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IMITARE SAN GIOVANNI BATTISTA

 

 

Imitare

 

san Giovanni Battista

 

Natività di san Giovanni Battista - Anno B

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

Leggenda-Costiera-Amalfitana-San-Giovanni-Battista-Bagno-a-Mare

 

Lc 1,5-17 L’esperienza spirituale di san Giovanni [1]

 

Preparare, discernere, diminuire. In questi tre verbi è racchiusa l’esperienza spirituale di san Giovanni Battista, colui che ha preceduto la venuta del Messia predicando il battesimo di conversione al popolo di Israele.

 

Preparare

Giovanni ha lavorato anzitutto per «preparare, senza prendere niente per sé». Egli era un uomo importante: la gente lo cercava, lo seguiva, perché le sue parole erano “forti”, “come spada affilata”, secondo l’espressione di Isaia (49,2). Il Battista arrivava al cuore della gente. E se forse ha avuto la tentazione di credere che fosse importante, non vi è caduto, come dimostra la risposta data ai dottori che gli chiedevano se fosse il Messia: “Sono voce, soltanto voce - ha detto - di uno che grida nel deserto. Io sono soltanto voce, ma sono venuto a preparare la strada al Signore”. Il suo primo compito, dunque, è preparare il cuore del popolo per l’incontro con il Signore.

 

Discernere

Ma chi è il Signore? Nella risposta a questo interrogativo c’è la seconda vocazione di Giovanni: discernere, tra tanta gente buona, chi fosse il Signore. E lo Spirito gli ha rivelato questo. Cosicché lui ha avuto il coraggio di dire: “È questo. Questo è l’agnello di Dio, quello che toglie i peccati dal mondo”. Mentre nella preparazione Giovanni diceva: “Dietro di me viene uno...”, nel discernimento, che sa discernere e segnare il Signore, dice: “Davanti a me... è questo”.

 

Diminuire

Qui si inserisce la terza vocazione di Giovanni: diminuire. Perché proprio da quel momento la sua vita incominciò ad abbassarsi, a diminuire perché crescesse il Signore, fino ad annientare se stesso. È stata questa la tappa più difficile di Giovanni, perché il Signore aveva uno stile che lui non aveva immaginato, a tal punto che nel carcere, dove era stato rinchiuso da Erode Antipa, ha sofferto non solo il buio della cella, ma il buio del suo cuore. È stato assalito dai dubbi: “Ma sarà questo? Non avrò sbagliato?”. Tanto che chiede ai discepoli di andare da Gesù per domandargli: «Ma sei tu davvero o dobbiamo aspettare un altro?».

L’umiliazione di Giovanni è doppia: l’umiliazione della sua morte, come prezzo di un capriccio, ma anche l’umiliazione di non poter scorgere la storia di salvezza: l’umiliazione del buio dell’anima. Quest’uomo che aveva annunciato il Signore dietro di lui, che lo aveva visto davanti a lui, che ha saputo aspettarlo, che ha saputo discernere, ora vede Gesù lontano. Quella promessa si è allontanata. E finisce solo, nel buio, nell’umiliazione. Non perché amasse la sofferenza, ma perché si è annientato tanto perché il Signore crescesse. È finito umiliato, ma con il cuore in pace.

 

La vocazione del cristiano

È bello pensare la vocazione del cristiano così. Infatti un cristiano non annunzia se stesso, annunzia un altro, prepara il cammino a un altro: al Signore. Inoltre deve sapere discernere, deve conoscere come discernere la verità da quello che sembra verità e non è: uomo di discernimento. E infine dev’essere un uomo che sappia abbassarsi perché il Signore cresca, nel cuore e nell’anima degli altri.

 

Una Chiesa ispirata alla figura di Giovanni il Battista [2]

 

Giovanni voce non parola

La Chiesa ha qualcosa di Giovanni, sebbene sia difficile delineare la sua figura. Del resto Gesù dice che è l’uomo più grande che sia nato; ma se poi vediamo cosa fa e pensiamo alla sua vita, ci si accorge che è un profeta che è passato, un uomo che è stato grande, prima di finire tragicamente.

Ecco allora l’invito a domandarsi chi sia veramente Giovanni, lasciando la parola al protagonista stesso. Egli, infatti quando gli scribi, i farisei, vanno a chiedergli di spiegare meglio chi fosse, risponde chiaramente: «Io non sono il Messia. Io sono una voce, una voce nel deserto». Di conseguenza la prima cosa che si capisce è che il deserto sono i suoi interlocutori; gente con un cuore così, senza niente. Mentre lui è la voce, una voce senza parola, perché la parola non è lui, è un altro. Lui è quello che parla, ma non dice; quello che predica su un altro che verrà dopo. In tutto questo c’è il mistero di Giovanni che mai si impadronisce della parola; la parola è un altro. E Giovanni è quello che indica, quello che insegna, utilizzando i termini “dietro di me... io non sono quello che voi pensate; ecco viene dopo di me uno al quale io non sono degno di allacciare i sandali”. Dunque «la parola non c’è, c’è invece «una voce.

 

Testimone della Luce

La Chiesa ha scelto per la festa di san Giovanni i giorni più lunghi dell’anno; i giorni che hanno più luce, perché nelle tenebre di quel tempo Giovanni era l’uomo della luce: non una luce propria, ma una luce riflessa. Come una luna. E quando Gesù cominciò a predicare, la luce di Giovanni iniziò ad affievolirsi, a diminuire, ad andare giù. Egli stesso lo dice chiaramente parlando della propria missione: «È necessario che lui cresca e io venga meno».

 

La sua vocazione: annientarsi

Riassumendo, quindi: Voce, non parola; luce, ma non propria, Giovanni sembra essere niente. Ecco svelata “la vocazione” del Battista: Annientarsi. E quando noi contempliamo la vita di quest’uomo tanto grande, tanto potente - tutti credevano che fosse il Messia -, quando contempliamo come questa vita si annienta fino al buio di un carcere, contempliamo un mistero enorme. Infatti, noi non sappiamo come sono stati i suoi ultimi giorni. È noto solo che è stato ucciso e che la sua testa è finita su un vassoio come grande regalo da una ballerina a un’adultera. Credo che più di così non si possa andare giù, annientarsi.

Però sappiamo quello che è successo prima, durante il tempo trascorso nel carcere: conosciamo quei dubbi, quell’angoscia che lui aveva; al punto da chiamare i suoi discepoli e mandarli a fare la domanda alla parola: “sei tu o dobbiamo aspettare un altro?”. Perché non gli fu risparmiato nemmeno il buio, il dolore sulla sua vita: la mia vita ha un senso o ho sbagliato?

Insomma il Battista poteva vantarsi, sentirsi importante, ma non lo ha fatto: egli indicava soltanto, si sentiva voce e non parola. Questo è il segreto di Giovanni. Egli non ha voluto essere un ideologo. È stato un uomo che si è negato a se stesso, perché la parola crescesse.

 

Attualità del suo insegnamento

Ecco allora l’attualità del suo insegnamento: Noi come Chiesa possiamo chiedere oggi la grazia di non diventare una Chiesa ideologizzata, per essere invece soltanto la “Dei Verbum religiose audiens et fidenter proclamans”. Una Chiesa che ascolta religiosamente la parola di Gesù e la proclama con coraggio; una Chiesa senza ideologie, senza vita propria; una Chiesa che è mysterium lunae, che ha luce dal suo sposo» e che deve affievolire la propria luce perché a risplendere sia la luce di Cristo. Il modello che ci offre oggi Giovanni è quello di una Chiesa sempre al servizio della Parola; una Chiesa che mai prenda niente per se stessa. E poiché nella colletta e nella preghiera dei fedeli era stata invocata la grazia della gioia, ed era stato chiesto al Signore di allietare questa Chiesa nel suo servizio alla parola, di essere voce di questa parola, di predicare questa parola, invochiamo la grazia di imitare Giovanni: senza idee proprie, senza un vangelo preso come proprietà; per essere soltanto una Chiesa voce che indica la parola, fino al martirio.

 

NOTE

[1] Cristiani che sanno abbassarsi, Meditazione 24 giugno 2014.

 

[2] Meditazione, 24 giugno 2013.


 

 

 

LE DIECI STANZE

 

DEL RITO CRISTIANO

 

Alla riscoperta del senso della messa

 

Introduzione

 

Carmine Di Sante

 

 

 

 

(NPG 2001-09-04)

 

Introduzione

 

La stanza della Parola

 

La stanza della risposta

 

La stanza della preghiera

 

La stanza della lode

 

La stanza dell'anamnesi

 

La stanza del sacrificio

 

La stanza della comunione

 

La stanza della «frazione del pane»

 

La stanza della testimonianza

 

La stanza del «Fiat voluntas tua»

 

 

 

INTRODUZIONE

 

Al centro della religione c’è il rito. Che è come l’esecuzione musicale di un’opera nella quale le note rivivono in suoni ed armonia. La «musica» che il rito delle religioni esegue è l’ordine del mondo e l’armonia dell’esistenza. Il rito è annuncio e canto che l’uomo, nel mondo, non è solo, non vi è capitato casualmente, non vi è gettato e abbandonato tristemente e che, come non ne è il padrone, neppure ne è il servitore o una parte come le altre. Il rito annuncia che, nel mondo, l’uomo deve rispondere ad un «al di là» del mondo i cui nomi variano da religione a religione (antenati, progenitori, eroi, esseri extraterrestri o dei) e che, nel monoteismo della tradizione ebraica, acquistano il volto del Dio unico – personale e universale – così come si è rivelato escatologicamente, cioè definitivamente, attraverso Israele e in Gesù. L’ordine del mondo (intendendo per «mondo» non quello cosmologico, frutto della ricerca razionale, ma quello vissuto, oggetto dell’esperienza quotidiana) che il rito annuncia, proviene da questo «al di là» del mondo o alterità divina e si mantiene tale solo là dove l’uomo, nel mondo, si mantiene in contatto con questo «al di là» del mondo.

Per questo il rito più importante della tradizione cristiana porta il nome di ordo missae: «rito della messa». Che vuol dire: l’insieme ordinato delle varie parti che compongono il rito cristiano; ma soprattutto: la messa in scena, attraverso l’ordine del rito, dell’ordine del mondo che il rito cristiano custodisce e, eseguito, riattualizza. Come vuole il suo probabile etimo, rito rimanda infatti a ritmo, armonia, ed è la radice stessa della aritmetica o matematica che, non senza significato, per i filosofi pitagorici coincideva con la filosofia stessa perché, come motiva Aristotele, essi «pensarono che gli elementi del numero fossero elementi di tutte le cose, e che tutto quanto l’universo fosse armonia e numero».

Messa in luce dell’ordine e dell’armonia, il rito non va identificato dunque con la ripetizione sterile o ossessiva che, del rito, è la caricatura e la degenerazione. E – precisazione ancora più importante – l’ordine che esso annuncia non è lo spazio chiuso e limitante (chi non ricorda la cattiva retorica dei regimi che dell’ordine fanno il principio delle loro politiche repressive?), ma lo spazio aperto e aprente, dove, come in un giardino, si corre, si danza e si gioisce.

L’ordine che il rito annuncia è il Senso del mondo: non il senso soggettivo – che il soggetto gli dà – ma il senso oggettivo, che al soggetto è dato in dono e che, per questo, è come una melodia che incanta, una luce che orienta, una fonte che irriga, un’acqua che disseta, una roccia che sostiene, una parola che illumina, una mano che accarezza o un volto che sorride. Per ritrovare il significato profondo del rito cristiano, penetrandone i meandri complessi e affascinanti, è necessario riscoprire il senso profondo e positivo della parola ordine, il cui significato originario, nelle religioni, è di essere, sul piano oggettivo la negazione del caos e del nulla, mentre sul piano soggettivo il superamento dell’angoscia e del disorientamento. In una intervista rilasciata in occasione del suo ultimo libro, dal titolo Come diventare buoni, alla domanda se, come autore, non si sentisse di impersonare «il ruolo dell’uomo qualunque di fine millennio afflitto da turbe emotive e comportamentali», Nick Hornby ha risposto: «Completamente. Un numero enorme di persone ha problemi, per un verso o per l’altro la gente si sente persa e alienata, gira a vuoto, intrappolata nel lavoro sbagliato, nella relazione sbagliata. È una sensazione così diffusa che forse non è corretto parlare di problemi comportamentali, forse sentirsi così significa solo essere umani» (in «La Repubblica» 1.6.2001, p. 37). Il rito, che le religioni vogliono a fondamento dell’umano, è per definizione l’antidoto allo spaesamento dell’uomo nel mondo.

Lo è stato nel passato. Può tornare ad esserlo anche nel presente. Ad una condizione: che ci si disponga ad ascoltarne la melodia e comprenderne il linguaggio.

Fin dai primi secoli, in occidente, il rito per eccellenza della tradizione cristiana è stato conosciuto e tramandato con il nome di messa: termine non facile da spiegare che, forse, rimandava al momento conclusivo della prima parte della celebrazione quando i catecumeni venivano congedati (etimologicamente il termine vuol dire «congedo», dal verbo latino mittere) non potendo partecipare al rito vero e proprio, perché non battezzati e, quindi, non ancora cristiani.

A parte i nomi comunque (che, nel corso dei secoli, sono stati tanti, tra i quali: «cena del Signore», «frazione del pane», «eucaristia», «sacrificio», «anafora», «liturgia», «riunione», «colletta»), l’importante è capire l’insieme del rito cristiano, individuandone la struttura e l’articolazione interna.

Cosa non facile: perché i riti sono come le città che si sviluppano lentamente e spesso caoticamente, per esigenze ed urgenze provenienti da chi le abita e vi interagisce quotidianamente. Ciò spiega perché in un rito ci si può «perdere», come in una città o in un palazzo, quando non se ne conoscono la mappa e i punti di riferimento.

La riforma della messa voluta dal Vaticano II offre una mappa dettagliata del rito cristiano, ricorrendo a nomi venerandi e affascinanti che, se allontanano per i loro suoni incomprensibili, attraggono per il segreto che custodiscono: come quei cocci, mattoni o pietre delle zone archeologiche che, per chi le sa interrogare, parlano e veicolano la saggezza del passato Per essa dieci sono le grandi parole o indicazioni da seguire per non perdersi e che, quali segnavia, introducono in altrettante stanze – le dieci stanze appunto – dell’edificio rituale cristiano:

1. La parola o il logos;

2. La risposta o il dia-logos;

3. La preghiera o la oratio;

4. La lode o la benedizione

5. L’anamnesi o il memoriale

6. Il sacrificio o la gratuità

7. La comunione o la sequela

8. La «frazione del pane» o la fraternità

9. La testimonianza o la missione

10. Il «fiat voluntas tua» o l’abbandono.

 

Sosteremo lentamente in ciascuna di queste stanze, per contemplarne la bellezza e fissarne le immagini che, come quelle di un mosaico, custodiscono e svelano l’ordine che regge il mondo e sostiene l’esistenza umana, dotandola di senso e orientandola.


La potenza del seme del Regno

 

 

17 giugno 2018

 

XI domenica del tempo Ordinario

Mc  4,26-34

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo 26 Gesù Diceva ai suoi discepoli : «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; 27dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. 28Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; 29e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura». 30Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? 31È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; 32ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell'orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». 33Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. 34Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

 

Nel vangelo secondo Marco Gesù pronuncia un lungo discorso in parabole, come insegnamento rivolto ai discepoli che ha chiamato alla sua sequela e alle folle che ascoltano la sua predicazione del Regno veniente (cf. Mc 4,1-34). Le parabole sono un linguaggio enigmatico che diventa però “mistero” (Mc 4,11) per chi segue Gesù e in qualche modo entra nella sua intimità, fino a trovarsi in uno spazio che può essere definito da Gesù stesso éso, “dentro”, contrapposto a quello éxo, “fuori” (cf. Mc 3,31-32; 4,11).

 

Nello stesso tempo, le parabole sono da lui dette in modo che gli ascoltatori cambino il loro modo di pensare. Esse, infatti, contengono sempre un messaggio di contro-cultura, correggono ciò che tutti pensano o sono portati a pensare, e di conseguenza sono annuncio di qualcosa di nuovo: una novità apportata da Gesù non a livello di idee, ma come qualcosa che cambia il modo di vivere, di sentire, di giudicare e di operare. Gesù era un uomo che innanzitutto sapeva vedere: vedeva, osservava, contemplava tutto ciò che gli era intorno e tutti quelli che gli si avvicinavano e che egli avvicinava a sé. In lui la consapevolezza e l’adesione alla realtà erano sempre in esercizio, sicché poteva poi pensare. Di più, potremmo dire che il suo pensare davanti al Padre e alla sua volontà era un pregare che gli permetteva di immaginare racconti e situazioni, da comunicare ai discepoli attraverso la narrazione di molte parabole.

 

Nella nostra pericope Gesù, dopo aver pronunciato la parabola del seminatore, spiegata in seguito ai soli discepoli come semina della parola di Dio (cf. Mc 4,1-20), e i due brevi detti sulla lampada “che viene” per essere vista e sulla misura dell’ascolto (cf. Mc 4,21-25), narra due ultime parabole, quelle offerteci dalla liturgia odierna, che vogliono attestare l’efficacia della Parola seminata. La prima, presente solo in Marco, afferma che “così è, viene il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa”. Gesù ci parla ancora del seme, un elemento che lo intrigava e sul quale aveva molto meditato. Il seme è sempre qualcosa che resta dal raccolto precedente, è il frutto di una pianta che, raccolto, secca e sembra morto. Ma se il seme cade, se è gettato sotto terra, allora nella terra intrisa di acqua marcisce, visibilmente si disfa e scompare; in realtà, però, genera vita, che diventa un germoglio, poi una pianta, e che apparirà infine addirittura come una moltiplicazione e una trasformazione del seme stesso, attraverso frutti abbondanti. Il seme è adatto per rappresentare la dinamica dell’enigma che diventa mistero, ed è per questo che Gesù ricorre più volte a questa immagine, la più presente nelle parabole da lui create.

 

La venuta del regno di Dio, il suo apparire, è dunque paragonato al processo agricolo che ogni contadino conosce bene, anzi che vive con attenzione e premura: semina, nascita del grano, crescita, formazione della spiga e maturazione. Di fronte a tale sviluppo, occorre meravigliarsi, guardando alla potenza, alla forza presente in quel piccolo seme secco, che sembra addirittura morto. Così è il regno di Dio: piccola realtà, ma che ha in sé una potenza misteriosa, silenziosa, irresistibile ed efficace, che si dilata senza che noi facciamo nulla. Di fronte a questa realtà, il contadino non può fare davvero nulla: deve solo seminare il seme nella terra, ma poi sia che lui dorma sia che si alzi di notte per controllare ciò che accade, la crescita non dipende più da lui. Anzi, se il contadino volesse misurare la crescita e andasse a verificare cosa accade al seme sotto terra, minaccerebbe fortemente la nascita e la vita del germoglio.

 

Ecco allora l’insegnamento di Gesù: occorre meravigliarsi del Regno che si dilata sempre di più, anche quando noi non ce ne accorgiamo, e di conseguenza occorre avere fiducia nel seme e nella sua forza. E il seme è la parola che, seminata dal predicatore, darà frutto anche se lui non se ne accorge né può verificare il processo: di questo deve essere certo! Nessuna ansia pastorale, ma solo sollecitudine e attesa; nessuna angoscia di essere sterili nel predicare: se il seme è buono, se la parola predicata è parola di Dio e non del predicatore, essa darà frutto in modo anche invisibile. Questa la certezza del “seminatore” credente e consapevole di ciò che opera: la speranza della mietitura e del raccolto non può essere messa in discussione.

 

Segue un’altra parabola, sempre sul seme, ma questa volta su un seme di senape. Gesù è veramente un uomo esercitato all’attenzione, discernere, al pensare, e quale rabbi sapiente esprime con poche parole la dinamica del Regno, da lui annunciato attraverso la semina e la crescita del granello di sé. Il chicco di senape è tra i semi più minuscoli, non più grande di un granello di sale, eppure anch’esso, se seminato in terra, cresce e diventa il più grande degli arbusti. Sembra impossibile che da un seme così minuscolo possa derivare una pianta tanto rigogliosa: anche qui c’è dunque da stupirsi, da meravigliarsi! Eppure proprio ciò che ai nostri occhi è piccolo, può avere una forza impensabile per noi umani… Ecco, infatti, che il seme di senape sotto terra marcisce, germoglia, poi spunta e cresce fino a essere un arbusto sulle cui fronde gli uccelli possono fare il nido. Qui Gesù allude certamente a quell’albero intravisto da Daniele, simbolo del regno universale di Dio (cf. Dn 4,6-9.17-19). Sì, anche questa parabola vuole comunicarci qualcosa di decisivo: la parola di Dio che ci è stata donata può sembrare piccola cosa, rivestita com’è di parola umana, fragile e debole, messa in bocca a uomini e donne poveri, non intellettuali, non saggi secondo il mondo (cf. 1Cor 1,26). Eppure quando essa è seminata e predicata da loro, proprio perché è parola di Dio contenuta in parole umane, è feconda e può crescere come un albero capace di accogliere tante creature. E non solo la parola di Dio, ma anche l’inizio del Regno, l’inizio della comunità del Signore può apparire una realtà, insignificante; eppure in seguito crescerà, diventerà una realtà inattesa, impensabile per molti, ma veramente significativa e capace di accogliere chi vuole trovare ristoro alla sua ombra.

 

La rivelazione dell’efficacia della parola di Dio è decisiva per noi cristiani. Questa Parola, infatti, è “potenza di Dio” (Rm 1,16), è seme di vita immortale (cf. 1Pt 1,23) e ha in sé una potenzialità che noi non possiamo prevedere. Proprio come afferma il profeta Isaia a nome del Signore: “La Parola uscita dalla mia bocca non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is 55,11). Certo, l’efficacia della Parola ha una modalità propria di operare in forme molto diverse, non prevedibili, che possono anche contraddire il nostro modo di pensarla e discernerla. È un’efficacia non mondana, non misurabile in termini quantitativi, perché la parola del Signore è anche “parola della croce” (1Cor 1,18). Quando è seminata nei cuori degli ascoltatori, la parola di Dio deve essere accolta, interiorizzata e custodita, deve essere discreta rispetto alle altre parole e quindi essere realizzata, in modo che appaiano i suoi frutti: frutti quasi mai percepiti e visti dal discepolo, perché “come la Parola cresca in lui, egli non lo sa”.

Queste parabole ci interrogano dunque sulla nostra consapevolezza della parola di Dio che ci è data e che noi dobbiamo seminare, sulla nostra visione del Regno come realtà di piccoli e di poveri, realtà di un “piccolo gregge” (Lc 12,32), che può divenire una raccolta delle genti del mondo intero, in cammino verso il regno di Dio veniente per tutti. Ma riflettiamo: chi pronunciava queste parabole era un oscuro figlio di Israele di Galilea, un “ebreo marginale”, non un sacerdote e neppure un rabbino formatosi in qualche scuola riconosciuta a Gerusalemme o lungo il lago di Galilea. E con lui c’era una comunità itinerante che lo seguiva: una dozzina di uomini e poche donne senza appartenenza all’elite culturale o religiosa giudaica: una realtà piccola e oscura, eppure significativa.

 

 

Allora, perché avere timore di essere noi cristiani una minoranza oggi nel mondo? Basta che siamo significativi, cioè che crediamo alla potenza della parola di Dio, che la seminiamo con umiltà e molta pace, senza angoscia né frenetica attesa di vedere i risultati… Occorre saper attendere, occorre pazienza e soprattutto fede nella parola di Dio: se il seme è buono, spunterà e darà il suo frutto. Il disegno di Dio si compie sempre, ben al di là delle nostre previsioni e della nostra impazienza.


 

il mistero del regno

 

Domenica XI del T. O. (B)

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

 senape 2

 

Mc 4,26-34 Le parabole del Regno [1]

 

Il Vangelo di oggi è formato da due parabole molto brevi: quella del seme che germoglia e cresce da solo, e quella del granello di senape (cfr Mc 4,26–34). Attraverso queste immagini tratte dal mondo rurale, Gesù presenta l’efficacia della Parola di Dio e le esigenze del suo Regno, mostrando le ragioni della nostra speranza e del nostro impegno nella storia.

 

La parabola del seme

Nella prima parabola l’attenzione è posta sul fatto che il seme, gettato nella terra, attecchisce e si sviluppa da solo, sia che il contadino dorma sia che vegli. Egli è fiducioso nella potenza interna al seme stesso e nella fertilità del terreno. Nel linguaggio evangelico, il seme è simbolo della Parola di Dio, la cui fecondità è richiamata da questa parabola. Come l’umile seme si sviluppa nella terra, così la Parola opera con la potenza di Dio nel cuore di chi l’ascolta. Dio ha affidato la sua Parola alla nostra terra, cioè a ciascuno di noi con la nostra concreta umanità. Possiamo essere fiduciosi, perché la Parola di Dio è parola creatrice, destinata a diventare «il chicco pieno nella spiga» (v. 28). Questa Parola, se viene accolta, porta certamente i suoi frutti, perché Dio stesso la fa germogliare e maturare attraverso vie che non sempre possiamo verificare e in un modo che noi non sappiamo (cfr v. 27). Tutto ciò ci fa capire che è sempre Dio, è sempre Dio a far crescere il suo Regno - per questo preghiamo tanto che “venga il tuo Regno” - è Lui che lo fa crescere, l’uomo è suo umile collaboratore, che contempla e gioisce dell’azione creatrice divina e ne attende con pazienza i frutti.

La Parola di Dio fa crescere, dà vita. E qui vorrei ricordarvi un’altra volta l’importanza di avere il Vangelo, la Bibbia, a portata di mano - il Vangelo piccolo nella borsa, in tasca - e di nutrirci ogni giorno con questa Parola viva di Dio: leggere ogni giorno un brano del Vangelo, un brano della Bibbia. Non dimenticare mai questo, per favore. Perché questa è la forza che fa germogliare in noi la vita del Regno di Dio.

 

Il granello di senape

La seconda parabola utilizza l’immagine del granello di senape. Pur essendo il più piccolo di tutti i semi, è pieno di vita e cresce fino a diventare «più grande di tutte le piante dell’orto» (Mc 4,32). E così è il Regno di Dio: una realtà umanamente piccola e apparentemente irrilevante. Per entrare a farne parte bisogna essere poveri nel cuore; non confidare nelle proprie capacità, ma nella potenza dell’amore di Dio; non agire per essere importanti agli occhi del mondo, ma preziosi agli occhi di Dio, che predilige i semplici e gli umili. Quando viviamo così, attraverso di noi irrompe la forza di Cristo e trasforma ciò che è piccolo e modesto in una realtà che fa fermentare l’intera massa del mondo e della storia.

 

Iniziativa di Dio e collaborazione umana

Da queste due parabole ci viene un insegnamento importante: il Regno di Dio richiede la nostra collaborazione, ma è soprattutto iniziativa e dono del Signore. La nostra debole opera, apparentemente piccola di fronte alla complessità dei problemi del mondo, se inserita in quella di Dio non ha paura delle difficoltà. La vittoria del Signore è sicura: il suo amore farà spuntare e farà crescere ogni seme di bene presente sulla terra. Questo ci apre alla fiducia e alla speranza, nonostante i drammi, le ingiustizie, le sofferenze che incontriamo. Il seme del bene e della pace germoglia e si sviluppa, perché lo fa maturare l’amore misericordioso di Dio.

La Vergine Santa, che ha accolto come «terra feconda» il seme della divina Parola, ci sostenga in questa speranza che non ci delude mai.

 

4,26-29 Potenzialità imprevedibile della Parola (EG 21)

 

La Parola ha in sé una potenzialità che non possiamo prevedere. Il Vangelo parla di un seme che, una volta seminato, cresce da sé anche quando l’agricoltore dorme (cfr 4,26-29). La Chiesa deve accettare questa libertà inafferrabile della Parola, che è efficace a suo modo, e in forme molto diverse, tali da sfuggire spesso le nostre previsioni e rompere i nostri schemi.

 

4,26-29 Il regno, realtà nascosta, azione di Dio e dell’uomo

 

Il seme fruttifica per l’azione di Dio…

Ci è sempre stata di grande ispirazione la parabola del seme che cresce da solo (Mc 4,26-29). Ma diventa sempre più difficile (per esperienza e per onestà intellettuale) intenderla secondo un’idea di «sviluppo». Gesù, qui, non stava parlando di una storia capace di «maturare» nel tempo, grazie all’azione occulta del Regno, fino a raggiungere la pienezza. Infatti, se non altro, questa idea di una «crescita organica» era estranea all’uomo antico. Tra il seme e il frutto non si scorgeva continuità, ma semmai contrasto: un fatto quasi miracoloso. La parabola di Gesù intendeva mostrare il Regno come una realtà nascosta agli occhi umani, ma che produrrà il suo frutto tramite l’azione di Dio, indipendentemente da ciò che farà il seminatore.

 

… ma questo non significa passività umana

Questo significa accettare una dissociazione tra lo sforzo umano e l’azione divina? Giustifica una posizione di scetticismo o di pragmatismo? In un modo o nell’altro, è quanto accade oggi a tante persone. L’individualismo e l’estetismo postmoderni, quando non il pragmatismo e un certo cinismo contemporanei, sono il risultato della caduta delle certezze storiche, della perdita di senso dell’azione umana come costruttrice di qualcosa che sia oggettivamente e concretamente migliore. Anche nel caso di alcuni cristiani ciò si può esprimere in un mero «vivere il momento» (fosse anche il «momento» dell’esperienza spirituale), aspettando passivamente che il Regno «cada» dal cielo.

 

La discontinuità dell’avanzamento del regno

Ma con tutto ciò la speranza cristiana non ha niente da spartire. Comunque dobbiamo riconoscere che non esiste una continuità lineare tra storia e compimento del Regno, nel senso di un avanzamento o di un’ascesa ininterrotti. Così come il compimento individuale (l’incontro con Dio e la definitiva trasfigurazione personale nella Risurrezione) passa nella stragrande maggioranza dei casi attraverso un terribile momento di «discontinuità», di fallimento e di distruzione (la morte), non c’è ragione per escludere che la stessa cosa possa accadere alla storia nel suo insieme. Ecco la verità della mentalità apocalittica: questo mondo passa, non c’è pienezza senza qualche forma, ancorché non possiamo predeterminare quale, di distruzione o di perdita. Ma d’altra parte non è vero che non i i sarà alcuna continuità: sarò io stesso a risuscitare! Saranno la stessa umanità, lo stesso creato, la stessa storia a essere trasfigurati nella pienezza dei tempi! Continuità e discontinuità. Una realtà misteriosa di presenza- assenza, del «già» compimento delle promesse ma «non ancora» in un modo pieno. Un Regno che effettivamente «è vicino», in ogni momento, in ogni luogo, anche nella peggiore delle situazioni umane. E che un giorno cesserà di restare nascosto per manifestarsi pienamente e palesemente.

 

4,26-29 Il seme, simbolo carico di speranza [3]

 

Siamo soldati del regno, ma non fachiri. Possiamo contare su un trionfo sicuro, anche se non ce ne sono stati rivelati né il giorno né l’ora, vale a dire l’ampiezza della battaglia che si presenterà a noi. Ma è altrettanto sicuro che non saremo tentati oltre le nostre forze e che il regno non è proporzionato ai nostri sforzi, perché il Signore ha voluto parlarci del regno attraverso un simbolo carico di speranza, quando ce l’ha descritto come un seme che cresce da solo (Mc 4,26s). Le virtù solide e perfette non solo si forgiano nella nostra lotta quotidiana, ma acquisiscono unicamente la loro solidità e perfezione quando «in Lui solo ripongono la speranza».

 

4,26-27 Nel piccolo seme lo stile dell’annuncio [4]

 

È importante imparare dal Vangelo lo stile dell’annuncio. Non di rado, infatti, anche con le migliori intenzioni, può succedere di indulgere a una certa smania di potere, al proselitismo o al fanatismo intollerante. Il Vangelo, invece, ci invita a rifiutare l’idolatria del successo e della potenza, la preoccupazione eccessiva per le strutture, e una certa ansia che risponde più a uno spirito di conquista che a quello del servizio. Il seme del Regno, benché piccolo, invisibile e talvolta insignificante, cresce silenziosamente grazie all’opera incessante di Dio: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa» (Mc 4,26-27). Questa è la nostra prima fiducia: Dio supera le nostre aspettative e ci sorprende con la sua generosità, facendo germogliare i frutti del nostro lavoro oltre i calcoli dell’efficienza umana.

Con questa fiducia evangelica ci apriamo all’azione silenziosa dello Spirito, che è il fondamento della missione. Non potrà mai esserci né pastorale vocazionale, né missione cristiana senza la preghiera assidua e contemplativa. In tal senso, occorre alimentare la vita cristiana con l’ascolto della Parola di Dio e, soprattutto, curare la relazione personale con il Signore nell’adorazione eucaristica, “luogo” privilegiato di incontro con Dio.

 

4,30-32 La lezione del piccolo seme [5]

 

La vera grandezza

Chi si fa piccolo come un bambino – ci dice Gesù – «è il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18,4). La vera grandezza dell’uomo consiste nel farsi piccolo davanti a Dio. Perché Dio non si conosce con pensieri alti e tanto studio, ma con la piccolezza di un cuore umile e fiducioso. Per essere grandi davanti all’Altissimo non bisogna accumulare onori e prestigio, beni e successi terreni, ma svuotarsi di sé. Il bambino è proprio colui che non ha niente da dare e tutto da ricevere. È fragile, dipende dal papà e dalla mamma. Chi si fa piccolo come un bimbo diventa povero di sé, ma ricco di Dio.

 

I bambini insegnano…

I bambini, che non hanno problemi a capire Dio, hanno tanto da insegnarci: ci dicono che Egli compie grandi cose con chi non gli fa resistenza, con chi è semplice e sincero, privo di doppiezze. Ce lo mostra il Vangelo, dove si operano grandi meraviglie con piccole cose: con pochi pani e due pesci (cfr Mt 14,15-20), con un granello di senape (cfr Mc 4,30-32), con un chicco di grano che muore in terra (cfr Gv 12,24), con un solo bicchiere d’acqua donato (cfr Mt 10,42), con due monetine di una povera vedova (cfr Lc 21,1-4), con l’umiltà di Maria, la serva del Signore (cfr Lc 1,46-55).

 

… ad accogliere le sorprese di Dio e la logica della semplicità

Ecco la grandezza sorprendente di Dio, di un Dio pieno di sorprese e che ama le sorprese: non perdiamo mai il desiderio e la fiducia delle sorprese di Dio! E ci farà bene ricordare che siamo sempre e anzitutto figli suoi: non padroni della vita, ma figli del Padre; non adulti autonomi e autosufficienti, ma figli sempre bisognosi di essere presi in braccio, di ricevere amore e perdono. Beate le comunità cristiane che vivono questa genuina semplicità evangelica! Povere di mezzi, sono ricche di Dio. Beati i Pastori che non cavalcano la logica del successo mondano, ma seguono la legge dell’amore: l’accoglienza, l’ascolto, il servizio. Beata la Chiesa che non si affida ai criteri del funzionalismo e dell’efficienza organizzativa e non bada al ritorno di immagine. Piccolo amato gregge di Georgia, che tanto ti dedichi alla carità e alla formazione, accogli l’incoraggiamento del Buon Pastore, affidati a Lui che ti prende sulle spalle e ti consola!

 

4,31-32 Il Regno nella piccolezza [6]

 

Colpisce, soprattutto, come si realizza la venuta di Dio nella storia: «nato da donna». Nessun ingresso trionfale, nessuna manifestazione imponente dell’Onnipotente: Egli non si mostra come un sole abbagliante, ma entra nel mondo nel modo più semplice, come un bimbo dalla mamma, con quello stile di cui ci parla la Scrittura: come la pioggia sulla terra (cfr Is 55,10), come il più piccolo dei semi che germoglia e cresce (cfr Mc 4,31-32). Così, contrariamente a quanto ci aspetteremmo e magari vorremmo, il Regno di Dio, ora come allora, «non viene in modo da attirare l’attenzione» (Lc 17,20), ma viene nella piccolezza, nell’umiltà.

 

NOTE

[1] Angelus, 14 giugno 2015.

[2] Messaggio alle comunità educative, Buenos Aires, 29 marzo 2000, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 50-64.

[3] Discorso di apertura alla Congregazione provinciale, Buenos Aires 8 febbraio 1978, in PAPA FRANCESCO – J.M. BERGOGLIO, Pastorale sociale, Jaca Book – Comunità Sant’Egidio, Milano 20015.

[4] Messaggio per la 54 giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, 27 novembre 2016.

[5] Omelia,Stadio M. Meskhi – Tbilisi 1 ottobre 2016.

 

[6] Omelia, nella santa Messa del 1050o anniversario del battesimo della Polonia, Częstochowa 28 luglio 2016.


UMILE È LA GIOIA?

 

Incanti di libertà o passioni tristi? 

 

Paolo Zini

 

(NPG 2013-04-21)

 

 

Mi domando perché pensare

troppo mi turba

e se una volta almeno mio padre

ha fumato l’erba.

Mi domando se avrò un figlio

e se mio figlio mi odierà,

perché purtroppo si odia

chi troppo amore ci dà.

Mi domando se la mia

è una vita felice

e so rispondere solo che mi piace![1]

 

Sono interessanti le domande che risuonano nelle parole di questa recente canzone sulla libertà, ma è l’ultima di esse – a dispetto della sua importanza fondamentale per l’orientamento dell’esistenza – ad essere chiusa da una risposta tranquillamente compiaciuta e pericolosamente confusa.

Certo la vita non è una canzone e una canzone può permettersi – senza pagarne lo scotto – leggerezze che la vita non tarderebbe a sanzionare; ma quelle parole, ignare di cosa sia una felicità distinta dal piacere, non possono lasciare indifferenti, anche perché forse riflettono un sentire che non riguarda soltanto il pubblico affezionato alle creazioni di un giovane cantante.

Sulla particolare confusione che segna il rapporto dell’uomo di questo tempo con la felicità è necessario allora soffermarsi; lo chiede anche la logica del vagabondaggio di pensieri sin qui compiuto.

Pensare la libertà come tratto di strada che l’uomo trova tra sé e la propria felicità costringe a misurarsi non solo con il protagonista di questo tratto di strada o con le forme più o meno raccomandabili del suo peregrinare, ma anche con i caratteri della meta che giustifica la fatica del cammino, la felicità, appunto.

L’interrogativo sulla felicità ha però portata ed implicanze tali da scoraggiare una trattazione che non puntualizzi qualche preciso intento, onde cautelarsi dalla genericità superficiale dei luoghi comuni.

La prospettiva di queste note vorrebbe allora essere molto precisa: di felicità è necessario parlare non perché manchino nella convivenza attuale le proposte che si candidano a realizzarla; piuttosto perché è arduo sondare l’affidabilità e la consistenza di tali proposte, che – sgomitando tra loro – animano un mercato brulicante di contraddizioni.

E, mentre logica vorrebbe che tali contraddizioni suscitassero legittimi sospetti quanto alla credibilità del rispettivo mercato, i fatti sembrano attestare il contrario: ambite sono le felicità di piccolo cabotaggio, dagli investimenti facili da realizzare come da revocare e capaci di contiguità aliene da ogni coerenza.

Ma allora l’uomo cosa cerca quando cerca la felicità? Vuole essere felice oppure, sapendo di non poterlo essere, cerca illusioni e ottundimenti?

Come comprendere altrimenti la malía ostinata di offerte inverosimili, proprio per la posa stucchevole e gli studiati artifici della loro menzogna?

Sono dunque le riserve sulla falsa felicità a rendere impellente l’interrogativo sulla soddisfazione che attende quanti raccolgono la sfida della libertà puntando all’unificazione del volere, alla sua emancipazione dalle voglie, alla cura del desiderio, educato nella pazienza del presente e nell’ascolto della realtà.

La formazione del sentire, come vita del cuore e condizione di possibilità del rispetto e dell’amore, assicura all’uomo una felicità autentica e profonda?

Oppure la rarità, che ne fa il sigillo di esistenze eroiche, è l’indicatore del suo carattere eccezionale, e pertanto elitario e improponibile ai più?

Se la questione della felicità ammettesse solo queste due soluzioni, ci sarebbe di che dubitare della bontà stessa delle vita: non sarebbe infatti troppo severa l’alternativa tra una felicità falsa – maschera di un fallimento abbracciato dalla maggioranza degli umani soltanto con gradi differenti di consapevolezza, ottundimento, meschinità o rassegnazione – e una felicità tragica, riservata alle rare libertà capaci di eroismo?

Gli scritti di G. Bernanos [2] potrebbero forse fornire spunti significativi per porre la questione in modo diverso.

Due opzioni sono suggerite al romanziere francese dal suo esigente realismo: parlare di gioia anziché di felicità, onde smascherare le false e pericolose illusioni di una via facile e leggera alla vita felice; ridefinire l’eroismo attraverso l’umiltà, per rivelare la verità ultima e l’universale accessibilità della virtù che rende gioiosa la vita.

 

Facili o felici?

 

Per comprendere la riflessione di Bernanos sul rapporto dell’uomo alla felicità occorre anzitutto lasciarsi provocare dalla sua battaglia contro il costume e la cultura della menzogna.

«Solo per pochi la menzogna è un vizio di cui essi conoscono la furiosa e sterile voluttà, ma per la maggior parte degli uomini che se ne servono senza neppure pensarvi, con una sorprendente spontaneità, la menzogna è la soluzione a tutti i problemi della vita».[3]

Sono dure le parole dell’autore francese, ma obbligano a pensare: quando la doppiezza assurge a forma di rapporto dell’uomo alla realtà, agli altri e a se stesso, non solo gli equivoci sulla meta dell’esistere si moltiplicano, ma si fanno più sottili, avvalendosi delle complicità più subdole della coscienza, della cultura, delle abitudini collettive.

Così, la libertà, vittima – colpevolmente ignara – della propria patologia, esaspera la corsa febbrile di una vita priva di orientamento.

«Andare più presto, correre più velocemente. Andare sempre più velocemente, ma andare dove? Ah, come vi importa poco di sapere dove andate, imbecilli!... E così, che cosa fuggite? Ahimè, siete voi stessi che fuggite, ciascuno di voi fugge se stesso, come se sperasse di correre abbastanza velocemente per uscire finalmente dalla sua guaina di pelle».[4]

Nella postmodernità sono le forme di questa corsa, stigmatizzata da Bernanos per la sua insipiente inconcludenza, ad avvicendarsi freneticamente, senza per questo mutare indole.

E deputate ad ottimizzarne la frenesia sono le agenzie di arredo ludico dell’esistenza, agenzie alle quali oggi è assicurato uno straordinario credito culturale e un inedito successo economico.

Di qui un dato socioculturale di solare evidenza e dalla novità priva di analogie storiche: nelle società del benessere si spaccia per riuscita una vita fedele alla forma di un grande gioco, oscillante dentro il range che va dalla leggerezza del diversivo al parossismo del trasgressivo.

Un immaginario collettivo plasmato da una simile figura di esistenza subordina la felicità all’idolatria della facilità e reagisce alla fatica, al limite, alla misura quasi si trattasse di insopportabili mutilazioni lesive della dignità umana.

È questo immaginario ad interdire l’elaborazione delle esperienze di vita più esigenti per la libertà, che, alla prova dei fatti, scoprendosi immatura, sa soltanto concedersi infantilismi regressivi.

Infantilismi che abbracciano la logica del risarcimento come prospettiva esistenziale: le dilazioni di qualche gratificazione immediatamente disponibile vengono tollerate solo per brevi intervalli di tempo, purché siano promessi, alla loro scadenza, godimenti più appetibili quanto a forme ed intensità.

In questa prospettiva viene stravolto il senso dell’impegno, del lavoro, della fedeltà alle persone, valori ridotti a variabile dipendente di calcoli interessati a massimizzare divertimenti e piaceri di una vita facile.

Per la comprensione del binomio felicità/libertà l’equivoco non potrebbe essere più pericoloso, illusorio e mortificante, come sottolineano, ad esempio, le parole di Risè, acuto interprete dell’attualità e del suo costume.

«Lo stile della narrazione debole, della vita umana come commedia, a cui nessun Dio presiede e dalla quale nessun Dio è visibile, non comprende, invece, la felicità, che è un’esperienza non debole ma forte».[5]

Si potrebbe trascrivere l’osservazione in una sorta di legge, oggi vigente con disperante ubiquità: facilità ossessive moltiplicano felicità infelici.

Ma, oltre lo stordimento di una facilità infelice, rimane qualche spazio praticabile all’uomo per un compimento della libertà?

In proposito è di nuovo possibile ascoltare Bernanos; la sua opera non si accontenta di denunciare la menzogna e di smascherare l’imbecillità di un non senso che si compiace della propria disperata gaiezza, ma invita a considerare realisticamente la meta di un esistere autenticamente umano:

«L’uomo vero non vuole la felicità, vuole la gioia, e la sua gioia non è di questo mondo o, almeno, non vi appartiene tutta intera».[6]

Bernanos affronta il problema da credente, ma – questo è il suo fascino – con quella virilità che sa piantare lo sguardo al cuore della vita e del suo mistero, e per questo si ritiene autorizzato al dialogo con ogni uomo.

Perché dunque Bernanos non parla di felicità ma di gioia? È una sorta di pessimismo cristiano a suggerirgli di proporre prospettive esistenziali meno allegre, più dimesse?

Bernanos, al pari di altri celebri pensatori, vuol dar voce alla realtà, raccomandandone l’ascolto fuori dagli agguati – che sovente l’uomo corteggia – di fantasie e illusioni.

E la realtà non si sogna neppure di promettere alla libertà beatitudini facili, gaudenti, smisurate.

Se il mondo è intossicato di promesse di questo genere – come s’è visto – la loro radice non è la realtà, ma l’inganno della coscienza, o la miopia della cultura, o qualche sindrome del costume, o interessi di parte, capaci di ogni malafede.

La realtà, la vita, il cuore, secondo Bernanos, promettono invece una gioia impegnativa, a coronamento della libertà che vuole e sa realizzare la propria misura.

Gioia e misura: ecco la bipolarità dentro la quale Bernanos ritiene sia possibile condurre un’esistenza veramente umana, libera dalla mediocrità di una sopravvivenza annaspante tra le proprie menzogne.

 

Alle radici della gioia

 

Nonostante l’autorevolezza di Bernanos, alla sua proposta va rivolto un interrogativo: il riferimento alla gioia piuttosto che alla felicità non è un’operazione meramente lessicale, una sostituzione di parole, nella permanenza di un medesimo significato?

Alcune precise affermazioni del romanziere francese consentono forse di rispondere no, in quanto sembrano suggerire una visione della gioia originale ed affascinante, legata ad un principio fondamentale:

«Niente giustifica la tristezza: soltanto il diavolo ha ragioni per essere triste».[7]

La gioia avrebbe dunque destinazione e accessibilità universali, ma non in ragione di una sua superficiale noncuranza rispetto alla vita; al contrario, secondo Bernanos, proprio questa gioia, possibile a tutti, saprebbe nascere – fuori da ogni faciloneria – in un rapporto radicale, onesto e realistico addirittura con la tristezza dell’esistere:

«La gioia viene da una parte troppo profonda dell’anima perché le sue radici non affondino nella tristezza, che è la parte più profonda dell’uomo da quando ha perduto il paradiso».[8]

Ma cos’è allora questa tristezza che, nelle parole di Bernanos, per un verso è prerogativa esclusiva del demonio, ma per un altro è nientemeno che terreno di coltura della gioia in ogni uomo?

Forse proprio qui si tocca il punto capitale di una riflessione sulla meta accessibile alla pienezza della libertà!

Alludendo a questa tristezza, Bernanos nomina l’innominabile: il rimosso più fastidioso ed ingombrante per l’immaginario collettivo contemporaneo è infatti un fondamentale dell’esistere, al quale il costume guarda con angoscia, intento a congegnare stratagemmi che l’occultino, quando andrebbero suscitate energie che lo elaborino.

La tradizione cristiana ha sempre preso di petto questo rimosso contemporaneo – la tristezza cui allude Bernanos – contestualizzandola nella complessa riflessione sul peccato originale, quel rapporto arrogante, ingrato e colpevole della libertà alla sua finitezza, che avrebbe inaugurato la storia diffondendovi la propria malizia.

Ma quest’antica espressione sembra conoscere oggi solo due destini: accendere controversie teologiche riservate agli specialisti, o guadagnare lo scherno di modesti opinionisti, presuntuosamente impegnati a svecchiare il cristianesimo da fantomatici reperti del fideismo oscurantista.

Competerebbe proprio alla riflessione sull’uomo – urgente soprattutto fuori dai confini della dogmatica ecclesiale – interrogarsi sulla tristezza che Bernanos nomina.

Una felicità che con quella tristezza non sapesse misurarsi sarebbe fatua, falsa, pericolosa.

E una tristezza di quelle proporzioni, se blandita, diverrebbe il pungiglione della morte, deputato a regolare i conti con ogni felicità della vita.

Spingendo lo sguardo dentro le profondità dell’uomo, eccola questa tristezza: secondo Bernanos si tratta della nostalgia di un’armonia infranta, di un’integrità pregiudicata.

Si tratta della voce di una ferita che non può essere zittita, neppure dal clamore di eccitazioni sguaiate, abili però a renderne incomprensibile il messaggio.

Paradossalmente, Bernanos ritiene che l’ascolto di questa ferita, il radicarsi in questa tristezza, il frequentarne la scuola, produca una gioia credibile, e universalmente disponibile.

Che questa ferita non sia creata dalle definizioni dogmatiche per qualche strano pessimismo interessato, è l’onestà dell’esperienza a doverlo ammettere.

Sebbene infatti la fede ne sappia illuminare straordinariamente la profondità e vi possa accendere una sorprendente speranza, questa ferita provoca il cuore di ogni uomo, persino a dispetto degli anestetici intenti a blandirla, e risuona nella ferialità dei suoi giorni.

Chi potrebbe negare che feriale è l’esperienza d’un vivere ferito e che ferita è la ferialità umana?

Non sono infatti riservate ai fedeli di qualche chiesa o agli eroi di qualche valore e nemmeno risparmiate ai dervisci della facilità, gli ordinari contenuti e le consuete forme del vivere segnate da questa mancanza d’integrità e d’armonia.

Ferito è il nascere, drammatico e rischioso proprio nella novità della speranza che l’accompagna, e ferito è il lavoro dell’uomo, che non risparmia sfinimento persino quando riempie il cuore; ferita è la complementarità dell’amore, vittima dei suoi stessi ardori, e ferito è persino il riposo, che sembra allontanare d’un soffio la sua promessa proprio mentre la realizza.

Ma la feriale prossimità di questa ferita non ne diluisce il mistero: non è impertinente alludervi, a prescindere dalle tradizioni religiose, nei termini di tristezza.

Ma doveroso è anche rilevarne l’incapacità di inghiottire tutta la bellezza del vivere.

È proprio il sapore di benedizione per la libertà, che – a dispetto di ogni sua imboscata – la vita conserva, a rendere tristemente acuta la percezione di questa ferita.

Se ad inasprirla non fosse il contrasto con la preziosità dei beni che la ospitano, neanche sarebbe lecito parlare di ferita.

Mentre il cuore umano sa che vivere è proprio esporsi al suo spasimo.

Per questo ancora Bernanos è nel vero affermando che «chi cerca la verità nell’uomo deve farsi padrone del suo dolore».[9]

 

Se il segreto fosse l’umiltà?

 

Ma cosa può apprendere la libertà prestando ascolto a questa ferita?

E perché in essa può fiorire la gioia?

È ancora Bernanos a suggerire qualche risposta a questi interrogativi, attraverso un punto fermo di tutta la sua opera:

«Il cuore del mondo batte ancora. La giovinezza è questo cuore. Se non fosse per questo dolce scandalo dell’infanzia, in uno o due secoli l’avarizia e l’inganno avrebbero disseccato la terra. Il povero pianeta, a dispetto dei chimici e degli ingegneri, non sarebbe che un osso sbiancato scaraventato nello spazio».[10]

Se la ferita dell’esistere è testimone – attraverso il linguaggio misterioso della tristezza che invoca la gioia – di una costitutiva vocazione umana all’armonia e all’integrità, nell’infanzia questa vocazione trova invece una sorta di simbolizzazione positiva, di compimento realizzato senza fatica, ricevuto in dono da una libertà capace della fiducia accogliente e incondizionata tipica di un bimbo.

Lo spirito di infanzia reca dunque in se stesso tracce singolarmente visibili di quella condizione che la ferita dell’esistere tristemente, sebbene istruttivamente, avverte come precaria, o perduta, o colpevolmente sciupata.

Ecco perché Bernanos ritiene catastrofici per il mondo due inganni tra loro legati: il rifiuto dello spirito d’infanzia e la consuetudine con il vivere imbecille, incapace di abitare sapientemente la ferita del vivere, distillando la gioia accessibile nella sua tristezza.

E ad annodare il rifiuto dello spirito d’infanzia al rifiuto della lezione della tristezza è l’orgoglio, la seduzione della dismisura, vero cancro della libertà e morte del cuore.

La ferita dell’esistere, se sapientemente ascoltata, rivela che a determinare la perdita dell’armonia con sé, gli altri, il mondo, è sempre una smisuratezza del proprio io, vagheggiata come soluzione all’impegno del vivere, straniante rispetto al presente, cieca rispetto al dono della misura e alla misura come dono.

L’assillo per questa smisuratezza è assente nello spirito d’infanzia, figura dell’umano che reca in sé la traccia storica meno sbiadita dell’integrità della gioia.

L’infanzia è la condizione umana nella quale il rapporto dell’uomo alla sua misura ha la forma dell’accoglienza del dono; quando all’accoglienza subentra il sospetto, la misura è considerata maledizione e la libertà diventa ribelle, invaghita di sé, illusa di poter divenire principio della propria grandezza.

Bernanos insegna come solo alla scuola dello spirito d’infanzia l’uomo possa riconoscere nell’idolatria – di sé e della propria smisuratezza – la più pericolosa tra le patologie del cuore.

«Ci sono due modi di dannarsi, due cammini di perdizione. Il primo è amare il male più del bene, per le soddisfazioni che se ne ricavano. È il più breve. L’altro è preferire se stessi al bene e al male, restare indifferenti a entrambi. È il cammino più lungo, quello da cui non si ritorna».[11]

L’ingombro dell’io può ostruire la via della gioia, paralizzare la libertà, impedirle di formare il cuore secondo quello spirito di piccolezza che, per Bernanos, è la chiave di volta della storia dell’uomo e del mondo.

La dismisura di sé è ciò che ignora lo spirito d’infanzia, tanto nella forma dell’esondazione incontenibile delle voglie, sempre sedotte dall’assente e insoddisfatte dal presente, quanto nella forma della grandiosità della propria immagine, inseguita a dispetto di ogni evidenza e al prezzo di doppiezze e soprusi.

La sorpresa grata per la misura di sé e la misura del mondo permettono di abitare l’esistenza nella ferialità della sua ferita, raccogliendo, fuori da fughe e risentimenti, la grazia del presente, senza per questo spegnere la speranza nel futuro.

Lo spirito d’infanzia è infatti la forma di libertà che riconcilia obbedienza e iniziativa, gratitudine per il presente e speranza per il futuro, adesione alla misura del mondo e alla misura di sé.

Il nome meno poetico – e forse per questo anche meno insidiato dalla retorica – dello spirito d’infanzia è umiltà; un nome che custodisce la memoria della sua radice humus, terra.

È fuori moda questa misura e questo nome della gioia, ma quando la libertà, meno irretita da falsi miraggi, ne provasse il gusto, forse, riconoscendone l’impagabile pregio, ne percorrerebbe, modestamente e semplicemente, la via.

«Non ci si contorce per diventare umili, come un grosso gatto per entrare nella trappola per topi. La vera umiltà è innanzitutto una dignità, un equilibrio».[12]

 

Dunque?

 

Una libertà fedele al compito della propria educazione cosa può attendersi a sanzione del suo impegno?

Forse il culto della facilità deve la moltiplicazione dei suoi devoti ad un sottile pessimismo che sembra sovente ammonire il cuore umano circa l’impossibilità della felicità.

La vita di chi capitola a questo pessimismo conosce due sole opportunità: compiacersi del proprio disperato eroismo oppure godere della propria meschinità, chiamandola felice.

La fortuna di questa praticatissima alternativa è pari soltanto alla sua menzogna.

Altro infatti è l’orizzonte di un’esistenza riuscita.

È l’orizzonte di un’autentica educazione alla gioia, alla gioia vera, che non può non germogliare sul suolo ferito del mondo, l’unico che all’uomo sia dato di calcare.

Di pochi è il coraggio di ascoltare la verità di questa ferita, che parla di un’integrità perduta, dell’uomo e del mondo, di un loro convenire fattosi precario, quando non ridotto a reciproca minaccia.

Lo spirito d’infanzia, il cui nome proprio è umiltà, nelle sue evenienze mondane sa fare timidamente memoria della verità di quella condizione perduta, e così illumina la regola per un suo ritrovamento: la grata adesione alla semplicità della propria misura genera la libertà alla gioia.

 

 

NOTE

 

[1] F. Moro, Libero, da Domani, CD, 2008.

[2] George Bernanos (Parigi 1888-1948), letterato e romanziere francese, ha consegnato ai suoi scritti una profonda riflessione sulla verità cristiana dell’uomo, della sua fallibilità e della sua libertà. Non sarebbe eccessivo considerare la sua opera, riflesso di una vita coerente ed appassionata, un’apologia dell’esistenza credente, come crescente armonizzazione, resa possibile dallo Spirito di Dio, di eroismo del volere e spirito d’infanzia, nel sereno abbandono all’efficacia storica della Grazia di Dio.

[3] G. Bernanos, Le crépuscole des vieux, citato in Id., Pensieri, parole e profezie (La parola e le parole), Paoline Editoriale Libri, Milano 1996, 105.

[4] G. Bernanos, Français, si vous saviez, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 45.

[5] C. Risè, Felicità è donarsi, contro la cultura del narcisismo e per la scoperta dell’altro, Sperling Paperback, Milano 2004, 23.

[6] G. Bernanos, Les grands cimitières sous la lune, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 117.

[7] G. Bernanos, Correspondance, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 117.

[8] G. Bernanos, Correspondance, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 118.

[9] G. Bernanos, La joie, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 115.

[10] G. Bernanos, Jeanne, relapse et sainte, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 49.

[11] G. Bernanos, Le chemin de la croix-des-âmes, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 21.

 

[12] G. Bernanos, Dialogues des Carmélites, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 122.


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La nuova famiglia di Gesù

 

 

10 giugno 2018

 

X domenica del tempo Ordinario

Mc  3,20-35

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo 20 Gesù entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. 21Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé».

22Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni». 23Ma egli li chiamò e con parabole diceva loro: «Come può Satana scacciare Satana? 24Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; 25se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. 26Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. 27Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa. 28In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; 29ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna». 30Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito impuro».

31Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. 32Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano». 33Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». 34Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! 35Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».

 

Riprendiamo la lettura quasi cursiva del vangelo secondo Marco in questo tempo per annum e cerchiamo di essere molto attenti alla specificità del messaggio di questo vangelo.

Gesù è ormai riconosciuto come maestro affidabile, da alcuni come un profeta che continua la missione di Giovanni il Battista. Ma Gesù non abita nel deserto, non vive in solitudine e attorno a sé ha radunato una comunità di discepoli e discepole, tra i quali ne emergono dodici per la vita vissuta insieme a lui e per la partecipazione all’annuncio della venuta del regno di Dio. La parola autorevole di Gesù e la sua attività di cura e guarigione dei malati attivano molta gente, che vuole ascoltarlo e vederlo. Questo successo della sua predicazione talvolta impedisce di fatto a lui e alla sua comunità anche solo di saziarsi con un po’ di pane: non c’è tempo…

 

Quando Gesù è in casa a Cafarnao, la gente, sapendo dove si trova, viene a cercarlo e così questa fama desta preoccupazione nella famiglia di provenienza di Gesù e anche nella sua comunità religiosa. Marco osa ancora attestare questa diffidenza ostile a Gesù da parte dei “suoi”, i familiari che, venuti dal loro villaggio, cercano di mettere le mani su di lui, di prenderlo e portarlo via, giudicandolo “fuori di sé”, esaltato, impazzito. Gesù aveva operato scelte di vita che ai suoi familiari potevano sembrare stoltezza e follia. Aveva infatti abbandonato la famiglia, si era dato a una vita itinerante, viveva la condizione del celibe, del non coniugato, infamante per la cultura del tempo, e con il suo successo si era inimicato le stesse autorità religiose.

 

Giudicato “eversivo”, andava dunque fermato. Ma non era stato questo il destino dei profeti? Con il suo modo di vivere e di parlare, infatti, il profeta disturba, perciò si preferisce farlo tacere, giudicandolo pazzo, delirante, fino a pensare di eliminarlo fisicamente (cf. Os 9,7). Ma all’ostilità dei familiari si aggiunge quella delle legittime autorità giudaiche. Gli scribi, discesi da Gerusalemme in Galilea, sono preoccupati dell’ascolto di Gesù da parte delle folle. Se per i suoi familiari Gesù è pazzo, gli esperti delle sante Scritture lo ritengono posseduto da Beelzebul, il capo dei demoni, che – costoro affermano – opera in lui fino a scacciare dalle persone i demoni inferiori. Si faccia attenzione: costoro non negano che Gesù compia un’opera di liberazione, di guarigione delle persone che egli incontra e cura. Pensano che Gesù scacci i demoni che tengono in schiavitù uomini e donne, ma lo faccia da indemoniato: in lui agisce il capo dei demoni, Beelzebul (alla lettera: il signore dello sterco)! Questa l’insinuazione e il giudizio di quelli che contano, delle autorità della comunità religiosa cui Gesù appartiene.

 

Gesù però li chiama a sé, li smaschera e si rivolge a loro con linguaggio parabolico, mediante una domanda seguita da alcune affermazioni: “Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito”. Il concetto espresso da Gesù è chiaro: se fosse vero ciò che dicono gli scribi, se Satana, attraverso le sue azioni, insorgesse contro se stesso, ciò significherebbe che il suo potere sta andando in rovina, che non è più vincitore ma vinto. Per questo Gesù aggiunge, in modo decisamente convincente e non contestabile: “Nessuno può penetrare nella casa di un uomo forte e saccheggiarla, se prima non lo ha reso inoffensivo legandolo. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa”. Dunque Gesù può scacciare Satana perché lo ha legato, perché ha reso impotente colui che è forte, fin dalla sua immersione nel Giordano (cf. Mc 1,9-11) e dalla sua lotta contro Satana nel deserto (cf. Mc 1,12-13). Gesù d’altronde era stato annunciato da Giovanni il Battista come “il più forte” (Mc 1,7), colui che, munito della forza di Dio, ha “autorità” (exousía: Mc 1,22) e può comandare ai demoni che gli obbediscono (cf. Mc 1,27).

 

Ma la risposta di Gesù diventa anche un avvertimento grave e minaccioso, introdotto da un solenne “Amen”: “Amen, in verità vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie, per quante ne abbiano dette; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito santo non avrà mai perdono, sarà colpevole di una colpa definitiva”. Parole dure, che devono però essere accolte senza indulgere a fantasie o immaginazioni circa questo peccato contro lo Spirito santo. In realtà è un peccato banale, come è banale il male; è un peccato che non richiede particolare malvagità ma è semplicemente consumato da chi vede e discerne il bene che viene fatto eppure, piuttosto che riconoscere questa verità, preferisce chiamarlo male, attribuendolo a Satana. È il peccato che procede dall’invidia, dal non sopportare che un altro abbia fatto o faccia il bene, perché si vorrebbe solo se stessi come soggetti del bene; e non volendo riconoscere in un altro quel bene che viene da Dio, si preferisce attribuirlo al demonio. Quegli scribi vedevano il bene operato da Gesù ma, piuttosto che riconoscerlo come opera ispiratagli da Dio, sceglievano deliberatamente di imputarlo a Satana. Non riconoscere l’opera di Dio, non riconoscere l’azione dello Spirito santo, fino a stravolgere lo sguardo e il giudizio, attribuendo il bene operato a Satana, è davvero il peccato imperdonabile, dice Gesù! E questo – lo si ricordi – è un peccato spesso consumato dalle persone religiose, ancora oggi nella chiesa!

 

A complemento del giudizio negativo su Gesù da parte dei suoi e degli scribi, Marco racconta anche che la madre e i fratelli di Gesù giungono presso la casa dove egli dimora e, stando fuori, mandano a chiamarlo. Si tratta dei suoi familiari, di quanti erano usciti per portarlo via giudicandolo pazzo, oppure Marco si riferisce a un altro episodio in cui è soprattutto messa in rilievo la madre di Gesù? In ogni caso, l’evangelista sembra sottolineare che proprio i familiari che avevano dichiarato Gesù fuori di sé (exéste) in realtà restano fuori (éxo), fuori dallo spazio di Gesù. Egli viene avvertito: “Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano”. Vogliono incontrarlo ma restano fuori dal suo spazio. Gesù, da parte sua, non si muove verso di loro, resta al suo posto, tra i suoi discepoli, in mezzo alla comunità riunita in cerchio attorno a lui, e volgendo lo sguardo su questo gruppo dice con forza: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”.

 

In tal modo egli dichiara di conoscere e vivere i legami di una nuova famiglia, la comunità dei discepoli, legami che non nascono dalla carne o dal sangue, cioè dalla storia familiare, ma dal fare la volontà di Dio. La prossimità a Gesù non è decisa dal vincolo parentale ma si basa sull’ascolto della parola di Dio, sul realizzare la sua volontà, sul vivere la fraternità nel vincolo dell’amore quale figli e figlie di un unico Padre: Dio. Dopo questa dichiarazione di Gesù dobbiamo dunque chiederci: chi è veramente fuori e chi è dentro lo spazio di relazione e comunione con lui?

 

Certo, questa pagina evangelica appare dura e noi ci chiediamo anche come la madre di Gesù, Maria, abbia vissuto questo incontro mancato. Possiamo rispondere che lo abbia vissuto nella fede perché queste parole di Gesù, apparentemente dure, in realtà attestano la sua grandezza: Maria ha compiuto pienamente la volontà di Dio, per questo è stata per Gesù madre, degna di essere madre nella sua carne.

 

La lettura di questo brano avverte in ogni caso i discepoli e le discepole di Gesù in ogni tempo: anche loro conosceranno diffidenza e inimicizia da parte della famiglia di provenienza, conosceranno l’opposizione da parte delle autorità religiose, dovranno sempre interrogarsi sulla loro prossimità a Gesù, sperimentabile solo nel compiere la volontà di Dio, nel realizzare la sua parola e nell’accogliere l’aiuto preveniente e gratuito della sua misericordia.


L'orizzonte di una nuova

 

familiarità

 

Domenica X del T.O. (B)

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Galeone

 

Jesus and Disciples

 

Mc 3,22-27 La durezza di chi non vuol capire [1]

 

Non c’è mitezza e non c’è dottrina che possano abbattere quel muro d’idolatria. Gesù stesso se ne dispiace: “Voi cercate di uccidere me, un uomo che vi ha detto la verità” Gv 8,40). La stessa mitezza di Gesù è uno sprone per quella durezza, i suoi segni vengono attribuiti ai demoni (cfr Mt 12,24; Mc 3,22) e, quando l’evidenza (come nel caso di Lazzaro) si fa indiscutibile, allora cercano di uccidere sia lui che Lazzaro (cfr Gv 12,10), perché molte persone lo seguono a causa del miracolo. Riguardo a Gesù questo non è accaduto soltanto a quei tempi: siamo noi a farlo accadere ogni volta che ci rifiutiamo di riconoscere un’adesione idolatrica, ogni volta che affermiamo di vedere mentre siamo ciechi. Il segno è il medesimo. Se qualcuno, un fratello, un profeta, richiama la nostra attenzione sulla nostra idolatria, il cuore s’inasprisce di più, e ciò basta a mantenerci radicati nei nostri atteggiamenti.

 

3,31-35 La nuova familiarità del pastore con Dio [2]

 

Il pastore annuncia serenamente e appassionatamente la Parola di Dio, incoraggia i credenti a puntare in alto. Egli renderà capaci i suoi fratelli e le sue sorelle dell’ascolto e della pratica della promessa di Dio, che allarga anche l’esperienza della maternità e della paternità nell’orizzonte di una nuova “familiarità” con Dio (cfr Mc 3,31-35). Il pastore vigila sul sogno, sulla vita, sulla crescita delle sue pecore. Questo “vigila” non nasce dal fare discorsi, ma dalla cura pastorale. È capace di vigilare solo chi sa stare “in mezzo”, chi non ha paura delle domande, chi non ha paura del contatto, dell’accompagnamento. Il pastore vigila prima di tutto con la preghiera, sostenendo la fede del suo popolo, trasmettendo fiducia nel Signore, nella sua presenza. Il pastore rimane sempre vigilante aiutando ad alzare lo sguardo quando compaiono lo scoraggiamento, la frustrazione o le cadute.

 

3,33-34 La prova dei parenti [3]

 

Gesù ha sperimentato la prova nella sua vita. Comincia nel deserto (Mt 4,1-11) e non finisce lì perché a quel punto “il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato” (Lc 4,13). La subisce fino all’agonia: “Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora!” (Gv 12,27); cfr. anche Lc 22,40-46). Gesù sperimenta la prova nei suoi parenti (Mc 3,33s), in Pietro, che non esita a chiamare Satana (Mc 8,33), nella prospettiva di un messianismo temporale (Gv 6,15).

La Chiesa deve seguire la stessa strada di Cristo (Mc 10,38s). Pietro verrà scosso nella sua perseveranza affinché, più tardi, una volta convertito, confermi i suoi fratelli (Lc 22,31s). Anche il cristiano deve compiere questo percorso: sarà esaminato da Dio (1Ts 2,4), sarà sottoposto alla prova (1Tim 3,10), conscio però di non aver subito tentazioni superiori alla misura umana (1Cor 10,11-13).

 

3,34-35 Il cibo di Gesù [4]

 

Gesù è venuto per fare la volontà del Padre…

All’inizio della celebrazione, è stato chiesto al Signore: “Guida i nostri atti secondo la tua volontà, perché portiamo frutti di opere buone”.

Gesù, quando entra nel mondo, dice: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta” (Eb,10, 5), perché sono provvisori; non dico inutili, provvisori. “Un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb10,5-7). Questo atto di Cristo, di venire nel mondo per fare la volontà di Dio, è quello che ci giustifica, è il sacrificio: il vero sacrificio che, una volta per sempre, ci ha giustificato.

 

… fino al suo annientamento

Gesù viene per fare la volontà di Dio e incomincia in una maniera forte, così come finisce, sulla croce. Il suo percorso terreno infatti incomincia annientandosi, come scrive Paolo ai Filippesi (2,8): “Annientò se stesso. Si umiliò, prendendo forma di servo e facendosi obbediente fino alla croce” (cfr 2,7-8). Di conseguenza “l’obbedienza alla volontà di Dio è la strada di Gesù, che incomincia con questo: “Io vengo per fare la volontà di Dio”. Ed è anche la strada della santità, del cristiano, perché è stata proprio la strada della nostra giustificazione: che Dio, il piano di Dio, venga realizzato, la salvezza di Dio venga fatta. Al contrario di quanto accaduto nel Paradiso terrestre con la non-obbedienza di Adamo: quella disobbedienza ha portato il male a tutta l’umanità”.

Anche i peccati sono atti di non obbedire a Dio, di non fare la volontà di Dio. Invece, il Signore ci insegna che questa è la strada, non ce n’è un’altra. Una strada che incomincia con Gesù, nel cielo, nella volontà di obbedire al Padre, e sulla terra incomincia con la Madonna, nel momento in cui ella dice all’angelo: “Che si faccia quello che tu dici (cfr Lc 2, 38), cioè che si faccia la volontà di Dio. E con quel “sì” a Dio, il Signore ha incominciato il suo percorso fra noi.

 

Fare la volontà di Dio è il cibo di Gesù

È importante per Gesù fare la volontà di Dio. Lo testimonia l’episodio successivo all’incontro con la samaritana, quando in quel mezzogiorno, nel calore di quella zona un po’ desertica, allorché i discepoli gli dissero: “Mangia, maestro”, egli rispose: “No: il mio cibo è fare la volontà del Padre” (cfr Gv 4, 31-34). Facendo capire in tal modo che la volontà di Dio per lui era come il cibo, quello che gli dava forza, quello che gli permetteva di andare avanti. Non a caso spiegherà poi ai discepoli: “Io sono venuto nel mondo per fare la volontà di colui che mi ha inviato (cfr Gv 6, 38), per compiere un’opera di obbedienza”.

Eppure, neanche per Gesù è stato facile. Il diavolo, nel deserto, nelle tentazioni, gli ha fatto vedere altre strade, ma non si trattava della volontà del Padre e lui lo ha respinto. Lo stesso accade quando Gesù non viene capito e lo lasciano; tanti discepoli se ne vanno perché non capiscono com’è la volontà del Padre, mentre Gesù prosegue nel fare questa volontà. Una fedeltà che ritorna anche nelle parole: “Padre, sia fatta la tua volontà”, pronunciate prima del giudizio, la sera in cui pregando nell’orto chiede a Dio di allontanare questo calice, questa croce. Soffre Gesù, soffre tanto. Ma dice: che sia fatta la tua volontà.

 

… e anche il cibo del cristiano

Questo è il cibo di Gesù, ed è anche la strada del cristiano. Lui ci ha fatto strada per la nostra vita, e non è facile fare la volontà di Dio, perché ogni giorno ci presentano su un vassoio tante opzioni: fa’ questo che va bene, non è male. Invece bisognerebbe subito chiedersi: “È la volontà di Dio? Come faccio per compiere la volontà di Dio?”. Ecco un suggerimento pratico: Prima di tutto pregare e chiedere la grazia di voler fare la volontà di Dio. Questa è una grazia.

Successivamente occorre anche domandarsi: “Io prego che il Signore mi dia la voglia di fare la sua volontà? O cerco i compromessi, perché ho paura della volontà di Dio?”. Inoltre bisogna pregare per conoscere la volontà di Dio su di me e sulla mia vita, sulla decisione che devo prendere adesso, sul modo di gestire le cose: preghiera per voler fare la volontà di Dio e preghiera per conoscere la volontà di Dio. E quando conosco la volontà di Dio, anche una terza preghiera: per realizzarla. Per compiere quella volontà, che non è la mia, ma è quella di lui.

 

Diventare famiglia di Gesù

Il Signore dia la grazia a tutti noi che un giorno egli possa dire di noi - come nel brano liturgico del Vangelo di Marco (3,34-35) - quello che ha detto di quel gruppo, di quella folla che lo seguiva, quelli che erano seduti attorno a lui: “Ecco mia madre e i miei fratelli. Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”. Fare la volontà di Dio ci fa essere parte della famiglia di Gesù, ci fa madre, padre, sorella, fratello. Il Signore ci dia la grazia di questa familiarità” con lui; una familiarità che significa proprio fare la volontà di Dio.

 

3,34-35 I legami familiari nell’ambito della fede [5]

 

Legami di famiglia non vengono cancellati

In un primo momento, ci possono venire alla mente alcune espressioni evangeliche che sembrano contrapporre i legami della famiglia e il seguire Gesù. Per esempio, quelle parole forti che tutti conosciamo e abbiamo sentito: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me» (Mt 10,37-38).

Naturalmente, con questo Gesù non vuole cancellare il quarto comandamento, che è il primo grande comandamento verso le persone. I primi tre sono in rapporto a Dio, questo in rapporto alle persone. E neppure possiamo pensare che il Signore, dopo aver compiuto il suo miracolo per gli sposi di Cana, dopo aver consacrato il legame coniugale tra l’uomo e la donna, dopo aver restituito figli e figlie alla vita famigliare, ci chieda di essere insensibili a questi legami! Questa non è la spiegazione.

 

… ma riempiti di un nuovo senso…

Al contrario, quando Gesù afferma il primato della fede in Dio, non trova un paragone più significativo degli affetti famigliari. E, d’altra parte, questi stessi legami familiari, all’interno dell’esperienza della fede e dell’amore di Dio, vengono trasformati, vengono “riempiti” di un senso più grande e diventano capaci di andare oltre sé stessi, per creare una paternità e una maternità più ampie, e per accogliere come fratelli e sorelle anche coloro che sono ai margini di ogni legame. Un giorno, a chi gli disse che fuori c’erano sua madre e i suoi fratelli che lo cercavano, Gesù rispose, indicando i suoi discepoli: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre» (Mc 3,34-35).

 

…inseriti nell’ambito dell’obbedienza della fede…

La sapienza degli affetti che non si comprano e non si vendono è la dote migliore del genio famigliare. Proprio in famiglia impariamo a crescere in quell’atmosfera di sapienza degli affetti. La loro “grammatica” si impara lì, altrimenti è ben difficile impararla. Ed è proprio questo il linguaggio attraverso il quale Dio si fa comprendere da tutti.

L’invito a mettere i legami famigliari nell’ambito dell’obbedienza della fede e dell’alleanza con il Signore non li mortifica; al contrario, li protegge, li svincola dall’egoismo, li custodisce dal degrado, li porta in salvo per la vita che non muore. La circolazione di uno stile famigliare nelle relazioni umane è una benedizione per i popoli: riporta la speranza sulla terra. Quando gli affetti famigliari si lasciano convertire alla testimonianza del Vangelo, diventano capaci di cose impensabili, che fanno toccare con mano le opere di Dio, quelle opere che Dio compie nella storia, come quelle che Gesù ha compiuto per gli uomini, le donne, i bambini che ha incontrato. Un solo sorriso miracolosamente strappato alla disperazione di un bambino abbandonato, che ricomincia a vivere, ci spiega l’agire di Dio nel mondo più di mille trattati teologici. Un solo uomo e una sola donna, capaci di rischiare e di sacrificarsi per un figlio d’altri, e non solo per il proprio, ci spiegano cose dell’amore che molti scienziati non comprendono più. E dove ci sono questi affetti famigliari, nascono questi gesti dal cuore che sono più eloquenti delle parole. Il gesto dell’amore... Questo fa pensare.

 

… nell’alleanza dell’uomo e della donna con Dio

La famiglia che risponde alla chiamata di Gesù riconsegna la regia del mondo all’alleanza dell’uomo e della donna con Dio. Pensate allo sviluppo di questa testimonianza, oggi. Immaginiamo che il timone della storia (della società, dell’economia, della politica) venga consegnato - finalmente! - all’alleanza dell’uomo e della donna, perché lo governino con lo sguardo rivolto alla generazione che viene. I temi della terra e della casa, dell’economia e del lavoro, suonerebbero una musica molto diversa!

Se ridaremo protagonismo – a partire dalla Chiesa – alla famiglia che ascolta la parola di Dio e la mette in pratica, diventeremo come il vino buono delle nozze di Cana, fermenteremo come il lievito di Dio!

 

NOTE

[1] Meditazioni sulla Prima settimana di Esercizi. 5. Il peccato come menzogna, in J.M. BERGOGLIO - FRANCESCO, Il desiderio allarga il cuore. Esercizi spirituali con il Papa, EMI, Bologna 2014, 51-56.

[2] Discorso nell’Incontro con i vescovi ospiti dell’Incontro Mondiale delle Famiglie, Philadelphia 27 settembre 2015.

[3] I nostri padri sono stati tentati, in J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nel cuore di ogni Padre. Alle radici della mia spiritualità, Introduzione di Antonio Spadaro, S,J., Rizzoli Milano 2014, 170-175.

[4] Meditazione, 27 gennaio 2015.

 

[5] Udienza, 2 settembre 2015.


Ciò che rende la fede

 

difficile

 

Jean Paul Hernández

 

 

«La fede comporta un pericolo, comporta un rischio,

forse comporta un attentato alla propria tranquillità e alla propria incolumità.

Ecco un altro aspetto che rende difficile la fede».

(Paolo VI, festa dei SS. Pietro e Paolo 1967)

 

 

Le difficoltà della fede sono le stesse difficoltà dell'amore. Perché la fede è una relazione che vive solo se ama. La Bibbia descrive la fede come un saper rischiare. La si può paragonare al passo in avanti di un corpo umano. In effetti ogni passo è l'inizio di un precipitare. È una perdita di equilibrio, una possibile caduta. Il passo è uno squilibrio fra due brevi momenti di equilibrio. Si può dire che il passo è quel «sapere» che trasforma la caduta in uno spostamento in avanti. Si vede bene nei bambini piccoli quando iniziano a «saper camminare». Ogni spostamento della gamba è un terribile rischio! Così è la fede. Essa non cancella l'instabilità umana ma la trasforma in un progresso.

Come il camminare in posizione verticale, la fede è qualcosa di «quasi innato» nell'uomo. Anzi, di specifico. Gli antropologi parlano di «homo viator». Eppure è qualcosa che si impara. Senza l'esempio e l'accompagnamento del genitore il bimbo camminerebbe in modo molto goffo. Così la fede è accompagnata da un «maestro» che insegna a «saper credere». Questa «madre nella fede» può essere la famiglia, la comunità, un amico, dei testimoni. È ciò che i primi cristiani hanno chiamato «la Chiesa».

Il «cammino del credente» non è un evitare i rischi, non è un cercare una stabilità o una «quiete» – solo un morto è «stabile»! Il credente è e deve essere «uno squilibrato», uno sbilanciato. Il camminare nella fede è quella «sapienza» che porta il corpo, squilibrio dopo squilibrio, al luogo del suo desiderio. Perciò nella Bibbia l'immagine del credente è quella del pellegrino. Cioè di qualcuno che arriverà alla meta dopo che tanti suoi squilibri saranno diventati amore.

Come ogni pellegrino, il credente è continuamente in preda a possibili sbagli, incidenti, stanchezze. In realtà sono un buon segno! Non c'è fede senza difficoltà. Anzi, le difficoltà del credente gli dimostrano che sta veramente camminando. I Padri del deserto dicono: «Solo chi cammina sente la resistenza del vento in faccia».

Le vere difficoltà del credente non sono le cadute ma quegli inganni che impediscono di trasformarle in passo avanti, cioè che impediscono di amare. Nella Bibbia il contrario della fede non è l'ateismo ma è l'inganno che ci impedisce di camminare. E questo è l'unico vero «peccato», dal latino «pes captum» (piede bloccato).

Possiamo distinguere questi inganni in otto grosse categorie:

 

1. LE FALSE IMMAGINI DI DIO

 

Nel libro della Genesi il racconto del primo peccato, quello di Adamo ed Eva (Gn 3), inizia con una falsa immagine di Dio: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare...». Con una menzogna, il serpente riesce a convincere l'uomo che Dio gli ha vietato tutto. Si forma allora l'immagine di un Dio nemico del piacere, avversario della vita. Un Dio dal quale ci si deve difendere. O con cui conviene negoziare. Più avanti il serpente rincara la dose: «Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi...». Il «sottotesto» è: «Dio avrebbe potuto fare di più per voi e non l'ha fatto, dunque non è vero che vi ama, non vi potete fidare di lui!» Allora l'uomo decide di non fidarsi, cioè di non avere fede. Il peccato è questo: non fidarsi. È il dubbio sull'amore che uccide la fede.

L'antropologia contemporanea descrive spesso l'umanità come una fantastica «fabbrica di immagini di Dio». Già per il filosofo Feuerbach Dio è la proiezione gigante dei grandi desideri dell'uomo. Perciò continuamente l'uomo «crea Dio a sua immagine e somiglianza». Da lì nascono tante immagini della divinità: «grande architetto», «motore immobile», «grande mago» che dovrebbe risolvere tutti i problemi, giudice severo che esige tanti sacrifici, macchinetta che eroga servizi se si paga, energia diffusa, destino capriccioso che bisogna cercare di arginare e sfruttare,...

Una delle immagini di Dio più radicate nell'inconscio collettivo di molti popoli è stata sintetizzata nella mitologia greco-romana dal mito di Chronos. Questo «padre degli dèi» è una figura paterna primordiale. Il suo nome significa «tempo». Chronos divora con avidità i suoi figli appena vengono al mondo. Vale a dire il tempo mette al mondo continuamente degli attimi che vengono però immediatamente inghiottiti e non torneranno mai più. Solo il piccolo Giove riuscirà a sfuggire all'avidità del padre e sarà nascosto a Creta dove crescerà allattato dalla capra Amaltea. Un giorno prenderà lui il posto di suo padre e diventerà il capo degli dèi. La figura di Chronos sintetizza le paure davanti a un Dio assettato di vittime. Un Dio che ci divora, come il tempo divora pian piano le nostre vite. Un Dio da cui bisogna nascondersi e che un giorno bisogna detronizzare.

La storia del Dio della Bibbia racconta come il Padre di infinita misericordia, davanti a dei figli che hanno paura di essere divorati da lui, decide di invertire questa falsa immagine. In Gesù Cristo, Dio dice ad ogni suo figlio: «Hai paura che io ti mangi? Ebbene mangia me!» E così nasce a Betlehem che significa «casa del pane». E così è deposto in una mangiatoia come se fosse nato per essere mangiato. E così decide di rimanere per sempre in mezzo ai suoi discepoli sotto l'apparenza di un pezzo di pane da mangiare. Egli diventa «Figlio dell'uomo», consegnato alle mani avide di ogni uomo. Allora l'uomo scopre che quella terribile immagine del padre Chronos è una fantastica proiezione dell'uomo stesso nelle sue ansie di possesso, nella sua avidità di potere, nella sua disperata solitudine. Solo un Dio che si fa mangiare e stritolare libera dalle false immagini di Dio.

Perciò il Vangelo ci lascia una sola immagine di Dio: l'uomo della croce. Capiamo adesso perché i primi cristiani furono accusati di «ateismo». Perché l'immagine di Dio che propone il Vangelo è la distruzione radicale di tutte le immagini di Dio che l'uomo produce. Come dice San Paolo, la croce è «follia e scandalo». È l'unica immagine davvero divina di Dio e consiste proprio... in un uomo!

Nel cammino del singolo credente si ripropongono molte delle immagini di Dio che l'umanità ha elaborato durante i secoli. Allora è importante nella preghiera silenziosa lasciare che si frantumino davanti all'unica vera immagine: il Dio crocifisso. Un cristiano è un «ateo» nel senso che per dire Dio non dispone di una definizione di Dio ma ha solo la storia di un uomo che ama fino all'ultima goccia del suo sangue. Egli è l'unica «immagine visibile del Dio invisibile» (Col 1,18). Quando un cristiano pensa Dio senza pensare a Gesù Cristo, non è più un cristiano.

Molti nostri contemporanei si dichiarano «atei» o «non credenti» in realtà perché rifiutano le false immagini di Dio che spesso vengono veicolate. Allora ben venga questo ateismo! Molti atei, rifiutando queste immagini di Dio, sono in realtà molto più vicini al Dio del Vangelo di molti credenti. L'ateismo spesso è una tappa necessaria verso la fede del Vangelo. È quel crollo degli idoli che lascia spazio a una nuova scoperta, a quel Dio di Gesù che si rivela nel punto più basso dell'uomo. Il dubbio di fede, la voce «atea» che parla nel fondo di ogni cuore credente, è quel necessario squilibrio che apre a un affidamento più profondo. È quella caduta che diventa passo avanti.

Una risposta concreta a questa prima difficoltà della fede è mettersi in ginocchio ai piedi del crocifisso e del pane eucaristico.

 

2. LO SCANDALO DEL MALE

 

Nel tentativo inutile e disperato di definire Dio, l'uomo si blocca spesso in una contraddizione fra due affermazioni: a) Dio è giusto; b) Dio è onnipotente.

Allora davanti al male del mondo e in particolare davanti alle vittime innocenti, nasce il seguente ragionamento: se Dio è giusto non può essere onnipotente, altrimenti non lascerebbe esistere la sofferenza dell'innocente; ma se Dio è onnipotente allora non è giusto. Si arriva così molto facilmente alla conclusione di Sartre: «Se Dio esistesse bisognerebbe punirlo».

Dagli albori della storia del pensiero, l'uomo è alle prese con la domanda sul male. Non solo dal punto di vista religioso, ma anche dal punto di vista filosofico si sono tentate le più svariate risposte: il male come «antitesi» necessaria per un bene maggiore, il male in realtà non esiste perché siamo «nel migliore dei mondi possibili», il male come opera di una divinità malvagia,... Ma cosa se ne fa il sofferente di queste spiegazioni?

Neanche Gesù spiega il motivo del male. Egli non ne dà né una definizione, né un'appagante spiegazione delle origini. Egli viene invece ad «abitarlo». Egli viene a stare dentro al male. Egli è per eccellenza la vittima innocente. Questa è l'unica risposta possibile al male. Non una risposta a tavolino ma una risposta che richiede tutta una vita.

Il male diventa la «vocazione di Dio», ciò che Dio non può trattenersi di venire ad abitare. Gesù Cristo è la storia di quel Dio «ingiustamente vinto dal male». Lui diventa la «storia della sofferenza» perché ogni sofferenza diventi «storia di Dio».

In campo di concentramento Elie Wiesel racconta di un bambino appeso e seviziato dai nazisti davanti alla folla dei prigionieri. Una voce si alza: «Dov'è Dio?» E l'unica risposta fu: «in questo bambino».

Allora quando diciamo che Dio è giusto, non lo dobbiamo capire come la giustizia di un giudice freddo ma come 1'«ingiusta giustizia» di chi muore per amore. E quando diciamo che Dio è onnipotente non lo dobbiamo capire come la potenza di un politico della terra, ma come la potenza di colui che può ciò che nessuno può: amare. Dio è giusto fino all'estrema ingiustizia ed è potente fino all'estrema debolezza. L'amore è «ingiusto» perché restituisce il male con il bene e l'amore è debole perché rende «dipendente».

Ciò non toglie che di fronte al male e all'ingiustizia noi possiamo gridare la nostra rabbia, la nostra ribellione. Quel grido sarà grido umano diventato divino. Comunione con il Cristo in croce che grida «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato» (Mc 15,34). Già nell'Antico Testamento, Giobbe il giusto, in balia a tutte le sofferenze, aveva scoperto sulla sua pelle di essere se stesso immagine e presenza della Passione di Dio. Il grido di Giobbe, la sua protesta disperata, addirittura il suo chiamare Dio a giudizio sono descritti da Dio come quel modo giusto di relazionarsi con Lui (cf. Gb 42,7). Giobbe ha parlato bene «di» Dio perché ha parlato «a» Dio. Questo è lo squilibrio che si trasforma in passo vero, e diventa poi cammino, vocazione. Davanti a un moribondo steso per strada un uomo chiese a Dio: «Cosa fai per questo povero?» E si sentì rispondere: «Ho fatto te».

L'unica risposta vera a questa seconda difficoltà della fede è la radicalità della propria scelta di vita.

 

3. IL SENSO DI COLPA

 

Ma se Dio diventa «storia del male», allora chi non vede il male non vede Dio. È ciò che succede a molti uomini che rifiutano ogni distinzione fra bene e male. Nasce allora in loro un diffuso senso di colpa che loro stessi non sanno spiegare. È questo senso di colpa che sfruttano molte campagne pubblicitarie e molte ideologie. Per non guardare in faccia il proprio male, l'uomo si estranea, fugge, si stordisce, per poi considerarsi tutto un male. È l'esilio del cuore. Il disagio di esistere. Il non stare bene «nella propria pelle». La filosofia esistenzialista parla di «nausea» e di «noia di vivere». È la divisione fra interiorità e corporeità, fra presente e futuro, fra dovere e volere.

Il senso di colpa è spesso rinforzato da una falsa immagine di se stesso: l'io ideale. Esso diventa un idolo tirannico che non manca un'occasione di accusare i fallimenti dell'io reale. Nasce così la frustrazione e la chiusura. La convinzione che ormai non posso più cambiare e che più nessuno mi può salvare. La sensazione che Dio mi ha abbandonato e che comunque non sono degno di Lui. Questa accusa sistematica è spesso attribuita a Dio, mentre invece «accusatore» si dice in ebraico «Satan».

La «Buona Notizia» del Vangelo è la liberazione da ogni senso di colpa, la vittoria sul Satan. La Parola di Dio aiuta ad individuare il male con precisione. E una volta individuato proclama che proprio lì il Signore ama il peccatore. «Non sono venuto per condannare ma per amare» dice Gesù di Nazareth. Non a caso gli Esercizi Spirituali di Sant'Ignazio iniziano col mettere a fuoco la dinamica profonda del peccato. Prima tappa per potersene liberare. Ma soprattutto tappa decisiva per poter scoprire chi è Dio.

Il Dio di Gesù è il Dio che ci ama lì dove noi non ci amiamo. In quella parte che noi vorremmo non ci sia mai stato nella nostra vita. Gesù Cristo è la storia di quel Dio che si identifica con ciò che in noi è «pietra scartata» e lo fa diventare «pietra d'angolo». L'incontro con Cristo trasforma il nostro peccato nel nostro punto di forza. Questo è il vero «senso del peccato», opposto al «senso di colpa».

Mentre il senso di colpa chiude nella disperazione e nel tentativo sempre fallito dell'auto-salvezza, il senso del peccato apre alla gioia di chi sa che qualcun altro lo ha già salvato. Se il morto Gesù non è stato dimenticato dal Padre nella tomba allora il mio peccato è stato scelto per diventare risurrezione.

Una risposta concreta a questa terza difficoltà della fede è un percorso serio di Esercizi spirituali.

 

4. LA PAURA

 

Ciò che un bambino che impara a camminare deve vincere quando si lancia a fare un passo è la paura. Paura di cadere e farsi male. Nel fondo: paura di morire. La paura è ciò che blocca l'uomo. È il peggior nemico della fede. Non è un caso se il Risorto appare spesso ai suoi discepoli con le parole «Non abbiate paura!»

La paura è il modo regressivo di gestire l'istinto di sopravvivenza. Essa si manifesta in particolare davanti alle scelte. Perché ogni scelta potrebbe essere la scelta sbagliata. Anzi, ogni scelta è già in sé una perdita perché scegliendo A perdo B, C, D,... Eppure siamo costantemente obbligati a scegliere, «condannati a essere liberi». L'illusione dell'onnipotenza ci porterebbe a scegliere tutto allo stesso tempo, cioè a non scegliere. E' perché non accettiamo di non essere onnipotenti che facciamo fatica a scegliere. Scegliere è allora accettare il proprio confine, accettare di non essere in-finiti, accettare se stessi. Il perdere ciò che non si sceglie è allora la condizione per ricuperare se stessi, per rinascere a vita nuova. Perciò ogni scelta ha fondamentalmente la struttura della Pasqua: è una morte e una Risurrezione.

Ma la fede è la scelta più radicale che ci sia perché consiste nel «lasciare tutto», come spesso ricorda il Vangelo. La chiamata dei discepoli durante la pesca o di Levi seduto al banco delle imposte non è una chiamata a diventare «prete» o «suora» ma è una chiamata semplicemente alla fede. Il credente è sempre il più povero di tutti perché accetta di non possedere neanche ciò per cui ha lasciato tutto. Nella tradizione biblica Abramo è considerato come «il nostro padre nella fede», proprio perché il suo «cammino di fede» inizia col lasciare la propria terra e la casa di suo padre, cioè tutte le sicurezze, tutto ciò di cui prima si fidava. Egli scoprirà che il fidarsi di Dio significa fidarsi solo di Dio. E quando Dio gli chiederà di sacrificare il proprio figlio, Abramo capirà che il sacrificio per eccellenza è proprio la fede. Perché essa significa dare tutta la vita, e così facendo «farla sacra» («sacrum facio» da cui «sacrificio»).

Perciò per il Nuovo Testamento la decisione di fede è vivere in prima persona la Pasqua di Gesù. Non a caso il Nuovo Testamento in tanti modi diversi invita a vivere «da risorti». Proprio perché la fede è morte e risurrezione essa suscita le paure più grandi... finché uno non si decide.

La Pasqua è al tempo stesso ciò che nella fede ci fa paura e ciò che ci toglie la paura di questa decisione. Gesù Cristo è il primo ad avere attraversato la morte perché la paura di morire non abbia più presa su di noi. La sua Pasqua ci dice: non abbiate paura di scegliere, non abbiate paura di morire, cioè non abbiate paura di vivere. Perché solo dando la vita, cioè scegliendo, la riceverete, cioè sarete risuscitati. «Se il chicco di grano non muore, rimane solo e non porta frutto». Così ci dicono anche le vite di tanti santi che non hanno avuto paura di credere.

Una risposta concreta a questa quarta difficoltà della fede è la lettura della vita dei santi e un'esperienza concreta di vicinanza ai più poveri.

 

5. I TRADIMENTI DELLA CHIESA

 

Molte volte la fede entra «in crisi» quando vediamo dei credenti comportarsi in modo opposto alla stessa fede. I nostri giornali sono pieni degli scandali della Chiesa. Ma anche nella nostra vita quotidiana possiamo trovare tanti «cristiani» che ci «scandalizzano». Vediamo allora la fede come del tutto inutile o addirittura come una ipocrisia.

Inoltre la storia ci insegna che la religione alleata al potere ha spesso schiacciato, perseguitato, ucciso, e che le guerre dette «di religione» sono state spesso le più crudeli. Come posso fidarmi di ciò che ha fatto del male all'uomo?

Qua è molto importante distinguere fra fede e religione. Nel cristianesimo la fede è la relazione personale con il Dio di Gesù Cristo. La religione è l'insieme di pratiche e di istituzioni che l'uomo crea intorno alla fede. La fede non può vivere senza religione perché ciò che dà il senso più profondo della vita si deve per forza esprimere, celebrare, tradurre in realtà sociali. Invece la religione può a volte «perdere la fede». E allora diventa una macchina infernale. Proprio perché fa leva su ciò che l'uomo ha di più profondo. Perciò la Chiesa dalle sue origini sa che è «sempre da riformare». E ogni vera storia di fede è una storia di riforma religiosa. I santi sono stati i più grandi riformatori perché essi hanno avuto fede. Così hanno trasformato la caduta in passo in avanti.

Ma bisogna anche rendersi conto che l'avidità di molti a cercare tutti i possibili scandali della Chiesa è in parte un meccanismo di auto-difesa per non lasciarsi scomodare dal Vangelo. Emblematico è l'esempio di Saulo di Tarso raccontato negli Atti degli Apostoli. Egli acutizza la persecuzione contro i cristiani perché sta lottando contro ciò che in lui lavora nel profondo da quando ha visto il martirio di Stefano (cf. At 6-9).

Le incoerenze personali degli «uomini di Chiesa» funzionano poi come un'enorme macchina di proiezione delle proprie incoerenze. L'indignazione contro di essi tradiscono spesso l'indignazione contro ciò che meno sopportiamo in noi stessi: appunto i nostri tradimenti. È poi noto agli psicologi quanto la figura del Papa, già solo per il suo nome («Papa»!) sia un catalizzatore di tante frustrazioni e conflitti irrisolti con la figura paterna.

Ma l'indignazione contro la Chiesa rivela anche la sincera delusione di chi in qualche modo sperava nella forza della Buona Notizia. Si può dire che nel fondo del cuore di ogni uomo c'è un desiderio, consapevole o no, di credere alla più bella notizia della storia, l'amore folle di Dio. Ma come ha recentemente riconosciuto Benedetto XVI, i credenti stessi sono il principale impedimento alla fede degli altri. Quando i cristiani appaiono come la «prova» che la Buona Notizia non è vera, allora si scatena nei non credenti un'aggressività sorprendente che nasce dagli strati più profondi dell'uomo. Questa ostilità in molti casi sproporzionata tradisce quanto la fede sia il desiderio più intimo di ogni uomo.

I «tradimenti della Chiesa» non sono una novità del nostro secolo o dei papi del Rinascimento. Dagli albori della Bibbia, Dio sceglie un popolo che sarà ripetutamente infedele. La «preistoria» delle infedeltà della Chiesa sono da cercare nella storia del popolo di Israele che l'Antico Testamento non esita a paragonare a una prostituta. Si può dire che tutta la storia del «popolo di Dio» è un intreccio di infedeltà umana e perdono divino.

Così anche quando Gesù sceglie i dodici apostoli che dovrebbero essere «il Nuovo Israele». Il Nuovo Testamento non è particolarmente compiacente nel descriverli. I loro tradimenti e le loro mediocrità scandiscono la narrazione evangelica. Essi sono davvero «il nuovo Israele».

Particolarmente illuminante è la figura di Giuda. Egli non fa altro che rispecchiare le dinamiche che attraversa ciascuno dei dodici. Non a caso in molte descrizioni evangeliche egli fa quasi tutt'uno con Simon Pietro. Giuda è colui che tradisce nel senso di «colui che consegna». Il verbo greco usato (paradidomi) significa «consegnare» in tutti e due i sensi di «tradire» e di «tramandare». Anche il latino «traditio» e «tradere» conserva questa ambiguità.

Gli esegeti hanno potuto mostrare che il tradimento di Gesù, cioè la sua consegna alla morte si articola in tre fasi: gli apostoli (Giuda), gli ebrei (sinedrio), i pagani (Pilato). Questi tre scalini coincidono esattamente con i tre cerchi concentrici della missione della prima generazione cristiana. Cristo è stato «tramandato» («consegnato» nel senso di «annunciato») prima dagli apostoli, poi presso gli ebrei, poi presso i pagani. Questa identità strutturale coincide con l'identità lessicale: nei due casi si usa lo stesso verbo (paradidomi). Il messaggio teologico di questa ambivalenza è forte: è nel tradimento che Cristo viene tramandato. In altre parole: è impossibile tramandarlo senza tradirlo, ma al tempo stesso ogni nostro tradimento è il luogo dove Lui si consegna. Quante volte proprio le nostre debolezze diventano scuola di umiltà per noi e possibile aggancio di identificazione per chi ci guarda «da fuori».

Si potrebbe allora dire che la struttura stessa della Chiesa è l'essere «traditrice». Perciò i Padri la chiamano la «santa prostituta». «Prostituta» perché si concede a chi offre di più; «santa» perché scelta senza merito alcuno per consegnare Cristo. Alla morte e dunque a tutti.

La grande Tradizione della Chiesa è consapevole che la grazia e la bontà abbondano spesso di più fra i non credenti che fra i credenti. Basta osservare quante opere buone vengono realizzate senza alcun richiamo alla fede. Questa costatazione aiuta a capire che la fede non è una morale. E ancora meno un metodo di auto-perfezionamento. La Buona Notizia non è «Devi amare!», ma è «Sei amato!». Forse dopo molto tempo chi si è scoperto amato inizierà ad amare. Ma sarà una conseguenza spontanea della nuova situazione del suo cuore. Ci sono già tante scuole filosofiche che dicono: «Devi amare». Ma Gesù non ha preteso nessuna condizione morale prima di sedersi a mangiare con prostitute e pubblicani di cui ha detto che «ci precederanno nel Regno dei cieli» (Mt 21,31). Al fariseo Simone, Gesù pone come «maestra» la donna peccatrice perché solo se il «giusto» si scopre peccatore allora può scoprirsi amato (Lc 7,36-50).

Il rabbi Gesù di Nazareth amava poi smascherare dietro a tante «opere buone» una triste motivazione di auto-affermazione o di auto-salvezza. Ed è esattamente questa auto-salvezza che è l'opposto della fede. Perciò Lutero ha potuto affermare che le opere più diaboliche sono le «buone opere». E Friedrich Nietzsche nella sua «genealogia della morale» ha ferocemente ironizzato su temi come la generosità, l'aiuto, l'assistenza umanitaria. La tradizione cattolica invece e lo stesso Nuovo Testamento valorizzano le buone opere, anzi esse sono la «roccia» su cui poggia la casa della fede (cf. Mt 7,24-27); ma rimane che ridurre la fede a un imperativo etico è farne la più mostruosa impresa di auto-glorificazione.

La tensione positiva tra fede e opere è ciò che ha reso oggi la Chiesa cattolica a scala mondiale la realtà in assoluto più significativa in termini di aiuto, assistenza umanitaria, educazione, vicinanza ai sofferenti. Sia il volume globale dell'aiuto che la sua capillarità sono senza paragone alcuno con qualsiasi altra istituzione umana. Nonostante i tradimenti o forse appunto proprio attraverso i tradimenti, la comunità cristiana tramanda lungo i secoli, in parole ed opere, l'annuncio più rivoluzionario della storia. Per i credenti essa tramanda anche i sacramenti. Essi sono segni fatti da uomini ma incontri reali con Cristo, a prescindere da ogni bravura o mediocrità umana.

Una risposta concreta a questa quinta difficoltà della fede è il meditare spesso con la Parola di Dio e il confessarsi regolarmente.

 

6. IL RIDUZIONISMO IDEOLOGICO

 

Capita a volte che qualcuno «lasci la fede» perché abbraccia «un'altra spiegazione del mondo» che sembra più convincente. Alcuni «sistemi di rappresentazione del mondo» possono in effetti appagare molte delle esigenze razionali che abitano l'uomo. Uno può scoprire nel sistema di Sigmund Freud il vero motivo del comportamento umano, o può ritrovarsi nell'antropologia strutturalista quando si tratta di descrivere le società umana, o può considerarsi soddisfatto dalle spiegazioni della biochimica per capire «l'anima umana», o ancora può pensare che solo la fisica e il caso governano la storia. Inoltre i diversi conflitti storici fra la Chiesa e alcuni scienziati hanno lasciato l'impressione che fra scienza e fede ci sia una sorta di contraddizione.

Bisogna subito precisare che la fede non è affatto un «sistema di spiegazione del mondo». Lo stesso Galileo afferma: «La Bibbia non spiega come va il cielo ma come si va in cielo». Ed è esattamente ciò che la teologia ci insegna. Per esempio il famoso racconto della creazione nel primo capitolo della Bibbia non è un discorso con delle pretese astronomiche o geologiche che vorrebbe convincerci che il mondo è stato fatto in sette giorni, ma è un discorso sull'uomo, su quanto Dio lo ama. Esso invita a non aver paura degli elementi e della natura perché non sono dèi, contrariamente a ciò che gli israeliti sentono dai loro oppressori i babilonesi. È dunque un testo di spiritualità, un testo per pregare e lodare Dio. Così anche le grandi deflagrazioni cosmiche descritte nel libro dell'Apocalisse sono delle descrizioni simboliche della dinamica spirituale con le sue resistenze, le sue lotte, le sue grosse paure. La conoscenza scientifica dei diversi generi letterari della Bibbia aiuta a sciogliere tanti falsi conflitti nati nel fondo dal non comprendere la Bibbia.

Visto che la fede non è un sistema di rappresentazione del mondo essa non entra in conflitto diretto con nessun sistema di rappresentazione del mondo. Anzi, essa si arricchisce di tanti elementi e spunti forniti dalla scienza e dalla ricerca umana. «Niente di umano è estraneo a Dio» dicono i Padri, e allora il conoscere meglio ciò che è umano, con gli stessi strumenti della ricerca umana, è per il credente un modo di lodare di più l'incredibile creatività di Dio e di amare di più questo mondo. Anzi, proprio perché il Dio del Nuovo Testamento è un Dio incarnato, la conoscenza dell'uomo diventa preghiera. Lo scienziato cristiano potrà continuamente commuoversi del fatto che è proprio in questa materia che Dio ha voluto incarnarsi.

I conflitti possono sorgere quando un sistema si pone come unico assoluto ad esclusione di altri. Si parla allora di «riduzionismo». E avviene quando una scienza straripa dal suo ambito di competenza. Una traccia linguistica del riduzionismo è il ripetersi dell'espressione «non è altro che». Se un esperto di biochimica del cervello dicesse che Dio «non è altro che» una sostanza facilmente individuabile in molti cervelli umani, questo esclude a priori qualsiasi altro discorso su Dio e lo «riduce» unicamente al livello chimico. Il credente può accogliere la scoperta dello scienziato, ma liberandola dal «non è altro che». Certo una sostanza chimica potrebbe essere individuata come sede del sentimento religioso ma con questo non viene detto niente di Dio stesso o del perché dell'esistenza di questa sostanza.

Così molti credenti accettano l'evoluzionismo e vedono nell'uomo un «discendente» della scimmia. Questo non contraddice affatto la fede. Essa però aggiunge che questo particolare discendente della scimmia che è l'uomo è scelto da Dio come «partner» privilegiato. L'evoluzionismo diventerebbe riduzionismo se cercasse di escludere «scientificamente» ogni relazione Dio-uomo e affermasse che l'uomo «non è altro che» una scimmia evoluta. La stessa teoria del «Big Bang», elaborata dal sacerdote belga Georges Lemaitre ha l'umiltà di non voler cercare le cause ultime della materia, ma di descrivere soltanto la sua storia. Essa non contraddice in niente l'idea di un Creatore, anzi rende più che razionale l'idea della sua esistenza. Albert Einstein aveva affermato: «Un po' di scienza allontana da Dio, molta scienza avvicina di nuovo a Dio». In chiave riduzionista invece, Yuri Gagarin al ritorno dal suo primo viaggio nello spazio affermava: «Sono salito in cielo e non ho trovato Dio».

Negli ultimi decenni la ricerca interdisciplinare aiuta lo scienziato stesso a considerare con maggiore umiltà la propria scienza come una delle tante angolature con cui guardare il mondo. E la scienza stessa riconosce di fondarsi in ultima analisi su un atto di fede che è la fiducia nei propri strumenti e nelle regoli basilari della razionalità umana. Grandi scienziati contemporanei credenti hanno sottolineato come la scienza sia stato per loro un cammino verso la consapevolezza del limite umano.

Anche nell'ambito storico-umanistico, il credente può accogliere p. es. la tesi dell'egittologo che scopre molte coincidenze fra la fede cristiana e la fede dei faraoni. Ma nel momento in cui l'egittologo affermasse che Cristo «non è altro che» una riproposizione della fede dei faraoni, allora il credente può facilmente dissociarsi. Lo stesso credente però sarà molto arricchito nel considerare grazie all'egittologo che la persona e le parole di Cristo corrispondono talmente tanto al desiderio più profondo dell'uomo che in molte culture troviamo come una «profezia» che annuncia già il Cristo. E allora il credente capirà meglio che Gesù Cristo è quel Dio che si incarna in una carne (in una storia, in una umanità) che è già piena di Dio.

In realtà, la fede nel Dio della Bibbia è una istanza critica di tutto l'umano e perciò assume tutto l'umano in ciascun periodo storico. È come se la fede biblica non potesse sussistere se non «incarnandosi» in quelle diverse culture, scienze e rappresentazioni del mondo che lo spirito umano elabora. Essa si nutre pienamente di ciò che l'uomo produce e al tempo stesso lo rielabora come in una sorta di risposta che lo trascende e che a volte lo ribalta. Non ci sarebbe stato mai il libro di Giobbe senza l'eroe tragico greco, né il Qoelet senza i grandi pensatori dello scetticismo, né il Cantico dei Cantici senza la poesia erotica orientale, né i Vangeli senza le biografie ellenistiche, né il battesimo senza i riti d'acqua ebraici e pagani, né il genio di Sant'Agostino senza la filosofia di Platone, né le chiese cristiane senza i luoghi sacri pagani, né la teologia di San Tommaso senza Aristotele, né l'acutezza di molti teologi contemporanei senza il marxismo, la psicanalisi, il nichilismo, il "pensiero debole" e i pensatori della "società liquida". In una parola: non ci sarebbe stato mai Gesù Cristo senza l'uomo. Come non ci sarebbe mai stata una risposta se prima non ci fosse stato una domanda... anche se spesso una bella domanda è già «gravida» della risposta.

Il credente non deve aver paura della scienza perché più saprà e meglio crederà. Un buon modo per fare di questa sesta difficoltà della fede un «passo in avanti» è lo studio della teologia.

 

7. IL RELATIVISMO RELIGIOSO

 

Una variante molto particolare del riduzionismo ideologico prende spunto dalla pluralità delle religioni. Chi mi dice che la mia è quella vera? Così nasce il relativismo spirituale che pone l'uomo come «spettatore» di fronte a un ventaglio di possibili percorsi religiosi. Egli si sforza di guardarli «dal di fuori», senza capire che nessun punto di vista è oggettivo. Come ha mostrato l'ermeneutica contemporanea, l'uomo non può fare a meno della sua precomprensione ed è solo se la assume pienamente che potrà percorrere un cammino di verità.

Il sottile inganno del relativismo religioso è che con il pretesto dell'oggettività esso impedisce ogni esperienza. Siamo vicini a quanto dicevamo sopra della «paura di scegliere». Possiamo dire: ci sono tante vie che portano a Dio ma certamente non quella di non scegliere nessuna via. Non a caso, proprio colui che va molto a fondo nella propria esperienza religiosa, ben situata all'interno di una precisa tradizione, riesce a capire e cogliere la profondità di altre tradizioni religiose. È ciò che ha vissuto qualcuno come il Mahatma Ghandi. Ed è ciò che nel cristianesimo vivono molti contemplativi e molti santi anche recenti. Sono molti gli islamici che pregavano con Charles de Foucauld e gli induisti che pregavano con Madre Teresa di Calcutta. L'attuale esperienza contemplativa interreligiosa a Deir Mar Musa (Siria) ne è un esempio fra tanti.

A livello interno del cristianesimo, il dialogo ecumenico porta a costatazioni analoghe. Particolarmente illuminante in Europa è l'esempio di Taizé che da più generazioni permette ad ogni cristiano di approfondire la propria confessione e proprio così arrivare a una comunione reciproca.

Come ciò che si diceva della ricerca umana, il credente in Gesù è chiamato a lasciarsi arricchire da ciò che proviene da altre tradizioni religiose. Più conoscerà e seguirà Gesù di Nazareth e la sua Chiesa e più potrà accogliere in profondità le altre vie verso Dio. E viceversa: più conoscerà in profondità le altre tradizioni religiose e più conoscerà e amerà il Cristo.

Si può considerare il dialogo interreligioso (ma anche l'ecumenismo) secondo due metafore molto diverse. La prima vede le religioni come delle cifre che cercano un comune divisore. P. es. 21, 9 e 12. Essi si accordano sul 3. Ma in realtà nessuna delle tre cifre sarà «soddisfatta» nel vedersi rappresentata dal «3». Questo «3» è una triste riduzione a tavolino di ciascuna delle religioni. L'altra metafora è quella delle diverse lingue che cercano di tradurre il concetto di «amore». Se per venire incontro alla parola tedesca «Liebe» il francese non osasse dire «amour» ma si inventasse qualcosa come «Libour», sarebbe una ridicola costruzione mentale. Il vero dialogo interreligioso consiste nel fatto che il tedesco deve pronunciare al meglio «Liebe» e l'inglese al meglio «love» e lo spagnolo al meglio «amor» e il francese al meglio «amour». E il francese che dirà senza paura «amour» sarà contento di sentire le belle sonorità delle altre lingue. Ne apprezzerà la forza o la delicatezza, la tenerezza o la sensualità. Che sono alla base della stessa parola «amour».

Negli ultimi decenni, molti teologi cristiani hanno ripreso e rielaborato un pensiero maturato dai Padri della Chiesa. Essi parlavano dei «semi di Verità» che lo Spirito Creatore ha seminato in ogni popolo e in ogni tradizione umana e religiosa. Perciò è possibile contemplare lo splendore del Cristo, come Sapienza eterna del Padre, in ogni religione della famiglia umana.

In questo punto il credente nel Dio di Gesù Cristo deve vivere in una difficile tensione tra due verità che sembrano inconciliabili. Da una parte, il Vangelo è intrecciato di verità umane presenti in molte altre religioni e uno potrebbe dire che Gesù è solo un «nome» o un «volto» per ciò che altrove è espresso in altre modalità. Dall'altra esiste uno specifico biblico ed evangelico che non bisogna aver paura di mettere in luce. In particolare la persona storica di Gesù di Nazareth esercita un fascino che supera di molto i confini del cristianesimo e che non ha uguale nella storia di tutta l'umanità. Non solo alcune cime del suo insegnamento sono considerate di una novità senza precedenti, ma soprattutto la sua morte in croce per amore dei propri carnefici è ciò che rende superflua ogni altra parola.

Davanti a questa settima difficoltà della fede una esperienza decisiva può essere un soggiorno prolungato in una comunità contemplativa.

 

8. LA DESOLAZIONE SPIRITUALE

 

Infine a volte il pellegrino della fede si stanca quando attraversa un tempo prolungato di tristezza, senso di vuoto o di assenza di Dio. È ciò che Sant'Ignazio chiama la «desolazione spirituale». Spesso la desolazione proviene dal nostro ascoltare «la voce del nemico», cioè quei pensieri e quegli inganni che ci fanno sentire lontani da Dio, senza amore, senza speranza.

Ma nei suoi Esercizi Spirituali, il fondatore dei gesuiti spiega che ci possono essere tre motivi per i quali Dio stesso può lasciare l'anima del credente in un lungo momento di desolazione.

Il primo motivo è molto semplice: se non ci prendiamo del tempo per Dio. Cioè se nella nostra giornata manca un tempo per la preghiera personale o se nel ritmo dei nostri calendari diventano rare le messe, le confessioni, i ritiri,... Allora questa desolazione è un modo che Dio usa per svegliarci. Ma ci sono altri due motivi ancora più interessanti.

Il secondo motivo elencato da Sant'Ignazio è che Dio ci dona la possibilità di fare un salto di qualità nel nostro amore per lui. Egli ci ama del tutto gratuitamente. E con la desolazione ci permette di amarlo anche al di là di ciò che Egli ci dona o non ci dona. Certo, all'inizio di un cammino spirituale, uno può cercare Dio perché ha provato una forte commozione nel cuore, o perché la preghiera gli dona pace, o gli fa capire tante cose. Ma a un certo momento si tratta non più di amare «i doni di Dio» ma «il Dio dei doni». Si tratta di amare non delle cose ma Qualcuno. E allora la lunga desolazione diventa l'occasione per rimanere fedeli nella preghiera e per gridare a Dio che lo cerchiamo con tutto il cuore.

Molti santi hanno vissuto questo genere di desolazione in modo così forte che potrebbe sembrare quasi una perdita di fede. San Giovanni della Croce parla di «notte oscura». Santa Teresa di Lisieux scrive: «non posso più dire che credo ma che voglio credere». Madre Teresa di Calcutta vive per decenni la desolazione che descrive in uno scritto del 1959: «Nella mia anima, io provo il terribile dolore di questa perdita, sento che Dio non mi vuole, che Dio non è Dio, che Dio non esiste veramente. Gesù, ti prego di perdonare la blasfemia, ma mi è stato ordinato di scrivere tutto ciò che vivo, di descrivere l'oscurità che mi circonda da ogni parte. Io non posso elevare la mia anima verso Dio. Nessuna luce, nessuna ispirazione penetra nella mia anima». Più tardi Madre Teresa scriverà che proprio questo senso di abbandono l'ha aiutata a sentirsi così vicina ai più abbandonati.

Il terzo motivo elencato da Sant'Ignazio è perché ricordiamo che la consolazione è puro dono. Ciò che proviamo durante la preghiera non è il prodotto auto-indotto dalla nostra concentrazione o dai testi che leggiamo. La preghiera è un vero e proprio incontro con un altro da me. Che è libero come me, di farsi incontrare o meno. La de-solazione allora è un'occasione per ringraziare di tutte le consolazioni e le gioie regalate da Dio, ma è soprattutto un'occasione per scoprire che dall'altra parte del silenzio non c'è uno specchio o un vuoto ma «Colui che è, che era e che viene».

Un buon modo di rispondere a questa ottava difficoltà è la direzione spirituale.

 

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Queste otto «difficoltà» della fede sono solo l'inizio di «un cammino che dura tutta la vita» (Benedetto XVI, «La porta della fede», 1). E nel fondo, proprio le difficoltà della fede ci dicono cosa sia la fede.

Le comunità del Nuovo Testamento, già esse preoccupate da «ciò che rende la fede difficile», elaborano diverse «catechesi narrative» per chi «fa fatica nella fede».

La comunità di Giovanni si rispecchia p. es. nel discepolo «assente» (Gv 20,19-29). Quel Tommaso che ha deciso di non credere perché non era presente nel momento delle apparizioni. Egli si sente dire «Beati coloro che crederanno senza aver visto». Questa è anche la nostra fede. La fede di chi «non ha visto». Risalendo a ritroso, la nostra fede è quella fiducia nella testimonianza di coloro che hanno visto il Risorto. Allora capiamo che la fede è in realtà già dall'inizio «fede nella fede di un altro». Perciò non c'è fede senza «Chiesa».

Le comunità dei vangeli sinottici si riconoscono invece nella parabola del seminatore (Mc 4,1-9 e paralleli). Il seme gettato è la Parola annunciata. Ma è anche Gesù stesso, Parola uscita dal grembo del Padre, gettata a terra, seme che muore per portare frutto, forza che trasforma in vita la materia inorganica che tocca. La fede è l'accoglienza e la crescita di questa Parola seminata in noi. I diversi tipi di terra sono le diverse difficoltà della fede. La prima, quella dove gli uccelli del cielo portano via il seme, allude esplicitamente all'esistenza del diavolo che farà di tutto per togliere il seme della Parola. Con questo ammonimento il Vangelo ci rende consapevoli di una realtà oggi troppo taciuta. L'avversario agisce. E il suo primo nemico è la nostra fede.

Nella parabola, gli altri tipi di difficoltà sono le spine e il terreno sassoso. Due immagini forti di ciò che ci toglie l'energia spirituale e di ciò che ci rende incostanti. Tutte e due si riferiscono all'agire, alla vita concreta, e non tanto al ragionamento. La fede non può essere "pensata" se non va prima vissuta. Sant'Ignazio di Loyola scrive al riguardo: «Gli errori di fede provengono spesso da errori di vita».

Noi siamo queste diverse terre ma siamo anche la terra buona. E lì il frutto è spettacolare, esplosivo: fino a cento volte tanto. I tassi di produttività dell'Antichità salivano al massimo a 7 o 10 volte. Questa «esagerazione» del testo è la Buona Notizia che la fede porta un frutto umanamente incalcolabile.

 

 

(Ciò che rende la fede difficile. Vademecum per pellegrini che si stancano spesso, AdP 2013)


Giugno Mese dedicato al Sacro Cuore di Gesù



Dove vuoi

 

che prepariamo

 

la Pasqua?

 

Corpo e Sangue di Cristo - Anno B

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

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Mc 14,12-16 Preparare per la cena pasquale [1]

 

Gesù ha predisposto tutto accuratamente

La domanda dei discepoli, “Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?”, suscita una particolare risposta del Signore: “Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”... E successe esattamente così! Il Signore aveva già pensato e preparato tutto accuratamente. Per celebrare la cena di Pasqua volle scegliere quella “sala grande, arredata e già pronta”.

 

Fare attenzione alla preparazione

Come preparava bene le cose il Signore! E altrettanto bene rese i suoi discepoli partecipi nel preparare quell’avvenimento davvero sacro e speciale che fu l’ultima cena.

L’Eucaristia è la vita della Chiesa, è la nostra vita. Pensiamo alla comunione che ci unisce a Gesù quando ne riceviamo il Corpo e il Sangue. Pensiamo al suo sacrificio redentore (infatti quel che mangiamo è la sua “Carne donata per noi” e ciò che beviamo è il suo “Sangue sparso per il perdono dei peccati”). Di tutta questa ricchezza di amore dell’Eucaristia oggi guardiamo in particolare la sua preparazione.

Gesù ha dato molta importanza a questo aspetto del preparare. È uno dei compiti che nel cielo riserva .1 se stesso: “Vado .1 prepararvi un posto.

Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi” (cfr Gv 14,4 ss.). In questa dinamica del “prepararci un posto in cielo”, l’Eucaristia è già un anticipo di quel posto, un pegno della gloria futura: ogni volta che ci riuniamo a mangiare il Corpo di Cristo, il posto dove celebriamo si trasforma per un poco nel nostro posto in cielo, Egli ci prende con sé e stiamo con Lui. Ogni luogo in cui si celebra l’Eucaristia — si tratti di una basilica, di un’umile cappellina o di una catacomba - è anticipo del nostro posto definitivo, anticipo del cielo che è la comunione piena di tutti i redenti con il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo.

 

 

 

Gesù prepara ogni giorno l’Eucaristia

Così ci sentiamo qui, stasera, nella festa del Corpus Domini: ci sentiamo nel nostro posto comune, riuniti dove c’è Lui. E il suo modo di esserci è quello del Risorto che prepara da mangiare ai discepoli reduci da tutta la notte senza aver pescato nulla. Giovanni ci dice che non appena scesi a terra i discepoli videro delle braci predisposte, con su un pesce, e del pane (cfr Gv 21,9). Questa è l’immagine vera di chi è Gesù per noi: colui che ogni giorno ci prepara l’Eucaristia. E a questo compito siamo tutti invitati a partecipare con le nostre buone opere. A questo si riferiscono le parabole del Signore che ci sollecitano a “essere preparati” alla sua venuta. Preparati come “il servo fidato e prudente che dà a ciascuno di loro il cibo a tempo debito” (cfr Mt 24,45).

Così come è bello, dopo la comunione, pensare che la nostra vita sia una messa prolungata in cui portiamo il frutto della presenza del Signore al mondo della famiglia, del quartiere, dello studio o del lavoro, allo stesso modo ci fa bene pensare la nostra vita quotidiana come preparazione per l’Eucaristia, in cui il Signore prende tutto ciò che è nostro e lo offre al Padre.

 

Domandare oggi dove preparare l’Eucarestia

Insieme ai discepoli, oggi possiamo domandare di nuovo a Gesù: dove vuoi che ti prepariamo l’Eucaristia? E lui ci farà sentire che anche oggi ha preparato tutto. Nella nostra città ci sono molti cenacoli dove il Signore già condivide il suo pane con gli affamati, ci sono molti luoghi ben disposti dov’è accesa la luce della sua Parola, attorno alla quale si riuniscono i suoi discepoli […].

Gesù ci prepara un posto per stare con noi, ma non si tratta di un posto statico e chiuso, bensì dinamico e aperto, come la sponda del lago nella mattina della pesca miracolosa. Il posto in cui Gesù vuole che prepariamo l’Eucaristia è tutto il territorio della nostra patria e della nostra città, simboleggiata da questa piazza. Perciò prepariamo l’Eucaristia camminando, come segno di inclusione, facendo posto affinché entriamo tutti, uscendo verso tutte le sponde esistenziali. In questa società così piena di posti chiusi, di tante riserve di potere, di luoghi esclusivi ed escludenti, vogliamo preparare per il Signore una “sala grande” come questa piazza, grande come la nostra città, grande come la nostra patria e come il mondo intero, dove ci sia posto per tutti. Infatti i banchetti del Signore sono così. La festa in cui la sala, dapprima disprezzata da molli invitati, poi si riempie di invitati umili che vogliono partecipare con gioia all’azione di grazia del Signore.

[…] Gli domandiamo:

Dove vuoi, Signore, che oggi ti prepariamo la tua Eucaristia?

Dove vuoi che camminiamo in atteggiamento di adorazione e di servizio?

Dove vuoi che ti apriamo la porta in modo che tu ci spezzi il Pane?

Quali persone vuoi che seguiamo, portatrici di acqua viva, maestri della verità?

Chi vuoi che usciamo a invitare - poveri e malati, giusti e peccatori ai crocevia delle strade?

 

14,16.25 I cammini di Pasqua [2]

 

Il cammino per preparare la Pasqua

La strada che porta all’Eucaristia è iniziata quel giorno con una domanda: “Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?” (Mt 26,17). I discepoli interpellano il Signore e Lui li manda in città a seguire l’uomo con una brocca d’acqua che incontreranno come per caso. È una strada che pare incerta ma, tuttavia, è sicura. Gesù li manda a seguire uno sconosciuto tra la moltitudine della grande città... ma ha previsto e pianificato tutto. Il Maestro conosce ogni dettaglio della stanza al piano superiore della casa dove sta per donarsi come Pane di vita per il mondo.

Essi partirono, obbedienti nella fede. Forse si scambiarono qualche sguardo complice, all’inizio di quella specie di caccia al tesoro a cui il Signore li mandava. Il Vangelo ci conferma che “trovarono come aveva detto loro” (Mc 14,16; Lc 22,13). Era tipico del Signore far percorrere al suo inviato una strada incerta, ma già prevista da Lui, in modo che alla fine l’atto di obbedienza del discepolo potesse fondersi con la sapienza del Maestro. L’ha fatto con Pietro, quando lo mandò a pescare un pesce e a tirare fuori dal suo ventre la moneta per pagare il tributo. L’ha fatto con i discepoli quando ordinò loro di gettare la rete a destra oppure di contare quanti pani e pesci avevano a disposizione: “Diceva così per metterli alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere” ci dice Giovanni (cfr. Gv 6,6).

Come abbiamo ricordato nella notte di Pasqua, dal giorno in cui Abramo intraprese il suo cammino di fede “senza sapere dove andava”, nel percorso dell’umanità è successo qualcosa di nuovo. Egli obbedì e fu giustificato. Anche a noi succede lo stesso quando camminiamo seguendo le sue istruzioni, come hanno fatto i discepoli, quando ci lasciamo “condurre spiritualmente” dal Signore: quelle strade ci portano all’Eucaristia, al pane dell’incontro, della verità e della vita.

 

Il nostro cammino

Dopo aver dato loro l’Eucaristia, il Signore parla agli apostoli di un nuovo cammino, un cammino che si trova in continuità con il precedente, ma è di ampio respiro, perché punta verso il cielo. È la strada verso il banchetto celeste che avrà luogo nella casa del Padre, il banchetto in cui Gesù stesso ci farà sedere a tavola e ci servirà. E per chiarire che ci siamo incamminati sulla via del Regno, il Signore usa un’immagine: dice che non berrà “mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio” (Mc 14,25). Ha inizio così un’era intermedia, il tempo della Chiesa pellegrina verso il cielo, dove l’ha preceduta il suo Buon pastore. È un cammino di speranza, cammino verso ciò che non vediamo, ma di cui abbiamo le primizie nell’Eucaristia. Facendo la comunione ci sentiamo sicuri che il Signore è là e ci sta aspettando.

 

È sempre il cammino del pane

Due strade, dunque, e in entrambe il pane è protagonista. Il cammino quotidiano, tra le cose di tutti i giorni, in mezzo alla città, che termina nell’Eucaristia fraterna, nella messa. E il cammino lungo di tutta la vita, dell’intera storia: anch’esso finirà nella comunione con il Signore, nel banchetto del cielo, nella casa del Padre. L’Eucaristia è il sostegno e la ricompensa di entrambi.

L’Eucaristia quotidiana è il Pane di vita che ristora le forze e dona la pace al cuore. Il pane dell’unico Sacrificio, il pane dell’incontro. Ma allo stesso tempo è pane della speranza, il pane spezzato che apre gli occhi pieni di stupore al Risorto che ci ha accompagnati in incognito per tutto il giorno, per tutta la vita. È pane che accende il fervore del cuore e fa uscire di corsa verso la missione nella comunità grande; è pane-àncora che ci strattona il cuore verso il cielo, e risveglia nei figli prodighi la fame del Dio più grande, il desiderio della casa paterna.[…]

 

…assaporando il pane della speranza grande, di un banchetto finale

La difficoltà della strada lunga, quella che ci conduce al Regno definitivo, può essere lo sconforto, quando la promessa si offusca nella quotidianità della vita. Quando si raffredda il fervore della speranza, la brace che riscalda di carità i nostri gesti quotidiani. Senza di essa possiamo, sì, continuare a camminare, tuttavia man mano diventiamo freddi, indifferenti, autocentrati, distanti, esclusori.

Lungo la strada ci rafforzerà assaporare il pane della speranza grande, la speranza di un banchetto finale, di un incontro con un Padre che ci aspetta a braccia aperte, ci trasforma il cuore e lo sguardo e riempie la nostra vita di un nuovo significato. Quando Paolo ci dice che dobbiamo pregare in ogni momento, ci sta parlando di questa preghiera: di gustare in ogni momento il pane della speranza. Può assalirci la tentazione contraria, ovvero di masticare l’uva aspra e le amarezze della vita, anziché il Pane di Dio, quel pane che Maria “masticava” nel suo cuore, guardando suo Figlio e guardando la storia di salvezza con il sapore della speranza.

 

14,22 “Prendete, questo è il mio corpo” [3]

 

Parole che indicano la presenza del Signore

Il Vangelo presenta il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia, compiuta da Gesù durante l’Ultima Cena, nel cenacolo di Gerusalemme. La vigilia della sua morte redentrice sulla croce, egli ha realizzato ciò che aveva predetto: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo…Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Gv 6,51.56). Gesù prende tra le mani il pane e dice “Prendete, questo è il mio corpo” (Mc 14,22). Con questo gesto e con queste parole, egli assegna al pane una funzione che non è più quella di semplice nutrimento fisico, ma quella di rendere presente la sua Persona in mezzo alla comunità dei credenti.

 

Punto di arrivo di tutta la vita di Cristo

L’Ultima Cena rappresenta il punto di arrivo di tutta la vita di Cristo. Non è soltanto anticipazione del suo sacrificio che si compirà sulla croce, ma anche sintesi di un’esistenza offerta per la salvezza dell’intera umanità. Pertanto, non basta affermare che nell’Eucaristia è presente Gesù, ma occorre vedere in essa la presenza di una vita donata e prendervi parte. Quando prendiamo e mangiamo quel Pane, noi veniamo associati alla vita di Gesù, entriamo in comunione con Lui, ci impegniamo a realizzare la comunione tra di noi, a trasformare la nostra vita in dono, soprattutto ai più poveri.

 

Punto di riferimento di tutta la nostra vita

Ci spinge ad accoglierne l’intimo invito alla conversione e al servizio, all’amore e al perdono. Ci stimola a diventare, con la vita, imitatori di ciò che celebriamo nella liturgia. Il Cristo, che ci nutre sotto le specie consacrate del pane e del vino, è lo stesso che ci viene incontro negli avvenimenti quotidiani; è nel povero che tende la mano, è nel sofferente che implora aiuto, è nel fratello che domanda la nostra disponibilità e aspetta la nostra accoglienza. È nel bambino che non sa niente di Gesù, della salvezza, che non ha la fede. È in ogni essere umano, anche il più piccolo e indifeso.

L’Eucaristia, sorgente di amore per la vita della Chiesa, è scuola di carità e di solidarietà. Chi si nutre del Pane di Cristo non può restare indifferente dinanzi a quanti non hanno pane quotidiano.

 

14,23 “Rese grazie”: la lode più grande [4]

 

La lode più grande che possiamo rivolgere al Padre è l’offerta della passione del suo Figlio. La nostra carne, peccatrice ed esiliata, offre le piaghe della carne del Verbo. Per questo motivo la lode assume la forma di una benedizione: eulogia significa “benedizione”, mentre eucaristia vuol dire “rendere grazie” (Mc 6, 41; 14, 23). La benedizione esprime la riconoscenza, la gratitudine. Nasce dall’avvertimento di un dono ricevuto da Dio e si conclude con il riconoscimento della fraternità di tutti i credenti. Pronunciare parole di benedizione vuol dire rinunciare a considerarsi proprietari dei beni che ci circondano. Il vero proprietario è Dio: “Ti rendo lode, Padre” (Mt 11, 25-26; Lc 10, 21). Gesù era scacciato dai sapienti che si ritenevano proprietari del mondo, ma gli umili gli andavano incontro. Egli stesso attribuisce al Padre il potere, lodandolo (per esempio quando risuscita Lazzaro, Gv 11, 41). La preghiera di lode nasce solamente da coloro che sanno vedere, nella propria storia, la presenza di Dio che compie meraviglie.

 

NOTE

[1] Omelia, Corpus Domini, Buenos Aires, 9 giugno 2012, in Facciamo posto affinché entriamo tutti, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro SJ., Rizzoli, Milano 2016, 921-923; Dove vuoi, Signore, che prepariamo oggi la tua eucaristia, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Agli educatori. Il pane della speranza. Non stancarti di seminare, LEV, Città del Vaticano 2014,71-75; Gesù Pane di Vita, M. BERGOGLIO, Vita, (= Le parole di papa Francesco, 13), Corriere della Sera, Milano 2015,78-88; J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Riflessioni di un pastore. Misericordia, Missione, testimonianza, vita, LEV, Città del Vaticano 2013, 539-543.

[2] Omelia, Corpus Domini Buenos Aires 2006, in Il Signore cammina al nostro fianco, J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.J., Rizzoli, Milano 2016,461-464; J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013, 326-330.

[3] Angelus, 7 giugno 2015.

 

[4] Il mistero dell’avvicinamento a Dio, in M. BERGOGLIO . PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 222-229; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori - LEV, 25-231.


Storia di una procedura.

In merito alle vicende che hanno accompagnato la  formazione del nuovo governo ci è venuto spontaneo ricordare  il comportamento della classe politica anni 97-98-99  nelle vicende che hanno accompagnato la costruzione della nostra chiesa.

“ Dopo anni di pratiche avviate, apparentemente arrivate a conclusione,sempre di nuovo riaperte per motivi più disparati, la comunità parrocchiale non sa ancora se potrà avere una propria chiesa e le opere annesse o no. I motivi addotti dalle diverse autorità a giustificazione di tale non soluzione del problema sono le più diverse:alcune serie,altre di una banalità sconcertante. Mai nessuno dice un si definitivo o un altrettanto no. Così le attese sono frustrate,l’impegno si accanisce, il disagio sale, l’incomprensione va alle stelle.

Sono comportamenti gravi e pericolosi quelli assunti da politici, amministratori e da tecnici. Essi infatti, inducono nelle persone due diverse convinzioni giustificate o no.

La prima, è che ci si trova di fronte a uno Stato che non è di diritto. E’ qualcosa di astratto di capriccioso, che non da alcuna certezza del diritto del cittadino. Quindi uno Stato autoritario che fa come e quanto vuole senza avere e rispettare regole che dicano, con semplicità comprensibile a chiunque, ciò che è legittimo  e ciò che non lo è. E’ ciò che si verifica in ogni esercizio di potere autoritario, non democratico. I comportamenti che sono stati assunti dalle differenti autorità nell’esercizio del proprio potere in questo caso, dunque, hanno educato a una forma di regime autoritario negando di fatto e nei fatti,l’esistenza di una democrazia e di uno Stato di diritto.

La seconda convinzione, di fronte a un potere oscuro, che dice e nega di aver detto, che blandisce a parole, ma che vieta di fatto l’esercizio di un diritto, è che tale potere sia una “macchina predisposta” per essere mossa solo da “spinte” non coerenti con il diritto, ma altre forme di rapporto. Si fa, insomma,l’esperienza di come sia stato e sia possibile in Italia il sistema e soprattutto la cultura della corruzione e concussione che ha nome Tangentopoli.

Si dirà che tutto questo non è vero. Che le autorità e i tecnici preposti all’esame e alle decisioni in materia operano in senso opposto. Resta il fatto che, nella coscienza delle persone, la convinzione di essere in balia di un potere autoritario, non limpido non trasparente si forma e si consolida.

E questa è una perdita di civiltà che inquina la vita privata e quella pubblica.”

 

 

Parrocchia Natività di Maria 


 

Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

Mc  14,12-16.22-26

di ENZO BIANCHI

 

12 In quel tempo il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». 13Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d'acqua; seguitelo. 14Là dove entrerà, dite al padrone di casa: «Il Maestro dice: Dov'è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?». 15Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». 16I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. 22E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». 23Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. 24E disse loro: «Questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti. 25In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». 26Dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

 

Questa festa dell’Eucaristia, o del Corpo del Signore (Messale di Pio V), o solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo (Messale di Paolo VI), come la solennità della Triunità di Dio celebrata domenica scorsa è tardiva. Infatti, è stata istituita nel XIII secolo, e nel secolo seguente ha faticato a imporsi in occidente, restando invece sempre sconosciuta nella tradizione ortodossa. L’intenzione della chiesa è quella di proporre, fuori del santissimo triduo pasquale, la contemplazione, l’adorazione e la celebrazione del mistero eucaristico del quale viene fatto memoria il giovedì santo, in coena Domini. Quanto al brano evangelico scelto, il messale italiano in questa annata B propone la lettura del racconto dell’ultima cena nel vangelo secondo Marco, che ora cerchiamo di accogliere come parola del Signore.

 

Prima del suo arresto e della sua morte in croce, Gesù ha voluto celebrare la Pasqua con i suoi discepoli, e proprio per questo durante il suo ultimo soggiorno a Gerusalemme, nel primo giorno della festa dei pani azzimi, invia due suoi discepoli affinché preparino l’occorrente per la cena pasquale. Gesù sa di essere braccato, di non potersi fidare neppure di tutti i suoi discepoli, perché uno l’ha ormai tradito (cf. Mc 14,10-11), dunque predispone ogni cosa perché quella cena pasquale possa avvenire, ma agisce con molta circospezione, come se non volesse che si sappia dove la celebrerà.

 

Per questo i due discepoli da lui inviati devono incontrare un uomo che porta una brocca d’acqua (cosa insolita, perché erano le donne a svolgere tale operazione, ma questo è il segno convenuto), devono seguirlo fino a una casa, dove costui indicherà loro la “camera alta”, la sala al piano superiore già arredata e pronta, in cui predisporre tutto per la cena pasquale. Occorre infatti preparare il pane, il vino, l’agnello, le erbe amare, per ricordare in un pasto – come prevedeva la Legge (cf. Es 12) – l’uscita di Israele dall’Egitto, la liberazione dalla schiavitù, la nascita del popolo appartenente al Signore. E così, in obbedienza all’ordine dato da Gesù con autorità e gravità ai due discepoli inviati, tutto è preparato per quella celebrazione pasquale, per quell’ora solenne, per quell’ora ultima di Gesù con i suoi discepoli, per quell’ora nella quale la Pasqua dell’agnello diventerà la Pasqua di Gesù.

 

E quando Gesù siede a tavola per la cena, compie dei gesti e dice alcune parole sul pane e sul vino, dando origine alla celebrazione della nuova alleanza con la sua comunità. Di questa scena abbiamo quattro racconti, tre nei vangeli sinottici (cf. Mc 14,22-25; Mt 26,26-29; Lc 22,18-20) e uno, il più antico, nella Prima lettera ai Corinzi (cf. 1Cor 11,23-25): racconti che riportano parole tra loro un po’ diverse, a testimonianza di come non si tratti di formule magiche da ripetersi tali e quali, ma di parole che manifestano l’intenzione di Gesù e spiegano i suoi gesti. Le prime comunità cristiane, dunque, volendo restare fedeli all’intenzione di Gesù, hanno ridetto le sue parole, hanno ripreso i suoi gesti, e da allora la cena del Signore è sempre e dovunque celebrata nelle chiese.

 

Innanzitutto Gesù compie un’azione rituale: prende il pane azzimo che è sulla tavola del seder pasquale, pronuncia la benedizione a Dio per quel dono, quindi lo spezza e lo porge ai discepoli. Prendere il pane, spezzarlo e darlo è un gesto quotidiano fatto da chi presiede la tavola, ma Gesù lo compie con un’intensità e con una forza che lo rendono carico di significato, ne fanno un gesto che si imprime nella mente e nel cuore dei commensali di quella cena pasquale. Gesù assume l’atteggiamento e la parola della Sapienza di Dio che parla e invita al banchetto (cf. Pr 9,1-6), fa sue le parole del profeta che chiama al pasto dell’alleanza eterna (cf. Is 55,1-3), e offre come cibo la sua vita, il suo corpo, se stesso! Vi è in questo gesto e in queste parole di Gesù il suo donarsi fino all’estremo, perché egli ha amato e ama fino al dono della sua vita (cf. Gv 13,1). Di fronte a questa azione i discepoli furono certamente scossi e solo dopo la morte e resurrezione di Gesù compresero ciò che non avevano potuto dimenticare.

 

Non si dimentichi inoltre che il gesto dello spezzare il pane già nei profeti indicava il condividere il pane con i poveri, i bisognosi e gli affamati (cf. Is 58,7), esprimendo in tal modo una condivisione di ciò che fa vivere, che manifesta la comunione tra tutti quelli che mangiano lo stesso pane. Ecco perché il primo nome dato all’Eucaristia dai discepoli e dai cristiani delle origini è “frazione del pane” (cf. Lc 24,35; At 2,42; 20,7; Didaché 9,3). Quanto alle parole che accompagnano il gesto – “Prendete, questo è il mio corpo” –, esse vogliono significare che Gesù consegna e dona la sua intera vita ai discepoli i quali, mangiando quel pane, si fanno partecipi della sua vita spesa e consegnata per amore, “fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,8). In questo modo Gesù spiega in anticipo e in piena libertà, con gesti e parole, ciò che accadrà di lì a poco: la sua morte dovrà essere percepita come dono della sua vita agli uomini, vita offerta in sacrificio a Dio.

 

Poi Gesù prende anche il calice tra le sue mani, rende grazie a Dio per il frutto della vite e con solennità dichiara: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, che è sparso per le moltitudini”. Come ha dato il suo corpo porgendo il pane, così dà il suo sangue porgendo il calice del vino da bere ai discepoli; ovvero, Gesù dona la sua vita, significata nella cultura semitica dal sangue. L’evangelista sottolinea che a questo calice “bevvero tutti”, perché il dono di Gesù è per tutti, nessuno escluso. C’è un contrasto tra questo “tutti”, che indica tutti i discepoli, e le parole dette in precedenza: “Uno di voi mi tradirà” (Mc 14,18). Ma ciò mette ancor più in risalto il fatto che tutti sono associati al bere al calice offerto, anche Giuda il traditore. A tutti, nessuno escluso, Gesù offre la sua vita e il suo amore gratuito, che non deve mai essere meritato.

Ma qui si deve cogliere anche il compimento a cui Gesù vuole portare le parole che sigillavano l’alleanza tra Dio e Israele al monte Sinai, quando, con il sangue delle vittime del sacrificio Mosè asperse l’altare, trono di Dio, e il popolo riunito in assemblea, dicendo: “Questo è il sangue dell’alleanza” (cf. Es 24,6-8). Al Sinai, in quella celebrazione dell’alleanza, il sangue, la vita univa Dio e il suo popolo in un patto di appartenenza reciproca, in una comunione fedele nella quale Dio si mostrava come “il Signore misericordioso e compassionevole, lento all’ira, grande nell’amore e nella fedeltà” (Es 34,6). Ma l’alleanza che Gesù stipula con il dono della sua vita non è più ristretta al popolo di Israele, bensì è un’alleanza universale, aperta a tutte le genti, un’alleanza nel suo sangue sparso “per le moltitudini” (rabbim, polloí: cf. Is 53,11-12): non “per molti” dunque, ma “per tutti” (cf. Concilio Vaticano II, Ad gentes 3).

 

L’Apostolo Paolo, proprio per affermare questa destinazione universale del dono del sangue di Cristo, scrive nella Lettera ai Romani: “La prova che Dio ci ama tutti è che il Cristo è morto per noi, mentre noi eravamo peccatori” (cf. Rm 5,7-8). È morto per tutti, anche per Giuda, come per tutti noi che siamo nella malvagità e nell’inimicizia con Dio. Qui dovremmo cogliere come il dono dell’Eucaristia non è un premio, un privilegio per i giusti, ma un farmaco per i malati, un viatico per i peccatori. L’Eucaristia altro non è che narrazione in parole e gesti dell’amore di Dio, è la sintesi di tutta la vita del Figlio Gesù Cristo, la sintesi di tutta la storia di salvezza.

 

 

Ricordiamo infine che quell’anticipazione della morte di Gesù, nel rito del ringraziamento sul pane spezzato e nel rito del calice condiviso, è un’anticipazione anche del Regno che viene, dove la morte sarà vinta per sempre. Per questo Gesù dice: “Amen, io vi dico che non berrò più del frutto della vite, fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio”. Il pasto eucaristico prelude dunque al banchetto del Regno, dove Gesù, il Kýrios risorto, mangerà con noi e berrà con noi il calice della vita futura, al banchetto nuziale, dove il vino sarà nuovo, cioè altro, ultimo e definitivo, vino della stessa vita divina, la sua vita che è agápe, amore: e noi berremo quel vino nuovo vivendo in lui e con lui per sempre.


 

La fede,

 

altrimenti

 

solo simboli vuoti!

 

Corpo e Sangue di Cristo - Anno B

 

a cura di Franco Galeone *

 

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Partire dall’Alleanza

 

Nell’AT il termine Alleanza ricorre ben 286 volte e questo ci dice l’importanza che Israel ha dato a questa istituzione. Ma che significa? Non si tratta certo di un contratto bilaterale perché i contraenti (Dio / uomo) non sono uguali. La prima alleanza, stabilita con Noè e in lui con tutti gli uomini, dopo il diluvio, fu unilaterale (Genesi 9,8). Lungo la sua travagliata storia Israel non ha perso mai la speranza in Dio, fedele all’Alleanza.

Erano solenni e a volte complicati i riti di alleanza; il più cruento consisteva nello squartare in due parti un vitello e far passare i contraenti tra le sue metà, dichiarando così di essere disposti a subire la sorte toccata all’animale se avessero infranto il patto (Geremia 34,18). Il patto poteva anche essere stabilito consumando insieme del sale (alleanza del sale) perché, come il sale, anche il patto doveva essere incorruttibile.

Il brano della prima lettura fa riferimento a un altro rito: quello del sangue (Esodo 24,6): Mosè prende il sangue delle vittime e ne versa metà sopra l’altare e metà sopra le dodici pietre (simbolo delle dodici tribù): con questo rito Mosè stabiliva un legame intimo tra Dio e Israel. Una stessa vita, un unico corpo, un unico destino: Come la cintura aderisce ai fianchi di un uomo, così io volli che aderisse a me tutto Israel (Geremia 13,11).

 

Partire dalla Pasqua ebraica

 

La solennità del Corpo e del Sangue di Gesù è un’occasione forte per rivivere con intensità l’esperienza della comunione eucaristica, che dev’essere per il cristiano una necessità quasi fisica, primordiale, biologica direi. Il racconto di Marco, bene analizzato dagli studiosi, rivela in filigrana i gesti e le formule che, nel nome di Gesù, la comunità delle origini usava nelle celebrazioni eucaristiche; quei riti, ripetuti attraverso i secoli, sono giunti a noi, nelle chiese di tutto il mondo. Per comprendere meglio, occorre partire dal rituale della Pasqua ebraica, regolato dal sèder (ordine)che comprende almeno 14 riti diversi. Davanti a Gesù, si trovano i pani azzimi e la terza coppa di vino. Gesù pronuncia la tradizionale benedizione e spiegazione, ma poi, ecco a sorpresa, quelle misteriose parole: Questo è il mio corpo, che nella mentalità orientale significano Questo sono io! Poi Gesù prende la terza coppa di vino, forse inghirlandata di fiori, espressione della gioia pasquale, e dice ancora quelle misteriose parole: Questo è il mio sangue, che nel linguaggio orientale significano Questa è la mia vita. Con questi due gesti, Gesù chiama i suoi ad una profonda unione con lui, alla sua vita, al suo sangue, alle sue vicende di morte e di gloria.

 

Notazioni sul vangelo di Marco

 

Il racconto di Marco sembra semplice resoconto stenografico. Ma così non è:

* l’iniziativa di celebrare la Pasqua non parte da Gesù ma dai discepoli (v.12); sono loro che vogliono fare memoria della liberazione dall’Egitto e non immaginano cosa accadrà quella notte durante la cena; Gesù sarà rimasto felice: i discepoli finalmente prendevano un’iniziativa;

* colui che accompagna i discepoli nella sala è un servo (v.13) che svolge un lavoro riservato alle donne (portare acqua); non è un dettaglio banale, ma il segno di un cambiamento nei rapporti sociali: si va alla scuola di Gesù non per diventare maestri ma servi;

* la sala è grande, perché c’è posto per tanti; è al piano superiore, perché quel cibo nutre lo spirito; è arredata con divani (v.15) perché chiunque entra, anche se povero o schiavo, si deve sentire libero e figlio di Dio;

* Gesù si dona a molti, che significa a tutti (v.24), perché l’eucaristia non è un privilegio per i buoni e i catari, ma è pane spezzato e condiviso tra fratelli in cammino.

 

L’eucaristia: una tavola con amici

 

Per un buon pranzo, occorre una persona che inviti, degli invitati che accettino, del cibo da consumare. Qui la persona che invita è Gesù, che offre tutto se stesso attraverso il gesto più umano: l’invito a una tavola. A tavola avviene un duplice scambio: scambio con chi invita, ma anche tra gli invitati. Che tavola triste quella in cui ogni invitato parla solo con il padrone, o gli invitati solo tra loro senza ringraziare il padrone! Non sarebbe più un pasto tra amici ma una refezione tra collegiali. Qualche volte nelle nostre chiese sembra di partecipare non a un unico banchetto, dove batte un cuore e un’anima sola, ma di trovarsi in un ristorante con tanti tavolini, dove ognuno si comunica con il suo Dio. Ognuno per sé e Dio per tutti! A tavola occorre stare insieme e parlarsi, raccontarsi, progettare. La tavola è fatta non solo di presenze, ma anche di parole, di confidenze, di narrazioni. A tavola si dialoga. A tavola il cellulare va spento. A tavola occorre non solo darsi, ma anche dirsi! Allora il Corpus Domini è in qualche modo anche il Corpus hominis, allora le nostre piccole cose diventano grandi cose, epifania di Dio!

L’eucaristia deve produrre fraternità

Andare a messa è diventato questione di buona abitudine, di educazione ricevuta, e tanta brava gente va la domenica in chiesa perché precettata. Questo è drammatico: la gente ci va, restando però come prima, anzi, ritorna dispensata da ogni inquietudine. Noi preti dobbiamo fare qualcosa perché qualche buon cristiano senta inquietudine, e qualche spirito tormentato riacquisti tranquillità! Rispettiamo realmente noi cristiani quello che ci ha detto? Il Signore ci ha lasciato detto questo: Fate questo (quello che io sto facendo) perché vi ricordiate di me. Sono state le sue ultime volontà. Cosa stiamo facendo noi di quel suo ultimo testamento?

Guardiamo la realtà. L’autorità ecclesiastica ha legiferato – in forma meticolosa – su come si deve celebrare l’Eucaristia; la conseguenza è che più della metà delle parrocchie del mondo non celebra e non può celebrare la messa se non una volta a settimana. Questo perché, invece di fare quello che ha fatto Gesù quella notte, si sono organizzati una teologia ed un rituale che vanifica il mandato del Signore. È necessario un prete che abbia studiato, che sia celibe, che sia uomo (e mai donna!), che abbia l’approvazione del vescovo (ed il vescovo deve averla da Roma)…

La cosa più preoccupante non è quello che sta avvenendo, ma quello che avverrà tra pochi anni. Sappiamo che, negli ultimi dieci anni, il numero dei preti cattolici è diminuito del 45%. Nei seminari non entrano giovani per prendere il posto di quelli che si ammalano, muoiono, abbandonano il ministero, etc. Questo vuole dire che il problema si aggrava ogni anno che passa. Possiamo permettere che questo stato di cose peggiori di giorno in giorno? E conviene terminare ricordando che l’importante non è cenare insieme, ma rendere vivo ed attuale quello che ha rappresentato quella cena d’addio. Pensiamoci!

Buona vita!

 

 

* Gruppo biblico ebraico-cristiano


«Non è stata la “Madonna della seggiola” a suggerirmi questo titolo. Anche se la tela di Raffaello, che ritrae la Vergine finalmente seduta e col piccolo Gesù che riposa tra le sue braccia, evoca tutta una costellazione di immagini centrate attorno all’archetipo materno, che dondola la sua creatura per farla addormentare. (…)

A suggerirmi, comunque, il titolo di Madonna del riposo, non è tanto il figlio che le dorme tra le braccia, quanto lo sposo che le dorme accanto. Sì, perché solo accanto a una donna come Maria, un uomo aduso alle asprezze della vita come Giuseppe può riposare con tanta serenità, da sognare ininterrottamente. (…)

Chi sa quante volte avrà detto a Giuseppe: “Come ti senti? Ti vedo stanco. Non affaticarti così tanto. Riposati un poco”. Maria, donna del riposo, dunque. Perché nessuno come lei sperimentava il “sabato” del Signore, ogni volta che cantava il salmo 22: “In pascoli di erbe fresche mi fa riposare”. (…)

Santa Maria, donna del riposo, accorcia le nostri notti quando non riusciamo a dormire. Come è dura la notte senza sonno! (…) Mettiti accanto a noi quando, nonostante i sedativi, non ce la facciamo a chiudere occhio, e il letto più morbido diventa una tortura, e dalla strada i latrati del cane sembrano dar voce ai gemiti dell’universo. (…)

Sorveglia il riposo di chi vive solo. Allunga nei vecchi i sipari del sonno, corti e leggeri come veli di melagrana. Tonifica il dormiveglia di chi sta in ospedale sotto un pianto di flebo. Rasserena l’inquietudine notturna di chi si rigira nel letto sotto un pianto di rimorsi. Acquieta l’ansia di chi non riposa perché teme il sopraggiungere del giorno. Rimbocca gli stracci di chi dorme sotto i ponti. E riscalda i cartoni con cui la notte i miserabili si riparano dal freddo dei marciapiedi. (…)

Santa Maria, donna del riposo, facci capire che se il segreto del riposo fisico sta nelle pause settimanali o nelle ferie annuali che ci concediamo, il segreto della pace interiore sta nel saper perdere tempo con Dio. Lui ne perde tanto con noi. E anche tu ne perdi tanto».*

 

 

* Fonte: Antonio Bello, Maria donna dei nostri giorni, Paoline, Milano 1993.


L’esempio di Newman riaccende il carisma di san Filippo Neri

 

 

 

 

In merito al carisma oratoriano di san Filippo Neri, praticato dal beato Newman, ZENIT ha intervistato padre Edoardo Aldo Cerrato.

 

Perché un padre oratoriano è così interessato a due autori inglesi come Chesterton e Newman?

 

Padre Cerrato: Quello che mi colpisce in Chesterton è ‘l’intelligenza della realtà’ per dirla con una frase di Benedetto XVI. Perché oggi non è così scontato che la realtà esista, i fatti non sono guardati come fatti, prevale l’interpretazione sulla realtà. Anche Newman era attentissimo alla realtà. Chesterton definì Newman una ‘saetta incandescente’, una saetta che arriva dritta al punto delle questioni. Chesterton e Newman guardano a ciò che esiste, entrano con la ragione e l’intelligenza a comprendere le ragioni, ma non sovrappongono mai la loro interpretazione al fatto.

 

Perché questo suo interesse per Newman?

 

Padre Cerrato: Perché Newman è un oratoriano, cioè seguace del carisma di san Filippo Neri. Carisma che ha praticato per 43 anni. Dal 1847 alla morte Newman visse nell’Oratorio. Quando il Papa Leone XIII gli propose il cardinalato Newman rispose, “ringrazio Vostra Santità per questo onore, ma vi prego non toglietemi al mio Padre Filippo e da questa casa dove ho vissuto in pace per tanti anni”. Allora il Papa disse: “bene, bene continuate a lavorare, sono felice che voi rimaniate nella vostra casa”. Quella casa per dirla con i termini inglesi usati da Newman era ‘House’ ma anche ‘Home’. Era il dolce nido, il mondo degli affetti, dell’amicizia, della fraternità vissuta nella realtà e nella concretezza di una vita.

 

Quanto è attuale il carisma di Filippo Neri anche alla luce della beatificazione di Newman?

 

Padre Cerrato: Tra i moderni Newman è il miglior propagandista di san Filippo Neri. Filippo è un santo che ha affascinato Newman e devo dire che, e lo constato ogni giorno, continua ad affascinare tante persone. San Filippo arrivò a Roma e fu laico fino all’età di 36 anni. Tutta la sua esperienza forte di incontro con Cristo nella realtà concreta della Chiesa, avviene prima da laico e poi da sacerdote. Intorno a lui, per il fatto che è simpatico, affascinate, brillante, profondo ed in continua ricerca di Dio, si crea un gruppo di amici. Ha scritto un suo biografo: “San Filippo non aveva discepoli, aveva amici”. Tutti lo potevano incontrare e presto diventavano suoi amici. Il suo motto scritto sul letto di morte è “chi cerca altro che non sia Cristo, non sa quel che cerca” questo non significa che tutto il resto non abbia valore, al contrario che tutta la realtà è comprensibile attraverso l’esperienza cristiana.

 

Cosa pensa della fiction su san Filippo Neri “Preferisco il paradiso”, trasmessa in Tv da Rai uno?

 

Padre Cerrato: Si tratta di una fiction che ho visto in anteprima alla Lux Vide. In estrema sintesi, riflette lo spirito di Filippo Neri dentro alla vicenda di un uomo che non è lui. Cioè storicamente non c’è nulla o quasi nulla della vicenda di san Filippo Neri. Lo spirito c’è tutto, il rapporto con i bambini, alcune frasi pronunciate dai protagonisti, ma tutto il contesto, il rapporto con i Cardinali, con il Papa, con la Santa Sede, le storie di alcuni suoi seguaci, è tutta fiction. In particolare il rapporto con la Curia vaticana è falsato. Filippo ebbe difficoltà di ordine naturale per la tipologia del carisma, ma il suo atteggiamento è sempre stato di assoluta obbedienza, fedeltà e umiltà.

 

Che cosa significa essere Procuratore generale e come procede la vita della Confoederatio Oratorii Sancti Philippi Neri?

 

Padre Cerrato: Sono 17 anni che sono il Procuratore generale, a cui compete l’accompagnamento delle nuove comunità, ed ho avuto la gioia di vedere nascere 19 nuove case in tutte le parti del mondo. In un tempo in cui è più facile vedere che le case vengano chiuse, noi ne abbiamo aperte di nuove. Oltre a queste 19, ci sono 32 progetti di nuove fondazioni, in tutti i continenti e anche in Europa che è il miracolo dei miracoli. Questo significa che il messaggio di san Filippo è di grande attualità. Per dirlo in parole povere, i laici capiscono benissimo che Filippo non era un clericale, ed i preti stessi capiscono che la secolarità non è secolarismo. La secolarità è fondamentalmente un’attitudine, attraverso la quale un cristiano, sia laico che prete, vive nel mondo la sua fede cristiana non sopra il mondo, ma dentro alle circostanze, condividendo le ansie, le gioie, i problemi della storia, vivendo la realtà. Secondo san Filippo, questa è la via di santità che porta alla perfezione.

 

Per capire questo rapporto dentro alla realtà c’è un episodio significativo della vita di san Filippo. Una grande dama dell’aristocrazia romana chiese a san Filippo con un linguaggio ecclesiasticamente impostato: “Quando vostra reverenza ha lasciato il mondo?”. E Filippo rispose: “veramente a me pare di non averlo lasciato mai”. Filippo era un fiorentino molto arguto, non solo conservò il tipico temperamento toscano, ma ci teneva che si sapesse che fosse fiorentino, divenne romano rimanendo fiorentino. Per quanto riguarda la carica che ricopro, bisogna sapere che la nostra è una confederazione, e ognuna delle case ha una sua autonomia, non c’è un superiore generale. Potremmo dire che il Procuratore generale è l’equivalente dell’Abate generale di una congregazione di monaci.

 

Quali sono le virtù che Newman colse nella spiritualità di san Filippo?

 

Padre Cerrato: Newman comprende che tutto il mondo interiore di Filippo si esprime all’esterno con il termine di gentilezza, cioè massimo rispetto della persona. Per questo motivo nell’educare il singolo e per l’incontro con le persone, san Filippo scelse il confessionale e non il pulpito. Filippo è stato il confessore di Roma. Cambiò il volto dell’Urbe attraverso il confessionale. Tutto il giorno e parte della notte lo passava al confessionale. Un grande storico dell’arte ha scritto che Roma in quell’epoca non aveva bisogno di battezzatori ma di medici delle anime, e Filippo fu un medico delle anime.

 

Che cosa può dirci su questa storia secondo cui san Filippo aveva un cuore grande?

 

Padre Cerrato: Si tratta di una vicenda di carattere mistico. Quando Filippo morì, il Pontefice autorizzò l’autopsia, da cui risultò che il santo aveva un cuore enormemente dilatato. In vita non si sapeva di questa dilatazione, ma si conoscevano manifestazioni di carattere particolare. Testimoni raccontano che in alcuni momenti di estasi il battito del cuore di Filippo si sentiva all’esterno. Inoltre alcuni parlano di un rigonfiamento sul petto di Filippo all’altezza del cuore. Sulla base di queste testimonianze il Pontefice autorizzò l’autopsia che venne fatta dai medici pontifici con a capo Andrea Cisalpino che era la massima autorità medica del tempo.

 

Cisalpino è colui che ha scoperto la duplice circolazione del sangue, se fosse vivo oggi gli darebbero il Nobel. Il cuore di Filippo fu trovato due volte e mezzo la dimensione di un cuore normale. Si tratta di una dilatazione che non permette la vita. Eppure Filippo visse dall’età di 29 anni fino a 80 anni in questa situazione. Si tratta quindi di un fenomeno mistico, inspiegabile dal

 

 

punto di vista fisico. Si scoprì inoltre che Filippo aveva tre costole staccate dallo sterno per fare spazio al cuore dilatato. Di questo fenomeno parlò anche il Servo di Dio Pio XII, quando ricevette i padri oratoriani, quattro giorni prima di morire. Pio XII conosceva bene la storia di san Filippo, aveva frequentato fin da piccolo la chiesa di Santa Maria in Navicella. Alla Chiesa nuova c’è ancora il confessionale dove si inginocchiava. A proposito di questa inspiegabile grandezza di cuore di san Filippo, Pio XII parla di fenomeno nuovo che si inserisce nei grandi fenomeni mistici nella storia della Chiesa. Una spiritualità con al centro il cuore colpì moltissimo Newman, che pur riprendendola da san Francesco di Sales, nel suo stemma ha scritto “Cor ad Cor loquitor”, “il cuore parla al cuore”.


La Triunità di Dio

 

 

 

27 maggio 2018

Pentecoste

di ENZO BIANCHI

 

Mt  28,16-20

In quel tempo 16i discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 17Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. 18Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. 19Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

 

Domenica scorsa con la Pentecoste, pienezza delle energie della resurrezione di Cristo, abbiamo terminato di vivere il tempo pasquale e siamo così entrati nel tempo per annum. Una consuetudine millenaria della liturgia latina ci chiede di celebrare in questa domenica la festa della Santissima Trinità: ci chiede dunque di contemplare con umiltà il mistero del nostro Dio, il Dio vivente e vero, mistero espresso attraverso un termine dottrinale e dogmatico, la Triunità di Dio. Questo titolo, infatti, vuole affermare che Dio è uno – come recita il comandamento dato a Israele: “Ascolta, Israele, il Signore nostro Dio è uno” (Dt 6,4) –, ma si è rivelato attraverso la venuta di suo Figlio nella nostra umanità, dunque è comunione del Padre e del Figlio e dello Spirito santo: un’unica vita divina, ma vissuta nella koinonía, nella sinfonia di soggetti di un unico amore, l’agápe (cf. 1Gv 4,8.16: “Dio è amore”).

 

Ma proprio perché le idee e le formule sono sempre inadeguate nel rivelare il Dio che nessuno ha mai visto (cf. Gv 1,18) né contemplato (cf. 1Gv 4,12), dovremmo soprattutto credere a una realtà: in Dio c’è ormai l’umanità del Figlio Gesù Cristo, morto come uomo ma risuscitato nella forza dello Spirito santo, sicché non si può più parlare di Dio senza pensare a lui, senza parlare dell’uomo e pensare l’uomo. Soprattutto, non si può più andare a Dio se non attraverso “la via” (Gv 14,6) che è suo Figlio Gesù Cristo, uomo nato da Maria, vissuto tra di noi, morto e risorto nella nostra storia. Ecco allora cosa annunciare in questa festa che succede al tempo pasquale: con l’incarnazione di suo Figlio, Dio si è unito all’umanità in modo indissolubile e l’umanità trasfigurata è in Dio attraverso il Figlio Gesù che, come era disceso, così è salito al cielo (cf. Ef 4,9-10), “costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della resurrezione dei morti” (Rm 1,4).

 

Per celebrare la santa Triunità di Dio, la liturgia ci propone la conclusione del vangelo secondo Matteo, in cui Gesù consegna ai discepoli parole che di fatto sono la “professione di fede” di ogni cristiano quando diventa tale, discepolo di Gesù attraverso il battesimo. Vorrei sostare soprattutto su una frase molto semplice: “Gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato”. Secondo Matteo solo Maria di Magdala e l’altra Maria, dopo aver trovato la tomba vuota, avevano visto Gesù, il quale le aveva salutate con il dono messianico della pace: “Shalom!” (Mt 28,9). Poi aveva comandato loro di essere messaggere dell’annuncio pasquale presso gli apostoli: “Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno” (Mt 28,10). I discepoli intimi di Gesù, ascoltato l’annuncio da parte delle donne discepole, eseguono puntualmente quel comando.

 

E così quel gruppo di dodici, ridotto a undici perche Giuda se n’è andato, ritorna sulle strade della Galilea. Devono lasciare Gerusalemme, la città santa, e tornare dov’era iniziata la predicazione di Gesù (cf. Mt 4,12-17): nella Galilea delle genti, terra periferica, terra spuria, abitata da ebrei e non ebrei, terra cosmopolita… Devono andare nel mondo, tra gli uomini e le donne, per affermare che tutti sono chiamati alla fede in Cristo, che ormai – come scrive Paolo – “non c’è più né giudeo né greco” (Gal 3,28), per dare vita a una nuova comunità, non più legata da carne e sangue, da lingua o cultura, da vicinanza o lontananza, ma una comunità che trovi in Gesù Cristo un legame, un fondamento al suo credere, sperare e amare. Potremmo dire che quel soggetto di undici persone è “il piccolo gregge” (Lc 12,32), la chiesa sulle strade del mondo, un piccolo gregge non chiuso in un recinto, non pauroso, non autoreferenziale, ma disposto a stare in mezzo ad altri, fossero anche dei lupi. Non è una gran cosa, né quegli undici sono uomini straordinari: di qualcuno si è tramandato qualche fatto della vita, di altri sappiamo appena il nome; povera gente, in mezzo alla quale vi sono anche alcuni che dubitano su Gesù e sulla sua missione…

 

Eppure, obbedendo all’indicazione delle donne vanno verso la montagna, il nuovo Nebo (cf. Dt 32,49; 34,1), il luogo della manifestazione della volontà di Dio. Sulla montagna Gesù aveva predicato il Vangelo delle beatitudini (cf. Mt 5,1-7,29), sulla montagna aveva moltiplicato il pane (cf. Mt 15,32-39), sulla montagna era stato trasfigurato dal Padre davanti ai discepoli (cf. Mt 17,1-8): ora sulla montagna gli Undici devono ascoltare le ultime parole del Risorto, le sue ultime volontà. Ed ecco che salgono sul monte indicato e, non appena vedono Gesù, si prostrano, si inginocchiano a terra e adorano. Gesù, che li aveva visti l’ultima volta all’inizio della passione, quando “tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono” (Mt 26,56), ora li vede ai suoi piedi, in adorazione: gesto pieno di significato, perché quando un uomo si inchina di fronte a un altro, compie uno dei più grandi gesti umani. Come già accennato, essi adorano Gesù anche tra i dubbi, perché in loro i dubbi rimangono e rimarranno fino alla morte, vinti però e trascesi dall’amore: sì, perché l’amore vince i dubbi della fede, questa è la dinamica nel cuore del cristiano…

 

Gesù allora si avvicina a questi uomini, chiesa di peccatori fragili e dubbiosi, ma chiesa che sa amare e adorare il suo Signore. Questa è la chiesa quotidiana che noi conosciamo e siamo, non un’istituzione trionfante e che si impone, ma un gruppetto di povere persone che dicono per amore: “Signore, aumenta la nostra fede (cf. Lc 17,5)! Signore, noi veniamo meno, qualcuno se ne va, ma vogliamo restare con te! Signore, siamo fuggiti davanti alla sofferenza e alla morte ma, non appena ci hai richiamati, eccoci qui, inchinati davanti a te! Vieni Signore Gesù, vieni presto, Marana tha (1Cor 16,22; cf. Ap 22,20)!”.

 

Gesù, in risposta, si rivolge agli Undici con la sua parola di Kýrios, di Signore risorto e vivente, dicendo loro: “Una volta andati tra le genti dell’umanità intera, fino ai confini del mondo, fate discepoli, cioè cercate che gli uomini e le donne accolgano la buona notizia del Vangelo, mettendosi alla sua scuola. E immergeteli (questo significa letteralmente il verbo “battezzare”) nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo”. È l’unica volta in cui nel Nuovo Testamento si parla di battesimo-immersione nel Nome della Triunità di Dio, mentre di solito si attesta il battesimo nel Nome di Gesù, l’essere immersi con lui nella sua morte e resurrezione, o nello Spirito che rimette i peccati e santifica. Qui Matteo opera un accrescimento teologico, perché nel suo vangelo Gesù rivela il Padre parlando sovente di lui e rivela lo Spirito promettendolo ai discepoli (cf. Mt 10,20). La comunità dei discepoli ha le sue radici nella vita triunitaria del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, è chiesa che nasce dalla vita della Triunità di Dio, nasce dalla carità di Dio, perché Dio è amore.

 

Infine, il Signore Gesù proclama se stesso come colui che ha ricevuto ogni potere in cielo e sulla terra. La sua signoria è ben più grande di quella di Ciro, imperatore del mondo (cf. 2Cr 36,23, ultimo versetto della Bibbia ebraica!), perché è quella del Figlio dell’uomo che riceve da Dio stesso il potere (cf. Dn 7,13-14). È una signoria che chiede ai suoi servi solo di vivere il comandamento nuovo dell’amore (cf. Gv 13,34; 15,12); è la signoria di colui che ci assicura: “Io sono con voi”, dunque è l’‘Immanu-El, il Dio-con-noi (cf. Is 7,14; Mt 1,23), sempre, senza mai abbandonarci. Dio resta il Dio tre volte Santo nell’alto dei cieli, “Santo, Santo, Santo” (Is 6,3), ma è ormai il Dio-uomo, il Dio-con-noi, che in Gesù risorto e vivente per sempre ci accompagna sulle vie del mondo; e la comunione di Dio, comunione plurale, è la nostra dimora.

 

 

Santissima Trinità


 Partire insieme

 

nell'«oggi di Gesù»

 

Santissima Trinità - Anno B

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

Trinità 1

 

Mt 28,18 Gesù sommo rivelatore del Padre [1]

 

L’intera storia della manifestazione di Dio, che è per noi storia di salvezza, raggiunge il suo culmine in Cristo. Cristo è Colui che viene nella pienezza dei tempi, il “Rivelatore” del Padre. Ed è a lui che alludevano le profezie che lo hanno annunciato e, dunque, è il sommo segreto che il Padre vuole svelarci perché, attraverso il Figlio, rivelerà se stesso nella sua misteriosa pienezza.

Gesù Cristo è il Rivelatore per eccellenza del mistero di Dio. Egli annuncia il Padre e lo fa conoscere (Gv 1,18) e dice al mondo ciò che ha udito da suo Padre (Gv 3,3.32; 8,26; 15,15). Perché Egli è il Figlio Unigenito che viene al mondo e ha pieno potere e coscienza della propria missione di Rivelatore del Padre. Ha autorità e la fa sentire: “Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. [...] Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!”. “La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea” (Mc 1,22.27-28). Gesù crea sconcerto in coloro che lo ascoltano e lo vedono operare. Possiede una forza tale da stupire, originata dal suo stesso essere, dal fatto che gli “è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra” (Mt 28,18) e perciò, nel rivelare il mistero di Dio, divide le opinioni a seconda del cuore degli uomini (Lc 1,35). Il riflesso della sua autorità divina, di Figlio Unigenito, è segno di contraddizione tra gli uomini (Mt 21,42; At 4,14). Gesù Cristo, in quanto Rivelatore del mistero trinitario, irromperà nella vita degli uomini con una potenza mai vista, ma subirà nella sua carne il rifiuto cui la sua stessa rivelazione lo ha esposto.

 

28,16-20 La parola chiave: partire [2]

 

Il Vangelo di Matteo riporta il mandato di Gesù ai discepoli: l’invito ad andare, a partire per annunciare a tutti i popoli il suo messaggio di salvezza (cf. Mt 28,16-20). “Andare”, o meglio, “partire” diventa la parola chiave della festa odierna: Gesù parte verso il Padre e comanda ai discepoli di partire verso il mondo.

 

Gesù parte…

Gesù parte, ascende al Cielo, cioè ritorna al Padre dal quale era stato mandato nel mondo. Ha fatto il suo lavoro, quindi torna al Padre. Ma non si tratta di una separazione, perché egli rimane per sempre con noi, in una forma nuova. Con la sua ascensione, il Signore risorto attira lo sguardo degli Apostoli - e anche il nostro sguardo - alle altezze del Cielo per mostrarci che la meta del nostro cammino è il Padre. Lui stesso aveva detto che se ne sarebbe andato per prepararci un posto in Cielo. Tuttavia, Gesù rimane presente e operante nelle vicende della storia umana con la potenza e i doni del suo Spirito; è accanto a ciascuno di noi: anche se non lo vediamo con gli occhi, lui c’è! Ci accompagna, ci guida, ci prende per mano e ci rialza quando cadiamo. Gesù risorto è vicino ai cristiani perseguitati e discriminati; è vicino ad ogni uomo e donna che soffre. È vicino a tutti noi, anche oggi è qui con noi in piazza; il Signore è con noi!

 

…e porta al Padre il suo regalo

Gesù, quando ritorna al Cielo, porta al Padre un regalo. Quale è il regalo? Le sue piaghe. Il suo corpo è bellissimo, senza lividi, senza le ferite della flagellazione, ma conserva le piaghe. Quando ritorna dal Padre gli mostra le piaghe e gli dice: “Guarda Padre, questo è il prezzo del perdono che tu dai”. Quando il Padre guarda le piaghe di Gesù ci perdona sempre, non perché noi siamo buoni, ma perché Gesù ha pagato per noi. Guardando le piaghe di Gesù, il Padre diventa più misericordioso. Questo è il grande lavoro di Gesù oggi in Cielo: fare vedere al Padre il prezzo del perdono, le sue piaghe. È una cosa bella questa che ci spinge a non avere paura di chiedere perdono; il Padre sempre perdona, perché guarda le piaghe di Gesù, guarda il nostro peccato e lo perdona.

 

Dà ai suoi il mandato di partire

Ma Gesù è presente anche mediante la Chiesa, che lui ha inviato a prolungare la sua missione. L’ultima parola di Gesù ai discepoli è il comando di partire: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19). È un mandato preciso, non è facoltativo! La comunità cristiana è una comunità “in uscita”, “in partenza”. Di più: la Chiesa è nata “in uscita”. E voi mi direte: ma le comunità di clausura? Sì, anche quelle, perché sono sempre “in uscita” con la preghiera, con il cuore aperto al mondo, agli orizzonti di Dio. E gli anziani, i malati? Anche loro, con la preghiera e l’unione alle piaghe di Gesù.

Ai suoi discepoli missionari Gesù dice: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (v. 20). Da soli, senza Gesù, non possiamo fare nulla! Nell’opera apostolica non bastano le nostre forze, le nostre risorse, le nostre strutture, anche se sono necessarie. Senza la presenza del Signore e la forza del suo Spirito il nostro lavoro, pur ben organizzato, risulta inefficace. E così andiamo a dire alla gente chi è Gesù.

 

28,20 “Dio con noi fino alla fine dei tempi” [3]

Il testo evangelico che abbiamo ascoltato culmina chiamando Gesù l’Emmanuele, che significa il Dio con noi. Così come comincia, ugualmente Matteo conclude il suo Vangelo: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei tempi» (28,20). Gesù è l’Emmanuele che nasce e l’Emmanuele che ci accompagna ogni giorno, è il Dio con noi che nasce e il Dio che cammina con noi fino alla fine del mondo.

 

28,20 “Io sono con voi tutti i giorni” [4]

 

L’ «oggi di Gesù» è tempo di grazia

 

Mi colpisce molto l’oggi di Gesù l’oggi speciale in cui l’attesa millenaria e paziente del popolo di Israele si concentra nell’Unto del Signore per poi espandersi nel tempo della carità e dell’annuncio evangelico della Chiesa.

L’oggi di Gesù è kairós, tempo di grazia, sorgente di acqua viva e di luce, che sgorga dal Verbo fattosi carne, una carne che possiede una storia, una cultura, un tempo.

La Chiesa vive nell’oggi di Gesù, e la messa crismale, preludio a quella di Pasqua, è tra le sue espressioni più piene: è l’oggi perenne dell’ultima cena, fonte di perdono, di comunione e di servizio. Egli è venuto per stare con noi e annunciarci la Buona Novella, liberandoci dalla schiavitù e guarendo i nostri cuori feriti. Solo nell’oggi di Gesù la fragilità del nostro popolo fedele viene curata, soltanto lì l’audacia apostolica è efficace e dà frutto.

 

I tempi fuori dall’oggi di Gesù

Fuori dall’oggi, fuori dal tempo del Regno, che è tempo di grazia, di libertà e di misericordia, tutti gli altri tempi, ad esempio quelli della politica, dell’economia e della tecnologia, tendono a divorarci, a escluderci, a opprimerci. Quando i tempi dell’uomo perdono la propria sintonia con quello di Dio, diventano incerti: sono ripetitivi, paralleli, troppo brevi o infinitamente lunghi. Non sono più umani: i tempi dell’economia non tengono conto della miseria e dell’analfabetismo dei giovani, né delle difficili condizioni di vita degli anziani; quelli della tecnologia sono così istantanei e carichi di immagini che impediscono ai ragazzi di maturare il cuore e la mente; quelli della politica, infine, talvolta sembrano privi di qualsiasi scopo. Al contrario, l’oggi di Gesù, che a prima vista può apparire noioso e poco stimolante, racchiude in sé i tesori della saggezza e della misericordia, è ricco di amore, fede e speranza. Inoltre, è un tempo di memoria: della famiglia, del popolo, della Chiesa in cui si mantiene vivo il ricordo di tutti i santi.

 

Nell’oggi di Gesù non c’è spazio per la paura

La liturgia è l’espressione di una memoria sempre viva. L’oggi di Gesù è un tempo colmo di aspettativa, di futuro e di cielo, del quale possediamo già la chiave e di cui viviamo un assaggio in ogni consolazione che ci dona il Signore. Lì il presente è una chiamata costante e un invito sempre rinnovato alla carità concreta del servizio quotidiano verso i più poveri, che riempie il cuore di gioia e ci spinge ad andare incontro al nostro popolo, giorno dopo giorno.

Nell’oggi di Gesù non c’è spazio per la paura dei conflitti perché «l’amore perfetto scaccia il timore» (1Gv 4,18), né trova posto l’incertezza dell’angoscia, dal momento che il Signore ci ha promesso di essere con noi «tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Non c’è ragione di disperarsi: l’oggi di Gesù è l’oggi del Padre, il quale è consapevole di ciò di cui abbiamo bisogno, e affidati alle sue mani sentiamo che i nostri giorni portano con sé solo un po’ di affanno. Infine, non c’è spazio per l’inquietudine, perché lo Spirito ci spinge a dire e a fare ciò che è giusto nel momento opportuno.

 

Entrare nell’oggi di Gesù…

L’audacia del Signore non si limita a gesti puntuali o straordinari. E un coraggio apostolico che si adatta, per così dire, alla debolezza e ai tempi di ciascuno, e guida il suo popolo fino a condurlo nel tempo di Dio. L’oggi di Gesù crea lo spazio per l’incontro e ne segna i momenti fondamentali. Per avvicinarci alla fragilità del nostro popolo dobbiamo entrare noi per primi nel tempo di grazia del Signore. Il nostro cuore ha bisogno innanzitutto di rinvigorirsi attraverso la preghiera e di rendersi consapevole del compimento delle promesse; solo così potremo vivere con audacia, fiduciosi nella provvidenza, assumendo un atteggiamento di vera apertura nei confronti degli altri e guardando il prossimo con occhi non offuscati dai nostri interessi personali, bensì desiderosi di compiacere Dio.

Esiste un altro modo per entrare nel tempo del Signore, che consiste nell’uscire da noi stessi e andare incontro al nostro popolo fedele, il quale vive l’oggi di Gesù molto più intensamente di quanto si potrebbe pensare. E se noi, in quanto pastori, ci lasceremo plasmare il cuore dalle fragilità del nostro popolo e dal suo modo di prendersene cura, accresceremo il nostro fervore spirituale e la fiducia in Dio. Lasciarsi plasmare il cuore significa saper accogliere le richieste semplici ma insistenti dei fedeli, la testimonianza di una fede capace di concentrare tutta la propria esperienza dell’amore di Dio nell’umile gesto di ricevere con gratitudine una benedizione. Vuol dire saper cogliere nei tempi della nostra gente, ad esempio tra una confessione e l’altra, il ritmo di un’esistenza in pellegrinaggio, segnata dalle grandi gioie della vita. Saper intravedere una speranza che mantiene saldo e intatto il filo conduttore dell’amore di Dio nel corso di tutto l’anno, impedendo alle vicissitudini quotidiane di spezzarlo.

 

… è l’oggi del Padre e del popolo

Nel cuore del nostro popolo è sempre vivo l’annuncio dell’angelo: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,10-11). L’oggi di Gesù che nasce in mezzo al suo popolo è l’oggi del Padre che gli dice: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato» (cfr. Eb 5,5).

Vi invito dunque a entrare nell’oggi salvifico di Gesù che afferma: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21), e a entrare nell’oggi del nostro popolo. Sentendoci in comunione con Gesù, il Buon Pastore, dobbiamo andare incontro ai nostri fedeli per sostenere la loro speranza attraverso la Buona Novella del Vangelo di ogni giorno, per rinsaldare la loro carità, liberando i reclusi e gli oppressi, e per rafforzare la loro fede, restituendo la vista ai ciechi.

 

28,19-20 Portare l’annuncio della speranza [5]

 

Davanti al dolore e alla delusione, i cristiani sono chiamati alla speranza. Non come ricerca di un’illusione fantasiosa, ma con la fiducia del discepolo e dell’apostolo che “la speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,5). Questa speranza è l’ancora che è stata fissata nei Cieli e a cui ci afferriamo per continuare a camminare. Lo stesso Gesù ci viene incontro per ripeterci con serenità e fermezza: “Non temete!” (Mc 6,50); “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20); “Andate dunque e fate discepoli” (Mt 28,19). Portare l’annunciò, essere vicini a chi è fragile quando noi stessi siamo fragili, è possibile soltanto confidando nella promessa che il Signore Risorto ci fa di essere sempre con noi (Mt 28,20). E poiché non siamo supereroi, né fieri lottatori che confidano ciecamente nelle proprie forze, agiamo con l’audacia propria dei discepoli di Gesù, membri della sua famiglia; audacia di fratelli del Signore.

 

28,19 Inviati tutti come popolo (EG113)

 

La salvezza, che Dio realizza e che la Chiesa gioiosamente annuncia, è per tutti, e Dio ha dato origine a una via per unirsi a ciascuno degli esseri umani di tutti i tempi. Ha scelto di convocarli come popolo e non come esseri isolati. Nessuno si salva da solo, cioè né come individuo isolato né con le sue proprie forze. Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che comporta la vita in una comunità umana. Questo popolo che Dio si è scelto e convocato è la Chiesa. Gesù non dice agli Apostoli di formare un gruppo esclusivo, un gruppo di élite. Gesù dice: “Andate e fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19). San Paolo afferma che nel popolo di Dio, nella Chiesa “non c’è Giudeo né Greco... perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28). Mi piacerebbe dire a quelli che si sentono lontani da Dio e dalla Chiesa, a quelli che sono timorosi e agli indifferenti: il Signore chiama anche te ad essere parte del suo popolo e lo fa con grande rispetto e amore!

 

28,19 Tutti discepoli-missionari (EG 120)

 

In virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cf. Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni. La nuova evangelizzazione deve implicare un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati. Questa convinzione si trasforma in un appello diretto ad ogni cristiano, perché nessuno rinunci al proprio impegno di evangelizzazione, dal momento che, se uno ha realmente fatto esperienza dell’amore di Dio che lo salva, non ha bisogno di molto tempo di preparazione per andare ad annunciarlo, non può attendere che gli vengano impartite molte lezioni o lunghe istruzioni. Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che siamo sempre “discepoli-missionari”. Se non siamo convinti, guardiamo ai primi discepoli, che immediatamente dopo aver conosciuto lo sguardo di Gesù, andavano a proclamarlo pieni di gioia: “Abbiamo incontrato il Messia” (Gv 1,41). La samaritana, non appena terminato il suo dialogo con Gesù, divenne missionaria, e molti samaritani credettero in Gesù “per la parola della donna” (Gv 4,39). Anche san Paolo, a partire dal suo incontro con Gesù Cristo, “subito annunciava che Gesù è il figlio di Dio” (At 9,20). E noi che cosa aspettiamo?

 

28,20 L’amore ci accompagna sempre [7]

 

Il Salmo ci ha invitato a ringraziare il Signore perché “il suo amore è per sempre”. Ecco l’amore fedele, la fedeltà: è un amore che non delude, non viene mai meno. Gesù incarna questo amore, ne è il Testimone. Lui non si stanca mai di volerci bene, di sopportarci, di perdonarci, e così ci accompagna nel cammino della vita, secondo la promessa che fece ai discepoli: “Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Per amore si è fatto uomo, per amore è morto e risorto, e per amore è sempre al nostro fianco, nei momenti belli e in quelli difficili. Gesù ci ama sempre, sino alla fine, senza limiti e senza misura. E ci ama tutti, al punto che ognuno di noi può dire: “Ha dato la vita per me”. Per me! La fedeltà di Gesù non si arrende nemmeno davanti alla nostra infedeltà. Ce lo ricorda san Paolo: “Se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare sé stesso” (2 Tm 2,13). Gesù rimane fedele, anche quando abbiamo sbagliato, e ci aspetta per perdonarci: lui è il volto del Padre misericordioso. Ecco l’amore fedele.

 

 

NOTE

[1] Gesù Cristo rivelazione del Padre, in J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR Rizzoli, Milano 2014, 122-127; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV, Milano – Città del Vaticano 2014, 66-71.

[2] Angelus, 1° giugno 2014.

[3] Omelia, Riconciliarsi in Dio, con i colombiani e con il creato, Terreno Catama (Villavicencio) Colombia,

8 settembre 201.

[4] «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato», Omelia, messa crismale 2003, in J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013, 362-265.

[5] La speranza non rimarrà delusa, in J. M. Bergoglio, Perdono, (= Le parole di papa Francesco, 10), Corriere della Sera, Milano 2015, 5-14.

[6] Cf Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 9.

[7] Omelia, Torino Piazza Vittorio, 21 giugno 2015.


L'annuncio

 

si fa in uscita

 

Domenica di Pentecoste - Anno B

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

 

 

Atti 2,1-2 Il battesimo della chiesa [1]

 

La Pentecoste…

La festa della Pentecoste ci fa rivivere gli inizi della Chiesa. Il libro degli Atti degli Apostoli narra che, cinquanta giorni dopo la Pasqua, nella casa dove si trovavano i discepoli di Gesù, «venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso …e tutti furono colmati di Spirito Santo» (2,1-2). Da questa effusione i discepoli vengono completamente trasformati: alla paura subentra il coraggio, la chiusura cede il posto all’annuncio e ogni dubbio viene scacciato dalla fede piena d’amore. È il “battesimo” della Chiesa, che iniziava così il suo cammino nella storia, guidata dalla forza dello Spirito Santo.

 

… cambia il cuore e la vita degli Apostoli

Quell’evento, che cambia il cuore e la vita degli Apostoli e degli altri discepoli, si ripercuote subito al di fuori del Cenacolo. Infatti, quella porta tenuta chiusa per cinquanta giorni finalmente viene spalancata e la prima Comunità cristiana, non più ripiegata su sé stessa, inizia a parlare alle folle di diversa provenienza delle grandi cose che Dio ha fatto (cfr v. 11), cioè della Risurrezione di Gesù, che era stato crocifisso. E ognuno dei presenti sente parlare i discepoli nella propria lingua. Il dono dello Spirito ristabilisce l’armonia delle lingue che era andata perduta a Babele e prefigura la dimensione universale della missione degli Apostoli. La Chiesa non nasce isolata, nasce universale, una, cattolica, con una identità precisa ma aperta a tutti, non chiusa, un’identità che abbraccia il mondo intero, senza escludere nessuno. A nessuno la madre Chiesa chiude la porta in faccia, a nessuno! Neppure al più peccatore, a nessuno! E questo per la forza, per la grazia dello Spirito Santo. La madre Chiesa apre, spalanca le sue porte a tutti perché è madre.

 

…. dà inizio alla stagione della testimonianza e della fraternità…

Lo Spirito Santo effuso a Pentecoste nel cuore dei discepoli è l’inizio di una nuova stagione: la stagione della testimonianza e della fraternità. È una stagione che viene dall’alto, viene da Dio, come le fiamme di fuoco che si posarono sul capo di ogni discepolo. Era la fiamma dell’amore che brucia ogni asprezza; era la lingua del Vangelo che varca i confini posti dagli uomini e tocca i cuori della moltitudine, senza distinzione di lingua, razza o nazionalità.

 

… che continua anche oggi

Come quel giorno di Pentecoste, lo Spirito Santo è effuso continuamente anche oggi sulla Chiesa e su ciascuno di noi perché usciamo dalle nostre mediocrità e dalle nostre chiusure e comunichiamo al mondo intero l’amore misericordioso del Signore. Comunicare l’amore misericordioso del Signore: questa è la nostra missione! Anche a noi sono dati in dono la “lingua” del Vangelo e il “fuoco” dello Spirito Santo, perché mentre annunciamo Gesù risorto, vivo e presente in mezzo a noi, scaldiamo il nostro cuore e anche il cuore dei popoli avvicinandoli a Lui, via, verità e vita.

 

… affidati sempre presente con i discepoli

Ci affidiamo alla materna intercessione di Maria Santissima, che era presente come Madre in mezzo ai discepoli nel Cenacolo: è la madre della Chiesa, la madre di Gesù diventata madre della Chiesa. Ci affidiamo a Lei affinché lo Spirito Santo scenda in abbondanza sulla Chiesa del nostro tempo, riempia i cuori di tutti i fedeli e accenda in essi il fuoco del suo amore.

 

Gv 16,12-15 Lo Spirito apre la strada [2]

 

L’incapacità di comprendere

Al momento di passare da questo mondo al Padre, cioè in un clima di addio, Gesù esprime tutte queste raccomandazioni che amiamo tanto gustare e ripetere e che, in qualche modo, trasferiamo in questo periodo post-pasquale, compreso tra Pasqua e la Pentecoste.

E nel brano di oggi Gesù comincia con una considerazione: «Ho molte cose da dirvi, ma adesso non potete comprendere».

I discepoli avevano trascorso con Gesù i giorni successivi alla Pasqua, ma non comprendevano ancora. Nel momento stesso dell’Ascensione gli chiedono se intenda stabilire il suo Regno qui e il Signore rimprovera la loro incredulità. Qualcosa impedisce la comprensione. Il Signore però dice: «Riceverete la forza dallo Spirito Santo». Lo Spirito insegnerà tutto ciò che, per quanto Gesù lo dica ora, i discepoli non possono capire.

 

Lo Spirito apre la strada verso il mistero…

E questa espressione colpisce: «Lo Spirito della verità vi guiderà a tutta la verità». Lo Spirito ci introduce dunque alla verità, ci apre la strada. Aprire la strada è una peculiarità dello Spirito, e la prima strada che ci apre è quella verso il mistero. Lo spirito di Gesù ci introduce nel mistero e ci conduce verso la sapienza della conoscenza che distrugge qualunque pretesa gnostica nella Chiesa.

Lo Spirito ci accompagna verso il mistero affinché il suo popolo, la sua Chiesa, sia una Chiesa che adora, che prega di fronte al mistero di Dio. Ci apre la strada verso il mistero di Dio.

 

… verso la dispersione evangelizzatrice

D’altra parte, lo stesso Spirito in qualche modo determinerà la dispersione di questo piccolo gruppo. O attraverso la feroce persecuzione a Gerusalemme, oppure tramite ispirazioni: Filippo che percorre la strada da Gerusalemme a Gaza perché di là passerà un funzionario della regina d’Etiopia a cui dovrà essere annunciato il Vangelo e amministrato il battesimo, o Pietro che si reca da Cornelio, Paolo che va in Macedonia, ancora Paolo trova i semi del Verbo nel tempio di Atene, o lo stesso Paolo ha il coraggio di affrontare Pietro che cade nella tentazione del rispetto umano.

Lo stesso Spirito che ispira tutto questo in questa Chiesa che si estende, sollecita ancora di più: «manda Sila e Timoteo», «non andare in Bitinia»; proietta cioè verso le periferie, non solo le periferie geografiche, non solo le periferie del mondo conosciuto della cultura, ma le periferie esistenziali. Lo Spirito che ci guida ci conduce anche lungo la strada verso ogni periferia umana: quella del non conoscere Dio da parte di molte persone, quella dell’ingiustizia, del dolore, della solitudine, della mancanza di senso della vita, tante periferie esistenziali che dobbiamo evangelizzare, ma è lo Spirito che ci deve portare là. Dunque questo stesso Spirito da un lato ci introduce nel mistero di Dio affinché la sua Chiesa adori e preghi e d’altra parte ci disperde verso ogni periferia esistenziale, perché la sua Chiesa sia evangelizzatrice.

 

È il creatore della diversità della Chiesa…

Questo Spirito è il creatore della diversità della Chiesa e semina carismi: a uno dà un dono, a uno un altro, e rende la comunità il più possibile varia e, mentre semina la diversità, realizza l’unità nell’armonia, perché Egli è l’armonia. Gesù ci promette questo, ci affida questo, questo Spirito. Uno spirito che ci libera dall’atteggiamento di sufficienza per la nostra conoscenza che ci porta alla gnosi. Uno spirito che, spingendoci all’evangelizzazione, ci libera dalla tentazione di chiuderci in una Chiesa autoreferenziale, come la donna curva del Vangelo che non fa altro che guardare se stessa, e di là il popolo di Dio.

 

… e porta vivere tra due trascendenze

E la nostra vita di discepoli e di battezzati si muove in questa tensione tra queste due trascendenze, il mistero di Dio e le periferie umane. Così camminiamo nella Chiesa; tutti, tutti siamo discepoli per il battesimo. Da questo popolo di Dio, il Signore prende alcuni, li separa ma non li esclude, affinché siano pastori, distinti ma non esclusi, inseriti nel popolo, e lo spirito promuove questo dialogo così bello tra il popolo e il suo pastore. Oggi siamo qui, tutti noi battezzati; alcuni separati, ma non esclusi da questo stesso popolo per essere pastori, insieme con Maria, la madre del Signore, chiedendo di ricevere forza dallo Spirito. Non vogliamo infatti essere una Chiesa autoreferenziale, ma missionaria, non vogliamo essere una Chiesa gnostica, ma che adora e prega. Noi popolo e pastori che costituiscono questo santo popolo fedele di Dio che ha l’infallibilità nella fede, insieme con il Papa, noi popolo e pastori parliamo in base a ciò che lo Spirito ci ispira, e preghiamo insieme e costruiamo la Chiesa insieme, o meglio siamo strumenti dello Spirito che la costruisce.

Chiedo al Signore Gesù che, vedendoci qui riuniti insieme con Maria, la madre del Signore, ci mandi questo Spirito che ci apra la strada verso il mistero e verso la dispersione evangelizzatrice e che promuova in noi questo bel dialogo tra il popolo e il suo pastore.

 

16,12-13 È necessario attendere lo Spirito (EG 225)

 

Questo criterio [il tempo è superiore allo spazio] è molto appropriato anche per l’evangelizzazione, che richiede di tener presente l’orizzonte, di adottare i processi possibili e la strada lunga. Il Signore stesso nella sua vita terrena fece intendere molte volte ai suoi discepoli che vi erano cose che non potevano ancora comprendere e che era necessario attendere lo Spirito Santo (cfr Gv 16,12-13). La parabola del grano e della zizzania (cfr Mt 13,24-30) descrive un aspetto importante dell’evangelizzazione, che consiste nel mostrare come il nemico può occupare lo spazio del Regno e causare danno con la zizzania, ma è vinto dalla bontà del grano che si manifesta con il tempo.

 

16,12 La speranza che dona lo Spirito [3]

 

Gli apostoli non capivano…

Povero Gesù! Voleva insegnare ai discepoli, che però avevano un limite, non capivano! Fino al giorno stesso dell’Ascensione gli domandano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Non capivano. Capivano un po’ così... Come i discepoli di Emmaus, ricordate? Erano in cammino, avevano lasciato il trambusto del mattino della Risurrezione e Gesù dice: Questi sono duri di comprendonio! Non capiscono! Ho spiegato loro le Scritture, ma non hanno ancora capito. E il giorno in cui Gesù ascende al cielo, il Vangelo dice che li rimprovera per la loro incredulità. Vedono, toccano e non capiscono.

 

… allora Gesù promette lo Spirito

Gesù dice: «Per quanto io vi parli, ora non potete comprendere. Ho molte cose da dirvi, ma non riuscite ancora a capire». E Gesù esprime questa bella promessa: «Lo Spirito della verità vi guiderà a tutta la verità». Questa è la prima tra le tante opere che lo Spirito compie in noi: ci conduce all’interno del mistero di Dio. Ci introduce nel mistero di Dio. Nessuno di noi può neppure pronunciare il nome di Gesù con fede, se non ci guida lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo ci conduce al mistero di Dio, all’amore di Dio. Ci fa sentire nel nostro intimo che siamo salvati. Qualunque cosa accada, siamo salvati. E questa è una grazia dello Spirito. Nella speranza, siamo salvati.

 

… e ci fa sentire che nella speranza siamo salvati

Abbiamo appena sentito che la speranza non delude. Ovviamente, dobbiamo però continuare a camminare in mezzo a mille problemi quotidiani: problemi familiari, problemi di lavoro, problemi qui, problemi là... Dobbiamo continuare a camminare, e questo è l’aspetto più pericoloso, in mezzo alle seduzioni del diavolo, che ci dice sempre: «Scegli la via più comoda». Invece di percorrere la strada, ci presenta la scorciatoia, il percorso. Ci seduce, vuole portarci via la speranza, quella che non delude. Se permettete, sapete che cosa fa il demonio? Ci accarezza la schiena. Ci dice: «No, per di qua. Non farci caso, vieni qui, vali molto, vieni qui, raccogli un po’ di denaro...». E il denaro, naturalmente, porta la vanità, e la vanità porta l’orgoglio. E poi, per quella via, lui là è il re. Ci accarezza la schiena perché non nutriamo la speranza.

 

La speranza che dona lo Spirito

E qual è la speranza che ci dona lo Spirito, questo Spirito che ci introduce nel mistero di Dio? Vedete, quando una persona si trova in mezzo a un fiume in una canoa, vuole avvicinarsi alla riva ed è molto vicino, getta l’ancora, e l’ancora affonda nel fango della riva, ma è ben fissata, e tirando la corda la canoa si avvicina. La speranza è così! È l’ancora che abbiamo già. Nella speranza siamo salvati! Il problema è che non lasciamo andare la corda... La corda che ci lega là, a questo mistero di Dio. Nella speranza siamo salvati! Nella speranza troveremo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Nella speranza godremo le cose di Dio...

 

… è l’ancora da portare oggi nella città, nelle case …

Ora però dobbiamo portare in città, nelle nostre case, nel nostro quartiere, al lavoro, a tutti la certezza di questa salvezza. Con la nostra vita e con le parole, dobbiamo dire a coloro che sono vicini a noi che sono salvati: «Non disperare, sei salvato! Credi nel Signore Gesù! Credi che è venuto a salvarti! Lasciati guidare dallo Spirito nel mistero di Dio!».

Oggi vi chiedo questo: mossi dallo Spirito Santo, guidate tutti coloro che sono vicino a voi nel mistero di Dio. Fateli entrare nel mistero di Dio. Non voi, lo Spirito Santo. Ma voi, fratelli, siate il tramite dello Spirito Santo, affinché questa società, tutti coloro i quali hanno ricevuto il santo battesimo, chi ha il sigillo dello Spirito, l’unzione dello Spirito, riconosca che la strada porta al mistero di Dio. Litigando non otteniamo nulla. Operiamo secondo lo stile dello Spirito Santo.

 

…con dolcezza

E in che modo lo Spirito Santo ci introduce nel mistero di Dio? A spintoni? No, con dolcezza, con mansuetudine. L’unzione dello Spirito Santo è carità, dolcezza, mitezza, amore. Oggi vi chiedo questo: con dolcezza, mitezza, amore, conduciamo i nostri fratelli, affinché lo Spirito Santo li faccia entrare nel mistero di Dio.

Questa città ora ha bisogno di questo. Il nostro Paese oggi ha bisogno di questo, ne ha bisogno il mondo di fronte a tante proposte che oggi vanno di moda: «Tutto va bene», «Fa’ quello che vuoi...».

Lo Spirito Santo, sempre con la sua mitezza, con la sua unzione, ci introduce nello Spirito di Dio. E noi, sentendo nel nostro intimo il mistero della salvezza, afferriamo la corda dell’ancora che è la speranza e nella quale siamo salvati.

Seminate speranza nella città. Vi chiedo questo, seminate speranza nella città. Siate canali, strumenti, affinché lo Spirito Santo introduca ogni uomo, ogni donna, ogni bambino, ogni bambina nel mistero di Dio. La nostra città ne ha bisogno. Ne hanno bisogno i nostri quartieri. Ne hanno bisogno le nostre famiglie. Ne hanno bisogno i nostri ambienti di lavoro. Tutti ne abbiamo bisogno. Bene, questo è il compito per casa, il compito per quest’unno.

 

… sempre, con coraggio

Avrete il coraggio di svolgerli? Ricordate la corda: afferrate la corda della speranza. Ricordate la mitezza e la bontà, l’unzione dello Spirito Santo... Non insultate nessuno. Nel mondo di oggi insultare è di moda. Non insultate nessuno. Rendete bene per male. Non dimenticate la mitezza e, poi, la corda, e lasciate spazio affinché lo Spirito Santo introduca ognuno di noi, e tutti coloro che sono vicini, nel mistero di Dio. E, naturalmente, una volta che ci introduce, ci stimola a uscire. Ci spinge a proclamare la sua Parola. Lo Spirito Santo scenda oggi su di noi come una nuova Pentecoste e ci dia la fede per aggrapparci alla corda, l’amore della mitezza e la bontà e la speranza per aprire strade affinché Egli possa agire e introdurre tutto il santo popolo fedele di Dio nel mistero di Dio.

 

NOTE

[1] Angelus, 24 maggio 2015.

[2] «Lo Spirito della verità vi guiderà a tutta la verità», Omelia, Celebrazione eucaristica ad Aparecida, 16 maggio 2007, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 548-550.

 

[3] Nella speranza, siamo salvati, Omelia, Messa con i membri del Rinnovamento nello Spirito Santo, 2 giugno 2007, in J.M.BERGOGLIO -PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 551-553.


20 maggio 2018

Pentecoste

di ENZO BIANCHI

 

Gv  15,26-27; 16,12-15

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:«26Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; 27e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. 12Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 14Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 15Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.»

 

Il lezionario della chiesa universale prevede per la solennità della Pentecoste il vangelo giovanneo che narra l’apparizione di Gesù risorto ai discepoli la sera del primo giorno della settimana, quando egli soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito santo” (cf. Gv 20,19-23). Il lezionario della chiesa italiana prevede invece, a seconda dell’annata, altri due brani tratti dal quarto vangelo, che in verità sono costruzioni un po’ artificiali, in quanto costituiti da versetti appartenenti a contesti diversi. In questa annata B il testo è composto da due versetti in cui Gesù promette ai discepoli lo Spirito santo (cf. Gv 15,26-27) e da altri quattro nei quali egli specifica l’azione dello stesso Spirito nei giorni della chiesa (cf. Gv 16,12-15). Anche se non è un’operazione facile commentare versetti non consecutivi, tentiamo comunque di farlo, con spirito d’obbedienza.

 

Gesù è ancora a tavola con i suoi discepoli dopo la lavanda dei piedi (cf. Gv 13,1-20) e pronuncia parole di addio, perché è “venuta l’ora di passare da questo mondo al Padre” (Gv 13,1). Sono parole che la chiesa giovannea ha custodito, meditato, interpretato e finalmente messo per iscritto, con un linguaggio e uno stile diversi da quelli delle parole uscite dalla bocca di Gesù. Potremmo dire che il discepolo amato e la sua chiesa hanno fatto “risorgere” le parole di Gesù e qui nel vangelo le ritroviamo nella loro verità, ma pronunciate dal Risorto glorioso, il Kýrios, e indirizzate ai discepoli radunati nelle chiese di ogni tempo.

 

Sappiamo dai vangeli sinottici che Gesù aveva parlato dello Spirito santo, disceso su di lui nel battesimo (cf. Mc 1,10 e par.), e lo aveva promesso come dono ai discepoli, in particolare per l’ora della persecuzione (cf. Mc 13,11 e par.), quando lo Spirito sarà la loro autentica difesa, “parlando in loro” e “insegnando loro ciò che occorre dire”. Ed ecco la stessa promessa nel vangelo secondo Giovanni (cf. Gv 14,26-27): quando verrà il Parákletos – il chiamato accanto come avvocato difensore, soccorritore e consolatore, lo Spirito di verità che Gesù, salito al Padre, invierà –, allora lo Spirito darà testimonianza a Gesù, e così faranno i discepoli stessi, hanno condiviso la vita con lui fin dall’inizio della sua missione, fin dal battesimo ricevuto da Giovanni. Ma anche i discepoli futuri di Gesù non potranno essere tali e dare testimonianza a lui se non accolgono il Vangelo dal suo inizio, cioè quella buona notizia di un Gesù uomo nato da donna, vissuto come “carne fragile”, crocifisso e risorto da morte: un Gesù che è stato sárx, carne, umanità, e che ora è vivente in Dio nella gloria, quale suo Figlio per sempre.

 

L’alito di Dio, la ruach che figurativamente indica la vita di Dio che procede dall’intimo del suo essere; l’alito di Dio che è la forza creatrice con cui egli ha creato il cosmo (cf. Gen 1,2); quel soffio che è sceso in una donna per permettere alla Parola di diventare “carne” (cf. Gv 1,14), Gesù quale Signore vivente lo soffierà sui discepoli dopo la sua resurrezione. La vita stessa di Dio che è la vita di Gesù risorto, sarà vita anche nei discepoli e li abiliterà a essere suoi testimoni. Avverrà così una sinergia tra la testimonianza dello Spirito e quella del discepolo riguardo a Cristo: anche quando gli uomini sentiranno estranei i cristiani, anche nelle persecuzioni e nelle ostilità subite da parte del mondo, nella potenza dello Spirito i cristiani continueranno a rendere testimonianza a Gesù. Questa è la funzione decisiva dello Spirito santo che, come fu “compagno inseparabile di Gesù” (Basilio di Cesarea), dopo che Gesù lo ha inviato dalla sua gloria presso il Padre, è il “compagno inseparabile” di ogni cristiano. La parola del discepolo di Gesù sarà voce dello Spirito santo (cf. Gv 3,8), sarà parola profetica rivolta al mondo come testimonianza piena di forza, pur nella debolezza e nella fragilità della condizione dei discepoli.

 

Riguardo a questo soffio divino Gesù dice ancora qualche parola (cf. Gv 16,12-15). Egli è consapevole di aver narrato, spiegato (exeghésato: Gv 1,18) Dio ai discepoli per alcuni anni con il suo comportamento e le sue parole, soprattutto amando i suoi fino alla fine (cf. Gv 13,1), ma sa anche che avrebbe potuto dire molte cose in più. Gesù sa che c’è una progressiva iniziazione alla conoscenza di Dio, una crescita di questa stessa conoscenza, che non può essere data una volta per tutte. Il discepolo impara a conoscere il Signore ogni giorno della sua vita, “di inizio in inizio, per inizi che non hanno mai fine” (Gregorio di Nissa). La vita del discepolo deve essere vissuta per una comprensione sempre più grande, e tutto ciò che una persona vive (incontri, realtà, ecc.), attraverso l’energia dello Spirito santo apre una via, approfondisce la conoscenza, rivela un senso.

 

Ognuno di noi lo sperimenta: più andiamo avanti nella vita personale e nella risposta alla chiamata del Signore nella storia, più lo conosciamo! Il Vangelo è sempre lo stesso, “Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre” (Eb 13,8), non cambia, ma noi lo conosciamo meglio proprio vivendo la nostra storia e la storia del mondo. D’altronde, proprio il vangelo secondo Giovanni testimonia che i discepoli comprendono alcuni gesti di Gesù soltanto più tardi, dopo la sua morte e la sua resurrezione: erano restati incapaci di interpretarli nel loro accadere (cf. Gv 2,22; 12,16), ma nella luce della fede nel Risorto si era aperta per loro la possibilità della comprensione.

Per questo Gesù confessa di non aver detto tutto: ha detto l’essenziale riguardo a Dio, quello che basta alla salvezza, ma la conoscenza è infinita. Ora Gesù è nel Regno con il Padre, ma lo Spirito santo che egli invia ai discepoli ricorda loro le sue parole (cf. Gv 14,26), le approfondisce, rende comprensibile ciò che essi non hanno compreso su di lui in precedenza. E nuovi eventi e realtà della storia sono illuminati e compresi proprio grazie alla presenza dello Spirito santo, che fa conoscere non una nuova rivelazione, non necessaria dopo Gesù, ma rischiara e approfondisce il mistero di Dio e del Figlio suo inviato nel mondo, morto e risorto. Si faccia però attenzione:

a Cristo non succede lo Spirito santo,

all’età del Figlio non succede quella dello Spirito,

perché lo Spirito che procede dal Padre è anche lo Spirito del Figlio (questo significa l’affermazione: “Tutto quello che il Padre possiede è mio”), inviato da lui e suo compagno inseparabile.

 

Dove c’è Cristo c’è lo Spirito e dove c’è lo Spirito c’è Cristo! E la parola di Dio è sempre la stessa: in Mosè, nei profeti e nei salmi (cf. Lc 24,44) c’è una stessa parola di Dio, uscita dalla sua bocca insieme al suo soffio e diventata “carne” in Gesù.

 

 

Leggendo la Pentecoste alla luce di queste parole di Gesù del quarto vangelo, oggi confessiamo che l’alito, il soffio di vita di Dio è il soffio di Cristo, è lo Spirito santo ed è il nostro soffio di cristiani: un soffio che scende su di noi e in noi costantemente e che, soprattutto nell’eucaristia, ci rinnova, donandoci la remissione di tutti i nostri peccati, abilitandoci all’evangelizzazione, che è sempre testimonianza resa a Gesù Cristo (cf. Lc 24,48; At 1,8), e rafforzandoci nelle persecuzioni e nelle prove.


La Madonna nei secoli

                                             

 Maria donna del popolo 

 

Don Tonino Bello 

 

«Sì, il Signore se l'è scelta proprio di là. Oggi diremmo: dai rioni popolari, grevi di sudori e impregnati di stabbio. Dai quartieri bassi, dove i tuguri dei poveri, se rimangono ancora in piedi, è perché si appoggiano a vicenda. (...)

Il Signore, Maria, l'ha scoperta lì. Nell'intreccio dei vicoli, profumati di minestre meridiane e allietati dal grido dei fruttivendoli. Tra le fanciulle che, dai pianerottoli colmi di gerani, parlavano d'amore. (...)

L'ha scoperta lì, in mezzo alla gente comune, e se l'è fatta sua. Maria non aveva particolari ascendenze dinastiche. L'araldica della sua famiglia non vantava stemmi nobiliari come Giuseppe. (...)

Lei, invece, era una donna del popolo. Ne aveva assorbito la cultura e il linguaggio, i ritornelli delle canzoni e la segretezza del pianto, il costume del silenzio e le stigmate della povertà. Prima di diventare madre, Maria era, dunque, figlia del popolo. (...) Santa Maria, donna del popolo, grazie perché hai convissuto con la gente, prima e dopo l'annuncio dell'angelo, e non hai preteso da Gabriele una scorta permanente di cherubini, che facesse la guardia d'onore sull'uscio di casa tua. (...)

Santa Maria, donna del popolo, oggi più che mai abbiamo bisogno di te. Viviamo tempi difficili, in cui allo spirito comunitario si sovrappone la sindrome della setta. Agli ideali di più vaste solidarietà si sostituisce l'istinto della fazione. (...)

 

Santa Maria, donna del popolo, insegnaci a condividere con la gente le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce che contrassegnano il cammino della nostra civiltà. Donaci il gusto di stare in mezzo, come te nel cenacolo. Liberaci dall'autosufficienza. E snidaci dalle tane dell'isolamento».


 

 

Il comandamento nuovo

 

 

 

6 maggio 2018

VI domenica di Pasqua

di ENZO BIANCHI

 

Gv  15,9-17

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:« 9Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. 12Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. 13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. 14Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi. 16Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.»

 

Nei “discorsi di addio” (cf. Gv 13,31-16,33), attraverso i quali Giovanni ci svela le parole del Signore risorto alla sua comunità, per due volte viene annunciato il “comandamento nuovo”, cioè ultimo e definitivo: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri (Gv 13,34); “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15,12, all’interno del brano di questa domenica).

 

Sono parole certamente consegnate ai discepoli, ai discepoli di Gesù che in ogni tempo lo seguono, ma questo comandamento non è limitante, non è riduttivo delle parole sull’amore comandato da Gesù addirittura verso i nemici e i persecutori (cf. Mt 5,44; Lc 6,27-28.35). L’amore è sempre amore di chi dà la vita per i propri amici, è sempre amore che ha avuto la sua epifania sulla croce, dunque amore di Dio per il mondo, per tutta l’umanità (cf. Gv 3,16). Questo amore è innanzitutto ciò che Dio è, perché “Dio è amore” (1Gv 4,8.16); è ciò che è vita del Padre e del Figlio nella comunione dello Spirito santo; è amore che Gesù di Nazaret ha vissuto fino alla fine, fino all’estremo (eis télos: Gv 13,1). L’amore, dunque, ha origine in Dio e da Dio discende, creando una relazione dinamica nella quale ogni persona è chiamata ad accogliere il dono dell’amore, a lasciarsi amare per poter diventare soggetto di amore.

 

Per noi l’abisso di amore estatico che è Dio stesso è incommensurabile, e riusciamo solo a leggerlo guardando alla vita e alla morte di Gesù, che avendo spiegato Dio (exeghésato: Gv 1,18), ci ha narrato il suo amore. Con tutta l’autorevolezza di chi ha vissuto l’amore fino all’estremo, Gesù ha potuto dire: “Come il Padre ha amato me, così anche io ho amato voi”. Ancora una volta queste parole di Gesù ci dovrebbero scandalizzare, perché appaiono come una pretesa: Gesù pretende di aver amato i suoi discepoli come Dio sa amare e di questo amore di Dio dice di avere conoscenza, di averne fatto esperienza.

 

Come può un uomo dire questo? Eppure il Kýrios risorto lo afferma e lo dice a noi che lo ascoltiamo. In questi nove versetti per nove volte risuona la parola “amore/amare” e per tre volte la parola “amici”: questo amore discende da Dio Padre sul Figlio, dal Figlio sui discepoli suoi amici e dai discepoli sugli altri uomini e donne. È un amore che si incarna e si dilata per poter raggiungere tutti. È quasi impossibile seguire adeguatamente il discorso di Gesù; possiamo però almeno segnalare che in lui l’amore di Dio è diventato amore dei discepoli, i quali possono rispondere a questo amore discendente, donato a loro gratuitamente, dimorando in tale amore, ossia restando saldi nel realizzare la volontà di Gesù, ciò che egli ha comandato.

 

E questa volontà consiste, in estrema sintesi, nell’amare l’altro, ogni altro. Riusciamo a capire cosa Gesù ci chiede nel farci dono del suo amore? Non ci chiede innanzitutto che amiamo lui, che ricambiamo il suo amore, amandolo a nostra volta. No, la risposta al suo amore è l’amare gli altri come lui ci ha amati e li ha amati. La restituzione dell’amore, il contro-dono, che è la legge dell’amore umano, deve essere amore rivolto verso gli altri. Allora questo amore fraterno è compiere la volontà di Dio, dunque amarlo in modo vero, come Dio desidera essere amato. Gesù ha risposto all’amore del Padre amando noi, e noi rispondiamo all’amore di Gesù amando l’altro, gli altri. Per questo tutta la Legge, tutti i comandamenti sono ridotti a uno solo, l’ultimo e il definitivo, che relativizza tutti gli altri: l’amore del prossimo. Lo ha detto Gesù: “Dai comandamenti dell’amore di Dio e del prossimo”, cioè dell’amore dell’altro vissuto come Dio vuole e come Gesù ha testimoniato, “dipendono tutta la Legge e i Profeti” (cf. Mt 22,40). E Paolo lo ha ulteriormente ribadito: “Tutta la Legge nella sua pienezza è riassunta nell’unica parola: ‘Amerai!’” (cf. Gal 5,14; cf. anche Rm 13,8-10).

 

Gesù ci consegna dunque un criterio oggettivo per valutare il nostro rapporto di discepoli con lui e con il Padre: l’amore fattivo, concreto verso gli altri. Solo mettendoci a servizio degli altri, solo facendo il bene agli altri, solo spendendo la vita per gli altri, noi possiamo sapere di dimorare, di restare nell’amore di Gesù, come egli sa di restare nell’amore del Padre. Senza questo amore fattivo non c’è possibilità di una relazione con Gesù e neppure con il Padre, ma c’è solo l’illusione religiosa di una relazione immaginaria e falsa con un idolo da noi forgiato e quindi amato e venerato.

 

In questa pagina del quarto vangelo Gesù ha anche l’audacia di reinterpretare il rapporto tra Dio e il credente tracciato da tutte le Scritture prima di lui. Il credente è certamente un servo (termine che indica un rapporto di sottomissione e di obbedienza) del Signore, ma Gesù dice ai suoi che ormai non sono più servi, bensì sono da lui resi amici: “Non vi chiamo più servi … ma vi ho chiamati amici (phíloi), perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi”. Intimità più profonda di quell’amicizia di Abramo (cf. Gc 2,23) o di Mosè (cf. Es 33,11) con Dio; intimità che è comunione di vita, comunione di amore.

 

Il discepolo di Gesù, che fa innanzitutto l’esperienza di essere amato dal Signore, può diventare a sua volta un amante del Signore: non è semplicemente qualcuno chiamato a essere servo per svolgere un’azione, ma è un amico che entra in relazione con il Signore. Egli riconosce che non vi è amore più grande che dare la vita per gli amici, e in tale amore concreto è reso partecipe della parola, dell’intimità, della rivelazione del Signore. Il discepolo di Gesù è stato da lui scelto, l’amore di Cristo lo ha preceduto e il frutto che Cristo attende è l’amore per gli altri. Questo sarà anche l’unico segno di riconoscimento del discepolo cristiano nel mondo (cf. Gv 13,35): null’altro, anzi il resto offusca l’identità del cristiano e non permette di vederla.

 

Che cosa dunque fare come discepoli di Gesù? Credere all’amore (cf. 1Gv 4,16), amare gli altri perché Dio ci ha amati per primo (cf. 1Gv 4,19) e non cedere mai alla tentazione di pensare che ci basti nutrire un amore di desiderio o di attesa per Dio: no, lo amiamo se realizziamo il comandamento nuovo dell’amore reciproco, a immagine di quello vissuto da Gesù. L’amore presente nel desiderio di Dio può essere una grande illusione, e Giovanni lo ribadisce con forza: “Se uno dice: ‘Io amo Dio’ e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1Gv 4,20).

 

Ecco, noi cristiani, comunità del Signore nel mondo e tra gli uomini, dobbiamo avere la consapevolezza di essere originati dalla carità, dall’amore di Dio. Ecclesia ex caritate: la chiesa nasce dalla carità di Dio e solo se dimora in tale carità può anche essere chiesa che opera la carità, sapendo che l’amore non può mai essere disgiunto dall’obbedienza al Signore. Infatti è il “comandamento”che sa indirizzare plasmare il nostro amore in conformità all’amore di Cristo, che ci spinge addirittura ad amare il non amabile, a operare la carità verso il nemico o verso chi ha commesso il male nei nostri confronti.

 

 

In questo dono da parte di Gesù del comandamento nuovo, del suo comandamento per eccellenza, c’è la costituzione della sua comunità, della chiesa. Questa deve essere una casa dell’amicizia, un’esperienza di amicizia; i cristiani restano certamente servi del Signore, nell’obbedienza, ma sono amici del Signore nella condivisione della sua vita più intima, nella conoscenza di ciò che il Padre comunica al Figlio e di ciò che il Figlio dice al Padre in quella comunione di vita e di amore che è lo Spirito santo. Sì, il comandamento nuovo non ci viene dato come una legge ma come un dono che ci fa partecipare alla vita di Dio stesso. C’è qui il grande mistero cristiano della grazia, dell’amore gratuito e preveniente, dell’amore che non si deve mai meritare ma che va solo accolto con stupore e riconoscenza. Si legge in un detto apocrifo attribuito a Gesù: “Hai visto il tuo fratello? Hai visto Dio!”. Parole che possono anche essere comprese come segue: “Hai amato il tuo fratello? Hai amato Dio!”.

Rimanete

 

nel mio amore

 

Domenica VI di Pasqua B

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

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15,9-11 Meno parole, più fatti [1]

 

Rimanere nell’amore

Il Signore ci chiede di rimanere nel suo amore, cioè rimanere nell’amore che lui ha (Gv 15,9-11). Qual è quell’amore?. È l’amore del Padre e Gesù stesso ci assicura: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi». È, dunque, la pienezza dell’amore: rimanere nell’amore di Gesù.

 

Come discernere il vero amore?

Questa realtà del vero amore bisogna capirla bene. Dunque, come è l’amore di Gesù? Come so che io che sento il vero amore?. Due criteri ci aiuteranno a distinguere il vero dal non vero amore. Il primo criterio è che l’amore si deve porre più nei fatti che nelle parole. E il secondo criterio consiste nel fatto che è proprio dell’amore comunicare: l’amore si comunica. Solo con questi due criteri possiamo trovare il vero amore di Gesù nei fatti, ma nei fatti concreti.

 

 

 

L’amore è nei fatti, non nella parole

La concretezza è dunque fondamentale: Noi possiamo guardare una telenovela, un amore di telenovela: è una fantasia. Sì, sono storie, ma non ci coinvolgono. Ci fanno battere un po’ il cuore, ma niente di più. Da parte sua, invece, Gesù ammoniva i suoi: «Non quelli che dicono: “Signore! Signore!” entreranno nel regno dei cieli, ma quelli che hanno fatto la volontà del Padre mio, che hanno osservato i miei comandamenti. Se osservate i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore».

Queste parole ci riportano alla concretezza dell’amore di Gesù. Esso è concreto, è nei fatti, non nelle parole. E così quando quel giovane dottore della legge è venuto da Gesù e gli ha chiesto: “Dimmi, Signore, qual è il più grande comandamento della legge?”, Gesù ha detto la legge com’era: “Amerai il tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima e il prossimo come te stesso”. A quel punto, quel giovane si è sentito un po’ imbarazzato e non sapeva come uscire da quella piccola vergogna. E per uscire ha fatto la domanda: chi è il prossimo? Per spiegarglielo Gesù ha raccontato la parabola del buon samaritano. E alla fine ha proposto a quel giovane: «Va’ e fai lo stesso».

 

… a volte è anche doloroso

Con questa esortazione Gesù mostra che il vero amore è concreto, è nelle opere, è un amore costante; non è un semplice entusiasmo. Ma tante volte è anche un amore doloroso: pensiamo all’amore di Gesù portando la croce. In ogni caso, le opere dell’amore sono quelle che Gesù ci insegna nel brano del capitolo 25 di san Matteo. Le parole sono chiare e concrete, come a dire: «chi ama fa questo». È un po’ il protocollo del giudizio: ero affamato, mi hai dato da mangiare, eccetera....

 

15,9-11 Il lavoro di Gesù [2]

 

Il lavoro di Dio con noi

«O Dio, che per la tua grazia da peccatori ci fai giusti e da infelici ci rendi beati, custodisci in noi il tuo dono», cioè lo Spirito Santo. In questa preghiera fatta all’inizio abbiamo ricordato al Signore qual è stato il suo lavoro con noi: “Da peccatori ci fai giusti e da infelici ci rendi beati”. Sì, è proprio questo il lavoro che ha fatto Gesù e noi oggi lo ricordiamo con gratitudine. Ma, in più, gli chiediamo anche di custodire il suo dono, il regalo che ci ha dato: lo Spirito Santo. Tanto che non diciamo “custodisci noi”, ma “custodisci il tuo dono”.

 

Tre parole chiave

È una questione importante perché Gesù, nel discorso di congedo, negli ultimi giorni prima di andarsene in cielo, ha parlato di tante cose, ma sempre intorno allo stesso punto, rappresentato da tre parole chiave: pace, amore e gioia.

 

1. Pace

Sulla prima abbiamo riflettuto già nella messa dell’altro ieri, convenendo che il Signore non ci dà una pace come la dà il mondo, ci dà un’altra pace: una pace per sempre!

 

2. Amore

Riguardo alla seconda parola chiave, amore, aveva detto tante volte che il comandamento è amare Dio e amare il prossimo. E ne aveva parlato anche in diverse occasioni quando insegnava “come si ama Dio”, senza gli idoli. E anche “come si ama il prossimo”. In sostanza Gesù racchiude tutto questo discorso nel “protocollo” al capitolo 25 del Vangelo di Matteo, sul quale noi tutti saremo giudicati. Lì il Signore spiega come si ama il prossimo.

 

Rimanere nell’amore

Però nel passo evangelico proposto dalla liturgia di oggi (Gv 15,9-11), Gesù dice una cosa nuova sull’amore: non solo amate, ma “rimanete nel mio amore”. Infatti la vocazione cristiana è rimanere nell’amore di Dio, cioè respirare e vivere di quell’ossigeno, vivere di quell’aria. Dunque dobbiamo “rimanere nell’amore di Dio”. E con questa affermazione il Signore chiude la profondità del suo discorso sull’amore. E va avanti.

Ma com’è questo amore di Dio? Ecco le parole di Gesù: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi». Perciò, è un amore che viene dal Padre. E il rapporto di amore tra Lui e il Padre diventa rapporto di amore fra Lui e noi. Così, a noi chiede di rimanere in questo amore che viene dal Padre. Poi l’apostolo Giovanni andrà avanti e ci dirà anche come dobbiamo dare questo amore agli altri, ma la prima cosa è “rimanere nell’amore”. E questa è, dunque, anche la seconda parola che ci lascia Gesù.

 

Come rimanere nell’amore

E come si rimane nell’amore? «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore». Ecco: “custodire i comandamenti” è il segno che noi rimaniamo nell’amore di Gesù. È una cosa bella questa: io seguo i comandamenti nella mia vita!. Bella a tal punto che quando non rimaniamo nell’amore sono i comandamenti che vengono, da soli, dall’amore». E l’amore ci porta a compiere i comandamenti, così naturalmente perché la radice dell’amore fiorisce nei comandamenti e i comandamenti sono il filo conduttore che lega, in questo amore che viene, la catena che unisce il Padre, Gesù e noi.

 

3. Gioia

La terza parola è “gioia”: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena». La gioia è il segno del cristiano: un cristiano senza gioia o non è cristiano o è ammalato, la sua salute cristiana «non va bene». E, ha aggiunto, «una volta ho detto che ci sono cristiani con la faccia da peperoncino in aceto: sempre con la faccia rossa e anche l’anima è così. E questo è brutto!. Questi non sono cristiani!, perché un cristiano senza gioia non è cristiano.

Per il cristiano, infatti, la gioia è presente anche nel dolore, nelle tribolazioni, pure nelle persecuzioni. Guardiamo alle martiri dei primi secoli - come le sante Felicita, Perpetua e Agnese - che andavano al martirio come se andassero alle nozze. Ecco, allora, la grande gioia cristiana che è anche quella che custodisce la pace e custodisce l’amore.

 

Comprendere il vero significato di queste parole

Tre parole chiave, dunque: pace, amore e gioia. Bisogna, però, comprenderne fino in fondo il vero significato. Non vengono infatti dal mondo ma dal Padre. Del resto è lo Spirito Santo che fa questa pace; che fa questo amore che viene dal Padre; che fa l’amore tra il Padre e il Figlio e che poi viene a noi; che ci dà la gioia. Sì, è lo Spirito Santo, sempre lo stesso: il grande dimenticato della nostra vita! Ho voglia di domandare, - ma non lo farò! - quanti pregano lo Spirito Santo. No, non alzate la mano!; la questione è che lo Spirito Santo è veramente il grande dimenticato!. Ma è Lui il dono che ci dà la pace, che ci insegna ad amare e ci riempie di gioia.

 

15,12-15 Il comandamento nuovo [3]

 

Il comandamento nuovo…

Il Vangelo di oggi - Giovanni, capitolo 15 - ci riporta nel Cenacolo, dove ascoltiamo il comandamento nuovo di Gesù. Dice così: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi» (v. 12). E, pensando al sacrificio della croce ormai imminente, aggiunge: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando» (vv.13-14). Queste parole, pronunciate durante l’Ultima Cena, riassumono tutto il messaggio di Gesù; anzi, riassumono tutto ciò che Lui ha fatto: Gesù ha dato la vita per i suoi amici. Amici che non lo avevano capito, che nel momento cruciale lo hanno abbandonato, tradito e rinnegato. Questo ci dice che Egli ci ama pur non essendo noi meritevoli del suo amore: così ci ama Gesù!

 

… è la legge dell’amore…

In questo modo, Gesù ci mostra la strada per seguirlo, la strada dell’amore. Il suo comandamento non è un semplice precetto, che rimane sempre qualcosa di astratto o di esteriore rispetto alla vita. Il comandamento di Cristo è nuovo perché Lui per primo lo ha realizzato, gli ha dato carne, e così la legge dell’amore è scritta una volta per sempre nel cuore dell’uomo (cfr Ger 31,33). E come è scritta? È scritta con il fuoco dello Spirito Santo. E con questo stesso Spirito, che Gesù ci dona, possiamo camminare anche noi su questa strada!

È una strada concreta, una strada che ci porta ad uscire da noi stessi per andare verso gli altri. Gesù ci ha mostrato che l’amore di Dio si attua nell’amore del prossimo. Tutti e due vanno insieme. Le pagine del Vangelo sono piene di questo amore: adulti e bambini, colti e ignoranti, ricchi e poveri, giusti e peccatori hanno avuto accoglienza nel cuore di Cristo.

 

… redento, liberato dall’egoismo

Dunque, questa Parola del Signore ci chiama ad amarci gli uni gli altri, anche se non sempre ci capiamo, non sempre andiamo d’accordo… ma è proprio lì che si vede l’amore cristiano. Un amore che si manifesta anche se ci sono differenze di opinione o di carattere, ma l’amore è più grande di queste differenze! È questo l’amore che ci ha insegnato Gesù. È un amore nuovo perché rinnovato da Gesù e dal suo Spirito. È un amore redento, liberato dall’egoismo. Un amore che dona al nostro cuore la gioia, come dice Gesù stesso: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (v.11).

 

… si manifesta nei piccoli gesti

È proprio l’amore di Cristo, che lo Spirito Santo riversa nei nostri cuori, a compiere ogni giorno prodigi nella Chiesa e nel mondo. Sono tanti piccoli e grandi gesti che obbediscono al comandamento del Signore: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (cfr Gv 15,12). Gesti piccoli, di tutti i giorni, gesti di vicinanza a un anziano, a un bambino, a un ammalato, a una persona sola e in difficoltà, senza casa, senza lavoro, immigrata, rifugiata… Grazie alla forza di questa Parola di Cristo, ognuno di noi può farsi prossimo verso il fratello e la sorella che incontra. Gesti di vicinanza, di prossimità. In questi gesti si manifesta l’amore che Cristo ci ha insegnato.

Ci aiuti in questo la nostra Madre Santissima, perché nella vita quotidiana di ognuno di noi l’amore di Dio e l’amore del prossimo siano sempre uniti.

 

15,12 La carità fraterna è la prima legge dei cristiani (AL 306)

 

In qualunque circostanza, davanti a quanti hanno difficoltà a vivere pienamente la legge divina, deve risuonare l’invito a percorrere la via caritatis. La carità fraterna è la prima legge dei cristiani (cfr Gv 15,12; Gal 5,14). Non dimentichiamo la promessa delle Scritture: «Soprattutto conservate tra voi una carità fervente, perché la carità copre una moltitudine di peccati» (1Pt 4,8); «sconta i tuoi peccati con l’elemosina e le tue iniquità con atti di misericordia verso gli afflitti» (Dn 4,24); « l’acqua spegne il fuoco che divampa, l’elemosina espia i peccati » (Sir 3,30). È anche ciò che insegna sant’Agostino: «Come dunque se fossimo in pericolo per un incendio correremmo per prima cosa in cerca dell’acqua, con cui poter spegnere l’incendio, [...] ugualmente, se qualche fiamma di peccato si è sprigionata dal fieno delle nostre passioni e perciò siamo scossi, rallegriamoci dell’opportunità che ci viene data di fare un’opera di vera misericordia, come se ci fosse offerta la fontana da cui prender l’acqua per spegnere l’incendio che si era acceso».

 

Amando si annuncia Dio-Amore [5]

 

Il comandamento di cui parla San Paolo (1Tm 6,14) ci fa pensare anche al comandamento nuovo di Gesù: «che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12). È amando che si annuncia Dio-Amore: non a forza di convincere, mai imponendo la verità, nemmeno irrigidendosi attorno a qualche obbligo religioso o morale. Dio si annuncia incontrando le persone, con attenzione alla loro storia e al loro cammino. Perché il Signore non è un’idea, ma una Persona viva: il suo messaggio passa con la testimonianza semplice e vera, con l’ascolto e l’accoglienza, con la gioia che si irradia. Non si parla bene di Gesù quando si è tristi; nemmeno si trasmette la bellezza di Dio solo facendo belle prediche. Il Dio della speranza si annuncia vivendo nell’oggi il Vangelo della carità, senza paura di testimoniarlo anche con forme nuove di annuncio.

 

 

NOTE

[1]Meditazione, 7 maggio 2015.

[2]Meditazione, 22 maggio 2014.

[3]Angelus, 10 maggio 2015.

[4]De catechizandisrudibus, I, 14, 22: PL 40, 327; cfr Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 193: AAS 105 (2013), 1101.

 

[5]Omelia, giubileo dei Catechisti, 25 settembre 2016


 

Che la vostra gioia

 

sia piena!

 

Domenica VI di Pasqua B

 

a cura di Franco Galeone *

 

amatevi-gli-uni-gli-altri

 

1) Tema centrale delle letture di questa domenica è l’amore universale di Dio Padre. Molti cattolici considerano il mondo come una vasta estensione in cui mandare i missionari a diffondere la verità del Vangelo. Da questo mondo, avvolto nelle tenebre del peccato e della morte, emerge ai loro occhi, bianca e luminosa, la chiesa, alla quale tutti devono guardare, se vogliono salvarsi, perché nulla salus extra ecclesiam. Il segno dell’amore di Dio nel mondo sarebbe la chiesa e solo la chiesa. Questa concezione teologica provoca nei credenti forme di narcisismo collettivo, di superbia storica, di rifiuto dello spirito eucaristico (intollerante fanatismo, guerre sante, inquisizione…). La delusione è dietro l’angolo! Esiste un altro modo di concepire la salvezza del mondo, più evangelico: Dio ama il mondo intero e illumina ogni uomo (Gv 1,9): nessun potere, nessuna istituzione, nessuna sapienza può prevedere o monopolizzare Dio. Il cristianesimo non aggiunge nulla alla realtà dell’amore. Quando si va verso gli increduli (=diversamente credenti), Dio è con loro da tempo; è il grande missionario e ci ha preceduti: Illumina ogni uomo. La chiesa porta agli uomini la rivelazione di quello che oscuramente intuiscono. Il cristianesimo rivela, cioè toglie il velo.

 

Tutte le creature sono pure!

2) Il fatto accadde a Cesarea, la bella capitale fondata da Erode il grande. In questa città risiedeva il procuratore romano con una guarnigione al comando del centurione Cornelio: un uomo onesto, rispettoso, generoso… ma tutto questo non bastava per gli ebrei: non era circonciso, non era ebreo, e perciò era considerato impuro, nessuno ebreo gli si avvicinava, e tra questi anche Pietro. Pietro era un tradizionalista, orgoglioso della sua elezione (Dt 7,6), evitava ogni contatto con gli stranieri… ma gli anni trascorsi insieme a Gesù l’avevano messo in crisi, le sue certezze vacillavano: le discriminazioni erano volute da Dio o dagli uomini? Decidere è sempre recidere; doveva scegliere, esitava, non era un tipo trasgressivo, ma alla fine ci credette e con altri sei discepoli andò a Cesarea e qui cominciò a comprendere la parola di Gesù: non esistono due categorie di persone, quelle impure e quelle pure. Per Dio tutte le persone sono pure, perché sue creature e suoi figli. Pietro non era responsabile della sua chiusura mentale, era solo vittima dell’educazione religiosa del tempo: la tradizione lo aveva reso un uomo chiuso e nello stesso tempo sicuro! Dio gli sconvolge i suoi pregiudizi e gli mostra che Dio è sovranamente libero!

 

Il cristiano è un “salvato” che diventa “salvatore”

3) Il cristiano non uno che, novello Tantalo, porta sulle sue spalle il destino del mondo. È Dio che ama e salva! Accettare questa verità che la Scrittura oggi ci propone non è facile, perché in noi agisce una volontà di dominio, una sete di potere, un inconscio narcisismo, per cui anche le parole del vangelo finiscono per legittimare la nostra superbia religiosa. Riscoprire il vangelo significa ritrovare la strada del regno di Dio, dentro cui la chiesa deve collocarsi e giudicarsi, senza giudicare il mondo, perché non è essa la luce del mondo ma Gesù, che illumina ogni uomo. L’amore di Dio è discensivo, va verso gli ultimi; è un amore che precipita verso le bassezze; non è un amore che dà appuntamento in alto, ai bravi, ai mistici, ai contemplativi; l’amore di Dio riempie la terra con la sua alluvione misteriosa, discende in basso, come l’acqua che cerca il fondo dove fermarsi. È agàpe e non eros. Un cristiano non deve fare altro che immergersi in quest’acqua di salvezza. Un cattolico fanatico guarda il mondo come un salvatore assetato di salvare gli altri, ma con la sicurezza di portare la verità, di distribuire la salvezza; è affetto da libido dominandi; da qui nascono quelle ricerche di appoggio economico, quel bisogno di potere, quel furore della verità dogmatica. Chi ama invece guarda tutte le creature con profonda simpatia, non distingue gli uomini in massa damnationis e in massa salvationis. A volte ci sarà capitato di ascoltare la voce di Dio in persone lontane, scomunicate, fuori da ogni chiesa. Dio non segue le nostre filosofie e le nostre teologie.

 

Le belle notizie del vangelo

4) Il vangelo di oggi ci consegna una serie di belle notizie. Ce ne rendiamo conto? Purtroppo siamo abitudinari, trituriamo nel frullatore delle banalità le rivelazioni più sconvolgenti. Anche qui, in chiesa, se non facessimo le belle statuine, dovremmo dirci l’un l’altro: Ma abbiamo capito bene? Cose dell’altro mondo, che invece devono diventare cose di questo mondo. Cose da non credere, che invece sono le uniche da credere e da vivere. Sono queste le belle notizie che, ascoltate e realizzate, ci fanno uscire dalle strettoie di un cristianesimo tremebondo e brontolone, in alto, verso una vita serena e con passo di danza. Siamo gli amici e i familiari di Dio! Così scrive I. A. Chiusano in Note di un contemporaneo: Possibile che tu sia così disattento da non esserti accorto che c’è Qualcuno che non smette un attimo di tenerti d’occhio? Da sempre? Da prima che tu nascessi?

 

L’amore può essere comandato?

5) Gesù dice: Questo è il mio comandamento: che vi amiate. Sembrano parole contraddittorie, perché l’amore non può essere comandato. E allora? Diciamo subito che esistono due tipi di comandi, uno viene dall’esterno, da una volontà diversa dalla mia (eteronomia), uno viene dall’interno, coincide con la mia stessa volontà (autonomia). L’uomo può fare o non fare il bene perché obbligato o perché libero: nel primo caso le leggi lo obbligano, nel secondo caso l’amore lo spinge. Nei primi versetti del vangelo, Gesù presenta il suo comandamento non come una legge ben definita in tutti i suoi dettagli, non come un codice da seguire meticolosamente ma come un orientamento dei vita, che va esplicitato nelle sue implicazioni quotidiane, momento per momento. Il vangelo è come una bussola di vita non come un codice di leggi! Frutto di questa scelta è la gioia piena. Per ben 12 volte, in questo vangelo, risuona il tema dell’amore e per sette volte il termine gioia. È radicata la convinzione che seguire Gesù equivalga a rinunciare a ciò che ci rende felici. Non è vero! Gesù certo mette in guardia dalla gioie facili che non rendono felici. La gioia cristiana è una tristezza superata perché passa attraverso il dolore: Sarete afflitti ma la vostra afflizione si cambierà in gioia (Gv 16,20). Prendere altre scorciatoie significa allontanarsi dalla Gioia. Gesù, dopo aver parlato dei suoi comandamenti, come se fossero molti, poi dichiara: Questo è il mio comandamento: che vi amiate (Gv 15,12), come se si trattasse di uno soltanto. Lo ha capito molto bene Agostino quando scrisse in una delle sue dieci omelie a commento della I lettera di Giovanni: Ama e fa’ ciò che vuoi. È vero: i comandamenti sono molti ma sono soltanto esplicitazioni di un solo comandamento: l’amore all’uomo. È al bene dell’uomo devono fare riferimento tutte le leggi religiose e civili.

 

6) In Matteo 25,31, Gesù parla di azioni fatte o non fatte all’uomo, cioè a Gesù, cioè a Dio. Da tutto il brano si comprende che l’elemento determinante della religione non è la fede, ma l’etica. Se ci atteniamo al testo, Gesù non chiederà conto a nessuno della sua fede, delle sue idee religiose, dei suoi dubbi o delle sue oscurità teologiche, delle sue fedeltà o infedeltà alla dottrina della fede. Di più, nessuno dovrà risponde re del proprio agnosticismo o del proprio ateismo. Nessuno dovrà spiegare perché sia stato progressista o conservatore, di destra o di sinistra, ortodosso o eterodosso. Tutto questo, che tanto preoccupa la gente di chiesa, per Dio, non sembra essere il problema decisivo. Nel giudizio finale, l’elemento determinante per la salvezza non è il sacro ma il profano, non il religioso ma il laico. La lista di cose che decideranno la salvezza o la perdizione nel giudizio ultimo riguarda tutte quelle cose che oggi definiremmo problemi umani, troppo umani. Quelle che Gesù indica come decisive sono sei questioni che saranno i grandi temi dell’esame di Dio: il mangiare, il bere, il vestire, la salute, l’accoglienza agli stranieri, la visita ai carcerati (Mt 25,35). Nessuno dei temi presentati da Gesù si riferisce direttamente a tematiche religiose. Ma non è solo questo. Altro elemento considerevole è che, nel giudizio finale, Dio non terrà conto di come ciascuno abbia affrontato i suoi problemi, ma i problemi degli altri. Quello che a Dio importa non è ciò che ciascuno fa per la propria salvezza, ma quello che fa per la felicità delle persone che incontriamo nella vita. L’insegnamento chiave è che, se vogliamo essere coerenti con il fondamento della nostra fede, il progetto cristiano non può essere un progetto di divinizzazione, ma un progetto di umanizzazione, appunto di …

Buona vita!

 

 

* Gruppo biblico ebraico-cristiano


PERCHÈ IL PAPA HA DETTO A UN BAMBINO INCONSOLABILE: "TUO PAPÀ ANCHE SE ATEO È IN PARADISO"?

 

 

Durante una visita a Corviale, quartiere di Roma, Francesco ha confortato così un piccolo orfano. Queste parole devono stupirci? In cielo allora vanno tutti?

Papa Francesco è vero fino in fondo. Perché è un gesuita particolare con il cuore più grande della testa.

E domenica l'abbiamo visto, durante la visita a Corviale, nel tenerissimo abbraccio con Emanuele, in lacrime per la morte del papà: "Vieni, vieni qui da me e dimmelo in un orecchio". Papa Francesco lo stringe a sé, la mano destra posata sui capelli e la sinistra sulla spalla.

Il bambino, in lacrime, parla nell'orecchio del Papa: "Mio papà era ateo. Ma ci ha fatto battezzate tutti quattro. È in cielo papà?". Gli occhi del Papa si inteneriscono mentre stringe ancora più forte Emanuele.

Poi avvicina la faccia e le labbra, quasi dentro l'orecchio del bambino: "Dio ha un cuore di papà e non abbandona nessuno, nemmeno tuo papà". Pochi istanti, silenzio nella piazza e mentre Emanuele scende gli scalini, papa Francesco chiede alla gente: "Voi pensate che Dio sarebbe capace di abbandonare i suoi figli?".

La piazza esplode: "No!". E, guardando Emanuele con l'aria provata, il Papa continua: "Questa è la risposta: Dio sicuramente era fiero di tuo papà, perché è più facile battezzare i figli essendo credenti che non essendolo. A Dio questo gesto è piaciuto tanto. Parla con tuo papà, prega tuo papà".

Nel cerimoniale pontificio questi gesti non sono nemmeno immaginati e, nei catechismi ufficiali, queste frasi è difficile trovarle. Ma sta tutta qui la pastorale di questo Papa: trasformare in straordinari i gesti ordinari!

 

Don Antonio Mazzi


Gesù, vite vera

 

 

 

29 aprile 2018

V domenica di Pasqua

di ENZO BIANCHI

 

Gv  15,1-8

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:1 «Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore. 2Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. 4Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. 5Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. 8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.»

 

Nel vangelo secondo Giovanni ci sono parole di Gesù alle quali purtroppo siamo abituati e che dunque ascoltiamo o leggiamo in modo superficiale. In verità confesso che queste parole mi sembrano folli, mi sembrano pretese assurde, che un uomo equilibrato non può avanzare. Solo quando le leggo o le ascolto quali parole del Risorto vivente, del Kýrios, del Signore in mezzo alla sua chiesa (cf. Gv 20,19.26), mi sento di accoglierle come parole di verità e di vita. Ma allora mi danno quasi le vertigini e mi fanno sentire inadeguato di fronte alla rivelazione del mistero… I brani giovannei che ascoltiamo nel tempo pasquale e che innanzitutto testimoniano – come si vedeva domenica scorsa – le affermazioni di Gesù “Io sono…”, possono urtarci, possono sembrare incomprensibili… eppure sono parole del Signore!

 

La pagina odierna è tratta dai cosiddetti “discorsi di addio” (cf. Gv 13,31-16,33), parole che il Risorto glorioso e vivente rivolge alla sua chiesa. Gesù afferma: “Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore, il vignaiolo”. Per un ebreo credente la vite è una pianta familiare, che insieme al grano e all’olivo contrassegna la terra di Israele; è la pianta da cui si trae “il vino, che rallegra il cuore umano” (Sal 104,15); è la pianta coltivata da sempre nella terra di Palestina, simbolo di una vita sedentaria e di una cultura attestata, simbolo della vita abbondante e gioiosa. Proprio la vite era stata assunta dai profeti come immagine del popolo di Israele, della comunità del Signore: vite scelta, strappata all’Egitto e trapiantata nella terra promessa da Dio stesso (cf. Sal 80,9-12), coltivata con cura e amore dal Signore, che da essa attende frutti (cf. Is 5,4). Gesù, rivelando di essere lui la vite vera (alethiné) – come Geremia proclama di Israele: “Ti ho piantato quale vite vera (alethiné)” (Ger 2,21 LXX) – si definisce l’Israele autentico, piantato da Dio, dunque pretende di rappresentare in sé tutto il suo popolo, proprietà del Signore. Egli è la vite vera e Dio – chiamato da Gesù con audacia “Padre” – è il vignaiolo, colui che la coltiva.

 

Nella loro predicazione i profeti si erano più volte serviti di questa immagine per parlare dei credenti: Dio è il vignaiolo che ama la sua vigna ma da essa è frustrato (cf. Is 5,1-7; Ger 2,21; 5,10; 6,9; 8,13); Dio è il vignaiolo che piange la sua vigna, un tempo rigogliosa ma ora bruciata e desolata (cf. Os 10,1; Ez 15,1-8); Dio è il vignaiolo invocato in soccorso della sua vigna devastata e recisa (cf. Sal 80,13-17). Sì, Gesù, il Messia di Israele, è la vigna che ricapitola in sé tutta la storia del popolo di Dio, assumendo i suoi fallimenti, le sue cadute e le sue sofferenze. Egli è nel contempo il testimone dell’amore fedele di Dio che, nella sua misericordia inesauribile, rinnova l’alleanza con il suo popolo.

 

Gesù è anche la vigna che è la sua comunità, la chiesa, e – come dice Paolo servendosi della metafora del corpo che, seppur formato dal capo e dalle membra, è uno solo (cf. Rm 12,4-8; 1Cor 12,12-27) – egli è la pianta e i credenti in lui sono i tralci: ma la pianta della vite è sempre una e una sola linfa la fa vivere! Il Padre vignaiolo, avendo cura di questa vite e desiderando che faccia frutti abbondanti, interviene non solo lavorando la terra e coltivando la ma anche con la potatura, operazione che il contadino fa d’inverno, quando la vite non ha foglie e sembra morta. Conosciamo bene la potatura necessaria affinché la vite possa non disperdere la linfa e così produrre non fogliame, non tralci frondosi ma senza frutto: una vite deve dare grappoli formati e grandi, nutriti fino alla maturazione. Quando il contadino pota, allora la vite “piange” dove è tagliata, fino a quando la ferita guarisce e si cicatrizza. La potatura tanto necessaria è pur sempre un’operazione dolorosa per la vite, e molti tralci sono tagliati e gettati fuori della vigna, si seccano e sono destinati al fuoco…

 

Gesù non ha paura di dire che anche suo Padre, Dio, deve compiere tale potatura, che la vita che egli è deve essere mondata e che dunque deve sentire nel suo stesso corpo le ferite per i tralci tagliati e staccati da lui. È la stessa parola di Dio che compie questa potatura, perché essa è anche giudizio che separa; del resto, non era stata proprio la parola di Dio a mondare la comunità di Gesù, con l’uscita dal cenacolo di Giuda il traditore, la sera precedente la passione (cf. Gv 13,30)? Per i discepoli di Gesù c’è la necessità di rimanere tralci della vite che egli è, di rimanere (verbo méno) in Gesù (facendo rimanere in loro le sue parole) come lui rimane in loro.

 

Rimanere non è solo restare, dimorare, ma significa essere comunicanti in e con Gesù a tal punto da poter vivere, per la stessa linfa, di una stessa vita. Rimanere non è semplicemente permanere ciò che si è, in una passività paralizzante, ma è una dinamica attraverso la quale il legame con Gesù nell’adesione a lui (la fede) e nell’amore per lui (la carità) cresce e si sviluppa come comunione perseverante e fedele. Nel rimanere in Gesù c’è la sequela come dimensione interiorizzata, come condivisione di vita con lui, il vivere insieme! Proprio questo rimanere in Gesù è condizione necessaria e assoluta per essere in comunione con il Padre, con Dio. Come Gesù aveva dichiarato: “Il Figlio non può fare nulla da se stesso, se non ciò che vede fare dal Padre” (Gv 5,19; cf. anche 5,30), così anche il suo discepolo non può fare nulla senza di lui: “Senza di me non potete fare nulla”. Ma come tralcio che riceve da lui la vita, può produrre molto frutto. Ognuno di noi discepoli di Gesù è un tralcio che, se non porta frutto, viene separato dalla vite e può solo seccare ed essere gettato nel fuoco; ma se resta un tralcio della vite, se si nutre della sua linfa vitale, allora dà frutto e, per la potatura ricevuta dal Padre, darà frutto buono e abbondante!

 

In questa parola di Gesù ci viene inoltre ricordato che non spetta a nessuno potare, e dunque separare, staccare i tralci, se non a Dio, perché solo lui lo può fare, non la chiesa, vigna del Signore, non i tralci. E non va dimenticato che, se anche la vigna a volte può diventare rigogliosa e lussureggiante, resta però sempre esposta al rischio di fare fogliame e di non dare frutto. Per questo è assolutamente necessario che nella vita dei credenti sia presente la parola di Dio con tutta la sua potenza e la sua signoria: la Parola che monda, purifica (verbo kathaíro) chiesa e comunità; la Parola che, come spada a doppio taglio (cf. Eb 4,12), taglia il tralcio sterile, pota il tralcio rigoglioso e prepara una vendemmia abbondante e buona; la Parola che è la linfa della vite.

 

Assistiamo sovente a potature nella comunità del Signore, conosciamo queste ore dolorose nelle quali possiamo dire che avviene una separazione e alcuni tralci non permangono più attaccati alla vite ma, staccati da essa, finiscono per seccare e non far più parte della vigna feconda e viva. Quando ciò avviene? Quando dei credenti in Cristo, innestati nella vite tramite il battesimo, non credono più all’amore (cf. 1Gv 4,16) e scelgono di vivere non nell’amore ma nell’inimicizia, nella philautía, nell’idolatria di se stessi. Questo succede quando ci si separa dalla comunità dei credenti, non riconoscendo più chi appartiene al corpo di Cristo; succede quando non si coglie più il dono dell’ospitalità eucaristica di Gesù che ci offre il suo corpo e il suo sangue affinché la sua vita sia in noi. Gesù, del resto, lo aveva detto: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui” (Gv 6,56).

 

 

Al termine della lettura di questa auto-proclamazione di Gesù – “Io sono la vite vera” – non resta che confermare la nostra fede in lui, vivendo insieme a lui un’unica vita e accettando per grazia, senza volontarismo, di dare in lui frutti abbondanti. La linfa della vite che siamo con Cristo è lo Spirito santo e il corpo e il sangue di Cristo nell’eucaristia ci donano questa linfa per la vita eterna.


Il mistero della fecondità

 

Domenica V di Pasqua B

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

Vigna

 

 

Gv 15,1-8 Uniti a Gesù in modo nuovo [1]

 

L’immagine della nuova unione

Il Vangelo di oggi ci presenta Gesù durante l’Ultima Cena, nel momento in cui sa che la morte è ormai vicina. È giunta la sua “ora”. Per l’ultima volta Egli sta con i suoi discepoli, e allora vuole imprimere bene nella loro mente una verità fondamentale: anche quando Lui non sarà più fisicamente in mezzo a loro, essi potranno restare ancora uniti a Lui in un modo nuovo, e così portare molto frutto. Tutti possiamo essere uniti a Gesù in un modo nuovo. Se al contrario uno perdesse questa unione con Lui, questa comunione con Lui, diventerebbe sterile, anzi, dannoso per la comunità. E per esprimere questa realtà, questo modo nuovo di essere uniti a Lui, Gesù usa l’immagine della vite e dei tralci e dice così: «Come il tralcio non può portare frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci» (Gv 15, 4-5). Con questa figura ci insegna come rimanere in Lui, essere uniti a Lui, benché Lui non sia fisicamente presente. 

 

Importanza di rimanere uniti a Gesù 

 

Gesù è la vite, e attraverso di Lui – come la linfa nell’albero – passa ai tralci l’amore stesso di Dio, lo Spirito Santo. Ecco: noi siamo i tralci, e attraverso questa parabola Gesù vuole farci capire l’importanza di rimanere uniti a Lui. I tralci non sono autosufficienti, ma dipendono totalmente dalla vite, in cui si trova la sorgente della loro vita. Così è per noi cristiani. Innestati con il Battesimo in Cristo, abbiamo ricevuto da Lui gratuitamente il dono della vita nuova; e possiamo restare in comunione vitale con Cristo. Occorre mantenersi fedeli al Battesimo, e crescere nell’amicizia con il Signore mediante la preghiera, la preghiera di tutti i giorni, l’ascolto e la docilità alla sua Parola - leggere il Vangelo -, la partecipazione ai Sacramenti, specialmente all’Eucaristia e alla Riconciliazione.

 

I frutti dell’unione con Gesù

Se uno è intimamente unito a Gesù, gode dei doni dello Spirito Santo, che – come ci dice san Paolo – sono «amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). Questi sono i doni che ci vengono se noi rimaniamo uniti a Gesù; e di conseguenza una persona che è così unita a Lui fa tanto bene al prossimo e alla società, è una persona cristiana. Da questi atteggiamenti, infatti, si riconosce se uno è un vero cristiano, come dai frutti si riconosce l’albero. I frutti di questa unione profonda con Gesù sono meravigliosi: tutta la nostra persona viene trasformata dalla grazia dello Spirito: anima, intelligenza, volontà, affetti, e anche il corpo, perché noi siamo unità di spirito e corpo. Riceviamo un nuovo modo di essere, la vita di Cristo diventa nostra: possiamo pensare come Lui, agire come Lui, vedere il mondo e le cose con gli occhi di Gesù. Di conseguenza, possiamo amare i nostri fratelli, a partire dai più poveri e sofferenti, come ha fatto Lui, e amarli con il suo cuore e portare così nel mondo frutti di bontà, di carità e di pace.

Ciascuno di noi è un tralcio dell’unica vite; e tutti insieme siamo chiamati a portare i frutti di questa comune appartenenza a Cristo e alla Chiesa. Affidiamoci all’intercessione della Vergine Maria, affinché possiamo essere tralci vivi nella Chiesa e testimoniare in modo coerente la nostra fede - coerenza proprio di vita e di pensiero, di vita e di fede -, consapevoli che tutti, a seconda delle nostre vocazioni particolari, partecipiamo all’unica missione salvifica di Cristo.

 

15,4 “Rimanere” per testimoniare e servire

 

Mettere radici nella preghiera

Oggi più che mai le attuali difficoltà obbligano coloro che Dio chiama a consolare il suo popolo, a mettere radici nella preghiera, per «avvicinarci all’aspetto più paradossale del suo mistero, l’ora della Croce» (NMI 27). Solo da un incontro personale con il Signore, possiamo adempiere la diaconia della tenerezza, senza fermarci o lasciarci opprimere dalla presenza del dolore e della sofferenza.

Oggi è più che mai necessario che qualsiasi movimento verso il fratello, qualsiasi servizio ecclesiale, abbia come presupposto e fondamento la vicinanza e la familiarità con il Signore. Proprio come la visita di Maria ad Elisabetta, ricca di atteggiamenti di servizio e di gioia, si può capire e si realizza solo a partire dalla profonda esperienza di incontro e di ascolto avvenuta nel silenzio di Nazareth.

La nostra gente è stanca di parole: non ha bisogno di maestri, ma di testimoni. […]

E la testimonianza si consolida nell’interiorità, nell’incontro con Gesù Cristo. Ogni cristiano, ma soprattutto il catechista, deve essere in modo permanente un discepolo del Maestro nell’arte della preghiera. «E necessario imparare a pregare, quasi apprendendo sempre nuovamente quest’arte dalle labbra stesse del Maestro divino, come i primi discepoli: “Signore, insegnaci a pregare!” (Lc 11,1). Nella preghiera si sviluppa quel dialogo con Cristo che ci rende suoi intimi: “Rimanete in me e io in voi” (Gv 15,4)» (NMI 32).

 

Servizio dell’ascolto e pastorale dell’incontro

Ne deriva che l’invito di Gesù a prendere il largo dobbiamo intenderlo anche come una chiamata a prendere coraggio e abbandonarci nella profondità della preghiera, per evitare l’azione delle spine che soffocano il seme. A volte la nostra pesca è inutile perché non la compiamo nel suo nome; perché siamo troppo preoccupati per le nostre reti... e ci dimentichiamo di operare con e per lui.

Questi tempi non sono facili, non sono tempi per entusiasmi passeggeri, per spiritualità spasmodiche, sentimentaliste o gnostiche. La Chiesa cattolica ha una ricca tradizione spirituale, con numerosi e vari maestri che possono guidare e nutrire una vera spiritualità che renda oggi possibile il servizio dell’ascolto e la pastorale dell’incontro.

 

15,3-4 Uscire per poter rimanere [2]

 

«Ricominciare da Cristo» significa avere in ogni momento l’esperienza che Lui è il nostro unico pastore, il nostro unico centro. Perciò incentrarci su Cristo significa «uscire con Cristo». E così la nostra uscita verso la periferia non sarà un allontanarci dal centro, bensì rimanere nella vite e dare così vero frutto nel suo amore (cfr. Gv 15,4). Il paradosso cristiano richiede che l’itinerario del cuore del discepolo sia uscire per poter rimanere, cambiare per poter restare fedele.

Perciò, da quella benedetta alba della domenica della storia, risuonano nel tempo e nello spazio le parole dell’Angelo che accompagna l’annuncio ilei la Risurrezione: «Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”» (Mc 16,7). Il Mae-stro ci precede sempre, cammina davanti (cfr. Lc 19,28) e, pertanto, ci mette in cammino, ci insegna a non starcene fermi. Se c’è qualcosa di opposto al l’atteggiamento pasquale, è dire: «Noi siamo qui, vengano pure». Il vero discepolo sa e coltiva un mandato che dà identità, significato e bellezza al suo credere: «Andate...» (Mt 28,19). Allora sì che l’annuncio sarà kérigma, la religione vita piena, il discepolo un autentico cristiano.

 

15,5 Il mistero della fecondità (EG 279)

 

Poiché non sempre vediamo questi germogli, abbiamo bisogno di una certezza interiore, cioè della convinzione che Dio può agire in qualsiasi circostanza, anche in mezzo ad apparenti fallimenti, perché «abbiamo questo tesoro in vasi di creta» (2Cor 4,7). Questa certezza è quello che si chiama “senso del mistero”. È sapere con certezza che chi si offre e si dona a Dio per amore, sicuramente sarà fecondo (cfr Gv 15,5). Tale fecondità molte volte è invisibile, inafferrabile, non può essere contabilizzata. Uno è ben consapevole che la sua vita darà frutto, ma senza pretendere di sapere come, né dove, né quando. Ha la sicurezza che non va perduta nessuna delle sue opere svolte con amore, non va perduta nessuna delle sue sincere preoccupazioni per gli altri, non va perduto nessun atto d’amore per Dio, non va perduta nessuna generosa fatica, non va perduta nessuna dolorosa pazienza. Tutto ciò circola attraverso il mondo come una forza di vita. A volte ci sembra di non aver ottenuto con i nostri sforzi alcun risultato, ma la missione non è un affare o un progetto aziendale, non è neppure un’organizzazione umanitaria, non è uno spettacolo per contare quanta gente vi ha partecipato grazie alla nostra propaganda; è qualcosa di molto più profondo, che sfugge ad ogni misura. Forse il Signore si avvale del nostro impegno per riversare benedizioni in un altro luogo del mondo dove non andremo mai. Lo Spirito Santo opera come vuole, quando vuole e dove vuole; noi ci spendiamo con dedizione ma senza pretendere di vedere risultati appariscenti. Sappiamo soltanto che il dono di noi stessi è necessario. Impariamo a riposare nella tenerezza delle braccia del Padre in mezzo alla nostra dedizione creativa e generosa. Andiamo avanti, mettiamocela tutta, ma lasciamo che sia Lui a rendere fecondi i nostri sforzi come pare a Lui.

 

NOTE

[1] Angelus, 3 maggio 2015.

 

[2] Egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 566-570.

La modernità interroga la fede: Nella profondità, la luce

Il relativismo religioso, rischio per la fede

 

Alessandro Andreini

 

 Aprire alla cultura moderna

 

«I padri conciliari sapevano che aprire alla cultura moderna significava ecumenismo religioso e dialogo con i non credenti. Dopo di allora fu fatto molto poco in quella direzione. Io ho l’umiltà e l’ambizione di volerlo fare». Con queste brevi parole, inserite nell’intervista rilasciata di recente a Eugenio Scalfari, papa Francesco ha sintetizzato lo stato della questione circa uno dei temi forti della riflessione intorno all’esperienza religiosa dei nostri anni. Il punto è chiaro: la sfida del dialogo e del rispetto tra le varie religioni che abitano il nostro pianeta non può essere rimandata o liquidata con superficialità. Noi, anzi, siamo al cuore proprio della questione, e perfino a un crinale quasi inedito e paradossale. Se, infatti, l’esistenza di varie religioni nel mondo può aver rappresentato un motivo di dubbio a livello della fede, attualmente lo scandalo sembra piuttosto provocato dall’intolleranza che molti sistemi religiosi ancora esercitano nei confronti delle altre religioni e dalla grande difficoltà di elaborare una visione del mondo e della propria fede che sia finalmente inclusiva delle esperienze altrui e non esclusiva e violenta com’è accaduto per millenni e continua, purtroppo, ad accadere.

Come accenna papa Francesco, in effetti, è stato il Concilio ad affrontare in modo finalmente deciso e puntuale tale sfida, collocandosi, fin dall’apertura del documento Nostra Aetate, specificamente dedicato alle «relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane», nel cuore della modernità e delle sue irrinunciabili esigenze: «Nel nostro tempo in cui il genere umano si unifica di giorno in giorno più strettamente e cresce l’interdipendenza tra ivari popoli, la Chiesa esamina con maggiore attenzione la natura delle sue relazioni con le religioni non-cristiane. Nel suo dovere di promuovere l’unità e la carità tra gli uomini, ed anzi tra i popoli, essa in primo luogo esamina qui tutto ciò che gli uomini hanno in comune e che li spinge a vivere insieme il loro comune destino. I vari popoli costituiscono infatti una sola comunità» (NA, n. 1). È noto come la breve dichiarazione conciliare – nata specificamente per l’esigenza di esprimere, all’indomani dello sterminio nazista, una parola nei confronti dell’ebraismo, cui di fatto è dedicata nella sua ampia seconda parte – sia stata il frutto maturo di un lungo cammino di rinnovata consapevolezza e di sempre più attenta presa in esame del fenomeno religioso nelle sue varie espressioni. Una conoscenza approfondita che ha fatto crescere, come solitamente accade, il rispetto e la stima per religioni prima note in modo forse troppo approssimativo. E che, soprattutto, ha messo in luce che la ricerca religiosa è una delle caratteristiche più originarie della condizione umana, un elemento che, prima di dividere, unisce e che, invece di rendere nemici, come la storia tristemente insegna, di fatto dovrebbe renderci autenticamente amici e compagni di strada: «Gli uomini attendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana, che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell’uomo: la natura dell’uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l’origine e lo scopo del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l’ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde noi traiamo la nostra origine e verso cui tendiamo» (ivi).

 

Il pericolo del relativismo

 

In realtà, il Concilio non avrebbe mai potuto aprire una prospettiva di fatto nuovissima anche in ambito cattolico, e ancora da esplicitare in tutte le sue conseguenze di mentalità diffusa e di pratiche di vita, se non avesse compreso di dover prendere il via – sulla scorta del magistero di Giovanni XXIII – da una profonda accoglienza e dedizione nei confronti dell’uomo. Lo avrebbe ben sintetizzato papa Paolo VI nel suo memorabile discorso a conclusione dei lavori conciliari, evocando, come sintesi e grande metafora dell’atteggiamento spirituale del Concilio, la parabola del buon samaritano, il viandante che si piega sull’uomo assalito dai briganti e abbandonato sul ciglio della strada, assistendolo, medicandolo e prendendosi cura di lui. Una profonda cura dell’uomo, chiunque sia, a qualsiasi cultura o religione appartenga, l’uomo in quanto tale, con le sue luci e le sue ombre: «l’uomo tragico dei suoi propri drammi, l’uomo superuomo di ieri e di oggi e perciò sempre fragile e falso, egoista e feroce; poi l’uomo infelice di sé, che ride e che piange; l’uomo versatile pronto a recitare qualsiasi parte, e l’uomo rigido cultore della sola realtà scientifica, e l’uomo com’è, che pensa, che ama, che lavora, che sempre attende qualcosa […]; l’uomo sacro per l’innocenza della sua infanzia, per il mistero della sua povertà, per la pietà del suo dolore; l’uomo individualista e l’uomo sociale; l’uomo “laudator temporís acti” e l’uomo sognatore dell’avvenire; l’uomo peccatore e l’uomo santo» (Paolo VI, Discorso per l’ultima Sessione del concilio Vaticano II, 7 dicembre 1965). Il riferimento alla parabola, per altro, non aiutava solo a comprendere l’attitudine della Chiesa nei confronti del mondo, ma anche, forse ín modo più velato, le ragioni di tale attitudine e di tale conversione: il buon samaritano, infatti, altri non è che Gesù stesso, e se la Chiesa ha finalmente ritrovato la sua vera identità di popolo a servizio degli altri popoli è perché torna sempre a lasciarsi ispirare proprio dal suo fondatore. È guardando a Cristo e alla sua dedizione per gli uomini che la Chiesa sente il dovere di mettersi a servizio dell’unità e della carità fra tutti i popoli. Come a dire che l’esigenza della comunione nasce non quando si mettono tra parentesi le proprie radici, ma proprio quando le si ascoltano e le si vivono in pienezza.

Sta qui il gravissimo errore con il quale il relativismo contemporaneo sta contagiando le culture, almeno quelle occidentali: l’illusione che, rispetto alfenomeno religioso, così come per qualsiasi altro fenomeno, possa darsi un punto di vista oggettivo, si possa esprimere, cioè, un giudizio chiaro e definito sulle religioni. Le scienze antropologiche hanno ormai mostrato con chiarezza che l’uomo non può fare a meno delle proprie precomprensioni, non è in grado di pensare niente senza che il suo pensiero interagisca anche e prima di tutto con le proprie convinzioni di fondo, le proprie paure, fissazioni, esperienze: ed è solo se le assumiamo pienamente che possiamo percorrere un cammino di verità (cfr. J.-P. Hernández, Ciò che rende la fede difficile (AdP, Roma 2013, p. 34). Cosicché, il presupposto relativista, fatto passare spesso come tolleranza, non contribuisce affatto a una maggiore conoscenza e rispetto reciproci: esso non produce altro che un’indifferenza e una superficialità sempre più profonde e finisce per mettere “in sonno”, appunto, quella ricerca delle risposte ultime della vita che è il vero motore di ogni attività umana. Ha davvero ragione il Concilio quando prende posizione contro ogni imposizione nel campo della ricerca della verità, che «va cercata in modo rispondente alla dignità della persona umana e alla sua natura sociale: e cioè con una ricerca condotta liberamente, con l’aiuto dell’insegnamento o dell’educazione, per mezzo dello scambio e del dialogo con cui, allo scopo di aiutarsi vicendevolmente nella ricerca, gli uni rivelano agli altri la verità che hanno scoperta o che ritengono di avere scoperta». E, tuttavia, precisa immediatamente: «una volta conosciuta la verità, occorre aderirvi fermamente con assenso personale» (DH n. 3). Il relativismo religioso, insomma, è una vera e propria malattia mortale che getta un sospetto ingiustificato e colpevole verso ogni esperienza religiosa più profonda, interrompe il cammino della nostra ricerca di Dio e blocca la bellezza della scoperta.

 

Verso la profondità

 

In un certo senso, siamo qui al cuore delle contraddizioni della modernità. Un tempo storico inauguratosi all’insegna della liberazione della persona umana in tutte le sue potenzialità, e che ha fatto dell’emancipazione e dei diritti dell’uomo due delle sue parole chiave, sembra, in realtà, disseminare veri e propri tabù lungo le vie di accesso ad alcune delle dimensioni più profonde dell’esistenza umana. Vietato stringere legami troppo impegnativi e coinvolgenti con il prossimo, anche con la cosiddetta anima gemella. Vietato esporre il proprio dolore o la propria condizione di malattia. Vietato appassionarsi per la verità, o per la stessa possibilità che ci sia una verità. Vietato gettarsi anima e corpo in un’esperienza religiosa che potrebbe cambiare radicalmente il corso della mia vita. A parte il fatto che simili divieti producono spesso reazioni diametralmente opposte, com’è il fenomeno così diffuso del fanatismo religioso, in realtà, sono alcune delle figure più grandi del nostro tempo ad aver testimoniato che la via di un sempre più profondo coinvolgimento spirituale con la propria tradizione religiosa non separa o divide affatto e non fa di nessuno delle persone rigide e intransigenti. Si pensi al Mahatma Gandhi, a Charles de Foucauld, a Madre Teresa di Calcutta, la cui radicale esperienza spirituale li ha resi non pietre di scandalo o di rottura, ma piuttosto ponti di comunione e di singolare fraternità anche tra le religioni.

La vera esperienza del divino unisce, non divide. E potrebbe essere anche questo, sulla scorta della famosa espressione di Gesù secondo la quale è dai frutti che si riconosce l’albero, uno dei segnali identificatori di un autentico e libero cammino spirituale. Se esso conduce verso la comunione sempre più ampia e piena con i fratelli, se ci conduce a scoprire – lo diciamo da una prospettiva cristiana, ma immaginando che qualcosa di simile possa essere detto anche da ogni altra identità religiosa – che lo Spirito creatore ha deposto i “semi della verità” in ogni popolo e in ogni tradizione umana e religiosa, e che è possibile contemplare lo splendore del Cristo, come Sapienza eterna del Padre, in ogni religione della famiglia umana (J.-P. Hernàndez, cit., p. 36). Per altro, è proprio in questa direzione che il concilio Vaticano II invita a muoversi nella conclusione della dichiarazione Nostra Aetate, riconoscendo che «non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati a immagine di Dio». E aggíunge: «viene dunque tolto il fondamento a ogni teoria o prassi che introduca tra uomo e uomo, tra popolo e popolo, discriminazioni in ciò che riguarda la dignità umana e i diritti che ne promanano […]. E quindi il sacro Concilio, seguendo le tracce dei santi apostoli Pietro e Paolo, ardentemente scongiura i cristiani che, “mantenendo tra le genti una condotta impeccabile”, se è possibile, per quanto da loro dipende, stiano in pace con tutti gli uomini, affinché siano realmente figli del Padre che è nei cieli» (NA n. 5).

 

Il proprio cristiano

 

Penetrando sempre più profondamente la propria esperienza di fede, il cristiano non può non scoprire che il Vangelo è ampiamente attraversato da verità e prospettive che appartengono anche a molte altre religioni. Una in particolare, la ricerca della pace che i cristiani condividono con tutte le visioni religiose del mondo, come il profetico incontro di Assisi promosso da papa Giovanni Paolo II il 27 ottobre 1986 si incaricò di dimostrare con grande efficacia. E, tuttavia, il cristiano non può non riconoscere che nel Vangelo è contenuto anche qualcosa di singolare e di specifico, e che la figura storica di Gesù di Nazaret, le sue parole, i suoi gesti, la sua morte in croce per amore dei suoi stessi carnefici ci stanno di fronte come qualcosa di insuperato e che continua a esercitare un fascino che va ben al di là dei confini del cristianesimo e non ha uguale nella storia di tutta l’umanità. C’è un proprio cristiano che, in verità, è al di là anche delle concretizzazioni storiche che del cristianesimo si sono succedute nel corso della storia, quasi un eschaton, un oltre, un’attesa e una provocazione che continuano a chiamare l’umanità verso una visione più profonda e piena di se stessa e di Dio. Il proprio cristiano, infatti, ha il suo fondamento nell’agire riconciliatore di Dio con tutta la creazione in Gesù Cristo, suo Figlio, ed è per questo che anche il dialogo con le altre religioni non è affatto il “fallimento” o, peggio, il “tradimento” di una missione che presumeva di dover convertire tutti. Al contrario, esso è «il contesto nel quale la testimonianza cristiana della rivelazione di Dio in Cristo e dell’agire salvifico di Dio in lui, diventa chiara ed esplicita» (J. Ilunga Muya, Il pluralismo religioso, in Aa.Vv., La primavera della Chiesa. A quarant’anni dal concilio Vaticano II, Ed. Paoline, Milano 2005, p. 82).

È così che anche papa Francesco immagina il cristianesimo nella storia, per niente preoccupato, come sembra, del fatto che esso sia diventato – ma, in realtà, lo è sempre stato! – una minoranza. In un’altra delle illuminanti risposte date a Scalfari, infatti, ha affermato: «Personalmente penso che essere una minoranza sia addirittura una forza. Dobbiamo essere un lievito di vita e di amore e il lievito è una quantità infinitamente più piccola della massa di frutti, di fiori e di alberi che da quel lievito nascono. Mi pare d’aver già detto prima che il nostro obiettivo non è il proselitismo ma l’ascolto dei bisogni, dei desideri, delle delusioni, della disperazione, della speranza. Dobbiamo ridare speranza ai giovani, aiutare i vecchi, aprire verso il futuro, diffondere l’amore. Poveri tra i poveri. Dobbiamo includere gli esclusi e predicare la pace». Di fatto, la Chiesa di Cristo non ha altro compito che quello di annunciare e di testimoniare con gesti concreti e quotidiani l’amore di Dio per tutti gli uomini e la sua immensa cura nei confronti del creato. Un compito che chiede di essere totalmente disinteressato, realmente e profondamente sganciato da ogni attesa di risultati o di crescita numerica – preoccupazione che sembra essere singolarmente molto sentita, oggi, anche in tutte le altre grandi religioni del mondo, tanto da essersi innescata, giornalisticamente, una vera e propria rincorsa al primato mondiale quanto a numero di membri –, lascia da parte la questione delle appartenenze e mette al centro l’uomo nelle sue necessità e nelle sue povertà, nella sua disperazione e nelle sue malattie, nella sua ignoranza e nella sua solitudine.

 

Se davvero c’è un primato nella rivelazione evangelica, allora è di questo che il mondo ha veramente e urgentemente bisogno: che i cristiani siano sempre più cristiani! È questa la via per una crescita sempre più piena della comunione tra tutte le donne e gli uomini del mondo, che Cristo, con le sue parole, i suoi gesti, íl suo amore incondizionato continui a essere presente nel cuore della storia e a chiamare tutti i popoli e tutte le religioni verso quell’oltre che è la pienezza dell’umanità creata a immagine e somiglianza di Dio. Di fatto, l’incarnazione, la morte e risurrezione di Cristo rimangono una provocazione per ogni religione. E da questa prospettiva che occorre leggere la centralità di Gesù di Nazaret: essa è l’invito straordinario e davvero divino ad andare al di là di tutte le religioni, anche del cristianesimo inteso come istituzione, verso il compimento.


Le false

 

immagini di Dio

 

Giovanni Meucci

 

 

 

Contro i falsi storici

 

Nella collana dei documentari Antica Roma. Storia di una super potenza (Le Grandi Collane del «Corriere della Sera», 2012), Piero Angela ha dedicato una puntata alla diffusione del Cristianesimo a Roma intitolata Il Cristianesimo. Gli eredi di un impero. Nel precedente dvd sull'imperatore Nerone aveva sorvolato sulla persecuzione dei cristiani scoppiata nel 64 d.C. in seguito all'incendio di Roma. Quindi, si poteva immaginare che non aveva precedentemente accennato al tema della persecuzione dei cristiani, durante i primi tre secoli dell'età imperiale, per approfondirlo nella nuova puntata. In realtà, poggiando la sua tesi sull'autorità di docenti di Storia antica e delle religioni della Temple University e dell'Istituto Americano di cultura romana, interpreta in modo distorto i dati storici, ormai certi, sulla vita delle comunità cristiane a Roma. La sua ricostruzione rispetta gli avvenimenti storici e i fatti realmente accaduti, in modo da dare una parvenza di oggettività al racconto, ma interviene pesantemente sulle motivazioni che ispiravano le opere dei primi cristiani. Lasciamo ad altri le interpretazioni sui motivi che hanno portato il noto autore di documentari a compiere quest'operazione poco simpatica.

Rimane comunque un lavoro che stravolge gli aspetti profetici delle prime comunità cristiane, trasformando i credenti in persone deboli o in opportunisti. La carità, ovvero il soccorrere gli ammalati, dare da mangiare agli affamati, vestire i poveri, viene presentata come strumento per fare proselitismo. Non come segno di un'autentica vita cristiana nutrita di amore disinteressato per il prossimo, ma come mezzo per raggiungere il consenso. Dimenticando il capitolo 25 del Vangelo di Matteo dove Gesù, riguardo ai salvati nel giudizio finale, così si rivolge alla folla riunita per ascoltare i suoi insegnamenti: «Venite, benedetti dal Padre mio [.. .]. Poiché: ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ero straniero e mi avete ospitato, nudo e mi avete coperto [...]. Allora i giusti diranno: "quando, Signore, abbiamo fatto tutto questo?". E il Re risponderà loro: "tutto quello che avete fatto a uno dei più piccoli di questi miei fratelli l'avete fatto a me"» (Mt 25 ,34-40).

Quindi, lascia intendere il documentario, ci si convertiva per accedere a determinati servizi e avere una vita più sana. Ugualmente accade per i pastori della Chiesa, i vescovi, tutti di estrazione aristocratica in quanto attirati dalla nuova fede per la possibilità di fare carriera e raggiungere quel prestigio che non erano riusciti a ottenere attraverso le cariche dello Stato. Ovviamente, non siamo degli ingenui, sappiamo che c'è stata anche questa componente, ma non era solo per questo motivo che le famiglie aristocratiche romane abbandonavano gli antichi dèi per diventare cristiane. Mentre i martiri vengono messi sullo stesso piano dei fuorilegge ordinari e ridotti a poche centinaia. Lasciando in chi non conosce bene i fatti un'immagine distorta delle prime comunità cristiane.

 

Il dubbio sull'amore

 

Come si racconta in Genesi 3, il serpente ingannatore,di non potendo negare la bellezza del paradiso terrestre, cerca dí ingannare Adamo ed Eva istigando in loro dei pregiudizi nei confronti di Dio. Siete sicuri, direbbe oggi il Tentatore, che Dio abbia fatto tutto questo per il vostro bene e non per imprigionarvi nelle sue leggi? «È vero che Dio ha detto: non dovete mangiare [...]». Così il serpente riesce a convincere l'uomo che Dio gli ha negato tutto. Si forma allora l'immagine di un Dio nemico del piacere, avversario della vita. Un Dio dal quale ci si deve difendere. O con cui conviene negoziare. Nel documentario Il Cristianesimo. Gli eredi di un impero si sottolinea come la differenza tra le tante divinità del Pantheon romano e il Dio cristiano è il fatto che la salvezza non viene rimandata a un ipotetico aldilà, ma viene identificata in una vita felice nell'immediato. Ancora in vita non dopo la morte, diversamente da quanto afferma la dottrina cristiana. Confermando ancora una volta l'idea, molto più antica di Angela, della religione cristiana come l'oppio per i poveri.

Ecco, allora, la conseguente considerazione che il cristianesimo si è diffuso in particolar modo tra i ceti più poveri della popolazione. Nella crisi economica e sociale dell'età imperiale, una religione consolatoria e assistenziale era quello che ci voleva per avere un rapido successo. Per questo i cristiani passarono nel giro di pochi anni da un milione a sei milioni su una popolazione totale di cinquanta milioni. Una fede certamente poco attraente per le famiglie agiate, al riparo dalle ingiustizie della vita, almeno se non attratte da altri interessi come la carriera ecclesiastica. Altrimenti, perché rinunciare a una vita felice per sottostare a un Dio un po' invadente? Più avanti, sempre in Genesi 3, il serpente rincara la dose: «Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi [...]». Lasciando intendere: «Dio avrebbe potuto fare di più per voi ma non l'ha fatto, dunque non è vero che vi ama, non vi potete fidare di lui!» Allora l'uomo decide di non fidarsi di lui, cioè di non avere fede. Come nota Jean Paul Hernàndez nel libro Ciò che rende la fede difficile (AdP, Roma 2013), il peccato è questo: non fidarsi. È il dubbio sull'amore che uccide la fede.

 

Il volto di Dio è velato

 

In uno dei suoi film più recenti, L'albero della vita (Usa 2012), Terrence Malick racconta un percorso simile. Siamo negli Stati Uniti degli anni '50. Conosciamo una famiglia felice. Il padre ha un buon lavoro. La madre è una donna di fede ed educa i propri figli, due maschi e una bambina, secondo i principi cristiani. Vanno alla messa tutte le domeniche, rispettano i comandamenti, compiono gesti di carità nei confronti dei propri vicini. Un giorno, però, uno dei figli muore in guerra. Immediatamente, l'incanto si rompe, la fede vacilla, l'amore tra i coniugi entra in crisi, la fiducia in Dio crolla, i due fratelli rimasti, lasciati a se stessi, sbandano. Fermiamoci un attimo e riavvolgiamo la pellicola. Il problema è sempre nell'immagine di Dio che ha la madre protagonista della tragedia. All'inizio del film appare una citazione dal libro di Giobbe che esprime l'impotenza e lo smarrimento dell'uomo di fronte alla sapienza di Dio: «Dov'eri tu quand'io ponevo le fondamenta della terra? Mentre giocavano in coro le stelle del mattino e plaudivano tutti i figli di Dio?» (Gb 38,4.7). Poi appare l'immagine di un fuoco che illumina la notte e il rumore del vento. Segue, in sottofondo, la voce di uno dei fratelli, ormai adulto, che interroga Dio con queste parole: «fratello, madre, sono stati loro a condurmi alla tua porta». Torna il rumore del vento. Un altro stacco e, accompagnato da una musica triste, parte il flashback che mostra le immagini dei primi anni felici della famiglia. I bambini che giocano in giardino, i genitori che si amano. Ma tutto viene rivissuto alla luce del lutto. Quasi a richiamare la domanda che non ha ancora trovato risposta: perché Dio non ha mantenuto la sua promessa di salvezza?

Segue, poi, una voce femminile, forse della madre o probabilmente della sorella, che conferma l'incomprensione del modo di comportarsi di Dio nei confronti di coloro che lo amano veramente e gli sono fedeli. «Le suore ci hanno insegnato che ci sono due vie per affrontare la vita, quella della natura e la via della Grazia. Tu devi scegliere quale delle due seguire. La Grazia non mira a compiacere se stessa, accetta di essere disprezzata, dimenticata, tradita. Accetta insulti e oltraggi. La natura vuole solo compiacere se stessa, e spinge gli altri a compiacerla. Le piace dominare, le piace fare a modo suo. Trova ragioni di infelicità quando tutto il mondo risplende intorno a lei. E l'amore sorride in ogni cosa. Ci hanno insegnato che chi ama la via della Grazia, non ha ragione di temere. Io ti sarò fedele. Qualsiasi cosa accada». In questa lunga citazione sono racchiuse delle verità che, se non capite nel loro vero senso, possono trarre in inganno e, pur non volendo, velare il vero volto di Dio. Analizziamola un attimo. La prima affermazione, per certi aspetti giusta, inserisce una dicotomia tra la vita della natura e quella della Grazia. La via della natura mira a compiacere se stessa, la via della Grazia accetta di essere disprezzata. La natura viene identificata con il peccato, la grazia con la mortificazione di se stessi. Chi segue la natura rimane sempre infelice, anche quando tutto va bene, chi sceglie la Grazia non ha ragione di temere, è al riparo da ogni avversità. Ma in quale senso: perché Dio non ci abbandona nel momento del dolore ed è proprio in quel momento che si fa più vicino, o perché il credente è abituato ad accettare con rassegnazione offese e oltraggi? Entrambe le strade sembrano accomunate dall'infelicità.

C'è poi un'altra ambiguità di fondo: si potrebbe intendere che chi segue la Grazia, rinunciando a un certo tenore di vita, si pone al sicuro da ogni avversità. Come se l'uomo potesse stipulare un contratto con Dio dove, rinunciando alla propria libertà, ottiene protezione. Così, non appena uno dei due rompe il patto, finisce anche la fede. Siamo di fronte, quindi, a un padre-patrigno che ti protegge in cambio della tua sottomissione, non perché ti ama e ha dato la propria vita per te. Il film di Malick, infine, si risolve in altro modo, ma mette ugualmente in evidenza una visione molto mortificante della vita cristiana.

 

Dio è un Padre buono

 

per gli uomini, di ogni epoca storica, è sempre stato difficile comprendere il vero significato di Dio come Padre buono, che ama i propri figli. La parola "padre", infatti, ricorda troppo il rapporto con i nostri genitori dove spesso sperimentiamo un distorto modello di autorità. Nel limite di ogni uomo c'è sempre il rischio di imporre agli altri scelte sbagliate semplicemente perché abbiamo l'autorità per farlo. Non a caso, una delle immagini più radicate nell'inconscio della cultura occidentale, è stata sintetizzata nella mitologia greco-romana dal mito di Chronos, il padre primordiale degli dèi. Il suo nome significa "tempo". Chronos divora con avidità i suoi figli appena vengono al mondo. Solo il piccolo Giove riuscirà a sfuggire all'avidità del padre e sarà nascosto a Creta. Un giorno prenderà lui il posto di suo padre e diventerà il capo degli dèi. La figura di Chronos sintetizza le paure davanti a un Dio assetato di vittime. Un Dio che ci divora, come il tempo divora pian piano le nostre vite. Un Dio da cui bisogna nasconderci e che un giorno bisogna detronizzare. Da qui nasce, istintivamente, il rifiuto di un Dio che si fa chiamare "padre" perché viene identificato con un essere che mortifica inostri desideri di autonomia. Un padre che prima o poi dobbiamo detronizzare per trovare la nostra strada, o sostituire con un Dio più vicino al nostro modo di intendere la vita.

D'altra parte, l'antropologia contemporanea descrive spesso l'umanità come una «fantastica fabbrica di immagini di Dio». Già per il filosofo Ludwig Feuerbach Dio è la proiezione gigante dei grandi desideri dell'uomo. Perciò l'uomo continuamente «crea Dio a sua immagine e somiglianza». Da lì nascono le tante immagini della divinità: «grande architetto», «motore immobile», «grande mago», che dovrebbe risolvere tutti i problemi, giudice severo che esige tanti sacrifici, macchinetta che eroga servizi se si paga, energia diffusa, destino capriccioso che bisogna cercare di arginare e sfruttare. Un'idea della religione così diffusa nel senso comune che ritorna spesso nei documentari televisivi sul cristianesimo in generale. Nel suo documentario, Piero Angela ricorda che nell'antica Roma esistevano già delle divinità simili a Gesù Cristo, come Mitra o Iside. Una chiara citazione di Feuerbach: i fondatori del cristianesimo si sono fatti un'immagine di Dio che meglio potesse rispondere ai bisogni e alla mentalità dell'uomo del loro tempo. Una fede senza trascendenza dove, al posto di Dio, l'uomo ha sempre collocato il proprio Io.

Da questo punto di vista, è interessante analizzare l'ultimo film di Alice Rohrwacher, Corpo Celeste (Italia 2011). La regista italiana, pur affermando di non avere esperienza di un vita di fede, ha voluto girare un film sulla comunità di una parrocchia di Reggio Calabria. L'intento principale era sociologico in quanto voleva sottolineare, partendo dalla crisi attuale dell'istituzione parrocchia, quella più generale di ogni forma di vivere comune. Il suo film ci descrive un microcosmo di persone sbandate: il parroco, don Mario, dedito principalmente agli affari economici, la catechista "invasata", famiglie cristiane completamente assorbite dai modelli televisivi. In questo caos collettivo, solo l'adolescente Marta mostra un'autentica ricerca di Dio. Ma nessuno degli adulti è in grado di aiutarla. La scena più inquietante è quando don Mario si reca con Marta in un vecchio paesino di montagna ormai disabitato per recuperare un crocifisso ligneo. A un certo punto, il crocifisso scivola dalle mani del parroco e cade a terra. In quel momento sopraggiunge nella chic-setta anche Marta che si china e inizia a togliere la polvere dal volto di Cristo. Poi l'osserva e ha pietà del suo corpo piagato. Si gira perplessa per capire i motivi di quelle ferite e incontra lo sguardo di don Lorenzo, il vecchio prete del paese. Don Lorenzo, interrogato, racconta alla ragazzina la vita di Gesù e le legge un brano del Vangelo. Solamente ora, Marta può dire di aver incontrato Cristo. Ha compreso il significato del suo sacrificio per amore dell'umanità. Ha udito la sua parola. Poi, il crocifisso viene legato sulla macchina di don Mario e inizia il viaggio di ritorno. Dopo poche curve la macchina sbanda e il crocifisso cade in mare. Come per dire che ormai si può essere cristiani anche senza Cristo. Inaltre parole, non sappiamo più parlare di Dio senza mettere al centro noi stessi. Dalla nostre scelte e dalle nostra azioni non facciamo trasparire la presenza e la voce di Dio.

 

Tornare alla Parola

 

Per sconfiggere le false immagini di Dio dobbiamo sempre tornare alla sua Parola. Quella Parola parla di un Padre che, in Gesù Cristo, dice a ogni suo figlio: «Hai paura che io ti mangi? Ebbene mangia me»! «E così nasce a Betlehem che significa "casa del pane". E così è deposto in una mangiatoia come se fosse nato per essere mangiato. E così decide di rimanere per sempre in mezzo ai suoi discepoli sotto l'apparenza di un pezzo di pane da mangiare. Egli diventa "Figlio dell'uomo", consegnato alle mani avide di ogni uomo. Allora l'uomo scopre che quella terribile immagine del padre Chronos è una fantastica proiezione dell'uomo stesso nelle sue ansie di possesso, nella sua avidità di potere, nella sua disperata solitudine. Solo un Dio che si fa mangiare e stritolare libera dalle false immagini di Dio» (J.-P. Hernàndez, cit., pp. 12-13). Probabilmente, invece di offrire definizioni di Dio come fanno tutte le religioni, dovremmo ricordare la storia di un uomo che ama fino all'ultima goccia del suo sangue. Dovremmo far rivivere attraverso le nostre azioni il suo infinito esempio di amore.

 

Il cinema, negli ultimi anni, ha riscoperto questa immagine di Dio e l'ha riproposta grazie a due registi insospettabili, Aki Kaurismaki e Clint Eastwood. Il primo, con Miracolo a Le Havre (Francia-Germania 2011), racconta la storia di un lustrascarpe, Marcel Marx, che cerca di salvare dal rimpatrio un ragazzino africano emigrato illegalmente nel porto francese di Le Havre. Il suo gesto di carità guarisce la moglie da un grave tumore. Il secondo, con Gran Torino (Usa 2008), racconta la storia di un veterano della guerra di Corea, Walt Kowalski, che offre la propria vita per salvare dalla delinquenza due giovani americani di origine coreana, Thao e sua sorella Sue. Nella scena finale, Kowalski, lascia che il suo corpo venga flagellato dai colpi di più armi da fuoco, finché non cade a terra morto, con le braccia allargate, come Cristo sulla croce.


Nel tempo dell’uomo

 

senza vocazione

 

Paolo Martinelli *

 

La trentunesima giornata mondiale della vita consacrata di quest’anno si celebra pochi giorni dopo la pubblicazione del documento preparatorio della quindicesima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, che avrà come tema: «Giovani, fede e discernimento vocazionale». Un testo molto ricco e suggestivo che mette concretamente al lavoro tutto il popolo di Dio su un tema decisivo. Si legge nell’introduzione: «La Chiesa ha deciso di interrogarsi su come accompagnare i giovani a riconoscere e accogliere la chiamata all’amore e alla vita in pienezza, e anche di chiedere ai giovani stessi di aiutarla a identificare le modalità oggi più efficaci per annunciare la buona notizia».

Quale percezione abbiamo oggi della parola “vocazione”? Come la intendono i giovani? È interessante rilevarne l’uso nel linguaggio comune.

Fino a pochi anni fa “avere la vocazione” indicava sostanzialmente essere chiamati a una speciale consacrazione, alla vita consacrata o sacerdotale. Un uso sostanzialmente “esclusivo”. Il concilio Vaticano II, soprattutto con il quinto capitolo della Lumen gentium, ha introdotto un uso fortemente inclusivo, affermando la vocazione universale alla santità, ossia alla pienezza dell’amore, di tutti i fedeli. Si tratta della decisiva riscoperta della vocazione battesimale, che sta alla radice di ogni altra vocazione particolare. Gaudium et spes arriva a dire che «la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina» (n. 22), quella di essere figlio di Dio.

Accanto a questo troviamo anche un uso più debole del termine, in cui si sente il bisogno di attribuire il carattere vocazionale ai diversi servizi che si possono svolgere, rischiando talvolta di trascurare la dimensione totalizzante della chiamata, come invece emerge sia nel matrimonio che nella consacrazione. Si può constatare anche un suo uso secolarizzato, quando a esempio si indica con la parola vocazione un impegno, senza tuttavia fare riferimento a una “chiamata” da parte di Dio. Questo uso può anche assumere carattere banale, come quando in certe pubblicità troviamo l’indicazione di un prodotto realizzato con cura: “facciamo scarpe per vocazione”, “salumieri per vocazione”... Dobbiamo anche dirci sinceramente – come affermato già dal documento Nuove vocazioni per una nuova Europa – che oggi siamo nel tempo dell’«uomo senza vocazione». Non certo perché il Signore non chiami più, ma perché la nostra cultura fatica a capire il senso di questo termine. Molti giovani sentono questa parola estranea alla vita, sia perché nel tempo della tecnoscienza si pensa in qualche modo di “farsi da sé”, sia perché l’idea della chiamata appare incompatibile con il moderno concetto di libertà. Il forte individualismo che caratterizza la nostra cultura sembra allontanare l’idea della vocazione.

Per questo occorre innanzitutto ripartire dall’esperienza elementare che in particolare nell’età giovanile si fa intensa. La vocazione indica innanzitutto il mistero dell’esistenza personale.

Il primo senso della parola vocazione è custodito dal mistero della nascita che nessuno può dare a se stesso.

Esistere è sempre essere voluti. Il rapporto quotidiano con la realtà, fatta di relazioni e di circostanze, desta nel tempo la coscienza di essere in rapporto con gli altri. Inoltre, la realtà, gli eventi, gli incontri di ogni giorno mettono in movimento l’esistenza, permettendo così di scoprire nel cuore un desiderio insopprimibile di verità, di bellezza, di bontà e di giustizia.

“Sporcandosi le mani” con la realtà quotidiana, ci si accorge che la vita è vocazione perché la realtà è pro-vocazione! Dio ci chiama a uscire da noi stessi attraverso l’attrattiva e le domande che la realtà suscita in noi e ci lancia alla ricerca di un senso per cui valga la pena vivere. Su questo terreno accadono anche gli incontri che cambiano la vita e imprimono a essa una nuova direzione (Evangelii gaudium 7). Alla cultura del provvisorio e della frammentarietà, ci ricorda Papa Francesco, risponde la cultura dell’incontro.

Il documento preparatorio del sinodo giustamente evoca il primo incontro di Giovanni e Andrea con Gesù sulle rive del Giordano: «Gesù li chiama al tempo stesso a un percorso interiore e a una disponibilità a mettersi concretamente in movimento, senza ben sapere dove questo li porterà.

Sarà un incontro memorabile, tanto da ricordarne perfino l’ora (Giovanni, 1, 39)». La fede riconosce in quell’incontro, apparentemente casuale, il passaggio di Dio che chiama all’avventura incomparabile della sequela.

Se è vero che Cristo chiama anche oggi attraverso gli incontri, allora la pastorale vocazionale sarà innanzitutto una pastorale della testimonianza.

Ogni autentico accompagnamento vocazionale è nella sua radice testimonianza, comunicazione alla libertà dell’altro di quanto «abbiamo veduto e udito» (1 Giovanni, 1, 3).

Questa è la responsabilità che soprattutto gli adulti hanno nei confronti dei giovani. Coloro che vivono alla sequela di Cristo casto, povero e obbediente hanno il compito di testimoniare, in particolare ai giovani, la libertà e la gioia di vivere ogni giorno la vita come vocazione.

 

 

* Vescovo ausiliare di Milano


Il cuore

 

del buon pastore

 

Domenica IV di Pasqua B

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

Duncan Grant

Duncan Grant, Il Buon Pastore (part.), 1958, Cattedrale di Lincoln (Inghilterra)

 

 

 

Gv 10,11-18 Il buon Pastore [1]

 

 

 

È colui che dà la vita

La Quarta Domenica di Pasqua – questa -, detta “Domenica del Buon Pastore”, ogni anno ci invita a riscoprire, con stupore sempre nuovo, questa definizione che Gesù ha dato di sé stesso, rileggendola alla luce della sua passione, morte e risurrezione. «Il buon pastore offre la vita per le pecore» (Gv 10,11): queste parole si sono realizzate pienamente quando Cristo, obbedendo liberamente alla volontà del Padre, si è immolato sulla Croce. Allora diventa completamente chiaro che cosa significa che Egli è “il buon pastore”: dà la vita, ha offerto la sua vita in sacrificio per tutti noi: per te, per te, per te, per me, per tutti! E per questo è il buon pastore!

Cristo è il pastore vero, che realizza il modello più alto di amore per il gregge: Egli dispone liberamente della propria vita, nessuno gliela toglie (cfr v. 18), ma la dona a favore delle pecore (v. 17). In aperta opposizione ai falsi pastori, Gesù si presenta come il vero e unico pastore del popolo: il cattivo pastore pensa a sé stesso e sfrutta le pecore; il pastore buono pensa alle pecore e dona sé stesso. A differenza del mercenario, Cristo pastore è una guida premurosa che partecipa alla vita del suo gregge, non ricerca altro interesse, non ha altra ambizione che quella di guidare, nutrire e proteggere le sue pecore. E tutto questo al prezzo più alto, quello del sacrificio della propria vita.

 

 

 

 

 

Contemplare il buon pastore

Nella figura di Gesù, pastore buono, noi contempliamo la Provvidenza di Dio, la sua sollecitudine paterna per ciascuno di noi. Non ci lascia da soli! La conseguenza di questa contemplazione di Gesù Pastore vero e buono, è l’esclamazione di commosso stupore che troviamo nella seconda Lettura dell’odierna liturgia: «Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre…» (1 Gv 3,1). È davvero un amore sorprendente e misterioso, perché donandoci Gesù come Pastore che dà la vita per noi, il Padre ci ha dato tutto ciò che di più grande e prezioso poteva darci! È l’amore più alto e più puro, perché non è motivato da alcuna necessità, non è condizionato da alcun calcolo, non è attratto da alcun interessato desiderio di scambio. Di fronte a questo amore di Dio, noi sperimentiamo una gioia immensa e ci apriamo alla riconoscenza per quanto abbiamo ricevuto gratuitamente.

 

 

 

Seguire il Buon Pastore

Ma contemplare e ringraziare non basta. Occorre anche seguire il Buon Pastore. In particolare, quanti hanno la missione di guide nella Chiesa – sacerdoti, Vescovi, Papi – sono chiamati ad assumere non la mentalità del manager ma quella del servo, a imitazione di Gesù che, spogliando sé stesso, ci ha salvati con la sua misericordia. […]

Maria Santissima ottenga per me, per i Vescovi e per i sacerdoti di tutto il mondo la grazia di servire il popolo santo di Dio mediante la gioiosa predicazione del Vangelo, la sentita celebrazione dei Sacramenti e la paziente e mite guida pastorale.

 

 

 

10,11-18 L’icona biblica del Buon Pastore [2]

 

 

 

L’icona biblica del Buon Pastore (Gv 10,11-18) riassume la missione che Gesù ha ricevuto dal Padre: quella di dare la vita per le pecore. Tale atteggiamento è un modello anche per la Chiesa, che accoglie i suoi figli come una madre che dona la sua vita per loro. «La Chiesa è chiamata ad essere sempre la casa aperta del Padre […]» - Niente porte chiuse! Niente porte chiuse! - «Tutti possono partecipare in qualche modo alla vita ecclesiale, tutti possono far parte della comunità. La Chiesa […] è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa» (EG57)

Allo stesso modo tutti i cristiani sono chiamati a imitare il Buon Pastore. Soprattutto le famiglie cristiane possono collaborare con Lui prendendosi cura delle famiglie ferite, accompagnandole nella vita di fede della comunità. Ciascuno faccia la sua parte nell’assumere l’atteggiamento del Buon Pastore, il quale conosce ognuna delle sue pecore e nessuna esclude dal suo infinito amore!

 

 

 

10,11-18 Il Cuore del buon Pastore e il cuore dei pastori [3]

 

 

 

Celebrando il Giubileo dei Sacerdoti nella Solennità del Sacro Cuore di Gesù, siamo chiamati a puntare al cuore, ovvero all’interiorità, alle radici più robuste della vita, al nucleo degli affetti, in una parola, al centro della persona. E oggi volgiamo lo sguardo a due cuori: il Cuore del Buon Pastore e il nostro cuore di pastori.

 

 

 

Il Cuore del Buon Pastore

Il Cuore del Buon Pastore non è soltanto il Cuore che ha misericordia di noi, ma è la misericordia stessa. Lì risplende l’amore del Padre; lì mi sento sicuro di essere accolto e compreso come sono; lì, con tutti i miei limiti e i miei peccati, gusto la certezza di essere scelto e amato. Guardando a quel Cuore rinnovo il primo amore: la memoria di quando il Signore mi ha toccato nell’animo e mi ha chiamato a seguirlo, la gioia di aver gettato le reti della vita sulla sua Parola (cfr Lc 5,5).

Il Cuore del Buon Pastore ci dice che il suo amore non ha confini, non si stanca e non si arrende mai. Lì vediamo il suo continuo donarsi, senza limiti; lì troviamo la sorgente dell’amore fedele e mite, che lascia liberi e rende liberi; lì riscopriamo ogni volta che Gesù ci ama «fino alla fine» (Gv 13,1) - non si ferma prima, fino alla fine -, senza mai imporsi.

Il Cuore del Buon Pastore è proteso verso di noi, “polarizzato” specialmente verso chi è più distante; lì punta ostinatamente l’ago della sua bussola, lì rivela una debolezza d’amore particolare, perché tutti desidera raggiungere e nessuno perdere.

 

 

 

Il nostro cuore di pastori

Davanti al Cuore di Gesù nasce l’interrogativo fondamentale della nostra vita sacerdotale: dove è orientato il mio cuore? Domanda che noi sacerdoti dobbiamo farci tante volte, ogni giorno, ogni settimana: dove è orientato il mio cuore? Il ministero è spesso pieno di molteplici iniziative, che lo espongono su tanti fronti: dalla catechesi alla liturgia, alla carità, agli impegni pastorali e anche amministrativi. In mezzo a tante attività permane la domanda: dove è fisso il mio cuore? Mi viene alla memoria quella preghiera tanto bella della Liturgia: “Ubi vera sunt gaudia…”. Dove punta, qual è il tesoro che cerca? Perché – dice Gesù – «dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21). Ci sono debolezze in tutti noi, anche peccati. Ma andiamo al profondo, alla radice: dov’è la radice delle nostre debolezze, dei nostri peccati, cioè dov’è proprio quel “tesoro” che ci allontana dal Signore?

 

 

 

I due tesori

I tesori insostituibili del Cuore di Gesù sono due: il Padre e noi. Le sue giornate trascorrevano tra la preghiera al Padre e l’incontro con la gente. Non la distanza, l’incontro. Anche il cuore del pastore di Cristo conosce solo due direzioni: il Signore e la gente. Il cuore del sacerdote è un cuore trafitto dall’amore del Signore; per questo egli non guarda più a sé stesso – non dovrebbe guardare a sé stesso – ma è rivolto a Dio e ai fratelli. Non è più “un cuore ballerino”, che si lascia attrarre dalla suggestione del momento o che va di qua e di là in cerca di consensi e piccole soddisfazioni. E’ invece un cuore saldo nel Signore, avvinto dallo Spirito Santo, aperto e disponibile ai fratelli. E lì risolve i suoi peccati.

 

 

 

Le tre direzioni del cuore:

 

 

 

- … cercare

Per aiutare il nostro cuore ad ardere della carità di Gesù Buon Pastore, possiamo allenarci a fare nostre tre azioni, che le Letture di oggi ci suggeriscono: cercare, includere e gioire.

Cercare. Il profeta Ezechiele ci ha ricordato che Dio stesso cerca le sue pecore (34,11.16). Egli, dice il Vangelo, «va in cerca di quella perduta» (Lc 15,4), senza farsi spaventare dai rischi; senza remore si avventura fuori dei luoghi del pascolo e fuori degli orari di lavoro. E non si fa pagare gli straordinari. Non rimanda la ricerca, non pensa “oggi ho già fatto il mio dovere, e casomai me ne occuperò domani”, ma si mette subito all’opera; il suo cuore è inquieto finché non ritrova quell’unica pecora smarrita. Trovatala, dimentica la fatica e se la carica sulle spalle tutto contento. A volte deve uscire a cercarla, a parlare, persuadere; altre volte deve rimanere davanti al tabernacolo, lottando con il Signore per quella pecora.

 

 

 

… non privatizzare

Ecco il cuore che cerca: è un cuore che non privatizza i tempi e gli spazi. Guai ai pastori che privatizzano il loro ministero! Non è geloso della sua legittima tranquillità - legittima, dico, neppure di quella -, e mai pretende di non essere disturbato. Il pastore secondo il cuore di Dio non difende le proprie comodità, non è preoccupato di tutelare il proprio buon nome, ma sarà calunniato, come Gesù. Senza temere le critiche, è disposto a rischiare, pur di imitare il suo Signore. «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno…» (Mt 5,11).

Il pastore secondo Gesù ha il cuore libero per lasciare le sue cose, non vive rendicontando quello che ha e le ore di servizio: non è un ragioniere dello spirito, ma un buon Samaritano in cerca di chi ha bisogno. È un pastore, non un ispettore del gregge, e si dedica alla missione non al cinquanta o al sessanta per cento, ma con tutto sé stesso. Andando in cerca trova, e trova perché rischia. Se il pastore non rischia, non trova. Non si ferma dopo le delusioni e nelle fatiche non si arrende; è infatti ostinato nel bene, unto della divina ostinazione che nessuno si smarrisca. Per questo non solo tiene aperte le porte, ma esce in cerca di chi per la porta non vuole più entrare. E come ogni buon cristiano, e come esempio per ogni cristiano, è sempre in uscita da sé. L’epicentro del suo cuore si trova fuori di lui: è un decentrato da sé stesso, centrato soltanto in Gesù. Non è attirato dal suo io, ma dal Tu di Dio e dal noi degli uomini.

 

 

 

- …includere [4]

 

 

 

Cristo ama e conosce le sue pecore, per loro dà la vita e nessuna gli è estranea (cfr Gv 10,11-14). Il suo gregge è la sua famiglia e la sua vita. Non è un capo temuto dalle pecore, ma il Pastore che cammina con loro e le chiama per nome (cfr Gv 10,3-4). E desidera radunare le pecore che ancora non dimorano con Lui (cfr Gv 10,16).

Così anche il sacerdote di Cristo: egli è unto per il popolo, non per scegliere i propri progetti, ma per essere vicino alla gente concreta che Dio, per mezzo della Chiesa, gli ha affidato. Nessuno è escluso dal suo cuore, dalla sua preghiera e dal suo sorriso. Con sguardo amorevole e cuore di padre accoglie, include e, quando deve correggere, è sempre per avvicinare; nessuno disprezza, ma per tutti è pronto a sporcarsi le mani. Il Buon Pastore non conosce i guanti. Ministro della comunione che celebra e che vive, non si aspetta i saluti e i complimenti degli altri, ma per primo offre la mano, rigettando i pettegolezzi, i giudizi e i veleni. Con pazienza ascolta i problemi e accompagna i passi delle persone, elargendo il perdono divino con generosa compassione. Non sgrida chi lascia o smarrisce la strada, ma è sempre pronto a reinserire e a comporre le liti. E’ un uomo che sa includere.

 

 

 

- …gioire

Dio è «pieno di gioia» (Lc 15,5): la sua gioia nasce dal perdono, dalla vita che risorge, dal figlio che respira di nuovo l’aria di casa. La gioia di Gesù Buon Pastore non è una gioia per sé, ma è una gioia per gli altri e con gli altri, la gioia vera dell’amore. Questa è anche la gioia del sacerdote. Egli viene trasformato dalla misericordia che gratuitamente dona. Nella preghiera scopre la consolazione di Dio e sperimenta che nulla è più forte del suo amore. Per questo è sereno interiormente, ed è felice di essere un canale di misericordia, di avvicinare l’uomo al Cuore di Dio. La tristezza per lui non è normale, ma solo passeggera; la durezza gli è estranea, perché è pastore secondo il Cuore mite di Dio.

 

 

 

10,17-18 Il cammino del buon pastore: umiliazione e spogliazione [5]

 

 

 

L’inizio della via dell’umiliazione…

A metà della Settimana Santa, la liturgia ci presenta un episodio triste: il racconto del tradimento di Giuda, che si reca dai capi del Sinedrio per mercanteggiare e consegnare ad essi il suo Maestro. «Quanto mi date se io ve lo consegno?». Gesù in quel momento ha un prezzo. Questo atto drammatico segna l’inizio della Passione di Cristo, un percorso doloroso che Egli sceglie con assoluta libertà. Lo dice chiaramente Lui stesso: «Io do la mia vita… Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo» (Gv 10,17-18). E così, con questo tradimento, incomincia quella via dell’umiliazione, della spogliazione di Gesù. Come se fosse nel mercato: questo costa trenta denari…. Una volta intrapresa la via dell’umiliazione e della spogliazione, Gesù la percorre fino in fondo.

 

 

 

… fino alla morte in croce

Gesù raggiunge la completa umiliazione con la «morte di croce». Si tratta della morte peggiore, quella che era riservata agli schiavi e ai delinquenti. Gesù era considerato un profeta, ma muore come un delinquente. Guardando Gesù nella sua passione, noi vediamo come in uno specchio le sofferenze dell’umanità e troviamo la risposta divina al mistero del male, del dolore, della morte.

 

 

 

… ma nel fallimento vince

Tante volte avvertiamo orrore per il male e il dolore che ci circonda e ci chiediamo: «Perché Dio lo permette?». È una profonda ferita per noi vedere la sofferenza e la morte, specialmente quella degli innocenti! Quando vediamo soffrire i bambini è una ferita al cuore: è il mistero del male. E Gesù prende tutto questo male, tutta questa sofferenza su di sé. Questa settimana farà bene a tutti noi guardare il crocifisso, baciare le piaghe di Gesù, baciarle nel crocifisso. Lui ha preso su di sé tutta la sofferenza umana, si è rivestito di questa sofferenza.

Noi attendiamo che Dio nella sua onnipotenza sconfigga l’ingiustizia, il male, il peccato e la sofferenza con una vittoria divina trionfante. Dio ci mostra invece una vittoria umile che umanamente sembra un fallimento. Possiamo dire che Dio vince nel fallimento! Il Figlio di Dio, infatti, appare sulla croce come uomo sconfitto: patisce, è tradito, è vilipeso e infine muore. Ma Gesù permette che il male si accanisca su di Lui e lo prende su di sé per vincerlo. La sua passione non è un incidente; la sua morte – quella morte – era “scritta”. Davvero non troviamo tante spiegazioni. Si tratta di un mistero sconcertante, il mistero della grande umiltà di Dio: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (Gv 3,16). Questa settimana pensiamo tanto al dolore di Gesù e diciamo a noi stessi: questo è per me. Anche se io fossi stato l’unica persona al mondo, Lui l’avrebbe fatto. L’ha fatto per me. Baciamo il crocifisso e diciamo: per me, grazie Gesù, per me.

Quando tutto sembra perduto, quando non resta più nessuno perché percuoteranno «il pastore e saranno disperse le pecore del gregge» (Mt 26,31), è allora che interviene Dio con la potenza della risurrezione. La risurrezione di Gesù non è il finale lieto di una bella favola, non è l’happy end di un film; ma è l’intervento di Dio Padre e là dove si infrange la speranza umana. Nel momento nel quale tutto sembra perduto, nel momento del dolore, nel quale tante persone sentono come il bisogno di scendere dalla croce, è il momento più vicino alla risurrezione. La notte diventa più oscura proprio prima che incominci il mattino, prima che incominci la luce. Nel momento più oscuro interviene Dio e risuscita.

 

 

 

Chiamati a seguirlo

Gesù, che ha scelto di passare per questa via, ci chiama a seguirlo nel suo stesso cammino di umiliazione. Quando in certi momenti della vita non troviamo alcuna via di uscita alle nostre difficoltà, quando sprofondiamo nel buio più fitto, è il momento della nostra umiliazione e spogliazione totale, l’ora in cui sperimentiamo che siamo fragili e peccatori. È proprio allora, in quel momento, che non dobbiamo mascherare il nostro fallimento, ma aprirci fiduciosi alla speranza in Dio, come ha fatto Gesù. Cari fratelli e sorelle, in questa settimana ci farà bene prendere il crocifisso in mano e baciarlo tanto, tanto e dire: grazie Gesù, grazie Signore. Così sia.

 

 

 

10,17-18 La libertà del Pastore [6]

 

 

 

«Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle ma¬ni degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà» (Mc 9,31). «Es¬sere consegnato» e «uccidere» hanno un significa¬to tecnico nelle Scritture. «Uccidere» si riferisce all’assassinio del giusto e designa gli uomini come autori della morte. Invece il verbo «consegnare» indica che Dio è l’autore della consegna: «Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi» (Rm 8,32).

Il fatto che Giuda e i sommi sacerdoti «con¬segnino» Gesù va inteso nel senso che essi sono agenti della volontà divina. [...]

D’altra parte, Gesù mantiene la sua libertà in questo gioco del nascondersi e del lasciarsi pren¬dere, come esplicita Lui stesso: «Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il pote¬re di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10,17-18). La sua libertà è tale che accetta sia il disegno del Pa¬dre (essere consegnato), sia lo strumento utilizza¬to (essere ucciso in un certo modo e da persone concrete). Risplende qui la dignità di Cristo che ci fa esclamare: «L’Agnello [...] è degno» (Ap 5,12). È la dignità di chi si abbandona con obbedienza alla volontà del Padre, di chi accetta tale volontà e anche il modo in cui si concretizza e, allo stesso tempo, fa tutto questo con la massima libertà.

Nel fondamento della dignità troviamo sempre libertà e abbandono: libertà, a prima vista, significa capacità di decidere; abbandono evoca piuttosto il lasciare la decisione in mano ad altri... Tuttavia la radice profonda della libertà implica abbandono spontaneo, perché trova ciò per cui ognuno è stato creato, il suo telostypos, e questo si chiama dignità nel Degno, dominio nell’unico Signore.

 

 

 

NOTE

 

 

 

[1] Angelus, 26 aprile 2015.

[2] Udienza, 5 agosto 2015.

[3] Omelia, Sacratissimo Cuore di Gesù, 3 giugno 2016.

[4] Omelia, Sacratissimo Cuore di Gesù, 3 giugno 2016.

[5] Udienza, 16 aprile 2014.

[6] J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, La logica dell’amore, Rizzoli, Milano 2016, 107-108.


“Lo sapete perché la vita non è felice?” la risposta di padre Maurizio Botta

 

Il racconto della Visita notturna alla Sette Chiese

Venerdì sera ho partecipato al pellegrinaggio notturno delle Sette Chiese, non era la prima volta ma la quinta, eppure, se ci penso, sto cominciando a capirci qualcosa solo adesso. Il sonno della mente genera vuoti, era così? 😉

 

Sono arrivata al pellegrinaggio un po’ stanca ma contenta: dopo una giornata di lavoro, senza pennichella d’obbligo per la traversata, il pensiero di camminare una notte intera mi spaventava un po’, però ho ricacciato via tutto e mi sono messa a preparare il letto per la mia amica Romana venuta da Rovereto proprio per il pellegrinaggio.

 

Prima di recuperarla di corsa alla metro, ho chiesto: a mia madre di preparare qualche panino (ne ha fatti talmente tanti che Romana ci ha pranzato il giorno dopo prima di prendere il treno per casa. L’abbondanza delle mamme è un dono preziosissimo di cui portiamo segni evidenti soprattutto sui fianchi), a mio padre di prestarmi il kway, il suo è più comodo per sedersi a terra (stravaccarsi a volte, ma io no: giuro!) tra una tappa e l’altra, e a mio marito di accompagnarci alla Chiesa Nuova.

Ennesima conferma che da soli non possiamo fare nulla, almeno io, che a voler risolvere tutto da me divento abbastanza isterica.

Piccola nota: dopo 25 km di camminata nell’arco di una notte, hai bisogno urgente di una doccia – se non vuoi stecchire il malcapitato che ti sta accanto – e di almeno un paio di ore di sonno per non barcollare e stramazzare a terra.

 

Leggi anche: Tenersi in forma… pregando

 

In chiesa dopo la messa e la distribuzione delle radioline, prima di partire, padre Maurizio Botta ha detto:

«Lo sapete perché la vita non è felice? Perché non ci preoccupiamo di dare gloria a Dio. Di compiere la Sua volontà».

 

Forse le parole non sono state esattamente queste, anche se con tutta la mia concentrazione strizzavo il cervello per non dimenticarle, però il senso profondo spero di avervelo riportato correttamente.

 

Durante le lunghe ore di preghiera e cammino, diciamo pure corsa lenta o camminata veloce con scatti scomposti per recuperare l’apostolo (un santo con la bandierina che fa da punto di riferimento per ciascun gruppo di pellegrini: Giacomo minore rules), ho trattenuto questo pensiero: cercare la gloria di Dio, accogliere la Sua volontà, ciò che piace a Lui, non a me.

 

Non ci avevo mai pensato seriamente.

 

Eppure in un momento di sconforto lo scorso anno ho chiesto un consiglio al sacerdote che ha celebrato il nostro matrimonio e lui mi ha risposto suggerendomi di leggere Sant’Alfonso Maria de Liguori “Uniformità alla volontà di Dio”, l’ho comprato subito ma ancora non l’ho aperto, sapete?

 

È il caso che obbedisca.

 

È un libricino dalla copertina rigida e arancione, non un tomo dal profilo cattivo lungo migliaia di pagine, e quindi non ho scuse. L’ho preso in mano dopo il pellegrinaggio, trascinandomi dal letto allo studio come una disperata dai polpacci doloranti, e ho letto la quarta di copertina:

 

«Uniformità… significa fare della volontà di Dio e della nostra una sola volontà, in modo che noi vogliamo soltanto ciò che vuole Dio… Questo deve essere lo scopo di tutte le nostre azioni, di ogni desiderio, meditazione e preghiera» (sant’Alfonso).

 

Vorrei essere davvero sicura, non pensarlo con la mente, ma provarlo dentro, che ciò che desidera Dio per me è la più grande felicità, il mio più grande bene.

 

Leggi anche: Per quelli che… “Credo in Dio ma non nella Chiesa e nei preti”

La Visita delle Sette Chiese nella notte è un pellegrinaggio romano, assurdo, meraviglioso, si parte da Santa Maria in Valicella e si giunge il giorno seguente a Santa Maria Maggiore. Sì, avete letto bene, il giorno dopo. Abbastanza da folli. Una folla di folli, perché sono centinaia (a settembre scorso mille!) le persone (quanti giovani!) che arrivano da ogni angolo di Roma e della nostra bella penisola per partecipare. Durante il percorso, che ti fa godere inoltre di una città diversa e sconosciuta, si prega secondo lo schema delle antiche e bellissime orazioni composte da San Filippo Neri.

 

A proposito, non vi importerà nulla, ma San Filippo quest’anno è il mio santo e quindi… evviva!

 

Care lettrici, ipotetiche o future pellegrine delle Sette Chiese, non voglio svelarvi troppo, spoilerare, togliervi il gusto della sorpresa, posso solo dirvi che se sentirete la spinta suicida (scherzo!) di fare questo cammino, vi consiglio abbigliamento sportivo, scarpe comode, trucco leggero… (il giorno dopo altrimenti la matita sarà arrivata al mento).

Giungere a destinazione dopo una notte di supplica e preghiera è un dono grandissimo, che ti riempie di emozione e ti fa acconsentire alla pubblicazione di selfie terribili e buffissimi come quello che troverete qui sotto, postato dalla mia amica Romana che ci ritrae insieme a padre Maurizio Botta.

 

Galleria fotografica

 

 

Alla quinta visita delle Sette Chiese ho iniziato a capire qualcosina… apprendimento lento, non scorrimento lento come cantava Vasco Rossi. Nell’attesa del prossimo giro, obbedisco e leggo Sant’Alfonso Maria de Liguori, perché la gioia piena che vuole donarmi Dio, la voglio!


Credere alla parola del Signore

 

 

 

 

15 aprile 2018

III domenica di Pasqua

di ENZO BIANCHI

 

Lc  24,35-48

35In quel tempo i due discepoli tornati da Emmaus narravano ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane. 36Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 37Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. 38Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 39Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». 40Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». 42Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.

44Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». 45Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture 46e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, 47e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48Di questo voi siete testimoni.

 

Il vangelo di questa domenica racconta un altro evento, dopo la visita all’alba delle donne alla tomba vuota (cf. Lc 24,1-11), la corsa di Pietro al sepolcro (cf. Lc 24,12), la manifestazione del Risorto “come un forestiero” (Lc 24,18) ai due discepoli in cammino verso Emmaus (cf. Lc 24,13-35).

 

Sempre nel medesimo giorno, “il primo della settimana” (Lc 24,1), il giorno unico della resurrezione, ma alla sera, i due discepoli tornati a Gerusalemme sono nella camera alta (cf. Lc 22,12; Mc 14,15), a raccontare agli Undici e agli altri “come hanno riconosciuto Gesù nello spezzare il pane” (cf. Lc 24,25). Ed ecco che, improvvisamente, si accorgono che Gesù è in mezzo a loro e fa udire la sua parola: “Pace a voi!”. Non consegna loro parole di rimprovero per la loro fuga al momento del suo arresto, non redarguisce Pietro per il rinnegamento, non dice nulla sul fatto che essi non sono più Dodici, come li aveva chiamati e costituiti in comunità (cf. Lc 6,13; 9,1), ma solo Undici, perché il traditore se n’è andato. No, dice loro: “Shalom ‘aleikhem! Pace a voi!”, saluto abituale per i giudei, ma che quella sera risuona con una forza particolare. Questo saluto, rivolto ai discepoli profondamente scossi e turbati dagli eventi della passione e morte di Gesù, significa innanzitutto: “Non abbiate paura!”.

 

La resurrezione ha radicalmente trasformato Gesù, l’ha trasfigurato, reso “altro” nell’aspetto, perché egli ormai “è entrato nella sua gloria” (cf. Lc 24,26), e può solo essere riconosciuto dai discepoli attraverso un atto di fede. Quest’atto di fede è difficile, faticoso: gli Undici stentano a viverlo, a metterlo in pratica… Non a caso Luca annota che i discepoli “sconvolti e pieni di paura, credono di vedere uno spirito”, allo stesso modo con cui i discepoli sul cammino di Emmaus credevano di vedere un pellegrino. Allora Gesù li interroga: “Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; uno spirito non ha carne e ossa, come vedete che io ho”. Nel dire questo, mostra loro le mani e i piedi con i segni della crocifissione. Sì, il Risorto non è altro che colui che è stato crocifisso! Questa ostensione da parte di Gesù delle sue mani e dei suoi piedi trafitti per la crocifissione è un gesto che chiede ai suoi discepoli di incontrarlo innanzitutto nei segni della sofferenza, del patire e del morire. La carne piagata di Cristo è la carne piagata dell’umanità, è la carne del povero, dell’affamato, del malato, dell’oppresso, della vittima dell’ingiustizia della violenza! Senza questo incontro realissimo con la carne dei sofferenti, non si incontra Cristo, e la stessa resurrezione resta un mito.

 

Eppure, nonostante queste parole e questo gesto, i discepoli non arrivano a credere, malgrado un’emozione gioiosa non giungono alla fede. È vero, noi esseri umani approdiamo facilmente alla religione, ma difficilmente arriviamo alla fede; viviamo facilmente emozioni “sacre” o religiose, ma difficilmente aderiamo a Gesù Cristo e alla sua parola. Nella comunità degli Undici dobbiamo leggere la vicenda delle nostre comunità, nelle quali si vive la fede e la si confessa, ma si manifesta anche l’incredulità. Eppure il Risorto ha grande pazienza, per questo offre alla sua comunità una seconda parola e un secondo gesto. Chiede loro se hanno qualcosa da mangiare, ed essi gli offrono del pesce arrostito, il cibo che abitualmente mangiavano insieme, quando vivevano l’avventura della vita comune in Galilea. Ricevutolo, Gesù lo mangia davanti a loro! Noi siamo persino stupiti di fronte a questi gesti di Gesù, ma stiamo attenti: sono solo “segni” per dire che la resurrezione di Gesù non è immortalità dell’anima e perdita totale del corpo, non è “la continuazione della sua causa” anche se egli è morto, non è una memoria che si conserva senza che colui che è morto sia veramente vivente. Gesù dà ai discepoli questi segni, che in verità contengono verità indicibili, affinché credano che il Crocifisso ha vinto realmente la morte. Il suo corpo crocifisso è un corpo ora vivente, “un corpo spirituale” (1Cor 15,44), cioè vivente nello Spirito, dirà l’Apostolo Paolo.

 

Luca stesso scriverà all’inizio degli Atti degli apostoli che Gesù “si presentò viventi ai suoi discepoli con molte prove” (At 1,3), che non sembravano però sufficienti per condurli alla fede. Infatti i discepoli restano in silenzio, muti! Allora Gesù, per renderli finalmente credenti, riprende la sua predicazione, l’annuncio del Vangelo da lui fatto fino alla morte. Chiede di ricordare le parole dette mentre era con loro, perché quelle parole erano profezia e parola di Dio che si doveva avverare, così come doveva trovare compimento tutto ciò che era stato scritto su di lui, il Messia, nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi, cioè nelle sante Scritture dell’antica alleanza. Ed ecco che, mentre il Risorto ricorda e spiega la parola di Dio contenuta nelle sante Scritture, opera il vero miracolo: “aprì loro la mente (diénoixen autôn tòn noûn) per comprendere le Scritture”.

 

Il verbo qui utilizzato (dianoígo) nei vangeli ha sempre un senso terapeutico: designa l’apertura degli orecchi dei sordi e della bocca dei muti (cf. Mc 7,34), degli occhi ai ciechi (cf. Lc 24,31). Qui indica l’operazione compiuta nella potenza dello Spirito santo, l’apertura della mente alla comprensione delle Scritture. I discepoli, così “aperti”, possono ora credere e quindi essere costituiti testimoni della resurrezione di Gesù. Gesù si fa insieme a loro esegeta, interprete delle profezie che lo riguardavano, ricorda anche le sue parole consegnate durante la predicazione in Galilea, mostrando la necessitas del compimento, della realizzazione nella sua vita nella sua morte. Non aveva forse conversato con Mosè (la Legge) e con Elia (i profeti) proprio su quell’esodo pasquale che doveva compiere a Gerusalemme (cf. Lc 9,30-31)? La fede pasquale scaturisce dalla fede e dalla conoscenza delle sante Scritture, come ancora professiamo nel Credo: “Morì e fu sepolto. Il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture (cf. 1Cor 15,3-4)” (resurrexit tertia die secundum Scripturas). I discepoli hanno capito che il disegno salvifico di Dio si è compiuto nella passione, morte e resurrezione del Signore, e che questo è il fondamento della fede cristiana, dal quale scaturisce l’annuncio del perdono dei peccati, della misericordia di Dio per tutte le genti della terra: non solo per il popolo di Israele, ma per tutti…

 

Con tanta fatica Gesù ha reso nuovamente credenti quei discepoli che erano venuti meno durante la sua passione, li ha resi testimoni della sua morte e resurrezione, li ha resi capaci di comprendere cosa sia il perdono dei peccati che essi devono annunciare, in virtù del loro essere stati i primi a ricevere il perdono dal Risorto. C’è un detto di un padre del deserto che mi sembra commentare mirabilmente questa pagina evangelica: “Credere alla parola del Signore è molto più difficile che credere ai miracoli. Ciò che si vede solo con gli occhi del corpo, abbaglia; ciò che si vede con gli occhi della mente che crede, illumina”.

Chiamati a testimoniare

 

che Gesù è vivo

 

Domenica III di Pasqua B

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

Jesus risen 2

 

Lc 24,35-48 Testimoni della risurrezione [1]

 

Essere testimoni

Nelle Letture bibliche della liturgia di oggi risuona per due volte la parola “testimoni”. La prima volta è sulle labbra di Pietro: egli, dopo la guarigione del paralitico presso la porta del tempio di Gerusalemme, esclama: «Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti: noi ne siamo testimoni» (At 3,15). La seconda volta è sulle labbra di Gesù risorto: Egli, la sera di Pasqua, apre la mente dei discepoli al mistero della sua morte e risurrezione e dice loro: «Di questo voi siete testimoni» (Lc 24,48). Gli Apostoli, che videro con i propri occhi il Cristo risorto, non potevano tacere la loro straordinaria esperienza. Egli si era mostrato ad essi affinché la verità della sua risurrezione giungesse a tutti mediante la loro testimonianza. E la Chiesa ha il compito di prolungare nel tempo questa missione; ogni battezzato è chiamato a testimoniare, con le parole e con la vita, che Gesù è risorto, che Gesù è vivo e presente in mezzo a noi. Tutti noi siamo chiamati a dare testimonianza che Gesù è vivo.

 

La missione del testimone

Possiamo domandarci: ma chi è il testimone? Il testimone è uno che ha visto, che ricorda e racconta. Vedere, ricordare e raccontare sono i tre verbi che ne descrivono l’identità e la missione. Il testimone è uno che ha visto, con occhio oggettivo, ha visto una realtà, ma non con occhio indifferente; ha visto e si è lasciato coinvolgere dall’evento. Per questo ricorda, non solo perché sa ricostruire in modo preciso i fatti accaduti, ma anche perché quei fatti gli hanno parlato e lui ne ha colto il senso profondo. Allora il testimone racconta, non in maniera fredda e distaccata, ma come uno che si è lasciato mettere in questione, e da quel giorno ha cambiato vita. Il testimone è uno che ha cambiato vita.

 

Il contenuto della testimonianza

Il contenuto della testimonianza cristiana non è una teoria, non è un’ideologia o un complesso sistema di precetti e divieti oppure un moralismo, ma è un messaggio di salvezza, un evento concreto, anzi una Persona: è Cristo risorto, vivente e unico Salvatore di tutti. Egli può essere testimoniato da quanti hanno fatto esperienza personale di Lui, nella preghiera e nella Chiesa, attraverso un cammino che ha il suo fondamento nel Battesimo, il suo nutrimento nell’Eucaristia, il suo sigillo nella Confermazione, la sua continua conversione nella Penitenza.

 

Ogni cristiano testimone della risurrezione

Grazie a questo cammino, sempre guidato dalla Parola di Dio, ogni cristiano può diventare testimone di Gesù risorto. E la sua testimonianza è tanto più credibile quanto più traspare da un modo di vivere evangelico, gioioso, coraggioso, mite, pacifico, misericordioso. Se invece il cristiano si lascia prendere dalle comodità, dalla vanità, dall’egoismo, se diventa sordo e cieco alla domanda di “risurrezione” di tanti fratelli, come potrà comunicare Gesù vivo, come potrà comunicare la potenza liberatrice di Gesù vivo e la sua tenerezza infinita?

Maria nostra Madre ci sostenga con la sua intercessione, affinché possiamo diventare, con i nostri limiti, ma con la grazia della fede, testimoni del Signore risorto, portando alle persone che incontriamo i doni pasquali della gioia e della pace.

 

24,35-48 La paura della gioia [2]

 

Cos’è successo quella sera?

La sera della risurrezione (Lc 24, 35-48) i discepoli raccontavano quello che loro avevano visto. I due discepoli di Emmaus parlavano dell’incontro con Gesù lungo la strada e così anche Pietro. Insomma, tutti erano contenti, perché il Signore era risorto: erano sicuri che il Signore era risorto. Ma proprio mentre parlavano Gesù in persona stette in mezzo a loro e li salutò dicendo: «Pace a voi».

In quel momento è successo tutto il contrario di quello che ci si sarebbe potuti aspettare: altro che pace. Il Vangelo infatti descrive gli apostoli sconvolti e pieni di paura. Essi non sapevano cosa fare e credevano di vedere un fantasma. Così, tutto il problema di Gesù è dire loro: «ma, guardate, io non sono un fantasma, toccatemi, guardate le piaghe!».

 

La gioia diventa problema

C’è un parola in questo brano del Vangelo che ci spiega bene cos’era successo in quel momento. Si legge nel testo: «Ma poiché per la gioia non credevano...». Questo è il punto focale: i discepoli non potevano credere perché avevano paura della gioia. Gesù infatti li portava alla gioia: la gioia della risurrezione, la gioia della sua presenza fra loro. Ma proprio questa gioia diventa per loro un problema per credere: per la gioia non credevano ed erano pieni di stupore.

In sostanza, i discepoli preferivano pensare che Gesù fosse un’idea, un fantasma, ma non la realtà. E tutto il lavoro di Gesù era far capire che era realtà: “Datemi da mangiare, toccatemi, sono io! Un fantasma non ha carne, non ha corpo, sono io!”». Inoltre, pensiamo che questo accade dopo che alcuni di loro lo avevano visto durante la giornata: erano sicuri che fosse vivo. Poi cos’è successo non si sa...

 

La paura della gioia

Il passo evangelico suggerisce che la paura della gioia è una malattia del cristiano. Anche noi abbiamo paura della gioia e diciamo a noi stessi che è meglio pensare: «sì, Dio esiste, ma è là, Gesù è risorto, è là!» Come a dire: manteniamo un po’ di distanza» E così abbiamo paura della vicinanza di Gesù, perché questo ci dà gioia.

Tale atteggiamento spiega anche perché ci sono tanti “cristiani da funerale”, la cui vita sembra un funerale continuo. Cristiani che preferiscono la tristezza e non la gioia; si muovono meglio non nella luce della gioia, ma nelle ombre. Proprio come quegli animali che riescono a uscire soltanto nella notte, ma alla luce del giorno non vedono niente. Come i pipistrelli! E con un po’ di senso dell’umorismo, possiamo dire che ci sono “cristiani pipistrelli”, che preferiscono le ombre alla luce della presenza del Signore».

Abbiamo paura della gioia e Gesù, con la sua risurrezione, ci dà la gioia: la gioia di essere cristiano, la gioia di seguirlo da vicino, la gioia di andare sulle strade delle beatitudini, la gioia di essere con lui. Invece noi, tante volte, o siamo sconvolti quando ci viene questa gioia o pieni di paura; o crediamo di vedere un fantasma o pensiamo che Gesù è un modo di agire. Tanto che ci diciamo: «Ma noi siamo cristiani e dobbiamo fare così!». E poco importa che Gesù non ci sia. Ci si dovrebbe piuttosto chiedere: «Ma tu parli con Gesù? Tu gli dici: Gesù, io credo che tu vivi, che tu sei risorto, che tu sei vicino a me, che tu non mi abbandoni?». È questo il dialogo con Gesù proprio della vita cristiana, animato dalla consapevolezza che Gesù sempre è con noi, è sempre con i nostri problemi, con le nostre difficoltà e con le nostre opere buone.

 

Superare la paura della gioia

Perciò, bisogna superare la paura della gioia e pensare a quante volte noi non siamo gioiosi perché abbiamo paura. Come i discepoli che erano stati sconfitti dal mistero della croce. Da qui la loro paura. E nella mia terra c’è un detto che dice così: «Quando uno si brucia col latte bollente, dopo, quando vede la mucca, piange». E così i discepoli, bruciati col dramma della croce, hanno detto: «no, fermiamoci qui! Lui è in cielo, va benissimo, è risorto, ma che non venga un’altra volta qui perché non ce la facciamo!».

 

Signore apra la nostra mente

Il Signore faccia con tutti noi quello che ha fatto con i discepoli che avevano paura della gioia: aprire la nostra mente. Si legge infatti nel Vangelo: «Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture». Che il Signore apra la nostra mente e ci faccia capire che lui è una realtà vivente, che lui ha corpo, che lui è con noi e che lui ci accompagna, che lui ha vinto: chiediamo al Signore la grazia di non avere paura della gioia.

 

24,37.41 Cristo è risorto nella sua carne [3]

 

Cristo ha sofferto e risorto nella carne…

Esiste in noi una tendenza a «semplificare» le cose. Risulta più facile non soffermarsi a considerare seriamente come è stata la sofferenza carnale di Gesù, uomo e Dio. Lo stesso accade con il suo corpo glorioso dopo la risurrezione. I discepoli stessi hanno avuto dubbi riguardo al corpo di Gesù: «Credevano di vedere un fantasma» (Lc 24, 37). C’è una frase nel Vangelo di Luca che può darci un indizio: «Poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore» (Lc 24, 41). La paura di un’ulteriore frustrazione li bloccava e perciò preferivano credere che fosse lo spirito di Gesù, e non Gesù risuscitato. Un meccanismo simile può prodursi anche in noi: la consapevolezza che Gesù, Cristo e Signore, è vivo in noi, ci riempie di gioia... ma la gioia è così grande che ci fa paura. Perciò si camuffa la risurrezione e si preferisce una predicazione parenetica depotenziata delle radici più vitali, dell’annuncio della radice che dà la vita: Gesù Cristo è risuscitato. Il «triste santo» di santa Teresa non si applica solo al «santo triste» ma anche, e forse più comunemente, al «gioioso a metà». Quando un fedele intraprende il cammino dell’«equilibrio riduzionista» della gioia che procura la risurrezione di Gesù, allora si comprende perché ci siano così tanti impresari del Vangelo, così tanti «manager» del regno.

 

… per questo dobbiamo avere coraggio (parresia)

Veniamo esortati a pensare che «anche voi avete un corpo» (Eb 13,1-4), e prendendo coscienza di lui comprendiamo la «vicinanza» di Dio nella carne del Salvatore, «come se» (Ibid.) fossimo con coloro che soffrono: cioè, veniamo esortati ad andare, cercare e portare pazienza, condividendo la sorte dei nostri fratelli sofferenti (Ibid), senza l’avarizia di voler trattenere qualcosa per noi (Eb 13,5), come lui non ha trattenuto avidamente la sua condizione divina (Fil 2,1). Considerando la nostra carne e la carne di Gesù, veniamo esortati al coraggio, alla parresia: «Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno» (Eb 4, 16). E se dovessimo avere paura, ci viene ricordato con una punta d’ironia che non abbiamo «ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato» (Eb 12,4).

 

24, 39.42 Nelle sue piaghe è la nostra salvezza [4]

 

Il sacerdozio di Cristo si esercita in tre momenti: nel sacrificio della croce (e in questo senso è stato «una volta per sempre»); attualmente (come intercessore presso il Padre, Eb 7,25); e alla fine dei tempi («senza alcuna relazione con il peccato», Eb 9,28), quando Cristo consegnerà tutta la creazione al Padre.

Nel secondo momento, quello attuale, Gesù Cristo esercita l’intercessione sacerdotale per noi: «Poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di Lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore» (Eb 7,24-25). Gesù Cristo è vivo e intercede in tutta la sua pienezza di uomo e di Dio: «Poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: Egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato» (Eb 4, 14ss). Nei misteri della risurrezione, Gesù, già costituito Signore, mostra il suo corpo, si lascia toccare le piaghe, la carne (Gv 20,20.27; Lc 24,39.42). Quel corpo, quelle piaghe, quella carne sono intercessione. E anzi: non c’è altra via di accesso al Padre se non questa.

Il Padre vede la carne del Figlio e la fa accedere alla salvezza... Troviamo il Padre nelle piaghe di Cristo. Egli è vivo, così, nella sua carne gloriosa, ed è vivente in noi.

Partecipare alla sua carne, portare pazienza con Lui nella sua passione per partecipare anche alla sua glorificazione: questo è il concetto chiave della Lettera agli Ebrei: «Noi abbiamo un altare le cui offerte non possono essere mangiate da quelli che prestano servizio nel Tempio» (Eb 13,10). Questo altare è Cristo, il suo corpo appeso alla croce.

 

NOTE

[1] Regina Coeli, 19 aprile 2015.

[2] Meditazione, 24 aprile 2014.

[3] J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 249-251; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV, 2014, 46-49.

 

[4] J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 249-251; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV, 2014, 46-49.


QUANTA FATICA PER CAPIRE LA PASQUA

 

 

Il Natale è più "facile", la Risurrezione ci mette in crisi

C'è sempre un diritto e un rovescio nelle cose, negli avvenimenti, nella vita. E il rovescio è sempre identificato con le paure, le disgrazie, le cose storte. Invece questa volta la cosa più storta è diventata la cosa più diritta, più rivoluzionaria, più straordinaria, più impensata, perché troppo oltre.

Si chiama "Pasqua". Noi l'abbiamo banalizzata. No! Non è vero. Non l'abbiamo ancora interiorizzata e accettata fino in fondo. Il Natale è più facile, più carino, più comprensibile.

È vero che lo riempiamo, il Natale, di regali, di tenerezze, di presepi. Ma, nonostante questo ingolfamento, il Bambino Gesù non è soltanto una statuina. Qualcosa abbiamo capito e la parola "pace" è entrata nel nostro cuore, nelle nostre case, nelle nostre contrade.

La Pasqua, invece, con la morte di Cristo così tragica, con il tradimento dell'apostolo, con le congiure, i processi, la via della croce, il sepolcro e poi la risurrezione, fa fatica ad entrare in tutti, perfino nel cuore e nella testa di noi preti, come fu allora per i discepoli.

Eppure la Settimana Santa, che continua ora nel tempo pasquale, rinchiude e rispiega tutta la storia del passato e orienta e illumina la storia del domani. Le due festività, così diverse e così cariche di significati inattesi e inspiegabili, sono legate al nome di due donne: Maria, che diventò madre di Cristo, nella grotta di Betlemme a Natale; la Maddalena, la prima ad incontrarlo nel giardino, il mattino di Pasqua. Ancora le donne!

Va sottolineato con meraviglia, avvicinando domanda a domanda, come accadde allora agli apostoli e soprattutto ai due, Pietro e Giovanni, che tra il dubbio e la gioia, presero il mantello e corsero al sepolcro. Trovarono la pietra rovesciata e il sudario "avvolto in un luogo a parte". Videro e credettero.

Quando riusciremo a capire i motivi profondi per i quali siamo al mondo e per i quali ognuno di noi vale la nascita, la morte e la risurrezione di Cristo? Andiamo in chiesa, suoniamo le campane, (forse) andiamo anche a confessarci. Ma quando crederemo?

Perché tra l'andare in chiesa e "credere" passa il filo rosso che spiega e lega la nostra vita quotidiana con il sudario purtroppo ancora avvolto, in luoghi che non toccano le nostre coscienze.

 

 

Don Antonio Mazzi


Risorto vivente per sempre

 

 

 

di ENZO BIANCHI

 

Gv  20,19-31

19La sera del primo giorno della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». 24Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

26Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». 27Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». 28Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». 30Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 

Siamo nell’ultimo capitolo del vangelo scritto dal discepolo amato, dove ci è data la testimonianza della resurrezione di Gesù da parte di Maria di Magdala, del discepolo amato stesso e degli altri discepoli, tra i quali Tommaso (il capitolo 21 è stato aggiunto dalla comunità del discepolo amato, tant’è vero che i vv. 30-31 del capitolo 20 costituiscono la conclusione del vangelo).

 

Sempre in quel “primo giorno della settimana”, il giorno della resurrezione e dunque il giorno del Signore (Dominus, da cui dies dominicus, domenica), alla sera i discepoli di Gesù sono ancora nella paura, chiusi in casa, nonostante Maria di Magdala abbia annunciato loro: “Ho visto il Signore!” (Gv 20,18). Dov’erano i discepoli? In quale casa? Non ci viene detto, ma l’evangelista sembra suggerirci che dove sono i discepoli, là viene Gesù. Così il lettore comprende che ogni primo giorno della settimana, nel luogo in cui lui si trova con altri cristiani, là viene Gesù risorto e vivente.

 

In quel giorno della resurrezione Gesù ha inaugurato un altro modo di presenza: sta in mezzo ai suoi non più come prima, uomo tra gli uomini, ma come Risorto vivente per sempre. È sempre lui, Gesù, il figlio di Maria, l’inviato da Dio nel mondo, ma ormai non più in una carne mortale, bensì in una vita eterna nello Spirito di Dio. Questa nuova presenza è più forte e più potente della presenza fisica, perché vince ogni porta chiusa e ogni muro, e diventa credibile, sperimentata, vissuta nel quadro di una vita fraterna, di una vita di comunione: la chiesa.

 

Gesù, dunque, venuto tra i suoi nella posizione centrale (“stette in mezzo a loro”) di chi presiede l’assemblea, saluta i suoi con la benedizione messianica: “La pace sia con voi!”, e nel consegnare la pace mostra loro il suo corpo piagato, le mani che portano i segni della crocifissione (cf. Gv 19,17) e il costato che aveva ricevuto il colpo di lancia (cf. Gv 19,34). Gesù è vivente, è risorto da morte, ma non cessa di essere il Crocifisso: quella morte, destino di ogni uomo ma anche morte violenta data a Gesù dall’ingiustizia di questo mondo, è stata da lui vissuta e assunta, fa parte della sua umanità ormai trasfigurata in Dio ma sempre presente, non cancellata né dimenticata. Sì, Gesù risorto è vita eterna, divina, ma anche vita umana trasfigurata, sicché ormai non è più possibile pensare a Dio, dire Dio, senza pensare anche all’uomo.

 

A questa percezione i discepoli gioiscono, realizzando le parole dette loro da Gesù prima della passione: “Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete … Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete … Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia” (Gv 14,19; 16,16.22). Gesù allora quale Risorto alita, soffia su quella comunità, gioiosa perché credente in lui, e li fa tutti inviati, apostoli. Inviati per cosa? Nel quarto vangelo questi discepoli resi apostoli sono inviati per dare agli uomini la possibilità di sperimentare la salvezza nella remissione dei peccati: rimettere i peccati, rimettere i debiti, perdonare, questo è il mandato missionario. Nient’altro, nient’altro! Perché questo è ciò di cui gli uomini hanno bisogno: il perdono, la remissione dei peccati, la cancellazione dei peccati da parte di Dio e da parte degli uomini loro fratelli.

 

A questa esperienza della presenza del Risorto da parte dei discepoli Giovanni aggiunge l’esperienza di uno dei Dodici: Tommaso, quel discepolo che aveva detto di voler andare a Gerusalemme per morire con Gesù (cf. Gv 11,16), ma che poi in realtà era fuggito come tutti gli altri. Tommaso non vuole credere, sulla parola dei suoi fratelli, alla presenza di Gesù risorto e vivente, ma otto giorni dopo, quando la comunità è nuovamente radunata nel primo giorno della settimana, egli è presente. Ed ecco che, di nuovo, viene Gesù, sta in mezzo e dà la pace ai discepoli; poi si rivolge a Tommaso mostrandogli le mani bucate e il costato trafitto, i segni della passione in un corpo trasfigurato. Tommaso allora non può fare altro che invocare: “Mio Signore e mio Dio!”, pronunciando la confessione di fede più alta di tutto il quarto vangelo. Quel Risorto è Kýrios e Dio per la chiesa! Questo occorre credere senza aver visto nulla, ma accogliendo l’annuncio della comunità del Signore e il dono di Dio che rivela la vera identità di Gesù risorto per sempre. Per Tommaso toccare il corpo di Gesù è ormai diventato inutile, ed egli non lo fa, perché la contemplazione e l’incontro con i segni della passione trasfigurati gli bastano.

 

 

Ma l’operazione più difficile, per Tommaso come per noi, sta proprio nel vedere nei corpi piagati la potenza di una trasfigurazione che fa delle piaghe delle cicatrici luminose e piene di senso: non più segno di morte o di peccato, ma segno di guarigione e di vita per sempre.


Domenica II di Pasqua B

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

Tommaso icona

 

20,19-31 Un luogo, un discepolo e un libro [1]

 

Il passo del Vangelo che abbiamo ascoltato (cfr Gv 20,19-31) ci parla di un luogo, di un discepolo e di un libro.

 

1. Un luogo …

dove il Risorto si rende presente con i suoi doni pasquali…

Il luogo è quello dove si trovavano i discepoli la sera di Pasqua: di esso si dice solo che le sue porte erano chiuse (cfr v. 19). Otto giorni dopo, i discepoli si trovavano ancora in quella casa, e le porte erano ancora chiuse (cfr v. 26). Gesù vi entra, si pone in mezzo e porta la sua pace, lo Spirito Santo e il perdono dei peccati: in una parola, la misericordia di Dio.

 

… invita ad uscire..

Dentro questo luogo chiuso risuona forte l’invito che Gesù rivolge ai suoi: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi” (v. 21).

Gesù manda. Lui desidera, fin dall’inizio, che la Chiesa sia in uscita, vada nel mondo. E vuole che lo faccia così come lui stesso ha fatto, come lui è stato mandato nel mondo dal Padre: non da potente, ma nella condizione di servo (cfr Fil 2,7), non “per farsi servire, ma per servire” (Mc 10,45) e per portare il lieto annuncio (cfr Lc 4,18); così anche i suoi sono inviati, in ogni tempo. Colpisce il contrasto: mentre i discepoli chiudevano le porte per timore, Gesù li invia in missione; vuole che aprano le porte ed escano a diffondere il perdono e la pace di Dio, con la forza dello Spirito Santo.

 

… un invito rivolto anche a noi

Questa chiamata è anche per noi. Come non sentirvi l’eco del grande invito di san Giovanni II: “Aprite le porte!”? Tuttavia, nella nostra vita di sacerdoti e consacrati può esserci spesso la tentazione di rimanere un po’ rinchiusi, per timore o per comodità, in noi stessi e nei nostri ambiti. La direzione che Gesù indica è però a senso unico: uscire da noi stessi. È un viaggio senza biglietto di ritorno. Si tratta di compiere un esodo dal nostro io, di perdere la vita per lui (cfr Mc 8,35), seguendo la via del dono di sé. D’altra parte, Gesù non ama le strade percorse a metà, le porte lasciate socchiuse, le vite a doppio binario. Chiede di mettersi in cammino leggeri, di uscire rinunciando alle proprie sicurezze, saldi solo in lui.

 

… per una vita fatta di amore, servizio e disponibilità

In altre parole, la vita dei suoi discepoli più intimi, quali siamo chiamati ad essere, è fatta di amore concreto, cioè di servizio e disponibilità; è una vita dove non esistono spazi chiusi e proprietà private per i propri comodi – almeno non devono esistere. Chi ha scelto di conformare tutta l’esistenza a Gesù non sceglie più i propri luoghi, ma va là dove è mandato; pronto a rispondere a chi lo chiama, non sceglie più nemmeno i propri tempi. La casa dove abita non gli appartiene, perché la Chiesa e il mondo sono i luoghi aperti della sua missione. Il suo tesoro è porre il Signore in mezzo alla vita, senza ricercare altro per sé. Fugge così le situazioni appaganti che lo metterebbero al centro, non si erge sui traballanti piedistalli dei poteri del mondo e non si adagia nelle comodità che infiacchiscono l’evangelizzazione; non spreca tempo a progettare un futuro sicuro e ben retribuito, per non rischiare di diventare isolato e cupo, rinchiuso nelle pareti anguste di un egoismo senza speranza e senza gioia. Contento nel Signore, non si accontenta di una vita mediocre, ma brucia del desiderio di testimoniare e di raggiungere gli altri; ama rischiare ed esce, non costretto da percorsi già tracciati, ma aperto e fedele alle rotte indicate dallo Spirito: contrario al vivacchiare, si rallegra di evangelizzare.

 

2. Un discepolo

 

…che ci assomiglia

Nel Vangelo odierno, in secondo luogo, emerge la figura dell’unico discepolo nominato, Tommaso. Nel suo dubbio e nella sua ansia di voler capire, questo discepolo, anche piuttosto ostinato, un po’ ci assomiglia e ci risulta anche simpatico. Senza saperlo, egli ci fa un grande regalo: ci porta più vicino a Dio, perché Dio non si nasconde a chi lo cerca. Gesù gli mostra le sue piaghe gloriose, gli fa toccare con mano l’infinita tenerezza di Dio, i segni vivi di quanto ha patito per amore degli uomini.

Per noi discepoli, è tanto importante mettere la nostra umanità a contatto con la carne del Signore, cioè portare a Lui, con fiducia e con totale sincerità, fino in fondo, quello che siamo.

 

… ci assomiglia in tutto

Gesù, come disse a santa Faustina, è contento che gli parliamo di tutto, non si stanca delle nostre vite che già conosce, attende la nostra condivisione, persino il racconto delle nostre giornate (cfr Diario, 6 settembre1937). Così si cerca Dio, in una preghiera che sia trasparente e non dimentichi di confidare e affidare le miserie, le fatiche e le resistenze. Il cuore di Gesù è conquistato dall’apertura sincera, da cuori che sanno riconoscere e piangere le proprie debolezze, fiduciosi che proprio lì agirà la divina misericordia. Che cosa ci chiede Gesù? Egli desidera cuori veramente consacrati, che vivono del perdono ricevuto da Lui, per riversarlo con compassione sui fratelli. Gesù cerca cuori aperti e teneri verso i deboli, mai duri; cuori docili e trasparenti, che non dissimulano di fronte a chi ha il compito nella Chiesa di orientare il cammino. Il discepolo non esita a porsi domande, ha il coraggio di abitare il dubbio e di portarlo al Signore, ai formatori e ai superiori, senza calcoli e reticenze. Il discepolo fedele attua un discernimento vigile e costante, sapendo che il cuore va educato ogni giorno, a partire dagli affetti, per fuggire ogni doppiezza negli atteggiamenti e nella vita.

 

…e trova in Gesù il tutto della vita

L’apostolo Tommaso, alla fine della sua appassionata ricerca, non è solo giunto a credere nella risurrezione, ma ha trovato in Gesù il tutto della vita, il suo Signore; gli ha detto: “Mio Signore, mio Dio” (v. 28). Ci farà bene, oggi e ogni giorno, pregare queste splendide parole, con cui dirgli: sei l’unico mio bene, la strada del mio cammino, il cuore della mia vita, il mio tutto.

 

3. Un libro:

 

è il Vangelo, nel quale non sono stati scritti i molti altri segni compiuti da Gesù (v. 30). Dopo il grande segno della sua misericordia, potremmo intendere, non è stato più necessario aggiungere altro.

 

… un libro aperto, dalla pagine ancora bianche, da scrivere…

C’è però ancora una sfida, c’è spazio per i segni compiuti da noi, che abbiamo ricevuto lo Spirito dell’amore e siamo chiamati a diffondere la misericordia. Si potrebbe dire che il Vangelo, libro vivente della misericordia di Dio, che va letto e riletto continuamente, ha ancora delle pagine bianche in fondo: rimane un libro aperto, che siamo chiamati a scrivere con lo stesso stile, compiendo cioè opere di misericordia. Vi domando, cari fratelli e sorelle: le pagine del libro di ciascuno di voi, come sono? Sono scritte ogni giorno? Sono scritte un po’ sì e un po’ no? Sono in bianco? Ci aiuti in questo la Madre di Dio: ella, che ha pienamente accolto la Parola di Dio nella vita (cfr Lc 8,20-21), ci dia la grazia di essere scrittori viventi del Vangelo; la nostra Madre di misericordia ci insegni a prenderci cura concretamente delle piaghe di Gesù nei nostri fratelli e sorelle che sono nel bisogno, dei vicini come dei lontani, dell’ammalato come del migrante, perché servendo chi soffre si onora la carne di Cristo.

 

… con l’aiuto di Maria

La Vergine Maria ci aiuti a spenderci fino in fondo per il bene dei fedeli a noi affidati e a farci carico gli uni degli altri, come veri fratelli e sorelle nella comunione della Chiesa, nostra santa Madre.

Cari fratelli e sorelle, ciascuno di noi custodisce nel cuore una pagina personalissima del libro della misericordia di Dio: è la storia della nostra chiamata, la voce dell’amore che ha attirato e trasformato la nostra vita, portandoci a lasciare tutto sulla Parola e a seguirlo (cfr Lc 5,11). Ravviviamo oggi, con gratitudine, la memoria della sua chiamata, più forte di ogni resistenza e fatica. Continuando la Celebrazione eucaristica, centro della nostra vita, ringraziamo il Signore, perché è entrato nelle nostre porte chiuse con la sua misericordia; perché, come Tommaso, ci ha chiamato per nome; perché ci dà la grazia di continuare a scrivere il suo Vangelo di amore.

 

Gv 20,19 Anche oggi c’è la tentazione delle porte chiuse [2]

 

Il Maestro ci precede e ci spinge sulla strada

Da quella benedetta alba della domenica della storia, risuonano nel tempo e nello spazio le parole dell’angelo che accompagnano l’annuncio della risurrezione: “Andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete” (Mc 16,7).

Il Maestro ci precede sempre, egli ci cammina davanti (Lc 19,28) e, per questo, ci spinge sulla strada, ci insegna a non restare fermi. Se c’è qualcosa di assolutamente contrario all’evento pasquale è il dire: “Siamo qui, che vengano”. Il vero discepolo conosce e si prende cura di un mandato che dà identità, senso e bellezza al suo credere: “Andate...” (Mt 28,19). Allora sì che l’annuncio sarà kerigma; la religione, vita piena; il discepolo, un cristiano autentico.

 

La tentazione di chiudersi

La tentazione del chiudersi, della paura paralizzante ha accompagnato anche i primi passi dei seguaci di Gesù: “Mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore ...” (Gv 20,19). Oggi come ieri possiamo avere paura. Anche oggi molte volte stiamo con le porte chiuse.

 

La Chiesa non può ripiegarsi su se stessa

“La Chiesa non può ripiegare rispetto a chi vede solo confusione, pericoli e minacce, o a chi pretende di coprire la varietà e la complessità delle situazioni con una coperta di ideologie logore o di aggressioni irresponsabili. È necessario confermare, rinnovare e rivitalizzare la novità del Vangelo, radicata nella nostra storia, a partire da un incontro personale e comunitario con Gesù Cristo, che susciti discepoli e missionari. Questo non dipende tanto da grandi programmi e strutture, quanto piuttosto da uomini e donne nuovi, che incarnino tale tradizione e novità, come discepoli di Gesù Cristo e missionari del suo Regno, protagonisti di vita nuova per un’America Latina che vuole rincontrare se stessa con la luce e la forza dello Spirito.

 

…. e ridursi a bagaglio di conoscenza

“Non può resistere agli urti del tempo una fede cattolica ridotta a un bagaglio di conoscenze, a un’elencazione di alcune norme e proibizioni, a pratiche frammentate di devozioni, a un’adesione selettiva e parziale alle verità della fede, alla partecipazione occasionale ad alcuni sacramenti, alla ripetizione di prìncipi dottrinali, a moralismi blandi o esasperati, che non trasformano la vita dei battezzati. La minaccia più grande per noi “è il grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa, nel quale in apparenza ogni cosa procede normalmente, ma in realtà la fede si logora e decade nella meschinità Tocca a tutti noi “ricominciare da Cristo” (cfr. NMI 28-29), riconoscendo che “all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva" (DCE1) (DA 11-12).

 

20,18 “Gioirono al vedere il Signore” (LF 30)

 

La dinamica della fede: dall’ascoltare-vedere …

 

La connessione tra il vedere e l’ascoltare, come organi di conoscenza della fede, appare con la massima chiarezza nel Vangelo di Giovanni. Per il quarto Vangelo, credere è ascoltare e, allo stesso tempo, vedere. L’ascolto della fede avviene secondo la forma di conoscenza propria dell’amore: è un ascolto personale, che distingue la voce e riconosce quella del Buon Pastore (cfr Gv 10,3-5); un ascolto che richiede la sequela, come accade con i primi discepoli che, “sentendolo parlare così, seguirono Gesù” (Gv 1,37). D’altra parte, la fede è collegata anche alla visione. A volte, la visione dei segni di Gesù precede la fede, come con i giudei che, dopo la risurrezione di Lazzaro, “alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui” (Gv 11,45). Altre volte, è la fede che porta a una visione più profonda: “Se crederai, vedrai la gloria di Dio” (Gv 11,40). Alla fine, credere e vedere s’intrecciano: “Chi crede in me [.] crede in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato” (Gv 12,44-45). Grazie a quest’unione con l’ascolto, il vedere diventa sequela di Cristo, e la fede appare come un cammino dello sguardo, in cui gli occhi si abituano a vedere in profondità. E così, il mattino di Pasqua, si passa da Giovanni che, ancora nel buio, davanti al sepolcro vuoto, “vide e credette” (Gv 20,8); a Maria Maddalena che, ormai, vede Gesù (cfr Gv 20,14) e vuole trattenerlo, ma è invitata a contemplarlo nel suo cammino verso il Padre; fino alla piena confessione della stessa Maddalena davanti ai discepoli: “Ho visto il Signore!” (Gv 20,18).

 

… e credere in Gesù

Come si arriva a questa sintesi tra l’udire e il vedere? Diventa possibile a partire dalla persona concreta di Gesù, che si vede e si ascolta. Egli è la Parola fatta carne, di cui abbiamo contemplato la gloria (cfr Gv 1,14). La luce della fede è quella di un Volto in cui si vede il Padre. Infatti, la verità che la fede coglie è, nel quarto Vangelo, la manifestazione del Padre nel Figlio, nella sua carne e nelle sue opere terrene, verità che si può definire come la “vita luminosa” di Gesù. Ciò significa che la conoscenza della fede non ci invita a guardare una verità puramente interiore. La verità che la fede ci dischiude è una verità centrata sull’incontro con Cristo, sulla contemplazione della sua vita, sulla percezione della sua presenza. In questo senso, san Tommaso d’Aquino parla dell’oculata fides degli Apostoli - fede che vede davanti alla visione corporea del Risorto. Hanno visto Gesù risorto con i loro occhi e hanno creduto, hanno, cioè, potuto penetrare nella profondità di quello che vedevano per confessare il Figlio di Dio, seduto alla destra del Padre.

 

20,19.20 Chi segue Cristo riceve la vera pace [3]

 

Nel Vangelo abbiamo ascoltato queste parole: “Venite a me, voi tutti, che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,28-29). San Francesco ci testimonia: chi segue Cristo, riceve la vera pace, quella che solo lui, e non il mondo, ci può dare. San Francesco viene associato da molti alla pace, ed è giusto, ma pochi vanno in profondità. Qual è la pace che Francesco ha accolto e vissuto e ci trasmette? Quella di Cristo, passata attraverso l’amore più grande, quello della Croce. È la pace che Gesù Risorto donò ai discepoli quando apparve in mezzo a loro (cfr Gv 20,19.20).

La pace francescana non è un sentimento sdolcinato. Per favore: questo san Francesco non esiste! E neppure è una specie di armonia panteistica con le energie del cosmo… Anche questo non è francescano! Anche questo non è francescano, ma è un’idea che alcuni hanno costruito! La pace di san Francesco è quella di Cristo, e la trova chi “prende su di sé” il suo “giogo”, cioè il suo comandamento: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato (cfr Gv 13,34; 15,12). E questo giogo non si può portare con arroganza, con presunzione, con superbia, ma solo si può portare con mitezza e umiltà di cuore.

 

20,19.21.26 Essere partecipi della pace della resurrezione [4]

 

La pace è consegna definitiva del trionfo di Gesù

Il saluto di Cristo risorto, “Pace a voi!” (Gv 20,19.21.26) è la consegna del trionfo definitivo. Condividerla, riceverla, significa essere già partecipi della pace della resurrezione. La pace dev’essere lo stato abituale di un religioso, di un sacerdote perché, in quanto mediatore, mantiene il suo cuore ancorato al sommo bene, ai “beni di lassù”: “I nostri cuori siano fissi laddove sono le vere gioie” ci fa chiedere la liturgia.

 

È pace vera, non illusoria

Non dobbiamo confondere la pace vera con quella illusoria. La seconda è quella dell’ignoranza, quella dell’io candido che schiva la difficoltà, quella del ricco Epulone che ignora Lazzaro. La vera pace cresce nella tensione di due elementi contrari: è accettazione di un presente in cui ci riconoscia-mo deboli e peccatori e, al tempo stesso, superamento dello stesso presente come se già fossimo liberati dal limite del peccato. Sant’Ignazio ci fa entrare varie volte in questa tensione esplicitata nella sua “teologia del “come se” (“come se fossi presente” ci fa sentire nel presepe; e per fare una buona scelta ci fa pensare “come se” fossimo in articulo mortis o nel giorno del giudizio; ES 186-187). Il luogo di questa pace è il cuore: qui abita la presenza di Gesù che ci dà sicurezza.

 

È esigente

In questa pace si coltivano il coraggio apostolico (parresia) e la pazienza apostolica (hypomoné). Vivere la pace infatti non significa mantenere la tranquillità. Qui non si tratta della pace facile, bensì di quella esigente, che non sopprime la fragilità e i difetti e ci permette di compiere la scelta e di trovare la volontà di Dio. Non è la pace del mondo (Gv 14,27), ma quella del Signore (Gv 16,33).

 

Va tramessa

Il nostro Dio è il Dio della pace (Rm 15,33), che ha voluto darla a noi pacificandoci in suo Figlio (Rm 5,1), affinché anche noi la trasmettessimo e fosse vincolo di unione per proteggere l’unità (Ef 4,3). Ci è stata annunciata ufficialmente, per tutti, la notte di Natale (Lc 2,14), e la sua eco giunge fino alla domenica delle Palme (Lc 19,38). Ci è stato chiesto di cercarla orientando i nostri passi verso di essa (Le 1,79), perché siamo stati tutti chiamati a vivere in pace (1 Cor 7,15), in quella pace che custodisce i nostri cuori e i nostri pensieri (Fil 4,7) e ci ispira a cercare la pace con tutti (Eb 12,14). Respingerla ci allontana dal timore di Dio (Rm 3,17) e rattrista il cuore di Cristo (Lc 19,42).

 

È beatitudine per combattere per il regno

La pace è una beatitudine (Mt 5,9) e la cerchiamo perché, in essa e con essa, dobbiamo combattere per il regno. Il Signore ci ha avvertiti: è venuto a portare la guerra (Mt 10,34), a farci partecipare alla stessa guerra che Egli combatte, avendo dato al Demonio un certo potere di togliere la pace dalla terra (Ap 6,4); ma infine Egli, il Dio della pace, schiaccerà Satana (Rm 16,20).

 

Definisce lo “stile di battaglia”

In questa guerra contro il Maligno la pace consolida il nostro valore, non lascia che nulla ci intimorisca davanti agli avversari (Fil 1,28) e, soprattutto, definisce lo “stile di battaglia”, uno stile che nasce da quella pace, combatte in pace e coltiva la pace: “Ma se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di contesa, non vantatevi e non dite menzogne contro la verità. Non è questa la sapienza che viene dall’alto: è terrestre, materiale, diabolica; perché dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. Invece la sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera. Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia” (Gc 3,14-18).

 

È radicata nel conforto

Ci farà bene se, in queste meditazioni sui misteri della resurrezione del Signore, guardiamo a lui come al portatore della pace. Questo è il senso del “considerare il compito di consolatore che Cristo nostro Signore svolge, paragonandolo al modo con cui gli amici sono soliti consolare gli altri” (ES 224). La pace è radicata nel conforto: sa consolare soltanto chi prima si è lasciato consolare dal Signore stesso. E ci farà bene sentire lo sguardo benevolo e profondo del Signore mentre, conoscendo tutto, ci dice con tenerezza: “Va’ in pace, la tua fede ti ha salvato” (Mc 5,34; Lc 7,50; 8,48)

 

20,19.21.26 I frutti della vittoria dell’amore di Dio sul male [5]

 

La pace, dono del Risorto

“Pace a voi!” Non è un saluto, e nemmeno un semplice augurio: è un dono, anzi, il dono prezioso che Cristo offre ai suoi discepoli dopo essere passato attraverso la morte e gli inferi. Dona la pace, come aveva promesso: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14,27). Questa pace è il frutto della vittoria dell’amore di Dio sul male, è il frutto del perdono. Ed è proprio così: la vera pace, quella profonda, viene dal fare esperienza della misericordia di Dio […].

 

La beatitudine della fede

Il Vangelo di Giovanni ci riferisce che Gesù apparve due volte agli Apostoli chiusi nel Cenacolo: la prima, la sera stessa della Risurrezione, e quella volta non c’era Tommaso, il quale disse: se io non vedo e non tocco, non credo. La seconda volta, otto giorni dopo, c’era anche Tommaso. E Gesù si rivolse proprio a lui, lo invitò a guardare le ferite, a toccarle; e Tommaso esclamò: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv 20,28). Gesù allora disse: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” (v. 29). E chi erano questi che avevano creduto senza vedere? Altri discepoli, altri uomini e donne di Gerusalemme che, pur non avendo incontrato Gesù risorto, credettero sulla testimonianza degli Apostoli e delle donne. Questa è una parola molto importante sulla fede, possiamo chiamarla la beatitudine della fede. Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto: questa è la beatitudine della fede!

In ogni tempo e in ogni luogo sono beati coloro che, attraverso la Parola di Dio, proclamata nella Chiesa e testimoniata dai cristiani, credono che Gesù Cristo è l’amore di Dio incarnato, la Misericordia incarnata. E questo vale per ciascuno di noi!

 

Lo Spirito Santo per la remissione dei peccati

Agli Apostoli Gesù donò, insieme con la sua pace, lo Spirito Santo, perché potessero diffondere nel mondo il perdono dei peccati, quel perdono che solo Dio può dare, e che è costato il Sangue del Figlio (cfr Gv 20,21-23). La Chiesa è mandata da Cristo risorto a trasmettere agli uomini la remissione dei peccati, e così far crescere il Regno dell’amore, seminare la pace nei cuori, perché si affermi anche nelle relazioni, nelle società, nelle istituzioni. E lo Spirito di Cristo Risorto scaccia la paura dal cuore degli Apostoli e li spinge ad uscire dal Cenacolo per portare il Vangelo. Abbiamo anche noi più coraggio di testimoniare la fede nel Cristo Risorto! Non dobbiamo avere paura di essere cristiani e di vivere da cristiani! Noi dobbiamo avere questo coraggio, di andare e annunciare Cristo Risorto, perché Lui è la nostra pace, Lui ha fatto la pace, con il suo amore, con il suo perdono, con il suo sangue, con la sua misericordia.

 

20,20 Una catechesi segnata dall’allegria [6]

 

Per questo oso esortarvi insieme all’apostolo Paolo: “Rallegratevi, rallegratevi sempre nel Signore”. Che la catechesi che servite con tanto amore sia segnata da questa allegria, frutto della vicinanza del Signore risorto (“i discepoli si riempirono di gioia quando videro il Signore”, Gv 20, 20), che permette anche di scoprire la vostra bontà e la disponibilità alla chiamata del Signore.

E non permettere mai che il cattivo spirito rovini l’opera alla quale siete convocati. Cattivo spirito che ha manifestazioni molto concrete, facili da scoprire: l’arrabbiatura, il maltrattamento, la chiusura, il disprezzo, la sottovalutazione, la routine, la mormorazione, il pettegolezzo ...

 

20,20.27 Il Risorto esercita il sacerdozio dell’intercessione [7]

 

Il sacerdozio di Cristo si esercita in tre momenti: nel sacrificio della croce (e in questo senso è stato “una volta per sempre”); attualmente (come intercessore presso il Padre, Eb 7,25); e alla fine dei tempi (“senza alcuna relazione con il peccato”, Eb 9,28), quando Cristo consegnerà tutta la creazione al Padre. Nel secondo momento, quello attuale, Gesù Cristo esercita l’intercessione sacerdotale per noi: “Poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore (Eb 7, 24-25). Gesù Cristo è vivo e intercede in tutta la sua pienezza di uomo e di Dio: “Poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato” (Eb 4, 14ss). Nei misteri della risurrezione, Gesù, già costituito Signore, mostra il suo corpo, si lascia toccare le piaghe, la carne (Gv 20,20.27; Lc 24,39.42). Quel corpo, quelle piaghe, quella carne sono intercessione. E anzi: non c’è altra via di accesso al Padre se non questa.

Il Padre vede la carne del Figlio e la fa accedere alla salvezza... Troviamo il Padre nelle piaghe di Cristo. Egli è vivo, così, nella sua carne gloriosa, ed è vivente in noi.

Partecipare alla sua carne, portare pazienza con lui nella sua passione per partecipare anche alla sua glorificazione: questo è il concetto chiave della Lettera agli Ebrei: “Noi abbiamo un altare le cui offerte non possono essere mangiate da quelli che prestano servizio nel Tempio” (Eb 13, 10). Questo altare è Cristo, il suo corpo appeso alla croce.

 

20,19-31 “Toccare” il mistero pasquale [8]

 

Le due apparizioni

Il Vangelo di Giovanni ci documenta le due apparizioni di Gesù Risorto agli Apostoli riuniti nel Cenacolo: quella della sera di Pasqua, assente Tommaso, e quella dopo otto giorni, presente Tommaso. La prima volta, il Signore mostrò le ferite del suo corpo ai discepoli, fece il segno di soffiare su di loro e disse: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi” (Gv 20,21). Trasmette ad essi la sua stessa missione, con la forza dello Spirito Santo.

Ma quella sera mancava Tommaso, il quale non volle credere alla testimonianza degli altri. “Se non vedo e non tocco le sue piaghe – disse –, io non credo” (cfr Gv 20,25). Otto giorni dopo – cioè proprio come oggi – Gesù ritorna a presentarsi in mezzo ai suoi e si rivolge subito a Tommaso, invitandolo a toccare le ferite delle sue mani e del suo fianco. Viene incontro alla sua incredulità, perché, attraverso i segni della passione, possa raggiungere la pienezza della fede pasquale, cioè la fede nella risurrezione di Gesù.

 

Tommaso vuole fare un’esperienza personale

Tommaso è uno che non si accontenta e cerca, intende verificare di persona, compiere una propria esperienza personale. Dopo le iniziali resistenze e inquietudini, alla fine arriva anche lui a credere, pur avanzando con fatica, ma arriva alla fede. Gesù lo attende pazientemente e si offre alle difficoltà e alle insicurezze dell’ultimo arrivato. Il Signore proclama “beati” quelli che credono senza vedere (cfr v. 29) – e la prima di questi è Maria sua Madre –, però viene incontro anche all’esigenza del discepolo incredulo: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani…” (v. 27).

Al contatto salvifico con le piaghe del Risorto, Tommaso manifesta le proprie ferite, le proprie piaghe, le proprie lacerazioni, la propria umiliazione; nel segno dei chiodi trova la prova decisiva che era amato, che era atteso, che era capito. Si trova di fronte un Messia pieno di dolcezza, di misericordia, di tenerezza. Era quello il Signore che cercava, lui, nelle profondità segrete del proprio essere, perché aveva sempre saputo che era così.

 

Anche noi cerchiamo di “toccare” il mistero pasquale

E quanti di noi cerchiamo nel profondo del cuore di incontrare Gesù, così come è: dolce, misericordioso, tenero! Perché noi sappiamo, nel profondo, che Lui è così. Ritrovato il contatto personale con l’amabilità e la misericordiosa pazienza del Cristo, Tommaso comprende il significato profondo della sua Risurrezione e, intimamente trasformato, dichiara la sua fede piena e totale in Lui esclamando: “Mio Signore e mio Dio!” (v. 28). Bella, bella espressione, questa di Tommaso!

Egli ha potuto “toccare” il Mistero pasquale che manifesta pienamente l’amore salvifico di Dio, ricco di misericordia (cfr Ef 2,4). E come Tommaso anche tutti noi: in questa seconda Domenica di Pasqua siamo invitati a contemplare nelle piaghe del Risorto la Divina Misericordia, che supera ogni umano limite e risplende sull’oscurità del male e del peccato […]. Teniamo lo sguardo rivolto a Lui, che sempre ci cerca, ci aspetta, ci perdona; tanto misericordioso, non si spaventa delle nostre miserie. Nelle sue piaghe ci guarisce e perdona tutti i nostri peccati. E la Vergine Madre ci aiuti ad essere misericordiosi con gli altri come Gesù lo è con noi.

 

20,19-31 Dalla paura e dall’incredulità alla fede [9]

 

Un credo che abbraccia tutta la vita di Gesù

Il passo del Vangelo che la Chiesa propone in questa prima domenica dopo Pasqua ci dà la formulazione di un nuovo credo, quello pasquale. Quell’atto di fede tanto piccolo e tanto denso che lo Spirito Santo ispira al cuore incredulo di Tommaso: “Mio Signore e mio Dio”. Un credo semplice ma profondo. Un credo che abbraccia tutta la vita di Gesù, la sua passione, la sua morte e la sua risurrezione: “Mio Signore e mio Dio”. Un credo che oggi vi chiedo di proclamare al momento dell’elevazione, facendo eco a questo mistero gioioso della Pasqua, dicendo al Signore, che ha condiviso con noi la nostra vita e la nostra morte, che egli è il Signore e Dio: “Mio Signore e mio Dio”.

 

Il tempo pasquale, un tempo per pacificare

Tutto il tempo successivo alla risurrezione del Signore è occupato da lui e dai suoi angeli a pacificare, calmare i cuori, aprire le menti. Il saluto pasquale degli angeli è un saluto di speranza e di coraggio: Non abbiate paura”. E la prima cosa che gli angeli dicono alle donne: “Non spaventatevi, non abbiate paura”. Infatti la paura si era impadronita dei discepoli quando videro il sepolcro vuoto, quando videro quegli angeli. E anche quando appare il Signore, credono di vedere un fantasma, tanto che deve dire loro: “Un fantasma non ha carne e ossa, toccatemi”.

 

La paura della gioia

San Luca ha una frase molto bella al riguardo. La paura della gioia. Era tale la gioia che provavano che resistevano a credere! Infatti avevano paura che succedesse loro ciò che già era avvenuto, con la prima gioia che si era trasformata in frustrazione. La paura della gioia. Gesù dice: “Non abbiate paura della morte, perché io l’ho sconfitta”. Non abbiate paura dei fantasmi perché io sto in mezzo a voi. Non abbiate paura della gioia, la gioia di quel trionfo che già possediamo... e l’atto di fede che la prima comunità mette sulla bocca di Tommaso racchiude tutto questo: “Mio Signore e mio Dio”.

 

Dal “Non abbiate paura!” al “Mio Signore e mio Dio”

Il beato Giovanni Paolo ci disse molte volte fin dall’inizio: “Non abbiate paura”, perché viveva contemplando il suo Signore risorto. Egli sapeva che il suo redentore viveva, che a quelle piaghe si abbeverava il suo cuore di pastore, che in quelle piaghe trovava rifugio e coraggio. Volle dunque trasmettercelo dall’inizio: “Non abbiate paura”. Alcuni giorni fa, con un’espressione bellissima, l’arcivescovo di Cracovia, Cardinal Dziwisz, riferendosi a questa frase ha detto: “Quel non abbiate paura (che pronunciò il papa) ha abbattuto dittature”. Il coraggio e la fermezza che ci danno la risurrezione di Cristo, la serenità di essere perdonati dalla misericordia che troviamo nelle sue piaghe ci tolgono la paura.

Che oggi continui a risuonare nei nostri orecchi e nel nostro cuore quella frase di Gesù, degli angeli e del beato Giovanni Paolo: “Non abbiate paura”. E che possiamo rispondere al Signore risorto con il cuore in ginocchio: “Mio Signore e mio Dio”. E così sia.

 

20,19-31 La domenica della Divina Misericordia [10]

 

Celebriamo oggi la Seconda Domenica di Pasqua, denominata anche “della Divina Misericordia”. Com’è bella questa realtà della fede per la nostra vita: la misericordia di Dio! Un amore così grande, così profondo quello di Dio verso di noi, un amore che non viene meno, sempre afferra la nostra mano e ci sorregge, ci rialza, ci guida.

 

Tommaso fa l’esperienza della misericordia…

Nel Vangelo di oggi, l’apostolo Tommaso fa esperienza proprio della misericordia di Dio, che ha un volto concreto, quello di Gesù, di Gesù Risorto. Tommaso non si fida di ciò che gli dicono gli altri Apostoli: “Abbiamo visto il Signore”; non gli basta la promessa di Gesù, che aveva annunciato: il terzo giorno risorgerò. Vuole vedere, vuole mettere la sua mano nel segno dei chiodi e nel costato. E qual è la reazione di Gesù? La pazienza: Gesù non abbandona il testardo Tommaso nella sua incredulità; gli dona una settimana di tempo, non chiude la porta, attende. E Tommaso riconosce la propria povertà, la poca fede. “Mio Signore e mio Dio”: con questa invocazione semplice ma piena di fede risponde alla pazienza di Gesù. Si lascia avvolgere dalla misericordia divina, la vede davanti a sé, nelle ferite delle mani e dei piedi, nel costato aperto, e ritrova la fiducia: è un uomo nuovo, non più incredulo, ma credente.

 

… e così Pietro e i discepoli di Emmaus

E ricordiamo anche Pietro: per tre volte rinnega Gesù proprio quando doveva essergli più vicino; e quando tocca il fondo incontra lo sguardo di Gesù che, con pazienza, senza parole gli dice: “Pietro, non avere paura della tua debolezza, confida in me”; e Pietro comprende, sente lo sguardo d’amore di Gesù e piange. Che bello è questo sguardo di Gesù – quanta tenerezza! Fratelli e sorelle, non perdiamo mai la fiducia nella misericordia paziente di Dio!

Pensiamo ai due discepoli di Emmaus: il volto triste, un camminare vuoto, senza speranza. Ma Gesù non li abbandona: percorre insieme la strada, e non solo! Con pazienza spiega le Scritture che si riferivano a Lui e si ferma a condividere con loro il pasto. Questo è lo stile di Dio: non è impaziente come noi, che spesso vogliamo tutto e subito, anche con le persone. Dio è paziente con noi perché ci ama, e chi ama comprende, spera, dà fiducia, non abbandona, non taglia i ponti, sa perdonare. Ricordiamolo nella nostra vita di cristiani: Dio ci aspetta sempre, anche quando ci siamo allontanati! Lui non è mai lontano, e se torniamo a Lui, è pronto ad abbracciarci.

 

… e il figlio minore della parabola…

A me fa sempre una grande impressione rileggere la parabola del Padre misericordioso, mi fa impressione perché mi dà sempre una grande speranza. Pensate a quel figlio minore che era nella casa del Padre, era amato; eppure vuole la sua parte di eredità; se ne va via, spende tutto, arriva al livello più basso, più lontano dal Padre; e quando ha toccato il fondo, sente la nostalgia del calore della casa paterna e ritorna. E il Padre? Aveva dimenticato il figlio? No, mai. É lì, lo vede da lontano, lo stava aspettando ogni giorno, ogni momento: è sempre stato nel suo cuore come figlio, anche se lo aveva lasciato, anche se aveva sperperato tutto il patrimonio, cioè la sua libertà; il Padre con pazienza e amore, con speranza e misericordia non aveva smesso un attimo di pensare a lui, e appena lo vede ancora lontano gli corre incontro e lo abbraccia con tenerezza, la tenerezza di Dio, senza una parola di rimprovero: è tornato! E quella è la gioia del padre. In quell’abbraccio al figlio c’è tutta questa gioia: è tornato! Dio sempre ci aspetta, non si stanca.

 

… perché Dio risponde alla nostra debolezza con la sua pazienza

Gesù ci mostra questa pazienza misericordiosa di Dio perché ritroviamo fiducia, speranza, sempre! Un grande teologo tedesco, Romano Guardini, diceva che Dio risponde alla nostra debolezza con la sua pazienza e questo è il motivo della nostra fiducia, della nostra speranza (cfr Glaubenserkenntnis, Würzburg 1949, p. 28). È come un dialogo fra la nostra debolezza e la pazienza di Dio, è un dialogo che se noi lo facciamo, ci dà speranza.

 

La pazienza di Dio deve trovare in noi il coraggio di ritornare a lui…

La pazienza di Dio deve trovare in noi il coraggio di ritornare a lui, qualunque errore, qualunque peccato ci sia nella nostra vita. Gesù invita Tommaso a mettere la mano nelle sue piaghe delle mani e dei piedi e nella ferita del costato. Anche noi possiamo entrare nelle piaghe di Gesù, possiamo toccarlo realmente; e questo accade ogni volta che riceviamo con fede i Sacramenti. San Bernardo in una bella Omelia dice: “Attraverso … le ferite [di Gesù] io posso succhiare miele dalla rupe e olio dai ciottoli della roccia (cfr Dt 32,13), cioè gustare e sperimentare quanto è buono il Signore” (Sul Cantico dei Cantici 61, 4). É proprio nelle ferite di Gesù che noi siamo sicuri, lì si manifesta l’amore immenso del suo cuore. Tommaso lo aveva capito. San Bernardo si domanda: ma su che cosa posso contare? Sui miei meriti? Ma “mio merito è la misericordia di Dio. Non sono certamente povero di meriti finché lui sarà ricco di misericordia. Che se le misericordie del Signore sono molte, io pure abbonderò nei meriti” (ivi, 5). Questo è importante: il coraggio di affidarmi alla misericordia di Gesù, di confidare nella sua pazienza, di rifugiarmi sempre nelle ferite del suo amore.

 

… sicuri che “dove è abbondato il peccato è sovrabbondata la grazia”

San Bernardo arriva ad affermare: “Ma che dire se la coscienza mi morde per i molti peccati? “Dove è abbondato il peccato è sovrabbondata la grazia” (Rm 5,20)” (ibid.). Forse qualcuno di noi può pensare: il mio peccato è così grande, la mia lontananza da Dio è come quella del figlio minore della parabola, la mia incredulità è come quella di Tommaso; non ho il coraggio di tornare, di pensare che Dio possa accogliermi e che stia aspettando proprio me. Ma Dio aspetta proprio te, ti chiede solo il coraggio di andare a Lui. Quante volte nel mio ministero pastorale mi sono sentito ripetere: “Padre, ho molti peccati”; e l’invito che ho sempre fatto è: “Non temere, va’ da lui, ti sta aspettando, lui farà tutto”. Quante proposte mondane sentiamo attorno a noi, ma lasciamoci afferrare dalla proposta di Dio, la sua è una carezza di amore. Per Dio noi non siamo numeri, siamo importanti, anzi siamo quanto di più importante Egli abbia; anche se peccatori, siamo ciò che gli sta più a cuore.

 

… c’è sempre la promessa e la possibilità del ritorno

Adamo dopo il peccato prova vergogna, si sente nudo, sente il peso di quello che ha fatto; eppure Dio non abbandona: se in quel momento inizia l’esilio da Dio, con il peccato, c’è già la promessa del ritorno, la possibilità di ritornare a lui. Dio chiede subito: “Adamo, dove sei?”, lo cerca. Gesù è diventato nudo per noi, si è caricato della vergogna di Adamo, della nudità del suo peccato per lavare il nostro peccato: dalle sue piaghe siamo stati guariti. Ricordatevi quello di san Paolo: di che cosa mi vanterò se non della mia debolezza, della mia povertà? Proprio nel sentire il mio peccato, nel guardare il mio peccato io posso vedere e incontrare la misericordia di Dio, il suo amore e andare da lui per ricevere il perdono.

 

Perciò entriamo nella piaghe di Gesù, lasciamoci amare

Nella mia vita personale ho visto tante volte il volto misericordioso di Dio, la sua pazienza; ho visto anche in tante persone il coraggio di entrare nelle piaghe di Gesù dicendogli: Signore sono qui, accetta la mia povertà, nascondi nelle tue piaghe il mio peccato, lavalo col tuo sangue. E ho sempre visto che Dio l’ha fatto, ha accolto, consolato, lavato, amato.

Cari fratelli e sorelle, lasciamoci avvolgere dalla misericordia di Dio; confidiamo nella sua pazienza che sempre ci dà tempo; abbiamo il coraggio di tornare nella sua casa, di dimorare nelle ferite del suo amore, lasciandoci amare da Lui, di incontrare la sua misericordia nei Sacramenti. Sentiremo la sua tenerezza, tanto bella, sentiremo il suo abbraccio e saremo anche noi più capaci di misericordia, di pazienza, di perdono, di amore.

 

20,20 “I discepoli gioirono” (EG 5)

 

Il Vangelo, dove risplende gloriosa la Croce di Cristo, invita con insistenza alla gioia. Bastano alcuni esempi: “ Rallegrati” è il saluto dell’angelo a Maria (Lc 1,28). La visita di Maria a Elisabetta fa sì che Giovanni salti di gioia nel grembo di sua madre (cfr Lc 1,41). Nel suo canto Maria proclama: “Il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore” (Lc 1,47). Quando Gesù inizia il suo ministero, Giovanni esclama: “Ora questa mia gioia è piena” (Gv 3,29). Gesù stesso “esultò di gioia nello Spirito Santo” (Lc 10,21). Il suo messaggio è fonte di gioia: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11). La nostra gioia cristiana scaturisce dalla fonte del suo cuore traboccante. Egli promette ai discepoli: “Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia” (Gv 16,20). E insiste: “Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia” (Gv 16,22). In seguito essi, vedendolo risorto, “gioirono” (Gv 20,20). Il libro degli Atti degli Apostoli narra che nella prima comunità “prendevano cibo con letizia” (2,46). Dove i discepoli passavano “vi fu grande gioia” (8,8), ed essi, in mezzo alla persecuzione, “erano pieni di gioia” (13,52). Un eunuco, appena battezzato, “pieno di gioia seguiva la sua strada” (8,39), e il carceriere “fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per aver creduto in Dio” (16,34). Perché non en-trare anche noi in questo fiume di gioia?

 

20,21-23 La dinamica del perdono [11]

 

Il Sacramento della Penitenza e della Riconciliazione scaturisce direttamente dal mistero pasquale. Infatti, la stessa sera di Pasqua il Signore apparve ai discepoli, chiusi nel cenacolo, e, dopo aver rivolto loro il saluto “Pace a voi!”, soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati” (Gv 20,21-23). Questo passo ci svela la dinamica più profonda che è contenuta in questo Sacramento. Anzitutto, il fatto che il perdono dei nostri peccati non è qualcosa che possiamo darci noi. Io non posso dire: mi perdono i peccati. Il perdono si chiede, si chiede a un altro e nella Confessione chiediamo il perdono a Gesù. Il perdono non è frutto dei nostri sforzi, ma è un regalo, è un dono dello Spirito Santo, che ci ricolma del lavacro di misericordia e di grazia che sgorga incessantemente dal cuore spalancato del Cristo crocifisso e risorto. In secondo luogo, ci ricorda che solo se ci lasciamo riconciliare nel Signore Gesù col Padre e con i fratelli possiamo essere veramente nella pace. E questo lo abbiamo sentito tutti nel cuore quando andiamo a confessarci, con un peso nell'anima, un po' di tristezza; e quando riceviamo il perdono di Gesù siamo in pace, con quella pace dell'anima tanto bella che soltanto Gesù può dare, soltanto Lui.

 

20,21 Unita a Cristo la Chiesa continua la sua missione [12]

 

Unendosi a Cristo, il popolo della nuova Alleanza, lungi dal chiudersi in se stesso, diventa “sacramento” per l’umanità, segno e strumento della salvezza operata da Cristo, luce del mondo e sale della terra (cfr Mt 5,13-16) per la redenzione di tutti. La missione della Chiesa continua quella di Cristo: “Come il Padre mi ha mandato, anch’io mando voi” (Gv 20,21). Perciò dalla perpetuazione nell’Eucaristia del sacrificio della Croce e dalla comunione col corpo e con il sangue di Cristo la Chiesa trae la necessaria forza spirituale per compiere la sua missione. Così l’Eucaristia si pone come fonte e insieme come culmine di tutta l’evangelizzazione, poiché il suo fine è la comunione degli uomini con Cristo e in Lui col Padre e con lo Spirito Santo.

 

20,22-23 I doni pasquali del Risorto [13]

 

Il protagonista del perdono dei peccati è lo Spirito Santo. Nella sua prima apparizione agli Apostoli, nel cenacolo, Gesù risorto fece il gesto di soffiare su di loro dicendo: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20,22-23). Gesù, trasfigurato nel suo corpo, ormai è l’uomo nuovo, che offre i doni pasquali frutto della sua morte e risurrezione. Quali sono questi doni? La pace, la gioia, il perdono dei peccati, la missione, ma soprattutto dona lo Spirito Santo che di tutto questo è la sorgente. Il soffio di Gesù, accompagnato dalle parole con le quali comunica lo Spirito, indica il trasmettere la vita, la vita nuova rigenerata dal perdono.

 

Il perdono attraverso le piaghe

Ma prima di fare il gesto di soffiare e donare lo Spirito, Gesù mostra le sue piaghe, nelle mani e nel costato: queste ferite rappresentano il prezzo della nostra salvezza. Lo Spirito Santo ci porta il perdono di Dio “passando attraverso” le piaghe di Gesù. Queste piaghe che Lui ha voluto conservare; anche in questo momento lui in Cielo fa vedere al Padre le piaghe con le quali ci ha riscattato. Per la forza di queste piaghe, i nostri peccati sono perdonati: così Gesù ha dato la sua vita per la nostra pace, per la nostra gioia, per il dono della grazia nella nostra anima, per il perdono dei nostri peccati. È molto bello guardare così a Gesù!

 

Agli Apostoli il potere di perdonare i peccati

E veniamo al secondo elemento: Gesù dà agli Apostoli il potere di perdonare i peccati. È un po’ difficile capire come un uomo può perdonare i peccati, ma Gesù dà questo potere. La Chiesa è depositaria del potere delle chiavi, di aprire o chiudere al perdono. Dio perdona ogni uomo nella sua sovrana misericordia, ma lui stesso ha voluto che quanti appartengono a Cristo e alla Chiesa, ricevano il perdono mediante i ministri della Comunità. Attraverso il ministero apostolico la misericordia di Dio mi raggiunge, le mie colpe sono perdonate e mi è donata la gioia. In questo modo Gesù ci chiama a vivere la riconciliazione anche nella dimensione ecclesiale, comunitaria. E questo è molto bello. La Chiesa, che è santa e insieme bisognosa di penitenza, accompagna il nostro cammino di conversione per tutta la vita. La Chiesa non è padrona del potere delle chiavi, ma è serva del ministero della misericordia e si rallegra tutte le volte che può offrire questo dono divino.

 

Dimensione ecclesiale del perdono

Tante persone forse non capiscono la dimensione ecclesiale del perdono, perché domina sempre l’individualismo, il soggettivismo, e anche noi cristiani ne risentiamo. Certo, Dio perdona ogni peccatore pentito, personalmente, ma il cristiano è legato a Cristo, e Cristo è unito alla Chiesa. Per noi cristiani c’è un dono in più, e c’è anche un impegno in più: passare umilmente attraverso il ministero ecclesiale. Questo dobbiamo valorizzarlo; è un dono, una cura, una protezione e anche è la sicurezza che Dio mi ha perdonato. Io vado dal fratello sacerdote e dico: “Padre, ho fatto questo…”. E lui risponde: “Ma io ti perdono; Dio ti perdona”. In quel momento, io sono sicuro che Dio mi ha perdonato! E questo è bello, questo è avere la sicurezza che Dio ci perdona sempre, non si stanca di perdonare. E non dobbiamo stancarci di andare a chiedere perdono. Si può provare vergogna a dire i peccati, ma le nostre mamme e le nostre nonne dicevano che è meglio diventare rosso una volta che non giallo mille volte. Si diventa rossi una volta, ma ci vengono perdonati i peccati e si va avanti.

 

Il sacerdote strumento per il perdono dei peccati

Infine, un ultimo punto: il sacerdote strumento per il perdono dei peccati. Il perdono di Dio che ci viene dato nella Chiesa, ci viene trasmesso per mezzo del ministero di un nostro fratello, il sacerdote; anche lui un uomo che come noi ha bisogno di misericordia, diventa veramente strumento di misericordia, donandoci l’amore senza limiti di Dio Padre. Anche i sacerdoti devono confessarsi, anche i Vescovi: tutti siamo peccatori. Anche il Papa si confessa ogni quindici giorni, perché anche il Papa è un peccatore. E il confessore sente le cose che io gli dico, mi consiglia e mi perdona, perché tutti abbiamo bisogno di questo perdono. A volte capita di sentire qualcuno che sostiene di confessarsi direttamente con Dio…. Sì, come dicevo prima, Dio ti ascolta sempre, ma nel sacramento della Riconciliazione manda un fratello a portarti il perdono, la sicurezza del perdono, a nome della Chiesa.

Il servizio che il sacerdote presta come ministro, da parte di Dio, per perdonare i peccati è molto delicato ed esige che il suo cuore sia in pace, che il sacerdote abbia il cuore in pace; che non maltratti i fedeli, ma che sia mite, benevolo e misericordioso; che sappia seminare speranza nei cuori e, soprattutto, sia consapevole che il fratello o la sorella che si accosta al sacramento della Riconciliazione cerca il perdono e lo fa come si accostavano tante persone a Gesù perché le guarisse. Il sacerdote che non abbia questa disposizione di spirito è meglio che, finché non si corregga, non amministri questo Sacramento. I fedeli penitenti hanno il diritto, tutti i fedeli hanno il diritto di trovare nei sacerdoti dei servitori del perdono di Dio.

 

20,22-23 Inviati in missione [14]

 

Quando voglio avere, nella mia azione pastorale, un potere che non è precisamente il potere che mi ha dato Gesù Cristo. O noleggiando poteri ad altri “signori”, o credendo che l’azione pastorale debba essere completamente spogliata di potere: queste due posizioni ci allontanano entrambe dal potere reale di cui ci ha investito il Signore: battezzare, insegnare la dottrina, aiutare a praticarla, benedire, curare, perdonare... (cfr Mt 28,19-20; Gv 20,22-23; Mc 16,15-18).

La mia inamovibilità, sia di luogo sia di atteggiamento, può costituire un’altra delle cose acquistate che mi allontanano dal totale servizio del Signore. Quell’ “io ubbidisco, ma dentro questo perimetro, questa diocesi, questo luogo”. Ciò attenta alla radice stessa dell’istituzione, perché privilegia la mia comodità statica al sempre scomodo ma fecondo “essere inviato in missione”.

Bene, potremmo continuare ad enumerare cose acquistate, e a catalogarle. Ognuno cerchi nel suo cuore (perché questa è la strada) dove ha il suo tesoro, la sua cosa acquistata. E, insieme a quelle cose, ricordi l’altro acquisto, quella che ci ha guadagnato Gesù Cristo, quel «popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce» (1Pt 2,9), ricordiamo quei volti concreti della nostra diocesi che ci sono stati affidati per il pascolo... e paragoniamo i due acquisti: quello del mio cuore meschino e l’acquisto del Signore. E così, decidiamo.

 

20,24-29 Toccare le piaghe [15]

 

[Tommaso] era un testardo. Ma, il Signore ha voluto proprio un testardo per farci capire una cosa più grande. Tommaso ha visto il Signore, è stato invitato a mettere il suo dito nella piaga dei chiodi; mettere la mano sul fianco e non ha detto: «E vero: il Signore è risorto!». No! E andato più oltre. Ha detto: «Dio!». Il primo dei discepoli che fa la confessione della divinità di Cristo, dopo la resur-rezione. E ha adorato. [...]

[Il] cammino per l’incontro con Gesù-Dio sono le sue piaghe. Non ce n’è un altro...

Nella storia della Chiesa ci sono stati alcuni sbagli nel cammino verso Dio. Alcuni hanno creduto che il Dio vivente, il Dio dei cristiani noi possiamo trovarlo per il cammino della meditazione, e andare più in alto nella meditazione. Quello è pericoloso. Quanti si perdono in quel cammino e non arrivano. Arrivano sì, forse, alla conoscenza di Dio, ma non di Gesù Cristo, Figlio di Dio, seconda Persona della Trinità. A quello non ci arrivano. E il cammino degli gnostici, no? Sono buoni, lavorano, [...] ma non è il cammino giusto. E molto complicato e non ti porta a buon porto.

Altri hanno pensato che per arrivare a Dio dobbiamo essere noi mortificati, austeri, e hanno scelto la strada della penitenza: soltanto la penitenza, il digiuno. E neppure questi sono arrivati al Dio vivo, a Gesù Cristo Dio vivo. Sono i pela- giani, che credono che con il loro sforzo possono arrivare. [...]

E le piaghe di Gesù tu le trovi facendo le opere di misericordia, dando al corpo - al corpo - e anche all’anima, ma al corpo - sottolineo - del tuo fratello piagato, perché ha fame, perché ha sete, perché è nudo, perché è umiliato, perché è schiavo, perché è in carcere, perché è in ospedale. Quelle sono le piaghe di Gesù oggi. E Gesù ci chiede di fare un atto di fede, a Lui, ma tramite queste piaghe. «Ah, benissimo! Facciamo una fondazione per aiutare tutti quelli e facciamo tante cose buone per aiutarli.» Quello è importante, ma se noi rimaniamo su questo piano, saremo soltanto filantropici. Dobbiamo toccare le piaghe di Gesù, dobbiamo carezzare le piaghe di Gesù, dobbiamo curare le piaghe di Gesù con tenerezza, dobbiamo baciare le piaghe di Gesù, e questo letteralmente. Pensiamo, cosa è successo a san Francesco, quando ha abbracciato il lebbroso? Lo stesso che a Tommaso: la sua vita è cambiata!

 

 

 

NOTE

[1] Omelia, Santa Messa con i sacerdoti, religiose, religiosi, consacrati e seminaristi polacchi, Cracovia 30 luglio 2016.

[2] Egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 566-570; J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013, 387-393.

[3] Omelia, Visita pastorale ad Assisi, 4 ottobre 2013.

[4] La pace del Signore risorto, in PAPA FRANCESCO – J.M. BERGOGLIO, In lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book (Milano) -LEV (Città del Vaticano) 2013, n.74; J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nel cuore di ogni Padre. Alle radici della mia spiritualità, Introduzione di Antonio Spadaro, S.J., Rizzoli Milano 2014, 199-201.

[5] Angelus, 7 aprile 2013.

[6] La gioia di catechizzare, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Agli educatori. Il pane della speranza. Non stancarti di seminare, LEV, 2014, 137-143.

[7] J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 246-249; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV, 2014, 44-46.

[8] Angelus, 12 aprile 2015

[9] Omelia in occasione della messa di azione di grazie per la beatificazione di Giovanni Paolo II, Cattedrale metropolitana di Buenos Aires, 1 maggio 2011, in J.M. BERGOLIO, Impegno, (= Le parole di papa Francesco, 12), Corriere della sera, Milano 2015, 197-200.

[10] Omelia per l’insediamento del Vescovo di Roma sulla Cathedra Romana, 7 aprile 2013.

[11] Udienza,19 febbraio 2014.

[12] 49° Congresso eucaristico internazionale del Québec: “L’Eucaristia, dono di Dio per la vita del mondo”, Québec 18 giugno 2008, in J.M. BERGOGLIO, Misericordia, (= Le parole di papa Francesco, 6), Corriere della sera, Milano 2014.

[13] Udienza, 20 novembre 2013.

[14] Il Signore ci riforma, PAPA FRANCESCO J. M. BERGOGLIO, In lui solo la speranza. Esercizi Spirituali ai Vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006) Jaca Book – LEV, Milano . Città del Vaticano 2013, 83-84.

 

[15] PAPA FRANCESCO JORGE MARIO BERGOGLIO, La misericordia è una carezza. Vivere il giubileo nella realtà di ogni giorno, a cura di Antonio Spadaro, Rizzoli, Milano 2015, 179-210.


Il tempo del dolore…

 

Don Tonino Bello

 

“Non sfugge a nessuno che stiamo vivendo giorni quali ci sembrava di non dover vivere mai. Perfino ad attardarsi sulla rievocazione delle violenze si ha l’impressione di essere stancamente ripetitivi. La situazione internazionale, gli eccidi, gli spettacoli della fame ci sfilano davanti agli occhi come grondaie inconsumabili, e si ha la tentazione di pensare a situazioni senza sbocco. La nostra coscienza morale esce schiacciata da questa temperie di dolore. È il tempo del torchio. Il nostro animo si gonfia di turbamento. Siamo presi dallo sconforto…”.

 

“Se è vero che ogni cristiano deve accogliere la sua croce, ma deve anche schiodare tutti coloro che vi sono appesi, noi oggi siamo chiamati a un compito dalla portata storica senza precedenti: «Sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi» (Is 58,6). Pertanto, non solo dob­biamo lasciare il «belvedere» delle nostre contemplazioni panoramiche e correre in aiuto del fratello che geme sotto la sua croce personale, ma dobbiamo anche individuare, con coraggio e intelligenza, le botteghe dove si fabbricano le croci collettive”.

 

 

 

La Croce…

 

“Eppure… Gesù non è vittima della forza del destino; è salito sulla croce perché l’ha voluto. La sua accettazione non è rassegnazione passiva, ma è accoglienza della croce, è accettazione della volontà del Padre. È una visione bellissima, che ci schioda dalla situazione di condannati a vita”.

 

“La nostra vita cristiana purtroppo tante volte non incrocia il cammino del Calvario. Non s’inerpica sui tornanti del Golgota. Come i Corinzi anche noi, la croce, l’abbiamo «inquadrata» nella cornice della sapienza umana, e nel telaio della sublimità di parola. L’abbiamo attaccata con riverenza alle pareti di casa nostra, ma non ce la siamo piantata nel cuore. Pende dal nostro collo, ma non pende sulle nostre scelte. Le rivolgiamo inchini in chiesa, ma ci manteniamo agli antipodi della sua logica. La croce l’abbiamo isolata: è un albero nobile che cresce su zolle recintate, nel centro storico delle nostre memorie religiose, all’interno della zona archeologica dei nostri sentimenti, ma troppo lontano dalle strade a scorrimento veloce che battiamo ogni giorno.

 

Abbiamo bisogno di riconciliarci con la croce e di ritrovare, sulla carta stradale della nostra esistenza paganeggiante, lo svincolo giusto che porta ai piedi del condannato”!

 

 

 

Non è l’ultima parola…

 

“C’è una frase immensa, che riassume la tragedia del creato alla morte di Cristo: «Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio, si fece buio su tutta la terra». Forse è la frase più scura di tutta la Bibbia. Per me è una delle più luminose. Proprio per quelle riduzioni di orario che stringono, come due paletti invalicabili, il tempo in cui è concesso al buio di infierire sulla terra.

 

Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane. Ecco le saracinesche che comprimono in spazi circoscritti tutti i rantoli della terra. Ecco le barriere entro cui si consumano tutte le agonie dei figli dell’uomo”.

 

“Collocazione provvisoria”. Penso che non ci sia formula migliore per definire la croce. La mia, la tua croce, non solo quella di Cristo. Coraggio, allora: la tua croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre “collocazione provvisoria”.

 

Il Calvario, dove essa è piantata, non è zona residenziale. E il terreno di questa collina, dove si consuma la tua sofferenza, non si venderà mai come suolo edificatorio.

 

Coraggio, comunque! Noi credenti, nonostante tutto, possiamo contare sulla Pasqua e sulla Domenica, che è l’edizione settimanale della Pasqua. Essa è il giorno dei macigni che rotolano via dall’imboccatura dei sepolcri. E’ l’intreccio di annunci di liberazione, portati da donne ansimanti dopo lunghe corse sull’erba. E’ l’incontro di compagni trafelati sulla strada polverosa.

 

E’ il tripudio di una notizia che si temeva non potesse giungere più e che invece corre di bocca in bocca ricreando rapporti nuovi tra vecchi amici. E’ la gioia delle apparizioni del Risorto che scatena abbracci nel cenacolo. E’ la festa degli ex delusi della vita, nel cui cuore all’improvviso dilaga la speranza.

 

Riconciliamoci con la gioia. La Pasqua sconfigga il nostro peccato, frantumi le nostre paure e ci faccia vedere le tristezze, le malattie, i soprusi, e perfino la morte, dal versante giusto: quello del «terzo giorno».

 

Da lì le sofferenze del mondo non saranno più i rantoli dell’agonia, ma i travagli del parto. E le stigmate lasciate dai chiodi nelle nostre mani saranno le feritoie attraverso le quali scorgeremo fin d’ora le luci di un mondo nuovo”.

 

 

 

 

Buona Settimana Santa a tutti voi!


25 marzo 2018

Domenica delle Palme e della Passione del Signore

di ENZO BIANCHI

 

Mc 14,1-15,47

Il racconto della passione di Gesù, che la liturgia oggi ci propone accanto a quello dell’entrata festosa di Gesù in Gerusalemme (Mc 11,1-10), occupa un quinto dell’intero vangelo secondo Marco. È il racconto più antico contenuto nei vangeli, una lunga narrazione nella quale troviamo l’eco dei testimoni, innanzitutto di Pietro, il cui nome torna sovente, e poi degli altri discepoli. Tutti, però, al momento dell’arresto si danno alla fuga… Il racconto è composto di due parti: la prima, che narra gli eventi vissuti da Gesù insieme alla sua comunità fino alla cattura (cf. Mc 14,1-42), e la seconda che presenta il processo nelle sue fasi, l’esecuzione della condanna in croce e il seppellimento del corpo di Gesù in una tomba (cf. Mc 14,43-15,47). Data l’ampiezza di questo brano, non possiamo farne un commento puntuale, dunque ci limiteremo a uno sguardo d’insieme che evidenzi la buona notizia, il Vangelo contenuto nel racconto della passione.

 

Questa narrazione mette alla prova il nostro sguardo di fede su Gesù: siamo quasi costretti a patire lo scandalo e la follia della croce (cf. 1Cor 1,23), siamo posti di fronte all’esito fallimentare della vita di Gesù. Colui che è passato in mezzo alla sua gente facendo il bene (cf. At 10,38), curando i malati e talvolta guarendoli, e costringendo il demonio a obbedirgli (cf. Mc 1,27) e ad arretrare; colui che, quale profeta potente in opere e in parole, “tutti cercavano” (cf. Mc 1,37); colui che ha attirato a sé le folle, le quali lo hanno acclamato benedetto e veniente nel nome del Signore (cf. Mc 11,9); colui che è riuscito a radunare intorno a sé una comunità itinerante di uomini e donne che lo riconosceva quale Profeta e Messia; quest’uomo, Gesù di Nazaret, conosce una fine impensabile e approda a una morte fallimentare. Ogni lettore attento del vangelo, ogni discepolo che ha seguito Gesù dal suo battesimo fino alla fine non può non essere profondamente scosso, turbato da tale esito…

 

Dov’è finita – viene da chiedersi – la forza di Gesù, la potenza con cui egli liberava dalla malattia e dalla morte quanti ne erano segnati? “Ha salvato altri, non può salvare se stesso!” (Mc 15,31) – lo scherniscono i suoi avversari… Dov’è finito quel carisma profetico con cui egli annunciava ormai vicinissimo, anzi presente, il Regno di Dio (cf. Mc 1,15)? Perché nella passione Gesù è ridotto al silenzio e si lascia umiliare senza aprire la bocca (cf. Is 53,7)? Dov’è quell’autorevolezza riconosciutagli tante volte da chi lo chiamava maestro, lo acclamava profeta, lo invocava come Messia e Salvatore? Tutti coloro che sembravano suoi seguaci e simpatizzanti sono scomparsi, e Gesù è solo, abbandonato da tutti, inerme e senza alcuna difesa.

 

Ma l’enigma è ancora più radicale: dov’è Dio durante la passione di Gesù? Quel Dio che sembrava essergli così vicino e che egli chiamava confidenzialmente “Abba”, cioè “Papà caro”; quel Dio che lo aveva dichiarato “Figlio amato” al battesimo (cf. Mc 1,11) e alla trasfigurazione (cf. Mc 9,7); quel Dio per il quale Gesù aveva messo in gioco e consumato tutta la propria vita, dov’è ora? Non lo si dimentichi: la morte di croce – come ha compreso l’Apostolo Paolo – è la morte del maledetto da Dio (cf. Dt 21,23; Gal 3,13), giudicato tale dalla legittima autorità religiosa di Israele, e, nel contempo, è il supplizio estremo inflitto a chi è ritenuto nocivo alla società umana. Gesù è veramente morto come un impostore, nell’ignominia, appeso tra cielo e terra perché rigettato da Dio e dagli uomini…

 

È assai difficile rispondere a queste domande. Si può cominciare col notare che Gesù ha percorso questo cammino – giustamente definito via crucis, via della croce – pregando il Padre affinché lo sostenesse in quell’ora tenebrosa, “supplicando Dio con forti grida e lacrime” (cf. Eb 5,7); in tutto questo, però, ha sempre lottato per abbandonarsi in Dio e cercare di compiere la sua volontà, non la propria (cf. Mc 14,36). Sì, Gesù ha vissuto la passione mantenendo la sua piena fiducia nel Padre, ha creduto che Dio non lo avrebbe abbandonato, che sarebbe rimasto con lui, dalla sua parte, nonostante le apparenze di segno opposto e il reale fallimento umano della sua vita e della sua missione.

 

Ma nel racconto della passione secondo Marco c’è una rivelazione somma, fatta da Gesù stesso durante il processo avvenuto nella notte in casa del sommo sacerdote, dove sono riuniti tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi, dunque tutte le autorità religiose di Israele. Costoro cercano una testimonianza contro Gesù ma non la trovano, e le false prove accumulate, discordanti tra loro, risultano invalide. Ecco allora che il sommo sacerdote si alza nel mezzo e interroga Gesù: “Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?” (Mc 14,61). La domanda è decisiva, richiede una confessione sulla sua identità di Cristo-Messia e di Figlio di Dio (il Benedetto).

 

Gesù, che aveva ricevuto la confessione di Pietro: “Tu sei il Cristo” (Mc 8,29), replicando all’apostolo e agli altri di non parlarne a nessuno (cf. Mc 8,30), ora dice con parrhesía, con franchezza: “Io lo sono” (Egó eimi)” (Mc 14,62). È la piena rivelazione! Sì, Gesù è il Cristo, è il Figlio di Dio, veniente da colui che si era rivelato come “Io sono” (Es 3,14; cf. Is 41,4.10). Il vangelo secondo Marco si era aperto con le parole: “Inizio del Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio” (Mc 1,1), testimoniando la fede della chiesa in Gesù. Qui è Gesù stesso che si rivela quale Cristo e Figlio di Dio. E continua: “E vedrete il Figlio dell’uomo che siede alla destra della Potenza di Dio e viene con le nubi del cielo” (Mc 14,62). Ci sarà una manifestazione nel futuro, secondo la visione profetizzata da Daniele (cf. Dn 7,13-14), che si imporrà e rivelerà la vera identità di Gesù, ora catturato, prigioniero e condannato alla morte violenta: l’imputato nel processo sarà il Giudice alla fine dei tempi (cf. Mc 13,26-27)! Questa rivelazione di Gesù davanti al sommo sacerdote sarà ripresa dal centurione sotto la croce il quale, “vedendolo morire in quel modo, disse: ‘Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!’” (Mc 15,39).

 

Durante tutta la sua missione, l’identità di Gesù quale Figlio di Dio era stata occultata e non pubblicamente proclamata, per volontà di Gesù stesso, ma nella passione avviene la sua piena rivelazione: Gesù è il Figlio di Dio, il Messia manifestato al popolo di Israele e confessato da un pagano sotto la croce. Davvero, come ha saputo esprimere in modo magistrale un monaco del XII secolo: “Senza bellezza né splendore, e appesa alla croce, va adorata la Verità”.

 

Cosa resta da dire? Per comprendere in profondità la passione di Gesù, così da poterlo seguire in essa senza scandalizzarsi, possiamo ancora meditare sul senso del gesto eucaristico dell’ultima cena (cf. Mc 14,17-25). Gesù ha compiuto tale atto per evitare che i discepoli leggessero la sua morte come un evento subito per caso, oppure dovuto a un destino ineluttabile voluto da Dio. Nulla di tutto questo. Gesù ha infatti vissuto la propria fine nella libertà: avrebbe potuto fuggire prima che gli eventi precipitassero, avrebbe potuto cessare di compiere azioni e pronunciare parole al termine delle quali lo attendeva una condanna a morte. Ma non lo ha fatto; anzi, è rimasto fedele alla missione ricevuta da Dio, ha continuato a realizzare in tutto e puntualmente la volontà del Padre, anche a costo di andare incontro a una fine ignominiosa. E questo perché sapeva bene che solo così poteva amare Dio e i suoi fino alla fine (cf. Gv 13,1)… Gesù ha concluso la sua esistenza così come l’aveva sempre spesa: nella libertà e per amore di Dio e di tutti gli esseri umani! Affinché ciò fosse chiaro, Gesù ha anticipato profeticamente ai discepoli la sua passione e morte, spiegandola loro con un gesto capace di narrare l’essenziale di tutta la sua vicenda: pane spezzato, come la sua vita lo sarebbe stata di lì a poco; vino versato nel calice, come il suo sangue sarebbe stato sparso in una morte violenta.

 

 

Se, all’inizio del vangelo, Marco aveva scritto che i discepoli, “abbandonato tutto, seguirono Gesù” (cf. Mc 1,18.20), nell’ora della passione si vede costretto ad annotare che essi, “abbandonato Gesù, fuggirono tutti” (Mc 14,50). Lo scandalo della croce permane in tutta la sua durezza e non va attutito, ma il segno eucaristico, memoriale della vita, passione e morte di Gesù, sarà capace di radunare di nuovo i discepoli intorno al Cristo Risorto. La comunità dei discepoli di Gesù potrà così attraversare la storia e giungere fino a noi, senza temere di affrontare anche le ore buie e le crisi: il suo Signore l’ha infatti preceduta anche in queste prove, vivendole nella libertà e per amore.


 

COMMEMORAZIONE DELL'INGRESSO DI GESÙ IN GERUSALEMME (Mc 11,1-10)

 

Mc 11,1-14 Gesù entra nella mia vita [1]

 

Gerusalemme è ciascuno di noi

Con Gesù entriamo in Gerusalemme. Gerusalemme che già oggi è più di una città, è una realtà di ciascuno di noi. Oggi Gesù entra in Gerusalemme dal mio cuore. Oggi Gesù entra di nuovo nella mia vita. E Gesù entra valorosamente in Gerusalemme, non si lascia ingannare dalla festa e dalla cosa del momento che la gente buona gli fa. Lui sapeva quello che sarebbe accaduto dopo: Egli sapeva che questa festa era passeggera. Dopo lo aspettava la persecuzione, la calunnia, la diffamazione, il carcere, un giudizio mendace, la tortura, la condanna nelle mani di un codardo che se ne lava le mani... l’attendeva il cammino della Croce e la sua morte. E tutto questo per me. Questo è quello che abbiamo da dire oggi. Entriamo con lui a Gerusalemme, entriamo in questa settimana ed egli entra in Gerusalemme nel mio cuore.

 

Come accompagnare Gesù

Possiamo fare molte cose per accompagnare Gesù e per lasciarci accompagnare da lui: guardare il crocifisso, guardare Maria ai piedi della Croce; guardare i dolori che egli patì; guardare il suo cuore generoso che si sacrifica e dà la vita; guardare la sua solitudine... Nella storia non ci fu una solitudine più densa di quella di Gesù in questa settimana! Più solo di un cane! Così rimase: lo abbandonarono tutti! Lo tradirono in tanti. Ma egli continuò a occupare il mio posto […].

 

Lasciamoci guardare da Gesù

Non c’è molto da commentare. Basta ricordare il Vangelo. E Gesù di nuovo vi guarda, guarda me. Guarda ognuno di noi come guardò le donne di Gerusalemme, come guardò gli occhi di Pilato, come guardò il buon ladrone, come guardò sua Madre. E a ognuno con quello sguardo diceva qualcosa. Lasciati guardare da Gesù sofferente! Lascia che lo sguardo di lui ti entri dentro! Non avere paura dello sguardo di Gesù, egli non è venuto per condannarti, è venuto per salvarti. Lasciati salvare da Gesù. Non andare comprando felicità a buon mercato perché non dura, apri il tuo cuore affinché entri la felicità della sua salvezza, che egli pagò con la sua vita […] La santità regna dalla Croce, regna la riconciliazione con Dio. Egli ci ha riconciliati con Dio.

Tutti insieme, guardando il crocifisso, diciamo - ripetete con me:

Caro Gesù: Oggi entriamo con te in Gerusalemme. Voglio seguirti in questa settimana, seguirti nella tua solitudine, seguirti nel tuo abbandono, seguirti nelle calunnie, seguirti nelle persecuzioni, seguirti in carcere, seguirti nella tortura, seguirti sulla croce.

Caro Gesù: Grazie per essere entrato in Gerusalemme. L’hai fatto per me. Che io entri nel mio cuore, e che ti lasci entrare per darmi la pace, mi perdoni, e mi riempi di speranza. Amen.

 

 

 

PASSIONE E MORTE DEL SIGNORE (Mc 14,1-15,47)

 

14,7 I poveri li avete sempre con voi [2]

 

Rispetto e gratitudine per gli anziani

Il rispetto e la gratitudine verso gli anziani devono essere testimoniati in primo luogo dalla loro famiglia. La parola di Dio ci sollecita, in molti modi, a rispettare e a valorizzare le persone più grandi e gli anziani. Ci invita anche a imparare da essi, con gratitudine, e a essere loro vicini nella solitudine e nella fragilità. La frase di Gesù: «I poveri infatti avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete» (Mc 14,7), può essere correttamente applicata ad essi, perché fanno parte della nostra famiglia, popolo e nazione. Tuttavia, troppo spesso vengono dimenticati o trascuri dalla società e perfino dai loro stessi familiari.

Rispetto e gratitudine sono atteggiamenti virtuosi, fondamentali per costruire una società più giusta e fraterna.

 

14,12-16 Preparare per la cena pasquale [3]

 

Gesù ha predisposto tutto accuratamente

La domanda dei discepoli, «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?», suscita una particolare risposta del Signore: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”»… E successe esattamente così! Il Signore aveva già pensato e preparato tutto accuratamente. Per celebrare la cena di Pasqua volle scegliere quella «sala grande, arredata e già pronta».

 

Fare attenzione alla preparazione

Come preparava bene le cose il Signore! E altrettanto bene rese i suoi discepoli partecipi nel preparare quell’avvenimento davvero sacro e speciale che fu l’ultima Cena.

L’Eucaristia è la vita della Chiesa, è la nostra vita. Pensiamo alla comunione che ci unisce a Gesù quando ne riceviamo il Corpo e il Sangue. Pensiamo al suo sacrificio redentore (infatti quel che mangiamo è la sua «Carne donata per noi» e ciò che beviamo è il suo «Sangue sparso per il perdono dei peccati»). Di tutta questa ricchezza di amore dell’Eucaristia oggi guardiamo in particolare la sua preparazione.

Gesù ha dato molta importanza a questo aspetto del preparare. È uno dei compiti che nel cielo riserva a se stesso: «Vado a prepararvi un posto».

«Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi» (cfr. Gv 14,4ss.). In questa dinamica del “prepararci un posto in cielo”, l’Eucaristia è già un anticipo di quel posto, un pegno della gloria futura: ogni volta che ci riuniamo a mangiare il Corpo di Cristo, il posto dove celebriamo si trasforma per un poco nel nostro posto in cielo, egli ci prende con sé e stiamo con lui. Ogni luogo in cui si celebra l’Eucaristia – si tratti di una basilica, di un’umile cappellina o di una catacomba – è anticipo del nostro posto definitivo, anticipo del cielo che è la comunione piena di tutti i redenti con il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo.

 

Gesù prepara ogni giorno l’Eucaristia

Così ci sentiamo qui, stasera, nella festa del Corpus Domini: ci sentiamo nel nostro posto comune, riuniti dove c’è lui. E il suo modo di esserci è quello del Risorto che prepara da mangiare ai discepoli reduci da tutta la notte senza aver pescato nulla. Giovanni ci dice che non appena scesi a terra i discepoli videro delle braci predisposte, con su un pesce, e del pane (cfr. Gv 21,9). Questa è l’immagine vera di chi è Gesù per noi: colui che ogni giorno ci prepara l’Eucaristia. E a questo compito siamo tutti invitati a partecipare con le nostre buone opere. A questo si riferiscono le parabole del Signore che ci sollecitano a “essere preparati” alla sua venuta. Preparati come «il servo fidato e prudente che dà a ciascuno di loro il cibo a tempo debito» (cfr. Mt 24,45).

Così come è bello, dopo la comunione, pensare che la nostra vita sia una messa prolungata in cui portiamo il frutto della presenza del Signore al mondo della famiglia, del quartiere, dello studio o del lavoro, allo stesso modo ci fa bene pensare la nostra vita quotidiana come preparazione per l’Eucaristia, in cui il Signore prende tutto ciò che è nostro e lo offre al Padre.

 

Domandare oggi dove preparare l’Eucaristia

Insieme ai discepoli, oggi possiamo domandare di nuovo a Gesù: dove vuoi che ti prepariamo l’Eucaristia? E lui ci farà sentire che anche oggi ha preparato tutto. Nella nostra città ci sono molti cenacoli dove il Signore già condivide il suo pane con gli affamati, ci sono molti luoghi ben disposti dov’è accesa la luce della sua Parola, attorno alla quale si riuniscono i suoi discepoli […].

Gesù ci prepara un posto per stare con noi, ma non si tratta di un posto statico e chiuso, bensì dinamico e aperto, come la sponda del lago nella mattina della pesca miracolosa. Il posto in cui Gesù vuole che prepariamo l’Eucaristia è tutto il territorio della nostra patria e della nostra città, simboleggiata da questa piazza. Perciò prepariamo l’Eucaristia camminando, come segno di inclusione, facendo posto affinché entriamo tutti, uscendo verso tutte le sponde esistenziali. In questa società così piena di posti chiusi, di tante riserve di potere, di luoghi esclusivi ed escludenti, vogliamo preparare per il Signore una “sala grande” come questa piazza, grande come la nostra città, grande come la nostra patria e come il mondo intero, dove ci sia posto per tutti. Infatti i banchetti del Signore sono così. La festa in cui la sala, dapprima disprezzata da molli invitati, poi si riempie di invitati umili che vogliono partecipare con gioia all’azione di grazia del Signore.

[…] Gli domandiamo:

Dove vuoi, Signore, che oggi ti prepariamo la tua Eucaristia?

Dove vuoi che camminiamo in atteggiamento di adorazione e di servizio?

Dove vuoi che ti apriamo la porta in modo che tu ci spezzi il Pane?

Quali persone vuoi che seguiamo, portatrici di acqua viva, maestri della verità?

Chi vuoi che usciamo a invitare – poveri e malati, giusti e peccatori ai crocevia delle strade?

 

4,16.25 I cammini di Pasqua [4]

 

Il cammino per preparare la Pasqua

La strada che porta all’Eucaristia è iniziata quel giorno con una domanda: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?» (Mt 26,17). I discepoli interpellano il Signore e lui li manda in città a seguire l’uomo con una brocca d’acqua che incontreranno come per caso. È una strada che pare incerta ma, tuttavia, è sicura. Gesù li manda a seguire uno sconosciuto tra la moltitudine della grande città… ma ha previsto e pianificato tutto. Il Maestro conosce ogni dettaglio della stanza al piano superiore della casa dove sta per donarsi come Pane di vita per il mondo.

Essi partirono, obbedienti nella fede. Forse si scambiarono qualche sguardo complice, all’inizio di quella specie di caccia al tesoro a cui il Signore li mandava. Il Vangelo ci conferma che «trovarono come aveva detto loro» (Mc 14,16; Lc 22,13). Era tipico del Signore far percorrere al suo inviato una strada incerta, ma già prevista da lui, in modo che alla fine l’atto di obbedienza del discepolo potesse fondersi con la sapienza del Maestro. L’ha fatto con Pietro, quando lo mandò a pescare un pesce e a tirare fuori dal suo ventre la moneta per pagare il tributo. L’ha fatto con i discepoli quando ordinò loro di gettare la rete a destra oppure di contare quanti pani e pesci avevano a disposizione: «Diceva così per metterli alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere» ci dice Giovanni (cfr. Gv 6,6).

Come abbiamo ricordato nella notte di Pasqua, dal giorno in cui Abramo intraprese il suo cammino di fede “senza sapere dove andava”, nel percorso dell’umanità è successo qualcosa di nuovo. Egli obbedì e fu giustificato. Anche a noi succede lo stesso quando camminiamo seguendo le sue istruzioni, come hanno fatto i discepoli, quando ci lasciamo “condurre spiritualmente” dal Signore: quelle strade ci portano all’Eucaristia, al pane dell’incontro, della verità e della vita.

 

Il nostro cammino

Dopo aver dato loro l’Eucaristia, il Signore parla agli apostoli di un nuovo cammino, un cammino che si trova in continuità con il precedente, ma è di ampio respiro, perché punta verso il cielo. È la strada verso il banchetto celeste che avrà luogo nella casa del Padre, il banchetto in cui Gesù stesso ci farà sedere a tavola e ci servirà. E per chiarire che ci siamo incamminati sulla via del Regno, il Signore usa un’immagine: dice che non berrà «mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio» (Mc 14,25). Ha inizio così un’era intermedia, il tempo della Chiesa pellegrina verso il cielo, dove l’ha preceduta il suo buon pastore. È un cammino di speranza, cammino verso ciò che non vediamo, ma di cui abbiamo le primizie nell’Eucaristia. Facendo la comunione ci sentiamo sicuri che il Signore è là e ci sta aspettando.

 

È sempre il cammino del pane

Due strade, dunque, e in entrambe il pane è protagonista. Il cammino quotidiano, tra le cose di tutti i giorni, in mezzo alla città, che termina nell’Eucaristia fraterna, nella messa. E il cammino lungo di tutta la vita, dell’intera storia: anch’esso finirà nella comunione con il Signore, nel banchetto del cielo, nella casa del Padre. L’Eucaristia è il sostegno e la ricompensa di entrambi.

L’Eucaristia quotidiana è il Pane di vita che ristora le forze e dona la pace al cuore. Il pane dell’unico Sacrificio, il pane dell’incontro. Ma allo stesso tempo è pane della speranza, il pane spezzato che apre gli occhi pieni di stupore al Risorto che ci ha accompagnati in incognito per tutto il giorno, per tutta la vita. È pane che accende il fervore del cuore e fa uscire di corsa verso la missione nella comunità grande; è pane-àncora che ci strattona il cuore verso il cielo, e risveglia nei figli prodighi la fame del Dio più grande, il desiderio della casa paterna […].

 

… assaporando il pane della speranza grande, di un banchetto finale

La difficoltà della strada lunga, quella che ci conduce al Regno definitivo, può essere lo sconforto, quando la promessa si offusca nella quotidianità della vita. Quando si raffredda il fervore della speranza, la brace che riscalda di carità i nostri gesti quotidiani. Senza di essa possiamo, sì, continuare a camminare, tuttavia man mano diventiamo freddi, indifferenti, autocentrati, distanti, esclusori.

Lungo la strada ci rafforzerà assaporare il pane della speranza grande, la speranza di un banchetto finale, di un incontro con un Padre che ci aspetta a braccia aperte, ci trasforma il cuore e lo sguardo e riempie la nostra vita di un nuovo significato. Quando Paolo ci dice che dobbiamo pregare in ogni momento, ci sta parlando di questa preghiera: di gustare in ogni momento il pane della speranza. Può assalirci la tentazione contraria, ovvero di masticare l’uva aspra e le amarezze della vita, anziché il Pane di Dio, quel pane che Maria “masticava” nel suo cuore, guardando suo Figlio e guardando la storia di salvezza con il sapore della speranza.

 

14,22 «Prendete, questo è il mio corpo» [5]

 

Parole che indicano la presenza del Signore

Il Vangelo presenta il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia, compiuta da Gesù durante l’ultima Cena, nel cenacolo di Gerusalemme. La vigilia della sua morte redentrice sulla croce, egli ha realizzato ciò che aveva predetto: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo… Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui» (Gv 6,51.56). Gesù prende tra le mani il pane e dice «Prendete, questo è il mio corpo» (Mc 14,22). Con questo gesto e con queste parole, egli assegna al pane una funzione che non è più quella di semplice nutrimento fisico, ma quella di rendere presente la sua Persona in mezzo alla comunità dei credenti.

 

Punto di arrivo di tutta la vita di Cristo

L’ultima Cena rappresenta il punto di arrivo di tutta la vita di Cristo. Non è soltanto anticipazione del suo sacrificio che si compirà sulla croce, ma anche sintesi di un’esistenza offerta per la salvezza dell’intera umanità. Pertanto, non basta affermare che nell’Eucaristia è presente Gesù, ma occorre vedere in essa la presenza di una vita donata e prendervi parte. Quando prendiamo e mangiamo quel Pane, noi veniamo associati alla vita di Gesù, entriamo in comunione con lui, ci impegniamo a realizzare la comunione tra di noi, a trasformare la nostra vita in dono, soprattutto ai più poveri.

 

Punto di riferimento di tutta la nostra vita

Ci spinge ad accoglierne l’intimo invito alla conversione e al servizio, all’amore e al perdono. Ci stimola a diventare, con la vita, imitatori di ciò che celebriamo nella liturgia. Il Cristo, che ci nutre sotto le specie consacrate del pane e del vino, è lo stesso che ci viene incontro negli avvenimenti quotidiani; è nel povero che tende la mano, è nel sofferente che implora aiuto, è nel fratello che domanda la nostra disponibilità e aspetta la nostra accoglienza. È nel bambino che non sa niente di Gesù, della salvezza, che non ha la fede. È in ogni essere umano, anche il più piccolo e indifeso.

L’Eucaristia, sorgente di amore per la vita della Chiesa, è scuola di carità e di solidarietà. Chi si nutre del Pane di Cristo non può restare indifferente dinanzi a quanti non hanno pane quotidiano.

 

14,23 «Rese grazie»: la lode più grande [6]

 

La lode più grande che possiamo rivolgere al Padre è l’offerta della passione del suo Figlio. La nostra carne, peccatrice ed esiliata, offre le piaghe della carne del Verbo. Per questo motivo la lode assume la forma di una benedizione: eulogia significa “benedizione”, mentre eucaristia vuol dire “rendere grazie” (Mc 6,41; 14,23). La benedizione esprime la riconoscenza, la gratitudine. Nasce dall’avvertimento di un dono ricevuto da Dio e si conclude con il riconoscimento della fraternità di tutti i credenti. Pronunciare parole di benedizione vuol dire rinunciare a considerarsi proprietari dei beni che ci circondano. Il vero proprietario è Dio: «Ti rendo lode, Padre» (Mt 11,25-26; Lc 10, 21). Gesù era scacciato dai sapienti che si ritenevano proprietari del mondo, ma gli umili gli andavano incontro. Egli stesso attribuisce al Padre il potere, lodandolo (per esempio quando risuscita Lazzaro, Gv 11,41). La preghiera di lode nasce solamente da coloro che sanno vedere, nella propria storia, la presenza di Dio che compie meraviglie.

 

14,29 La temerarietà di Pietro [7]

 

La paura fa vedere fantasmi, fino al punto che a volte è il Signore stesso che ci appare e noi lo confondiamo con un fantasma. La fede, invece, ci rasserena e ci fortifica, evitando le reazioni compulsive proprie della paura: tanto quelle di codardia quanto quelle di temerarietà (perché a volte la paura si maschera di coraggio e ci fa commettere peccato di temerarietà là dove dovrebbe esserci cautela evangelica; cfr. Mc 14,29, quando il Signore corregge la temerarietà di Pietro che afferma che non si scandalizzerà mai di lui).

 

14,32-42 La preghiera di Gesù nell’orto: preghiera dell’esilio della carne [8]

 

La carne in esilio

Adamo, dopo la sua prima preghiera, iniziò il cammino da esule. Uscì dal paradiso e intraprese un lungo cammino per poi potervi fare ritorno, grazie alla misericordia di Dio. La storia dell’esilio è narrata, con accenti tragici, dall’autore della Lettera agli Ebrei. Viene sottolineata particolarmente la nostalgia di questi uomini e di queste donne per la loro patria perduta e il sacrificio che dovettero sostenere per rimanere fedeli a Dio, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra. Chi parla così mostra di essere alla ricerca della patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città (Eb 11,13-16). E questi esuli «furono torturati, non accettando la liberazione loro offerta, per ottenere una migliore risurrezione. Altri, infine, subirono insulti e flagelli, catene e prigionia. Furono lapidati, torturati, tagliati in due, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati – di loro il mondo non era degno! –, vaganti per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra» (Eb 11,35-38).

 

La carne ricerca la preghiera

La nostra carne, durante il cammino, sente la nostalgia della patria e rende esplicita questa richiesta di ritorno nella preghiera, alla presenza del Signore glorioso, il Signore di quella patria che stiamo aspettando. Intanto, tra il sentimento e l’incoscienza, tra la grazia e il peccato, tra la sottomissione e la ribellione, la nostra carne percepisce l’esilio a cui si è sottomessa, il cammino che deve percorrere; e lotta, lotta per difendere questa speranza di fare ritorno. Il giorno in cui la nostalgia del Padre verrà appagata, allora la nostra carne smetterà di pregare: ha scelto questa patria, ha preferito liberarsi dall’esilio a prezzo di uno scambio che le eviti di camminare in terra straniera. Si è stancata di cercare Dio. In quel giorno, la grazia più grande che potremo ricevere è quella che venne concessa a Elia: che ci venga mandato un angelo che ci riscuota dal torpore, dalla depressione in cui siamo caduti: «Alzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino» (1Re 19,7).

 

La solitudine della carne

L’uomo o la donna che coscientemente si fanno carico del loro esilio soffrono una duplice solitudine. Da una parte, sentono la solitudine rispetto a tutti gli altri uomini. Dall’altra, vivono l’amarezza di chi è solo anche di fronte a Dio. Di fondo colui che prega è un emarginato, doppiamente emarginato (da Dio e dagli uomini), e non può prescindere né da Dio (perché lo cerca e si sente cercato a sua volta da lui) né dagli uomini (perché la sua missione lo pone al servizio dei suoi fratelli che cerca di amare come se stesso). Geremia fa questa medesima esperienza quando le sue infauste profezie attirano l’odio e il disprezzo di tutto il popolo (Ger 15,10). Nella solitudine dell’emarginazione si lamenta con Dio di essere stato lasciato solo, arriva addirittura a maledire il giorno in cui è nato, ma non può negare che quella misteriosa nostalgia del volto di Dio arde nella profondità della sua anima. «Mi hai sedotto, Signore […]; ognuno si beffa di me» (Ger 20,7). E la preghiera di un uomo che ha messo in gioco la sua vita e che voleva che almeno Dio stesse dalla sua parte. Ma nella vita a volte sembra che anche Dio si ponga contro di noi (Ger 20,18).

 

La solitudine della carne, esperienza dell’esilio

Il servitore di Dio avverte una fortissima solitudine: si tratta della profonda esperienza dell’esilio. La realtà stessa sembra prendersi gioco dell’uomo di fede. Dov’è la parola di Dio? Quella che finalmente si compie (Ger 17,15)? Pare che Dio non abbia mantenuto la sua promessa quando lo scelse: «Io sono con te per proteggerti» (Ger 1,8). Geremia si sente beffato per aver riposto la sua fiducia in Dio, e questa stessa situazione si ripropone all’apice della sua drammaticità sul monte Calvario: «Tu, che distruggi il Tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce! […]. Ha salvato altri e non può salvare se stesso! E il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene» (Mt 27,39-44). In questo silenzio di Dio scopriamo che il rapporto d’obbedienza con lui all’interno della preghiera non è uno scambio, ma che la promessa e la fedeltà alla sua parola è una cosa molto diversa da quella che noi ci immaginiamo… Anche in questo cammino cambia il nostro cuore.

 

L’esperienza del silenzio di Dio e del silenzio degli uomini

L’esperienza del silenzio di Dio e del silenzio degli uomini coincide con l’esperienza stessa dell’esilio. Siamo spogliati di ciò che abbiamo, ci troviamo anche noi «lungo i fiumi di Babilonia», con le cetre appese, sedevamo e piangevamo ricordandoci di Sion (Sal 137,1). L’esilio si presenta all’apice della sua drammaticità durante la passione del Signore, in particolare nella preghiera nel Getsemani che è una delle più umane e drammatiche suppliche di Gesù (Mc 14,32-34; Mt 26,36-46; Lc 22,40-46). E presente la dimensione dell’implorazione, della tristezza e dell’angustia che patisce un esiliato, lontano dal Signore. Raggiunge il culmine anche nella tristezza di Giona, che non comprende i piani di Dio (Gen 4,9). «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46) Colui che prega, nel momento dell’esilio, si addentra nei sentieri di una particolare purificazione. Il cuore non è in pace, ma si sforza di comprendere qualcosa. L’atteggiamento, le parole, i pensieri si alternano in maniera contraddittoria: si passa dalla stanchezza alla rassegnazione (Gb 29,4), o si scivola nell’amara ironia (Gb 7,20), o si cercano delle spiegazioni logiche (Gb 10,8), o si assumono atteggiamenti di sfiducia (Gb 10,2). Ma al di là di tutto ciò, l’uomo che sa di essere in esilio si ricorda della sua patria, lascia che il cuore sospiri, non patteggia, non torna indietro, ma fa un passo in avanti e si mette alla ricerca di Dio, oltre i rifugi convenzionali. Parte dalla sua solitudine, dal suo esilio, da quel silenzio che non comprende, dal suo mondo ferito dal dolore.

 

La conversione della carne

Nel momento in cui Dio interviene, non rispondendo, ma interrogando l’uomo, lo porta su nuovi cammini per liberarlo dalle false convinzioni. Non è Dio che deve cambiare, ma è l’uomo a doverlo fare, ed è questo lo scopo più profondo della preghiera. Inoltre, la preghiera è il luogo privilegiato dell’esilio, dove avviene la rivelazione, ossia il passaggio da ciò che uno pensa di Dio a ciò che egli è veramente. Nella purificazione dell’esilio, la notte oscura, Dio ci tiene per mano. Attraverso la crisi si giunge alla conversione. Nell’esilio della carne, nella percezione di essere lontani dalla patria, senza padre né madre, né cane che abbai, l’esilio degli uomini sfocia nella conversione più profonda della carne che, se prima era lacerata dalle piaghe, ora viene curata, toccata da Dio.

 

14,36 «Abbà! Padre!»: preghiera di Cristo e del cristiano [9]

 

La preghiera del cristiano è personale

Quando diciamo “Dio”, intendiamo il Padre o lo stesso Gesù, ma esistono anche persone che pregano Dio come se si rivolgessero a un’astrazione divina. Questa non è preghiera. La preghiera del cristiano è profondamente personale, un rapporto a tu per tu: ci si rivolge al Padre, al Figlio o allo Spirito Santo. Ricordiamoci, inoltre, che ciascuna delle tre persone della Trinità ha con noi un rapporto diverso nella preghiera.

In primo luogo vale la pena ribadire che è Dio stesso a ispirare la nostra preghiera; lo Spirito Santo ci suggerisce ciò che il Padre vuole ascoltare. Egli «viene in aiuto alla nostra debolezza», consigliando cosa conviene chiedere conformemente ai disegni divini (Rm 8,26- 27).

 

Pregare significa identificarsi con Cristo e dire «Abbà Padre»

È necessario rimanere uniti a Cristo e, come Cristo, essere consapevoli di essere amati dal Padre come il Padre ama il Figlio (Gv 16, 27). E se la forza della preghiera risiede proprio nell’abbandonarsi allo Spirito, pregare significa identificarsi con Cristo. Cristo è la nostra porta per il Padre, a cui ci rivolgiamo con le parole che Gesù ci ha insegnato: «Abbà! Padre!» (Mc 14, 36). La preghiera cristiana non può pertanto prescindere da questo rapporto filiale. Nella preghiera, la nostra carne, identificata con la carne del Verbo e guidata dallo Spirito avverte la nostalgia del Padre. Questi è il mistero che si rivela nella preghiera e che ci promette la comunione con il Padre, nello Spirito, attraverso il Figlio (cioè la partecipazione a questo scambio d’amore: egli prende la nostra carne e noi riceviamo il suo Spirito).

 

14,36 Obbedienza e preghiera [10]

 

«Non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu»

Avvicinarsi al Verbo di Dio implica saper obbedire: «Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,6-8). Questa stessa obbedienza – riferita all’incarnazione – si esprime in forma di preghiera nella Lettera agli Ebrei in cui viene citato il Salmo 40: «Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà» (Eb 10,7). Si tratta dell’“eccomi” di Abramo (Gen 22,1), che giunge a compimento nelle parole pronunciate nel Getsemani: «Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36). In entrambi i casi la carne deve patire la sofferenza e l’umiliazione; viene spogliata, disprezzata, come era stato stabilito nel primo dialogo tra Dio e l’uomo dopo il peccato originale: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane». In questo caso, il pane che viene guadagnato passa attraverso il sudore dell’umiliazione e del disprezzo. «Adamo, dove sei?» – «Sono qui, Abramo» – «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu».

 

Legame preghiera, obbedienza, missione

Se ci soffermiamo su queste parole notiamo che la preghiera di Gesù presenta una profonda disposizione all’obbedienza legata a una missione che il Padre gli ha affidato. Nella preghiera, Gesù scopre o, meglio, rivela la sua missione (Mc 1,38; Lc 4,42-43; Mc 6,46; Gv 6,15). Sempre nella preghiera, san Paolo trova l’efficacia della sua missione apostolica (2Cor 1,11; Rm 10,1; 2Ts 3,1; Rm 1,10). Per adempiere a essa prega incessantemente (Rm 1,10; Col 1,9; 2Ts 1,3; 2,13). Ricorre alla preghiera per riconoscere il progetto di Dio anche nei momenti di difficoltà, come per esempio allorché la comunità non chiede né il castigo per i persecutori né la fine delle vessazioni, ma il coraggio di rimanere fedeli alla propria missione, cioè di annunciare apertamente il Vangelo di Cristo anche durante la persecuzione (At 4,24-30).

 

Sicuri di non rimanere delusi

Bisogna ricordare inoltre che «la speranza poi non delude» (Rm 5,5). Qualora un uomo o una donna smarrissero questo punto di riferimento, perderebbero la loro stabilità: la loro preghiera si tramuterebbe giorno dopo giorno in “illusione” e la loro obbedienza diverrebbe capriccio. «A chi posso paragonare questa generazione? E simile a bambini che stanno seduti in piazza e, rivolti ai compagni, gridano: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!”. E venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: E indemoniato. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori”. Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie» (Mt 11,16-19). Gesù definisce questa generazione adultera (Mt 12,39; 16,4) perché ha perso quell’orientamento che proviene dalla fede. Non ha una solida base su cui fondare la speranza, a cui poter ricorrere nei momenti di smarrimento, di sofferenza o di persecuzione… E una generazione autoreferenziale, che vive secondo il proprio capriccio, secondo il banale “mi piace” o “non mi piace”. Non c’è spazio per la preghiera, non c’è obbedienza, non c’è sacrificio della carne. Per questo motivo tale generazione non sa riconoscere il Verbo che si è fatto carne. Si crea una propria vocazione perché il suo cuore non riesce a riconoscere quella che le è stata affidata dal Signore, e non è capace di rendergli obbedienza e di adorarlo. Sono quelli che si definiscono “realizzati” in loro stessi. Soli, senza dubbio “realizzati”, ma non aperti a una missione per cui siano disposti al distacco da sé, a cominciare da quello che proviene dalla preghiera.

 

Il legame obbedienza-preghiera incide sulla vita stessa, tocca la nostra carne nella sua profondità

La dimensione dell’obbedienza legata alla preghiera incide sulla vita stessa, ferisce la carne stessa. Cerco di spiegarmi meglio. La concezione più comune della preghiera è quella del “chiedere cose a Dio” o della supplica al fine di cambiare situazioni che ci appaiono avverse. Questa concezione non è sbagliata di per sé, anzi spesso la preghiera così intesa porta i suoi frutti ed è il Signore stesso a invitarci a rivolgerci a lui in questo modo. Ma c’è anche qualcos’altro che costituisce un nodo fondamentale della preghiera, a cui prima stavo facendo riferimento. La preghiera tocca la nostra carne nella sua profondità, arriva dritta al cuore. Non è Dio che cambia, ma siamo noi a farlo come conseguenza dell’obbedienza e dell’abbandono che riponiamo nella preghiera.

Elia esce per cercare Dio, ha paura, vuole morire… Incontra Dio e il suo cuore viene trasformato (1Re 19). La stessa cosa succede a Mosè quando intercede per il suo popolo. Non è Dio a mutare opinione, è Mosè […]. La preghiera e l’obbedienza ci aiutano a percepire la tensione di una cosa che finisce e di un’altra che sta per iniziare. Perché per un uomo o una donna di preghiera, quando si chiude una porta, se ne apre sempre un’altra e nulla rimane così com’è.

 

14,37-38 Il Signore ci rimprovera la nostra incapacità di vegliare con lui [11]

 

La notte dell’inizio della Passione il Signore disse a Pietro: «Simone, dormi?» (Mc 14,37-38). Il Signore desidera che vegliamo con lui […].

 

Il Signore veglia nella notte dell’esodo

Una delle immagini più forti di questo atteggiamento è quella dell’esodo, dove ci viene detto che il Signore vegliò sul suo popolo nella notte di Pasqua, chiamata per questo “notte di veglia”: «Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dal paese d’Egitto. Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione» (Es 12,42).

[…] Vegliare vuol dire sopportare con pazienza le modalità con cui il Signore continua a preparare la salvezza del suo popolo.

Il Signore. Per vegliare bisogna avere anche la mansuetudine, la pazienza e la costanza della carità provata […]. Per vegliare è necessario saper vedere l’essenziale.

[…] Vegliare ci parla di speranza. La speranza del Padre misericordioso che veglia sul progresso dei cuori dei suoi figli, lasciando loro compiere il proprio cammino – di dissipazione o di compimento – pronto a preparare una Festa, affinché, ritornando alla sua casa, trovino l’abbraccio e il dialogo amoroso di cui hanno bisogno.

 

Il vegliare di san Giuseppe

[…] Accanto alle due grandi immagini che aprono e chiudono nel loro abbraccio la storia della salvezza – quella di Jahwé che veglia sul grande esodo del popolo dell’alleanza e quella del Padre misericordioso che veglia sul ritorno a casa dei figli – abbiamo un’altra immagine, più vicina e familiare, ma ugualmente forte: quella di san Giuseppe […]. Egli è colui che veglia anche sui sonni del Bambino e sulla Madre, con la delicatezza del servitore fedele e discreto, che fa le veci del Padre. Da quel vegliare profondo di Giuseppe sorge quel silenzioso sguardo di insieme, capace di curare il proprio piccolo gregge con mezzi poveri – egli trasforma un presepe di animali nel Presepe del Verbo incarnato Da questo vegliare profondo nasce anche quello sguardo vigilante e perspicace che riuscì ad evitare tutti i pericoli che minacciavano il Bambino.

 

14,38 La preghiera, forza nella debolezza [12]

 

La preghiera è la forza per superare la tentazione

Solo la preghiera ci fornisce la forza per superare la prova: «Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mc 14,38). E il sentimento del limite della nostra carne, della nostra povertà. Lo avvertiva profondamente anche san Paolo: «Affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,7-10). Qui Paolo chiede di essere liberato dal limite che lo ostacola, dalla povertà, e si scontra con la logica della croce: Dio si fa presente proprio nella debolezza.

 

… e permette di scoprire la nostra debolezza e la forza di Dio

La nostra carne ferita permette a Dio di manifestarsi. Bisogna solo riconoscere la nostra debolezza e lasciare spazio nelle nostre vite alla preghiera, alla manifestazione della forza divina. Il limite, la povertà, può essere convertito in croce attraverso la nostra preghiera. Questo è il nucleo della logica paolina. Il male si compie quando un uomo o una donna non vedono che i loro impedimenti e non pregano, ma si lamentano. In questo modo l’uomo smette di essere il servitore del Vangelo, ma si trasforma in vittima. Si canonizza da sé e in questo modo impara a coprire il suo limite con l’incenso della propria canonizzazione. Così incomincia il processo che porta alla blasfemia… e la blasfemia è l’esatto contrario della preghiera. «Quando un uomo non prega Dio, prega il diavolo», diceva Léon Bloy. Non c’è altro modo per imparare a riconoscere e accettare i propri limiti e la propria indigenza: o si prega o si diventa blasfemi. E una carne avvezza alla blasfemia, che non sa chiedere aiuto per curare la propria piaga e il proprio peccato, è una carne incapace di portare aiuto al prossimo. Si allontanerà dall’altro. Sarà prossima solo a se stessa. Anche se dovesse consacrare la propria vita a Dio, lo farebbe in maniera egoistica, cercando di difendersi da ogni piaga, da ogni povertà, da ogni limite. E la purificazione del fariseo: né virus né vitamina.

 

 

 

NOTE

 

[1] Lasciati guardare da Gesù, Buenos Aires, 4 aprile 2009, in J.M. BERGOGLIO, Vita, (= Le parole di papa Francesco, 13), Corriere della Sera, Milano 2015, 21-27.

[2] Omelia, nella festa della Presentazione del Signore, Buenos Aires, 2 febbraio 2008, in Il bene degli anziani, J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Solo l’amore ci può salvare, LEV, Città del vaticano 2013.

[3] Omelia, Corpus Domini, Buenos Aires, 9 giugno 2012, in Facciamo posto affinché entriamo tutti, in J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013, introduzione e cura di Antonio Spadaro S.J., Rizzoli, Milano 2016, 921-923; Dove vuoi, Signore, che prepariamo oggi la tua eucaristia, in J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Agli educatori. Il pane della speranza. Non stancarti di seminare, LEV, Città del Vaticano 2014, 71-75; Gesù Pane di Vita, in J.M. BERGOGLIO, Vita (= Le parole di papa Francesco, 13), Corriere della Sera, Milano 2015, 78-88; J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Riflessioni di un pastore. Misericordia, Missione, testimonianza, vita, LEV, Città del Vaticano 2013, 539-543.

[4] Omelia, Corpus Domini, Buenos Aires 2006, in Il Signore cammina al nostro fianco, J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013, introduzione e cura di Antonio Spadaro S.J., Rizzoli, Milano 2016, 461-464; J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013, 326-330.

[5] Angelus, 7 giugno 2015.

[6] Il mistero dell’avvicinamento a Dio, in M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, Rizzoli, Milano 2014, 222-229; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Mondadori - LEV, Milano - Città del Vaticano 25-231.

[7] Il Signore che ci riprende e perdona, in PAPA FRANCESCO – J. M. BERGOGLIO, In lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book - LEV, Milano - Città del Vaticano 2013; J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Nel cuore di ogni Padre. Alle radici della mia spiritualità, introduzione di Antonio Spadaro S.J., Rizzoli, Milano 2014, 238-244.

[8] L’esilio della carne: la preghiera della carne in esilio, in J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, Rizzoli, Milano 2014, 199-203; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Mondadori - LEV, Milano - Città del Vaticano 2014,15-19.

[9] Il mistero dell’avvicinamento a Dio, in M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, Rizzoli, Milano 2014, 222-229; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Mondadori - LEV, Milano - Città del Vaticano 2014, 25-231.

[10] Sottomettere la nostra carne: l’obbedienza della preghiera, in J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, Rizzoli, Milano 2014.

[11] Il Signore che ci riprende e perdona, in PAPA FRANCESCO – J.M. BERGOGLIO, In lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book - LEV, Milano - Città del Vaticano 2013; J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Nel cuore di ogni Padre. Alle radici della mia spiritualità, introduzione di Antonio Spadaro S.J., Rizzoli, Milano 2014, 238-244.

[12] Male, in PAPA FRANCESCO – J.M. BERGOGLIO, La misericordia è una carezza. Vivere il giubileo nella realtà di ogni giorno, a cura di Antonio Spadaro, Rizzoli, Milano 2015, 77-108


Il chicco di grano che muore e dà frutto

 

 

 

 

18 marzo 2018

V domenica di Quaresima

di ENZO BIANCHI

 

Gv  12,20-33

20In quel tempo tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c'erano anche alcuni Greci. 21Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». 22Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. 23Gesù rispose loro: «È venuta l'ora che il Figlio dell'uomo sia glorificato. 24In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. 25Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. 26Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. 27Adesso l'anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest'ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest'ora! 28Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L'ho glorificato e lo glorificherò ancora!».

29La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». 30Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. 31Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. 32E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». 33Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

 

Secondo il quarto vangelo Gesù, con il segno della resurrezione di Lazzaro, scatena l’opposizione dei sacerdoti del tempio e dei farisei, i quali decidono che deve morire (cf. Gv 11,1-54). Proprio Caifa, sommo sacerdote in carica, afferma che la morte di Gesù è cosa buona: “È conveniente che un solo uomo muoia per tutto il popolo” (Gv 11,50). Parola soggettivamente omicida, questa di Caifa, ma oggettivamente profetica, perché la morte di Gesù è un dare la vita per gli altri, per l’intera umanità.

 

Gesù, dunque, all’avvicinarsi della festa di Pasqua, entra in Gerusalemme tra grida che lo proclamano Veniente nel nome del Signore e Re d’Israele (cf. Gv 12,12-14), ma questo suo successo presso il popolo desta la constatazione dei farisei: “Tutto il mondo (ho kósmos) gli è andato dietro, lo segue!” (Gv 12,19). Ormai la decisione di condannare a morte Gesù è stata presa, ed egli sente che il cerchio dei nemici si stringe intorno a lui e che quella Pasqua sarà la sua “ora” tante volte annunciata. D’altronde, l’affermazione dei farisei trova una chiara illustrazione nella richiesta di alcuni presenti a Gerusalemme per la festa: alcuni greci, appartenenti cioè alle genti, non circoncisi e dunque pagani. Vogliono incontrare Gesù perché hanno sentito parlare di lui quale maestro autorevole e profeta capace di operare segni.

 

Si avvicinano pertanto a uno dei suoi discepoli, Filippo (proveniente da Betsaida di Galilea, città abitata da molti greci, così come greco è il suo nome), e gli chiedono: “Vogliamo vedere Gesù”. Questo però non era cosa facile, perché incontrare dei pagani, impuri, da parte di un rabbi, non era conforme alla Legge e non rispettava le regole di purità. Filippo, titubante, va a riferirlo ad Andrea, il primo chiamato alla sequela (cf. Gv 1,37-40); poi, insieme, i due decidono di presentare la domanda a Gesù. Ed egli come risponde? Il quarto vangelo non lo dice, ma testimonia alcune parole decisive, una vera e propria profezia che Gesù fa riguardo a quell’ora, l’ora della sua passione e morte, svelata come glorificazione.

 

Innanzitutto Gesù dice che la richiesta di vederlo da parte dei pagani è segno e annuncio dell’ora finalmente giunta, l’ora in cui il Figlio dell’uomo è glorificato da Dio. All’inizio del vangelo, a Cana, Gesù aveva detto a sua madre: “Non è ancora giunta la mia ora” (Gv 2,4), e in seguito numerose altre volte quest’ora privilegiata viene evocata come ora prossima ma non ancora venuta (cf. Gv 4,21-23; 5,25; 7,30; 8,20). Adesso, di fronte a questa richiesta, Gesù comprende e dunque annuncia che la sua morte sarà feconda, fonte di vita inaudita: la sua gloria sarà gloria di Dio. Per esprimere ciò, Gesù ricorre alla vicenda del chicco di grano che, per moltiplicarsi e dare frutto, deve cadere a terra e quindi marcire, morire, altrimenti resta sterile e solo. Accettando di marcire e morire, il chicco moltiplica la sua vita e dunque attraversa la morte e giunge alla resurrezione.

 

Sì, appare paradossale, ma – come Gesù chiarisce – “chi ama la propria vita, la perde, e chi odia la propria vita in questo mondo, la custodisce per la vita eterna”, perché l’attaccamento alla vita e ciò che impedisce di mettere la vita stessa a servizio degli altri. Per Gesù la vera morte non è quella fisica, quella che gli uomini possono dare, ma è proprio il rifiuto di spendere e dare la vita per gli altri, la chiusura sterile su se stessi; al contrario, la vera vita è il culmine di un processo di donazione di sé. La vicenda del chicco di grano è la vicenda di Gesù ma anche quella del suo servo, il quale, proprio seguendo Gesù, conoscerà la passione e la morte come il suo Signore, ma anche la resurrezione e la vita per sempre. Non sarà solo Gesù a essere glorificato dal Padre ma anche il discepolo, il servo che, seguendo il suo Signore, diventa suo amico. Al riguardo, con grande fede un padre del deserto giungeva ad affermare audacemente: “Gesù ed io viviamo insieme!”.

 

Che cosa, dunque, Gesù promette ai pagani di vedere? La sua passione, morte e resurrezione, il suo abbassamento e la sua glorificazione, la croce come rivelazione dell’amore vissuto fino alla fine, fino all’estremo (cf. Gv 13,1). A ogni discepolo, proveniente da Israele o dalle genti, nel visibile è dato di vedere l’invisibile; seguendo con perseveranza Gesù, dovunque egli vada, è dato di contemplare nella sua morte ignominiosa la gloria di chi dà la vita per amore. Secondo il quarto vangelo viene qui anticipata quella convocazione delle genti, quel raduno, che accadrà quando Gesù sarà innalzato sulla croce. I profeti avevano annunciato la partecipazione delle genti alla rivelazione fatta a Israele, e questa ora sta per avvenire, perché Gesù offre la sua vita “per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11,52).

 

Giovanni apre qui una feritoia sui sentimenti vissuti da Gesù. Come gli evangelisti sinottici raccontano l’angoscia di Gesù al Getsemani (cf. Mc 14,32-42 e par.), nell’ora che precede la sua cattura, qui noi leggiamo la sua confessione: “Ora l’anima mia è turbata”. Sì, di fronte alla sua morte Gesù si è turbato, come già si era turbato e aveva pianto alla morte dell’amico Lazzaro (cf. Gv 11,33-35). Ma questa angoscia umanissima non diventa un inciampo posto sul suo cammino: Gesù è tentato, ma vince radicalmente la tentazione con l’adesione alla volontà del Padre. In modo diverso dalla narrazione presente nei sinottici, ma in profondità concorde con essa, Gesù non ha voluto salvarsi da quell’ora, né esserne esentato, ma è sempre rimasto fedele alla sua missione di compiere la volontà del Padre nella via dell’umiliazione, della povertà, della mitezza e non attraverso la violenza, la potenza il dominio. Comprendiamo dunque la sua preghiera: “Padre, glorifica il tuo Nome”, ovvero: “Padre, mostra che tu e io, insieme, realizziamo in me la stessa volontà”.

 

In risposta a tali parole, ecco una voce dal cielo, la voce del Padre che testimonia il riconoscimento di Gesù quale Figlio amato, il quale ha rivelato la gloria di Dio in tutta la sua vita e la rivelerà ancora nella sua “ora”. Secondo l’intelligente interpretazione della Lettera agli Ebrei, Gesù “nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo dalla morte e, per la sua sottomissione (eulábeia), venne esaudito” (Eb 5,7). Questa sottomissione non è la resa a un destino implacabile, bensì l’adesione ai sentimenti del Padre, sentimenti di amore per il mondo fino a donargli l’unigenito suo Figlio (cf. Gv 3,16).

 

Ecco che allora Gesù può gridare con convinzione: “Ora avviene il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo è gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra”, come il serpente innalzato da Mosè (cf. Nm 21,4-9; Gv 3,14), “attirerò tutti a me”. L’“ora” è finalmente giunta, l’ora di Gesù, ma anche quella in cui il mondo, con il suo assetto malvagio, viene giudicato, e così il principe di questo mondo, il principe delle tenebre, il nemico di Dio e dell’umanità, viene espulso. Questo grido di Gesù è un grido di vittoria: nella lotta tra il principe delle tenebre e il Figlio di Dio, quest’ultimo è vincitore e, innalzato da terra sulla croce, attira tutti a sé. Sì, proprio sulla croce, in alto, Gesù sarà il vincitore del nemico, il diavolo, il padre della menzogna, e dunque vincitore sul mondo di tenebra che si oppone a Dio: sulla croce è rivelata pienamente la gloria di Dio e di Gesù. Dalla croce, “Gesù il Nazareno, il Re dei Giudei” (Gv 19,19) – titolo scritto in ebraico, greco e latino, le lingue dell’intera oikouméne (cf. Gv 19,20) –, attirerà se tutti, giudei e greci, che vedranno colui che hanno trafitto e si batteranno il petto (cf. Zc 12,10; Lc 23,48; Gv 19,37; Ap 1,7). Ogni occhio lo vedrà e chi, vedendolo, aderirà a lui credendo al suo amore, sarà salvato e conoscerà la vita eterna. Ecco la vera risposta a quanti volevano, e ancora oggi vogliono, “vedere Gesù”.

 

 

Questa è la buona notizia della pagina odierna del vangelo, buona notizia soprattutto per quei discepoli e quelle discepole che conoscono la dinamica del cadere a terra, del “marcire”nella sofferenza, nella solitudine e nel nascondimento. In alcune ore della vita sembra che tutta la sequela si riduca solo alla passione e alla desolazione, all’abbandono e al rinnegamento da parte degli altri, ma allora più che mai occorre guardare all’immagine del chicco di grano consegnataci da Gesù; più che mai occorre rinnovare il respiro della fede, per dire: “Gesù ed io viviamo insieme!”.


Vedere Gesù

 

in tempo

 

di miopia spirituale

 

Domenica V del tempo di Quaresima B

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

VogliamoVedereGesù

 

Gv 12,20-33 Vedere Gesù [1]

 

Un desiderio che attraversa tutte le epoche

In questa Quinta Domenica di Quaresima, l’evangelista Giovanni attira la nostra attenzione con un particolare curioso: alcuni “greci”, di religione ebraica, venuti a Gerusalemme per la festa di Pasqua, si rivolgono all’apostolo Filippo e gli dicono: «Vogliamo vedere Gesù» (Gv 12,21). Nella città santa, dove Gesù si è recato per l’ultima volta, c’è molta gente. Ci sono i piccoli e i semplici, che hanno accolto festosamente il profeta di Nazaret riconoscendo in Lui l’Inviato del Signore. Ci sono i sommi sacerdoti e i capi del popolo, che lo vogliono eliminare perché lo considerano eretico e pericoloso. Ci sono anche persone, come quei “greci”, che sono curiose di vederlo e saperne di più sulla sua persona e sulle opere da Lui compiute, l’ultima delle quali – la risurrezione di Lazzaro – ha fatto molto scalpore.

«Vogliamo vedere Gesù»: queste parole, come tante altre nei Vangeli, vanno al di là dell’episodio particolare ed esprimono qualcosa di universale; rivelano un desiderio che attraversa le epoche e le culture, un desiderio presente nel cuore di tante persone che hanno sentito parlare di Cristo, ma non lo hanno ancora incontrato. “Io desidero vedere Gesù”, così sente il cuore di questa Gente.

 

La risposta: il chicco di grano

Rispondendo indirettamente, in modo profetico, a quella richiesta di poterlo vedere, Gesù pronuncia una profezia che svela la sua identità e indica il cammino per conoscerlo veramente: «E’ giunta l’ora che il figlio dell’uomo sia glorificato» (Gv 12,23). È l’ora della Croce! È l’ora della sconfitta di Satana, principe del male, e del trionfo definitivo dell’amore misericordioso di Dio. Cristo dichiara che sarà «innalzato da terra» (v. 32), un’espressione dal doppio significato: “innalzato” perché crocifisso, e “innalzato” perché esaltato dal Padre nella Risurrezione, per attirare tutti a sé e riconciliare gli uomini con Dio e tra di loro. L’ora della Croce, la più buia della storia, è anche la sorgente della salvezza per quanti credono in Lui.

Proseguendo nella profezia sulla sua Pasqua ormai imminente, Gesù usa un’immagine semplice e suggestiva, quella del “chicco di grano” che, caduto in terra, muore per portare frutto (cfr v. 24). In questa immagine troviamo un altro aspetto della Croce di Cristo: quello della fecondità. La croce di Cristo è feconda. La morte di Gesù, infatti, è una fonte inesauribile di vita nuova, perché porta in sé la forza rigeneratrice dell’amore di Dio. Immersi in questo amore per il Battesimo, i cristiani possono diventare “chicchi di grano” e portare molto frutto se, come Gesù, “perdono la propria vita” per amore di Dio e dei fratelli (cfr v. 25).

 

Per vedere oggi Gesù: il Vangelo, il crocifisso e la testimonianza

Per questo, a coloro che anche oggi “vogliono vedere Gesù”, a quanti sono alla ricerca del volto di Dio; a chi ha ricevuto una catechesi da piccolo e poi non l’ha più approfondita e forse ha perso la fede; a tanti che non hanno ancora incontrato Gesù personalmente…; a tutte queste persone possiamo offrire tre cose: il Vangelo; il crocifisso e la testimonianza della nostra fede, povera, ma sincera. Il Vangelo: lì possiamo incontrare Gesù, ascoltarlo, conoscerlo. Il crocifisso: segno dell’amore di Gesù che ha dato sé stesso per noi. E poi una fede che si traduce in gesti semplici di carità fraterna. Ma principalmente nella coerenza di vita tra quello che diciamo e quello che viviamo, coerenza tra la nostra fede e la nostra vita, tra le nostre parole e le nostre azioni. Vangelo, crocifisso, testimonianza. Che la Madonna ci aiuti a portare queste tre cose.

 

12,21 Far vedere Gesù [2]

 

Tutti aspettano di vedere Gesù

Nella società in cui viviamo è facile cogliere, dietro le molteplici richieste della nostra gente, una ricerca dell’assoluto che, in alcuni momenti, si trasforma nel grido doloroso di un’umanità ferita: «Vogliamo vedere Gesù» (Gv 12,21). Sono tanti i volti che, con un silenzio più rivelatore di mille parole, ci rivolgono questa preghiera. Li conosciamo bene: sono in mezzo a noi, fanno parte del popolo dei fedeli che Dio ci affida. Volti di bambini, di giovani, di adulti... Alcuni hanno lo sguardo puro del «discepolo che Gesù amava», altri tengono gli occhi bassi come il figliol prodigo. Non mancano volti segnati dal dolore e dalla disperazione.

Ma tutti aspettano, cercano, desiderano vedere Gesù. E per questo hanno bisogno della mediazione dei credenti, e soprattutto dei catechisti, a cui chiedono «non solo di “parlare” di Cristo, ma in certo senso di farlo loro “vedere”. [...] La nostra testimonianza sarebbe, tuttavia, insopportabilmente povera, se noi per primi non fossimo contemplatori del suo volto» (NMI, 16).

Le difficoltà del nostro tempo obbligano quanti ricevono la chiamata del Signore a consolare il suo popolo, a mettere radici nella preghiera, in modo da poter «accostare l’aspetto più paradossale del suo mistero [...], l’ora della Croce» (ivi, 25). Solo a partire da un incontro personale con Dio potremo svolgere la diaconia della tenerezza senza indugiare o lasciarci sopraffare dall’angoscia di fronte al dolore e alla sofferenza.

 

La nostra “servizialità”

Oggi più che mai è necessario che ogni passo compiuto verso i fratelli, qualsiasi servizio ecclesiale, sia basato sul presupposto della vicinanza e della familiarità con il Signore. Proprio come la visita di Maria a Elisabetta, così traboccante di gioia e di servizialità, si capisce e prende forma solo a partire dall’esperienza profonda di incontro e ascolto avvenuta nel silenzio di Nazareth.

Il nostro popolo è stanco delle parole: non ha bisogno di tanti maestri, ma di testimoni.

E la testimonianza si rinsalda nei nostri cuori, nella comunione intima con Gesù Cristo. Ogni cristiano, e a maggior ragione il catechista, deve essere innanzitutto un discepolo del Maestro nell’arte della preghiera: «E necessario imparare a pregare, quasi apprendendo sempre nuovamente quest’arte dalle labbra stesse del Maestro divino, come i primi discepoli: “Signore, insegnaci a pregare!” (Lc 11,1). Nella preghiera si sviluppa quel dialogo con Cristo che ci rende suoi amici intimi: “Rimanete in me e io in voi” (Gv 15,4)» (NMI, 32).

Perciò l’invito di Gesù a navigare in mare aperto va inteso anche come una chiamata a prendere coraggio e abbandonarci alla profondità della preghiera, per evitare che le spine asfissino i germogli. A volte la nostra pesca è infruttuosa perché non la facciamo in suo nome; perché ci preoccupiamo troppo delle nostre reti e dimentichiamo di pescare con e per Lui.

 

12,21 Un grido in tempo di miopia spirituale [3]

 

Il grido doloroso di un’umanità oltraggiata

Credo di non esagerare quando affermo che ci troviamo in un tempo di «miopia spirituale e di piattezza morale» che fa sì che si voglia imporre come normale una «cultura al ribasso nella quale sembra non esserci spazio per la trascendenza e la speranza.

Ma sai bene, come catechista, per la sapienza che ti dà il contatto settimanale con la gente, che nell’uomo continuano a essere latenti un desiderio e un bisogno di Dio. Davanti alla superba e invasiva prepotenza dei nuovi Golia, che da alcuni mezzi di comunicazione e da non pochi uffici istituzionali rinnovano pregiudizi e ideologismi autistici, si rende necessario oggi più che mai avere la serena fiducia di Davide per difendere umilmente l’eredità. Per questo, vorrei insistere a proposito di ciò che ti scrivevo un anno fa: «Oggi più che mai si può scoprire dietro tante domande della nostra gente una ricerca dell’assoluto che, in alcuni momenti, prende la forma di grido doloroso di un’umanità oltraggiata: “Vogliamo vedere Gesù” (Gv 12,21). Sono molti i volti che, con un silenzio più eloquente di mille parole, ci formulano questa richiesta. Li conosciamo bene: sono in mezzo a noi, fanno parte di quel popolo fedele che Dio ci affida. Volti di bambini, di giovani, di adulti... Alcuni di loro hanno lo sguardo puro del “discepolo amato”, altri lo sguardo basso del figliol prodigo. Non mancano volti segnati dal dolore e dalla disperazione. Ma tutti attendono, cercano, desiderano vedere Gesù. E per questo hanno bisogno dei credenti, specialmente dei catechisti, che non devono solo parlare di Cristo ma in un certo modo devono farlo “vedere”. Ne consegue che la nostra testimonianza sarebbe enormemente insufficiente se non fossimo i primi contemplatori del suo volto» (NMI16).

 

Oggi è necessario adorare

Oggi più che mai si rende necessario «adorare in spirito e verità» (Gv 4,24). È un compito indispensabile del catechista che voglia mettere le sue radici in Dio, che non voglia smarrirsi in mezzo a tanta agitazione.

Oggi più che mai è necessario adorare per rendere possibile la prossimità che questi tempi di crisi esigono. Solo nella contemplazione del mistero d’amore che vince le distanze e si fa vicinanza, troveremo la forza per non cadere nella tentazione di passare oltre, senza fermarsi nella via.

Oggi più che mai si deve insegnare l’adorazione ai nostri catecumeni, affinché la nostra catechesi sia veramente Iniziazione e non soltanto insegnamento.

Oggi più che mai è necessario adorare per non essere schiacciati da parole che a volte nascondono il mistero, ma è necessario anche regalarci il silenzio pieno di ammirazione che tace davanti alla Parola che si fa presenza e vicinanza.

Oggi più che mai è necessario adorare! […]

Adorare non è svuotarsi, bensì riempirsi, riconoscere ed entrare in comunione con l’amore. Nessuno adora colui che non ama, nessuno adora chi non considera come il suo amore. Siamo amati! Siamo voluti bene! «Dio è amore.» Questa è la certezza che ci porta a adorare con tutto il nostro cuore colui che «ci ha amati per primo» (1Gv 4,19).

Adorare è scoprire la sua tenerezza, è trovare riposo e consolazione nella sua presenza, è poter sperimentare ciò che afferma il salmo 23 (22): «Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me... bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita».

Adorare vuol dire essere testimoni gioiosi della sua vittoria, è non lasciarci vincere dalla grande tribolazione e gustare in anticipo la festa dell’incontro con l’Agnello, l’unico degno di adorazione, che asciugherà ogni nostra lacrima e nel quale celebriamo il trionfo della vita e dell’amore sulla morte e sull’abbandono (cfr. Ap 21-22).

Adorare è dire «Dio», è dire «vita».

 

12,23-28. La croce, ora della glorificazione [4]

 

Gesù anela all’ora della sua glorificazione

La morte di Cristo inaugura la vera gloria. «Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?» (Lc 24,26), la gloria che Stefano ha contemplato prima di morire (cfr At 1,55), quella che ci è stata promessa, e con cui le sofferenze che possiamo subire in questa vita non sono paragonabili (cfr. Rm 8,18).

Gesù anela a questa gloria e chiede al padre di dargliela: «E ora, Padre, glorificami davanti a te» (Gv 17,5). La gloria di Gesù è l’ora della sua croce: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. [...] se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,23 s); e affinché non resti alcun dubbio sulla relazione che sussiste tra questa gloria e la perdita della vita, il Signore continua: «Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna».

Gli Apostoli compresero che la gloria di Gesù era la sua croce; per questo Giovanni dice dei discepoli: «Quando Gesù fu glorificato, si ricordarono che di lui erano state scritte queste cose e che a lui essi le avevano fatte» (Gv 12,16).

 

La croce vanto del cristiano

Sarà san Paolo ad assumere senza mezzi termini la gloria della croce come vanto della sua vita: «Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo» (Gal 6,14). Vantarsi nella croce di Gesù, «vantarsi nel Signore» (cfr. 2Cor 10,17), è lode e al tempo stesso la miglior difesa contro «i nemici della croce di Cristo», coloro che stanno con il sapere mondano, che «parlano da se stessi, e cercano la propria gloria» (cfr. Gv 7,18), che «ricevono gloria gli uni dagli altri» (cfr. 5,44), che «amano la gloria degli uomini più che la gloria di Dio» (cfr Gv 12,43). Il Signore stesso attesta di non amare quella gloria umana: «Io non ricevo gloria dagli uomini» (Gf 5,41).

Sarà, in definitiva, questa adesione così radicale e profonda alla croce a contrassegnare il criterio di verità del seguace fedele del suo maestro. La kaùchesis cristiana [il vanto, NdR], poiché passa attraverso la croce e ne riceve l’oggetto principale del proprio orientamento, resta purificata da qualsiasi dimensione vana - non è più vanagloria - e s’incentra nell’origine purissima del suo Autore, che le piace chiamare «il Signore della gloria» (1Cor 2,8).

 

12,23.28 Unti per partecipare della gloria di Cristo [5]

 

Il Signore ci insegna che si unge chi deve essere perfezionato e guarito: si unge il morto (Mc 16,1); si unge il malato (Mc 6,13; Gc 5,14); si ungono le ferite (Lc 10,34); si unge il penitente (Mt 6,17). L’unzione possiede un senso di riparazione (Lc 7,38; 7,46; 10,34; Gv 11,2; 12,3). Tutto questo è valido per noi: siamo resuscitati, guariti, riformati, rinnovati dall’unzione dello Spirito Santo. Ogni giogo di schiavitù è distrutto a causa dell’unzione (cfr Is 10,27).

Il primo unto è il Signore (Lc 2,26; At 4,26; Lc 4,18; At 10,38). Fu unto con olio di esultanza (Eb 1,9).

L’esultanza ci richiama la gloria. Essere unto significa partecipare della gloria di Cristo, che è la sua Croce. «Padre, glorifica tuo Figlio... Padre, glorifica il tuo nome» (cfr. Gv 12,23.28). Invece, quelli che cercano la pace o le contraddizioni fuori dall’unzione non cercano la gloria di Dio nella Croce di Cristo: «E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?» (Gv 5,44).

 

 

 

NOTE

 

[1] Angelus, 22 marzo 2015.

[2] J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013, 341-348; Lasciarsi trovare per favorire l’incontro, Omelia ai catechisti, EAC, marzo 2001; J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Ai Catechisti. Uscite, cercate, bussate!, LEV, 2015,21-28.

[3] TEMPO DI MIOPIA SPIRITUALE, Lettera ai catechisti, agosto 2002, in J. M. BERGOGLIO, Impegno, (= Le parole di papa Francesco, 12), Corriere della sera, Milano 2015, 43-52; Adorerai il Signore tuo Dio, in J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Ai Catechisti. Uscite, cercate, bussate!, LEV, 2015,29-34; J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013,349-353.

[4] Croce e senso bellico della vita, in J.M. BERGOGLIO, Pace, Milano Corriere della sera 2014, (= Le parole di papa Francesco,5), 31-46.

 

[5] Il Signore ci unge, in PAPA FRANCESCO – J. M. BERGOGLIO, In lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book (Milano) -LEV (Città del Vaticano) 2013.


L'umanesimo di Gesù

 

Carmelo Mezzasalma

 

 

 

Al di là di ogni discussione sul significato e senso dell'umanesimo nella situazione contemporanea, c'è un vero umanesimo evangelico incarnato da Gesù e che attende ancora di essere capito e vissuto in tutta la sua dirompente provocazione anche per i cristiani del nostro tempo tentati di "dispersione".

 

Da un lontano ricordo

 

Elias Canetti (1905-1994), l'autore di Potere e sopravvivenza e di La provincia dell'uomo, mentre era esule a Londra durante la fase più calda della seconda guerra mondiale (1942), scrisse degli aforismi per combattere in se stesso l'impotenza e l'orrore di quanto stava accadendo in quei giorni di guerra. Scoperti da pochi anni, questi aforismi sono anche pubblicati in italiano con il titolo Aforismi per Marie-Louise (Adelphi, Milano 2015) perché dedicati all'amica del cuore, la pittrice Marie-Louise von Motesiczky, con la quale Canetti aveva avviato in Inghilterra una relazione destinata a durare oltre mezzo secolo. Nonostante la distanza di tempo e la situazione storico-culturale ormai mutata, questi aforismi di Canetti conservano una loro particolare e pregnante attualità di pensiero dal momento che ruotano quasi tutti intorno all'orrore della guerra: «... non c'è luogo nascosto, non c'è palmo, non c'è poro, nelle cui profondità [gli uomini] non combattono l'uno contro l'altro all'ultimo sangue» (p. 11). E non è forse questa, salvo le condizioni diverse, la situazione in cui ci troviamo a vivere nella condizione postmoderna? L'individualismo, la lotta sotterranea per l'affermazione del proprio sé o per le proprie idee sulla vita e perfino sullafede, non dice a sufficienza che, probabilmente senza neppure averne coscienza, siamo stretti in una lotta all'ultimo sangue contro i nostri simili, gli amici o i congiunti? Tanto è il potere della cultura dominante che ci circonda e ci attrae.

L'aforisma, per sua natura, non chiede una dimostrazione logica e persuasiva. È un lampo dell'intelligenza e sensibilità umana che giunge al termine di un percorso interiore e, proprio per questo, ha la capacità di illuminare una situazione concreta al punto da avviare uno scossone salutare circa il vivere e il pensare, immemore e quotidiano, delle consuetudini acquisite e mai messe in discussione. Ma, a parte questo, è sorprendente constatare come, negli Aforismi per Marie-Louise, il problema di Dio occupi un posto non marginale e sia pure quel Dio dell'Antico Testamento che per l'ebreo Canetti rappresentava il nervo scoperto della questione. Eppure, c'è un aforisma che, crediamo, supera d'un balzo anche questo aspetto del problema e sembra rivolgersi a tutti coloro che, in un modo o nell'altro, fanno appello a un loro Dio per giustificare qualcosa del loro comportamento e delle loro scelte. L'aforisma suona così: «Dio è morto perché il suo nome è stato profanato, adesso lo invochino pure quanto vogliono» (p. 34). È quasi una scudisciata in pieno viso, qualcosa che ferisce in profondità anche un cristiano, perché può darsi che, a furia di difendere la fede, supposta immutabile nel viverla, anch'egli sia tentato di profanare il nome di Cristo tirandolo da ogni parte e, soprattutto, affidandosi a una "dottrina", a una prassi religiosa, anziché al Cristo per così dire in carne e ossa.

Potrebbe sembrare una domanda a effetto o comunque trascurabile – logico che un cristiano si riferisce sempre a Cristo –, ma sta di fatto che essa ci trasporta al cuore di quanto stiamo vivendo in questi anni di forte e quasi inarrestabile abbandono della pratica cristiana, mentre molti cristiani ancora non distinguono tra "credenza" e "fede" in Gesù Cristo.

 

Sulle rovine della "cristianità"

 

Il problema non è certamente nuovo. Già qualche anno fa si parlava di "scisma sommerso" di molti cristiani che, pur dichiarandosi tali, non intendevano accettare le direttive della Chiesa perché ansiosi di viversi una propria libertà e autonomia, nonché il diritto di sentirsi "moderni". Ma, in questi ultimi anni, si ha la sensazione che questo scisma sommerso non abbia intaccato soltanto i semplici fedeli, bensì anche coloro, presbiteri e religiosi, che avrebbero dovuto guidarli a vivere pienamente la via del Vangelo. Si constata, soprattutto, una certa "dispersione" nella vita di fede e nella Chiesa stessa, tanto che il teologo Christoph Theobald ha formulato, sulla scia delle indagini sociologiche in corso, un interrogativo per certi versi angosciante, ma vero e concreto: quale futuro attende la tradizione cristiana nei Paesi dell'Occidente europeo? La "dispersione" attuale ne annuncia la prossima fine o prepara una nuova e diversa coscienza (cfr. Ch. Theobald, Il compito del testimone, EDB, Bologna 2015)? Così, per superare la crisi dei riferimenti tradizionali, occorre incoraggiare il processo di ricezione del Vaticano II che ha privilegiato la libertà e la scelta individuale nei confronti di Cristo, quindi la strada della testimonianza, mentre, a suo dire, «il vero testimone è colui che si lascia interrogare e continua a interrogarsi sulla coerenza fra ciò che trasmette e il modo in cui lo fa» (p. 40).

Compito tutt'altro che scontato, vista la dispersione e la confusione in cui viviamo e in cui sempre di più ricorre quella terribile parola, scisma, per ogni questione ecclesiale, come il sinodo della famiglia, o altro. E la dispersione si vede bene se qualcuno, come Antonio Socci, si può permettere di dire che papa Francesco sia un papa abusivo, incontrando il favore e l'opinione favorevole di molti cristiani. O come V. Messori che evoca un possibile scisma nel caso di una sconfessione delle apparizioni di Medjugorje incontrando, a sua volta, un grande esercito di cristiani devoti. Nessun lontano rimorso di coscienza, ín questi casi, poiché si può dire di tutto e di più sulla fede, la Chiesa, l'autorità apostolica veicolando quel "tradimento dei chierici" – ma questa volta quelli veri – che tanta fortuna ha avuto nella coscienza sotterranea della modernità. E pensare, per ironia della sorte, che a invocare questo tradimento siano proprio quei cristiani, si dice tradizionalisti, che sembrano nemici giurati della modernità.

E intanto, mentre discutiamo "in casa" fra traditori e fedeli, la società europea si secolarizza sempre di più e gli stati si laicizzano mostrando quel mutamento radicale di cui ancora pochi sono in grado di capire le conseguenze. La gente comune, in effetti, ma soprattutto i giovani, ha sempre meno bisogno della religione e, in particolare, di quella fede cristiana che fino a qualche decennio fa pareva regnare da padrona nelle società occidentali. Il plurimillenario zoccolo su cui si era costruita la sua tradizione in questi paesi è crollato, trascinando, nella sua caduta, il senso stesso della fede cristiana per ogni vita umana. La fede non deperisce, a ben vedere, a causa di un suo rigetto da parte dei fedeli, considerati individualmente, ma a causa di un mutamento globale di civiltà, anzi della rottura delle articolazioni immemorabili tra credenze religiose e legame sociale. È la fine, non del cristianesimo, bensì di quel regime di "cristianità" che, per secoli, ha assicurato questo legame che induceva a pensare che la fede cristiana fosse al riparo da ogni terremoto storico-sociale. Ma il terremoto è accaduto e a nulla vale rifugiarsi nella "nostalgia", pur comprensibile a livello antropologico, che non costruisce nulla e anzi distrugge.

In realtà, il così detto crollo della fede nei paesi europei si è prodotto perché troppi cristiani si accontentavano di far derivare la loro appartenenza alla Chiesa dalla loro nascita e dalla loro educazione dipendendo, oltre tutto, dai loro preti che li educavano in una passività senza autentico slancio personale. Questi cristiani, in Belgio o in Olanda ad esempio, non si curavano affatto di "personalizzare" e vivificare la loro fede in Gesù Cristo attraverso l'ascolto e la meditazione frequente del Vangelo, la preghiera a tu per tu con Dio, per cui il loro legame con la Chiesa traeva la sua forza dalla forte presa di questa sulla società. La loro stessa fede in Cristo si nutriva di una generica e comunemente accettata "credenza in Dio". E nel momento stesso in cui si sfaldavano le strutture religiose della società, la fede di questi cristiani è svanita come neve al sole nella misura in cui la società non aveva più bisogno del sostegno di una trascendenza, bensì del sostegno del profitto, del mercato, del capitalismo consumistico. Ed è tutto questo che è avvenuto, e avviene ancora, a fare la gravità irreversibile della situazione per di più resa incandescente, ma senza nessun spirito polemico, dall'emergere del soggetto, ossia dalla presa di coscienza e l'autonomia della persona.

 

Gesù, un passante anonimo?

 

In questa situazione, non può sorprendere che gli uomini e le donne della postmodernità siano più coscienti, rispetto agli "antichi", del fatto che la loro umanità si identifica con la loro "mondanità". Non sono esseri gettati sulla terra e sprovvisti di una loro visione, percezione, pensiero, linguaggio. Tutto ciò che sono è dato loro dal mondo, da ciò che si guarda, si percepisce, si pensa e si esprime. Ed è questo che inquieta moltissimo gli uomini "religiosi" che, fin dai tempi di Gesù, sono tentati di manipolare il divino per tenere legati a sé i loro fedeli con i riti, il rifugio all'interno di solidi bastioni, la fiducia in consuetudini e tradizioni immutabili, perfino di soggiogarli attraverso l'autorità di mediatori consacrati.

In realtà, l'urto della storia ha sempre investito la fede cristiana ed è anche un bene dal momento che questa fede è una fede storica, fondata su Gesù uomo-Dio, che è tutt'altra cosa da un codice religioso, da una religione comunemente intesa. È al di fuori della centralità e obbedienza a Cristo che i cristiani si sentono, nelle vicissitudini umane e storiche, tentati dalla "dispersione". Di fatto, la costruzione della casa di Dio, della Chiesa, anche nell'immenso laboratorio delle nostre società secolarizzate, non è opera umana. Edificare e salvare la Chiesa non è in potere degli uomini così detti religiosi. Solo Gesù ha questo potere e che ha trasmesso ai Dodici. Tuttavia, perché sia chiaro che la loro non sarà opera umana, chiede di non preoccuparsi di nulla, neppure di ciò che sembra indispensabile: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né bisaccia, né pane, né denaro, né due tuniche...» (Lc 1,6). E tutto questo ci riporta agli inizi dell'avventura cristiana nella storia.

Potrebbe sembrare, infatti, strano o paradossale che Gesù, dopo essere risalito al Padre con la sua ascensione attraverso i cieli, continui a camminare lungo le strade degli uomini, soprattutto tra i poveri o coloro che cercano una speranza in un mondo a loro ostile e senza possibilità di essere amati e consolati. Eppure, non c'è da stupirsi. Gesù non situava Dio in alcun luogo particolare, né sulle alture né in fondo agli abissi. Ha infranto l'immagine del Dio di una religione d'élite, di ogni religione di "perfetti" a tutti i costi, per rivelarlo sulla Croce Padre universale: "Dio per noi" e "Dio con noi". E quando lascerà gli apostoli, per inviarli fino all'estremità della terra ad annunciare a tutti la "Buona Notizia" del vangelo, proprio gli apostoli rimarranno all'interno delle mura di Gerusalemme per paura o prudenza. Ma ecco, come ci racconta l'episodio finale del vangelo di Giovanni, che ancora Gesù li precede sulla via delle genti, rientrando in scena sul lago di Tiberiade, aprendo la strada e preparando la futura messe. Alla testa, come un tempo (cfr. Gv 21,12-22) .

Anche oggi, in una situazione di estremo disagio per la fede, coloro che credono in Gesù possono riconoscere, in questa scena sulle rive del lago, qualcosa che hanno già vissuto o che stanno per vivere o che può loro capitare: nell'amicizia condivisa, in un incoraggiamento dato e ricevuto, nella comunione in ciò che si vive, in una parola o in ogni scambio di profonda umanità! «Una fede attenta – ha scritto Joseph Moingt nel suo splendido L'umanesimo evangelico (Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2015) –può riconoscere Gesù che passa anonimo, che ci ha resi più veri, più forti, più fraterni, più umani, che ha cambiato e riorientato la nostra vita o il nostro sguardo su ciò che ci circonda e ci attira» (p. 25). Anche quando non vengono tenuti discorsi "religiosi" – di fronte a una realtà innamorata della bellezza, come la musica, la poesia, il linguaggio dell'arte, ma anche della condivisione e della fraternità umana – il cristiano autentico non dubita del passaggio di Gesù perché in ogni scambio, che avviene sotto il segno della gratuità, passa la gratuità assoluta dell'amore di Gesù, di Dio stesso, che misteriosamente salva chi la condivide e la promuove.

 

L'umanesimo evangelico

 

L'umanesimo di Gesù, l'umanesimo evangelico, ecco la sfida vera che attende il nostro cristianesimo a stretto contatto con le trasformazioni del vivere contemporaneo ormai da molto tempo. Teresa d'Avila, di cui ricordiamo il V Centenario della nascita, si convertì scoprendo l'umanità di Gesù in ciò che c'è di più umano nel suo volto: la sofferenza estrema. E forse rimase per vent'anni una tiepida monaca, finché lo sentì nella credenza astratta di un Dío lontano e irraggiungibile nella sua divinità, pronto a esigere più che a condividere, pronto alla condanna più che all'amore. Dopo tutto, anche oggi si tratta di salvare la persona umana da un possibile sfacelo, e si tratta ancora di edificare una società veramente umana contro tutti i tentativi di barbarie che vorrebbero distruggerla. Ed è stato l'umanesimo evangelico, senza ombra di dubbio, a dettare la sollecitudine dei Padri al concilio Vaticano II per i "segni dei tempi" – le trasformazioni, rapide e veloci, accadute nella modernità –, ma per «interpretarli alla luce del vangelo», come dice la Gaudium et spes (n. 4).

Sulla stessa scia si è posto anche papa Francesco, inaugurando un "dolce stil novo" per la Chiesa e per l'umanità (cfr. il suggestivo libretto di Maurizio Gronchi e Roberto Repole, Il dolce stil novo di papa Francesco, Edizioni Messaggero, Padova 2015), e attirandosi gli strali di tanti, perfino cristiani, con accuse e risentimenti che lasciano sgomenti e addolorati: dov'è la presenza di Gesù, il Gesù vivo che ama e guida la sua Chiesa, in tutto questo? Ci si riferisce a lui come al fondatore di una dottrina "religiosa" oppure a una presenza, appunto viva, cui riferirsi, nella preghiera e nel discernimento, per capire dove lo Spirito stia conducendo la Chiesa attraverso papa Francesco? Anche qui passa il sottile discrimine tra "credenza" e "fede" su cui non si riflette o non si ha desiderio di riflettere per paura di perdere quelle sicurezze "religiose" che ci rendono talvolta duri e spietati nelle nostre opinioni e nei nostri giudizi.

Una situazione, peraltro, già vissuta nell'Antico Testamento. Il popolo ebreo era ritornato dall'Egitto con grandi progetti e ambizioni circa la ricostruzione del tempio di Salomone, ma, con il profeta Aggeo, deve riconoscere che la ricostruzione era stata intralciata da mille difficoltà: «Chi di voi è ancora in vita – lamenta il profeta – che abbia visto questa casa nel suo primitivo splendore? Ma ora in quali condizioni la vedete? In confronto a quella, non è forse ridotta a un nulla?» (Ag 2,3). In effetti, non c'erano i mezzi per fare qualcosa di bello e di grande e il profeta lo constata. E, tuttavia, in questa condizione desolante, giunge a tutti il messaggio di consolazione: «Coraggio – dice Dio – io sono con voi, io lavoro per voi» (Ag 2,4). Ma per capire questo oracolo di Dio occorre riferirsi al Vangelo e al mistero di Cristo che è il vero tempio di Dio. È nel corpo di Cristo che possiamo incontrare Dio, ma questo corpo è anche corpo di sofferenza e di umiliazione (cfr. Lc 9,18-22) e la Chiesa, nel corso della storia, incontra anch'essa questo destino di sofferenza e di umiliazione. Invece di scoraggiarci per le difficoltà, se fossimo realmente persone di fede, dovremmo proprio, a motivo di esse, aumentare la nostra fiducia, perché sono un segno che Dio lavora con noi.

Ma non sempre è così. Oggi non è raro ascoltare lamenti simili a quelli del profeta Aggeo. Ci sono tanti che si lamentano della situazione attuale della Chiesa e soprattutto della supposta rovina della fede cristiana: «Prima – anche del Concilio – le cose erano così meravigliose: c'era molta unità, molta disciplina. Adesso non si capisce più dove andremo a finire anche con tutte queste innovazioni di stile e di misericordia evangelica di papa Francesco. Siamo proprio su una strada sbagliata!». E il fatto curioso è che quello che si dice della Chiesa, del Papa, si dice della vita religiosa e di tutto il resto: è finita ogni cosa, siamo nella desolazione più nera. Così, questi nostalgici del bel tempo andato, con fare lamentoso o minaccioso, dicono al Papa: dove sta conducendo la Chiesa? Ma il Papa ha dato a questo proposito una risposta spiazzante e vera, almeno per chi la vuole intendere: «Non sono ío a condurre la Chiesa, ma io a seguire la Chiesa». Dice così chiaramente che tutti devono tornare al mistero di Cristo, lui per primo, quando si affrontano i problemi attuali della fede e cioè con umiltà e fiducia perché è Cristo a guidare la Chiesa e non già uno qualsiasi. Papa Francesco invita non a seguire lui, ma a seguire Cristo anche nella storia del nostro tempo.

 

L'umanesimo di Gesù

 

D'altronde, proprio nei paesi europei stiamo vivendo una crisi senza precedenti per il futuro della fede, mentre la Chiesa stessa ha bisogno di una "conversione", un "cuore nuovo" per vivere e comunicare la buona novella di Gesù. È questo che scandalizza. Eppure, fin dai primi giorni del suo servizio, il Papa ha alzato la sua voce per scuotere la coscienza dí una Chiesa molto chiusa in se stessa, paralizzata dalla paura, preoccupata di salvaguardare la sua "struttura" e poco aperta verso la sua anima che è Gesù Cristo. Dopo tutto, una Chiesa distante dai problemi e dalle sofferenze, anche morali, che vive la gente. Così, nell'esortazione apostolica Evangelii gaudium, il Papa non pensa solo a un aggiornamento o a un adattamento della Chiesa ai tempi di oggi. Non pensa di recuperare l'orizzonte e lo spirito del Vaticano II – troppe cose sono cambiate da quel tempo felice e irripetibile –, ma piuttosto ci chiama a una conversione più radicale e urgente: «Tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo», e tornare a Gesù Cristo che «può rompere gli schemi noiosi nei quali pretendiamo di imprigionarlo e che ci sorprende con la sua costante creatività» (n. 11).

E ancora: «Più che la paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c'è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: "Voi stessi date loro da mangiare" (Mc 6,37)» (EG n. 49). Era anche questa la sottile e argomentata preoccupazione teologica di Benedetto XVI, soltanto che è stata fraintesa come restaurazione di una struttura ecclesiale che lasciava fuori le anime vere. In ogni caso, è questa la fede veramente vissuta e che papa Francesco tenta di testimoniare contro ogni reazione di autodifesa, di restaurazione, di passività generalizzata. E lo fa non con un linguaggio teologico raffinato, ma mettendo il dito nella piaga: «La Chiesa ha da portare Gesù... Se qualche volta succedesse che la Chiesa non porta Gesù, sarebbe una Chiesa morta». Un simile appello non è isolato, se un noto teologo spagnolo, José Antonio Pagola, ha sentito il bisogno di fondare «I gruppi di Gesù» con l'obiettivo di vivere un processo sia individuale che di gruppo di conversione a Gesù per cogliere in profondità l'essenziale del Vangelo. Gruppi che non richiedono la presenza di un prete, bensì possono essere portati avanti soprattutto dai laici, uomini e donne (cfr. J.A. Pagola, Tornare a Gesù, a cura di F. Strazzari, EDB, Bologna 2015). E ce n'era la necessità? Evidentemente sì. Forse Gesù è davvero il grande "assente" di tante omelie e discorsi religiosi, troppo religiosi.

In realtà, già il Vaticano II lasciava capire che, per parlare di Gesù a uomini e donne così lontani dal linguaggio cristiano, bisognava attraversare la sua umanità in tutto il suo spessore prima di volerla superare. Dunque, lasciare che si presenti a loro Egli stesso, in un primo incontro, in una lingua che essi possono facilmente comprendere. Non quelladei misteri, delle argomentazioni forbite e discorsive, bensì lingua dí umanità: la salvezza cristiana, infatti, non è nei discorsi edificanti o consolatori, ma è nel cammino di "umanizzazione" dell'uomo a cui Gesù ha dato l'impulso più radicale e duraturo lungo il tempo della nostra storia. Citiamo ancora Joseph Moingt: «Perché il Vangelo è sia la persona e la storia di Gesù sia la via che egli ci apre dinnanzi affinché noi lo seguiamo. Via che conduce a Dio coloro che riconoscono in Lui il suo Figlio: dunque via di religione? Certamente, ma da che cosa si riconosce Gesù come Figlio di Dio, e di quale Dio? È un Dio che in Gesù si fa "vedere" spogliato di ogni traccia di potenza e di giustizia vendicativa, al punto che il Padre abbandona il Figlio al rigetto e alla morte, e dunque si espone personalmente al rinnegamento» (Umanesimo evangelico, p. 63).

L'umanesimo di Gesù, che trova la sua più alta espressione nell'amore del prossimo, impone il rispetto per l'uomo, ogni forma di benevolenza e di compassione, per il fatto che è uomo e, proprio per questo, degno dell'amore speciale che Dio nutre per lui. Perché l'uomo, dopo la morte e risurrezione di Cristo, è rivestito da questo amore, incomprensibile e misterioso, da una dignità infinita che lo penetra fin nell'intimo del suo essere e soprattutto quando la cultura intorno a lui ne vorrebbe fare un oggetto di consumo, disumanizzandolo. In fondo, nonostante la modernità abbia rotto con la tradizione cristiana, una conciliazione tra le due è possibile, perché se il moderno è uscito dall'era cristiana è soltanto dopo avervi attinto lo slancio e il senso della sua liberazione. Così, l'incarnazione, o umanizzazione del Verbo di Dio in Gesù, elemento distintivo del cristianesimo rispetto a tutte le altre religioni, induce a tentare di arrischiarsi nell'associazione tra vangelo e umanesimo: il vangelo ne offre la testimonianza e un linguaggio sempre nuovo, profetico.

Dunque, si tratta di accettare che la fede cristiana ha interagito con il pensiero moderno nel corso della loro storia comune, altrove iniziata dopo una lunga coabitazione e compenetrazione tra cristianesimo e razionalismo greco. Questo sotterraneo lavorio della storia ha plasmato le rispettive identità del pensiero cristiano e dell'umanesimo secolarizzato in ciò che li unisce e in ciò che li divide, ma più che mai oggi s'impone – viste le tremende cronache delle guerre in corso o il tragico esodo dí milioni di persone dalla loro terra di origine – che si promuova un "umanesimo universale" con ogni mezzo a disposizione. Utopia? Forse. L'utopia del Vangelo e quella della migliore cultura umana che non cede alla barbarie e alla disumanizzazione, si chiama là profezia e qui memoria, patrimonio umano ed eredità. Neppure, questa memoria ed eredità potrà mai sganciarsi dall'umanesimo evangelico, dall'umanesimo di Gesù, senza comprometterne a fondo le radici ovunque presenti e molto attive. I poeti, che sono gli alati sismografi di questa memoria, anche se spesso ignorati o marginalizzati, sanno che l'anima di questa memoria non è altro che l'avventura spirituale dell'uomo. Spirituale, non solo chiusa tra la nascita e la morte, né soltanto storica, quindi umana e profondamente aperta alla commozione di spazi infiniti e ancora ignoti.

Fernando Pessoa (1888-1935), che molti in Italia si sono affrettati a catalogare tra i campioni del nichilismo contemporaneo, scriveva invece poesie, profonde e bellissime, nelle quali affiora prepotentemente una memoria di Cristo tutt'altro che frutto di un'educazione religiosa oppure occasionale. Pub-blicate ora anche in italiano dalle edizioni della Comunità di Bose, esse ci restituiscono un volto nuovo di questo scrittore portoghese dall'anima misteriosa e travagliata, ma viva e quasi paradossale come poche nel panorama letterario del Novecento (cfr. E Pessoa, Sono un sogno di Dio, tr. it. Manuele Masini, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2015). In una di queste poesie, ci sono versi colmi di uno stupore religioso che ci dicono quanto il passaggio di Gesù nella storia, anche moderna, sia ancora vitale e capace di illuminare la vita umana ben oltre le soglie di una fede riconosciuta e accettata: «Signore, il mio passo è sulla Soglia / della Tua Porta. / Rendimi umile di fronte al mio legato... / il mio mero essere che importa?... Voglio essere la nebbia che sale / per vederTi / l'umanità sofferente è cieca – / il resto solo essere» (p. 35).

 

 

(Feeria, 2015/1, n. 47, pp. 3-9)


La gloria dell’amore

 

 

 

11 marzo 2018

IV domenica di Quaresima

di ENZO BIANCHI

 

Gv  3,14-21

Gesù, prima di passare da questo mondo al Padre disse ai suoi discepoli«14E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, 15perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.16Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.

19E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. 20Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. 21Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

 

Domenica scorsa abbiamo ascoltato nel quarto vangelo l’annuncio che Gesù è ormai il tempio di Dio, cioè il luogo della comunione con Dio (cf. Gv 2,19.21). E abbiamo conosciuto ancora una volta come la lettura del quarto vangelo richieda una fatica più grande per la comprensione del Vangelo, della buona notizia in esso contenuta. Oggi eccoci nuovamente di fronte a un altro brano del vangelo giovanneo, a un testo per molti aspetti difficile: Giovanni, infatti, ha una visione che va colta al di là di quello che scrive, una visione più profonda, che non è – potremmo dire – la nostra visione umana, ma appartiene solo a chi ha la fede in Gesù, dunque una visione ispirata dallo sguardo di Dio sulla vicenda di Gesù.

 

Giovanni è stato testimone della passione e morte di Gesù sul Golgota, quel venerdì, vigilia della Pasqua, 7 aprile dell’anno 30 della nostra era. Ha visto la sofferenza di Gesù, il disprezzo che egli subiva da parte dei carnefici e soprattutto quel supplizio vergognoso e terribile – “crudelissimum taeterrimumque supplicium”, come lo definisce Cicerone (Contro Verre II,5,165) – che era la croce. Ha visto questa scena con i suoi occhi ma, dopo la resurrezione di Gesù, nella fede piena, nella contemplazione e meditazione di questo evento, giunge a leggerlo in modo altro rispetto ai vangeli sinottici. In quei vangeli Gesù aveva annunciato per tre volte la “necessità” della sua passione, morte e resurrezione, e per tre volte tale annuncio aveva atterrito i discepoli (cf. Mc 8,31-33 e par.; 9,30-32 e par.; 10,32-34 e par.). Anche il quarto vangelo attesta che per tre volte Gesù ha parlato di questa necessitas, ma lo fa con un linguaggio altro: ciò che nei sinottici è infamia, tortura, supplizio in croce, per Giovanni diventa invece un “innalzamento”, cioè una gloria.

 

Nel nostro brano risuona il primo dei tre annunci fatti da Gesù: “È necessario che il Figlio dell’uomo sia innalzato”. Effettivamente Gesù, appeso al legno, è stato innalzato da terra, ma per Giovanni questo innalzamento da terra non è riducibile all’innalzamento fisico del suo corpo sulla croce, bensì è un essere innalzato gloriosamente e messo in alto da Dio, un essere glorificato, cioè rivelato nella sua gloria. Per Giovanni “essere innalzato” (verbo hypsóo) è anche “essere glorificato” (verbo doxázo: cf. Gv 7,59; 8,54, ecc.), essere sulla croce è essere alla destra del Padre. Per questo Gesù dice anche: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo”, ossia lo avrete materialmente messo in croce, “allora conoscerete che Io Sono (egó eimi: cf. Es 3,14)” (Gv 8,28), che io sono come Dio. E ancora: “Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Quest’ora dell’innalzamento è dunque l’ora della glorificazione (cf. Gv 12,23; 13,31-32), l’ora nella quale Gesù attira a sé tutta l’umanità (cf. Gv 12,32), l’ora della passione e della croce. Nel quarto vangelo passione e Pasqua sono lo stesso mistero, unico e inscindibile, e l’ora della passione è l’ora dell’epifania dell’amore.

 

Sì, dobbiamo confessare che questo sguardo giovanneo sulla croce non è facilmente accettabile da noi umani, eppure questa è la vera e profonda comprensione della croce di Gesù: la croce è stata materialmente un supplizio, ma è stata anche un alzare il velo su come Gesù “ha amato i suoi fino all’estremo (eis télos)” (Gv 13,1); è stata una morte da maledetto da Dio e dagli uomini (cf. Dt 21,23; Gal 3,13), crocifisso a mezz’aria perché Gesù non era degno né del cielo né della terra, eppure proprio sulla croce egli riconciliava cielo e terra, faceva cadere ogni barriera e apriva il Regno all’umanità, portando l’umanità in Dio (cf. Ef 2,14-16). Sulla croce moriva un uomo solo e abbandonato, ma quest’uomo narrava che “l’amore più grande è dare la vita per gli amici” (cf. Gv 15,13).

 

Questa è la lettura paradossale della croce fatta da Giovanni. Questo è il Vangelo che Gesù rivela a Nicodemo, un esperto delle Scritture che però Gesù definisce “ignorante” (cf. Gv 3,10): un “maestro in Israele” che non conosce l’azione di Dio nella sua verità profonda. Per cercare di spiegargli questa “necessità” della passione e morte del Messia, Figlio dell’uomo, Gesù tenta un paragone con un fatto avvenuto a Israele nel deserto, dopo l’uscita dall’Egitto. Secondo il libro dei Numeri, gli ebrei furono attaccati da serpenti mortiferi, e allora Mosè innalzò su un’asta un serpente di bronzo: chi lo guardava, anche se morso dai serpenti restava in vita, era salvato (cf. Nm 21,4-9). Questo racconto antico viene reinterpretato dal libro della Sapienza che fa una lettura altra dell’evento, cogliendo nel serpente “un segno di salvezza” (Sap 16,6): “chi si volgeva a guardarlo era salvato non per mezzo dell’oggetto che vedeva, ma da te, Salvatore di tutti” (Sap 16,7).

 

Gesù dunque rivela “le cose del cielo” (Gv 3,12) di cui aveva parlato a Nicodemo, esprimendo la necessitas dell’innalzamento del Figlio dell’uomo, “affinché chiunque crede in lui non perisca ma abbia la vita per sempre ”: innalzamento del Figlio unico di Dio, donato da Dio al mondo proprio a causa del suo amore per il mondo, ossia per tutta l’umanità. Dio è colui che ama, Dio è colui che dona il suo Figlio unico, Dio è colui che lo innalza. In queste azioni di Dio è raccontato il suo amore: dunque la discesa dal cielo (cf. Gv 3,13), l’incarnazione in una vita umana, la passione culminante nel innalzamento sulla croce sono la manifestazione dell’amore di Dio per l’umanità.

 

Dobbiamo essere molto attenti e vigilanti nell’ascolto: le parole di Gesù a Nicodemo non indicano la croce come abbandono del Figlio alla morte da parte del Padre, ma ci rivelano un amore unico del Padre e del Figlio per tutta l’umanità. Il Figlio Gesù Cristo, proprio quale dono per l’umanità, ha vissuto la sua esistenza donando la vita, suscitando la vita, trasmettendo la vita. Il Padre, a sua volta, non ha voluto la discesa del Figlio e la sua incarnazione per giudicare il mondo, ma per salvarlo attraverso l’adesione e la risposta all’amore. La presenza di Gesù esige che ognuno operi ora la sua scelta, perché ora avviene il giudizio, perché ora di fronte a Gesù è possibile scegliere la tenebra o la luce, che non sono un destino ma dipendono da ciascuno di noi nel suo porsi di fronte all’amore rivelato.

 

Viene qui adombrato il ministero dell’incredulità, che non è rifiuto di una dottrina, di un’idea o di una morale, ma è qualcosa di molto più radicale: è rifiuto della fiducia, rifiuto della speranza, rifiuto dell’amore. Sì, da una parte c’è l’amore incondizionato di Dio, offerto a tutti gli esseri umani e mostrato nel dono del Figlio unico fatto uomo per essere uno di noi e vivere tra di noi e con noi; dall’altra vi è da parte nostra la possibilità di rispondere all’amore con l’amore o, al contrario, di rifiutare l’amore, di non credere all’amore e così di escluderci, collocandoci nella tenebra dell’odio e della morte. Nel quarto vangelo la fede e il credere sono sempre un operare nell’amore, come Gesù dirà: “Questa è l’opera, l’azione richiesta da Dio: credere in colui che egli ha mandato” (Gv 6,29).

 

 

Ecco dunque la via tracciata di fronte a noi: chi fa la verità, cioè sa rispondere all’amore con azioni, manifesta che queste azioni sono operate da Dio stesso in lui. Così il credente vive già ora la “vita eterna”. “Dio vuole che tutti gli umani siano salvati” (1Tm 2,4), proclama l’Apostolo Paolo; vuole che tutti “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Per questo Dio dona se stesso, il proprio Figlio unico e amato, al mondo che anela alla salvezza.



L’Epifania, manifestazione dell’anti-regalità di Gesù

 

Enzo Bianchi

Il vangelo dell’Epifania, della manifestazione dell’identità di Gesù alle genti, a quelli che non erano ebrei, figli di Israele, è un vangelo decisivo, che dà alla festa odierna un particolare significato: Gesù è nato Re dei giudei, ma per tutti, e tutti possono andare a lui. In questo racconto di Matteo c’è la storia, ma c’è anche una lettura che l’evangelista fa nella fede.

 

Nasce un bambino in una semplice famiglia formata da un artigiano, Giuseppe, e dalla sua giovane moglie, Maria; nasce in una stalla, riparo per il gregge nella campagna di Betlemme, eppure alcuni uomini da lontano, dall’oriente, o meglio dalla loro sapienza orientata, nella loro ricerca sono portati a vedere in questa semplice nascita il compimento del loro cercare, la pienezza della loro sapienza. Tutti gli umani di ogni tempo e cultura, infatti, hanno in comune soprattutto la ricerca del bene, anche se poi contraddicono questo loro desiderio così impegnativo. In ogni essere umano c’è un anelito al bene, alla vita piena, alla pace, e questo fuoco che abita gli umani li spinge a cercare, a mettersi in cammino, a dichiarare per loro insufficiente la terra che abitano, l’orizzonte consueto. Per questo cammino gli umani cercano e trovano come segnali ciò che possono: il cielo, la terra, il mare e anche le creature animate e inanimate con le quali sanno comunicare.

 

 

Enzo Bianchi

In quel lungo pellegrinaggio, soprattutto della mente e del cuore, alcuni sapienti, i magi, hanno guardato alle stelle, alla sabbia del deserto, alle bestie che cavalcavano, al bagaglio che trasportavano con sé, per vivere e per fare doni. Per chi scruta l’orizzonte sempre sorge una stella, sempre – come dice il nostro brano evangelico – c’è un oriente, un alzarsi, che invita al cammino. E così è avvenuto per quei mágoi, che dall’oriente (apò anatolôn) giungono a Gerusalemme, la città santa, l’ombelico del mondo (cf. Sal 48,3; cf. Ez 5,5; 38,12).

 

Essi chiedono: “Dov’è il Re dei giudei che è nato?”, proprio ai giudei che non si erano accorti della nascita del loro Re. Non se n’era accorto il re che regnava in quel momento, Erode, non se n’erano accorti i sacerdoti e neppure gli esperti delle sante Scritture, gli scribi. Ecco lo scandalo: chi è deputato a conoscere e a osservare ciò che accade non sa, chi è capace di interpretare puntualmente le Scritture in riferimento al Re dei giudei lo annuncia con chiarezza e certezza, eppure in una situazione di radicale accecamento. È così, e ancora oggi avviene così: si possono conoscere le parole di Dio contenute nelle Scritture, si possono citare e spiegare con competenza, si possono addirittura insegnare agli altri, eppure, nel contempo, restare in una situazione di totale cecità o sordità, manifestazioni della sklerokardía, della callosità del cuore…

 

Questa venuta dei magi causa però inquietudine, turbamento da parte dei rappresentanti del potere politico e di tutta Gerusalemme, perché quando il potere ne vede sorgere un altro teme e trema, sentendosi minacciato. Da quell’ora l’inquietudine e il turbamento non cesseranno, fino al giorno in cui questo Re dei giudei che è nato sarà finito per sempre, rivestito di un manto di porpora, con una canna come scettro in mano, con una corona di spine sulla testa, deriso, sbeffeggiato e infine appeso nudo a un palo, la croce!

 

Eppure quei sapienti obbedienti alle Scritture dei giudei, anzi ri-orientati dalle Scritture, riescono nuovamente a vedere la stella, che li conduce fino al bambino Re Messia, a Betlemme, dove trovano ciò che cercavano ma che certamente non si aspettavano così: non una reggia, non una corte regale in festa, non lo sfarzo degno della nascita di un principe, ma semplicemente un bambino e sua madre. Contemplano non quello che avevano tanto atteso e cercato, ma altro. E come convertiti, mutati nella loro mente e nel loro cuore, riconoscono la regalità nell’anti-regalità, la regalità potente e universale nella debolezza umana, in un infante incapace di parlare e di essere eloquente con la parola. Eppure i magi capiscono, giungono alla fede, pur non avendo né la rivelazione né le sante Scritture; e non a caso Matteo annota che fanno ritorno al loro paese attraverso un altro cammino, cioè un altro modo di pensare e di vivere.

 

Così avviene la rivelazione, per i giudei e per le genti: solo guardando alla debolezza di Gesù, al suo essere piccolo, si può comprendere la sua vera regalità, la sua vera identità, non plasmata in base alle immagini dei re e dei potenti di questo mondo. Per altre strade gli altri vangeli diranno la stessa cosa: contemplazione (theoría) di Gesù è il vederlo crocifisso (cf. Lc 23,48); visione di Gesù è il vederlo come seme caduto a terra (cf. Gv 12,24). Quei magi, convertiti alla vista del bambino in quella povera famiglia, in quella greppia, adorano, si prostrano e gli offrono in dono oro, incenso e mirra, prodotti preziosi dell’oriente, elaborati dalla cultura delle genti. Ciò che Gesù risorto potrà dire ai discepoli – “Andate e fate discepole tutte le genti” (Mt 28,19) – ha qui la sua primizia. Le genti divengono discepole quando cercano con sincerità, si aprono con audacia e si mettono in cammino senza indugio.

 

Quanti uomini e quante donne, dall’oriente e dall’occidente, dal nord e dal sud, come questi magi cercano il bene, si sentono viandanti, in cammino, si esercitano a riconoscere la salvezza come umanizzazione e lavorano perché l’umano sia sempre più umano. Lo sappiano o meno, sono persone alle quali ogni bambino che nasce, ogni umano che viene al mondo appare con la dignità di un re; appare come un fratello o una sorella che attende da noi il nostro oro (ciò che abbiamo), il nostro incenso (il profumo sprigionato dalla nostra presenza), la nostra mirra (ciò che sappiamo sacrificare di noi stessi, spendendo la vita per l’altro).

 

 

L’Epifania è manifestazione della vera regalità a tutti, cristiani e non cristiani. Ma ormai ci incamminiamo verso la Pasqua, come ricorda l’indizione della data di questa festa delle feste, che oggi viene fatta nelle chiese d’oriente e d’occidente: la Pasqua, quando il Re dei giudei farà la fine di chiunque osa pensare e mettere in pratica una regalità come servizio dell’altro e non come potere violento. Ma l’ultima parola spetta a Dio, al Dio di Gesù!


Maria Madre di Dio. Papa Francesco: servire la vita umana è servire Dio e ogni vita

Redazione Internet lunedì 1 gennaio 2018

"Abbiamo tutti bisogno di un cuore di madre" così papa Francesco nella solennità di Maria Madre di Dio. Al Te Deum: il 2017 è stato ferito con opere di morte, menzogne e ingiustizie

Papa Francesco: servire la vita umana è servire Dio e ogni vita

"L’anno si apre nel nome della Madre di Dio". Con queste parole il Papa ha cominciato l’omelia della Messa della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio nell’ottava di Natale e nella ricorrenza della 51.ma Giornata mondiale della Pace sul tema: "Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace".

 

"Madre di Dio è il titolo più importante della Madonna", ha ricordato il Papa, che si è chiesto: Perché diciamo Madre di Dio e non Madre di Gesù? "In queste parole – ha spiegato Francesco – è racchiusa una verità splendida su Dio e su di noi. E cioè che, da quando il Signore si è incarnato in Maria, da allora e per sempre, porta la nostra umanità attaccata addosso". "Non c’è più Dio senza uomo", ha affermato il Papa: "La carne che Gesù ha preso dalla Madre è sua anche ora e lo sarà per sempre". "Dire Madre di Dio ci ricorda questo", ha sintetizzato Francesco: "Dio è vicino all’umanità come un bimbo alla madre che lo porta in grembo".

 

Perché la fede non sia solo dottrina, abbiamo bisogno tutti di un cuore di madre

Come Maria, la Madre, "firma d'autore di Dio sull'umanità", "il dono di ogni madre e di ogni donna è tanto prezioso per la Chiesa, che è madre e donna. E mentre l'uomo spesso astrae, afferma e impone idee, la donna, la madre, sa custodire, collegare nel cuore, vivificare". "Perché la fede - ha sottolineato il Papa - non si riduca solo a idea o dottrina - ha concluso -, abbiamo bisogno, tutti, di un cuore di madre, che sappia custodire la tenerezza di Dio e ascoltare i palpiti dell'uomo".

 

"La Madre custodisca quest'anno e porti la pace di suo Figlio nei cuori e nel mondo". Con questa invocazione papa Francesco ha concluso la sua omelia celebrata oggi primo gennaio, nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio.

 

"Anche noi, cristiani in cammino, all'inizio dell'anno - ha spiegato - sentiamo il bisogno di ripartire dal centro, di lasciare alle spalle i fardelli del passato e di ricominciare da ciò che conta. Ecco oggi davanti a noi il punto di partenza: la Madre di Dio. Perché Maria è esattamente come Dio ci vuole, come vuole la sua Chiesa: Madre tenera, umile, povera di cose e ricca di amore, libera dal peccato, unita a Gesù, che custodisce Dio nel cuore e il prossimo nella vita. Per ripartire, guardiamo alla Madre. Nel suo cuore batte il cuore della Chiesa".

 

Ogni vita va accolta, amata e aiutata

Nella sua Madre, il Dio infinito si è fatto piccolo. L’uomo – ha detto il Papa – “non è più solo”, “mai più orfano”. L’Anno si apre con questa novità e noi la proclamiamo così, dicendo: Madre di Dio! È la gioia di sapere che la nostra solitudine è vinta. È la bellezza di saperci figli amati, di sapere che questa nostra infanzia non ci potrà mai essere tolta. È specchiarci nel Dio fragile e bambino in braccio alla Madre e vedere che l’umanità è cara e sacra al Signore. Perciò, servire la vita umana è servire Dio e ogni vita, da quella nel grembo della madre a quella anziana, sofferente e malata, a quella scomoda e persino ripugnante, va accolta, amata e aiutata.

 

Il Papa ha anche indicato un modo molto semplice e pratico per imitare Maria: "ritagliare ogni giorno un momento di silenzio con Dio è custodire la nostra anima; è custodire la nostra libertà dalle banalità corrosive del consumo e dagli stordimenti della pubblicità, dal dilagare di parole vuote e dalle onde travolgenti delle chiacchiere e del clamore".

 

Papa Francesco: ritagliare ogni giorno un momento di silenzio è antidoto a parole vuote, chiacchiere e clamore

Nella parte centrale dell’omelia della prima Messa del 2018 ha rivolto un invito, a otto giorni dal Natale: “Abbiamo bisogno di rimanere in silenzio guardando il presepe. Perché davanti al presepe ci riscopriamo amati, assaporiamo il senso genuino della vita. E guardando in silenzio, lasciamo che Gesù parli al nostro cuore: che la sua piccolezza smonti la nostra superbia, che la sua povertà disturbi le nostre fastosità, che la sua tenerezza smuova il nostro cuore insensibile”. L’esempio citato è quello di Maria, che “custodiva. Semplicemente custodiva”. “Maria non parla: il Vangelo non riporta neanche una sua parola in tutto il racconto del Natale”, ha ricordato Francesco: “Anche in questo la Madre è unita al Figlio: Gesù è infante, cioè senza parola, è muto. Il Dio davanti a cui si tace è un bimbo che non parla. La sua maestà è senza parole, il suo mistero di amore si svela nella piccolezza. Questa piccolezza silenziosa è il linguaggio della sua regalità. La Madre si associa al Figlio e custodisce nel silenzio”. “E il silenzio ci dice che anche noi, se vogliamo custodirci, abbiamo bisogno di silenzio”, l’invito del Papa.

 

 

Le celebrazioni del 31 dicembre 2017

Il senso di gratitudine è "l’unica risposta umana degna del dono immenso di Dio". "Una gratitudine struggente, che, partendo dalla contemplazione di quel Bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia, si estende a tutto e a tutti, al mondo intero". Così papa Francesco durante i Primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, celebrati nella Basilica San Pietro. Dopo la liturgia, è stato esposto il Santissimo Sacramento ed eseguito l’inno "Te Deum" in segno di ringraziamento al Signore a conclusione del 2017. Al termine della celebrazione, papa Francesco ha raggiunto Piazza San Pietro e ha sostato in preghiera davanti al Presepe.

 

 

Il 2017 ferito da opere di morte e guerre

Il rendimento di grazie per l’anno che volge al termine – ha affermato il Papa nell’omelia - non si può discostare dal riconoscere che tutto il bene è dono di Dio. Gesù Cristo ha dato “pienezza al tempo del mondo e alla storia umana”. Ma questo tempo – ha aggiunto il Santo Padre – può essere sfigurato dall’uomo:

 

Anche questo tempo dell’anno 2017, che Dio ci aveva donato integro e sano, noi umani l’abbiamo in tanti modi sciupato e ferito con opere di morte, con menzogne e ingiustizie. Le guerre sono il segno flagrante di questo orgoglio recidivo e assurdo. Ma lo sono anche tutte le piccole e grandi offese alla vita, alla verità, alla fraternità, che causano molteplici forme di degrado umano, sociale e ambientale. Di tutto vogliamo e dobbiamo assumerci, davanti a Dio, ai fratelli e al creato, la nostra responsabilità.

 

 

 

Gratitudine per quanti contribuiscono al bene di Roma

Ma questa sera – ha detto il Papa – “prevale la grazia di Gesù e il suo riflesso in Maria”: E prevale perciò la gratitudine, che, come Vescovo di Roma, sento nell’animo pensando alla gente che vive con cuore aperto in questa città. Provo un senso di simpatia e di gratitudine per tutte quelle persone che ogni giorno contribuiscono con piccoli ma preziosi gesti concreti al bene di Roma: cercano di compiere al meglio il loro dovere, si muovono nel traffico con criterio e prudenza, rispettano i luoghi pubblici e segnalano le cose che non vanno, stanno attenti alle persone anziane o in difficoltà, e così via. Questi a mille altri comportamenti esprimono concretamente l’amore per la città. Senza discorsi, senza pubblicità, ma con uno stile di educazione civica praticata nel quotidiano. E così cooperano silenziosamente al bene comune.

 

 

Il Pontefice ha espresso poi “grande stima per i genitori, gli insegnanti e tutti gli educatori che, con questo medesimo stile, cercano di formare i bambini e i ragazzi al senso civico, a un’etica della responsabilità, educandoli a sentirsi parte, a prendersi cura, a interessarsi della realtà che li circonda”. “Queste persone anche se non fanno notizia – ha detto - sono la maggior parte della gente che vive a Roma”. E tra di loro "non poche si trovano in condizioni di strettezze conomiche; eppure non si piangono addosso, nè covano risentimenti e rancori, ma si sforzano di fare ogni giorno la loro parte per migliorare un pò le cose". Nel giorno del rendimento di grazie a Dio, Papa Francesco ha esortato infine “ad esprimere anche la riconoscenza per tutti questi artigiani del bene comune, che amano la loro città non a parole ma con i fatti”.


31 dicembre 2017

Domenica fra l’Ottava di Natale, Santa famiglia

di ENZO BIANCHI

 

Lc  2,22-40

22Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore - 23come è scritto nella legge del Signore:Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore - 24e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.

 

25Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d'Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. 26Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. 27Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, 28anch'egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:

Il cantico di Simeone

29«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo

vada in pace, secondo la tua parola,

30perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,

31preparata da te davanti a tutti i popoli:

32luce per rivelarti alle genti

e gloria del tuo popolo, Israele».

Profezie di Simeone e di Anna

33Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. 34Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione 35- e anche a te una spada trafiggerà l'anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».

36C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, 37era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. 38Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.

Vita di Gesù a Nàzaret

39Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. 40Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

 

Se nel giorno di Natale abbiamo contemplato l’evento puntuale della nascita di Gesù a Betlemme e la sua adorazione da parte dei pastori, i poveri di Israele (cf. Lc 2,1-20), la pagina evangelica odierna attira la nostra attenzione su un altro aspetto del mistero della sua venuta nella carne. L’incarnazione comprende anche la crescita di Gesù, il suo divenire uomo nello spazio di una famiglia precisa e di un ambiente sociale e religioso determinato: è in questo contesto terreno e ordinario che “il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui”.

 

Gesù ha conosciuto una crescita umana e spirituale, affettiva e psicologica, così come ogni essere umano è chiamato a fare nella propria limitatezza, nella propria particolare situazione esistenziale: il Figlio di Dio, divenuto figlio dell’uomo “mettendo tra parentesi la sua forma divina” (Adolphe Gesché), ha assunto la forma umana (cf. Fili 2,6-7) e ha condiviso in tutto la nostra condizione umana, senza però commettere peccato (cf. Eb 2,15), restando cioè pienamente fedele e obbediente al Padre. È importante sottolineare il quotidiano e faticoso “divenire uomo” da parte di Gesù, che abbraccia tutti gli aspetti della sua umanità, a partire dall’obbedienza ai suoi genitori: da loro, come ogni neonato, egli dipende totalmente nei primi tempi della sua vita. È proprio passando attraverso questo amore accolto su di sé che egli diverrà una persona capace di relazioni e di “amore fino alla fine” (cf. Gv 13,1), fino al dono puntuale della vita per amore del Padre e degli uomini e donne, suoi fratelli e sorelle.

 

Ma oltre all’ambiente familiare Gesù ha conosciuto anche un ambiente sociale e religioso in cui è stato inserito fin dalla sua nascita. E così al compimento degli otto giorni egli viene circonciso, con il gesto che lo rende appartenente al popolo dell’alleanza e delle benedizioni (cf. Lc 2,21); poi al quarantesimo giorno Maria e Giuseppe, in obbedienza alla Torah, lo portano al tempio di Gerusalemme “per presentarlo al Signore”. Essi offrono “il sacrificio dei poveri” – cioè una coppia di colombi invece di un agnello (cf. Lv 5,7; 12,8), per loro troppo costoso – e in questo modo adempiono le norme di purificazione previste.

 

Ma questa obbedienza diviene ormai, per la presenza di Gesù, compimento della Legge: presentato al tempio, Gesù non viene riscattato mediante il pagamento di una somma di denaro, perché è lui stesso il riscatto, “la redenzione di Gerusalemme”, colui che è venuto a dare la vita in riscatto per tutti (cf. Mc 10,45; Mt 20,28); non viene santificato, come esigeva la Legge per ogni primogenito (cf. Es 13,2), ma viene riconosciuto Santo, come già era stato proclamato per bocca dell’angelo (cf. Lc 1,35). Insomma, per quanto al momento possa apparire paradossale – ma è il paradosso cristiano della forza nella debolezza (cf. 2Cor 12,10) – il neonato Gesù “entra nel suo tempio come Signore”, secondo le parole di Malachia (cf. Ml 3,1), l’ultimo profeta dell’Antico Testamento!

 

Al tempio il riconoscimento di Gesù avviene innanzitutto ad opera di Simeone e Anna, due anziani credenti che vivono la condizione di “poveri del Signore” (‘anawim), quell’umile resto di Israele che confidava solo nel Signore (cf. Sof 3,12-13) e attendeva con trepidazione la venuta del suo Messia. Illuminato dallo Spirito santo, Simeone, “uomo giusto e timorato di Dio”, accoglie tra le sue braccia il bambino e scioglie a Dio il suo canto di benedizione, il celebre Nunc dimittis (che la chiesa ci fa proclamare ogni sera nell’ultima preghiera della giornata prima di coricarci, l’ufficio di compieta): egli ormai può morire in una grande pace, perché i suoi occhi hanno contemplato in quel bambino la salvezza di Dio, colui che è “luce per la rivelazione alle genti e gloria del popolo di Israele”. A Simeone si può dunque applicare la beatitudine riferita da Luca più avanti e rivolta da Gesù ai suoi discepoli: “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono” (Lc 10,23-24).

 

L’incontro tra Gesù e Simeone è inoltre carico di suggestioni e di molteplici significati: sono l’uno davanti all’altro un vecchio e un bambino, l’Antico e il Nuovo Testamento, la secolare attesa e il definitivo compimento… Di più, Simeone rivela a Maria che Gesù lungo tutta la sua vita sarà “un segno che viene contraddetto e che svela i pensieri profondi di molti cuori”. Di fronte a Gesù, “venuto a portare sulla terra la divisione” (cf. Lc 12,51), occorre prendere posizione qui e ora; meglio, occorre decidere se accettare o rifiutare che sia lui a giudicare con la sua luce la nostra vita, a rischiarare le nostre tenebre (cf. Gv 1,5)…

 

Al tempio c’è anche Anna, un’anziana profetessa, vedova, che da molti anni vive nel luogo santo, “servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere”. Dopo essersi lungamente preparata con tutte le sue forze all’incontro decisivo con la salvezza di Dio, questa donna credente intuisce grazie all’intelligenza della fede che è finalmente arrivata l’ora del compimento atteso. Così, alla sera della sua vita, Anna loda il Dio fedele, che mantiene sempre le sue promesse, e annuncia il bambino quale Redentore e Salvatore. Nell’ottica dell’evangelista Luca, ella incarna già la missione del discepolo di Gesù Cristo, che – come il suo Maestro (cf. Lc 4,16-21; Is 61,1-2) – annuncia a tutti coloro che incontra la liberazione, il riscatto da ogni forma di male e di schiavitù, la possibilità di un concreto mutamento delle vicende umane alla luce del Regno che viene (cf. Lc 9,1-2).

 

I due anziani profeti non “trattengono” per sé Gesù ma si rallegrano di condividere con tutti la rivelazione della salvezza compiutasi in questo bambino. Più si è spogli di sé, poveri, più si è liberi, dunque capaci di accogliere la buona notizia del Vangelo, di assumerla nella propria vita e dunque di testimoniarla con chiarezza e semplicità a chi desidera accoglierla; si è capaci di condividerla con quella gioia che, secondo Luca, è il tratto distintivo dei discepoli di Gesù Cristo. In questo stile di vita, che accoglie e condivide con gratuità i doni del Signore, sempre più grandi delle attese umane, consiste la ricompensa sovrabbondante concessa a Simeone e Anna, che anche ciascuno di noi può sperimentare.

 

Leggendo questa pagina evangelica, siamo dunque condotti a comprendere che, per incontrare in verità il Signore Gesù e riconoscere la sua qualità di Salvatore di tutta l’umanità, sono necessarie la povertà di spirito e l’attesa perseverante testimoniate da questi due anziani credenti, nonché l’obbedienza alla volontà di Dio vissuta dai suoi genitori. È richiesta la disponibilità a “offrire i propri corpi”, cioè tutta la propria vita, “in sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (cf. Rm 12,1): questo è il modo più efficace per esprimere il nostro desiderio dell’incontro già oggi e poi definitivo, dopo la morte, con il Signore delle nostre vite.

 

 

Fin dai primi giorni terreni di Gesù, un neonato ancora incapace di parlare, si manifesta nella storia il disegno d’amore realizzato da Dio attraverso di lui: la venuta del Figlio di Dio nella carne “ci insegna a vivere” (cf. Tt 2,12), facendo della vita un cammino di obbedienza alla nostra condizione di creature volute e amate da Dio; e ci insegna a morire, facendo liberamente della nostra morte un atto d’amore per Dio e per i fratelli e le sorelle, alla sequela del Signore Gesù.


 

 

Chi sta con Gesù è  Felice!

 

di Amedeo Lomonaco

 

I Santi “non sono modellini perfetti ma persone attraversate da Dio” che hanno accolto la luce del Signore “nel loro cuore e l’hanno trasmessa al mondo”. E’ quanto ha affermato Papa Francesco all’Angelus, nella solennità di Tutti i Santi, esprimendo anche dolore per gli attacchi terroristici in Somalia, in Afghanistan e a New York. “Chi sta con Gesù - ha aggiunto il Santo Padre - è beato, è felice”.

“La felicità non sta nell’avere qualcosa o nel diventare qualcuno, no, la felicità vera è stare col Signore e vivere per amore”.

Le beatitudini sono ingredienti per la felicità

Le beatitudini - ha aggiunto Francesco - sono “ingredienti” per una vita felice”:

“Sono beati i semplici, gli umili che fanno posto a Dio, che sanno piangere per gli altri e per i propri sbagli, restano miti, lottano per la giustizia, sono misericordiosi verso tutti, custodiscono la purezza del cuore, operano sempre per la pace e rimangono nella gioia, non odiano e, anche quando soffrono, rispondono al male con il bene”.

I santi seguono sempre Gesù

E le beatitudini - ha sottolineato il Papa - “non richiedono gesti eclatanti, non sono per superuomini, ma per chi vive le prove e le fatiche di ogni giorno”:

“Così sono i santi: respirano come tutti l’aria inquinata dal male che c’è nel mondo, ma nel cammino non perdono mai di vista il tracciato di Gesù, quello indicato nelle beatitudini, che sono come la mappa della vita cristiana”.

I poveri in spirito non vivono per successo, potere e denaro

“Oggi – ha spiegato il Papa - è la festa di quelli che hanno raggiunto la meta indicata da questa mappa: non solo i santi del calendario, ma tanti fratelli e sorelle ‘della porta accanto’, che magari abbiamo incontrato e conosciuto”. Ed è “una festa di famiglia, di tante persone semplici e nascoste che in realtà aiutano Dio a mandare avanti il mondo”. Chi sono – ha chiesto poi il Papa – i poveri in spirito?

“Che non vivono per il successo, il potere e il denaro; sanno che chi accumula tesori per sé non arricchisce davanti a Dio (cfr Lc 12,21). Credono invece che il Signore è il tesoro della vita, l’amore al prossimo l’unica vera fonte di guadagno. A volte siamo scontenti per qualcosa che ci manca o preoccupati se non siamo considerati come vorremmo; ricordiamoci che non sta qui la nostra beatitudine, ma nel Signore e nell’amore: solo con Lui, solo amando si vive da beati”.

Preghiera per i defunti

Il Santo Padre ha ricordato infine che “domani saremo chiamati ad accompagnare con la preghiera i nostri defunti, perché godano per sempre del Signore”. “Ricordiamo con gratitudine – ha detto - i nostri cari e preghiamo per loro”. Dopo l’Angelus, il Papa ha anche rivolto un saluto speciale ai partecipanti alla Corsa dei Santi, promossa dalla Fondazione “Don Bosco nel mondo” per offrire "una dimensione di festa popolare alla celebrazione religiosa di Tutti i Santi”. E ha anche ricordato che domani pomeriggio si recherà al Cimitero americano di Nettuno e poi alle Fosse Ardeatine: “chiedo di accompagnarmi con la preghiera – ha detto il Papa - in queste due tappe di memoria e di suffragio per le vittime della guerra e della violenza”.


 

 

 

Il testimone

 

Carlo Maria Martini

 

Il primato della Parola

 

 

 

Il 31 agosto 2012 moriva, assistito dai suoi confra- i telli nella casa di Gallarate, il cardinale Carlo Maria Martini, gesuita e arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002. Era nato a Torino il 15 febbraio 1927. Fin da piccolo aveva ricevuto una convinta educazione cristiana, come scriverà lui stesso in uno dei suoi libri densi di spiritualità e di sapienza: «I miei genitori mi hanno donato la fede in Dio, mia madre mi ha insegnato a pregare». A soli 17 anni era entrato nella Compagnia di Gesù dove avrebbe svolto il suo ministero di studioso della Sacra Scrittura, di docente, di rettore, di pastore, di uomo di Dio. Durante gli anni di noviziato, aveva imparato dai suoi maestri a vivere la fede nella libertà, nel continuo discernimento culturale e spirituale per mantenere vigile la propria coscienza. Col tempo, aveva imparato a fondare il proprio cammino spirituale e la direzione delle sue azioni sull'ascolto e sullo studio della parola di Dio. Nella Scrittura, nella Bibbia, nei Vangeli, ricordava spesso, Dio si rivela agli uomini e indica loro la via da seguire per una vita santa, nella sequela di Cristo e nella testimonianza verso il prossimo. Il problema era riuscire a calare la Bibbia, la Parola scritta e raccontata, nella vita reale. Soprattutto per rispondere alla complessità e alle domande della vita che rendono il nostro credere faticoso. Più crediamo, più troviamo difficoltà, l'importante è accettare la nostra debolezza, portare e sostenere queste domande senza paura di riconoscere il nostro non credere. Come aveva intuito più di un secolo prima santa Teresa di Gesù Bambino, siamo seduti alla tavola dei peccatori, nel senso che ne condividiamo i dubbi e le fragilità. Ed è questa una delle chiavi di lettura più importanti per comprendere la vicenda umana di Carlo Maria Martini.

Entrò nella diocesi di Milano con il Vangelo in mano e come prima cosa introdusse la "Scuola della parola". A indicare chiaramente come tutta la suamissionarietà partiva, passava, si incarnava e tornava alla parola di Dio. La strada più sicura per udire la voce di Dio, per conoscerne la vera immagine. Era, quindi, necessario porgere agli uomini l'autentica immagine di Dio, depurata dalle incrostazioni, dai pregiudizi ideologici e culturali, dalle paure e dalle proiezioni degli uomini. Senza, però, salire in cattedra o porsi come giudice, ma da umile tramite. Come il suo Maestro, Gesù Cristo, i suoi gesti erano di amore gratuito, senza obiettivi da raggiungere, anche se buoni. Da qui anche il titolo del recente film-dossier di Salvatore Nocita, Carlo Maria Martini. Un uomo di Dio (Italia 2013), prodotto da Officina della Comunicazione, Multimedia San Paolo e «Corriere della Sera». Il documentario, attraverso il montaggio di una serie di interviste a don Luigi Ciotti, Ferruccio De Bortoli, mons. Erminio De Scalzi, Giulio Giorello, Giuseppe Laras, Mouheli Moschen, mons. Thomas Rosica, don Antonio Sciortino, Aldo Maria Valli e mons. Dario Viganò, ripercorre le tappe più importanti della vita del cardinal Martini. La vocazione religiosa, il ministero all'interno della Compagnia di Gesù, la partecipazione al concilio Vaticano II, la nomina ad arcivescovo di Milano, gli anni di piombo, tangentopoli, lo studio a Gerusalemme, il morbo di Parkinson.

Apparentemente, l'idea può sembrare banale perché, più o meno, questa è la struttura di gran parte dei documentari. In realtà, tutto lascia pensare che il regista abbia scelto questo tipo di montaggio proprio per sottolineare come l'apostolato di Martini era la sua parola, il servizio umile alla parola di Dio. Attraverso la sua viva voce e le testimonianze dei suoi collaboratori, infatti, viene fuori l'immagine di un uomo che, sulla scia del Concilio, ha saputo ridare al messaggio cristiano il suo fascino profetico. Quella forte identità che non ha paura di confrontarsi con le altre culture, con le altre religioni, con i non credenti, perché la sua verità non risiede nella morale, nei grandi numeri, nelle strutture, ma nell'immagine di Dio. Un Dio che dall'eternità cerca il dialogo con gli uomini per aiutarli a dare un senso buono e bello alla loro vita. Questo è stato il servizio che il cardinal Martini ha donato alla sua Chiesa e agli uomini che ha incontrato: «Non ci proponiamo nessun proselitismo – sono parole sue –, non miriamo a nessuna conquista, ci basta essere come Gesù, vivere il Vangelo».

 

(Giovanni Meucci)


 

La porzione buona

 

XVI domenica del tempo Ordinario anno C

 

Enzo Bianchi

 

marta e maria

In quei giorni mentre Gesù e i suoi discepoli erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t'importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c'è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Lc 10,38-42

 

Quando Luca scrive il terzo vangelo, resta un uomo “ecclesiale”, che ha una conoscenza esperienziale della vita delle comunità cristiane, quelle che descriverà nella seconda parte della sua opera, gli Atti degli apostoli. Nella chiesa di allora, come ancora oggi in ogni comunità cristiana, si registravano e si registrano difficoltà, tensioni tra i diversi servizi e i diversi modi di vivere la vita cristiana. Negli Atti – non lo si dimentichi – Luca testimonia un conflitto tra il servizio a tavola e il servizio della Parola, che viene risolto attraverso una ripartizione dei servizi: agli apostoli compete annunciare il Vangelo, mentre ad altri sette credenti il servizio a tavola (cf. At 6,1-6). Questa soluzione non vuole essere esemplare o autoritativa per la chiesa: è stata una soluzione, ma forse ve ne potevano essere altre… In ogni caso, si è risolto il conflitto riconoscendo che c’è un primato da rispettare: il primato della parola di Dio ascoltata e predicata, senza la quale non vi è comunità cristiana. Nel brano odierno si manifesta lo stesso problema: cerchiamo dunque di comprendere umilmente le parole di Gesù.

Nella sua salita verso Gerusalemme, Gesù trova ospitalità presso una famiglia: due sorelle, Marta e Maria, e il fratello Lazzaro, a Betania, nei pressi della la città santa, lo accolgono in casa offrendogli cibo e alloggio. Questo succederà spesso, in particolare nella settimana prima della passione di Gesù (cf. Mc 11,11; Mt 21,17; Gv 12,1-11). Il quarto vangelo ci dà molte notizie su questi tre amici di Gesù, da lui molto amati (cf. soprattutto Gv 11,1-43). Dunque Gesù, che è stato respinto dai samaritani (cf. Lc 9,51-55), trova una casa che lo accoglie, che gli permette di gustare l’intimità dell’amicizia, di riposare, di avere tempo per pensare alla sua missione. Entrato in casa, è accolto da Marta, una donna attiva, intraprendente, che si sente impegnata a preparargli il cibo e una tavola degna di un rabbi, di un amico. Marta qui è “tirata da tutte le parti”, indaffarata e assorbita dai servizi.

Maria, l’altra sorella, appare invece una donna più contemplativa, che durante la sosta di Gesù in casa ama innanzitutto ascoltarlo, mettersi ai piedi del maestro e profeta per ricevere il suo insegnamento. Alla presenza di Gesù, Maria assume così la postura classica del discepolo (cf. Lc 8,35; At 22,3). La tradizione rabbinica affermava: “La tua casa sia un luogo di riunione per i sapienti; attaccati alla polvere dei loro piedi e bevi assetato le loro parole” (Mishnà, Avot I,4), ma questo compito era riservato agli uomini, non certo alle donne. Ciò sarebbe stato non solo inusuale, ma anche scandaloso, come si legge sempre nella Mishnà: “Chiunque insegni la Torah a sua figlia è come se le insegnasse cose sporche” (Sotah 3,4). Maria compie pertanto un gesto coraggioso, audace, mostrando una forte soggettività e una profonda consapevolezza: si fa discepola, sicura che il rabbi Gesù non la respingerà, ma eserciterà il suo ministero rivolgendosi a una donna come agli uomini, accetterà di avere una discepola e non solo dei discepoli. D’altronde, Luca aveva già dato testimonianza circa le donne al seguito di Gesù (cf. Lc 8,2-3); qui però egli specifica ulteriormente: le donne non solo seguono Gesù “servendolo con i loro beni”, ma sono destinatarie del suo insegnamento, esattamente come i discepoli.

Ma ecco apparire il conflitto. Vedendo la sorella in ascolto ai piedi Gesù, Marta interviene indispettita, dicendogli: “Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille che mi aiuti!”. Si faccia attenzione: Marta chiama Gesù Kýrios, Signore, titolo che echeggia la confessione pasquale della chiesa nei suoi confronti (“È il Signore!”: Gv 21,7). D’altronde, secondo il quarto vangelo, Marta è colei che fa la più alta confessione di fede in Gesù, definendolo “il Cristo, il Figlio di Dio veniente nel mondo” (Gv 11,27), confessione più completa di quella di Pietro (cf. Gv 6,69). Qui però le sue parole denotano irritazione e quasi costringono Gesù a intervenire presso sua sorella Maria. In fondo Marta si sta dando da fare proprio per accogliere bene Gesù, ma il suo zelo sconfina nell’inquietudine e nella preoccupazione. Pur facendo azioni per Gesù, Marta è distratta e preoccupata, dunque divisa – come Gesù stesso le dice subito dopo –, cioè ha assunto un atteggiamento e dei sentimenti che le impediscono di ascoltare il Kýrios.

Gesù allora interviene, non per fare un rimprovero, ma per offrire a Marta una diagnosi: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti affanni per molte cose!”. Queste parole vanno capite bene e non comprese secondo un adagio che abbiamo nei nostri orecchi perché ripetuto da secoli, adagio che beatifica la vita contemplativa e le conferisce il primato su quella attiva, frutto avvelenato del neoplatonismo cristiano… No! Ciò che Gesù vuole correggere in Marta, peraltro dolcemente, è la preoccupazione, ossia quell’agitazione che impedisce l’ascolto e l’accoglienza autentica di Gesù stesso. Per fare piacere a Gesù ed essergli vicina, Marta non si accorge che in realtà fa di tutto per creare ostacoli al vero rapporto con lui. I mezzi per raggiungere il fine sono per lei più importanti del fine. Agitarsi, preoccuparsi significa togliere attenzione all’altro e pensare troppo a se stessi: ci si illude di pensare agli altri, ma l’agitazione non lo permette, anzi lo impedisce…

Gesù, del resto, altrove ammonisce di non preoccuparsi delle parole da pronunciare per difendersi quando si è accusati a causa sua (cf. Lc 12,11: verbo merimnáo), di non preoccuparsi per il cibo e il vestito (cf. Lc 12,22-29: verbo merimnáo), di non lasciarsi prendere dall’agitazione per la vita, nell’attesa della venuta del Figlio dell’uomo (cf. Lc 21,34-35: sostantivo mérimna). Ora, nel mettere per iscritto questo episodio nonché le esortazioni appena citate, è molto probabile che Luca si ispiri a quanto affermato da Paolo in 1Cor 7, quando, parlando della relazione con il Signore, l’Apostolo esorta a non essere distratti, tirati qua e là (aperispástos: 1Cor 7,35; cf. periespâto: Lc 10,40), né preoccupati, divisi (amerímnous: 1Cor 7,32; meméristai: 1Cor 7,34; cf. merimnâs: Lc 10,41). Questo ammonimento vale dunque per Marta come per ciascuno di noi! Sia dunque chiaro: Gesù non condanna Marta perché lavora, facendo qualcosa per lui, anche perché egli amava la tavola, gioiva nel condividere buon cibo e buon vino con gli amici e le amiche, ma la mette in guardia dal lasciarsi prendere dall’affanno, fino a dimenticare la sua presenza. Occuparsi, non preoccuparsi; lavorare, non agitarsi; servire, non correre: sono attitudini umane assolutamente necessarie a ogni “buona” accoglienza!

Infine, ecco un’ultima parola: “Una sola cosa è necessaria. Maria ha scelto la porzione buona, che non le sarà tolta”. Cosa è veramente necessario? Cosa è determinante nel rapporto con Gesù? Una sola cosa: essere suo discepolo, sua discepola, ascoltando la sua parola. Non a caso proprio Luca ci dice che addirittura la relazione di maternità di Maria nei confronti di Gesù passa in secondo piano rispetto al legame decisivo con lui, costituito dall’ascolto e dalla messa in pratica della sua parola (cf. Lc 11,27-28). Dunque,

non l’utero che ha portato Gesù è beato,

non chi accoglie Gesù con un pasto straordinario è beato,

non chi pensa di dover fare molte cose per Gesù è beato,

ma chi ascolta la sua parola e la mette in pratica!

Per noi non è facile rispettare questo primato dell’ascolto, perché pensiamo di avere molte cose da fare, molti servizi da compiere, e spesso ce li inventiamo, pur di non ascoltare le parole di Gesù. In noi, infatti, c’è ribellione alle parole di Gesù, c’è la tentazione di non ascoltarle per non osservarle, c’è la tentazione di preferire ciò che vogliamo, ciò che decidiamo, ciò di cui siamo protagonisti, piuttosto che ascoltare e obbedire. Quando mi interrogo su questo brano evangelico, mi sento più Marta che Maria, e ne provo vergogna e pentimento…

 

Ma non si dimentichi la grande novità di questa pagina: una donna si fa discepola di Gesù, e questa è “la porzione” di Maria che ascolta, la porzione buona che non le sarà mai tolta, perché “sua porzione è il Signore” (cf. Sal 16,5). Le donne non sono solo chiamate, come tutti i discepoli, al servizio, alla diakonía, ma innanzitutto all’ascolto: l’opposizione tra Marta e Maria rivelata da Gesù non è un’opposizione tra attività e contemplazione, ma tra non ascolto e ascolto del Signore.


LA MADRE DI GESÙ HA QUALCOSA DA DIRCI?

 

 

 

 

La tristezza nella Chiesa e nel mondo ha certamente qualche rapporto con l'assenza della Madre di Gesù.

 

Fate bene attenzione. Nel Vangelo e nelle icone Maria non è mai sola: porta sempre il figlio per mostrarlo al mondo. Lei non rivendica mai il primo posto. D'altra parte, senza Maria non riuscirai mai a capire veramente Gesù. Provate fastidio per le immagini e i pellegrinaggi? E sì che ormai siamo ben lontani dall'esuberanza barocca con cui una volta le si rendeva omaggio! Anzi, forse siamo arrivati all'altro estremo: una liturgia senza immagini e povera di simboli. Forse la freddezza delle nostre celebrazioni e l'aridità della nostra cultura religiosa hanno un qualche rapporto con l'offuscamento della figura di Maria. Una tale iconoclastia, infatti, può essere mortale per la fede cattolica. La nostra preghiera diventa «riflessione», l'amore è pervaso di razionalismo, la fede diventa incertezza e scetticismo. La tristezza nella Chiesa e nel mondo ha certamente qualche rapporto con I'assenza della Madre di Gesù. Eppure noi - e anch'io - abbiamo tanto bisogno di gioia...

 

«Un paziente sforzo di educazione sarà necessario per imparare nuovamente a gustare in semplicità le molte gioie umane che il Creatore mette già sul nostro cammino - scriveva Paolo VI -: la gioia dì vivere, di amare, la gioia pacificante della natura e del silenzio... La creatura umana ha tagliato il legame vitale che la univa a Dio... Dio le appare astratto, inutile: senza che lo sappia esprimere, il silenzio di Dio le pesa enormemente...» (Esortazione apostolica «Gaudete in Domino», 1975).

 

Forse Maria può aiutarci a ritrovare la gioia della vita.

 

Possiamo cavarcela da soli?

 

Maria è capace di dire un sì perfetto, di offrirsi  totalmente a Dio.