Rifletti con noi!

16 dicembre 2018

 

III domenica di Avvento

Lc 3,10-18

di ENZO BIANCHI

 

10 In quel tempo le folle interrogavano Giovanni: «Che cosa dobbiamo fare?». 11Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto». 12Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». 13Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». 14Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».

15Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, 16Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. 17Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

18Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

 

Il vangelo di domenica scorsa ci presentava la vocazione di Giovanni il Battista e la sua missione (cf. Lc 3,1-6). Come era accaduto per i profeti, anche su di lui “cadde”, cioè “a lui fu rivolta la parola di Dio” (Lc 3,2), mentre abitava nel deserto. Giovanni è il profeta che non solo porta la Parola (pro-phétes) al popolo, ma è colui che è venuto per indicare la Parola stessa di Dio ormai presente, fattasi carne (cf. Gv 1,14) in Gesù di Nazaret suo discepolo. Nella fede Giovanni sa che la parola di Dio non cadrà su Gesù, non sarà rivolta a lui, perché egli è la Parola stessa di Dio: il precursore annuncia dunque al popolo la conversione in vista di questo incontro e del possibile riconoscimento di Gesù.

 

Cosa chiede Giovanni nella sua predicazione? L’evento che si compie è straordinario, unico in tutta la storia: Dio è tra gli uomini, uomo tra gli uomini, talmente uomo da aver avuto bisogno di un maestro (Giovanni), di una comunità di fratelli (quella del Battista), per “venire al mondo” nella sua soggettività adulta capace di prendere e di rivolgere la parola. Come era stato generato da Maria, educato da lei e da Giuseppe, così aveva avuto bisogno di un “tempo oscuro” nel deserto per essere iniziato alla sua missione. Sì, tutto avviene nella semplicità della vita umana quotidiana, e così anche ciò che il Battista chiede nella sua predicazione appartiene alla vita quotidiana. Affinché il popolo sia preparato all’incontro con il Veniente, Giovanni non richiede di fare sacrifici e olocausti, di recarsi più volte al tempio per partecipare alle solenni liturgie, di rispettare calendari liturgici o di fare particolari digiuni, ma chiede azioni umanissime. Ecco dunque le sue risposte alle domande che le folle gli pongono, domande che ogni essere umano, di ogni generazione, sempre rinnova nella storia: “Che cosa dobbiamo fare? Che fare?”.

 

Innanzitutto egli dice alle folle: “Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto”. Ecco ciò che bisogna fare in vista della venuta del Signore: condividere l’essenziale, cioè cibo, vestito, casa. Questo è sufficiente per dire che uno si è convertito, ha fatto metánoia, ha cambiato la sua vita in vista dell’incontro con il Signore veniente. Giovanni ci stupisce, perché non chiede ciò che ancora oggi una certa predicazione ecclesiastica chiede: liturgie, novene, pii esercizi… Questi infatti sono strumenti, solo strumenti per acquisire una più grande carità, per essere più facilmente capaci di condividere i beni elementari necessari per vivere. Questa l’azione che segue la conversione: dopo aver incontrato Gesù, Zaccheo darà la metà dei suoi beni ai poveri (cf. Lc 19,8) e così la salvezza entrerà nella sua casa (cf. Lc 19,9); i giudei di Gerusalemme, diventati cristiani, condivideranno i beni (cf. At 2,44; 4,32), e così nessuno tra loro sarà bisognoso. Noi cristiani, come tutti gli uomini religiosi, ci preoccupiamo invece così spesso di regole di purità, mentre il Vangelo ci chiede di preoccuparci di condividere ciò che abbiamo in casa, ciò che è nostro, con chi è nel bisogno: allora saremo nella vera purità (cf. Lc 11,41), perché agiremo come puri, retti di cuore.

 

Vi sono poi alcune categorie specifiche di persone, presenti nell’uditorio di Giovanni, che gli pongono la stessa domanda: “Che cosa dobbiamo fare?”. È il caso dei pubblicani, esattori delle tasse in combutta con il potere imperiale e frequentatori di pagani. A loro il Battista non chiede cose straordinarie, non chiede neppure di abbandonare la loro professione, ma di viverla nella giustizia. Per questi funzionari tentati dal sopruso, dalla vessazione finanziaria, dal rubare nell’esigere le tasse, è sufficiente praticare una grande virtù: la giustizia. Anche i militari sono attratti da Giovanni, uomo così inerme, senza difesa, destinato a essere ucciso proprio da loro, esecutori degli ordini dei potenti di questo mondo, di quanti opprimono e dominano la povera gente e si fanno anche chiamare benefattori (cf. Lc 22,25). E Giovanni cosa chiede ai militari? Non di disertare, perché nella loro funzione c’è un compito necessario, quello di garantire la libertà e l’ordine di qualsiasi convivenza sociale. No: chiede di rinunciare alla violenza. Com’è facile la violenza per chi ha armi, com’è facile compiere denunce false, com’è facile – siccome le paghe sono normalmente base – rivalersi sulla gente, usando l’immunità professionale concessa a polizia e forze dell’ordine: quando si è più forti, diventa facilissimo schiacciare i deboli…

 

Giovanni predica dunque una conversione che chiede un mutamento concreto del vivere quotidiano, un mutamento che cambia profondamente i rapporti interpersonali, e nessuno è escluso da questo cammino di conversione. In reazione a queste sue parole, si crea un clima di grande attesa nel popolo di Israele, al punto che sorgono domande su di lui: “Chi è questo Giovanni? È un profeta? È il Profeta (cf. Dt 18,15.18)? È Elia redivivo?”. Non appena Giovanni si rende conto di questi pensieri presenti tra i suoi ascoltatori, subito proclama con chiarezza: “Io sono solo uno che immerge nell’acqua, ma ecco, viene il più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi immergerà in Spirito Santo e fuoco”. Tra le due immersioni, i due battesimi, c’è continuità ma anche differenza. Entrambi significano spogliazione dell’uomo vecchio segnato dalla logica del peccato e rinascita dell’uomo nuovo, ma il battesimo di Giovanni è solo un’anticipazione di quello definitivo: l’uno è immersione nell’acqua, l’altro nel fuoco dello Spirito santo. Quest’ultimo battesimo, l’immersione operata da Gesù, è quello che la comunità dei discepoli riceverà nel giorno di Pentecoste (cf. At 2,1-11), quando sarà resa nuovo popolo di Dio mediante la nuova alleanza, perché la Legge sarà scritta nei cuori (cf. Ger 31,31-33) e lo Spirito nuovo abiterà un cuore nuovo (cf. Ez 11,19; 36,26). E proprio perché annuncia questa immersione nel fuoco dello Spirito santo, Giovanni, in conformità alle Scritture alle quali obbedisce, deve annunciare che questo Veniente, costui che è il più forte, sarà giudice, con in mano il ventilabro del giudizio, della separazione tra grano e pula, tra giusti e ingiusti.

 

E come attesta Luca, “Giovanni annunciava al popolo il Vangelo”: già lui, Giovanni, annuncia la stessa buona notizia di Gesù. Va però detto che questo suo discepolo, Gesù, da lui annunciato e presentato a Israele, lo deluderà nel realizzare la sua missione: sarà diverso e non sarà quel giudice che Giovanni aveva previsto. Giovanni si è dunque sbagliato? La sua predicazione è stata un’illusione (cf. Lc 7,18-19; Mt 11,2-3)? No, ma Dio la realizzerà solo alla fine dei tempi: per ora a Giovanni spetta il compiere ogni giustizia (cf. Mt 3,15), a Gesù l’annunciare e il fare misericordia. E Giovanni, in carcere, accetta ancora una volta, in piena obbedienza, di rinnovare la sua avventura della fede. Sì, come dirà Gesù, “tra i nati da donna nessuno è più grande di Giovanni” (Lc 7,28; cf. Mt 11,11).

 

 

Non si dimentichi infine che questa domenica, a metà del tempo dell’Avvento, è chiamata “Gaudete”, dalla prima parola che risuona per l’assemblea all’inizio della liturgia eucaristica. “Gaudete”, cioè “rallegratevi”, è l’invito, anzi il comando rivolto dall’Apostolo Paolo ai cristiani di Filippi: “Rallegratevi sempre nel Signore; ve lo ripeto, rallegratevi! … Il Signore è vicino!” (Fil 4,4-5). Dobbiamo dunque rallegrarci perché la venuta del Signore è vicina; perché, se anche egli tarda, non mente, e lo incontreremo al più presto. Se abbiamo questa fede salda, allora la nostra vita è inondata di gioia e di esultanza! C’è forse qualcosa di più gioioso dell’incontro con il Signore Gesù Cristo? No, lui è la gioia, è il nostro futuro, è la vita eterna!


 

 

 

 

MUSTAFA, IL SUO GESTO SFATA I PREGIUDIZI

 

 

La generosità del marocchino che ha salvato una dottoressa dovrebbe farci riflettere

Noi italiani in un quarto d’ora passiamo dal diavolo all’acqua santa e dai profughi affamati, disperati e ammassati come fossero animali da macello dentro barche in mezzo al Mediterraneo, negando loro l’arrivo, alla medaglia al valore per chi, facendo il suo dovere, salva un’altra persona.

Fino a ieri tutti i marocchini erano almeno ladri e malviventi che scappavano dal loro Paese per venire a rubare posti di lavoro e abitazione a noi. Qualche giorno fa il marocchino Mustafa ha salvato la dottoressa Maria Carmela Calindro, a Crotone, da un uomo che, dopo averle sferrato un fendente al collo, stava colpendola ulteriormente con un cacciavite.

“Ho sentito gridare, mi sono girato, ho visto un uomo con qualcosa in mano che stava colpendo la donna, ho mollato la mia bancarella e sono corso a bloccare quel disgraziato, fino all’arrivo delle forze dell’ordine”. Ora la dottoressa è in rianimazione ma non dovrebbe rischiare la vita.

Chiaramente un fatto così meraviglia ed entusiasma. Ed è stato facile dichiarare Mustafa eroe e uomo straordinario. Anch’io l’ho detto e fatto. Però vado avanti e voglio chiedere al Governo, e alle decine di migliaia di italiani che quotidianamente offendono questi poveri, perché cose così belle, umane e civili non succedono quotidianamente e perché sia un marocchino, invece che un italiano, a rischiare quello che ha rischiato.

Arriverà il giorno che noi italiani torneremo ad essere un popolo civile, accogliente, capace di aiutare chi si trova in enormi difficoltà e, soprattutto, vergognarci anziché esaltarci, per quanto stiamo dicendo e facendo alla gente che arriva e che è arrivata da altri Paesi e dal mare in cerca di aiuto, serenità e pace?

Purtroppo la vergogna, questa volta, parte da molto alto, cioè dal Governo, cosa che mai, almeno io, avrei pensato e immaginato. L’Italia è stata per un certo tempo, lei, pellegrina e povera ed è andata a bussare alle porte di altri continenti.

Oggi, che si sono ribaltate le situazioni, non ci è lecito dimenticare il nostro passato e, ancor più, non ci è lecito etichettare tutti i poveri che ci cercano come delinquenti, truffatori e terroristi.

Sta arrivando il Natale. Potrà la stella della pace illuminare anche le stanze di alcuni palazzi?

 

 

 

Don Antonio Mazzi


La Speranza che non delude mai!

IL CAMMINO COMUNE. «Questo giorno – ha detto il Papa – ha un fascino speciale, ci fa provare un sentimento profondo del senso della storia. Riscopriamo la bellezza di essere tutti in cammino: la Chiesa, con la sua vocazione e missione, e l’umanità intera, i popoli, le civiltà, le culture, tutti in cammino attraverso i sentieri del tempo». «Ma in cammino verso dove? », si chiede il Papa: «C’è una meta comune? E qual è questa meta? ». «Il Signore ci risponde attraverso il profeta Isaia», ha detto Francesco, citandolo: «Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli, e ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno: “Venite, saliamo al monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri”». Si tratta, ha proseguito il Papa, di «un pellegrinaggio universale verso una meta comune», la quale nell’Antico Testamento è identificata con Gerusalemme, «dove sorge il tempio del Signore, perché da lì, da Gerusalemme, è venuta la rivelazione del volto di Dio e della sua legge».

 

 

META: LA RIVELAZIONE. «La rivelazione – ha proseguito il Papa – ha trovato in Gesù Cristo il suo compimento, e il “tempio del Signore”, Gesù Cristo, Lui stesso è diventato il tempio, il Verbo fatto carne: è Lui la guida ed insieme la meta del nostro pellegrinaggio, del pellegrinaggio di tutto il Popolo di Dio; e alla sua luce anche gli altri popoli possono camminare verso il Regno della giustizia, verso il Regno della pace». Il Papa ha poi citato ancora il profeta Isaia, che profetizza un giorno in cui gli uomini «spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra». «Quando accadrà questo? Che bel giorno sarà, nel quale le armi saranno smontate, per essere trasformate in strumenti di lavoro! Che bel giorno sarà questo! E questo è possibile! Scommettiamo sulla speranza, sulla speranza di una pace e sarà possibile!».

 

 

SPERANZA FONDATA SU PAROLA DI DIO. Il cammino degli uomini, ha detto il Papa, «non è mai concluso». «Come nella vita di ognuno di noi c’è sempre bisogno di ripartire, di rialzarsi, di ritrovare il senso della meta della propria esistenza, così per la grande famiglia umana è necessario rinnovare sempre l’orizzonte comune verso cui siamo incamminati». Qual è questo orizzonte? «L’orizzonte della speranza! Quello è l’orizzonte per fare un buon cammino. Il tempo di Avvento, che oggi di nuovo incominciamo, ci restituisce l’orizzonte della speranza, una speranza che non delude perché è fondata sulla Parola di Dio». «Una speranza che non delude semplicemente perché il Signore non delude mai! Lui è fedele! Lui non delude! Pensiamo e sentiamo questa bellezza», ha esortato Francesco. «Il modello di questo atteggiamento spirituale, di questo modo di essere e di camminare nella vita, è la Vergine Maria. Una semplice ragazza di paese, che porta nel cuore tutta la speranza di Dio! Nel suo grembo, la speranza di Dio ha preso carne, si è fatta uomo, si è fatta storia: Gesù Cristo» ha proseguito il pontefice. «Il suo Magnificat  – ha concluso Papa Francesco – è il cantico del Popolo di Dio in cammino, e di tutti gli uomini e le donne che sperano in Dio, nella potenza della sua misericordia. Lasciamoci guidare da lei, che è Madre, è mamma e sa come guidarci. Lasciamoci guidare da Lei in questo tempo di attesa e di vigilanza operosa».


Un'immersione per la remissione dei peccati

 

 

 

 

9 dicembre 2018

 

II domenica di Avvento

Lc 3,1-6

di ENZO BIANCHI

 

1 Nell'anno quindicesimo dell'impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell'Iturea e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell'Abilene, 2sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. 3Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, 4com'è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia:

Voce di uno che grida nel deserto:

Preparate la via del Signore,

raddrizzate isuoi sentieri!

5Ogni burrone sarà riempito,

ogni monte e ogni colle sarà abbassato;

le vie tortuose diverranno diritte

e quelle impervie, spianate.

6Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!

 

Per l’evangelista Luca l’inizio dell’annuncio del Vangelo si ha con la chiamata e la missione di Giovanni il Battista, che non a caso egli ci presenta già come “colui che annuncia il Vangelo” (cf. Lc 3,18). Gesù, infatti, era nato a Betlemme circa trent’anni prima (cf. Lc 3,23), ma la sua vita era stata caratterizzata dal nascondimento. Quei tre decenni restano per tutti i vangeli “gli anni oscuri di Gesù”, nel senso che sappiamo che egli è stato allevato a Nazaret (cf. Lc 2,51-52), poi è cresciuto ed è diventato una persona matura: non conosciamo però con esattezza dove ciò sia avvenuto, anche se supponiamo che Gesù abbia trascorso quel tempo nel deserto, quale discepolo di Giovanni.

 

Ecco allora il racconto solenne di Luca, che inserisce nella macrostoria dell’impero romano e del sacerdozio giudaico l’evento decisivo, l’intervento di Dio nel deserto. Vale la pena riportarlo alla lettera: “Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode principe della Galilea, e Filippo, suo fratello, principe dell’Iturea e della Traconìtide, e Lisània principe dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio fu (venne, cadde) su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto”. Ecco l’evento decisivo: la parola di Dio “avviene” su un uomo, Giovanni, appartenente alla stirpe sacerdotale ma dimorante nel deserto di Giuda, e lo istituisce profeta, cioè porta-parola dello stesso Signore Dio. La profezia che da cinque secoli taceva in Israele si rende dunque di nuovo presente in uomo che, reso predicatore itinerante dalla Parola, percorre tutta la valle del Giordano, regione marginale situata tra la terra santa e il deserto, per far ritornare a Dio il suo popolo.

 

Giovanni predica la conversione, ossia l’esigenza di un mutamento di mentalità, di comportamento e di stile di vita, e chiede che questa volontà, questa decisione che può avere origine solo nel cuore, sia accompagnata da un’azione semplice, umana: si tratta di lasciarsi immergere (questo, alla lettera, il senso del verbo “battezzare”) nelle acque del fiume Giordano. Questo atto è immagine di un affogamento: si va sott’acqua, si depone nell’acqua “l’uomo vecchio con i suoi comportamenti mortiferi” (Col 3,9; cf. Rm 6,6; Ef 4,22), e si viene fatti riemergere dalle acque come uomini e donne in grado di “camminare in una vita nuova” (Rm 6,4). Questa immersione, segno che significa un ricominciare, una novità, ed è compiuto pubblicamente, davanti a tutti e davanti al profeta che immerge, diventa un impegno. Non è una delle tante abluzioni prescritte dalla Torah per riacquistare la purità perduta, ma è un atto compiuto una volta per sempre, che indica una precisa opzione, che dovrà essere guida e criterio di tutta la vita che verrà. Conversione, ritorno sulla strada che porta a Dio, ritorno al Signore, rivolgersi a lui: ecco ciò che questa immersione significa, in vista della venuta del Signore e del suo giudizio (cf. Lc 3,7-9).

 

Secondo il vangelo (cf. anche Mc 1,4) in questo gesto è contenuta una grande novità: la remissione dei peccati da parte di Dio. Sì, quell’immersione, segno della volontà di conversione, è strettamente legata alla remissione, al perdono dei peccati per opera di Dio. È questa offerta potente di perdono da parte di Dio, è questo suo amore preveniente a causare la conversione, oppure è la conversione a causare il suo perdono? Nessun dubbio: “è Dio che produce in noi il volere e l’operare” (cf. Fil 2,13) e che sempre ci offre, ben prima che noi lo desideriamo o lo cerchiamo, il suo amore, che è misericordia infinita. Se noi predisponiamo tutto per ricevere questo amore, se sappiamo accoglierlo e dunque ci convertiamo, allora il dono del perdono dei peccati ci raggiunge e opera ciò che nessuno di noi potrebbe operare: i nostri peccati, il nostro aver fatto il male è cancellato e dimenticato da Dio, che ci guarda come creature irreprensibili perché perdonate e giustificate dalla sua misericordia. Questo è il Vangelo, la buona notizia che comincia a risuonare tra le dune e le rocce del deserto e il fiume Giordano, per opera di Giovanni. Questo è il messaggio che, dopo la passione, morte e resurrezione del Signore Gesù, dovrà essere predicato a tutte le genti (cf. Lc 24,47). Ormai questo annuncio è dato dal precursore che è un profeta in mezzo al popolo, il quale accorre a lui per ascoltare la parola di Dio annunciata dalla sua voce.

 

Giovanni, chiamato dalla parola di Dio “venuta” su di lui come “veniva” sugli antichi profeti (cf. Ger 1,2; Ez 1,3), compie una missione ben precisa, preannunciata dal profeta Isaia (cf. Is 40,3-5): una missione, un ministero di consolazione. Non possiamo qui non fare memoria dei “monaci” della comunità di Qumran che vivevano proprio in quella regione del deserto in cui era apparso pubblicamente Giovanni. Essi avevano applicato a se stessi proprio questa profezia di Isaia che chiedeva di aprire una strada nel deserto e di appianarla per la venuta del Signore, assumendola come fonte del loro ministero e della loro missione. Per questo erano venuti nel deserto per vivere secondo la volontà di Dio e per attendere nella preghiera e nello studio perseverante delle sante Scritture la venuta del suo Messia e del suo regno. Giovanni, asceta come loro nel deserto, condivide con loro la stessa missione, e il suo manifestarsi è conforme alla medesima profezia di Isaia: “Com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia, ‘voce che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, rendete dritti i suoi sentieri … Ogni carne vedrà la salvezza di Dio’”. Questa voce – Luca lo sottolinea – vuole raggiungere “ogni carne”, ogni uomo e ogni donna, non solo i figli e le figlie di Israele, in modo che tutti possano ricevere la salvezza di Dio: questa infatti non è rivolta solo al popolo delle alleanze e delle benedizioni, come annunciavano gli antichi profeti, ma Giovanni il Battista proclama che è una salvezza universale, per tutti, proprio per tutti! Dunque buona notizia “non per alcuni, né per pochi né per molti, ma per tutti”, come ha gridato con gioia papa Francesco (Cattedrale di Firenze, 10 novembre 2015, Incontro con i rappresentanti del convegno nazionale della chiesa italiana).

 

Tutto ciò avviene ai margini della terra santa, alle soglie del deserto, con il suo vuoto, il suo silenzio, la sua solitudine. Quale contrasto tra la “grande” storia, che vede regnare Tiberio, Erode e gli altri, che registra il sommo sacerdozio di Anna e Caifa, e la storia di salvezza, che si realizza in modo umile, nascosto! Niente di ciò che dà lustro al potere politico è presente; niente di ciò che caratterizza la solenne liturgia sacerdotale del tempio appare: no, semplicemente un fiumiciattolo, dell’acqua in cui immergersi, dei corpi che scendono e risalgono dall’acqua per azione delle braccia di un uomo, Giovanni, il quale è solo voce che nel deserto chiede una vita altra, nuova, chiede agli uomini e alle donne di ritornare al Signore e di ricominciare a vivere secondo la sua volontà. Quello di Giovanni era un battesimo in cui l’acqua era eloquente di per sé, non oscurata o nascosta da tante pretese azioni cultuali: acqua, parola, corpi che sono immersi e poi riemergono, braccia che accompagnano chi discende e poi lo risollevano… piena umanità di quel segno-sacramento dell’immersione. È sufficiente però per molti cristiani definirlo “battesimo”, per comprenderlo purtroppo solo come rito e non come gesto e parola, gesto che parla, parola che agisce segno efficace dell’azione del Dio vivente!

 

Dunque la salvezza è vicina e “ogni carne”, cioè tutta l’umanità fragile, mortale e peccatrice potrà vederla. Al risuonare della voce che grida nel deserto e che annuncia la venuta del Signore, occorrerà andargli incontro e spianargli la via, raddrizzare i sentieri che portano all’incontro con lui: questa è un’operazione necessaria nel cuore di ogni persona, che deve abbassare i monti del proprio orgoglio e della propria autosufficienza, deve riempire gli abissi infernali e le disperazioni che la abitano. Nel cammino di conversione si tratta dunque di predisporre tutto il cuore, liberando dagli ostacoli che impediscono alla grazia, cioè all’amore gratuito di Dio, di operare. Solo così la preghiera e la vigilanza richieste nell’Avvento diventano operanti in noi, rendendoci capaci di alzare lo sguardo e di andare incontro con parrhesía al Signore che viene!


 

Dio viene dal futuro

 

 

 

C'è nella storia, una continuità secondo ragione, che è il futurum.

 

E' la continuità di ciò che si incastra armonicamente, secondo la logica del prima e del poi. Secondo le categorie di causa ed effetto. Secondo gli schemi dei bilanci, in cui, alle voci di uscita, si cercano i riscontri corrispondenti nelle voci di entrata: finche tutto non quadra.

 

E c'è una continuità secondo lo Spirito, che è l'adventus.

 

E' il totalmente nuovo, il futuro che viene come mutamento imprevedibile, il sopraggiungere gaudioso e repentino di ciò che non si aveva neppure il coraggio di attendere.

 

In un canto che viene eseguito nelle nostre chiese e che è tratto dai salmi si dice: "Grandi cose ha fatto il Signore per noi: ha fatto germogliare i fiori tra le rocce!". Ecco, adventus è questo germogliare dei fiori carichi di rugiada tra le rocce del deserto battute dal sole meridiano.

 

Promuovere l'avvento, allora, è optare per l'inedito, accogliere la diversità come gemma di un fiore nuovo. Cantare, accennandolo appena, il ritornello di una canzone che non è stata ancora scritta, ma che si sa rimarrà per sempre in testa all'hit-parade della storia.

 

Mettere al centro delle attenzioni pastorali il povero, è avvento. E' avvento, per una madre, amare il figlio handicappato più di ogni altro. E' avvento, per una coppia felice e con figli, mettere in forse la propria tranquillità, avventurandosi in operazioni di "affidamento", con tutte le incertezze che tale ulteriore fecondità si porta dietro, anzi, si porta avanti.

 

E' avvento, per un giovane, affidare il futuro alla non garanzia di un volontariato, alla non copertura di un impegno sociale in terre lontane, alla gratuità e "inutilità" della preghiera perché la sua testimonianza sia forte in questi tempi di confusione.

 

E' avvento, per una comunità, condividere l'esistenza del terzo mondiale e sfidare i benpensanti che si chiudono davanti al diverso, per non permettere infiltrazioni inquinanti al proprio patrimonio culturale e religioso.

 

E' avvento, per una congregazione religiosa o per un presbitero Diocesano, allentare le cautele della circospezione mondana per tutelarsi il sostentamento, facendo affidamento sulla "insostenibile leggerezza" della Provvidenza di Dio.

 

Per Antonella, mia amica, è avvento abbandonare le lusinghe della carriera sportiva e, dopo aver frequentato l'Isef, farsi suora di clausura.

 

Per Karol Tarantelli è avvento perdonare l'assassino di suo marito.

 

Per Madre Teresa di Calcutta avvento è abbandonare la clausura e "farsi prossimo" sulle strade del mondo.

 

 

"Ecco come è avvenuta la nascita di Gesù": per promuovere l'avvento, Dio è partito dal futuro.


Vieni, Signore Gesù, vieni presto!

 

2 dicembre 2018

 

I domenica di Avvento

Lc 21,25-28.34-36

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «25Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, 26mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. 27Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. 28Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».

34State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all'improvviso; 35come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. 36Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell'uomo».

 

La prima domenica di Avvento segna anche l’inizio di un nuovo anno liturgico, in cui domenica dopo domenica la chiesa celebra e fa rivivere il mistero di Cristo morto e risorto, dinamica di salvezza sempre presente in ogni evento della vita di Gesù, dalla sua nascita alla sua venuta gloriosa alla fine dei tempi. Quest’anno il vangelo che verrà letto cursivamente è quello secondo Luca, che ci presenta Gesù soprattutto come profeta che annuncia la venuta di Dio in mezzo a noi nell’umiltà, nella debolezza, nella misericordia infinita ispiratagli dal Padre suo, un Padre con viscere d’amore materne.

 

Avevamo concluso la lettura liturgica di Marco con l’annuncio della venuta gloriosa del Figlio dell’uomo (cf. Mc 13,26-27), e oggi lo stesso evento è posto davanti ai nostri occhi nella versione lucana. Sì, questo evento finale e definitivo, dopo il quale c’è solo il regno di Dio che si instaura su tutta la creazione e su tutta l’umanità di ogni tempo e di ogni terra, è l’Avvento (adventus), che significa “venuta”. Ecco allora il discorso escatologico di Gesù: “Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di genti in ansia per i maremoti e le tempeste” (cf. Is 65,8). Gesù si serve del linguaggio apocalittico, quello proprio di una corrente spirituale che cercava di far rinascere nei credenti la speranza, soprattutto in tempi di prova, di persecuzione e di tenebra. Nella pressura, quando sembra addirittura che la storia sfugga dalle mani di Dio, vi è più che mai una rivelazione, un alzare il velo (questo il senso letterale di apokálypsis, apocalisse) da parte di Dio, il quale agisce, è Kýrios, Signore, e porta a compimento il suo disegno di salvezza. Alla fine della storia i tre spazi in cui viviamo – terra, cielo e mare – subiranno un processo di rinnovamento che potrà sembrare un ritorno al caos primordiale: sarà invece un parto, una nuova creazione in cui il cosmo verrà trasfigurato, per diventare dimora del Regno.

 

Le immagini di questa fine possono spaventarci, ma cerchiamo di decodificarle con intelligenza. Il sole, la luna e le stelle per le genti erano idoli, dèi, ed erano adorati – come potenze divine –; in quel giorno della venuta del Figlio dell’uomo queste creature celesti saranno dunque demitizzate e detronizzate per sempre, perché solo il Signore nostro Dio sarà Dio e Re dell’universo. Di questo potere di Dio sul cosmo e sulla storia vi è già stato un segno nell’ora della morte in croce di Gesù, quando “verso mezzogiorno si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato” (Lc 23,44-45): ovvero, tutte le creature furono turbate da quell’evento della morte del “giusto” (Lc 23,47), perché erano testimoni della morte del loro Signore. In quel giorno (il giorno del Signore) l’umanità vivrà questo dramma cosmico, storico ed esistenziale: proverà angoscia (synoché), sperimenterà una situazione senza via di scampo, una situazione di smarrimento e confusione (aporía). Ma questi sono i dolori del parto della nuova creazione che, anziché moltiplicare la paura, devono ammonirci e destabilizzare le nostre certezze mondane sugli assetti del cosmo e della storia.

 

Gesù dunque qui annuncia questa epifania di Dio alla fine della storia e dei tempi, una fine che arriverà all’improvviso. Non si tratta di un domani lontano, di un evento che riguarderà l’ora nella quale, per cause intrinseche all’universo, esso avrà una fine così come ha avuto un inizio: no, è un evento vicino, che ci può cogliere in modo da sorprenderci. Improvvisamente, senza che nessuno di noi possa prevederlo, “apparirà il Figlio dell’uomo su una nube con grande potenza e gloria” (cf. Dn 7,13) e la sua presenza si imporrà su tutto l’universo. Nessuno potrà sottrarsi a questa visione che rivelerà la piena identità di Gesù. Quell’uomo, Gesù di Nazaret, che “passò facendo il bene” (At 10,38), che fu condannato a una morte violenta e ignominiosa, lui che era innocente e giusto, capace di amare e di perdonare fino alla fine (cf. Lc 23,34), ebbene quell’uomo, che ormai è in Dio in pienezza e nella gloria, si rivelerà quale Kýrios, Signore e Salvatore dell’umanità, Giudice del male e del bene compiuti nella storia.

 

Scrive il veggente Giovanni, riprendendo le parole del profeta Zaccaria (cf. Zc 12,10): “Ecco, viene sulle nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che l’hanno trafitto” (Ap 1,7; cf. anche Gv 19,37). Si noti: tutti lo riconosceranno nelle trafitture delle mani, dei piedi e del costato, trafitture non scomparse nel corpo spirituale del Risorto, come appare dalle sue manifestazioni ai discepoli dopo la resurrezione (cf. Lc 24,40; Gv 20,20.27); trafitture che gli umani gli hanno inflitto ogni volta che hanno ferito e colpito l’altro, il fratello, il povero, l’innocente, l’ultimo, il senza voce e senza dignità riconosciuta. Questa la parusia, la presenza manifesta del Crocifisso risorto nella gloria di Dio. È un evento che si impone, un evento a cui nessuno sfugge, un evento temibile ma anche misericordioso, perché chi appare è colui che ha già portato il peccato del mondo, è colui che è venuto a sedersi alla tavola dei peccatori (cf. Lc 7,34), è colui che è venuto per cercare e salvare chi era perduto (cf. Lc 19,10).

 

Che fare dunque in attesa di quel giorno? Vigilare, stare attenti, osservare la realtà nella quale si è immersi, abitare la vita concreta del nostro tempo. Il contadino che vive tra gli alberi di frutta, che li conosce, li osserva e li cura, dal fico comprende anche l’andamento delle stagioni. Quando la gemma di questa pianta, appena accennata nell’inverno, si gonfia, cresce e sembra pronta ad aprirsi, allora il contadino capisce che sta arrivando l’estate. Così, quando noi leggiamo in profondità eventi del nostro tempo e realtà dei nostri luoghi, possiamo discernerli come “segni”, cioè segnali capaci di indicare qualcosa: segni dei tempi (cf. Mt 16,3) e dei luoghi che i discepoli di Gesù devono essere esercitati a interpretare, per comprendere come e dove va la storia guidata da Dio e come gli uomini si oppongono a questo cammino (cf. Lc 21,29-33).

 

I discepoli di Gesù, i credenti in lui dovranno dunque non abbattersi ma “sollevare la testa”, assumere la postura dell’uomo in cammino, in posizione eretta, sorretto dalla speranza. Immagine straordinaria: l’umano in piedi, con il capo levato nella parrhesía, nella franchezza e nella convinzione che ciò che accade è per la sua salvezza; l’umano che non teme e quindi cammina sicuro verso il Signore veniente. È la postura dell’umano in preghiera davanti a Dio, che desidera l’incontro con chi ama; è la postura della sentinella che in piedi, sveglia, attenta, scruta l’orizzonte per essere pronta a gridare alla città che il Signore viene, sta per giungere e per manifestarsi nella gloria (cf. Is 62,6-7).

 

E come i discepoli e le discepole di Gesù devono vivere questa vigilia, questa attesa del “giorno del Signore”? Con la veglia e la preghiera! La veglia significa stare svegli, attenti, senza essere preda dell’intontimento spirituale, esito di una vita distratta, di cuori appesantiti dalle preoccupazioni mondane e di una ricerca di piaceri che stordiscono. Senza questa vigilanza, è impossibile mantenere un orientamento nella vita e restare in attesa della venuta del Signore, perché altre cose diventano oggetto delle nostre attese: la veglia è una vera lotta spirituale! E insieme alla veglia, la preghiera, che è stare davanti a Dio, è discernimento della sua presenza in noi, è manifestazione dell’adesione a Cristo che si vive quotidianamente; ma è anche invocazione, carica di desiderio, della venuta del Signore e del suo Regno, quando “Dio sarà tutto in tutti” (cf. 1Cor 15,28).

 

 

 

 

Noi cristiani aspettiamo davvero questo evento oppure non ci crediamo, lo consideriamo niente più che un mito? Ma è su questa venuta del Signore nella gloria che si decide la nostra fede cristiana, la quale non è solo un’etica nello stare al mondo, non è solo l’adesione a una storia di salvezza, ma è speranza certa della venuta del Signore: colui che è venuto nella debolezza della carne umana a Betlemme, verrà gloriosamente nella pienezza di Dio e Signore, per fare cielo e terra nuovi (cf. Is 65,17; 66,22; 2Pt 3,13; Ap 21,1). L’Avvento, dunque, ci invita a risvegliare l’attesa del Veniente, ci invita a invocare: “Marana tha (1Cor 16,22)! Vieni, Signore Gesù (Ap 22,20), vieni presto!”.


 

 

Ci aspetta

 

l'incontro con Gesù

 

Prima Domenica di Avvento C

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi 

 

vegliare

 

21,28 Tenete alto lo sguardo [1]

 

Non lasciarsi rattrappire gli orizzonti

Non lasciatevi tentare da racconti di catastrofi o profezie di sciagure, perché quello che conta veramente è perseverare impedendo che si raffreddi l’amore (cfr Mt 24,12) e tenere alto e levato il capo verso il Signore (cfr Lc 21,28), perché la Chiesa non è nostra, è di Dio! Lui c’era prima di noi e ci sarà dopo di noi! Il destino della Chiesa, del piccolo gregge, è vittoriosamente nascosto nella croce del Figlio di Dio. I nostri nomi sono scolpiti nel suo cuore – scolpiti nel suo cuore! –; la nostra sorte è nelle sue mani. Pertanto, non spendete le vostre migliori energie per contabilizzare fallimenti e rinfacciare amarezze, lasciandovi rimpiccolire il cuore e rattrappire gli orizzonti.

 

Trovare la luce, la gioia là dove…

 

Cristo sia la vostra gioia, il Vangelo sia il vostro nutrimento. Tenete fisso il vostro sguardo solo sul Signore Gesù e, abituandovi alla sua luce, sappiate cercarla incessantemente anche dove essa si rifrange, sia pure attraverso umili bagliori.

Là, nelle famiglie delle vostre comunità, dove, nella pazienza tenace e nella generosità anonima, il dono della vita viene cullato e nutrito.

Là, dove sussiste nei cuori la fragile ma indistruttibile certezza che la verità prevale, che amare non è vano, che il perdono ha il potere di cambiare e di riconciliare, che l’unità vince sempre la divisione, che il coraggio di dimenticare sé stessi per il bene dell’altro è più appagante del primato intangibile dell’io.

Là, dove tanti consacrati e ministri di Dio, nella silenziosa dedizione di sé, perseverano incuranti del fatto che il bene spesso non fa rumore, non è tema dei blog né arriva sulle prime pagine. Essi continuano a credere e a predicare con coraggio il Vangelo della grazia e della misericordia a uomini assetati di ragioni per vivere, per sperare e per amare. Non si spaventano davanti alle ferite della carne di Cristo, sempre inferte dal peccato e non di rado dai figli della Chiesa.

 

… non ignorando la carne di Cristo

So bene quanto nel nostro tempo imperversano solitudine e abbandono, dilaga l’individualismo e cresce l’indifferenza al destino degli altri. Milioni di uomini e donne, bambini, giovani sono smarriti in una realtà che ha oscurato i punti di riferimento, sono destabilizzati dall’angoscia di appartenere a nulla. La loro sorte non interpella la coscienza di tutti e spesso, purtroppo, coloro che avrebbero le maggiori responsabilità, colpevolmente si scansano. Ma a noi non è consentito ignorare la carne di Cristo, che ci è stata affidata non soltanto nel Sacramento che spezziamo, ma anche nel Popolo che abbiamo ereditato.

 

21,34-36 Ci aspetta l’incontro con Gesù [2]

 

Gesù ci ammonisce - come riporta Luca nel suo Vangelo (21,34-36) - con queste parole: «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita». In pratica Gesù ci dice: «Contemplate quello che vi aspetta, che il vostro cuore non si appesantisca con gli affanni e le preoccupazioni della vita; guardate avanti e abbiate speranza»: quella speranza che apre i cuori all’incontro con Gesù. Proprio questo ci aspetta, l’incontro con Gesù: è bello, è molto bello! E lui ci chiede soltanto di essere umili e di dire: “Signore”. Basterà quella parola e lui farà il resto.

 

21,28 Il segno degli ultimi tempi [3]

 

Non negare la propria vocazione…

Gli anticristi stanno tra noi: sono quelli che si sono stancati di Cristo umile. L’appartenenza a Cristo non si giudica solamente dallo stare fisicamente in una comunità. Va più in là: è appartenenza allo Spirito, è lasciarsi ungere dallo stesso Spirito che ha unto Gesù. Chi giudica della nostra unzione è lo stesso Signore «che sa quello che c’è in ogni uomo» (cfr Gv 2,24-25). Nella misura in cui Cristo è accettato dal cuore, chi l’accetta diviene allora fonte di divisione (Mt 10,21). È il segno degli ultimi tempi (Lc 21,28). Il credente partecipa dello stesso Cristo, che «è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione» (Lc 2,34). Chi non ha l’unzione, chi non l’accetta o vi supplisce con mera scienza umana, può negare di fatto questa vocazione alla croce.

 

… scegliendosi “i segni dei tempi”…

Una prima maniera di negarla consiste nell’atteggiamento di chi pretende di scegliersi da solo i segni di contraddizione. La croce, allora, già non è più oblazione della propria vita, sequela amorosa del Signore sulla strada che Egli per primo ha percorso, bensì gesto artificioso, «protagonismo», superficialità. Abbiamo visto molti sacerdoti e religiosi che nella loro vita di comunità giocano alla Chiesa primitiva. Alcuni, del resto, nella loro vita apostolica giocano anche alla croce. In questo caso le eventuali persecuzioni non nascono dallo zelo per la gloria del Padre, dal compimento della volontà di Dio, ma piuttosto da una scelta squisita ed elitaria dei mezzi che paiono più proficui al proprio egoismo e alla propria vanità.

 

… o non accettando l’indole bellica della nostra vocazione

La seconda maniera di negare la nostra vocazione per la croce radica nel non accettare l’indole bellica della nostra vocazione. Si tratta della tentazione della «pace a qualsiasi costo», la tentazione dell’irenismo. Poiché si teme la contraddizione, allora si ricorre a ogni sorta di accomodamenti e pastrocchi... purché ci sia pace. Che vuol dire: purché non compaia alcuna contraddizione. Risultato: uomini e donne che non sanno niente della vera pace, ma vivono la codardia o, se si vuole, la pace dei sepolcri.

 

… e divenendo nemici della croce

Entrambe queste tentazioni radicano nel non volersi spogliare del desiderio di essere protagonisti: i primi, della croce; i secondi, della pace. E dimenticano che sia la croce sia la pace hanno già visto un protagonista che ha colmato qualsiasi sequela nel dolore e le ha dato senso, così come alla conso-lazione della resurrezione. Questi due gruppi di persone, nemiche della croce di Cristo, esagerano, «vanno oltre» la dottrina della comunità (2 Gv 9); fabbricano un’alternativa alla statura del loro egoismo, sono deliranti, «contaminano il proprio corpo, disprezzano il Signore e insultano gli angeli» (Gdc 9).

 

21,36 Vegliare pregando [4]

 

In questo stare saldi c’è una dimensione escatologica. C’è Stefano, in Atti 1,55, che vede Gesù stare alla destra di Dio. C’è una dimensione cultuale: «Ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto» (Eb 10,11). «Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo» (Lc 21,36). Insomma, resistere, stare saldi, non è un atto isolato o l’insieme di atti momentanei: è un’azione aperta al tempo e all’eternità; per questo ha un senso cultuale ed escatologico. Trascende il momento e guarda al tempo, e pertanto guarda al procedere del popolo di Dio. Anche indietreggiare ha un senso escatologico, perché significa tornare al peccato: «State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù» (Gal 5,1).

Non è questione di vincere una battaglia, bensì d’intraprendere una guerra prolungata.

 

 

NOTE

 

[1] Discorso ai vescovi di recente nomina, 13 settembre 2018.

[2] Meditazione, 25 novembre 2016.

[3] PAPA FRANCESCO - J.M. BERGOGLIO, In lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book (Milano) - LEV (Città del Vaticano) 2013.

 

[4] La perseveranza nella vocazione, in J.M. BERGOGLIO, Natale, (Le parole di papa Francesco 1,) Corriere della sera, Milano 2014,55-65.


"Il Papa della mia

 

vicenda cristiana"

 

Ritratto spirituale di Paolo VI

 

Enzo Bianchi

 

 

Non ho conosciuto personalmente Paolo VI e non l’ho mai incontrato, a differenza di quanto mi è accaduto con i suoi successori. L’ho ascoltato, l’ho visto, certamente l’ho sempre letto, e devo confessare che ogni volta che sono chiamato a dire qualche parola sulla Chiesa e sull’evangelizzazione, rileggo i suoi scritti, che restano insuperati dallo stesso magistero papale successivo.

Questo lo ha detto in varie occasioni anche Papa Francesco, riferendosi soprattutto all’enciclica Ecclesiam suam (6 agosto 1964) e all’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi (8 dicembre 1975), testi che non hanno ancora indebolito né esaurito la loro forza ispiratrice, e perciò profetica, per la vita della Chiesa e dei cristiani nella storia degli uomini.

Paolo VI è stato il Papa della mia vicenda cristiana e monastica che, nata alla fine del concilio, è cresciuta durante gli anni del suo pontificato, assumendo quel profilo che è diventato forma vitae nostrae e trovando collocazione e comunione nella Chiesa. Qui vorrei solo ricordare un momento della sua vita che è stato vissuto da me e dalla mia comunità con un’intensità e una consapevolezza forti. Il 6 agosto, festa della Trasfigurazione del Signore, è la ricorrenza scelta da noi come festa della comunità, giorno in cui, nella gloria e nella luce del Cristo trasfigurato, celebriamo le professioni monastiche definitive, emettendo i voti davanti alla Chiesa.

Quel 6 agosto del 1978 avevamo vissuto la liturgia eucaristica nella quale un fratello e una sorella si impegnavano per sempre nella vita monastica, stringendo l’alleanza definitiva. Alla sera, nel chiarore dell’estate, eravamo nella chiesetta a celebrare compieta, e io stavo tenendo la monizione fraterna, invitando tutti al ringraziamento, quando un fratello venne a sussurrarmi nell’orecchio la notizia della morte di Paolo VI. Dopo qualche istante di silenzio dissi semplicemente: «Ecco, nel segno della trasfigurazione del Signore, nella bellezza della gloria del Signore, Paolo VI ha incontrato il volto da lui tanto amato. La sua morte alla sera di questo giorno riceve dal Signore il sigillo: ha amato Gesù Cristo e la sua bellezza umana e divina, e in questa luce il Signore lo ha preso con sé».

Ricordo ancora vivamente il modo in cui Paolo VI proclamava il termine “Cristo”: con voce convinta e vibrante, ripetendolo più volte, quasi in una litania nella quale egli vi accostava definizioni e attributi densissimi. Già in questa espressione, e nello stile con cui la pronunciava, si intuivano tutto l’amore, tutta la fede e tutta la speranza che Paolo VI poneva nel Signore Gesù. La sua vita spirituale — tutti l’hanno notato — era essenzialmente cristocentrica, perché Cristo, il Figlio di Dio e l’uomo nato da Maria, era al centro di ogni suo pensiero, parola e azione.

Restano memorabili le sue parole del 29 settembre 1963, nell’allocuzione di apertura della seconda sessione del concilio, quando volle raffigurarsi nel suo rapporto con Cristo ricorrendo a questa immagine: «Noi sembriamo quasi rappresentare la parte del nostro predecessore Onorio III che adora Cristo, come è raffigurato con splendido mosaico nell’abside della basilica di San Paolo fuori le Mura. Quel pontefice, di proporzioni minuscole e con il corpo quasi annichilito prostrato a terra, bacia i piedi di Cristo, che, dominando con la mole gigantesca, ammantato di maestà come un regale maestro, presiede e benedice la moltitudine radunata nella basilica, che è la Chiesa».

Questa è veramente l’icona capace di illustrare il rapporto vitale che Paolo VI viveva con il Cristo Signore. Egli aveva un profondo senso di umiltà e di indegnità personale, confessava la sua pochezza e il suo peccato, come Pietro quando disse a Gesù: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore» (Luca, 5, 8). Ma si sentiva anche un suo discepolo chiamato e amato, un successore di Pietro al quale Gesù continuava a chiedere nient’altro che l’amore: «Mi ami tu? (…) Pasci i miei agnelli» (Giovanni, 21, 15). Quante volte la penna di Paolo VI trascrive le parole di questo brano evangelico in cui Pietro è fatto pastore sull’unico fondamento del suo amore per Cristo!

La sera della sua elezione a Papa, il 21 giugno 1963, annota: «Sono nell’appartamento pontificio: impressione profonda di disagio e di confidenza insieme». E aggiunge: «Il mondo mi osserva, mi assale. Devo imparare ad amarlo veramente. La Chiesa qual è. Il mondo qual è. Quale sforzo! Per amare così bisogna passare per il tramite dell’amore di Cristo: mi ami? Pasci! O Cristo, o Cristo! Non permettere che io mi separi da te».

Cristo era per Paolo VI «il compagno inseparabile». Si può dire che lui viveva insieme a Cristo (cfr. 1 Tessalonicesi, 5, 10), e tutto ciò che pensava, viveva, decideva, diceva e scriveva, sembra averlo fatto con accanto questa presenza. Segno di questo legame spirituale è anche un piccolo libretto, il Manuale Christianum (H. Dessain, Malines, 1914), contenente tra l’altro il Nuovo Testamento e L’imitazione di Cristo, che Paolo VI porterà sempre con sé, anche nei viaggi apostolici, fino al termine della sua vita.

Il Cristo in cui egli credeva e che amava era quello dei vangeli, letti con assiduità, meditati e pregati; vangeli certamente anche attualizzati grazie all’aiuto di varie opere su Cristo, in particolare di autori del novecento, ma soprattutto accostati come richiesto da L’imitazione di Cristo: attraverso la liturgia e l’ascesi cristiana che impegna a una continua reformatio di se stessi e delle realtà affidate a noi dalla volontà divina. Da tutti gli scritti di Paolo VI si riceve la testimonianza di una sequela sempre più intima di Cristo, che egli sente come Figlio di Dio venuto nel mondo attraverso l’incarnazione, ma per questo «Figlio dell’uomo» che «ha raffigurato in sé l’umanità nella sua tragica, immonda, conclusiva realtà: dolore e peccato. L’umanità lebbrosa di tutti i suoi mali, specchio del più spaventoso realismo; ognuno vi si ritrova. Ma perché?… Per far trovare noi stessi in lui; per assumere in sé ogni nostra sofferenza, ogni nostra miseria; per immensa, silenziosa, discreta ed effettiva simpatia. Per essere lui noi stessi», scrive nel 1971 in una lunga riflessione sulla passione di Gesù.

Paolo VI aveva un senso fortissimo del peccato dell’uomo, ma poneva questo peccato davanti a Cristo, confidando nella sua misericordia e nel suo perdono. Come non ricordare la grande preghiera litanica fatta nella basilica del Santo Sepolcro, durante il suo pellegrinaggio in Terra santa del gennaio 1964: «Siamo qui, Signore Gesù. Siamo venuti come i colpevoli che ritornano al luogo del loro delitto» e «tu sei la nostra redenzione e la nostra speranza».

Nel 1921, dunque appena ventiquattrenne, scriveva: «Desidero vederlo, Gesù, forse presto», e questo voler vedere il Signore è la sua ricerca essenziale, il filo conduttore di tutta la sua vita. In uno scritto di dieci anni dopo annota: «Voglio che la mia vita sia una testimonianza alla verità per imitare così Gesù Cristo, come a me si conviene» (cfr. Giovanni, 18, 37). Egli sceglie il nome di Paolo perché — confessa in una nota manoscritta dopo la sua elezione — l’apostolo era «amoroso di Cristo», amante di Cristo. Durante tutto il pontificato ha sentito rivolte a sé le parole del Signore: «Mi ami? (…) Pasci i miei agnelli». E nel Pensiero alla morte, il testo che è forse il più espressivo di Paolo VI, esclama in forma di preghiera: «Meraviglia delle meraviglie, il mistero della nostra vita in Cristo».

Il cristocentrismo di Paolo VI è un vivere con Cristo al centro, è un riconoscere Cristo come Signore, è una comunione con un Cristo che è compagno e amante. Cristo infatti «è il centro della storia e del mondo; egli è colui che ci conosce e che ci ama; egli è il compagno e l’amico della nostra vita», dice a Manila il 29 novembre 1970. Davvero «Paolo VI ha saputo testimoniare, in anni difficili, la fede in Gesù Cristo. Risuona ancora, più viva che mai, la sua invocazione: “Tu ci sei necessario, o Cristo!”. Sì, Gesù è più che mai necessario all’uomo di oggi, al mondo di oggi, perché nei “deserti” della città secolare lui ci parla di Dio, ci rivela il suo volto», ha detto Papa Francesco il 22 giugno 2013.

La prima enciclica di Paolo VI, l’Ecclesiam suam, è affidata alla Chiesa il 6 agosto del 1964, a poco più di un anno dall’inizio del pontificato. Non vuole essere un’enciclica dottrinale — dice il Papa — ma piuttosto esortativa e confortante, con uno stile aperto, non polemico ma spirituale. In questo testo, in cui fa ricorso a fonti essenzialmente bibliche, Paolo VI insiste in modo particolare sulla riforma della Chiesa, indicando un itinerario preciso, ovvero i tre assi portanti dell’enciclica: coscienza, rinnovamento, dialogo. La Chiesa deve «riflettere su se stessa», «approfondire la coscienza ch’ella deve avere di sé» (Ecclesiam suam, 19), sentirsi una. Ma quest’atto riflessivo altro non è che postura di ascolto e di obbedienza alla parola di Dio, docilità a Cristo Signore (cfr. Ecclesiam suam, 21 e 28).

Nella Chiesa Paolo VI vuole vedere il volto di Cristo, la sposa bella e pronta per il suo sposo (cfr. Efesini, 5, 27; Apocalisse, 21, 2) sempre rivolta con lo sguardo al Signore ma, nello stesso tempo, capace di collocarsi nella storia umana con lo stesso paradigma dell’incarnazione, cioè con il dialogo, quindi facendosi strumento di quel dialogo che Dio tesse con l’umanità. Il dialogo appare costitutivo della Chiesa, connesso alla sua intima natura e ragion d’essere. Così dunque il Papa si esprime in un passaggio dell’enciclica giustamente divenuto celebre: «La Chiesa deve venire a dialogo con il mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa conversazione» e questo dialogo «deve ricominciare ogni giorno; e da noi prima che da coloro ai quali è rivolto» (Ecclesiam suam, 67 e 79).

E già a Betlemme il 6 gennaio 1964 aveva esclamato: «Noi guardiamo al mondo con immensa simpatia. E se anche il mondo si sentisse estraneo al cristianesimo e non guardasse a noi, noi continueremmo ad amarlo perché il cristianesimo non potrà sentirsi estraneo al mondo».

Se la salvezza passa attraverso lo spirito della relazione con Dio in Gesù, parola definitiva di Dio all’umanità (cfr. Giovanni, 1, 18; Ebrei, 1, 2), allora il dialogo è la forma e il contenuto con cui la Chiesa obbedisce al suo Signore e si pone a servizio dell’umanità, perché «tutto ciò che è umano ci riguarda» (Ecclesiam suam, 101). Ecco il nuovo stile che Paolo VI chiede alla Chiesa di adottare nel mondo contemporaneo: uno stile che è direttamente buona notizia, vangelo, in quanto afferma che il modo della presenza è tanto essenziale quanto il suo contenuto, che il modo di stare della Chiesa tra gli uomini è già messaggio. Così il dialogo diventa per Paolo VI un’arte di comunicazione spirituale, in cui chiarezza, mitezza, fiducia diventano anche carità della Chiesa verso ogni uomo e donna nel mondo: «La Chiesa si è quasi dichiarata l’ancella dell’umanità», dice Paolo VI il 7 dicembre 1965 nell’ultima sessione pubblica del concilio. «La Chiesa è l’ancella dell’uomo, la Chiesa crede in Cristo che è venuto nella carne e perciò serve l’uomo, ama l’uomo, crede nell’uomo», gli ha fatto eco Papa Francesco il 22 giugno 2013. Potremmo dire che Paolo VI ha gettato su di noi il mantello di una sapienza profetica e di uno stile di ascolto e di dialogo che la Chiesa solo ora inizia a imparare e a praticare.

Il terreno per l’evangelizzazione è dunque preparato, e quando Paolo VI scriverà l’Evangelii nuntiandi, il suo magistero più profetico e tuttora insuperato che Papa Francesco il 22 giugno 2013 ha definito «il documento pastorale più grande che è stato scritto fino a oggi», la Chiesa potrà ricordare che la parola di Dio è prima e che la conversione è seconda, ma è assolutamente necessaria affinché vi sia dialogo tra la Chiesa e il mondo. L’Evangelii nuntiandi è il paradigma del pensiero teologico-spirituale di Paolo VI ed esprime la sua postura di cristiano e di apostolo. Di un cristiano che cerca di portare il Vangelo nel mondo, non certo identificandolo con una cultura; anzi, il Vangelo spogliato da ogni cultura ma che sa entrare nel tessuto delle culture senza asservirsi ad alcuna, restando “buona notizia” che deve essere comunicata certamente mediante una buona comunicazione, ma soprattutto attraverso la testimonianza. Insomma un Vangelo vissuto, ovvero la coerenza e lo stile del cristiano che vive ciò che annuncia. Al riguardo, non si può non citare uno splendido passaggio di questa esortazione: «La Buona Notizia è anzitutto proclamata mediante la testimonianza. Ecco: un cristiano o un gruppo di cristiani, in seno alla comunità d’uomini nella quale vivono, manifestano capacità di comprensione e di accoglimento, comunione di vita e di destino con gli altri, solidarietà negli sforzi di tutti per tutto ciò che è nobile e buono. Ecco: essi irradiano, inoltre, in maniera molto semplice e spontanea, la fede in alcuni valori che sono al di là dei valori correnti, e la speranza in qualche cosa che non si vede, e che non si oserebbe immaginare. Allora con tale testimonianza senza parole, questi cristiani fanno salire nel cuore di coloro che li vedono vivere, domande irresistibili: perché sono così? Perché vivono in tal modo? Che cosa o chi li ispira? Perché sono in mezzo a noi? Ebbene, una tale testimonianza è già una proclamazione silenziosa, ma molto forte ed efficace della Buona Notizia» (Evangelii nuntiandi, 21). Paolo VI aveva una fede profonda nella dýnamis della parola di Dio: anche in questo era davvero paolino (cfr. per esempio Romani, 1, 16: «il Vangelo è dýnamis, potenza di Dio») e credeva fermamente che la Parola può compiere la sua corsa nel mondo (cfr. 2 Tessalonicesi, 3, 1), se coloro che la annunciano la vivono come l’ha vissuta Gesù Cristo.

 

 

(L'Osservatore Romano - 24 novembre 2018)




La venuta del figlio dell'uomo nella gloria

 

 

 

 

18 novembre 2018

 

XXXIII domenica del tempo Ordinario

Mc 13,24-32

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:

«24In quei giorni, dopo quella tribolazione,

il sole si oscurerà,

la luna non darà più la sua luce,

25le stelle cadranno dal cielo

e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.

26Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. 27Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo.

28Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina. 29Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte.

30In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. 31Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

32Quanto però a quel giorno o a quell'ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre.»

 

Con questa domenica termina la lettura cursiva del vangelo secondo Marco, che abbiamo ascoltato nell’assemblea domenicale lungo tutta l’annata liturgica B.

 

Le parole di Gesù su cui oggi meditiamo sono quelle da lui pronunciate negli ultimi giorni della sua vita, prima della passione e morte; parole da lui rivolte sul monte degli Ulivi ai quattro discepoli della prima ora (cf. Mc 1,16-20), quelli a lui più vicini: Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea (cf. Mc 13,3). Il cosiddetto “discorso escatologico” è molto lungo – occupa tutto il capitolo 13 – e vuole essere una risposta alla domanda circa il tempo successivo alla vicenda terrena di Gesù: cosa accadrà? Servendosi di idee e immagini tratte dai libri profetici, Gesù annuncia che il tempio di Gerusalemme, che si ergeva maestoso davanti a lui e ai discepoli, andrà in rovina (cf. Mc 13,2), che ci saranno eventi che causeranno grande sofferenza agli umani (cf. Mc 13,5-23) e che alla fine – è il tema del nostro brano – il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria per compiere il giudizio ultimo e definitivo (cf. Mt 25,31-46). Questo discorso di Gesù è un messaggio in un linguaggio codificato, secondo il genere apocalittico, un linguaggio che vuole essere rivelativo, profetico, pur risultando a volte oscuro, di difficile interpretazione.

 

Noi ne leggiamo per l’appunto solo la parte finale, l’annuncio della venuta gloriosa del Messia, quando si sarà verificata la distruzione del tempio e sarà passato il tempo della storia, nella quale guerre, calamità e persecuzioni si faranno dolorosamente presenti nella vita di uomini e donne (come vediamo da che mondo è mondo…). Dopo la terribile prova che investirà l’intera umanità, il popolo di Israele e la chiesa del Signore, ci sarà uno sconvolgimento di tutto l’assetto dell’universo creato. Non lasciamoci spaventare dalle parole di Gesù, ma intimorire sì, perché essere rivelano la “verità” di questo mondo che Dio ha creato, voluto e sostenuto, ma che avrà un termine, una fine: come c’è una fine personale, la morte, così ci sarà una fine di questo mondo. Gesù vuole parlare di questi eventi, per rivelare una realtà dai tratti indescrivibili. La creazione subirà un processo di de-creazione, potremmo dire un ritorno all’in-principio (cf. Gen 1,1-2), ma in vista di una nuova creazione, di un mondo nuovo, con cieli e terra nuovi (cf. Is 65,17; 66,22; 2Pt 3,13; Ap 21,1). Queste immagini non vogliono significare distruzione, decomposizione, scomparsa della materia, ma la fine degli attuali assetti della creazione, in preda alla sofferenza, al male e alla morte, per una ri-creazione, una trasfigurazione che non riusciamo neppure a immaginare.

 

Ecco allora le immagini apocalittiche, ispirate da fenomeni che l’uomo contempla, ma che sono transitori, dunque non distruttori della vita: il sole che si eclissa definitivamente, la luna che perde la sua luce, le stelle che cadono dal cielo… Immagini evocatrici della fragilità dell’assetto del nostro universo, che non è eterno, che – come ci assicurano anche le scienze – ha avuto un inizio e avrà una fine. E tuttavia questo universo, che agli occhi dei credenti nel Signore Gesù “geme e soffre le doglie del parto” (Rm 8,22), è un universo voluto da Dio e che Dio salverà, trasfigurandolo in dimora del suo Regno.

 

Proprio in questa “crisi” cosmica si manifesterà il Figlio dell’uomo, farà la sua parusia in modo glorioso, venendo dai cieli, nella luce definitiva che vincerà per sempre le tenebre: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria” (cf. Dn 7,13-14). Lo ripeto: la venuta finale del Signore non nega la storia, ma vuole trasfigurare il nostro mondo. Ma in verità anche questo evento chi può descriverlo? I cristiani hanno dipinto o rappresentato in mosaici nelle absidi delle chiese il Veniente nella gloria, seduto sull’arcobaleno, giudice di tutto l’universo, Pantokrátor (2Cor 6,18; Ap 1,8; 4,8, ecc.), cioè colui che tiene insieme tutte le cose; ma nel farlo hanno dovuto ispirarsi alla parusia, all’ingresso glorioso dei re e degli imperatori, rivestendo il Figlio di Dio e Figlio dell’uomo dei tratti di una gloria umana.

 

In realtà, non sappiamo in che forma contempleremo il Signore veniente; possiamo solo dire che allora lo riconosceremo tutti, anche quelli che durante la loro vita non l’hanno mai riconosciuto nell’affamato, nell’assetato, nel malato, nello straniero, nel carcerato, nell’ignudo (cf. Mt 25,31-46). Anche quelli che hanno trafitto Gesù o hanno trafitto il povero, la vittima, allora lo riconosceranno, si batteranno il petto (cf. Ap 1,7) e capiranno che le trafitture inferte all’altro, al fratello o alla sorella, erano trafitture che raggiungevano il Signore, il quale ora si mostra giudice misericordioso ma temibile. Sarà quella anche l’ora del raduno di tutti gli eletti, i giusti, quelli che hanno vissuto esercitando fiducia nell’altro, sperando insieme agli altri, amando chi avevano accanto e, con il loro comportamento, rendevano prossimo, vicino. I figli di Dio dispersi saranno finalmente una comunione, che non conoscerà più né morte, né male, né peccato (cf. Is 35,10; Ap 21,4).

 

Quando questo accadrà (cf. Mc 13,4)? In un giorno che nessuno conosce, eppure è un giorno certo, è una promessa di Dio che si realizzerà. Non è il “quando” che conta, bensì la fiduciosa certezza di un futuro orientato dalla promessa del Signore: “Io vengo presto!” (Ap 22,20). I discepoli di Gesù non devono dunque chiedere “quando?”, ma devono piuttosto chiedersi se loro stessi saranno pronti ad accogliere quell’evento della parusia come salvezza, se saranno capaci di gioire davanti alla venuta del Figlio dell’uomo, se avranno saputo sperare con perseveranza in quell’ora: un’ora che è un segreto, perché neanche l’uomo Gesù la conosceva, e neppure gli angeli, ma solo il Padre. Per questo i credenti imparino a osservare la storia con spirito di discernimento, leggendo i “segni dei tempi”. Gesù, del resto, lo aveva constatato, con un certo stupore che è anche un’esortazione: “Sapete interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi?” (Mt 16,3). Domanda che sempre ci intriga e accende la nostra responsabilità, chiamando in causa il nostro discernimento…

 

La venuta del Figlio dell’uomo sarà come l’estate che i contadini sanno prevedere, guardando soprattutto la pianta di fico: quando il fico, per il risalire della linfa, intenerisce i suoi rami e si aprono le gemme rimaste chiuse per tutto l’inverno, allora sta per scoppiare l’estate. Così, se il credente sa leggere la storia, aderendo alla realtà quotidiana della vita umana e ascoltando la parola di Dio che sempre risuona nel suo “oggi” (cf. Sal 95,7), allora sarà pronto per l’ora della venuta temibile e misericordiosa del Signore. Si tratta – come si legge nella conclusione del discorso (cf. Mc 13,33-37), quella con cui abbiamo aperto l’anno liturgico, nella I domenica d’Avvento – di vegliare, di restare vigilanti, desti, capaci di esercitare l’intelligenza per discernere e non essere trovati addormentati o spiritualmente intontiti…

 

Sarà la fine? Sì, ma quella fine porta un nome: è il Signore Gesù Cristo, Figlio dell’uomo e Figlio di Dio, uomo e Dio che è venuto nel mondo, da Dio qual era (cf. Fil 2,6), per farsi uomo, e verrà nella gloria perché l’uomo diventi Dio. Allora, finalmente, Dio sarà tutto in tutti (cf. 1Cor 15,28): tutta l’umanità sarà in Dio e ognuno di noi sarà il Figlio di Dio.


Nessuno vive

 

solo per se stesso

 

Enzo Bianchi

 

 

È terminato il sinodo dei vescovi dedicato a “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” e ora attendiamo con fiducia le ricadute nelle chiese e nelle realtà locali di quei giorni di preghiera, lavoro, dialogo, discernimento comunitario e dei documenti che ne sono scaturiti e ne scaturiranno.

Tornando al mio monastero ritrovo nella mia bisaccia di mendicante i volti così diversi di tanti giovani che le parole dei padri sinodali hanno saputo tratteggiare, sovente anche attraverso tonalità di luce contrastanti.

A loro, da anziano che li guarda con simpatia e cerca ogni giorno di ascoltarli, chiederei di meditare su una semplice verità: nessuno vive per se stesso e solo da se stesso. La sua felicità, il suo bene dipendono sempre anche dal tessuto di rapporti che ognuno crea, custodisce, sviluppa ogni giorno. E in questo tessuto un giovane deve scoprire di essere debitore verso molti altri che gli hanno reso possibile il suo presente, sacrificando qualcosa o molto del loro presente: altri hanno faticato, operato rinunce, a volte hanno dato la vita o, perlomeno, l’hanno spesa affinché il loro mondo fosse più umano. Molti hanno lavorato all’umanizzazione della società e della vita, hanno sacrificato qualcosa del loro presente affinché il futuro fosse più vivibile, più umano. E questo debito è ancora più grande per i giovani che vivono in una condizione ancora ignota a molti, troppi loro coetanei, immersi in un presente segnato da miseria, fame, guerra, migrazione forzata…

È importante esserne consapevoli, perché se i giovani non dimenticano il loro passato né le sofferenze di tanti loro compagni di cammino ai quattro angoli del mondo, allora non sono tentati di appiattire il loro presente solo al fine del godimento; non sono tentati di crescere dandosi un comportamento individualistico, egoistico, in cui pensano solo a se stessi senza gli altri, magari a costo di mettersi contro gli altri. Un giovane che comprende il suo essere debitore verso gli altri, il suo aver ricevuto dagli altri, sente di avere responsabilità neo confronti degli altri e del futuro collettivo della società e dell’umanità intera: ecco come uno scopre, assume l’etica, che è sempre un guardare alla convivenza, alla communitas, in modo da vivere con gli altri nel rispetto, nella giustizia, nella collaborazione, nella solidarietà, in modo da godere insieme della vita piena, della pace, fino a sperare insieme…

E così un giovane scopre il bisogno di autodominio, di autocontrollo, impara a discernere tra le proprie voglie ciò che è possibile, ciò che è buono, ciò che costruisce la vita insieme agli altri. Si tratta di assumere la disciplina che non cede a concessioni continue a ciò che si vuole, si sente, si desidera, a ciò che soddisfa. Essere intelligenti, esercitare un giudizio, mettere in atto tutte le proprie facoltà intellettuali è un dono e una responsabilità. La vita infatti è complessa, sempre esposta al male e al bene, tentata dal demonio e nel contempo attirata dalle energie dello Spirito santo. Immerso in questo contesto, il cristiano è chiamato, indipendentemente dalla sua età, a leggere il futuro, a scegliere un’azione piuttosto che un’altra, ad accogliere o rifiutare una chiamata. Proprio qui si situa la necessità del discernimento, carisma che va invocato, custodito e costantemente affinato; fino a possedere, se Dio la concede, quella chiaroveggenza spirituale che è vera partecipazione allo sguardo di Dio sugli uomini, sulle cose e sugli eventi, attraverso un progressivo cedere alla sua grazia che ci attira.

Compito non facile, quello del discernimento quotidiano, soprattutto per un giovane sollecitato da chi ha interesse a orientare in un determinato senso le scelte, per trarne profitto a breve o a lungo termine. Eppure compito ineludibile: non esistono infatti scelte individuali che non abbiano effetto di bene o di male sulla vita sociale, sul futuro di tutti! L’esistenza di un giovane deve saper vivere anche le rinunce, anche il sacrificio, ma è in questo modo che si conosce la beatitudine della comunione dell’amicizia, dell’amore: e allora si può vivere sperando, sì sperando…

 

Ha scritto sant’Agostino: «In tutte le cose umane nulla è bene per l’uomo, se l’uomo non ha uomini amici». Si vive umanamente bene solo se fin da giovani condividiamo, se siamo responsabili gli uni degli altri, se conosciamo la dolcezza della societas, la bontà della communitas.


Due figure di cristiani

 

Domenica XXXII del T.O. (B)

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

Vedova 2

 

12, 38-41 Due figure di cristiano

 

Il brano del Vangelo si compone di due parti: una in cui si descrive come non devono essere i seguaci di Cristo; l’altra in cui viene proposto un ideale esemplare di cristiano.

 

Come non deve essere il cristiano

Cominciamo dalla prima: cosa non dobbiamo fare. Nella prima parte Gesù addebita agli scribi, maestri della legge, tre difetti che si manifestano nel loro stile di vita: superbia, avidità e ipocrisia.

A loro – dice Gesù - piace “ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti” (Mc 12,38-39). Ma sotto apparenze così solenni si nascondono falsità e ingiustizia. Mentre si pavoneggiano in pubblico, usano la loro autorità per “divorare le case delle vedove” (cfr v. 40), che erano considerate, insieme agli orfani e agli stranieri, le persone più indifese e meno protette. Infine, gli scribi “pregano a lungo per farsi vedere” (v. 40).

Anche oggi esiste il rischio di assumere questi atteggiamenti. Ad esempio, quando si separa la preghiera dalla giustizia, perché non si può rendere culto a Dio e causare danno ai poveri. O quando si dice di amare Dio, e invece si antepone a lui la propria vanagloria, il proprio tornaconto.

 

Come deve essere il cristiano

E in questa linea si colloca la seconda parte del Vangelo di oggi. La scena è ambientata nel tempio di Gerusalemme, precisamente nel luogo dove la gente gettava le monete come offerta. Ci sono molti ricchi che versano tante monete, e c’è una povera donna, vedova, che mette appena due spiccioli, due monetine. Gesù osserva attentamente quella donna e richiama l’attenzione dei discepoli sul contrasto netto della scena. I ricchi hanno dato, con grande ostentazione, ciò che per loro era superfluo, mentre la vedova, con discrezione e umiltà, ha dato “tutto quanto aveva per vivere” (v. 44); per questo - dice Gesù - lei ha dato più di tutti. A motivo della sua estrema povertà, avrebbe potuto offrire una sola moneta per il tempio e tenere l’altra per sé. Ma lei non vuole fare a metà con Dio: si priva di tutto. Nella sua povertà ha compreso che, avendo Dio, ha tutto; si sente amata totalmente da Lui e a sua volta Lo ama totalmente. Che bell’esempio quella vecchietta!

 

Non è questione di portafoglio, ma di cuore

Gesù, oggi, dice anche a noi che il metro di giudizio non è la quantità, ma la pienezza. C’è una differenza fra quantità e pienezza. Tu puoi avere tanti soldi, ma essere vuoto: non c’è pienezza nel tuo cuore. Pensate, in questa settimana, alla differenza che c’è fra quantità e pienezza. Non è questione di portafoglio, ma di cuore. C’è differenza fra portafoglio e cuore… Ci sono malattie cardiache, che fanno abbassare il cuore al portafoglio… E questo non va bene! Amare Dio “con tutto il cuore” significa fidarsi di Lui, della sua provvidenza, e servirlo nei fratelli più poveri senza attenderci nulla in cambio.

 

Un aneddoto

Mi permetto di raccontarvi un aneddoto, che è successo nella mia diocesi precedente. Erano a tavola una mamma con i tre figli; il papà era al lavoro; stavano mangiando cotolette alla milanese… In quel momento bussano alla porta e uno dei figli – piccoli, 5, 6 anni, 7 anni il più grande - viene e dice: “Mamma, c’è un mendicante che chiede da mangiare”. E la mamma, una buona cristiana, domando loro: “Cosa facciamo?” - “Diamogli, mamma…” - “Va bene”. Prende la forchetta e il coltello e toglie metà ad ognuna delle cotolette. “Ah no, mamma, no! Così no! Prendi dal frigo” – “No! facciamo tre panini così!”. E i figli hanno imparato che la vera carità si dà, si fa non da quello che ci avanza, ma da quello ci è necessario. Sono sicuro che quel pomeriggio hanno avuto un po’ di fame… Ma così si fa!

Di fronte ai bisogni del prossimo, siamo chiamati a privarci – come questi bambini, della metà delle cotolette – di qualcosa di indispensabile, non solo del superfluo; siamo chiamati a dare il tempo necessario, non solo quello che ci avanza; siamo chiamati a dare subito e senza riserve qualche nostro talento, non dopo averlo utilizzato per i nostri scopi personali o di gruppo.

 

Alla scuola della vedova

Chiediamo al Signore di ammetterci alla scuola di questa povera vedova, che Gesù, tra lo sconcerto dei discepoli, fa salire in cattedra e presenta come maestra di Vangelo vivo. Per l’intercessione di Maria, la donna povera che ha dato tutta la sua vita a Dio per noi, chiediamo il dono di un cuore povero, ma ricco di una generosità lieta e gratuita.

 

12,40.42 La Chiesa vedova dà tutto ciò che le resta per vivere [1]

 

Quando le viene “strappato lo sposo”, la sposa piange, rimane sola, vedova. È la manifestazione della “vedovanza della Chiesa” che aspetta la venuta definitiva dello Sposo. La Chiesa vedova che è perseguitata dagli approfittatori (Mt 23, 14; Mc 12,40; Lc 20,47). La Chiesa vedova che serve il Signore con la preghiera e il digiuno e che non smette di insistere e intercedere per le necessità sue e dei suoi figli (Lc 18, 3). La Chiesa vedova che dà tutto ciò che le resta per vivere (Mc 12,42; Lc 21, 2), affinché il suo sacrificio sia culto in onore dello Sposo che aspetta nel suo cuore. La Chiesa vedova, per la quale ciascuno dei figli è “figlio unico” con il nome con il quale lo ha dato alla luce nel Battesimo, e tanto più “unico” quanto più è morto nel Regno: per questo piange, per questo unico figlio (Lc 7,12) .

 

12,42 Andare avanti, tutto offrendo [2]

 

La storia della salvezza continua a progredire in mezzo agli uomini. La Chiesa, sposa e vedova, vergine e madre, santa e peccatrice, si avvia verso le nozze definitive (Ap 21,2), offrendo tutto ciò che possiede per vivere (Mc 12, 42; Lc 21, 2). In questa storia il Signore si manifesta a ciascun uomo e a ciascuna donna, si manifesta alla sua Chiesa anche tra le vicissitudini della vita, le quali sono sempre caratterizzate da grazia e peccato. La spiga fertile, carica di grano, è cresciuta accanto a quella debole e anche accanto alla zizzania. E il dubbio circa la manifestazione del Signore, circa il suo tempo o la sua autenticità, non è risparmiato a nessuno. La perplessità riguarda sia il discepolo sia il nemico, e questa perplessità implica sempre un’esortazione di Dio ad andare avanti, a lasciarsi toccare dalla manifestazione della grazia, a permettere lo svelamento del Signore.

 

12,41-44 “Guardiamo le mani” [3]

 

Un gesto piccolissimo…

Il Vangelo ci presenta un avvenimento piccolissimo, un fatto successo in due secondi, così rapido e compiuto in modo così riservato che nessuno se ne rese conto. L’unico a rendersene conto fu Gesù. Questi l’apprezzò e quindi lo fece notare ai suoi discepoli (Mc 12,41-44). E perciò si è trasformato in un gesto grande, in un insegnamento per tutti. In mezzo a tutta la gente che dava l’elemosina, Gesù notò una donna povera che aveva perso suo marito e si occupava da sola della sua famiglia. Questa signora mise nel tesoro del Tempio le due monetine che aveva da parte per mangiare quel giorno. Due monetine che non fecero il rumore delle grandi monete d’argento, eppure il loro tintinnio risuonò come una preghiera nel cuore di Gesù […].

 

…che vede solo chi guarda con il cuore

Ci sono cose che se non si guarda il cuore della gente come fa Gesù, non si capiscono o vengono male interpretate. L’amore e la fede con cui quella donna buona mise la sua offerta tra le offerte per i poveri, soltanto Gesù li comprese. Lei ebbe fiducia e si giocò tutta la sua speranza nelle mani di Dio. La sua logica fu: io sto male, ma aiuterò qualcuno che sta peggio di me e con questo gesto implorerò il Signore che si ricordi di me e benedica i miei figli. E il Signore, che fa la posta a questi piccoli dettagli tipici di coloro che amano molto, la vide e il suo gesto rimase inciso nella Parola viva del Vangelo come il modello per tutti quei piccoli gesti che ci riempiono di speranza.

 

.. e restano nel cuore di Gesù

A volte sul giornale escono notizie come questa: l’altro giorno una mamma molto povera ha restituito una somma di denaro che aveva trovato nel suo carrello. Sono gesti che sui giornali durano un giorno, ma nel cuore di Gesù i gesti di quelle mani che danno con speranza, di quelle mani che restituiscono con onestà, restino incisi pei sempre.

 

Guardiamo le mani di san Gaetano e le nostre…

Il motto di quest’anno è “Non scoraggiamoci, nella mano di san Gaetano troveremo la via per ricominciare” [5]. Notate, ci parla di non scoraggiarci, di avere speranza, e concentra tutto nella mano di san Gaetano. Quando si vuole sapere se qualcuno ha speranza o è scoraggiato, bisogna guardargli le mani.

Oggi guarderemo le mani. Le mani di san Gaetano che reggono il Bambino Gesù e la spiga. E guardiamo anche le nostre mani, una che stringe due monetine per l’elemosina e l’altra con cui accarezziamo l’immagine [di san Gaetano], e gli affidiamo la debolezza della nostra famiglia, la nostra debolezza personale, le nostre invocazioni e la nostra gratitudine, tutte le nostre speranze, intrise di lacrime... Ci sono tante cose in queste mani che curano la debolezza, che spezzano il pane, che prendono grazia e danno ciò che hanno! In queste mani c’è il segreto per ricominciare, per riprendere il cammino senza scoraggiarci, pieni di una speranza che non tradisce mai.

 

Mano che stringe

Mano nella mano con il Bambino Gesù vogliamo stringere forte la mano della nostra famiglia. Soprattutto in questi tempi in cui la famiglia viene tanto aggredita, e la si vuole distruggere in tante maniere diverse. Così, ben stretta e calda, la mano del Bambino trasforma la nostra debolezza in fortezza. Mano nella mano con san Gaetano vogliamo stringere la mano di tutti gli argentini, specie di quelli che non hanno più speranza, per ricevere così, tutti insieme, il dono della pace e il dono del lavoro. Dio nostro Padre dà questi doni a quelli che vogliono includere tutti. E se Egli li offre a tutti noi, nessuno escluso, nessuno ce li può negare. Sono un diritto inalienabile. Il pane e il lavoro che riceviamo assieme e che condividiamo riguardano la nostra dignità, di persone e di nazione. Recuperarli per tutti può essere più o meno faticoso. A volte vanno pretesi, a volte richiesti, e sempre condivisi... Ma con la consapevolezza che non si tratta di elemosina: è giustizia.

 

Mani per ricevere e donare

Con la mano con cui prendiamo grazia vogliamo riconoscere che ogni dono e ogni giustizia vengono anzitutto dalle mani di Dio prima che di qualsiasi uomo, prima che dalla mano dura o morbida di qualsiasi governo, prima che dalla “mano invisibile” di qualsiasi sistema economico.

E mentre diamo due monetine con l’altra mano, vogliamo attestare che siamo liberi e sovrani perché siamo padroni di dare, infatti nella nostra povertà e debolezza prima diamo e poi chiediamo.

Dacci la mano, Bambino Gesù! Come ce la danno i nostri figli, che hanno fiducia in noi. Vogliamo recuperare il coraggio di guardare avanti e dare tutto per loro. Loro sono la speranza del nostro popolo e non vogliamo defraudarli.

 

Dacci la mano che regge la spiga

Dacci la mano, san Gaetano! Quella mano che regge la spiga, e fai sì che la speranza del pane e del lavoro di ogni giorno risollevi le nostre braccia cadute. Vogliamo essere un popolo che lavora come hanno lavorato i nostri avi, e vogliamo che questa memoria cancelli qualsiasi falsa illusione che il pane si possa guadagnare senza il sudore della nostra fronte.

Dacci la mano, Padre del cielo! Fa’ che prendendo la grazia dal santo sentiamo la tua Provvidenza di Padre. Tu sai bene di che cosa abbiamo bisogno, in te confida la nostra famiglia, la famiglia argentina. Vogliamo essere un popolo che si sa curato nella sua debolezza. Nessuno possa dire che ci abbandoni, Signore. Per l’onore del tuo nome!

Dacci la mano, Madonnina, Madre nostra! Sta nella tua mano la nostra speranza. Tu sei quella che ci dice: “Qualsiasi cosa Gesù vi dica, fatela” (Gv 2,5). Nel tuo linguaggio materno, questa raccomandazione tenera ed esigente rafforzi le nostre mani, le faccia diventare agili e industriose nel lavoro e piene della gioia laboriosa della carità. Tu sei la donna forte della nostra patria, che ogni giorno mette quelle due monetine che mancano nel tesoro di ogni famiglia, affinché a nessuno manchi il pane.

Dacci la mano, Signore, attraverso i tuoi santi!... E, mano nella mano di san Gaetano, non scoraggiamoci! Troveremo la via per ricominciare.

 

12,41-44 “I Dettagli” alimentano la speranza [6]

 

Per Gesù “i piccoli dettagli” sono molto importanti

Non dimentichiamo quei dettagli che per Gesù rivestono un’enorme importanza: il “piccolo dettaglio” della pecora smarrita (cfr Mt 18,12-14); del vino che stava per finire alla festa di nozze (cfr Gv 2,1-13); della vedova che offrì nel tempio le sue due monete (cfr Mc 12,41-44); di colui che non volle condonare un debito irrisorio nonostante gliene fosse stato condonato uno molto più consistente (cfr Mt 18,23-35); delle vergini che portano con sé l’olio di scorta per le lampade, nell’eventualità che lo sposo ritardi (cfr. Mt 25,1-13); di controllare quanti pani avesse a disposizione (cfr Mc 8,1-28); di preparare un fuoco di brace e qualche pesce in attesa dell’arrivo dei discepoli all’alba (cfr Gv 21,9-13 ); di chiedere a Pietro se davvero lo amasse (cfr ivi, 15-19); di non aver voluto curare le proprie piaghe.

 

… e di essi si prende cura

Questi gesti sacerdotali di Gesù alimentano la speranza: la speranza che non manchi nessuno, che la gioia non si esaurisca, ma anzi sia abbondante e feconda. La speranza che a Dio siano graditi i nostri atti di amore più segreti, e che tutti imparino l’arte del perdono. La speranza che prendersi cura della propria piccola fiamma contribuisca allo splendore del mondo. Che il pane basti per tutti, e che il Signore si trovi sempre sull’altra riva ad attenderci.

La speranza che, in fin dei conti, la cosa più importante per Dio sia averci come amici; che il dolore non venga dimenticato, ma che lui baci una a una le nostre piaghe quando saliremo in cielo, affinché esse testimonino una gloria umile e riconoscente.

 

 

NOTE

[1] L’epifania della sposa, in J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 128-139; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica alla luce della speranza, Oscar Mondadori Milano - LEV Città del Vaticano, 2014, 75-84.

[2] Per un approfondimento più ampio di questi versetti, vedi sopra le riflessioni al capitolo 2,18-20: “La presenza e l’assenza dello sposo”.

[3] Il cammino verso la manifestazione finale, in J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 139-143.

[4] Non scoraggiamoci, troveremo la via per ricominciare, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.J., Rizzoli, Milano 2016,240-243; Le mani di Dio in J.M. BERGOGLIO, Impegno, (= Le parole di papa Francesco, 12), Corriere della Sera, Milano 2015, 65-73; Troveremo la strada per ricominciare, Omelia nel santuario di San Gaetano, 7 agosto 2003, in PAPA FRANCESCO - J.M. BERGOGLIO, Servire gli altri, Jaca Book – LEV, Milano 2013.

[5] Omelia, festa di san Gaetano, Buenos Aires, 7 agosto 2003.

 

[6] Omelia, Messa crismale, 17 aprile 2003, in La speranza che Dio si prenda cura della nostra fragilità, J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013, 255-258. Un testo più ampio si trova in J.M.BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 212-214.


"Questa povera vedova ha dato tutta la sua vita"

 

 

11 novembre 2018

 

XXXII domenica del tempo Ordinario

Mc 12,38-44

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo Gesù 38diceva ai suoi discepoli nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, 39avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. 40Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».41Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. 42Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. 43Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. 44Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

 

Il brano evangelico di questa domenica ci testimonia un attacco molto duro di Gesù verso gli scribi e i farisei, diventati nel mondo cristiano figure tipologiche, che incarnano perfidia, ipocrisia, orgoglio. Attenzione però, perché qui si richiede da parte nostra un esercizio ermeneutico sapiente, che sappia anche essere “giusto”.

 

Gli scribi erano gli esperti delle sante Scritture, uomini che fin dall’infanzia si dedicavano alla lettura e allo studio della tradizione di Israele; giunti poi all’età matura, diventavano persone autorevoli, rabbini, “maestri”, dotati di poteri giuridici nelle diverse istituzioni giudaiche. I farisei – l’abbiamo sottolineato altre volte – erano invece un “movimento ecclesiale”, un gruppo che con zelo cercava di vivere la Legge di Mosè e la precettistica elaborata dai padri rabbinici. Erano semplici fedeli, appartenenti al popolo, e rappresentavano una componente forte, molto presente e anche missionaria all’interno di Israele. Certamente gli scribi e anche alcuni farisei furono avversari di Gesù, ma la polemica di Gesù, riattualizzata dagli evangelisti in un contesto di aspro confronto e di persecuzione dei cristiani, ritenuti dai farisei una setta eterodossa, riguardava soprattutto la loro postura di “persone religiose”. Nel riprendere questa polemica gli evangelisti intendevano inoltre denunciare quelli che nella chiesa cristiana avevano ormai assunto lo stesso stile. Si faccia dunque attenzione a non finire per leggere i vangeli in modo antigiudaico: non tutti gli scribi erano arroganti, non tutti i farisei erano ipocriti, anzi a volte i vangeli testimoniano di scribi vicini al regno di Dio (cf. Mc 12,34) e di farisei retti e giusti che sono stati ben disposti verso Gesù (cf. Lc 13,31).

 

Sì, c’è stato un conflitto aspro, ma Gesù oggi potrebbe rivolgere gli stessi duri avvertimenti a tanti ecclesiastici… Basta leggere con attenzione le parole rivolte da Gesù alla folla, che si potrebbero così parafrasare e attualizzare: “Diffidate degli scribi, degli esperti di Bibbia e di teologia! Quando escono, appaiono con vesti lunghe, filettate, addirittura colorate, indossano abiti sgargianti, si ornano di catene, di croci gemmate e preziose, cercano i volti di chi passa per essere salutati e riveriti, senza discernere le persone nel loro bisogno e nella loro sofferenza: volti che non sono guardati, ma chiamati a guardare! Nelle assemblee liturgiche hanno posti eminenti, cattedre e troni simili a quelli dei faraoni e dei re, e sono sempre invitati ai banchetti di potenti”. Davvero queste invettive di Gesù sono più che mai attuali: sono parole che dovrebbero farci arrossire e spingerci a interrogarci nel cuore su dove siamo finiti…

 

Quando si adotta questa postura di arroganza, si assume inevitabilmente uno stile che chiede ammirazione, che desidera adepti, che esige applausi da parte di persone devote. Per mantenere un tale atteggiamento occorre poi avere molto denaro, e così si finisce per divorare le case delle vedove ed esigere soldi proprio da parte dei più poveri, soldi derubati! È stato così ed è ancora così qua e là nella chiesa, e ognuno di noi in cuor suo conosce in quali modi, magari diversi da quelli stigmatizzati da Gesù, è tentato di apparire, di mostrarsi, di ricevere riconoscimenti e applausi anche nella vita ecclesiale! Non possiamo qui non rendere testimonianza a papa Francesco per i suoi richiami e i suoi sforzi in vista di una chiesa povera, nella quale “i primi”, quelli che governano o presiedano, non ricadano nei vizi degli uomini religiosi, che chiedono agli altri di dare gloria a Dio dando gloria proprio a loro, che si pensano suoi rappresentanti…

 

Gesù fa questi discorsi nel tempio, di fronte alla sala del tesoro, dove i fedeli, i pellegrini saliti a Gerusalemme, mettono le loro monete in “cassette per le offerte”. Come sempre, Gesù osserva, vede, comprende e discerne: sa cosa accade accanto a sé, è vigilante e trae dalla concreta realtà lezioni di vita. Qui che cosa vede? Nota che ci sono alcuni che mettono grandi somme di denaro: sono i ricchi, quelli che senza grande fatica e senza privarsi di qualcosa di essenziale, nella loro devozione possono mettere anche molto denaro nel tesoro del tempio. Anche di questo abbiamo avuto e abbiamo esperienza nella chiesa. Solo cinquant’anni fa i primi banchi in chiesa avevano la targa in ottone con incisi i nomi dei ricchi che avevano fatto grandi offerte, e quei banchi erano loro riservati. E i poveri? In fondo alla chiesa, in piedi, perché anche le sedie messe a disposizione erano a pagamento. Nulla di nuovo dunque!

 

Gesù però vede e discerne tra tutti una donna – per di più vedova –, cioè una persona che non conta nulla in un mondo dominato da uomini, che sentono anche il tempio come qualcosa che appartiene a loro: le donne, infatti, non facevano assemblea davanti a Dio come loro e con loro. Questa povera donna avanza tra molti altri, nella sua umiltà, e sembra che nessuno possa notarla. Gesù invece la nota e la addita tra tutti come “la vera offerente”, la vera persona capace di fare un dono, di dare gloria al Signore. Costei getta solo due spiccioli, due piccole monete di rame, cioè un quadrante, un quarto di soldo: una somma insignificante! Ma ecco che Gesù commenta il suo gesto e lo fa in modo solenne, introducendo le sue parole con: “Amen”, cioè: “È così, è la verità e io ve la dico”. “Amen, io vi dico: questa povera vedova ha gettato nella cassetta delle offerte più di tutti gli altri. Tutti, infatti, hanno preso dal loro superfluo; lei, invece, nella sua povertà, ha dato tutto quello che aveva, tutto quello che aveva per vivere (hólon tòn bíon autês; alla lettera, ‘tutta la sua vita’)”. E così ama Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutti i suoi beni, come chiede lo Shema‘ Jisra’el (cf. Dt 6,5).

 

Questa vedova, recatasi al tempio per dire il suo amore a Dio, non viene in contatto con Gesù, non riceve da lui nessuna parola diretta e – possiamo supporre – nemmeno si accorge che Gesù è presente e la vede. Non è una donna che conosce Gesù e crede in lui, è una figlia di Israele che cerca soltanto di osservare la volontà di Dio, che si affida totalmente a lui, che non grida sui tetti ciò che fa, che non suona la tromba davanti a sé per farsi notare (cf. Mt 6,2), ma aderisce alle parole dei profeti che proclamano i poveri privilegiati e amati da Dio. È un’icona dell’Israele povero e fedele, che dipende da Dio solo (cf. Sof 2,3; 3,12-13); è la contro-figura degli uomini religiosi che apparentemente osservano la Legge, dimenticando invece “la giustizia, la misericordia e la fedeltà” (Mt 23,23) e, anzi, divorando proprio le case delle vedove… Ma è anche simile a tanti poveri della terra che, nella loro pratica religiosa o anche nella loro “irreligiosità”, cercano di compiere ciò che è buono secondo la loro coscienza, e Gesù la indica come esemplare, come operatrice di bene, come esempio di dono totale. Questa donna, infatti, non dà, come gli altri, briciole di ciò che possiede; non dà l’offerta senza che ne consegua per lei una sofferenza; non offre denaro di cui non ha affatto bisogno, perché ne ha tanto in più: no, questa donna si spoglia di ciò che le era necessario per vivere, di tutto ciò che aveva, non di una sua porzione minima. Questa vedova è per Gesù un’immagine dell’amore che sa rinunciare anche a ciò che è necessario: ecco una donna anonima, ma una vera discepola di Gesù.

 

Oggi quando parliamo di “chiesa dei poveri” dovremmo fare memoriale di questa donna, discepola di Gesù nella chiesa dei poveri da lei inaugurata, e dovremmo interrogarci su cosa diamo a quelli meno muniti di noi, ai più poveri. Noi che facilmente buttiamo via il cibo, qualche volta diamo ai poveri qualcosa che ci costringe a sentire un bisogno, a fare a meno di ciò che ci piacerebbe possedere o consumare? Si fa troppo presto a dire “chiesa povera” o “di poveri”: ma noi ne facciamo parte o ne siamo esclusi?


 

Il coraggio di sognare

 

Tra papa Francesco e i giovani dialogo vero

 

Francesco Ognibene

 

Piano a snobbare i "sognatori": sono capaci di sorprendere chi li crede ingenui e illusi. Uno per tutti: «Mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa..."». Il sogno è una cosa seria, non va scambiato con l’astrazione inconcludente di chi si chiama fuori dalla storia per costruirsi un mondo a parte. C’è il sogno che vale una ritirata, ma anche quello che vede una realtà nuova, e ha bisogno di sottrarsi alla rassegnazione per alzare lo sguardo sul domani. Sognare spalanca la vita a progetti che faticano a star dentro la camicia di forza di compromessi e regole scritte da altri. È solo sognando che si può contemplare ciò che ancora non esiste e che tutti, attorno, ti spingono a credere inutile, faticoso, irrealizzabile. È così che si costruisce lo spazio nel quale può entrare il cambiamento di orizzonte, la rivoluzione di vita, l’idea e la parola che il mondo non conosce. È l’inaudito che diventa credibile.

Per questo nel silenzio creato dal sogno Dio può parlare all’uomo, riempie il cuore disposto a non accontentarsi, e convince che l’impossibile è tale solo per chi si contenta del prudente realismo. Così sbaraglia il castello di carte del calcolo e della convenienza col vento del nuovo. Chi sogna così passerà pure per matto ma custodisce il segreto che tutti, misteriosamente e una volta ancora ogni mattino, continua a muoverci malgrado ogni avversità: la speranza. Chi non sogna più smette anche di sperare, si contenta del menù passato da una vita al ribasso, e vallo a dire ai giovani che da qui in avanti la loro strada sarà tutta così. Giuseppe, poco più di un ragazzo, non era tipo da accontentarsi se Dio gli parlò in sogno capovolgendo i suoi progetti, evidentemente contando che poi, «destatosi, fece come gli aveva ordinato l’angelo». Un sognatore della massima affidabilità.

Solo detto questo, per capirci bene, risulta comprensibile perché Francesco ami tanto parlare di sogni. Lo fece anche rivolgendosi alla Chiesa italiana radunata a Firenze nel 2015 per il suo convegno decennale: «Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà». È il Papa che ha iniziato il suo ministero petrino nel giorno di san Giuseppe il "sognatore", che tiene nel suo studio una statuetta del santo patriarca dormiente affidandogli le richieste di preghiera che gli arrivano da ogni dove. E che ai giovani italiani che sabato sera al Circo Massimo gli rivolgevano domande in carne viva – tutt’altro che da ingenui – ha chiesto di capire un formidabile paradosso: bisogna svegliarsi per sognare, scendere dal letto per poter vedere il proprio futuro e mostrarlo a un mondo che i sogni non addomesticati dal mercato li liquida come vani e pericolosi. «I sogni sono importanti – ha detto Bergoglio sabato ai 70mila della magnifica veglia romana –. Tengono il nostro sguardo largo, ci aiutano ad abbracciare l’orizzonte, a coltivare la speranza in ogni azione quotidiana». I sogni, ha aggiunto (e ce n’è anche per noi adulti), «ti svegliano, ti portano in là, sono le stelle più luminose, quelle che indicano un cammino diverso per l’umanità» ormai troppo abituata ai «sogni della tranquillità», quelli «che addormentano» e che «fanno di un giovane coraggioso un giovane da divano». Tutt’altra è la strada dei sogni di futuro, veramente tali solo se «in grande», e condivisi: diversamente si trasformano in «miraggi o delirio di onnipotenza». Per questo «hanno bisogno di Dio» e del «noi», garanzie di autenticità.

I giovani che sono arrivati a Roma "#permillestrade", come da hashtag ufficiale, si sono conquistati la meta grazie alla loro fatica personale e hanno mostrato alla Chiesa e alla società che non li ferma nessuno se gli si sa dare vero ascolto senza temerne attese, domande, contraddizioni, insofferenze, richieste, ingenuità, sfacciataggini. Più spesso di quel che sembra dentro la loro anima in subbuglio ci sono i sogni che chi dovrebbe introdurli nel mondo sembra aver disattivato come notifiche moleste in una vita già data per satura.

 

Indubbiamente questi cammini italiani e l’incontro col Papa segnano un passo nuovo nel dialogo tra giovani e Chiesa, una consegna seria al Sinodo di ottobre: la consapevolezza che ci si può ritrovare nello spazio libero dei sogni e delle speranze grandi. Per niente di meno vale la pena destarsi.


Il primo comandamento

 

 

 

4 novembre 2018

 

XXXI domenica del tempo Ordinario

Mc 12,28-34

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo 28si avvicinò a Gesù uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». 29Gesù rispose: «Il primo è:Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; 30amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. 31Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c'è altro comandamento più grande di questi». 32Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all'infuori di lui; 33amarlo con tutto il cuore, con tutta l'intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 34Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

 

Uno scriba che ha appena ascoltato la discussione di Gesù con i sadducei a proposito della resurrezione dei morti (cf. Mc 12,18-27) e ha apprezzato la sua sapienza, si avvicina a lui per chiedergli: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”. Domanda che nasce da un’esigenza assai diffusa nell’ambiente religioso del tempo di Gesù: operare una sintesi dei precetti di Dio presenti nella Torah (613, secondo il Talmud babilonese), così da giungere all’essenziale, a ciò che costituisce l’intenzione profonda del cuore di Dio, della sua offerta di vita e di senso a tutta l’umanità.

 

Gesù risponde citando come primo comandamento l’inizio dello Shema‘Jisra’el (cf. Dt 6,4-9) ossia la grande professione di fede nel Signore Dio ripetuta tre volte al giorno dal credente ebreo, centrale in tutta la tradizione rabbinica: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è uno. Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze” (Dt 6,4-5). Questa preghiera rivela che l’ascolto ha un primato assoluto, è la modalità di relazione decisiva dell’uomo nei confronti di Dio: l’ascolto obbediente è il fondamento dell’amore. Anzi, le parole del Deuteronomio riprese da Gesù sembrano addirittura tracciare un movimento che dall’ascolto (“Ascolta, Israele”) conduce alla fede (“Il Signore è il nostro Dio”), dalla fede alla conoscenza (“Il Signore è uno”) e dalla conoscenza all’amore (“Amerai il Signore”)… Al Dio che ci ama di un amore eterno (cf. Ger 31,3), che ci ama per primo gratuitamente (cf. 1Gv 4,19), si risponde con un amore libero e pieno di gratitudine, che si radica nell’ascolto obbediente della sua Parola, fonte della fede. Fidarsi di Dio significa fidarsi del suo amore della sua capacità di amare, del suo essere amore (cf. 1Gv 4,8.16). Questo significa credere in Dio e dunque anche, inseparabilmente, amarlo.

 

Qui possiamo e dobbiamo approfondire la nostra meditazione, chiedendoci cosa significhi amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Che amore è mai questo verso un tu invisibile, “tre volte santo” (cf. Is 6,3), cioè altro, distinto da chi ama? Nella tradizione cristiana incontriamo almeno due risposte diverse a tale questione. In Agostino e in una lunga tradizione spirituale dietro a lui, l’amore verso Dio da parte del credente è un amore di desiderio, un sentimento, una dinamica per cui il credente va alla ricerca dell’amore e dunque ama l’amore. Il linguaggio di questo amore è sovente quello presente nel Salterio:

 

Ioti amo,Signore,mia forza, Signore, mia rupe, mia difesa, mio liberatore (Sal 18,2-3).

 

L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente (Sal 42,3).

 

La mia anima ha sete di te, a te, mio Dio, anela la mia carne (Sal 63,2).

 

Sì, Dio è oggetto di amore da parte dell’essere umano, perché è il “tu” che con il suo amore preveniente desta l’amore del credente come risposta; l’amore per Dio può essere un amore più forte di quello nutrito per se stessi o per qualche altra persona. Si faccia però attenzione: non si tratta di un amore totalitario che esclude altri amori, ma è un amore appassionato, un amore in cui non c’è timore (cf. 1Gv 4,18). In breve, un amore che supera e ri-orienta tutti gli altri amori.

 

Ma nella spiritualità cristiana è presente anche un’altra interpretazione dell’amore per Dio. È quella che legge nell’amore per Dio un amore obbediente, nel senso di un amore che nasce dall’ascolto (ob-audire), di un amore che risponde “amen” alla parola del Signore e all’amore stesso del Signore sempre preveniente. È un amore non di desiderio, di ricerca, di nostalgia, ma di adesione; è un amore con cui il credente cerca di realizzare pienamente la volontà di Dio, cerca di vivere come vuole il suo Signore e così mostra di amarlo. Ci sono parole di Gesù anche a questo proposito: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti” (Gv 14,15); “se uno mi ama, osserverà la mia parola” (Gv 14,23). E ancora, nella Prima lettera di Giovanni: “Questo è l’amore di Dio, osservare i suoi comandamenti” (1Gv 5,3). In questa seconda ottica l’accento cade quindi sull’amore del prossimo comandato da Dio: realizzare questo comando, sintesi di tutta la Legge e i Profeti (cf. Rm 13,10; Gal 5,14), significa amare Dio. Dunque amare Dio è innanzitutto amare l’altro come Dio lo ama, perché – come ha chiarito una volta per tutte il discepolo amato – “chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1Gv 4,20).

 

È in questo senso che possiamo comprendere la decisiva innovazione compiuta da Gesù, il quale accosta il comandamento dell’amore per Dio a quello dell’amore per il prossimo: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18). L’innovazione consiste per l’appunto nell’abbinamento di questi due passi della Torah, dato senza paralleli nella letteratura giudaica antica, ripreso invece con frequenza dai successivi scritti cristiani. Basti pensare al brano di un antichissimo scritto cristiano delle origini, la Didaché: “La via della vita è questa: innanzitutto amerai il Dio che ti ha plasmato e poi il prossimo tuo come te stesso; e tutto ciò che non vorresti fosse fatto a te, neppure tu fallo a un altro” (1,2).

 

È importante riflettere sulla novità a livello dei contenuti della fede che questo accostamento di passi biblici porta con sé. È indubbio che Gesù stabilisca una precisa gerarchia tra i due precetti, ponendo l’amore per Dio al di sopra di tutto. Nello stesso tempo, però, risalendo alla volontà del Legislatore, egli discerne che amore di Dio e del prossimo sono in stretta connessione tra loro: la Legge e i Profeti sono riassunti e dipendono dall’amore di Dio e del prossimo, non l’uno senza l’altro. Non a caso nella versione di Matteo il secondo comandamento è definito simile al primo (cf. Mt 22,39), mentre l’evangelista Luca li unisce addirittura in un solo grande comandamento: “Amerai il Signore Dio tuo … e il prossimo tuo” (Lc 10,27). In altre parole, se è vero che ogni essere umano è creato da Dio a sua immagine (cf. Gen 1,26-27), non è possibile pretendere di amare Dio e, contemporaneamente, disprezzare la sua immagine sulla terra: ecco la profonda unificazione del pensare, parlare e agire alla quale Gesù invita. Una comprensione riassuntiva delle sante Scritture porta dunque Gesù – il cui parere è condiviso dal suo interlocutore – ad affermare che l’uomo compiuto, l’uomo “non lontano dal regno di Dio” è colui che, amando Dio con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutte le forze sa amare il prossimo come se stesso. E il prossimo è colui al quale ci facciamo prossimi, vicini, come Gesù ha affermato a commento della parabola del samaritano (cf. Lc 10,36-37).

 

Nel quarto vangelo, quando dà l’ultimo e definitivo comandamento, che per questo si chiama “il comandamento nuovo”, Gesù compie un ulteriore passo avanti: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati” (Gv 13,34; 15,12), ossia senza misura, “fino alla fine” (Gv 13,1). In questa ardita sintesi, Gesù non ha neppure esplicitato la richiesta di amare Dio, perché sapeva bene che quando gli umani si amano in verità, quando si amano come lui li ha amati, nel fare questo vivono già l’amore di Dio. Ecco perché l’apostolo Giovanni, che nel prologo del vangelo ha scritto: “Dio nessuno l’ha mai visto, ma il Figlio unigenito lo ha raccontato” (Gv 1,18), è lo stesso che nella sua Prima lettera afferma: “Dio nessuno l’ha mai visto, ma se ci amiamo gli uni gli altri Dio dimora in noi e in noi il suo amore è giunto a pienezza” (1Gv 4,12). Amando gli altri noi amiamo anche Dio e ne abbiamo una conoscenza autentica, mentre chi dice di credere in Dio senza amare i fratelli è un illuso e un bugiardo (cf. 1Gv 4,20-21)!

 

 

Gesù ha vissuto la sua intera esistenza come capolavoro d’amore e in questo ha compiuto pienamente la volontà di Dio, è stato “l’uomo secondo il cuore di Dio”. Così facendo ha tracciato una via ben precisa per chi vuole seguirlo, semplificando all’estremo il cammino per andare a Dio: il comandamento che deve orientare la vita del cristiano è quello dell’amore per tutti, fino ai nemici (cf. Mt 5,44). Sì, l’amore concreto e quotidiano per i fratelli e le sorelle è il segno da cui si riconoscono i discepoli di Gesù Cristo, i cristiani, come ha indicato una volta per tutte Gesù stesso: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35).


 

 

SIATE PASTORI PER CHI NON CREDE

 

 

Da prete di strada, quando il Papa vi esorta a evitare il clericalismo, sento aria di casa

Seminaristi, amici carissimi,

sono l’ultimo dei preti, forse addirittura prete così così, che da tempo vive tra la gente perché la Provvidenza mi ha preparato negli anni Ottanta il Parco Lambro e il terrorismo ambrosiano. Non sono certamente un fabbricatore di cerimonie e un gestore di sacrestie.

E quando papa Francesco parla, come sa parlare lui che in due frasi sistema mezzo mondo, non so se mi godo per l’egoismo che ancora tengo dentro o perchè l’ora è giunta: “A me piace dire che voi dovete essere preti del popolo di Dio, cioè che non prediligono il clericalismo. Perché, lo sapete bene, Cristo bastonava forte il clericalismo al suo tempo”. È una delle frasi che vi ha detto Papa Francesco durante l’incontro con i seminaristi lombardi.

Io non sono mai stato seminarista perché il Padre Eterno mi ha preso per gli orecchi tardi. Ma fare i pastori, oggi, è l’unica cosa che possiamo fare. La società ha bisogno profondo di Dio, di un Dio povero, vero, autentico.

Non meravigliatevi se vi dico che i giovani di oggi sentono il bisogno di questo Dio più dei giovani del mio tempo. Nel Veneto eravamo cattolici osservanti e assidui frequentatori della Messa domenicale ma era più la tradizione e l’abitudine che la fedeltà evangelica a portarci in parrocchia. I giovani che hanno camminato da Perugia ad Assisi, sono carichi dentro. Hanno un fuoco difficile da definire e da interpretare, ma ce l’hanno. Forse vengono meno in oratorio e in chiesa, ma preti giovani come voi fanno centro.

Scrive il teologo brasiliano Rubem Alves: “Siamo migranti, senza riposo, senza sosta, sempre in cammino. Non c’è luogo dove posare il capo. Esiliati, costruiamo i nostri nidi sugli alberi del futuro”.

Ci sono alcuni versi di David Maria Turoldo che, ogni volta che li leggo, mi commuovono. Li aveva scritti nel 1947 davanti all’”immobile” lago Maggiore: “Ma quando facevo il pastore allora ero certo del tuo Natale. I tronchi degli alberi parevano creature piene di ferite; mia madre era parente della Vergine, tutta in faccende, finalmente serena. Io portavo le pecore fino al sagrato e sapevo d’essere uomo vero del tuo regale presepio”.

Collegando gli inviti del Papa e le riflessioni di Turoldo, vi auguro che l’ideale della vostra vocazione sia quello di testimoniare sia per i fratelli che non credono sia per i fratelli che si sono persi tra le illusioni di un mondo disorientato. Perché il nostro è un Dio che, prima o poi, ci rimette sulle spalle tutti e porta a casa pecore e pastori. Buon lavoro!

 

 

 

Don Antonio Mazzi


Tante gocce...un oceano di Santità! Frasi..

Ama e fa' ciò che vuoi.

Sant'Agostino d'Ippona

 

Credi per comprendere: comprendi per credere.

Sant'Agostino d'Ippona

 

Dio si conosce meglio nell'ignoranza.

Sant'Agostino d'Ippona

 

Fra l'ultimo nostro respiro e l'inferno, c'è tutto l'oceano della misericordia di Dio.

Sant'Agostino d'Ippona

 

Non avrà Dio per padre, chi avrà rifiutato di avere la Chiesa per madre.

Sant'Agostino d'Ippona

 

Non uscire da te stesso, rientra in te: nell'intimo dell'uomo risiede la verità.

Sant'Agostino d'Ippona

 

Tutte le Scritture sono state scritte per questo: perché l'uomo capisse quanto Dio lo ama e, capendolo, s'infiammasse d'amore verso di lui.

Sant'Agostino d'Ippona

 

Se bussi alla porta della Scrittura, il Verbo di Dio ti aprirà.

Sant'Ambrogio

 

Dio è ciò di cui non si può pensare nulla di più grande.

Sant'Anselmo d'Aosta

 

 

 

I vestiti che tu conservi in casa, appartengono a coloro che sono svestiti; le scarpe che tu lasci invecchiare inutilmente, appartengono agli infelici che hanno i piedi nudi.

San Basilio Magno

 

Lo Spirito è veramente il luogo dei santi, e per lo Spirito il santo è una dimora particolarmente adatta, poiché il santo si offre ad abitare con Dio ed è chiamato suo tempio.

San Basilio Magno

 

Se ciascuno si accontentasse del necessario e donasse ai poveri il superfluo, non vi sarebbero né ricchi né poveri.

San Basilio Magno

 

Colui che ama, fa tutto senza fatica, oppure ama la sua fatica.

Santa Bernadetta Soubirous

 

 

 

 

Nulla è impossibile per chi crede, nulla è difficile per chi ama.

San Bernardo di Chiaravalle

 

Quanto più si è buoni, tanto più si è cattivi, se si attribuisce a proprio merito ciò per cui si è buoni.

San Bernardo di Chiaravalle

 

L'Onnipotente scrive con il suo dito nei vostri cuori non solo l'amore, ma anche la conoscenza della sua santa legge. Dimostrate con le opere ciò che amate e ciò che conoscete.

San Bruno di Colonia

 

Un'anima è una diocesi abbastanza vasta per un vescovo.

San Carlo Borromeo

 

L'amore aggiusta le cose storte.

Santa Caterina da Genova

 

L'ora di fare il bene è subito.

Santa Caterina da Siena

 

Tutti i vizi sono conditi dalla superbia, sì come le virtù sono condite e ricevono vita da la carità.

Santa Caterina da Siena

 

Fuori della Chiesa non c'è salvezza.

San Cipriano

 

Le sofferenze sono per noi delle ali per volare al cielo.

San Cipriano

 

Non può avere Dio per padre chi non ha la Chiesa per madre.

San Cipriano

 

 

 

 

 

Tutto ciò che agli uomini è naturale, non lo si deve abolire, ma gli si deve imporre misura e tempo debito.

San Clemente Alessandrino

 

Chi vuole trovare il vero riposo per la sua anima impari l'umiltà!

San Doroteo di Gaza

 

 

 

Il paradiso non è fatto per i poltroni.

San Filippo Neri

 

 

 

 

L'ora di fare il bene è subito. (Santa Caterina da Siena)

Con le opere di carità ci chiudiamo le porte dell'inferno e ci apriamo il paradiso.

San Giovanni Bosco

 

Niente ti turbi: tutto passa, ciò che non è eterno, è niente!

San Giovanni Bosco

 

Non rimandate al domani il bene che potete fare oggi, perché forse domani non avrete più tempo.

San Giovanni Bosco

 

Tutti dobbiamo portare la croce come Gesù, e la nostra croce sono le sofferenze che tutti incontriamo nella vita!

San Giovanni Bosco

 

 

 

Dove manca carità, ivi manca Dio.

San Giovanni di Dio

 

L'amore soffre ogni cosa, crede ogni cosa, tutto spera, tutto sopporta.

San Giovanni di Dio

 

Il tesoro del cristiano non è sulla terra, ma in cielo.

San Giovanni Maria Vianney

 

L'opera più bella dell'uomo è quella di pregare e amare.

San Giovanni Maria Vianney

 

Nella preghiera ben fatta i dolori si sciolgono come neve al sole.

San Giovanni Maria Vianney

 

Ogni correzione è amara nel momento in cui la si riceve, ma produce frutti dolcissimi.

San Girolamo

 

 

Il più bel libro è il crocefisso, e chi non sa leggerlo è il più sventurato degli analfabeti.

San Giuseppe Cottolengo

 

L'astuzia del serpente ammaestri la semplicità della colomba, e la semplicità della colomba moderi l'astuzia del serpente.

San Gregorio Magno

 

Dio ha sete che si abbia sete di lui.

San Gregorio Nazianzeno

 

Colui che si trova nella luce non vede tenebre, così colui che ha il suo occhio fisso in Cristo, non può contemplare che splendore.

San Gregorio di Nissa

  

 

 

Cresciamo nella speranza, perché così ci rafforzeremo nella fede.

San Josemaría Escrivá de Balaguer

 

 

 

Prudenti, sì; diffidenti, no. Date a tutti la fiducia più totale, con tutti siate nobili.

San Josemaría Escrivá de Balaguer

 

Stare con Cristo vuol dire, senza possibilità di dubbio, imbattersi nella sua Croce.

San Josemaría Escrivá de Balaguer

 

 

 

La carità è la migliore disposizione dell'animo, che nulla preferisce alla conoscenza di Dio.

San Massimo il Confessore

 

L'inizio della salvezza è custodire la regola della retta fede e non deviare in nessun modo da quanto stabilito dai padri.

San Ormisda

 

 

Non c'è altra scala per salire a Dio se non la croce.

Santa Rosa da Lima

 

È impossibile alla parola umana ridire cose che il cuore può appena intuire.

Santa Teresa di Lisieux

 

Gesù non chiede grandi azioni, bensì soltanto l'abbandono e la riconoscenza.

Santa Teresa di Lisieux

 

L'amore si paga solo con l'amore e le piaghe dell'amore si guariscono solo con l'amore.

Santa Teresa di Lisieux

 

La Carità è la via per eccellenza che conduce sicuramente a Dio.

Santa Teresa di Lisieux

 

La santità non consiste nel dire cose belle, non consiste neppure nel pensarle o nel sentirle. La santità consiste nel soffrire e nel soffrire di tutto.

Santa Teresa di Lisieux

 

 

 

Il servizio dei poveri deve essere preferito a tutto. Non ci devono essere ritardi.

San Vincenzo de' Paoli

 

 

Tutti quelli che ameranno i poveri in vita non avranno alcuna timore della morte.

 

San Vincenzo de' Paoli

 

 

PREGHIERA ALLO SPIRITO SANTO, PER UN MONDO CORAGGIOSO E CONVERTITO

 

Spirito di Dio, che agli inizi della creazione ti libravi sugli abissi dell’universo e trasformavi in sorriso di bellezza il grande sbadiglio delle cose, scendi ancora sulla terra e donale il brivido dei cominciamenti.

Questo mondo che invecchia, sfioralo con l’ala della tua gloria. Dissipa le sue rughe. Fascia le ferite che l’egoismo sfrenato degli uomini ha tracciato sulla sua pelle. Mitiga con l’olio della tenerezza le arsure della sua crosta. Restituiscigli il manto dell’antico splendore, che le nostre violenze gli hanno strappato, e riversa sulle sue carni inaridite anfore di profumi.

Permea tutte le cose, e possiedine il cuore. Facci percepire la tua dolente presenza nel gemito delle foreste divelte, nell’urlo dei mari inquinati, nel pianto dei torrenti inariditi, nella viscida desolazione delle spiagge di bitume.

Restituiscici al gaudio dei primordi. Riversati senza misura su tutte le nostre afflizioni. Librati ancora sul nostro vecchio mondo in pericolo. E il deserto, finalmente, ridiventerà giardino, e nel giardino fiorirà l’albero della giustizia, e frutto della giustizia sarà la pace.

 

 

Spirito Santo, che riempivi di luce i profeti e accendevi parole di fuoco sulla loro bocca, torna a parlarci con accenti di speranza. Frantuma la corazza della nostra assuefazione all’esilio. Ridestaci nel cuore nostalgie di patrie perdute. Dissipa le nostre paure. Scuotici dall’omertà. Liberaci dalla tristezza di non saperci più indignare per i soprusi consumati sui poveri. E preservaci dalla tragedia di dover riconoscere che le prime officine della violenza e della ingiustizia sono ospitate dai nostri cuori.


"La tua fede ti ha salvato"

 

 

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s. Angelo in Formis, Affreschi del XI secolo, Capua (CE)

s. Angelo in Formis, Affreschi del XI secolo, Capua (CE)

28 ottobre 2018

 

XXX domenica del tempo Ordinario

Mc 10,46-52

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo 46 Gesù e i suoi discepoli giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. 47Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». 48Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». 49Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». 50Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. 51Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». 52E Gesù gli disse: «Va', la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

 

Con il brano che leggiamo in questa domenica il vangelo secondo Marco conclude il racconto della salita di Gesù a Gerusalemme, ossia l’itinerario del discepolato durante il quale Gesù ha dato insegnamenti, ha formato quanti lo seguivano, nella consapevolezza che giunti a Gerusalemme sarebbe avvenuta “la fine del profeta”, mediante la sua condanna a morte. Subito dopo Gesù entrerà nella città santa, scortato festosamente e acclamato figlio di David, cioè Messia (cf. Mc 11,7-11), evento in qualche modo anticipato nella nostra pagina.

 

Siamo a Gerico, la porta della Giudea a oriente. Mentre non solo i discepoli ma molti altri seguono Gesù, un cieco che porta il nome di Bar-Timeo (figlio di Timeo), un uomo marginale, ridotto a mendicare sulla strada, uno “scarto” di cui nessuno si prende cura, sente dire che sta per passare Gesù di Nazaret. Essendo cieco, non l’aveva ovviamente mai visto, né l’aveva incontrato, ma la fama di questo rabbi galileo l’aveva raggiunto. Nel suo cuore era certamente presente almeno il desiderio di vedere, la speranza di avere la vista, per poter uscire dalla notte. Udito che Gesù sta passando, inizia dunque a gridare: “Figlio di David, Gesù, abbi pietà di me!”. In questo grido vi è una grande spontaneità, vi è la sua fede giudaica nel Messia veniente, vi è l’attesa di una guarigione, della salvezza, vi è la forza di gridare e di farsi sentire, nella personale convinzione che quel rabbi può fare qualcosa per lui, dunque è un maestro capace di cura e di amore verso chi incontra. Bartimeo ripete con altre parole quanto aveva affermato Pietro: “Tu sei il Cristo” (Mc 8,29). In quel caso però Pietro era stato immediatamente rimproverato da Gesù per la sua incapacità di comprendere la sua vera messianicità (cf. Mc 8,30-34). Il figlio di Timeo sta invece di fronte al figlio di David, animato dalla fiducia che il Messia avrebbe aperto gli occhi ai ciechi, compiendo anche in questo le sante Scritture (cf. Is 35,5; 42,7).

 

Ma allora come adesso, tra Gesù e chi lo cerca ci sono altri: qui è la folla, in altri casi sono i discepoli stessi, cioè la sua comunità, a diventare ostacolo, barriera tra Gesù e chi desidera incontrarlo. Attenzione, ciò accade anche per ragioni “sante”: paura di disturbare il maestro, volontà di proteggerlo dagli assalti della gente… Bartimeo, però, non desiste, si mette a gridare più forte, e così la sua invocazione raggiunge Gesù. Questi si ferma e lo manda a chiamare. Ciò avviene puntualmente, con le parole che tante volte i discepoli di Gesù avevano udito durante i suoi incontri con chi si trovava nella sofferenza o nel peccato: “Coraggio, alzati!”. Nell’invito espresso con “Coraggio!” (cf. Mt 9,2-22; 14,27; Mc 6,50) c’è il cuore di Gesù, che dice innanzitutto: “Coraggio, non temere, abbi fiducia!”. Questo il primo atteggiamento necessario all’incontro con Gesù: occorre uscire dal timore, dalla sfiducia, dalla mancanza di attesa, dalla visione di se stessi come non degni di essere da lui amati. A quel punto si tratta di alzarsi – verbo egheíro, che esprime anche il risorgere (cf. Mc 5,41; 6,14.16; 12,26; 14,28; 16,6)! – dal giaciglio alla postura dell’uomo che ha speranza (homo spe erectus). Una volta in piedi, si può ascoltare e comprendere che il Signore chiama ciascuno in modo personalissimo e pieno di affetto (“Chiama te”).

 

Quel cieco, allora, “getta via il suo mantello, balza in piedi e viene da Gesù”. È un povero che non ha nulla, se non il mantello, segno della sua identità di escluso, unica sua inalienabile proprietà (cf. Dt 24,13). Al contrario dell’uomo ricco che non aveva saputo liberarsi della zavorra dei suoi beni, e dunque se ne era andato triste (cf. Mc 10,21-22), Bartimeo si spoglia di ogni pur minima sicurezza, del suo passato, della sua stessa vita, e balzando in piedi si mette in movimento a tentoni e viene da Gesù. Grande è l’ardire di quest’uomo, che nasce dalla sua libertà: nella sua nuda povertà e nella sua cecità sta di fronte a Gesù, attendendo tutto da lui… Quest’ultimo non presume il bisogno di chi lo ha invocato, non si rivolge a lui in modo meccanico e anonimo, ma proprio per conoscere dalle sue parole il bisogno che lo abita gli domanda: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. E Bartimeo risponde, con un tono di confidenza umile e audace: “Rabbunì, mio maestro, che io veda di nuovo!”. La preghiera è desiderio espresso davanti a Gesù, e Bartimeo desidera vedere, ben oltre la semplice visione con gli occhi: vuole vedere anche con il cuore, vuole vedere nella fede, vuole essere nella luce e non nella tenebra…

 

Gesù, sempre attento a ogni singolo uomo o donna che incontra, sempre capace di comunicare “in situazione”, si accorge di ciò che Bartimeo sta vivendo. Per questo si rivolge a lui con un’affermazione straordinaria: “Va’, la tua fede ti ha salvato”, parole che egli ha ripetuto spesso di fronte a chi gli chiedeva salvezza (cf. Mc 5,34 e par.; Lc 7,50; 17,19; 18,42). Innanzitutto gli dice: “Va’”, lo invita cioè a mettersi in cammino, senza chiedergli nulla. Alla libertà di chi entra in relazione con lui, Gesù risponde potenziando questa stessa libertà, invitando il suo interlocutore a esercitare la libertà. E questa prassi di liberazione si radica in un atteggiamento che contraddistingue Gesù, al punto che possiamo intenderlo come il suo tratto specifico, peculiare: la sua capacità di cogliere e di far emergere nelle persone la fede-fiducia che le anima. Ecco come Gesù fa emergere la fede già presente nell’altro: attraverso la sua presenza di uomo affidabile e ospitale, che non dice di essere lui a guarire e a salvare, ma la fede di chi a lui si rivolge. Fede-fiducia nella vita, negli altri, prima ancora che in Dio: non è infatti possibile, per parafrasare la Prima lettera di Giovanni, “credere in Dio che non si vede, se non sappiamo credere all’altro, al fratello che si vede” (cf. 1Gv 4,20)…

 

Guarigione non solo fisica quella di Bartimeo, ma salvezza che lo investe interamente: infatti, “subito si mette a seguire Gesù lungo la strada”. La salvezza viene sperimentata dal credente non tanto come condizione in cui installarsi, ma come cammino perseverante dietro a Gesù, come relazione quotidiana con lui. Bartimeo si pone alla sequela di Gesù, come i discepoli che sempre lo seguono (cf. Mc 1,18; 2,14.15; 5,37, 6,1; 8,34; 10,21.28.32; 11,9; 14,51.54; 15,41), vanno dietro a lui (cf. Mc 1,17.20; 8,33.34). Colui che era cieco, ai bordi della strada, mendicante, dopo l’incontro con Gesù è capace di seguirlo come un discepolo, verso Gerusalemme. Di più, il suo grido rivolto a Gesù – “Figlio di David!” – subito dopo viene ripreso dalla folla, durante l’ingresso di Gesù nella città santa: “Benedetto il Regno veniente di David nostro padre!” (Mc 11,10). Si potrebbe dire che è questo cieco ad aver intonato per primo le grida di gloria nei confronti di Gesù…

 

 

Questo episodio è molto di più di un semplice racconto di miracolo, come il lettore di Marco può ormai capire. Gesù sta per entrare nella città santa per la sua passione e morte, ma i suoi Dodici discepoli lungo tutto quel cammino sono rimasti ciechi. Ascoltavano le sue parole ma non capivano, mostrando di essere ben lontani dal vedere gli eventi come li vedeva Gesù: prima Pietro (cf. Mc 8,32), poi tutti e Dodici (cf. Mc 9,34), infine Giacomo e Giovanni (cf. Mc 10,35-37) sono sembrati ciechi di fronte a ogni rivelazione fatta loro da Gesù. Ma ora ogni lettore può identificarsi con questo cieco di Gerico; deve solo prendere coscienza della propria cecità, gridare al Signore: “Abbi pietà di me!” e avere fede che egli può strapparlo dalla tenebra e fargli vedere ciò che i suoi occhi non riescono a vedere. Sì, in quel mettersi in cammino dietro a Gesù, Bartimeo è per noi più esemplare dei Dodici. Dunque? Ognuno di noi si metta davanti al Signore Gesù e, guardando a lui con fede e attesa, si scoprirà non vedente. Abbia allora la forza e il coraggio di gridargli solo: “Signore, abbi pietà di me”, “Kýrie eleison”, questa invocazione brevissima eppure così completa rivolta a lui, con piena fiducia che egli può salvarci.


Un capovolgimento

 

radicale

 

Domenica XXIX del T.O. (B)

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

 corona

 

Mc 10,35-45 Due stili di vita incompatibili [1]

 

Uno scossone per i discepoli

Il racconto di san Marco descrive la scena di Gesù alle prese con i discepoli Giacomo e Giovanni, i quali - supportati dalla madre - volevano sedere alla sua destra e alla sua sinistra nel regno di Dio (cfr Mc 10,37), rivendicando posti d’onore, secondo una loro visione gerarchica del regno stesso. La prospettiva in cui si muovono risulta ancora inquinata da sogni di realizzazione terrena. Gesù allora dà un primo “scossone” a quelle convinzioni dei discepoli chiamando il suo cammino su questa terra: “Il calice che io bevo, anche voi lo berrete … ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra, non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato (vv. 39-40). Con l’immagine del calice, egli assicura ai due la possibilità di essere associati fino in fondo al suo destino di sofferenza, senza tuttavia garantire i posti d’onore ambiti. La sua risposta è un invito a seguirlo sulla via dell’amore e del servizio, respingendo la tentazione mondana di voler primeggiare e comandare sugli altri.

 

 

 

Il servizio come stile dell’autorità cristiana…

Di fronte a gente che briga per ottenere il potere e il successo, per farsi vedere, di fronte a gente che vuole siano riconosciuti i propri meriti, i propri lavori, i discepoli sono chiamati a fare il contrario. Pertanto li ammonisce: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore” (vv. 42-44). Con queste parole indica il servizio quale stile dell’autorità nella comunità cristiana. Chi serve gli altri ed è realmente senza prestigio esercita la vera autorità nella Chiesa. Gesù ci invita a cambiare mentalità e a passare dalla bramosia del potere alla gioia di scomparire e servire; a sradicare l’istinto del dominio sugli altri ed esercitare la virtù dell’umiltà.

 

… sull’esempio di Gesù

E dopo aver presentato un modello da non imitare, offre sé stesso quale ideale a cui riferirsi. Nell’atteggiamento del Maestro la comunità troverà la motivazione della nuova prospettiva di vita: “Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (v. 45). Nella tradizione biblica il Figlio dell’uomo è colui che riceve da Dio “potere, gloria e regno” (Dn 7,14). Gesù riempie di nuovo senso questa immagine e precisa che egli ha il potere in quanto servo, la gloria in quanto capace di abbassamento, l’autorità regale in quanto disponibile al totale dono della vita. È infatti con la sua passione e morte che egli conquista l’ultimo posto, raggiunge il massimo di grandezza nel servizio, e ne fa dono alla sua Chiesa.

 

Incompatibilità tra ambizioni umane e sequela di Cristo

C’è incompatibilità tra un modo di concepire il potere secondo criteri mondani e l’umile servizio che dovrebbe caratterizzare l’autorità secondo l’insegnamento e l’esempio di Gesù. Incompatibilità tra ambizioni, arrivismi e sequela di Cristo; incompatibilità tra onori, successo, fama, trionfi terreni e la logica di Cristo crocifisso. C’è invece compatibilità tra Gesù “esperto nel patire” e la nostra sofferenza. Ce lo ricorda la Lettera agli Ebrei, che presenta Cristo come il sommo sacerdote che condivide in tutto la nostra condizione umana, eccetto il peccato: “Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato” (4,15). Gesù esercita essenzialmente un sacerdozio di misericordia e di compassione. Egli ha fatto l’esperienza diretta delle nostre difficoltà, conosce dall’interno la nostra condizione umana; il non aver sperimentato il peccato non gli impedisce di capire i peccatori. La sua gloria non è quella dell’ambizione o della sete di dominio, ma è la gloria di amare gli uomini, assumere e condividere la loro debolezza e offrire loro la grazia che risana, accompagnarli con tenerezza infinita, accompagnarli nel loro tribolato cammino.

 

10,43 Gesù sconvolge i valori [2]

 

La sapienza per governare

“Chiedimi quello che vuoi”, dice Dio a Salomone. E Salomone gli chiede sapienza per governare. E Dio lo loda. Il Signore fu contento che Salomone gli avesse fatto questa richiesta e gli disse: “Poiché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te molti giorni, né hai domandato per te ricchezza, né hai domandato la vita dei tuoi nemici, ma hai domandato per te un cuore saggio...” (cfr. 1 Re 3,11). Quel gesto di Salomone, che guarda il cielo perché si sa piccolo. “Il tuo servo - dice a Dio - è in mezzo al tuo popolo, sono soltanto un ragazzo” Qui a Buenos Aires diremmo in dialetto: “Soypoca cosa”, valgo ben poco. Cuore umile di un governante che guarda verso l’alto e chiede saggezza.

Anche Gesù sconvolge i valori e dice: “Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire” (Mc 10,43). Salomone puntava lo sguardo verso l’alto, ma lo sguardo che Gesù insegna a chi di noi ha qualche responsabilità di governo, è anche tutto attorno. Guardatevi attorno! Governare è servire ciascuno di questi fratelli che compongono il nostro popolo.

 

Guardare verso l’alto e anche attorno

La parola di Dio è chiarissima: quando ci si dimentica di guardare in alto e di chiedere saggezza, si cade in quel nefasto difetto: la sufficienza. E dalla sufficienza alla vanità, all’orgoglio... non c’è saggezza. Quando ci si dimentica di guardarsi attorno, e si guarda se stessi, o si guarda il proprio circondario, ci si dimentica del proprio popolo o si cade nella tentazione di vedere il proprio popolo soltanto attraverso le molteplici mediazioni che, forse, sono funzionali, ma non toccano il cuore. E a quelli di noi che ricevono la missione di servire governando viene chiesto di non smettere mai di guardare verso l’alto, per non cadere nella sufficienza, e di non trascurare mai di guardarci attorno, per non dimenticarci del nostro popolo.

 

10,45 Mandati per servire [3]

 

Gesù manda. Lui desidera, fin dall’inizio, che la Chiesa sia in uscita, vada nel mondo. E vuole che lo faccia così come lui stesso ha fatto, come lui è stato mandato nel mondo dal Padre: non da potente, ma nella condizione di servo (cfr Fil 2,7), non “per farsi servire, ma per servire” (Mc 10,45) e per portare il lieto annuncio (cfr Lc 4,18); così anche i suoi sono inviati, in ogni tempo. Colpisce il contrasto: mentre i discepoli chiudevano le porte per timore, Gesù li invia in missione; vuole che aprano le porte ed escano a diffondere il perdono e la pace di Dio, con la forza dello Spirito Santo.

 

10,45 La trama della fede e l’ordito del servizio [4]

 

La fede, filo d’oro che ci lega al Signore

La fede, che è un dono di Dio, va sempre chiesta, va anche coltivata da parte nostra. Non è una forza magica che scende dal cielo, non è una “dote” che si riceve una volta per sempre, e nemmeno un super-potere che serve a risolvere i problemi della vita. Perché una fede utile a soddisfare i nostri bisogni sarebbe una fede egoistica, tutta centrata su di noi. La fede non va confusa con lo stare bene o col sentirsi bene, con l’essere consolati nell’animo perché abbiamo un po’ di pace nel cuore. La fede è il filo d’oro che ci lega al Signore, la pura gioia di stare con lui, di essere uniti a lui; è il dono che vale la vita intera, ma che porta frutto se facciamo la nostra parte.

E qual è la nostra parte? Gesù ci fa comprendere che è il servizio. Nel Vangelo, infatti, il Signore fa subito seguire alle parole sulla potenza della fede quelle sul servizio. Fede e servizio non si possono separare, anzi sono strettamente collegati, annodati tra di loro.

 

La vita come un bel tappeto, tessuto secondo la trama e l’ordito, la fede e il servizio

Per spiegarmi vorrei utilizzare un’immagine a voi molto familiare, quella di un bel tappeto: i vostri tappeti sono delle vere opere d’arte e provengono da una storia antichissima. Anche la vita cristiana di ciascuno viene da lontano, è un dono che abbiamo ricevuto nella Chiesa e che proviene dal cuore di Dio, nostro Padre, il quale desidera fare di ciascuno di noi un capolavoro del creato e della storia. Ogni tappeto, voi lo sapete bene, va tessuto secondo la trama e l’ordito; solo con questa struttura l’insieme risulta ben composto e armonioso. Così è per la vita cristiana: va ogni giorno pazientemente intessuta, intrecciando tra loro una trama e un ordito ben definiti: la trama della fede e l’ordito del servizio. Quando alla fede si annoda il servizio, il cuore si mantiene aperto e giovane, e si dilata nel fare il bene. Allora la fede, come dice Gesù nel Vangelo, diventa potente, fa meraviglie. Se cammina su quella strada, allora matura e diventa forte, a condizione che rimanga sempre unita al servizio.

 

Servire…

Ma che cos’è il servizio? Possiamo pensare che consista solo nell’essere ligi ai propri doveri o nel compiere qualche opera buona. Ma per Gesù è molto di più. Nel Vangelo di oggi Egli ci chiede, anche con parole molto forti, radicali, una disponibilità totale, una vita a piena disposizione, senza calcoli e senza utili. Perché è così esigente Gesù? Perché lui ci ha amato così, facendosi nostro servo “fino alla fine” (Gv 13,1), venendo “per servire e dare la propria vita” (Mc 10,45). E questo avviene ancora ogni volta che celebriamo l’Eucaristia: il Signore viene in mezzo a noi e per quanto noi ci possiamo proporre di servirlo e amarlo, è sempre lui che ci precede, servendoci e amandoci più di quanto immaginiamo e meritiamo. Ci dona la sua stessa vita. E ci invita a imitarlo, dicendoci: “Se uno mi vuole servire, mi segua” (Gv 12,26).

 

…imitando Gesù

Dunque, non siamo chiamati a servire solo per avere una ricompensa, ma per imitare Dio, fattosi servo per nostro amore. E non siamo chiamati a servire ogni tanto, ma a vivere servendo. Il servizio è allora uno stile di vita, anzi riassume in sé tutto lo stile di vita cristiano: servire Dio nell’adorazione e nella preghiera; essere aperti e disponibili; amare concretamente il prossimo; adoperarsi con slancio per il bene comune.

 

Le tentazioni che allontanano dallo stile di servizio

 

1. La tiepidezza. Non mancano anche per i credenti le tentazioni, che allontanano dallo stile del servizio e finiscono per rendere la vita inservibile. Dove non c’è servizio la vita è inservibile! Anche qui possiamo evidenziarne due. Una è quella di lasciare intiepidire il cuore. Un cuore tiepido si chiude in una vita pigra e soffoca il fuoco dell’amore. Chi è tiepido vive per soddisfare i propri comodi, che non bastano mai, e così non è mai contento; poco a poco finisce per accontentarsi di una vita mediocre. Il tiepido riserva a Dio e agli altri delle “percentuali” del proprio tempo e del proprio cuore, senza mai esagerare, anzi cercando sempre di risparmiare. Così la sua vita perde di gusto: diventa come un tè che era veramente buono, ma che quando si raffredda non si può più bere. Sono certo però che voi, guardando agli esempi di chi vi ha preceduto nella fede, non lascerete intiepidire il cuore. La Chiesa intera, che nutre per voi una speciale simpatia, vi guarda e vi incoraggia: siete un piccolo gregge tanto prezioso agli occhi di Dio!

 

2. l’attivismo. C’è una seconda tentazione, nella quale si può cadere non perché si è passivi, ma perché si è “troppo attivi”: quella di pensare da padroni, di darsi da fare solo per guadagnare credito e per diventare qualcuno. Allora il servizio diventa un mezzo e non un fine, perché il fine è diventato il prestigio; poi viene il potere, il voler essere grandi. “Tra voi però – ricorda Gesù a tutti noi – non sarà così: ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore” (Mt 20,26). Così si edifica e si abbellisce la Chiesa. Riprendo l’immagine del tappeto, applicandola alla vostra bella comunità: ciascuno di voi è come uno splendido filo di seta, ma solo se sono ben intrecciati tra di loro i diversi fili creano una bella composizione; da soli, non servono. Restate sempre uniti, vivendo umilmente in carità e gioia; il Signore, che crea l’armonia nelle differenze, vi custodirà.

 

10,45 Annuncio e servizio [5]

 

Servitori e annunciatori…

Il Signore ci ha portato il lieto annuncio (Is 61,1), egli, che è in sé stesso il lieto annuncio (cfr Lc 4,18), si è fatto nostro servo (Fil 2,7), “non è venuto per farsi servire, ma per servire” (Mc 10,45). “Si è fatto diacono di tutti”, scriveva un Padre della Chiesa (Policarpo, Ad Phil. V,2). Come ha fatto lui, così sono chiamati a fare i suoi annunciatori. Il discepolo di Gesù non può andare su una strada diversa da quella del Maestro, ma se vuole annunciare deve imitarlo, come ha fatto Paolo: ambire a diventare servitore. In altre parole, se evangelizzare è la missione consegnata a ogni cristiano nel Battesimo, servire è lo stile con cui vivere la missione, l’unico modo di essere discepolo di Gesù. È suo testimone chi fa come lui: chi serve i fratelli e le sorelle, senza stancarsi di Cristo umile, senza stancarsi della vita cristiana che è vita di servizio.

 

… disponibili

Da dove cominciare per diventare “servi buoni e fedeli” (cfr Mt 25,21)? Come primo passo, siamo invitati a vivere la disponibilità. Il servitore ogni giorno impara a distaccarsi dal disporre tutto per sé e dal disporre di sé come vuole. Si allena ogni mattina a donare la vita, a pensare che ogni giorno non sarà suo, ma sarà da vivere come una consegna di sé. Chi serve, infatti, non è un custode geloso del proprio tempo, anzi rinuncia ad essere il padrone della propria giornata. Sa che il tempo che vive non gli appartiene, ma è un dono che riceve da Dio per offrirlo a sua volta: solo così porterà veramente frutto. Chi serve non è schiavo dell’agenda che stabilisce, ma, docile di cuore, è disponibile al non programmato: pronto per il fratello e aperto all’imprevisto, che non manca mai e spesso è la sorpresa quotidiana di Dio. Il servitore è aperto alla sorpresa, alle sorprese quotidiane di Dio. Il servitore sa aprire le porte del suo tempo e dei suoi spazi a chi gli sta vicino e anche a chi bussa fuori orario, a costo di interrompere qualcosa che gli piace o il riposo che si merita. Il servitore trascura [va oltre] gli orari.

 

… miti ed umili

Il Vangelo ci parla di servizio, mostrandoci due servitori, da cui possiamo trarre preziosi insegnamenti: il servo del centurione, che viene guarito da Gesù, e il centurione stesso, al servizio dell’imperatore. Le parole che questi manda a riferire a Gesù, perché non venga fino alla sua casa, sono sorprendenti e sono spesso il contrario delle nostre preghiere: “Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto” (Lc 7,6); “non mi sono ritenuto degno di venire da te” (v. 7); “anch’io infatti sono nella condizione di subalterno” (v. 8). Davanti a queste parole Gesù rimane ammirato. Lo colpisce la grande umiltà del centurione, la sua mitezza […]. Dio che è amore, per amore si spinge persino a servirci: con noi è paziente, benevolo, sempre pronto e ben disposto, soffre per i nostri sbagli e cerca la via per aiutarci e renderci migliori. Questi sono anche i tratti miti e umili del servizio cristiano, che è imitare Dio servendo gli altri: accogliendoli con amore paziente, comprendendoli senza stancarci, facendoli sentire accolti, a casa, nella comunità ecclesiale, dove non è grande chi comanda, ma chi serve (cfr Lc 22,26) […].

 

… guariti interiormente

Ciascuno di noi è molto caro a Dio, amato e scelto da lui, ed è chiamato a servire, ma ha anzitutto bisogno di essere guarito interiormente. Per essere abili al servizio, ci occorre la salute del cuore: un cuore risanato da Dio, che si senta perdonato e non sia né chiuso né duro. Ci farà bene pregare con fiducia ogni giorno per questo, chiedere di essere guariti da Gesù, di assomigliare a lui, che “non ci chiama più servi, ma amici” (cfr Gv 15,15).

 

15,45 Servire generosamente [6]

 

Nella scena di Cana, oltre a Gesù e a sua Madre, ci sono quelli che vengono chiamati i “servitori”, che ricevono da Lei questa indicazione: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela” (Gv 2,5). Naturalmente il miracolo avviene per opera di Cristo; tuttavia, egli vuole servirsi dell’aiuto umano per compiere il prodigio. Avrebbe potuto far apparire direttamente il vino nelle anfore. Ma vuole contare sulla collaborazione umana, e chiede ai servitori di riempirle di acqua. Come è prezioso e gradito a Dio essere servitori degli altri! Questo più di ogni altra cosa ci fa simili a Gesù, il quale “non è venuto per farsi servire, ma per servire” (Mc 10,45). Questi personaggi anonimi del Vangelo ci insegnano tanto. Non soltanto obbediscono, ma obbediscono generosamente: riempirono le anfore fino all’orlo (cfr Gv 2,7). Si fidano della Madre, e fanno subito e bene ciò che viene loro richiesto, senza lamentarsi, senza calcoli.

 

10,45 L’Eucarestia segno del servizio [7]

 

Il Vangelo, ricordando la lavanda dei piedi, esprime il medesimo significato dell’Eucaristia sotto un’altra prospettiva. Gesù – come un servo – lava i piedi di Simon Pietro e degli altri undici discepoli (cfr Gv 13,4-5). Con questo gesto profetico, egli esprime il senso della sua vita e della sua passione, quale servizio a Dio e ai fratelli: “Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire” (Mc 10,45).

Questo è avvenuto anche nel nostro Battesimo, quando la grazia di Dio ci ha lavato dal peccato e ci siamo rivestiti di Cristo (cfr Col 3,10). Questo avviene ogni volta che facciamo il memoriale del Signore nell’Eucaristia: facciamo comunione con Cristo Servo per obbedire al suo comandamento, quello di amarci come lui ci ha amato (cfr Gv 13,34; 15,12). Se ci accostiamo alla santa Comunione senza essere sinceramente disposti a lavarci i piedi gli uni agli altri, noi non riconosciamo il Corpo del Signore. È il servizio di Gesù che dona sé stesso, totalmente.

 

 

NOTE

[1] Omelia, 18 ottobre 2015.

[2] Governare è servire ciascuno dei fratelli, Preghiera per le nuove autorità nazionali, Buenos Aires, 11 dicembre 1999, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.J., Rizzoli, Milano 2016, 41-42.

[3] Omelia, nella Santa Messa con sacerdoti, religiose, religiosi consacrate, consacrati e seminaristi polacchi, Santuario di S. Giovanni Paolo II – Cracovia, 30 luglio 2016.

[4] Omelia, nel viaggio in Georgia e Azerbaijan, Centro Salesiano di Baku, 2 ottobre 2016.

[5] Omelia, Giubileo dei diaconi 29 maggio 2016.

[6] Messaggio per la XXIV Giornata Mondiale del Malato 2016 Affidarsi a Gesù misericordioso come Maria: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela” (Gv 2,5), 15 settembre 2015.

[7] Udienza, 1 aprile 2015

Enzo Bianchi Commento Vangelo 21 ottobre 2018

 

📖 Tra voi non è così

21 ottobre 2018

XXIX domenica del tempo Ordinario

Commento al Vangelo

di ENZO BIANCHI

 

 

Mc 10,35-45

 

In quel tempo 35Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, si avvicinarono a Gesù dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». 36Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». 37Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». 38Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». 39Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. 40Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».

 

41Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. 42Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. 43Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, 44e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. 45Anche il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

 

Nel vangelo secondo Marco dopo ognuno dei tre annunci della passione fatti da Gesù nella sua salita verso Gerusalemme è registrata una scena di incomprensione da parte dei discepoli. Dopo il primo annuncio (cf. Mc 8,31), è Pietro che arriva a contestare le parole di Gesù (cf. Mc 8,32), facendosi “ostacolo” – “Satana” (Mc 8,33), come lo chiama Gesù – sul cammino che Dio ha assegnato a suo Figlio. Quando Gesù afferma per la seconda volta la necessitas passionis (cf. Mc 9,31), tutti i discepoli, come intontiti, non comprendono, anzi si mettono a discutere su chi tra loro può essere considerato il più grande (cf. Mc 9,32-34).

 

Nel brano evangelico di questa domenica, dopo il terzo annuncio della sua sofferenza e morte, passaggio inevitabile verso la resurrezione (cf. Mc 10,32-34), sono Giacomo e Giovanni che mostrano quanto sono distanti dal modo di pensare di Gesù. I due fratelli hanno seguito Gesù fin dall’inizio del suo ministero pubblico, sono i suoi primi compagni insieme a Pietro e ad Andrea, hanno abbandonato tutto, famiglia e professione, per stare con lui (cf. Mc 1,16-20), e in qualche modo si sentono gli “anziani” della comunità. Essendo figli di Salome, probabilmente sorella di Maria, la madre di Gesù (cf. Mc 15,40; Mt 27,56; Gv 19,25), sono cugini di Gesù, dunque suoi parenti, appartenenti alla famiglia, al clan, e per questo pensano di vantare precedenze sugli altri.

 

Eccoli allora presentarsi a Gesù per dirgli ciò che pensano di “meritare” per l’avvenire, quando Gesù, il Re Messia, stabilirà il suo regno: “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. È una pretesa più che una domanda, fatta da chi ragiona esattamente come tante volte facciamo noi nel quotidiano: le relazioni contano, dunque occorre rivendicare il loro peso… E questo non avviene solo tra noi uomini e donne, fratelli e sorelle, perché anche nei confronti di Dio vantiamo pretese: siamo noi i credenti, siamo noi i cristiani, dunque presso Dio dobbiamo avere una precedenza sugli altri…

 

Gesù replica a Giacomo e Giovanni con infinita pazienza: “Non sapete quello che chiedete”. Risposta anche ironica, perché Gesù sa che nella sua vera gloria, quella sulla croce, alla sua destra e alla sua sinistra ci saranno due malfattori, crocifissi e suppliziati come lui (cf. Mc 15,27). Vi è qui lo scontro tra due visioni della gloria: i due discepoli la intendono come successo, potere, splendore, mentre Gesù l’ha appena indicata nel servizio, nel dono della vita, nell’essere rigettato in quanto obbediente alla volontà di Dio. Per questo egli tenta ancora una volta di portare i discepoli a guardare non alla gloria come termine finale, ma al cammino che conduce alla vera gloria, quella che essi neppure riescono a immaginare. E lo fa ponendo loro una domanda: “Potete bere il calice che io sto per bere, o ricevere l’immersione nella quale io devo essere immerso?”.

 

Gesù chiede innanzitutto se sono disposti a bere “il calice della sofferenza”, espressione biblica per indicare la sofferenza da subire (cf. Sal 75,9; Is 51,17.22, ecc.). Si ricordi che Gesù stesso nell’agonia del Getsemani sarà tentato di allontanare da sé quel calice: “Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice!” (Mc 14,36)… Nella sequela di Gesù, nel condividere la sua strada e la sua sorte, vi è per i discepoli una sofferenza da accogliere, senza rivolte e senza la tentazione di esserne esenti. Non solo, c’è anche un’immersione, un “andare sotto”, un affogare momentaneo nei “flutti della morte” (Sal 18,5), che sarà un evento prima per Gesù, ma che poi dovrà essere condiviso da chi si sente coinvolto nella sua vita e vuole stare con lui ovunque egli vada (cf. Ap 14,4). Viene qui impiegato il termine greco báptisma (e il verbo corrispondente baptízein), di cui non comprendiamo più il significato: battesimo è immersione, è andare sott’acqua, è affogare come creatura vecchia per uscire dall’acqua come creatura nuova. Si noti l’insistenza del testo originale, come appare da una traduzione alla lettera: “Potete voi con l’immersione con cui sono immerso essere immersi?”. Ecco il battesimo, che dà inizio sacramentalmente alla vita cristiana, ma che deve diventare esperienza, vita concreta, fino al momento finale della morte, quando i flutti ci travolgeranno, e poi dopo la morte, quando Dio ci chiamerà alla vita eterna attraverso la resurrezione.

 

Giacomo e Giovanni, sempre “boanèrghes, cioè ‘figli del tuono’” (Mc 3,17), rispondono affermativamente alla domanda di Gesù, e capiranno solo più tardi il prezzo di questa disponibilità: quando Marco scrive il vangelo, intorno all’anno 70, sa che nel 44 Giacomo era stato martirizzato da Erode a Gerusalemme (cf. At 12,2) e Giovanni secondo la tradizione vivrà nell’isola di Patmos una lunga passione di prigioniero esiliato… In ogni caso, Gesù accoglie questa loro spontanea professione di disponibilità alla croce, ma ricorda anche che non spetta a lui concedere di sedere alla sua destra o alla sua sinistra, ma “è per coloro per i quali è stato preparato” dal Padre (passivo divino). Sta di fatto che questa richiesta dei due fratelli – che Matteo, per riguardo a Giacomo e a Giovanni, pone in bocca alla loro madre (cf. Mt 20,20) – suscita subito una reazione sdegnata negli altri con-discepoli, che li contestano per gelosia e perché infastiditi dalla loro pretesa.

 

E qui va detto con franchezza e senza ingenuità che la comunità di Gesù è immagine delle nostre comunità: uomini e donne chiamati da Gesù e scelti da lui; uomini e donne che sovente mostrano di avere poca fede o addirittura apistía, incredulità (cf. Mc 9,24; 16,14); uomini e donne fragili e deboli che a volte non riescono a comprendere le parole di Gesù, le esigenze della sequela, e dunque contraddicono la loro vocazione e la loro identità. La comunità, peraltro scelta, istruita e formata dal Signore presente e operante in mezzo a essa, appare una povera comunità. Marco ha l’audacia di metterci davanti agli occhi la tragica parabola di questa comunità: quelli che

 

“abbandonata la barca, le reti e il padre, seguirono Gesù” (cf. Mc 1,18-20),

 

nell’ora della passione “abbandonarono Gesù e fuggirono tutti” (Mc 14,50).

 

Ecco, non dimentichiamo la debolezza e la fragilità della comunità del Signore, perché se tale era la comunità i cui membri erano stati scelti e istruiti personalmente da Gesù, come potrebbero le nostre comunità essere migliori?

 

Allora Gesù li chiama tutti e dodici intorno a sé e dà loro una lezione molto istruttiva, perché è un’apocalisse del potere mondano, politico. Dice: “Voi sapete”, perché basta guardare, osservare, “che coloro i quali sono considerati i governanti delle genti dominano, spadroneggiano su di esse, e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così (Non ita est autem in vobis)”. Attenzione, Gesù non dice: “Tra voi non sia così”, facendo un augurio o impartendo un comando, ma: “Tra voi non è così”, ovvero, “se è così, voi non siete la mia comunità!”. Non è possibile che la comunità cristiana abbia come modello il potere mondano, che si lasci conformare a ciò che fanno i governi, quasi sempre ingiusti e spesso totalitari: il governo nella comunità cristiana è “altro”, oppure non è governo, ma dominio. D’altra parte, Gesù non nega la necessità di un governo nella società umana, ma lo legge nella sua realtà, come si manifesta in concreto. Sì, a volte c’è qualcuno che merita il governo perché sa esercitarlo nella giustizia, ma è evento raro, perché le forze mondane, i poteri oscuri lo rimuovono presto…

 

Ecco dunque la vera “costituzione” data alla chiesa: una comunità di fratelli e sorelle, che si servono gli uni gli altri, e tra i quali chi ha autorità è servo di tutti i servi. Nella chiesa non c’è possibilità di acquisire meriti di anzianità, di fare carriera, di vantare privilegi, di ricevere onori: occorre essere servi dei fratelli e delle sorelle, e basta! Il fondamento di questa comunità è proprio l’evento nel quale il Figlio dell’uomo, Gesù, si è fatto servo e ha dato la sua vita in riscatto per le moltitudini, cioè per tutti. Gesù non ha dominato, ma ha sempre servito fino a farsi schiavo, fino a lavare i piedi, fino ad accettare una morte ignominiosa, assimilato ai malfattori. Sì, Gesù è il Servo sofferente tratteggiato dal profeta Isaia nel brano che in questa domenica ascoltiamo come prima lettura: “Dopo il suo intimo tormento”, cioè dopo aver conosciuto la sofferenza, “il giusto mio Servo” – dice il Signore – “giustificherà le moltitudini (rabbim), egli si addosserà le loro iniquità” (Is 53,11). Questa la gloria del Messia, di Gesù, quindi la gloria del cristiano: non riconoscimenti mondani, non posizioni o posti di successo e di trionfo, ma la gloria di chi serve i fratelli e le sorelle e dà la vita nella libertà e per amore al seguito di lui, Gesù.

 

 

Questo vangelo non riguarda solo la comunità storica di Gesù, i Dodici, ma riguarda soprattutto noi, la chiesa oggi. In particolare, riguarda quelli che nella comunità cristiana esercitano un servizio, sempre tentati di farlo diventare dominio, potere, sempre tentati di lavorare per sé e non per il bene della comunità. E sia chiaro: nella chiesa il servizio non è finalizzato ad assicurare una dinamica di gruppo positiva ed efficace secondo schemi psicologici. No, il servizio è una legge per la comunità cristiana, perché realizza concretamente il nostro amore fraterno, perché questa è la posizione del Kýrios, del Signore. Al cuore della comunità c’è il Kýrios che si fa nostro servo e ci dice: “Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (Gv 13,14).


 

 

Lo Spirito ci dona

 

il discernimento

 

Gianfranco Ravasi

 

L’effusione dello Spirito Santo nella Pentecoste s’irradia in luce e amore, come attesta la simbologia del fuoco. Abbiamo, così, pensato in questa solennità di interrompere la nostra ormai lunga serie di storie di vocazione e di fermarci su una parola che evoca un’illuminazione spirituale. Se osserviamo il titolo assegnato da papa Francesco al Sinodo dei vescovi di ottobre, notiamo infatti la presenza di un vocabolo che è diventato piuttosto comune nel linguaggio ecclesiale di questi ultimi tempi: «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale».

Ecco, dunque, il termine che considereremo: «discernimento», che nella Bibbia è da cercare sotto un ventaglio di parole dai molteplici signi ficati, soprattutto nel linguaggio neotestamentario. C’è, così, una costellazione di verbi greci che citiamo innanzitutto per essere fedeli all’originale ma anche perché sono difficili da rendere in modo univoco: krínein è “giudicare”, ma anche saper vagliare, discriminare, persino condannare; dokimázein è “mettere alla prova, verificare, discernere, misurare”, ma anche approvare e interpretare; sýnesis è la “comprensione”, ma anche l’intelligenza, l’intelletto, la capacità di dare senso; ghinóskein è un “conoscere”, che però comprende non solo l’attività intellettiva ma anche quella volitiva, affettiva, effettiva fi no a giungere all’amore.

Questo arcobaleno di termini evidenzia quanto sia complessa l’opera di discernimento nei confronti delle scelte da compiere. Bisogna essere capaci di mettere sul tavolo la molteplicità dei doni personali ma anche delle vie che si aprono davanti a noi; si deve avere la coscienza del proprio limite ma anche la consapevolezza delle potenzialità che ci sono donate; è indispensabile avere una sensibilità morale che distingue bene e male, vero e falso, giusto e ingiusto; si deve essere pronti alla prova che verifica l’autenticità del cuore.

A quest’ultimo proposito sono significative alcune espressioni bibliche. Da un lato, c’è la certezza che Dio è «giusto giudice, scrutatore dei reni e del cuore» (così, ad esempio, in Geremia 11,20). San Paolo usa l’immagine del fuoco per descrivere l’azione giudicatrice del Signore nei confronti della vocazione e missione del discepolo: «L’opera di ciascuno sarà resa palese; la svelerà quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco saggerà l’opera di ciascuno» (1Corinzi 3,13). D’altro lato, c’è lo stesso credente che presenta con sincerità sé stesso a Dio perché egli trapassi con la sua luce la coscienza: «Scruta il mio cuore, vaglialo nella notte, provami nel crogiuolo: in me non troverai alcun crimine » (Salmo 17,3).

 

Ma alla fine è lo Spirito Santo il principio del discernimento attraverso i suoi doni che sono elencati dal profeta Isaia in uno dei suoi canti messianici: «Spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore» (11,2). Attraverso questa serie di virtù che illuminano l’anima, il fedele riesce ad avere la sapienza e l’intelligenza di Salomone e dei saggi, il consiglio e la fortezza di Mosè e di Davide, il timore del Signore testimoniato dai patriarchi e dai profeti. Con questa dotazione di virtù si potrà «distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo» (Filippesi 1,10), che è poi anche il tempo della nostra vocazione.


La potenza del vangelo

 

Enzo Bianchi *

 

 

Santità, venerabili padri, fratelli e sorelle,

intervengo a partire dall’assiduo ascolto dei giovani dell’Europa occidentale manifestandovi congiunture e urgenze.

Per la grande maggioranza dei giovani che non vivono la vita cristiana ed ecclesiale e che non sono rappresentati in questa assemblea, “Dio” è una parola che cade nell’ indifferenza, che è estranea alla loro esperienza, e per alcuni appare addirittura una parola “ambigua”, di cui avere diffidenza perché legata a fanatismo religioso, intolleranza, violenza. Non solo le immagini di Dio ricevute dalla tradizione sono contestate e incapaci di interessare i giovani, ma questi pensano di poter vivere bene senza Dio. Ciò non significa che questi giovani non abbiano sete di vita interiore e di spiritualità. Restano in ricerca. Ma l’offerta che viene fatta loro anche da parte nostra è sovente un teismo etico e terapeutico, cioè un’affermazione nebulosa di Dio accompagnata da una vita etica che ha come scopo lo stare bene con se stessi, il benessere individuale, esteriore e psichico.

Dunque il vero problema che riguarda le nuove generazioni è la crisi della fede, la mancata trasmissione della fede da parte delle nostre generazioni.

Ma in questa situazione dobbiamo constatare che i giovani restano sensibili all’umanità di Gesù Cristo che è il Vangelo e al Vangelo che è Gesù Cristo! I giovani di fatto ci dicono: “Vogliamo vedere Gesù” (Gv 12,21), come quei pagani presenti a Gerusalemme in occasione della sua ultima Pasqua. Gesù e il Vangelo intrigano i giovani; questi possono sentirsi estranei a Dio ma non a Gesù, che è il Dio fatto uomo, carne come noi tutti (cf. Gv 1,14). Ecco dunque la via che dobbiamo percorrere: far vedere Gesù, permettere l’incontro tra i giovani e Gesù, consegnare loro la buona notizia del Vangelo che può dare senso e significato alla loro vita. Ma noi abbiamo fede nella potenza del Vangelo, nella presenza viva di Gesù Cristo che con la sua vita ha raccontato l’amore e ha vinto la morte?

 

I giovani hanno domande che li abitano: come vivere una vita buona, una vita bella, una vita piena di senso e perciò felice. Solo Gesù Cristo dà la possibilità a un giovane di sentirsi giustificato, di esistere come esiste, mettendo vita nella sua vita. La mia esperienza di ascolto, incontro e cammino con tanti giovani mi convince, sempre di più, che quando approdano a conoscere Gesù ne restano affascinati e toccati. La vita di Gesù come vita buona, nella quale egli “ha fatto il bene” (cf. At 10,38), cioè ha scelto l’amore, la vicinanza, la relazione mai escludente, la cura dell’altro e soprattutto dei bisognosi, è vita non solo esemplare ma capace di affascinare e di rivelare la possibilità di una “bontà” che i giovani vorrebbero ispiratrice per la propria vita. Ma vi è anche un’attrazione nei confronti della vita bella vissuta da Gesù. Il suo non essere mai isolato, il suo vivere in una comunità, in una rete di affetti, il suo vivere l’amicizia, il suo rapporto con la natura: tutto ciò resta molto eloquente. Infine, vi è grande interesse per la sua vita beata, non nel senso di esente da fatiche, crisi e contraddizioni, ma beata in quanto Gesù aveva una ragione per cui valeva la pena spendere e dare la vita, fino alla morte: questa la sua gioia, la sua beatitudine. I giovani attendono di vedere Gesù, non sono una generazione malvagia, sono assetati di vita autentica, sono quelli che Gesù guarda e ama perché ha sete di averli come amici e fratelli. Dio è per loro oggi una parola ingombrante, la chiesa a volte è un ostacolo alla fede – come diceva il cardinale Joseph Ratzinger – ma Gesù resta la via! Incontrando Gesù i giovani possono andare a Dio, e quindi scoprire anche il suo corpo che è la chiesa.


La differenza cristiana

 

Enzo Bianchi

 

A marzo i giovani hanno vissuto una riunione pre sinodale nella quale è stato elaborato un documento da offrire alle istituzioni del prossimo sinodo su «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale», affinché da esso si sentano ispirate nell’ elaborazione dell’Instrumentum laboris, la traccia per il confronto e la discussione comune.

Un documento concepito da trecento giovani provenienti da tutto il mondo, collegati online attraverso gruppi di Facebook con altri quindicimila coetanei, non può essere pienamente rappresentativo di una realtà così plurale e complessa qual è la gioventù di molte e diversissime aree culturali nelle quali è presente la Chiesa cattolica. Resta tuttavia significativo che in questo testo si possano scorgere alcune convergenze, soprattutto sulle sfide e sulle opportunità dei giovani nel mondo di oggi. Va anche riconosciuta un’innegabile evidenza: le numerose indagini sociologiche e le diverse letture da parte di attenti osservatori del mondo giovanile non contraddicono ciò che i giovani hanno espresso in prima persona in questo confronto.

Questo documento ha il pregio di aiutare a percepire i giovani come parte della Chiesa e non come semplici interlocutori di un’istituzione a loro esterna. I giovani si sentono Chiesa, anche quando hanno consapevolezza di essere “la Chiesa che manca”, secondo la felice espressione di don Armando Matteo, e hanno la capacità di prendere la parola per richiedere al corpo di cui fanno parte un cambiamento di rotta e di stile. È significativo che si esprimano giudicando «la Chiesa come troppo severa e spesso associata a un eccessivo moralismo» e chiedendo che essa sia «accogliente e misericordiosa, […] capace di amare tutti, anche quelli che non la seguono» (1. 1). Dunque i giovani fanno richieste non scontate né rivoluzionarie, ma pacate e determinate. Ciò che tuttavia dal documento emerge come urgente per i giovani di oggi è la ricerca del senso dell’esistenza. Ricerca che si è fatta faticosa e difficile e che avviene ormai lontano dai percorsi indicati dalle religioni e soprattutto lontano da un itinerario di fede, perché proprio la fede non è stata loro trasmessa dalla generazione precedente, quella dei loro genitori. I millennials, nati negli ultimi due decenni del secolo scorso, possono anche essere definiti la “prima generazione incredula”, ma si faccia attenzione e si legga con discernimento quanto avvenuto nella generazione precedente, resasi estranea alla Chiesa soprattutto attraverso un’inedita incoerenza: si diceva cattolica ma non frequentava più abitualmente la liturgia domenicale e non sentiva l’appartenenza al cattolicesimo se non a livello culturale, in quanto erede di una cultura tradizionalmente cattolica.

Negli ultimi decenni del secolo scorso la Chiesa cattolica, in particolare quella italiana, è parsa aver smarrito lo slancio dell’aggiornamento conciliare e non si è più impegnata nella formazione e nella cura del fedele, affinché la sua fede fosse pensata, adulta e dunque emergesse la figura del cristiano maturo, corresponsabile nella comunità cristiana.

Ha preferito spendere tutte le sue energie in una logica di presenza nella società, fino a cercare di occupare spazi abitati dalla “religione civile”. Così è avvenuta una rottura della trasmissione generazionale della fede ed è emersa una figura di cattolico astenico e poco convinto che, come tale, non poteva comunicare ai figli né le esigenze evangeliche della sequela né una concreta appartenenza alla comunità cristiana.

Va anche detto che questa generazione adulta di fine millennio è stata incapace di comunicare una grammatica umana ai figli, che oggi si trovano poco abilitati al vivere quotidiano, ad assumere una responsabilità, a trovare senso. È soprattutto questa “ricerca di senso” a essere oggi in affanno, come testimoniano le indagini sociologiche e come sperimentano quanti sono in ascolto dei giovani (come i monasteri o le comunità che li accolgono abitualmente). «Chi sono veramente io? Chi voglio essere? Come diventare me stesso? Che cosa posso sperare? Che senso dare alla mia vita? Mi ritrovo davanti a un muro: come abbatterlo? O devo forse scalarlo?». Queste le domande dei giovani, a volte vissute in modo tragico, nella sensazione che non vi siano risposte se non il nulla.

Occorre ascoltare i giovani, ascoltarli nelle loro speranze e nelle loro ansie con molta pazienza, cercando soltanto di essere vicini a loro, compagni di strada, niente di più, senza avere la pretesa di suggerire o di proporre alcunché. Proprio perché queste sono le domande drammatiche che li abitano, oggi il riferimento a Dio sembra di nessun interesse, anche se questa aporia non desta alcuna confessione o militanza ateistica. Semplicemente, Dio non è più interessante e i giovani sono convinti che si possa vivere una vita felice senza di lui. E non si dica che, di conseguenza, i giovani abbandonano la Chiesa. Questa è estranea di per sé, come un mondo che non riesce più a dire nulla né attraverso la sua liturgia né attraverso le sue prediche.

Dio è una parola rifiutata ed espulsa perché è risuonata troppo, perché le sue immagini sono state percepite come false e nemiche dell’uomo, mentre la Chiesa è estranea perché — come più volte mi hanno detto i giovani — «vive in un altro mondo».

Resta però significativo che quei giovani che hanno ricevuto una qualche conoscenza di Gesù Cristo e della sua radicale umanità non sono indifferenti alla sua figura esemplare e al suo messaggio, anche se non giungono a una confessione di fede in lui.

Proprio per queste considerazioni, diventa urgente e decisivo un cambiamento nel vivere la fede cristiana: un cambiamento che riguarda innanzitutto la generazione adulta dei padri e delle madri, la generazione dei quarantenni-cinquantenni che deve essere raggiunta dal Vangelo, da quel Vangelo che non è stato loro indirizzato nel tempo della formazione cristiana. Occorre riaccendere un cristianesimo di testimonianza, in cui comportamento e stile siano veramente coerenti con il Vangelo professato. La trasmissione della fede deve cominciare nello spazio della famiglia, anche della famiglia ferita: solo se c’è convinzione salda, mite e intelligente, allora la fede si fa eloquente, parla ad altri e si fa comprendere come un tesoro per la vita. Se invece le istituzioni della Chiesa continuano a ignorare i fedeli, a lasciarli in una condizione di destinatari passivi del culto e della predicazione, se non riescono a farli partecipare con responsabilità alla vita della comunità, continuerà una fuga senza contestazioni e nel recinto dell’ovile resterà un numero sparuto di pecore.

Lasciamo perdere la retorica sui giovani e, mi permetto di dire, anche sulle donne. È controproducente caricare queste realtà di aggettivi pieni di complimenti e di immagini poetiche ma vuoti di sostanza: occorre invece un mutamento, affinché queste parti della Chiesa che stanno per mancare, o addirittura già mancano, trovino uno spazio di appartenenza e di vera fraternità e sororità vissuta in una comunità che sappia mostrare “la differenza cristiana”, in mezzo agli uomini e alle donne presenti nella storia e nella società, non contro di loro. I giovani oggi sono sempre più lontani dalla fede cristiana, ma abitano non una terra atea bensì una terra di mezzo in cui regna l’indifferenza per Dio e per la Chiesa. Questo è però un terreno aperto alla ricerca, alla

vita interiore, alla spiritualità, un terreno assetato di grammatica umana.

Attraverso le loro domande, sovente mute, i giovani chiedono che sia indicato loro il senso, la chiamata/vocazione alla vita. Sì, la vocazione che vorrebbero ascoltare e discernere è la vocazione alla vita, al vivere che è la chiamata unica e irripetibile per ogni persona da parte di Dio, anche nella fede cristiana. Come tutti gli umani, anche i giovani sono chiamati a vivere in pienezza, a fare della propria vita, per quanto è possibile, un’opera d’arte consapevole: chiamati dunque alla felicità, perché la vita buona e bella sa anche dare la felicità. Nessuna visione banalmente ottimistica sul “duro mestiere di vivere”, ma se questo invito alla vita è rivolto a un giovane da chi ha fiducia e comunica fiducia, se è fatto nella piena gratuità, non per farlo entrare nella Chiesa, non per farne un discepolo, ma perché si vuole che diventi un soggetto capace di pienezza di vita, allora l’appello è veramente credibile. Solo degli anziani, degli adulti capaci di fiducia e dunque di fede sanno anche mostrare la gratuità della loro cura dei giovani e sono capaci di fare strada insieme a loro, verso la vita.

 

Accogliendo i giovani, nel monito presinodale Papa Francesco ha usato parole commoventi per loro, invitandoli al rischio, all’entusiasmo della fede e al gusto della ricerca. Ha chiesto loro di non temere, di non spaventarsi mai sui nuovi sentieri da percorrere. Nella domenica delle Palme ha chiesto loro di gridare perché, se non grideranno i giovani, grideranno le pietre, come aveva detto Gesù dopo il suo ingresso a Gerusalemme (cfr. Luca, 19, 40). Dunque i giovani non siano mai letti né fuori dalla Chiesa né come semplici destinatari delle parole della Chiesa, né senza i padri e le madri, senza gli anziani, perché solo tutti insieme, come un solo corpo, si cammina con fiducia e solo in comunione ci si salva.


 

 

Il coraggio

 

di svuotare il cuore

 

Domenica XVIII T.O. (B)

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

 heart money

 

10,17-27 Incantati dal serpente [1]

 

Dalla gioia dell’incontro alla tristezza…

Il brano evangelico di Marco (10,17-27) racconta del giovane ricco, un episodio che si potrebbe intitolare: “Il percorso dalla gioia e dalla speranza alla tristezza e alla chiusura di se stesso”. Quel ragazzo, infatti, voleva seguire Gesù e lo vide e gli corse incontro, entusiasmato, per fargli la domanda: “Cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Al che, dopo l’invito a seguire i comandamenti, il Signore lo esorta: “Una cosa sola ti manca: vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo”. E il ragazzo, si fece scuro in volto e se ne andò rattristato. Possedeva infatti molti beni.

Dall’entusiasmo alla tristezza: Voleva andare con Gesù e se ne è andato per un’altra strada. Il motivo? Era attaccato ai suoi beni. Aveva tanti beni. E nel bilancio hanno vinto i beni.

 

… tristezza di una vita senza orizzonte

Di fronte a tale reazione Gesù disse ai suoi discepoli con convinzione: “Quanto è difficile per quelli che possiedono ricchezze entrare nel regno di Dio”. Infatti “c’è un mistero nel possesso della ricchezze. Le ricchezze hanno la capacità di sedurre, di portarci a una seduzione e farci credere che noi stiamo in un paradiso terrestre. Ricordo che negli anni Settanta vidi per la prima volta un quartiere chiuso, di gente benestante; era chiuso per difendersi dai ladri, per essere sicuri. C’era anche gente buona, ma si erano rinchiusi in quella sorta di paradiso terrestre. Questo accade quando c’è la chiusura per difendere i beni: si perde “l’orizzonte”. Ed è triste una vita senza orizzonte.

 

L’attaccamento alle ricchezze porta alla corruzione…

Le cose chiuse si rovinano, entrano in corruzione. L’attaccamento alle ricchezze è l’inizio di ogni genere di corruzione, dappertutto: corruzione personale, corruzione negli affari, anche la piccola corruzione commerciale - come quella di coloro che sottraggono qualche etto al peso giusto di una merce - corruzione politica, corruzione nell’educazione.... Quanti “vivono attaccati al proprio potere, alle proprie ricchezze, si credono nel paradiso. Sono chiusi, non hanno orizzonte, non hanno speranza. Alla fine dovranno lasciare tutto.

 

…e alla sterilità

In una parabola Gesù parla dell’uomo che con vesti eleganti tutti i giorni si dava a lauti banchetti: costui era tanto chiuso in se stesso che non vedeva più al di là del suo naso: non vedeva che lì alla porta di casa sua c’era un uomo che aveva fame e anche ammalato, piagato. La stessa cosa accade a noi: l’attaccamento alle ricchezze ci fa credere che tutto sta bene, c’è un paradiso terrestre, ma ci toglie la speranza e ci toglie l’orizzonte. E vivere senza orizzonte è una vita sterile, vivere senza speranza è una vita triste.

 

Non attaccamento ma amministrazione delle ricchezze

Qui si sta criticando l’“attaccamento” e non l’“amministrare bene le ricchezze”. Le ricchezze, infatti, sono per il bene comune, per tutti, e se il Signore le concede a qualcuno, è per il bene di tutti, non per se stesso, non perché le chiuda nel suo cuore, che poi con questo diventa corrotto e triste.

 

L’incanto del serpente

Gesù usa un’espressione forte: “Quanto è difficile per quelli che possiedono ricchezze entrare nel regno di Dio”. Le ricchezze, sono come il serpente nel paradiso terrestre, incantano, ingannano, ci fanno credere che siamo potenti, come Dio. E alla fine ci tolgono il meglio, la speranza, e ci buttano nel brutto, nella corruzione. Perciò Gesù afferma: È più facile che un cammello passi nella cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli.

 

Aprirsi… all’orizzonte

Da ciò deriva un consiglio valido per ognuno: chi possiede delle ricchezze deve fare riferimento alla prima beatitudine: “Beati i poveri in spirito”; cioè spogliarsi di questo attaccamento e fare che le ricchezze che il Signore gli ha dato siano per il bene comune. L’unica maniera di agire è aprire la mano, aprire il cuore, aprire l’orizzonte. Se invece tu hai la mano chiusa, hai il cuore chiuso come quell’uomo che faceva i banchetti e indossava vesti lussuose, non hai orizzonti, non vedi gli altri che hanno bisogno e finirai come quell’uomo: lontano da Dio. Lo stesso è accaduto al giovane ricco: aveva la strada per la felicità, la cercava e... perde tutto. A causa del suo attaccamento alle ricchezze finisce come uno sconfitto.

Dobbiamo quindi, chiedere a Gesù la grazia di non essere attaccati alle ricchezze per non correre il pericolo della chiusura del cuore, della corruzione e della sterilità.

 

10,17-27 Il coraggio di svuotare il cuore [2]

 

Lo Spirito spinse il giovane ricco all’incontro con Gesù.

L’incontro di Gesù con il giovane ricco (Mc 10,17-27) è una storia che abbiamo sentito tante volte: un uomo cerca Gesù e si getta in ginocchio davanti a lui. E lo fa davanti a tutta la folla, perché aveva tanta voglia di sentire le parole di Gesù e nel suo cuore qualcosa lo spingeva. Così, in ginocchio davanti a lui gli chiede cosa debba fare per avere in eredità la vita eterna. A muovere il cuore di quest’uomo era lo Spirito Santo. Era infatti un uomo buono perché fin dalla sua giovinezza aveva osservato i comandamenti”. Essere buono però non era sufficiente per lui: voleva di più! Lo Spirito Santo lo spingeva!

 

Gesù lo guardò con amore e gli fece una proposta

Gesù fissò lo sguardo su di lui, contento di sentire queste cose. Tanto che il Vangelo dice che lo amò. Anche Gesù sentiva questo entusiasmo. E gli fa la proposta: vendi tutto e vieni con me a predicare il Vangelo! Ma, si legge nel racconto dell’evangelista, l’uomo, sentendo queste parole, si fece scuro in volto e se ne andò rattristato.

Quell’uomo buono era venuto con speranza, con gioia, a trovare Gesù. Ha fatto la sua domanda. Ha sentito le parole di Gesù. E prende una decisione: andarsene. Così quella gioia che lo spingeva, la gioia dello Spirito Santo, diviene tristezza. Marco racconta infatti che se ne andò rattristato perché possedeva tanti beni.

 

… ma il suo cuore era pieno

Il problema era che il suo cuore inquieto per via dello Spirito Santo, che lo spingeva ad avvicinarsi a Gesù e a seguirlo, era un cuore pieno. Ma lui non ha avuto il coraggio di svuotarlo. E ha fatto la scelta: i soldi! Aveva un cuore pieno di soldi. Eppure non era un ladro, un reo. Era un uomo buono: mai aveva rubato, mai truffato. I suoi erano soldi onesti. Ma il suo cuore era imprigionato lì, era legato ai soldi e non aveva la libertà di scegliere. Così, alla fine, i soldi hanno scelto per lui.

 

Anche oggi tanti giovani vogliono seguire Gesù..

Tanti giovani sentono nel loro cuore questa chiamata ad avvicinarsi a Gesù. E sono entusiasti, non hanno paura di andare davanti a Gesù, non hanno vergogna a inginocchiarsi. Proprio come ha fatto il giovane ricco, con un segno pubblico, dando una dimostrazione pubblica della loro fede in Gesù Cristo.

Anche oggi sono tanti questi giovani che vogliono seguire Gesù. Ma quando hanno il cuore pieno di un’altra cosa, e non sono tanto coraggiosi per svuotarlo, tornano indietro. E così quella gioia diviene tristezza. Quanti giovani hanno quella gioia della quale parla san Pietro nella prima lettera (1,3-9: “Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede”. Davvero questi giovani sono tanti, ma c’è qualcosa in mezzo che li ferma […].

 

Pregare perché il loro cuore divenga libero

Quando noi chiediamo al Signore di inviare vocazioni perché annuncino il Vangelo, lui le invia. C’è chi dice sconsolato: “Padre, ma come va male il mondo: non ci sono vocazioni di suore, non ci sono vocazioni di preti, andiamo alla rovina!”. Invece di vocazioni ce ne sono tante. Ma allora, se ce ne sono tante, perché dobbiamo pregare perché il Signore le invii? Dobbiamo pregare perché il cuore di questi giovani possa svuotarsi: svuotarsi di altri interessi, di altri amori. Perché il loro cuore divenga libero. Ecco la vera, grande preghiera per le vocazioni: Signore, mandaci suore, mandaci preti; difendili dall’idolatria della vanità, dall’idolatria della superbia, dall’idolatria del potere, dall’idolatria del denaro. Dunque la nostra preghiera è per preparare questi cuori per poter seguire da vicino Gesù.

 

10,17-27 Aprire il cuore alla gioia [3]

 

L’incontro del giovane ricco…

Un giovane si è avvicinato a Gesù per seguirlo (10,17-27): un “bravo giovane” tanto da riuscire a conquistare il cuore di Gesù, il quale, si legge, “fissò lo sguardo su di lui” e “lo amò”. A quel giovane Gesù fece una proposta: “Una sola cosa ti manca: vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri e vieni con me”; ma a queste parole egli “si fece scuro in volto e se ne andò rattristato”.

Il giovane, non è stato capace di aprire il cuore alla gioia e ha scelto la tristezza. Ma perché? La risposta è chiara: Perché possedeva molti beni. Era attaccato ai beni. Del resto, Gesù stesso aveva avvisato che non si può servire due padroni: o servi il Signore o servi le ricchezze. Le ricchezze non sono cattive in se stesse, la cattiveria è “servire la ricchezza”. Fu così che il giovane se ne andò triste: “Egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato”.

 

… getta luce sulla nostra vita quotidiana…

È questo un episodio che getta luce anche sulla vita quotidiana nelle nostre parrocchie, nelle nostre comunità, nelle nostre istituzioni: qui infatti, se troviamo gente che si dice cristiana e vuole essere cristiana ma è triste, vuol dire che succede qualcosa che non va. Ed è compito di ognuno aiutare questa gente a trovare Gesù, a togliere quella tristezza, perché possa gioire del Vangelo, possa avere questa gioia che è propria del Vangelo.

Davanti alla rivelazione, davanti all’amore di Dio, davanti alle emozioni dello Spirito Santo il cristiano è un uomo, una donna di stupore.

 

… sulla nostra capacità di stupirci

Una parola - “stupore” - ritorna anche alla fine del brano evangelico, quando Gesù spiega agli apostoli che quel ragazzo tanto bravo non è riuscito a seguirlo, perché era attaccato alle ricchezze e dice che è molto difficile che un ricco, uno che è attaccato alle ricchezze, entri nel regno dei Cieli. Si legge infatti che loro, “più stupiti”, dicevano: “E chi può essere salvato?”.

L’uomo, il cristiano può essere talmente stupito di fronte a tanta grandezza e tanta bellezza, da pensare: “Io non ce la faccio. Non so come si fa!”. La risposta che Gesù dà guardando in faccia i suoi discepoli è consolante: “Impossibile agli uomini - non ce la facciamo... - ma non a Dio!”. Possiamo, cioè, vivere la “gioia cristiana”, lo “stupore della gioia”, e salvarci dal vivere attaccati ad altre cose, alle mondanità, soltanto con la forza di Dio, con la forza dello Spirito Santo”.

Perciò, chiediamo oggi al Signore che ci dia lo stupore davanti a lui, davanti a tante ricchezze spirituali che ci ha dato; e con questo stupore ci dia la gioia, la gioia della nostra vita e di vivere in pace nel cuore le tante difficoltà; e ci protegga dal cercare la felicità in tante cose che alla fine ci rattristano: promettono tanto, ma non ci daranno niente! Ricordatevi bene: un cristiano è un uomo e una donna di gioia, di gioia nel Signore; un uomo e una donna di stupore.

 

10,17-30 Tre scene, tre sguardi di Gesù [4]

 

1. La prima scena presenta l’incontro tra il Maestro e un tale che - secondo il passo parallelo di Matteo - viene identificato come “giovane”. L’incontro di Gesù con un giovane. Costui corre verso Gesù, si inginocchia e lo chiama “Maestro buono”. Quindi gli chiede: “Che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”, cioè la felicità. (v. 17). “Vita eterna” non è solo la vita dell’aldilà, ma è la vita piena, compiuta, senza limiti. Che cosa dobbiamo fare per raggiungerla? La risposta di Gesù riassume i comandamenti che si riferiscono all’amore verso il prossimo. Al riguardo quel giovane non ha nulla da rimproverarsi; ma evidentemente l’osservanza dei precetti non gli basta, non soddisfa il suo desiderio di pienezza. E Gesù intuisce questo desiderio che il giovane porta nel cuore; perciò la sua risposta si traduce in uno sguardo intenso pieno di tenerezza e di affetto. Così dice il Vangelo: “fissò lo sguardo su di lui, lo amò” (v. 21). Si accorse che era un bravo ragazzo… Ma Gesù capisce anche qual è il punto debole del suo interlocutore, e gli fa una proposta concreta: dare tutti i suoi beni ai poveri e seguirlo. Quel giovane però ha il cuore diviso tra due padroni: Dio e il denaro, e se ne va triste. Questo dimostra che non possono convivere la fede e l’attaccamento alle ricchezze. Così, alla fine, lo slancio iniziale del giovane si smorza nella infelicità di una sequela naufragata.

 

2. Nella seconda scena l’evangelista inquadra gli occhi di Gesù, e stavolta si tratta di uno sguardo pensoso, di avvertimento: “Volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!” (v. 23). Allo stupore dei discepoli, che si domandano: “E chi può essere salvato?” (v. 26), Gesù risponde con uno sguardo di incoraggiamento – è il terzo sguardo – e dice: la salvezza è, sì, “impossibile agli uomini, ma non a Dio!” (v. 27). Se ci affidiamo al Signore, possiamo superare tutti gli ostacoli che ci impediscono di seguirlo nel cammino della fede. Affidarsi al Signore. Lui ci darà la forza, Lui ci dà la salvezza, Lui ci accompagna nel cammino.

 

3. E così siamo arrivati alla terza scena, quella della solenne dichiarazione di Gesù: “In verità vi dico: chi lascia tutto per seguirmi avrà la vita eterna nel futuro e il centuplo già nel presente” (cfr vv. 29-30). Questo “centuplo” è fatto dalle cose prima possedute e poi lasciate, ma che si ritrovano moltiplicate all’infinito. Ci si priva dei beni e si riceve in cambio il godimento del vero bene; ci si libera dalla schiavitù delle cose e si guadagna la libertà del servizio per amore; si rinuncia al possesso e si ricava la gioia del dono. Quello che Gesù diceva: “Si è più beati nel dare che nel ricevere” (cfr At 20,35).

 

Lasciarsi conquistare dallo sguardo di Gesù

Il giovane non si è lasciato conquistare dallo sguardo di amore di Gesù, e così non ha potuto cambiare. Solo accogliendo con umile gratitudine l’amore del Signore ci liberiamo dalla seduzione degli idoli e dalla cecità delle nostre illusioni. Il denaro, il piacere, il successo abbagliano, ma poi deludono: promettono vita, ma procurano morte. Il Signore ci chiede di distaccarci da queste false ricchezze per entrare nella vita vera, la vita piena, autentica, luminosa. E io domando a voi, giovani, ragazzi e ragazze, che siete adesso in piazza: “Avete sentito lo sguardo di Gesù su di voi? Che cosa volete rispondergli? Preferite lasciare questa piazza con la gioia che ci dà Gesù o con la tristezza nel cuore che la mondanità ci offre

 

10,20 Lasciare tutto [5]

 

Occorre riconoscere che l’accidia è una realtà che molto spesso ci attacca, una minaccia alla nostra vita quotidiana di pastori. Umilmente dobbiamo sapere che esiste in noi ed alimentarci con la parola di Dio che ci dà la forza per volere, desiderare ed essere fermamente decisi. Invece, il nuovo comandamento è totale: sappiamo che l’odio si vince con l’amore, la violenza con la tenerezza: “Vedere con gli occhi dell’immaginazione le sinagoghe, le città e i borghi dove Cristo nostro Signore predicava” (ES 91). È il lavoro di ogni giorno, la costanza apostolica, quel “voglio, desidero ed è mia ferma decisione” (ES 98) di tutti i giorni..., senza abbassare la guardia. Non basta il “tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza” (Mc 10,20). Il “vieni e seguimi” è come quello di Pietro, che lascia tutto (Lc 18,28-30).

 

10,21.51 Guardare con gli occhi di Dio (AL 323)

 

È una profonda esperienza spirituale contemplare ogni persona cara con gli occhi di Dio e riconoscere Cristo in lei. Questo richiede una disponibilità gratuita che permetta di apprezzare la sua dignità. Si può essere pienamente presenti davanti all’altro se ci si dona senza un perché, di-menticando tutto quello che c’è intorno. Così la persona amata merita tutta l’attenzione. Gesù era un modello, perché quando qualcuno si avvicinava a parlare con lui, fissava lo sguardo, guardava con amore (cfr Mc 10,21). Nessuno si sentiva trascurato in sua presenza, poiché le sue parole e i suoi gesti erano espressione di questa domanda: “Che cosa vuoi che io faccia per te?” (Mc 10,51). Questo si vive nella vita quotidiana della famiglia. In essa ricordiamo che la persona che vive con noi merita tutto, perché ha una dignità infinita, essendo oggetto dell’immenso amore del Padre. Così fiorisce la tenerezza, in grado di suscitare nell’altro la gioia di sentirsi amato. Essa si esprime in particolare nel volgersi con attenzione squisita ai limiti dell’altro, specialmente quando emergono in maniera evidente.

 

10,21 La vicinanza dello sguardo (EG 269)

 

Gesù stesso è il modello di questa scelta evangelizzatrice che ci introduce nel cuore del popolo. Quanto bene ci fa vederlo vicino a tutti! Se parlava con qualcuno, guardava i suoi occhi con una profonda attenzione piena d’amore: “Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò” (Mc 10,21). Lo vediamo aperto all’incontro quando si avvicina al cieco lungo la strada (cfr Mc 10,46-52) e quando mangia e beve con i peccatori (cfr Mc 2,16), senza curarsi che lo trattino da mangione e beone (cfr Mt 11,19). Lo vediamo disponibile quando lascia che una prostituta unga i suoi piedi (cfr Lc 7,36-50) o quando riceve di notte Nicodemo (cfr Gv 3,1-15). Il donarsi di Gesù sulla croce non è altro che il culmine di questo stile che ha contrassegnato tutta la sua esistenza.

Affascinati da tale modello, vogliamo inserirci a fondo nella società, condividiamo la vita con tutti, ascoltiamo le loro preoccupazioni, collaboriamo materialmente e spiritualmente nelle loro necessità, ci rallegriamo con coloro che sono nella gioia, piangiamo con quelli che piangono e ci impegniamo nella costruzione di un mondo nuovo, gomito a gomito con gli altri. Ma non come un obbligo, non come un peso che ci esaurisce, ma come una scelta personale che ci riempie di gioia e ci conferisce identità.

 

10,21 Stare come Gesù, presenti (LS 226)

 

Stiamo parlando di un atteggiamento del cuore, che vive tutto con serena attenzione, che sa rimanere pienamente presente davanti a qualcuno senza stare a pensare a ciò che viene dopo, che si consegna ad ogni momento come dono divino da vivere in pienezza. Gesù ci insegnava questo atteggiamento quando ci invitava a guardare i gigli del campo e gli uccelli del cielo, o quando, alla presenza di un uomo in ricerca, “fissò lo sguardo su di lui” e “lo amò” (Mc 10,21). Lui sì che sapeva stare pienamente presente davanti ad ogni essere umano e davanti ad ogni creatura, e così ci ha mostrato una via per superare l’ansietà malata che ci rende superficiali, aggressivi e consumisti sfrenati.

 

10,28-31 Lo stipendio dei discepoli [6]

 

Lo sconcerto dei discepoli

Al quel giovane che voleva seguirlo (Mc 10,17-27), il Signore ha detto che una cosa gli mancava: vendere tutto quello che aveva per darlo ai poveri: “avrai un tesoro nel cielo”. Ma a queste parole quel giovane si fece scuro in volto e se ne andò rattristato.

Gesù riprese il discorso e disse ai discepoli: “Quanto è difficile per quelli che possiedono ricchezze entrare nel regno di Dio”. E i discepoli erano sconcertati dalle sue parole. Ma Gesù riprese e disse loro: “Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio. È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio”.

 

La domanda di Pietro

Pietro assicura a Gesù: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. Come a dire: “E a noi, che? Quale sarà il nostro stipendio? Abbiamo lasciato tutto”. In poche parole: “i ricchi che non hanno lasciato niente – ad esempio, quel ragazzo che non voleva lasciare le sue ricchezze - non entreranno nel regno di Dio, ma noi? Quale sarà il nostro guadagno?”.

La questione è che i discepoli capivano Gesù a metà, perché la conoscenza di Gesù, pienamente, avvenne quando è venuto lo Spirito Santo. E infatti Gesù risponde loro: “Sì, vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa, fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte, insieme a persecuzioni”. In pratica Gesù risponde indicando un’altra direzione e non promette le stesse ricchezze che aveva quel ragazzo. Proprio questo avere tanti fratelli, sorelle, madri, padri, beni è l’eredità del regno, ma con la persecuzione, con la croce. E questo cambia.

 

Non si può avere il cielo e la terra

Ecco perché, quando un cristiano è attaccato ai beni, fa la brutta figura di un cristiano che vuole avere due cose: il cielo e la terra. E la pietra di paragone è proprio quel che dice Gesù: la croce, le persecuzioni, vuol dire negare se stesso, subire ogni giorno la croce.

Da parte loro, i discepoli avevano questa tentazione: seguire Gesù, ma poi quale sarà la fine di questo buon affare? Pensiamo alla mamma di Giacomo e Giovanni quando chiese a Gesù un posto per i suoi figli: “Ah, questo me lo fai primo ministro, questo ministro dell’economia”. Era l’interesse mondano nel seguire Gesù: ma poi il cuore di questi discepoli è stato purificato, purificato, purificato fino alla Pentecoste, quando hanno capito tutto.

La gratuità nel seguire Gesù è la risposta alla gratuità dell’amore e della salvezza che ci dà Gesù. Quando si vuole andare sia con Gesù sia con il mondo, sia con la povertà sia con la ricchezza, ne viene fuori un cristianesimo a metà, che vuole un guadagno materiale: è lo spirito della mondanità. E quel cristiano, diceva il profeta Elia, “zoppica su due gambe” perché non sa cosa vuole.

 

L’ultima parola

Così, la chiave per capire questo discorso di Gesù - ma sì, cento volte in più, ma con la croce - è l’ultima parola: “Molti dei primi saranno gli ultimi e gli ultimi saranno i primi”. E cioè quello che dice del servizio: “Quello che si crede o che è il più grande tra voi, si faccia il servitore: il più piccolo”. Non a caso, dicendo queste parole Gesù prese quel bambino e lo fece vedere.

Seguire Gesù dal punto di vista umano non è un buon affare: è servire. Del resto è esattamente quello che ha fatto lui: e se il Signore ti dà la possibilità di essere il primo, tu devi comportarti come l’ultimo, cioè nel servizio. E se il Signore ti dà la possibilità di avere beni, tu devi comportarti nel servizio, cioè per gli altri.

Sono tre cose, tre scalini che ci allontanano da Gesù: le ricchezze, la vanità e l’orgoglio. Per questo le ricchezze sono tanto pericolose: ti portano subito alla vanità e ti credi importante; ma quando ti credi importante, ti monti la testa e ti perdi. Ecco perché Gesù ci ricorda la strada: “Molti dei primi saranno ultimi, gli ultimi saranno i primi, e chi è primo fra di voi si faccia il servo di tutti”. È una strada di spogliamento, la stessa strada che ha fatto lui.

 

La fatica di comprendere

A Gesù questo lavoro di catechesi ai discepoli costò tanto, tanto tempo perché non capivano bene. Così oggi anche noi dobbiamo chiedere a lui: c’insegni questo cammino, questa scienza del servizio, questa scienza dell’umiltà, questa scienza di essere gli ultimi per servire i fratelli e le sorelle della Chiesa.

È brutto vedere un cristiano - sia laico, consacrato, sacerdote, vescovo - che vuole le due cose: seguire Gesù e i beni, seguire Gesù e la mondanità. È una contro-testimonianza e allontana la gente da Gesù. Prima di proseguire con la celebrazione dell’Eucaristia, pensate di nuovo alla domanda di Pietro: “Abbiamo lasciato tutto: come ci pagherai?”. E a tenere bene in mente la risposta di Gesù, perché il prezzo che lui ci darà è la somiglianza a lui: questo sarà lo “stipendio”. E somigliare a Gesù, è un “grande stipendio”.

 

 

NOTE

[1] Meditazione, 25 maggio 2015.

[2] Meditazione, 3 marzo 2014.

[3] Meditazione, 23 maggio 2016.

[4] Angelus, 11 ottobre 2015.

[5] Il Signore ci chiama e ci forma, in PAPA FRANCESCO – J. M. BERGOGLIO, In lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book Milano – LEV Città 

Lasciare e unirsi

 

simbolo della

 

storia della salvezza

 

Domenica XXVII del T.O. (B)

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

 

Mc 10,1-12 Gesù, riporta il matrimonio e la famiglia alla loro forma originale (AL 63)

 

Gesù, che ha riconciliato ogni cosa in sé, ha riportato il matrimonio e la famiglia alla loro forma originale (cfr Mc 10,1-12). La famiglia e il matrimonio sono stati redenti da Cristo (cfr Ef 5,21-32), restaurati a immagine della Santissima Trinità, mistero da cui scaturisce ogni vero amore. L’alleanza sponsale, inaugurata nella creazione e rivelata nella storia della salvezza, riceve la piena rivelazione del suo significato in Cristo e nella sua Chiesa. Da Cristo attraverso la Chiesa, il matrimonio e la famiglia ricevono la grazia necessaria per testimoniare l’amore di Dio e vivere la vita di comunione. Il Vangelo della famiglia attraversa la storia del mondo sin dalla creazione dell’uomo ad immagine e somiglianza di Dio (cfr Gn 1,26-27) fino al compimento del mistero dell’Alleanza in Cristo alla fine dei secoli con le nozze dell’Agnello (cfr Ap 19,9).

 

10, 1-12 Giustizia con misericordia [1]

 

Tre gruppi seguivano Gesù

C’erano tre gruppi di persone che seguivano Gesù (Mc 10,1-12) Anzitutto, la folla che lo seguiva per imparare, perché lui parlava con autorità. Certo lo seguiva anche, per farsi guarire. Il secondo gruppo è composto da dottori della legge che, invece, lo seguivano per metterlo alla prova: si avvicinavano e per metterlo alla prova domandavano cose. Ci sono poi i discepoli, il terzo gruppo: lo seguivano perché erano attaccati a lui, Gesù stesso li aveva chiamati per essere vicini. E così questi tre gruppi seguivano sempre Gesù.

 

I dottori

Marco racconta che al Signore si avvicinano questi dottori della legge: è chiaro, lo dice il Vangelo, per metterlo alla prova domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma Gesù non risponde se sia lecito o non sia lecito; non entra nella loro logica casistica, perché loro pensavano soltanto alla fede in termini di “si può” o “non si può”, fino a dove “si può”, fino a dove “non si può”. Però in quella logica della casistica Gesù non ci entra. Anzi, a loro rivolge una domanda: “Che cosa vi ha ordinato Mosè?”. In pratica chiede: “Che cosa c’è nella vostra legge?”.

Nel rispondere a questa domanda di Gesù, i dottori della legge spiegano il permesso che ha dato Mosè per ripudiare la moglie, e sono proprio loro a cadere nel tranello, perché Gesù li qualifica “duri di cuore”. E si rivolge loro così: “Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma”. E così Gesù dice la verità, senza casistica, senza permessi, la verità: “Dall’inizio della creazione, Dio li fece maschio e femmina”. E continua: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre” e si mette in cammino, e “si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola”. Perciò “non sono più due, ma una sola carne”. E questa non è né casistica, né permesso: è la verità; Gesù dice sempre la verità.

 

I discepoli

Marco, poi, racconta nel suo Vangelo anche la reazione del terzo gruppo, i discepoli, a casa: lo interrogarono di nuovo su questo argomento per capire meglio, perché loro conoscevano questo permesso di Mosè, questa legge di Mosè. E Gesù è ancora molto chiaro: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio”.

Dunque Gesù dice la verità. Egli esce dalla logica casistica e spiega le cose come sono state create, spiega la verità. Ma sicuramente, qualcuno può pensare: “Sì, la verità è questa, ma tu, Gesù, tu sei andato lì a parlare con un’adultera!”. E anche tante volte adultera: cinque, credo. Perciò, così facendo, sei diventato impuro. E sei diventato impuro anche perché quella era pagana, era una samaritana. E parlare con uno che non era ebreo ti faceva impuro e sei diventato impuro, anche perché hai bevuto dal bicchiere di lei, che non era stato purificato. Allora, come mai tu dici che questo è adulterio, che questo è grave, e poi parli con quella, le spieghi il catechismo e bevi anche quello che lei ti dà? E ancora: Un’altra volta ti hanno portato un’adultera - chiaro a tutti: l’hanno presa in adulterio - e tu, alla fine, cosa hai detto? “Io non ti condanno, non peccare più”. Ma come si spiega questo? si potrebbe, dunque, obiettare.

 

Dalla casistica alla verità…

È il cammino cristiano. Si tratta del cammino di Gesù, perché anche lui - pensiamo a Matteo, a Zaccheo, ai banchetti che fa con tutti i peccatori - andava da loro, a mangiare. E il cammino di Gesù, si vede chiaro, è il cammino dalla casistica alla verità e alla misericordia: Gesù lascia fuori la casistica. E a quelli che volevano metterlo alla prova, a quelli che pensavano con questa logica del “si può”, li qualifica - non qui, ma in altro passo del Vangelo - ipocriti. E questo vale anche con il quarto comandamento: questi negavano di assistere i genitori con la scusa che avevano dato una bella offerta alla Chiesa, ipocriti! Perché la casistica è ipocrita, è un pensiero ipocrita: “si può, non si può”. Un pensiero che poi diventa più sottile, più diabolico: “Ma fino a qui posso? Ma di qui a qui, non posso”. È l’inganno della casistica. Invece no: dalla casistica alla verità ma la verità è questa”. E Gesù non negozia la verità, mai: la dice tale e quale è.

 

…e alla misericordia

Ma non c’è solo la verità. C’è anche la misericordia, perché lui è l’incarnazione della misericordia del Padre e non può negare se stesso. E non può negare se stesso perché è la verità del Padre, e non può negare se stesso perché è la misericordia del Padre. E questa è la strada che Gesù ci insegna a percorrere: non è facile, nella vita, quando vengono le tentazioni: pensiamo alle tentazioni di affari. In quel caso “gli affaristi” dicono: “Io posso fare fino a qui, licenzio questi dipendenti e guadagno più di qua”. È la “casistica”, appunto. Quando la tentazione ti tocca il cuore, questo cammino di uscire dalla casistica alla verità e alla misericordia non è facile: ci vuole la grazia di Dio perché ci aiuti ad andare così avanti. E dobbiamo chiederla sempre.

 

10,1-12 Dio non è un'equazione [2]

La folla

“Gesù, partito da Cafàrnao, venne nella regione della Giudea e al di là del fiume Giordano”, e la folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli insegnava loro, come era solito fare.

Protagonista è la folla che viene a lui: lui insegnava e loro ascoltavamo. Tutte quelle persone seguivano Gesù proprio perché avevano piacere ad ascoltarlo. Il Vangelo dice che lui “insegnava con autorità, non come insegnavano gli scribi e i farisei”. Per questo la folla, il popolo di Dio, era con Gesù.

 

I farisei e le loro domande sul matrimonio

Però c’era anche, dall’altra parte, quel piccolo gruppetto di farisei, sadducei, dottori della legge che sempre si avvicinavano a Gesù con cattive intenzioni. Il Vangelo ci dice chiaramente che la loro intenzione era di metterlo alla prova: erano sempre pronti a usare la classica buccia di banana per far scivolare Gesù, togliendogli così “l’autorità”.

Queste persone erano staccate dal popolo di Dio: erano un piccolo gruppetto di teologi illuminati che credevano di avere tutta la scienza e la saggezza. Ma a forza di cucinare la loro teologia, erano caduti nella casistica e non potevano uscire da quella trappola. Tanto da ripetere continuamente: “Non si può, non si può!”. Di queste persone Gesù parla tanto nel capitolo 23 di Matteo e le descrive bene.

[…] Per due volte, nel Vangelo, questo piccolo gruppetto rivolge una domanda a Gesù sul matrimonio. In particolare una volta i sadducei, che non credevano nella vita eterna, hanno presentato una domanda sul levirato”, cioè riguardo a quella donna che si era sposata con sette fratelli e poi alla fine morì: “quale sarà il marito di questa nell’aldilà?”. Una domanda pensata proprio per tentare di mettere in ridicolo Gesù.

Invece l’altra domanda è questa: “È lecito ripudiare una donna?”.

 

La risposta di Gesù: la pienezza della verità del matrimonio…

Ma Gesù, in ambedue le situazioni, non si ferma sul caso particolare, va oltre: va alla pienezza del matrimonio.

Nel caso del levirato Gesù va alla pienezza escatologica: “In cielo non ci saranno né marito né moglie, vivranno come angeli di Dio”. Egli va alla pienezza della luce che viene da quella pienezza escatologica. Dunque, Gesù ricorda la pienezza dell’armonia della creazione: “Dall’inizio della creazione, Dio li fece maschio e femmina”.

È chiaro che lui non sbaglia, lui non cerca di fare una bella figura davanti a loro: “Dio li fece maschio e femmina”. E subito aggiunge: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e la donna lascerà suo padre e sua madre e si unirà al marito - è sottointeso - e i due diventeranno una carne sola”. Questo è forte: Una simbiosi, una carne sola; non sono più due, ma una sola carne. Dunque “l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”.

Sia nel caso del levirato sia in questo Gesù risponde dalla verità schiacciante, dalla verità contundente - questa è la verità! - dalla pienezza, sempre. Del resto Gesù mai negozia la verità. Invece questo piccolo gruppetto di teologi illuminati negoziava sempre la verità, riducendola alla casistica. A differenza di Gesù, il quale non negozia la verità: questa è la verità sul matrimonio, non ce n’è un’altra.

 

… e la misericordia…

Tuttavia Gesù è tanto misericordioso, è tanto grande che mai, mai, mai chiude la porta ai peccatori. Lo si comprende quando domanda loro: “Cosa vi ha comandato Mosè? Cosa vi ha ordinato Mosè?”. La risposta è che “Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio”. Ed è vero, è vero. Ma Gesù risponde così: “Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma”.

Qui c’è la pienezza della verità, quella verità forte, contundente, ma anche la debolezza umana, la durezza del cuore. E Mosè, il legislatore, fece questo, ma le cose restino chiare: la verità è una cosa e un’altra la durezza del cuore che è la condizione peccatrice di tutti noi. Perciò Gesù lascia qui la porta aperta al perdono di Dio ma a casa, ai discepoli, ripete la verità: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra commette adulterio”. Gesù lo dice chiaramente, senza giri di parole: “E se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio”.

 

Verità e misericordia nel matrimonio…

Il passo evangelico ci rivela le verità che Gesù ci dà, che sono verità piene, ricevute da Dio, dal Padre, che sono sempre così. E ci mostra anche il modo, cioè come Gesù si comporta davanti ai peccatori: con il perdono, lasciando la porta aperta. E in questo riferimento a Mosè, lascia un po’ qualcosa per il perdono della gente che non è riuscita a portare avanti questo compromesso. Del resto, anche oggi, in questo mondo in cui viviamo, con questa cultura del provvisorio, questa realtà di peccato è tanto forte.

Gesù, ricordando Mosè, ci dice che c’è la durezza del cuore, c’è il peccato. Ma qualcosa si può fare: il perdono, la comprensione, l’accompagnamento, l’integrazione, il discernimento di questi casi. Con la consapevolezza che la verità non si vende mai, mai. Gesù è capace di dire questa verità tanto grande e, allo stesso tempo, essere tanto comprensivo con i peccatori, con i deboli. Invece questo gruppetto dei teologi illuminati, che cadono nella casistica, sono incapaci sia di orizzonti grandi sia di amore e comprensione nei confronti della debolezza umana.

 

… da vivere nella propria carne, non come equazione matematica

Noi dobbiamo camminare con queste due cose che Gesù ci insegna: la verità e la comprensione. E questo non si risolve come un’equazione matematica, ma con la propria carne: cioè, io cristiano aiuto quella persona, quei matrimoni che sono in difficoltà, che sono feriti, nel cammino di avvicinamento a Dio. Resta il fatto che la verità è quella, ma questa è un’altra verità: siamo tutti peccatori, in strada”. E sempre c’è questo lavoro da fare: come aiutare, come accompagnare, ma anche come insegnare a quelli che vogliono sposarsi qual è la verità sul matrimonio.

 

… sempre con delicatezza

È curioso notare che Gesù, parlando della verità, dice le parole chiare: ma con quanta delicatezza tratta gli adulteri. E così a quella donna, che hanno portato davanti a lui per essere lapidata, con quanta delicatezza dice: “Donna nessuno ti ha condannata, neppure io, va in pace e non peccare più!”. E con quanta delicatezza Gesù tratta la samaritana, che aveva una bella storia di adulteri”, dicendole: “chiama tuo marito” e lasciando che lei dica: “io non ho marito”.

Gesù ci insegni ad avere con il cuore una grande adesione alla verità e anche con il cuore una grande comprensione e accompagnamento a tutti i nostri fratelli che sono in difficoltà. E questo è un dono: lo insegna lo Spirito Santo, non questi dottori illuminati che per insegnarci hanno bisogno di ridurre la pienezza di Dio a una equazione casistica.

 

10,1-12 Quando fallisce un amore [3]

 

L’autorità morale di Gesù

Gesù stava sempre con la gente (Mc 10,1-12). E in mezzo alla gente il Signore insegnava, ascoltava e guariva gli ammalati. Qualche volta però, tra la folla, si presentavano anche i dottori della legge che volevano in realtà metterlo alla prova, cercando in qualche modo di farlo cadere. La ragione è presto detta: loro vedevano l’autorità morale che Gesù aveva. Un fatto evidente che però sentivano come un rimprovero per loro. E così cercavano di farlo cadere per togliergli questa autorità morale.

Il Vangelo di Marco racconta che i farisei, proprio per metterlo alla prova, pongono a Gesù questo problema sul divorzio. Una questione presentata con il loro solito stile basato sulla casistica. Quanti volevano mettere in difficoltà Gesù, infatti, non gli ponevano mai una problematica aperta. Preferivano invece ricorrere alla casistica, sempre al piccolo caso, domandandogli: “È lecito questo o no?”

 

La trappola della casistica

La trappola che volevano tendere a Gesù è insita in questo modo di vedere le cose. Perché dietro la casistica, dietro il pensiero casistico, sempre c’è una trappola, sempre! Una trappola contro la gente, contro di noi e contro Dio, sempre! Così, racconta l’evangelista Marco, la domanda che i farisei fanno a Gesù è: “se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie”. E Gesù risponde anzitutto chiedendo loro cosa dice la legge e spiegando perché Mosè ha fatto quella legge così.

 

Dalla casistica al centro del problema…

Il Signore tuttavia non si ferma a questa prima risposta e dalla casistica va al centro del problema. Anzi, qui va proprio ai giorni della creazione, ricorrendo a un riferimento biblico tanto bello, al libro della Genesi: “Ma dall’inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne”.

Il Signore si riferisce al capolavoro della creazione. Infatti Dio ha creato la luce e ha visto che era buona. Poi ha creato gli animali, gli alberi, le stelle: tutto buono. Ma quando ha creato l’uomo è arrivato a dire che era “molto buono”. Infatti la creazione dell’uomo e della donna è il capolavoro della creazione. Anche perché Dio non voleva l’uomo solo: lo voleva con la sua compagna, la sua compagna di cammino.

 

… all’inizio dell’amore

Questo è anche il momento dell’inizio dell’amore. E tanto poetico è proprio l’incontro tra Adamo ed Eva. A loro Dio raccomanda di andare avanti insieme “come una sola carne”. Ecco allora che il Signore prende sempre il pensiero casistico e lo porta all’inizio della rivelazione. Ma questo capolavoro del Signore non è finito lì, nei giorni della creazione. Infatti il Signore ha scelto proprio questa icona per spiegare l’amore che lui ha verso il suo popolo, l’amore che lui ha con il suo popolo. Un amore grande al punto che quando il popolo non è fedele, comunque lui parla con parole di amore. Pensiamo alla descrizione che il Signore fa dell’infedeltà del suo popolo, nel capitolo sedicesimo del profeta Ezechiele.

Così il Signore prende questo amore del capolavoro della creazione per spiegare l’amore che ha con il suo popolo. E un passo in più: quando Paolo ha bisogno di spiegare il mistero di Cristo, lo fa anche in rapporto, in riferimento alla sua sposa. Perché Cristo è sposato: aveva sposato la Chiesa, il suo popolo. E proprio come il Padre aveva sposato il popolo di Israele, Cristo sposò il suo popolo.

Questa è la storia dell’amore. Questa è la storia del capolavoro della creazione.

 

Davanti al fallimento dell’amore: dolore, vicinanza e accompagnamento

E davanti a questo percorso di amore, a questa icona, la casistica cade e diventa dolore. Dolore davanti al fallimento: Quando lasciare il padre e la madre per unirsi a una donna, farsi una sola carne e andare avanti, quando questo amore fallisce - perché tante volte fallisce - dobbiamo sentire il dolore del fallimento. E proprio in quel momento dobbiamo anche accompagnare quelle persone che hanno avuto questo fallimento nel loro amore. Non bisogna condannare, ma camminare con loro. E soprattutto non fare casistica con la loro situazione.

Tutto questo fa pensare a un disegno di amore, al cammino d’amore del matrimonio cristiano che Dio ha benedetto nel capolavoro della sua creazione, con una benedizione che mai è stata tolta. Neppure il peccato originale l’ha distrutta. E quando uno pensa a questo, trova naturale riconoscere quanto bello è l’amore, quanto bello è il matrimonio, quanto bella è la famiglia, quanto bello è questo cammino. Ma anche quanto amore, e quanta vicinanza, anche noi dobbiamo avere per i fratelli e le sorelle che nella loro vita hanno avuto la disgrazia di un fallimento nell’amore. Un amore che comincia poeticamente, perché la seconda narrazione della creazione dell’uomo è poetica, nel libro della Genesi. E che finisce nella Bibbia, poeticamente, nelle lettere di san Paolo, quando parla dell’amore che Cristo ha per la sua sposa, la Chiesa.

Però, anche qui dobbiamo stare attenti che non fallisca l’amore, finendo magari per parlare di un Cristo troppo “scapolo”: Cristo sposò la Chiesa! E non si può capire Cristo senza la Chiesa, come non si può capire la Chiesa senza Cristo. Proprio questo è il grande mistero del capolavoro della creazione. Il Signore ci conceda la grazia di capire questo mistero e anche la grazia di non cadere mai in questi atteggiamenti casistici dei farisei e dei dottori della legge.

 

10,6 Lasciare e unirsi: simbolo della storia della salvezza [4]

 

Nel corso della storia di salvezza, il matrimonio è concepito come storia di stirpe e di popolo, come storia di famiglia, che si basa sul precetto di Dio (Gn 1,27ss; 2,24), ripetuto spesso nel Nuovo Testamento (Mc 10,6; Mt 19,4; Ef 5,31). Si parla di lasciare il padre e la madre, di unirsi. È un mettersi in movimento che implica il separarsi per fondersi, essere una sola carne. Tuttavia, non finisce qui: uniti insieme, l’uomo e la donna vivranno la loro vita con le loro vicissitudini, tra cui non si escludono la rottura (l’adulterio) o la separazione (la vedovanza), ed entrambi tenderanno alla pienezza. Tutto viene concepito per tappe: il fidanzamento (Adamo sogna Eva prima di conoscerla), il matrimonio (tempo di esultanza e gioia), il cammino verso la pienezza (“Che tu possa vedere i figli dei tuoi figli fino alla terza e quarta generazione”).

Tutto questo diventa simbolo della storia di salvezza. C’è il tempo dell’attesa, del fidanzamento, prima di Cristo; c’è il tempo delle nozze, la presenza terrena del Messia promesso; un tempo di separazione, la vedovanza; un tempo di cammino verso la consumazione finale, l’attesa del “matrimonio finale”, escatologico.

Da una parte, pertanto, il matrimonio è concepito come storia di stirpe e di popolo; dall’altro, come storia del popolo di Dio che si avvale dei simboli sponsali per definire se stesso. Ecco che i concetti neotestamentari relativi sia al matrimonio, sia alla storia di salvezza vengono inseriti nella storia dell’ “ora” (anche escatologico) della presenza di Gesù, tendendo verso l’“Ora” definitivo della consumazione finale.

 

10,10-11 La famiglia immagine della Trinità (AL 71)

 

Gesù, che ha riconciliato ogni cosa in sé e ha redento l’uomo dal peccato, non solo ha riportato il matrimonio e la famiglia alla loro forma originale, ma ha anche elevato il matrimonio a segno sacramentale del suo amore per la Chiesa (cfr Mt 19,1-12; Mc 10,1-12; Ef 5,21-32). Nella famiglia umana, radunata da Cristo, è restituita la “immagine e somiglianza” della Santissima Trinità (cfr Gn 1,26), mistero da cui scaturisce ogni vero amore. Da Cristo, attraverso la Chiesa, il matrimonio e la famiglia ricevono la grazia dello Spirito Santo, per testimoniare il Vangelo dell’amore di Dio.

 

10,14 A chi è come i bambini appartiene il regno di Dio [5]

 

I bambini ci ricordano che siamo stati totalmente dipendenti…

I bambini ci ricordano che tutti, nei primi anni della vita, siamo stati totalmente dipendenti dalle cure e dalla benevolenza degli altri. E il Figlio di Dio non si è risparmiato questo passaggio. È il mistero che contempliamo ogni anno, a Natale. Il Presepe è l’icona che ci comunica questa realtà nel modo più semplice e diretto. Ma è curioso: Dio non ha difficoltà a farsi capire dai bambini, e i bambini non hanno problemi a capire Dio. Non per caso nel Vangelo ci sono alcune parole molto belle e forti di Gesù sui “piccoli”. Questo termine “piccoli” indica tutte le persone che dipendono dall’aiuto degli altri, e in particolare i bambini. Ad esempio Gesù dice: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25). E ancora: “Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli” (Mt 18,10).

Dunque, i bambini sono in sé stessi una ricchezza per l’umanità e anche per la Chiesa, perché ci richiamano costantemente alla condizione necessaria per entrare nel Regno di Dio: quella di non considerarci autosufficienti, ma bisognosi di aiuto, di amore, di perdono. E tutti, siamo bisognosi di aiuto, d’amore e di perdono!

 

… siamo sempre figli

I bambini ci ricordano un’altra cosa bella; ci ricordano che siamo sempre figli: anche se uno diventa adulto, o anziano, anche se diventa genitore, se occupa un posto di responsabilità, al di sotto di tutto questo rimane l’identità di figlio. Tutti siamo figli. E questo ci riporta sempre al fatto che la vita non ce la siamo data noi ma l’abbiamo ricevuta. Il grande dono della vita è il primo regalo che abbiamo ricevuto. A volte rischiamo di vivere dimenticandoci di questo, come se fossimo noi i padroni della nostra esistenza, e invece siamo radicalmente dipendenti. In realtà, è motivo di grande gioia sentire che in ogni età della vita, in ogni situazione, in ogni condizione sociale, siamo e rimaniamo figli. Questo è il principale messaggio che i bambini ci danno, con la loro stessa presenza: soltanto con la presenza ci ricordano che tutti noi ed ognuno di noi siamo figli.

 

I bambini portano all’umanità tanti doni…

Ci sono tanti doni, tante ricchezze che i bambini portano all’umanità. Ne ricordo solo alcuni.

Portano il loro modo di vedere la realtà, con uno sguardo fiducioso e puro. Il bambino ha una spontanea fiducia nel papà e nella mamma; ha una spontanea fiducia in Dio, in Gesù, nella Madonna. Nello stesso tempo, il suo sguardo interiore è puro, non ancora inquinato dalla malizia, dalle doppiezze, dalle “incrostazioni” della vita che induriscono il cuore. Sappiamo che anche i bambini hanno il peccato originale, che hanno i loro egoismi, ma conservano una purezza, e una semplicità interiore. Ma i bambini non sono diplomatici: dicono quello che sentono, dicono quello che vedono, direttamente. E tante volte mettono in difficoltà i genitori, dicendo davanti alle altre persone: “Questo non mi piace perché è brutto”. Ma i bambini dicono quello che vedono, non sono persone doppie, non hanno ancora imparato quella scienza della doppiezza che noi adulti purtroppo abbiamo imparato.

 

… la capacità di ricevere e dare, sorridere e piangere

I bambini inoltre - nella loro semplicità interiore - portano con sé la capacità di ricevere e dare tenerezza. Tenerezza è avere un cuore “di carne” e non “di pietra”, come dice la Bibbia (cfr Ez 36,26). La tenerezza è anche poesia: è “sentire” le cose e gli avvenimenti, non trattarli come meri oggetti, solo per usarli, perché servono…

I bambini hanno la capacità di sorridere e di piangere. Alcuni, quando li prendo per abbracciarli, sorridono; altri mi vedono vestito di bianco e credono che io sia il medico e che vengo a fargli il vaccino, e piangono … ma spontaneamente! I bambini sono così: sorridono e piangono, due cose che in noi grandi spesso “si bloccano”, non siamo più capaci… Tante volte il nostro sorriso diventa un sorriso di cartone, una cosa senza vita, un sorriso che non è vivace, anche un sorriso artificiale, di pagliaccio. I bambini sorridono spontaneamente e piangono spontaneamente. Dipende sempre dal cuore, e spesso il nostro cuore si blocca e perde questa capacità di sorridere, di piangere. E allora i bambini possono insegnarci di nuovo a sorridere e a piangere. Ma, noi stessi, dobbiamo domandarci: io sorrido spontaneamente, con freschezza, con amore o il mio sorriso è artificiale? Io ancora piango oppure ho perso la capacità di piangere? Due domande molto umane che ci insegnano i bambini.

 

Per questo a chi è come loro appartiene a loro il regno di Dio

Per tutti questi motivi Gesù invita i suoi discepoli a “diventare come i bambini”, perché “a chi è come loro appartiene il Regno di Dio” (cfr Mt 18,3; Mc 10,14).

Cari fratelli e sorelle, i bambini portano vita, allegria, speranza, anche guai. Ma, la vita è così. Certamente portano anche preoccupazioni e a volte tanti problemi; ma è meglio una società con queste preoccupazioni e questi problemi, che una società triste e grigia perché è rimasta senza bambini! E quando vediamo che il livello di nascita di una società arriva appena all’uno percento, possiamo dire che questa società è triste, è grigia perché è rimasta senza bambini.

 

 

 

NOTE

[1] Meditazione, 24 febbraio 2017.

[2] Meditazione, 20 maggio 2016.

[3] Meditazione, 28 febbraio 2014.

[4] L’epifania della sposa, in J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 128-139; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica alla luce della speranza, Oscar Mondadori Milano – LEV Città del Vaticano 2014, 75-84.

 

[5] Udienza, 18 marzo 2015.


Lo scandalo

 

tocca la vita concreta

 

Domenica XXV del T.O. (B)

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

Children

 

9,41-50 Lo scandalo è fare la doppia vita [1]

 

Lo scandalo è distruggere…

[…] In questo passo per quattro volte ritorna la parola scandalo. E nell’usarla il Signore è stato molto forte, tant’è che dice: “Guai a scandalizzare uno di questi piccoli. Guai!”. Infatti lo scandalo, per il Signore, è distruzione. E Gesù consiglia: “È meglio distruggere te stesso che distruggere gli altri. Tagliati la mano, tagliati il piede, togliti l’occhio, buttati a mare. Ma non scandalizzare i piccoli, cioè i giusti, quelli che si fidano del Signore, che semplicemente credono nel Signore”.

 

…è fare una doppia vita

 

Ma cosa è lo scandalo? La risposta tocca la vita concreta di ogni persona. Lo scandalo è dire una cosa e farne un’altra; è la doppia vita. Un esempio? Io sono molto cattolico, io vado sempre a messa, appartengo a questa associazione e a un’altra; ma la mia vita non è cristiana, non pago il giusto ai miei dipendenti, sfrutto la gente, sono sporco negli affari, faccio riciclaggio del denaro. Questa è una doppia vita. Purtroppo, tanti cattolici sono così, E questi scandalizzano.

Parole chiare che riportano ognuno alla vita di tutti giorni: Quante volte abbiamo sentito nel quartiere e in altre parti: “Ma per essere cattolico come quello, meglio essere ateo”. È quello, lo scandalo”, che distrugge, che butta giù. E questo succede tutti i giorni: basta vedere il telegiornale o guardare i giornali. Sui giornali ci sono tanti scandali, e anche c’è la grande pubblicità degli scandali. E con gli scandali si distrugge […].

Una ditta importante era sull’orlo del fallimento. Giacché le autorità volevano evitare uno sciopero giusto, ma che non avrebbe fatto bene, cercarono di mettersi in contatto con il responsabile della ditta. E dov’era costui mentre la ditta stava fallendo e la gente non riceveva lo stipendio del proprio lavoro? Questo dirigente, che pure diceva di essere un uomo cattolico, molto cattolico, si trovava su una spiaggia del Medio oriente a fare vacanze d’inverno. Il fatto non è uscito sui giornali, ma la gente lo ha saputo. Questi sono gli scandali, la doppia vita. E Gesù a chi si comporta così dice: “Questi piccoli, questi poveri che credono in me, non rovinarli con la tua doppia vita”.

 

Un esame di coscienza per arrivare alla conversione del cuore

Immaginiamo il momento in cui chi dà scandalo busserà alla porta del Cielo: “Sono io, Signore! ... Ma sì, non ti ricordi? Io andavo in chiesa, ti ero vicino, appartenevo a tale associazione, faccio questo... non ti ricordi di tutte le offerte che ho fatto?” – “Sì, ricordo. Le offerte, quelle le ricordo: tutte sporche. Tutte rubate ai poveri. Non ti conosco”. […]

A ognuno di noi, farà bene, oggi, pensare se c’è qualcosa di doppia vita in noi, di apparire giusti, di sembrare buoni credenti, buoni cattolici, ma da sotto fare un’altra cosa. Si tratta di comprendere se l’atteggiamento è quello di chi dice: “Ma, sì, il Signore mi perdonerà poi tutto, ma io continuo…” e, pur consapevole dei propri errori, ripete: “Sì, questo non va bene, mi convertirò, ma oggi no: domani”. Un esame di coscienza che deve portare alla conversione del cuore, a partire dalla consapevolezza che “lo scandalo distrugge”.

 

9,41-50 Lo scandalo dell'incoerenza [2]

 

Pensare, sentire, agire da cristiano

In tutte le cose della vita bisogna pensare come cristiano; sentire come cristiano e agire come cristiano. È questa la coerenza di vita di un cristiano che nel suo agire, nel suo sentire, nel suo pensare riconosce la presenza del Signore. Se manca una di queste caratteristiche non c’è il cristiano. Del resto uno può anche dire: io sono cristiano! Però se tu non vivi come cristiano; se tu non agisci come cristiano; non pensi come cristiano e non senti come cristiano. C’è qualcosa che non va. C’è una certa incoerenza! Tutti noi cristiani, siamo chiamati a dare testimonianza di Gesù Cristo. E i cristiani che invece vivono ordinariamente, comunemente, nell’incoerenza, fanno tanto male. […]

 

Le conseguenze dell’incoerenza

Gesù parla con forza contro lo scandalo e dice: “Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me - uno solo di questi fratelli, sorelle che hanno fede - è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare”. Davvero il cristiano incoerente fa tanto male e l’immagine forte usata da Gesù è molto eloquente. Pertanto la vita del cristiano è sulla via della coerenza, ma bisogna anche fare i conti con la tentazione di non essere coerente e di fare tanto scandalo. E lo scandalo uccide!

Le conseguenze, poi, sono sotto gli occhi di tutti. È capitato a tutti i cristiani di sentirsi dire “io credo in Dio ma non nella Chiesa, perché voi cristiani dite una cosa e ne fate un’altra!”. Sono parole che abbiamo sentito tutti: io credo in Dio ma in voi no!”. E questo accade proprio per l’incoerenza dei cristiani.

 

La necessità della preghiera

Perché si agisca, si senta e si pensi come cristiani, per vivere nella coerenza cristiana, è necessaria la preghiera perché la coerenza cristiana è un dono di Dio. È un dono che dobbiamo sforzarci di chiedere dicendo: “Signore, che io sia coerente! Signore, che io non scandalizzi mai! Che io sia una persona che pensa come cristiano, che senta come cristiano, che agisca come cristiano!”. E questa è la preghiera di oggi per tutti noi: abbiamo bisogno di coerenza!

Se ti trovi davanti un ateo che ti dice che non crede in Dio, tu puoi leggergli tutta una biblioteca dove si dice che Dio esiste, e anche si prova che Dio esiste, e lui non avrà fede. Ma se davanti a questo ateo tu dai testimonianza di coerenza e di vita cristiana, qualcosa comincerà a lavorare nel suo cuore. E sarà proprio la tua testimonianza che a lui porterà l’inquietudine sulla quale lavora lo Spirito Santo.

La grazia di essere coerenti dobbiamo chiederla al Signore tutti noi, tutta la Chiesa. Riconoscendoci peccatori, deboli, incoerenti, ma sempre pronti a chiedere perdono a Dio. Tutti noi, infatti, abbiamo la capacità di chiedere perdono e Dio mai si stanca di perdonare. È importante avere l’umiltà di chiedere perdono quando non siamo stati coerenti.

Si tratta, in fondo, di andare avanti nella vita con coerenza cristiana, dando testimonianza di credere in Gesù Cristo e sapendo di essere peccatori. Ma con il coraggio di chiedere perdono quando sbagliamo e avendo tanta paura di scandalizzare. E il Signore ci dia questa grazia a tutti noi.

 

9,37.42 L’accoglienza e lo scandalo [3]

 

La dinamica dell’accoglienza

“Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato” (Mc 9,37; cfr Mt 18,5; Lc 9,48; Gv 13,20). Con queste parole gli Evangelisti ricordano alla comunità cristiana un insegnamento di Gesù che è entusiasmante e, insieme, carico di impegno. Questo detto, infatti, traccia la via sicura che conduce fino a Dio, partendo dai più piccoli e passando attraverso il Salvatore, nella dinamica dell’accoglienza. Proprio l’accoglienza, dunque, è condizione necessaria perché si concretizzi questo itinerario: Dio si è fatto uno di noi, in Gesù si è fatto bambino e l’apertura a Dio nella fede, che alimenta la speranza, si declina nella vicinanza amorevole ai più piccoli e ai più deboli. Carità, fede e speranza sono tutte coinvolte nelle opere di misericordia, sia spirituali sia corporali.

 

La responsabilità degli sfruttatori

Ma gli Evangelisti si soffermano anche sulla responsabilità di chi va contro la misericordia: “Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare” (Mt 18,6; cfr Mc 9,42; Lc 17,2). Come non pensare a questo severo monito considerando lo sfruttamento esercitato da gente senza scrupoli a danno di tante bambine e tanti bambini avviati alla prostituzione o presi nel giro della pornografia, resi schiavi del lavoro minorile o arruolati come soldati, coinvolti in traffici di droga e altre forme di delinquenza, forzati alla fuga da conflitti e persecuzioni, col rischio di ritrovarsi soli e abbandonati?

 

Attenzione ai migranti minorenni

Per questo, in occasione dell’annuale Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, mi sta a cuore richiamare l’attenzione sulla realtà dei migranti minorenni, specialmente quelli soli, sollecitando tutti a prendersi cura dei fanciulli che sono tre volte indifesi perché minori, perché stranieri e perché inermi, quando, per varie ragioni, sono forzati a vivere lontani dalla loro terra d’origine e separati dagli affetti familiari. […]

 

Esigenze uniche e irrinunciabili dei bambini

L’età infantile, per la sua particolare delicatezza, ha delle esigenze uniche e irrinunciabili. Anzitutto il diritto ad un ambiente familiare sano e protetto dove poter crescere sotto la guida e l’esempio di un papà e di una mamma; poi, il diritto-dovere a ricevere un’educazione adeguata, principalmente nella famiglia e anche nella scuola, dove i fanciulli possano crescere come persone e protagonisti del futuro proprio e della rispettiva nazione. Di fatto, in molte zone del mondo, leggere, scrivere e fare i calcoli più elementari è ancora un privilegio per pochi. Tutti i minori, poi, hanno diritto a giocare e a fare attività ricreative, hanno diritto insomma ad essere bambini.

 

… in particolare nei confronti dei migranti

Tra i migranti, invece, i fanciulli costituiscono il gruppo più vulnerabile perché, mentre si affacciano alla vita, sono invisibili e senza voce: la precarietà li priva di documenti, nascondendoli agli occhi del mondo; l’assenza di adulti che li accompagnano impedisce che la loro voce si alzi e si faccia sentire. In tal modo, i minori migranti finiscono facilmente nei livelli più bassi del degrado umano, dove illegalità e violenza bruciano in una fiammata il futuro di troppi innocenti, mentre la rete dell’abuso dei minori è dura da spezzare.

 

[…] Come rispondere a tale realtà?

Ognuno è prezioso, le persone sono più importanti delle cose e il valore di ogni istituzione si misura sul modo in cui tratta la vita e la dignità dell’essere umano, soprattutto in condizioni di vulnerabilità, come nel caso dei minori migranti. […] Occorre puntare sulla protezione, sull’integrazione e su soluzioni durature.

Anzitutto, si tratta di adottare ogni possibile misura per garantire ai minori migranti protezione e difesa. […] In secondo luogo, bisogna lavorare per l’integrazione dei bambini e dei ragazzi migranti. Essi dipendono in tutto dalla comunità degli adulti e, molto spesso, la scarsità di risorse finanziarie diventa impedimento all’adozione di adeguate politiche di accoglienza, di assistenza e di inclusione. […]. Si cerchino e si adottino soluzioni durature. Poiché si tratta di un fenomeno complesso, la questione dei migranti minorenni va affrontata alla radice. Guerre, violazioni dei diritti umani, corruzione, povertà, squilibri e disastri ambientali fanno parte delle cause del problema. I bambini sono i primi a soffrirne, subendo a volte torture e violenze corporali, che si accompagnano a quelle morali e psichiche, lasciando in essi dei segni quasi sempre indelebili.

 

9,42 “I piccoli che credono in me” [4]

 

La parola di Gesù sullo scandalo è legata, nei Sinottici, al riferimento dei piccoli del Regno. In questo testo che abbiamo appena letto, la parola “piccoli”, definisce il popolo fedele di Dio; nella versione di san Matteo (cfr Mt 18,6-7) si rapporta anche con il popolo di Dio: “I piccoli che credono in me” (Mt 18,6), e questo scaturisce dalla domanda dei discepoli su chi fosse il più grande nel regno dei cieli (18,1) Gesù chiamò un bambino, lo mise in mezzo a loro e disse che se non diventavano come dei bambini non sarebbero entrati nel regno e “Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli” (Mt 18,4). Marco, riferendosi alla stessa parola di Gesù (Mc 9,42) aggiunge un significativo “piccolo che ha fede”. Senza forzare il senso possiamo comprendere che Gesù si riferisce al trattamento e all’abuso (lo scandalo) che si può riservare ai credenti semplici, come i bambini, che il Signore pone come modello di grandezza da seguire.

Queste parole di Gesù mi ricordano quella promessa di speranza in mezzo alla terribile Dies Irae di Sofonia (1,14-18): “Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero. Confiderà nel nome del Signore” (3,12). Quel popolo, certamente peccatore ma di cuore pentito e umile, è proprio il popolo formato dai piccoli, da quelli che diventano come bambini che mancano di ogni pretesa e superiorità e ripongono la loro forza e la speranza nel Signore, e coloro che confidano in Lui si abbandonano “come un bambino nelle braccia di sua madre” (Sal 131,2).

 

NOTE

* Vedi J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Marco. Il Vangelo del Segreto svelato. Lettura spirituale e pastorale, a cura di Gianfranco Venturi, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2017, 320-327.

[1] Meditazione, 23 febbraio 2017.

[2] Omelia nella celebrazione della confermazione, 27 febbraio 2014.

[3] Messaggio “Migranti minorenni, vulnerabili e senza voce”, per la Giornata Mondiale del Migrante e del rifugiato del 2027, 8 settembre 2016.

 

[4] In questo cuore c’è la fonte della mitezza pastorale, in J.M. BERGOGLIO, Missione, (= Le parole di papa Francesco, 11), Corriere della Sera, Milano 2015, 65-74.


Il Signore conosce i suoi

 

 

 

 

s. Angelo in Formis, Affreschi del XI secolo, Capua (CE)

s. Angelo in Formis, Affreschi del XI secolo, Capua (CE)

30 settembre 2018

 

XXVI domenica del tempo Ordinario

Mc 9,38-43.45.47-48

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo38Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». 39Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: 40chi non è contro di noi è per noi.

41Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa.42Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. 43Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile.  45E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna.  47E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, 48doveil loro verme non muore e il fuoco non si estingue.

 

Il testo evangelico di questa domenica si presenta composito, riportando una serie di parole di Gesù appartenenti a contesti diversi ed eterogenei, eppure legate da alcune espressioni ricorrenti: “nel tuo/mio nome”, “scandalizzare”, “fuoco e sale”. Mi soffermerò dunque più ampiamente sull’episodio dell’esorcista che compie azioni di liberazione pur non seguendo Gesù, poi cercheremo una comprensione generale delle “sentenze”, degli ammonimenti raccolti da Marco in questo contesto.

 

Gesù sta continuando il cammino verso Gerusalemme insieme ai suoi discepoli, ma il clima comunitario non è pacifico. Egli fa annunci della sua passione e i discepoli non capiscono (cf. Mt 9,32) o si ribellano, come Pietro (cf. Mc 8,31-33); quando, in assenza di Gesù, viene chiesto ai discepoli di guarire un ragazzo epilettico, forse giudicato posseduto da uno spirito impuro, essi si mostrano incapaci di liberarlo dalla malattia (cf. Mc 9,14-29); infine, tutti i Dodici si mettono a discutere su “chi tra loro fosse più grande” (Mc 9,34). Sì, ormai tra Gesù e la sua comunità vi è distanza, incomprensione. Se il passo di Gesù è sempre convinto, con uno scopo preciso che gli richiede una radicale obbedienza, quello dei discepoli è invece incerto e sbandato. Nel vangelo secondo Marco tutto il viaggio verso la città santa sarà caratterizzato da questa tensione tra Gesù e i suoi, dall’incomprensione da parte di tutti, nessuno escluso.

 

Ed ecco, puntualmente, un nuovo episodio che attesta tale stato di cose: Giovanni, “il figlio del tuono” (cf. Mc 3,17) il fratello di Giacomo, uno dei primi quattro chiamati (cf. Mc 1,16-20), uno dei discepoli più intimi di Gesù, testimone privilegiato della sua trasfigurazione (cf. Mc 9,2), vede un tale che scaccia demoni, compie azioni di liberazione sui malati nel nome di Gesù, pur non facendo parte della comunità, dunque non seguendo Gesù con gli altri discepoli. Allora si reca da Gesù e dichiara risolutamente: “Lo abbiamo visto fare ciò e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva”. Cosa c’è in questa reazione di Giovanni? Certamente uno zelo mal riposto, ma uno zelo che rivela un amore per Gesù, una gelosia nei suoi confronti: se uno usa il nome di Gesù, dovrebbe seguirlo e dunque fare corpo con la sua comunità… Mescolato a questo sentimento vi è però anche uno spirito di pretesa, il pensiero che solo i Dodici siano autorizzati a compiere gesti di liberazione nel nome di Gesù; c’è un senso di appartenenza che esclude la possibilità del bene per chi è fuori dal gruppo comunitario; c’è la volontà di controllare il bene che viene fatto, affinché sia imputato all’istituzione alla quale si appartiene.

 

Sono qui ritratte le nostre patologie ecclesiali, che a volte emergono fino ad avvelenare il clima nella chiesa, fino a creare al suo interno divisioni e opposizioni, fino a fare della chiesa una cittadella che si erge contro il mondo, contro gli altri uomini e donne, ritenuti tutti nello spazio della tenebra. Dobbiamo confessarlo con franchezza: negli ultimi decenni il clima della chiesa è stato avvelenato in questo modo e tale malattia, nonostante i continui ammonimenti di papa Francesco, non è ancora stata vinta. Vi sono porzioni ecclesiali che si ergono a giudici degli altri, che si ritengono una chiesa migliore di quella degli altri. Vi sono cristiani che, con certezze granitiche, giudicano gli altri fuori della tradizione o della chiesa cattolica e aspettano di poter ascoltare da parte dell’autorità ecclesiastica condanne verso quanti non somigliano a loro o non fanno parte del loro gruppo, soggetto a tentazioni settarie.

 

Guai alla comunità cristiana che pensa di essere chiesa perfetta, guai all’autoreferenzialità e all’autarchia spirituale, atteggiamenti di chi pensa di non avere bisogno delle altre membra, perché crede se stesso membro del corpo di Cristo (cf. 1Cor 12,12-27). Gesù non ha mai mostrato di essere totalitario, escludente, né ha mai obbligato nessuno a seguirlo e a far parte della sua comunità. Nessun proselitismo! Nel contempo, quale Cristo risorto Gesù è il Signore di tutta la chiesa e lui solo conosce i suoi (cf. 2Tm 2,19): non spetta dunque ai suoi, o ai pretesi suoi, giudicare altri come zizzania, fino a tentare di estirparli (cf. Mt 13,24-30). Cristo trascende le frontiere di ogni comunità cristiana e può operare il bene in molte forme attraverso la potenza del suo Spirito santo, che “soffia dove vuole” (Gv 3,8). Nella chiesa, purtroppo, si soffre di questa malattia dell’“esclusivismo” e facilmente non si riconosce all’altro la capacità di compiere il bene, di operare per la liberazione dell’uomo dai mali che lo opprimono.

 

Papa Francesco in questi pochi anni di pontificato è tornato più volte a denunciare questi mali ecclesiastici, chiedendo soprattutto ai cristiani appartenenti ai movimenti di rifuggire derive settarie e di imparare a camminare insieme agli altri cristiani, non separati, non al di sopra, non con itinerari in opposizione. La diversità è ricchezza, è multiforme grazia dello Spirito che rende policroma la chiesa (cf. Ef 3,10), la sposa del Signore, la rende più bella e pronta per le nozze con il Messia (cf. Ap 19,7; Ef 5,27). Se uno fa il bene in nome di Cristo, questo bene va innanzitutto riconosciuto, non negato, e poi occorre avere fiducia in lui: se compie il bene in nome di Gesù, potrà forse subito dopo parlare male di lui? “Chi non è contro di noi è per noi”, chiosa lo stesso Gesù. Ovvero, egli esorta ad accettare di non essere i soli a compiere il bene, ad accettare che altri, diversi da noi, che neppure conosciamo, possano compiere azioni segnate dall’amore. Si tenga anche presente che vi sono molti che apparentemente seguono Gesù, profetizzano, scacciano demoni e compiono miracoli nel suo nome (cf. Mt 7,22), che magari hanno anche una pratica di ascolto della sua parola e una pratica sacramentale eucaristica (“Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e ti abbiamo ascoltato”: cf. Lc 13,26). Tutti costoro, però, non sono garantiti dalla loro appartenenza e potranno risultare estranei al Signore, che dirà loro: “Non vi ho mai conosciuti: allontanatevi da me, voi che avete operato il male!” (Mt 7,23; cf. Lc 13,27).

 

La vera domanda che dobbiamo porci non è dunque: “Chi è contro di me, contro di noi?”, bensì: “Sono io, siamo noi di Cristo?”. Scrive l’Apostolo Paolo: “Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1Cor 3,22-23). Ovvero: se non siamo di Cristo, se non abbiamo i suoi “modi” (cf. Didaché 11,8), se non assumiamo i suoi comportamenti e il suo pensiero (cf. 1Cor 2,16), non siamo nulla: non abbiamo sale in noi stessi, ma siamo come il sale insipido (cf. Mc 9,50), che “serve solo ad essere gettato via e calpestato” (Mt 5,13). La nostra responsabilità è quella di lottare ogni giorno contro noi stessi, non contro presunti nemici esterni, perché niente e nessuno può impedirci di vivere il Vangelo, se non noi!

 

Quanto alle sentenze di Gesù riguardanti lo scandalo (vv. 42-50), oggi proviamo una certa difficoltà ad accettare la loro radicalità. Dobbiamo però vigilare per non rimuoverle o annacquarle. È verissimo che non possono essere compiute alla lettera attraverso atti di mutilazione fisica, per impedire l’azione malvagia, ma devono essere accolte come severi ammonimenti. Scandalizzare significa mettere ostacoli sul cammino di “questi piccoli che sono credenti” (mikrôn toúton tôn pisteuónton) e compiere un’azione che per loro è mortifera. Meglio, in questo caso, dare la morte a se stessi!

 

Il discepolo deve vigilare sul suo comportamento, sugli organi della comunicazione di cui è dotato (mani, piedi, occhi, cioè il fare, l’andare, il vedere), che possono essere ostacoli sulla via delle Regno, soprattutto per i piccoli, i fragili e i deboli, i poveri e gli ultimi. Tagliare un membro del corpo o cavare un occhio sono indicazioni di una lotta molto determinata nella logica del perdere la propria vita (bíos) per guadagnare la vita autentica ed eterna (zoé), cioè quella con Cristo nel Regno. E non si compia una facile attualizzazione delle parole di Gesù, restringendole allo scandalizzare i bambini, ma si tenga conto che i mikroí, i piccoli individuati da Gesù, sono tutti quelli che rispetto al discepolo sono meno muniti, più esposti e deboli…

 

 

Tutti i discepoli sono così posti da Gesù davanti a due esiti opposti: la vita eterna con Cristo risorto nel regno di Dio, oppure la Gheenna (letteralmente una valle vicina a Gerusalemme, utilizzata come discarica dei rifiuti), cioè la morte, la tenebra, il caos: Gheenna o inferno più volte evocati da Gesù come separazione dall’amore, dalla vita. Come i profeti, come Isaia (cf. 66,24, fine del libro), Gesù ricorre all’immagine della Gheenna non per condannare, ma per avvertire e ammonire i credenti.


Piccoli pensieri  quotidiani di Padre Pio

 

1.- “Se puoi parlare al Signore nell’orazione, parlagli, lodalo; se non puoi parlare per essere rozza, non ti dispiacere, nelle vie del Signore, fermati in camera a guisa dei cortigiani e fagli riverenza. Egli che vedrà, gradirà la tua presenza, favorirà il tuo silenzio, ed in un’altra volta rimarrai consolata quando egli ti prenderà per mano”

 

2.- “Quanto più amaro avrai, più amore riceverai”

 

3.- “Gesù vuole riempire tutto il tuo cuore”

 

4.- “Dio vuole che la vostra miseria sia il trono della sua misericordia, e le vostre incapacità la sede della sua onnipotenza”

 

5. – “(La fede è) la fiaccola che dirige i passi di questi spiriti desolati”

 

6.- “Nel tumultuare delle passioni e delle avverse vicende ci sorregga la cara speranza della sua inesauribile misericordia”

 

7.- “Ogni fiducia ponetela in Dio solo”

 

8.- “Il miglior conforto è quello che viene dalla preghiera”

                                                 

 

9.- “Non temere affatto, ma stimati fortunatissima per essere stata fatta degna e partecipe ai dolori dell’Uomo-Dio”


" Se ognuno fa qualcosa si può fare molto" Beato Pino Puglisi

«Abbiamo bisogno di vocazioni» rifletteva padre Pino «al servizio della comunicazione, al servizio dell’annunzio, al servizio missionario, al servizio socio-sanitario, al servizio dei poveri e degli handicappati, degli emarginati e dei tossicodipendenti, dei carcerati e dei dimessi dal carcere, dei giovani e degli anziani, dei lavoratori e dei disoccupati, vocazioni al servizio politico e amministrativo.

«Ma innanzitutto abbiamo bisogno di persone che si mettano a servizio delle vocazioni, di persone cioè che siano a servizio dei fratelli, ponendosi accanto a ciascuno per un cammino graduale di discernimento. Persone che a tal fine diano indicazioni, alla luce della Parola di Dio, perché ciascuno capisca qual è la sua vocazione e qual è il servizio che deve rendere".

Il riferimento è al convegno che si tenne ad Acireale nel 1988 per confrontare il diverso percorso dei centri vocazionali siciliani di cui padre Puglisi era appunto il coordinatore a livello regionale.

 

"Il maggior bene che ciascuno di noi può fare al fratello è aiutarlo a scoprire e poi a seguire la sua vocazione. Cioè a comprendere qual è il progetto che Dio ha su di lui e a realizzarlo".

E, nel caso particolare della vocazione sacerdotale, padre Puglisi era pronto a essere di sostegno per un percorso di discernimento. Sono numerosi infatti i preti, i religiosi e le religiose che hanno abbracciato la vita consacrata grazie al suo aiuto. Il cammino è però lungo e dura per tutta l'esistenza:

Altrove 3P rifletteva: "Nessuno di noi si può presentare come la perfetta realizzazione del progetto di Dio. Bisogna con umiltà accettare l'idea che il progetto su di noi ci sovrasta sempre ed è sempre avanti. Ci realizziamo seguendo questo progetto ma non lo raggiungiamo mai. E quindi il cammino è sempre evolutivo. Non siamo mai seduti, già arrivati al capolinea. Dobbiamo avere umiltà, coscienza di avere accolto l'invito. Presentare quanto abbiamo fatto e dire: Signore, era questo il progetto; io non ci sono riuscito in pieno, però ho tentato!".

 

In un altro intervento padre Puglisi portava un esempio illuminante: "Tutti quanti siamo come l'unico volto del Cristo. Pensiamo al mosaico di Gesù che si vede nel Duomo di Monreale. Ciascuno di noi è come una tessera di questo grande mosaico. Tutti quanti dobbiamo capire qual è il nostro posto. E dobbiamo anche aiutare gli altri a capire qual è il proprio perchè si formi l'unico volto del Cristo, splendente della sua gloria"


In occasione del XXVI Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa "Discernimento e vita cristiana", Monastero di Bose, 5-8 settembre 2018

 

Termine ermetico per molti, il “discernimento” è parola che esce dall’oblio in cui era caduta, grazie anche all’alta frequenza con cui appare nell’insegnamento di papa Francesco. E proprio il discernimento Francesco ha voluto che fosse la chiave interpretativa per affrontare – nel sinodo dei vescovi che si terrà a Roma dal 3 al 28 ottobre – le problematiche legate al mondo dei giovani. Discernimento, quindi, come operazione urgente nella vita della chiesa intera, non più riservata alle riflessioni spirituali dei monaci e dei religiosi.

 

Nella spiritualità cristiana, a partire da Origene (prima metà del III secolo), il tema del discernimento è sempre stato scavato, meditato, soprattutto esperito dai padri del deserto e dalla tradizione monastica, fino a Giovanni di Damasco. Più tardi in occidente ha conosciuto una particolare interpretazione in Ignazio di Loyola e nella spiritualità dei gesuiti, alla quale appartiene anche il papa. Nel solco di questa tradizione, su questo tema dell’arte della scelta si confronteranno a Bose, dal 5 all’8 settembre, le chiese ortodosse, tutte presenti, e la tradizione cattolica e riformata: metropoliti, vescovi, monaci e monache, teologi e teologhe approfondiranno questo tema, anche nell’intento di fornire un contributo in vista del sinodo dei vescovi.

 

In verità il discernimento, questo processo che potremmo definire l’arte della scelta, spetta a ogni persona, credente o agnostica. È la vita umana, infatti, che impone la scelta tra diverse possibilità di atteggiamenti, comportamenti e azioni, per non restare spettatori dell’esistenza e saper vivere con consapevolezza e responsabilità. Discernere – dal latino dis (tra) e cernere (vedere chiaro, distinguere) – è dunque un’operazione che mette in movimento la coscienza di ogni essere umano. Questa arte della scelta si fa urgente oggi per la società intera, in un’epoca di grandi mutamenti non solo per la fede, ma anche per l’etica, la cultura e la vita della polis; un’epoca di grandi incertezze che spesso paralizzano le scelte umane, rendendo gli uomini e le donne spettatori di un vivere che non appartiene loro e di una complessità che non sanno padroneggiare. L’arte della scelta deve dunque essere riscoperta, praticata e confrontata tra mondi culturali differenti, in vista di un’umanizzazione che contrasti ogni superficialità e disimpegno, sempre preludio della barbarie.

 

 

Ognuno di noi è chiamato a discernere, vagliare, provare, interrogare, confrontare e poi a scegliere e imboccare una strada, anche a costo di sbagliare: la coscienza etica è un’istanza essenziale dell’agire quotidiano e quando non viene esercitata, è l’humanitas a essere minacciata. Certo, esistono criteri per il discernimento: occorre da un lato edificare la propria interiorità, così che la vita non sia esposta ai soli istinti, ma aperta a un’autentica libertà, sempre condizionata eppure reale; d’altro lato, occorre mettersi in cerca del bene comune, il bene dell’altro, leggendo e interpretando la storia e i suoi segni. Per il cristiano, tra i vari criteri il primato spetta alla parola di Dio contenuta nelle sante Scritture. Ma non si dimentichi che la Parola e lo Spirito santo che l’accompagna, secondo la tradizione cattolica non sono mai assenti nel cuore, nella coscienza di ogni essere umano, cristiano o no, religioso o non religioso. È l’interrogativo che accompagna ciascuno di noi: “Che ne hai fatto della tua libertà?”.


Enzo Bianchi Commento Vangelo 23 settembre 2018

 

📖 "Se uno vuole essere il primo"

23 settembre 2018

XXV domenica del tempo Ordinario

Commento al Vangelo

di ENZO BIANCHI

 

 

Mc 9,30-37

 

In quel tempo Gesù con i suoi discepoli 30attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. 31Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». 32Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.33Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». 34Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. 35Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti». 36E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: 37«Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

 

La confessione di Pietro che proclamava Gesù quale Messia (cf. Mc 8,29) rappresenta nel vangelo secondo Marco una svolta nella vita e nella predicazione di Gesù. A partire da quell’evento, Gesù cerca di raggiungere Gerusalemme discendendo dalle pendici dell’Hermon e passando per Cafarnao in Galilea.

Questa è l’unica salita di Gesù verso la città santa testimoniata da Marco, e quindi dagli altri sinottici, una salita durante la quale Gesù intensifica l’insegnamento rivolto ai suoi discepoli, alla sua comunità itinerante, continuando ad annunciare loro la necessitas della sua passione e morte. Come già aveva detto all’inizio del viaggio, a Cesarea di Filippo (cf. Mc 8,31), qui ribadisce: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”; e lo farà ancora poco dopo per la terza volta (cf. Mc 10,33-34). Gesù sta per essere consegnato (paradídomi), verbo forte che indica un essere dato in balìa, in potere di qualcuno. Così avverrà, e Gesù sarà sempre un soggetto passivo di tale azione: consegnato da Giuda ai sacerdoti (cf. Mc 14,10), dai sacerdoti a Pilato (cf. Mc 15,1), consegnato da Pilato perché fosse crocifisso (cf. Mc 15,15).

 

Il passivo usato negli annunci della passione e la medesima necessitas espressa in tutti e tre i casi indica tuttavia che, sebbene questa consegna avvenga per mano di uomini responsabili delle loro azioni, essa però non accade come un semplice accidente (“a Gesù è andata male…”) o come frutto di un cieco destino, bensì secondo ciò che è conforme alla volontà di Dio. Ovvero, che un giusto non si vendichi, non si sottragga a ciò che gli uomini vogliono e possono fare nella loro malvagità: rigettare, odiare, perseguitare, mettere a morte chi è giusto, perché gli ingiusti non lo sopportano.

Ne abbiamo già parlato, ma vale la pena tornarci ancora una volta, più in breve, perché siamo davvero al cuore della vita di Gesù, dunque del Vangelo: di quale necessitas si tratta? Necessitas umana innanzitutto: in un mondo di ingiusti, il giusto non può che patire ed essere condannato. È stato sempre così, in ogni tempo e luogo, e ancora oggi è così… Dio non vuole la morte di Gesù, ma la sua volontà è che il giusto resti tale, fino a essere consegnato alla morte, continuando ad “amare fino alla fine” (cf. Gv 13,1). Il giusto mai e poi mai consegna un altro alla morte ma, piuttosto di compiere il male, si lascia consegnare: ecco la necessitas divina della passione di Gesù. È il continuare ad “amare fino alla fine” (cf. Gv 13,1), anche i nemici, in risposta alla volontà del Padre, che mette nel cuore umano per grazia la possibilità di questo amore che può sgorgare solo da lui.

 

E che questo amore sia difficile, a caro prezzo, lo dimostra la reazione della comunità di Gesù, di quanti hanno condiviso la vita con lui, dunque dovrebbero essere in sintonia con il suo insegnamento. Come Pietro al primo annuncio (cf. Mc 8,32-33), qui tutti i discepoli si rifiutano di comprendere le parole di Gesù e, chiusi nella loro cecità, neppure osano interrogarlo. Ma ecco che, giunti nella loro casa di Cafarnao, Gesù e i suoi sostano per riposarsi. In quell’intimità Gesù domanda loro: “Di che cosa stavate discutendo per la strada?”. La risposta è un silenzio pieno di imbarazzo e vergogna. I discepoli, infatti, sanno di che cosa hanno parlato, sanno che in quella discussione si era manifestato in loro un desiderio e un atteggiamento in contraddizione con l’insegnamento di Gesù: ognuno era stato tentato – e forse lo aveva anche espresso a parole – di aspirare e di pensarsi al primo posto nella comunità. Avevano rivaleggiato gli uni con gli altri, avanzando pretese di riconoscimento e di amore. In risposta alla rivelazione del Messia servo e alla prospettiva della sua andata verso la morte ignominiosa, i discepoli non hanno saputo fare di meglio – magari pensando al “dopo Gesù” – che discutere su chi tra di loro fosse il più grande. Nel Vangelo di Tommaso, al loghion 12, sta scritto: “I discepoli dissero a Gesù: ‘Sappiamo che presto ci lascerai: chi sarà allora il più grande tra di noi?’”. Sì, dobbiamo confessarlo: se la comunità cristiana non fa propria la logica pasquale di Gesù, finisce inevitabilmente per fomentare al proprio interno la mentalità mondana della competizione e della rivalità. Si scatenano allora logiche di potere e di forza nello spazio ecclesiale e, come accecati, si finisce per leggere il servizio come potere, come occasione di onore.

 

Gesù allora chiama a sé i discepoli, chiama soprattutto i Dodici, quelli che dovranno essere i primi responsabili della chiesa, e compie un gesto. Prende un piccolo (paidíon), un povero, uno che vive la condizione di dipendenza e non conta nulla, lo mette al centro, e abbracciandolo teneramente, afferma: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”. Un bambino, un piccolo, un povero, un escluso, uno scarto è posto in mezzo al cerchio di un’assemblea di primi, di uomini destinati ad avere il primo posto nella comunità, per insegnare loro che se uno vuole il primo posto, quello di chi governa, deve farsi ultimo e servo di tutti.

 

Stiamo attenti alla radicalità espressa da Gesù nel vangelo secondo Marco. Se c’è qualcuno che pensa di poter giungere al primo posto della comunità, allora per lui il cammino da seguire è semplice: si faccia ultimo, servo di tutti, e si troverà a essere al primo posto della comunità. Non ci sono qui dei primi designati ai quali Gesù chiede di farsi ultimi e servi di tutti, ma egli traccia il cammino opposto: chi si fa ultimo e servo di tutti si troverà ad avere il primo posto, a essere il primo dei fratelli. Sì, un giorno nella chiesa si dovrà scegliere che deve stare al primo posto, chi deve governare: si tratterà solo di riconoscere come primo colui che serve tutti, colui che sa anche stare all’ultimo posto. Gesù confermerà e anzi amplierà questo stesso annuncio poco più avanti: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servo, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti” (Mc 10,42-44).

 

E invece sappiamo cosa accadrà spesso nelle comunità cristiane: si sceglierà il più brillante, il più visibile, quello che s’impone da sé, magari il più munito intellettualmente e il più forte, addirittura il prepotente, lo si acclamerà primo e poi gli si faranno gli auguri di essere ultimo e servo di tutti. Povera storia delle comunità cristiane, chiese o monasteri… Non a caso gli stessi vangeli successivi prenderanno atto che le cose stanno così, e allora Luca dovrà esprimere in altro modo le parole di Gesù: “Chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve” (Lc 22,26). Ma se la parola di Gesù fosse realizzata secondo il tenore del vangelo più antico, allora saremmo più fedeli al pensiero e alla volontà di Gesù!

 

 

Al termine di questo brano evangelico, soprattutto chi è pastore nella comunità si domandi se, tenendo il primo posto, essendo chi presiede, il più grande, sa anche tenere l’ultimo posto e sa essere servo dei fratelli e delle sorelle, senza sogni o tentativi di potere, senza ricerca di successo per sé, senza organizzare il consenso attorno a sé e senza essere prepotente con gli altri, magari sotto la forma della seduzione. Da questo dipende la verità del suo servizio, che potrà svolgere più o meno bene, ma senza desiderio di potere sugli altri o, peggio ancora, di strumentalizzarli. Nessuno può essere “pastore buono” come Gesù (Gv 10,11.14), e le colpe dei pastori della chiesa possono essere molte: ma ciò che minaccia in radice il servizio è il non sentirsi servi degli altri, il fare da padrone sugli altri. D’altronde questa deriva è visibile: l’autorità che non sa stare accanto agli ultimi, non sa dar loro la sua presenza, non sa ascoltare quelli che apparentemente non contano nella comunità cristiana è un’autorità che ha cura di se stessa, impedita dal proprio narcisismo ad accorgersi di quelli che deboli, marginali e nascosti sono pur sempre membra del corpo di Cristo.


Pier Giorgio Gianazza

 

(NPG 1999-08-55)

 

padremisericordioso

 

Diamo un primo sguardo al dipinto. In quel padre e in quel figlio facilmente cogliamo la scena centrale della parabola del figlio prodigo, raccontata da Gesù. È il padre che abbraccia il figlio più giovane, tornato a casa. Individuiamo anche gli altri quattro personaggi della scena: il fratello maggiore, uno spettatore seduto e due donne in piedi, meno percettibili. Ora ti invito a rileggere il racconto integrale della parabola, riportata nel vangelo secondo Luca (capitolo 15, versetti 11-32). Lo rileggo anch’io, adagio e cercando di penetrare le parole, le frasi, i gesti, gli atteggiamenti dei personaggi. Mi immagino anche i luoghi e le scene. Poi guardo ancora il quadro, sostando anche sui particolari. Il pittore vuole anzitutto esprimere la propria esperienza interiore, ma vuole anche comunicarmi un messaggio. In questa lettura vorrei essere il tuo compagno di cammino più che la tua guida. Insieme lasciamo che la luce emanante dal volto del padre illumini anche il nostro sguardo. Insieme chiediamo a Dio, «il Padre della luce» (Gc 1,17), di darci occhi puri per elevarci fino a Lui. Sarà la nostra gioia: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8). Insieme ritorniamo alla casa del padre e lasciamoci abbracciare dal suo amore.

 

La storia di un celebre dipinto

 

Se vai al museo di San Pietroburgo (Leningrado al tempo dell’Unione Sovietica), vedrai ogni giorno una lunga fila di visitatori, che attende il turno per entrare. Più di tutto vogliono ammirare la tela ad olio del celebre pittore olandese H. Rembrandt (1606-1669), conosciuta come Il ritorno del figlio prodigo. Già le misure sono grandiose: 343,84 cm di altezza per 182,88 cm di larghezza. Ma la vera grandiosità è offerta dalle espressioni dei personaggi della scena. Le figure che accentrano subito lo sguardo sono quelle del padre e del figlio minore, che costituiscono un gruppo inscindibile nel loro abbraccio e che sono indubbiamente il centro focale della scena. Poi l’occhio si estende ai personaggi di contorno: il fratello maggiore ritto in piedi, un uomo seduto che contempla pensoso la scena, una donna in piedi che col suo sorriso completa l’intima gioia del momento, un’altra donna sullo sfondo quasi nascosta nel buio. Un gioco intenso di luce e di oscurità, un contrasto tra il rosso e il nero nelle loro varie gradazioni guidano lo sguardo dello spettatore a ritornare sempre al centro. Questo centro invisibile e nascosto, ma onnipresente, è il cuore del padre: da lì tutto parte, là tutto arriva.

Rembrandt ha dipinto questo quadro verso la fine della sua vita. Con tutta probabilità è stato uno dei suoi ultimi lavori. Conoscendo la sua vita travagliata, non è difficile vedervi il simbolo del suo ritorno alla vera casa, alla casa del Padre. Da giovane pittore, aveva conosciuto la fama e il denaro, ma anche una vita orgogliosa, arrogante e dissoluta. Alcuni suoi primi quadri lo mostrano come un giovane vagabondo, dedito ai piaceri e alla baldoria. Poteva dipingersi come quel figlio minore che, «raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto» (Lc 15,13). Ma col passare degli anni anch’egli «venne a trovarsi nel bisogno» (15,14): sfortune e dispiaceri familiari, sofferenze, separazioni e morti di cari, strettezze economiche e debiti, solitudine e abbandono. Il pianto, il dolore, la quiete, il rimorso, riconducono i passi dell’artista alla casa rimasta sempre aperta, alle braccia rimaste sempre tese, alla luce mai spenta, al cuore sempre amante. Alla sua morte, non aveva più niente: aveva perso tutto, ma aveva trovato tutto. Aveva ritrovato il suo Dio, il suo caro Abbà, il suo amato Papà.

Il suo dipinto continuerà a testimoniare e a comunicare la sua esperienza. Acquistato nel 1776 da Caterina la Grande per il Museo (chiamato Ermitage) di San Pietroburgo, ancora oggi vi è custodito. Ma la riproduzione ha fatto il giro del mondo, con copie nelle chiese, nelle sale ecumeniche, nelle case, nelle collezioni private. In questo terzo e ultimo anno di preparazione al Grande Giubileo del Duemila, il 1999 anno di Dio Padre, la figura del Ritorno del figlio prodigo di Rembrandt conosce un successo editoriale: la si trova sovente in riviste, viene riprodotta e commentata in pubblicazioni, viene esposta nelle chiese, viene usata nei ritiri spirituali.

Non meraviglia se essa è stata oggetto di studi e anche di tesi di laurea non solo in campo artistico, ma anche in campo teologico. Il celebre dipinto ha suscitato anche libri di profondo commento spirituale, facendo la funzione di una vera icona che porta verso il Cielo.

 

IL QUADRO NEI SUOI DETTAGLI

 

Il figlio più giovane

 

La sua figura dà il nome a tutto il quadro: i critici d’arte lo chiamano infatti Il ritorno del figlio prodigo. L’artista ha voluto raffigurare il suo passaggio dalla vita antica alla vita nuova. Egli è inginocchiato davanti al padre e affonda il viso nel suo petto. Effonde nel cuore del padre tutto il suo dispiacere, il suo pentimento, la sua stanchezza della vita. Trova in lui pace, sicurezza, accoglienza, perdono, amore. Il suo aspetto esterno è simile a quello di un servo e di un mendicante: indumenti mezzo stracciati e impolverati, calzari consumati, corda posticcia, borsa vuota. Le uniche parti visibili del suo corpo sono il capo e un piede. La testa è nuda e rasata, come di uno che ha perso la sua fierezza e la sua indipendenza. Il piede sinistro è sfilato dal sandalo e coperto di cicatrici. Solo una piccola spada, che gli pende al fianco e che nessuno gli ha mai sottratto, richiama la sua antica nobiltà. Ma la sua dignità di figlio, mai perduta, traspare soprattutto dai lineamenti del volto: gli occhi chiusi indicano il dolore e il bisogno di tenerezza, la bocca silenziosa esprime la sincera confessione del suo cuore. Mani e capo appoggiano filialmente sul petto e sul grembo del padre, come un movimento di ritorno alla condizione filiale della nascita e al grembo proteggente del genitore. La prostrazione in ginocchio mostra la sottomissione filiale e la confidenza totale, unita al riconoscimento del proprio tradimento e della propria indegnità.

È un figlio che aveva tutto, che poi ha perso tutto e che ora ritrova tutto. Ha voluto sperimentare la sua libertà ed esercitare il suo potere. Ha deciso di costruirsi una vita da solo, lontano dal padre, dalla famiglia, dalla casa, dalla comunità.

Si è appoggiato solo sul potere illusorio del denaro e sulle false amicizie. Ora qui vedo un uomo umiliato, sconfitto, calpestato, debole, affamato, solo. Ha perso i suoi beni più preziosi: la salute, la buona reputazione, l’onore, la fiducia in se stesso, il coraggio di lottare, l’amicizia, la pace interiore, la dignità di figlio, il focolare domestico. Ma sente che gli è rimasto il bene più grande, che comprende tutti gli altri beni: suo padre. Il suo amore lo scuote: «Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te, non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre» (Lc 15,1920).

Il cammino del ritorno comincia da lontano: dalla coscienza del suo peccato. Ma comincia anche da vicino: dal profondo del suo cuore. La voce del padre risuona in lui e la ascolta di nuovo, come se gli ripetesse: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato» (Sal 2,7). Ancor oggi mio padre mi ama, oggi voglio ritornare a lui. Ma lungo il viaggio avanzano i dubbi e le tentazioni: «Cosa gli dirò? Come mi accoglierà? Sarò degno di lui? E mio fratello e mia mamma, quale saranno le loro reazioni? Sono un povero disgraziato: non merito di essere uno della famiglia, non merito di essere figlio. È giusto che sia punito. Accetto di essere almeno un operaio al servizio della casa». Arriva finalmente a casa. Non riesce a terminare la sceneggiatura che si era preparato, perché il padre lo precede col suo amore preveniente.

 

Il padre

 

Il padre è dipinto come un uomo anziano mezzo cieco, con baffi e con barba bipartita, con una lunga tunica ricamata in oro e con un mantello rosso scuro. Egli è unito al figlio e il figlio è unito a lui. Non si possono disgiungere: il figlio si appoggia sul padre e il padre sostiene il figlio. Nella sua composta immobilità infonde movimento a tutta la scena. Con i suoi occhi chiusi getta luce su tutti i personaggi. Con le sue braccia tese e le sue mani abbraccianti conquista tutti con il suo amore. Con la sua vita avanzata infonde nuova vita a chi sta per morire di stenti. Tutto parte da lui e tutto converge a lui. La luce del suo volto illumina i volti degli altri personaggi con diverse gradazioni.

Questa luce si fa viva e splendente soprattutto nelle sue mani. Le sue mani stesse diventano una fonte di luce e di calore. Tutto il corpo del figlio inginocchiato, ma specialmente il suo petto sede del cuore, sono invasi e penetrati dalle luce che emana da esse. Sono mani di fuoco che bruciano ogni male e infondono nuova vita. Sono mani che toccano e guariscono, donando speranza, fiducia, conforto. Queste mani attirano gli sguardi di tutti gli ammiratori della tela di Rembrandt. I visitatori della tela originale e gli ammiratori delle sue riproduzioni ben presto concentrano su di esse la loro attenzione. Sono insieme simili e dissimili. La mano sinistra è forte e muscolosa. Le sue dita sono aperte e coprono gran parte della spalla destra del figlio prodigo. È una mano che stringe e sorregge. Ha i tipici lineamenti di una mano maschile. La mano destra invece è delicata, soave e molto tenera. Le dita sono ravvicinate e presentano un aspetto elegante. Essa è posata dolcemente sulla spalla. Non calca, ma piuttosto accarezza, protegge, consola, calma. È la mano di una madre. Due mani diverse per un unico amore: è insieme amore paterno e materno.

Tutto nel padre parla di amore: il volto assorto, le vesti che proteggono, il corpo che accoglie, le mani che abbracciano e benedicono. Il suo corpo si fa grembo accogliente e le sue mani trattengono, stringono e accarezzano il figlio ritrovato. Il suo amore assume tutte le tonalità e le espressioni: è accoglienza, perdono, pianto, tenerezza, dono, condivisione, benedizione, augurio, gioia, festa, vita, eredità. La sua generosità lascia stupiti tutti quelli che sono presenti alla scena: ognuno reagisce a suo modo, ma tutti rimangono meravigliati. Il grande mantello rosso avvolge il figlio: è come la casa ospitale, è come la tenda che invita al riposo e alla mensa.

Più ancora assomiglia alle ali di un’aquila o di una chioccia: il piccolo vi trova rifugio, forza, sicurezza. Il padre anziano si abbassa verso il figlio, facendo una cosa sola con lui. Lo accoglie su una piccola elevazione: sia essa una pedana, sia essa la soglia di casa, è comunque simbolo della dignità e dell’onore ritrovati e della grandezza della condizione filiale.

La figura del padre è talmente centrale che giustamente il quadro si può anche chiamare L’accoglienza del padre misericordioso. Qualcuno chiama la parabola, rovesciando i termini, Il Padre prodigo, nel senso positivo di padre generosissimo e sovrabbondante nei suoi doni.

Il dipinto non evidenzia tutti questi doni oltre misura: vestito più bello, anello-sigillo, calzature di lusso, vitello grasso, banchetto sontuoso, orchestra musicale. Ma il pittore pone tutti questi doni nel cuore del padre: ivi è la sorgente di ogni bene. Il vangelo stesso pone al centro della parabola e come culmine del racconto l’atteggiamento del padre: «Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò» (Lc 14,20). Il verbo centrale è: «si commosse», che letteralmente significa: si sentì rimuovere nelle viscere, cioè si sentì toccare nel profondo del suo cuore.

 

Il figlio maggiore

 

L’uomo che sta in piedi alla destra della pedana è il figlio maggiore. C’è una distanza tra lui e il padre che abbraccia il figlio. Si percepisce non solo una distanza fisica, ma anche un distacco spirituale, una separazione dall’atteggiamento del padre e una ripulsa di fronte al fratello ribelle. Si sofferma meravigliato a guardare la scena di benvenuto. Ha uno sguardo enigmatico, tra il duro e l’incredulo, tra lo smarrito e l’indeciso. Guarda il padre, ma non esprime gioia o consenso. Si protende in avanti, non vuole sentirsi coinvolto. Vuole giudicare, ma in qualche modo si sente anche lui giudicato. Ha l’aria di chi è risentito, sdegnato, offeso, ma il suo volto sembra anche pensoso. Interroga, ma sente di essere interrogato. Perché non leggere nel suo sguardo anche alcuni interrogativi che possono emergere nel suo cuore? Come questi: «Eccolo tornato il figlio ribelle! Ma perché papà lo accoglie così? E allora chi sono io che sempre gli sono stato fedele? Perché sento gelosia verso mio fratello e sento disaccordo verso mio padre? Ma allora chi sa amare veramente il padre, io o mio fratello? Solo lui ha abbandonato la casa o forse anch’io?». Ma le voci dell’orgoglio e dell’onore sembrano avere il sopravvento: «Non sono io il figlio primogenito? Non sono stato sempre fedele a mio padre, servendolo in tutto? E perché ora mi fa questo affronto, preferendo quel suo figlio dissoluto?».

Eppure già al primo sguardo, si nota subito che questo figlio maggiore assomiglia più al padre che al fratello. Come il padre, anch’egli sta ritto sui suoi piedi, porta la barba, indossa un ampio mantello rosso sulle spalle, ha il capo coperto da un bel turbante, ha il volto illuminato. Ma d’altra parte uno sguardo più attento mostra anche quanto sia dissimile dal padre. Leggermente inchinato l’anziano genitore, superbamente ritto il figlio maggiore. Gli occhi del padre sono chiusi, quelli del figlio sono aperti. Ma è il primo che vede bene, mentre il secondo «pur vedendo, non vede» (Mt 13,13). Il mantello del padre è ampio e accogliente, quello del figlio è rigido e aderente al corpo, quasi possesso egoistico. Le mani del vecchio sono aperte e appoggiate sulle spalle del figlio perduto e ritrovato. Le mani del figlio rimasto a casa sono strette e quasi legate, appoggiate sul proprio petto, mentre reggono un bastone (bastone del viaggio, del lavoro, del comando?). La luce sul volto del figlio maggiore rimane circoscritta e non si diffonde, mentre la luce del volto del padre si riverbera sul figlio e gli comunica luminosità e calore.

Tutte queste considerazioni possono condurci a dare un terzo titolo al quadro di Rembrandt, oltre ai due già suggeriti. Potrebbe giustamente essere anche chiamato La parabola dei due figli perduti. Con quei sentimenti di astio e di risentimento, anche il figlio maggiore era perduto. La parabola raccontata da Gesù ci dice che il più giovane è stato ritrovato, ma non dice nulla sull’esito finale del figlio maggiore. È una parabola aperta, senza apparente conclusione. Anche il pittore olandese lascia aperta ogni via. Ogni ascoltatore della parabola e ogni ammiratore del dipinto è invitato a lasciarsi coinvolgere, a immedesimarsi in uno dei personaggi e a dare liberamente la sua risposta.

 

Gli altri personaggi

 

Gli altri personaggi del quadro sono figure minori che completano la scena. Essi mostrano la reazione personale a quello sta accadendo, che può esser di maggior o minor partecipazione o persino di critica e di distacco. Accanto al figlio maggiore sta un uomo seduto, con una gamba accavallata sull’altra e una mano al petto. È ben vestito, ha il volto leggermente illuminato, gli occhi aperti e la bocca chiusa. Non guarda direttamente la scena dell’abbraccio, ma guarda fisso nel vuoto. Riflette, sogna, critica, approva, è incerto, si fa tante domande. Questo personaggio può ben rappresentare le persone che criticavano il comportamento di Gesù. Infatti le tre parabole della misericordia (pecorella smarrita, dramma perduta e figlio prodigo) sono state narrate da Gesù, perché «i farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro» (Lc 15,2).

Dietro all’uomo seduto, leggermente scostato, si vede una donna appoggiata ad un’arcata dell’abitazione. Sta in piedi tra l’uomo seduto e il padre, situandosi quasi al centro geometrico della scena. Solo il suo capo è illuminato, risaltando nella penombra. Il suo volto esprime gioia contenuta, incredulità, meraviglia, coinvolgimento. Il personaggio corrisponde alla parabola di Gesù, che parla di festa, allegria, musica e danze (cf Lc 15,25). Infine sullo sfondo buio si intravede appena un’altra donna, visibile solo nel volto e di profilo. Nel suo atteggiamento si può cogliere una fuggevole occhiata alla scena ed è difficile cogliere i suoi sentimenti: curiosità, nascondimento, compassione, meraviglia, paura o desiderio di coinvolgimento?

Una nota comune a tutti questi personaggi minori è l’atteggiamento enigmatico, che dà adito a diverse letture. Ciò significa che il dipinto, così come del resto il racconto stesso del vangelo, pone anche una nota restrittiva. Esso non è aperto spontaneamente a una soluzione rapida e facile della questione. Non si intravede subito una riconciliazione universale, un racconto a lieto fine per tutti. Permane la domanda sull’esito del dialogo del padre col figlio maggiore e la domanda sul senso della presenza dell’uomo seduto e delle due donne.

Ogni riconciliazione implica infatti una lotta interiore e una libera decisione nella direzione dell’amore.

 

LE RAPPRESENTAZIONI

 

Il dipinto di Rembrandt raffigura la scena centrale della parabola raccontata da Gesù. I suoi personaggi riproducono fedelmente i personaggi ricordati nella parabola. Ma quel Gesù che parla volentieri in parabole vuole annunciare un vangelo di salvezza: è la bella notizia che Dio ci ama sempre, perché è veramente Padre. I personaggi del racconto assumono allora contorni nuovi e dimensioni universali. E anche chi è attento alla sua parola (letta, ascoltata, dipinta) è chiamato ad esser coinvolto. Chi rimane estraneo, chi non coglie il messaggio, perde un’occasione di lasciarsi toccare da Dio.

 

Il Padre

 

È Dio, Dio Padre, il personaggio centrale di questa parabola. «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione» (2 Cor 1,34). Questa esperienza personale di Paolo è stata anche l’esperienza di Rembrandt ed è l’esperienza di ognuno di noi. Dio ci ama sempre per primo (cf 1 Gv 4,19) e ci ama per ultimo. Non siamo noi a scegliere lui, ma è lui a scegliere noi. Lui ci cerca prima ancora che noi lo cerchiamo. Ci ama donandoci il suo stesso Figlio e in lui ci dona ogni bene (cf 1 Gv 4,810; Ef 1,35). Ascoltiamo ancora Paolo: «Egli non ha risparmiato il suo Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa con lui?» (Rm 8,32). L’unica potenza che rivendica per sé è la potenza dell’amore. Non costringe né il figlio minore né il figlio maggiore: lascia che provino la loro libertà. Vuole che i figli siano veramente figli, cioè liberi di amare, liberi di scegliere. Sa che questo può comportare per loro distacco, abbandono, offese, vie tortuose, insoddisfazione, infelicità. Sa che tutto questo si riflette nel suo cuore di padre: è la sua sofferenza e la sua compassione. Nel suo profondo dolore per il peccato dei suoi figli, il Padre soffre per loro. Stende sempre le sue mani per guarire e le sue braccia per accogliere chi ritorna alla sua casa. Egli concede perdono, riconciliazione, guarigione, quiete, sicurezza, forza. Non si stanca di ripetere al figlio ritrovato, guardando il suo Figlio crocifisso: «[Anche] tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto» (Mc 1,11).

Questo amore è espresso nel quadro di Rembrandt mediante il volto, ma anche mediante le mani. Quelle mani di padre e di madre, una forte e una delicata, sono cariche di un vivo messaggio. Esse richiamano tante parole e tanti gesti del Dio della Bibbia, particolarmente come è stato rivelato in pienezza da Gesù. Esse dicono che Dio ama gli uomini come un padre e come una madre. Dice il Signore: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio del suo seno? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49,15). Gesù stesso, rivelatore e portatore dell’amore del Padre per gli uomini, usa l’immagine materna della chioccia per esprimere il suo amore verso il popolo eletto, amore non corrisposto: «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina raccoglie i pulcini sotto le sue ali, e voi non avete voluto» (Mt 23,37). È la storia vissuta del figlio che abbandona la casa paterna, è la storia di ognuno di noi. Ma Dio è sempre accogliente: il suo curvarsi sul figlio e sulla figlia che ritorna rappresenta il grembo della vita. Il «seno del Padre» (Gv 1,18) è la sorgente della vita e della nuova vita. Il Padre ama tutti e non fa preferenze di persone: abbraccia il figlio minore e dialoga con amore anche con il figlio maggiore. Va incontro anche a lui, ma non forza la sua libertà. È felice di dirgli: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo» (Lc 15,31). La festa per il figlio ritrovato non è piena se anche il figlio maggiore non partecipa. Il padre non fa confronti tra i due figli, li ama ambedue nella loro rispettiva libertà. Per Dio, tutti i suoi figli sono prediletti, tutti sono amati di un amore speciale, unico, personale. È lo stesso insegnamento che ci viene proposto con la parabola degli operai delle diverse ore (Mt 20,1-15). Chi mai può dirsi insoddisfatto della propria ricompensa, solo perché il padrone si mostra buono e generoso verso tutti? Quando noi facciamo paragoni, o reclamiamo distinzioni e preferenze, o vantiamo meriti, o ci lamentiamo del successo dei nostri amici o rivali, dobbiamo ascoltare bene quello che dice il Signore: «Tu sei invidioso, perché io sono buono?» (Mt 20,15).

Il padre della parabola organizza una grande festa per il figlio tornato a casa. Non manca proprio nulla: vestiti, anello, calzari, banchetto, musica, danze. Egli stesso si veste a festa, fa adornare la sua casa, prepara il palco per il figlio. Supera le resistenze e le rimostranze del figlio maggiore: «Bisognava far festa e rallegrarsi» (Lc 15,32). È un imperativo: un imperativo dell’amore. L’amore non conosce limiti; l’amore esplode in gioia e in festa. E la gioia non è vera gioia se non è partecipata da tutti i presenti. Un solo emarginato turba il clima della festa.

Dio ci ama e vuole la nostra gioia. Organizza un banchetto per tutti i suoi figli per festeggiare le nozze di suo Figlio (cf Mt 22,1-14, Lc 14,16-24). Tutti sono invitati, nessuno è escluso: «Tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze» (Mt 22,9). Il Dio cristiano è un Dio di gioia. Non solo la parabola del figlio prodigo, ma anche le altre due parabole della misericordia terminano con un messaggio di gioia. Esprimono la gioia stessa di Dio, sorgente di ogni gioia umana. La gioia del pastore per la pecora ritrovata è il simbolo della gioia di Dio per il figlio ritornato: «Ci sarà più gioia nel cielo per un solo peccatore convertito che per novantanove giusti» (Lc 15,7). La gioia della casalinga per la monetina ritrovata è la gioia degli angeli di Dio (cf Lc 15,10). La gioia di Dio contagia tutta la casa di Dio: angeli, santi, uomini, cielo, terra. È gioia anche per uno solo su cento, per uno solo su mille e su milioni. Sì, perché ogni uomo è figlio di Dio, ogni uomo è un valore infinito, ogni singolo uomo vale tutti i mondi. Nessuno è un numero davanti a Dio, nessuno è un modello di una serie. Tutti sono originali, tutti sono figli unici e prediletti. Non è possibile? «Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio» (Mc 10,27).

Questo impossibile che è possibile spiega anche perché in Dio, e nei figli di Dio, possono coesistere gioia e sofferenza. Il Figlio di Dio è il re glorioso e il servo sofferente, è lo sposo gioioso e l’uomo dei dolori. Soffre nel vedere che l’amore del Padre non è accolto, è rifiutato. Si può essere felici se manca un fratello a tavola o se tiene rancore contro il fratello? Il Signore gioisce quando un malato nel corpo e nello spirito gli grida: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me» (Lc 18,38). Gioisce quando una donna peccatrice gli si getta ai piedi in lacrime, per implorare il perdono di Dio (cf Lc 6,36-38). La gioia del Padre è che «tutti gli uomini siano salvi» (1 Tm 2,4).

 

Il Figlio

 

È troppo ardito vedere Gesù nel figlio prodigo? Come si può infatti vedere il santo nel peccatore pur pentito? Eppure sappiamo che Gesù si è caricato dei peccati di tutti noi (cf Is 53,12) e che «portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce» (1 Pt 2,24). Paolo spiega con parole drammatiche la condizione del Figlio innocente e sofferente: «Colui che non aveva peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (2 Cor 5,21). Per questo il Figlio eterno diventa compagno di cammino degli uomini sulla terra, si assume i loro peccati e diventa figlio prodigo. Lascia la casa del Padre in cielo, viene in un paese straniero e pone la sua tenda tra gli uomini (cf Gv 1,4). Dona tutto quello che ha, è abbandonato, disprezzato, e alla fine, per la via della croce, torna alla casa del Padre. Veramente «da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). Si è fatto figlio prodigo, perché noi diventassimo figli prediletti. Al suo ritorno al Padre porta con sé una moltitudine di fratelli: «Ascendendo in cielo ha portato con sé i prigionieri» (Ef 4,7), conduce con sé tutti i figli prodighi, perduti e ritrovati.

E il figlio maggiore? In qualche modo Gesù si fa simile anche a lui, porta anche il suo peccato, perché vuole salvare anche lui. C’è una corrispondenza che colpisce tra le parole del padre al figlio maggiore e le parole di Gesù che parla del Padre suo. Il padre della parabola dice: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo» (Lc 15,21). E Gesù parla così del Padre: «Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite» (Gv 5,19). E a conclusione del dialogo di Gesù con Nicodemo leggiamo: «Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa» (Gv 3,35). Gesù, inviato dall’amore del Padre, entra in dialogo con quel figlio maggiore, perché lo vuole aiutare ad uscire dal suo egoismo e dal suo risentimento, a decidersi nella sua libertà e ad entrare in comunione con l’altro fratello, con tutti i fratelli e con il padre. Tutti sono chiamati ad entrare nella casa del Padre e a sedere alla sua mensa (cf Mt 8,11).

 

E io?

 

Continuo a contemplare il dipinto di Rembrandt, alla luce del racconto di Gesù. Capisco che è anche la mia storia, la storia che Dio vuole raccontarmi, la storia che io voglio raccontare a Dio, la storia che io voglio annunciare ai miei fratelli e sorelle. È la storia di Rembrandt, la storia del popolo di Dio, la storia degli uomini. È la storia di Dio! Nasce un dialogo tra me e Dio. Sento che peccato e perdono si abbracciano, che morte e vita si toccano: il peccato è bruciato dall’amore. Vedo che il cielo e la terra, il tempo e l’eterno, l’umano e il divino si congiungono e diventano una cosa sola. Non posso rimanere estraneo, devo entrare anch’io nella scena. Quale parte scelgo?

Spontaneamente scelgo la parte del figlio prodigo: mi è congeniale. Quante volte ho abbandonato la casa del Padre, in cerca di avventure e di esperienze nuove! Le attrazioni sono più o meno sempre le stesse: denaro, potere, piacere, concupiscenza, autonomia, orgoglio, soddisfazione. Sono le tentazioni che ha provato anche Gesù (cf Mt 4,1-11; Lc 4,1-13). Giovanni le riassume come «concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita» (1 Gv 2,16). Ogni volta che cerco l’amore fuori della casa del padre infliggo una ferita al suo cuore. Piccole o grandi evasioni da casa sono sempre un’offesa alla sua paternità e al suo amore. Ma quante volte ho provato la gioia dell’abbraccio misericordioso e benedicente del Padre! Quante volte mi sono sentito fallito, abbandonato, incompreso, non amato. Quale grande gioia nel sentirsi consolato da Dio, amato, perdonato, aiutato. Gesù è l’amore di Dio fatto uomo per noi, per me, e io posso dire con Paolo: «Mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20).

Quanto al fratello maggiore... non mi piace il suo comportamento. Pur riconoscendo la sua fedeltà alla casa e la sua laboriosità, lo trovo egoista, invidioso, pronto a giudicare, sicuro di sé e della sua giustizia. Non è vero che anche lui si è spiritualmente allontanato da suo padre? Ma se mi guardo bene, io che lo critico mi comporto esattamente come lui e peggio di lui. Mi accorgo che la mia parte nella scena è più vicina alla sua che a quella del figlio più giovane. Sono pronto a brontolare, a giudicare, a condannare gli altri. Non cedo nei miei punti di vista, non ammetto indulgenze verso chi ha sbagliato, non condivido la gioia degli altri. Temo di essere sottovalutato, mi spiace se qualcuno mi viene preferito, sono geloso, mi risento se qualcuno non riconosce la mia personalità. Forse è più difficile guarire dalla malattia del figlio maggiore che dalla malattia del figlio minore. Questo soffriva di una malattia legata ai sensi, quello di una malattia legata allo spirito. Tutti e due sono figli perduti. Tutti e due hanno bisogno di redenzione. Io sono a volte l’uno, a volte l’altro, a volte insieme.

Quanto poi al padre non mi viene neanche in mente che io potrei fare la sua parte. II padre è sublime, è al di sopra di tutto, illumina tutto, è il centro di tutto: sembra inimitabile. Eppure quando ascolto Gesù che mi dice: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro» (Lc 6,36), mi prende una forza speciale. Le sue parole sono rivolte a uomini, non ad angeli; sono rivolte ad uomini deboli e peccatori come me, non a profeti e a santi. Allora capisco che Gesù mi chiama a imitare il padre. La mia vocazione è di diventare padre, padre misericordioso come lui. Sono sempre figlio, ma chiamato a condividere la tenerezza del padre. Gesù è l’immagine perfetta della tenerezza del Padre. Dio, unico Padre (cf Mt 23,9), mi chiama a rappresentarlo come padre, a vivere nell’amore per la forza del suo Spirito. Proprio perché da lui «proviene ogni paternità in cielo e sulla terra» (Ef 3,15), egli mi invita a essere partecipe e testimone della sua paternità. Solo vivendo come padre che ama, posso manifestare una piccola luce dell’amore infinito di Dio.

 

In un’epoca in cui la figura del padre in Occidente sta perdendo rilevanza e credibilità, in un’epoca in cui il ruolo del padre in Oriente conserva una forma autoritaria, in «una società senza padri» (come qualcuno ha detto) è importante e necessario testimoniare il vero ruolo del padre secondo il vangelo. La parabola dei due figli perduti e del loro padre amoroso deve suscitare in me una doppia domanda: «Come posso diventare figlio? Come posso diventare padre?». L’esperienza vissuta di Paolo lo fa esclamare: «Lo Spirito stesso attesta al nostro Spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare alla sua gloria» (Rm 8,16-17). Siamo figli e siamo eredi: ci vengono partecipati i doni di casa, sono nostri. Come è bello quanto Paolo dice ai cristiani di Corinto e a tutti noi: «Tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro. Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (l Cor 3,21-22). Vivere col Padre, tornare alla sua casa è un perenne invito ad essere pieni di amore e di tenerezza come Lui. Siamo chiamati a trasformarci a sua immagine. Siamo chiamati a rivestirci di Cristo, il figlio prediletto. Lui ha vissuto in modo perfetto la beatitudine che ha proclamato sul monte: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7). Beati quelli che sanno amare, perché sono amati da Dio.


Gesù rivela

 

la sua identità

 

Domenica XXIV del T.O. (B)

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

Gesù flagellato2

 

8,27-33 Gesù rivela il “segreto messianico" [1]

 

Pietro coraggioso e contento della sua risposta

Pietro è stato certamente il più coraggioso quel giorno, quando Gesù domandò ai discepoli: “Ma voi chi dite che io sia?”. Pietro ha risposto con decisione: “Tu sei il Cristo”. E dopo questa confessione, probabilmente si sarà sentito soddisfatto dentro di sé: “Ho detto giusto!” E veramente aveva detto giusto.

 

… ma Gesù chiarisce “apertamente” il segreto di “Tu sei il Cristo” (Messia)

Il dialogo con Gesù, però, non finisce così. Infatti il Signore incominciò a spiegare cosa doveva accadere. Ma Pietro non era d’accordo con quanto aveva sentito: non gli piaceva quella strada prospettata da Gesù, il quale invece, come i legge nel Vangelo, “faceva questo discorso apertamente” ai suoi discepoli.

Anche oggi, sentiamo tante volte dentro di noi la stessa domanda rivolta da Gesù agli apostoli. Gesù si rivolge a noi e ci domanda: “ma per te chi sono io? Chi è Gesù Cristo per ognuno di noi, per me? Chi è Gesù Cristo?”. E anche noi sicuramente daremo la stessa risposta di Pietro, quella che abbiamo imparato nel catechismo: “ma tu sei il Figlio di Dio vivo, tu sei il Redentore, tu sei il Signore!”.

 

Reazione di Pietro alla rivelazione del segreto di Gesù

Diversa è la reazione di Pietro quando Gesù incominciò a spiegare cosa doveva succedere: “il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere”. A Pietro certamente non piaceva questo discorso. Lui ragionava così: “Tu sei il Cristo! Tu vinci e andiamo avanti!”. Per questa ragione non capiva questa strada di sofferenze indicata da Gesù. Tanto che, come racconta il Vangelo, lo “prese in disparte” e “si mise a rimproverarlo”. Era tanto contento di aver dato quella risposta - “Tu sei il Cristo” - che si sentì con la forza di rimproverare Gesù.

Il vangelo ci dice che Gesù “voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: ‘Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini’”.

 

Per rispondere dobbiamo fare il cammino di Pietro … anche piangendo …

Dunque per rispondere a quella domanda che noi tutti sentiamo nel cuore - chi è Gesù per noi - non è sufficiente quello che abbiamo imparato, studiato nel catechismo. È certo importante studiarlo e conoscerlo, ma non è sufficiente. Perché per conoscerlo veramente è necessario fare il cammino che ha fatto Pietro. Infatti, dopo questa umiliazione, Pietro è andato avanti con Gesù, ha visto i miracoli che Gesù faceva, ha visto i suoi poteri. Poi ha pagato le tasse, come gli aveva detto Gesù, ha pescato il pesce e tolto la moneta: ha visto tanti miracoli del genere!

Però a un certo punto Pietro ha rinnegato Gesù, ha tradito Gesù. Proprio in quel momento ha imparato quella tanto difficile scienza - più che scienza saggezza - delle lacrime, del pianto. Pietro ha chiesto perdono al Signore.

E ancora, nell’incertezza di quella mattinata di quella domenica di Pasqua, Pietro non sapeva cosa pensare di quanto avevano riferito le donne sul sepolcro vuoto. E così anche lui è andato al sepolcro. Nel Vangelo non è riportato esplicitamente il momento, ma si dice che il Signore ha incontrato Pietro, si dice che Pietro ha incontrato il Signore vivo, solo, faccia a faccia.

 

… seguendolo

Nei quaranta giorni successivi Pietro ha sentito tante spiegazioni di Gesù sul regno di Dio. E forse è stato tentato di pensare: “ah, adesso conosco chi è Gesù Cristo!”. Invece ancora gli mancavano tante cose per conoscere chi è Gesù. E così quella mattina, sulla spiaggia del Tiberiade, Pietro è stato interrogato un’altra volta. Tre volte. E lui ha sentito vergogna, ha ricordato quella sera del giovedì santo: le tre volte che aveva rinnegato Gesù. Ha ricordato quel pianto. Sulla spiaggia del lago di Tiberiade Pietro pianse non amaramente come il giovedì, ma pianse. E quella frase “Tu sai tutto Signore, tu sai che ti amo”, - ne sono sicuro - Pietro l’ha pronunciata piangendo.

 

Si capisce il segreto di Gesù soltanto nel cammino…

Dunque la domanda a Pietro - Chi sono io per voi, per te? - si capisce soltanto lungo una strada, dopo una lunga strada. Una strada di grazia e di peccato. È la strada del discepolo. Infatti Gesù a Pietro e ai suoi apostoli non ha detto: conoscimi! Ha detto: seguimi! E proprio questo seguire Gesù ci fa conoscere Gesù. Seguire Gesù con le nostre virtù e anche con i nostri peccati. Ma seguire sempre Gesù!.

Per conoscere Gesù, non è necessario uno studio di nozioni ma una vita da discepolo. In questo modo, andando con Gesù impariamo chi è lui, impariamo quella scienza di Gesù. Conosciamo Gesù come discepoli. Lo conosciamo nell’incontro quotidiano col Signore, tutti i giorni. Con le nostre vittorie e le nostre debolezze. È proprio attraverso questi incontri che ci avviciniamo a lui e lo conosciamo più profondamente. Perché in questi incontri di tutti i giorni abbiamo quello che san Paolo chiama il senso di Cristo, l’ermeneutica per giudicare tutte le cose.

 

… un cammino fatto in compagnia dello Spirito

Si tratta però di un cammino che noi non possiamo fare da soli. Nella narrazione che Matteo (16, 13-28) fa di quell’episodio, Gesù dice a Pietro: “La confessione che io sono il Figlio di Dio, il Messia, tu non l’hai imparata dalla scienza umana, te l’ha rivelato il Padre”. E, ancora, Gesù dirà ai suoi discepoli: “Lo Spirito Santo, che vi invierò, vi insegnerà tutto e vi farà capire quello che io vi ho insegnato”.

Dunque si conosce Gesù come discepoli sulla strada della vita, dietro di lui. Ma questo non basta, perché conoscere Gesù è un dono del Padre: è lui che ci fa conoscere Gesù. In realtà, questo è un lavoro dello Spirito Santo, che è un grande lavoratore: non è un sindacalista, è un grande lavoratore. E lavora in noi sempre; e fa questo grande lavoro di spiegare il mistero di Gesù e di darci questo senso di Cristo. Chiediamo al Padre che ci dia la conoscenza di Cristo e lo Spirito Santo ci spieghi questo mistero.

 

8,31-33 La missione non può realizzarsi senza la Croce [2]

 

Non è mancata l’occasione in cui il Signore ha fatto capire ai discepoli - o a quanti aspiravano ad esserlo - che la sofferenza che deriva dal compiere la volontà di Dio è condizione essenziale del Regno. A Pietro, che voleva togliere la croce del Vangelo, il Signore arrivò a dire che era “Satana”. Consideriamo il passo di Mc 8,31-33, nel quale il Signore rimprovera severamente Pietro e gli mostra come ci sono pensieri ispirati dal Padre, e altri pensieri che non sono “secondo Dio, ma secondo gli uomini”.

Sarebbe una tentazione pensare che la nostra missione come pastori possa realizzarsi senza sofferenze […]. La croce non la si inventa, né tanto meno la si incontra per fatalità. È il Signore che ce la mette sulla spalla - quella croce che è un giogo portato da due, del quale egli porta il maggior peso - e ci dice: “Prendi la tua croce e seguimi!”. Per portare la croce il pastore avrà bisogno della forza che viene dalla speranza (e deve chiederla nella preghiera per prendere le decisioni necessarie, anche se sono impopolari) e della magnanimità per iniziare imprese difficili a servizio del Signore nostro Dio e per perseverare in esse senza perdersi d’animo davanti alle contraddizioni. Quando non si porta la croce della nostra missione, nemmeno si assapora la speranza. E cadiamo nella ricerca di segni straordinari, finché diventiamo immemori, come i discepoli di Emmaus, dei segni di Dio nelle prove e difficoltà della Chiesa durante la storia. Nel passo evangelico di Emmaus si vede come le cose che i discepoli “speravano” stavano in contraddizione con la croce del Signore. Quando questi mostra loro che era necessario che il Messia soffrisse per entrare nella gloria (cfr Lc 24,26), comincia loro ad ardere il cuore per la vera speranza, quella che abbraccia la croce.

 

8,33 La logica della Croce [3]

 

Uscire come Gesù da se stessi…

Seguire, accompagnare Cristo, rimanere con lui esige un uscire, uscire. Uscire da se stessi, da un modo di vivere la fede stanco e abitudinario, dalla tentazione di chiudersi nei propri schemi che finiscono per chiudere l’orizzonte dell’azione creativa di Dio. Dio è uscito da se stesso per venire in mezzo a noi, ha posto la sua tenda tra noi per portarci la sua misericordia che salva e dona speranza. Anche noi, se vogliamo seguirlo e rimanere con lui, non dobbiamo accontentarci di restare nel recinto delle novantanove pecore, dobbiamo “uscire”, cercare con lui la pecorella smarrita, quella più lontana. Ricordate bene: uscire da noi, come Gesù, come Dio è uscito da se stesso in Gesù e Gesù è uscito da se stesso per tutti noi.

 

… è accogliere la Croce

Qualcuno potrebbe dirmi: “Ma, padre, non ho tempo”, “ho tante cose da fare”, “è difficile”, “che cosa posso fare io con le mie poche forze, anche con il mio peccato, con tante cose? Spesso ci accontentiamo di qualche preghiera, di una Messa domenicale distratta e non costante, di qualche gesto di carità, ma non abbiamo questo coraggio di uscire per portare Cristo. Siamo un po’ come san Pietro. Non appena Gesù parla di passione, morte e risurrezione, di dono di sé, di amore verso tutti, l’Apostolo lo prende in disparte e lo rimprovera. Quello che dice Gesù sconvolge i suoi piani, appare inaccettabile, mette in difficoltà le sicurezze che si era costruito, la sua idea di Messia. E Gesù guarda i discepoli e rivolge a Pietro forse una delle parole più dure dei Vangeli: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mc 8,33).

 

8,35 Il fallimento rivela il segreto dell’identità e missione di Gesù [4]

 

Il fallimento storico di Gesù e le frustrazioni di tante speranze – “Noi speravamo” (Lc 24,21) - sono, per la fede cristiana, il cammino per eccellenza attraverso il quale Dio si rivela in Cristo e compie la salvezza. Gesù stesso l’aveva predetto: “Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà” (Mc 8,35; Lc 9, 24). Il fallimento imminente dell’opera di salvezza compariva già, frammentato e con minore intensità, nell’impresa della fuga dall’Egitto e dell’arrivo nella terra promessa. Mosè percepisce il fallimento quando si trova sulla riva del mare, in mezzo a un popolo scontento e con gli egiziani alle spalle. Non ha molte alternative: o si consegna agli Egizi, o cerca di scendere a patti con loro, o si suicida, o si affida a Dio. Sceglie l’ultima opzione, e Dio si manifesta nell’impotenza dei mezzi umani. Lo stesso accade quando il popolo si lamenta perché vuole acqua, carne e così via. Dio fa percepire all’uomo tutta la sua impotenza, e solo allora interviene. Il fallimento di Gesù s’inserisce in questa dinamica: “Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge” (Mt 26, 31); allora interviene Dio con la forza della risurrezione. La risurrezione di Gesù Cristo non è il finale di un film: è l’intervento di Dio sulla totale impossibilità della speranza umana; l’intervento che proclama “Signore” colui che ha accettato la via del fallimento in modo tale che il potere del Padre si manifesti e sia glorificato.

 

Il tentativo di camuffare il fallimento

Noi tendiamo a camuffare la constatazione della più grande frustrazione umana, che è la morte: basta guardare i cimiteri e i monumenti funerari per capire che cerchiamo con ogni mezzo di abbellire e “alienare” questo fallimento che riguarda tutta l’umanità. Lo stesso si dica della “canonizzazione” del defunto. Dopo piazza San Pietro, il luogo in cui si canonizza la maggior quantità di persone è la camera ardente; in genere il defunto viene definito “un santo”. Certo, ora è santo perché non può più disturbare. Tentiamo in ogni modo di dissimulare il fallimento della morte. Inconsapevolmente riponiamo la speranza al di fuori del fallimento, e perciò non la riponiamo in Dio. La speranza pura in Dio si ha quando, come nel caso di Gesù, si tocca il fondo del fallimento (che va oltre la mancanza di vie d’uscita: è l’affermazione positiva che non c’è più via d’uscita, che è tutto finito).

Gesù ha perduto ogni possibilità umana d’uscita con l’infamia dell’esecuzione pubblica: questo è il suo fallimento. Ed è arrivato a quel punto perché la cosa più importante per lui era corrispondere al tipo di persona che il Padre voleva che fosse, adempiere la volontà del Padre: “Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera”“ (Gv 4, 34).

 

Il fallimento mette in luce la “carne” di Gesù

La considerazione del fallimento mette in luce la “carne” di Gesù. Nel Getsemani Gesù sperò istintivamente di evitare la possibilità di fallimento. Solo la certezza dell’amore del Padre l’ha reso capace di superare questa paura. Nel riflettere sul fallimento di Gesù, conviene ricordare le raccomandazioni di sant’Ignazio. Bisogna “toccare” la carne di Gesù. Esistono altri modi “educati” per evitare lo “scandalo”, ma questo significherebbe negare la carne di Gesù in questo fallimento: si sfocerebbe nel neodocetismo illuminato, così comune nelle nostre élite ecclesiastiche, nelle nostre sinistre ateizzanti e nelle nostre destre scettiche. Le élite cattoliche sono a digiuno della beatitudine che lo stesso Gesù proclamò riguardo al tempo del fallimento: “E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!” (Mt 11,6; Lc 7,23). In questo caso si trattava di fallimento perché la predicazione di Gesù era diretta ai semplici. Le élite schizzinose arricciano il naso di fronte al fallimento, si scandalizzano. E preferiscono disegnare quadri della Chiesa basati più sul “buonsenso” che sul fallimento della croce... Sono neodocetisti e, in fondo, non sono nemmeno molto convinti che Gesù, il Cristo, sia vivo con il suo corpo, sia risuscitato. Al massimo accettano una risurrezione più vicina al concetto bultmanniano o una risurrezione spiritualista, semplicemente perché hanno negato la carne di Cristo non accettandone il fallimento.

 

Il fallimento dell’amicizia

Il grande fallimento di Gesù, nell’ambito dell’amicizia umana, sono i suoi discepoli, e Giuda è il più grande di tutti: non ha saputo leggere la misericordia negli occhi del Maestro. Gli ultimi momenti di Gesù con i suoi discepoli sono segnati da un isolamento che si è fatto profondo come un abisso. Gesù non poteva arrivare a loro e gli apostoli non erano in grado di comprendere le profondità in cui si trovava il Maestro. È questo il momento in cui ha inizio la vera solitudine, quel sentimento di totale abbandono, anche da parte del Padre, che sperimenterà sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46).

 

Il definitivo fallimento

Ed è proprio sulla croce che Gesù accetta definitivamente il fallimento e il male; e li trascende. Lì si manifesta l’insondabilità del suo amore, perché solo chi ama molto possiede la libertà e la vitalità di spirito per accettare il fallimento. Gesù muore da fallito. In lui raggiungono la loro pienezza le situazioni momentanee e parziali, che nell’Antico Testamento sono considerate fallimento: “Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi” (Eb 11,13), cioè morirono, in parte, con in bocca il sapore del fallimento. Gesù nella sua morte accetta e dà pienezza a tutti i fallimenti della storia di salvezza. Ora rimane solo una soluzione: la soluzione divina, in questo caso la risurrezione come fermento rivoluzionario. Ciò significa che un cristiano deve accogliere nella sua vita quotidiana la convinzione che Gesù Cristo è vivo in mezzo a noi. Altrimenti, il suo cristianesimo è uno pseudo-fallimento: per evitare il fallimento scandaloso della croce, il totale annichilamento senza speranza umana, per non aver “sperato contro ogni speranza”, la sua vita attraversa i meandri di un fallimento più accettabile, un fallimento che può convivere elegantemente con i valori universali e trasversali; è il fallimento di una religione senza pietà, perché semplicemente le manca il fervore di ogni pietà: Gesù Cristo risuscitato. Vivo tra noi.

 

8,35 Imitare la Passione di Gesù [5]

 

I primi cristiani hanno sperimentato una purificazione riguardo al modo di concepire la persecuzione. In una prima epoca si resero conto che le persecuzioni, fomentate contro di loro dai giudei, rientravano nel genere dei castighi inflitti da costoro agli inviati del Signore (cfr Mt 23,29-36; At 1,51-52). Più tardi la persecuzione contro i cristiani si colloca in un contesto escatologico e riveste un’importanza che in precedenza non possedeva: “Colmano la misura” (cfr 1Ts 2,15-16) nel momento stesso in cui il Figlio dell’uomo viene a giudicare e a separare i buoni dagli empi (cfr Mt 25,31- 32). A questo punto la persecuzione viene considerata come questo giudizio sulle opere. Un terzo stadio della riflessione, ulteriore, invita coloro che sono perseguitati a soffrire e a morire “a causa del Figlio dell’uomo” (Lc 6,22; cfr Mc 8,35; Mc 13,8-13; Mt 10,39) e, più ancora, a imitarne la Passione (cfr Mt 10,22-23; Mc 10,38). A quest’ultima concezione corrisponde il martirio di Stefano, che va letto con molta attenzione (cfr At 6,8-7,60). Stefano muore soltanto per Cristo, muore come lui, con lui, e questa partecipazione al mistero stesso della Passione di Gesù Cristo è la base della fede del martire: morendo in questa maniera afferma a suo modo che la morte non è stata l’ultima parola della vita di Gesù.

 

 

NOTE

* Vedi J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Marco. Il Vangelo del Segreto svelato. Lettura spirituale e pastorale, a cura di Gianfranco Venturi, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2017, 280-292.

[1] Meditazione, 20 febbraio 2014.

[2] Il Signore che ci riprende e ci perdona, in PAPA FRANCESCO - J.M. BERGOGLIO, In lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book (Milano) - LEV Città del Vaticano 2013.

[3] Udienza, 27 marzo 2013.

[4] Il fallimento di Gesù, in J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 242-245; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV Città del Vaticano, 2014,41-44.

[5] Croce e senso bellico della vita, in J.M. BERGOGLIO, Pace, Corriere della Sera, Milano 2014 (= Le parole di papa Francesco, 5) 31-46

2014 (= Le parole di papa Francesco, 5) 31-46.

Seguire Gesù

 

 

 

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s. Angelo in Formis, Affreschi del XI secolo, Capua (CE)

s. Angelo in Formis, Affreschi del XI secolo, Capua (CE)

16 settembre 2018

 

XXIV domenica del tempo Ordinario

Mc 8,27-35

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo 27Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». 28Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti». 29Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». 30E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.31E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell'uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. 32Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. 33Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va' dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». 34Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 35Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà.

 

La pagina offertaci oggi dalla liturgia sta al centro del vangelo secondo Marco e ci svela l’identità di Gesù. Già le prime parole del vangelo proclamavano, come una sorta di titolo: “Inizio del Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio” (Mc 1,1), ma ora questa confessione è fatta da un discepolo al centro della narrazione “vangelo”; e alla fine sarà fatta da uno che appartiene alle genti, il centurione romano che sotto la croce, vedendo il modo in cui Gesù spirava, disse: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!” (Mc 15,39).

 

Secondo Marco al cuore del ministero di predicazione e di azione di Gesù si colloca questo episodio decisivo. Con i suoi discepoli Gesù se ne va (letteralmente “esce”) dalla Galilea verso territori vicini alle sorgenti del Giordano, nei pressi della capitale di questa regione, la città costruita dal tetrarca Erode Filippo con il nome imperiale di Cesarea, città di Cesare. Questo uscire di Gesù dalla terra di Israele non è motivato dalla missione ma è un prendere le distanze dalle folle degli avversari, scribi e farisei, sempre più incalzanti nel contestare il suo messaggio e il suo comportamento.

 

Proprio in questo “ritiro”e “nel cammino” (en tê hodô) Gesù interroga i suoi discepoli ponendo loro domande riguardanti la percezione, le opinioni che la gente ha di lui. Ormai da tempo Gesù svolge la sua missione, molti sono gli ascoltatori del suo annuncio, molti lo acclamano come rabbi, come profeta o come carismatico capace di far arretrare Satana, e la sua fama ha raggiunto anche Gerusalemme, preoccupando l’autorità religiosa dei sacerdoti e degli scribi. Nello stesso tempo, però, sono apparsi avversari che lo calunniano, lo osteggiano e lo accusano di essere a servizio di Satana, non un uomo inviato da Dio (cf. Mc 3,22-30). Vi è dunque l’urgenza di una chiarificazione e Gesù ne prende l’iniziativa, interrogando i suoi discepoli.

 

Questi gli riferiscono che per alcuni egli è Giovanni il Battista ritornato in vita, per altri è Elia, per altri ancora uno dei profeti. Sì, per la gente che lo ha incontrato Gesù è un profeta, cioè un uomo inviato da Dio per annunciare la sua parola e compiere azioni nella potenza donata da Dio stesso ai suoi inviati. Ma a questo punto Gesù interroga di nuovi i suoi discepoli, li interroga tutti per conoscere la loro adesione: lo hanno seguito come maestro, lo ritengono un profeta, ma hanno compreso la sua vera identità? Poco prima Gesù li aveva rimproverati, chiedendo loro se erano privi di intelletto e per quale motivo non comprendevano, come se avessero un cuore indurito (cf. Mc 8,17-21). Ora cosa credono di Gesù? Sono interrogati tutti, ma risponde solo Pietro, il discepolo chiamato per primo (cf. Mc 1,16-17), e che Marco ricorderà come destinatario dell’annuncio pasquale alla fine del vangelo (cf. Mc 16,7). E dice: “Tu sei il Cristo!”, cioè il Messia, l’Unto.

 

Ecco il riconoscimento dell’identità vera di Gesù, che non a caso, prima di ogni altro attributo, sarà sempre chiamato Gesù Cristo. Gesù è il Messia, non solo un rabbi, non solo un profeta, ma l’Unto del Signore, colui che compie le promesse contenute nelle sante Scritture, colui che instaura il regno di Dio. Per la fede di Pietro questa una prima tappa, ma la sua confessione è frutto della rivelazione di Dio, come metterà in evidenza Matteo (cf. Mt 16,17).

 

Certamente nel vangelo secondo Marco questa confessione di fede è brevissima, e dopo di essa non si registra nessuna risposta di Gesù a Pietro ma solo l’ingiunzione di mantenere il segreto sull’identità autentica da lui proclamata. Perché? Perché le parole di Pietro esprimevano la verità su Gesù, ma necessitavano di essere assunte e ripetute non semplicemente come proclamazione messianica secondo le opinioni della gente e in senso politico, ma andavano accolte attraverso la visione di un Messia crocifisso, non nell’entusiasmo di un’acclamazione trionfalistica. Pietro stesso dovrà ancora fare del cammino “dietro” a Gesù e seguirlo fedelmente, per comprendere pienamente le sue stesse parole.

 

Ecco perché, senza soluzione di continuità, Gesù continua il dialogo con i suoi discepoli cominciando (érxato: Mc 8,31) un insegnamento inedito, non ancora ascoltato con chiarezza dai discepoli: “Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, essere messo a morte e, dopo tre giorni, risorgere”. Questo annuncio è una vera e propria didaskalía, un insegnamento nel quale è espressa innanzitutto una necessitas: “Il Figlio dell’uomo deve (deî)”.

 

Perché “deve”? Certo, non è né una fatalità né un destino e neppure la volontà di un Dio che vorrebbe il sacrificio, le sofferenze di suo Figlio Gesù, per placare la propria collera verso l’umanità peccatrice. Perché allora sta scritto “deve”? Perché c’è innanzitutto una necessitas umana: nel mondo il giusto può solo essere rigettato è perseguitato. È sempre accaduto così, a causa della malvagità degli empi che non sopportano il giusto, perché egli dà loro fastidio al solo vederlo, e dunque lo tolgono di mezzo. Nel libro della Sapienza, composto alle soglie del Nuovo Testamento, si denuncia con chiarezza questa necessitas umana (cf. Sap 1,16-2,20).

 

Ma c’è anche una necessitas divina che va compresa: se il giusto, nel nostro caso Gesù, vive conformemente alla volontà di Dio, il Padre suo, volontà espressa nelle sante Scritture, e lo fa nella libertà e per amore, allora la sua vita non può non conoscere la malvagità del mondo e dunque la passione e la morte. Questa la via di Gesù, che non sottostà ad alcun “destino” impostogli da un Dio perverso, né al “caso”, a un fallimento possibile all’uomo. Ciò che Gesù deve compiere fino alla fine è la volontà di Dio, cioè l’amore per gli uomini, la rinuncia a compiere il male anche per difendersi, la fedeltà una chiamata che contiene la promessa della vita più forte della morte.

 

Gesù crede che anche in quel cammino che ora compie risolutamente verso Gerusalemme, verso la passione e la morte inflittagli dagli avversari, Dio, il Padre suo, lo assisterà, lo sosterrà, lo farà rivivere. Siccome compie puntualmente la volontà del Signore, dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si rialzerà dalla morte (cf. Is 53,8-12). Se la necessitas passionis non viene compresa in questo modo, si dà a Dio l’immagine di un Padre perverso oppure si legge la fine di Gesù come una casualità possibile! Ne destino, né caso, ma un cammino nato da libertà e da amore, da parte di Gesù e anche da parte di Dio, che sceglie di rivelarsi all’umanità come un Dio rigettato e consegnato dalle mani dei malvagi alla croce. Gesù dunque insegna e legge il cammino che gli sta davanti e che si compie a Gerusalemme: passione, morte e resurrezione, non una tappa senza l’altra.

 

A questo annuncio, Pietro, prendendo Gesù in disparte, lo redarguisce, ma Gesù a sua volta lo rimprovera e gli chiede di ritornare al suo posto: “Passa dietro a me, Satana! Perché tu non scegli secondo Dio, ma secondo gli uomini”. Pietro, che ha confessato la vera identità di Gesù, subito dopo questo inedito insegnamento si fa ostacolo davanti a Gesù sulla via verso Gerusalemme. Sì, ogni credente può diventare un ostacolo per Gesù e quindi assumere l’atteggiamento di Satana, l’oppositore, colui che ostacola la volontà di Dio. Per questo va sempre ricordata la parola di Gesù, quella della chiamata: “Venite dietro a me” (Mc 1,17).

 

 

Questo annuncio della passione, morte e resurrezione, Gesù lo rivolge poi a tutta la folla, che chiama e convoca al suo ascolto: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, smetta di conoscere solo se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Il cammino di Gesù è il cammino di chi vuole seguirlo, cioè del discepolo, della discepola, ieri, oggi e domani. È la sequela di Gesù che fa un cristiano, una cristiana, è “perdere la vita per lui” che significa “salvarla”: la confessione di fede a parole non è sufficiente!


Gesù ristabilisce

 

la comunicazione

 

Domenica XXIII del T.O. (B)

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

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7,31-37 Il cammino vero: la fede [1]

 

Il Vangelo (Mc 7,31-37) racconta la guarigione di un sordomuto da parte di Gesù, un evento prodigioso che mostra come Gesù ristabilisca la piena comunicazione dell’uomo con Dio e con gli altri uomini. Il miracolo è ambientato nella zona della Decapoli, cioè in pieno territorio pagano; pertanto quel sordomuto che viene portato da Gesù diventa simbolo del non-credente che compie un cammino verso la fede. Infatti la sua sordità esprime l’incapacità di ascoltare e di comprendere non solo le parole degli uomini, ma anche la Parola di Dio. E san Paolo ci ricorda che “la fede nasce dall’ascolto della predicazione” (Rm 10,17).

 

Il cammino del sordomuto

La prima cosa che Gesù fa è portare quell’uomo lontano dalla folla: non vuole dare pubblicità al gesto che sta per compiere, ma non vuole nemmeno che la sua parola sia coperta dal frastuono delle voci e delle chiacchiere dell’ambiente. La Parola di Dio che il Cristo ci trasmette ha bisogno di silenzio per essere accolta come Parola che risana, che riconcilia e ristabilisce la comunicazione.

Vengono poi evidenziati due gesti di Gesù. Egli tocca le orecchie e la lingua del sordomuto. Per ripristinare la relazione con quell’uomo “bloccato” nella comunicazione, cerca prima di ristabilire il contatto. Ma il miracolo è un dono dall’alto, che Gesù implora dal Padre; per questo alza gli occhi al cielo e comanda: “Apriti!”. E le orecchie del sordo si aprono, si scioglie il nodo della sua lingua e si mette a parlare correttamente (cfr v. 35).

L’insegnamento che traiamo da questo episodio è che Dio non è chiuso in sé stesso, ma si apre e si mette in comunicazione con l’umanità. Nella sua immensa misericordia, supera l’abisso dell’infinita differenza tra lui e noi, e ci viene incontro. Per realizzare questa comunicazione con l’uomo, Dio si fa uomo: non gli basta parlarci mediante la legge e i profeti, ma si rende presente nella persona del suo Figlio, la Parola fatta carne. Gesù è il grande “costruttore di ponti”, che costruisce in sé stesso il grande ponte della comunione piena con il Padre.

 

Anche noi sordomuti

Ma questo Vangelo ci parla anche di noi: spesso noi siamo ripiegati e chiusi in noi stessi, e creiamo tante isole inaccessibili e inospitali. Persino i rapporti umani più elementari a volte creano delle realtà incapaci di apertura reciproca: la coppia chiusa, la famiglia chiusa, il gruppo chiuso, la parrocchia chiusa, la patria chiusa… E questo non è di Dio! Questo è nostro, è il nostro peccato.

Eppure all’origine della nostra vita cristiana, nel Battesimo, ci sono proprio quel gesto e quella parola di Gesù: “Effatà! - Apriti!”. E il miracolo si è compiuto: siamo stati guariti dalla sordità dell’egoismo e dal mutismo della chiusura e del peccato, e siamo stati inseriti nella grande famiglia della Chiesa; possiamo ascoltare Dio che ci parla e comunicare la sua Parola a quanti non l’hanno mai ascoltata, o a chi l’ha dimenticata e sepolta sotto le spine delle preoccupazioni e degli inganni del mondo.

 

7,32-35 Gesù apre alla parola [2]

 

All’inizio della sua missione Gesù si presenta aprendo il rotolo del profeta Isaia (cfr Lc 4,17); e in un modo simile si conclude il libro dell’Apocalisse: come agnello immolato, come leone della tribù di Giuda, egli è l’unico «degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli» (Ap 5,2). Gesù risorto è colui che «aprì [...] la mente» dei discepoli di Emmaus «per comprendere le Scritture» (Lc 24,45), e loro ricorderanno: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scrittture?» (ivi, 32). Molti miracoli si orientano a quest’apertura alla Parola: «Due ciechi lo seguirono [...]. Allora toccò loro gli occhi e disse: “Avvenga per voi secondo la vostra fede”. E si aprirono loro gli occhi» (Mt 9,27 30); «Gli portarono un sordomuto [...] e gli disse: “Effatà”, cioè: “Apriti!". E subito gli si aprirono gli orecchi» (Mc 7,32-35). Quando Gesù «apre la bocca», nelle parabole si spalanca il Regno dei cieli: «Si mise a parlare e insegnava loro» (Mt 5,2); «Aprirò la mia bocca con parabole» (Mt 13,35). Quando Gesù si umilia e si fa battezzare, quando entra in preghiera (cf. Lc 3,21), il cielo si apre e risuona la voce amorosa del Padre: «Questi è il Figlio mio, l’amato» (Mt 3,17). Ed è ancora il Signore a esortarci: «Bussate e vi sarà aperto» (Le 11,9), e la Chiesa supplica «perché Dio ci apra la porta della Parola» (Col 4,3), infatti «quando egli apre nessuno chiude» (Ap 3,7). L’invito chiaro e definitivo, che concentra in sé con un’imma¬gine fortemente personale tutti i gesti di apertura del Signore, è espresso nella lettera alla chiesa di Laodicea: «Se qualcuno [...] mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (ivi, 20).

 

NOTE

 

[1] Angelus, 6 settembre 2025.

 

[2] Lettera ai sacerdoti dell’arcidiocesi, 1 Ottobre 1999, in J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013, 236-241; J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 35-38.


Mangiare la carne e bere il sangue di Cristo

 

 

19 agosto 2018

 

XX domenica del tempo Ordinario

Gv 6,51-58

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo Gesù disse si suoi discepoli:« 51Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». 52Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

 

Questa pagina del vangelo secondo Giovanni è tra le più scandalose di tutti i vangeli, può addirittura risultare ripugnante a chi non sta nello spazio “dentro” (éso), lo spazio dell’intimità con il Signore. Chi l’ha scritta ha faticato per far comprendere ciò che doveva affermare, di fronte a una fede gnostica che non accettava l’umanità, la carne umana nella sua debolezza quale luogo in cui incontrare Dio. Eppure, secondo il quarto vangelo, Dio ha scelto che la sua manifestazione definitiva, la sua rivelazione decisiva fosse l’umanità come carne debole di Gesù (cf. Gv 1,14.18), un galileo che andava verso la morte. Tentiamo dunque con molta umiltà di leggere questa pagina.

 

Gesù aveva detto: “Io sono il pane vivente, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Questo annuncio appariva una pretesa intollerabile, un’affermazione irricevibile e, come tale, aveva suscitato mormorazione e discussione (cf. Gv 6,41-42). Qui nasce un’aspra discussione, una vera e propria battaglia verbale tra gli ascoltatori di Gesù: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Ed egli risponde loro con espressioni ancora più scandalose, rendendo il suo annuncio più duro e urtante, in modo da togliere ogni possibilità di comprendere le sue parole in modo semplicemente parabolico, in modo intellettuale, raffinato ma gnostico: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete la vita eterna”.

 

Era già uno scandalo pensare di poter mangiare la carne del Figlio dell’uomo, ma bere il sangue è un’azione gravemente peccaminosa, vietata dalla Legge e dunque ripugnante per i credenti nell’alleanza sancita da Mosè. Su questo non c’erano dubbi. Nella Torah, infatti, sta scritto: “Ogni uomo, figlio di Israele o straniero, che mangi qualsiasi tipo di sangue, contro di lui, che ha mangiato il sangue, io volgerò il mio volto e lo eliminerò dal suo popolo. Poiché la vita (nephesh) della carne è nel sangue” (Lv 17,10-11). L’ebreo sapeva che l’umanità fino ai giorni di Noè non si era nutrita della carne di animali ma unicamente di vegetali e che solo nell’economia dopo il diluvio Dio aveva permesso e tollerato le carni animali come nutrimento, ma a una precisa condizione: “Soltanto non mangerete la carne con la sua vita (nephesh), cioè con il suo sangue” (Gen 9,4). Questo comando, che indica un rispetto della vita, rappresentata dal sangue, era talmente importante che gli apostoli lo manterranno anche per i cristiani provenienti dalle genti (cf. At 15,20.29; 21,25).

 

Eppure Gesù annuncia che per avere parte alla vita eterna, alla vita di Dio, per conoscere la salvezza, è necessario mangiare – o meglio “masticare”, stando al verbo greco utilizzato (trógo) – la carne del Figlio dell’uomo e bere il suo sangue? Perché questo realismo nelle parole di Gesù secondo il quarto vangelo, parole che non risuonano né negli altri vangeli né nel resto del Nuovo Testamento? Perché questo linguaggio proprio nel vangelo che non ricorda l’istituzione eucaristica, ma la sostituisce con il racconto della lavanda dei piedi (cf. Gv 13,1-17)? Certamente l’autore di questo racconto si serve di un linguaggio che vuole affermare come la partecipazione al pane e al calice di Gesù Cristo sia partecipazione al suo corpo e al suo sangue. Questo avviene sacramentalmente, cioè attraverso il mangiare i segni del pane e del vino, ma ciò che si riceve è tutta la vita del Figlio fattosi carne e sangue, nato da donna, manifestatosi uomo veramente uomo come noi che siamo suoi fratelli.

 

Lo sappiamo, fin dall’inizio della fede cristiana, non fu facile confessare la reale umanità di Gesù, e il corpo di Gesù fu immaginato solo apparenza e la sua carne come del tutto provvisoria. Un mero strumento per mostrarsima da abbandonare al più presto con la resurrezione. E invece “chi non riconosce Gesù nella carne, non è da Dio” (1Gv 4,3).

 

Ciò che questo linguaggio duro tenta di farci comprendere è che l’incarnazione, cioè l’umanizzazione di Dio, va accolta seriamente, senza riserve e senza pensieri che rispondono più al bisogno religioso dell’umanità che all’azione di Dio. La verità è che Dio si è fatto uomo in Gesù affinché lo cercassimo e lo trovassimo, per quanto ci è possibile, nella condizione umana. Dio ha voluto condividere con noi proprio la nostra umanità, la nostra stessa carne, perché noi potessimo realmente conoscere il suo amore, non come qualcosa da credere, ma come qualcosa che comprendiamo e sperimentiamo attraverso e nella nostra carne. Gesù è questa carne che possiamo incontrare nella nostra carne, è questo corpo che possiamo incontrare solo nella nostra corporeità. Perché noi potessimo partecipare alla vita di Dio – “diventare Dio”, come si esprimevano gli antichi padri della chiesa d’oriente – era necessario che Dio diventasse uomo e che carne e carne, corpo e corpo si incontrassero realmente. L’amore espresso solo a parole, anche nella rivelazione non era sufficiente: occorreva una carne umana che raccontasse (exeghésato: Gv 1,18) Dio, una carne umana che, amando la nostra umanità, ci narrasse l’amore di Dio, o meglio il “Dio” che “è amore” (1Gv 4,8.16). Questa nostra carne, che ci dice la nostra debolezza, la nostra fragilità, la nostra morte, questa carne che a volte pensiamo di negare o dimenticare in favore di una “vita spirituale”, per poter incontrare Dio, proprio questa carne è stata assunta da Dio e non è un ostacolo alla comunione con lui, ma anzi è il luogo ordinario dell’incontro con Dio.

 

Le parole eucaristiche di Gesù, in questo sesto capitolo di Giovanni, in profondità ci dicono che incarnazione di Dio, resurrezione della carne ed eucaristia esprimono insieme il mistero della nostra salvezza. Nella nostra povera carne, nel “corpo di miseria” (Fil 3,21) che noi siamo, proprio lì noi incontriamo Dio, perché in Gesù “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9). Carne da masticare e sangue da bere sono la condizione in cui Gesù si consegna a noi, in cui Dio si dà a noi, raggiungendoci là dove siamo e non chiedendo a noi di salire alla sua condizione divina, azione per noi impossibile e solo frutti di un orgoglio religioso malato. Entrando in noi, la carne e il sangue di Cristo ci trasformano, per partecipazione in carne e sangue di Cristo, producendo ciò che a noi è impossibile: diventare il Figlio di Dio in Cristo stesso, l’Unigenito amato dall’amante, il Padre, con un amore infinito, lo Spirito santo. Chi mangia la carne e beve il sangue di Cristo conoscerà la resurrezione, vivrà per sempre, in una salda comunione con Cristo per la quale rimane, dimora (verbo méno) in Cristo, così come Cristo rimane, dimora in lui: corpo nel Corpo e Corpo nel corpo!

 

Lo stesso Giovanni nel prologo della sua Prima lettera, parlando dell’esperienza di Gesù da lui fatta, scrive: “Ciò che noi abbiamo ascoltato, visto e toccato del Verbo della vita…” (cf. 1Gv 1,1), cioè di Gesù. E in questa pagina del vangelo è come se arrivasse a dire: “Ciò che abbiamo mangiato, gustato di Gesù”, attraverso l’eucaristia, è la nostra vita!

 

 

Proprio per questo non dobbiamo isolare l’eucaristia come fosse un principio di riferimento, un realtà autosufficiente cui attribuire un potere proprio. No! L’eucaristia non è un secondo Gesù Cristo, non c’è un Cristo eucaristica separato dal Cristo della storia che è nato, è vissuto, è morto ed è risorto! Gesù Cristo è unico, e nell’eucaristia è totalmente presente, e se non si è capaci nella fede di cogliere questa unica soggettività, allora si cosifica l’eucaristia, la si riduce a cosa, a oggetto, attentando all’unica vita di Gesù Cristo! Ricevendo dunque l’eucaristia, come ammonisce con intelligenza cristiana il teologo Giuseppe Colombo, al cristiano è data la possibilità di vivere la vita come l’ha vissuta Gesù perché non vive più lui ma Cristo vive in lui (cf. Gal 2,20).


È stata avviata la causa di beatificazione per Chiara Corbella, un esempio per la Chiesa? Un prete deve incoraggiare certe scelte?

In un paese nel quale le nascite sono sempre più rare e meno desiderate, accadono anche "miracoli" che però non troviamo raccontato in grande sulle pagine dei giornali. Troppo belli e troppo educativi!  Pensiamo a Chiara Corbella, che ha rifiutato le cure chemioterapeutiche per non mettere a rischio la salute della creatura che custodiva in seno. Già aveva portato a concepimento due bambini, Maria e Davide, contro il parere dei medici, vissuti poche ore a causa di gravi malformazioni.

Questo era il terzo. È nato sano. Si chiama Francesco. Chiara, solo dopo la nascita, ha accettato di essere curata, ma ormai era troppo tardi. È morta poco dopo la gravidanza, a 28 anni. E poco prima della morte, avvenuta il 13 giugno 2012, commentando l'arrivo del terzo, scriveva: "Nel matrimonio il Signore ha voluto donarci due figli speciali: Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni, ma ci ha chiesto di accompagnarli soltanto fino alla nascita… Ora ci ha affidato questo terzo figlio, Francesco, sta bene e nascerà tra poco…! Dio continuerà a fare cose grandi, e il tumore che ho scoperto qualche settimana fa non ci metterà paura…".

Ora la diocesi di Roma, giustamente, ha aperto la causa di beatificazione per l'eroismo che questa mamma ha manifestato. E per la sua grande, inscalfibile, fede.

 

 

 

Don Antonio Mazzi


Davanti ai problemi

 

della gente

 

Domenica XVII del T.O. (B)

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

Apollinare

La moltiplicazione dei pani (VI sec.), Basilica di S. Apollinare Nuovo, Ravenna

 

6,1-15 i discepoli alla prova [1]

 

Gesù il maestro mette alla prova i discepoli

Gesù si trova sulla riva del lago di Galilea (Gv 6,1-15), ed è circondato da «una grande folla», attirata dai «segni che compiva sugli infermi» (v. 2). In Lui agisce la potenza misericordiosa di Dio, che guarisce da ogni male del corpo e dello spirito. Ma Gesù non è solo guaritore, è anche maestro: infatti sale sul monte e si siede, nel tipico atteggiamento del maestro quando insegna: sale su quella “cattedra” naturale creata dal suo Padre celeste. A questo punto Gesù, che sa bene quello che sta per fare, mette alla prova i suoi discepoli. Che fare per sfamare tutta quella gente? Filippo, uno dei Dodici, fa un rapido calcolo: organizzando una colletta, si potranno raccogliere al massimo duecento denari per comperare del pane, che tuttavia non basterebbe per sfamare cinquemila persone.

 

Dalla logica del comprare a quella del dare…

I discepoli ragionano in termini di “mercato”, ma Gesù alla logica del comprare sostituisce quell’altra logica, la logica del dare. Ed ecco che Andrea, un altro degli Apostoli, fratello di Simon Pietro, presenta un ragazzo che mette a disposizione tutto ciò che ha: cinque pani e due pesci; ma certo – dice Andrea – sono niente per quella folla (cfr v. 9). Ma Gesù aspettava proprio questo. Ordina ai discepoli di far sedere la gente, poi prese quei pani e quei pesci, rese grazie al Padre e li distribuì (cfr v. 11). Questi gesti anticipano quelli dell’Ultima Cena, che danno al pane di Gesù il suo significato più vero. Il pane di Dio è Gesù stesso. Facendo la Comunione con Lui, riceviamo la sua vita in noi e diventiamo figli del Padre celeste e fratelli tra di noi. Facendo la comunione ci incontriamo con Gesù realmente vivo e risorto! Partecipare all’Eucaristia significa entrare nella logica di Gesù, la logica della gratuità, della condivisione. E per quanto siamo poveri, tutti possiamo donare qualcosa. “Fare la Comunione” significa anche attingere da Cristo la grazia che ci rende capaci di condividere con gli altri ciò che siamo e ciò che abbiamo.

 

… e offrire quel poco che abbiamo

La folla è colpita dal prodigio della moltiplicazione dei pani; ma il dono che Gesù offre è pienezza di vita per l’uomo affamato. Gesù sazia non solo la fame materiale, ma quella più profonda, la fame di senso della vita, la fame di Dio. Di fronte alla sofferenza, alla solitudine, alla povertà e alle difficoltà di tanta gente, che cosa possiamo fare noi? Lamentarsi non risolve niente, ma possiamo offrire quel poco che abbiamo, come il ragazzo del Vangelo. Abbiamo certamente qualche ora di tempo, qualche talento, qualche competenza... Chi di noi non ha i suoi “cinque pani e due pesci”? Tutti ne abbiamo! Se siamo disposti a metterli nelle mani del Signore, basteranno perché nel mondo ci sia un po’ più di amore, di pace, di giustizia e soprattutto di gioia. Quanta è necessaria la gioia nel mondo! Dio è capace di moltiplicare i nostri piccoli gesti di solidarietà e renderci partecipi del suo dono.

La nostra preghiera sostenga il comune impegno perché non manchi mai a nessuno il Pane del cielo che dona la vita eterna e il necessario per una vita dignitosa, e si affermi la logica della condivisione e dell’amore. La Vergine Maria ci accompagni con la sua materna intercessione.

 

6,1-15 Gesù si occupa dei problemi della gente [2]

 

Il passo liturgico del Vangelo di Giovanni (6,1-15) racconta che a seguire Gesù c’era «una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi, sugli indemoniati. Ma lo seguiva anche per ascoltarlo, perché la gente diceva di lui: questo parla con autorità! Non come gli altri, i dottori della legge, i sadducei, tutta questa gente che parlava ma senza autorità. Erano queste, infatti, persone che non avevano un discorso forte come Gesù. E forte non perché Gesù gridasse: forte nella sua mitezza, nel suo amore, forte in quello sguardo con cui il Signore guardava la gente, con tanto amore. La forza è appunto l’amore: ecco l’autorità di Gesù e per questo la gente lo seguiva.

Proprio questo brano evangelico fa vedere come Gesù ama la gente e pensa alla fame della gente: “Questi che sono qui hanno fame, come possiamo dare da mangiare?”. Dunque Gesù si occupa dei problemi della gente. A lui non passa per la testa di fare per esempio un censimento: ma vediamo quanti ci seguono, è cresciuta la Chiesa? Gesù parla, predica, ama, accompagna, fa strada con la gente. È mite, umile. A tal punto che quando la gente, presa un po’ dall’entusiasmo di vedere una persona così tanto buona che parla con autorità e che ama tanto, vuol farlo re, lui li ferma. E dice loro: no, questo no! E se ne va. Gesù, così, aiutava davvero il suo popolo.

 

6,5 Date voi stessi da mangiare [3]

 

Lasciarsi coinvolgere

Una delle conseguenze del cosiddetto “benessere” è quella di condurre le persone a chiudersi in sé stesse, rendendole insensibili alle esigenze degli altri. […]

Di fronte a certe notizie e specialmente a certe immagini, l’opinione pubblica si sente toccata e partono di volta in volta campagne di aiuto per stimolare la solidarietà. Le donazioni si fanno generose e in questo modo si può contribuire ad alleviare la sofferenza di tanti. Questa forma di carità è importante, ma forse non ci coinvolge direttamente. Invece quando, andando per la strada, incrociamo una persona in necessità, oppure un povero viene a bussare alla porta di casa nostra, è molto diverso, perché non sono più davanti a un’immagine, ma veniamo coinvolti in prima persona. Non c’è più alcuna distanza tra me e lui o lei, e mi sento interpellato. La povertà in astratto non ci interpella, ma ci fa pensare, ci fa lamentare; ma quando vediamo la povertà nella carne di un uomo, di una donna, di un bambino, questo ci interpella! E perciò, quell’abitudine che noi abbiamo di sfuggire ai bisognosi, di non avvicinarci a loro, truccando un po’ la realtà dei bisognosi con le abitudini alla moda per allontanarci da essa. Non c’è più alcuna distanza tra me e il povero quando lo incrocio. In questi casi, qual è la mia reazione? Giro lo sguardo e passo oltre? Oppure mi fermo a parlare e mi interesso del suo stato? E se fai questo non mancherà qualcuno che dice: “Questo è pazzo perché parla con un povero!”. Vedo se posso accogliere in qualche modo quella persona o cerco di liberarmene al più presto? Ma forse essa chiede solo il necessario: qualcosa da mangiare e da bere. Pensiamo un momento: quante volte recitiamo il “Padre nostro”, eppure non facciamo veramente attenzione a quelle parole: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”.

 

… e dimostrare che la nostra fede non è morta…

Nella Bibbia, un Salmo dice che Dio è colui che «dà il cibo ad ogni vivente» (136,25). L’esperienza della fame è dura. Ne sa qualcosa chi ha vissuto periodi di guerra o di carestia. Eppure questa esperienza si ripete ogni giorno e convive accanto all’abbondanza e allo spreco. Sono sempre attuali le parole dell’apostolo Giacomo: «A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in sé stessa è morta» (2,14-17) perché è incapace di fare opere, di fare carità, di amare. C’è sempre qualcuno che ha fame e sete e ha bisogno di me. Non posso delegare nessun altro. Questo povero ha bisogno di me, del mio aiuto, della mia parola, del mio impegno. Siamo tutti coinvolti in questo.

 

… condividendo ciò che abbiamo

È anche l’insegnamento di quella pagina del Vangelo in cui Gesù, vedendo tanta gente che da ore lo seguiva, chiede ai suoi discepoli: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro possano mangiare?» (Gv 6,5). E i discepoli rispondono: “È impossibile, è meglio che tu li congedi…”. Invece Gesù dice loro: “No. Date loro voi stessi da mangiare” (cfr Mc 14,16). Si fa dare i pochi pani e pesci che avevano con sé, li benedice, li spezza e li fa distribuire a tutti. È una lezione molto importante per noi. Ci dice che il poco che abbiamo, se lo affidiamo alle mani di Gesù e lo condividiamo con fede, diventa una ricchezza sovrabbondante.

 

6,5-13 Insufficienti ma indispensabili [4]

 

Forse possono costituire un buon simbolo di noi stessi quei cinque pani e due pesci che il ragazzo del Vangelo consegna a Gesù per saziare la folla. Non si sarebbe detto che con cinque pani e due pesci Gesù avrebbe potuto saziare la folla; ma nemmeno senza di essi, forse, Gesù l’avrebbe sfamata. Sicché i cinque pani e i due pesci donati da un uomo e ricevuti da Dio si rivelavano insieme indispensabili e insufficienti. Da soli non sarebbero serviti a niente; in mano a Gesù hanno cominciato a servire in una maniera insospettata. È accaduto in seguito a un’unica condizione: quella di essere stati donati senza remore. Cinque pani e due pesci possedeva quel ragazzo, e cinque pani e due pesci ricevette Gesù. Allo stesso modo, anche a noi è richiesto di donare pienamente i nostri cinque pani e due pesci senza dimenticarcene alcuno nelle pieghe della nostra coscienza; e, una volta che Gesù li ha benedetti, ci è richiesto di distribuirli con generosità e con fede, guidati dall’unica e retta intenzione di alimentare il cuore degli uomini e di servire il Signore. E questa verità umile, che sarà quella della nostra vita, servirà anche, insieme con le sante preghiere e con i desideri, a far sì che altri uomini vogliano vivere a loro volta, come noi, cercando la limpidezza di vita.

 

6,5-13.48-58 “Fate questo” [5]

 

Fare

«Fate questo». Cioè prendete il pane, rendete grazie e spezzatelo; prendete il calice, rendete grazie e distribuitelo. Gesù comanda di ripetere il gesto con cui ha istituito il memoriale della sua Pasqua, mediante il quale ci ha donato il suo Corpo e il suo Sangue. E questo gesto è giunto fino a noi: è il “fare” l’Eucaristia, che ha sempre Gesù come soggetto, ma si attua attraverso le nostre povere mani unte di Spirito Santo.

«Fate questo». Già in precedenza Gesù aveva chiesto ai discepoli di “fare”, quello che Lui aveva già chiaro nel suo animo, in obbedienza alla volontà del Padre. Lo abbiamo ascoltato poco fa nel Vangelo. Davanti alle folle stanche e affamate, Gesù dice ai discepoli: «Voi stessi date loro da mangiare» (Lc 9,13; cfr Gv 6,2-13). In realtà, è Gesù che benedice e spezza i pani fino a saziare tutta quella gente, ma i cinque pani e i due pesci vengono offerti dai discepoli, e Gesù voleva proprio questo: che, invece di congedare la folla, loro mettessero a disposizione quel poco che avevano. E poi c’è un altro gesto: i pezzi di pane, spezzati dalle mani sante e venerabili del Signore, passano nelle povere mani dei discepoli, i quali li distribuiscono alla gente. Anche questo è “fare” con Gesù, è “dare da mangiare” insieme con Lui. È chiaro che questo miracolo non vuole soltanto saziare la fame di un giorno, ma è segno di ciò che Cristo intende compiere per la salvezza di tutta l’umanità donando la sua carne e il suo sangue (cfr Gv 6,48-58). E tuttavia bisogna sempre passare attraverso quei due piccoli gesti: offrire i pochi pani e pesci che abbiamo; ricevere il pane spezzato dalle mani di Gesù e distribuirlo a tutti. Fare e anche spezzare!

 

Spezzare

Questa è l’altra parola che spiega il senso del «fate questo in memoria di me». Gesù si è spezzato, si spezza per noi. E ci chiede di darci, di spezzarci per gli altri. Proprio questo “spezzare il pane” è diventato l’icona, il segno di riconoscimento di Cristo e dei cristiani. Ricordiamo Emmaus: lo riconobbero «nello spezzare il pane» (Lc 24,35). Ricordiamo la prima comunità di Gerusalemme: «Erano perseveranti […] nello spezzare il pane» (At 2,42). È l’Eucaristia, che diventa fin dall’inizio il centro e la forma della vita della Chiesa. Ma pensiamo anche a tutti i santi e le sante – famosi o anonimi – che hanno “spezzato” sé stessi, la propria vita, per “dare da mangiare” ai fratelli. Quante mamme, quanti papà, insieme con il pane quotidiano, tagliato sulla mensa di casa, hanno spezzato il loro cuore per far crescere i figli, e farli crescere bene! Quanti cristiani, come cittadini responsabili, hanno spezzato la propria vita per difendere la dignità di tutti, specialmente dei più poveri, emarginati e discriminati! Dove trovano la forza per fare tutto questo? Proprio nell’Eucaristia: nella potenza d’amore del Signore risorto, che anche oggi spezza il pane per noi e ripete: «Fate questo in memoria di me».

 

6,9 Ma che cos’è questo per tanta gente? [6]

 

Sentiamo spesso la fatica e la stanchezza. Ci tenta lo spirito di accidia, di pigrizia. Inoltre guardiamo a quanto c’è da fare, e a quanto siamo pochi. Come gli apostoli, diciamo al Signore: «Ma che cos’è questo per tanta gente?» (Gv 6,9), che cosa siamo noi per curare tanta debolezza? E proprio là si radica la nostra fortezza: nella fiducia umile di chi ama e si sa amato e curato dal Padre, nella fiducia umile di chi si sa scelto gratui¬tamente e inviato. L’esperienza di san Paolo è stata quella di portare un tesoro in vasi di creta (2Cor 4,7), e la trasmette a tutti noi. È lo sguardo su di sé e sugli altri. Non ha paura di guardare il vaso di creta perché pro¬prio il tesoro che contiene è fondato in Gesù Cristo, e da lui gli vengono il coraggio, l’audacia, il fervore apostolico.

 

6,11 La benedizione di Gesù [7]

 

Prendendo i cinque pani e i due pesci (da un bam¬bino, che forse era un venditore ambulante), Gesù rivolse gli occhi al cielo, recitò la benedizione, li spezzò e li diede ai discepoli affinché li distribuis-sero fra la gente. Quella benedizione sortì un effet¬to moltiplicatore e il pane bastò per tutti. Qualche tempo dopo, istituendo il sacramento dell’Eucari¬stia, la stessa benedizione del Signore sul pane e il vino darà luogo alla transustanziazione. Da quella notte, il pane e il vino consacrati si trasformano nel corpo e nel sangue di Cristo, pane della vita e calice di salvezza di cui siamo partecipi (cfr 1Cor 10,16).

 

6,15 Nella preghiera Gesù scopre la sua missione [8]

 

Se ci soffermiamo su queste parole notiamo che la preghiera di Gesù presenta una profonda disposizione all’obbedienza legata a una missione che il Padre gli ha affidato. Nella preghiera, Gesù scopre o, meglio, rivela la sua missione: Mc 1,38; Lc 4,42-43; Mc 6,46; Gv 6,15. Sempre nella preghiera, san Paolo trova l’efficacia della sua missione apostolica (2Cor 1,11; Rm 10,1; 2Ts 3,1; Rm 1,10). Per adempiere a essa prega incessantemente (Rm 1,10; Col 1,9; 2Ts 1,3; 2,13). Ricorre alla preghiera per riconoscere il progetto di Dio anche nei momenti di difficoltà, come per esempio allorché la comunità non chiede né il castigo per i persecutori né la fine delle vessazioni, ma il coraggio di rimanere fedeli alla propria missione, cioè di annunciare apertamente il Vangelo di Cristo anche durante la persecuzione (At 4, 24-30).

 

 

 

NOTE

[1] Angelus, 26 luglio 2015.

[2] Meditazione, 2 maggio 2014.

[3] Udienza, 19 ottobre 2016.

[4] Chiarezza di coscienza e limpidezza di vita, in M. BERGOGLIO, Pace, Milano Corriere della sera 2014, (= Le parole di papa Francesco,5), 31-46.

[5] Omelia, 26 maggio 2016.

[6] Gettiamo le reti in acque profonde, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 251-254.

[7] Bene, in PAPA FRANCESCO - J. M. BERGOGLIO, La misericordia è una carezza. Vivere il giubileo nella realtà di ogni giorno, a cura di Antonio Spadaro, Rizzoli, Milano 2015, 109-140.

 

[8] Sottomettere la nostra carne: l’obbedienza della preghiera, in J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 191-194; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori - LEV, 2014,12-15.


 

 

Il silenzio e la fede

 

Max Picard

 

 silenzio

 

I

Un intimo rapporto lega il silenzio e la fede. La sfera della fede e la sfera del silenzio s'implicano a vicenda. Il silenzio è la base naturale sulla quale si dispiega la dimensione sovrannaturale della fede.

Un Dío si è fatto uomo per amore dell'uomo: questo evento è talmente enorme e contrario ad ogni esperienza della ragione o ad ogni visione dell'occhio che l'uomo non riesce a rispondervi con la parola. Uno strato di silenzio sí posa quasi spontaneamente tra questo evento eccezionale e l'uomo e in questo silenzio l'uomo si avvicina a quell'altro silenzio che circonda Dio. È nel silenzio che in primo luogo s'incontrano l'uomo e il mistero, ma la parola che nasce da questo silenzio è originaria come la prima parola che non ha ancora mai detto alcunché; per questo è capace di parlare del mistero.

È segno dell'amore divino il fatto che il mistero si circondi sempre di uno strato di silenzio; l'uomo è così esortato a serbare presso di sé uno strato di silenzio per avvicinarsi al mistero. Oggi che nell'uomo e intorno all'uomo non vi è che rumore, l'accesso al mistero risulta difficile. Se manca lo strato di silenzio, la dimensione straordinaria si mescola facilmente con quella ordinaria, con il normale andamento delle cose, e l'uomo riduce allora lo straordinario a semplice parte dell'ordinario, dell'affarìo abituale.

La parola di molti predicatori sul mistero manca spesso di vitalità e risulta inefficace: deriva semplicemente dalla parola già mescolata con migliaia di altre parole, non dal silenzio; eppure nel silenzio avviene non soltanto il primo incontro tra l'uomo e il mistero, ma dal silenzio la parola attinge anche la forza di divenire straordinaria come la straordinarietà del mistero, elevandosi sopra l'ordine delle parole normali come il mistero si eleva sul normale andamento delle cose, e sembra anzi che la parola non sia stata creata per nient'altro che per rappresentare lo straordinario. In tal modo s'identifica con lo straordinario, col mistero, ed è potente come il mistero.

Certo, grazie allo spirito l'uomo è capace di rendere originale e potente la parola, ma la parola che deriva dal silenzio è già naturalmente originale e non c'è bisogno che lo spirito impieghi molta della sua forza per restituire originalità alla parola, giacché il silenzio gliel'ha già conferita; in tal senso il silenzio aiuta lo spirito.

L'uomo riuscirebbe anche soltanto con lo spirito a mantenersi permanentemente nella fede, ma allora lo spirito dovrebbe sempre essere desto, vigilare sempre su se stesso e la fede cesserebbe di essere qualcosa di spontaneo, che esiste senza sforzo. In tal caso l'importante parrebbe lo sforzo di restare nella fede e non la fede stessa; l'uomo che crede in tale tensione potrebbe allora ritenere di essere investito della fede direttamente da Dio medesimo, come qualcuno a cui Dio abbia donato la fede direttamente, quasi fosse un eletto, un profeta. La fede è certo lo straordinario, ma non il contesto esteriore della fede, non lo sforzo per reggerla. Quando manca la base naturale del silenzio, il contesto esteriore diviene lo straordinario.

 

II

Il silenzio di Dio è diverso dal silenzio umano. Non si oppone alla parola: in Dio parola e silenzio sono uno. Proprio come la parola caratterizza l'essenza umana, così il silenzio è l'essenza di Dio, anche se in lui ogni cosa è chiara ed è nel contempo parola e silenzio.

 

La voce di Dio non è una voce qualsiasi della natura o l'insieme delle voci della natura, bensì la voce del silenzio. Se è vero che tutto il creato sarebbe muto se il Signore non avesse donato la voce e che quindi tutto ciò che ha fiato deve lodare il Signore, è altrettanto vero che soltanto chi percepisce la voce inaudibile può sentire la voce propria del Signore in tutte le voci (Wilhelm Vischer) [1].

 

Talvolta sembra che l'uomo e la natura parlino soltanto in quanto Dio ancora non parla e che l'uomo e la natura tacciano soltanto perché non odono ancora il silenzio di Dio.

Grazie all'amore il silenzio di Dio si trasforma in parola; la parola di Dio è silenzio che si dona, silenzio che si dona all'uomo.

Se qualcuno, come Paolo, «ha udito parole ineffabili che all'uomo non è dato pronunciare» [2], questa ineffabilità grava sul silenzio umano, lo rende più profondo e la parola che proviene da questa profondità abitata dall'ineffabile porta in sé una traccia dell'ineffabile divino.

 

Nel ciel che più della sua luce prende

fu' io, e vidi cose che ridire

né sa né può chi di là su discende,

perché appressando sé al suo disire,

nostro intelletto si sprofonda tanto,

che dietro la memoria non può ire.

(Dante, Divina commedia, «Paradiso» I, 4-9) [3]

 

III

Nella preghiera la parola torna spontaneamente al silenzio, si pone anzi sin dall'inizio nella sfera del silenzio: è accolta da Dio, tolta all'uomo, e assorbita nel silenzio, ove svanisce. La preghiera può non aver fine: la parola della preghiera scompare sempre nel silenzio, poiché pregare è trasfondere la parola nel silenzio.

Nella preghiera la parola emerge dal silenzio come ogni vera parola, ma scaturisce dal silenzio soltanto per giungere fino a Dío, per giungere alla «voce di un sottile silenzio» [4].

Nella preghiera la regione del silenzio inferiore, del silenzio umano, entra in contatto con il silenzio superiore, quello divino e il silenzio inferiore trova riposo in quello superiore. Nella preghiera, la parola e quindi l'uomo stanno a metà strada tra due regioni del silenzio. Nella preghiera l'uomo è sospeso tra queste due regioni.

Altrimenti, al di fuori della preghiera, il silenzio dell'uomo raggiunge il proprio compimento e il suo senso attraverso la parola. Ma nella preghiera, raggiunge il proprio senso e la pienezza attraverso l'incontro con il silenzio divino.

Altrimenti, al di fuori della preghiera, il silenzio dell'uomo è a servizio della parola umana, ma adesso, nella preghiera, la parola della preghiera è a servizio del silenzio umano: qui la parola conduce il silenzio umano al silenzio divino.

 

Lo stato attuale del mondo, la vita intera è malata. Se fossi medico e mi si chiedesse un consiglio, risponderei: create silenzio! Fate tacere gli uomini! Altrimenti la parola di Dio non può essere sentita. E se si ricorre a mezzi altrettanto rumorosi per renderla percepibile anche nel baccano, allora non è più la parola di Dio. Create dunque silenzio! (Kierkegaard).

 

 

NOTE

 

1 Wilhelm Vischer (1895-1988), teologo svizzero noto soprattutto per la sua opera in due volumi: Das Christenszeugnis des Alten Testaments (1934).

2 2Corinzi 12, 4: «Quoniam raptus est in Paradisum: et audivit arcana verba, quae non licet homini loqui».

3 Nel testo l'autore cita la versione tedesca di Karl Vossler (1942).

4 1Re 19, 12: sul monte Oreb la presenza di Dio si manifesta ad Elia nel «mormorio di un vento leggero». Cf. anche nota 8, p. 30.

 

 

(FONTE: Max Picard, Il mondo del silenzio, Servitium 2014 II ed, pp. 199-202)


L’arte, nelle sue varie espressioni e nel corso dei secoli, ha saputo tradurre in immagini cariche ora di pathos e drammaticità, ora di serenità e beatitudine i momenti salienti della storia della salvezza.

Un racconto che la Sacra Scrittura ha dispiegato in parole, ma a cui la pittura e la scultura hanno – paradossalmente – dato nuova voce attraverso le vibrazioni del colore, la vividezza della carne che quasi si fa reale sotto gli occhi dello spettatore, e le espressioni dei visi, l’intensità di sguardi e gesti che ancora interrogano, intimoriscono, rimproverano e rassicurano l’uomo. Perché rileggere questo racconto sorprende e scuote, ma offre anche la speranza di una redenzione accessibile – nel rispetto della libertà umana – a chiunque voglia accoglierla come dono gratuito di Dio.

 

Proponiamo ai lettori un affascinante viaggio in questa storia, scandendolo in tappe cronologiche in accordo al dato biblico e facendoci accompagnare e guidare dal genio e dalla sensibilità di vari artisti


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La vita cristiana

 

 

 

XV domenica del tempo Ordinario

Mc 6,7-13

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo 7 Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. 8E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient'altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; 9ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. 10E diceva loro: "Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. 11Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro". 12Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, 13scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

 

Quando un profeta è rifiutato a casa sua, dai suoi, dalla sua gente (cf. Mc 6,4), può solo andarsene e cercare altri uditori. Hanno fatto così i profeti dell’Antico Testamento, andando addirittura a soggiornare tra i gojim, le genti non ebree, e rivolgendo loro la parola e l’azione portatrice di bene (si pensi solo a Elia e ad Eliseo; cf., rispettivamente, 1Re 17 e 2Re 5). Lo stesso Gesù non può fare altro, perché comunque la sua missione di “essere voce” della parola di Dio deve essere adempiuta puntualmente, secondo la vocazione ricevuta.

 

Rifiutato e contestato dai suoi a Nazaret, Gesù percorre i villaggi d’intorno per predicare la buona notizia (cf. Mc 6,6) in modo instancabile, ma a un certo momento decide di allargare questo suo “servizio della parola” anche ai Dodici, alla sua comunità. Per quali motivi? Certamente per coinvolgerli nella sua missione, in modo che siano capaci un giorno di proseguirla da soli; ma anche per prendersi un po’ di tempo in cui non operare, restare in disparte e così poter pensare e rileggere ciò che egli desta con il suo parlare e il suo operare. Per questo li invia in missione nei villaggi della Galilea, con il compito di annunciare il messaggio da lui inaugurato: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete alla buona notizia” (Mc 1,15). Li manda “a due a due”, perché neppure la missione può essere individuale, ma deve sempre essere svolta all’insegna della condivisione, della corresponsabilità, dell’aiuto e della vigilanza reciproca. In particolare, per gli inviati essere in due significa affidarsi alla dimensione della condivisione di tutto ciò che si fa e si ha, perché si condivide tutto ciò che si è in riferimento all’unico mandante, il Signore Gesù Cristo.

 

Ma se la regola della missione è la condivisione, la comunione visibile, da sperimentarsi e manifestare nel quotidiano, lo stile della missione è molto esigente. Il messaggio, infatti, non è isolato da chi lo dona e dal suo modo di vivere. Come d’altronde sarebbe possibile trasmettere un messaggio, una parola che non è vissuta da chi la pronuncia? Quale autorevolezza avrebbe una parola detta e predicata, anche con abile arte oratoria, se non trovasse coerenza di vita in chi la proclama? L’autorevolezza di un profeta – riconosciuta a Gesù fin dagli inizi della sua vita pubblica (cf. Mc 1,22.27) – dipende dalla sua coerenza tra ciò che dice e ciò che vive: solo così è affidabile, altrimenti proprio chi predica diventa un inciampo, uno scandalo per l’ascoltatore. In questo caso sarebbe meglio tacere e di-missionare, cioè dimettersi dalla missione!

 

Per queste ragioni Gesù non si attarda sul contenuto del messaggio da predicare, mentre entra addirittura nei dettagli sul “come” devono mostrarsi gli inviati e gli annunciatori. Povertà, precarietà, mitezza e sobrietà devono essere lo stile dell’inviato, perché la missione non è conquistare anime ma essere segno eloquente del regno di Dio che viene, entrando in una relazione con quelli che sono i primi destinatari del Vangelo: poveri, bisognosi, scartati, ultimi, peccatori… Per Gesù la testimonianza della vita è più decisiva della testimonianza della parola, anche se questo non l’abbiamo ancora capito. In questi ultimi trent’anni, poi, abbiamo parlato e parlato di evangelizzazione, di nuova evangelizzazione, di missione – e non c’è convegno ecclesiale che non tratti di queste tematiche! –, mentre abbiamo dedicato poca attenzione al “come” si vive ciò che si predica. Sempre impegnati a cercare come si predica, fermandoci allo stile, al linguaggio, a elementi di comunicazione (quanti libri, articoli e riviste “pastorali” moltiplicati inutilmente!), sempre impegnati a cercare nuovi contenuti della parola, abbiamo trascurato la testimonianza della vita: e i risultati sono leggibili, sotto il segno della sterilità!

 

Attenzione però: Gesù non dà delle direttive perché le riproduciamo tali e quali. Prova ne sia il fatto che nei vangeli sinottici queste direttive mutano a seconda del luogo geografico, del clima e della cultura in cui i missionari sono immersi. Nessun idealismo romantico, nessun pauperismo leggendario, già troppo applicato al “somigliantissimo a Cristo” Francesco d’Assisi, ma uno stile che permetta di guardare non tanto a se stessi come a modelli che devono sfilare e attirare l’attenzione, bensì che facciano segno all’unico Signore, Gesù. È uno stile che deve esprimere innanzitutto decentramento: non dà testimonianza sul missionario, sulla sua vita, sul suo operare, sulla sua comunità, sul suo movimento, ma testimonia la gratuità del Vangelo, a gloria di Cristo. Uno stile che non si fida dei mezzi che possiede, ma anzi li riduce al minimo, affinché questi, con la loro forza, non oscurino la forza della parola del “Vangelo, potenza di Dio” (Rm 1,16). Uno stile che fa intravedere la volontà di spogliazione, di una missione alleggerita di troppi pesi e bagagli inutili, che vive di povertà come capacità di condivisione di ciò che si ha e di ciò che viene donato, in modo che non appaia come accumulo, riserva previdente, sicurezza. Uno stile che non confida nella propria parola seducente, che attrae e meraviglia ma non converte nessuno, perché soddisfa gli orecchi ma non penetra fino al cuore. Uno stile che accetta quella che forse è la prova più grande per il missionario: il fallimento. Tanta fatica, tanti sforzi, tanta dedizione, tanta convinzione,… e alla fine il fallimento. È ciò che Gesù ha provato nell’ora della passione: solo, abbandonato, senza più i discepoli e senza nessuno che si prendesse cura di lui. E se la Parola di Dio venuta nel mondo ha conosciuto rifiuto, opposizione e anche fallimento (cf. Gv 1,11), la parola del missionario predicatore potrebbe avere un esito diverso?

 

Proprio per questa consapevolezza, l’inviato sa che qua e là non sarà accettato ma respinto, così come altrove potrà avere successo. Non c’è da temere; rifiutati ci si rivolge ad altri, si va altrove e si scuote la polvere dai piedi per dire: “Ce ne andiamo, ma non vogliamo neanche portarci via la polvere che si è attaccata ai nostri piedi. Non vogliamo proprio nulla!”. E così si continua a predicare qua e là, fino ai confini del mondo, facendo sì che la chiesa nasca e rinasca sempre. E questo avviene se i cristiani sanno vivere, non se sanno soltanto annunciare il Vangelo con le parole… Ciò che è determinante, oggi più che mai, non è un discorso, anche ben fatto, su Dio; non è la costruzione di una dottrina raffinata ed espressa ragionevolmente; non è uno sforzarsi di rendere cristiana la cultura, come molti si sono illusi.

 

No, ciò che è determinante è vivere, semplicemente vivere con lo stile di Gesù, come lui ha vissuto: semplicemente essere uomini come Gesù è stato uomo tra di noi, dando fiducia e mettendo speranza, aiutando gli uomini e le donne a camminare, a rialzarsi, a guarire dai loro mali, chiedendo a tutti di comprendere che solo l’amore salva e che la morte non è più l’ultima parola. Così Gesù toglieva terreno al demonio (“cacciava i demoni”) e faceva regnare Dio su uomini e donne che grazie a lui conoscevano la straordinaria forza del ricominciare, del vivere, dello sperare, dell’amare e dunque vivere ancora… L’invio in missione da parte di Gesù non crea militanti e neppure propagandisti, ma forgia testimoni del Vangelo, uomini e donne capaci di far regnare il Vangelo su loro stessi a tal punto da essere presenza e narrazione di colui che li ha inviati. Attesta uno scritto cristiano delle origini, la Didaché: “L’inviato del Signore non è tanto colui che dice parole ispirate ma colui che ha i modi del Signore” (11,8).

 

 

Noi cristiani dobbiamo sempre interrogarci: viviamo il Vangelo oppure lo proclamiamo a parole senza renderci conto della nostra schizofrenia tra parola e vita? La vita cristiana è una vita umana conforme alla vita di Gesù, non innanzitutto una dottrina, non un’idea, non una spiritualità terapeutica, non una religione finalizzata alla cura del proprio io!


Il "programma pastorale"

 

dei discepoli

 

Domenica XV del T.O. (B)

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

Discepoli 2

 

Mc 6,7-13 Inviati in missione [1]

 

È Gesù che chiama e invia

Abbiamo ascoltato come Gesù chiama i suoi discepoli e li invia a portare il Vangelo: è lui che chiama. Il Vangelo dice che “chiamò a sé” e mandava e dava loro poteri: nella vocazione dei discepoli, il Signore dà il potere: il potere per cacciare gli spiriti impuri per liberare, per guarire. Questo è il potere che dà Gesù. Egli infatti non dà il potere di manovrare o fare grandi imprese; ma il potere, lo stesso potere che aveva lui, il potere che lui aveva ricevuto dal Padre, glielo consegna. E lo fa con un consiglio chiaro: andate in comunità, ma per il viaggio non prenderete nient’altro che un bastone, né pane, né sacca, né denaro: in povertà!

Il Vangelo è così tanto ricco e tanto forte che non ha bisogno di fare grandi ditte, grandi imprese per essere annunciato. Perché il Vangelo dev’essere annunciato in povertà, e il vero pastore è quello che va come Gesù: povero, ad annunciare il Vangelo, con quel potere. E quando il Vangelo viene custodito con questa semplicità, con questa povertà, si vede chiaramente che la salvezza non è una “teologia della prosperità”, ma è un dono, lo stesso dono che Gesù aveva ricevuto per darlo.

Guardiamo quella scena tanto bella della sinagoga, quando Gesù si presenta ai suoi: “Io sono stato inviato a portare salvezza, a portare il lieto annuncio ai poveri, ai carcerati la liberazione, ai ciechi il dono della vista. La liberazione a tutti quelli che sono oppressi e per annunziare l’anno di grazia, l’anno di gioia”. Proprio questo, ha detto, è lo scopo dell’annunzio evangelico, senza tante cose strane, mondane. Gesù manda così.

 

 

 

Il “programma pastorale” di Gesù

Cosa comanda di fare ai discepoli, qual è il suo programma pastorale? Semplicemente quello di curare, guarire, alzare, liberare, cacciare via i demoni: questo è il programma semplice. Che coincide con la missione della Chiesa: la Chiesa che guarisce, che cura. Tanto che alcune volte io ho parlato della Chiesa come di un ospedale da campo: è vero! Quanti feriti ci sono, quanti feriti! Quanta gente che ha bisogno che le sue ferite siano guarite!

Questa è la missione della Chiesa: guarire le ferite del cuore, aprire porte, liberare, dire che Dio è buono, che Dio perdona tutto, che Dio è padre, che Dio è tenero, che Dio ci aspetta sempre.

 

Al ritorno: la felicità, il racconto, il riposo

Dalla loro missione, ci dice il Vangelo di Luca (10,17-20), i discepoli sono tornati felici, perché non credevano che ce l’avrebbero fatta. E dicevano al Signore: “Ma, Signore, anche i demoni se ne andavano!”. Erano appunto felici perché questo potere di Gesù, fatto con semplicità, con povertà, con amore, dava un buon risultato.

Proprio la frase rivolta a Gesù dai discepoli felici, secondo quanto riporta il Vangelo, ci spiega tutto. Essi raccontano: “Abbiamo fatto questo, e questo, e questo, e questo…”. Così, dopo averli ascoltati, Gesù chiude gli occhi e dice: “Io ho visto satana cadere dal cielo”. Una frase che rivela qual è la guerra della Chiesa: è vero, noi dobbiamo prendere aiuto e fare organizzazioni che aiutino, perché il Signore ci dà i doni per questo; ma quando dimentichiamo questa missione, dimentichiamo la povertà, dimentichiamo lo zelo apostolico e mettiamo la speranza in questi mezzi, la Chiesa lentamente scivola in una ONG e diviene una bella organizzazione: potente ma non evangelica, perché manca quello spirito, quella povertà, quella forza di guarire.

C’è di più: al loro ritorno, Gesù porta con sé i discepoli a riposarsi un po’, a fare una giornata in campagna, a mangiare panini con una bibita. Insomma il Signore vuole passare insieme un po’ di tempo per festeggiare. E insieme parlano della missione appena compiuta. Ma Gesù non dice loro: “Voi siete grandi, eh! Alla prossima uscita, adesso, organizzate meglio le cose!”. Si limita a raccomandare: “Quando avete fatto tutto questo che dovete fare, dite a voi stessi: ‘servi inutili siamo’” (Lc 17,10).

 

Il profilo dell’apostolo

In queste parole del Signore c’è il profilo dell’apostolo. E infatti, quale sarebbe la lode più bella per un apostolo? Ecco la risposta: “È stato un operaio del regno, un lavoratore del regno”. Proprio questa è la lode più grande, perché va su questa strada dell’annunzio di Gesù, va a guarire, a custodire, a proclamare questo lieto annunzio e questo anno di grazia. A fare che il popolo ritrovi il Padre, a fare la pace nei cuori della gente.

 

6,7-13 L’alveo della missione [2]

 

Ascoltiamo il discorso che il Signore rivolge ai suoi discepoli (Mc 6,7-13). Comincia con un’esperienza di abbandono nella provvidenza di Dio e si conclude con una condotta ferma a cui i suoi discepoli devono attenersi, al punto di scuotersi la polvere dai piedi. E devono predicare la conversione, espellere i demoni, ungere coloro che soffrono. Si tratta del limite invalicabile della nostra sequela che ha origine in Dio, che accetta l’alveo della realtà e precisa la missione. […] Se il nostro peccato è essere schiavi di Satana, la nostra conversione non significa lasciare che la nostra libertà si espanda a piacere. Convertirsi è voler essere incanalati dal Signore, accettando gli argini che egli ha voluto stabilire con questi criteri.

 

6,7-13 La parola chiave: ospitalità [3]

 

Le regole precise della missione…

Gesù chiama i suoi discepoli e li invia dando loro regole chiare, precise. Li sfida con una serie di atteggiamenti, comportamenti che devono avere. Non sono poche le volte che ci possono sembrare esagerati o assurdi; atteggiamenti che sarebbe più facile leggere simbolicamente o “spiritualmente”. Ma Gesù è molto chiaro. Non dice loro: “Fate in qualche modo” o “fate quello che potete”. Ricordiamo insieme queste raccomandazioni: “Non prendete per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, ne denaro… rimanete nella casa dove vi daranno alloggio” (cfr Mc 6,8-11). Sembrerebbe qualcosa di impossibile.

 

… si possono riassumere in “ospitalità”

Potremmo concentrarci sulle parole “pane”, “denaro”, “borsa”, “bastone”, “sandali”, “tunica”. E sarebbe legittimo. Ma mi sembra che ci sia una parola-chiave, che potrebbe passare inosservata di fronte all’impatto di quelle che ho appena enumerato. Una parola centrale nella spiritualità cristiana, nell’esperienza di discepolato: ospitalità. Gesù, come buon maestro, pedagogo, li invia a vivere l’ospitalità. Dice loro: “Rimanete dove vi accoglieranno”. Li manda ad imparare una delle caratteristiche fondamentali della comunità credente. Potremmo dire che il cristiano è colui che ha imparato ad ospitare, che ha imparato ad accogliere.

Gesù non li invia come potenti, come proprietari, capi, o carichi di leggi e di norme; al contrario, indica loro che il cammino del cristiano è semplicemente trasformare il cuore, il proprio, e aiutare a trasformare quello degli altri. Imparare a vivere in un altro modo, con un’altra legge, sotto un’altra normativa. È passare dalla logica dell’egoismo, della chiusura, dello scontro, della divisione, della superiorità, alla logica della vita, della gratuità, dell’amore. Dalla logica del dominio, dell’oppressione, della manipolazione, alla logica dell’accogliere, del ricevere e del prendersi cura.

Sono due le logiche che sono in gioco, due modi di affrontare la vita e di affrontare la missione. Quante volte pensiamo la missione sulla base di progetti o programmi. Quante volte immaginiamo l’evangelizzazione intorno a migliaia di strategie, tattiche, manovre, trucchi, cercando di convertire le persone con le nostre argomentazioni. Oggi il Signore ce lo dice molto chiaramente: nella logica del Vangelo non si convince con le argomentazioni, le strategie, le tattiche, ma semplicemente imparando ad accogliere, a ospitare.

 

La Chiesa casa dell’ospitalità

La Chiesa è madre dal cuore aperto che sa accogliere, ricevere, specialmente chi ha bisogno di maggiore cura, chi è in maggiore difficoltà. La Chiesa, come la voleva Gesù, è la casa dell’ospitalità. E quanto bene possiamo fare se ci incoraggiamo ad imparare questo linguaggio dell’ospitalità, questo linguaggio del ricevere, dell’accogliere! Quante ferite, quanta disperazione si può curare in una dimora dove uno possa sentirsi accolto! Per questo bisogna tenere le porte aperte, soprattutto le porte del cuore.

Ospitalità con l’affamato, con l’assetato, con lo straniero, con il nudo, con il malato, con il prigioniero (cfr Mt 25,34-37), con il lebbroso, con il paralitico. Ospitalità con chi non la pensa come noi, con chi non ha fede o l’ha perduta, e magari per colpa nostra. Ospitalità con il perseguitato, con il disoccupato. Ospitalità con le culture diverse, di cui questa terra paraguaiana è così ricca. Ospitalità con il peccatore, perché ognuno di noi pure lo è.

 

… per vincere la solitudine

Tante volte ci dimentichiamo che c’è un male che precede i nostri peccati, che viene prima. C’è una radice che causa tanti ma tanti danni, che distrugge silenziosamente tante vite. C'è un male che, poco a poco, si fa un nido nel nostro cuore e “mangia” la nostra vitalità: la solitudine.

Solitudine che può avere molte cause, molti motivi. Quanto distrugge la vita e quanto ci fa male! Ci separa dagli altri, da Dio, dalla comunità. Ci rinchiude in noi stessi. Perciò quello che è proprio della Chiesa, di questa madre, non è principalmente gestire cose, progetti, ma imparare a vivere la fraternità con gli altri. È la fraternità accogliente la migliore testimonianza che Dio è Padre, perché “da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). In questo modo Gesù, ci apre ad una nuova logica. Un orizzonte pieno di vita, di bellezza, di verità, di pienezza.

 

… e aprire orizzonti

Dio non chiude mai gli orizzonti, Dio non è mai passivo di fronte alla vita, non è mai passivo di fronte alla sofferenza dei suoi figli. Dio non si lascia mai vincere in generosità. Per questo ci manda il suo Figlio, lo dona, lo consegna, lo condivide; affinché impariamo il cammino della fraternità, il cammino del dono. È definitivamente un nuovo orizzonte, è una nuova parola per tante situazioni di esclusione, di disgregazione, di chiusura, di isolamento. È una Parola che rompe il silenzio della solitudine.

E quando siamo stanchi o ci diventa pesante il compito di evangelizzare, è bene ricordare che la vita che Gesù ci offre risponde alle necessità più profonde delle persone, perché tutti siamo stati creati per l’amicizia con Gesù e per l’amore fraterno (cfr EG 265).

 

Libertà di dare e ricevere ospitalità

Una cosa è certa: non possiamo obbligare nessuno a riceverci, ad ospitarci; è certo ed è parte della nostra povertà e della nostra libertà. Ma è altrettanto certo che nessuno può obbligarci a non essere accoglienti, ospitali verso la vita del nostro popolo. Nessuno può chiederci di non accogliere e abbracciare la vita dei nostri fratelli, soprattutto la vita di quelli che hanno perso la speranza e il gusto di vivere. Com’è bello immaginare le nostre parrocchie, comunità, cappelle, dove ci sono i cristiani, non con le porte chiuse, ma come veri centri di incontro tra noi e Dio. Come luoghi di ospitalità e di accoglienza.

 

Ospitali come Maria

La Chiesa è madre, come Maria. In lei abbiamo un modello. Accogliere, come Maria, che non ha dominato né si è impadronita della Parola di Dio, ma, al contrario, l’ha ospitata, l’ha portata in grembo e l’ha donata.

Accogliere come la terra che non domina il seme, ma lo riceve, lo nutre e lo fa germogliare.

Così vogliamo essere noi cristiani, così vogliamo vivere la fede in questo suolo paraguaiano, come Maria, accogliendo la vita di Dio nei nostri fratelli con fiducia, con la certezza che “il Signore ci darà la pioggia e la nostra terra darà il suo frutto”.

 

NOTE

[1] Meditazione, 5 febbraio 2015.

[2] Il Signore che ci riprende, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nel cuore di ogni Padre. Alle radici della mia spiritualità, Introduzione di Antonio Spadaro, S.J., Rizzoli Milano 2014, 238-244.

 

[3] Omelia nel Viaggio Ecuador, Bolivia e Praraguya, Campo Grande di Ñu Guazú, Asunción (Paraguay), 12 luglio 2015


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LE DIECI STANZE

 

DEL RITO CRISTIANO

 

Alla riscoperta del senso della messa

 

Introduzione

 

Carmine Di Sante

 

 

 

 

(NPG 2001-09-04)

 

Introduzione

 

La stanza della Parola

 

La stanza della risposta

 

La stanza della preghiera

 

La stanza della lode

 

La stanza dell'anamnesi

 

La stanza del sacrificio

 

La stanza della comunione

 

La stanza della «frazione del pane»

 

La stanza della testimonianza

 

La stanza del «Fiat voluntas tua»

 

 

 

INTRODUZIONE

 

Al centro della religione c’è il rito. Che è come l’esecuzione musicale di un’opera nella quale le note rivivono in suoni ed armonia. La «musica» che il rito delle religioni esegue è l’ordine del mondo e l’armonia dell’esistenza. Il rito è annuncio e canto che l’uomo, nel mondo, non è solo, non vi è capitato casualmente, non vi è gettato e abbandonato tristemente e che, come non ne è il padrone, neppure ne è il servitore o una parte come le altre. Il rito annuncia che, nel mondo, l’uomo deve rispondere ad un «al di là» del mondo i cui nomi variano da religione a religione (antenati, progenitori, eroi, esseri extraterrestri o dei) e che, nel monoteismo della tradizione ebraica, acquistano il volto del Dio unico – personale e universale – così come si è rivelato escatologicamente, cioè definitivamente, attraverso Israele e in Gesù. L’ordine del mondo (intendendo per «mondo» non quello cosmologico, frutto della ricerca razionale, ma quello vissuto, oggetto dell’esperienza quotidiana) che il rito annuncia, proviene da questo «al di là» del mondo o alterità divina e si mantiene tale solo là dove l’uomo, nel mondo, si mantiene in contatto con questo «al di là» del mondo.

Per questo il rito più importante della tradizione cristiana porta il nome di ordo missae: «rito della messa». Che vuol dire: l’insieme ordinato delle varie parti che compongono il rito cristiano; ma soprattutto: la messa in scena, attraverso l’ordine del rito, dell’ordine del mondo che il rito cristiano custodisce e, eseguito, riattualizza. Come vuole il suo probabile etimo, rito rimanda infatti a ritmo, armonia, ed è la radice stessa della aritmetica o matematica che, non senza significato, per i filosofi pitagorici coincideva con la filosofia stessa perché, come motiva Aristotele, essi «pensarono che gli elementi del numero fossero elementi di tutte le cose, e che tutto quanto l’universo fosse armonia e numero».

Messa in luce dell’ordine e dell’armonia, il rito non va identificato dunque con la ripetizione sterile o ossessiva che, del rito, è la caricatura e la degenerazione. E – precisazione ancora più importante – l’ordine che esso annuncia non è lo spazio chiuso e limitante (chi non ricorda la cattiva retorica dei regimi che dell’ordine fanno il principio delle loro politiche repressive?), ma lo spazio aperto e aprente, dove, come in un giardino, si corre, si danza e si gioisce.

L’ordine che il rito annuncia è il Senso del mondo: non il senso soggettivo – che il soggetto gli dà – ma il senso oggettivo, che al soggetto è dato in dono e che, per questo, è come una melodia che incanta, una luce che orienta, una fonte che irriga, un’acqua che disseta, una roccia che sostiene, una parola che illumina, una mano che accarezza o un volto che sorride. Per ritrovare il significato profondo del rito cristiano, penetrandone i meandri complessi e affascinanti, è necessario riscoprire il senso profondo e positivo della parola ordine, il cui significato originario, nelle religioni, è di essere, sul piano oggettivo la negazione del caos e del nulla, mentre sul piano soggettivo il superamento dell’angoscia e del disorientamento. In una intervista rilasciata in occasione del suo ultimo libro, dal titolo Come diventare buoni, alla domanda se, come autore, non si sentisse di impersonare «il ruolo dell’uomo qualunque di fine millennio afflitto da turbe emotive e comportamentali», Nick Hornby ha risposto: «Completamente. Un numero enorme di persone ha problemi, per un verso o per l’altro la gente si sente persa e alienata, gira a vuoto, intrappolata nel lavoro sbagliato, nella relazione sbagliata. È una sensazione così diffusa che forse non è corretto parlare di problemi comportamentali, forse sentirsi così significa solo essere umani» (in «La Repubblica» 1.6.2001, p. 37). Il rito, che le religioni vogliono a fondamento dell’umano, è per definizione l’antidoto allo spaesamento dell’uomo nel mondo.

Lo è stato nel passato. Può tornare ad esserlo anche nel presente. Ad una condizione: che ci si disponga ad ascoltarne la melodia e comprenderne il linguaggio.

Fin dai primi secoli, in occidente, il rito per eccellenza della tradizione cristiana è stato conosciuto e tramandato con il nome di messa: termine non facile da spiegare che, forse, rimandava al momento conclusivo della prima parte della celebrazione quando i catecumeni venivano congedati (etimologicamente il termine vuol dire «congedo», dal verbo latino mittere) non potendo partecipare al rito vero e proprio, perché non battezzati e, quindi, non ancora cristiani.

A parte i nomi comunque (che, nel corso dei secoli, sono stati tanti, tra i quali: «cena del Signore», «frazione del pane», «eucaristia», «sacrificio», «anafora», «liturgia», «riunione», «colletta»), l’importante è capire l’insieme del rito cristiano, individuandone la struttura e l’articolazione interna.

Cosa non facile: perché i riti sono come le città che si sviluppano lentamente e spesso caoticamente, per esigenze ed urgenze provenienti da chi le abita e vi interagisce quotidianamente. Ciò spiega perché in un rito ci si può «perdere», come in una città o in un palazzo, quando non se ne conoscono la mappa e i punti di riferimento.

La riforma della messa voluta dal Vaticano II offre una mappa dettagliata del rito cristiano, ricorrendo a nomi venerandi e affascinanti che, se allontanano per i loro suoni incomprensibili, attraggono per il segreto che custodiscono: come quei cocci, mattoni o pietre delle zone archeologiche che, per chi le sa interrogare, parlano e veicolano la saggezza del passato Per essa dieci sono le grandi parole o indicazioni da seguire per non perdersi e che, quali segnavia, introducono in altrettante stanze – le dieci stanze appunto – dell’edificio rituale cristiano:

1. La parola o il logos;

2. La risposta o il dia-logos;

3. La preghiera o la oratio;

4. La lode o la benedizione

5. L’anamnesi o il memoriale

6. Il sacrificio o la gratuità

7. La comunione o la sequela

8. La «frazione del pane» o la fraternità

9. La testimonianza o la missione

10. Il «fiat voluntas tua» o l’abbandono.

 

Sosteremo lentamente in ciascuna di queste stanze, per contemplarne la bellezza e fissarne le immagini che, come quelle di un mosaico, custodiscono e svelano l’ordine che regge il mondo e sostiene l’esistenza umana, dotandola di senso e orientandola.


La potenza del seme del Regno

 

 

17 giugno 2018

 

XI domenica del tempo Ordinario

Mc  4,26-34

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo 26 Gesù Diceva ai suoi discepoli : «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; 27dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. 28Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; 29e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura». 30Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? 31È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; 32ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell'orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». 33Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. 34Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

 

Nel vangelo secondo Marco Gesù pronuncia un lungo discorso in parabole, come insegnamento rivolto ai discepoli che ha chiamato alla sua sequela e alle folle che ascoltano la sua predicazione del Regno veniente (cf. Mc 4,1-34). Le parabole sono un linguaggio enigmatico che diventa però “mistero” (Mc 4,11) per chi segue Gesù e in qualche modo entra nella sua intimità, fino a trovarsi in uno spazio che può essere definito da Gesù stesso éso, “dentro”, contrapposto a quello éxo, “fuori” (cf. Mc 3,31-32; 4,11).

 

Nello stesso tempo, le parabole sono da lui dette in modo che gli ascoltatori cambino il loro modo di pensare. Esse, infatti, contengono sempre un messaggio di contro-cultura, correggono ciò che tutti pensano o sono portati a pensare, e di conseguenza sono annuncio di qualcosa di nuovo: una novità apportata da Gesù non a livello di idee, ma come qualcosa che cambia il modo di vivere, di sentire, di giudicare e di operare. Gesù era un uomo che innanzitutto sapeva vedere: vedeva, osservava, contemplava tutto ciò che gli era intorno e tutti quelli che gli si avvicinavano e che egli avvicinava a sé. In lui la consapevolezza e l’adesione alla realtà erano sempre in esercizio, sicché poteva poi pensare. Di più, potremmo dire che il suo pensare davanti al Padre e alla sua volontà era un pregare che gli permetteva di immaginare racconti e situazioni, da comunicare ai discepoli attraverso la narrazione di molte parabole.

 

Nella nostra pericope Gesù, dopo aver pronunciato la parabola del seminatore, spiegata in seguito ai soli discepoli come semina della parola di Dio (cf. Mc 4,1-20), e i due brevi detti sulla lampada “che viene” per essere vista e sulla misura dell’ascolto (cf. Mc 4,21-25), narra due ultime parabole, quelle offerteci dalla liturgia odierna, che vogliono attestare l’efficacia della Parola seminata. La prima, presente solo in Marco, afferma che “così è, viene il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa”. Gesù ci parla ancora del seme, un elemento che lo intrigava e sul quale aveva molto meditato. Il seme è sempre qualcosa che resta dal raccolto precedente, è il frutto di una pianta che, raccolto, secca e sembra morto. Ma se il seme cade, se è gettato sotto terra, allora nella terra intrisa di acqua marcisce, visibilmente si disfa e scompare; in realtà, però, genera vita, che diventa un germoglio, poi una pianta, e che apparirà infine addirittura come una moltiplicazione e una trasformazione del seme stesso, attraverso frutti abbondanti. Il seme è adatto per rappresentare la dinamica dell’enigma che diventa mistero, ed è per questo che Gesù ricorre più volte a questa immagine, la più presente nelle parabole da lui create.

 

La venuta del regno di Dio, il suo apparire, è dunque paragonato al processo agricolo che ogni contadino conosce bene, anzi che vive con attenzione e premura: semina, nascita del grano, crescita, formazione della spiga e maturazione. Di fronte a tale sviluppo, occorre meravigliarsi, guardando alla potenza, alla forza presente in quel piccolo seme secco, che sembra addirittura morto. Così è il regno di Dio: piccola realtà, ma che ha in sé una potenza misteriosa, silenziosa, irresistibile ed efficace, che si dilata senza che noi facciamo nulla. Di fronte a questa realtà, il contadino non può fare davvero nulla: deve solo seminare il seme nella terra, ma poi sia che lui dorma sia che si alzi di notte per controllare ciò che accade, la crescita non dipende più da lui. Anzi, se il contadino volesse misurare la crescita e andasse a verificare cosa accade al seme sotto terra, minaccerebbe fortemente la nascita e la vita del germoglio.

 

Ecco allora l’insegnamento di Gesù: occorre meravigliarsi del Regno che si dilata sempre di più, anche quando noi non ce ne accorgiamo, e di conseguenza occorre avere fiducia nel seme e nella sua forza. E il seme è la parola che, seminata dal predicatore, darà frutto anche se lui non se ne accorge né può verificare il processo: di questo deve essere certo! Nessuna ansia pastorale, ma solo sollecitudine e attesa; nessuna angoscia di essere sterili nel predicare: se il seme è buono, se la parola predicata è parola di Dio e non del predicatore, essa darà frutto in modo anche invisibile. Questa la certezza del “seminatore” credente e consapevole di ciò che opera: la speranza della mietitura e del raccolto non può essere messa in discussione.

 

Segue un’altra parabola, sempre sul seme, ma questa volta su un seme di senape. Gesù è veramente un uomo esercitato all’attenzione, discernere, al pensare, e quale rabbi sapiente esprime con poche parole la dinamica del Regno, da lui annunciato attraverso la semina e la crescita del granello di sé. Il chicco di senape è tra i semi più minuscoli, non più grande di un granello di sale, eppure anch’esso, se seminato in terra, cresce e diventa il più grande degli arbusti. Sembra impossibile che da un seme così minuscolo possa derivare una pianta tanto rigogliosa: anche qui c’è dunque da stupirsi, da meravigliarsi! Eppure proprio ciò che ai nostri occhi è piccolo, può avere una forza impensabile per noi umani… Ecco, infatti, che il seme di senape sotto terra marcisce, germoglia, poi spunta e cresce fino a essere un arbusto sulle cui fronde gli uccelli possono fare il nido. Qui Gesù allude certamente a quell’albero intravisto da Daniele, simbolo del regno universale di Dio (cf. Dn 4,6-9.17-19). Sì, anche questa parabola vuole comunicarci qualcosa di decisivo: la parola di Dio che ci è stata donata può sembrare piccola cosa, rivestita com’è di parola umana, fragile e debole, messa in bocca a uomini e donne poveri, non intellettuali, non saggi secondo il mondo (cf. 1Cor 1,26). Eppure quando essa è seminata e predicata da loro, proprio perché è parola di Dio contenuta in parole umane, è feconda e può crescere come un albero capace di accogliere tante creature. E non solo la parola di Dio, ma anche l’inizio del Regno, l’inizio della comunità del Signore può apparire una realtà, insignificante; eppure in seguito crescerà, diventerà una realtà inattesa, impensabile per molti, ma veramente significativa e capace di accogliere chi vuole trovare ristoro alla sua ombra.

 

La rivelazione dell’efficacia della parola di Dio è decisiva per noi cristiani. Questa Parola, infatti, è “potenza di Dio” (Rm 1,16), è seme di vita immortale (cf. 1Pt 1,23) e ha in sé una potenzialità che noi non possiamo prevedere. Proprio come afferma il profeta Isaia a nome del Signore: “La Parola uscita dalla mia bocca non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is 55,11). Certo, l’efficacia della Parola ha una modalità propria di operare in forme molto diverse, non prevedibili, che possono anche contraddire il nostro modo di pensarla e discernerla. È un’efficacia non mondana, non misurabile in termini quantitativi, perché la parola del Signore è anche “parola della croce” (1Cor 1,18). Quando è seminata nei cuori degli ascoltatori, la parola di Dio deve essere accolta, interiorizzata e custodita, deve essere discreta rispetto alle altre parole e quindi essere realizzata, in modo che appaiano i suoi frutti: frutti quasi mai percepiti e visti dal discepolo, perché “come la Parola cresca in lui, egli non lo sa”.

Queste parabole ci interrogano dunque sulla nostra consapevolezza della parola di Dio che ci è data e che noi dobbiamo seminare, sulla nostra visione del Regno come realtà di piccoli e di poveri, realtà di un “piccolo gregge” (Lc 12,32), che può divenire una raccolta delle genti del mondo intero, in cammino verso il regno di Dio veniente per tutti. Ma riflettiamo: chi pronunciava queste parabole era un oscuro figlio di Israele di Galilea, un “ebreo marginale”, non un sacerdote e neppure un rabbino formatosi in qualche scuola riconosciuta a Gerusalemme o lungo il lago di Galilea. E con lui c’era una comunità itinerante che lo seguiva: una dozzina di uomini e poche donne senza appartenenza all’elite culturale o religiosa giudaica: una realtà piccola e oscura, eppure significativa.

 

 

Allora, perché avere timore di essere noi cristiani una minoranza oggi nel mondo? Basta che siamo significativi, cioè che crediamo alla potenza della parola di Dio, che la seminiamo con umiltà e molta pace, senza angoscia né frenetica attesa di vedere i risultati… Occorre saper attendere, occorre pazienza e soprattutto fede nella parola di Dio: se il seme è buono, spunterà e darà il suo frutto. Il disegno di Dio si compie sempre, ben al di là delle nostre previsioni e della nostra impazienza.


 

il mistero del regno

 

Domenica XI del T. O. (B)

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Venturi

 

 senape 2

 

Mc 4,26-34 Le parabole del Regno [1]

 

Il Vangelo di oggi è formato da due parabole molto brevi: quella del seme che germoglia e cresce da solo, e quella del granello di senape (cfr Mc 4,26–34). Attraverso queste immagini tratte dal mondo rurale, Gesù presenta l’efficacia della Parola di Dio e le esigenze del suo Regno, mostrando le ragioni della nostra speranza e del nostro impegno nella storia.

 

La parabola del seme

Nella prima parabola l’attenzione è posta sul fatto che il seme, gettato nella terra, attecchisce e si sviluppa da solo, sia che il contadino dorma sia che vegli. Egli è fiducioso nella potenza interna al seme stesso e nella fertilità del terreno. Nel linguaggio evangelico, il seme è simbolo della Parola di Dio, la cui fecondità è richiamata da questa parabola. Come l’umile seme si sviluppa nella terra, così la Parola opera con la potenza di Dio nel cuore di chi l’ascolta. Dio ha affidato la sua Parola alla nostra terra, cioè a ciascuno di noi con la nostra concreta umanità. Possiamo essere fiduciosi, perché la Parola di Dio è parola creatrice, destinata a diventare «il chicco pieno nella spiga» (v. 28). Questa Parola, se viene accolta, porta certamente i suoi frutti, perché Dio stesso la fa germogliare e maturare attraverso vie che non sempre possiamo verificare e in un modo che noi non sappiamo (cfr v. 27). Tutto ciò ci fa capire che è sempre Dio, è sempre Dio a far crescere il suo Regno - per questo preghiamo tanto che “venga il tuo Regno” - è Lui che lo fa crescere, l’uomo è suo umile collaboratore, che contempla e gioisce dell’azione creatrice divina e ne attende con pazienza i frutti.

La Parola di Dio fa crescere, dà vita. E qui vorrei ricordarvi un’altra volta l’importanza di avere il Vangelo, la Bibbia, a portata di mano - il Vangelo piccolo nella borsa, in tasca - e di nutrirci ogni giorno con questa Parola viva di Dio: leggere ogni giorno un brano del Vangelo, un brano della Bibbia. Non dimenticare mai questo, per favore. Perché questa è la forza che fa germogliare in noi la vita del Regno di Dio.

 

Il granello di senape

La seconda parabola utilizza l’immagine del granello di senape. Pur essendo il più piccolo di tutti i semi, è pieno di vita e cresce fino a diventare «più grande di tutte le piante dell’orto» (Mc 4,32). E così è il Regno di Dio: una realtà umanamente piccola e apparentemente irrilevante. Per entrare a farne parte bisogna essere poveri nel cuore; non confidare nelle proprie capacità, ma nella potenza dell’amore di Dio; non agire per essere importanti agli occhi del mondo, ma preziosi agli occhi di Dio, che predilige i semplici e gli umili. Quando viviamo così, attraverso di noi irrompe la forza di Cristo e trasforma ciò che è piccolo e modesto in una realtà che fa fermentare l’intera massa del mondo e della storia.

 

Iniziativa di Dio e collaborazione umana

Da queste due parabole ci viene un insegnamento importante: il Regno di Dio richiede la nostra collaborazione, ma è soprattutto iniziativa e dono del Signore. La nostra debole opera, apparentemente piccola di fronte alla complessità dei problemi del mondo, se inserita in quella di Dio non ha paura delle difficoltà. La vittoria del Signore è sicura: il suo amore farà spuntare e farà crescere ogni seme di bene presente sulla terra. Questo ci apre alla fiducia e alla speranza, nonostante i drammi, le ingiustizie, le sofferenze che incontriamo. Il seme del bene e della pace germoglia e si sviluppa, perché lo fa maturare l’amore misericordioso di Dio.

La Vergine Santa, che ha accolto come «terra feconda» il seme della divina Parola, ci sostenga in questa speranza che non ci delude mai.

 

4,26-29 Potenzialità imprevedibile della Parola (EG 21)

 

La Parola ha in sé una potenzialità che non possiamo prevedere. Il Vangelo parla di un seme che, una volta seminato, cresce da sé anche quando l’agricoltore dorme (cfr 4,26-29). La Chiesa deve accettare questa libertà inafferrabile della Parola, che è efficace a suo modo, e in forme molto diverse, tali da sfuggire spesso le nostre previsioni e rompere i nostri schemi.

 

4,26-29 Il regno, realtà nascosta, azione di Dio e dell’uomo

 

Il seme fruttifica per l’azione di Dio…

Ci è sempre stata di grande ispirazione la parabola del seme che cresce da solo (Mc 4,26-29). Ma diventa sempre più difficile (per esperienza e per onestà intellettuale) intenderla secondo un’idea di «sviluppo». Gesù, qui, non stava parlando di una storia capace di «maturare» nel tempo, grazie all’azione occulta del Regno, fino a raggiungere la pienezza. Infatti, se non altro, questa idea di una «crescita organica» era estranea all’uomo antico. Tra il seme e il frutto non si scorgeva continuità, ma semmai contrasto: un fatto quasi miracoloso. La parabola di Gesù intendeva mostrare il Regno come una realtà nascosta agli occhi umani, ma che produrrà il suo frutto tramite l’azione di Dio, indipendentemente da ciò che farà il seminatore.

 

… ma questo non significa passività umana

Questo significa accettare una dissociazione tra lo sforzo umano e l’azione divina? Giustifica una posizione di scetticismo o di pragmatismo? In un modo o nell’altro, è quanto accade oggi a tante persone. L’individualismo e l’estetismo postmoderni, quando non il pragmatismo e un certo cinismo contemporanei, sono il risultato della caduta delle certezze storiche, della perdita di senso dell’azione umana come costruttrice di qualcosa che sia oggettivamente e concretamente migliore. Anche nel caso di alcuni cristiani ciò si può esprimere in un mero «vivere il momento» (fosse anche il «momento» dell’esperienza spirituale), aspettando passivamente che il Regno «cada» dal cielo.

 

La discontinuità dell’avanzamento del regno

Ma con tutto ciò la speranza cristiana non ha niente da spartire. Comunque dobbiamo riconoscere che non esiste una continuità lineare tra storia e compimento del Regno, nel senso di un avanzamento o di un’ascesa ininterrotti. Così come il compimento individuale (l’incontro con Dio e la definitiva trasfigurazione personale nella Risurrezione) passa nella stragrande maggioranza dei casi attraverso un terribile momento di «discontinuità», di fallimento e di distruzione (la morte), non c’è ragione per escludere che la stessa cosa possa accadere alla storia nel suo insieme. Ecco la verità della mentalità apocalittica: questo mondo passa, non c’è pienezza senza qualche forma, ancorché non possiamo predeterminare quale, di distruzione o di perdita. Ma d’altra parte non è vero che non i i sarà alcuna continuità: sarò io stesso a risuscitare! Saranno la stessa umanità, lo stesso creato, la stessa storia a essere trasfigurati nella pienezza dei tempi! Continuità e discontinuità. Una realtà misteriosa di presenza- assenza, del «già» compimento delle promesse ma «non ancora» in un modo pieno. Un Regno che effettivamente «è vicino», in ogni momento, in ogni luogo, anche nella peggiore delle situazioni umane. E che un giorno cesserà di restare nascosto per manifestarsi pienamente e palesemente.

 

4,26-29 Il seme, simbolo carico di speranza [3]

 

Siamo soldati del regno, ma non fachiri. Possiamo contare su un trionfo sicuro, anche se non ce ne sono stati rivelati né il giorno né l’ora, vale a dire l’ampiezza della battaglia che si presenterà a noi. Ma è altrettanto sicuro che non saremo tentati oltre le nostre forze e che il regno non è proporzionato ai nostri sforzi, perché il Signore ha voluto parlarci del regno attraverso un simbolo carico di speranza, quando ce l’ha descritto come un seme che cresce da solo (Mc 4,26s). Le virtù solide e perfette non solo si forgiano nella nostra lotta quotidiana, ma acquisiscono unicamente la loro solidità e perfezione quando «in Lui solo ripongono la speranza».

 

4,26-27 Nel piccolo seme lo stile dell’annuncio [4]

 

È importante imparare dal Vangelo lo stile dell’annuncio. Non di rado, infatti, anche con le migliori intenzioni, può succedere di indulgere a una certa smania di potere, al proselitismo o al fanatismo intollerante. Il Vangelo, invece, ci invita a rifiutare l’idolatria del successo e della potenza, la preoccupazione eccessiva per le strutture, e una certa ansia che risponde più a uno spirito di conquista che a quello del servizio. Il seme del Regno, benché piccolo, invisibile e talvolta insignificante, cresce silenziosamente grazie all’opera incessante di Dio: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa» (Mc 4,26-27). Questa è la nostra prima fiducia: Dio supera le nostre aspettative e ci sorprende con la sua generosità, facendo germogliare i frutti del nostro lavoro oltre i calcoli dell’efficienza umana.

Con questa fiducia evangelica ci apriamo all’azione silenziosa dello Spirito, che è il fondamento della missione. Non potrà mai esserci né pastorale vocazionale, né missione cristiana senza la preghiera assidua e contemplativa. In tal senso, occorre alimentare la vita cristiana con l’ascolto della Parola di Dio e, soprattutto, curare la relazione personale con il Signore nell’adorazione eucaristica, “luogo” privilegiato di incontro con Dio.

 

4,30-32 La lezione del piccolo seme [5]

 

La vera grandezza

Chi si fa piccolo come un bambino – ci dice Gesù – «è il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18,4). La vera grandezza dell’uomo consiste nel farsi piccolo davanti a Dio. Perché Dio non si conosce con pensieri alti e tanto studio, ma con la piccolezza di un cuore umile e fiducioso. Per essere grandi davanti all’Altissimo non bisogna accumulare onori e prestigio, beni e successi terreni, ma svuotarsi di sé. Il bambino è proprio colui che non ha niente da dare e tutto da ricevere. È fragile, dipende dal papà e dalla mamma. Chi si fa piccolo come un bimbo diventa povero di sé, ma ricco di Dio.

 

I bambini insegnano…

I bambini, che non hanno problemi a capire Dio, hanno tanto da insegnarci: ci dicono che Egli compie grandi cose con chi non gli fa resistenza, con chi è semplice e sincero, privo di doppiezze. Ce lo mostra il Vangelo, dove si operano grandi meraviglie con piccole cose: con pochi pani e due pesci (cfr Mt 14,15-20), con un granello di senape (cfr Mc 4,30-32), con un chicco di grano che muore in terra (cfr Gv 12,24), con un solo bicchiere d’acqua donato (cfr Mt 10,42), con due monetine di una povera vedova (cfr Lc 21,1-4), con l’umiltà di Maria, la serva del Signore (cfr Lc 1,46-55).

 

… ad accogliere le sorprese di Dio e la logica della semplicità

Ecco la grandezza sorprendente di Dio, di un Dio pieno di sorprese e che ama le sorprese: non perdiamo mai il desiderio e la fiducia delle sorprese di Dio! E ci farà bene ricordare che siamo sempre e anzitutto figli suoi: non padroni della vita, ma figli del Padre; non adulti autonomi e autosufficienti, ma figli sempre bisognosi di essere presi in braccio, di ricevere amore e perdono. Beate le comunità cristiane che vivono questa genuina semplicità evangelica! Povere di mezzi, sono ricche di Dio. Beati i Pastori che non cavalcano la logica del successo mondano, ma seguono la legge dell’amore: l’accoglienza, l’ascolto, il servizio. Beata la Chiesa che non si affida ai criteri del funzionalismo e dell’efficienza organizzativa e non bada al ritorno di immagine. Piccolo amato gregge di Georgia, che tanto ti dedichi alla carità e alla formazione, accogli l’incoraggiamento del Buon Pastore, affidati a Lui che ti prende sulle spalle e ti consola!

 

4,31-32 Il Regno nella piccolezza [6]

 

Colpisce, soprattutto, come si realizza la venuta di Dio nella storia: «nato da donna». Nessun ingresso trionfale, nessuna manifestazione imponente dell’Onnipotente: Egli non si mostra come un sole abbagliante, ma entra nel mondo nel modo più semplice, come un bimbo dalla mamma, con quello stile di cui ci parla la Scrittura: come la pioggia sulla terra (cfr Is 55,10), come il più piccolo dei semi che germoglia e cresce (cfr Mc 4,31-32). Così, contrariamente a quanto ci aspetteremmo e magari vorremmo, il Regno di Dio, ora come allora, «non viene in modo da attirare l’attenzione» (Lc 17,20), ma viene nella piccolezza, nell’umiltà.

 

NOTE

[1] Angelus, 14 giugno 2015.

[2] Messaggio alle comunità educative, Buenos Aires, 29 marzo 2000, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 50-64.

[3] Discorso di apertura alla Congregazione provinciale, Buenos Aires 8 febbraio 1978, in PAPA FRANCESCO – J.M. BERGOGLIO, Pastorale sociale, Jaca Book – Comunità Sant’Egidio, Milano 20015.

[4] Messaggio per la 54 giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, 27 novembre 2016.

[5] Omelia,Stadio M. Meskhi – Tbilisi 1 ottobre 2016.

 

[6] Omelia, nella santa Messa del 1050o anniversario del battesimo della Polonia, Częstochowa 28 luglio 2016.


UMILE È LA GIOIA?

 

Incanti di libertà o passioni tristi? 

 

Paolo Zini

 

(NPG 2013-04-21)

 

 

Mi domando perché pensare

troppo mi turba

e se una volta almeno mio padre

ha fumato l’erba.

Mi domando se avrò un figlio

e se mio figlio mi odierà,

perché purtroppo si odia

chi troppo amore ci dà.

Mi domando se la mia

è una vita felice

e so rispondere solo che mi piace![1]

 

Sono interessanti le domande che risuonano nelle parole di questa recente canzone sulla libertà, ma è l’ultima di esse – a dispetto della sua importanza fondamentale per l’orientamento dell’esistenza – ad essere chiusa da una risposta tranquillamente compiaciuta e pericolosamente confusa.

Certo la vita non è una canzone e una canzone può permettersi – senza pagarne lo scotto – leggerezze che la vita non tarderebbe a sanzionare; ma quelle parole, ignare di cosa sia una felicità distinta dal piacere, non possono lasciare indifferenti, anche perché forse riflettono un sentire che non riguarda soltanto il pubblico affezionato alle creazioni di un giovane cantante.

Sulla particolare confusione che segna il rapporto dell’uomo di questo tempo con la felicità è necessario allora soffermarsi; lo chiede anche la logica del vagabondaggio di pensieri sin qui compiuto.

Pensare la libertà come tratto di strada che l’uomo trova tra sé e la propria felicità costringe a misurarsi non solo con il protagonista di questo tratto di strada o con le forme più o meno raccomandabili del suo peregrinare, ma anche con i caratteri della meta che giustifica la fatica del cammino, la felicità, appunto.

L’interrogativo sulla felicità ha però portata ed implicanze tali da scoraggiare una trattazione che non puntualizzi qualche preciso intento, onde cautelarsi dalla genericità superficiale dei luoghi comuni.

La prospettiva di queste note vorrebbe allora essere molto precisa: di felicità è necessario parlare non perché manchino nella convivenza attuale le proposte che si candidano a realizzarla; piuttosto perché è arduo sondare l’affidabilità e la consistenza di tali proposte, che – sgomitando tra loro – animano un mercato brulicante di contraddizioni.

E, mentre logica vorrebbe che tali contraddizioni suscitassero legittimi sospetti quanto alla credibilità del rispettivo mercato, i fatti sembrano attestare il contrario: ambite sono le felicità di piccolo cabotaggio, dagli investimenti facili da realizzare come da revocare e capaci di contiguità aliene da ogni coerenza.

Ma allora l’uomo cosa cerca quando cerca la felicità? Vuole essere felice oppure, sapendo di non poterlo essere, cerca illusioni e ottundimenti?

Come comprendere altrimenti la malía ostinata di offerte inverosimili, proprio per la posa stucchevole e gli studiati artifici della loro menzogna?

Sono dunque le riserve sulla falsa felicità a rendere impellente l’interrogativo sulla soddisfazione che attende quanti raccolgono la sfida della libertà puntando all’unificazione del volere, alla sua emancipazione dalle voglie, alla cura del desiderio, educato nella pazienza del presente e nell’ascolto della realtà.

La formazione del sentire, come vita del cuore e condizione di possibilità del rispetto e dell’amore, assicura all’uomo una felicità autentica e profonda?

Oppure la rarità, che ne fa il sigillo di esistenze eroiche, è l’indicatore del suo carattere eccezionale, e pertanto elitario e improponibile ai più?

Se la questione della felicità ammettesse solo queste due soluzioni, ci sarebbe di che dubitare della bontà stessa delle vita: non sarebbe infatti troppo severa l’alternativa tra una felicità falsa – maschera di un fallimento abbracciato dalla maggioranza degli umani soltanto con gradi differenti di consapevolezza, ottundimento, meschinità o rassegnazione – e una felicità tragica, riservata alle rare libertà capaci di eroismo?

Gli scritti di G. Bernanos [2] potrebbero forse fornire spunti significativi per porre la questione in modo diverso.

Due opzioni sono suggerite al romanziere francese dal suo esigente realismo: parlare di gioia anziché di felicità, onde smascherare le false e pericolose illusioni di una via facile e leggera alla vita felice; ridefinire l’eroismo attraverso l’umiltà, per rivelare la verità ultima e l’universale accessibilità della virtù che rende gioiosa la vita.

 

Facili o felici?

 

Per comprendere la riflessione di Bernanos sul rapporto dell’uomo alla felicità occorre anzitutto lasciarsi provocare dalla sua battaglia contro il costume e la cultura della menzogna.

«Solo per pochi la menzogna è un vizio di cui essi conoscono la furiosa e sterile voluttà, ma per la maggior parte degli uomini che se ne servono senza neppure pensarvi, con una sorprendente spontaneità, la menzogna è la soluzione a tutti i problemi della vita».[3]

Sono dure le parole dell’autore francese, ma obbligano a pensare: quando la doppiezza assurge a forma di rapporto dell’uomo alla realtà, agli altri e a se stesso, non solo gli equivoci sulla meta dell’esistere si moltiplicano, ma si fanno più sottili, avvalendosi delle complicità più subdole della coscienza, della cultura, delle abitudini collettive.

Così, la libertà, vittima – colpevolmente ignara – della propria patologia, esaspera la corsa febbrile di una vita priva di orientamento.

«Andare più presto, correre più velocemente. Andare sempre più velocemente, ma andare dove? Ah, come vi importa poco di sapere dove andate, imbecilli!... E così, che cosa fuggite? Ahimè, siete voi stessi che fuggite, ciascuno di voi fugge se stesso, come se sperasse di correre abbastanza velocemente per uscire finalmente dalla sua guaina di pelle».[4]

Nella postmodernità sono le forme di questa corsa, stigmatizzata da Bernanos per la sua insipiente inconcludenza, ad avvicendarsi freneticamente, senza per questo mutare indole.

E deputate ad ottimizzarne la frenesia sono le agenzie di arredo ludico dell’esistenza, agenzie alle quali oggi è assicurato uno straordinario credito culturale e un inedito successo economico.

Di qui un dato socioculturale di solare evidenza e dalla novità priva di analogie storiche: nelle società del benessere si spaccia per riuscita una vita fedele alla forma di un grande gioco, oscillante dentro il range che va dalla leggerezza del diversivo al parossismo del trasgressivo.

Un immaginario collettivo plasmato da una simile figura di esistenza subordina la felicità all’idolatria della facilità e reagisce alla fatica, al limite, alla misura quasi si trattasse di insopportabili mutilazioni lesive della dignità umana.

È questo immaginario ad interdire l’elaborazione delle esperienze di vita più esigenti per la libertà, che, alla prova dei fatti, scoprendosi immatura, sa soltanto concedersi infantilismi regressivi.

Infantilismi che abbracciano la logica del risarcimento come prospettiva esistenziale: le dilazioni di qualche gratificazione immediatamente disponibile vengono tollerate solo per brevi intervalli di tempo, purché siano promessi, alla loro scadenza, godimenti più appetibili quanto a forme ed intensità.

In questa prospettiva viene stravolto il senso dell’impegno, del lavoro, della fedeltà alle persone, valori ridotti a variabile dipendente di calcoli interessati a massimizzare divertimenti e piaceri di una vita facile.

Per la comprensione del binomio felicità/libertà l’equivoco non potrebbe essere più pericoloso, illusorio e mortificante, come sottolineano, ad esempio, le parole di Risè, acuto interprete dell’attualità e del suo costume.

«Lo stile della narrazione debole, della vita umana come commedia, a cui nessun Dio presiede e dalla quale nessun Dio è visibile, non comprende, invece, la felicità, che è un’esperienza non debole ma forte».[5]

Si potrebbe trascrivere l’osservazione in una sorta di legge, oggi vigente con disperante ubiquità: facilità ossessive moltiplicano felicità infelici.

Ma, oltre lo stordimento di una facilità infelice, rimane qualche spazio praticabile all’uomo per un compimento della libertà?

In proposito è di nuovo possibile ascoltare Bernanos; la sua opera non si accontenta di denunciare la menzogna e di smascherare l’imbecillità di un non senso che si compiace della propria disperata gaiezza, ma invita a considerare realisticamente la meta di un esistere autenticamente umano:

«L’uomo vero non vuole la felicità, vuole la gioia, e la sua gioia non è di questo mondo o, almeno, non vi appartiene tutta intera».[6]

Bernanos affronta il problema da credente, ma – questo è il suo fascino – con quella virilità che sa piantare lo sguardo al cuore della vita e del suo mistero, e per questo si ritiene autorizzato al dialogo con ogni uomo.

Perché dunque Bernanos non parla di felicità ma di gioia? È una sorta di pessimismo cristiano a suggerirgli di proporre prospettive esistenziali meno allegre, più dimesse?

Bernanos, al pari di altri celebri pensatori, vuol dar voce alla realtà, raccomandandone l’ascolto fuori dagli agguati – che sovente l’uomo corteggia – di fantasie e illusioni.

E la realtà non si sogna neppure di promettere alla libertà beatitudini facili, gaudenti, smisurate.

Se il mondo è intossicato di promesse di questo genere – come s’è visto – la loro radice non è la realtà, ma l’inganno della coscienza, o la miopia della cultura, o qualche sindrome del costume, o interessi di parte, capaci di ogni malafede.

La realtà, la vita, il cuore, secondo Bernanos, promettono invece una gioia impegnativa, a coronamento della libertà che vuole e sa realizzare la propria misura.

Gioia e misura: ecco la bipolarità dentro la quale Bernanos ritiene sia possibile condurre un’esistenza veramente umana, libera dalla mediocrità di una sopravvivenza annaspante tra le proprie menzogne.

 

Alle radici della gioia

 

Nonostante l’autorevolezza di Bernanos, alla sua proposta va rivolto un interrogativo: il riferimento alla gioia piuttosto che alla felicità non è un’operazione meramente lessicale, una sostituzione di parole, nella permanenza di un medesimo significato?

Alcune precise affermazioni del romanziere francese consentono forse di rispondere no, in quanto sembrano suggerire una visione della gioia originale ed affascinante, legata ad un principio fondamentale:

«Niente giustifica la tristezza: soltanto il diavolo ha ragioni per essere triste».[7]

La gioia avrebbe dunque destinazione e accessibilità universali, ma non in ragione di una sua superficiale noncuranza rispetto alla vita; al contrario, secondo Bernanos, proprio questa gioia, possibile a tutti, saprebbe nascere – fuori da ogni faciloneria – in un rapporto radicale, onesto e realistico addirittura con la tristezza dell’esistere:

«La gioia viene da una parte troppo profonda dell’anima perché le sue radici non affondino nella tristezza, che è la parte più profonda dell’uomo da quando ha perduto il paradiso».[8]

Ma cos’è allora questa tristezza che, nelle parole di Bernanos, per un verso è prerogativa esclusiva del demonio, ma per un altro è nientemeno che terreno di coltura della gioia in ogni uomo?

Forse proprio qui si tocca il punto capitale di una riflessione sulla meta accessibile alla pienezza della libertà!

Alludendo a questa tristezza, Bernanos nomina l’innominabile: il rimosso più fastidioso ed ingombrante per l’immaginario collettivo contemporaneo è infatti un fondamentale dell’esistere, al quale il costume guarda con angoscia, intento a congegnare stratagemmi che l’occultino, quando andrebbero suscitate energie che lo elaborino.

La tradizione cristiana ha sempre preso di petto questo rimosso contemporaneo – la tristezza cui allude Bernanos – contestualizzandola nella complessa riflessione sul peccato originale, quel rapporto arrogante, ingrato e colpevole della libertà alla sua finitezza, che avrebbe inaugurato la storia diffondendovi la propria malizia.

Ma quest’antica espressione sembra conoscere oggi solo due destini: accendere controversie teologiche riservate agli specialisti, o guadagnare lo scherno di modesti opinionisti, presuntuosamente impegnati a svecchiare il cristianesimo da fantomatici reperti del fideismo oscurantista.

Competerebbe proprio alla riflessione sull’uomo – urgente soprattutto fuori dai confini della dogmatica ecclesiale – interrogarsi sulla tristezza che Bernanos nomina.

Una felicità che con quella tristezza non sapesse misurarsi sarebbe fatua, falsa, pericolosa.

E una tristezza di quelle proporzioni, se blandita, diverrebbe il pungiglione della morte, deputato a regolare i conti con ogni felicità della vita.

Spingendo lo sguardo dentro le profondità dell’uomo, eccola questa tristezza: secondo Bernanos si tratta della nostalgia di un’armonia infranta, di un’integrità pregiudicata.

Si tratta della voce di una ferita che non può essere zittita, neppure dal clamore di eccitazioni sguaiate, abili però a renderne incomprensibile il messaggio.

Paradossalmente, Bernanos ritiene che l’ascolto di questa ferita, il radicarsi in questa tristezza, il frequentarne la scuola, produca una gioia credibile, e universalmente disponibile.

Che questa ferita non sia creata dalle definizioni dogmatiche per qualche strano pessimismo interessato, è l’onestà dell’esperienza a doverlo ammettere.

Sebbene infatti la fede ne sappia illuminare straordinariamente la profondità e vi possa accendere una sorprendente speranza, questa ferita provoca il cuore di ogni uomo, persino a dispetto degli anestetici intenti a blandirla, e risuona nella ferialità dei suoi giorni.

Chi potrebbe negare che feriale è l’esperienza d’un vivere ferito e che ferita è la ferialità umana?

Non sono infatti riservate ai fedeli di qualche chiesa o agli eroi di qualche valore e nemmeno risparmiate ai dervisci della facilità, gli ordinari contenuti e le consuete forme del vivere segnate da questa mancanza d’integrità e d’armonia.

Ferito è il nascere, drammatico e rischioso proprio nella novità della speranza che l’accompagna, e ferito è il lavoro dell’uomo, che non risparmia sfinimento persino quando riempie il cuore; ferita è la complementarità dell’amore, vittima dei suoi stessi ardori, e ferito è persino il riposo, che sembra allontanare d’un soffio la sua promessa proprio mentre la realizza.

Ma la feriale prossimità di questa ferita non ne diluisce il mistero: non è impertinente alludervi, a prescindere dalle tradizioni religiose, nei termini di tristezza.

Ma doveroso è anche rilevarne l’incapacità di inghiottire tutta la bellezza del vivere.

È proprio il sapore di benedizione per la libertà, che – a dispetto di ogni sua imboscata – la vita conserva, a rendere tristemente acuta la percezione di questa ferita.

Se ad inasprirla non fosse il contrasto con la preziosità dei beni che la ospitano, neanche sarebbe lecito parlare di ferita.

Mentre il cuore umano sa che vivere è proprio esporsi al suo spasimo.

Per questo ancora Bernanos è nel vero affermando che «chi cerca la verità nell’uomo deve farsi padrone del suo dolore».[9]

 

Se il segreto fosse l’umiltà?

 

Ma cosa può apprendere la libertà prestando ascolto a questa ferita?

E perché in essa può fiorire la gioia?

È ancora Bernanos a suggerire qualche risposta a questi interrogativi, attraverso un punto fermo di tutta la sua opera:

«Il cuore del mondo batte ancora. La giovinezza è questo cuore. Se non fosse per questo dolce scandalo dell’infanzia, in uno o due secoli l’avarizia e l’inganno avrebbero disseccato la terra. Il povero pianeta, a dispetto dei chimici e degli ingegneri, non sarebbe che un osso sbiancato scaraventato nello spazio».[10]

Se la ferita dell’esistere è testimone – attraverso il linguaggio misterioso della tristezza che invoca la gioia – di una costitutiva vocazione umana all’armonia e all’integrità, nell’infanzia questa vocazione trova invece una sorta di simbolizzazione positiva, di compimento realizzato senza fatica, ricevuto in dono da una libertà capace della fiducia accogliente e incondizionata tipica di un bimbo.

Lo spirito di infanzia reca dunque in se stesso tracce singolarmente visibili di quella condizione che la ferita dell’esistere tristemente, sebbene istruttivamente, avverte come precaria, o perduta, o colpevolmente sciupata.

Ecco perché Bernanos ritiene catastrofici per il mondo due inganni tra loro legati: il rifiuto dello spirito d’infanzia e la consuetudine con il vivere imbecille, incapace di abitare sapientemente la ferita del vivere, distillando la gioia accessibile nella sua tristezza.

E ad annodare il rifiuto dello spirito d’infanzia al rifiuto della lezione della tristezza è l’orgoglio, la seduzione della dismisura, vero cancro della libertà e morte del cuore.

La ferita dell’esistere, se sapientemente ascoltata, rivela che a determinare la perdita dell’armonia con sé, gli altri, il mondo, è sempre una smisuratezza del proprio io, vagheggiata come soluzione all’impegno del vivere, straniante rispetto al presente, cieca rispetto al dono della misura e alla misura come dono.

L’assillo per questa smisuratezza è assente nello spirito d’infanzia, figura dell’umano che reca in sé la traccia storica meno sbiadita dell’integrità della gioia.

L’infanzia è la condizione umana nella quale il rapporto dell’uomo alla sua misura ha la forma dell’accoglienza del dono; quando all’accoglienza subentra il sospetto, la misura è considerata maledizione e la libertà diventa ribelle, invaghita di sé, illusa di poter divenire principio della propria grandezza.

Bernanos insegna come solo alla scuola dello spirito d’infanzia l’uomo possa riconoscere nell’idolatria – di sé e della propria smisuratezza – la più pericolosa tra le patologie del cuore.

«Ci sono due modi di dannarsi, due cammini di perdizione. Il primo è amare il male più del bene, per le soddisfazioni che se ne ricavano. È il più breve. L’altro è preferire se stessi al bene e al male, restare indifferenti a entrambi. È il cammino più lungo, quello da cui non si ritorna».[11]

L’ingombro dell’io può ostruire la via della gioia, paralizzare la libertà, impedirle di formare il cuore secondo quello spirito di piccolezza che, per Bernanos, è la chiave di volta della storia dell’uomo e del mondo.

La dismisura di sé è ciò che ignora lo spirito d’infanzia, tanto nella forma dell’esondazione incontenibile delle voglie, sempre sedotte dall’assente e insoddisfatte dal presente, quanto nella forma della grandiosità della propria immagine, inseguita a dispetto di ogni evidenza e al prezzo di doppiezze e soprusi.

La sorpresa grata per la misura di sé e la misura del mondo permettono di abitare l’esistenza nella ferialità della sua ferita, raccogliendo, fuori da fughe e risentimenti, la grazia del presente, senza per questo spegnere la speranza nel futuro.

Lo spirito d’infanzia è infatti la forma di libertà che riconcilia obbedienza e iniziativa, gratitudine per il presente e speranza per il futuro, adesione alla misura del mondo e alla misura di sé.

Il nome meno poetico – e forse per questo anche meno insidiato dalla retorica – dello spirito d’infanzia è umiltà; un nome che custodisce la memoria della sua radice humus, terra.

È fuori moda questa misura e questo nome della gioia, ma quando la libertà, meno irretita da falsi miraggi, ne provasse il gusto, forse, riconoscendone l’impagabile pregio, ne percorrerebbe, modestamente e semplicemente, la via.

«Non ci si contorce per diventare umili, come un grosso gatto per entrare nella trappola per topi. La vera umiltà è innanzitutto una dignità, un equilibrio».[12]

 

Dunque?

 

Una libertà fedele al compito della propria educazione cosa può attendersi a sanzione del suo impegno?

Forse il culto della facilità deve la moltiplicazione dei suoi devoti ad un sottile pessimismo che sembra sovente ammonire il cuore umano circa l’impossibilità della felicità.

La vita di chi capitola a questo pessimismo conosce due sole opportunità: compiacersi del proprio disperato eroismo oppure godere della propria meschinità, chiamandola felice.

La fortuna di questa praticatissima alternativa è pari soltanto alla sua menzogna.

Altro infatti è l’orizzonte di un’esistenza riuscita.

È l’orizzonte di un’autentica educazione alla gioia, alla gioia vera, che non può non germogliare sul suolo ferito del mondo, l’unico che all’uomo sia dato di calcare.

Di pochi è il coraggio di ascoltare la verità di questa ferita, che parla di un’integrità perduta, dell’uomo e del mondo, di un loro convenire fattosi precario, quando non ridotto a reciproca minaccia.

Lo spirito d’infanzia, il cui nome proprio è umiltà, nelle sue evenienze mondane sa fare timidamente memoria della verità di quella condizione perduta, e così illumina la regola per un suo ritrovamento: la grata adesione alla semplicità della propria misura genera la libertà alla gioia.

 

 

NOTE

 

[1] F. Moro, Libero, da Domani, CD, 2008.

[2] George Bernanos (Parigi 1888-1948), letterato e romanziere francese, ha consegnato ai suoi scritti una profonda riflessione sulla verità cristiana dell’uomo, della sua fallibilità e della sua libertà. Non sarebbe eccessivo considerare la sua opera, riflesso di una vita coerente ed appassionata, un’apologia dell’esistenza credente, come crescente armonizzazione, resa possibile dallo Spirito di Dio, di eroismo del volere e spirito d’infanzia, nel sereno abbandono all’efficacia storica della Grazia di Dio.

[3] G. Bernanos, Le crépuscole des vieux, citato in Id., Pensieri, parole e profezie (La parola e le parole), Paoline Editoriale Libri, Milano 1996, 105.

[4] G. Bernanos, Français, si vous saviez, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 45.

[5] C. Risè, Felicità è donarsi, contro la cultura del narcisismo e per la scoperta dell’altro, Sperling Paperback, Milano 2004, 23.

[6] G. Bernanos, Les grands cimitières sous la lune, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 117.

[7] G. Bernanos, Correspondance, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 117.

[8] G. Bernanos, Correspondance, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 118.

[9] G. Bernanos, La joie, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 115.

[10] G. Bernanos, Jeanne, relapse et sainte, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 49.

[11] G. Bernanos, Le chemin de la croix-des-âmes, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 21.

 

[12] G. Bernanos, Dialogues des Carmélites, citato in Id., Pensieri, parole e profezie…, 122.


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La nuova famiglia di Gesù

 

 

10 giugno 2018

 

X domenica del tempo Ordinario

Mc  3,20-35

di ENZO BIANCHI

 

In quel tempo 20 Gesù entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. 21Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé».

22Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni». 23Ma egli li chiamò e con parabole diceva loro: «Come può Satana scacciare Satana? 24Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; 25se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. 26Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. 27Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa. 28In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; 29ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna». 30Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito impuro».

31Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. 32Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano». 33Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». 34Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! 35Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».

 

Riprendiamo la lettura quasi cursiva del vangelo secondo Marco in questo tempo per annum e cerchiamo di essere molto attenti alla specificità del messaggio di questo vangelo.

Gesù è ormai riconosciuto come maestro affidabile, da alcuni come un profeta che continua la missione di Giovanni il Battista. Ma Gesù non abita nel deserto, non vive in solitudine e attorno a sé ha radunato una comunità di discepoli e discepole, tra i quali ne emergono dodici per la vita vissuta insieme a lui e per la partecipazione all’annuncio della venuta del regno di Dio. La parola autorevole di Gesù e la sua attività di cura e guarigione dei malati attivano molta gente, che vuole ascoltarlo e vederlo. Questo successo della sua predicazione talvolta impedisce di fatto a lui e alla sua comunità anche solo di saziarsi con un po’ di pane: non c’è tempo…

 

Quando Gesù è in casa a Cafarnao, la gente, sapendo dove si trova, viene a cercarlo e così questa fama desta preoccupazione nella famiglia di provenienza di Gesù e anche nella sua comunità religiosa. Marco osa ancora attestare questa diffidenza ostile a Gesù da parte dei “suoi”, i familiari che, venuti dal loro villaggio, cercano di mettere le mani su di lui, di prenderlo e portarlo via, giudicandolo “fuori di sé”, esaltato, impazzito. Gesù aveva operato scelte di vita che ai suoi familiari potevano sembrare stoltezza e follia. Aveva infatti abbandonato la famiglia, si era dato a una vita itinerante, viveva la condizione del celibe, del non coniugato, infamante per la cultura del tempo, e con il suo successo si era inimicato le stesse autorità religiose.

 

Giudicato “eversivo”, andava dunque fermato. Ma non era stato questo il destino dei profeti? Con il suo modo di vivere e di parlare, infatti, il profeta disturba, perciò si preferisce farlo tacere, giudicandolo pazzo, delirante, fino a pensare di eliminarlo fisicamente (cf. Os 9,7). Ma all’ostilità dei familiari si aggiunge quella delle legittime autorità giudaiche. Gli scribi, discesi da Gerusalemme in Galilea, sono preoccupati dell’ascolto di Gesù da parte delle folle. Se per i suoi familiari Gesù è pazzo, gli esperti delle sante Scritture lo ritengono posseduto da Beelzebul, il capo dei demoni, che – costoro affermano – opera in lui fino a scacciare dalle persone i demoni inferiori. Si faccia attenzione: costoro non negano che Gesù compia un’opera di liberazione, di guarigione delle persone che egli incontra e cura. Pensano che Gesù scacci i demoni che tengono in schiavitù uomini e donne, ma lo faccia da indemoniato: in lui agisce il capo dei demoni, Beelzebul (alla lettera: il signore dello sterco)! Questa l’insinuazione e il giudizio di quelli che contano, delle autorità della comunità religiosa cui Gesù appartiene.

 

Gesù però li chiama a sé, li smaschera e si rivolge a loro con linguaggio parabolico, mediante una domanda seguita da alcune affermazioni: “Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito”. Il concetto espresso da Gesù è chiaro: se fosse vero ciò che dicono gli scribi, se Satana, attraverso le sue azioni, insorgesse contro se stesso, ciò significherebbe che il suo potere sta andando in rovina, che non è più vincitore ma vinto. Per questo Gesù aggiunge, in modo decisamente convincente e non contestabile: “Nessuno può penetrare nella casa di un uomo forte e saccheggiarla, se prima non lo ha reso inoffensivo legandolo. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa”. Dunque Gesù può scacciare Satana perché lo ha legato, perché ha reso impotente colui che è forte, fin dalla sua immersione nel Giordano (cf. Mc 1,9-11) e dalla sua lotta contro Satana nel deserto (cf. Mc 1,12-13). Gesù d’altronde era stato annunciato da Giovanni il Battista come “il più forte” (Mc 1,7), colui che, munito della forza di Dio, ha “autorità” (exousía: Mc 1,22) e può comandare ai demoni che gli obbediscono (cf. Mc 1,27).

 

Ma la risposta di Gesù diventa anche un avvertimento grave e minaccioso, introdotto da un solenne “Amen”: “Amen, in verità vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie, per quante ne abbiano dette; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito santo non avrà mai perdono, sarà colpevole di una colpa definitiva”. Parole dure, che devono però essere accolte senza indulgere a fantasie o immaginazioni circa questo peccato contro lo Spirito santo. In realtà è un peccato banale, come è banale il male; è un peccato che non richiede particolare malvagità ma è semplicemente consumato da chi vede e discerne il bene che viene fatto eppure, piuttosto che riconoscere questa verità, preferisce chiamarlo male, attribuendolo a Satana. È il peccato che procede dall’invidia, dal non sopportare che un altro abbia fatto o faccia il bene, perché si vorrebbe solo se stessi come soggetti del bene; e non volendo riconoscere in un altro quel bene che viene da Dio, si preferisce attribuirlo al demonio. Quegli scribi vedevano il bene operato da Gesù ma, piuttosto che riconoscerlo come opera ispiratagli da Dio, sceglievano deliberatamente di imputarlo a Satana. Non riconoscere l’opera di Dio, non riconoscere l’azione dello Spirito santo, fino a stravolgere lo sguardo e il giudizio, attribuendo il bene operato a Satana, è davvero il peccato imperdonabile, dice Gesù! E questo – lo si ricordi – è un peccato spesso consumato dalle persone religiose, ancora oggi nella chiesa!

 

A complemento del giudizio negativo su Gesù da parte dei suoi e degli scribi, Marco racconta anche che la madre e i fratelli di Gesù giungono presso la casa dove egli dimora e, stando fuori, mandano a chiamarlo. Si tratta dei suoi familiari, di quanti erano usciti per portarlo via giudicandolo pazzo, oppure Marco si riferisce a un altro episodio in cui è soprattutto messa in rilievo la madre di Gesù? In ogni caso, l’evangelista sembra sottolineare che proprio i familiari che avevano dichiarato Gesù fuori di sé (exéste) in realtà restano fuori (éxo), fuori dallo spazio di Gesù. Egli viene avvertito: “Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano”. Vogliono incontrarlo ma restano fuori dal suo spazio. Gesù, da parte sua, non si muove verso di loro, resta al suo posto, tra i suoi discepoli, in mezzo alla comunità riunita in cerchio attorno a lui, e volgendo lo sguardo su questo gruppo dice con forza: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”.

 

In tal modo egli dichiara di conoscere e vivere i legami di una nuova famiglia, la comunità dei discepoli, legami che non nascono dalla carne o dal sangue, cioè dalla storia familiare, ma dal fare la volontà di Dio. La prossimità a Gesù non è decisa dal vincolo parentale ma si basa sull’ascolto della parola di Dio, sul realizzare la sua volontà, sul vivere la fraternità nel vincolo dell’amore quale figli e figlie di un unico Padre: Dio. Dopo questa dichiarazione di Gesù dobbiamo dunque chiederci: chi è veramente fuori e chi è dentro lo spazio di relazione e comunione con lui?

 

Certo, questa pagina evangelica appare dura e noi ci chiediamo anche come la madre di Gesù, Maria, abbia vissuto questo incontro mancato. Possiamo rispondere che lo abbia vissuto nella fede perché queste parole di Gesù, apparentemente dure, in realtà attestano la sua grandezza: Maria ha compiuto pienamente la volontà di Dio, per questo è stata per Gesù madre, degna di essere madre nella sua carne.

 

La lettura di questo brano avverte in ogni caso i discepoli e le discepole di Gesù in ogni tempo: anche loro conosceranno diffidenza e inimicizia da parte della famiglia di provenienza, conosceranno l’opposizione da parte delle autorità religiose, dovranno sempre interrogarsi sulla loro prossimità a Gesù, sperimentabile solo nel compiere la volontà di Dio, nel realizzare la sua parola e nell’accogliere l’aiuto preveniente e gratuito della sua misericordia.


L'orizzonte di una nuova

 

familiarità

 

Domenica X del T.O. (B)

 

papa Francesco

 

a cura di Gianfranco Galeone

 

Jesus and Disciples

 

Mc 3,22-27 La durezza di chi non vuol capire [1]

 

Non c’è mitezza e non c’è dottrina che possano abbattere quel muro d’idolatria. Gesù stesso se ne dispiace: “Voi cercate di uccidere me, un uomo che vi ha detto la verità” Gv 8,40). La stessa mitezza di Gesù è uno sprone per quella durezza, i suoi segni vengono attribuiti ai demoni (cfr Mt 12,24; Mc 3,22) e, quando l’evidenza (come nel caso di Lazzaro) si fa indiscutibile, allora cercano di uccidere sia lui che Lazzaro (cfr Gv 12,10), perché molte persone lo seguono a causa del miracolo. Riguardo a Gesù questo non è accaduto soltanto a quei tempi: siamo noi a farlo accadere ogni volta che ci rifiutiamo di riconoscere un’adesione idolatrica, ogni volta che affermiamo di vedere mentre siamo ciechi. Il segno è il medesimo. Se qualcuno, un fratello, un profeta, richiama la nostra attenzione sulla nostra idolatria, il cuore s’inasprisce di più, e ciò basta a mantenerci radicati nei nostri atteggiamenti.

 

3,31-35 La nuova familiarità del pastore con Dio [2]

 

Il pastore annuncia serenamente e appassionatamente la Parola di Dio, incoraggia i credenti a puntare in alto. Egli renderà capaci i suoi fratelli e le sue sorelle dell’ascolto e della pratica della promessa di Dio, che allarga anche l’esperienza della maternità e della paternità nell’orizzonte di una nuova “familiarità” con Dio (cfr Mc 3,31-35). Il pastore vigila sul sogno, sulla vita, sulla crescita delle sue pecore. Questo “vigila” non nasce dal fare discorsi, ma dalla cura pastorale. È capace di vigilare solo chi sa stare “in mezzo”, chi non ha paura delle domande, chi non ha paura del contatto, dell’accompagnamento. Il pastore vigila prima di tutto con la preghiera, sostenendo la fede del suo popolo, trasmettendo fiducia nel Signore, nella sua presenza. Il pastore rimane sempre vigilante aiutando ad alzare lo sguardo quando compaiono lo scoraggiamento, la frustrazione o le cadute.

 

3,33-34 La prova dei parenti [3]

 

Gesù ha sperimentato la prova nella sua vita. Comincia nel deserto (Mt 4,1-11) e non finisce lì perché a quel punto “il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato” (Lc 4,13). La subisce fino all’agonia: “Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora!” (Gv 12,27); cfr. anche Lc 22,40-46). Gesù sperimenta la prova nei suoi parenti (Mc 3,33s), in Pietro, che non esita a chiamare Satana (Mc 8,33), nella prospettiva di un messianismo temporale (Gv 6,15).

La Chiesa deve seguire la stessa strada di Cristo (Mc 10,38s). Pietro verrà scosso nella sua perseveranza affinché, più tardi, una volta convertito, confermi i suoi fratelli (Lc 22,31s). Anche il cristiano deve compiere questo percorso: sarà esaminato da Dio (1Ts 2,4), sarà sottoposto alla prova (1Tim 3,10), conscio però di non aver subito tentazioni superiori alla misura umana (1Cor 10,11-13).

 

3,34-35 Il cibo di Gesù [4]

 

Gesù è venuto per fare la volontà del Padre…

All’inizio della celebrazione, è stato chiesto al Signore: “Guida i nostri atti secondo la tua volontà, perché portiamo frutti di opere buone”.

Gesù, quando entra nel mondo, dice: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta” (Eb,10, 5), perché sono provvisori; non dico inutili, provvisori. “Un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb10,5-7). Questo atto di Cristo, di venire nel mondo per fare la volontà di Dio, è quello che ci giustifica, è il sacrificio: il vero sacrificio che, una volta per sempre, ci ha giustificato.

 

… fino al suo annientamento

Gesù viene per fare la volontà di Dio e incomincia in una maniera forte, così come finisce, sulla croce. Il suo percorso terreno infatti incomincia annientandosi, come scrive Paolo ai Filippesi (2,8): “Annientò se stesso. Si umiliò, prendendo forma di servo e facendosi obbediente fino alla croce” (cfr 2,7-8). Di conseguenza “l’obbedienza alla volontà di Dio è la strada di Gesù, che incomincia con questo: “Io vengo per fare la volontà di Dio”. Ed è anche la strada della santità, del cristiano, perché è stata proprio la strada della nostra giustificazione: che Dio, il piano di Dio, venga realizzato, la salvezza di Dio venga fatta. Al contrario di quanto accaduto nel Paradiso terrestre con la non-obbedienza di Adamo: quella disobbedienza ha portato il male a tutta l’umanità”.

Anche i peccati sono atti di non obbedire a Dio, di non fare la volontà di Dio. Invece, il Signore ci insegna che questa è la strada, non ce n’è un’altra. Una strada che incomincia con Gesù, nel cielo, nella volontà di obbedire al Padre, e sulla terra incomincia con la Madonna, nel momento in cui ella dice all’angelo: “Che si faccia quello che tu dici (cfr Lc 2, 38), cioè che si faccia la volontà di Dio. E con quel “sì” a Dio, il Signore ha incominciato il suo percorso fra noi.

 

Fare la volontà di Dio è il cibo di Gesù

È importante per Gesù fare la volontà di Dio. Lo testimonia l’episodio successivo all’incontro con la samaritana, quando in quel mezzogiorno, nel calore di quella zona un po’ desertica, allorché i discepoli gli dissero: “Mangia, maestro”, egli rispose: “No: il mio cibo è fare la volontà del Padre” (cfr Gv 4, 31-34). Facendo capire in tal modo che la volontà di Dio per lui era come il cibo, quello che gli dava forza, quello che gli permetteva di andare avanti. Non a caso spiegherà poi ai discepoli: “Io sono venuto nel mondo per fare la volontà di colui che mi ha inviato (cfr Gv 6, 38), per compiere un’opera di obbedienza”.

Eppure, neanche per Gesù è stato facile. Il diavolo, nel deserto, nelle tentazioni, gli ha fatto vedere altre strade, ma non si trattava della volontà del Padre e lui lo ha respinto. Lo stesso accade quando Gesù non viene capito e lo lasciano; tanti discepoli se ne vanno perché non capiscono com’è la volontà del Padre, mentre Gesù prosegue nel fare questa volontà. Una fedeltà che ritorna anche nelle parole: “Padre, sia fatta la tua volontà”, pronunciate prima del giudizio, la sera in cui pregando nell’orto chiede a Dio di allontanare questo calice, questa croce. Soffre Gesù, soffre tanto. Ma dice: che sia fatta la tua volontà.

 

… e anche il cibo del cristiano

Questo è il cibo di Gesù, ed è anche la strada del cristiano. Lui ci ha fatto strada per la nostra vita, e non è facile fare la volontà di Dio, perché ogni giorno ci presentano su un vassoio tante opzioni: fa’ questo che va bene, non è male. Invece bisognerebbe subito chiedersi: “È la volontà di Dio? Come faccio per compiere la volontà di Dio?”. Ecco un suggerimento pratico: Prima di tutto pregare e chiedere la grazia di voler fare la volontà di Dio. Questa è una grazia.

Successivamente occorre anche domandarsi: “Io prego che il Signore mi dia la voglia di fare la sua volontà? O cerco i compromessi, perché ho paura della volontà di Dio?”. Inoltre bisogna pregare per conoscere la volontà di Dio su di me e sulla mia vita, sulla decisione che devo prendere adesso, sul modo di gestire le cose: preghiera per voler fare la volontà di Dio e preghiera per conoscere la volontà di Dio. E quando conosco la volontà di Dio, anche una terza preghiera: per realizzarla. Per compiere quella volontà, che non è la mia, ma è quella di lui.

 

Diventare famiglia di Gesù

Il Signore dia la grazia a tutti noi che un giorno egli possa dire di noi - come nel brano liturgico del Vangelo di Marco (3,34-35) - quello che ha detto di quel gruppo, di quella folla che lo seguiva, quelli che erano seduti attorno a lui: “Ecco mia madre e i miei fratelli. Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”. Fare la volontà di Dio ci fa essere parte della famiglia di Gesù, ci fa madre, padre, sorella, fratello. Il Signore ci dia la grazia di questa familiarità” con lui; una familiarità che significa proprio fare la volontà di Dio.

 

3,34-35 I legami familiari nell’ambito della fede [5]

 

Legami di famiglia non vengono cancellati

In un primo momento, ci possono venire alla mente alcune espressioni evangeliche che sembrano contrapporre i legami della famiglia e il seguire Gesù. Per esempio, quelle parole forti che tutti conosciamo e abbiamo sentito: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me» (Mt 10,37-38).

Naturalmente, con questo Gesù non vuole cancellare il quarto comandamento, che è il primo grande comandamento verso le persone. I primi tre sono in rapporto a Dio, questo in rapporto alle persone. E neppure possiamo pensare che il Signore, dopo aver compiuto il suo miracolo per gli sposi di Cana, dopo aver consacrato il legame coniugale tra l’uomo e la donna, dopo aver restituito figli e figlie alla vita famigliare, ci chieda di essere insensibili a questi legami! Questa non è la spiegazione.

 

… ma riempiti di un nuovo senso…

Al contrario, quando Gesù afferma il primato della fede in Dio, non trova un paragone più significativo degli affetti famigliari. E, d’altra parte, questi stessi legami familiari, all’interno dell’esperienza della fede e dell’amore di Dio, vengono trasformati, vengono “riempiti” di un senso più grande e diventano capaci di andare oltre sé stessi, per creare una paternità e una maternità più ampie, e per accogliere come fratelli e sorelle anche coloro che sono ai margini di ogni legame. Un giorno, a chi gli disse che fuori c’erano sua madre e i suoi fratelli che lo cercavano, Gesù rispose, indicando i suoi discepoli: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre» (Mc 3,34-35).

 

…inseriti nell’ambito dell’obbedienza della fede…

La sapienza degli affetti che non si comprano e non si vendono è la dote migliore del genio famigliare. Proprio in famiglia impariamo a crescere in quell’atmosfera di sapienza degli affetti. La loro “grammatica” si impara lì, altrimenti è ben difficile impararla. Ed è proprio questo il linguaggio attraverso il quale Dio si fa comprendere da tutti.

L’invito a mettere i legami famigliari nell’ambito dell’obbedienza della fede e dell’alleanza con il Signore non li mortifica; al contrario, li protegge, li svincola dall’egoismo, li custodisce dal degrado, li porta in salvo per la vita che non muore. La circolazione di uno stile famigliare nelle relazioni umane è una benedizione per i popoli: riporta la speranza sulla terra. Quando gli affetti famigliari si lasciano convertire alla testimonianza del Vangelo, diventano capaci di cose impensabili, che fanno toccare con mano le opere di Dio, quelle opere che Dio compie nella storia, come quelle che Gesù ha compiuto per gli uomini, le donne, i bambini che ha incontrato. Un solo sorriso miracolosamente strappato alla disperazione di un bambino abbandonato, che ricomincia a vivere, ci spiega l’agire di Dio nel mondo più di mille trattati teologici. Un solo uomo e una sola donna, capaci di rischiare e di sacrificarsi per un figlio d’altri, e non solo per il proprio, ci spiegano cose dell’amore che molti scienziati non comprendono più. E dove ci sono questi affetti famigliari, nascono questi gesti dal cuore che sono più eloquenti delle parole. Il gesto dell’amore... Questo fa pensare.

 

… nell’alleanza dell’uomo e della donna con Dio

La famiglia che risponde alla chiamata di Gesù riconsegna la regia del mondo all’alleanza dell’uomo e della donna con Dio. Pensate allo sviluppo di questa testimonianza, oggi. Immaginiamo che il timone della storia (della società, dell’economia, della politica) venga consegnato - finalmente! - all’alleanza dell’uomo e della donna, perché lo governino con lo sguardo rivolto alla generazione che viene. I temi della terra e della casa, dell’economia e del lavoro, suonerebbero una musica molto diversa!

Se ridaremo protagonismo – a partire dalla Chiesa – alla famiglia che ascolta la parola di Dio e la mette in pratica, diventeremo come il vino buono delle nozze di Cana, fermenteremo come il lievito di Dio!

 

NOTE

[1] Meditazioni sulla Prima settimana di Esercizi. 5. Il peccato come menzogna, in J.M. BERGOGLIO - FRANCESCO, Il desiderio allarga il cuore. Esercizi spirituali con il Papa, EMI, Bologna 2014, 51-56.

[2] Discorso nell’Incontro con i vescovi ospiti dell’Incontro Mondiale delle Famiglie, Philadelphia 27 settembre 2015.

[3] I nostri padri sono stati tentati, in J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nel cuore di ogni Padre. Alle radici della mia spiritualità, Introduzione di Antonio Spadaro, S,J., Rizzoli Milano 2014, 170-175.

[4] Meditazione, 27 gennaio 2015.

 

[5] Udienza, 2 settembre 2015.



La gloria dell’amore

 

 

 

11 marzo 2018

IV domenica di Quaresima

di ENZO BIANCHI

 

Gv  3,14-21

Gesù, prima di passare da questo mondo al Padre disse ai suoi discepoli«14E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, 15perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.16Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.

19E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. 20Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. 21Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

 

Domenica scorsa abbiamo ascoltato nel quarto vangelo l’annuncio che Gesù è ormai il tempio di Dio, cioè il luogo della comunione con Dio (cf. Gv 2,19.21). E abbiamo conosciuto ancora una volta come la lettura del quarto vangelo richieda una fatica più grande per la comprensione del Vangelo, della buona notizia in esso contenuta. Oggi eccoci nuovamente di fronte a un altro brano del vangelo giovanneo, a un testo per molti aspetti difficile: Giovanni, infatti, ha una visione che va colta al di là di quello che scrive, una visione più profonda, che non è – potremmo dire – la nostra visione umana, ma appartiene solo a chi ha la fede in Gesù, dunque una visione ispirata dallo sguardo di Dio sulla vicenda di Gesù.

 

Giovanni è stato testimone della passione e morte di Gesù sul Golgota, quel venerdì, vigilia della Pasqua, 7 aprile dell’anno 30 della nostra era. Ha visto la sofferenza di Gesù, il disprezzo che egli subiva da parte dei carnefici e soprattutto quel supplizio vergognoso e terribile – “crudelissimum taeterrimumque supplicium”, come lo definisce Cicerone (Contro Verre II,5,165) – che era la croce. Ha visto questa scena con i suoi occhi ma, dopo la resurrezione di Gesù, nella fede piena, nella contemplazione e meditazione di questo evento, giunge a leggerlo in modo altro rispetto ai vangeli sinottici. In quei vangeli Gesù aveva annunciato per tre volte la “necessità” della sua passione, morte e resurrezione, e per tre volte tale annuncio aveva atterrito i discepoli (cf. Mc 8,31-33 e par.; 9,30-32 e par.; 10,32-34 e par.). Anche il quarto vangelo attesta che per tre volte Gesù ha parlato di questa necessitas, ma lo fa con un linguaggio altro: ciò che nei sinottici è infamia, tortura, supplizio in croce, per Giovanni diventa invece un “innalzamento”, cioè una gloria.

 

Nel nostro brano risuona il primo dei tre annunci fatti da Gesù: “È necessario che il Figlio dell’uomo sia innalzato”. Effettivamente Gesù, appeso al legno, è stato innalzato da terra, ma per Giovanni questo innalzamento da terra non è riducibile all’innalzamento fisico del suo corpo sulla croce, bensì è un essere innalzato gloriosamente e messo in alto da Dio, un essere glorificato, cioè rivelato nella sua gloria. Per Giovanni “essere innalzato” (verbo hypsóo) è anche “essere glorificato” (verbo doxázo: cf. Gv 7,59; 8,54, ecc.), essere sulla croce è essere alla destra del Padre. Per questo Gesù dice anche: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo”, ossia lo avrete materialmente messo in croce, “allora conoscerete che Io Sono (egó eimi: cf. Es 3,14)” (Gv 8,28), che io sono come Dio. E ancora: “Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Quest’ora dell’innalzamento è dunque l’ora della glorificazione (cf. Gv 12,23; 13,31-32), l’ora nella quale Gesù attira a sé tutta l’umanità (cf. Gv 12,32), l’ora della passione e della croce. Nel quarto vangelo passione e Pasqua sono lo stesso mistero, unico e inscindibile, e l’ora della passione è l’ora dell’epifania dell’amore.

 

Sì, dobbiamo confessare che questo sguardo giovanneo sulla croce non è facilmente accettabile da noi umani, eppure questa è la vera e profonda comprensione della croce di Gesù: la croce è stata materialmente un supplizio, ma è stata anche un alzare il velo su come Gesù “ha amato i suoi fino all’estremo (eis télos)” (Gv 13,1); è stata una morte da maledetto da Dio e dagli uomini (cf. Dt 21,23; Gal 3,13), crocifisso a mezz’aria perché Gesù non era degno né del cielo né della terra, eppure proprio sulla croce egli riconciliava cielo e terra, faceva cadere ogni barriera e apriva il Regno all’umanità, portando l’umanità in Dio (cf. Ef 2,14-16). Sulla croce moriva un uomo solo e abbandonato, ma quest’uomo narrava che “l’amore più grande è dare la vita per gli amici” (cf. Gv 15,13).

 

Questa è la lettura paradossale della croce fatta da Giovanni. Questo è il Vangelo che Gesù rivela a Nicodemo, un esperto delle Scritture che però Gesù definisce “ignorante” (cf. Gv 3,10): un “maestro in Israele” che non conosce l’azione di Dio nella sua verità profonda. Per cercare di spiegargli questa “necessità” della passione e morte del Messia, Figlio dell’uomo, Gesù tenta un paragone con un fatto avvenuto a Israele nel deserto, dopo l’uscita dall’Egitto. Secondo il libro dei Numeri, gli ebrei furono attaccati da serpenti mortiferi, e allora Mosè innalzò su un’asta un serpente di bronzo: chi lo guardava, anche se morso dai serpenti restava in vita, era salvato (cf. Nm 21,4-9). Questo racconto antico viene reinterpretato dal libro della Sapienza che fa una lettura altra dell’evento, cogliendo nel serpente “un segno di salvezza” (Sap 16,6): “chi si volgeva a guardarlo era salvato non per mezzo dell’oggetto che vedeva, ma da te, Salvatore di tutti” (Sap 16,7).

 

Gesù dunque rivela “le cose del cielo” (Gv 3,12) di cui aveva parlato a Nicodemo, esprimendo la necessitas dell’innalzamento del Figlio dell’uomo, “affinché chiunque crede in lui non perisca ma abbia la vita per sempre ”: innalzamento del Figlio unico di Dio, donato da Dio al mondo proprio a causa del suo amore per il mondo, ossia per tutta l’umanità. Dio è colui che ama, Dio è colui che dona il suo Figlio unico, Dio è colui che lo innalza. In queste azioni di Dio è raccontato il suo amore: dunque la discesa dal cielo (cf. Gv 3,13), l’incarnazione in una vita umana, la passione culminante nel innalzamento sulla croce sono la manifestazione dell’amore di Dio per l’umanità.

 

Dobbiamo essere molto attenti e vigilanti nell’ascolto: le parole di Gesù a Nicodemo non indicano la croce come abbandono del Figlio alla morte da parte del Padre, ma ci rivelano un amore unico del Padre e del Figlio per tutta l’umanità. Il Figlio Gesù Cristo, proprio quale dono per l’umanità, ha vissuto la sua esistenza donando la vita, suscitando la vita, trasmettendo la vita. Il Padre, a sua volta, non ha voluto la discesa del Figlio e la sua incarnazione per giudicare il mondo, ma per salvarlo attraverso l’adesione e la risposta all’amore. La presenza di Gesù esige che ognuno operi ora la sua scelta, perché ora avviene il giudizio, perché ora di fronte a Gesù è possibile scegliere la tenebra o la luce, che non sono un destino ma dipendono da ciascuno di noi nel suo porsi di fronte all’amore rivelato.

 

Viene qui adombrato il ministero dell’incredulità, che non è rifiuto di una dottrina, di un’idea o di una morale, ma è qualcosa di molto più radicale: è rifiuto della fiducia, rifiuto della speranza, rifiuto dell’amore. Sì, da una parte c’è l’amore incondizionato di Dio, offerto a tutti gli esseri umani e mostrato nel dono del Figlio unico fatto uomo per essere uno di noi e vivere tra di noi e con noi; dall’altra vi è da parte nostra la possibilità di rispondere all’amore con l’amore o, al contrario, di rifiutare l’amore, di non credere all’amore e così di escluderci, collocandoci nella tenebra dell’odio e della morte. Nel quarto vangelo la fede e il credere sono sempre un operare nell’amore, come Gesù dirà: “Questa è l’opera, l’azione richiesta da Dio: credere in colui che egli ha mandato” (Gv 6,29).

 

 

Ecco dunque la via tracciata di fronte a noi: chi fa la verità, cioè sa rispondere all’amore con azioni, manifesta che queste azioni sono operate da Dio stesso in lui. Così il credente vive già ora la “vita eterna”. “Dio vuole che tutti gli umani siano salvati” (1Tm 2,4), proclama l’Apostolo Paolo; vuole che tutti “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Per questo Dio dona se stesso, il proprio Figlio unico e amato, al mondo che anela alla salvezza.



L’Epifania, manifestazione dell’anti-regalità di Gesù

 

Enzo Bianchi

Il vangelo dell’Epifania, della manifestazione dell’identità di Gesù alle genti, a quelli che non erano ebrei, figli di Israele, è un vangelo decisivo, che dà alla festa odierna un particolare significato: Gesù è nato Re dei giudei, ma per tutti, e tutti possono andare a lui. In questo racconto di Matteo c’è la storia, ma c’è anche una lettura che l’evangelista fa nella fede.

 

Nasce un bambino in una semplice famiglia formata da un artigiano, Giuseppe, e dalla sua giovane moglie, Maria; nasce in una stalla, riparo per il gregge nella campagna di Betlemme, eppure alcuni uomini da lontano, dall’oriente, o meglio dalla loro sapienza orientata, nella loro ricerca sono portati a vedere in questa semplice nascita il compimento del loro cercare, la pienezza della loro sapienza. Tutti gli umani di ogni tempo e cultura, infatti, hanno in comune soprattutto la ricerca del bene, anche se poi contraddicono questo loro desiderio così impegnativo. In ogni essere umano c’è un anelito al bene, alla vita piena, alla pace, e questo fuoco che abita gli umani li spinge a cercare, a mettersi in cammino, a dichiarare per loro insufficiente la terra che abitano, l’orizzonte consueto. Per questo cammino gli umani cercano e trovano come segnali ciò che possono: il cielo, la terra, il mare e anche le creature animate e inanimate con le quali sanno comunicare.

 

 

Enzo Bianchi

In quel lungo pellegrinaggio, soprattutto della mente e del cuore, alcuni sapienti, i magi, hanno guardato alle stelle, alla sabbia del deserto, alle bestie che cavalcavano, al bagaglio che trasportavano con sé, per vivere e per fare doni. Per chi scruta l’orizzonte sempre sorge una stella, sempre – come dice il nostro brano evangelico – c’è un oriente, un alzarsi, che invita al cammino. E così è avvenuto per quei mágoi, che dall’oriente (apò anatolôn) giungono a Gerusalemme, la città santa, l’ombelico del mondo (cf. Sal 48,3; cf. Ez 5,5; 38,12).

 

Essi chiedono: “Dov’è il Re dei giudei che è nato?”, proprio ai giudei che non si erano accorti della nascita del loro Re. Non se n’era accorto il re che regnava in quel momento, Erode, non se n’erano accorti i sacerdoti e neppure gli esperti delle sante Scritture, gli scribi. Ecco lo scandalo: chi è deputato a conoscere e a osservare ciò che accade non sa, chi è capace di interpretare puntualmente le Scritture in riferimento al Re dei giudei lo annuncia con chiarezza e certezza, eppure in una situazione di radicale accecamento. È così, e ancora oggi avviene così: si possono conoscere le parole di Dio contenute nelle Scritture, si possono citare e spiegare con competenza, si possono addirittura insegnare agli altri, eppure, nel contempo, restare in una situazione di totale cecità o sordità, manifestazioni della sklerokardía, della callosità del cuore…

 

Questa venuta dei magi causa però inquietudine, turbamento da parte dei rappresentanti del potere politico e di tutta Gerusalemme, perché quando il potere ne vede sorgere un altro teme e trema, sentendosi minacciato. Da quell’ora l’inquietudine e il turbamento non cesseranno, fino al giorno in cui questo Re dei giudei che è nato sarà finito per sempre, rivestito di un manto di porpora, con una canna come scettro in mano, con una corona di spine sulla testa, deriso, sbeffeggiato e infine appeso nudo a un palo, la croce!

 

Eppure quei sapienti obbedienti alle Scritture dei giudei, anzi ri-orientati dalle Scritture, riescono nuovamente a vedere la stella, che li conduce fino al bambino Re Messia, a Betlemme, dove trovano ciò che cercavano ma che certamente non si aspettavano così: non una reggia, non una corte regale in festa, non lo sfarzo degno della nascita di un principe, ma semplicemente un bambino e sua madre. Contemplano non quello che avevano tanto atteso e cercato, ma altro. E come convertiti, mutati nella loro mente e nel loro cuore, riconoscono la regalità nell’anti-regalità, la regalità potente e universale nella debolezza umana, in un infante incapace di parlare e di essere eloquente con la parola. Eppure i magi capiscono, giungono alla fede, pur non avendo né la rivelazione né le sante Scritture; e non a caso Matteo annota che fanno ritorno al loro paese attraverso un altro cammino, cioè un altro modo di pensare e di vivere.

 

Così avviene la rivelazione, per i giudei e per le genti: solo guardando alla debolezza di Gesù, al suo essere piccolo, si può comprendere la sua vera regalità, la sua vera identità, non plasmata in base alle immagini dei re e dei potenti di questo mondo. Per altre strade gli altri vangeli diranno la stessa cosa: contemplazione (theoría) di Gesù è il vederlo crocifisso (cf. Lc 23,48); visione di Gesù è il vederlo come seme caduto a terra (cf. Gv 12,24). Quei magi, convertiti alla vista del bambino in quella povera famiglia, in quella greppia, adorano, si prostrano e gli offrono in dono oro, incenso e mirra, prodotti preziosi dell’oriente, elaborati dalla cultura delle genti. Ciò che Gesù risorto potrà dire ai discepoli – “Andate e fate discepole tutte le genti” (Mt 28,19) – ha qui la sua primizia. Le genti divengono discepole quando cercano con sincerità, si aprono con audacia e si mettono in cammino senza indugio.

 

Quanti uomini e quante donne, dall’oriente e dall’occidente, dal nord e dal sud, come questi magi cercano il bene, si sentono viandanti, in cammino, si esercitano a riconoscere la salvezza come umanizzazione e lavorano perché l’umano sia sempre più umano. Lo sappiano o meno, sono persone alle quali ogni bambino che nasce, ogni umano che viene al mondo appare con la dignità di un re; appare come un fratello o una sorella che attende da noi il nostro oro (ciò che abbiamo), il nostro incenso (il profumo sprigionato dalla nostra presenza), la nostra mirra (ciò che sappiamo sacrificare di noi stessi, spendendo la vita per l’altro).

 

 

L’Epifania è manifestazione della vera regalità a tutti, cristiani e non cristiani. Ma ormai ci incamminiamo verso la Pasqua, come ricorda l’indizione della data di questa festa delle feste, che oggi viene fatta nelle chiese d’oriente e d’occidente: la Pasqua, quando il Re dei giudei farà la fine di chiunque osa pensare e mettere in pratica una regalità come servizio dell’altro e non come potere violento. Ma l’ultima parola spetta a Dio, al Dio di Gesù!


Maria Madre di Dio. Papa Francesco: servire la vita umana è servire Dio e ogni vita

Redazione Internet lunedì 1 gennaio 2018

"Abbiamo tutti bisogno di un cuore di madre" così papa Francesco nella solennità di Maria Madre di Dio. Al Te Deum: il 2017 è stato ferito con opere di morte, menzogne e ingiustizie

Papa Francesco: servire la vita umana è servire Dio e ogni vita

"L’anno si apre nel nome della Madre di Dio". Con queste parole il Papa ha cominciato l’omelia della Messa della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio nell’ottava di Natale e nella ricorrenza della 51.ma Giornata mondiale della Pace sul tema: "Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace".

 

"Madre di Dio è il titolo più importante della Madonna", ha ricordato il Papa, che si è chiesto: Perché diciamo Madre di Dio e non Madre di Gesù? "In queste parole – ha spiegato Francesco – è racchiusa una verità splendida su Dio e su di noi. E cioè che, da quando il Signore si è incarnato in Maria, da allora e per sempre, porta la nostra umanità attaccata addosso". "Non c’è più Dio senza uomo", ha affermato il Papa: "La carne che Gesù ha preso dalla Madre è sua anche ora e lo sarà per sempre". "Dire Madre di Dio ci ricorda questo", ha sintetizzato Francesco: "Dio è vicino all’umanità come un bimbo alla madre che lo porta in grembo".

 

Perché la fede non sia solo dottrina, abbiamo bisogno tutti di un cuore di madre

Come Maria, la Madre, "firma d'autore di Dio sull'umanità", "il dono di ogni madre e di ogni donna è tanto prezioso per la Chiesa, che è madre e donna. E mentre l'uomo spesso astrae, afferma e impone idee, la donna, la madre, sa custodire, collegare nel cuore, vivificare". "Perché la fede - ha sottolineato il Papa - non si riduca solo a idea o dottrina - ha concluso -, abbiamo bisogno, tutti, di un cuore di madre, che sappia custodire la tenerezza di Dio e ascoltare i palpiti dell'uomo".

 

"La Madre custodisca quest'anno e porti la pace di suo Figlio nei cuori e nel mondo". Con questa invocazione papa Francesco ha concluso la sua omelia celebrata oggi primo gennaio, nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio.

 

"Anche noi, cristiani in cammino, all'inizio dell'anno - ha spiegato - sentiamo il bisogno di ripartire dal centro, di lasciare alle spalle i fardelli del passato e di ricominciare da ciò che conta. Ecco oggi davanti a noi il punto di partenza: la Madre di Dio. Perché Maria è esattamente come Dio ci vuole, come vuole la sua Chiesa: Madre tenera, umile, povera di cose e ricca di amore, libera dal peccato, unita a Gesù, che custodisce Dio nel cuore e il prossimo nella vita. Per ripartire, guardiamo alla Madre. Nel suo cuore batte il cuore della Chiesa".

 

Ogni vita va accolta, amata e aiutata

Nella sua Madre, il Dio infinito si è fatto piccolo. L’uomo – ha detto il Papa – “non è più solo”, “mai più orfano”. L’Anno si apre con questa novità e noi la proclamiamo così, dicendo: Madre di Dio! È la gioia di sapere che la nostra solitudine è vinta. È la bellezza di saperci figli amati, di sapere che questa nostra infanzia non ci potrà mai essere tolta. È specchiarci nel Dio fragile e bambino in braccio alla Madre e vedere che l’umanità è cara e sacra al Signore. Perciò, servire la vita umana è servire Dio e ogni vita, da quella nel grembo della madre a quella anziana, sofferente e malata, a quella scomoda e persino ripugnante, va accolta, amata e aiutata.

 

Il Papa ha anche indicato un modo molto semplice e pratico per imitare Maria: "ritagliare ogni giorno un momento di silenzio con Dio è custodire la nostra anima; è custodire la nostra libertà dalle banalità corrosive del consumo e dagli stordimenti della pubblicità, dal dilagare di parole vuote e dalle onde travolgenti delle chiacchiere e del clamore".

 

Papa Francesco: ritagliare ogni giorno un momento di silenzio è antidoto a parole vuote, chiacchiere e clamore

Nella parte centrale dell’omelia della prima Messa del 2018 ha rivolto un invito, a otto giorni dal Natale: “Abbiamo bisogno di rimanere in silenzio guardando il presepe. Perché davanti al presepe ci riscopriamo amati, assaporiamo il senso genuino della vita. E guardando in silenzio, lasciamo che Gesù parli al nostro cuore: che la sua piccolezza smonti la nostra superbia, che la sua povertà disturbi le nostre fastosità, che la sua tenerezza smuova il nostro cuore insensibile”. L’esempio citato è quello di Maria, che “custodiva. Semplicemente custodiva”. “Maria non parla: il Vangelo non riporta neanche una sua parola in tutto il racconto del Natale”, ha ricordato Francesco: “Anche in questo la Madre è unita al Figlio: Gesù è infante, cioè senza parola, è muto. Il Dio davanti a cui si tace è un bimbo che non parla. La sua maestà è senza parole, il suo mistero di amore si svela nella piccolezza. Questa piccolezza silenziosa è il linguaggio della sua regalità. La Madre si associa al Figlio e custodisce nel silenzio”. “E il silenzio ci dice che anche noi, se vogliamo custodirci, abbiamo bisogno di silenzio”, l’invito del Papa.

 

 

Le celebrazioni del 31 dicembre 2017

Il senso di gratitudine è "l’unica risposta umana degna del dono immenso di Dio". "Una gratitudine struggente, che, partendo dalla contemplazione di quel Bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia, si estende a tutto e a tutti, al mondo intero". Così papa Francesco durante i Primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, celebrati nella Basilica San Pietro. Dopo la liturgia, è stato esposto il Santissimo Sacramento ed eseguito l’inno "Te Deum" in segno di ringraziamento al Signore a conclusione del 2017. Al termine della celebrazione, papa Francesco ha raggiunto Piazza San Pietro e ha sostato in preghiera davanti al Presepe.

 

 

Il 2017 ferito da opere di morte e guerre

Il rendimento di grazie per l’anno che volge al termine – ha affermato il Papa nell’omelia - non si può discostare dal riconoscere che tutto il bene è dono di Dio. Gesù Cristo ha dato “pienezza al tempo del mondo e alla storia umana”. Ma questo tempo – ha aggiunto il Santo Padre – può essere sfigurato dall’uomo:

 

Anche questo tempo dell’anno 2017, che Dio ci aveva donato integro e sano, noi umani l’abbiamo in tanti modi sciupato e ferito con opere di morte, con menzogne e ingiustizie. Le guerre sono il segno flagrante di questo orgoglio recidivo e assurdo. Ma lo sono anche tutte le piccole e grandi offese alla vita, alla verità, alla fraternità, che causano molteplici forme di degrado umano, sociale e ambientale. Di tutto vogliamo e dobbiamo assumerci, davanti a Dio, ai fratelli e al creato, la nostra responsabilità.

 

 

 

Gratitudine per quanti contribuiscono al bene di Roma

Ma questa sera – ha detto il Papa – “prevale la grazia di Gesù e il suo riflesso in Maria”: E prevale perciò la gratitudine, che, come Vescovo di Roma, sento nell’animo pensando alla gente che vive con cuore aperto in questa città. Provo un senso di simpatia e di gratitudine per tutte quelle persone che ogni giorno contribuiscono con piccoli ma preziosi gesti concreti al bene di Roma: cercano di compiere al meglio il loro dovere, si muovono nel traffico con criterio e prudenza, rispettano i luoghi pubblici e segnalano le cose che non vanno, stanno attenti alle persone anziane o in difficoltà, e così via. Questi a mille altri comportamenti esprimono concretamente l’amore per la città. Senza discorsi, senza pubblicità, ma con uno stile di educazione civica praticata nel quotidiano. E così cooperano silenziosamente al bene comune.

 

 

Il Pontefice ha espresso poi “grande stima per i genitori, gli insegnanti e tutti gli educatori che, con questo medesimo stile, cercano di formare i bambini e i ragazzi al senso civico, a un’etica della responsabilità, educandoli a sentirsi parte, a prendersi cura, a interessarsi della realtà che li circonda”. “Queste persone anche se non fanno notizia – ha detto - sono la maggior parte della gente che vive a Roma”. E tra di loro "non poche si trovano in condizioni di strettezze conomiche; eppure non si piangono addosso, nè covano risentimenti e rancori, ma si sforzano di fare ogni giorno la loro parte per migliorare un pò le cose". Nel giorno del rendimento di grazie a Dio, Papa Francesco ha esortato infine “ad esprimere anche la riconoscenza per tutti questi artigiani del bene comune, che amano la loro città non a parole ma con i fatti”.



“Dalla grazia dei muri alla grazia dei volti” Camaldoli Mezzasalma pag 46

 

La lettura dell’esperienza del Concilio in Padre Benedetto Calati

 

C’è un testo di padre di Benedetto Calati che reca il significativo titolo di “ Il primato della comunione” e nel quale ….,cita una pagina di papa Giovanni XIII scritta il 24 maggio 1963 e quindi 10 giorni prima di morire è morto infatti il 3 giugno-Le circostanze odierne,le esigenze degli ultimi cinquantenni,l’approfondimento dottrinale,ci hanno condotto di fronte a realtà nuove,come dissi nel discorso di apertura del concilio “non è il Vangelo che cambia siamo noi che cominciamo a comprendere meglio”.

“Chi è vissuto più a lungo si è trovato come me agli inizi del secolo in faccia ai compiti nuovi di un’attività sociale che investe tutto l’uomo,chi è stato,come io  fui,vent’anni in oriente,otto in francia ed ha potuto confrontare culture e tradizioni diverse sa che è giunto il momento di riconoscere i segni dei tempi,di cogliere le opportunità e guardare lontano”.

 

Commenta Padre Calati “Papa Giovanni afferma il primato dell’Evangelo e la necessità di comprenderlo meglio,notiamo la carica ermeneutica di queste affermazioni,circostanze,esigenze,approfondimento.

Sulla scorta del saggio di O’Malley come proprio il Vaticano II fosse stato un “evento linguistico” nel tentativo di affrontare una questione decisiva:come comunicare all’uomo contemporaneo il messaggio di una chiesa che negli ultimi secoli si era contrapposta al mondo moderno coltivando la nostalgia di un mitico passato medievale in cui gli uomini le riconoscevano,quasi in assoluto la direzione della società civile?

 

….L’analisi di Padre Benedetto Calati su questo tipo di ecclesiologia è impietosa ma difficilmente contestabile: “ tutto questo era possibile perché c’era carenza di Parola di Dio,carenza di una coscienza di essere popolo di Dio”

La normativa giuridica aveva la precedenza de facto sulla Parola di Dio e la mancanza di comunione originava l’incapacità di leggere i segni dei tempi,con il sospetto nei confronti di ogni atteggiamento profetico. Questa situazione così anomala era conseguenza di quell’assolutismo ecclesiastico che era stato frutto dei “malintesi”  ecclesiologi seguiti al Concilio Vaticano I.

P 48 L’immobilismo della Chiesa è legato al suo peccato di divisione da principio dell’oriente e dell’occidente e in gran parte conseguenza della politica dei carolingi come pure aggiunge Padre Calati della riforma Protestante agli inizi dell’età moderna,è all’origine di tutte le difficoltà  che nella contemporaneità incontriamo nell’esperienza della fede…:L’unità della Chiesa nasce dalla Parola.E’ Cristo il fermento dell’unità,è il suo spirito il garante del pluralismo dei doni che anima la comunione ecclesiale.

L’unità della Chiesa non è semplicemente un fatto sociologico,la comunione delle Chiese rende visibile Koinonia di Dio.

La parola di Dio che ci rivela il suo amore per noi è perciò costante nutrimento e garanzia della comunione.


 

Andiamo a Betlemme

 

La storia di Maria è una storia che ha per noi oggi dell’incredibile..un Angelo fu mandato da Dio ad una Vergine promessa sposa di un uomo della casa di Davide e quell’Angelo le doveva annunciare che le sarebbe nato un bimbo ( confronta Lc 1,26 e seguenti)…il Figlio di Dio!

Così il Vangelo di Luca ci propone l’annuncio a Maria come un fatto miracoloso e inquietante. Non manca ormai molto al matrimonio quando  un Angelo le appare e le parla nel segreto del suo cuore e le prospetta un evento imminente che la riguarda molto da vicino( Lc 1,31): “Ecco concepirai un Figlio lo darai alla Luce lo chiamerai Gesù”.Ma come, ma cosa sta dicendo quell’Angelo,quella voce che batte forte sul cuore come un ossessione?Ma come è possibile questo? Giustamente Luca disse che Maria rimase turbata( Lc 1,29) e chi non lo sarebbe?Ma in queste parole risuonava per Maria di Nazareth la voce di Dio. In quell’annuncio,una visita dal cielo. E’ questo il modo in cui di solito Dio viene ad incontrare l’uomo: un modo che turba,che disorienta,che sconvolge tutti i piani e i programmi. L’impatto con Dio è scomodo,rischioso solo pochi riescono a dire si come Maria, tanto più sarebbe difficile oggi rispondere all’annuncio dell’Angelo Gabriele per un tipo di mentalità come quella corrente dove tutto deve essere spiegato e ogni scelta motivata da un concreto profitto. Maria credette in questa impresa e mise a repentaglio la sua vita il suo presente e il suo futuro e si legò irrevocabilmente ad un Dio che non voleva abbandonare la storia dell’uomo a se stessa ma voleva essere Emanuele,”Dio con noi”,che voleva trovare un cantuccio nel paese,un corpo che potesse abbracciarlo e custodirlo,dargli un po’ di calore,piuttosto di tirarsi indietro,di farsi paralizzare dalla paura di quanto avrebbe comportato la nascita di quel Figlio.Ella credette,si affidò,consegnò il suo corpo alla Vita e alla Speranza:”Avvenga di me secondo la sua parola”(LC1,38) e lo fece proprio accettando Gesù nel suo grembo.

(Cfr Rosanna Virgili in Vita Monastica)

Betlemme è soprattutto l’incontro con un Dio che abbiamo troppo sbrigativamente mandato in esilio,un Dio nuovo,un Dio che genera,un Dio che non ha mai smesso di creare, un Dio che ci spinge a farci complici dell’atto di generare. Due persone che si amano sono vicine al cielo e una donna che dà vita alla vita è complice dell’inguaribile attitudine del generare di Dio. A Betlemme infatti le stelle che illuminano la capanna, avvolgono quel miracolo della vita che è la nascita di nostro Signore è il segno più spettacolare che indica il tempio in cui il Dio che genera ha deciso di abitare.

A Betlemme Dio ha finalmente un volto. Non una maschera,un volto. Semplicemente da contemplare ovvero da amare. Ci chiede il miracolo  un Dio bambino confuso  tra milioni di altri bambini: non sono cori di angeli da presepe ma grida di dolore che ci ricordano l’urgenza di generare pace e giustizia insieme alla bellezza e all’incanto.

(Cfr Tonino dall’Olio,Rocca 24 pag 25)

 

Anche noi andiamo a Betlemme partecipando, percorrendo la strada dalle nostre case nell’incontro nella Chiesa della nostra Comunità dove troveremo il Signore presente nei piccoli e nei grandi, nella diversità delle persone ma in ognuno un cuore da incontrare e da amare.

Buon Natale e Felice anno nuovo pieno di Speranza.

 

Padre Lorenzo,Padre Luigi, Padre Angelo.

 


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