avvenuto per Maria. Il messaggio dell'angelo le procura un po' di spavento: aveva pensato di poter continuare a vivere nella penombra della casa di Giuseppe. Aveva immaginato la propria missione come qualcosa d'insignificante, da svolgere nell'anonimato. In realtà, chi era lei, povera ragazza di Nazareth?

 

E tuttavia non dubita. Attende l'intervento di Dio. Per noi è ben diverso. Noi diciamo a con scetticismo o ironia: «Com'è possibile?». Ebbene, Maria è convinta che tutto è possibile per la potenza dello Spirito di Dio e per i segni dati da Dio.

 

 

 

La gioia forza la serratura del nostro cuore

 

Colui che sa di essere amato da Dio non può non amare gli altri.

 

Essere aperto alla potenza dello Spirito di Dio significa credere che Dio ci dà una mano nella nostra vita. Che non tutto dipende da noi. Proprio questa fede chiede Dio. Tuttavia egli non lascia nessuno da solo sul cammino verso questa fede, ma gli offre dei segni. Così avvenne anche con Maria: trova nella cugina Elisabetta una compagna di viaggio. Nessuno è capace di realizzare da solo una missione divina. Ha bisogno di «parenti». Ha bisogno dì qualcuno che l'accompagni, di un «Tu» per dialogare. Buona parte della tristezza e dello scoraggiamento pro viene dal fatto che non siamo più capaci di vedere i segni o non vogliamo più vederli. Segni ce ne sono sempre: persone. cose, avvenimenti che Dio dà come indicatori stradali che ci orientano a lui. Ma li vediamo?

 

La gioia che proviene da Dio ha qualcosa del tutto speciale. Non si adagia in un'atmosfera confortevole, ma fa esplodere il cuore e spinge alla condivisione. Al contrario, la gioia diventa tristezza se la vuoi imprigionare.

 

Dopo la visita dell'angelo, Maria aveva mille ragioni per chiudersi in se stessa e godersi il fatto che Dio era stato così buono con lei. Ma non lo fa assolutamente. Leggera come una piuma s'affretta attraverso i monti in aiuto della cugina Elisabetta. Il testo del racconto è scoppiettante d'allegrezza.

 

La vera gioia che proviene da Dio è attiva: non si riposa, ma si concretizza in aiuto e servizio, perché colui che sa di essere amato da Dio non può non amare gli altri..

 

 

 

Nell'occhio del ciclone

 

Nel cuore del dialogo con Dio sta la sorgente della gioia più profonda.

 

C'è un'altra ragione per cui la nostra epoca è così poco allegra: abbiamo disimparato la gioia che procura la preghiera di lode, anzi ogni preghiera. Siamo circondati da rumori assordanti e siamo immersi in una confusione di lingue degna di Babele, e Dio viene circondato da un silenzio profondo, come nell'occhio d'un ciclone. E anche quando ci rivolgiamo a Dio, il più delle volte lo facciamo per parlare di noi stessi. Un essere umano che non sa più pregare diventa triste... perché solamente nella conversazione con Dio sta la sorgente della gioia più profonda: non la puoi scoprire in nessun dialogo con gli uomini. E Dio ha preso l'iniziativa di tale conversazione. È un suo dono se riusciamo a esprimerci totalmente. Egli ci fa scoprire la gioia della preghiera, o almeno della preghiera di lode che può veramente liberare (perché la preghiera può essere anche arida e monotona). Le grida di gioia rivolte a Dio ci allargano il cuore.

 

Maria ha tutte le ragioni per implorare l'aiuto di Dio adesso che porta in sé il figlio promesso, con il suo immenso mistero. Invece non lo fa, e canta: «L'anima mia magnifica il Signore, il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore». Gioia, ammirazione e riconoscenza purissime!

 

 

 

Vuole soltanto persane in ginocchio?

 

Riconoscerti piccolo al cospetto di Dio non è altro che riconoscere la tua realtà davanti a lui.

 

Un'altra fonte di gioia è l'essere «piccolo». Non è come essere umile o modesto. La «piccolezza» è un dono di Dio. In Maria è parte integrante del suo mistero: la sua infinita disponibilità a essere piccola, la meravigliosa capacità di ricevere. diventa in lei apertura totale a Dio. Lei sa di non aver meritato il figlio Gesù..

 

Noi ci ribelliamo a un'idea del genere: ma allora Dio vuole unicamente persone in ginocchio? Nessuno può più stare in piedi? Dobbiamo negarci ogni autodeterminazione e indipendenza e subire tutto passivamente?

 

No. Dio vuole che siamo persone libere, non degli schiavi. Egli ci considera come partners dell'alleanza e ha in noi una fiducia straordinaria. Riconoscerti piccolo al cospetto di Dio non è altro che riconoscere la tua realtà davanti a lui: aver coscienza della realtà divina e della nostra vera condizione umana. Accettarti così come sei, talvolta ben diverso da come ti eri sognato. Non è facile...

 

 

 

Dio è un rivoluzionario

 

Il vero cambiamento è opera di Dio.

 

Il canto di Maria per Dio e il mondo - il Magnificat - è un canto sovversivo. Maria parla d'un mondo nuovo, dove vigono altre leggi: il grande è piccolo, il piccolo è grande. Dio capovolge tutte le situazioni, rovescia i dati abituali. Produce una vera rivoluzione. Anzitutto riguardo a se stesso, perché si dimostra ben diverso dal previsto. In lui l'amore è esattamente il contrario dell'amore come lo pensiamo noi.

 

Ma anche riguardo al mondo, proprio perché Dio è diverso: i ricchi diventano poveri, i poveri diventano ricchi: un fatto che si ripete spesso nella Scrittura. Dio mette fine all'oppressione, alla fame e alla morte.

 

Proprio cosî, il vero capovolgimento è opera di Dio, non è solamente opera umana. È la rivoluzione di Dio. Il quale però chiede che lo seguiamo.

 

I valori rivoluzionari del Magnificat sono messi in bocca a una ragazza. impotente, poco considerata e inerme. Maria ed Elisabetta saranno gli strumenti della missione dei loro figli. Giuseppe e Zaccaria rimangono in secondo piano, questa pagina del Vangelo non parla di loro. Sostengono in silenzio la missione sempre più grande delle loro spose. È questa la pedagogia di Dio. Spesso ben diversa da quella degli uomini, per i quali generalmente le donne non contano niente...

 

Siccome Dio mette il canto in bocca di qualcuno che si affida totalmente alla sua potenza, la rivoluzione divina è anche impregnata di gioia e priva di amarezza. Ecco il mistero della piccolezza di Maria. In ogni epoca gli uomini hanno cercato di chiuderla in immagini e in sogni. Ma lei è sempre stata abbastanza forte da spezzare ogni costrizione. Per fortuna!

 

 

 

Obbedienza superata?

 

Volontà di ascolto e obbedienza. Come fare?

 

Vediamo un altro aspetto della gioia di Maria che conosciamo appena: era sempre in ascolto e obbediente. Ella ha concepito Gesù nel proprio grembo, ma ha pure ascoltato con tutta l'anima la parola di Dio e ha detto «sì». Due caratteristiche che a noi sembrano piuttosto una limitazione della gioia e una riduzione della felicità. Volontà di ascolto e obbedienza... Come fare?

 

In realtà, se dici di sì a Dio - ascoltandolo e obbedendo alla sua volontà - diventi veramente felice, il tuo cuore si riscalda e tu riprendi fiato. Non ti senti pio solo, ma portato dalla corrente possente della volontà di Dio.

 

Lo so benissimo: ascoltare Dio non è facile. Perché è così diverso. Sembra sottrarsi sempre alle nostre idee e alle nostre attese. E questo ci fa star male. Eppure Dio non scompare mai del tutto. Lo ritroviamo. Egli non vuole che naufraghiamo nella nostra ricerca. A ogni ripresa si lascia ritrovare, ma diverso. Dio non ci priva della gioia del ritrovamento. Maria ne è stata la prova vivente...

 

 

 

Card. Godfried Danneels

 

L'Assunta,

un anticipo

e una speranza

Alessandro Maggiolini

 

L'Assunta.

Non è facile parlare della Madonna. Si rischia sem­pre l'ingenuità. Ma bisogna rischiarla questa ingenuità quando si parla della mamma: anche se si hanno qua­rant'anni suonati o si sta morendo. Ricordo il ritornel­lo d'una canzone che insiste: Come potrò dire a mia ma­dre che ho paura?

L'Assunta, dunque.

Stiamo al dogma: al termine della propria vita terre­na, per singolare privilegio, Maria è stata assunta in cielo in anima e corpo, unendosi così in modo partico­larissimo al suo Figlio glorioso.

Non vale ripetere che il cielo non è altrove, lontano, facendo dell'Assunzione una sorta di salita ad un fan­tomatico ultimo piano con uno strano ascensore. E cie­lo è il mistero nascosto tra noi. Maria è presente.

Ebbene, se le cose stanno così, buttiamo avanti in modo deciso l'interrogativo che abbiamo dentro: l'As­sunta che cosa dice a noi, uomini d'oggi? O, in modo ancor più netto: in che cosa ci tocca, in che cosa ci coinvolge questo dogma apparentemente tanto astrat­to? Maria è in cielo anche nel corpo. E sia. Ma noi?

Ecco, c'è da vergognarsi a porre le domande così. Ma riflettiamo un istante senza il sussiego di uomini adulti (occorre essere un po' bambini per capire que­ste faccende).

L'Assunta dice a noi che nella gloria, con Cristo, è entrata Maria, nostra Madre. Nella gloria è entrata non solo la mente, ma il cuore, la sensibilità, la premura di una madre; di una madre che ci conosce, che ci se­gue, che trepida e intercede per noi: non come ci può conoscere un registro d'anagrafe o un calcolatore elet­tronico, ma come una madre, appunto, che è attenta alle minuzie che formano la nostra vita, indovina i pensieri quando ci vede rabbuiati, tace quando intui­sce che abbiamo bisogno di soffrire, condivide le gioie quasi nascondendosi, e prima che usciamo, si premu­ra di controllare se abbiamo le scarpe lucide ai piedi e il fazzoletto pulito in tasca... Una madre conosce così: col cuore; e si sa che le cose più importanti sono invi­sibili agli occhi...

E di contro: una madre la si conosce così. Un bimbo richiesto di descrivere la mamma, non si sognerebbe mai di rispondere che ella è nome comune di persona singolare femminile. Ci direbbe che è la più bella e la più buona del mondo, e allargherebbe le braccia per dire che le vuol bene così.

E poi l'Assunta ci è motivo di speranza e anticipo di ciò che saremo.

Il suo destino è il nostro futuro.

Anima e corpo. Ciò significa che anche la pesantez­za e l'opacità del nostro corpo saranno riscattate: non è intuizione da poco, quando si osserva o si esperimenta il disfacimento della malattia e della morte; o quando si avverte che il corpo è ostacolo e schermo invece di essere parola tersa detta all'altro e intenzionalità d'amore manifestata...

Anima e corpo. Ciò significa che ha un senso il no­stro faticare quotidiano e il nostro riposo: il vivere tra i fornelli di cucina o gli altiforni delle fonderie, tra pannolini e biberon o tra scartoffie d'ufficio o tra libri o nel chiasso di un'officina o in una vacanza con ami­ci... Tutto viene recuperato e trasfigurato alle soglie dell'aldilà.

Non c'è lembo d'esistenza che va messo in parentesi perché inutile: tranne il peccato. Ce lo assicura l'Assun­ta: questo ideale d'umanità che è reale come e assai più delle nostre incombenze più immediate.

C'è di che stupirsi. C'è di che impegnarsi. C'è di che ringraziare Maria perché precede e dà senso ai nostri sforzi; o semplicemente perché è lei; perché esiste... Cambia un po' tutto. Davvero.



“Dalla grazia dei muri alla grazia dei volti” Camaldoli Mezzasalma pag 46

 

La lettura dell’esperienza del Concilio in Padre Benedetto Calati

 

C’è un testo di padre di Benedetto Calati che reca il significativo titolo di “ Il primato della comunione” e nel quale ….,cita una pagina di papa Giovanni XIII scritta il 24 maggio 1963 e quindi 10 giorni prima di morire è morto infatti il 3 giugno-Le circostanze odierne,le esigenze degli ultimi cinquantenni,l’approfondimento dottrinale,ci hanno condotto di fronte a realtà nuove,come dissi nel discorso di apertura del concilio “non è il Vangelo che cambia siamo noi che cominciamo a comprendere meglio”.

“Chi è vissuto più a lungo si è trovato come me agli inizi del secolo in faccia ai compiti nuovi di un’attività sociale che investe tutto l’uomo,chi è stato,come io  fui,vent’anni in oriente,otto in francia ed ha potuto confrontare culture e tradizioni diverse sa che è giunto il momento di riconoscere i segni dei tempi,di cogliere le opportunità e guardare lontano”.

 

Commenta Padre Calati “Papa Giovanni afferma il primato dell’Evangelo e la necessità di comprenderlo meglio,notiamo la carica ermeneutica di queste affermazioni,circostanze,esigenze,approfondimento.

Sulla scorta del saggio di O’Malley come proprio il Vaticano II fosse stato un “evento linguistico” nel tentativo di affrontare una questione decisiva:come comunicare all’uomo contemporaneo il messaggio di una chiesa che negli ultimi secoli si era contrapposta al mondo moderno coltivando la nostalgia di un mitico passato medievale in cui gli uomini le riconoscevano,quasi in assoluto la direzione della società civile?

 

….L’analisi di Padre Benedetto Calati su questo tipo di ecclesiologia è impietosa ma difficilmente contestabile: “ tutto questo era possibile perché c’era carenza di Parola di Dio,carenza di una coscienza di essere popolo di Dio”

La normativa giuridica aveva la precedenza de facto sulla Parola di Dio e la mancanza di comunione originava l’incapacità di leggere i segni dei tempi,con il sospetto nei confronti di ogni atteggiamento profetico. Questa situazione così anomala era conseguenza di quell’assolutismo ecclesiastico che era stato frutto dei “malintesi”  ecclesiologi seguiti al Concilio Vaticano I.

P 48 L’immobilismo della Chiesa è legato al suo peccato di divisione da principio dell’oriente e dell’occidente e in gran parte conseguenza della politica dei carolingi come pure aggiunge Padre Calati della riforma Protestante agli inizi dell’età moderna,è all’origine di tutte le difficoltà  che nella contemporaneità incontriamo nell’esperienza della fede…:L’unità della Chiesa nasce dalla Parola.E’ Cristo il fermento dell’unità,è il suo spirito il garante del pluralismo dei doni che anima la comunione ecclesiale.

L’unità della Chiesa non è semplicemente un fatto sociologico,la comunione delle Chiese rende visibile Koinonia di Dio.

La parola di Dio che ci rivela il suo amore per noi è perciò costante nutrimento e garanzia della comunione.


 

Andiamo a Betlemme

 

La storia di Maria è una storia che ha per noi oggi dell’incredibile..un Angelo fu mandato da Dio ad una Vergine promessa sposa di un uomo della casa di Davide e quell’Angelo le doveva annunciare che le sarebbe nato un bimbo ( confronta Lc 1,26 e seguenti)…il Figlio di Dio!

Così il Vangelo di Luca ci propone l’annuncio a Maria come un fatto miracoloso e inquietante. Non manca ormai molto al matrimonio quando  un Angelo le appare e le parla nel segreto del suo cuore e le prospetta un evento imminente che la riguarda molto da vicino( Lc 1,31): “Ecco concepirai un Figlio lo darai alla Luce lo chiamerai Gesù”.Ma come, ma cosa sta dicendo quell’Angelo,quella voce che batte forte sul cuore come un ossessione?Ma come è possibile questo? Giustamente Luca disse che Maria rimase turbata( Lc 1,29) e chi non lo sarebbe?Ma in queste parole risuonava per Maria di Nazareth la voce di Dio. In quell’annuncio,una visita dal cielo. E’ questo il modo in cui di solito Dio viene ad incontrare l’uomo: un modo che turba,che disorienta,che sconvolge tutti i piani e i programmi. L’impatto con Dio è scomodo,rischioso solo pochi riescono a dire si come Maria, tanto più sarebbe difficile oggi rispondere all’annuncio dell’Angelo Gabriele per un tipo di mentalità come quella corrente dove tutto deve essere spiegato e ogni scelta motivata da un concreto profitto. Maria credette in questa impresa e mise a repentaglio la sua vita il suo presente e il suo futuro e si legò irrevocabilmente ad un Dio che non voleva abbandonare la storia dell’uomo a se stessa ma voleva essere Emanuele,”Dio con noi”,che voleva trovare un cantuccio nel paese,un corpo che potesse abbracciarlo e custodirlo,dargli un po’ di calore,piuttosto di tirarsi indietro,di farsi paralizzare dalla paura di quanto avrebbe comportato la nascita di quel Figlio.Ella credette,si affidò,consegnò il suo corpo alla Vita e alla Speranza:”Avvenga di me secondo la sua parola”(LC1,38) e lo fece proprio accettando Gesù nel suo grembo.

(Cfr Rosanna Virgili in Vita Monastica)

Betlemme è soprattutto l’incontro con un Dio che abbiamo troppo sbrigativamente mandato in esilio,un Dio nuovo,un Dio che genera,un Dio che non ha mai smesso di creare, un Dio che ci spinge a farci complici dell’atto di generare. Due persone che si amano sono vicine al cielo e una donna che dà vita alla vita è complice dell’inguaribile attitudine del generare di Dio. A Betlemme infatti le stelle che illuminano la capanna, avvolgono quel miracolo della vita che è la nascita di nostro Signore è il segno più spettacolare che indica il tempio in cui il Dio che genera ha deciso di abitare.

A Betlemme Dio ha finalmente un volto. Non una maschera,un volto. Semplicemente da contemplare ovvero da amare. Ci chiede il miracolo  un Dio bambino confuso  tra milioni di altri bambini: non sono cori di angeli da presepe ma grida di dolore che ci ricordano l’urgenza di generare pace e giustizia insieme alla bellezza e all’incanto.

(Cfr Tonino dall’Olio,Rocca 24 pag 25)

 

Anche noi andiamo a Betlemme partecipando, percorrendo la strada dalle nostre case nell’incontro nella Chiesa della nostra Comunità dove troveremo il Signore presente nei piccoli e nei grandi, nella diversità delle persone ma in ognuno un cuore da incontrare e da amare.

Buon Natale e Felice anno nuovo pieno di Speranza.

 

Padre Lorenzo,Padre Luigi, Padre Angelo.

 


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